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For Milano M a g a z i n e

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Direttore Editoriale FABRIZIO COSCIONE f.coscione@flemingroma.it Direttore Responsabile GIACOMO AIROLDI Vice Direttore IVAN ROTA Art Director DORIANO ZUNINO d.zunino@flemingroma.it Grafica Livia Pierini grafica@flemingroma.it Segretario di redazione Silvestro Bellobono segreteriaredazione@flemingroma.it Amministrazione amministrazione@flemingroma.it Segreteria info@flemingroma.it Pubblicità advertising@flemingroma.it Distribuzione distribuzione@flemingroma.it Stampa: Printer Group Italia s.r.l. Hanno collaborato: Pina Bevilacqua, Nolberto Bovosselli, Paolo Brasioli, Paola Comin, Jill Cooper, Cristina E. Cordsen, Jessica Di Paolo, Sara Donati, Dina D’Isa, Tommaso Gandino, Marco Gastoldi, Agostino Madonna, Elena e Michela Martignoni, Demetrio Moreni, Bruno Oliviero, Antonio Osti, Wanda Liliana Pacifico, Sestilia Pellicano, Valentina Polidori, Marco Pomarici, Fabio Pregnolato, Lucilla Quaglia, Daniele Radini Tedeschi, Marina Ripa di Meana, Santi Urso, Alfio Vanti, Donatella Vilonna.

Fenomeno

Belen

FLEMING PRESS Fabrizio Coscione Amministratore unico Fleming Press Srl Via Montello, 18 - 04011 Aprilia (LT) Tel. 06 92708712 Fax 06 92708714 info@flemingpress.it www.4mag.it Anno II - n. 12 - Ottobre/Novembre 2012 Reg. al Tribunale di Latina - n. 7/11 del 13/05/2011

FLEMING PRESS EDITORE 2 For Magazine

editoriale

Un numero da gustare questo, pagina dopo pagina. Perché? Perché non si può perdere il nuovo libro di una delle nostre collaboratrici più prestigiose, Marina Ripa di Meana. «Invecchierò ma con calma», proclama. E continuerà, aggiungiamo noi, a rispondere alle vostre lettere, regalando consigli utili e nello stesso tempo divertenti, maliziosi, controcorrente. Poi potrete vivere due viaggi da favola: uno ai confini del mondo, a Ushuaia, avamposto meridionale delle Americhe (con le nostre splendide Donnavventura), l’altro sulle passerelle milanesi della moda. E qui incontrerete tante telestar (come Melissa Satta, sopra), tante attrici e una consigliera regionale. Non c’era Belen a sfilare, ma, solo per noi, sfila in copertina. Infine, tanto cinema, mostre di pittura e di fotografia, e teatro. Passando per le gesta di Costantino e quelle dei cuochi della tivù. Non dimenticatevi di salire su un Disco Volante a quattro ruote, rosso fiammante. È un’auto prodotta in serie limitata e costa “solo” mezzo milione di euro… Giacomo Airoldi


ForEVENTI magazine di Lucilla Quaglia

Il movimento dell’anima Paola Romano è una pittrice che ama dipingere entrando nella materia e nei colori delle sue opere, immergendo se stessa e lo spettatore in un’altra dimensione. Ad un recente party in suo onore hanno partecipato anche Milly Carlucci ed Emanuele Filiberto di Savoia La materia ha decisamente un’anima. Almeno quella che Paola Romano utilizza e manipola per realizzare le sue suggestive opere. Perché per l’artista romana, reduce dal successo della Biennale di Venezia, dipingere significa entrare nella materia e nel colore, esplorandone tutte le possibilità e dando vita al suo obiettivo dichiarato: il movimento. Si tratta di un’arte “informale”, che non rappresenta quindi alcuna immagine ma che comunica spesso, come hanno sottolineato diversi critici, la difficoltà del vivere umano, la mancanza di certezze, il desiderio di spiegazioni più profonde. Tutto ciò unito ad un forte impatto visivo che rende le opere della Romano davvero suggestive. Quasi mistiche. Il bianco, l’oro e il rosso delle tele, i segni decisi, le increspature di sale e i magici riflessi suggeriscono come delle confessioni. Per non parlare delle Lune, tema dominante in questo periodo per la Romano, con profondità e crateri tipici del suo universo tutto da decifrare. Quasi un’altra dimensione. E proprio per festeggiare il successo delle opere, di recente Alessandro Sabatini ha realizzato nel suo locale “Donna Beatrice” un party a cui sono intervenuti, tra gli altri, Milly Carlucci, il principe Emanuele Filiberto e alcuni ballerini di Ballando con le stelle, format che ora è approdato in teatro. Le opere della Romano, che trovano collocazione in numerose collezioni d’arte di prestigio sia pubbliche che private – dalle esposizioni permanenti presso la Fondazione Magna Carta in Roma alle Sale Urbaniane della Città del Vaticano – sono state, inoltre, scelte dal regista Pupi Avati per il film La cena per farli conoscere (2007). Nel mese di ottobre l’artista, apprezzata anche da Vittorio Sgarbi, inaugura un importante atelier a Monterotondo, sua terra di origine.

Milly Carlucci con Alessandro Sabatini. Sotto, alcune opere di Paola Romano.

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IN FORMA con Jill Cooper

C’È SEMPRE TEMPO PER LO SPORT L’attività fisica è fondamentale per il nostro corpo. Per questo anche chi è molto impegnato può ricorrere ad alcuni piccoli rimedi per tenersi allenato durante la giornata. Persino in auto, grazie alle applicazioni “Car Gym” Quando è stata l’ultima volta che vi siete allenati? Quando è stato l’ultimo giorno in cui avete avuto abbastanza tempo per fare attività fisica? Troppo spesso siete consapevoli che dovreste allenarvi, vorreste farlo ma non riuscite a superare tutti gli altri impegni della vostra giornata, e così vi ritrovate per l’ennesima volta a cena, appesantiti e insoddisfatti per la vostra forma. A parte i corridori, i tennisti, i calciatori e gli amanti della palestra so per certo che la stragrande maggioranza delle persone non ha il tempo materiale per dedicarsi allo sport. Con la premessa che il movimento non dovrebbe essere un surplus della vostra giornata ma un’esigenza viscerale e abitudinaria, più del caffè e del giornale della mattina, ho deciso di aiutarvi ad aggiungere maggiore attività durante la vostra quotidianità, specie nei momenti più inaspettati e nei luoghi più imprevisti. La verità è questa: il vostro corpo è quattro volte più catabolico (ossia distruttivo) che anabolico (costruttivo). Perciò è necessario impiegare circa dodici settimane per stimolare il potenziamento dei sistemi importanti, come quello cardiovascolare, come la sudorazione e il sistema muscolare, affinché il vostro corpo smantelli la “roba buona”, come la chiamo io, con una velocità impressionante di circa tre settimane. Basta pensare, per esempio, ad una persona che toglie un gesso dopo soli quaranta giorni: la zona ingessata rimane una semplice ombra di se stessa. Il vostro corpo per risplendere ha bisogno di carichi maggiori durante il giorno, anche lontano dal vero e proprio allenamento. Cosa si può fare? Innanzitutto, si può iniziare dalle piccole cose: per esempio, parcheggiare lontano dalle entrate di uffici, centri commerciali e supermercati, prendere le scale per tragitti brevi di due o tre piani, usare i mezzi pubblici, o meglio ancora, una bicicletta. E poi, per finire in bellezza, si potrebbero scaricare le mie nuove applicazioni “Jill Cooper – No Ordinary Workout” per iPhone dall’Apple Store. Si tratta di “Car Gym”, ovvero come allenarsi in auto per sfruttare persino i momenti di traffico e ottenere di più per il vostro fisico! Buon allenamento!

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For magazine RITRATTI di Giacomo Airoldi

«Un tempo avevo quarant’anni: un cappuccino, un cornetto e sono già settanta». Sì, anche per Marina Ripa di Meana gli anni passano. Ma per lei sono sempre speciali, come ci racconta nel suo ultimo libro 4 For Magazine


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Marina Ripa di Meana i nostri lettori e le nostre lettrici la conoscono bene: ogni mese su queste pagine dispensa a chi le scrive consigli sempre divertenti e controcorrente, mai noiosi e scontati. E anche il suo nuovo libro, Invecchierò ma con calma (Mondadori, euro 18), è così: divertente, controcorrente, irrispettoso. Con qualche nota melanconica, qualche ricordo triste, che mancavano (o erano poco frequenti) nei suoi libri precedenti. Ma questi ultimi anni, anche per colpa della malattia contro cui ha dovuto combattere (e combatte), non sono stati facili. Prima di arrivare a… invecchiare ma con calma, facciamo alcuni passi indietro, rileggendo brani degli altri libri firmati da Marina, cominciando da I miei primi quarant’anni (da cui fu tratto l’omonimo film con Carol Alt): «Per quarant’anni mi sono sentita un po’ Cenerentola e un po’ Robin Hood: in questa fantasia ho passato la vita. Non sono un’intellettuale, non ho mai scritto, ma mi sento una stella». Una stella che grandi scrittori come Goffredo Parise e Alberto Moravia, dei quali era grande amica, così descrivevano: «Una bambina… insicura… timida… generosa… dolce… intelligentissima… buona… allegra… assolutamente originale» (Parise). E ancora: «Non è un’artista; ma si potrebbe affermare che c’è molta arte, sia pure a livello inconscio, nella sua vita» (Moravia). In quella sua prima autobiografia ci rivelava gustosi retroscena del bel mondo internazionale (Jacqueline e Aristotele Onassis, Gianni e Umberto Agnelli, la famiglia Rothschild, artisti, pittori, intellettuali, attori e attrici). Nel risguardo di copertina di lei si diceva: «Non può e non vuole passare inosservata, è all’insegna dell’eccesso: le sue scenate nei locali e negli alberghi alla moda hanno fatto epoca e… danni». Gli anni non l’hanno resa più saggia, scenate ed eccessi sono continuati: ancora qualche mese fa ha versato addosso una bottiglietta di pipì (“piscia d’artista”, vera o falsa?) a Vittorio Sgarbi per un contenzioso sulle opere (foto) di un’artista da esporre (e non esposte) alla Biennale di Venezia (a pagina 161 dell’ultimo libro Marina descrive nei minimi particolari l’incontro-scontro con Sgarbi e ne racconta i retroscena). Marina ha poi continuato a raccontarsi in La più bella del reame (altro film) e in La donna che inventò se stessa. Splendori e miserie di una vita sempre alla ribalta. Qui qualche ricordo dolceamaro fa capolino, perché si parla anche della caduta di Craxi,

Quante cose ha fatto Marina Ripa di Meana? Ha diretto per tre anni il mensile Elite, ha lavorato per il cinema, per la televisione, ha scritto tredici libri, tra i quali due best seller, I miei primi quarant’anni e La più bella del reame (da cui sono stati tratti due film campioni d’incassi). In Invecchierò ma con calma (Mondadori, euro 18) troverete sì la Marina di sempre, ma anche una donna nuova, imprevedibile, che vi stupirà.

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Ispirato all’autobiografia di Marina Ripa di Meana, nel 1987 Carlo Vanzina dirige I miei primi quarant'anni: oltre a Carol Alt nel ruolo della protagonista, nel ricco cast internazionale figurano Elliott Gould, Jean Rochefort, Pierre Cosso e Isabel Russinova.

di Tangentopoli. E si può leggere uno dei tanti momenti di scontro che da sempre hanno caratterizzato il rapporto mamma e figlia, Marina e Lucrezia. Che i nostri lettori conoscono molto bene, visto che quando For Roma e For Milano hanno dedicato una cover a Lucrezia Lante della Rovere, che stava spopolando a Ballando con le stelle, mamma Marina ci ha regalato una deliziosa intervista al veleno. In La donna che inventò se stessa scrisse: «Quando nacquero le figlie di Lucrezia, i giornali sembravano impazzire per queste due bambine. Si contendevano l’esclusiva delle fotografie, mi chiedevano interviste in cui avrei dovuto parlare delle piccole. Marina, la “tigre di Piazza di Spagna”, era diventata nonna. Era una ghiottoneria soprattutto per chi si augurava di vedermi finalmente fare la calza. I rotocalchi facevano a gara per offrire alla curiosità delle lettrici le mie emozioni di neononna e ogni testata aggiungeva dei particolari in più. Offrivano anche generosi compensi. E io non mi tiravo indietro. Ma quando poi Lucrezia sfogliava i giornali e leggeva le mie iperboliche dichiarazioni non gradiva». Così si arrivò a una partecipazione a due a Domenica in: «Ma perfino lì, davanti alle telecamere, Lucrezia si mostrò piccata, mi riservò parole dure. All’uscita dagli studi televisivi glielo feci notare e divampò

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Marina vive col marito Carlo Ripa di Meana, col figlio Andrea che hanno adottato, e con quattro cani che adora: Mango, Mela, Moka e Riso-Risotto. Nel 2004, la sua ampia bibliografia si è arricchita anche di un libro dedicato alla sorella scomparsa: Cara Paola, sorella mia.

la polemica, tanto che scesi dalla macchina in mezzo alla strada e ci coprimmo d’insulti». Poi vennero anche le foto per Vanity Fair nuda, abbracciata a due bambole di celluloide, bendate di nero. Titolo del servizio “Nudo di nonna”… E adesso che dice Marina di Lucrezia? Sentiamola proprio in Invecchierò ma con calma: «Ho sempre vissuto la maternità come

un dovere, a volte un’imposizione, che poteva diventare un incubo. Mai come un piacere. Mai con serenità. Ma poi, chi ha mai detto che tutte le donne debbano per forza essere dotate di istinto materno? Comunque, a conti fatti, dopo polemiche, discussioni, momenti difficili, oggi Lucrezia è una brava ragazza, una donna bella, intelligente, che ha sempre saputo fare le sue scelte. È una

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Nel 1990, presentando il suo giallo Vizi Veleni Velette Marina così si descriveva: «Sono nata a Roma il 21 ottobre 1941. Sono alta 1,75, capelli rosso castani e sono lentigginosa. Sono belli i miei occhi, le mie mani, i miei piedi. Mi occupo da più di vent’anni di moda. La mia passione è inventare vestiti». Aggiungeva: «Aspiro a un Nobel per la Santità». E maliziosamente chiudeva così: «Finalmente alcuni saranno eliminati. Almeno in questo libro». La donna che inventò se stessa è stato pubblicato invece nel 1994.

donna vera. Sì, lo ammetto, sono stata una madre scomoda, sempre in vetrina, sempre indaffarata, per questo anche aggressiva. E di questo Lucrezia ha sofferto. Oggi, lei a quarantasei anni io a settanta, invoco la riscoperta da ambo le parti. Un capitolo di “revisione storica”. L’amnistia per tutti quei “crimini” che nelle sue interviste la portano a descrivere una madre da “profumi e balocchi”». Chissà se Lucrezia vorrà concederle questa amnistia. Ma, se degli altri libri (ormai introvabili, o quasi, a meno che non siate come chi scrive un inguaribile ricercatore di vecchie edizioni tra bancarelle e mercatini dove abbiamo scovato anche il giallo, sempre scritto da Marina, Vizi Veleni Velette) vi abbiamo regalato ampi stralci, non vi vogliamo rovinare la sorpresa (e il piacere) di scoprire in Invecchierò ma con calma un sacco di episodi inediti e storie da risentire. Personaggi come il marito di Marina, Carlo

Ripa di Meana, il figlio adottato Andrea, Brigitte Bardot, Bettino Craxi (la notte di Sigonella e una piatto di minestra), Franco Angeli, Goffredo Parise e Giosetta Fioroni. Cose come la burrata di Andria («filamentosa e arricchita di panna acida e liquida molto fresca») e il mascarpone di Lodi («il grande formaggio lombardo di tutta crema dolce e bianca»). Confessioni, anche amare: «Oggi però, da ragazza adulta di settant’anni, soffro soprattutto di bulimia d’amore. Nessuno mi ama abbastanza, tutti mi deludono per insufficienza d’amore» (salva solo Carlo e Andrea). Malattie come il cancro. E le battaglie animaliste, combattute con intelligenza, lontana da tesi estremiste e intolleranti. Perché con Marina, che l’amiate o la detestiate, di sicuro non ci si annoia mai.

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CARA MARINA di Marina Ripa di Meana

scrivi a: marina@marinaripadimeana.it

Cara Marina, spesso sento dire che sei tutta rifatta. A me non sembra, perché ti vedo molto naturale. Devo dirti che in genere il tuo look mi piace. La domanda è: per essere disinvolte ed eleganti bisogna metterci molta cura e molto denaro?

Cara Marina, ti conosco da molti anni. So praticamente tutto della tua vita. Puoi spiegarmi dove trovi l’ironia e l’ottimismo con cui affronti il tuo futuro dopo la malattia che ti ha aggredito? Maria Concetta Salomone, Bettona

Laura, Collazzone Cara Laura, è una vita che le “tricoteuses” sussurrano che sono tutta rifatta, dalla testa ai piedi. Pensi che addirittura la povera Francesca Agusta girava da un chirurgo estetico all’altro con una mia fotografia per sapere se era lui ad avermi rifatto il naso, perché lo voleva proprio così anche lei. Fin quando Francesca si insospettì perché in un giorno tre maghi del bisturi, separatamente e successivamente, si dichiararono gli autori di quel “capolavoro”. Quanto all’eleganza, è vero che sono attenta a come vestire. Ho fatto per anni l’Alta Moda, e credo di avere un certo bernoccolo per quel che riguarda “le pezze” e gli accostamenti di colore. Non spendo troppi soldi. Se un capo, anche bellissimo, supera un prezzo equo non mi faccio incantare dalla firma: non lo compro. Se per un abito devo spendere molto, penso piuttosto che quei soldi devono andare a un quadro o a una scultura, e divento di colpo “brascin curt”, come dicono i miei maliziosi amici milanesi. Tua, Marina

Cara Maria Concetta, non lo so. Forse è un misto di tante cose, curiosità e passione per la vita, e forza fisica. Quando mi hanno detto che per fermare il cancro dovevano togliermi il rene sinistro, ho pensato che se mi fosse riuscito rimanere viva dopo l’operazione, avrei lasciato come un serpente le vecchie squame a terra. Siccome ce l’ho fatta, tutto mi appare gustoso e saporito. Ogni giorno che vivo in più è qualcosa di regalato. Diciamo che prima ero spesso scontenta. Ora, invece, respiro a pieni polmoni la felicità di essere viva. Le messe a punto con il prossimo, le polemiche e i litigi mi sembrano perdite di tempo. Accetto la durezza e le contraddizioni della vita. Insomma, come esortava il poeta, mi ispiro al carpe diem. Capisci? Ti assicuro che non è male. Ciao, Marina

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Fuori dal ristò romano, in cui si presentava il calendario dei nuotatori gay, alla presenza di un eterogeneo gruppo di ospiti, ecco, appoggiato alla sua fuoriserie, un ex calciatore, di base a Milano, a cui piace non solo l’amaro. Stefano Bettarini aspettava il suo angelo…

Alda D’Eusanio, non nuova a un linguaggio colorito, incontrando Sofia Loren, non si fa remore: davanti a una delle più grandi star del cinema internazionale, si lascia andare a questo apprezzamento: «Sai che, alla tua età, sei ancora una gran…». L’attrice, allibita ma divertita, è scoppiata in una sonora risata.

Stefano Bettarini

ROTAZIONI

For

di Ivan Rota Il party in “Red” più esclusivo e senza pregiudizi di Milano, amato dallo stilista Elio Fiorucci e targato Maison Rouge è tornato con un appuntamento straordinario e una grande inaugurazione per la settimana della moda donna: l’evento “All Starz”, con la performance internazionale e anteprima mondiale del nuovo videoclip degli artisti A-Roma feat Pitbull, Rj & Play N Skillz – 100 Freaky con uno straordinario concerto live durante la serata. Impreziosita dalle performance acrobatiche degli artisti del Cirque Du Soleil e

Filippa Lagerback

Filippa Lagerback si era portata nel suo appartamento milanese alcuni pulcini, piccoli e adorabili. Solo che, dopo un po’, viste anche le lamentele del marito Daniele Bossari, si è accorta che sporcavano troppo. A malincuore, li ha dovuti portare in una fattoria in Maremma. Carolina Marconi e lo stilista Elio Fiorucci.

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del percussionista Sameer Bhatt from “The Rocking Drummers” e il tributo ad Amy Winehouse della cantante Alessia Marcandalli, l’acrobata aerea Giulia Scudeletti e i ballerini della Shamcompany. Per un party straordinario e sensuale, con scenografie mozzafiato e la musica dei migliori dj, tra cui Giusy Dee and Besford Dj, con Alexandra Casto e Jasmine Jhons e la consulenza artistica di Antonio Carmine Napolitano.


For magazine Presentando un componente del gruppo che accompagna Malika Ayane, Francesco Facchinetti dice: «Anche lui è un figlio dei Pooh, anzi di Red Canzian; noi figli dei Pooh siamo dappertutto». Malika gli risponde: «Sì, come l’herpes».

Malika Ayane

Vertu, leader nel mercato della telefonia mobile di lusso, e Italia Independent, brand di creatività e stile fondato da Lapo Elkann, hanno presentato, con una serata esclusiva, la nuova collezione di telefoni cellulari in edizione limitata “Constellation Blue”, nata dalla collaborazione tra le due aziende. Sviluppata in totale sinergia dalle due realtà, la collezione è ispirata alla purezza e alla semplice eleganza del colore blu. Elemento che è diventato l’anima autentica di questo prodotto e anche di tutto l’evento di presentazione. Un momento speciale alla presenza di Perry Oosting (Presidente Vertu), Lapo Elkann, di guest internazionali come Diana Picasso, Wayne Maser, e ospiti italiani tra cui Franca Sozzani, direttore di Vogue Italia, Marta e Carlo Borromeo, Arturo Artom e Stefano Tacconi.

Marta Ferri con Carlo Borromeo

Lapo Elkann e Perry Oosting.

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È bulgara, ma considera l’Italia il suo secondo paese e ci vive quando non è a New York. Darina Pavlova nella sua casa romana di Piazza del Popolo riceve in modo esemplare: alle sue cene c’è spesso Matteo Garrone, ora sugli schermi con Reality, che è un suo grande estimatore. Da noi è riuscita a realizzare un sogno, ovvero produrre il programma televisivo Sognando Italia, che racconta storie di successo e di amore di italiani che vivono negli States: per questo le è stato consegnato, alla Camera dei Deputati, il “Premio Italia Usa”, che ha l’obiettivo di stimolare iniziative volte a favorire i rapporti tra i due Paesi. Eterogeneo il gruppo dei premiati: da Andrea Bocelli a Massimo Ferragamo, da Justine Mattera a Franca Sozzani. • Perfetti e perfette (quasi) sconosciuti che hanno trovato sul loro cammino una star. L’esempio più eclatante è quello della cantante e attrice Nadia Lanfranconi che vive una liason, da lei non confermata, con Mel Gibson: in ogni caso ha riportato la tranquillità nella vita dell’attore dopo le note vicissitudini giudiziarie. Anche l’imprenditore Marcantonio Rota, fino a poco tempo fa nell’anonimato, ha raggiunto la fama da quando sta con Ivana Trump, non nuova a questo tipo di legami, visto il suo matrimonio con Rossano Rubicondi, che poi raggiunse una certa notorietà partecipando al L’isola dei famosi. Altro esempio è quello dell’attrice Emanuela Postacchini, che aveva conquistato Stephen Dorff, ma l’unione è, almeno momentaneamente, finita. E che dire della regista Giada Colagrande, ancora oggi poco conosciuta, che sette anni fa ha conquistato Willem Dafoe e lo ha immediatamente sposato? Livia Giuggioli ha sposato il Premio Oscar Colin Firth: lei ora crea abiti ed è la profetessa del “red carpet ecologico”; non importa se poi sfreccia nei mari con moto d’acqua molto poco “eco”, ma in questo modo si è fatta conoscere. Anche l’Italia ha esempi consistenti, come quello di Antonella Clerici che ha impalmato Eddy Martens dopo averlo conosciuto in un villaggio turistico: lo ha sposato ed ora lui è autore televisivo. Anna Dan ha stregato Gianni Morandi. Tante sarebbero le coppie, ma su tutte brilla quella di Martina Stella e Gabriele Gregorini, giovane hair stylist conosciuto sul set di Tutti pazzi per amore, e mai titolo fu più profetico: l’attrice è ora al quinto mese di gravidanza. E per finire un amore da soap: Virginia De Agostini si è innamorata e ha sposato Daniel McVicar, il “Clark” di Beautiful. Darina Pavlova

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Giovanna Benatti, Orna Nofarber e Maria Buccellati.

Colazione con raffinate signore per il lancio della nuova meraviglia firmata La Mer, “The Moisturizing Soft Cream”. Deliziosi piatti tipici milanesi nell’atmosfera incantata del Salumaio, all’interno del milanese Palazzo Bagatti Valsec-

chi: viste e salutate Gabriella Dompè, Umberta Gussalli Beretta, Lisa Giuliani, Anya Recordati, Alberica Brivio Sforza, Cecilia Colussi, Federica Fontana, Emanuela Galtrucco, Federica Teso, figlia dell’imprenditore Adriano, Irene Cervel-

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lera, Lesley Broglia, Anne Tazartes. La prima crema della maison fu inventata dal fisico aerospaziale Max Huber, grande esperto di alghe marine.


Forcover magazine di Santi Urso

Il mondo di Belen Corpo da favola (basta guardarla a Colorado), temperamento e grande personalità: sono questi i segreti del successo di Belen? No, ce ne sono altri, che noi siamo andati a scoprire per voi‌

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Belen Rodriguez è ancora al comando di Colorado su Italia 1 con Paolo Ruffini: proprio ai colleghi del programma la showgirl avrebbe confidato di essere incinta.

Ha un corpo che è un’opera d’arte, ma il vero capolavoro è il suo carattere. Per descrivere il fisico e la personalità di Belen Rodriguez non ci vogliono altre parole. Anche perché lei stessa, parlando della sua bellezza, ne usa pochissime: «Io mi vedo carina. Brutta no, carina ma le bellissime sono altre, Cindy Crawford, per esempio». E sul carattere: «È fermo. Non mi piace sentirmi dire quello che devo fare. Io faccio quello che sento di fare, con sincerità». E conclude: «Proprio oca non sono». Corpo da favola e temperamento sensibilissimo (il copyright della definizione è del rapper Coolio): Belen li ha avuti da madre natura (e al seno anche con un aiutino), ma come li coltiva? «Ci pensa l’età», ammicca lei, che ha 28 anni. «Vivo alla giornata». Non è una vanteria: Maria Belen (è il suo nome completo, vuol dire Madonna di Betlemme, e lei ci tiene molto) è la dimostrazione vivente che la vera bellezza viene dall’anima e la puoi mantenere e rafforzare senza farti intrappolare dall’ossessione di diete e palestre. «Io non faccio niente, neanche le scale a piedi: sto al quinto piano e uso l’ascensore, e non faccio follie neanche per i saloni di bellezza: sono autodidatta», dice, e qui un po’ esagera. Perché è vero che ha sempre fatto quasi soltanto pilates, e usa il sonno come cura di bellezza, ma quel poco di sport che pratica è la boxe, che quanto a fatica non scherza.

La sua vera palestra è una vita attivissima: lavora senza tregua (show, pubblicità, cinema), coltiva un sacco di interessi, dalla chitarra alla cucina, dalla scultura con l’argilla al piacere della lettura («È l’unico momento in cui sto ferma»). Come cuoca è bravissima, anche perché adora mangiar bene. In ogni caso, il collante del suo fascino resta il carattere. Belen vive all’insegna di un motto antico: al cuore non si comanda. L’importante è non ingannare se stessi e gli altri: lei fa tutto con estrema convinzione, a cominciare dalle scelte amorose. L’altro ieri è stata la ragazza del calciatore Marco Borriello, ieri, contro tutti, è stata la ragazza di Fabrizio Corona, il cosiddetto “re dei paparazzi”, bellissimo, tatuatissimo, chiacchieratissimo. Oggi, ancora contro tutti, è la ragazza di Stefano De Martino, ballerino di Amici ed ex di Emma Marrone. Ma, come direbbe la sua straordinaria imitatrice (Virginia Raffaele): «De questo non parlo! Non ho mai parlato. Io dico solo: lasciatemi vivere la mia vita in pace. Ma i giornalisti sono di due tipi: quelli che riportano quello che dico e quelli che ingigantiscono». Però la frase “Ferirò solo me stessa se ho sbagliato persona, al cuore non si comanda” non l’hanno scritta i giornali, l’ha detta lei nel blog dei suoi sostenitori. «E la confermo. Cos’ho detto di sbagliato?». Con quella bocca può dire ciò che vuole…

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Belen Rodriguez, 28 anni, resta una regina delle cover dei settimanali. Per la sua bellezza e per i suoi amori: da Marco Borriello a Fabrizio Corona, fino a Stefano De Martino, ballerino di Amici ed ex di Emma Marrone, la vincitrice dell’ultimo Festival di Sanremo.

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UOMO DEL MESE di Ivan Rota

Massimiliano Gialdroni Si chiama Massimiliano Gialdroni e negli ambienti “avantgarde” europei è il fotografo di “fine art” più gettonato e richiesto. A Philadelphia lo conoscono bene: ha vinto l’ultimo premio come miglior reporter delle “ghost towns”. Franconapoletano, giovane, biondo e dannato, Gialdroni negli ultimi anni ha operato tra New York, Berlino, Tel Aviv e Bali. Qui sono stati memorabili il suo party in onore di Paris Hilton e le cene a tema organizzate per Naomi Campbell.

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DONNA DEL MESE

Lana Del Rey In occasione del suo tour mondiale, la cantante Lana Del Rey è stata fotografata all’uscita dal concerto a Varsavia con un paio di zeppe in suede nero con inserti di catena di Ferragamo. A Londra ha indossato un paio di ballerine effetto “Rainbow” in suede. L’artista, ormai fenomeno planetario, veste bene, è di famiglia ricca, ha un nome inventato (all’anagrafe fa Elizabeth Woolridge Grant): sembra però un personaggio creato in laboratorio, un poco finta, insomma una donna bionica. In ogni caso è un piacere vederla e sentirla cantare.

