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ELENA CARLOMAGNO

la dote di Bettina


Capitolo I

La tela di Luigia

Le stanche membra di Luigia ricurve sull’imponente telaio di legno, muovendosi al ritmo di una danza antica, davano vita alla tela di ginestra, iore audace e selvaggio che, aggrappato alle rocce più impervie, tinge di giallo intenso i ianchi dei monti della Lucania nei giorni di primavera. Non si sa quando e dove il seme arrivò, forse volò nel cielo sulle ali di Zeiro oppure navigò nella stiva delle navi greche che, per conquistare il mondo, solcarono i mari senza paura, liberando o legando le vele con le corde, spartos, immuni all’incessante logorio dell’acqua marina e per ciò ricavate dalla lavorazione del fusto a cui lo stesso seme dava vita. Come in una danza lenta, il rito della lavorazione della ginestra per secoli si era ripetuto sempre identico a se stesso. La raccolta, fatta da uomini e donne, arrampicati sui monti come capre al pascolo, avveniva nelle mattine d’estate. A giorno avanzato, quando la calura esigeva il riposo, all’ombra di una grande quercia le donne già stanche, riducevano le frasche in fascine. Queste venivano riposte in ceste e trasportate sul dorso dei muli nei pressi di un’ansa del torrente, dove venivano bollite con la soda caustica e la cenere. Una volta cotte le fascine venivano macerate dalla corrente del rio per quindici giorni. Ma il tempo, il gorgogliar dell’acqua, i passi e le parole degli uomini non erano suficienti ad ammorbidir la ibra che riposta a riva e ricoperta di sabbia, veniva battuta al ritmo della tarantella, dove in un vortice di passi, di sudore, di amore e vita, ogni ilamento veniva strappato dal canupolo, così il primo continuava il suo viaggio verso il telaio, il secondo veniva usato per accendere il fuoco o per fornire l’imbottitura dei materassi usati sui giacigli più umili, afinché tutto si trasformasse in ricchezza, tutto tornasse ancora a dar vita e calore. Di nuovo nei giorni seguenti, le donne lavavano la ginestra per essiccarla all’ultimo sole d’estate. Poi quando la sera il tempo cambiato, costringeva gli uomini di nuovo nelle case, la ibra veniva cardata e inalmente ilata. Strumenti antichi e magici MILLEOTTOCENTOSEI

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governavano questo rito: la conocchia con cui le ibre venivano torte e rese sottili, e l’arcolaio che uniformava il diametro del ilo. Solo dopo molti mesi e molti gesti dunque, dalla pianta nasceva il tessuto, quel tessuto che Luigia aveva appeso al suo telaio. Ah se quel ilo avesse potuto raccontare i volti, le parole, i borbottii, le speranze gli amori i suoni ascoltati, se avesse potuto raccontare di quel sole che lo bruciava e di quell’acqua che lavando gli ridava vita... ma come qualunque altro essere, la ibra era lì a conservare dentro di sé, quell’insieme di piccoli momenti che l’aveva trasformata che l’aveva portata ad essere quello che era e, anche se imperscrutabile ad un occhio distratto, la sua storia era percettibile per chi, fermandosi, la prendesse tra le mani. Mentre Luigia tesseva, dunque, il sole intenso di quel pomeriggio di aprile del 1923 illuminava la stanza rendendo più sacrale il rito della tessitura. Luigia si fermò e portò le sue stanche mani al volto e, senza che nessuno potesse sentirla, cominciò a piangere. Le lacrime, senza freno, scendevano dai suoi occhi, le bagnavano il viso e le mani, il cuore le batteva forte, la testa scoppiava e, per quanto pensasse, non riusciva a sopprimere il forte senso di angoscia che provava Quel venerdì era il giorno in cui il suo piccolo Tanino compiva un anno e la balia a cui lo aveva afidato, era scesa in paese per farglielo vedere: poche ore erano stati insieme e presto era venuto il momento di andare via. L’età non più tenera e il clima di paura e stenti in cui dalla ine della Grande Guerra si viveva, avevano reso arido il suo seno e, a malincuore, era stata costretta a mandare Tanino di pochi giorni a balia. La donna che si chiamava Tommasa e che viveva ai piedi della Serra Rotonda, aveva da poco partorito una bambina e aveva latte a volontà. Sebbene la sua casa fosse piena di altri 4 igli: Giacomo, Bettina, Francesco e Giuseppe, Luigia viveva la separazione da quel piccolo bambino come se fosse una colpa. Una donna il cui seno è sterile, vive anche oggi il suo stato come l’ingiustizia di una maternità monca, incapace della completa donazione e tale sentimento all’epoca era ingigantito dalla necessità di separarsi dal proprio iglio. La sensazione veniva ampliicata dall’avversità che gli altri suoi igli avevano per quel bimbo che viveva in campagna, allattato da una contadina, avversità che veniva manifestata con ogni sorta di dispetti e di canzonature. Aveva appena smesso di rimproverare Giuseppe per come si era comportato con mamma Tommasa e Tanino e, per la rabbia e il dispiacere, non riusciva più a lavorare. 11

