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Ricorre

quest’anno il duecentodecimo dell’insorgenza lucana dell’agosto 1806 contro l'occupazione francese, le cui truppe imperiali nel mese di marzo - avevano già occupato i territori peninsulari del regno di Napoli: si trattava, a ben vedere, di un' occupazione stracciona che, invece di portare benessere, portava più che altro miseria, per via delle tassazioni imposte dai soldati occupanti. Altresì, occorre ricordare che la popolazione meridionale era memore di quanto era accaduto appena sette anni prima, con i massacri e le spoliazioni avvenute nel periodo repubblicano, a seguito della prima invasione del regno ad opera delle truppe del generale Championnet. Anche per questo le masse lucane, borboniche e profondamente cattoliche, erano apertamente ostili alla “nuova visione del mondo” (che sopraggiungeva, peraltro, insieme alle baionette transalpine). 3


L'episodio in questione, perciò, rientra nel secondo tentativo di conquista francese, quello dettato dall'imperialismo di Napoleone Buonaparte. Tuttavia, cosÏ come nel precedente frangente del 1799, l’esercito meridionale si era sfilacciato, pur avendo tentato di resistere alle armi francesi: il re Ferdinando di Borbone, quindi, era stato nuovamente costretto a ritirarsi in Sicilia, sotto la protezione degli (infidi) alleati inglesi. Ma esattamente cosa era accaduto, nel 1806? L'esercito di Napoli, dopo la improvvisa penetrazione nel regno da parte delle truppe francesi, si era ritirato e si era schierato a difesa: lo schieramento comprendeva due ali (da Campestrino, in Campania, a Policoro, in Lucania) e un centro (da Francavilla sul Sinni, in Basilicata, fino a Castrovillari, in Calabria). L'ala sinistra dell'esercito regio occupava la valle del Noce e quella del Mercure: in particolare l'avanguardia, il reggimento di cavalleria ''Re'' e la III brigata erano 4


posizionati a Lagonegro, mentre la II brigata era schierata a Lauria. Invece la retroguardia, con i magazzini, si trovava a Castelluccio Inferiore, con distaccamenti a Rotonda e Maratea. Il primo marzo il generale francese Reynier decise di attaccare, e si mosse velocemente. Intanto, tra sei e sette marzo, la situazione difensiva stava per precipitare: perchè i soldati francesi, con azioni fulminee, erano riusciti a prendere prima il caposaldo di Lagonegro (il giorno sei), che si arrendeva senza resistere, e poi anche Lauria. Quest'ultima, in particolare, era armata e munita a difesa da tre pezzi pesanti di artiglieria: sicchè il generale Capece Minutolo, che aveva dormito a palazzo Paldi (oggi Giugni), prima di lasciare la città e di riprendere la strada regia per Castelluccio, aveva ordinato di tenere la città murata ad ogni costo. Mentre invece la II brigata di linea, che era posizionata all'interno delle mura, al sopraggiungere delle prime colonne d'avanguardia francese, dopo aver esploso pochi colpi e inchiodato i cannoni, preferì indietreggiare e defluire su Morano 5


(probabilmente dopo aver avuto la notizia del ripiegamento del reggimento ''Carolina'', che era invece schierato a Francavilla sul Sinni). La ritirata macchinosa dei napoletani e la consueta rapidità dei francesi favorirono ovviamente questi ultimi, che riuscirono a catturare, a Lauria, ben tre ufficiali (oltre a quarantanove soldati). Nell'occasione i francesi ebbero a scrivere nei dispacci militari di essere stati costretti a fare ''quelches exemples sur les habitants''. Sono, quindi, ben due gli episodi militari che coinvolgono la città di Lauria nel 1806: il primo - quello del 7 marzo - fa parte di un più grande fatto di guerra, e si inserisce strategicamente all'interno dell' ultima ''linea difensiva napoletana'', ponendosi temporalmente e cronologicamente appena prima della battaglia campale di Morano Calabro (località Campotenese), dove l'esercito francese coglierà la vittoria decisiva, il giorno 9 marzo. Il secondo episodio, invece, quello dell' 8 agosto, come vedremo fa invece parte del 6


''laboratorio'' dell'ammiraglio inglese Sidney Smith, il quale aveva elaborato per il regno di Napoli il modello dell'insorgenza popolare anti-francese, ossia la tattica della guerriglia peninsulare (che poi verrà sviluppata vittoriosamente, due anni più tardi, in Spagna). Ed è un episodio molto più cruento! Invero, come sappiamo, l'attaccamento degli strati più popolari alla corona borbonica era particolarmente avvertito proprio in Calabria ed in Basilicata, anche grazie alla fedeltà al re dei religiosi e del clero di basso e alto lignaggio: sicchè i successivi eventi repressivi dei militari francesi, volti puntualmente a distruggere la resistenza filo-borbonica, colpirono soprattutto queste due regioni, dove per l'appunto gli inglesi sperimentavano con successo la rivolta popolare in favore del re legittimo. Per tale motivo le penetrazioni delle truppe imperiali francesi, durante l'estate del 1806, volte a riprendere le località perdute, non ebbero vita facile: infatti, nel mese di luglio, nei pressi della cittadina calabrese di 7