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For magazine REPORTAGE di Sara Donati

Fino alla fine del mondo

Una delle tante meraviglie naturali del Cile (uno dei Paesi attraversati dal nuovo raid di Donnavventura) è la riserva di Huilo – Huilo, con la sua cascata e il suo vulcano Villaricca, uno dei più attivi delle Ande.

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Ancora in viaggio con le splendide Donnavventura. Che dalla Terra del Fuoco andranno verso l’Equatore. Intanto eccole a Ushuaia, ultimo avamposto meridionale delle Americhe: “La fin del mundo, il principio de todo”

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Dopo l’arrivo a Santiago del Chile e la sistemazione al Noi Hotel, le ragazze sono pronte per il primo giorno d’avventura: la carovana si muove dall’hotel per andare alla scoperta delle bellezze presenti nei dintorni, a bordo di quattro pick-up Mitsubishi L200.

In più di vent’anni i cinque continenti del pianeta sono stati esplorati, da Nord a Sud, da Oriente a Occidente, fotografati, filmati e raccontati da più di duecento ragazze che hanno realizzato il sogno, fra migliaia e migliaia di candidate, di vivere quell’esperienza unica il cui nome è Donnavventura. Viaggi molto diversi e donne altrettanto differenti, ma tutte con una particolare caratteristica in comune: la voglia di riuscire in un’impresa tutt’altro che facile. È giunta l’ora di una nuova, entusiasmante impresa: dalla Terra del Fuoco all’Equatore. Dopo i primi giorni dedicati all’organizzazione, la carovana caratterizzata dai 4 pickup Mitsubishi L200 ha lasciato Santiago, la capitale del Cile, per dirigersi a Sud. Prima tappa la Residencia Historica di Marghigue, una tenuta del 1700 splendidamente restaurata. Qui le Donnavventura sono attese per una cavalcata al tramonto. Nei giorni seguenti raggiungono Santa Cruz e la Regione dei vini, dove imboccano la mitica “panamericana” in direzione sud. Si intravedono i primi vulcani e fa sempre più freddo. In poco meno di una settimana di viaggio le neo-reporter sono già immerse nella natura cilena. Raggiungono la riserva di Huilo-Huilo con la sua cascata, Villarrica e il suo vulcano, uno dei più attivi delle Ande. Si comincia a pensare alla Patagonia, ormai alle porte. Raggiunta Puerto Varas, le ragazze ricevono la notizia che la nave cargo sulla quale dovevano imbarcarsi per raggiungere il 22 For Magazine


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Un’immagine del Parco nazionale Torres del Paine, immerso tra foreste, montagne e ghiacciai.

La spedizione mentre viaggia lungo la Panamericana, la strada, di circa 25.750 km, che si sviluppa lungo la costa pacifica del continente americano, dall’Alaska al Cile.

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Una nuova esperienza per le ragazze: la teleferica. Dopo aver indossato l’imbragatura e allacciato bene il moschettone si lanciano! Peccato che il giro sia corto.

Durante il viaggio le Donnavventura incontrano un branco di cavalli selvaggi, che passeggiano per i verdi pascoli di questa zona.

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Il vulcano Villarrica fa da sfondo al passaggio sui pick-up della carovana.

sud è in avaria, pare per una collisione con un iceberg. Anche la Carretera Austral è chiusa. È quindi necessario ridisegnare l’itinerario per poter raggiungere Punta Arenas e da qui la meta più a sud del mondo: Ushuaia. Si decide di prendere un’altra nave cargo, più piccola, che da Puerto Montt porterà la spedizione a Puerto Aisen. Il gruppo si imbarca sull’Amadeo I per proseguire il viaggio. Lo straordinario panorama che circonda il team rincuora le ragazze. Tuttavia, la squadra non sembra funzionare al meglio. La redazione quest’anno ha deciso di far partire sei ragazze “nuove”, senza “veterane” a supporto del team. Dopo l’addestramento a La Thuile, preparati l’equipaggiamento, l’attrezzatura e le istruzioni d’uso, le aspiranti Donnavventura si mettono in gioco sul campo. I compiti di una Donnavventura in viaggio sono molti. Solitamente, dopo qualche giorno di rodaggio, il team entra nella quotidianità. Il capo spedizione è inflessibile ed esige che le ragazze dimostrino nel più breve tempo possibile di essere perfette, abili nella guida dei mezzi, brave e disinvolte davanti alla telecamera, mai impreparate, pronte a superare qualsiasi ostacolo e operative in ogni situazione. 25 For Magazine


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Due splendide vedute dell’arcipelago di Chonos, situato nell’Oceano Pacifico, di fronte al Cile meridionale: è formato da circa 45 isole e 1000 isolotti, caratterizzati da suolo montuoso (alt. max 1660 m) e ricoperto da foreste. Centro principale è Melinka. Le isole erano occupate dai Chono, popolazione indigena oggi estinta.

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A bordo della nave “Amedeo I” le ragazze si dirigono a Puerto Aisen.

La produzione televisiva e fotografica “on the road” è realizzata esclusivamente dal team delle Donnavventura, da un cameraman e dal capo spedizione. Non ci sono supporti esterni ed è necessario, quindi, che anche la più semplice attività quotidiana venga realizzata con la massima efficienza. Si è in viaggio per una produzione televisiva, per raccontare e documentare tutto ciò che accade nel corso della missione. La priorità assoluta, pertanto, è quella di realizzare splendide immagini delle location attraversate. Si macinano chilometri, talvolta su strade innevate, spesso su piste sterrate. Il desiderio di farcela e di non mollare accompagna ogni risveglio del team. La Donnavventura deve saper

apprezzare ogni attimo di questa esperienza, guardando oltre le difficoltà quotidiane. Arrivate a Puerto Natales, nella provincia di Ultima Esperanza, nella Regione delle Magellane e Antartide Cilena, la spedizione raggiunge il Parco Nazionale di Torre del Paine, con le sue cime che sono tra le più famose al mondo. Arrivate al Lago Grey, la vista del primo ghiacciaio e dei primi iceberg entusiasmano il team. È certamente un’emozione che le ragazze non dimenticheranno. Rientrato a Puerto Natales il gruppo prosegue verso Punta Arenas, la città più importante della Patagonia cilena, di fronte allo Stretto di Magellano. Questa zona del Sudamerica, così

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Il nuovo team al completo. Donnaventura è l’avvincente format di spedizioni “al femminile” nelle terre più affascinanti del mondo.

Dalla città di Pucòn il team muove alla volta di Puerto Varas, diretto verso il sud in Patagonia: neve, freddo e strade sterrate sono una costante di questo viaggio.

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Da Puerto Varas si staglia sul paesaggio il vulcano Calbuco con le sue cime innevate.

Sempre percorrendo la Panamericana i pick-up possono raggiungere la meta in modo più agevole.

frastagliata, è difficile da percorrere, ma con perseveranza la spedizione prosegue verso la meta successiva. Attraversa, così, lo stretto di Magellano, per raggiungere la Terra del Fuoco,

un’altra dogana Cile – Argentina e, dopo aver sostato a Rio Grande, arriva a Ushuaia, ultimo avamposto in Sudamerica, la meta sognata da ogni viaggiatore vero.

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For MITI magazine di Santi Urso Sir Sean Connery (oggi 82 anni) fu scelto per il ruolo dell’agente segreto al servizio di Sua Maestà anche in virtù del suo fisico aitante: l’attore scozzese è alto 1,89 m.

Il suo nome è… Sean Ha appena festeggiato cinquant’anni da quando uscì il primo film, ma l’agente 007 (che ha una lunga storia anche letteraria) è… vivo e lotta con noi perché Connery l’ha reso indimenticabile. Con buona pace persino di Daniel Craig che tra poche settimane rivedremo nei panni di James Bond Non avrai altro Bond all’infuori di me. Ovvero Sean Connery è stato il migliore degli 007 possibili. Qualsiasi riferimento, elogio o vituperio, si faccia all’agente segreto con licenza di uccidere non può che essere vintage. Nella sua saga, da sessant’anni la più vitale della narrativa (solo Tarzan, nato nel 1912, lo guarda dall’alto delle sue liane centenarie, e però ormai stremate dal tempo),

il divo scozzese è l’ingrediente sufficiente e necessario a perpetuare il fascino del mito, che si è fatto carne da schermo nel 1962. Solo per affettuosa simpatia si può ricordare il generoso contributo di Roger Moore, che con una vita da mediano al servizio di spettacolari film d’azione si è guadagnato il maggior numero di presenze, sette, nei film “ufficiali” della serie. E solo per non contraddire

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le esigenze del marketing si può accettare Daniel Craig, peraltro ottimo attore, come ottimo 007, quando, per capire quant’è sbagliato, basta pensare che Ian Fleming, il “papà” della spia, non era neppur contento di Connery e avrebbe preferito Cary Grant (la valutazione di Craig esige comunque prudenza: si consideri il precedente di Luca Zingaretti, anche lui ha “tradito” il Montalbano di Camilleri, però ha ragione lui). Rubando le alate parole del Marco Antonio di Shakespeare, diciamo che “non siamo qui per tessere le lodi” di Sean Connery (che considera morta e sepolta l’esperienza con il personaggio, anzi ha dedicato buona parte dell’esistenza a far dimenticare i sei film, più uno non ufficiale, in cui l’ha impersonato), siamo qui solo per una breve riflessione sul perché la sua versione sia indimenticabile, come è per il Tarzan cinematografico la versione di Johnny Weissmuller. Bisogna risalire alle origini della leggenda, quel 5 ottobre 1962, in cui il Dr. No (in italiano Licenza di uccidere) uscì nelle sale di Londra per poi, nei cinema del mondo, racimolare 60 milioni di dollari. Traduzione: sullo schermo James Bond vide la luce nell’indifferenza generale. Il bikini bianco di Honey (Ursula Andress), mitico per lo stupendo costato e il pancino incavato della stellina svizzera (nel romanzo il suo personaggio non ha bikini, solo il cinturone del coltello da sub), è oggi una pietra di paragone (insuperabile, persino la sensualissima Halle Berry che, nel 2002, lo ha clonato in diverso colore, in La morte può attendere, si è solo avvicinata all’originale), ma per tutto il 1962 passò quasi inosservato, anche se Connery, in un suo personale bilancio ha definito Ursula “la mia partner più glamour”. Honey venne inquadrata nella giusta luce, quando Licenza di uccidere vagolava nelle terze e quarte visioni e nei pidocchietti (i ragazzi non se lo immaginano neppure, ma ci fu un tempo in cui i film, usciti dalle prime visioni giravano ancora per mesi e anni in sale sempre più periferiche e degradate, “pidocchietto”, come epiteto, la dice lunga su quelle platee) e, fra il 1963 e il 1964, fu distribuito A 007 dalla Russia con amore, dove “A” non indica l’agente, ma è proprio l’intestazione di una cartolina. Ursula Andress beneficò di riflesso del grande successo di Daniela Bianchi (la spia sovietica Tatiana Romanova) che, per una conversazione con James Bond, proponeva un abito da sera tra i più azzeccati mai immaginati: un nastrino al collo. Ma tutto il film fu come una rivelazione, per le spettatrici soprattutto. Il mondo si accorse che, a scopo di seduzione, Sean Connery disponeva, per dirla con il dottor Stranamore, dell’arma-fine-di-mondo: il suo vispo, intelligente, scanzonato volto sormontava un fisico bestiale, che portava bene lo smoking e benissimo l’asciugamano stretto ai

Connery ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista nel 1988 nel ruolo del poliziotto Jimmy Malone ne Gli intoccabili di Brian De Palma.

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Daniel Craig (44 anni) ed Eva Green (32 anni) in Agente 007 - Casino Royale: per ottenere il ruolo l’attore britannico ha battuto la concorrenza di colleghi come Clive Owen, Ewan McGregor e Colin Farrell. Skyfall (nelle sale a fine ottobre) è per lui il terzo film nei panni di James Bond.

fianchi. Perché è pur vero che le donne apprezzano “chi le fa ridere” (risposta del 100 per cento delle ragazze, richieste di dire qual è la qualità più gradita in un uomo), ma si sciolgono per chi le fa fremere, generalmente uno strafigo. Sean Connery quello era, e quello è rimasto, nella fantasia del pubblico (e anche in molti altri film, persino in età avanzata). Da allora fu marcia trionfale, anche se Connery è sempre stato eroe riluttante: non per caso gli piace moltissimo ricordare Mai dire mai che, nel 1983, è stato per lui il settimo film, ma per la saga un apocrifo, realizzato fuori della produzione ortodossa. Produzione che, anche a voler ridurre al minimo l’apporto di Connery (come si fa nelle società di calcio con certi fuoriclasse: è

la squadra che vince), dovrà pur sempre ricordarlo almeno come volano del successo. Da Roger Moore a Daniel Craig, passando per Timothy Dalton, Pierce Brosnan e la meteora George Lazenby, tutti esistono perché è Sean Connery che ha costruito i pilastri. E ha inventato la decorazione: che è tutt’altro che superflua. Anzi, a voler risalire proprio al big bang cinematografico, forse Honey conta un filino più di Bond stesso, perché lui non esisterebbe senza le Bondgirls. E chissà che un giorno uno storico del cinema non debba ammettere che i film di 007 sono come i film western. Di essi si diceva: “Non cambiamo le trame, cambiamo i cavalli”. Dell’epopea di Bond si potrà forse dire: “Cambiamo i protagonisti, ma di certo

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Non solo bikini Il nastrino al collo di Daniela Bianchi, la modella italiana che impersona la sovietica Tatiana Romanova nel film Dalla Russia con amore (1963) è la migliore idea possibile per un abito da sera. Il bikini di Halle Berry, l’agente della Cia Jinx nel film La morte può attendere (2002), è il più sexy di tutta la serie per il perfetto coordinamento della tinta con il colore ambrato della pelle. Il pugnale di Ursula Andress in Licenza di uccidere (1962) è da ricordare in omaggio a Ian Fleming: nel romanzo il cinturone dell’arma è l’indumento che Honey indossa uscendo dall’acqua. Il sudario d’oro che ricopre Shirley Eaton (Jill Masterson in Missione Goldfinger, 1964) è una splendente trovata fetish. Chi può copiarla, deve lasciare tutto il petto libero, se no lei muore. L’accappatoio di Maud Addams (Andrea ne L’uomo dalla pistola d’oro, 1974) suggerisce la prima regola di qualsiasi abbigliamento su un corpo sexy: si indossa per essere sfilato. La muta da sub di Claudine Auger (Domino in Thunderball Operazione Tuono, 1965) è la plastica dimostrazione di ciò che si intende quando si dice più nuda di quando è nuda. Il mare è optional non necessario. Il total black stropicciato di Olga Kurylenko in Quantum of Solace (2008): supportato dal broncio incantevole della protagonista, ucraina naturalizzata francese, come non si vedeva quasi dai tempi di BB. Sexy oltre la barriera delle labbra a canotto e inimitabile se madre natura non ha fornito una bocca con gli angoli all’ingiù. Ursula Andress.

non cambiamo le Bondgirls”. Che sono sempre scultoree, sorridenti, affascinanti: da Claudine Auger a Izabella Scorupco, da Barbara Bach a Caterina Murino, da Britt Ekland a Olga Kurilenko, da Eva Green a Bérénice Marlohe, sono immortalate da quell’appellativo. E in molti casi

anche vittime dei danni collaterali del catalogo bondiano, perché hanno una vita (pubblica) lunga un film, poi si inabissano, come sirene. Ma questa, direbbe James Bond, tra un classico Martini e una birra, sua recente passione, è un’altra storia.

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ForMODA magazine di Ivan Rota

Gossip Girl Le protagoniste delle passerelle ormai sono le star della Tv e della cronaca rosa. E anche tra gli ospiti e nel backstage sfilata dei soliti televolti. I vestiti? Sembra quasi che passino in secondo piano. Comunque alla settimana milanese noi c’eravamo. E vi raccontiamo di tutto, di più

Bellissima e sempre di tendenza, Elisabetta Canalis ha sfilato sulla passerella di Miss Bikini Luxe, nella splendida cornice di Palazzo Isimbardi, come perfetta interprete del mood della collezione primavera/ estate 2013. Tra Italia e Stati Uniti continua il suo momento magico: spot, moda e amore, tutto ok!

È stata ancora una volta l’ex velina Melissa Satta a interpretare sulla passerella lo spirito della collezione Emamò, la cui ispirazione è chiaramente hippy chic e romantica. Intanto Melissa ha annunciato le nozze (e tanta voglia di maternità) con il suo Boateng, il campione del Milan.

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Elisabetta Gregoraci è stata una delle indossatrici per la collezione primavera-estate 2013 di Paladini, sfoggiando alcuni bikini perfetti per il suo fisico super tonico. La moglie di Flavio Briatore ha confermato ancora una volta che, pur avendo 32 anni e una gravidanza alle spalle, non teme la concorrenza delle modelle ventenni.

Nicole Minetti ha sfilato per Parah ed è stata l’attrazione della settimana. L’azienda di Varese ha già fatto sapere che, pur soddisfatta dell’attenzione dei media, non pensa di avvalersi ancora delle prestazioni della consigliera regionale. Ma Nicole è già pronta per fare la testimonial di Fruscio, brand dell’intimo, dove ha rubato il posto a Melita Toniolo…

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La donna studiata da Raffaela D’Angelo non rinuncia alla classe anche in riva al mare o a bordo piscina. Indossa dei bikini, succinti, o costumi interi (quasi sempre senza spalline) e si avvolge in morbide gonne pareo, che trasformano il look da spiaggia in qualcosa di più. Quasi tutti

i costumi e i completi sono caratterizzati da applicazioni floreali, tono su tono, o da pizzi che danno alla linea un tocco di romanticismo. Testimonial d’eccezione Ariadna Romero (che ritroveremo anche più avanti) e la bionda Sofia Bruscoli.

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Cronologia di una giornata nella Fashion Week milanese. Partiamo dall’ultimo giorno di questa lunga kermesse che ci ha fatto percorrere centinaia di chilometri, in auto e a piedi, pur restando in città: correre da una sfilata in centro a un party sui navigli e via elencando. La mattinata è iniziata in souplesse, nonostante il rock di DSquared, ma alle 9.30 chi ha voglia di ballare? Le “sciure” milanesi erano però già tutte dal parrucchiere per un evento imperdibile (sicuramente solo per loro), ovvero la sfilata di Carlo Tivioli, una vera e propria istituzione meneghina. Noi eravamo reduci dalla festa per W, ancora oggi la bibbia della moda: un parterre raffinato, una barriera contro il trash. Piovono i vip su Roberto Cavalli, anzi, non proprio su di lui. Di Valeria Mazza non ci interessa molto, tanti non la riconoscono (ma perché continua a fare l’ospite?). Ci dirigiamo verso Elisabeth Hurley (ormai per tutti Liz, ma la Taylor era un’altra cosa) che ci intriga per il fatto di essere stata con Hugh Grant (che poi è stato con una prostituta) e parliamo di mucche: ebbene sì, Liz vive in una fattoria dove coltiva prodotti bio, munge le mucche e gioca con i maiali. Da qualunque parte ti giri ti ritrovi Filippa Lagerback e, ora anche Paolo Ruffini che (forse) sostituisce Belen Rodriguez, sua collega a Colorado, alle sfilate. Incontriamo di nuovo Liz e ci dice che ha avuto anche tempo di firmare una linea di abbigliamento che lo scorso anno ha presentato all’outlet Fidenza Village. Simpatica, così come Jo Squillo che è stata ribattezzata “Cyber” perché si aggira con una minuscola telecamera posizionata dietro l’orecchio: un po’ Prometheus, un po’ “siamo donne”. Segue tutte le sfilate per il programma Tv Moda che conduce: “l’unico programma di moda in televisione” direbbe Gigi Marzullo. Arriva l’ora del brunch-defilé di Luisa Beccaria. Nel suo quartier generale di Brera ha posizionato davanti alle file di sedie alcuni tavolini da cui spiluccare mentre si guarda la sfilata. La stilista delle bambole, come alcuni la chiamano, saluta uno ad uno gli amici e si congeda. Una sfilata di nomi nobili, tanto che alcuni sembrano farlocchi, ma, ci dicono, non lo sono. «Sono subito da lei», sì, da Norma Luisa, la quintessenza dello chic, ma si mette a piovere, un diluvio ci blocca in un androne e si fa tardi. Non troppo tardi per andare a Palazzo Visconti da Lorenzo Riva con una sfilata nelle tre sale che trasudano storia, quella preziosa dei Visconti di Modrone: qui arriva Alessandro Cecchi Paone perennemente con il trolley, ribattezzato “la ragazza con la valigia”, assieme al suo assistente di colore, Cristiano Malgioglio con il suo ciuffo e con Franco, il suo truccatore personale (trucca anche Bianca Jagger alla quale pare riesca persino a nascondere una piccola paresi alla bocca e Monica Bellucci). Lorenzo Riva dedica una parte la sfilata alle donne berbere e si immedesima: alla fine esce con un collanone etnico al collo. Incontriamo anche Olga Kent, splendida attrice che ha partecipato a Vacanze di Natale a Cortina, ma il suo viso ci ricorda Luchino Visconti, del resto siamo a Palazzo Visconti. Un salto da Cristiano Burani dove salutiamo Marta Brivio Sforza, una pausa al Four Seasons e poi ecco la cena di Roberto Cavalli. Dove? Ma che domande, al Just Cavalli: ormai, a Milano, quando si parla di cavalli, tutti pensano allo stilista e non ai quadrupedi. Effettivamente di cavalli se ne vedono pochi. Gli ospiti sono più o meno quelli presenti al defilé. «Quella ha un po’ la faccia da lupa», dice una contessa: vi diciamo che “quella” è Leona Lewis, ma effettivamente la contessa ha ragione. Bella Eva Duringer, ma si capisce che ormai questa maratona sta finendo e si avverte un po’ di stanchezza. «Ci fanno male le pile», avrebbe detto la mitica Maria Callas riferendosi ai piedi, e così pensiamo a quella caterva di bustine che ci hanno regalato davanti a Palazzo Clerici: talco, creme, sali, tutti prodotti per i piedi. Prodotti che hanno forse poco a che fare con la moda, ma che usiamo prima di andare a dormire.

Simona Ventura in posa da vera star, prima di entrare in total look Salvatore Ferragamo alla sfilata dello stilista. SuperSimo ha appena ripreso X-Factor su Sky, ma sempre per il canale satellitare ha in progetto nuovi programmi.

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Per l’evento “Argentina Celebrates Fashion”, con sei stilisti argentini sulla passerella, non potevano macare Maxi Lopez, attaccante della Sampdoria, la show girl Natalie Kriz e

Paula Zanetti, moglie del capitano dell’Inter Xavier con il quale ha creato la Fondazione P.U.P.I (assistenza ai bambini disagiati argentini). Il ricavato delle vendite dei capi che

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ogni designer ha messo a disposizione – ogni stilista ne ha donato alla Fondazione uno – e che saranno messi all’asta andrà proprio alla Fondazione.


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La splendida cornice di palazzo Isimbardi, per l’occasione, si è trasformata in una passerella caliente con la sfilata delle creazioni di 6 stilisti argentini: La Martina, Maria Pryor, Calfun, Gabriel Lage, Varanasi e Fabian

Zitta. Un’occasione unica per ballare insieme ai tangueros argentini arrivati appositamente a Milano per celebrare le collezioni promavera/ estate 2013 all’insegna dell’innovazione. Il console Gustavo Moreno ha fatto gli onori di

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casa offrendo ai propri ospiti eccellenti vini e piatti a base di carne: il tutto nella più alta eccellenza della terra de los gauchos.


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Trio di bellezze da Massimo Rebecchi: Melita Toniolo (vera e propria prezzemolina di queste sfilate), Justine Mattera e Nicola Winspeare Guicciardi, baronessa e sound designer tra le piĂš apprezzate. In total look Massimo Rebecchi hanno applaudito in prima fila la collezione

presentata a Palazzo Clerici, declinata seguendo il fil rouge di grafismi e contrasti, accesi da mix di stampe e intarsi di pizzo, in grado di esprimere una femminilitĂ  poliedrica e raffinata.

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È un’icona e una leggenda della moda della Swinging London a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, la modella tedesca che per sfondare nel fashion, si finse russa tanto da cambiare il suo nome da Vera Gottliebe Anna von Lehndorff-Steinort in Veruschka. Attrice per Michelangelo Antonioni in Blow up, modella comparsa sulle più importanti riviste patinate al mondo, artista camaleontica, più recentemente, si è trasformata in fotografa e pittrice. Bella, carismatica, femminile, romantica ma libera

da convenzioni, hippy chic, Veruschka ispira la collezione p/e 2013 di Emamò. Ancora una volta, la designer Emanuela Corvo prende spunto da un'icona femminile dal forte appeal per realizzare una serie di abiti che lasciano indubbiamente il segno. Il capo must della collezione? Il top mono-spalla che si caratterizza per una preziosa ampia manica stile kimono - interamente ricamata.

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Debutto ufficiale a Milano Moda Donna per la nuovissima Byblos Milano, la linea dall’animo internazionale e femminile, nata dalla mente creativa di Manuel Facchini e rappresentazione della sua visione precisa di stile contemporaneo. Una collezione dal sapore internazionale che nasce nel cuore della formazione londinese di Manuel Facchini: «È la moda secondo me: modernità e leggerezza, senza dimenticare la

tradizione». «Oggi è importante salvaguardare il nostro know how, che da sempre punta sull’eccellenza unita a una visione aperta e cosmopolita della moda: un tocco di eccentricità unito alla tradizione, per una collezione dedicata a una donna contemporanea, che non accetta le esasperazioni e che rimane credibile», ha aggiunto Facchini.

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Barbara D’Urso non ha voluto mancare al debutto della linea Byblos Milano e all’inaugurazione del Byblos Milano, l’esclusivo lounge club, che ha aperto ufficialmente domenica 23 settembre. Total black per la conduttrice di Pomeriggio 5, appuntamento ormai consueto dei palinsesti Mediaset.

Riecco Simona Ventura, ma stavolta con il fidanzato Gian Gerolamo Carraro (con il quale convive ormai da parecchi mesi) alla sfilata Byblos Milano.

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Vic Matié ha scelto di presentare le proprie creazioni attraverso una runway-istallazione, nell’affascinante scenario post industriale del Circus Studio di via Pestalozzi. Protagoniste sulla passerella, ancora una volta, le scarpe che hanno preso vita sfilando ai piedi delle modelle, per poi tornare a lasciarsi ammirare, immobili, secondo un susseguirsi

di stati di movimento e di stasi. A fare gli onori di casa Nenella Impiglia che ha creato questo marchio con il marito Renato Curzi e poi con le sue figlie Silvia e Valentina, che chiama teneramente “angeli”. Eccola con Kris & Kris e con lo Squalo di Radio 105.

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Pillole di Spettegulesss! «Vabbe’! Sono subito da lei», così i fan rivolti a Francesco Mandelli, dopo la sfilata Missoni, parafrasando uno dei tormentoni del duo comico de I Soliti Idioti, di cui Francesco fa parte. Anche se il vero e proprio tormentone della giornata è stato l’apparizione sulla passerella di Parah dell’assessore Nicole Minetti, in “trikini” bianco e molto ridotto, al collo una collanona indefinibile. I commenti si sono sprecati, ma tutti concordi nel dire che questi exploit tolgono spazio, su giornali e tv, ai vestiti. Dal canto suo la bella Nicole dalla simpatia travolgente (ci scusino i detrattori, ma si può dire di tutto tranne che non sia simpatica) ha dichiarato che vedrebbe bene Roberto Formigoni sfilare e che la politica è al servizio della moda. Vabbe’! Catwalk in costume, logicamente da bagno (non siamo in un film di James Ivory, peccato) per Melissa Satta che dà anche bislacche indicazioni di stile, per la cantante non vedente Annalisa Minetti (era il giorno delle Minetti), e per Elisabetta Gregoraci. Cose già viste. In giro per la città ancora assonnata siamo da Laura Biagiotti, dove campeggia una Nancy Brilli dal viso molto levigato, oltre Virna Lisi e, in un giorno di polemica contro i circhi causa giraffa morta, anche Ambra Orfei. Chiude la passerella, con Laura e Lavinia Biagiotti, Ron Moss, la cui camicia e il resto dell’abbigliamento, tra guru e figlio dei fiori, scatena le battute: nessun capo da lui indossato è della maison Biagiotti, si affretta a dire l’ufficio stampa. Per loro colazione poi al Baretto, un’istituzione tra i ristò milanesi. Un’altera Kasia Smutniak non sorride da Giorgio Armani, così come Margaret Madè; sorride invece Serena Williams e vince su tutti. Da Trussardi siamo felici di sapere che Michelle Hunziker prende lezioni di stile dal fidanzato Tomaso Trussardi: ma, ai tempi, Giorgio Armani e tanti altri non le avevano insegnato niente? Vediamo anche Asia Argento che ha sfilato per Maria Grazia Severi (dove è stato donato a tutti un pacco di parmigiano), un fan le ha regalato un bigliettino: “Per me sei Dorothy nel Mago di Oz”. La buyer Milena Castriota, nella cui “Milena Boutique” è passata persino Diane Kruger, tiene banco all’affollatissimo party di Daniela Drei. Brunch all’Acanto per Gabriella Magnoni Dompè con Paola Manfrin, Adriano (molto) Teso e Laura Morino Teso, Umberta Gussalli Beretta, il principe Carlo Giovanelli. Nella sala accanto scorgiamo la bombastica Susanna Petrone. Nel giardino dell’hotel a cinque stelle un folto gruppo di trans beve e fuma: pare la scena di un film di Tinto Brass. Nadège, Marpessa e Bianca Brandolini d’Adda, con la sorella Coco, da Dolce e Gabbana: anche al loro cocktail Laetitia Casta senza il suo ex (?) Stefano Accorsi che abbiamo visto la sera prima alla cena dell’Amfar. Nessuno dei due ha voluto dare conferma ufficiale della fine della loro relazione. Spostiamoci in fretta: è un bel dire, poiché ci imbottigliamo in corso Buenos Aires, poi un cocktail di qua, uno di là, ma sono un po’ tutti uguali. I personaggi quest’anno latitano e quindi decidiamo di riposarci prima di recarci all’evento al neonato Byblos, dopo la sfilata Byblos. Manuel Facchini ha ricevuto gli ospiti, davvero tanti. Musica anni Ottanta e poi ce ne torniamo a casa. Resta solo un attimo per uno spuntino con quello che ormai chiamano “il parmigiano della Severi”.

