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1° raduno del Volontariato padovano

“Una nuova primavera per il volontariato” Atti

Jesolo – Villaggio Marzotto 14-15 maggio 2011


Š 2011 - CSV Centro di Servizio per il Volontariato della Provincia di Padova via dei Colli, 4 - 35143 Padova tel. 049 8686849 - 049 8686817 fax 049 8689273 www.csvpadova.org - info@csvpadova.org Direzione editoriale: Alessandro Lion Impostazione grafica: Anna Donegà Tutti i diritti sono riservati


Indice

Parte prima O.R.A. Premesse per un lavoro comune - Alessandro Lion Volontariato dolce, volontariato critico: assistere o prendersi cura dell’altro? - Don Giuseppe Stoppiglia

p. 7 p. 9

Parte seconda - I gruppi di lavoro SussidiarietĂ e federalismo Bisogni, diritti, cittadinanza Carta dei valori del volontariato Nelle maglie della rete Laboratorio corpoAscolto

p. 12 p. 16 p. 24 p. 42 p. 47

Parte terza L’intervista a Marco Morganti - Banca Prossima Conclusioni - Giorgio Ortolani

p. 55 p. 59


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«Un gruppo al decollo è come una piccola carovana nella notte che, nella scura foresta, percorre la sua pista al chiarore della sua lanterna. […] La lanterna e il suo alone proiettano il loro chiarore attorno ai nostri passi. I passi sono ciechi e la lanterna, da sola, sarebbe immobile. Per illuminare oltre, essa chiede che il camminatore faccia un passo in avanti. A ogni passo un altro cerchio di luce attorno ai nostri piedi. E a ciascun nuovo cerchio, un nuovo passo porta un po’ più lontano. Passo dopo passo. Alone dopo alone. Un passo, un alone. Un alone, un passo. […] Ci vuole molta speranza, una certa dose di utopia e un pizzico di sogni a occhi aperti» Henri Desroche, Education permanente et créativités solidaires (Apprentissage 2), Ed. Ouvrières, Paris 1978, p. 92

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Una nuova primavera per il volontariato

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Parte prima O.R.A. (premesse per un lavoro comune)* A cura di Alessandro Lion - Direttore CSV Padova

Mi sembra che siamo entrati in un sistema di “amarcord” e che le organizzazioni del sociale oramai non abbiano più il coraggio ne la voglia di agire. Siano divenute esse stesse quella parte “rancorosa” della società di cui parla un articolo di Bonomi. Anche quelle gestite dalle “seconde generazioni”: i cinquantenni stanno cercando di fare altro come se “aspettassero” … un “giusto riposo”. È evidente che siamo di fronte non tanto ad una crisi economica, ma ad una vera e propria crisi di identità, dove la società efficientista si scontra con il relativismo della vita, che è sempre più evidente e mancante del trascendente ovvero della “speranza”. Potremmo definirla come una crisi basata sull’incertezza del futuro, o meglio sulla paura di un futuro nero, sia in termini economici, che di cambiamento. Nel pensare a questo primo raduno del volontariato padovano abbiamo rimuginato alle difficoltà, che si riverberano nel volontariato di oggi, che risente, come la società, e nelle stesse modalità (a comprova di quanto detto) della crisi in atto: contrazione dell’azione, asfissia economica, resistenza a pensarsi oltre al cambiamento. Abbiamo quindi cercato di far chiarezza prima di tutto: - del contesto (sussidiarietà e federalismo, azione a rete) - dei valori (carta dei valori, diritti e doveri) Abbiamo infine pensato ad una nuova stagione (ORA) per il volontariato padovano e non per forza questa nuova stagione deve essere l’inverno, speriamo invece sia una nuova primavera**, ed O.R.A. potrebbe assumere il seguente significato: O.SARE Osare più solidarietà era uno slogan del volontariato degli anni ottanta, ed “osare” è sicuramente l’antidoto alla paura in questi tempi moderni ed è dunque lo slogan che dovremmo ri-pensare nel cercare di rimettere in moto un’azione generale di solidarietà R.OMPERE Rompere gli schemi, pensando, come ha sempre saputo fare il volontariato, ad un mondo nuovo. Rompere anche dei rapporti, se serve, quelli che imbrigliano

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l’azione volontaria in contesti di opportunismo che divengono omertosi per il mancato rispetto dei diritti. A.GIRE Osare non solo a parole ma con i fatti: la denuncia, l’azione concreta, il laboratorio sociale. Ciò metterebbe in moto giovani che non amano ritrovarsi a vivere in associazioni che sono la copia ristretta della politica o della società malata.

NOTE *Le Ore (o Stagioni) sono una figura della mitologia greca; erano figlie di Zeus e di Temi. Le Ore erano sorelle delle Moire e venivano considerate le portinaie dell’Olimpo. In origine erano tre e simboleggiavano il regolare scorrere del tempo nell’alterna vicenda delle stagioni (primavera, estate ed autunno fusi insieme, inverno); poi ne fu aggiunta una quarta (allusione all’autunno); in epoca romana finirono col personificare le ore vere e proprie, divenendo 12 e da ultimo 24. Le ore si presentano in duplice aspetto: in quanto figlie di Temi (l’Ordine universale) assicuravano il rispetto delle leggi morali; in quanto divinità della natura presiedevano al ciclo della vegetazione. Questi due aspetti spiegano i loro nomi: Eunomia, la Legalità; Diche, la Giustizia; Irene, la Pace; oppure: Tallo, la Fioritura primaverile; Auso, il Rigoglio estivo; Carpo, la Fruttificazione autunnale. Le Ore sorvegliavano le porte della dimora di Zeus sull’Olimpo (le aprivano e le richiudevano disperdendo o accumulando una densa cortina di nuvole), servivano Hera - che avevano allevata-, attaccavano e staccavano i cavalli dal suo cocchio e da quello di Elio; inoltre facevano parte del corteo di Afrodite - insieme con le Cariti - e di Dioniso. **Il volontariato moderno nasce in piena crisi economica (austerity anni 70) e si sviluppa in piena crisi istituzionale (80 anni di piombo) e in quanto volontariato “povero” slegato da lacci economici che possono controllarlo e indirizzarlo viene chiamato, dalla politica, e riesce a mettere in moto una nuova economia e una nuova stagione per la politica (anni 90).

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Volontariato dolce, volontariato critico: assistere o prendersi cura dell’altro? di Giuseppe Stoppiglia, presidente Associazione Macondo

Passaggi, movimenti. C’è chi usa la parola crisi, altri la parola emergenza, altri piangono sul passato, che, si sa, non torna più. Non sempre le parole sono usate in senso proprio, succede poi che a forza di ripeterle gli si danno sensi nuovi, più spesso depressi. È in crisi il Volontariato? Che cosa è il volontariato? Alla prima domanda rispondo brevemente: lo si dice da molto tempo che il volontariato è in crisi, e questo sta a significare che il volontariato vive una situazione di torpore e non di passaggio. In questo senso il titolo del convegno del CSV di Padova ( celebrato a Jesolo nei giorni 14-15 maggio 2011) è propositivo. Una nuova primavera, il risveglio del volontariato. La primavera, il risveglio, in natura sono un fatto meccanico, avvengono senza perché; dopo l’inverno arriva la primavera; dopo un sonno ristoratore ci si risveglia nel canto delle allodole. Nelle vicende umane invece le parole primavera e risveglio hanno un altro significato, sono una metafora, si realizzano dietro la spinta di forze che l’uomo mette in moto. Seconda domanda. Che cosa è il volontariato? Parte dalla intelligenza e dal cuore. Non è fatto di sentimento soltanto, e neppure di sola volontà. Risponde ( responsabilità) ad una domanda reale, esistenziale. Ci si prende cura dell’uomo e della donna che incontrano sulla propria strada o ai margini della sua strada. Risponde ai bisogni concreti della persona, ma siccome si prende cura di quell’uomo, di quella donna, fa in modo che i bisogni di quella persona si trasformino in diritto riconosciuto dalla società. I valori se restano astratti, banditi e proclamati, diventano chimere.. C’è un volontariato che si accontenta delle buone opere e mira ad essere riconosciuto dalle istituzioni, per poter sopravvivere alle difficoltà economiche, per avere i soldi utili per i suoi progetti. È un volontariato dolce, che non punge, non stimola la società e le istituzioni. C’è un volontariato critico, che con la sua attività mette in luce i nervi scoperti della società e delle sue aggregazioni. Non dà soluzioni, ma le prospetta con la sua azione; non ha lo scopo di istituzionalizzarsi, ma desidera chiudere la sua presenza nel momento in cui la sua azione non dà più risposte all’altro, ma serve solo a mantenersi a galla, a sopravvivere. Oggi i soggetti a rischio, i soggetti che mostrano i nervi scoperti nella nostra comunità sono i bambini; ci sono anche altri soggetti a rischio, (esempio le donne , gli stranieri, i portatori di handicap, ecc...). Mi fermo ai bambini, perché sono coperti e saturi di affetto, ma non di cura. Non ci si prende cura di loro; sono

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riempiti di giochi, sono oberati dalle nostre protezioni, ma non ci prendiamo cura della loro educazione, perché diventino soggetti attivi nella società. Non sono educati alla relazione, alla solidarietà. Due parole inflazionate appunto, perché tante volte il volontariato proclama i valori e non si prende cura della persona e della comunità. I valori così non sono vivi, ma morti. La sfida, oggi, per il volontariato non è tanto quella di difendere i valori, ma quello di prendersi cura della persona. I bambini sono il germe della società. In una società disgregata, atomizzata, prendersi cura dei bambini significa fare in modo che il bambino si accorga dell’altro, si accorga del gruppo. La mamma che va dalla maestra a protestare per difendere suo figlio, sbaglia se prende solo le sue difese, senza pensare al gruppo. Sbaglia se dimentica che la funzione della maestra non è quella di guardare solamente a suo figlio, ma è quella di fare crescere il gruppo, di fare in modo che i bambini crescano all’interno del gruppo, perché il gruppo è il luogo in cui ciascuno alimenta ed esplicita le sue capacità, la sua intelligenza, il suo sentimento, la sua forza di decidere in sintonia con gli altri; e non fuori del gruppo. Compito dell’adulto, compito dei genitori ( il padre ha la memoria storica, la madre cura gli affetti) è fare in modo che il figlio si accorga dell’altro, di chi ha meno di lui, di chi è più debole di lui, di chi è isolato dal gruppo. Fuori di questo processo educativo, il bimbo non cresce, oppure cresce, ma cresce come Narciso, tutto riversato su di sé ed è quello che la società del mercato, dell’economico, del denaro vuole da noi adulti: proteggere i nostri figli perché diventino dei buoni consumatori. Il volontariato è lo spazio della comunicazione, non lo spazio della sola informazione, o della consolazione. È il luogo dove le persone si incontrano e con la loro azione solidale e critica distruggono gli idoli di questa nostra società: l’economia del profitto, la politica dei privilegi, la religione delle devozioni e non della fede, il sistema educativo che punta ai programmi e non alla educazione del cittadino. Molti di noi di fronte agli idoli si rassegnano. Si sente ripetere la frase “ non c’è niente da fare, bisogna sopravvivere” oppure si piegano e diventano servi devoti del nulla. Alla trascendenza della persona sostituiamo l’idolo per una difesa delle nostre sicurezze. Per questo i giovani (non tutti come molti vorrebbero, perché la vita è più forte della morte) vivono ai margini. I giovani amano il rischio, amano la partenza e non i buoni consigli, rifuggono dai consigli di una prudenza che è rassegnazione e sottomissione agli idoli. La vita non si insegna, la vita non si impara; la vita si apprende dall’adulto. Se l’adulto ( padre) la vive e la comprende, cioè la vive nell’intimo, passa al giovane l’interiorità di cui è cosciente; passa la memoria di cui è erede, così la

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madre prendendosi cura dei sentimenti del figlio, li indirizza alla cura di sé e degli altri. Solo così nascono le amicizie profonde; solo allora viene nutrito il cuore e l’intelligenza della vita e delle relazioni, solo così gli adulti possono diventare punto di orientamento, solo così il futuro si fa presente; ed il volontario che aveva puntato tutto sulla crescita della relazione, sulla cura dell’altro, si ritira perché l’altro cresca. I giovani non sono il nostro futuro, sono il futuro.