Maida, esse furono sconfitte clamorosamente in campo aperto dall'esercito anglo-napoletano. A seguito di tale disfatta, pertanto, da un lato i francesi di Buonaparte dovettero riorganizzarsi e, dall’altro, i regi poterono gradualmente procedere alla rioccupazione del terreno perduto, assestandosi sulla dorsale posta tra i monti del Pollino ed il golfo di Maratea. All’epoca Lauria era un importante centro strategico, posto esattamente sul confine tra Calabria Citeriore e Basilicata. Nella città lucana - che contava circa ottomila abitanti - dopo un’assenza forzata durata poco più di un anno, era ritornato il vescovo Ludovico Lodovici, che aveva compiuto l’opera di “Visitatore” in luogo del Cardinale Ruffo nella parte settentrionale del Reame napoletano. Sua Eccellenza viveva nell’episcopio lauriota, il cui territorio vedeva - oltre alla tradizionale presenza di sacerdoti secolari una nutrita presenza di Minori Osservanti, i quali appartenevano al medesimo ordine del Prelato e che non nascondevano certo le loro simpatie per il governo borbonico. 8


Fatto sta che, come diremo fra breve, già all’inizio dell’estate, in contemporanea alle notizie di scontri armati favorevoli ai regi provenienti dalla vicina Calabria, la città lucana si era prontamente ribellata alla presenza dell'occupante francese. E' noto infatti, grazie ai documenti redatti dagli stessi militari francesi dell’epoca che, in precedenza, forti guarnigioni di occupazione erano state piazzate in vari centri, tra cui anche a Lauria, per spegnere sul nascere le possibile rivolte antibonapartiste. Ma “le molte impiccagioni e gli incendi producono, invece di quelli sperati, effetti contrari” (Relazione militare Reynier) : infatti, proprio quale conseguenza alla repressione francese, era nato in molti centri posti tra Lalabria e Lucania, un vasto movimento – più o meno spontaneo - di reazione all’invasore straniero. Sicchè, preso atto di ciò, il governatore francese della Provincia lucana - generale Ducomet – non esitava a scrivere a Napoli che “il versante lucano del Pollino, le valli del Noce, del Sinni e dell’Agri sono tutte in rivolta”: come a dire che la precedente 9


penetrazione militare dei francesi era stata praticamente vanificata. Il re, Giuseppe Buonaparte, imposto dal fratello piĂš celebre, era convinto che il terrore fosse il sistema migliore per intervenire: pertanto, rifiutandosi di legittimare gli insorti, studiava con i propri generali un nuovo piano per debellare definitivamente coloro che riteneva essere solo dei volgari “brigandsâ€?, ossia comuni criminali. Altre truppe francesi (di rinforzo) giunsero, per questo motivo, dalla parte settentrionale del reame alle parti montane della Campania meridionale, pronte a calare in Basilicata. Intanto, però, le milizie napoletane stavano sbarcando su navi inglesi, sia sul versante tirrenico (a Policastro e Maratea), sia su quello jonico (a Sibari e Policoro) riuscendo a penetrare nell’interno della Provincia, con il fine precipuo di riunirsi, e di farlo esattamente nella zona montana di confine sita tra Calabria e Basilicata, ossia tra Laino, Castelluccio e Viggianello, per alimentare la resistenza. 10


A Lauria, come detto, era presente la guarnigione distrettuale francese, i cui soldati però “commettevano ogni genere di soprusi, profanazioni e prepotenze” (così riferisce il vescovo di Damasco Mons. Sica in una sua opera sulla vita del contemporaneo beato Domenico Lentini). Monsignor Lodovici, presule a Lauria “con intento di pacificazione, consigliava i cittadini alla calma e cercava di indurre i francesi a moderazione e rispetto. Un giorno, perciò, per placare gli animi il vescovo spinse la sua carità sino ad invitare a pranzo un buon numero di soldati. Ma essi però abusarono in modo indegno dell’eccezionale onore che era loro stato fatto, perché si abbandonarono a tavola ad ogni genere di disordine e a pranzo finito portarono via le posate d’argento che avevano adoperate” . Questa era quindi la situazione dell’epoca, per come descritta da Monsignor Sica nella sua opera: peraltro, su tale ricostruzione concordano anche le varie cronache locali. Nei giorni precedenti, inoltre, dal Comandante del presidio transalpino era stato pubblicamente bastonato il 11