Durante la settimana della moda milanese la bella attrice Valeria Solarino, interprete di film quali Che ne sarà di noi di Gabriele Muccino e La Febbre di Alessandro D’Alatri, si è fatta notare per i preziosi gioielli che ha indossato in occasione degli eventi mondani. Valeria ha scelto le creazioni della designer barese Regina Gambatesa: i luminosi orecchini “acqua fuoco” in oro grigio, brillanti, diamanti multicolor e l’iconico anello serpente, in oro grigio grezzo con diamante a goccia. Come sempre elegantissima.

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«Abbiamo scelto Asia Argento come musa e testimonial della nostra collezione perché, forte e indipendente, coltiva gli stessi nostri valori: attenta ai sentimenti, coraggiosa nelle sue scelte, speciale in tutte le sue sfaccettature», ha dichiarato Francesca Severi, fashion designer di Maria Grazia Severi. E Asia che dice? Se la ride…

Un’altra miracolata dal Grande Fratello: Francesca Zanatta (figlia di un campione di basket). Speaker radiofonica (ma la faceva già) e conduttrice di un talk show su Vero Tv. E ospite della sfilata di Francesca Severi, naturalmente.

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Amazzoni contemporanee sono le protagoniste della collezione primavera/estate 2013 di Miss Bikini Luxe, donne seducenti libere e determinate. Dall’esplorazione dell’anima di queste guerriere mitologiche si moltiplicano le ispirazioni, rappresentate dalle fantasie delle stampe: dai motivi jungle e tattoo alle micro fantasie a fiori e farfalle che profumano di un Eden multicolor, attraverso un tribal mood assolutamente inedito per arrivare a colori piÚ sfumati e approdare, infine, alle tendenze

metropolitane, dai motivi optical e rock, assolutamente contemporanei. Il bikini diventa un gioiello che, come un mosaico dalle tinte accese, riproduce con applicazioni di strass, foreste pluviali, pantere e giraffe. Paillettes di pelle applicate ai costumi, a rappresentare antichi e primitivi segni, disegni stampati su texture di micro-paillettes che creano un sensuale effetto bagnato; romantico sangallo declinato sui bikini, sugli abitini leggeri e sulle gonne di rouche vaporose.

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Flavia Pennetta

Federica Fontana

Imaginifica e poetica la presentazione della collezione Blumarine: “I colori sono botanici, luminosi. Sfumature degradées e lucide trasparenze sfiorano le forme in maniera impercettibile. Immagini evanescenti donano nuove identità a stampe floreali su seta e chiffon, tra bagliori di fili d’oro, d’argento e pizzi lamé. Drappeggi e ruches in seta mauve e

Nadege

verde menta svelano giochi di controluce. Le silhouettes sono morbide nel tessuto plissé micro jacquard laminato, dall’appeal vibrante e contemporaneo. Un flair decorativo ricama abiti e maglie in viscosa crêpe con intarsi geometrici in lurex e plissé soleil dai riflessi preziosi. I volumi sono ampi e leggeri, il comfort seducente: parka in seta e cotone con

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trafori al laser su pantaloni fluidi, maglie over con trafori e ajour su maxi gonne con increspature in voile, jersey lamé o maglia ad effetto metallico. Ricami décor di pietre e paillettes, fiori di strass e cristalli. Trame impalpabili in colori cangianti per abiti in tulle e pizzi con passamanerie di micro catene. Un intreccio di lacci rivela la femminilità audace di sandali

e borse in pelle”. Tra le ospiti della sfilata Blumarine Federica Fontana, Laura Torrisi, Rossella Brescia, Eliana Miglio, Nadege, la tennista Flavia Pennetta e Filippa Lagerback.

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Isabella Ragonese con Ferruccio Ferragamo.

Beau Garrett e James Ferragamo

In occasione della sfilata donna primavera/estate 2013 di Salvatore Ferragamo, tenutasi a Palazzo Mezzanotte a Milano, hanno indossato total look Ferragamo: Claire Julien, attrice americana, tra i protagonisti del nuovo film di Sofia Coppola The Bling Ring (ma ha recitato anche in Dark Knight Rises); Beau Garrett, attrice americana nel cast di Freelancers con Robert De Niro e Forest Whitaker (la ricordiamo anche

in Tron e nella serie Tv Entourage); Kelsey Chow, attrice americana, recentemente tra i protagonisti di The Amazing Spider-Man. E le “nostre� Simona Ventura, Isabella Ragonese e Anna De Pahlen (sorella di Lapo Elkann).

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For magazine di Valentina Polidori

Notti magiche

Folla straripante alle Vogue Fashion’s Night Out di Roma e Milano. C’eravamo anche lì e vi raccontiamo com’è andata Roma attendeva la Vogue Fashion’s Night Out da tempo e la sera del 13 settembre, complice un cielo stellato, la Capitale ha potuto ammirare la bellezza by night degli oltre 400 negozi del centro aperti per l’occasione. Giunta alla sua seconda edizione, la notte bianca della moda ha potuto vantare, oltre ad una meravigliosa sfilata a sorpresa a Trinità dei Monti, anche la presenza di molteplici ospiti vip, giunti da tutta la Penisola per sponsorizzare i brand di cui sono testimonial. A serata appena iniziata, Piazza di Spagna e via dei Condotti sono già gremite (persino la biondissima direttrice di Vogue, Franca Sozzani, fa fatica a farsi largo, assediata da giornalisti e telecamere), ed è quasi impossibile trovare un varco tra la folla di coloro che, un po’ per curiosità, un po’ per voglia di shopping “fuori orario”, si sono concessi una passeggiata nella Città Eterna. Tanti gli eventi, molti i volti noti presenti tra le vetrine illuminate e numerose anche le persone accorse all’evento. Un elegantissimo Gigi Marzullo, in giacca, cravatta e fazzoletto nel taschino, si ferma a guardare uno spettacolo di una giocoliera che, issata in alto, compie i suoi numeri da circo. Un sempre sorridente principe Giovannelli conversa amabilmente con un commerciante, mentre il regista Enrico Vanzina, in compagnia di alcuni amici, cerca di farsi largo in via Borgognona. In effetti, la folla continua a crescere, soprattutto nei pressi del negozio di un noto brand di abbigliamento intimo. Giovani e meno giovani si assiepano di fronte alle vetrate, ben difese da corpulenti bodyguard: la super ospite dello shop è la vincitrice dell’ultimo Festival di Sanremo, Emma Marrone. Con una maglia monospalla in lurex crema e l’acconciatura asimmetrica che la contraddistingue, la cantante firma autografi su autografi, ma rimane blindatissima, protetta dal suo ufficio stampa. Più accessibile, privo di entourage, in jeans blu scuri e camicetta a righe bianche e azzurre, il campione olimpico di nuoto Massimiliano Rosolino. Ma i vip non si concentrano solo nei negozi: passeggiano tranquillamente per le vie del centro. Ecco, quindi, passeggiare tra la gente una altissima Cristina Chiabotto, in total black di pelle nera: minigonna e giubbino per una delle più amate Miss Italia degli ultimi anni. Non solo shopping per lei, ma anche la festa di compleanno di un’amica in un locale. Lo stesso in cui vengono avvistati Jimmy Ghione, storico inviato di Striscia la Notizia e sua moglie Tania; in total black anche le splendide Alessia Marcuzzi e Manuela Arcuri: la prima, in abitino strizzato in vita da una cintura borchiata e smalto rouge noir sulle mani, la seconda più tradizionalista, in un abito nero elasticizzato con inserti in pelle, si ferma sorridente nei negozi, per autografare le t-shirt realizzate per la serata. Il pancione tanto atteso e desiderato da Alessia Fabiani non le ha impedito di dedicarsi ad un po’ di sane compere per sé. Attesissimi ospiti di un negozio di proprietà di un ex-calciatore, la regina dei reality Guendalina Tavassi, in outfit nero troppo serioso, e il fotografo dei vip Fabrizio Corona, in gessato e camicia immacolata, che regala alla serata un piccolo brivido di gossip: giunto in compagnia della sua nuova fidanzata, Tamara Pisnoli, ex moglie del calciatore giallorosso Daniele De Rossi, viene piantato in asso dalla bellissima romana all’interno di un negozio, a causa di una accesa discussione della quale non si conosce

Durante la notte della moda romana lo Swatch Store di via del Corso si è trasformato in una spiaggia con veri surfisti da tavola. Il conduttore Tv Massimo Giletti ha partecipato alla serata come promotore dei modelli Chrono Plastic Special Sleeve VFNO, che sono stati prodotti all’insegna dello shopping benefico e la gran parte del ricavato andrà ai terremotati dell’Emilia-Romagna.

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il motivo scatenante. Ma non di soli vip vive la moda: gli spettacoli più affascinanti li regalano le vetrine dei negozi, allestite e decorate nei modi più allettanti ed insoliti. In uno shop di moda casual, una dj bionda e tatuata anima la serata, programmando le canzoni dance più in voga del momento. Un negozio di lingerie fa sfilare due deliziose modelle su una guida rossa, facendo loro sorseggiare champagne dai calici: l’effetto curiosità è assicurato. Make-up artist truccano volontari nei corner delle vetrine allestiti per loro, facendo provare agli interessati nuovi trucchi in anteprima e regalando a chiunque il sogno di essere star per una notte. Un negozio di abbigliamento giovane mostra i suoi capi in maniera innovativa e “viva”: li lascia indossare a due bellissime modelle che, sinuose, ancheggiano in vetrina. Anche qui, la curiosità la fa da padrona. Sembra essere una serata in cui tutto può succedere: anche di incontrare una reginetta di un concorso di bellezza passeggiare tranquillamente in un abito di Alta Moda. È Miss Miluna Lazio, Valentina Del Prete, vestita da Nino Lettieri Couture. La finalista di Miss Italia, infatti, indossa, uno splendido abito a pois bianchi di seta opaca, realizzato in veli impalpabili e lungo fino ai piedi. Una elegantissima e sempre sorridente Vanessa Incontrada incontra i suoi fan nel negozio di abbigliamento di cui è testimonial. Classico tailleur nero con revers di raso di seta, alla conduttrice tv è riservata una piccola ala del negozio, dove scatta foto e scambia due battute con i suoi numerosi sostenitori. In un altro piccolo corner del negozio, un piacevolissimo mini-spettacolo canoro di una cantante lirica accompagnata da un violoncellista, per un sottofondo raffinato all’incontro con la popolare attrice spagnola. E, se si parla di abbigliamento e di moda, non si può non citare il brand Ermanno Scervino, che ha allestito uno spazio social di musica e divertimento. Parecchi i volti noti nel suo negozio, come una sportivissima Rosanna Cancellieri che chiacchiera fitto fitto con lo stilista Ermanno Daelli, co-fondatore della nota casa di moda fiorentina. Divertente e originale l’evento organizzato dal marchio danese Norr che invita chiunque voglia cimentarsi a “metterci la faccia”: su un cartonato di un loro abito, è possibile mettere il proprio viso; un fotografo immortala il momento e chi desidera potrà vedere la propria immagine caricata sulla pagina Facebook dell’evento. Il punto di forza del brand sono le borse originalissime, realizzate in morbida spugna naturale, per l’estate, ed in soffice moquette, per l’inverno, Ospite a sorpresa della serata, la conduttrice radiofonica pomeridiana di Rds Rosaria Renna. Giubbino jeans, occhi verdissimi e collana luminosa, la speaker sembra un’adolescente. Colori accesi anche quelli indossati dalla violinista di via Borgognona, che ha sostituito la giocoliera, e suona anche lei issata a metri di altezza. In canotta giallo acido, gonna bluette e fiore tra i capelli, la sua musica fa da sottofondo ad una notte luminosa e magica, in cui enormi palloncini di una pubblicità di un sito per acquisti on line volteggiano lenti nell’aria. In una serata così non poteva mancare una tappa nella Boutique Martino Midali, in via delle Carrozze: il brand non ha una clientela fissa, né una cliente tipo. La donna che veste Midali ama i volumi, i tagli particolari, la ricerca stilistica: in poche parole, ama distinguersi. Vestire questo marchio è semplice, perché, grazie ai loro tessuti e ai loro modelli esclusivi, non occorre nulla di più di un pantalone e una maglia, uniti a degli accessori luminosi, anche per le occasioni più formali, che siano una serata a teatro, o una cena elegante. Punti di forza del prossimo inverno saranno le loro giacche in tessuto bouclè e i loro cappotti oversize, dalla tipica forma a uovo, famosissimi anche tra molte dive del cinema italiano. Si può considerare riuscita anche questa seconda edizione della Vogue Fashion’s Night Out, in una serata di moda e glamour in cui il tempo ha ripreso a scorrere secondo il giusto ritmo, abbandonando i ritmi frenetici della giornata che l’ha preceduta.

Ariadna Romero

La Vogue Fashion Night di Milano ha avuto una madrina d’eccezione: la bellissima Ariadna Romero, musa della commedia Finalmente la felicità di Leonardo Pieraccioni e protagonista dello show Ballando con le stelle. L’attrice cubana, in total look Byblos, ha ammirato la nuova collezione autunno/inverno della maison e ha presentato il bracciale in limi-

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Roberto Farnesi

Ellen Hidding

ted edition creato appositamente per la fashion night. Un pezzo rock, realizzato interamente in pelle e decorato da borchie: tutto il ricavato della vendita del bracciale sarà devoluto ai territori e alle popolazioni colpiti dal terremoto in Emilia-Romagna per dare un aiuto concreto alla ricostruzione. Ma Ariadna è passata un po’ dappertutto. Eccola ancora

da Nomination e da Gherardini. Instancabile! E pronta a incontrare Roberto Farnesi (da Egò), ma anche Dj Raf (da Manila Grace). E ancora Ellen Hidding, Barbara Snellenburg, Raffaella Zardo…

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double feature di Ivan Rota

Allison Williams è una ragazza solare e simpatica. Eccola a Beverly Hills ad una premiere: l’artista è abbigliata con gusto e classe, senza esagerare. Un abitino corto senza fronzoli, acconciatura e scarpe intonatissime con il resto: Allison è una delle attrici americane più amate dell’ultima generazione.

Ecco Penelope Cruz al Festival di Toronto per presentare Venuto al mondo di Sergio Castellitto. I quotidiani italiani lo hanno incensato, ma all’estero non ne hanno detto niente di buono. Penelope, come sempre, è brava. Qui la vediamo con un look “minimal” molto elegante: perfetti scarpe e pantaloni. Un rimbrotto per il “ramage” del cardigan: un po’ da funerale. Ma la perdoniamo. 54 For Magazine


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Sweet Years ha presentato i nuovi testimonial, Andres Gil e Anastasia Kuzmina, la coppia vincitrice di Ballando con le stelle 2012. Il giovane attore argentino e la sua partner di ballo sono i protagonisti dello shooting della collezione, ma li potremo vedere in anteprima nella campagna outdoor in programma per il prossimo trimestre, su Facebook, You Tube e presto anche su Twitter. Molto (forse troppo) sportivi, ma ci piacciono.

Michela Quattrociocche, protagonista del film Scusa ma ti chiamo Amore, ha presenziato da Cruciani, a Forte dei Marmi, aiutando gli innamorati a indossare i braccialetti “Chiave e Lucchetto”. «Non si vuole sminuire il valore storico di Ponte Milvio, ma il picco di notorietà, visibilità e romanticismo offerto dalla storia dei lucchetti è innegabile», ha dichiarato Luca Caprai, fondatore del marchio. Michela ci piace anche con gli anfibi. 55 For Magazine


For magazine COME UNA STAR di Valentina Polidori

ALESSANDRA MASTRONARDI: L'ELEGANZA DI UN'A NTIDIVA

La ragazza della porta accanto del cinema italiano ci regala una lezione di stile e semplicità. Assolutamente da imitare Diventata famosa grazie alla serie televisiva I Cesaroni, dove interpreta il ruolo della dolce Eva, Alessandra Mastronardi è ormai uno dei volti più gradevoli e interessanti del cinema italiano. Nata a Napoli ventisei anni fa e trasferitasi a Roma da bambina, delle sue origini campane mantiene la raggiante solarità, mentre della Capitale respira la contagiosa ironia. Bella senza essere appariscente, mai volgare, riesce a farsi notare perfino da un’icona internazionale della regia come Woody Allen, che le ha assegnato una parte di rilievo nella sua ultima pellicola, To Rome with love. Riservata e umile, la ritroviamo sul red carpet del 69esimo Festival del Cinema di Venezia, in una mise eterea e raffinata. Come molte sue colleghe, Alessandra ha scelto il lungo, ma declinandolo secondo la propria personalità. Ha indossato, infatti, un abito “doppio”, realizzato come se fosse una sovrapposizione di blusa e gonna. Il corpetto è, quindi, in tessuto liscio color avorio, stretto in vita da una cintura d’argento (con fibbia in oro), che ricade morbido lungo i fianchi, donando un lieve movimento alla figura esile della bella attrice. La gonna è del medesimo colore del bustino, ma interamente in pizzo elasticizzato, senza sottogonna, a donare un sensuale, ma ordinato, effetto “vedo-non-vedo”. I sandali sono realizzati con listini bianchi e neri, con tacco a spillo metallizzato. Originale e premiante la scelta degli unici gioielli indossati: due bracciali identici ai polsi, in argento martellato, a riprendere l’effetto laminato della cintura. Trucco di grande impatto: terra sulla pelle ancora abbronzata dall’estate e occhi in primo piano con un leggero smokey eyes sui toni dell’ambra. Rossetto rosso da diva, ma opaco per dare un’allure raffinato al make up. Vaporosissima – e da copiare assolutamente – l’acconciatura, apparentemente semplice ma costruita, in realtà, nei minimi dettagli: i capelli sono, infatti, disposti in morbide onde realizzate con il ferro tubolare, per poi essere raccolti in una elegante mezzacoda sulla sommità del capo. Completa lo splendido outfit un sorriso radioso e spontaneo, tipico di un’attrice che, in quel preciso istante, sta realizzando il suo sogno di bambina timida, ma caparbia: calcare il tappeto rosso del Festival del cinema più famoso al mondo.

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PROTAGONISTI di Tommaso Gandino

VI RACCONTO LE STAR Paolo Piersanti, giornalista e organizzatore di kermesse cinem

atografiche come il Fiuggi Family Festival, parla di sé e dei suoi incontri con alcune celebrities

Quando nasce la sua passione per il cinema? «Sin da bambino sono stato un divoratore di film. Mi ricordo che vedevo tutto ciò che passava in Tv, da Totò a Bergman. Per me ogni film era una vetrina ideale di vita. Purtroppo il cinema non è poi diventato “la mia vita”, mi sarebbe piaciuto ad esempio fare l’attore. Ho iniziato la mia carriera giornalistica occupandomi di spettacolo, realizzando interviste per Epoca, e collaborando per un’infinità eterogenea di testate giornalistiche. Ho scelto lo spettacolo perché poche cose ho sempre reputato noiose come la politica, invece l’economia ha troppi numeri, non ho mai amato la matematica, e la cronaca mi metteva ansia!». Cos’è importante per costruire un evento di successo? «È una questione di alchimia, nel proprio alambicco ognuno mette i suoi ingredienti migliori. Sono un genitore per cui mi viene in mente per forza di cose il paragone: qualcuno conosce la ricetta vincente per tirare su un buon figlio?». Lei organizza da anni il Fiuggi Film Festival. Quando ha iniziato? «Dopo la mia esperienza con l’AdnKronos, per la quale mi sono occupato di spettacolo e sono stato inviato come corrispondente “colorista” alle Olimpiadi di Atene. Oggi sono un libero professionista, continuo a scrivere e mi occupo anche di uffici stampa di eventi. Per quanto riguar-

da i festival cinematografici ho dato una mano alla bravissima Cristiana Caimmi nelle prime due edizioni della Festa del Cinema e sono il direttore dell’ufficio stampa del Fiuggi Family Festival sin dalla sua prima edizione nel 2008. Una manifestazione che ha saputo attestarsi e conquistare una sua identità nel bailamme delle kermesse cinematografiche del nostro Paese. È un festival completamente dedicato alle famiglie dove l’offerta cinematografica, sempre di grande livello e con grandi anteprime, si affianca al mero intrattenimento per tutti, dal bimbo al nonno, con laboratori creativi e convegni». Qual è stata la più grande emozione legata al suo lavoro? «Non ce n’è solo una, per fortuna! Tra i momenti indimenticabili c’è l’aver conosciuto da vicino Papa Wojtyla: ero infatti vaticanista accreditato nella Sala Stampa della Santa Sede proprio nel periodo ultimo della sua lenta agonia. Non dimenticherò mai il momento in cui ho dato al mondo la notizia della dipartita del grande Pontefice polacco. Negli annali del giornalismo quel mio “flash” è ascritto al secondo posto, pochi secondi dopo l’Ansa. Poi certo, i divi come Sophia Loren, Robert De Niro, Richard Gere, Brad Pitt, Marlon Brando, Woody Allen, ma anche Diego Armando Maradona, il principe Ranieri di Monaco e il figlio Alberto, Nicole Kidman. Per il suo futuro immediato quali nuovi impegni sta preparando? «Ho un figlio di 14 anni e mezzo. L’impegno più importante di sempre: essere un buon papà». (Nella foto in alto Paolo Piersanti con Alberto II di Monaco).

ALLA RICERCA DI UNA STORIA Maria Grazia Di Nardo è un agente di successo: da anni nel mond

o della Tv

con un fiuto da talent scout ora è impegnata anche in veste di produttrice cinematografica attore? «Avere fiducia in lui. Vedere se ha una marcia in più e supportarlo. Facendo credere ai casting che è il più bravo sulla piazza. Se non siamo convinti noi come facciamo a convincere gli addetti ai lavori?».

Quando e come ha iniziato a occuparsi di televisione? «Esattamente nel 1995». Del suo ambiente cosa non le piace? «La professionalità e la correttezza di cui, purtroppo, il mondo dello spettacolo è carente». Lei che spettatrice è? «Attenta e critica». Come trova il panorama cinematografico attuale? «Interessante, con persone qualificate e, soprattutto, nuovi talenti da scoprire». Cos’è importante, a suo avviso, per costruire la carriera, di un

Se le sue amicizie lavorative finissero domani potrebbe iniziare una nuova vita? «Certamente, l’ho già iniziata come produttrice». In quarant’anni di carriera che cosa le ha lasciato l’amaro in bocca? «La mancanza di riconoscenza e le pugnalate alle spalle ma, alla fine, tutto torna». Cosa c’è nel suo futuro? «Leggo sceneggiature per mettere in cantiere nuove storie cinematografiche».

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(Nella foto Maria Grazia Di Nardo con Deborah Caprioglio).


For magazine YACHTING di Sestilia Pellicano

Ferretti 690: per i costi dello scafo il margine di personalizzazione è tale che si arriva a una maggiorazione pari al prezzo della mobilia.

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Incanto sul mare I modelli che vi presentiamo questo mese rappresentano il non plus ultra dal punto di vista dell’estetica e il massimo dell’innovazione nautica. Ce n’è per tutti i gusti 59 For Magazine


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La seconda postazione di guida del Ferretti 690 è dotata di un ampio sedile, che consente agli ospiti di condividere l’esperienza della navigazione.

FERRETTI 690 Elegante e grintoso, il nuovo modello presenta due diverse proposte di layout, per una barca innovativa che soddisfa le esigenze di ogni armatore

Le ampie finestrature fanno del salone un elegante ambiente open space, inondato di luce naturale, che dialoga con la cucina grazie alla finestra a scomparsa.

Linee filanti e accattivanti per il nuovo Ferretti 690, con ampie superfici vetrate che aumentano la leggerezza della struttura e ovviamente la luce negli ambienti interni. È la barca più innovativa realizzata dal cantiere sotto i 70 piedi di lunghezza: sportiva ma al tempo stesso dal grande “family feeling”, concezione in linea con i modelli più recenti del brand, che coniuga lo stile classico-contemporaneo con la funzionalità degli spazi e il design di grande impatto. Caratteristica del Ferretti 690 sono le due opzioni per gli interni sottocoperta, a quattro o a tre cabine: gli armatori possono scegliere la versione a tre cabine matrimoniali, con grandi bagni dedicati, oppure quella a quattro, che soddisfa le esigenze di una fascia di mercato attenta alla funzionalità di quattro comode cabine in uno scafo lungo quasi 21 metri per oltre 5 metri e mezzo di larghezza. In una barca di tali dimensioni, stupisce piacevolmente l’organizzazione dello spazio già nel pozzetto, con la passerella d’accesso a scomparsa che lascia più spazio al divano e al tavolo fisso, per otto persone, e anche la gruetta per l’alaggio del tender inserita in un vano coperto. Sempre a poppa, un’altra interessante soluzione è la porzione mobile della spiaggetta, che può scendere sott’acqua e creare un piano poco sotto la superficie, così da poter restare seduti in acqua in relax. Il salone, al quale si accede da una vetrata scorrevole, dialoga con la cucina grazie ad una finestra basculante, a scomparsa, che può separare gli ambienti o, se aperta, regala al ponte principale l’aspetto di un grande open space. Il flybridge è stato completamente rinnovato, per offrire il massimo relax all’aperto. Grande riguardo alla convivialità, con l’ampio divano a C con tavolino e altro divanetto adiacente al prendisole di prua, zona dinette e mobile bar.

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Il Ferretti 870 è frutto della stretta collaborazione tra lo Studio Zuccon International Project insieme all’Ayt, il centro di ricerca e progettazione navale del Gruppo Ferretti.

FERRETTI 870 Sportività e comfort, massimo sfruttamento dello spazio e attenzione al design nell’ultimo nato del cantiere romagnolo, che non finisce di stupire

Nella zona pranzo, tavolo in cristallo “Mirror” di Omnidecor, completato da otto sedie in pelle con struttura in acciaio di Calligaris.

«Siamo davvero orgogliosi di presentare a Cannes questo nuovo modello, che segna un passo in avanti nell’evoluzione della gamma – spiega Alessandro Tirelli, Brand Manager Ferretti Yachts –. Su Ferretti 870 abbiamo mantenuto intatti tutti i plus del suo predecessore, in particolare nell’attento utilizzo degli spazi, migliorando notevolmente l’estetica esterna e, nello stesso tempo, sfruttando al massimo l’allungamento della sovrastruttura. Un fattore che ci ha anche permesso di migliorare il layout interno, a tutto vantaggio degli spazi a bordo e del comfort degli occupanti, che possono godere di alcune innovative e brillanti soluzioni abitative su una barca di oltre 26 metri, dalle prestazioni ottime e con un’insonorizzazione degli ambienti e un senso di privacy straordinaria». Tra le nuove soluzioni in termini di design, si notano subito le grandi superfici vetrate lungo tutto il ponte principale e nello scafo, che arricchiscono di luminosità e ampia vista esterna anche le cabine ospiti, grazie ad estese finestre con oblò apribili, con doppia finestratura nella cabina Vip. L’incremento di lunghezza, oltre 26 metri e mezzo fuori tutto, è a beneficio della fruibilità degli spazi e della convivialità già nel pozzetto, grande lounge all’aperto con tavolo per otto persone e mobile bar, in dotazione standard. Il ponte principale è diviso tra living, dining, con cucina e zona di comando a prua completamente separati dagli altri. Il salone è un grande open space dove spiccano i divani e le poltrone di pelle color ostrica, firmati Frau, e il sistema audio di Bang & Olufsen. È piacevolmente inondato di luce naturale, per una vita a bordo a diretto contatto con il mare. Particolare anche il sistema d’illuminazione, molto funzionale per la discesa sottocoperta, dove tutte le cabine beneficiano di un deciso incremento dei volumi grazie allo spostamento verso poppa di tutti gli ambienti.

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Nel pozzetto del Wider 42’ ci sono anche un mobile attrezzato a cucina esterna, una piastra teppan-yaki per una cottura senza fiamma e un frigo a cassetto da 50 lt.

WIDER 42’ Tilli Antonelli e il suo team presentano sia il nuovo modello, definito Côte D’Azur Edition, sia gli importanti progressi del maxi-yacht 150’

Negli ambienti interni del Wider 150’ vi sono pochi colori dominanti e l’alternanza di superfici dalla finitura lucida e opaca: la luce e il mare sono i protagonisti.

«A meno di due anni dalla nascita di Wider, siamo molto felici di partecipare nuovamente a questi importanti appuntamenti e di presentare gli sviluppi e le novità dei nostri progetti. Abbiamo festeggiato da poco il varo della 10° unità del 42 piedi, un traguardo importante a chiusura dell’anno nautico 2011-2012, interessato da un fatturato di 6 milioni di euro». Grande soddisfazione e consueto entusiasmo nelle parole di Tilli Antonelli, fondatore di Wider, uno degli uomini che hanno fatto la storia della nautica italiana, e quindi mondiale. Soddisfazione più che comprensibile, considerato il successo di questa innovativa imbarcazione che ha ricevuto, tra l’altro, l’assegnazione da parte della rivista americana Robb Report del prestigioso premio “Best of the Best”, per aver ridefinito con successo la categoria dei weekend-cruiser. Ancora più efficiente e funzionale, soprattutto in termini di risparmio energetico, il Wider 42’ Côte D’Azur Edition, con cui il cantiere ha sfilato sull’ambita passerella del recente Festival de la Plaisance di Cannes. Tratti salienti sono l’ulteriore alleggerimento della barca (prevalente l’utilizzo del carbonio) e il nuovo allestimento del pozzetto all’insegna della flessibilità, con la dinette per il pranzo molto versatile che si trasforma in prendisole o in una chaise-longue a seconda delle esigenze. Anche il progetto del Wider 150’ si presenta ai saloni d’autunno con importanti novità che riguardano gli interni e la propulsione. Il maxi-yacht vanta la firma del designer Fulvio De Simoni e vede la partnership con Camper & Nicholsons International per la commercializzazione. Di particolare nota è la velocità, unita ai consumi ridotti e alla trasformabilità degli ambienti per un design sobrio e “senza tempo”, in cui ogni particolare è studiato per vivere veramente a contatto con il mare, a cominciare dalla piscina interna e dall’ampia “Wider beach”.