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Ma questo era solo l’antipasto dei danni che quel giorno di aprile le stava arrecando. Era assorta nei suoi pensieri quando alla porta bussò Donato, il vicino di casa: « Comare Lugia, aprimi per favore è successa una disgrazia». Luigia corse per le scale e aprì la porta con il cuore che le batteva. Donato entrò e accertatosi che non fosse seguito, chiuse il portone : «Quei fetenti dei fascisti hanno assalito il postale di ritorno da Potenza», « oh Gesù» interloquì Luigia «Comare, » riprese l’uomo gesticolando « hanno picchiato Nicola!; Don Giovanni mi ha detto che gli hanno dato una manganellata in testa, comunque è vivo lo stanno portando a casa». Nicola, marito di Luigia era uno dei migliori artigiani del paese: aveva lavorato a lungo come scalpellino, avendo un ruolo di primo piano nei lavori di canalizzazione del Torrente Carbonaro, rovinoso rio che, insinuandosi tra le case del paese, precipitava un tempo a valle dell’abitato dopo essersi riunito con il Torrente Caffaro. I complessi lavori che avevano interessato il risanamento dell’abitato di Lauria superiore erano stati necessari per porre ine ai continui franamenti che l’azione erosiva delle piene dei due torrenti aveva provocato nel corso dei secoli. La frana più imponente era avvenuta nel 18201 quando era crollato il margine sud orientale della rupe del Lanzo, erosa al piede dalle acque dei torrenti. Nonna Peppa, la nonna di Nicola, nel corso della sua vita, aveva narrato più volte quello che era accaduto in quei giorni che sconvolsero il paese. Il franamento avvenne lentamente così che tra i primi scricchiolii e la catastrofe, che avvenne dopo tre giorni dall’istante iniziale, i cittadini ebbero il tempo di andar via con le loro masserizie. In totale crollarono 160 case, in una delle quali nonna Peppa ricordava che, prima dell’evento franoso, era in corso una veglia funebre: i parenti affranti lasciarono il morto in casa. Questi fu sepolto insieme alle macerie del paese, portandosi via con sè, anche la casa in cui viveva, come bara. La frana, con il suo suono funesto che si diffuse nella vallata, ampliicandosi, sconvolse i cittadini di Lauria tanto che, come si narra, il Santo Sacerdote Domenico Lentini2, portando il Patrono, San Nicola, in processione, si fermò davanti al baratro che si apriva nel cuore del paese, invocando il protettore con queste parole: Nicola salva Lauria! Nel 1903 iniziarono i lavori nell’abitato, imponenti e ciclopici per l’epoca: si trattò 1 - Le Frane di Lauria - di Giovanni Battista Bruno - Ed.Camilla e Bertolero- Torino - anno 1891- pag.30. 2 - Ci si riferisce al Beato Domenico Lentini nato a Lauria il 20 novembre 1770 da Macario e Rosalia Vitarella, morto il 25 febbraio 1828 in odore di Santità. Nel 1935 papa Pio XI lo dichiarò venerabile. Il 12 ottobre 1997, in piazza San Pietro a Roma, Domenico Lentini fu beatiicato da papa Giovanni Paolo II.