malcapitato Sindaco, Pesce, reo di aver fornito alimenti di scarsa qualità alle truppe francesi di stanza sul posto. Sicchè, il tredici luglio gli insorgenti laurioti passarono alle vie di fatto e, dopo aver indossato provocatoriamente la coccarda borbonica ed avere sfilato armati lungo piazza San Nicola, tra la Chiesa madre e il palazzo vescovile, assalirono il comando francese e misero in fuga tutti i soldati presenti, che scapparono trovando scampo presso il monastero di Rivello. In questa occasione trovò la morte un ufficiale francese. Contemporaneamente si ribellarono altri due centri lucani viciniori: ossia Maratea (sulla costa tirrenica) e Viggianello (sul Pollino) su cui si stavano concentrando man mano le colonne dello sbandato esercito ferdinandeo. Anche a Lagonegro, poi, una scaramuccia si risolveva in favore dei borbonici, i quali costringevano alla fuga le forze francesi. Quindi il Capitano napoletano De Cardone, inviato dalla corte borbonica in Palermo, poteva prendere possesso di Lauria, 12


insieme a non molti altri soldati napoletani, e veniva accolto come un trionfatore dalla popolazione. Contemporaneamente il Capitano Necco raggiungeva il Colonnello Alessandro Mandarini, cittadino marateota che guidava la rivolta a Maratea, nel cui porto erano giunti anche gli inglesi (che facevano sbarcare le truppe comandate dal Capitano Richard Church): esse andavano ad affiancarsi a quelle locali, che erano guidate dal Mandarini stesso, con l’intenzione di riunirsi a Lauria. La situazione si era quindi capovolta e, praticamente, in poco più di tre mesi l’intero versante tirrenico calabro-lucano sino alle montagne campane, sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie anche all’opera del capo-massa Rocco Stoduti e di don Vincenzo Peluso, un sacerdote cilentano. Perciò tutti i centri della parte meridionale della Campania innalzavano nuovamente il bianco vessillo borbonico dei re di Napoli. Sul finire dello stesso mese di luglio, in terra di Basilicata (da Santarcangelo, da Episcopia, da San Severino e da 13


Castelsaraceno) molti insorti, unitamente a vari soldati dell’esercito napoletano guidati dall’Alfiere dei Cacciatori Donato Micucci, di Roccanova - raggiungevano Lauria, divenuto ormai centro della insorgenza, per acquartierarvisi e resistere (si trattava della cosiddetta “colonna Micucci”, composta per lo più da sbandati del Reggimento “Lucania” – Archivio di Stato, Potenza, Sez. Processi politici). Contemporaneamente, nella vicina Verbicaro, confluivano i borbonici calabresi di Santa Domenica, di Papasidero e del Lao (A.d.S. Napoli, Relazione Pignatelli): di fatti nelle intenzioni degli anglo-napoletani si doveva fermare la penetrazione francese nella parte più meridionale del Regno, al fine di porre le condizioni di una eventuale riconquista dell’intero reame, così come era già stato fatto sette anni prima. Ferdinando voleva defrancesizzare il regno, insomma, grazie anche all’aiuto -ovviamente interessato- degli alleati inglesi. Cosa che, invece, non era accaduta in primavera. 14


A Lauria intanto alcuni prigionieri polacchi, soldati mercenari dei francesi guidati dal colonnello Biatowsky, caduti in un’imboscata nei pressi delle alture del Galdo, venivano salvati dall’intervento del Vescovo Lodovici. Non così il Capo Eletto Antonino Segreti, che era accusato dagli insorti di essere filofrancese e, quindi, sbrigativamente fucilato. Non a caso “L’insurrection a eclatè sur la frontier de la Calabrie Citerieure et de la Basilicata” annota Giuseppe Bonaparte nel proprio Diario, alla pagina del 29 luglio 1806): cosa questa che, di fatto, determinò il nuovo re, esasperato dalle notizie catastrofiche, ad inviare a Lauria il feroce generale Andrea Massena, italiano di Nizza, per cercare di reprimere la ribellione. Per rioccupare la parte di regno in rivolta il maresciallo richiese a Buonaparte un'armata di dodicimila uomini, ossia la stessa forza con cui Reynier l’aveva conquistata in marzo. Questo accadeva sul finire del mese di luglio: ma, in quel mentre, deve essere registrata l' improvvisa ritirata degli inglesi, 15


i quali abbandonavano di fatto il teatro di guerra italiano, reimbarcandosi a Maratea (a seguito degli accordi internazionali presi con il Talleyrand): lasciando così napoletani, calabresi e lucani a sbrigarsela da soli. Approfittando di tale favorevole congiuntura, il 1° agosto Massena decise di partire, da Napoli, con otto compagnie di granatieri, il suo stato maggiore, il comandante dell’artiglieria generale Mossel e l’ordinatore Colbert: giacchè era pronto a riunirsi con il resto dell'esercito francese, dislocato lungo la provincia di Salerno, per approfittare della assenza della marina inglese. Il Massena, peraltro, arrivava in Lucania con ordini precisi e categorici: la repressione sarebbe dovuta essere “violenta e sanguinosa” . Del resto i francesi avevano dalla loro un corpo di spedizione d'elite, composto da ben due divisioni, ognuna delle quali era composta da oltre quattromila soldati: si trattava del Ventiduesimo reggimento di Infanterie Legere e del Ventinovesimo reggimento dei Dragons. Altresì seguiva 16