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Parte seconda I gruppi di lavoro SUSSIDIARIETÀ E FEDERALISMO Come re-interpretare i rapporti con le Istituzioni Il tema del federalismo è oggi tra i principali argomenti della scena politica italiana. Ma cosa si intende per federalismo? E quale rapporto può esserci con il concetto di sussidiarietà (art. 118 della Costituzione)? Entrambi i termini possono ricondurre ai concetti di pluralismo e collettività, di società civile e partecipazione. Al di là delle definizioni giuridiche e partitiche, come possiamo quindi, come associazioni, ridefinire i rapporti con le Istituzioni locali? Esperto: Giovanni Grillo - Presidente Conferenza Regionale del Volontariato della Regione Veneto Moderatore: Claudio Tosoncin - Psicologo

Premessa Testo a cura di Giovanni Grillo - Presidente Conferenza Regionale del Volontariato della Regione Veneto Aver partecipato al primo incontro provinciale del volontariato padovano in rappresentanza della Conferenza Regionale del Volontariato è stata, senza dubbio, un’esperienza positiva ed arricchente. Soprattutto perché gli interventi sono stati focalizzati su temi importanti per il volontariato e per il suo futuro sviluppo all’interno di una società in continua evoluzione. L’argomento assegnatoci, “Sussidiarietà e federalismo. Come re-interpretare i rapporti con le Istituzioni”, ha fornito l’opportunità di mettere in evidenza come il concetto di sussidiarietà, sebbene contenuto tanto nella nostra Costituzione (art. 118) che nelle indicazioni del Diritto Comunitario (Trattato di Maastricht), non sia ancora realmente un patrimonio assimilato né dal Volontariato né tantomeno dalle Istituzioni. L’augurio è, pertanto, che da questo primo incontro il valore della sussidiarietà si possa diffondere a tal punto che diventi necessario l’appropriarsene da parte di ogni singolo elemento della nostra Comunità. Non bisogna mai scordare, infatti, come il Volontariato grazie ad un’azione sinergica con le Istituzioni

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possa dare risposte ai bisogni concreti del territorio, anticipando con la propria sensibilità le necessità e segnalandole a chi le dovrà soddisfare. È doveroso fare una precisazione e ricordare che il termine “sussidiarietà” non è sinonimo di “sostituzione” ma di come lo stesso derivi la propria etimologia dal latino “subsidium”, esser di rinforzo, di appoggio, indicando quindi un’azione suppletiva, che se attualizzata, si può leggere come un’azione aggiunta ad interventi già programmati. Tutti gli attori partecipi della Comunità dovranno pertanto impegnarsi nell’individuare ambiti specifici in cui intervenire. Anche per quanto riguarda il “federalismo”, tematica di grande attualità, sarà bene indagare le fonti da cui deriva il termine, risalendo ancora una volta al latino, “foedus”, fiducia. Il Volontariato ha, da sempre, fatto proprio questo aspetto, sostenendo con forza e certezza la fiducia negli obiettivi delle proprie azioni che vengono sviluppate quotidianamente. Abbiamo la necessità di trasferire a tutti gli interlocutori presenti sul territorio, non solo alle Istituzioni ma anche alle aziende e a chi produce ricchezza, questo elemento di fiducia affinché tutti si sentano coinvolti nel sostenere le attività e i progetti del Volontariato. In questo senso il Volontariato potrà incidere in maniera locale e concretamente sui bisogni della Comunità in cui si trova ad operare. Documento del gruppo di lavoro Sussidiarietà e federalismo: dalla “paura” alle opportunità. Art. 6 “Carta dei Valori del volontariato”: il volontariato è esperienza di solidarietà e pratica di sussidiarietà e opera per la

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crescita della comunità … per il sostegno dei suoi membri più deboli Sussidiarietà (da: sussidio/sostegno) un principio regolatore fondato su una visione organizzata della vita sociale, tale principio afferma che le società di ordine superiore (Stato, Regioni,…) devono aiutare, sostenere e promuovere lo sviluppo di quelle minori (Comuni, Organizzazioni territoriali, Comunità). In particolare il principio di sussidiarietà esalta il valore dei corpi intermedi della società: famiglie, associazioni, organizzazioni religiose strutturate … Questa concezione definisce fulcro dell’ordinamento giuridico la persona, intesa come individuo in relazione, e perciò le funzioni pubbliche devono competere in prima istanza a chi è più vicino alle persone, ai loro bisogni ed alle loro risorse. Ne consegue che: • Nella costruzione di un progetto, non si può pensare alla sussidiarietà senza programmazione condivisa e ottica di rete • Il Pubblico deve coordinare, accreditare e valutare non gestire • Le Associazioni devono imparare a pensare fuori dai propri confini (visione globale) senza aver paura di perdere la propria identità e autonomia • È importante imparare a progettare e ricercare altre forme di sussistenza e non solo bussare alle porte delle Istituzioni per bisogni particolari (creatività delle organizzazioni: non di solo fund raising vive l’associazione) • È necessaria trasparenza nelle relazioni e nella rendicontazione e valutazione delle attività FEDERALISMO: (da: fiducia) Si tratta della dottrina che sostiene un sistema di governo in cui il potere è costituzionalmente diviso tra un’autorità governativa centrale e delle unità politiche sottostanti: Comuni, Province e Regioni. I due livelli di governo sono indipendenti ed hanno sovranità nelle loro competenze. La dimensione territoriale (locale, territorio, ulss, provinciale, regionale, nazionale) dovrebbe valorizzare e incidere sulla dimensione decisionale e dare un contributo maggiore alla programmazione dei servizi. Di conseguenza i Piani di zona dovrebbero diventare il luogo strategico per la condivisine delle scelte e delle decisioni e delle responsabilità (Progetti condivisi dalle differenti aree: minori, anziani, disabilità,…) Professionalità: interpretare i bisogni e le problematiche della Comunità del proprio territorio MISSIONE E VISIONE Per dare sostanza e gambe alla sussidiarietà attraverso il federalismo sono necessari CONSAPEVOLEZZA agire insieme per realizzare il bene comune; VALORI SOGNO l’utopia di poter pensare fuori dal noto e dagli attuali confini “ I SOGNI ATTRAVERSANO GLI OCEANI”

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BISOGNI, DIRITTI, CITTADINANZA Dai bisogni ai diritti-doveri per una piena cittadinanza Quali responsabilità dei volontari e delle associazioni nella comunità in cui operano? Come coinvolgere i cittadini e i giovani nell’azione solidale? Esperto: Emanuele Alecci Moderatore: Francesca Sembenini - Ciessevi Milano

Premessa Testo a cura di Renato Frisanco - Fondazione Roma – Terzo Settore 1. Dai bisogni ai diritti di cittadinanza “La cittadinanza è la visibilità della dignità della persona e dei suoi diritti nella sua comunità di residenza. È altresì la garanzia che i diritti umani fondamentali della persona vengano garantiti e tutelati e che ogni persona possa partecipare allo sviluppo civile della comunità di appartenenza”1. La cittadinanza implica il riconoscimento dei diritti della persona e del cittadino nella sua comunità di vita. Ai diritti fondamentali della persona si devono aggiungere il diritto all’accesso a prestazioni sociali e sanitarie necessarie a soddisfare i bisogni riconosciuti ai cittadini in particolari condizioni (es., minore o disabile) e di uno specifico territorio. Quale processo conduce dalla evidenziazione di un bisogno al suo riconoscimento come domanda fino all’eventuale codifica in diritto esigibile? Si è provato a percorrerlo secondo uno schema illustrato nella Tav. 1. Occorre anzitutto che vi sia una capacità di rilevazione quanti-qualitativa dei bisogni per valutarne la diffusione/intensità e stimare il fabbisogno di interventi. Il volontariato è al riguardo un attore privilegiato per il suo radicamento sociale e la sua funzione di antenna. Il suo agire è finalizzato a dare risposte ai bisogni che registra e che monitora nel tempo, anche solo attraverso la sua operatività basata sull’accoglienza e l’ascolto delle persone in stato di bisogno. Nei casi migliori però introduce qualche strumento di rilevazione e monitoraggio (schede utenti, registri dei casi in carico, raccolta sistematica di dati su particolari caratteristiche della popolazione, ricerche ad hoc a fronte di nuovi bisogni). I bisogni hanno una natura dinamica, sono in continuo cambiamento con 1 Dalla prima stesura della Carta del Valori del Volontariato (FIVOL- Gruppo Abele).

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l’evolvere della società e della cultura. Ogni nuovo bisogno deve poter diventare domanda esplicita e codificabile in un provvedimento pubblico di riconoscimento. In altri termini, esso deve essere quindi conosciuto, processato, rilevato nella sua consistenza. Inoltre richiede che venga ipotizzato l’intervento idoneo a soddisfarlo. Ciò necessita processi partecipativi, attività di lobbing, sensibilizzazione dell’opinione pubblica, proposte di intervento e progetti che sperimentino soluzioni idonee a tali bisogni. Qui il volontariato gioca in ruolo importante, fino all’esercizio di una sua funzione peculiare che è quella profetica dell’anticipazione e della sperimentazione di servizi/interventi, funzione auspicabilmente accompagnata da una pratica di animazione socioculturale nella comunità locale. Una volta sperimentati positivamente i servizi che soddisfano la domanda dello specifico bisogno, questo può trovare nella programmazione pubblica il suo effettivo riconoscimento. Il bisogno-domanda può essere riconosciuto come diritto esigibile, a seguito di un vaglio circa la sua priorità e importanza, così da garantire alla persona un livello essenziale di risposta (es. l’assistenza domiciliare o il centro diurno per i disabili). Tuttavia i nuovi bisogni non trovano facile recepimento nelle normative e spesso occorre un’azione di lobbing per un lungo periodo prima di arrivare alla codificazione di tali bisogni in termini di diritti. Anche in presenza di una legislazione avanzata a garanzia ed esigibilità dei diritti vi è sempre uno scarto tra il riconoscimento formale degli stessi e la risposta soddisfacente da parte delle istituzioni e dei servizi. Infatti perché un bisogno ottenga una risposta soddisfacente è necessario che vi siano condizioni sufficienti di accessibilità al servizio preposto (esistenza e conoscenza dell’offerta), di buon funzionamento del servizio (efficienza organizzativa e processuale) e di qualità delle prestazioni (efficacia valutata ed esiti percepiti come soddisfacenti). Ecco quindi anche l’importanza della valutazione dei servizi da parte delle organizzazioni di volontariato, che sia in grado di mettere in evidenza carenze e, se è il caso, di denunciare ingiustizie, prevaricazioni, omissioni da parte dei servizi. Importante è quindi una duplice funzione del volontariato: quella di ponte tra i servizi e i cittadini in stato di bisogno, con un intervento di orientamento, accompagnamento e di empowerment di questi perché possano accedere ai servizi ad essi dovuti; quella della valutazione della quantità-qualità dei servizi e il loro esito, offrendo agli stessi utenti (o richiedendoli agli enti gestori) strumenti di valutazione della qualità da essi percepita. Le OdV che gestiscono servizi per l’utenza devono poter conciliare questa funzione con quella dell’advocacy affinché i propri utenti ricevano la migliore assistenza possibile in relazione alle condizioni di bisogno, senza alcuna discriminazione.

