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Venezia è senza dubbio l’unico luogo al mondo in cui si possono sempre rinnovare tutti i propri desideri. Solo qui il mare ha questo forte odore che fa dimenticare tutte le realizzazioni e di nuovo le fa desiderare (…) qui non ci sono suicidi. Chi venisse qui con l’intenzione di togliersi la vita dovrebbe farlo subito la sera stessa; il giorno dopo sarebbe già troppo tardi. Jean Giono (1952)

«Un giorno di manca scolastica, incontrai Ezra Pound. Ovviamente non sapevo chi fosse. Era con una signora, sua moglie. Vedevo che mi sorridevano. Lei mi venne incontro e disse: “Ciao, vuoi un gelato?”. Risposi di sì, e da quel momento il gelato divenne un’abitudine quasi quotidiana. Ezra Pound non parlava mai; aveva già iniziato il suo personale silenzio con il mondo, quindi i nostri incontri erano vagamente surreali. Facevamo prima una passeggiata; lui era lungo, con i capelli tutti bianchi. Poi, prendevo il gelato. Quando gli amici dei nonni seppero che mangiavo il gelato con lui, la prima cosa che mi chiesero fu: “Ma parla?”. Risposi: “No, però comunica”». È la veneziana Nicoletta Strambelli, in arte Patty Pravo, che parla. Un gelato con Pound in laguna… con l’uomo che per aver appoggiato il fascismo venne prima richiuso in una gabbia nel campo di Pisa e poi (negli Stati Uniti) dichiarato pazzo. Un grande poeta, che volle ritornare in Italia e che a Venezia morì in casa di Olga Rudge in Calle Querini 252. Fu sepolto nel settore evangelico del cimitero, sull’isola di San Michele. Diventa difficile scrivere di Venezia, quando i più grandi l’hanno descritta e omaggiata. Ernst Hemingway, che nello scorso numero del nostro gior-

nale ci ha accompagnato a conoscere Madrid, la visitò nella primavera del 1949 e tra il marzo e maggio 1954. Alloggiò sempre all’Hotel Gritti Palace e frequentò l’Harry’s Bar in Calle Vallaresso nelle vicinanze di Piazza San Marco (la storia d’amore con Adriana Ivancich è raccontata nel romanzo Di là dal fiume e tra gli alberi). Aldo Palazzeschi ambientò a Venezia il romanzo Il Doge, Alberto Moravia (che vi ha ambientato uno dei racconti de La cosa) possedeva una casa nei pressi della Chiesa della Salute e Giuseppe Berto ci ha regalato il libro Anonimo veneziano (da cui è stato tratto il l’omonimo film con Tony Musante e Florinda Bolkan, colonna sonora indimenticabile di Stelvio Cipriani). Sempre celebrata? Quasi. Voci fuori dal coro Julien Green: «Con tutta la buona volontà non sono riuscito ad affezionarmi a questa città che non viene lasciata morire e il cui corpo vivente marcisce nell’acqua putrida (…) la sua bellezza ha qualcosa che mi fa orrore. Ha un volto sul quale i segni della putrefazione si profilano sempre più grandi e numerosi, e l’amore che le si porta mi è sempre sembrato necrofilo. Ai miei occhi non c’è nulla di tanto deprimente come la luce del sole su queste antiche pietre».

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Sul libro del destino era dunque scritto alla mia pagina che il 28 settembre 1786, alle cinque di sera secondo la nostra ora, entrando dal Brenta nella laguna, avrei visto per la prima volta Venezia, e subito dopo avrei toccato e visitato questa meravigliosa città insulare, questa repubblica di castori. Così, a Dio piacendo, Venezia non è più una mera parola, il nome vuoto che per me, nemico giurato delle vacue sonorità, fu tante volte motivo d’angoscia. Johann Wolfgang Goethe (1786)

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Ma della luce di Venezia e dell’incanto dei suoi mattini, dello splendore del mare al Lido, del sole la sera dietro le cupole della Salute, del Redentore, di San Giorgio Maggiore… di tutto ciò e delle notti, delle calde notti in cui risuona sempre da qualche parte un canto o una musica di corno o di chitarre, di tutto ciò taccio, per metà in deliquio e per metà geloso. Arnold Zweig (settembre 1913)

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Capii perché così tante storie ambientate a Venezia sono gialli. È facile che gli ombrosi canali minori e i passaggi labirintici, dove persino gli iniziati perdono la strada, evochino umori sinistri. Riflessi, specchi e maschere suggeriscono che le cose non sono come sembrano. Giardini nascosti, finestre con le imposte chiuse e voci non viste parlano di segreti e rendono possibile l’occulto. Gli archi in stile moresco ricordano che in fondo l’insondabile mente orientale ha avuto la sua parte in tutto ciò. John Berendt (da Dove cadono gli angeli-Venezia e altri misteri)

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Già di settembre imbrunano a Venezia i crepuscoli precoci e di gramaglie vestono le pietre. Dardeggia il sole l’ultimo suo raggio sugli ori dei mosaici ed accende fuochi di paglia, effimera bellezza. E cheta, dietro le Procuratìe, sorge intanto la luna. Vincenzo Cardarelli, Settembre a Venezia

Una volta sola ci siamo crogiolati nella luce del sole in Piazza San Marco, un giorno dopo il nostro arrivo avvenuto sotto una pioggia torrenziale. Da allora, nebbia senza fine. Marie von Ebner-Eschenbach (autunno 1907)