l’armata il Primo battaglione di Voltigeurs a cavallo. A questi si aggiungevano le truppe della riserva personale del Massena. Ai primi di agosto, quindi, il gran maresciallo giungeva ad Eboli, superava Campestrino e risaliva lungo il fiume Tanagro. Dopo essersi fermato a Sala, venivano agevolmente presi i paesi di Teggiano, Padula, Montesano e Casalbuono (che non opponevano alcuna resistenza) spegnendo così sul nascere le speranze dei borbonici del posto. Massena poteva dirigersi, finalmente, verso il focolaio della resistenza legittimista in Basilicata, ossia a Lauria. Il “Dizionario delle battaglie”, edito da Mondadori, inquadra l’episodio che stiamo per descrivere come ''l’ assedio di Lauria'', descrivendolo come una rappresaglia contro i sostenitori borbonici : in realtà, invece, per come si è detto il superamento della città era divenuto indispensabile per i francesi, soprattutto al fine di proseguire nella marcia lungo la consolare delle Calabrie, per i motivi strategici appena esaminati. 17


Intanto, però, le colonne dei soldati regolari napoletani e quelle degli insorti (tutti definiti sbrigativamente dai francesi come brigands) nonostante l'assenza inglese si erano riorganizzate e, perciò, sentivano di essere pronte ad una vera e propria resistenza: la città, infatti, si presentava ancora circondata dalle mura normanne (il cosiddetto Muraccione) ed era chiusa da sette porte (Sant’Antuono, l’Armo, San Giovanni, Fontana Superiore, Santa Maria, la Santa, Fontana Inferiore). Inoltre resistevano all’inesorabile passare del tempo l’antico castello feudale -anche se in disuso- oltre a gran parte della cinta muraria medievale e due torrioni, l'uno posto nei pressi della piazza d'armi, e l'altro nel rione superiore, a difesa della cittadella fortificata dal nome arabeggiante di Cafaro, le cui stradine interne erano strette e ripide, ideali per una difesa ad oltranza e per la posa di barricate. Sicchè il sei agosto, quasi senza colpo ferire, l’esercito francese raggiungeva Lagonegro, cittadina nella quale poteva tranquillamente accamparsi, per la mancata resistenza dei locali. 18


Quindi, la successiva mattina del sette, il Massena e il suo esercito dopo aver superato Rivello si portarono sul costone del Colle della Seta, che prende il nome dai campi dove si coltivava l’omonimo tessuto, una località situata proprio di fronte all’abitato lauriota. Nelle intenzioni dei francesi probabilmente la visione di circa diecimila uomini armati avrebbe dovuto atterrire gli avversari e costringerli quindi alla resa immediata. Ma così non fu, però, perché le truppe borboniche giunte da Reggio Calabria e guidate dal Colonnello Vincenzo Versace restavano al loro posto, protette all’interno dalla cinta muraria cittadina, non avendo intenzione di cedere il passo. Massena perciò dovette organizzare l’assalto: venne così ordinata la carica ai soldati assedianti. Non è facile ricostruire le fasi di una battaglia: nel nostro caso, poi, scarseggiano i testi specifici e, pertanto, diviene inevitabile basarsi sia sulle fonti archivistiche che sulle poche cronache locali. 19


In tal senso si utilizzeranno i dispacci militari e le fonti francesi (ritenute attendibili anche perché confortate dai riscontri) per quanto riguarda l’assedio vero e proprio; mentre invece le fonti napoletane -unitamente alle cronache locali- ci saranno utili per quel che concerne la ricostruzione dell’incendio ed il successivo “sacco”. Purtroppo, come spesso capita nei luoghi in cui è passata la guerra, solo una piccola parte della città medievale è giunta a noi: quindi solo con una certa difficoltà e con buona approssimazione sarà possibile intuire il teatro della battaglia lauriota e la conseguente asprezza del combattimento, dal momento che sono scomparsi -pressocchè interamente- gli antichi quartieri che furono teatro nel 1806. Era un’estate particolarmente torrida: un’enorme e plurisecolare quercia, posta tra la contrada Seta e quella chiamata Gremile, sul colle di fronte alla città murata, ospitò sotto i suoi rami lo stato maggiore francese: gli abitanti della zona da allora chiamano quel posto la cersa di Massena. Raccontano le antiche cronache che, vista vana ogni possibilità di resa, perchè gli 20