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di canalizzare i torrenti che lo attraversavano, terrazzare il dirupo creato dalla frana, piantare alberi e rinforzare la copertura vegetale così da ridurre gli effetti nefasti delle piogge. Molti cittadini presero parte a tali lavori, tra questi Nicola che, come detto, operò con diligenza. Il lavoro svolto gli era valso l’impiego come assistente contrario per il Genio Civile di Potenza. Quando, dunque, Nicola arrivò a casa, accompagnato da Don Giovanni, il parroco del paese, era semicosciente, Luigia si disperò e quella disperazione però ben presto accrebbe la sua rabbia. Già, la sua rabbia, ma non solo contro le violenze dei fascisti, anche contro suo marito, contro quell’uomo che sprezzante del pericolo aveva voluto prendere la tessera della Cooperativa di Consumo Lauria Unitaa3 Nicola, infatti, andando a Potenza aveva incontrato il suo compaesano Giuseppe Maria Masellaa4 che pare lo avesse fatto avvicinare alle idee socialiste, ed era così convinto, che non erano bastate le continue minacce degli squadristi, a farlo desistere. Nicola come Masella e come l’altro politico lucano, Francesco Saverio Nitti, aveva continuato a sottovalutare il potere dei fascisti, infatti ad ogni disappunto della moglie per la sua fede politica, ripeteva «Lasciali stare, abbaiano abbaiano ma non mozzicano. Sono una minuzzagliaa5 incapace di dare fastidio». Invece quelle cattive persone il fastidio lo avevano dato: Nicola tornò con la testa fasciata e i postumi dell’accaduto rimasero visibili per decenni, non solo sul suo corpo ma nell’anima e nella vita sua e dei suoi familiari. Qualche settimana dopo l’accaduto, inesorabile, venne il licenziamento. Nicola era una persona su cui lo Stato non poteva più contare: era un sobillatore e una camicia nera, ben più idata di lui aveva preso il suo posto. Del resto, ormai da quasi un anno, la violenza squadrista veniva deinita morale e necessaria. Ora come diceva Antonietta la moglie di Donato « Nicola era rimasto senza tessera, senza lavoro e con la testa spaccata, insomma: cu ‘u culo rotto e senza cerase!» proprio 3 - Nel 1922 a Lauria esistevano due Cooperative di Consumo La C.C. Lauria Unita e L’Ente autonomo di Consumo Le cooperative di consumo, attuando un’eficace politica calmieratrice, si rivelano un valido strumento per l’approvvigionamento e la difesa dei consumatori contro i fenomeni di intermediazione e di speculazione. 4 - Giuseppe Maria Masella ((Lauria 1888-Potenza 1988) attivo sostenitore della Cooperazione come strumento per uscire dalla crisi post bellica , fondatore de “Il Popolo Lucano”, giornale di propaganda socialista nato nel 1911 5 - Il fascismo, nel biennio 1920-21 (cioè nel periodo di massima espansione del movimento cooperativo), viene sottovalutato da parecchi esponenti politici e dallo stesso Masella che lo deinisce una “sparuta minuzzaglia”, incapace di dare fastidio.

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come chi sprezzante del pericolo, per cogliere i frutti più saporiti, si sporge su una scala, cadendo rovinosamente al suolo e restando dolorante e con la pancia vuota . Don Giovanni, quando il ferito cominciò a riprendersi, decise di andare a far visita alla famiglia. Era un assolato pomeriggio di ine aprile quando giunse nella casa di Luigia. Appreso che Nicola stava riposando, volle sedersi vicino al suo capezzale. L’uomo,infatti, ancora non si era perfettamente rimesso e passava molto del suo tempo con gli occhi chiusi a cercare di liberarsi da quel dolore che gli straziava l’anima. Don Giovanni vistolo addormentato, aspettò che si risvegliasse pregando. Non appena Nicola aprì gli occhi, il sacerdote, dopo averglieli scrutati, quasi a saggiare il suo effettivo stato di coscienza, cominciò un discorso che rimase impresso negli anni nel cuore di Luigia: «Nico’, come stai? Ti sei ripreso? Mo che stai meglio una cosa te la devo dire però… possibile mai che non hai capito che bisognava essere prudenti o anche tu, come Nitti, pensi che il fascismo sia un movimento privo di conseguenze, che la storia riassorbirà come un foruncolo di cui bisogna sentire il fastidio solo per qualche giorno?» Luigia non aspettava che questo spunto per poter rimproverare il marito «Don Giovà diteglielo pure voi che non doveva fare quello che ha fatto, doveva essere prudente, questi non scherzano, questi vogliono comandare e guai a chi si mette contro...ma lui no! Lui non poteva stare zitto e fermo, lui aveva l’ideale, e mo pigliati l’ideale che a noi resta la fame... ma dico io, signori miei, non lo potevi pensare che avevi quattro igli di cui uno a balia e una femmina da maritare! Prima di correr dietro alle idee dovevi pensare a quelli che erano i tuoi doveri di marito e di padre». «Ma che donna sei? non vedi che mi hanno spaccato la testa abbi pietà vai via...Don Giovanni diteglielo che non ho colpe» Disse Nicola con un ilo di voce. «Orsù Luigia non essere cattiva,- riprese il sacerdote- lui ha avuto solo degli amici che lo hanno mal consigliato, facendolo andare contro la volontà di Dio con quelle insane idee del socialismo. Vero è, comunque, che quelli che lo hanno bastonato non sono migliori di quei suoi amici sognatori, dal momento che Mussolini si è formato sugli stessi ideali. Ma che vuoi, cara Luigia, bisogna aver pazienza, comprendere, perdonare e pregare afinché Nicola capisca il suo errore e riprenda ad essere quell’uomo timorato di Dio che tu hai conosciuto». «Allora occorre pregare che questo bitorzolo che gli hanno fatto lo induca a ragionare... anche se il problema di chi lo farà lavorare ora con la nomea che si è fatto resta» replico’ Luigia . MILLEOTTOCENTOSEI