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Nel Pershing 82’ elementi caratteristici sono le linee filanti dello scafo e le finestrature ampliate per sfruttare al meglio la luce naturale.

PERSHING 82’ Presentato in anteprima al Festival de la Plaisance di Cannes, il Pershing 82’ vince ben tre premi nell’ambito del prestigioso World Yacht Trophy

Soluzioni estetiche innovative e spirito sportivo, uniti a confortevoli performance e grande attenzione al design, caratterizzano da sempre le imbarcazioni Pershing; anche con il nuovo 82 piedi il cantiere marchigiano conferma la propria posizione all’avanguardia nella nautica da diporto. Presentato in anteprima mondiale al Festival de la Plaisance di Cannes, il Pershing 82’ è la rivisitazione in chiave contemporanea del Pershing 80’: lungo 23,99 metri e largo 5,50, è spinto da due potenti Mtu 16 V 2000 M93 da 2435 mhp (1792 kW) e trasmissioni Searex SR140S di ZF che, abbinate alle eliche di superficie Rolla, fanno raggiungere una velocità massima di oltre 45 nodi, con un’autonomia di 300 miglia nautiche. Il sistema di propulsione si completa con la gestione Autotrim, una funzionalità esclusiva che ottimizza le prestazioni, gli assetti e i consumi della barca, a ogni andatura e stato di carico, in maniera completamente automatica. Il design dell’82’, come il resto della flotta, è opera dello yacht designer Fulvio De Simoni, in collaborazione con l’Ayt (Advanced Yacht Technology – centro di ricerca e progettazione navale del Gruppo Ferretti) e il team di architetti e designer del Centro Stile Ferretti Group. Nella linea esterna, tratti distintivi sono la sovrastruttura allungata e il sun-deck (collegato al pozzetto da una scala in carbonio) con plancia di comando a scomparsa opzionale, che consente di fruire di un’altra area prendisole. All’interno, il layout del primo scafo prevede quattro cabine per gli ospiti e due per l’equipaggio. Continua la partnership con Poltrona Frau per la pilot house, i divani e gli altri elementi in pelle, mentre le lampade sono di Cassina e i lavabi di Antonio Lupi.

Il salone e il pozzetto sono un ambiente unico, grazie alla porta a scomparsa. Anche la scala in carbonio che collega al sun-deck è a scomparsa verso l’alto.

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ForCINEMA magazine di Silvestro Bellobono Ewan McGregor (41 anni) e Naomi Watts (43 anni). L’attore scozzese aveva già preso parte ad un film sulle conseguenze di una catastrofe, sebbene in Senza apparente motivo (2008) avesse a che fare con un attentato terroristico a Londra.

the impossible La tranquilla vacanza in Thailandia di una famiglia inglese si trasforma in un incubo di fronte allo spaventoso tsunami che travolge il villaggio. Ewan McGregor e Naomi Watts dovranno lottare duramente per ritrovarsi. Tratto da una storia vera 64 For Magazine


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C’è molta attesa intorno al prossimo film di Naomi Watts: l’attrice australiana è stata infatti scelta per interpretare Lady D in un biopic sulla Principessa di Galles. «Sono terrorizzata dalla reazione del pubblico quando mi vedrà nei panni di Lady Diana – ha detto la Watts –. È molto difficile interpretare una persona che ha avuto un impatto così grande sul mondo e che ha lasciato una memoria così vivida nel cuore della gente. Quello che sto cercando di fare è renderle giustizia».

Un tentativo lo aveva già fatto il grande Clint Eastwood, un paio di anni fa, con il suo Hereafter quando, in una spettacolare sequenza iniziale, veniva descritta la terribile catastrofe dello tsunami che nel 2004 colpì diversi Paesi affacciati sull’Oceano Indiano. Oltre alle perdite materiali lo sguardo dell’autore californiano si era soffermato sul dramma fisico e morale dei sopravvissuti. Ci riprova adesso Juan Antonio Bayona, regista spagnolo al suo debutto americano dopo il sorprendente successo di The Orphanage, capace di incassare in patria circa 37 milioni di dollari. The Impossible, che si annuncia come il disaster movie dell’anno, racconta la storia vera di una famiglia che vive sulla propria pelle una tragedia naturale di dimensioni apocalittiche: quella del 26 dicembre 2004, quando un violentissimo terremoto di magnitudo 9,3 si abbatté al largo della costa nord-occidentale di Sumatra, generando un

conseguente maremoto con onde anomale alte fino a quindici metri, che devastarono le regioni costiere dell’Indonesia, dello Sri Lanka, dell’India, della Thailandia e delle Maldive. Uno splendido resort thailandese è il luogo scelto da Henry (Ewan McGregor) e Maria (Naomi Watts) per trascorrere assieme ai loro tre figli le vacanze natalizie. Ma la mattina del 26 dicembre, mentre l’intera famiglia si concede qualche minuto di relax nella piscina dell’albergo, nel volgere di pochi istanti il loro paradiso tropicale si trasforma in un inferno: un fragore sordo, seguito dalla visione terribile di un gigantesco muro d’acqua che si riversa in terra travolgendo tutto e tutti. Henry fa appena in tempo a stringere a sé i giovani Simon e Thomas, mentre Maria viene sommersa dall’onda e scaraventata lontano. Quando la donna, a fatica e ferita, riesce a riemergere vede intorno a sé solo acqua nera e macerie,

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Ewan McGregor con i piccoli attori Samuel Joslin e Oaklee Pendergast. Emozionante e dolorosa la colonna sonora della pellicola, che accompagna in modo solenne alcune scene particolarmente significative. Tra i brani scelti anche la versione di Damien Rice della hit di successo One degli U2.

ed è presa immediatamente dal panico per aver perso i suoi cari. Poi, qualche metro più in là, vede riaffiorare dal mare Lucas (Tom Holland), il figlio maggiore che è ancora vivo. Tra lo stupore, lo sconforto e la paura inizia per loro l’angosciosa ricerca del resto della famiglia, aiutati dalla solidarietà degli abitanti locali che, nonostante la devastante tragedia che ha sconvolto le loro terre e provocato 230 mila vittime, non perderanno quel senso di umanità che nei momenti difficili unisce le persone. Nato da una co-produzione tra compagnie spagnole il film di Bayona è stato girato ad Alicante, in Spagna, e poi in Thailandia dove si svolge la

gran parte delle sequenze più intense, che rivelano lo sforzo produttivo ed economico con cui è stata realizzata la pellicola, anche in virtù di notevoli effetti visivi e sonori. Oltre alle scene action del disastro e ai temi emotivi che toccano le corde più profonde dell’animo, l’opera punta molto sulle convincenti performance della coppia McGregor-Watts, che ha già all’attivo numerose interpretazioni drammatiche, inclusa la passata esperienza insieme sul set del thriller psicologico Stay - Nel labirinto della mente (2005), di Marc Forster. Nell’analisi dei sentimenti umani davanti a un orrore simile, che il regista sottolinea con primissimi piani dei volti

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Il regista Bayona con gli attori. Nelle sequenze iniziali del film viene mostrato come agisce uno tsunami. Molte persone muoiono annegate, altre restano uccise dalla caduta degli edifici e dalle fiamme sprigionate dal crollo dei piloni dell’alta tensione: i cavi finiscono in acqua e mandano in corto circuito le linee elettriche.

emaciati e degli sguardi disperati, le qualità melodrammatiche dei due attori sono state determinanti per conferire a The Impossible la forza e l’efficacia più idonee.

SCHEDA DEL FILM: REGIA: Juan Antonio Bayona SCENEGGIATURA: Sergio G. Sánchez CAST: Ewan McGregor, Naomi Watts, Geraldine Chaplin, Marta Etura, Tom Holland, Dominic Power, Bruce Blain, Sönke Möhring GENERE: Thriller, Dramma DURATA: 107' DISTRIBUITO DA: Eagle Pictures

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THE WEDDING PARTY UN MATRIMONIO CON SORPRESA Tre immature trentenni danno sfogo a tutti i loro istinti più bassi nei confronti dell’amica bruttina che sta per sposarsi. Commedia divertente e libertina pensata in origine per essere una pièce teatrale sui sette vizi capitali. Come rivela la regista esordiente Leslye Headland

Rebel Wilson e Hayes MacArthur. A proposito della Wilson la regista Leslye Headland ha dichiarato: «È un genio della recitazione. Ha interpretato due personaggi estremamente diversi, ma lei ha enorme talento e può fare tutto. Volevo mostrare la sua versatilità».

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Kirsten Dunst (al centro, 30 anni) ottiene il suo primo ruolo importante nel 1994 con Intervista col vampiro, in cui recita accanto a Tom Cruise e Brad Pitt. Dopo i film con Sofia Coppola (Il giardino delle vergini suicide e Marie Antoinette) e il ruolo di Mary Jane nella trilogia Spider-Man di Sam Raimi, la Dunst lavora con Lars von Trier in Melancholia, per il quale vince il premio di miglior attrice al Festival di Cannes 2011.

Regan (Kirsten Dunst), Katie (Isla Fisher) e Gena (Lizzy Caplan), grandi amiche sin dal liceo, si ritrovano, ormai trentenni, a fare da damigelle d’onore al matrimonio di Becky (Rebel Wilson), la compagna più grassa e brutta, oggetto del loro scherno ai tempi in cui la chiamavano “faccia di maiale”, che sta per sposare Dale (Hayes MacArthur), ragazzone aitante di belle speranze. Cosa che suscita l’invidia di Regan, donna in carriera irritata dall’idea di perdere il primato delle nozze e artefice, la notte prima della cerimonia, di uno scherzo piuttosto pesante insieme con la svampita Katie e la cocainomane Gena: la lacerazione dell’abito da sposa, che porterà le tre a cercare ogni strada per rimediare al danno senza che Becky se ne accorga. La commedia di Leslye Headland affronta in maniera dissacrante e politicamente scorretta il tema delle nozze, facendo perno su tre ragazze moderne, nevrotiche, sboccate, predisposte agli eccessi, ma che, come nel più tradizionale degli istinti femminili, hanno sempre come meta ultima l’agognato matrimonio da favola. Benché siano diversi e meno zuccherosi gli sviluppi che conducono a questa scontata conclusione. Il

film, infatti, sembra la versione femminile delle serie Porky’s e American Pie, poiché alla volgarità e ai modi grossolani degli uomini si sostituiscono più che espliciti dialoghi e gag scurrili che vedono protagonista solo il gentil sesso (che qui di “gentile” ha davvero poco). Sulla scia dei recenti Una notte da leoni e Le amiche della sposa si mira a far ridere il pubblico nella maniera più semplice, fisica e iperbolica, in cui il cinismo becero e i riferimenti sessuali la fanno da padroni, con la giustificazione che le nuove generazioni sono le prime vittime dei loro comportamenti sbagliati. Per sua stessa ammissione, l’autrice (al suo esordio cinematografico) aveva intenzione di portare in scena una serie di pellicole incentrate sui sette vizi capitali. «Ho scritto sei pièce dedicate ad ognuno dei peccati capitali – ha dichiarato la Headland –. Ora sono ferma alla gola perché è qualcosa che conosco bene, ma spero di completare la settima pièce entro breve. Il titolo originale del film, Bachelorette, è anche il titolo dello spettacolo». Tuttavia, esigenze di copione l’hanno costretta a inserire nel lungometraggio diversi altri vizi, su tutti l’invidia, la lussuria e anche l’ira, trasformandolo in una satira sociale completa. «Molte donne in America,

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Lizzy Caplan, Kirsten Dunst e Isla Fisher. Quest’ultima ha preso parte da protagonista a diverse commedie Made in Usa, tra le quali 2 single a nozze e I Love Shopping, tratto dall’omonimo romanzo di Sophie Kinsella. L’attrice australiana è sposata con il comico inglese Sacha Baron Cohen, interprete di Borat.

dopo aver visto il film, mi hanno detto: “Ma questa è la mia vita”. Però si possono leggere molte altre cose nella storia», ha proseguito la regista, che poi, parlando dell’attuale exploit femminile nel cinema Usa, ha aggiunto: «Ci sono state grandissime registe, scrittrici o sceneggiatrici che in passato sono state ignorate. Quando una cosa dà profitto le porte di Hollywood si aprono, perciò ora va di moda questo filone perché porta incassi. Io ho scritto questa sceneggiatura quattro anni fa, l’ho presentata a molti produttori, ma nessuno voleva fare il film perché si pensava che le donne non sarebbero andate a vedere un lavoro di questo tipo. Ma a me interessa fare film universali, che tutti possano vedere tranquillamente sentendosi coinvolti, anche gli uomini». I quali, comunque, in The wedding party, restano piuttosto sullo sfondo, confinando i bellocci James Marsden e Adam Scott a semplici comparse, mentre le novelle “John Belushi in gonnella” ne combinano di tutti i colori.

SCHEDA DEL FILM REGIA:Leslye Headland SCENEGGIATURA: Leslye Headland CAST: Kirsten Dunst, Isla Fisher, James Marsden, Adam Scott, Lizzy Caplan, Rebel Wilson, Arden Myrin, Hayes MacArthur, Kyle Bornheimer, Chris Cardona GENERE: Commedia DURATA: 110' DISTRIBUITO DA: Lucky Red

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ON the road Adattamento dell’omonimo romanzo culto di Jack Kerouac, il film racconta l’affamata ricerca di libertà di due amici lungo le strade dell’America, in un percorso esistenziale emozionante e selvaggio che ha fatto sognare intere generazioni

Sam Riley (32 anni) aveva già portato sullo schermo un personaggio reale interpretando Ian Curtis, il compianto leader dei Joy Division, nel biografico Control. L’attore britannico è stato cantante dei 10,000 Things, band che ha avuto un discreto successo in patria.

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«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati». «Dove andiamo?». «Non lo so, ma dobbiamo andare». Questo dialogo è uno dei passaggi cruciali di On the road, romanzo autobiografico, scritto nel 1951 e pubblicato nel 1957, dallo scrittore statunitense Jack Kerouac, qui impersonato da Sam Riley.

Arriva finalmente sul grande schermo la versione cinematografica del romanzo più famoso di Jack Kerouac, On the road, opera assurta subito a simbolo della beat generation, la corrente letteraria nata negli anni Cinquanta come risposta energica al consumismo imperante. Ma ci sono voluti quasi sessant’anni per realizzare il lungometraggio, che lo stesso Kerouac, secondo la leggenda, avrebbe ipotizzato quando, nel 1957, dopo aver appena dato alle stampe il suo capolavoro, scrisse una lettera (ritrovata solo nel 2005) a Marlon Brando, in cui gli proponeva di acquistare i diritti del libro per tradurlo in un film. Eppure non se ne fece nulla per tanti anni. Negli ambienti di Hollywood si diceva che il progetto fosse troppo elaborato e molto costoso, oltre che difficile da adattare per via della scrittura ardua e contorta del suo autore. Nonostante, nel 1968, a comprare i diritti del romanzo fosse stato il grande Francis Ford Coppola, che li ha detenuti fino ad oggi, quando il figlio Roman (da anni interessato a lavorarci su) ha prodotto la pellicola. Che inizialmente doveva essere diretta da Gus Van Sant, prima di passare nelle mani di Walter Salles, apprezzato regista di Central do Brasil e I diari della motocicletta. Il cineasta brasiliano ha impiegato ben otto anni prima di ottenere una nuova e valida sceneggiatura (opera di Jose Rivera) e trasformarla in un film. Per questi motivi le aspettative sono altissime. Oltre naturalmente al tema nodale della fedeltà letteraria ad un saggio scritto di getto in sole tre settimane, con uno stile libero e innovativo, come un diario di viaggio.

Quello compiuto tra il 1947 e il 1951 dagli scrittori Jack Kerouac e Neal Cassidy che, a bordo di una Chevrolet, attraversarono i quattro angoli dell’America, in un periodo contraddistinto da una protesta giovanile in divenire e da una domanda di libertà veemente. Nella storia narrata alter ego dei due scrittori sono Sal Paradise (Sam Riley) e Dean Moriarty (Garrett Hedlund): il primo romanziere in erba che ha perso il padre da poco ed è in cerca di nuove emozioni, il secondo appena uscito dal riformatorio e poco tollerante con la morale borghese, sposato con la giovane Marylou (Kristen Stewart), ma avvezzo a tradirla con Camille (Kirsten Dunst). Una sera Sal, Dean e Marylou decidono di mettersi in cammino per il paese senza fissare una meta, ma vivendo in modo selvaggio fuori dalle regole sociali, coltivando le proprie ambizioni spensierate, condite da feste, musica jazz, alcool, sesso e incontri con vecchie conoscenze o persone nuove, come Old Bull Lee (Viggo Mortensen) e la moglie Jane (Amy Adams). Iniziano così una serie di avventure per i tre amici che condividono tutto (occasionalmente Marylou diventa l’amante di Sal), si lanciano alla scoperta del mondo e, soprattutto, di se stessi, facendo della strada la loro unica dimora. Walter Salles riesce a tradurre in immagini l’esperienza di vita vissuta che Kerouac aveva affidato alle parole, ripercorrendo in maniera puntuale e precisa i passaggi del libro e concentrandosi sul solido rapporto d’amicizia che, miglio dopo miglio, si instaura tra Sal e Dean. Va detto che l’operazione non può risultare a tutti gli effetti originale, poiché il cinema

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Sam Riley con Garrett Hedlund (28 anni) che veste i panni del bello e dannato Dean Moriartry. L’esordio sul grande schermo di Hedlund risale al 2004, quando Wolfgang Petersen lo volle in Troy nel ruolo di Patroclo. On The Road è stato presentato all’ultimo Festival di Cannes.

americano ha attinto per anni dall’insegnamento e dall’essenza di On the road, portando sullo schermo pellicole “itineranti” di grande successo (definite appunto “road movie”) come Easy Rider (1969), Paris, Texas (1984), Thelma & Louise (1991) e Into the Wild (2007). Nel cast spicca la prova di Garrett Hedlund (Tron Legacy, Country Strong), più determinato e convincente di Sam Riley (Control, Franklyn), mentre Kristen Stewart, a parte la saga commerciale di Twilight, si conferma interprete di ruoli borderline da cinema indipendente.

SCHEDA DEL FILM REGIA: Walter Salles SCENEGGIATURA: Jose Rivera CAST: Sam Riley, Garrett Hedlund, Kristen Stewart, Kirsten Dunst, Tom Sturridge, Viggo Mortensen, Amy Adams, Alice Braga, Steve Buscemi, Terrence Howard GENERE: Avventura, Drammatico DURATA: 140' DISTRIBUITO DA: Medusa Film

Dopo gli incassi della saga Twilight Kristen Stewart (22 anni) è diventata l’attrice più pagata di Hollywood nel 2012 con oltre 34 milioni di dollari, secondo Forbes.

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For magazine CONSIGLI & SCONSIGLI di Dina D’Isa

Il Film da non perdere

LE BELVE

Salma Hayek (46 anni) e Benicio Del Toro (45 anni, sullo sfondo): i due attori avevano già recitato insieme in Traffic (2000), regia di Steven Soderbergh.

Torna Oliver Stone, ma sembra tanto Quentin Tarantino. Teste decapitate, crudeltà ostentata e barocca, ma anche tanta ironia, ideata dal regista vincitore di tre premi Oscar e ora nelle sale con Le belve. Protagonisti due singolari, atletici e smart imprenditori di Laguna Beach che producono la migliore marijuana del mercato. La strana coppia è formata da Ben (Aaron Johnson), pacifico buddista pronto ad aiutare gli altri, e dal suo migliore amico Chon (Taylor Kitsch), ex Navy Seal ed ex mercenario, tutto muscoli e pronto a tagliarti la gola per niente. A loro tocca anche la condivisione di un amore, quello per la bellissima Ophelia (Blake Lively). Tratto da romanzo best seller di Don Winslow, nominato dal New York Time come uno tra i migliori dieci libri del 2010, la storia racconta la vita idilliaca di questo terzetto costretto a scontrarsi per un problema più grave. Ovvero l’intrusione nel business della droga in questa cittadina del sud della California dei sanguinari trafficanti della Mexican Baja. Questi si impongono come soci di Ben e Chon. E, alla loro minima esitazione, non fanno altro che sequestrare l’amata Ophelia. A capo dei malavitosi la

spietatissima Elena (Salma Hayek) e Ledo (Benicio Del Toro), il più laido e spietato degli scagnozzi. A complicare di più le cose c’è il triplo giochista e viscido agente della Dea (John Travolta). Inevitabile la battaglia finale con doppia lettura. Da una parte e dall’altra a scontrarsi sono sempre quelli più spietati e violenti e, come dice lo stesso Stone, «È paradossale che entrambe le parti identifichino l’altra parte come delle belve». Tante le frasi cult di questo film. Oltre a quella che dice Chon: «Se fai credere alla gente che sei debole, prima o poi sei costretto ad ucciderli», c’è l'altra sul rapporto ambiguo, forse troppo macho, di Ben e Chon, detto dalla Hayek con saggezza tutta femminile a Ophelia: «Non ti ameranno mai come si amano loro se no non riuscirebbero a condividerti». Infine la frase (solo apparentemente scontata ma in realtà di grande saggezza) che sostiene un po’ tutta l’ironia del film: «Non puoi cambiare il mondo è il mondo che cambia te».

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For magazine Il Film da evitare

I BAMBINI DI COLD ROCK

Jessica Biel (30 anni) ha conosciuto il successo grazie alla serie televisiva Settimo cielo. È sposata con la pop star Justin Timberlake.

I bambini di Cold Rock (The Tall Man) è un horror che mette in campo un archetipo universale come quello dell’uomo nero che rapisce i bambini. Una paura antica che si sviluppa in 106 minuti pieni di colpi di scena, perché, come accade spesso negli horror, non sempre quello che sembra vero si rivela tale. Tutto inizia con un cupo tramonto sulla cittadina di Cold Rock. Un luogo come tanti, ma con un grosso problema: i suoi bambini stanno scomparendo. Ben 18 ragazzini sono spariti in poco tempo senza lasciare alcuna traccia, da qui, quasi senza prova, nasce la leggenda. La gente superstiziosa parla di un uomo alto, una figura misteriosa vestita di nero che porta via i bambini nel bosco. In tutto questo Julia Danning (Jessica Biel) mostra la freddezza di chi non si lascia andare facilmente alle superstizioni. Di lavoro fa l’infermiera e questa ex città mineraria la conosce bene, così come conosce tutti i suoi abitanti. Ma svegliatasi nel mezzo della notte, scopre che nella stanza da letto del figlio non c’è più nessuno, mentre un enorme spettro nel corridoio scivola nell’oscurità con il suo

bambino (Jakob Davies). Durante l’inseguimento, la donna non si fermerà di fronte a nulla e rischierà tutto pur di salvarlo, affiancata da un investigatore determinato, il tenente Dodd (Stephen Mchattie) e dallo sceriffo della cittadina (William B. Davis). Nonostante il lavoro del regista il film non riesce però a decollare e non declina verso nessun genere preciso. Rischiando di annoiare nella sua prevedibilità che certo non fa nemmeno paura.

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For magazine CINEINTERVISTA di Demetrio Moreni La base lunare nazista denominata “Swastika” è opera dell’art director del film, Jussi Lehtinlemi. La sceneggiatura è tratta dall’omonima storia di Johanna Sinisalo, ed è stata scritta dal regista stesso insieme a Michael Kalesniko.

E se i nazisti tornassero dalla Luna? È questa la bizzarra trovata attorno alla quale ruotano le vicende del film Iron Sky, progetto nato da una co-produzione internazionale che pone lo spettatore di fronte ad una storia politicamente scorretta. Come spiega il regista Timo Vuorensola È da poco arrivato nelle sale italiane Iron Sky, una commedia noir di fantascienza, frutto di una co-produzione finlandese, tedesca e australiana, diretto dal regista Timo Vuorensola e incentrato intorno ad un tema di fantapolitica con tocchi di originalità non indifferenti. Infatti, la pellicola prende le mosse da un episodio inedito che si verifica sul finire delle Seconda Guerra Mondiale, quando i nazisti, grazie ad un segretissimo programma spaziale, riescono a scappare sul lato oscuro

della Luna. Dopo settant’anni anni vissuti in una enorme fortezza spaziale, vengono scoperti durante una missione lunare da due astronauti americani; così con la loro flotta super tecnologica decidono di attaccare la Terra, intenzionati ad invaderla e governarla in nome del Quarto Reich. Ma l’armata nazista non ha fatto i conti con uomini, donne e nazioni intere, pronti a combattere strenuamente per la propria sopravvivenza. A spiegare come è nato questo progetto, che per alcune idee o nomi

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Udo Kier (a sinistra, 70 anni), già interprete di titoli come Suspiria, Armageddon, Dogville, veste qui i panni del nuovo Führer Wolfgang Kortzfleisch. La maggior parte delle riprese hanno avuto luogo a Francoforte, in Germania, e negli Warner Studios di Brisbane, in Australia. Gli effetti di Computer Grafica sono prodotti in Finlandia.

di personaggi ha chiesto ausilio anche al popolo delle rete, è il regista finlandese Timo Vuorensola. Perché un film su un argomento così? Qual era il suo obiettivo? Si è ispirato ad altri film per ottenere il risultato sperato? «L’idea di base di Iron Sky ci è stata sottoposta da Jarmo Puskala. All’inizio era un po’ buttata là, poi però è diventata più ambiziosa e noi con lei. Credo che la forza di un progetto che ha per protagonista un gruppo di nazisti sulla Luna risieda nel fatto che è in grado di suscitare una gran curiosità, e credo che sia una buona base di partenza per un film. Dopo aver buttato giù un’immagine, ci abbiamo costruito intorno una storia noir e voilà. Riferimenti? Ce ne sono tanti, a cominciare da Alien spaziando per film come Sky Captain and the World of Tomorrow, Delicatessen, La città dei bambini perduti, e naturalmente tutta la saga di Guerre Stellari». Come si è sviluppata la storia? «Lo sviluppo è stata la parte più difficile del lavoro. Avevamo così tante possibilità che abbiamo dovuto lavorare duramente per tenere insieme le fila del discorso senza perdere di vista il nodo focale della vicenda. Abbiamo lavorato con grandi scrittori come Johanna Sinisalo, che ha di fatto inventato la storia, e Michael Kalesniko, col quale ho scritto la sceneggiatura». Ha mai avuto paura di oltrepassare i limiti e diventare politicamente scorretto? «Iron Sky è costantemente sul filo del politically uncorrect, ma ho scoperto che il modo migliore per fare bene un film è concentrarsi solamente su

ciò che si sta facendo, senza avere paure, perché è a quel punto che improvvisamente ci si trova con in mano un film che non solo è troppo soft, ma alla fine riesce a far arrabbiare più di qualcuno». La collaborazione con artisti e produttori tedeschi era prevista fin dall’inizio? «Assolutamente sì, dato il soggetto. Ho voluto attori tedeschi sin dalle prime fasi del progetto». Per la prima volta ha diretto un cast internazionale. Le è piaciuto? «Certamente mi è piaciuto, non avrei sostituito nessuno, e ho amato tutti i personaggi. Lavorare con attori così preparati è stato istruttivo, mi ha letteralmente aperto gli occhi, perché ho capito che non c’è limite a quello che può fare un attore veramente preparato. A volte, però, devo ammetterlo, la comunicazione è stata una vera e propria sfida. Sul set parlavamo molte lingue diverse (finlandese, tedesco, per non parlare dei tanti accenti inglesi), e spesso alcune sfumature andavano perse con le traduzioni. Si sono creati momenti di incomprensione, che a volte hanno portato ad attimi di tensione, ma alla fine mi sembra che tutti siamo sopravvissuti». Qual è stata la sfida più dura della lavorazione del film? «Sicuramente la sceneggiatura. Il lavoro più difficile è stato bloccare l’istinto di fare digressioni, per quanto simpatiche, dalla storia centrale e dai personaggi principali, sui quali siamo rimasti estremamente concentrati. Uno sforzo che ha reso più duro il lavoro di scrittura ma che, alla lunga, ci ha regalato uno script di cui andare fieri».

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L’attrice neozelandese Stephanie Paul interpreta il Presidente degli Stati Uniti alle prese con una difficile rielezione. Circa la metà del budget (7,5 milioni di euro) di Iron Sky arriva dalla Finlandia, il restante da Germania e Australia. Un milione di euro è stato messo insieme dai fan che hanno inviato idee, contributi e finanziamenti.

Julia Dietze (31 anni). Del suo personaggio il regista ha detto: «Il filone centrale della storia riguarda Renate Richter, fisicamente la classica ragazza della porta accanto, una insegnante/ricercatrice che vive nella base lunare nazista. Interpretata da Julia Dietze, Renate è un personaggio versatile, fantastico, divertente».

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La “Götterdämmerung”, la nave madre nazista. Una curiosità: le tute dei piloti che guidano gli Ufo tedeschi sono un omaggio a quelle dell’Impero in Guerre Stellari.

C’è stato un momento in cui hai dubitato di riuscire a portare a termine il film? «Il film è stato sul punto della distruzione totale in ogni momento, perché da un punto di vista prettamente pratico era impossibile riuscire a realizzarlo. Abbiamo dovuto lottare ogni giorno per la mancanza di risorse fondamentali alla realizzazione, ma credo che questo lottare quotidiano ci abbia dato la forza di andare avanti nonostante tutto». Ci parli del lavoro scenografico, specialmente la fortezza a forma di svastica e la nave ammiraglia sono dei veri capolavori. «Il nostro art director, Jussi Lehtinlemi, ha costituito il vero valore aggiunto della produzione. Ha disegnato interni ed esterni di tutte le ambientazioni, comprese le navicelle dei nazisti sulla Luna, tenendo a mente una sola parola: “Jönssi”. È un suono che in realtà non significa nulla, ma che se pronunciato nella maniera corretta rende perfettamente l’idea. Gira tutto intorno all’esagerazione: strutture enormi, proporzioni sbilanciate, paesaggi brulli e monocromatici di grande impatto visivo».