insorgenti non solo non si disperdevano alla vista dell’Armata, ma addirittura “baldanzosamente sfidavano le divisioni transalpine con urla e schioppi”, il Generale pare ordinasse dapprima il cannoneggiamento del castello medievale: ma anche questa cosa non portò ad alcun risultato concreto, poichè le porte della città lucana restarono chiuse. Quindi, secondo le fonti francesi, fu mandata agli insorti una ambasciata composta da Dragoni per ordinare -in maniera incruenta- l’immediato sgombero delle barricate e la liberazione del passaggio: anche tale richiesta venne però respinta dalle truppe borboniche trinceratesi all’interno. Scrive infatti Massena nelle sue Memories: “Partimmo all’alba del sette agosto e a mezzogiorno fummo in vista della Città di Lauria, uno dei focolai della rivolta, città fortificata che era occupata dai brigands”. Secondo la ricostruzione del Gran Maresciallo francese “dapprima furono mandate due ambasciate, ma senza risultato. E poiché la campana batteva a 21


martello da tre ore, capii subito che bisognava agire con la massima rapidità”. In realtà, una volta circondata la città con l’artiglieria, Massena ordinò innanzitutto di colpire pesantemente la fortificazione medioevale che ancora circondava la città. Ma procediamo con ordine: immediata è la descrizione visiva della cittadina murata che fa Charles De Montigny-Turpin, al momento dell’assedio: “Lauria, città fortificata anche dalla natura, meglio che non avrebbe fatto l’arte di Carnet, è circondata da due larghi e profondi fossati: al punto tra essi meno largo è un ponte”. Aggiunge il De Montigny-Turpin: “Giunto in prossimità della città Massena divise l’armata in tre corpi, il primo dei quali attaccò la parte alta della Città e l’altro il Borgo inferiore; poi Massena la invase con la Riserva attraverso i campi, pigliando una via diramatesi dall’arteria principale”. “Ma -continua- le prime truppe che si presentarono alle porte furono accolte a fucilate. Si sparava anche dai tetti di ogni casa”. Balzano evidenti le contraddizioni, nelle due ricostruzione dei fatti: poiché il De 22


Montigny non parla di nessuna “ambasciata”, mentre invece il Massena -forse per giustificare ex post l'incendio ed il sacco- dichiara invece di aver spedito agli insorti ben due ambasciate, ma senza ottenerne alcun risultato. Le cronache locali, di contro, confermano l’esistenza di un vano tentativo diplomatico avvenuto mediante l’invio di dodici dragoni della fanteria (che però furono sdegnosamente respinti dai borbonici). Presso l’antico ponte, posto all’ingresso dell’abitato inferiore, il passo della strada consolare era stato chiuso completamente, grazie a delle barricate: cosa, questa, che ovviamente impediva agli invasori di penetrare subitaneamente all’interno della città, e poi di proseguire per la Calabria. Non a caso il forte delle truppe italiane si trovava proprio nell’abitato inferiore (il cosiddetto ''borgo''): in particolare la strada principale, un'arteria che tagliava la città, era stata sbarrata in più punti con tronchi di albero, travi e macigni. Molto probabilmente, poi, proprio a difesa del passo il colonnello calabrese Versace aveva piazzato anche i cosiddetti briganti 23


calabresi -quelli veri- spesso utilizzati dai borbonici come ultima risorsa e tanto temuti dai francesi (i quali infatti a conferma di ciò riportano nelle loro fonti di aver riconosciuto sulle barricate molti uomini dal tipico cappello nero con una penna sulla punta). Ebbe perciò inizio il cannoneggiamento e la città fu così posta sotto assedio dalle due divisioni francesi. Nella sua Storia del Regno di Napoli il generale Pietro Colletta riconosce - non senza una certa ammirazione - che “nè minacce nè pericoli impaurirono quelle genti” : infatti i calabresi, napoletani e lucani restarono al loro posto, nonostante la pioggia di obici che cadevano loro addosso. Il primo tentativo di sfondare le barricate, con un assalto all’arma bianca, si risolse poi con una carneficina di soldati francesi: non uno riuscì a penetrare. E, parimenti, i due successivi assalti, vennero fermati dal fuoco dei borbonici. Aggiunge infatti il De Montigny: “dietro la barricata sono gli insorti; le terrazze e le finestre delle case sono occupate da uomini armati di schioppo; giungono a noi da ritta e da manca palle da due oncie: ma 24


non ci si fa caso e si prosegue al grido di Avanti, Avanti”. La tattica venne poi improvvisamente cambiata dal Massena, con l’attacco simultaneo, sia nella parte inferiore che in quella superiore della città. Come si è visto, infatti, il Massena era stato costretto a disporre l’assalto in massa delle sue truppe, comprendendovi anche le la “riserva”, nella consapevolezza di aver trovare una accanita quanto imprevista resistenza da parte dei locali. E quindi il generale Gardanne, insieme al generale Parroneaux con il 29° Reggimento dei Dragoni, assediò l’abitato inferiore, mentre il generale Vintimille insieme al Mermet -con il 22° Reggimento di Fanteria Leggera- invase quello superiore, presso le tre porte principali dell’abitato. Ma in effetti, continua De Montigny, “le masse degli insorti, armate di fucili, sono poggiate contro i muri; altri stanno ad occupare terrazzi e finestre e altri sono al riparo, dietro macigni. Il Generale ci precede: granatieri e fanti avanzano sotto un nembo di piombo e sono sotto alle barricate. Cadono i soldati giunti per 25