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Se entrate dalla parte di San Marco attraverso una quantità prodigiosa di bastimenti di ogni genere, di vascelli da guerra, di vascelli mercantili, di fregate, di galere, di barche, di battelli, di gondole, sbarcate su una riva chiamata la Piazzetta, dove si vedono da una parte il Palazzo e la Chiesa Ducale che annunciano lo splendore della repubblica, e, dall’altra, la piazza San Marco circondata da portici innalzati secondo i disegni del Palladio e del Sansovino. Si va per le vie della Merceria fino al ponte di Rialto; si cammina su pietre quadrate di marmo d’Istria, dentellate a colpi di scalpello in modo che non vi si possa sdrucciolare, si passa per una località che rappresenta una fiera perpetua, e si arriva a quale ponte, che, con un solo arco di novanta piedi di larghezza, attraversa il Canal Grande, assicura con la sua elevatezza il passaggio alle barche e ai battelli durante l’alta marea, offre tre diverse vie ai passeggeri e sostiene sulla sua incurvatura ventiquattro botteghe con le abitazioni e coi tetti coperti di piombo. Carlo Goldoni, Memorie 1784-1787

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Prima di capire esattamente come, scoprii che stavamo scivolando per una strada, una strada davvero spettrale. Su entrambi i lati le case si levavano dall’acqua, e la nera barca scivolava sotto le finestre (…) Tutt’intorno regnava un profondo silenzio. Charles Dickens (1844)

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Chi nel mettere piede per la prima volta, o dopo una lunga assenza su una gondola veneziana, non ha dovuto reprimere un brivido fugace, un senso di segreto disagio o di avversione? Giunto a noi immutato dai tempi delle ballate, nero come nere al mondo sono soltanto le bare, lo strano legno evoca alla nostra mente tacite, delittuose avventure nel mormorio notturno delle acque; e soprattutto evoca la morte stessa, il feretro, il corteo tetro, il silenzio dell’ultimo viaggio. Thomas Mann (1912)

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(...) questa pura Città d’arte aspira a una suprema condizione di bellezza, che è per lei un annuale ritorno come per la selva il dar fuori. Ella tende a rivelar sé medesima in una piena armonia… Gabriele D’Annunzio, Il fuoco, 1900

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Venezia: ma, prima di Venezia, Fusina, poiché di là arrivavo: i chiari e smaglianti argenti nebulosi della laguna piena d’ali di gabbiani adriatici, belli nella vigoria del volo possente e leggiero in una limpida mattina invernale dall’aria senza vento, immota. Resta vero adesso come allora, che chi voglia davvero arrivare a Venezia, ha da evitare la triviale comodità degli approdi ferroviari ed automobilistici; ha da prendere la via del canal di Brenta e dell’umile imbarco di Fusina: e vedrà sorger Venezia dall’acqua e nell’aria in una nebbia lontana d’argento nitido e fosco; le vedrà, la nebbia e la città, inazzurrare e indorare, l’aria farsi di rosa e d’arancio e di rosso, dei colori della città unica, mentre già di chiariscono i bianchi antichi dei marmi, i grigi stupendi della pietra, e squilla al sole la palla d’oro e di verderame, brividisce di verde l’acqua del canal di Giudecca e del principio del Canal Grande, che s’aprono all’occhio; e di là dal Palazzo dei Dogi, san Marco si palesa in un’aureola, in un’iride preziosa che se ne fonde nell’aria incantata e melodiosa. Sull’acqua del Bacino, fra san Giorgio dei Greci e le Rive, una brezza c’è sempre a darle un riso di vita, quasi che pur l’aria sia innamorata della luce di Venezia. Riccardo Bacchelli (da Italia per terra e per mare)

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Passammo… o scivolammo… o volteggiammo attraverso stradine e viuzze; avanzavamo rasenti i muri e gli angoli: tra le pareti in pietra e il bordo della barca non si sarebbe potuta infilare una mano. Gerhart Hauptmann (gennaio 1897)

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La posizione dell’antica città delle meraviglie romane sempre una delle apparizioni più venerabili e toccanti, ma anche più esotiche e avventurose per il viaggiatore… Friedrich von Matthisson (giugno 1796)


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Sempre bella la Sua Maestà Venezia, forse troppo bella per questo presente plebeo che non le si addice affatto. Una regina che per denaro deve mostrarsi a curiosi che posseggono denaro, ma nessun rispetto per le antiche maestà. Otto Julius Bierbaum 1902

A mezzanotte passai per vie solitarie…, per anguste vie di pietra, morte… attraverso piazze piccole, quadrate, morte, con tre fontane di marmo antico e all’improvviso La morte a Venezia una chiesa grigia dalle forme graziose e carezzevoli. E una volta, passando, attraverso un varco stretto vidi il ponte dei sospiri librarsi nella notte. A. Kerr (1920)


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Di sera con i loro alti camini svasati cui il sole reca i colori rosa più vivi, i rossi più chiari sopra le case sembra fiorire tutto un giardino, con tanta varietà di sfumature che lo diresti, coltivato sulla città, il giardino d’un appassionato di tulipani di Delft o di Haarlem. E poi, l’estrema vicinanza delle abitazioni faceva d’ogni crocicchio la cornice dalla quale sogguardava fantasticando una cuoca, o una ragazza che, seduta, si faceva pettinare da una vecchia dal profilo, indovinato nell’ombra, di strega, tramutando in una esposizione di cento quadri olandesi giustapposti ogni povera casa silenziosa e contigua alle altre a causa dell’estrema strettezza di quelle calli. Compresse le une contro le altre, quelle calli dividevano in ogni direzione con le loro scanalature, il settore di Venezia compreso fra un canale e la laguna, come se si fosse cristallizzato seguendo quelle forme innumerevoli, tenui e minuziose». Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, La fuggitiva

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Reportage: Venezia