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« Per questo non ti preoccupare, vi aiuterò. Però tu Nicola mi devi promettere di essere un uomo sensato, lo vedi quello che succede nel mondo, solo disordine e distruzione ed è inutile resistere o pensare di minimizzare gli eventi. Te lo ricordi quando meno di otto mesi fa, prima nella piazza rivolto ai cafoni, poi nel teatro ai signori nei palchi ornati di rosso, il nostro Nitti asserì che il fascismo si sarebbe dileguato come neve al sole, che sarebbe stato inglobato nel nuovo governo, così i Fasci si sarebbero chiusi e i violenti eliminatii6 In meno di una settimana è stato smentitoo7 la Marcia su Roma è stata la prova che nessun dialogo sarà più possibile, te lo ricordi Mussolinii8 Ha detto che del parlamento ci poteva, se voleva, fare un bivacco per i suoi manipoli. Francesco Saverio con la coda tra le gambe è fuiuto a Maratea e mo’! Aspetta nu’ poco e vidi che fuiràà9n’ata vota, e tu? Addove fui? Per te e per i tuoi igli resta solo la fame, ah Nicola mio ...purtroppo Mala tempora currunt». Il prete dopo aver rassicurato Luigia e i ragazzi lasciò quell’umile dimora che era appena suonata l’Ave Maria .

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6 - Nell’estate del 1922 Mussolini invitò Nitti ad un’alleanza, con l’intento di formare una coalizione che comprendesse popolari, fascisti, socialisti e chiedendo un posto nel ministero. Nitti (interessato anche nel mettere fuori gioco il suo eterno rivale Giolitti) accettò a due condizioni: niente ministeri politici e militari, scioglimento dei Fasci. Mussolini, concorde, si mostrò interessato solo ad un posto come ministro del lavoro. 7 - Secondo quanto asserito da G. Amendola in “Una Scelta di Vita”Ed.Rizzoli, pag. 63, Il discorso di Lauria auspicava una presenza fascista nel governo per paciicare il Paese e normalizzare la situazione. 8 - Il 16 novembre 1922, Mussolini, neopresidente del consiglio, pronunciò alla camera dei deputati il suo primo discorso, il cosiddetto discorso del bivacco Mentre esponenti politici come Giolitti, Orlando, De Gasperi, Facta e Salandra diedero la iducia a Mussolini, Nitti si riiutò di riconoscere la legittimità del governo fascista ed abbandonò l’aula per protesta. Gianfranco Bianchi, “Da Piazza San Sepolcro a Piazzale Loreto, Vita e Pensiero”, Roma, 1978, p.264 9 - Nitti abbandonerà Maratea il 17 novembre 1923, alla volta di Roma, ma il suo arrivo fu poco gradito al capo del governo, che diede disposizioni per “rendere impossibile la permanenza dell’on. Nitti nella capitale”. Era stata così attivata una squadra di camicie nere che la sera del 29 novembre assalì la sua abitazione, devastandola e saccheggiandola. Dopo l’aggressione, decise di lasciare subito l’Italia, e il 4 giugno 1924, dopo una lunga attesa per il rilascio dei passaporti, partì per Zurigo con tutta la famiglia.