primi; altri li rimpiazzano; cadono anche questi e altri sopraggiungono. La strada è ingombra di cadaveri”. I francesi insomma iniziarono a penetrare e, al rullare dei tamburi, si sparsero per ogni dove: sicchè la lotta divenne disperata e generale.Di fatti il Turpin conferma: “solo dopo una furiosa lotta durata un giorno le truppe francesi riescono a sfondare le barricate, poste all’ingresso del Borgo, grazie ad un impetuoso urto d’assalto”. In città la resistenza era accanita e violenta, e i cecchini erano stati piazzati con cura in ogni abitazione: sicchè nel rione inferiore gli invasori vennero costretti a combattere all’arma bianca, casa per casa, sotto il fuoco incrociato dei cecchini, con l’obiettivo immediato di stanare innanzitutto i franchi tiratori. Ma evidentemente la presa della città era appara molto problematica: non a caso il combattimento durò per molte ore, perché come sappiamo - il Borgo era racchiuso nelle mura, e le stradine interne erano assai strette e anche occupate da barricate fatte con tutto il materiale possibile. 26


Contemporaneamente, però, le altre truppe francesi, guidate di persona dal Massena, stavano cercando di prendere a tenaglia la parte media dell’abitato superiore, penetrandolo in due punti, ossia dai campi posti nei pressi del Convento e dalla località oggi detta Manzipoli. Tale movimento prevedeva un’azione congiunta con i soldati di Gardanne: l’intento era senz’altro quello di riunire i due corpi d’assalto e poi, una volta presa Lauria superiore, ricongiungersi alle truppe di Vintmille, che intanto cercava di sfondare le ulteriori barricate poste nella parte bassa della città. Questi, come visto, era infatti riuscito ad entrare -anche se con estrema difficoltànell’abitato inferiore. Ma tutta la popolazione resisteva e si sparava anche dalle case: perciò agli assalitori non era possibile andare avanti, se non con enorme fatica e con dispendio di forze e di uomini, così come confermano tutti i vari resoconti militari, successivamente inviati a Giuseppe Buonaparte. Riportano le fonti napoleoniche dell’epoca che “alfine il ponte è spazzato: le trombe suonano la carica, ma un fremito esalta 27


però quelle masse di uomini. Una grandine di proiettili viene dalle finestre e dai terrazzi a colpire dragoni e soldati”. Sicchè il combattimento diventò più efferato, con molti corpo a corpo, e vari soldati francesi dovettero restare uccisi sul posto (o comunque bloccati, in attesa dei rinforzi che dovevano prendere alle spalle i resistenti). De Montigny ammette: “Ufficiali e Dragoni sono uccisi, ma uccidono e schiacciano. Gardanne si avanza; finalmente arriva Massena con la riserva”. Siamo al tardo pomeriggio dell’8 agosto: scrive il Viceconti nella sua opera-cronaca sul “Sacco di Lauria” che “da una casa della strada che pigliò il nome dall’Ammiraglio Ruggiero alcuni cittadini spinsero un’ala del vecchio muro che, precipitando dall’alto e sgretolandosi, tanti uccise di soldati quante pietre aveva”: si riuscì così a ritardare l’ingresso in città delle truppe francesi, che erano pronte all’accerchiamento finale. Intanto nel quartiere Castello una donna, Angiola Perrone, riuscita a salire sulla torre della Chiesa di San Nicola, suonava a 28


distesa la più grossa campana per comunicare il grave pericolo: i francesi erano entrati anche nel rione Superiore! Probabilmente era questa l’occasione che il Massena aspettava per azzerare la resistenza con il mezzo più immediato e violento: l’incendio. De Montigny racconta: “A difesa, contro la baionetta francese, si ricorse ad ogni mezzo da parte degli insorti: ove mancò il fucile supplirono la scure, le pietre e i fiotti di acqua bollente. Ma la baionetta ovviamente fa il suo mestiere: né grazia né pietà” … quasi per giustificare gli inauditi atti di violenza che seguirono. A tale proposito ha scritto il Duca di Lauria Pietro Ulloa : “con gran coraggio traevano tutti , uomini e donne, alla difesa: tanto che i francesi -maggiormente irritati dalla resistenza- ardevano la città”. I cosiddetti Volteggiatori -un corpo scelto di Dragoni- erano riusciti a penetrare per primi in Lauria inferiore: si trattava di soldati mercenari corsi, di lingua e cultura italiana: il loro compito era quello di ripulire le strade per permettere il passaggio dei corpi militari a cavallo. 29