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TAV. 1. DAI BISOGNI AI DIRITTI DI CITTADINANZA DA……A

FASI

STRUMENTI Radicamento sociale Tecniche specifiche

BISOGNI

Rilevazione

DOMANDA

Processi partecipativi, Riconoscimento Attività di lobbing Proposte e progetti

DIRITTO FORMALE Esigibilità

DIRITTO REALE

FUNZIONI DEL ATTIVITÀ DEL VOLONTARIATO VOLONTARIATO Funzione antenna Accoglienza, ascolto, rilevazione

Promozione dei diritti Animazione socio-culturale Funzione profetica Funzione ponte Programmazione tra il cittadino e i e titolarità di servizi servizi specifici

Risposte di qualità Effettività (delle Valutazione qualità percepita risposte) ed efficacia (esito)

Proposta Codecisionalità Sperimentazione servizi/risposte

Orientamento

Accompagnamento Funzione di tutela Empowerment (Advocacy), di Attivazione servizio monitoraggio e di Valutazione servizi servizio Denuncia carenze

Fonte: elaborazione Fondazione Roma – Terzo Settore 2. Dai diritti ai doveri di cittadinanza Il cittadino non è solo titolare di diritti che ne garantiscono la piena cittadinanza. La Costituzione Italiana riconosce a tutti i cittadini il diritto alla piena realizzazione delle loro potenzialità, singolarmente e nel contesto associativo, e al tempo

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stesso li richiama ai «doveri inderogabili di solidarietà» per concorrere al «progresso» della società, anche attraverso un’effettiva e autonoma iniziativa finalizzata all’«interesse generale» che le istituzioni pubbliche hanno il dovere di «favorire». Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (art. 2). È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3). La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale (art. 4). Stato, Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà (art. 118 ultimo comma L. Cost.3/2001)

Ogni cittadino per essere tale deve poter condurre una vita dignitosa e quindi disporre in misura sufficiente delle risorse materiali e conseguire le mete sociali usufruendo delle pari opportunità, senza discriminazioni e ingiustizie (Tav. 2). Questa è la condizione di base per poter essere un cittadino attivo e responsabile. Il requisito per una cittadinanza reale è l’attuazione del dovere della solidarietà che è correlato a quello di responsabilità. La cittadinanza attiva presuppone una coerente adesione al dovere di agire in modo solidale per il miglioramento della vita di tutti, nel rispetto della legalità. Il cittadino realizza obiettivi di crescita personale e famigliare (cellula primaria della società) e concorre allo sviluppo e alla crescita della qualità della vita della sua comunità. Meta finale è l’autorealizzazione nella comunità di appartenenza. Il volontario è una persona, che adempiuti i propri doveri di cittadino responsabile, si attiva spontaneamente anche per donare tempo e competenze a beneficio degli altri e della comunità locale o globale. I suoi obiettivi sono l’agire concreto e disinteressato con attività solidaristiche per la crescita della comunità locale e/o globale e la testimonianza di valori. Meta finale è il cambiamento sociale, per una società più giusta, più vivibile o più sostenibile.

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TAV. 2. DAI DIRITTI AI DOVERI DI CITTADINANZA DESCRIZIONE CONDIZIONE REQUISITI OBIETTIVI META FINALE

CITTADINO vita dignitosa pari opportunità dovere della solidarietà (art.2/Cost) responsabilità (art. 4/Cost.) crescita personale e familiare qualità della vita propria e della comunità al cui sviluppo contribuisce come cittadino

VOLONTARIO donazione di tempo e di competenze crescita della comunità locale e/o globale tramite attività di utilità sociale/solidarietà testimonianza di valori

autorealizzazione nella comunità

cambiamento sociale

spontanea adesione

Fonte: Fondazione Roma – Terzo Settore Numerose ricerche hanno cercato di definire le caratteristiche e il profilo dei volontari oggi. Negli anni 2006-2008 l’ex-FIVOL (oggi Fondazione Roma Terzo Settore) ha condotto delle ricerche di approfondimento in nove province2 e due regioni (Valle d’Aosta e Sardegna) intervistando anche i volontari. Complessivamente il campione esaminato si compone di 1.926 volontari. Sono statti così estrapolati e sintetizzati alcuni elementi nella Tav. 3. Il volontario tipo è un soggetto di sesso femminile (leggermente prevalente), della generazione adulta di mezzo (40-50 anni), coniugato, non attivo o non più attivo nel mercato del lavoro (55%), dotato di un titolo di studio medioelevato (diploma scuola superiore o laurea), con pregresse esperienze di prosocialità (associazionismo di base, servizio civile, movimenti politici…) e con una motivazione composita o polivalente in quanto generata sia da un orientamento agli altri, di tipo altruistico o partecipativo, che alla propria formazione complessiva (“per sé e per gli altri”). Egli sceglie di fare volontariato in una OdV per socializzare e condividere valori o progetti e viene attratto soprattutto dalle compagini che comunicano meglio finalità e obiettivi concreti di azione sociale. Il bilancio della sua esperienza è più che positivo e per diversi aspetti, tanto da non pensare affatto di interromperla: in primis, però, vi è la crescita valoriale. Intraprendendo tale esperienza la vita non è più la stessa perché muta la gerarchia dei valori e contano ancor più quelli che danno significato all’esistenza. La motivazione dell’essere volontario tende a approfondirsi, ad essere più complessa. Si arricchisce anche la vita di relazione e quindi il capitale sociale del volontario, mentre per i giovani incrementa anche il “capitale culturale” perché acquisisce competenze tecniche esercitando svariate mansioni, scoprendo nuove abilità ed estendendo le proprie conoscenze.

2 Cuneo, Modena, Trento, Belluno, Rovigo, Treviso, Venezia, Cosenza e Taranto.

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TAV. 3. I VOLONTARI E L’ESPERIENZA DI VOLONTARIATO DESCRIZIONE - sesso - classe di età prevalente - stato civile - condizione professionale - titolo di studio - pregresse esperienze - motivazione - scelta del volontariato organizzato - scelta della OdV - bilancio dell’esperienza - aspetti più positivi

RISCONTRO leggera prevalenza femminile generazione di mezzo: 40-50 anni coniugato Non attivo medio-elevato (diploma o laurea) Varie di tipo pro-sociale per sé e per gli altri socializzare e condividere qualcosa adesione ad obiettivi chiari e concreti più che positivo valoriale e crescita del capitale sociale

Fonte: Fondazione Roma – Terzo Settore

COMMENTO Stessa proporzione che nella popolazione generale Adulto maturo Raggiunta stabilità Più attivi che nella popolazione generale Più che nella popolazione generale Volontari si diventa Polivalenza ma differenze tra le generazioni Con gli altri per fare qualcosa Importante comunicare bene l’identità Ne valeva la pena, tenuta Cresce il senso della vita e della socialità solidale

3. Rapporto con le Amministrazioni pubbliche e principio di sussidiarietà 3.1. Riconoscimento pubblico del volontariato Lo scenario in cui si colloca all’inizio degli anni ‘2000 il rapporto tra Enti locali e volontariato appare ideale per quanto concerne la codificazione di principi e di opportunità di una mutua collaborazione finalizzata a dare risposte concrete, congruenti e commisurate ai bisogni e alle aspettative dei cittadini. L’evoluzione dei rapporti tra pubblico e volontariato è stata importante fin dagli anni ’70, mentre prima di questa epoca il volontariato operava marginalmente e separatamente in un sistema di Welfare residuale. Lo sviluppo impetuoso del nonprofit si accompagna gradualmente in Italia ad un orientamento che attribuisce al Terzo settore, nelle sue varie componenti, un ruolo decisivo nella realizzazione del sistema di Welfare. Le normative, nazionali e regionali fin dagli anni ’70 hanno valorizzato il volontariato che interagisce con le istituzioni locali a diversi livelli. Si può notare l’evoluzione del rapporto tra amministrazioni pubbliche e volontariato con l’excursus della legislazione (Tav. 4). In una prima fase - anni ’70 e ’80 - il volontariato di singoli e di organizzazioni viene disciplinato come una risorsa meramente aggiuntiva e “utilizzata” per migliorare la qualità delle risposte dei servizi, carenti in termini quantitativi e qualitativi.

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La seconda fase della legislazione, quella degli anni ’90, riconosce al volontariato anche una originale capacità di proposta, ne apprezza l’approccio innovativo e lo inserisce nel “sistema” dei servizi attraverso forme di contracting out. Oltre ad valorizzare il contributo gestionale tali norme prevedono il coinvolgimento del volontariato in organismi consultivi degli enti locali allo scopo di migliorare l’offerta dei servizi. La terza fase risente del mutato quadro delle leggi che riformano le competenze istituzionali sulla base del principio di sussidiarietà verticale e orizzontale. La L. 328/2000 va nella direzione della corresponsabilizzazione delle forze del volontariato e del terzo settore in tutti i momenti decisionali inerenti le politiche sociali. La “pari dignità” delle organizzazioni di volontariato è insita anche nell’art. 118, ultimo comma della riforma del Titolo V della Costituzione, per cui le istituzioni pubbliche non solo riconoscono le realtà organizzative che nascono dall’iniziativa dei cittadini ma le aiutano ad esprimersi (le «favoriscono»), potendo così realizzare meglio le proprie finalità pubbliche. Pertanto la fase attuale è quella che vede il volontariato partner effettivo delle amministrazioni pubbliche, considerato per la sua autonoma capacità di azione e di proposta e quindi coartefice della programmazione dei servizi e della loro valutazione. È questa la legittimazione assoluta e definitiva dell’apporto originale e autonomo dei cittadini alla costruzione di un Welfare mix, a responsabilità diffusa e calato nel territorio comunitario, vicino alla vita e al destino delle persone. Lo scenario in cui si colloca all’inizio degli anni ‘2000 il rapporto tra Enti locali e volontariato appare quindi ideale per quanto concerne la codificazione di principi e delle opportunità di una mutua collaborazione finalizzata a dare risposte concrete, congruenti e commisurate ai bisogni e alle aspettative dei cittadini.

TAV. 4. LA RECIPROCITÀ PUBBLICO-VOLONTARIATO NELLA LEGISLAZIONE ANNI

ORIENTAMENTO LEGISLATIVO NEI CONFRONTI DELLE ODV

Le riconoscono come risorse utilizzabili (risorsa che implementa gli asfittici servizi ’70-‘80 esistenti) Le valorizzano come risorse aggiuntive e in termini contrattuali (convenzioni) ‘90 (risorsa innovativa, portatrice di proposte originali, di una cultura specifica) Le aiutano ad esprimersi come risorse autonome del Welfare plurale 2000 (risorsa autolegittimante da promuovere)

RUOLO DELLE ODV IN RAPPORTO ALLA FUNZIONE PUBBLICA Integrano le prestazioni e i servizi pubblici (migliorano le singole risposte ai cittadini) Sono soggetti cogestori ma anche cooptati negli organismi pubblici di consultazione (migliorano l’offerta dei servizi) Partecipano con pari dignità alla programmazione e alla progettazione delle politiche e dei servizi sociali (sono corresponsabili dell’offerta dei servizi)

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Tuttavia la contingenza attuale appare meno favorevole per quanto concerne gli orientamenti che guidano le politiche sociali e che condizionano le risorse disponibili al fine di dare la migliore attuazione al disegno riformatore degli assetti organizzativi e istituzionali e dei processi, durato un decennio, dalla L. 142 del 1990 alla L. 3/Cost. del 2001. La situazione di scarsa attuazione o di stallo al livello più elevato di governo3 della riforma introdotta dalla L. 328 sembra dovuta al fatto che non è ben chiaro se deve prevalere il “partito del Mercato” o il “partito della Cittadinanza”, per raffigurare in modo emblematico e stilizzato i sistemi di valore e le filosofie ispiratrici che sono in gioco4. L’uno, il primo, che prevede una riduzione del raggio di intervento del pubblico e una contrazione della spesa sociale mettendo in circolo tutti i potenziali erogatori attraverso una delega di funzioni e, l’altro, il “partito della cittadinanza”, che sposa invece una nuova centralità strategica del soggetto pubblico per rifondare su basi nuove una ‘solidarietà di cittadinanza attraverso una stabile collaborazione con il terzo settore. Nonostante le importanti differenze d’impostazione entrambe le filosofie prestano molta attenzione e notevole enfasi al terzo settore, tra i cui molteplici attori il volontariato è quello a più diretta connessione con i cittadini e quindi cruciale nel disvelare lo stato di salute del rapporto tra società civile e istituzioni. Si configura pertanto una rivoluzione copernicana dei rapporti tra i due soggetti. L’attuazione coerente di tale disegno regolativo significa, ad esempio, la fine del regime concessorio e della ‘sussidiaretà alla rovescia’ per cui l’ente pubblico concede qualcosa al volontariato che chiede di essere sostenuto, magari a prescindere da ciò che propone, ovvero dal valore della propria autonoma progettualità e dalla capacità di fare sistema. Così come si sancisce l’inopportunità di comportamenti di strumentalizzazione e di reciproco accomodamento.