È contento del risultato finale? «Non sarebbe ironico se dicessi di no? Se dicessi che Iron Sky è solo un ammasso di spazzatura con il quale non voglio più avere a che fare? Ma per fortuna non è così. È migliore di quanto abbia mai sperato, e penso che dipenda dal fatto che è una buona produzione. Le buone produzioni non sono mai realizzate da una sola persona ma sono il risultato di un lavoro di squadra, la perfetta combinazione delle idee condivise da grandi artisti. Il regista poi le mette insieme e il risultato, quando è buono, è senz’altro maggiore della somma delle sue parti». Come vorrebbe che il pubblico reagisse a questo film? «Spero che la gente rida a crepapelle mentre si chiede se effettivamente è giusto o meno ridere. Che lasci la sala con la sensazione che il film abbia superato le sue aspettative, e che pensi al messaggio che questa pellicola lancia. Spero che generi tante discussioni».

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For magazine INTERVISTA di Silvestro Bellobono Nata a Civita Castellana (Viterbo), Antonella Colonna Vilasi vive a Roma. Saggista di numerose opere sulle tematiche criminologiche-forensi, è stata la prima autrice europea a pubblicare una trilogia sull’Intelligence.

National Security Saggista, docente universitaria, scrittrice e analista: la professoressa Antonella Colonna Vilasi è una dei massimi esperti di Intelligence a livello mondiale. Con noi parla di questa disciplina, di misure antiterrorismo e del suo nuovo libro sul Libano 80 For Magazine


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Può spiegare ai nostri lettori di cosa si occupa un’esperta di Intelligence? «L’Intelligence è una disciplina scientifica che cerca di rispondere alle domande che tutti ci poniamo sulla sicurezza nazionale, che può essere di vari tipi: pubblica, economica, energetica. L’Intelligence studia, attraverso l’analisi delle informazioni, le possibili criticità riguardanti il tema della sicurezza. Inoltre, aiuta a rispondere a questo quesito: dove stiamo andando? Questa disciplina è una somma di diversi saperi, studi militari, conoscenze sociologiche, culturali, geo-politiche, religiose. Una possibile traduzione di Intelligence è “leggere tra le cose”». Come nasce il suo interesse per questo settore? «Nasce da una passione per la geopolitica e le relazioni internazionali. In particolare mi interessa capire quali sono i rapporti internazionali tra i vari Paesi e le loro aree di influenza». Quali sono le qualità principali per svolgere il suo mestiere? «Innanzitutto la capacità di analisi, e poi la capacità di riunire tutti i segnali raccolti, ovvero la sintesi. A queste due qualità si aggiunge l’abilità nel cogliere le relazioni tra gli eventi». Ritiene valide e sufficienti le misure italiane per combattere il terrorismo? «Sì, perché c’è un’attenzione costante da parte delle nostre forze dell’ordine. Dopo il drammatico attacco terroristico dell’11 settembre ogni nazione ha compreso che un grosso attentato in Occidente può avvenire in qualsiasi momento. Quindi il livello di allerta e la vigilanza sono sempre alti». Qual è il primo insegnamento che dà ai suoi studenti? «Ribadisco: le capacità di analisi e di sintesi. E poi un elemento fondamentale è la curiosità, che vuol dire anche attenzione per i dettagli e studio dei particolari. Secondo il manuale dell’ex Kgb un agente segreto in servizio “sul campo” deve avere grandi capacità di ascolto e di osservazione. È questo quello che auspico per i miei studenti». Di cosa parla il suo ultimo libro e quando uscirà in Italia? «Reportage dal Libano, che esce in questi giorni, è un ebook di poche pagine incentrato sul Libano, paese-chiave delle politiche internazionali. È un manuale costituito da una serie di interviste volte a capire qual è lo status quo e quali sono le idee portanti dei libanesi. Ho intervistato sia politici sia gente comune. Il Libano, dal punto di vista storico, ha sempre avuto forti legami con la Siria, benché, a seguito dell’assassinio dell’ex primo ministro sunnita Rafiq Hariri nel 2005, ben 2 milioni di libanesi sono scesi in piazza ottenendo il ritiro delle truppe siriane. Tuttavia, l’influenza siriana non è scomparsa del tutto dalla società libanese, che è una

Reportage dal Libano è l’ultimo libro della professoressa Colonna Vilasi. «È una collezione di interviste dal Libano, con uno sguardo verso la crisi siriana e la geo-strategia dei Paesi dell’area. È un testo snello che ripercorre la storia del Paese concentrandosi sull’attualità», ha dichiarato l’autrice.

società multiconfessionale in cui i poteri sono costituzionalmente divisi tra le varie confessioni religiose». Cosa pensa della massiccia presenza di noti criminologi nelle trasmissioni Tv? «Credo che su alcuni crimini il pubblico voglia sapere l’opinione degli esperti, che sono in grado di offrire una valutazione scientifica sui fatti, in base alle loro conoscenze. Che, per ovvi motivi, l’uomo della strada non può avere». Non crede che spesso si voglia spettacolarizzare a livello mediatico un evento delittuoso? «Sì, se ne parla troppo a volte, specie quando tali eventi coinvolgono la privacy delle persone, con la divulgazione di dati personali che non dovrebbero essere rivelati. Occorre parlarne con equilibrio, senza fini sensazionalistici e spettacolari».

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For magazine SORPRESE di Marco Gastoldi «Ho voluto per Minnie un paio di sandali sfacciati», ha commentato lo stilista Terry De Havilland, che, con la collaborazione dalla moglie Liz, li ha realizzati interamente a mano per celebrare il look iconico della topolina più famosa ed elegante di sempre.

Lo stile di Minnie Sembra che designer e fashion victim non possano fare a meno di lei: la topolina più famosa del mondo, creata da Walt Disney nel 1928, è oggi un’icona della moda e una continua fonte d’ispirazione. A partire dai suoi classici segni distintivi: i pois e il fiocco 82 For Magazine


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Durante quest’anno ha spento 84 candeline, indossa da sempre un abito a pois e adora uscire con un enorme fiocco fra le due grandi orecchie nere. Ha un fidanzato storico e non invecchia mai, anche solo per la sua perseveranza e talvolta irascibilità. Ha esordito nel 1928 la deliziosa compagna di Topolino, Minnie Mouse. Fin da subito la sua immagine si è collocata fra i modelli di tendenza di tutto il mondo e rappresenta, ancora oggi, il primo incontro con la moda e la mania di moltissime ragazze. Uno stile unico e un appeal senza tempo quello della celebre topolina, che ha mostrato di avere un occhio (e un paio di orecchie) fashionisti: gonne a ruota a pois, fiocchi maxi e décolleté colorate non sono passate inosservate. Proprio per questo «Disney, uno dei maggiori brand di abbigliamento del panorama mondiale, non poteva scegliere un palcoscenico migliore della London Fashion Week per puntare i riflettori su un’icona di stile come Minnie Mouse», ha dichiarato Marc Low, vicepresidente dei settori moda e casa della Walt Disney Company Emea. L’influenza del personaggio sull’immaginario collettivo è arrivata attraverso significativi riferimenti sulle passerelle dei maggiori stilisti internazionali. Il primo e autentico interprete della “tendenza Minnie” fu Franco Moschino, che intuì con largo anticipo l’attraente fascino dei fumetti unito alla creatività della moda: il matrimonio fra lusso ed eleganza pensati da Chanel con le fiabe disegnate da Walt Disney rappresentano ad oggi il più pericoloso ma ben riuscito esperimento nella storia del costume. Capigliatura e cerchietti a forma di orecchie da topolina sono stati recentemente interpretati da una passerella firmata Jean Paul Gaultier e, ad oggi, sono in molti a citare ispirazioni provenienti dall’universo Minnie: da Marc Jacobs a Stella McCartney per un tributo ai pois fino alla Maison francese Louis Vuitton, che la scorsa estate ha dedicato una linea in collaborazione con il giapponese Yayoi Kusama, ossessionata da cerchi e bolli neri, rossi e bianchi. La “Minnie-mania” è arrivata prima di tutto ad Hollywood, dove le star più famose del panorama musicale hanno osato chemisier a pois bianchi e rossi. Fra provocazione e umorismo, l’iperbolica Katy Perry si è presentata in occasioni pubbliche indossando i completi del cartone animato. Meno impegnativa la scelta di Rihanna, che durante i concerti del suo tour planetario ha indossato un cappello con grandi orecchie nere, molto amato anche da altre star come Uma Thurman, Rachel Weisz, Lauren Conrad, Ashley Tisdale e Demi Lovato. «La collezione Minnie Mouse e il suo stile unico non smettono di ispirare i fan di tutto il mondo e siamo entusiasti di collaborare con stilisti di questo calibro, che hanno creato per noi dei veri pezzi unici. Le mode passano, ma la silhouette iconica di Minnie con i suoi caratteristici fiocchi e pois restano sempre di tendenza e le garantiscono lo stesso fascino del giorno in cui fece la sua prima apparizione nel mondo della moda», ha continuato Marc Low. Con l’iniziativa “Inspired by Minnie Mouse”, Disney ha quindi

Durante l’apertura del Summertime Ball festival all’Emirates Stadium di Londra, Katy Perry ha indossato un frizzante completo rosso a pois bianchi “alla Minnie”.

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Reminiscenze dal sapore vittoriano per la collezione primavera/estate dell’inseparabile duo Meadham Kirchoff, che ricorda un’esasperata festa in maschera del XIX secolo. Una sfilata fiabesca, caratterizzata da una collaborazione divertente che ha tra i suoi pezzi forti l’iconico abito di Minnie Mouse rosso e pois bianchi.

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Ospite al Gotham Magazine’s Halloween party di qualche anno fa, Rachel Weisz ha sfoggiato un paio di orecchie Minnie Mouse firmate Louis Vuitton.

La cantante-attrice Demi Lovato e Minnie Mouse alla premiere del film Camp Rock 2: The Final Jam, al Lincoln Center di New York City nell’agosto 2010.

omaggiato la sua icona di stile per eccellenza attraverso la presentazione della collezione “Minnie Mouse Must Haves”, esibita ai media e ai buyer internazionali lo scorso 15 settembre alla Somerset House. Celebrato delle abili mani creative di famosi stilisti del calibro di Michael van der Ham, Richard Nicoll, Lulu Guinness, Katie Hillier, Tatty Devine e Husam Odeh, lo stile Minnie Mouse è stato reinterpretato in chiave attuale. Abiti da cocktail, abbigliamento per il giorno, vestiti lunghi per la sera, borse, gioielli e clutch rappresentano e animano ogni “Minnie Must Have” creato per la divertente collezione. Capi e accessori dalle linee moderne con maxi fiocchi,

pois, maniche a palloncino e abiti frou frou si caratterizzano anche per stampe coloratissime, pailettes, borse e gioielli che riprendono la celebre forma delle orecchie. Ogni fan e collezionista Disney ha avuto la possibilità di aggiudicarsi una creazione facendo la propria offerta all’asta benefica proposta da eBay.co.uk, il cui ricavato è stato donato alla BFC/ Bazaar Fashion Arts Foundation, iniziativa del British Fashion Council per promuovere le collaborazioni fra industrie creative e sostenere l’innovazione nel campo della moda. Il giorno successivo alla presentazione della collezione è stata la volta di Meadham & Kirchhoff, gli incredibili protagonisti della

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Due pezzi esclusivi della collezione “Inspired by Minnie Mouse” presentata durante la recente settimana della moda londinese. L’abito pensato dallo stilista Richard Nicoll riprende le orecchie sulle spalle, mentre la giacca in jeans di Meadham Kirchoff, arricchita con pois rossi, ritrae la topolina in diverse simpatiche pose.

fashion week londinese che hanno alzato i veli su una collezione interamente ispirata alla topolina più chiacchierata della stagione. Una fiabesca e frizzante collaborazione che include il vero e proprio abito iconico rosso a pois bianchi, ma anche guanti bianchi con cuciture pintuck, leggins rossi abbinati a gonnellini in seta ricamata e una t-shirt serigrafata a mano che ritrae la musa in versione imbronciata. Del resto, il marchio Disney ha da sempre avuto una forte affinità con le culture di tutto il mondo, quella italiana in par-

ticolare: il valore percepito dal nostro Paese è uno dei più alti del pianeta. Gli italiani adorano la magia della fiaba Disney: lo confermano la lunga tradizione del settimanale Topolino e gli altissimi ascolti durante ogni trasmissione di un film Disney in televisione. Abbinato alla creatività di aziende leader italiane, il marchio è da sempre un successo e Milano è stata la prima tappa europea della mostra “Pixar, 25 anni di animazione” che ha registrato al Padiglione di Arte Contemporanea un successo senza precedenti. L’universo della topolina più

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In occasione della recente esibizione del suo tour planetario al Madison Square Garden di New York, la superstar Rihanna ha indossato un paio di orecchie Minnie durante la performance della hit Hard. Un accessorio simile era stato indossato dalla cantante anche per il video musicale dello stesso singolo.

amata dei personaggi Disney, oltre che essere stato protagonista della settimana della moda londinese e della collezione dolce e romantica per la scuola primaria “Minnie College”, è diventato uno dei simboli più apprezzati anche per l’arredamento. Si chiamano “Miki” il sistema porta-televisore ideato da Delfinetti e Bernasconi, composto da pannello laccato e attrezzato dalle sembianze di Topolino, “Mickey & Minnie Cabinets” le divertenti e ironiche cassettiere firmate Judson Beaumont di Straight Line Design, e “Wink” la chaise long ideata per Cassina I Contemporaei da Toshiyuki Kita.

Disneystore.com ha infine lanciato una serie di complementi e accessori dedicati ai fidanzatini più apprezzati dell’animazione, fra cui la spiritosa ed extralucida teiera, il set sale e pepe e le 24 posate in acciaio: uniti allo sgabello Ribbon ispirato alla silhouette di Mickey Mouse di Cappellini e al bollitore “d’arredo” di Ariete chiamato “Mickey”, sembrano perfetti per andare a cena con Minnie e Topolino.

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For magazine VISIONI di Demetrio Moreni

Robert Doisneau, Autoritratto con Rolleiflex, 1947. © atelier Robert Doisneau.

Baci di città

Paris en libertè è la mostra che il Palazzo delle Esposizioni di Roma dedica al grande fotografo Robert Doisneau e al suo amore per la capitale francese, ben riassunto dal celebre e controverso scatto Le baiser de l’Hotel de Ville. A febbraio 2013 la rassegna si sposterà allo Spazio Oberdan di Milano 88 For Magazine


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Robert Doisneau, Bacio dell'Hotel de Ville, 1950. © atelier Robert Doisneau.

Storia di un bacio rubato. Quello immortalato nel 1950 sul marciapiede di Rue de Rivoli, davanti all’Hotel de Ville, il municipio centrale di Parigi, tra due giovani: lui, che indossa una giacca scura e una sciarpa al collo, mentre cammina abbraccia e bacia con passione lei che, avvolta da una gonna lunga e una giacchetta corta scuri spezzati da una camicetta bianca, sembra sorpresa ma si abbandona a un breve attimo di trasporto emotivo. Intorno a loro l’indifferenza della gente che continua imperterrita a camminare nel frenetico andirivieni metropolitano. L’obiettivo che riprende questo gesto da un caffè ai bordi della strada è quello del fotografo in erba Robert Doisneau, che sta realizzando un servizio per la rivista americana Life. Di lì a poco la foto Le baiser de l’Hotel de Vil-

le (Bacio davanti all’Hotel de Ville) sarebbe diventata l’immagine-simbolo dell’amore parigino, di un sentimento irrefrenabile che si manifesta per strada, in piedi, di fretta, e che con impeto e fragilità esprime la voglia di vivere di una nazione e di un continente appena usciti dal secondo conflitto mondiale. Un bacio dal sapore di libertà che ritrae un momento storico, come l’analoga opera di Alfred Eisenstaedt (comunemente nota come V–Day) in cui un marinaio afferra e bacia un’infermiera a Times Square nell’agosto del 1945, durante i festeggiamenti per la vittoria americana sul Giappone. Ma anche dietro la più bella poesia mai scritta si nasconde sempre un momento di prosa che l’ha generata. Circa quarant’anni dopo la fotografia che l’ha reso celebre nel mondo, Doisneau si

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Robert Doisneau, Selezione per il Concert Mayal, 1952. © atelier Robert Doisneau.

è trovato a fare i conti con il mito di quello scatto, tra leggende metropolitane, rivelazioni, colpi di scena e smentite. Sì perché, dopo il lungo mistero sull’identità della coppia innamorata, finita nel frattempo su cartoline, t-shirt, poster e gadget vari, nel 1993 Denise e Jean-Louis Lavergne denunciarono l’artista per averli fotografati senza il loro consenso. L’azione penale costrinse Doisneau ad ammettere che i due personaggi protagonisti della sua opera più famosa erano in realtà due attori e modelli, Françoise Bornet e Jacques Carteaud, che ricevettero un compenso per quella posa. Un clamoroso retroscena storico che, però, nulla toglie alla magia artistica del ritratto e del suo autore. Già perché la vita e l’arte di Robert Doisneau (1912-

1994) non si sintetizzano solo ne Le baiser de l’Hotel de Ville. Infatti, per celebrare il centenario della sua nascita, Roma dedica al fotografo francese una solenne mostra dal titolo Paris en libertè, ospitata a Palazzo delle Esposizioni dal 29 settembre 2012 al 3 febbraio 2013. L’artista è stato il romantico illustratore della Ville Lumière, mostrata qui in oltre 240 immagini in bianco e nero scattate tra il 1934 e il 1991, e raggruppate in sezioni a seconda dei soggetti a lui più cari: le donne, gli uomini, i bambini, gli innamorati, gli animali e il loro modo di vivere la città. Autore di numerose opere, Doisneau è considerato il più grande rappresentante della fotografia “umanista” francese, poiché il suo sguardo sapeva catturare perfettamente gli istanti e i dettagli delle persone nella loro vita

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Robert Doisneau, La ballata di Pierrette d'Orient, 1953. © atelier Robert Doisneau.

quotidiana, della quale riusciva a restituire verità ed emozioni. Fotografo per circa cinquant’anni della Rapho, agenzia fondata da Charles Rado e gestita da Raymond Grosset, Doisenau studiò litografia all’école Estienne, presso Chantilly. Fu assistente dello scultore André Vigneau e fotografo per le officine della Renault di Billancourt. Negli anni ’40 si impegnò nella Resistenza, e dal 1946 divenne fotografo indipendente per l’agenzia Rapho. Nel 1974 la Galleria Chateau d’Eau di Toulouse espose i suoi lavori che gli permisero di ottenere i primi importanti riconoscimenti internazionali. Da allora i suoi scatti sono diventati famosi, riprodotti ed esposti in tutto il mondo. La straordinaria collezione fotografica porta metaforicamente lo spettatore a passeggiare lungo la Senna,

per le strade del centro storico e nei giardini pubblici, nei bistrot, negli atelier di moda e nelle gallerie d’arte. La rassegna romana, la prima in assoluto in Italia, è alla sua terza edizione dopo essere stata presentata a Parigi presso l’Hotel de la Ville e in Giappone sia al Mitsukoshi di Tokyo sia all’Isetan Museum di Kyoto. In seguito, il prossimo passaggio farà tappa a Milano, presso lo Spazio Oberdan dal 15 febbraio al 1 maggio 2013. In entrambe le città la mostra sarà accompagnata da una serie di eventi collaterali dedicati a Parigi e alla fotografia transalpina del Novecento, inclusi un’inedita rassegna cinematografica e una serie di incontri culturali.

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For magazine AUTO di Demetrio Moreni

La supercar

La Disco Volante 2012 è una coupé a due posti, lunga 4,61 metri, larga 2,02 e alta 1,33. Le linee estetiche sono una moderna reinterpretazione delle sportive anni ’50, soprattutto per quanto riguarda il posteriore. Il telaio è quello dell’Alfa Romeo 8C Competizione, così come lo schema meccanico motore-trazione.

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extraterrestre All’ultimo Salone di Ginevra è sbarcata la Disco Volante 2012, reinterpretazione moderna dell’Alfa Romeo 1900 C52, riproposta dalla carrozzeria Touring Superleggera. Sarà prodotta in serie limitata al prezzo di mezzo milione di euro circa

A volte ritornano. È il caso della carrozzeria Touring Superleggera che ripropone in una versione innovativa uno dei suoi più grandi successi: la Disco Volante, che nel 1952 fece innamorare di sé numerosi estimatori delle quattro ruote di lusso, come l’attore hollywoodiano Tyrone Power e l’astronauta Charles Conrad, disposti a tutto pur di possederne una. Allora si chiamava C52 e nasceva sulla base di un motore e un telaio concepiti per un’auto di serie: l’Alfa Romeo 1900 C., in virtù della collaborazione con la Casa del Biscione. Il nome d’arte fu scelto proprio per il suo design muscoloso e le sue forme avveniristiche che ricordavano una navicella spaziale, così come veniva rappresentata nell’immaginario collettivo dalla letteratura e dalla cinematografia dell’epoca. A distanza di 60 anni, la nuova Disco Volante, prodotta oggi come ieri in pochissimi esemplari (dovrebbero essere 20 in tutto), è costruita intorno allo zoccolo duro dell’Alfa Romeo 8C Competizione, dallo chassis rigido ma dalla struttura leggera. Totalmente rinnovata è invece la carrozzeria, in alluminio battuto a mano, di questa coupé a due posti con motore anteriore e trazione posteriore, caratterizzata dallo schema “Transaxle”, cioè dotata di cambio al retrotreno in blocco con il differenziale. Presentata al Salone di Ginevra 2012, la Disco Volante monta un motore V8 benzina da 4,7 litri che eroga 450 Cv e 470 Nm di coppia, di produzione Alfa Romeo (lo stesso della gamma Maserati, di origine Ferrari); è munita di un cambio sequenziale elettro-attuato a 6 rapporti, con comando a palette, differenziale a slittamento limitato e freni autoventilanti. La vettura rievoca parzialmente alcuni aspetti dello stile del passato, come ad esempio le ruote anteriori coperte, il taglio orizzontale definito dal profilo in alluminio, le linee allungate del posteriore che termina con le luci rotonde. Tuttavia, a livello estetico si distingue dalla sua antenata, riducendo al minimo le somiglianze, poiché il nuovo prototipo eredita dalla “storica madre” le linee generali fondendole con elementi moderni: dal punto di vista aerodinamico, infatti, presenta una forma a goccia, con l’anteriore che si sviluppa sulle ruote e si assottiglia verso il posteriore

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For magazine L’Alfa Romeo Disco Volante del 1952, a cui il nuovo modello rende omaggio. I temi principali di questa leggendaria vettura erano la linea innovativa, capace di suscitare grandi emozioni, le forme rigorose senza tempo e un’elevata connotazione aerodinamica.

Al Salone di Ginevra, Piero Mancardi, a.d. dell’azienda fondata dalla famiglia Bianchi Anderloni, ha commentato: «Il nuovo modello Touring Superleggera, disegnato da Louis de Fabribeckers, fonde passato e presente per dare vita a una vettura senza tempo, destinata a entrare nella nicchia delle instant classic».

slanciato; la distribuzione degli spazi diminuisce il volume anteriore, sposta l’abitacolo all’indietro e accentua le dimensioni del posteriore. L’esito finale è una vettura aggressiva ed elegante, capace di raggiungere i 300 km/h e di accelerare da 0 a 100 in 4,2 secondi, che farà la felicità di una clientela d’elite composta da collezionisti, sportivi, appassionati di auto confezionate su misura per chi ama guidare. E che ovviamente ha facoltà finanziarie non indifferenti: si sussurra infatti che ogni esemplare (che

richiede circa 4000 mila ore di lavoro artigianale e 8 mesi complessivi per la realizzazione) costerà tra i 500 e i 600 mila euro. Del resto il valore di questa supersportiva stradale riporta in auge la storia prestigiosa della carrozzeria Touring, fondata a Milano nel 1926 dall’avvocato Felice Bianchi Anderloni, e specializzata nella fabbricazione di autovetture concept car commissionate e assemblate per conto di altre case automobilistiche. La denominazione “Superleggera” fu assunta nel

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L’architettura di questo esemplare è a motore anteriore, cambio al ponte posteriore e trazione posteriore. Tale schema offre una distribuzione ottimale del carico, 49-51%, tra avantreno e retrotreno. Dalla sua antenata del ’52 derivano le linee allungate del posteriore che termina con le luci rotonde.

I pannelli della carrozzeria sono realizzati in alluminio battuto a mano, mentre i paraurti sono in fibra di carbonio. Questo materiale è utilizzato anche per il sottoscocca, grazie all’alta resistenza e al basso peso. Il motore è un 4,7 litri V8 da 450 cavalli, a cui è abbinato il cambio automatico a 6 marce.

1936, in seguito all’invenzione della tecnica di realizzazione della scocca, mutuata dalla costruzione di aeroplani, grazie all’adozione di sottili ma resistenti tubi d’acciaio, ai quali venivano applicati i pannelli in alluminio della carrozzeria. Dopo i fasti degli esordi e del secondo dopoguerra (che trasferirono la tecnica Superleggera a straordinari modelli come l’Alfa Romeo 6C 2500 Freccia d’Oro, l’Aston Martin DB5, la Lamborghini 350 GT, la Maserati 5000 GT), la fabbrica milanese ha vissuto un lungo perio-

do di declino, culminato con la gestione del gruppo britannico Rootes, che nel 1966 portò alla chiusura degli stabilimenti Touring. Fino al 2006, quando il marchio è stato rilevato dall’azienda olandesa Zeta Europe BV, specializzata in ingegneria automobilistica, che ha permesso alla storica carrozzeria italiana di rinascere e tornare a sfornare fuoriserie di lusso.

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ForFOCUS magazine di Elena e Michela Martignoni Statua marmorea dell'imperatore Costantino I, custodita nel Palazzo dei Conservatori a Roma, databile al 330 ca.

Il tempo di Costantino

Non solo e sempre saggi per scoprire o celebrare l’imperatore guerriero, che con il suo Editto probabilmente cambiò la storia. Un bel romanzo e un’interessantissima mostra a Milano riportano i riflettori su una figura controversa, ma affascinante 96 For Magazine


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Costantino 313 d.C. è la mostra internazionale ideata dal Museo Diocesano in programma dal 25 ottobre 2012 al 17 marzo 2013 a Palazzo Reale a Milano, in occasione del 1700° anniversario dell'editto di Milano (312-2013). Curatrice scientifica la dottoressa Gemma Sena Chiesa, archeologa e già ordinario di Archeologia all'Università degli studi di Milano, insieme con Paolo Biscottini, direttore del Museo Diocesano. Sopra, Il Battesimo di Costantino, Scuola di Raffaello Sanzio. Affresco di una delle Stanze Vaticane, 1520-1524 ca.