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Capitolo II

Il giaciglio di “cuppi”

Quelli che seguirono furono anni dificili non solo per la famiglia di Nicola ma per la Patria intera, furono quelli durante i quali l’Italia prese la strada inesorabile che la condusse nel baratro del fascismo. Ma Tanino cresceva nella sua campagna, felice e lontano dai drammi dell’Italia e della sua famiglia. Era lì tra le montagne tinte di verde, lì correva e con il naso all’insù guardava con lo stesso amore il volo degli uccelli che solcavano il cielo azzurro o le noccole pernoccole che all’imbrunire, spaventavano tanto la sua sorellina di latte. Quell’amore ingenuo e genuino per la terra rimase il tratto fondante della sua esistenza. Tanino era felice di tutto, lo era di quel giaciglio di foglie secche di pannocchie di granturco “cuppi” su cui si rotolava, ridendo del rumore che faceva, lo era delle storie che nonno Sceppo raccontava intorno al fuoco, in cui la sua mente si perdeva, seguendo le gesta dei briganti e le “pignate” ricolme di monete di oro zecchino. Ma soprattutto era felice delle ilastrocche che mamma Tommasa gli raccontava per addormentarlo. Quando a quattro anni compiuti, nel 1926, mamma Tommasa gli disse che doveva andare dalla sua vera mamma, Tanino cominciò a piangere senza sosta: come avrebbe fatto lui senza la sua Bianchina, la sua pecora fedele, e Barone il cane che solo da poco aveva superato in altezza e quindi poteva comandare? Pianse per due giorni e due notti, ma non c’era niente da fare, mamma Tommasa gli aveva detto, piangendo anche lei, che mamma Luigia la domenica successiva sarebbe venuta a prenderlo. Il venerdì che precedette quella data, Tanino pensò che l’unica cosa da fare era non farsi trovare. Quando tutti dormivano, quindi, prese una campanaccio di quelli che le mucche portano al collo, una copertina, un piccolo cuscino riempito di “cuppi” di granturco e, accompagnato dal cane, a cui come se fosse un asino aveva appeso un cesto dentro il quale portava il suo umile bagaglio, si diresse verso la cava di pietra, che era lungo la strada che portava in paese. MILLEOTTOCENTOSEI

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Là era una piccola grotta, Tanino con il cane vi entrò, sistemò il cuscino e il resto. Non aveva paura, perché, nonostante la notte, la sua amica luna rischiarava il cielo facendogli compagnia. L’indomani mamma Tommasa era disperata, non sapeva come fare; Tanino era scomparso insieme al cane, doveva assolutamente avvisare in paese. Chiamò sua iglia maggiore e le ordinò di andare in paese da Luigia. La ragazza, accompagnata da una sua amica, prese la strada per il paese. Tanino dalla sua postazione dominava la vallata e la strada, così, quando scorse le due fanciulle avvicinarsi, cominciò a fare rumore con il campanaccio, dondolandosi sul cuscino e emettendo degli strani urli, così diede l’impressione alle due ragazze che nella grotta ci fosse un fantasma. Queste andarono via a gambe levate e lo stesso fecero delle donne che si recavano dal paese alla montagna per la festa che si celebrava il giorno dopo. Le ragazze giunsero spaventate a casa e raccontarono la disavventura a mamma Tommasa. Questa, che aveva mangiato la foglia, risoluta andò sul luogo dell’anfratto e chiamò il cane. L’animale riconoscendo la padrona corse fuori a far festa e Tanino fu scoperto e la iglia di Tommasa insieme alla sua amica ripresero il cammino verso il paese. Luigia informata dalle ragazze di quanto aveva combinato Tanino, corse immediatamente a casa di Tommasa, giungendovi a sera inoltrata. Le sculacciate che Tanino prese restarono impresse per anni nella sua mente. L’indomani giunsero a casa di mamma Tommasa anche Nicola e i suoi igli. Quel giorno era il 2 di maggio e come ogni anno, sulla vetta della Serra Rotonda, si celebrava la festa della Croce. Tanino era felice e, durante la processione, prese a pieni polmoni l’aria di quella bella giornata di primavera. Il padre lo guardava e a un tratto gli chiese se sapesse il perché di quella festa :«Si papa’», rispose Tanino, «mamma Tommasa mi ha raccontato dei tre pastorelli che sulla vetta della Serra Rotonda videro un angelo con la Croce che disse:”se i laurioti fanno i cattivi, prenderò questa montagna e la porterò a valle a Castrocucco, cosicché il iume sbarrato allagherà il paese...e moriranno tutti, buoni e cattivi”». «Bravo Tanino, la sai bene» rispose Nicola «hai visto papà come sono bravo, ma spiegami che merito ho ad essere bravo se gli angeli mi annegheranno insieme a quelli cattivi?» Nicola sorrise alla domanda del bambino, anche lui non sapeva perché adda sempe pagà ù justo p’u peccatore, ma tentò una risposta: «Vedi Tanino, queste 17