3.2. Rapporto tra le OdV e le amministrazioni pubbliche Dalle ricerche recenti si evince che il rapporto delle OdV con le Amministrazioni pubbliche si diffonde e si intensifica, fin dal momento dell’iscrizione di registri del volontariato che ormai riguarda oltre otto unità su dieci (84% nelle rilevazioni FRTS 2008) vista come opportunità di legittimazione pubblica o di accreditamento all’operatività. Il 54,7% di esse opera in modo integrato 3 Ci si riferisce agli adempimenti richiesti dalla L. 328 e non ancora prodotti, come, ad esempio, quello relativo alla determinazione dei livelli essenziali di assistenza. 4 Cfr. (a cura di) Ascoli U. e Pasquinelli S., Welfare mix. Stato sociale e Terzo Settore, Milano, Franco Angeli, 1993, pp. 11-12.

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o complementare con enti o servizi pubblici, il 39,4% é convenzionato con Amministrazioni pubbliche e quasi un terzo di esse sono dipendenti dai loro finanziamenti5. È interessante rilevare che 49 unità su 100 dichiarano di aver fatto parte nell’ultimo anno di Consulte del volontariato locali o di Tavoli di coprogettazione o di elaborazione dei Piani di Zona, tuttavia tale partecipazione è spesso più formale che incisiva in quanto non è stata frequente (2 volte in media nel corso dell’anno) e per lo più di tipo informativo-consultivo, come peraltro attestano gli studi condotti negli ultimi anni sull’argomento6. L’indicatore maggiormente probante di un rapporto di partnership con istituzioni pubbliche ed enti locali consiste nell’esaminare quante OdV si sono comportate in modo sussidiario (presentazione di autonomi progetti, elaborazione di linee guida, formazione per operatori pubblici, sperimentazione di nuovi servizi assunti dal Pubblico). Si evince che tale capacità di iniziativa autonoma ha riguardato il 29,1% delle unità esaminate. Pertanto se cresce la partecipazione alla gestione dei servizi e interventi della programmazione pubblica vi è ancora una scarsa corresponsabilità del volontariato nei processi decisionali dentro una logica di governance locale. E quindi come partner effettivo. Non è un caso quanto emerge da una recente ricerca (FEO-FIVOL 2008 su 1.329 OdV) rispetto alla rappresentazione che le OdV hanno del Comune in cui operano: questo viene percepita in termini positivi nel 51% dei casi, ovvero come «alleato», «sostenitore» o «finanziatore» e solo nel 16,7% come «partner». Al contrario, solo il 32,2% degli intervistati raffigura il Municipio come «controparte» o, soprattutto, come «soggetto non rilevante», nel senso della assoluta mancanza di un qualche rapporto. Superare il rapporto asimmetrico in cui l’ente pubblico dice all’OdV cosa deve fare significa passare ad una “mutua collaborazione” (superando anche il “mutuo accomodamento” che richiama una intesa centrata sulla reciproca convenienza tra i due contraenti) evitando il rischio di “servire due padroni”7: interpretare e rappresentare le istanze delle persone e gestire un sempre più complesso rapporto con l’amministrazione contraente attraverso convenzioni per la gestione di servizi. Ciò comporta sedersi insieme ad un tavolo e studiare come soddisfare meglio i bisogni condividendo conoscenze, idee e risorse. Si decide insieme quale tipo di servizio fare secondo una progettazione condivisa. 5 Ciò significa che almeno il 50,1% dei finanziamenti incamerati dal 32,6% delle OdV nell’ultimo anno sono di fonte pubblica (FRTS 2008 su 1.318 OdV). 6 Cfr. (a cura di) Frisanco R., Enti locali ed organizzazioni di volontariato: la rilevazione sugli assessorati alle politiche sociali, in Un modello di Cittadinanza, Roma, Fondazione Italiana per il Volontariato, 2005 e ISFOL, Volontariato e pianificazione sociale di zona: la partecipazione: indagine pilota sul volontariato, Roma, ISFOL, 2007. Si sa che il parere espresso da chi partecipa alle Consulte non è né obbligatorio né vincolante per le Amministrazioni pubbliche. Inoltre queste in genere non adottano criteri oggettivi e/o condivisi di selezione delle unità rappresentative in seno alle Consulte, né elaborano un regolamento sul loro funzionamento. 7 È l’efficace espressione utilizzata da A. Valentini in, Cittadini associati senza rappresentanza sociale: terzo settore: terza gamba della democrazia, Napoli, Tecnodid Editrice, 1997, p. 83.

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Così partecipare per una OdV non significa andare a cercare finanziamenti per fare progetti ma avanzare progetti su un bisogno nuovo da affrontare o per sperimentare un servizio per trovare il consenso delle Amministrazioni pubbliche. Questo esercizio di Partecipazione è anche un antidoto alla “istituzionalizzazione”, ovvero a fenomeni di “isomorfismo istituzionale” per cui il volontariato si fa pubblico piuttosto che svolgere una funzione pubblica con autonomia di proposta e di azione.

3.3. Declinazione del principio di sussidiarietà La L. 328/00 che prevede un sistema integrato di servizi sociali e un ruolo attivo delle organizzazioni di terzo settore anche nella programmazione, progettazione e valutazione degli interventi (alla stregua del Decreto L.gvo 229/99 in campo sanitario) ha preceduto – e non a caso - la modifica del titolo V della Costituzione. Prevede la declinazione nelle politiche di Welfare del principio della sussidiarietà “circolare” tra Pubblico e volontariato perché dal buon funzionamento dell’uno ne deriva la buona efficacia dell’altro. a) ciò significa che vi è un rapporto di reciprocità tra i due soggetti per cui l’uno non può fare a meno dell’altro e ciascuno dei due è interessato alla crescita e promozione dell’altro8. Un volontariato che opera separatamente, isolandosi nella propria nicchia di intervento, senza interagire con i servizi pubblici, serve a poco e disperde le proprie risorse. Perché il volontariato possa assolvere ai suoi ruoli in libertà e compiutezza è necessario che le istituzioni assolvano al loro ruolo che è quello di garantire i diritti fondamentali dell’uomo (art. 2 della Costituzione) e di promuovere l’uguaglianza fra tutti i cittadini nell’attuazione dei diritti fondamentali (art. 3). Perché è evidente che né il volontariato né il terzo settore possono garantire i diritti fondamentali dei cittadini; b) sussidiarietà non significa pertanto né residualità delle organizzazioni dei cittadini né delega in bianco ad esse di responsabilità istituzionali. Perché c’è un’idea alternativa della sussidiarietà che considera il Terzo settore, a seconda dei casi, come semplice ruota di scorta, senza voce e senza ruolo, filantropico e riparatore, poco impegnato nella promozione delle politiche sociali, oppure protagonista totale di servizi esternalizzati dagli Enti Locali che scaricano all’esterno la responsabilità delle politiche sociali e della loro promozione. In questo ultimo caso si tratta di rifuggire eventuali 8 Perché se il pubblico funziona, il volontariato trova il suo ruolo originale, irripetibile, anticipatorio, progettuale, mentre se non funziona o funziona male il volontariato diventa sostituzione e torna ad essere assistenza e beneficenza. Contrariamente a quanto si pensa il volontariato è maggiormente presente e attivo laddove i servizi pubblici sono più efficienti e meglio organizzati, capaci di attrarre questa risorsa per acquisirne il valore aggiunto di qualità.

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tentazioni di accettazione di deleghe da un pubblico che si ritira dai propri compiti magari foraggiando di finanziamenti il privato (come il 5 per mille). Il modello di sussidiarietà liberista, a cui tende una certa “devolution”, non va nella direzione della reciprocità e distinzione dei ruoli tra i due soggetti e rischia di far annegare il volontariato con tutti i suoi valori in una deriva mercantile9; c) sussidiarietà significa anche che le convenzioni stipulate con il pubblico rispettino l’autonomia e la flessibilità del volontariato. Non devono essere fatte con la logica di una esternalizzazione dei servizi, della delega senza coprogettazione e inserendo il volontariato in regole, tempistica, procedure che sono quelle dell’Ente Pubblico. Se il volontariato, e il terzo settore in generale, diventano gestori per conto del pubblico sono votati a perdere di spinta e aderenza ai bisogni, a istituzionalizzarsi, a diluire la propria capacità di innovazione, e la propria spontaneità. Così per assolvere alle sue altre funzioni di anticipazione a bisogni emergenti, di stimolo alle istituzioni e di controllo di base, di promozione della solidarietà sociale di base, il volontariato ha bisogno soprattutto di forti valori, di grande libertà e di molta formazione; d) sussidiarietà si declina con politiche sociali di promozione del benessere, della prevenzione, della qualità della vita e non con l’assistenzialismo e gli interventi sulla marginalità. Pertanto interviene sulla normalità e promuove i diritti. Ci si può aspettare che più sussidiarietà equivalga a più diritti; e) operare nella logica della sussidiarietà stimola necessariamente la connessione tra gli attori del sistema o della comunità: significa farsi carico dei bisogni e dei problemi avendo una visione complessiva degli stessi su un determinato territorio, evitando di operare isolatamente, avendo un’agenda di comunità e coordinandosi con le altre risorse singole o collettive per operare in rete. Maggior sussidiarietà significa anche maggiore integrazione degli interventi perché ciascun soggetto della rete fornisce il proprio contributo.

Documento del gruppo di lavoro L’interesse dei partecipanti verso questo specifico gruppo di lavoro si è focalizzato in modo particolare su tre aspetti che sono  I diritti e la loro esigibilità - come agire  I giovani - dove incontrarli e come coinvolgerli  Rapporti tra mondo Profit e Non Profit - come relazionarsi e farsi conoscere per ottenere ciò di cui le Organizzazioni di Volontariato hanno bisogno 9 Il volontariato deve fungere da garanzia affinché la sussidiarietà si accompagni alla solidarietà per evitare l’affermarsi di un liberismo sfrenato che mal si concilia con i valori identitari del volontariato.

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DIRITTI Innanzitutto bisogna partire dai bisogni e per fare questo è necessario guardarsi attorno e vedere ciò che non va con attenzione cogliendo anche e soprattutto ciò che sfugge agli altri soggetti della società. Una volta individuato il bisogno dobbiamo capire quale diritto gli risponde e quindi a istituzione possiamo e dobbiamo rivolgerci per ottenere risposta alle nostre istanze. In che modo?  Suggerendo collaborazioni  Proponendo soluzioni e non solo sollevando problemi  Vigilando affinché le istituzioni rispondano in modo adeguato ed equo a tutti i portatori di bisogni Quando e con quale modalità il Volontariato deve intervenire? Quando l’istituzione è carente nella risposta ad un bisogno manifesto Attraverso l’ascolto della persona nel tentativo di dare risposta alla sua istanza, ma senza sostituirsi agli enti preposti a tale scopo e soprattutto senza da questi farsi sfruttare. Il Volontariato non deve fare ciò che i soggetti istituzionali non hanno voglia di fare, ma solamente ciò che non è di loro competenza o ciò che essi non sono in grado di fare per mancanza di fondi. È in questo che si misura il livello di responsabilità del Volontariato rispetto alla Società Civile. Il volontariato da solo non può risolvere tutte le criticità, deve invece essere in grado di attivare le risorse che sono già presenti sul territorio dove opera e per fare questo è necessario CONOSCERSI - deve esserci una profonda conoscenza reciproca delle OdV che operano sullo stesso territorio, in modo da creare sinergie e collaborazioni FARSI CONOSCERE - gli altri soggetti della Società (istituzioni, enti pubblici, soggetti del mondo Profit) devono le realtà del volontariato presenti e devono sapere che ad esse devono anche render conto del proprio operato. Se ci domandiamo quali sono i luoghi dove le OdV possono e devono farsi ascoltare? Innanzitutto non ci sono i luoghi preposti a tale scopo: Tavoli per i Piani di Zona Tavoli tematici Consulte del volontariato Bisogna partire da questi.