Certamente anche loro, entrati tra i primi, dovettero subire pesanti perdite. De Montigny ne descrive l’ingresso in Città: “venne così sciabolato, sfondato e schiacciato tutto ciò che per la lunga strada di Lauria va dal ponte in diritta linea alle Calabrie. Però, allo sbocco di tale strada, che conduce a Castrovillari, trovammo un’altra barricata: anche qui una grandine di palle vomita da tutte le finestre”. Nonostante l’accanita resistenza, a causa del grande numero di assaltatori soprattutto dragoni e volteggiatori, i quali procedevano all’arma bianca - cedettero, una dopo l’altra, tutte le porte cittadine, presso le quali si era maggiormente concentrata la resistenza. Ma i francesi trovavano ugualmente una serie di inaspettati ostacoli, continui e non prevedibili, con barricate, trabocchetti e quant’altro. Ulloa: “Istizziti dalla resistenza, i francesi ardevano la città; e così, solo a sera, il valore fu soverchiato dal furore”. Le forze erano davvero impari, perchè -come visto- l’esercito francese contava oltre novemila soldati armati di tutto punto. 30


I napoleonici, una volta penetrati all’interno delle mura, divelsero immediatamente le porte della città medievale. Furono poi incendiate le prime case e, insieme ad esse le due Chiese madri di S. Nicola e di S. Giacomo; fu poi completamente devastato e distrutto, purtroppo, anche il Monastero di S. Bernardino, i cui frati vennero quasi tutti trucidati senza pietà (il numero preciso è di tredici, tanti quanti furono i corpi rinvenuti). La lotta si era protratta quasi per due giorni, perché “il calabrese non fugge e, se scappa, prima di ritirarsi colpisce con il coltello: il valore non è esclusivamente francese ” (così è costretto a riconoscere il Turpin ). Lo stesso De Montigny scrive, inoltre, con malcelata ammirazione che “furono viste donne in gran numero ed anche giovinette difendere le proprie case e il proprio onore e, dunque, preferire la morte alla violazione del focolare domestico”. La città però aveva ceduto perchè, nonostante l’eroismo dei suoi abitanti, gli 31


assedianti avevano vinto. Conclude, invero, il De Montigny : “fu notato, non senza un generale senso di stima, che neppure uno solo, in mezzo allo spavento, ebbe a gettare via la sua arma”. Le truppe napoletane vennero così spazzate vie dai francesi, anche perché di molto inferiori nel numero. E la punizione per Lauria fu purtroppo il saccheggio. De Montigny scrive infatti : “Non resterà fabbricato in piedi e bivaccheremo tutti, Maresciallo e soldati, sulle pietre insanguinate di una città che è diventata una fornace ardente”. Aggiunge il Colletta: “Lauria fu arsa dal vincitore, sicchè bruciarono con l’abitato anche alcuni dei rimasti cittadini, i più deboli ed innocenti”. E Viceconti : “In quella febbre di devastazione niente fu risparmiato e si tirò persino contro la statua di San Giacomo, eretta su una alta guglia della Chiesa del Purgatorio”. Andò così distrutto anche l’archivio municipale, quello del real giudicato e il magnifico complesso francescano dei Minori Osservanti, in cui erano stati trucidati anche gli stessi frati, gelosi 32


custodi di una biblioteca medievale, i cui antichissimi testi andarono perduti per sempre nell’incendio. Fu inoltre incendiata e distrutta, nel rione inferiore, la Chiesa della Sanità e venne devastato anche l’annesso ricovero. Mentre Lauria ardeva, un centinaio di superstiti furono sgozzati nelle grotte perlustrate dal capitano Marthey poste nel borgo inferiore, in località Armo, dove avevano trovato rifugio donne e bambini. Il giorno nove, infine, giunsero i rinforzi (ma troppo tardi): non erano inglesi, bensì una massa di duemila miliziotti guidati dal colonnello Mandarini e dai maggiori Guariglia e Necco i quali, viste alzarsi alte colonne di fumo, assistettero passivi al martirio di Lauria dalle alture di Trecchina. Nel frattempo l’ampio piazzale posto avanti la cappella di S. Rocco fu destinato a luogo di raccolta delle vettovaglie saccheggiate: l’immenso bottino fu venduto per la somma di novantamila ducati ai mercanti che, come sciacalli, seguivano l’armata francese.