In libreria il vento del romanzo storico è cambiato. Intanto sono scesi i prezzi. Perché? La crisi? L’invasione degli e-book? Concorrenza aggressiva? Diverse cause concorrono al restyling del romanzo storico. I lettori sono costretti a districarsi tra le mille nuove pubblicazioni che occhieggiano dai banchi con bollini colorati, fascette invitanti e piene di frasi elogiative (in gergo “strilli” o “blurp”) scritte da autori, critici e personaggi famosi. Attenzione, però, alle fregature: se prezzo basso non significa sempre valore basso, libro bello – cioè colorato, cartonato e con una carta non dozzinale – non significa “bello anche dentro”. Non dimentichiamo che, oltre al contenitore, è importante il contenuto. C’è di buono che finalmente ricompaiono nomi italiani tra gli autori. Prima di comperare, però, facciamoci consigliare dal libraio o dalle recensioni. Queste riflessioni iniziali per segnalarvi un romanzo che sebbene costi solo 8, 80 euro non per questo va considerato “da poco”. Anzi è un lungo, documentato e preciso romanzo storico nella più classica accezione del termine, solo che, come recita in copertina Giancarlo De Cataldo (magistrato e scrittore, quello di Romanzo criminale, per intenderci) è «la storia di ieri raccontata con gli strumenti narrativi di oggi». Protagonista Costantino il Grande (274- 337 d.C.), uno degli imperatori

romani più importanti della Storia sul quale, a detta dell’autore, fino ad ora – salvo smentite – non era stato scritto nessun romanzo storico. Forse molti di coloro che pronunciano il Credo ogni domenica, durante la Messa non sanno che questa preghiera deriva dal Concilio di Nicea del 325, il primo della storia della Chiesa, indetto proprio dall’imperatore Costantino, per fare chiarezza sull’essenza della natura di Dio. Sulla fede dell’imperatore il dibattito storico è molto vivace. Alcuni storici ritengono che la “simpatia” di Costantino nei confronti dei cristiani non fu dettata da una conversione spontanea, ma da pura necessità politica e che in realtà egli restò sempre fedele al culto del dio Sole. Non è questa l’opinione dello scrittore Simone Sarasso (autore appunto di Invictus, Rizzoli) che opta invece per un Costantino toccato dai valori cristiani e che prima di morire, come riporta la tradizione, accettò il Battesimo. E proprio dalla fine, cioè dalle ultime ore di vita dell’imperatore, ha inizio il romanzo. Costantino, prima di ricevere il Battesimo, nel corso di uno spietato esame di coscienza, narra a Eusebio di Cesarea tutta la sua vita violenta: «Allora… solo allora, quando avrai finito di ascoltare e… Lui di pesare… sarai libero di battezzarmi, ma forse a quel punto non avrai più tanta voglia di armeggiare con l’acqua santa». Dopo aver scoperto di essere nato da Costanzo, grande generale romano e futuro Augusto, e da una “stabularia” cioè «praticamente una

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sta si mescolano ai fatti di quei tempi, le scene e l’ambientazione sono monumentali, colossali, appunto. Abilissimo nel descrivere con linguaggio forte le scene di guerra, Sarasso ha scelto il tempo presente per la narrazione e predilige i verbi di azione, le frasi brevi e secche, in corsivo quando sottolineano un commento personale del protagonista. Si è da subito dentro, si vede ciò che accade durante la lettura. Probabilmente a questo si riferiva De Cataldo quando parlava degli strumenti narrativi di oggi. Il linguaggio, infatti, è lontano da quello pomposo di certi romanzi storici di maniera, difficile da portare avanti per 587 pagine, ma efficace per dare un continuo ritmo incalzante alla narrazione. Particolarmente riuscita la descrizione del tradimento di Fausta, moglie di Costantino, figura femminile meno presente di quella ingombrante della madre Elena, la stabularia elevata a santa imperatrice dall’amore filiale di Costantino. Non resterà deluso il lettore che ama le scene mozzafiato e le immagini fortissime, e nemmeno quello che desidera rivivere un’epoca storica divertendosi. Le fonti citate dall’autore per la stesura e la meticolosità della descrizione dimostrano che lo studio del periodo e del personaggio sono stati precisi e approfonditi. Abbiamo posto alcune domande all’autore. Eccole. Come è approdato alla scrittura di romanzi storici? Ci racconti il suo percorso d’autore. «Ho iniziato scrivendo di storia contemporanea: da qualche anno lavoro a una trilogia noir sui cosiddetti “misteri italiani”, ossia i buchi neri della storia recente del nostro Paese, come la strage di Piazza Fontana o quella di Piazza della Loggia. Ho già pubblicato, con Marsilio, i primi due volumi della trilogia: Confine di Stato, uscito nel 2007, e Settanta, nel 2009. Il terzo volume, che amplierà l’indagine fino a Tangentopoli, si chiamerà Il Paese che amo e uscirà nel 2013. Invictus è una propaggine naturale della mia ricerca del lato oscuro del potere: quale miglior luogo dell’Impero romano agli albori della sua decadenza per affondare le mani nel marcio?». Bibliografia essenziale su Costantino il Grande: L’età di Costantino il Grande, di Jacob Burckhardt, Sansoni 1990; Costantino il Grande fra Medioevo e Età Moderna, Il Mulino 2008; Vita di Costantino, di Eusebio di Cesarea, BUR 2009; Costantino il Grande, di Eberhard Horst, Bompiani 2009; Invictus, di Simone Sarasso, Rizzoli 2012 (nella foto sopra).

meretrice. Anzi qualcosa di meglio: una meretrice che sa servire il pranzo» – come un suo rivale, il “cesare” Massimiano nel romanzo descrive la madre di Costantino –, il futuro imperatore viene iniziato all’arte militare da Diocleziano e comincia da lì la sua scalata all’Impero, che reggerà per moltissimi anni, dopo una vita di guerre, inganni, fughe e tradimenti. Dentro di lui vive “Trachala”, la belva. I suoi compagni lo chiamano così perché ha il collo largo, ma per Costantino “Trachala” è una belva assetata di sangue e invincibile in battaglia, è la parte animalesca che ha il sopravvento quando serve aggredire, uccidere, prendere la decisione giusta e non quella facile. Un ragazzo senza dubbio dotato, l’imperatore. Fisico, cuore e cervello nati per la guerra e per la conquista del potere, e uno sfrenato culto di se stesso. Il lungo racconto della vita di Costantino, nel libro di Sarasso, ha lo stesso stile dei più recenti kolossal storici che abbiamo visto al cinema. Leggendo sembra di assistere a un film come Il Gladiatore, nel quale la storia si incrocia con la finzione, i pensieri del protagoni-

Come ha iniziato ad amare la storia? «Credo di averla sempre amata, fin dai tempi del liceo. Sono laureato in filosofia, ma di storia, che mi ricordi, mi sono sempre occupato. Ho letto e studiato a fondo il XX secolo, ma sono sempre stato un grande appassionato anche dell’antichità e del Medioevo». Qual è la sua opinione sul nuovo romanzo storico e la sua evoluzione? Ha un autore “culto”? «Umberto Eco, per buona parte della mia carriera universitaria, è stato una specie di nume tutelare. Mi sono laureato con una tesi in filosofia della religione sull’ermeneutica ermetica ne Il pendolo di Foucault, che a tutt’oggi rimane il mio “romanzo della vita”. Ma mi piacciono molto gli autori contemporanei che si occupano di antichità e Medioevo. Recentemente, una grande scoperta è stato Marcello Simoni, sapientissimo tessitore di trame. Tra i miei autori culto rimangono però inarrivabili Sergio Altieri con la sua Trilogia di Magdeburg e Valerio Evangelisti col ciclo di Eymerich». Come si è regolato nella scelta delle fonti storiche su cui basare il suo romanzo? Ha trovato molto materiale? «Ho usato un criterio ecumenico per quanto riguarda la consulta delle fonti: sono andato a rileggermi i contemporanei di Costantino – soprattutto il suo biografo Eusebio – ma non mi sono dimenticato della storiografia sterminata che esiste sull’Imperatore Santo. Ho studiato testi decisamente desueti, come quello di Jacob Burckhardt (primo vero testo analitico sull’era di Costantino), scritto quasi centosettant’anni fa, e testi

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Raffigurazione di Costantino nella basilica di Hagia Sophia a Istanbul.

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Statua bronzea di Costantino conservata ai Musei Capitolini di Roma.

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In luglio, Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, si è riunito con alcuni esperti alla ricerca del “Brand Milano”, cioè di formule, slogan, iniziative che servano al rilancio della città lombarda nel mondo in vista dell’Expo 2015. In questa luce va vista la mostra che rivisita il celebre Editto (o rescritto) di Costantino del 313, che colpisce ancora per l’indiscutibile modernità di pensiero che lo sottende.“Quando noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, felicemente ci incontrammo nei pressi di Milano… questo era quello che ci sembrava di maggior giovamento alla popolazione, soprattutto che si dovessero regolare le cose concernenti il culto delle divinità e di concedere anche ai cristiani, come a tutti, la libertà di seguire la religione preferita”. Sopra, l’Arco Trionfale di Costantino a Roma.

modernissimi come quello di Marcone. Solo così ho potuto costruirmi un’immagine sfaccettata del protagonista». Verità storica e finzione narrativa. Come si miscelano in Invictus? «Le percentuali sono piuttosto nette all’interno del romanzo: 99% verità storica, 1% invenzione. L’invenzione riguarda le scelte linguistiche attribuite a questo o quel personaggio (volutamente moderne) e la descrizione (psichedelica) delle visioni». Chi era Costantino il Grande? «È stato molte persone durante la sua lunga vita: un ragazzo spaventato, figlio di genitori separati; un guerriero dotatissimo; un monarca saggio; un assassino spietato». Qual è il lato del personaggio che l’ha colpita maggiormente? E quale la scena che ha scritto con maggior pathos? «Ho appena accennato a quella che, a mio parere, è la condizione psicologica più rilevante per capire Costantino, ossia il suo rapporto con

i genitori, con le donne e la famiglia in genere. Essendo cresciuto fino ai dodici anni con la sola madre, in una sorta di esilio dorato voluto dal padre (che non poteva sposarla per le umili origini della donna, pur avendo avuto da lei il suo primogenito) e avendo trascorso il resto della vita tra corti principesche e campi di battaglia, il suo modo di relazionarsi al ruolo di genitore e di marito ne risentì a dismisura. Tutti i rapporti familiari che lo vedono protagonista (da quello con la moglie Fausta a quello col primo figlio Prisco) sono complicatissimi. E le scene che li descrivono sono decisamente le più cariche di pathos di tutto il romanzo». Programmi futuri? «Il 24 di ottobre uscirà sempre per Rizzoli il mio nuovo romanzo di ambientazione imperiale. Si chiamerà Colosseum, sarà ambientato tra il ’77 e l’80 d.C., e narrerà la storia dell’Anfiteatro Flavio e dei due gladiatori che ne divennero gli eroi indiscussi, Vero e Prisco».

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www.elenaemichelamartignoni.com


For magazine TELEMENU di Marco Gastoldi

Nella fiction di Canale 5 Benvenuti a tavola, il milanese Carlo Conforti (Fabrizio Bentivoglio, 55 anni) e il cilentano d’adozione Paolo Perrone (Giorgio Tirabassi, 52 anni) sono cuochi eccelsi che si sfidano ai fornelli dei rispettivi ristoranti: il Meneghino di Carlo, raffinato e tradizionale, e il Terrone di Paolo, semplice e salutista.

Non ci resta che mangiare Le autentiche star della tivù sono i cuochi: veri, finti, improvvisati. Per non pensare alla crisi e alle tasse, che cosa c’è di meglio che imparare a cucinare? La tradizione italiana della buona tavola prosegue… in video 102 For Magazine


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La band milanese Gruppo Elettrogeno, ospite fissa della trasmissione Scorie (Rai 2, 2007–20­09). Il gruppo si ispira a Elio e le Storie Tese.

In Tv ormai si cucina tutto il giorno. Le star dei fornelli impazzano, Antonella Clerici ha rivoluto a tutti i costi La prova del cuoco che aveva perso per… maternità, Benedetta Parodi è passata a proporre i suoi menu su La7, sostituita immediatamente su Italia 1 da Tessa Gelisio. E il reality Master Chef in versione americana o italiana trionfa sul satellite (senza contare interi canali completamente dedicati al cibo come Gambero Rosso o Alice). Naturalmente la fiction non poteva restare a guardare: su Canale 5 è appena andata in onda (con grande successo) Benvenuti a tavola-Nord vs Sud dove l’artista della cucina settentrionale Carlo Conforti, proprietario di un ristorante sui Navigli milanesi interpretato da Fabrizio Bentivoglio, si scontrava con Paolo Perrone (Giorgio Tirabassi), specialista della materia prima meridionale con una trattoria dall’altra parte della strada. Le delizie del Nord e le prelibatezze del Sud si incontrano anche nel libro Benvenuti a tavola (edito da Fivestore), raccolte dal gastronomo ed enologo Andrea Grignaffini e dal produttore cinematografico e televisivo Pietro Valsecchi. Seguendo il calendario delle ricorrenze religiose, il libro tratta di veri piaceri per il palato di tutti i gusti, arricchiti da consigli e aneddoti pensati per chi non intende deludere le

Gordon Ramsay (46 anni) è un cuoco scozzese divenuto famoso nelle vesti di conduttore di programmi Tv dedicati alla cucina come Hell’s Kitchen, MasterChef e The F Word.

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Il re dei tortellini Giovanni Rana ha saputo sfruttare come pochi il mezzo televisivo per fare pubblicità alla sua azienda: «Negli anni Novanta ho cominciato nelle tivù private mettendomi in gioco in prima persona: c’era uno speaker e io mi limitavo a guardare un prosciutto o un formaggio. Dopo qualche anno ho commissionato un’indagine di mercato. Risultavo già popolare, ma la gente era convinta che fossi un attore. Evidentemente c’era qualcosa che non andava. Gavino Sanna capì, invece, che proprio questo poteva diventare una formula vincente e si inventò i miei spot da attore con i grandi miti del cinema, da Marilyn Monroe a Humprey Bogart. Con il successo grande che ne è conseguito per me e per i miei prodotti. Emozionatissimo la prima volta, ma buona volontà e fantasia non mi mancano, e poi se una cosa è da fare la faccio. La televisione mi ha cambiato la vita».

aspettative dei propri invitati nelle occasioni in cui fare bella figura diventa un obbligo. Ecco alcune riflessioni raccolte tra cucina e dintorni durante la presentazione del libro a Milano. Il cibo unisce e divide, l’uomo è ciò che mangia e parlare dell’arte “ai fornelli” significa trattare di abitudini, costumi, piaceri. Una vera e propria “operazione di contaminazione” è ciò che possiamo ritrovare fra le divertenti e colorate avventure e ricette: dalla televisione al libro, dal film alla radio, dai prodotti di un luogo a quelli di un altro, tutto comunica attraverso la multimedialità. Il giornalista Paolo Liguori invita a riflettere sul vero valore contenuto all’interno di ciò che potrebbe

assomigliare ad un banale ricettario: «Se qualcuno intendesse comprare un libro di cucina, dovrebbe orientarsi verso qualcos’altro. Benvenuti a tavola è invece una vera riflessione intorno alle ricette stesse: all’interno è possibile trovare non solo buona cucina, ma soprattutto una vera e propria operazione culturale». Una chiave interpretativa alla quale si accede quindi solo dopo aver riflettuto sui valori del condividere e del ritrovarsi durante le celebrazioni e le feste proprie del mondo religioso. A rendere unico il libro è proprio la riflessione attraverso i sacramenti: in passato mangiare era una necessità, oggi è invece uno stile di vita. «Vorrei fare il festival della cucina – spiega il produttore Pie-

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Marisa Laurito (61 anni) e Andy Luotto (62) sono i padroni di casa di Pasta, Love & Fantasia su Arturo (sul digitale terrestre).

tro Valsecchi – perché viviamo nella terra più bella del mondo in merito a sapori e tradizioni». «Di fondamentale importanza è la diversità fra Nord e Sud Italia – continua Liguori – e la mescolanza che due realtà così diverse possono portare. Tutto è reso più divertente grazie alla cucina: se si è nati al Nord si cerca la cucina del Sud, se si è nati al Sud si cerca invece quella del Nord!». Dalle differenze tipiche di ogni città fino alla cucina francese, dall’invito del professor Umberto Veronesi che esorta a «mangiare un piatto colorato e mai uno bianco» fino alla cucina pedagogica che stuzzichi anche la curiosità dei più giovani. «Insegno in una scuola di cucina a circa 120 alunni ogni semestre – ha raccontato il gastronomo Andrea Grignaffini – e le divergenze fra cucine sono visibili fin da subito. Le famiglie del meridione cucinano ancora e si sbizzarriscono proprio durante le ricorrenze dei sacramenti». Del resto, parlare di cucina italiana è un grosso errore: esistono “le” cucine italiane, diverse fra città e addirittura fra comuni; ciò che ci contraddistingue dal resto del mondo è che a tavola ci

Dopo numerosi programmi sulla natura, Tessa Gelisio conduce dal 2011 la rubrica di cucina Cotto e Mangiato all’interno di Studio Aperto.

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Anche il cinema ha dedicato innumerevoli film a cucina e dintorni: abbiamo scelto una cuoca felice, Meryl Streep, in Julie & Julia.

nutriamo di diversità. Un viaggio attraverso la tradizione culinaria italiana, dalla cassata siciliana alla polenta, rappresentando l’unicità e la bellezza della famiglia italiana e ricordandoci che ciò che si serve in tavola durante un’occasione celebrativa è ben diverso da ciò che invece propongono gli chef. «La vita degli chef è dura – ha spiegato ancora Paolo Liguori –, hanno probabilità di riuscire solo coloro che resistono per due anni a pelare patate. Per prima cosa viene insegnata loro la pulizia, così ogni cucina è sempre straordinariamente pulita. Tutti ormai vogliono fare il cuoco perché pensano di poter diventare star televisive». E venendo proprio al piccolo schermo, ecco la fatidica domanda ai protagonisti della fiction a cui il libro si è ispirato: «Avete imparato a cucinare?». Giorgio Tirabassi, cuoco meridionale con una

Bud Spencer (82 anni) si è cimentato con la cucina nella miniserie Mediaset del 2010 I delitti del cuoco, in cui era un burbero chef-investigatore.

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Giochi & assaggi

Grande esperto di programmi culinari, Davide Mengacci (64 anni) ha condotto in Tv La Domenica del villaggio, Fornelli d’Italia, Cuochi senza frontiere, Ricette di famiglia.

trattoria “alla buona”, ha commentato: «Mi sono divertito ai fornelli ma ho capito che cercare di fare lo chef è come pretendere di giocare a pallone contro la Nazionale». Anche l’altro protagonista, Fabrizio Bentivoglio, ben più creativo e raffinato nella fiction, ha confessato di non avere imparato a cucinare: «Appartengo a quella schiera di italiani che amano trovare pronto. Cucinare è un’arte, se non una scienza. I cuochi lasciano tutto pulito e invece noi sporchiamo tutto: ciò che ho imparato è che le cosette semplici che so fare io ora le faccio in modo pulito». È toccato a Checco Zalone, guest star della presentazione, spiegarci la passione per la cucina del produttore della fiction Valsecchi: «Pietro mi ha detto che si mangiava gratis e sono venuto, perché lui sa cucinare davvero: quando vado a casa sua lo trovo sempre in mutande ai fornelli!».

di Antonio Osti

L’indovinello Pesca e ripesca, dimmi qual è quella cosa che più è calda e più è fresca? Il pane. Il grasso «Il mio espanso addome di buon mangiatore e bevitore – una vera e propria ernia – ricorda i panciuti e paciosi etruschi della tradizione. Sotto le palpebre gonfie e grevi di un etrusco di Tarquinia, coricato sul proprio sarcofago, ho letto la mia stessa malinconia di ex magro senza collo», Gianni Brera in La Pacciada (con Luigi Veronelli, Baldini&Castoldi). L’horror «Ho un vecchio amico per cena», spiega al telefono il dottor Lecter in Il silenzio degli innocenti. Il titolo A bocca piena, libro di ricette di Gianfranco Funari (Sugarco, 1988). La milanese «Adoro la “milanese”, ossia una sottile fetta di tenero vitello passato nell’uovo, impanata e poi fritta. Me la regalo, ogni volta che mi trovo a Milano con un’abbondante porzione di insalata mista, possibilmente rucola e pomodori, o cruditè in genere: carciofi, finocchi, carote, sedano, lattuga, rapanelli»», Wanna Marchi, ai bei tempi. Il sacro… «Intorno al tavolo i taciturni diventano espansivi. Tutti vanno d’accordo… È buffo e commovente insieme. Capisco perché Cristo ha fatto a tavola le cose più belle. Conosceva e promuoveva l’uomo», Suor Germana in Quando cucinano gli angeli (Piemme, 1983). … e il profano La canzone Dolce di giorno dei Dik Dik: «Dolce di giorno, fredda di sera, sei come una torta di panna montata, felice di non essere stata mangiata». Il film Animal House: irresistibile la scena in cui James Belushi riempie il vassoio alla mensa universitaria, tipico caso di bulimia da self-service. La brioche «Qu’ils mangent de la brioche» (Mangino brioche!), così avrebbe detto Maria Antonietta, regina di Francia (1755-1793) quando le fu comunicato che il popolo non aveva pane. Il riso con le verze è il piatto preferito da Orietta Berti. La frase «Dopo un buon pranzo si può perdonare a tutti, anche ai propri parenti», Oscar Wilde. Il pessimista «Ti meravigli che le malattie siano troppe? Conta quanti cuochi ci sono», Seneca. Il cinequiz In quale film Al Pacino fa il cuoco? (Paura d’amare). Il caffè Secondo Talleyrand deve essere caldo come l’inferno, nero come il diavolo, puro come un angelo e dolce come l’amore. Il brodo «Diventare l’amante dei media è un destino inquietante. Si gode poco e si soffre molto. La carne comincia a diluirsi nel brodo dell’immagine, e il brodo diventa sempre più saporito, ma la gallina rischia di diventare lessa», Alba Parietti in Uomini (Mondadori). Il consiglio Nel film Casablanca quale champagne suggerisce il capitano Renault al maggiore Strasser? «Veuve Cliquot del ’26, un buon vino francese». La curiosità Giusva Fioravanti (poi terrorista dei Nar), da bambino, fu protagonista del Carosello del formaggino Ramek. Il modo di dire Capitare come il cacio sui maccheroni. La mela mangiata, con una Coca Cola, da James Dean nell’ultima sosta fatta prima di schiantarsi con la sua Porche. Era il 30 settembre 1955 e l’attore aveva 24 anni. Il fegato «Fegato qua, fegato là, fegato fritto e baccalà», dal film Totò contro Maciste. Il gay «Ah, mi piacciono sia ostriche che lumache», Crasso (Laurence Olivier) al proprio schiavo Antonino (Tony Curtis) in Spartacus, al termine di una conversazione in bagno censurata, uno degli ultimi tagli obbligati per contenuto omosessuale (riportato in Hollywood, istruzioni per l’uso, Bompiani). L’invettiva «Lei praticamente non ha mai assaggiato la Sacher-tort? Va beh! Continuiamo così: Facciamoci del male», Nanni Moretti-Michele Apicella in Bianca. La minestra Consigli di galateo di Donna Letizia (Colette Rosselli): «È tollerato che, arrivati agli ultimi cucchiai di minestra, si sollevi appena il piatto, inclinandolo verso il centro della tavola. Assolutamente proibito, invece, soffiare sulla minestra per raffreddarla». Il presidente Polpettine di pasta, verdura alla versiliese, vino Chianti e tanta frutta: pranzo tipo di Massimo Moratti ai bagni Piero di Forte dei Marmi. Il proverbio Chi non compra l’aglio per San Giovanni è poveretto tutto l’anno.

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For magazine DIVERTIMENTI di Alfio Vanti

Prendi la chitarra e… stai Dai Rolling Stones ai Muse, 50 anni di rock in un videogioco. È Rocksmith, l’unico che permette di collegare una vera chitarra o un basso alla console e al pc Scuola di musica addio, i Jimi Hendrix di domani si formeranno davanti alla PlayStation. Si chiama Rocksmith, e costituisce una svolta nel mondo dei videogame musicali: per la prima volta in assoluto, infatti, sarà possibile collegare una vera chitarra alla console o al pc e sbizzarrirsi sulle note dei propri brani preferiti, dal rock al punk,

dall’heavy metal al funky, dai Rolling Stones a Eric Clapton, dai Nirvana fino ad arrivare ai Muse, a Lenny Kravitz e ai Radiohead. Insomma, un videogioco diventa un maestro di chitarra a tutti gli effetti. Negli Stati Uniti il videogame ha già venduto circa un milione di copie e in Italia è arrivato nella versione Xbox360 e PlayStation3, e il 18 ot-

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Proprio perché nel videogame si accede agli step successivi solo se si impara a suonare realmente, la Epiphone, divisione della Gibson, ha deciso di creare una Limited Edition, in cui oltre al gioco ci sarà anche la celebre chitarra Les Paul Junior (quella con cassa a fronte piatto).

tobre per pc. Il segreto di questo videogioco è dovuto al “Real Tone Cable”, un cavo esclusivo che collega qualunque chitarra elettrica alla console. Grazie a questo cavo, Rocksmith permette di trasformare il segnale della chitarra in un segnale digitale che può essere amplificato direttamente tramite la Tv, senza perdere assolutamente la qualità del suono. Ma non è finita qui: con un secondo cavo si può giocare con un amico e ricreare l’atmosfera di una vera e propria band. Inoltre, in esclusiva per l’Europa, sarà disponibile anche la modalità basso e sarà possibile seguire i testi per cantare come una vera rock star. Rocksmith può insegnare a suonare anche a chi non ha mai preso in mano una chitarra o permettere di migliorarsi ai chitarristi già affermati. Ma la vera forza del videogame è l’autenticità: se non si impara a suonare realmente non si va avanti e non si potrà accedere alle esibizioni live (dei veri concerti con tanto di pubblico in delirio).

Quello della musica è da sempre un mondo affascinante, ma per molti anche un’esperienza fine a se stessa. Troppo tempo per imparare e poco per esercitarsi, scarsa pazienza e rinuncia alle prime difficoltà. Insomma, imparare a suonare uno strumento musicale richiede non solo talento, ma impegno e tantissima costanza. Ma se misurarsi con la chitarra vuol dire contemporaneamente giocare con un videogame, al quale collegare persino uno strumento vero, allora ogni cosa è più facile. In questo modo cambia tutto: montagne di effetti, amplificatori, pedali e casse renderanno l’esperienza sempre diversa, oltre che realistica al 100%. Attraverso la console o il pc, per la prima volta in assoluto sarà possibile trasformare il sogno in realtà: che sia una distorsione ben compressa, un tremolo vintage o un reverb psichedelico, nulla sarà più impossibile. Basta seguire le istruzioni: chiunque potrà esibirsi senza paura di sbagliare e perfezionarsi in tutto e per tutto.

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For magazine ARTE di Nolberto Bovosselli

Johannes Vermeer, Donna in piedi al virginale, olio su tela, 1670-1673 circa.

Capolavori in famiglia Straordinario appuntamento con la pittura fiamminga del ’600 alle Scuderie del Quirinale grazie alla mostra Vermeer, il secolo d’oro dell’arte olandese, la prima rassegna italiana dedicata al “maestro di Delft” che amava dipingere soggetti casalinghi e gesti quotidiani 110 For Magazine


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Johannes Vermeer, La suonatrice di liuto, olio su tela, 1660-1663 circa.

Mai come in questo caso l’aggettivo “eccezionale” si addice perfettamente alla situazione. Infatti, per la prima volta a Roma, già in corso e fino al 20 gennaio 2013, presso le Scuderie del Quirinale, è possibile ammirare un’esposizione davvero rara: la mostra Vermeer, il secolo d’oro dell’arte olandese rappresenta una preziosa antologia di quel florido periodo artistico che fu il XVII secolo, sia per le difficoltà a reperire le opere, gelosamente custodite da pochi musei e collezionisti privati,

sia per la loro fragilità che ne rende talvolta impossibile il trasporto. A conferire l’eccezionalità all’allestimento romano non è solo la possibilità di conoscere e apprezzare da vicino la pittura olandese e il suo indiscusso maestro, ma anche una serie di dati che fanno riflettere: Johannes Vermeer (1632 – 1675) dipinse circa 50 quadri in tutta la sua vita, sebbene oggi se ne conoscano appena 37; di questi solo 26, conservati in quindici collezioni diverse, possono essere spostati. Nell’ultimo

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Johannes Vermeer, L'allegoria della fede, olio su tela, 1670-1674 circa.

secolo ci sono state otto mostre dedicate all’artista e solamente tre hanno ottenuto in prestito più di 4 suoi capolavori. Con orgoglio, la rassegna alle Scuderie del Quirinale espone ben 8 rarissime opere del pittore fiammingo, giunte dai più importanti musei internazionali. Numeri che hanno fatto esclamare a Mario De Simoni, direttore generale dell’Azienda Speciale Palaexpo che organizza la mostra: «A Roma, quindi, vedremo quasi

un terzo dell’opera di Vermeer che può essere mostrata in giro per il mondo». Nello specifico il catalogo dei dipinti esposti comprende alcune perle assolute, come la celeberrima Stradina di Delft, rarissimo esempio di esterno, proveniente dal Rijksmuseum di Amsterdam, La fanciulla con bicchiere di vino, eccezionalmente prestata dal Museo AntonHerzog di Braunschweig, e il quadro-icona dell’intera

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Johannes Vermeer, Fanciulla con il cappello rosso, olio su tela, 1665-1667 circa.

rassegna, ovvero la Fanciulla con il cappello rosso, concessa dalla National Gallery of Art di Washington, e dalla posa simile a quella “con il turbante” (a cui si è ispirato il best-seller La ragazza con l’orecchino di perla, di Tracy Chevalier). I pregiati prestiti includono, poi, due dipinti del Metropolitan di New York quali L’allegoria della fede e La suonatrice di liuto, e due della National Gallery di Londra: la Donna seduta alla spinetta e la Donna in piedi al medesimo strumento (noto anche come il “virginale”). Chiude l’antologia la Santa Prassede della collezione di Barbara Piasecka Johnson. Da questi dipinti emerge chiaramente il carattere particolare dei temi vermeeriani: nel XVII secolo, mentre in Italia le committenze istituzionali come la Chiesa e le

corti principesche inseguivano la sontuosità del Barocco, l’arte pubblica e di grande formato, il genio artistico olandese provava a riflettere la cultura medio-borghese del suo paese. La pittura di Vermeer si concentrava sul privato, sugli aspetti più intimi e dettagliati, che esaltavano i gesti quotidiani, le faccende domestiche, la famiglia, i momenti casalinghi e personali, come la lettura, la scrittura, la musica, mentre più sporadiche erano le vedute della città e del mondo esterno. Dal punto di vista dello stile pittorico, le opere di Vermeer, tutte di piccolo formato, mostrano la sua abilità nell’usare diverse tecniche di rappresentazione della luce su materiali e superfici differenti, che gli è valsa l’appellativo di “maestro della luce olandese”, anche in virtù della

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Egbert van der Poel, Una strada di Delft durante l'esplosione del 1654, olio su tavola, 1654.

straordinaria capacità di riprodurre su tela la luminosità del cielo d’Olanda. I suoi colori prevalenti erano il giallo e il blu, ottenuto dal lapislazzulo, utilizzato in tutti i suoi dipinti per ottenere sfumature di colore intermedie. La vividezza, la traspareza e la qualità dei suoi lavori sono dovute all’estrema cura che l’artista metteva nella preparazione dei colori ad olio e nella meticolosa ricerca dei pigmenti migliori dell’epoca, sebbene i quadri presentino pochi indizi dei suoi metodi preparatori. Del resto un alone di mistero avvolge la vita di Johannes Vermeer. Nato e vissuto a Delft, piccolo lembo di terra molto fecondo di pittori, di lui si sa davvero poco: era protestante, figlio di un tessitore di seta e commerciante d’arte, apprese probabilmente i primi rudimenti del mestiere da Carel Fabritius, uno degli artisti più fa-

mosi dell’epoca, morto nell’esplosione della polveriera che nel 1654 distrusse gran parte della città. Nel 1653, appena sposatosi con la cattolica Catherina Bolnes, l’artista entrò in una “gilda” (associazione di pittori) e nel 1662 ne divenne il capo, grazie all’appoggio del suo ricco mecenate Pieter van Ruijven e al sostegno economico della suocera Maria Thins. Le difficoltà finanziarie furono una costante della sua vita: lavorò sempre su commissione e non dipinse mai più di due o tre opere all’anno, il necessario per mantenere la numerosa famiglia (ebbe quattordici figli), fino al triste epilogo che lo vide morire lasciando alla moglie pochi denari ma molti debiti. Oltre ai capolavori di Vermeer, l’esposizione romana comprende anche alcune opere degli artisti suoi con-

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Gerard ter Borch, Curiosità, olio su tela, 1660-1662.

temporanei, tra i massimi protagonisti dell’arte di genere del ventennio d’oro olandese, che va dal 1655 al 1675: circa 50 quadri di pittori affermati, tra cui Pieter de Hooch, Franz Hals, Emmanuel de Witte, e di artisti celebrati al tempo ma oggi meno conosciuti, come

Gerard ter Borch, Nicolaes Maes, Gabriël Metsu, Gerrit Dou, Frans van Mieris, Egbert van der Poel, Michiel van Musscher, Quirijn van Brekelenkam.

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For magazine MUSICa di Nolberto Bovosselli

Quando le note vanno in goal

Marcelo Canete (22 anni) e Joao Lucas (33 anni), calciatore il primo ed ex giocatore il secondo, hanno iniziato a fare musica anni fa, con una forte vocazione per un genere particolare conosciuto come sertanejo, uno stile melodico rurale, una sorta di country brasiliano, malinconico e dominato dalla presenza della chitarra.