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Perché possa agire i propri diritti il Volontariato non deve essere asservito alle istituzioni, ma collaborare con queste al fine di assolvere all’importante ruolo ch’esso ha che è quello di educatore e sviluppatore di Società Civile. GIOVANI Nel rapportarci con i giovani dobbiamo innanzitutto tenere presente che fare volontariato deve essere il frutto di una scelta ponderata e matura, il volontariato non si insegna, possiamo solo mostrare il nostro esempio se volgiamo che per i giovani diventi uno stile di vita nuovo e consapevole. C’è una differenza tra partecipare ad un singolo intervento di solidarietà e scegliere di diventare un volontario. Le OdV devono impegnarsi nel far fare ai giovani che incontrano esperienze educative positive che li sollecitino a riflettere su se stessi e a scegliere una via da seguire. Allora domandiamoci dove e come incontrare i giovani. DOVE sicuramente luogo privilegiato per l’incontro con i giovani sono la Scuola e le Università ed è per questo che le Associazioni devono trovare il modo per entrare in questi luoghi e comunicare con i ragazzi facendosi conoscere da loro. COME i giovani vanno interessati ed affascinati, solo una volta che si è fatto questo passo si può passare a quello successivo che è la fiducia reciproca, dobbiamo fidarci di loro, valorizzarli e responsabilizzarli. Nell’incontro con i giovani dobbiamo porci come obiettivo quello di contagiarli con un desiderio di agire che potrà anche non manifestarsi subito, ma rimanere latente per poi rendersi palese in luoghi e modi magari del tutto inattesi. Ne possono essere un esempio le organizzazioni che nascono dall’associazionismo giovanile. RAPPORTO TRA PROFIT E NON PROFIT Il Volontariato può, nel rapportarsi al mondo del Profit trovare risposta alle proprie esigenze di ricevere donazioni sia economiche che materiali, ma deve essere consapevole del fatto che può e deve anche essere portatore a sua volta di conoscenze che al mondo profit mancano. Attraverso questo incontro si deve far capire alle aziende che non basta donare materialmente, ma bisogna coinvolgersi in percorsi progettuali condivisi. Perché le aziende si fidino del mondo del volontariato le OdV dovrebbero dare garanzia di tracciabilità di ciò che ricevono. Il Volontariato deve anche saper apprendere dal mondo del Profit a comunicare a comunicarsi, a rendicontare e valutare la propria attività. Bisogna sempre più diventare padroni nell’utilizzo di tutti gli strumenti di rendicontazione sociale a nostra disposizione, Bilancio Sociale, report di valutazione, bilancio economico ecc.

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Bisogna inoltre imparare a sfruttare le occasioni di incontro con i soggetti istituzionali per farci conoscere e comunicare loro il nostro operato e per fare questo ci sono di grande aiuto gli strumenti già evidenziati.

A conclusione di questi tre punti possiamo dire che il Volontariato deve: essere portatore di competenze appassionare e capace di emozionare ed emozionarsi creativo ma soprattutto avere attenzione al tutto. Esperienza positiva che vogliamo portare ad esempio è sicuramente il percorso fatto dal CSV sulle povertà, percorso che oltre all’alto livello dei formatori è stato profondamente interessante per la sua capacità di far incontrare le OdV, incontro dal quale si è sviluppata una conoscenza reciproca approfondita e la possibilità di collaborazioni. È per questo che le OdV qui riunite chiedono a CSV di continuare ad impegnarsi in due direzioni in particolare: la formazione sull’uso di strumenti di rendicontazione sociale la creazione di momenti di confronto, conoscenza e condivisione delle OdV che operano su uno stesso territorio.

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CARTA DEI VALORI DEL VOLONTARIATO Quale origine e quale attualità? La “Carta dei valori del volontariato”, redatta nel 2001, riflette il particolare contesto storico-sociale in cui è nata. I valori e i principi enunciati sono ancora validi? Rappresentano l’essere e il fare delle nostre associazioni? Esperto: Renato Frisanco - Fondazione Roma Terzo Settore Moderatore: Emilio Noaro - presidente MoVI Regione Veneto

Premessa Testo a cura di Renato Frisanco – Fondazione Roma-Terzo Settore Il 2001, anno internazionale dei volontari, è stato anche l’anno dell’elaborazione di una Carta dei Valori del Volontariato quale manifesto culturale che definisce principi, funzioni e atteggiamenti di chi fa volontariato e ne ribadisce pertanto l’identità specifica. Il varo della CdV è stata un’occasione importante di riflessione all’interno del movimento e per proiettare all’esterno, nell’opinione pubblica e sui mass media, un’immagine reale e non equivoca del volontariato. L’idea di realizzare la CdV nasce dopo la III^ Conferenza del Volontariato di Foligno del 1998 nei cui lavori si riscontrò una certa confusione di riferimenti valoriali e identitari tra i rappresentanti stessi del mondo del volontariato Nel proprio ruolo di soggetto di proposta ed elaborazione culturale sul fenomeno solidaristico, la Fondazione Italiana per il Volontariato - al decimo anniversario di attività - non poteva esimersi dal condurre in porto tale Carta insieme al Gruppo Abele. Il progetto di elaborazione della CdV divenne operativo nel 1999 e fu preparato da un convegno sul dono (“Oltre i diritti, il dono”), da un seminario con esperti di diverse discipline sul tema “etica e volontariato” (pubblicato FIVOL, 2001) oltre che da un sondaggio su 142 presidenti (FIVOL 2000) di cui 7 su 10 si dichiaravano d’accordo a realizzare un documento chiarificatore sui connotati fondativi del volontariato. Dopo una lunga fase preparatoria si decise di optare per una Carta dei valori piuttosto che per un Codice etico o uno Statuto del volontariato, evitando così di fare un documento impegnativo sul piano normativo e tale da richiedere un dibattito molto più ampio, tempi lunghi e una mobilitazione degli stati generali del volontariato. Il documento è stato presentato e discusso in moltissime iniziative promosse dal volontariato e quindi realizzato con il contributo di numerose organizzazioni solidaristiche, oltre che di esperti e di osservatori privilegiati del fenomeno. A fine anno 2001 è stato reso noto nella sua stesura definitiva e consegnato come

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patrimonio di tutto il volontariato con lo slogan: “un punto di arrivo, per una nuova partenza”. Con questo documento abbiamo, in sostanza, interpretato l’esigenza del volontariato di rapportarsi ad una società dinamica, in continuo cambiamento, rinnovando strategia e stile di lavoro - pur nella fedeltà ai propri valori essenziali - per non perdere la spinta di soggetto costruttore dei cambiamenti indispensabili per una maggiore giustizia sociale e una migliorare qualità della vita di tutti. Proprio per questo è una Carta esigente, in cui volontari ed organizzazioni solidaristiche possono specchiarsi e misurare la loro tensione ad un dover essere e ad un saper fare sulla base di una cultura che si è voluto il più possibile condividere e riconoscere dentro il movimento. Quali erano 10 anni fa gli scenari e gli snodi attuali con cui si confrontava il volontariato, soprattutto quello organizzato e che hanno reso necessaria la Carta? Vi era sicuramente una maggiore consapevolezza che negli ultimi 2025 anni nel nostro Paese era avvenuto qualcosa di molto importante, ovvero la crescita della società civile che segnalava un cambiamento significativo nel rapporto tra Stato e cittadini, questi ultimi meno sudditi e più attori, sempre più capaci di partecipare, di organizzarsi per dare delle risposte ai vecchi e nuovi bisogni e di fare “sfera pubblica”. Questo processo ha rigenerato le preesistenti realtà non profit (volontariato, associazionismo di promozione sociale, fondazioni) e ne ha create di nuove (le organizzazioni di auto-aiuto, le cooperative sociali, le ONG per la solidarietà internazionale, le opere delle Caritas) fino al punto da doverle inquadrare in uno specifico comparto, il terzo settore. Da qui una prima esigenza: fare chiarezza tra volontariato e terzo settore. Il volontariato è stato, ed è ancora in buona parte, promotore di diverse realtà di terzo settore, di cooperative sociali, di ONG, di organizzazioni di utenti e di consumatori e di non poche associazioni che operano nei settori dell’impegno civile. Così come sono numerose le presenze di volontari dentro queste realtà costituendone ricchezza aggiunta. Chiarire significa distinguere i ruoli e ricondurre il volontariato all’attributo peculiare della gratuità, perché senza di essa non è testimone credibile e propagatore dei valori che afferma. Il volontariato ha bisogno della gratuità proprio perché la sua specifica missione si caratterizza come spazio concreto e simbolico del dono. Chiarire significa ancora che il volontariato non può sottrarsi al primato di un compito essenzialmente educativo: la formazione dell’uomo solidale e del cittadino responsabile, promuovendo pratiche di cittadinanza attiva. Significa, infine, che al volontariato spetta soprattutto una funzione di primo intervento sui bisogni delle persone e i problemi del territorio e un impegno di coscientizzazione e di promozione di beni e servizi che nessun soggetto pubblico o privato ha interesse o competenza a realizzare. Soprattutto nei settori dove è più forte la sua presenza - quelli del socio-sanitario - le prerogative essenziali del volontariato sono la vicinanza al bisogno, l’ascolto partecipe, l’orientamento, l’accoglienza, il sostegno, l’accompagnamento e la mediazione, ma anche

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l’integrazione e l’umanizzazione di servizi e contesti, assolvendo funzioni di tutela e di promozione, di denuncia e di stimolo per una maggiore giustizia sociale. La Carta ha costituito anche l’occasione di fare chiarezza nel rapporto tra volontariato e istituzioni pubbliche. Tutta la legislazione sociale a partire dalla legge istitutiva del sistema sanitario nazionale (L. 833/78) riconosce la valenza insostituibile del volontariato chiamandolo ad esercitare un ruolo, prima solo come integratore di servizi e via via come partner di programmazione e valutazione, processo che ha avuto il suo culmine nella legge 328/2000. Una visione moderna delle politiche sociali di tipo comunitario e solidaristico, basata su una sussidiarietà verticale (a partire dal Comune) e orizzontale (a partire dalla società civile), non poteva non promuovere il volontariato come soggetto attivo di intervento e di sviluppo del territorio. Anche in questo caso la Carta, lungi dal contrapporre pubblico e volontariato, ne sostiene la migliore reciprocità possibile, perché dal buon funzionamento dell’uno ne deriva la buona efficacia dell’altro. Impegno non facile e da realizzare rifuggendo anche eventuali tentazioni di accettazione di deleghe da un pubblico che si ritira dai propri compiti o da un modello di sussidiarietà liberista che non va nella direzione della reciprocità e distinzione dei ruoli tra i due soggetti e che rischia di far annegare il volontariato con tutti i suoi valori in una deriva mercantile. La CdV ribadisce che occorre invece essere pronti a rinforzare la capacità di fare sistema con gli altri attori del territorio e in particolare tra organizzazioni solidaristiche e con le altre forze del terzo settore, anche per esprimere rappresentanze in grado di partecipare alla programmazione, alla concertazione e alla coprogettazione nonché alla valutazione delle politiche sociali del territorio. È certo che nel modello di welfare mix comunitario a responsabilità diffusa occorre dare alla strategia e all’operatività locale una visione globale dei problemi e delle soluzioni, dei diritti e delle priorità. Il volontariato può spostare l’attenzione dai problemi delle persone ai loro bisogni, dai processi alle cause che li innescano ed evitare di essere risucchiato nella logica del recupero e dell’emergenza. È una Carta dei Valori che distingue senza contrapporre volontariato e altre realtà di terzo settore, volontariato e pubblico, individuo e comunità (l’uno non può prescindere dall’altra). Evita infine di ridurre le politiche sociali ai servizi socio-sanitari perché si opera meglio a favore di emarginati, esclusi, sofferenti e nell’emergenza dentro una linea di prevenzione che tende alla promozione della qualità della vita per tutti. E quindi ad una terapia della profilassi prima che alla cura degli svantaggiati e degli esclusi chiamando in causa politiche della famiglia, della scuola, del reddito, della casa, del lavoro, dell’ambiente e del tempo libero. Ecco anche il senso della funzione di soggetto che muove e organizza la più ampia partecipazione delle persone, con la possibilità di contaminare, con i suoi valori e stili di vita, qualunque cittadino. Chiunque, infatti, può operare con spirito di volontariato se nell’adempimento dei propri doveri coniuga la ricerca della propria realizzazione e del proprio benessere con i valori della solidarietà