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rose che spuntano e tingono le valli in questi giorni, vedi come sono belle? La loro vita è di un giorno solo e non serbano rancore per un mondo e per le leggi divine che le condannano a una vita breve... Loro sono quelle che sono, indipendentemente da Dio, dal caso e dalla fortuna che le mantiene in vita solo una giornata. Li vedi quei fagiani che stanno per prendere il volo? sanno che lì in fondo, perse dietro ai cespugli, ci sono le canne dei fucili dei cacciatori... eppure niente e nessuno potrà impedirgli di volare... non si è buoni o cattivi in base a ciò che decide un altro uomo, lo Stato o Dio, si è buoni o cattivi secondo quello che dice la nostra coscienza, il nostro cuore, la nostra ragione, le idee che decidiamo di avere, la nostra natura e la nostra volontà. Nessuno potrà impedirti di essere quello che sei, nessuno potrà impedirti di volare, di amare questi monti, di voler bene a mamma Tommasa e di ritornare qui quando crescerai se lo vuoi veramente, ricordatelo sempre Tanino mio». Luigia che li seguiva aveva sentito il discorso tra il marito ed il igliolo e non aveva proprio potuto fare a meno di esclamare a voce bassa «Nessuno tranne i fascisti!». Quella fu però l’unica nota stonata in una giornata che avrebbero ricordato piacevolmente per molto tempo. Dopo la messa celebrata nella piccola cappella sopra la vetta della montagna, si fermarono a casa di Tommasa a pranzare e a riposarsi per tornare in paese l’indomani insieme al piccolo Tanino oramai pronto e rassegnato.

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Capitolo III

La dote

Sin da quando il buon Dio sofiò nella creta informe l’alito di vita del primo essere vivente, il cuore dell’uomo non ha smesso mai di battere e di cercare disperatamente il riverbero delle luci dell’alba anche dentro l’imbrunire. Così accadde anche in quel tempo: quanto più tutto, irrefrenabilmente, tendeva verso l’oscurità e verso la disperazione, quanto più gli occhi di Luigia si riempivano di pianto, tanto più nell’animo dei suoi ragazzi e in particolare nell’animo di Bettina, la sua unica iglia femmina, cresceva l’amore per la vita e la speranza per il futuro. La sua giovane vita sembrava non accorgersi di quanto le ruotava intorno e così lei si perse nel suo unico grande amore, Giulio, annullando il suo essere, quasi così come accade ad ognuno di noi, quando, nelle giornate più calde, il sole, sfuocando i contorni delle cose, ci fa sentire parte informe di un unico paesaggio di luce in cui siamo immersi. Era un giorno di agosto quando Bettina e il papà, dopo aver accompagnato il resto della famiglia da mamma Tommasa, si recarono con Rocco, alla festa della mietitura. Questi, contadino dalla faccia bruna e dalle braccia possenti, foggiate dal lavoro della mietitura, era buono e dolce come la sua sposa Tommasa, di quella bontà sincera che risplende negli occhi, spalancati sulle valli amene di un animo sereno, che chi lo incontrava poteva ammirare. Solenne prese posto alla guida del suo carro tirato dai buoi per portare, accompagnato da Bettina e Nicola, le spighe a Castelsaraceno paese posto sulle pendici del Monte Alpi, monte solenne che domina le campagne di Lauria. Lì doveva partecipare ad un antico rito le cui origini probabilmente erano da ricercarsi in culti pagani provenienti dalle remote sponde del Mediterraneo, con quella commistione di sacralità e magia che la Chiesa cattolica per millenni non è riuscita mai a distruggere, anzi in un continuo processo di adattamento e di assimilazione li ha inglobati non potendoli reprimere. La festa della mietitura a Castelsaraceno avveniva in genere nel mese di agosto, quando lì, a causa dell’altitudine, in tal periodo giungeva a maturazione il grano. 19