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Non solo danze sensuali e calciatori fenomenali: dal Brasile arrivano anche i suoni e le canzoni-tormentone che si protraggono ben oltre la chiusura degli ombrelloni estivi. Se poi a lanciare il videoclip del brano Eu quero tchu eu quero tcha c’è Neymar, astro nascente del pallone verdeoro, tutto è più semplice… L’estate è ormai andata in archivio da un pezzo, gli anticicloni africani dai nomi storico-mitologici non spaventano più, le vacanze degli italiani sono solo uno sbiadito ricordo (e già si pensa a quelle natalizie), ma qualcosa in eredità è rimasto: la musica calda e travolgente del Brasile. E uno dei suoi tormentoni, tra i più gettonati in radio e ballati sulle spiaggia o durante le serate di festa: Eu quero tchu eu quero tcha, una hit incalzante dal classico ritmo latino che, dopo aver spopolato in patria, ha ottenuto un enorme successo anche in Europa. Inclusi i locali della movida e gli stabilimenti balneari del Bel Paese. Un motivo in più di curiosità verso questa canzone sta nella coppia di autori: ad interpretarla, infatti, sono il calciatore argentino Marcelo Canete, talentuoso centrocampista del São Paulo, e l’ex calciatore portoghese Joao Lucas, un passato da professionista a buoni livelli nel Boavista e nella Stella Rossa di Belgrado, prima del ritiro forzato dall’attività agonistica per il sopraggiungere di problemi cardiaci. I due artisti (termine che calza a pennello per due cantanti-calciatori latino-americani) hanno dichiarato alle radio e alle varie testate di musica che sfondare come musicisti è sempre stato un loro sogno, e che per realizzarlo è stato indispensabile trovare un genere che più si avvicinasse ai gusti attuali del pubblico. «Per dieci anni abbiamo provato ad avere successo come cantanti – dicono Joao Lucas e Marcelo –, difendendo il nostro stile originale, il sertanejo. Da un anno e mezzo abbiamo sentito l’esigenza di cambiare approccio alla musica. Per fare successo è necessario cantare quello che i più giovani chiedono. Abbiamo deciso di seguire un percorso diverso per vedere se ci riuscivamo». A giudicare dall’esito di questo brano si può affermare senza dubbio che ci sono riusciti. In Italia, dopo il boom nelle radio, il singolo Eu quero tchu eu quero tcha è uscito da poco, promosso dall’etichetta Energy, la stessa che ha firmato altri due grandi successi carioca: lo scorso anno Ai se eu te pego! di Michel Telò e, sempre in questo 2012, Balada di Gusttavo Lima, meglio nota come Tche Tcherere Tche Tche, altro tormentone estivo contagioso come l’influenza. Del resto si sa, il “ritmo brasileiro” coinvolge il pubblico di tutto il mondo come la “torcida” dei suoi tifosi allo stadio. E infatti il video della canzone ha già oltre 70 milioni di visualizzazioni su Youtube, tra coreografie varie e video che lo riprendono, ed è in classifica iTunes. Anche perché il legame tra calcio, danza e musica nella terra di Pelé e Ronaldinho è qualcosa di magico e inscindibile. E la conferma viene proprio dal video musicale che accompagna le note di Joao Lucas e Marcelo: protagonista indiscusso è il calciatore Neymar, la stella del Santos e della Nazionale verdeoro, che cantando e danzando l’appassionante ballata, prima ha deciso di festeggiare così il centesimo goal della sua carriera, a soli 20 anni, e poi si è prestato a “recitare” nella clip ufficiale.

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ForTEATRO magazine di Demetrio Moreni

Il sussidiario

Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda, Graziana Borciani, Fabio Vagnarelli sono gli Oblivion.

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della comicità È quello che propongono gli Oblivion, cinque irresistibili artisti, cantanti-attori, cabarettisti e mimi, che, partendo da Roma, tornano in tour con uno show rinnovato ed esilarante e con il loro originalissimo modo di far ridere il pubblico

Quando internet ci mette lo zampino il successo arride non solo ai tanti fenomeni del web, perfetti “signor nessuno” privi di qualità e preparazione, ma anche a chi ha una discreta gavetta alle spalle. Dopo essersi incontrati all’Accademia di Musical di Bologna, dopo aver affinato il loro bagaglio artistico con esperienze individuali che vanno dalla recitazione al canto, dal mimo alle esibizioni circensi, dopo aver formato un gruppo che per sette lunghi anni si è cimentato nel teatro di rivista e nei musical, il boom è arrivato grazie al popolo della rete: quasi 2 milioni di contatti ricevuti in due anni da I promessi sposi in dieci minuti, surreale micro-musical messo on-line su You Tube per farsi conoscere in modo diretto dal grande pubblico, e ottenere così il meritano successo. Loro sono gli Oblivion, gruppo comico musicale-teatrale nato nei primi anni 2000 e composto da cinque eclettici artisti di cabaret (definizione che spesso va loro stretta): Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda, Fabio Vagnarelli. Dal web alla Tv il passo è stato breve, portando lo scatenato quintetto ad esibirsi sul palco di Zelig. Ma quando si diventa così popolari, soprattutto presso gli studenti che impazziscono per le loro parodie culturali, anche i teatri delle grandi città chiamano a gran voce. E gli Oblivion rispondono “presente!”. Due stagioni di tour e oltre 200 repliche del loro spettacolo Oblivion Show!, portato in scena nelle sale italiane con l’attenta regia di Gioele Dix, uno che di comicità se ne intende. E che, a proposito dei suoi attori, ha dichiarato: «Mi piace lavorare con loro perché sono artisti che sanno crescere ed evolversi, pur 119 For Magazine


For magazine

Le musiche di Oblivion Show 2.0 - Il sussidiario sono di Lorenzo Scuda, che firma anche i testi insieme con Davide Calabrese. Tra i lavori degli Oblivion ci sono le “lectio dementialis”, ovvero “lezioni” su I promessi sposi tenute nelle scuole superiori e attraverso un libro con dvd, tra il didattico e il comico.

restando fedeli alla linea. Giunti al terzo anno consecutivo di tournée, hanno deciso di scommettere sull’innovazione del loro repertorio. Mettere in scena altre parodie di opere letterarie, inventarsi altri ingorghi di parole, giocare e improvvisare su altri generi musicali». Ecco, quindi, che si riparte ancora. E stavolta da Roma. Il nuovo tour teatrale degli Oblivion debutterà il 23 ottobre alla Sala Umberto, per poi proseguire nelle maggiori città della Penisola (fra le quali, Milano, Bologna, Firenze, Napoli), per un totale di oltre novanta recite. Oblivion Show 2.0 – Il sussidiario, sempre con la regia di Dix, è un irresistibile concentra-

to di musica e comicità, di commedia, di rivista, di parodia, che strizza l’occhio al cabaret, ma anche al café chantant, regalando una satira sociale e di costume gradevole, leggera ma caustica e pungente, arricchita da giochi di linguaggio e di note musicali. Le loro fonti d’ispirazione sono il Quartetto Cetra e Rodolfo De Angelis, Giorgio Gaber e i Monthy Python, tutti artisti che vengono omaggiati in scena con le parodie dei principali lavori. Lo spettacolo non si limita ad essere la versione aggiornata del precedente, ma propone un’autentica evoluzione dello stile del gruppo, che, oltre a parodiare brevemente I promessi

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Nel 2010 il gruppo comico fa la sua prima comparsa in Tv nel programma di Serena Dandini Parla con me, mentre il vero esordio televisivo risale al 2011 a Zelig con il loro cavallo di battaglia, I promessi sposi in 10 minuti, ridotto per l’occasione a 7 minuti. Nel 2009 furono esclusi dalla fase finale di X-Factor.

sposi, rilegge a suo modo anche Shakespeare in 6 minuti, Dante, la favola di Pinocchio e il film Avatar; inoltre, le citazioni musicali si sprecano, con un sapiente mix che va da Johann Sebastian Bach a Tiziano Ferro passando per Lady Gaga. Con garbo e sfrontatezza, i cinque attori raccontano storie, reinventano celebri canzoni, ricorrono a gag e travestimenti, a siparietti spassosi e a scene mimate. Il tutto intrecciato con un vasto repertorio musicale italiano (Lucio Battisti, Adriano Celentano, Gianni Morandi) che fa da sottofondo all’intero recital, sempre in equilibrio tra citazione e creatività, umorismo e commozione, con una dedica ai grandi e uno sberleffo ai meno noti. Un’attualissima trasversalità di mezzi, dunque, in un gruppo

affezionato ad una comicità vecchio stile, che nell’arco dello show scorre a ritmo sfrenato senza mai essere ripetitiva o retorica. E, come in ogni sussidiario che si rispetti, in questo nuovo live sono presenti tutte le materie: dal solfeggio alla storia, dalla grande letteratura al cinema, dai motivetti retrò alle sonorità tecno. Perché, come spiega benissimo ancora Gioele Dix, «i loro “numeri” fanno ridere e anche pensare, come nella migliore tradizione della comicità di qualità. Fare ancora da guida agli Oblivion, suggerendo qualche nuova soluzione scenica e qualche stratagemma teatrale, è un compito per me gradito oltre che agevole, favorito tanto dal loro talento quanto dal loro innato senso del palcoscenico».

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ForTEATRO magazine di Nolberto Bovosselli Cochi Ponzoni (71 anni) e Renato Pozzetto (72 anni). Dopo l’esordio nel 1964 al Derby Club di Milano formano una squadra di cabarettisti, “Il Gruppo Motore”, con Enzo Jannacci, Lino Toffolo e Bruno Lauzi.

Bene, bravi, 7+! È questo il giudizio (ripreso da una loro celebre gag-tormentone) che si meritano Cochi e Renato, la coppia comica che sta per abbattersi con tutta la sua straripante ironia sul Teatro Sistina: due milanesi in trasferta a Roma con lo spettacolo Quelli del Cabaret «Eccoci qua, siamo arrivati, eccoci qua. Voi non ci credevate, noi invece siamo qua. Noi siamo quelli che nel ’63 senza saperlo hanno inventato il cabaret. Ne è passata d’acqua sotto i ponti. Ma noi eravamo sopra, e non ci ha travolti». Miglior biglietto da visita non poteva esserci per presentare il loro spettacolo teatrale dal titolo Quelli del Cabaret, che, dopo il tour dello scorso anno capace di registrare il sold out in tutta

Italia, dal 23 ottobre al 4 novembre approda al Teatro Sistina. Cochi e Renato, la coppia comica milanese per eccellenza, debuttano a Roma con uno show che mescola il meglio del loro repertorio in vecchio stile con i nuovi modi di far ridere la gente, in un mix scatenato di sketch surreali, canzoni demenziali, pensieri nonsense, gag esilaranti e battute pungenti che non risparmiano nessuno e incontrano il favore di un pub-

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For magazine

Paolo Villaggio, loro amico dai tempi di Quelli della domenica, ha detto di Cochi e Renato: «Da cabarettisti puri inventavano uno stile personale nella Milano dei maestri. La genialità del duo è stata soprattutto quella di portare in scena la forza della semplicità che riesce a colpire qualsiasi tipo di spettatore. Dopo Cochi e Renato sono arrivati tutti i comici che oggi riempiono la Tv e che sono, consapevolmente o no, debitori di quei due originali attori lombardi».

blico di ogni età. «Andiamo avanti per tutti, bambini, giovani, sono tanti e non ce l’aspettavamo, e anziani con lo scopo di divertire, il nostro obiettivo. Ovviamente finiamo con la tosse», hanno dichiarato i due, cercando di spiegare le motivazioni e la grande forza di volontà che li animano mentre sono in tournée con lo spettacolo. Che si compone di nuovi brani e inserti comici figli dell’attualità, ma che naturalmente include anche i loro più celebri cavalli di battaglia, canzoni divertenti, spiritose, originali che ormai fanno parte del patrimonio della cultura nazional-popolare: da Finché c’é la salute a Canzone intelligente, da La gallina a Ho soffritto per te, per finire con Come porti i capelli bella bionda, A me mi piace il mare, E la vita, la vita, sigla di chiusura della trasmissione Canzonissima del 1974. Proprio il grande successo televisivo con il varietà della domenica sera, condotto quell’anno da Raffaella Carrà, segna un punto di svolta nel loro percorso artistico. Cominciato esattamente nel 1962-63, quando il ragioniere Aurelio “Cochi” Ponzoni e il geometra Renato Pozzetto, vicini di casa sin da ragazzi, intrattenevano il pubblico nei locali notturni milanesi come l’Osteria dell’Oca e il Cab 64, esibendosi con scenette improvvisate e canzoncine popolari. Qui fu decisivo l’incontro con Enzo Jannacci che, oltre ad aiutarli con i testi, agevolò il loro ingresso nel 1964 al celebre Derby Club di Milano, dove Cochi e Renato fecero il loro esordio ufficiale nel mondo dello spettacolo e del cabaret, riscuotendo fama e apprezzamenti. Anche in virtù di quella comicità strampa-

lata, stralunata e stravagante, frutto di un umorismo anticonformista e un po’ folle, così lontano dagli standard dell’epoca. Poi, nel 1968, la prima importante chiamata in Rai per partecipare al contenitore televisivo Quelli della domenica accanto a Paolo Villaggio. Seguirono altri show in Tv capaci di calamitare milioni di spettatori: È domenica, ma senza impegno (1969), Il buono e il cattivo (1972), Il poeta e il contadino (1973) e appunto Canzonissima (1974), ovvero l’ultimo programma a cui la coppia prese parte ufficialmente, prima di separarsi per seguire strade diverse da solisti, che portarono soprattutto Pozzetto ad affermarsi nel cinema italiano con una serie di commedie di successo. Ma, siccome nella vita “c'è sempre qualcuno che parte, ma dove arriva, se parte?”, dopo circa vent’anni il duo Cochi e Renato ritorna, puntuale come quella Nebbia in Val Padana celebrata in una serie Tv di Raiuno che, nel 2000, segna la loro reunion artistica sul piccolo schermo, seguita da altre partecipazioni (Zelig circus, Stiamo lavorando per noi) e da nuovi spettacoli in teatro (Nonostantelastagione, Nuotando con le lacrime agli occhi - Canzoni e ragionamenti, Una coppia infedele). L’ultimo dei quali è proprio Quelli del Cabaret, presentato da Associazione Amici dello Spettacolo e diretto dallo stesso Pozzetto, con accompagnamento musicale di una straordinaria band, che dal vivo interagisce e duetta con gli attori. Per continuare a ridere con leggerezza e poesia come se il tempo non si fosse mai fermato.

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ForSCATTI magazine di Bruno Oliviero

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Valentina Ciccone Nonostante la giovanissima età, Valentina si sta ritagliando un ruolo importante nel variegato mondo dello spettacolo italiano. Infatti, sta lavorando con Antonio Albanese per il sequel del fortunatissimo Qualunquemente, che verrà proposto al pubblico il prossimo Natale. Ha lavorato con Michele Placido e Alessandro Gassman nel film Roman e il suo cucciolo, storia di droga e immigrazione. Ha partecipato alle fiction Tv I Cesaroni e Vita da paparazzo, diretta in quest’ultimo

da Pier Francesco Pingitore. Ha studiato recitazione presso vari seminari e corsi di studio: il fisico c’è, la determinazione e la preparazione anche. A breve uscirà un suo calendario per il 2013 firmato dal sottoscritto.

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For magazine APPUNTAMENTI di Sestilia Pellicano I Paesi in concorso ufficiale per il “Premio Amore e Psiche” al MedFilm Festival sono: Slovenia, Italia, Francia, Algeria, Marocco, Egitto, Israele, Turchia, Iran e Serbia.

Il Mediterraneo a Roma Un ricco programma di circa cento titoli per la 18esima edizione del MedFilm Festival, l’unica rassegna dedicata alle cinematografie nell’area del “Mare Nostrum” e alla relazione sociale e culturale tra le sue due sponde Un percorso ideale, dai forti contenuti simbolici, che si snoda dai Balcani lungo i confini del Sahara e fino alle porte d’Oriente: torna per il 18esimo anno consecutivo il MedFilm Festival, occasione unica per declinare insieme il tema del cambiamento nell’area Euro-mediterranea.
 Dal 19 al 28 ottobre, l’Auditorium della Conciliazione, la Casa del Cinema e l’ex Cine Avorio, nuovo spazio nel cuore della città, saranno animati dai

circa 100 titoli, tra lungometraggi, corti e documentari, sul tema del dialogo tra Europa e Mediterraneo nell’“Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni”. Quest’anno il Paese ospite d’onore per la sponda europea è la Slovenia, (con focus su Serbia e Croazia) tra i primi dell’area balcanica a iniziare un’industria del film indipendente, vicina soprattutto ai modelli del cine-

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Lior Ashkenazi (43 anni), attore israeliano protagonista di Footnote, il film di Joseph Cedar, già presentato ai festival di Cannes, Toronto e New York.

ma austriaco. I temi affrontati sono soprattutto quelli dell’identità e dello smarrimento di una comunità uscita dalla guerra, come ha fatto, tra gli altri, il regista Damian Kozole, che sarà a Roma tra gli ospiti del festival. Per la sponda sud, a più di un anno dalla “Primavera araba”, il MedFilm indaga sul “dopo”, con pellicole da Paesi quali Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto, Turchia. Gli autori, abbandonati i facili entusiasmi della rivoluzione, riflettono sulle spaccature della società araba, ne approfondiscono le contraddizioni e sono testimonianza di quella ventata di libertà che sta interessando i diversi Stati, con grande attenzione alle peculiarità di ognuno. Ecco cosa ci ha detto Ginella Vocca, fondatrice e direttrice, nonché anima, della kermesse.

gente comune. Aprire varchi di conoscenza in luoghi vicini geograficamente, ma inaccessibili culturalmente, con la netta sensazione che, di lì a poco, avremmo dovuto fare i conti con “l’altro” che ci stava guardando e chiedeva di provare a costruire un progetto comune tra i Paesi dell’area mediterranea. Negli anni è cresciuta la consapevolezza del grande privilegio di aver visto, conosciuto e apprezzato molte tra le numerose culture che rendono così ricca questa parte del pianeta. Abbiamo colmato un vuoto, contribuito ad allargare gli orizzonti culturali facendo di Roma un avamposto in Italia, creando un luogo privilegiato di accoglienza per tante cinematografie: penso a quella turca, israeliana, egiziana, marocchina, come dimostrano le rassegne dedicate a questi Paesi nate negli ultimi anni».

Il MedFilm diventa maggiorenne: impressioni, ricordi, valutazioni? «La spinta iniziale, che non mi ha mai lasciata, è stata l’urgenza di raccontare quello che accadeva al di là del mare; portare informazioni di prima mano, testimonianze dirette di registi, artisti, politici, pensatori e

Com’è mutato il festival in questi anni di forti cambiamenti nell’area del Mediterraneo? «Ha seguito con attenzione e neutralità i cambiamenti, non senza preoccupazione per quelli dell’ultima ora. Pensiamo che la “Rivoluzione dei

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Shlomo Bar-Aba, altro interprete di Footnote. Il film narra le vicende di un padre e di un figlio che hanno rapporti complicati e conflittuali.

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Tra i lungometraggi presentati c’è anche il turco Beyond the hill, di Emin Alper, proposto nella sezione Forum del Festival di Berlino e vincitore del Caligari Film Prize.

gelsomini” o la “Primavera araba” siano movimenti dalle molte sfaccettature, nati spontaneamente, ma subito cavalcati da altre forze. Il festival ha una rete di relazioni politiche e diplomatiche con i Paesi di riferimento, un network di ambasciate, istituti di cultura, agenzie di stampa nazionali ed internazionali, produzioni pubbliche e private, scuole di cinema. Abbiamo sicuramente perso molte occasioni per fare di questo concentrato di energie un luogo di eccellenza ufficiale, riconosciuto istituzionalmente e messo in grado di lavorare in serenità per un progetto culturale di vero respiro internazionale». Parliamo delle istituzioni: c’è qualcosa che potrebbero fare a sostegno del MedFilm? «Vorrei tanto poter rispondere in libertà a questa sua domanda, le do solo alcune cifre e percentuali: quest’anno proporremo 80 film tra lunghi, corti e documentari, coinvolgeremo gli studenti delle scuole di cinema nazionali di otto Paesi tra cui studenti libanesi ed egiziani. Il budget del MedFilm è di sessanta mila euro, quello del Festival di Roma di undici milioni di euro! La nostra è la più antica manifestazione di cinema della Capitale, la più innovativa da un punto di vista dei contenuti, prestigiosa nella programmazione e per la qualità degli ospiti. Perché dobbiamo sof-

frire per la scarsità di mezzi, al limite della chiusura? Che si dia tutto quel che si vuole alle manifestazioni patinate, ma non si dimentichino quelle che nel tempo hanno lavorato per la crescita culturale del territorio». C’è qualche edizione del festival alla quale è più affezionata? Aneddoti che ricorda con più piacere? «Ogni edizione è la più bella. Ci affezioniamo a quello che facciamo, anno dopo anno, forse perché c’è un filo conduttore, il tema del viaggio fisico e interiore che ci fa concepire ogni edizione come la tappa di un unico, straordinario percorso. Un aneddoto per tutti: mi fa piacere ripensare all’ironia e all’acutezza di Youssef Chahine, grandissimo regista egiziano, che ci appellava “Ginella e la sua banda”, sottolineando la forza ribelle, ma al tempo stesso professionale e organizzata del nostro team». È di questi giorni lo sgomento per le vittime e i disordini in seguito al lungometraggio che offende Maometto: ora tutti a deprecare questo tipo di film, eppure... «Il pensiero comune è sempre di moda, ma quel che mi imbarazza è vedere come delle banalità possano diventare ragioni potentissime di rivolta, invece della povertà o della mancanza di diritti, mi viene alla men-

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Due sequenze di Habiter/Construire, il documentario della regista francese ClÊmence Ancelin. La pellicola parla di una società che sta costruendo una strada nel deserto del Ciad e i gestori francesi, i soci africani e gli operai impiegati alloggiano in tre differenti campi, ognuno dei quali riflette l’ordine sociale di appartenenza.

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Un’immagine del film francese Après la bataille di Yousry Nasrallah. Il MedFilm Festival ha l’adesione del Presidente della Repubblica Italiana, il patrocinio delle Rappresentanze in Italia del Parlamento e della Commissione Europea, dei Ministeri dei Beni e delle Attività Culturali, degli Affari Esteri e della Giustizia.

te un importante libro dal titolo La Banalità del Male. Non mi pronuncio rispetto a questi eventi perché non li capisco, di certo non credo nella loro sincerità. Conosco abbastanza questi Paesi e la gente comune che ci vive per sapere che, la maggior parte di loro, come noi, ha altro da fare nel quotidiano che scalmanarsi per strada bruciando bandiere o assalendo sedi diplomatiche». In questa edizione ci sono filmati che trova particolarmente significativi? «Ogni film proposto ha un senso profondo e coerente con il racconto del nostro viaggio. In ogni caso delle peculiarità ci sono, c’è qualcosa che sta cambiando nella tipologia di racconto da parte delle cinematografie del sud, meno epica e collettiva ma più introspettiva. I personaggi dei film di questa edizione sono soli, alla ricerca individuale di nuove strade o di risposte nuove a vecchi dolori, penso all’Algeria e al decennio di terrorismo degli anni ’90, alla Tunisia che già s’interroga sull’effetto che la rivoluzione ha avuto nella vita della gente più semplice, e ancora alla storia intima di una donna semplice, egiziana, malata di Aids che deve trovare la forza di rivelare il suo problema». C’è qualcosa in particolare che le ha insegnato questa esperienza? «Che la capacità creativa di cui sono capaci gli esseri umani mi fa assolutamente ben sperare». L’immagine del MedFilm 2012, “L’equilibrista”, è di Francesco Cuomo.

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Forstorie magazine di Paola Comin

La marcia in più Maria Ruhle, Mina Giannandrea, Mary Calvi: ognuna a suo modo e nel suo settore è un modello femminile da ammirare per spirito d’iniziativa, lungimiranza, forza di volontà Sono molte le donne che per diversi motivi ammiro e, prima di tutte, mia madre. Donna forte, intelligente, volitiva, propositiva, autonoma. Nata nel 1918 non ha avuto bisogno del femminismo per essere sicura della sua forza, delle sue capacità, della sua indipendenza. È stata e, per grande fortuna mia e di mio fratello Luigi, è ancora una mamma attenta e generosa, una nonna affettuosa e disponibile, una tenera bisnonna. Ma questo mese vorrei raccontarvi tre donne, diverse tra loro, per età anagrafica, professione, disposizioni. Tutte unite però dalla voglia e dalla capacità di affermarsi, di realizzarsi, di costruire. Debbo tantissimo a Maria Ruhle. La conobbi nel 1992. Mi dissero che se volevo invitare Alberto Sordi al festival del quale mi occupavo sarei dovuta passare per le sue severissime “forche caudine”. La incontrai nella sua incantevole casa-studio del centro storico. Ci studiammo ma, credo, ci piacemmo subito. Ed io restai assolutamente ammaliata da quella bellissima, affascinante, elegantemente eccentrica signora che aveva voluto e saputo diventare una affermata “press agent” in Italia, professione strana e sconosciuta, riservata a pochi originali uomini. Sposata giovanissima a Klaus Ruhle, grande giornalista tedesco, corrispondente dello Stern in Italia, madre attenta, affettuosa e premurosa dei due figli nati dalle nozze, non esitò a separarsi quando capì che il matrimonio era finito. Maria ha lavorato con i più grandi registi italiani, ha seguito personalmente attrici come Monica Vitti e Claudia Cardinale, ha sposato in seconde nozze un grandissimo produttore, Franco Committeri, che ha dato vita a film immortali, come La famiglia di Ettore Scola o La Tosca di Gigi Magni, tanto per citarne due. Maria mi ha insegnato tutto. E aveva capito subito che tra me e Sordi sarebbe nato un feeling. È grazie a Maria se ho trascorso i dieci anni più esaltanti e interessanti della mia vita professionale in giro per il mondo accanto al grandissimo Albertone. La prematura scomparsa del marito Franco e l’avvento nel nostro lavoro delle tecnologie alle quali Maria si sentiva estranea, l’hanno convinta a ritirarsi dalla professione quando ancora poteva dare molto. Non finirò mai di ringraziarla. La mia amica Mina Giannandrea nasce come Cosima Corbutti alla fine degli anni ’40, da una semplice e laboriosa famiglia romana. Bella, bionda, pelle chiara, lucenti occhi azzurri e un delizioso nasino su un perfetto viso ovale, rifiuta le incerte lusinghe di Cinecittà, dove suo padre lavorava e preferisce sposarsi con il bello e fascinoso Pino Giannandrea. Insieme si dedicano alla diffusione dell’abbigliamento femminile. All’inizio con mezzi semplici, crescendo sempre più con capacità, fiuto, ingegno. Puntano poi su una firma importante della moda italiana, ma non economicamente inarrivabile per la maggior parte delle donne. Ed aprono un primo grande negozio “Max Mara” che, ben presto, grazie alla accattivante simpatia e alla affettuosa disponibilità di Mina, diventa luogo di incontro delle signore romane, di attrici, impiegate o madri di famiglia. Mina conquista, con la sua innata simpatia, anche Alberto Sordi. Il nostro mitico artista che aveva sempre rifiutato, pur con l’offerta di cospicui “cachet”, di presenziare alle sfilate di grandi stilisti italiani, partecipò divertito alla memorabile inaugurazione di uno dei negozi del brand. Ma Mina non è capace di dormire sugli allori. Guarda al futuro e, prima fra tutti, vede per il commercio l’avvicinarsi di nubi all’orizzonte. La minaccia di una crisi economica che per prima colpirà le vendite

Mina Giannandrea (Presidente Federstrade) con Erino Colombi (a sinistra, Presidente CNA Roma) e Lorenzo Tagliavanti (a destra, Direttore CNA Roma).

voluttuarie. Vice presidente dei commercianti di una delle grandi strade dello shopping romano, viale Marconi, inventa la festa dei nonni nella sua strada e riesce a coinvolgere “Il nonno d’Italia” per eccellenza, quel Lino Banfi sempre pronto a sposare le buone cause. Mina non si ferma. Convinta che l’unione fa la forza istituisce “Federstrade”, associazione che riunisce migliaia di commercianti romani che cercano di limitarne i danni della crisi. Grazie, Mina, per aver saputo dimostrare che le donne hanno “una marcia in più”! Non ricordo da quanto tempo conosco la piccola, giovane Mary Calvi. L’ho sempre vista alle conferenze stampa per la presentazione di film. Gentile e sorridente con il suo microfono in mano, pronta a porre domande intelligenti ad attori e registi. Mary, con il suoi occhi scuri e ardenti, sempre ben truccati, il sorriso aperto, i capelli biondi e curati è una grande piccola ragazza. Cresciuta, per una crudele malattia, pochissimo in altezza ma tanto in capacità, volontà, voglia di affermarsi e realizzarsi. Giornalista professionista vive e lavora sopra la biciclettina che l’aiuta a muoversi più e meglio che noi sulle gambe, ed è sempre pronta, attenta, disponibile. Nessuno l’ha mai vista senza il sorriso sulle labbra. È stata il direttore artistico ma soprattutto l’anima e la forza aggregatrice del festival “Tulipani di Seta Nera – Un sorriso diverso”, dedicato ai cortometraggi che sapessero trattare in modo positivo e propositivo tutti i temi della diversità. Non solo quella fisica, ma anche quella sociale, religiosa, di etnia, cultura, censo o religione. Ora il festival è passato, sorprendentemente, in mani diverse. Mary non si è scoraggiata. Con i suoi collaboratori ha istituito “Sorridendo” una onlus che attraverso le immagini vuole porre in evidenza il tema della diversità. Durante la sesta edizione del Roma Fiction Fest, Mary ha premiato Raoul Bova quale attore esemplare per la sua dedizione alle problematiche sociali. E tanti altri artisti, consapevoli dell’importanza dei suoi progetti e affascinati dal suo carisma, hanno aderito alle sue iniziative: da Lino Banfi a Christian De Sica, passando per Nancy Brilli, Enzo Iacchetti e Veronica Pivetti, solo per citare una piccola ma significativa rappresentanza. Sarebbe importante se tanti addetti ai lavori ponessero attenzione, divulgassero e sostenessero le iniziative di Mary. E credo che la forza di volontà, l’ottimismo, le proposte e il perenne buon umore di questa grandissima donna sarebbero per tanti il miglior antidepressivo.