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e della crescita del contesto in cui agisce. Si passa così «dalla doverosità del gratuito alla gratuità del doveroso» per citare una felice sintesi del concetto di cittadinanza attiva e solidale. Vi era poi la necessità di fare qualche elemento di chiarezza dentro le organizzazioni di volontariato rispetto al proprio ruolo, dopo dieci anni di attuazione della L. 266 e quindi in seguito al più intenso rapporto con il pubblico. Dalle ricerche di quegli anni, nell’epoca del convenzionamento e della prima esternalizzazione dei servizi, molte organizzazioni apparivano in grado (e molte lo sono anche oggi) di gestire o di proporsi a gestire, servizi che richiedono standard di qualità e accreditamento, e quindi elevata professionalizzazione e organizzazione manageriale. Ma difficilmente è possibile realizzare questo con la prevalente attività delle risorse gratuite se non nell’ambito di una sperimentazione o mediante l’impiego di numerosi volontari tra cui alcuni di alto profilo professionale. Si tratta allora di scegliere: “passare il Rubicone” e decidere di essere e comportarsi come una impresa sociale o rimanere una realtà agile e libera di esercitare tutte le funzioni che le sono proprie? Ognuna delle due scelte è legittima, purché sia chiara e trasparente evitando di diventare una realtà “okapi”, una via di mezzo, magari con il ricorso alla sottoremunerazione di sedicenti volontari (nel caso della concessione normale di rimborsi spese forfetari). Fin dalla rilevazione FIVOL 1997 emergeva per circa il 20% delle organizzazioni il passaggio da un modello di volontariato fortemente centrato sull’impegno intensivo dei volontari, in condizione di scarsa disponibilità finanziaria, ad un modello che vedeva un impegno umano più limitato e una maggior capacità di spesa e di finanziamento pubblico. In realtà oggi un’organizzazione di volontariato non ha più bisogno come un tempo di gestire i servizi per assicurare la risposta ai bisogni dei cittadini: ha gli strumenti per rendere più incisiva la propria denuncia e capacità di controllo sull’operato delle istituzioni, può partecipare alla programmazione delle scelte di politica sociale (Piano di Zona) e alla valutazione degli esiti delle stesse e può lasciare ad una cooperativa o ad una impresa sociale la gestione stabile di un servizio. In tal modo si può dedicare meglio ad un ruolo di tutela, di proposta e vigilanza critica, di mediazione e di educazione alla solidarietà. Anche una prossima revisione della legge 266 o un eventuale testo unico del non profit dovrà tenere conto di un volontariato che ha identità, missione e ruolo specifici, non confondibili e non assoggettabili sia a logiche di normalizzazione burocratica che di omologazione dentro il terzo settore.

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Si tratta ora di chiedersi se a dieci anni dalla sua realizzazione la Carta dei Valori del Volontariato (CdV) ha ancora la sua validità? I principi e gli atteggiamenti (comportamenti) a cui la CdV richiama i volontari e le organizzazioni di volontariato sono ancora validi? Rappresentano l’essere e il fare delle nostre organizzazioni? Se si ritiene di dover mettere mano alla CdV per modificarla o integrarla quali sono i punti su cui intervenire?

Documento del gruppo di lavoro Il gruppo di lavoro costituito da 18 persone, compreso l’esperto e il moderatore, ha affrontato i contenuti della Carta dei Valori del Volontariato a 10 anni dalla sua elaborazione. La Carta mantiene inalterate le ragioni che l’hanno originata ovvero gli aspetti di criticità del volontariato, soprattutto in ordine all’appannarsi dei requisiti della gratuità e della solidarietà e del ruolo non sempre virtuoso con le istituzioni pubbliche - e sostanzialmente valida la sua impostazione e i suoi contenuti. E quindi la sua proposta culturale. Vi è condivisione sul fatto che si tratta di una Carta esigente per i volontari e per le organizzazioni di volontariato. Oltre a fare chiarezza sull’identità del volontario afferma i principi e i valori costitutivi e permanenti del volontariato: gratuità, solidarietà, democraticità (“frutto di un’etica senza tempo”) e le funzioni storiche e attuali della sua missione. La presentazione della Carta e la discussione sui suoi contenuti ha fatto tuttavia emergere alcune dissonanze tra tale proposta e la realtà che caratterizza le organizzazioni dei volontari rappresentate.

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L’impressione di più persone è quella di una Carta non applicabile in tutte le sue parti o di difficile applicazione, non solo per la sua natura di documento che afferma il dover essere, il modello “idealtipico” del volontariato, ma anche per i limiti attuali delle organizzazioni di volontariato e quelli del contesto in cui si situano, in particolare delle istituzioni pubbliche che dovrebbero favorirne l’azione per l’”interesse generale”, anche in coerenza con i riferimenti statutari degli enti locali. Soprattutto è il “ruolo politico” del volontariato, ben evidenziato nella Carta, ad essere considerato di difficile realizzazione e per più ragioni: la scarsa valorizzazione delle compagini solidaristiche da parte delle amministrazioni pubbliche, che tendono a relegarle in un ruolo sostitutivo e ad utilizzarle strumentalmente, la preparazione non adeguata dei rappresentanti delle OdV nella programmazione partecipata nel sistema integrato dei servizi, il loro muoversi in ordine sparso e senza un mandato ampio e unitario, la scarsa propensione ad una progettazione condivisa con le amministrazioni pubbliche in relazione alle priorità del territorio, la ridotta disponibilità delle OdV a coordinarsi e a lavorare in rete. Anche l’elevata focalizzazione sulla missione rispetto a quella parte dell’identità che è fatta di “visione”, i valori, il credo ideale e operativo del volontariato (qual è il senso e la direzione di quello che si fa? Per quale modello di persona, di società, di welfare?) se permette alle OdV di operare non le aiuta a fare rete e a diventare agenti di sviluppo nel loro territorio comunitario. Inoltre esse si trovano oggi a gestire una complessità di compiti e di funzioni interne/esterne che richiedono un ampio sostegno da parte del Centro di Servizio per il Volontariato. Tale agenzia, pur non essendo citata nella Carta dei Valori, può svolgere una funzione essenziale per aiutare le OdV a funzionare meglio al loro interno e a rapportarsi con l’esterno. Il CSV, pur mantenendo il suo ruolo tecnico, può aiutare le OdV del territorio provinciale a realizzare un patto formale e vincolante con le amministrazioni pubbliche, per stabilire regole e procedure di partnership nell’elaborazione delle politiche sociali e momenti di formazione congiunta volontarifunzionari pubblici. Può altresì fornire alle OdV linee guida, stimoli e metodo di incontro, confronto, elaborazione comune di proposte e progetti da presentare unitariamente con rappresentanti qualificati ai vari Tavoli della programmazione/progettazione pubblica. Il Centro oltre a qualificare l’operato delle OdV con attività di consulenza, promozione del volontariato, comunicazione, sostegno alla progettualità, dovrebbe investire maggiormente nella formazione dei responsabili/dirigenti e sui processi di partecipazione, costruzione di reti e di rappresentanze. Tali attività dovrebbero essere privilegiate rispetto al finanziamento di progetti

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su bandi o avanzati dalle OdV, soprattutto se questi non sono connessi con gli obiettivi di sviluppo locale e dei Piani di Zona o di una comune progettazione con le Amministrazioni pubbliche. Solo così si realizza quella “sussidiarietà circolare” per cui si instaura un rapporto di reciprocità tra i due soggetti: l’iniziativa del volontariato rafforza l’iniziativa dell’istituzione pubblica e viceversa. Ciascuno dei due soggetti è interessato alla promozione e alla crescita dell’altro. Dalla discussione è emersa anche la funzione educativa del volontariato che muove e organizza la più ampia partecipazione delle persone, con la possibilità di contaminare, con i suoi valori e stili di vita, qualunque cittadino. Chiunque, infatti, può operare con responsabilità civica se nell’adempimento dei propri doveri coniuga la ricerca della propria realizzazione e del proprio benessere con i valori della solidarietà. Si tratta della realizzazione della «gratuità del doveroso» per citare una felice sintesi del concetto di cittadinanza attiva e solidale. È per questo che come dice la Carta “la dimensione dell’”essere” è per il volontariato ancora più importante di quella del “fare”. Infine, la Carta dei Valori potrebbe eventualmente essere aggiornata inserendo parole oggi maggiormente pregnanti di significato rispetto al 2001 come rappresentanza (vedi anche la “carta della Rappresentanza”), rete, rendicontazione sociale (bilancio di missione), validazione delle competenze dei volontari (giovani).

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NELLE MAGLIE DELLA RETE Stare in rete per moltiplicare le competenze In una fase storica di diminuzione delle risorse economiche a disposizione, è necessario far leva sulle risorse umane e relazionali. Il lavoro in rete, da necessario, diviene virtuoso nel momento in cui non nasce per “suddividersi la torta” ma per accrescere le potenzialità grazie alla condivisione di competenze e risorse. Le reti quindi per rimettere al centro la persona. Quale “decalogo”? Esperto: Emma Cavallaro - presidente Convol Moderatore: Pietro Pelà Zanni - presidente Auser provinciale di Padova

Premessa Testo a cura di Emma Cavallaro - Presidente ConVol Le prime scuse vanno a quelli che hanno scelto questo gruppo pensando che si trattasse della rete web. Non c’è dubbio che la diversità generazionale non ci ha aiutato. Lavorare in rete in questo caso si riferisce ad un lavoro che riunisce tutti superando le singole specificità e traendone ricchezza. Desidero scusarmi con tutti voi perché ho saputo solo ieri sera che avrei dovuto essere l’”esperto” di questo gruppo, diversamente avrei preparato un’ introduzione migliore. “Suddividersi la torta” è certamente il contrario della logica del lavoro in rete e per questo penso non ci sia bisogno di fare opera di convinzione. “Stare in rete per moltiplicare le competenze” è certamente l’ atteggiamento giusto ed è anche chiaro che oggi di fronte ai problemi sempre più complessi per affrontarli in modo corretto occorre mettere insieme le capacità, esperienze e competenze che tutti abbiamo maturato nei nostri diversi servizi. E vorrei subito dire una cosa: il mettersi in rete non è nell’ottica della crescita delle nostre singole realtà, crescita che poi di fatto avviene, ma deve essere proprio nell’ottica del servizio che facciamo, delle persone di cui ci occupiamo e delle istituzioni con le quali intessiamo rapporti. Ieri sera riflettendo su questa introduzione ho pensato che la cosa migliore era raccontarvi la ConVol, perché e come è nata venti anni fa, lo stesso anno in cui fu promulgata la 266. Fondata da 15 grandi associazioni nazionali. Tutte queste associazioni rifletterono a lungo con Luciano Tavazza prima di dare vita alla ConVol impegnandosi poi con consapevole determinazione in un’opera certamente non facile. Venti anni fa pensare ad una rete di questo tipo fu una vera e propria profezia. E mi sembra molto significativo il fatto che molte delle Associazioni che furono

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all’origine della ConVol in questi anni si sono trasformate da associazioni nazionali in federazioni nazionali di associazioni locali, riconoscendo così che le reti sono realtà meno verticistiche e di democrazia più ampia. Certamente lavorare in rete non è né facile né semplice ma è anche l’unica strada percorribile se si vuole essere efficaci nel proprio servizio. Esistono alcune regole base per lavorare in rete: rinunciare a un’autoreferenzialità eccessiva, accettare confronto e dialogo, sapersi ascoltare, valorizzando l’altro e soprattutto voler costruire insieme e se la logica che guida tutto questo è quella del servizio ci si può riuscire. Personalmente sono convinta che il lavoro di rete è tra le grandi priorità da affrontare. Lavorare in rete oggi significa anche volerci dare sempre maggiore unità per costruire a partire del territorio legami e collegamenti e quindi consentirci di presentarci alle istituzioni con quella credibilità ed incisività che oggi non ci sono riconosciute. Divisioni e frammentazioni non costruiscono e lo sappiamo bene, è estremamente urgente camminare sempre di più con convinzione verso un lavoro di rete e verso la creazione di spazi che ci consentano in parità e libertà di poter riflettere, interrogarci e confrontarci sui temi più importanti e sui nodi più evidenti o nascosti. Ci è richiesto un salto di qualità che ci risulta difficile, forse perché ci rendiamo conto che dovremmo cambiare molte delle categorie mentali e strutturali che oggi ancora ci accompagnano e connotano le nostre azioni e i nostri servizi. Insieme dobbiamo anche rapportarsi alle complessità e alle pluralità delle altre componenti del Terzo Settore, di cui il volontariato con la propria specificità è l’anima. Dobbiamo lavorare insieme tra organizzazioni che si riconoscono nei valori del volontariato, sapendo che il volontariato vero non conosce né arroganze ne eccessivi localismi e il suo compito principale non è quello della difesa della “categoria” ma quello dell’impegno per la giustizia sociale, per una cittadinanza attiva e per la difesa dei più deboli ed emarginati.