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Si trattava di un singolarissimo rito, che iniziava con una processione in testa alla quale stavano degli zampognari, cui seguivano delle ragazze tra le più belle del paese, che portavano sul capo fasci di spighe di grano, cosiddette gregne, offerte dagli agricoltori anche dei paesi vicini. La processione, durante la quale venivano intonati canti propiziatori, aveva termine nella piazza di Sant’Antonio, uno spiano a margine del paese, fatto allora di terra e ciottoli, dove si sistemavano i fasci in un grosso e spettacolare covone, il quale, si narra, che per “miracolo” aumentasse il suo volume di tre volte, una volta ultimato. Questo maestoso covone veniva decorato con iori e ghirlande e posto al centro della piazza, poi iniziava il gioco mimico della mietitura: dei falciatori si avvicinavano e tagliavano scenicamente il grano. Presi a scherzo alcuni visitatori della gregna, di solito forestieri, scelti come vittime, erano testualmente minacciati, sacriicati, uccisi simbolicamente con le falci e presi a calci. Quel giorno toccò a Giulio, ragazzo forestiero, venuto da Lauria, essere minacciato. I iguranti cominciarono a girargli intorno e con la punta delle falci gli levarono il cappello e spuntarono i bottoni della sua camicia. Bettina lo guardava compiaciuta e rideva e fremeva ad ogni gesto del suo giovane compaesano che ino a quel giorno conosceva solo di vista. Vedendo poi Bettina, i iguranti lasciato Giulio si diressero verso di lei: una fanciulla le pose in testa un covone e la invitò a ballare, in un lampo intorno a lei cominciarono a girare le falci dei mietitori danzanti che facendo dei movimenti circolari in aria, le passavano la falce intorno alla testa, gli occhi, le gambe ed il corpo in una sorta di mimesi sacriicale, al ritmo della tarantella. Quando la musica inì Bettina era sinita, ma nonostante ciò, con la coda degli occhi, cercò Giulio e sorpresa vide che era lì, che rideva e parlava con suo padre. Finite le danze tutti si diressero in piazza dove le donne del paese avevano preparato un lungo tavolo ricco di formaggio, biscotti e vino. Dopo aver mangiato e bevuto, Nicola invitò Giulio a tornare a Lauria insieme con loro sul carro di Rocco. Da quel giorno Giulio cominciò a frequentare Bettina e la sua casa con assiduità, inché una sera portò i suoi genitori che insieme a Luigia e Nicola stabilirono i termini del matrimonio, che doveva venire non prima di tre anni, e la dote che spettava alla fanciulla. Luigia garantì la dote con un deposito alla Banca di Lauria di quindicimila lire. Erano MILLEOTTOCENTOSEI