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una lettura per lasciar traccia… di Donatella Vilonna

SETTE GIORNI PER FARLI INNAMORARE “Un altro utilissimo elemento per procrastinare il lieto fine della storia d’amore è la cieca ostinazione”. Ecco una delle semplici regole per scrivere un romanzo rosa in una settimana… Almeno secondo l’autrice Stefania Bertola Stefania Bertola, torinese, ci regala un Romanzo rosa divertente e piacevole da leggere. La protagonista, Olimpia, fa la bibliotecaria, è un’amante del cappuccino al bar, e la vera passione “che tutto travolge” l’ha provata solo per tre giorni, nel 1977. Paola è avvocato, si è lasciata un matrimonio alle spalle e indossa vistosi giubbotti da aviatore. Nicola, invece, è un tipo che non si fa notare: brunetto, sui trenta, è anche carino, ma bisogna guardarlo sette o otto volte per accorgersi di lui. Manuela, poi, ha quarant’anni ed è disoccupata, ma investe i cento euro di un Gratta e Vinci per partecipare al corso “Come scrivere un romanzo rosa in una settimana”, una sorta di laboratorio di scrittura, al Circolo dei lettori di Torino, in cui tutti questi personaggi casualmente s’incrociano. L’insegnante Leonora Forneris, pungente scrittrice di romanzi “Melody”, sostiene che per scrivere un romanzo rosa in una settimana ci vogliono otto giorni, con la ricetta giusta e i trucchi del mestiere si può confezionare un “Melody” di sicuro successo. Non è tutto così immediato, ci sono delle regole precise da seguire. “Ricordate infatti che mai, mai, mai una donna Melody si mette con un uomo di condizione sociale inferiore alla sua”. È importante, per esempio, che le storie vengano ambientate in paesi dove si parla la lingua inglese, anche se una valida eccezione può essere rappresentata dal deserto, purché vi sia un’oasi extralusso in cui ha la residenza il figlio di uno sceicco. Lei deve per forza essere anglosassone, mentre lui può essere di qualsiasi nazionalità, purché gli vengano associate alcune caratteristiche stereotipate del paese a cui appartiene. Le situazioni da cui nasce la storia prevedono che lei possa essere semplice, dolce e indifesa, oppure ricca e viziata. Una volta che queste cose saranno chiare, scrivere un “Melody” risulterà davvero semplice. “Per scrivere un Melody bisogna saper mescolare per l’ennesima volta sempre gli stessi ingredienti. Lui e lei si incontrano, e qualcosa ostacola il loro amore per una decina di capitoli. Stop. Tutti i romanzi d’amore sono così. Chiaro? Tutti. Anche quelli cosiddetti d’autore”. Tra passioni di carta e flirt reali, marmellate alle arance amare e misteriose limousine, uomini che amano i cani e donne che amano i gatti, Stefania Bertola ci trasporta con

ironia e intelligenza in un universo dalle tinte pastello, creando un romanzo che sa di rosa. In ogni senso.

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Romanzo rosa di Stefania Bertola Einaudi, euro 13


CONFESSIONI For magazine di Silvestro Bellobono Enrica Saraniti è nata a Catania nel 1988. Dopo il diploma al liceo scientifico sta conseguendo la laurea in Scienze e Tecniche psicologiche.

Dottoressa in… GF

Dieci domande a Enrica Saraniti, che ha partecipato alla 12a edizione del reality più famoso della Tv. La bella siciliana, ora impegnata a laurearsi, ci ha raccontato che quella casa cambia la vita. In meglio e in peggio Che ricordi ha della sua presenza nella casa del Grande Fratello? «Sicuramente ricordo i momenti più forti e più emozionanti, relativi per esempio alla mia storia con Luca Di Tolla, al videomessaggio di mia mamma per Capodanno, al Natale anomalo trascorso per la prima volta lontano dalla famiglia, alla mia amicizia con Floriana Messina, all’uscita mia e di Luca dalla casa e all’ingresso in studio». Oltre alla forte popolarità cosa ha ricevuto da questa partecipazione? «Ho ricevuto l’amore e la conduzione di un programma su Raiuno. Per il resto solo delusioni da diversi punti di vista». Come è cambiata la sua vita dopo aver messo piede nel mondo dello spettacolo? «No, la mia vita non è mai cambiata, a parte il fatto che la gente mi riconosce per strada e mi chiede una foto o un autografo. Continuo a condurre un’esistenza normale, ho ripreso a studiare all’università e a occuparmi dei miei lavori di moda, faccio palestra e frequento i miei amici di sempre. Tutto come prima». Lei partecipò al Grande Fratello perché era in cerca di “un’esperienza forte”: qual è il suo prossimo obiettivo in tema di esperienze forti? «Vivere in quella casa è stato forte dal punto di vista psicologico, perché vieni privato della tua libertà, dei tuoi affetti, convivi con gente che non hai scelto e devi combattere la noia. Dall’altro lato, però, hai tutto il tempo per riflettere su te stesso e la tua vita. Ora credo che la mia prossima esperienza forte sarà la laurea». C’è un settore specifico in cui le piacerebbe affermarsi?

«Dopo aver completato gli studi universitari inizierò a studiare recitazione, perché nella vita ho sempre preferito gli obiettivi che richiedono studio e impegno, e cercherò di andare avanti per le mie capacità e per il merito, anche se in Italia purtroppo è difficile. Tuttavia, mai perdere la speranza». Come si è trovata alla conduzione di L’Italia che non sai su Raiuno? «Era la mia prima esperienza come presentatrice, ho studiato un mese e mezzo dizione e conduzione: mi sono trovata molto bene perché, nonostante i ritmi duri, gli autori, il regista e gli operatori mi hanno supportata, consigliata e alla fine si sono complimentati con me per il miglioramento costante sul set di puntata in puntata». Per rilassarsi e divertirsi come trascorre le sue serate? «Di sicuro una cenetta tranquilla con il mio ragazzo o i miei amici, qualche volta vado a ballare, anche se preferisco un aperitivo, un cinema o un viaggio in compagnia delle persone che amo». Quando è lontana cosa le manca di più della sua Sicilia? «Senza dubbio la mia famiglia e i miei amici. E poi il cibo, in particolare quello di mia madre e mia nonna, il mare e il sole della mia terra e il calore della gente». Come definirebbe la sua situazione sentimentale attuale? «In questo momento direi che è stabile». Tra i suoi progetti di vita futura cosa c’è? «La laurea, un’esperienza di lavoro all’estero per perfezionare il mio inglese e, come già detto, l’inizio di un corso di recitazione».

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milano

people & stars & event

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Foreventi magazine

MONTECARLO CELEBRA L'ITALIA Nel contesto del “Mese della Cultura e Lingua italiana nel Principato di Monaco”, alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia a Montecarlo Antonio Morabito, si è tenuto recentemente un evento culturale di spessore: il concerto Italian Gospel Choir, presso l’Auditorium Rainier III. Dopo il successo dello scorso anno a Milano, forte di 50.000 spettatori, il gruppo italiano del Coro Gospel si è esibito nel Principato con 200 esponenti che hanno rappresentato tutte le regioni italiane. L’Italian Gospel Choir è guidato dal suo presidente Francesco Zarbano e diretto da Alessandro Pozzetto. L’intento è quello di veicolare la potenza delle voci di quest’“armata” verso le più alte sfere celesti musicali. Due ore ai massimi livelli, con l’Italian Big Orchestra, un gruppo di 10 musicisti provenienti dai migliori conservatori italiani, diretti da Max Repetti, con le partecipazioni prestigiose di Sherrita Duran e Katia Ricciarelli.

Katia Ricciarelli

ARTISTI ITALIANI ALL’ ERMITAGE

Maria Lucia Soares, Alda Merini.

Maria Lucia Soares, Gandhi.

ARTE E NATURA NELLE OPERE DI MARCO BORDIERI Il naturalismo di Marco Bordieri è espresso nelle sue mostre di pittura con pennellate decise e sfumate al contempo. La caratteristica cardine della sua opera è l’evidente ricerca del vero e viene dichiarata in soggetti semplici quali scene campestri ed episodi agresti, ma soprattutto trova il suo acme nel genere venatorio. Grande qualità quindi si può riscontrare nella raffigurazione di animali, beccacce, cani, pernici, tutti inseriti in un contesto boschivo dai toni autunnali e dall’atmosfera mattutina. L’uomo, presente assai di rado, non è mai protagonista ma spettatore silente delle meraviglie della natura. La realtà si disvela con colori tenui e delicati, non risulta mai violata, al contrario appare con il suo caleidoscopio di ricchezze: flora e fauna coesistono armonicamente nel rispetto delle proprie leggi; laddove appare traccia umana questa si fa timida e timorosa. Tutto è immerso nel silenzio e nella quiete. Daniele Radini Tedeschi

Marco Bordieri, Un fine settimana.

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Il celebre Museo statale Ermitage di San Pietroburgo accoglierà nel mese di giugno 2013 un’importante mostra di pittura dedicata ad artisti italiani e curata dal Professor Vittorio Sgarbi. A prendere parte all’esposizione con tre sue opere è stata invitata anche la Baronessa Maria Lucia Soares. Nata a Pindamonhangaba, città del Brasile a cento km da San Paolo, la Baronessa ha studiato alla Sorbona di Parigi, entrando poi nel mondo della moda. Si è trasferita a Milano nel 1984. Successivamente ha iniziato a dedicarsi alla pittura utilizzando materiali particolari come alcantara, argento, oro zecchino in foglia, e ricorrendo ad una tecnica mista e inedita nell’arte. Alcuni suoi soggetti si riferiscono alla sua infanzia brasiliana e all’ispirazione che in lei suscita tutto il mondo femminile. Molto apprezzate le sue opere che ritraggono la poetessa Alda Merlini, Madre Teresa di Calcutta, Padre Pio, Gandhi.


For magazine Pittura, Scultura & Design IN ONORE DELLA GIOCONDA Photology intende rendere omaggio all’opera d’arte più nota al mondo, La Gioconda di Leonardo Da Vinci, con una mostra di pittura dal titolo Mona Lisa Smile, ospitata fino al 23 novembre presso gli spazi della galleria di via della Moscova 25. La Gioconda o Monna Lisa è uno dei quadri più famosi di Leonardo da Vinci. Elaborata tra il 1503 e il 1506, l’opera è realizzata con la tecnica dell’olio su tela, misura 77x53 cm ed è conservata presso le sale del Museo del Louvre di Parigi. La donna dall’enigmatico sorriso ritratta nel dipinto era probabilmente Lisa Gherardini, o Monna Lisa, sposa del mercante Francesco del Giocondo. La mostra presenta una selezione di opere di artisti, italiani e internazionali, che re-interpretano La Gioconda con sfumature e punti di vista diversi. Dalle elaborazioni sull’immagine a scatti realistici che riportano fedelmente la bellezza dell’opera di Leonardo Da Vinci. IL CORPO UMANO IN MOSTRA Alla Fabbrica del Vapore, fino al 30 novembre, un allestimento mai visto prima in Italia. La mostra di scultura Body Worlds celebra la meraviglia del corpo umano, riservando un’attenzione particolare al cuore, considerato il “motore” della vita. Attraverso il confronto tra organi sani e organi affetti da patologie, mostrando peculiarità e dettagli dell’anatomia, Body Worlds divulga ed educa sui temi della salute, del benessere, della corretta nutrizione, permettendo alle persone di comprendere esattamente cosa accade quando il corpo si ammala e come uno stile di vita sbagliato possa minare la salute. Tra le plastinazioni in mostra per la prima volta in Italia segnaliamo lo straordinario Cavallo impennato con Cavaliere e il trio dei Giocatori di Poker, noto per essere apparso in una scena del film Casino Royale, della serie 007.

LA DORMOSA: ARREDO PER IL RELAX Madame Recamier venne ritratta da Jacques Louis David, nel 1800, elegantemente adagiata su una dormosa (in francese “dormeuse”). Un oggetto importante che riempie questo splendido quadro. Un arredo che orna e arricchisce un ambiente, rendendolo personale ed elegante. Negli anni questo divano ha subito evoluzioni, e in molti si sono cimentati nel reinterpretare questo prodotto di design. Rivolti alla sperimentazione tecnologica e dei materiali, gli architetti e designer hanno realizzato idee progettuali spesso fuori dal concetto di divano comodo. La dormosa ispira le prime chaise longue degli anni ’20, prodotta su larga scala dal 1929. Le Corbusier definiva la sua creazione reclinabile “la vera macchina per riposare”. In seguito il rivestimento assume una doppia funzione estetico-evocativa e la superficie è ricoperta in tessuto elasticizzato oppure in pelle, realizzata in acciaio inox lucido o con struttura autoportante. Paolo Brasioli

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For magazine Moda, Teatro & Cinema SERATA FASHION Un importante appuntamento denominato “L’ora d’aria” si è svolto pochi giorni fa presso San Vittore, in viale Papiniano, in occasione della serata di festeggiamento dell’ottavo compleanno dell’associazione “Gaia 360°”, il movimento che organizza eventi per le donne. Ad accompagnare l’aperitivo c’è stato un evento di moda, basato su un’installazione tutta Made in Italy, con le creazioni di due giovani designer italiani. È stato possibile ammirare accessori realizzati in serie limitata o in esemplare unico con tecniche tradizionali applicate a materiali contemporanei, naturali e leggeri, sempre all’insegna della cultura manifatturiera e dell’unicità; i presenti hanno anche potuto osservare abiti eleganti e collezioni singolari incentrate sul riutilizzo di materiali di scarto aziendale. Non sono mancati momenti di dibattito, relativi al mondo della moda e del fashion, e di musica con i dj del progetto Gaia 360°.

IL RITORNO DI PRISCILLA Lo spettacolo teatrale Priscilla la Regina del Deserto, indiscusso musical della stagione scorsa, ha già venduto nei primi mesi di prevendita 20.000 biglietti per il suo ritorno a Milano, in programma dal 6 novembre sul palco del Teatro Degli Arcimboldi. A dispetto del titolo, “Priscilla” non è il nome della prima attrice, ma di un bus di 7 tonnellate e oltre 7 metri di lunghezza, completamente ricoperto di led colorati che spicca al centro della scena. Sfavillante capolavoro firmato dal regista Simon Phillips, il musical vanta un cast di incredibile talento guidato, anche per la stagione 2012/2013, dai suoi magnifici protagonisti. Sul palco, una varietà di oltre 500 magnifici costumi che rendono ogni singola scena simile ad un gran finale; una raffica di battute esilaranti e una splendida colonna sonora di 25 intramontabili hit internazionali, tra cui I Will Survive, Material Girl, It’s Raining men.

È NATA UNA STELLA Cristina Zadro è una giovane attrice, tra i protagonisti del film di Roy Geraci L’amore non crolla mai, opera sul terremoto dell’Abruzzo, in cui recita assieme a Primo Reggiani, Ludovico Fremont e Franco Nero. La Zadro nasce a Roma, da madre umbra e padre friulano; studia al Liceo Linguistico Mamiani. Durante il periodo della scuola partecipa a sfilate e cataloghi di moda, ma preferisce continuare gli studi laureandosi in Storia dell’Arte. Intraprende subito la strada del giornalismo, lavorando per importanti quotidiani e vincendo nel 2007 il prestigioso premio Sulmona. Nel 2009 pubblica con la Newton and Compton il suo primo libro, Gli obelischi di Roma, e contemporaneamente si avvicina al teatro, grazie al regista Domenico Briguglio, partecipando ad alcuni spettacoli teatrali e cortometraggi. Poi esplode la passione per il cinema, anche se da sempre è fan di dive come Gina Lollobrigida e Sofia Loren.

Cristina Zadro

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For magazine Cinema & Fotografia È STATO IL FIGLIO Presentato alla 69esima Mostra del cinema di Venezia, il film È stato il figlio del regista Daniele Ciprì, racconta la storia della famiglia Ciraulo, composta da papà Nicola (Toni Servillo), Loredana (Giselda Volodi), Tancredi (Fabrizio Falco), nonna Rosa (Aurora Quattrocchi), nonno Fonzio (Benedetto Ranelli) e la più piccola del gruppo, Serenella (Alessia Zammitti), che sarà la “causa” della tragica fine della famiglia. La storia è ambientata nella periferia di Palermo negli anni ’80 tra bambine che si divertono a giocare con pistole finte e padri che faticano dalla mattina alla sera per far campare le famiglie numerose. Il punto di svolta è la morte di Serenella, uccisa con due colpi di pistola da due mafiosi che, in realtà, dovevano far fuori un cugino della famiglia Ciraulo. Una tragedia per Nicola che però, con l’aiuto dell’amico di famiglia Giovanni (Giacomo Civiletti), porterà fortuna e i tanto amati piccioli. Jessica Di Paolo BALLARE PER UN SOGNO È uscito da poco nelle sale italiane il film Step Up 4 Revolution 3D, con la regia di Scott Speer, quarto sequel della fortunatissima saga sui ballerini di strada. La pellicola narra le vicende di Emily (Kathryn McCormick), figlia di un ricco uomo d’affari, che arriva a Miami con il sogno di diventare una ballerina professionista. Qui conosce Sean (Ryan Guzman), un giovane danzatore capo di una crew di flash mob dalla stile molto innovativo, i “Mob” appunto. Quando il padre di Emily minaccia di trasformare lo storico quartiere dove vive la crew e sfrattare centinaia di persone, Emily si scontra con lui decidendo di unirsi a Sean e al suo gruppo. Le loro performance diventano una sorta di protesta che rischia di mettere a repentaglio i loro sogni per una causa più grande. Entrambi i protagonisti di Step Up Revolution sono alla loro prima esperienza sul grande schermo. Ryan Guzman si candida ad essere è nuovo “hot guy” di Hollywood. IMMAGINI DI DONNE La Galleria Carla Sozzani presenta fino al 4 novembre una mostra fotografica di Peter Lindbergh in due serie: Known – Images of Women è una selezione di 40 immagini iconiche tratte dai numerosi editoriali realizzati per Vogue, Interview, Allure, Harper’s Bazaar, Marie-Claire. In queste immagini, lo sguardo di Lindbergh restituisce una sensibilità toccante alle sue splendide donne, anche quando il fotografo tedesco si confronta con i volti di celebrità del mondo della moda e del cinema quali Naomi Campbell, Linda Evangelista, Milla Jovovich, Kristen McMenamy, Kate Moss, Charlotte Rampling, Catherine Deneuve. The Unknown è invece la messa in scena dell’affascinante avventura della nostra vita quotidiana nel mondo contemporaneo che permette a Lindbergh di creare uno spazio visivo dove si mescolano il glamour del cinema hollywoodiano degli anni Cinquanta, il cinema tedesco di Fritz Lang e la fantascienza.

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For magazine Fotografia IL FOTOGRAFO DEGLI ARTISTI

Foto di Andrea Salvini

Nelle sue mostre fotografiche Andrea Salvini punta l’obiettivo soprattutto su attori, vip e celebrities. La sua carriera artistica è iniziata molti anni fa, di recente ha fotografato il giovane attore e modello, nonché suo grande amico, Yuri Buzzi, testimonial di un noto alcolico italiano. Oggi i suoi scatti sono sui blogger di moda, fotografia e gossip in ogni parte del web. Le sue muse e i suoi soggetti devono avere il coraggio di raccontarsi e di trasmettere il loro passato emotivo. Salvini si definisce “il fotografo degli artisti”, la sua passione inizia all’età di 8 anni, quando resta folgorato dagli shooting di Claudia Schiffer (sua musa da sempre): da quel momento concepisce la fotografia in maniera differente, considerandola una vera forma d’arte. Finora ha esposto nei locali più glamour della Capitale, dalla Torretta Valadier a Ponte Milvio e alla Galleria dei Serpenti nel quartiere Monti.

Evocare l’espressione “sono pazzo di te” può sembrare di uso comune, ma molto spesso ci sono persone che del loro sentimento ne fanno una vera e propria malattia, dove l’amore si trasforma in un insieme di ossessioni che sconvolgono il quotidiano vivere, spingendoci a comportamenti incomprensibili, che visti dall’esterno possono sembrare psicotici e autolesionistici. Una mia rassegna di fotografie con modella Eleonora Filippi (make up artist Manuela Melillo, stylist Silvia Valletta) documenta proprio questo stato d’animo. Inoltre, secondo una ricerca condotta da alcuni neurologi, in presenza di un innamoramento, si scatena una tempesta di dopamina, una sostanza chimica prodotta quando desideriamo o aspettiamo un qualche tipo di ricompensa emotiva. Purtroppo casi di morte suicida si sono verificati proprio per amore, per il dolore di aver perso ciò che si aveva, per vendetta o per una richiesta di attenzione verso se stessi. Wanda Liliana Pacifico

Foto di Wanda Liliana Pacifico

Foto di Wanda Liliana Pacifico

TI AMO DA IMPAZZIRE!

Foto di Fabio Pregnolato

Foto di Fabio Pregnolato

IN CERCA DI STAR

Alice Trivella

Silvia Filippini

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In questa rassegna fotografica vi propongo due giovani modelle che hanno posato per due miei servizi fotografici e che cominciano a fare i loro primi passi nel mondo della fotografia e della moda. La prima, ragazza di Ozzero, già aspirante Velina, è la biondissima Alice Trivella. Come dice il proverbio, spesso il vino buono sta nelle botti piccole. Grandi doti espressive, con il suo look acqua e sapone riesce a trasmettere una grande carica emozionale e sensuale. Alice è ritratta sia in sella di uno splendido cavallo purosangue inglese sia tra il grano, biondo come lei. La seconda modella è nata a Piacenza e si chiama Silvia Filippini. Aspirante manager nel campo della moda frequenta il primo anno universitario presso lo Iulm e da poco ha iniziato a posare. Bionda anche lei, occhi grigi e curve giuste al punto giusto è invece stata fotografata in una location in Costa Smeralda. Fabio Pregnolato


For magazine Musica LA TEMPESTA DI BOB Per un attimo la tentazione è forte: come sarebbe scrivere la recensione di Tempest, il nuovo album musicale di Bob Dylan ignorando completamente la sua storia (un pezzo di Storia, a dirla tutta)? Ignorando che questo è il trentacinquesimo disco della sua miracolosa carriera? Ignorando che questo signore di Duluth ha 71 anni e ha profondamente, radicalmente cambiato il modo di scrivere e pensare (sì: “pensare”) di intere generazioni? La fantasia dura poco. Perché a far svanire la tentazione ci pensa direttamente il suo nuovo disco. Chiariamoci, non è un disco “moderno”: folk, blues, rock vecchia scuola e suoni che sembrano uscire dalle pareti di una bettola del Minnesota che ha visto momenti migliori. Tempest suona “vecchio”: suona come la radio scassata con cui Dylan e i suoi coetanei hanno iniziato la loro educazione musicale. Se parliamo dei testi invece, il discorso prende un’altra piega. È un disco oscuro. Morte, violenza, tragedia: argomenti che Bob non ha mai avuto paura di affrontare e anche stavolta racconta con frasi lapidarie e rime sicurissime. A partire dal lungo, epico fiume di parole della title-track (quattordici minuti di storia del Titanic, viene citato anche Di Caprio) che diventa una sorta di romanzo corale sull’impotenza dell’uomo davanti alla volontà divina. Curiosità, giustificata, per il finale di Roll on John, malinconica ballad dedicata alla morte di Lennon, che Dylan risolve come una sorta di gospel celebrativo, con citazioni dei Beatles e la sua voce che diventa quasi dolce. Agostino Madonna

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For magazine Musica, Eventi & Benessere UNA MUSICA PER LA VITA La sua musica al servizio degli altri: Federico Landini è un compositore e sound designer di Livorno, ha studiato pianoforte e composizione (al Conservatorio Santa Cecilia di Roma), jazz e improvvisazione, prima di dedicarsi al ruolo di autore di musiche di scena per molti spettacoli teatrali, collaborando con diversi registi (Antonio Calenda, Claudia Poggiani, Alberto Bassetti). Di recente ha scritto e realizzato la colonna sonora del film Una donna per la vita, regia di Maurizio Casagrande che è anche attore del film assieme a Sabrina Impacciatore, Neri Marcorè e Margareth Madè. Nella sua carriera Landini ha lavorato per numerose campagne pubblicitarie di importanti brand internazionali. Inoltre, ha composto musiche per diversi film, tra cui Smile, Lista civica di provocazione, Classe mista 3ª A di Federico Moccia, 7 vite, fiction della Rai, e per diversi documentari e programmi Tv. Federico Landini e Neri Marcorè

UNA CROCIERA IN ALASKA Tra gli eventi mondani più originali spicca di sicuro una crociera in Alaska. Si tratta di una vacanza alquanto impegnativa, sia per il clima sia per le difficoltà del territorio, spesso raggiungibile solo a piedi. Si parte da Vancouver, in Canada, diretti al nord dello stato americano. La prima città dell’Alaska dove si fermano le navi da crociera è Ketchikan, la capitale del salmone, con le sue case colorate, le palafitte, le barche da pesca, contornata da boschi e montagne, una vera “terra di frontiera”. Il viaggio prosegue tra i fiordi dell’arcipelago sud di Alexander. Si arriva poi a Icy Strait Point, il più grande villaggio Tlinglit (popolazione nativa) del sud est. Altre mete suggestive sono Juneau (col suo ghiacciaio Mendenhall Glacier), Skagway, Seward. Non ci vuole molto per poter vedere da vicino i veri protagonisti di queste terre: balene, foche, orsi e altre meraviglie della natura.

INVERNO SENZA INFLUENZA Anche quest’anno è arrivato l’autunno e i media cominciano già a diffondere le notizie relative alle influenze che ci colpiranno in modo più violento rispetto al passato. Per la nostra salute e benessere, oltre a uno stile di vita più sano, cosa possiamo fare per non ammalarci subito? Che il nostro stato di salute non dipenda solo da uno sbalzo di temperatura è dimostrato da studi effettuati su gruppi trattati con placebo, che guarivano prima rispetto a quelli trattati con il farmaco attivo. Il risultato di questi studi ha messo in luce la profonda connessione fra la mente e il nostro benessere. Inoltre, le ultime ricerche dello Yale Stress Center in Connecticut hanno rivelato che lo stress, l’ansia e la paura richiamano alla mente l’esperienza della malattia provocandone la comparsa. Quindi non facciamoci “influenzare” dalle notizie allarmistiche che spesso sono proprio la causa della paura che ci fa ammalare. Cristina E. Cordsen

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Just Cavalli

In pieno clima da fashion week, il Just Cavalli ha ospitato serate ed eventi importanti che hanno omaggiato il mondo della moda, focalizzando lo sguardo sui volti che permettono la realizzazione del sogno e dell’incanto delle collezioni: modelle, modelli e fotografi. Il locale è stato preso d’assalto dalle top model, protagoniste degli shooting dei maggiori fashion photographer. Tra queste anche Elena Morali, che ha festeggiato il suo compleanno insieme al modello Daniele Carettoni e in compagnia di amici e colleghi. Un trionfo di bellezza e divertimento.

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Hollywood Sono tornate le serate glamour dell’Hollywood, che ha iniziato la nuova stagione all’insegna dei party vip e degli eventi più spettacolari, come la quarta edizione della Vogue Fashion Night: il mondo della moda si avvicina al pubblico in una notte di shopping nel quadrilatero modaiolo da Montenapoleole a via Manzoni, da via della Spiga a Corso Venezia. Per concludersi con il party all’Hollywood. La discoteca, inoltre, ha celebrato di recente i compleanni del regista Carlo Fumo e di Valentina Marconi, ex coinquilina del Grande Fratello 12, che ha radunato amici e conoscenti. Il locale ha accolto poi “Le cirque de la mode party”, una serata all’insegna dell’eleganza con esibizioni degli artisti del “Cirque du soir”, il club londinese famoso per le sue performance circensi.

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The Beach

Per tutto il periodo estivo appena trascorso, la celebre discoteca The Beach ha animato le più ambite serate del panorama milanese. Il venerdì sera targato The Beach ha visto l’organizzazione di numerosi special party ed eventi legati al mondo della moda e dello spettacolo, attraverso la serata “Satisfaction ViP”; mentre il sabato sera ecco la fusione con il Vip Privè della discoteca The Club per la creazione di una serata unica in città. Ottima musica e clientela selezionata dove poter incontrare le celebrità del gossip e del mondo dello spettacolo.

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The Club Ăˆ ripartita alla grande, con un sontuoso opening party, la nuova stagione al The Club di corso Garibaldi, che rinnova la sua collaborazione con il gruppo Fidelio, in grado da anni, come è tradizione ormai, di rappresentare un punto di riferimento insostituibile per la movida milanese. In particolare con la serata del martedĂŹ, la mitica One Night Fidelio, che riesce sempre a fare il pieno di pubblico, musica e dj set eccezionali, come quello recente targato Stefano Pain, Ale Bucci & Mavee o quello con ospite Andrea Pellizzari. Fotografie di Bruno Garreffa. +

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Il nuovo venerdì sera targato First Floor “Conventional Friday” è un ritrovo unico per tutti coloro che amano divertirsi al ritmo di ottima musica. La selezione garantisce un target adulto, curato ed elegante, mentre la nuova dance floor dalle dimensioni più ampie, una consolle in posizione più avvolgente e una nuova zona privè garantiscono tanti diversi cambiamenti, per vivere una delle notti più ambite della città. Per farvi divertire anche ogni sabato notte, il First Floor ha sposato il progetto “Mon Amour”, la serata che accompagna le migliori nottate di Milano all’insegna della bella musica e della raffinatezza.

First Floor

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Un club al di fuori degli schemi commerciali con un’identità underground che lo rende diverso dal concetto di una semplice discoteca. È sufficiente guardarsi attorno per comprendere di essere sotto il cielo di Berlino con i suoi party sotterranei e una clientela di nicchia e stravagante. Il nome del nuovo sabato sera “Vision” della discoteca Verve Club, situata in una posizione strategica vicino all’aeroporto di Linate, è stato scelto per contraddire ciò che si può vedere all’interno del locale: la quasi totalità del buio permette alle molteplici proiezioni di cambiare la straordinaria location in ogni minuto!

Verve Club

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L'edizione di Milano