Documento del gruppo di lavoro Il documento è stato condiviso da tutti i partecipanti nella terza sessione del gruppo di lavoro. È emersa la necessità di mettersi in e fare rete soprattutto di fronte alla complessità dei problemi attuali che si presentano nel mondo del volontariato, dovuti anche alla globalizzazione. La rete delle OdV non è solo un utile strumento di comunicazione e informatizzazione ma risponde alle esigenze di: 1. conoscenza e apprezzamento reciproci mantenendo le proprie peculiarità e imparando a rispettare e apprezzare quelle degli altri.

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2. Ricerca di un linguaggio comune. 3. Collaborazione attraverso progetti democraticamente condivisi. 4. Coprogettazione nella condivisione di responsabilità in ordine all’utilità sociale del volontariato dandone conto nel territorio alle diverse comunità civili. 5. Diffusione della cultura e dei valori del volontariato. 6. Sostegno ai programmi di comunicazione, di collegamento e integrazione, di ricerca, di iniziative e di intervento nel welfare locale, di cui legge 328/00 e relativi piani di zona. 7. Valorizzazione delle risorse umane presenti e disponibili nel territorio e reperimento delle necessarie risorse materiali. 8. Impegno a cooperare per la promozione di una società accogliente nel rispetto della dignità di ogni persona. 9. Superamento delle distanze intergenerazionali e delle differenze di genere rendendo possibile un reale coprotagonismo e l’assunzione di responsabilità condivise. 10. Valorizzazione dell’apporto delle piccole organizzazioni come portatrici di novità e di esperienze originali.

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Per promuovere le reti fra le organizzazioni di volontariato sono stati individuati alcuni orientamenti: 1. la condivisione: - di valori e finalità specifiche; - di obiettivi comuni e solidali; - di regia, modalità, monitoraggio e valutazione finale e pubblica. 2. il conferimento di risorse umane e materiali. 3. la definizione di ambiti associativi, tematici ed istituzionali. Nel rapporto con le istituzioni è emersa la sentita esigenza di affermare e fare riconoscere il valore politico ed il ruolo profetico del volontariato, particolarmente significativo nell’attuale situazione sociale. La rappresentanza deve trovare forza e sostegno da ciascuna esperienza di rete soprattutto per valorizzare l’apporto progettuale; una rappresentanza cioè basata non sulla prevalenza del numero ma sulla capacità di proporre ragioni valide e condivisibili. La legislazione va sviluppata per rendere possibile e favorire l’espansione di processi di rete riconoscendone l’attualità anche attraverso l’istituzione dei registri nazionali. Il dibattito si è concluso con l’apprezzamento dell’occasione di riflessione promossa dal CSV di Padova e la volontà di proseguire assieme per la realizzazione degli obiettivi indicati.

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LABORATORIO CORPOASCOLTO La gestione delle emozioni nell’incontro con l’altro Comunicare è mettere in comune, entrare in contatto con l’altro in una nuova possibilità evolutiva. Questo lo spunto iniziale per scoprire nuove chiavi di lettura delle dinamiche gestionali che, in una struttura no profit, si manifestano. La proposta è quella di aprire l’attenzione a qualcosa di diverso dal consueto: non solo pensieri riflessi sul già conosciuto, ma anche le sensazioni corporee ad essi associati. Così da incontrare una nuova azione relazionale. Di accoglienza emotiva piuttosto che di contrapposizione ideativa. Conduttore: Anna Lauria - psicologa

Il racconto dell’esperienza Testo a cura di Anna Lauria V come Volontariato V come Vita V come Vero! Volontariato come espressione diretta della Volontà dell’anima di Essere Presente a se stessa nel viaggio di scoperta di sè e del mondo! Volontariato come espressione diretta della Volontà della persona di agire e vivere gesti di solidarietà reale e concreta. Dove? Quando? Il tempo per agire gesti di solidarietà è quello presente. In ogni momento della giornata può avvicinarsi a noi una persona che chiede qualcosa, oppure non chiede ma nel suo silenzio si scorge un bisogno. E basta, a volte, aprire un sorriso, fermarsi sul pianerottolo di casa e ascoltare la vicina nei suoi vaniloqui, per offrire ciò che occorre per il cambiamento dello stato d’animo, dell’umore, proprio e dell’altro. Vi è una persona che è sempre lì pronta a ricevere anche solo una carezza o un grazie di esserci se glielo permettiamo. Chi è? Sei Tu! Risposta forse insolita! Ma è essenziale coglierne la sfumatura perchè nelle sue pieghe si possono

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aprire molte risorse dell’anima da condividere con chi si incontra. Difatti amare se stessi è la regola prima, e solo da questa può nascere passione e volontà di aiuto e sostegno per gli altri. Senza questa nulla può avere il sapore di Volontà di Vita, di Volontà di Verità. Se non vi è equilibrio, armonia dentro te, non vi può essere nessuna forma di aiuto e sostegno da rivolgere all’altro. La domanda che emerge è “come fare”? Qui si è aperto il laboratorio esperenziale di Corpoascolto. Il primo passo per incontrarci è accendere la luce. E la luce della coscienza è l’attenzione. Aprire l’attenzione a ciò che stiamo vivendo nel momento presente. Ma non basta. L’attenzione aperta all’ascolto delle emozioni, create dall’incontro con l’altro, deve essere ancorata alla sensibilità corporea per offrire nuove forme di conoscenza di sè. In ogni istante la sensibilità corporea apre la coscienza attraverso miriadi di sensazioni: incontrandole si coglie l’effetto che gli eventi di vita producono in noi. In quell’effetto ogni emozione, affetto, stato d’animo, si concretizza dentro ai referenziali corporei ed animici. Quali sono i refenziali corporei, e quelli animici? Su queste domande si sono sviluppate le esperienze. Le persone hanno chiuso gli occhi. Gesto semplice che implica soltanto comunicare all’organo di senso, che di solito predomina la percezione che abbiamo del mondo, dentro e fuori di noi, di riposarsi. Si è aperta l’attenzione al peso corporeo, come primo referenziale da incontrare, per espandere la propria capacità ricettiva e percettiva del mondo. Esso ci comunica, in tempo reale, che effetto ci fà la vita che viviamo. Nel peso si aprono costantemente movimenti di vita, come le volute che il respiro compie, o le variazioni di temperature (caldo-freddo). Entrambi ci comunicano che emozioni stiamo vivendo o stati d’animo o sentimenti profondi. Il peso è il referenziale di base, un pò la casa che possiamo abitare. Ci sono due diverse Vie però per abitare il corpo. Nella prima via si abita in maniera conscia, consapevole, solo la parte alta della casa, che potrebbe essere la soffitta o la mansarda. Corrisponde al piano mentale, lì dove la nostra attenzione di solito rimane ancorata (spesso in maniera rigida) a pensieri e schemi mentali. Lì dove l’ego elegge la propria dimora.

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Nella seconda via si sceglie di abitare in maniera conscia tutta la casa. E per questo il primo passo è un gesto semplice e diretto: aprire e mantanere aperta l’attenzione al peso entro cui il respiro, la temperatura, il battito del cuore sono referenziali in movimento che ci informano il come viviamo gli eventi e le situazioni. Si vive così un viaggio di scoperta della propria Natura Profonda, della propria Essenza Vitale. Le esperienze ed i vissuti raccontati dalle persone sono stati variegati nei contenuti come nelle emozioni suscitate. Per i piu’ la scoperta è stata di aver bisogno di uno “spazio” e di un “tempo” entro cui vivere la vita. Lo spazio è il corpo. Il tempo è quello presente. La terza dimensione diviene allora l’evolversi della propria esistenza e la realizzazione (parola il cui etimo ci rimanda a reale, concreto) piena del proprio compito animico. Quest’ultimo lo si conosce mentre si vive ogni passo della “camminata vitale”, e non prima, in una programmazione apriori. Così aprire la percezione in uno spazio all’aperto (con il prato, il contatto con gli alberi) ha favorito il prendere coscienza, dentro alla sensibilità corporea, del “senso” di prendersi cura di sè e di volersi bene. Parole che sono diventate concretezza nel fluire, in maniera cosciente, del respiro nel corpo, o del variare dei processi vitali corporei al variare della distanza con le altre persone (vicinanza versus lontananza). Questa esperienza ha aperto la consapevolezza sulla “distanza” di cui si ha bisogno a volte nelle relazioni sociali. La scoperta, durante l’esperienza, è stata di come il corpo comunichi, in tempo reale, che effetto fa l’incontro con l’altro.

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A volte ci si può sentire fluidi e gioiosi, a volte invece la percezione è di essere prigionieri. La saggezza della vita propone di accogliere sia il primo che il secondo stato percettivo, e di ritenerlo vero, cioè espressione diretta della propria verità vitale, in quel momento presente. Essenziale è poi non legare lo stato di coscienza corporea appena percepito e sperimentato, intriso di emozioni e affetti, ad alcun pensiero, schema mentale che dia spiegazioni, o ad alcuna intenzione. (=non giudicare, che vuol dire non chiudere in uno schema razionale lo stato percettivo.) La saggezza della vita propone di stare dentro a quello stato di coscienza e lasciar accadere!!! Aprire l’attenzione alla sensibilità corporea è un atto intenzionale! Vivere, lasciando accadere ciò che si incontra nel corpo, è un atto contemplativo! Un atto contemplativo che espande la coscienza di esserCi in quell’istante, presente nella manifestazione spontanea di processi vitali quali sensazioni, emozioni, affetti. Uno stato di coscienza corporea imperniato di energia vitale come forza vitale di trasformazione! Dentro a tale stato di coscienza l’incontro con i refenziali animici: quelli che danno senso alla propria biografia, quelli che aprono alla fiducia e alla speranza, piuttosto che alle paure che bloccano e imprigionano. Quando vince la paura e la razionalità prevarica? Quando si perde la connessione con la fiducia e lo stato percettivo del presente viene immediatamente chiuso in uno schema mentale o in una formapensiero. Questo in apparenza sembra dare una spiegazione rassicurante di ciò che sta accadendo sul piano percettivo corporeo. In realtà chiude, nel corpo appunto, le “vie” per il fluire dei processi vitali, che vengono così bloccati. Ed è qui che nasce la “rimozione” di eventi di vita, chiusi dentro a dimensioni spaziotemporali che restano sospesi e al di fuori della coscienza vigile. La conseguenza è che la persona non ha accesso a tutte le sue potenzili risorse vitali. Le riflessioni del gruppo sono confluite così sui vissuti emotivi ed ideativi delle proprie relazioni significative, giungendo a scoprire un nuovo senso della parola “accoglienza”, della parola “solidarietà”. Accoglienza come accogliere e lasciar fluire l’effetto corporeo che l’incontro con l’altro crea in noi! Azione che apre alla solidarietà come stato di coscienza, che non crea nessuna

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barriera o muro alla vibrazione vitale che l’altra persona sta vivendo e manifestando. Gli esempi sono stati molteplici: sia quelli dal vivo nel racconto, in tempo reale, da parte di alcuni partecipanti, sia in campo educativo e terapeutico. Così una mamma dice: “ma questo capovolge tutto quello che vivo con i miei figli, devo imparare a stare in quello che sento nel corpo e questo li può aiutare, piuttosto che occuparmi e preoccuparmi di quello che vivono e sentono loro, cercando di evitare questo o quello!” Un evento di crescita proposto come stimolo di riflessione: quando un bambino inizia a camminare. Vive tutte le sue paure insieme a desiderio e voglia di farcela. Ed è proprio dentro al passaggio di crescita compiuto che lo stato di coscienza del bimbo evolve e si apre a nuove forma di consapevolezza di sè e del mondo che lo circonda. Tutto questo il bimbo lo vive nel corpo, lì dove si aprono percezioni sottili che sono emanazione diretta di energie vitali. Queste giungono all’adulto che ha due vie. La prima è di ricevere quell’energia in tutto il corpo, lì dove si crea un effetto e in maniera cosciente e vigile l’adulto rimane fermo in quelle sensazioni, presente con tutta l’attenzione di cuore e mente integrate. Il processo vitale conseguente è un’emanazione di energia vitale ferma, affettivamente presente che su un piano profondo (senza parole ma solo come comunicazione energetica) dice al bambino che può osare e che in lui tutto è perfetto per compiere il primo, secondo e terzo passo e così via continuare la camminata della vita. Senza parole. Solo comunicazione profonda d’amore che accoglie l’altro per ciò che è in quel momento, sostiene, riconosce e permette il cambiamento.