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Il saccheggio fu generale, “generale il pianto, la desolazione e il lutto” (scrive nella sua cronaca del 1846 Raffaele Lentini, il quale aveva vissuto in prima persona da ragazzo l’eccidio di quarant’anni prima). Nel contempo, di fronte, nell’attuale villa comunale si svolgevano le esequie dei caduti, tumulati sul posto (il luogo prese il nome di ''onda dei morti''). Massena riferì al suo re che “la città di Lauria, con settemila abitanti, si presenta ormai ridotta ad un mucchio di rovine, perché tutto è stato distrutto dalle fiamme”. I francesi, nelle loro fonti, contarono appena ventisei morti per la presa della città (venticinque soldati ed un ufficiale) : ma tali cifre - per quanto riguarda la parte assediante - paiono poco credibili e sono quasi certamente approssimate per difetto, perché - di contro – per la tradizione circa mille difensori caddero sotto il ferro nemico, nella terribile giornata di battaglia. Più di recente il prof. Virgilio Ilari porta a centododici il conteggio complessivo dei militari francesi morti (tra cui quattro ufficiali) e a settecentotrentanove quello di 34


parte lauriota e napoletano, per cui può ragionevolmente credere che il numero della tradizione (mille morti) sia quello complessivo dei cadaveri che furono seppelliti nella fossa comune. In conclusione di può dire che il sacco, l'incendio e il massacro compiuto dai francesi a Lauria suonò come un terribile monito per tutti gli insorti filoborbonici: anche per questo andò spegnendosi, man mano, quella resistenza che, a ben vedere, fu una delle prime insorgenze degli italiani contro gli eserciti stranieri.

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Cenni bibliografici Anonimo, In lode dell’Ill.mo e Rev.mo Monsignore Ludovico Lodovici, Eboli 1801 Archivio di Stato per la Basilicata, Sez. Atti di valore storico, Potenza Archivio di Stato per la Basilicata, Sez. Processi politici, Potenza Archivio di Stato per la Basilicata, Sez. Registri Regia Udienza di Basilicata, Potenza Archivio parrocchiale Chiesa Matrice di S. Nicola, Lauria (Pz) Archivio parrocchiale Chiesa Collegiata di S.Giacomo, Lauria (Pz) AA.VV., Dizionario delle battaglie, Milano 1966 Boccia Antonio, Lauria tra leggende e realtà, Lauria 1993 Boccia Antonio, A sud del Risorgimento, Lauria 1998 Boccia Antonio, Pietro Calà Ulloa Duca di Lauria, Lauria 2004 Boccia Antonio, Massacro a Lauria, Napoli 2006 Boccia Antonio (curatore), Ulloa Pietro, Delle presenti condizioni del reame delle Due Sicilie, Napoli 2014 Caldora Umberto, Fra patrioti e briganti, Napoli 1963 Colletta Pietro, Storia del Reame di Napoli, Firenze 1842 De Montigy Turpin M.Charles, Rapporto al Generale Pelet, Parigi 1852 Dundas Claude, Briganti nel 1806 ovvero una spedizione nelle Calabrie, Torino 1863 Gachot Michel, Histoire militare de Massena, Parigi 1830 Ilari Virgilio, Le Due Sicilie nelle guerre napoleoniche, vol I e II, Roma 2005 Lentini Raffaele, Cenno biografico del gran Servo di Dio don Domenico Lentini, Napoli1843 Lerra Antonio, L’albero e la croce, Napoli 2001 36


Lodovici Ludovico, “Memoria” , in Archivio Diocesano di Policastro,1804 Mangone Angelo, L’armata napoletana, Napoli 1967 Massèna Andrè, Memoires, Parigi 1848 Monnier Marc, Da Fra Diavolo a Borjes, Torino 1862 Mozzillo Atanasio, Cronache delle Calabrie in guerra (18061811), Napoli 1972 Pedio Tommaso, La Basilicata borbonica, Venosa 1986 Pedio Tommaso, Brigantaggio meridionale (1806-1863), Bari 1997 Rambaud Jacques, Joseph Bonaparte (1806-1808), Parigi 1911 Rapporto Pignatelli a Giuseppe Bonaparte, in A.d.S. , Napoli 1806 Reale Giuseppe, Domenico Lentini, Santo di paese, Reggio Calabria 1994 Relazione De Michelis al Principe Francesco di Borbone, in A.d.S. , Napoli (anno 1806) Relazione Doufeur al Generale Vernier, Parigi 1859 Relazione Ducomet a Giuseppe Bonaparte , in A.d.S., Napoli (anno 1806) Relazione Nisco al Re Ferdinando di Borbone, in A.d.S. Napoli (anno 1806) Relazione Reynier a Giuseppe Bonaparte, in A.d.S. Napoli (anno 1806) Rossi Giovambattista, Cenno biografico del sacerdote D. Domenico Lentini, Lauria 1889 Rossi Vito Pasquale, Uomini illustri di Lauria, voll. I e II, Moliterno 1984 Spagnuolo Antonio, Lauria , Napoli 1960 Tiers Pierre, Lettres a Mr.le General Pelet, Paris 1806 Ulloa Pietro, Storia della sollevazione delle Calabrie contro i francesi, Roma 1866 Viceconti Raffaele, Cronaca del Sacco di Lauria, Napoli, 1899

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Riproduzione dell'Almanacco Reale del 1806 Archivio di Stato di Napoli

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LAURIA 1806: IL VADEMECUM STORICO  

Il vademecum della battaglia di Lauria a cura di Antonio Boccia e Gennaro Cosentino pubblicato e diffuso in occasione del 210° anniversario,...

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