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La seconda via è di non stare in maniera cosciente in ciò che si sente nel corpo, allontanarsi quindi con la coscienza dal piano di percezione corporea e ancorarla, attraverso l’attenzione, a pensieri razionali e schemi mentali di controllo della situazione che si sta vivendo. Questo crea, a livello della sensibilità corporea, un muro o barriera all’energia affettiva che proviene dal bambino, che perciò stesso ritorna indietro creando una situazione che possiamo chiamare “boomerang”, cioè incentiva le paure piuttosto che aprire la fiducia. Il risultato è che il bambino si sente piu’ insicuro e l’adulto a quel punto interviene per evitare rischi. Il bambino impara facilmente quindi che per camminare non si può fidare delle sue proprie forze e qualità interne, ma piuttosto deve appoggiarsi all’esterno. In entrambi i casi, prima o poi, il bambino impara a camminare. Ma l’evoluzione della coscienza e l’apertura delle qualità profonde dell’essenza vitale sono completamente diverse. A conclusione del laboratorio è nata una poesia, espressione corale dei movimenti affettivi ed emotivi di tutto il gruppo. La poesia del gruppo Verità, sincerità, maturità La verità, per me, è la voce che illumina la vita Vita, gioia di vivere vita, affamata di verità La vita è il dono più bello che ci è stato donato grazie d’avermela donata Tempesta che ho dentro di me Tempesta che ho fuori di me Si apre nella notte, che il giorno dissipa Sulle ali della libertà Sulle ali della verità

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Parte terza L’intervista a Marco Morganti - Banca Prossima Mondo profit e mondo no profit. Quale può essere oggi il collegamento possibile? Data la complessità dello scenario politico e sociale di oggi, il mondo del noprofit e in particolare quello del volontariato, deve arrivare alla consapevolezza che non può più fare tutto da solo. Allo stesso tempo il rapporto con gli altri mondi, in particolare con le Istituzioni e con il mondo profit è una sfida che va pensata, costruita e coltivata, perché non si trasformi in un’occasione sprecata. Il volontariato, spesso, finora ha sofferto di una sorta di “senso di inferiorità”, motivo per il quale i rapporti stabiliti con i mondi esterni sono per la maggioranza ad una direzione: le associazioni chiedono alle Istituzioni e al mondo profit, come se quanto richiesto sia dovuto, solo per il fatto di occuparsi dell’altro con gratuità. Ciò che dobbiamo capire, come volontari e come operatori economici, è che non esiste una distinzione tra la parte della società che si occupa di economia e la parte che si occupa di volontariato e di azione sociale. Finchè infatti la visione è questa, non può esserci un ponte dignitoso sul quale costruire relazioni positive; al più si può fare beneficienza. È necessario passare da una visione parassitaria e di dipendenza ad una contaminazione di valori e di contenuti. Cosa serve al volontariato per realizzare questa contaminazione? I volontari mancano, storicamente, di rappresentanza e rappresentazione di sè. La rappresentanza è la capacità di fare rete, aldilà dell’identitarismo. Il no profit, con i 4 milioni di persone impegnate, volontari dipendenti e collaboratori inclusi, è il più grande cluster sociale in Italia. Rappresentanza significa trovare insieme il modo per rappresentare questo mondo alla politica e al resto della società e avere la capacità di fare lobby. Così facendo, tra l’altro, si fa anche comunicazione e proselitismo, cosa che il non profit fa fatica a fare. Le principali sconfitte di questi ultimi mesi, legate ad una mancanza di rappresentanza forte, sono due: - 5 per mille - eliminazione delle agevolazioni sulle tariffe postali

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Strettamente legata alla rappresentanza è la rappresentazione di sé. Si può, infatti, far conoscere il valore del proprio comparto solo se si hanno chiari i lineamenti che lo caratterizzano. L’Istat ha dichiarato di non avere fondi per realizzare ricerche, anche a campione, sul volontariato; la FiVol – Fondazione Italiana del Volontariato, ha concluso la sua attività di ricerca e gli enti che si occupano oggi di analizzare il fenomeno volontariato si contano sulle dita di una mano (tra queste la Fondazione Roma Terzo Settore e la Fondazione Zancan). Tutto questo significa che il no profit si considera un mondo non conosciuto e non conoscibile. Infine, un altro elemento che deve diventare punto di forza del terzo settore, ma ancor più del volontariato, è la managerialità necessaria a condurre un’organizzazione verso i propri obiettivi, in maniera efficace ed efficiente. Bisogna far emergere queste competenze, quando già presenti tra i volontari dell’associazione, o saperle trovare. La rendicontazione sociale diventa oggi, sempre di più, un documento indispensabile per rendere conto a quanti credono in noi (volontari, donatori, enti, imprese,…). Il dono, sia esso di natura economica o di tempo impiegato, ha la stessa dignità delle tasse che il cittadino paga, pertanto la richiesta di sapere come viene impiegato quanto donato è legittima e la risposta necessaria. Un esempio per applicare nel concreto tutto questo può essere quello degli “acquisti collettivi” effettuati da gruppi di associazioni in maniera congiunta. Se un’associazione che si occupa di soccorso acquista 10 divise all’anno, non

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può ottenere un prezzo vantaggioso. Ma se le migliaia di associazioni in Italia impegnate nel servizio di soccorso si mettessero assieme, potrebbero ottenere condizioni di favore, ottimizzando le risorse (che andrebbero ad incrementare il budget disponibile direttamente per il servizio garantito) aumentando così anche il proprio peso economico. Cosa manca al profit per contaminarsi con il volontariato? La domanda potrebbe essere trasformata come segue: come si fa a ridurre la distanza tra soggetto profit (che ha come obiettivo la massimizzazione dell’utile da consegnare all’azionista, compatibilmente con le ragioni della società) e terzo settore (che ha come obiettivo la massimizzazione del valore per la società compatibilmente con la dimensione economica)? Posso riportare in questo caso l’esempio di Banca Prossima che, nella ricerca del personale, ha tenuto in considerazione come principale criterio il fatto che le persone fossero prima di tutto volontari impegnati in associazioni del loro territorio. La nostra crescita è basata su questa ridotta distanza con i mondi non profit, tra dimensione economica e dimensione sociale. Mi piace in questo contesto citare la “Caritas in veritate” che dice “L’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione.” Qual è il ruolo di Banca Prossima? Banca Prossima è una nuova proposta di Banca, che sta tentando di contaminarsi con il non profit, in particolare con il mondo del volontariato, che è la parte meno strutturata del terzo settore, nonostante il suo valore economico sia alto. Per statuto “Banca Prossima ha come fine la creazione di valore sociale (…) A tale scopo sosterrà con il credito le migliori iniziative nonprofit per i servizi alla persone, la diffusione della cultura e dell’istruzione, la fruizione e la protezione dell’ambiente e dell’arte, l’accesso al credito e al lavoro.” Un esempio che posso portare a spiegazione del nostro operato è quanto abbiamo realizzato in merito al “Prestito della speranza”. I Vescovi italiani hanno messo a disposizione una capacità economica ricavata dalle donazioni dei parrocchiani. come fondo di garanzia per le banche, in modo che le Banche potessero erogare finanziamenti a chi non poteva dare garanzie.

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Come Banca abbiamo coinvolto un gruppo di ex bancari con il compito di accompagnare le persone all’impegno di prendere un prestito e restituirlo. Senza questi volontari tutto ciò non sarebbe stato possibile. Da questo primo gruppo è nata un’associazione di volontariato ad hoc: Vobis, che oggi è costituita da 220 persone in tutta Italia. Un altro importante risultato è che l’85% dei Prestiti della Speranza sta passando per Banca Prossima, ritengo che ciò sia molto importante ed anche generante un nuovo modo di fare banca.

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Conclusioni a cura di Giorgio Ortolani (Presidente CSV di Padova) Poter avviare un percorso come quello di Jesolo è stato sicuramente un passo qualitativo importante per il CSV di Padova, un passo di novità desiderato da tempo. Riunire e far incontrare le associazioni fra loro per discutere sui temi vivi del volontariato, si è rivelato fondamentale per capire - in questo mondo sempre in evoluzione - come confrontarsi con la società di oggi, la quale richiede al volontariato un sempre maggiore impegno, oltre al fatto che: assuma il ruolo di collante fra le parti sociali. I temi trattati (Sussidiarietà e federalismo – I rapporti con le Istituzioni – Volontari per un nuovo patto di cittadinanza – Stare in rete per moltiplicare le competenze) hanno attivato un confronto schietto fra le associazioni, sulle nuove istanze della società e le nuove frontiere per il volontariato. Affrontare questi temi era sicuramente arduo, ma alla fine si è dimostrato vincente, in quanto le associazioni hanno risposto al confronto con entusiasmo e hanno tratto, da questa esperienza, nuova linfa vitale per operare con maggior impegno nel territorio. Ogni tema nella sua specificità era volutamente destrutturante - rispetto ai concetti usuali - ciò con particolare riferimento al binomio “sussidiarietà e federalismo”, tema scottante legato alla politica, ma soprattutto ad una visione che, se non ben gestita, potrebbe generare gravi spaccature nella società - ma anche riguardo al tema che prevedeva la rilettura critica della carta dei valori del volontariato a dieci anni dalla sua emanazione. La scelte fatte per l’avvio e la chiusura dei lavori si sono dimostrate altrettanto importanti per smuovere gli animi verso un nuovo modo di essere volontariato. In apertura,l’intervento di Padre Stoppiglia ha puntato l’attenzione su termini quali crisi ed emergenza, molto usati nell’ambito del sociale ma inadeguati e fuorvianti nella definizione di ciò che il volontariato fa e dovrebbe realizzare. La scelta di concludere i lavori con l’intervento del Dott. Morganti A.D. di Banca Prossima, ha centrato l’argomento sul “ruolo del volontariato”, che molte volte nell’evitare vanagloria, in realtà nasconde il proprio agire a tal punto da determinare il mancato coinvolgimento, di parti della società, nell’azione solidale. Morganti facendo rilevare la mancanza di “rappresentanza” oltre che della “rappresentazione di se” del volontariato, ha stigmatizzato in pochi, ma precisi concetti, la possibilità di un riscatto, purché avvenga nella volontà di coinvolgere i mondi economici. C’è dunque, ancora tanta strada da fare, ma ciò da ancor maggior significato a quello che il volontariato rappresenta: la capacità di interrogarsi per dare sempre risposte migliori alle difficoltà della società.

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Finito di stampare nel mese di novembre 2011


Segreteria organizzativa Centro Servizio Volontariato provinciale di Padova via dei Colli, 4 - 35143 Padova Tel. 049.8686849 – 049.8686817

www.csvpadova.org | info@csvpadova.org

1° raduno del volontariato padovano - atti  

Atti del primo raduno delle associazioni di volontariato presenti a Padova e provincia

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