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i soldi che suo padre le aveva dato e che ora lei dava alla sua ragazza. Così tra sacriici e privazioni, Nicola e Luigia tirarono avanti ino alla primavera del 1929, con la gioia però di poter garantire a Bettina una dote invidiabile; ma inaspettatamente, una nuova sciagura si abbatté sulla loro casa. Ad aprile di quell’anno cominciarono a circolare in paese voci contrastanti circa la solidità inanziaria del locale istituto di credito dove Luigia aveva depositato i suoi risparmi. L’istituto in questione, nato nell’ormai lontano 1885 come una “società cooperativa di credito sotto le norme della società anonima”, come altre esperienze creditizie dell’epoca improntava il suo operare ai valori di equità sociale e di promozione popolari, che si concretizzavano nell’idea mutualistica di distribuire il credito a tutti per diffondere l’impresa così da elevare socialmente ed economicamente le classi più umili liberandole dall’usura, e consentire lo sviluppo del tessuto economico locale. Per anni l’istituto fu il riferimento dei protagonisti dell’economia locale, ma qualcosa andò, evidentemente, storto. Luigia aveva appreso, secondo quanto avevano riferito Donato e Antonietta, informati a loro volta da Cenzino, l’usciere della banca medesima, che «il 17 marzo,manco a farlo apposta, era avvenuta una disgrazia». La disgrazia a cui Cenzino faceva riferimento era un’ispezione dell’Istituto di vigilanza, l’ennesima, ingenerata secondo molti dalla politica creditizia della banca, sovente disinvolta, soprattutto a favore di alcuni paesani a cui venivano elargiti crediti a iosa..10Altri, invece sussurravano che quanto si andava consumando fosse una macchinazione dei fascisti per reprimere la positiva esperienza della banca di credito cooperativo. Era un venerdì, quando Luigia fu informata di ciò e tornata a casa china sul telaio cominciò a disperarsi. Nonostante il licenziamento di Nicola, la fame in quei sei anni non c’era stata, questo grazie all’incessante lavoro di Luigia, alla sua capacità di economizzare che le avevano consentito negli anni precedenti di depositare sulla Banca di Lauria ulteriori piccole somme di danaro, con quei risparmi avevano tirato avanti, ma ora, se le voci ascoltate erano vere, cosa sarebbe accaduto? Ma per quanto cercasse, non riusciva a dare risposta alle sue domande. Quella che stava accadendo era l’apoteosi di un susseguirsi continuo di eventi sfavorevoli di cui la sua famiglia era stata protagonista negli ultimi sei anni, e cioè da quel lontano 6 aprile del 1923, quando Nicola tornò a casa con il capo fracassato 10 - Il Fallimento della Banca Popolare di Lauria (1929) di Donatella Rinelli

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dalla furia fascista. Persa nei suoi pensieri, Luigia fu scossa dai passi del marito prossimo all’uscio. Prese un fazzoletto dalla tasca del grembiule ed asciugò in fretta il suo viso ancora non spento dalle fatiche. «Nico’ che si dice?», disse Luigia preoccupata appena Nicola varcò la soglia di casa «Nulla per ora, sono solo voci, chiacchiere delle comari». Nicola si avvicinò alla inestra, si sedette e dalle tasche della giacca estrasse la pipa di terracotta e il sacchetto di tabacco, poi la caricò e l’accese, assaporando ino in fondo le boccate di fumo.

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Capitolo IV

La Divina Pastora

Dominava l’abitato di Lauria una rupe in cima alla quale vi era una cappella dedicata alla Divina Pastora ove, ogni seconda domenica di Pasqua, veniva celebrata una messa solenne a cui il popolo partecipava con fede e zelo. La devozione a Maria, madre del Buon Pastore, ebbe origine in Spagna a Siviglia nel 1703 ad opera dei padri cappuccini spagnoli, a cui fu concesso nel 1795 dal Papa Pio VI, di poterne celebrare il culto ogni anno, nella seconda domenica di Pasqua. La vicinanza, non solo politica, tra il regno delle due Sicilie e la Spagna, rese possibile la diffusione del culto anche a Lauria. Così in molti quella domenica di aprile del 1929, si incamminarono lungo la stradina che si inerpicava sulla vetta del colle, verso la cappella, che dominava la vallata ed era visibile dai paesi vicini. Tra i pellegrini era anche Luigia accompagnata da sua MILLEOTTOCENTOSEI

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iglia Bettina. La ragazza, giunta presso la cappella, si fermò ad osservare la bella maiolica posta, 65 anni prima dall’allora curato, Don Domenico Calcagno, sulla facciata che dava a ponente, quasi a proteggere con lo sguardo le contrade amene e le case sparse che come stelle del irmamento nelle notti serene, si distribuivano in maniera uniforme lungo le sponde del Fiume Noce, che dal Monte Sirino si dirige verso il mare, perdendosi tra le pieghe dei monti di Trecchina. Bettina osservò la Madonna che come nella visione di Isidoro da Siviglia, monaco spagnolo che ne aveva introdotto il culto, portava un cappello pastorale a larghe falde e in braccio aveva un agnello. Fermandosi di fronte all’icona rivolse una preghiera alla madre celeste afinché ella non fosse quell’agnello sacriicale che espia colpe non commesse: «Cosa ho fatto io per meritarmi questo? Madonnina mia? Ho ormai 20 anni e sono promessa a Giulio, cosa succederà se i miei perderanno tutti i soldi raccolti negli anni per preparare la mia dote? Madonnina, sono disperata aiutami tu!» Diceva tra sè Bettina, pensando di non essere ascoltata. Sforzo inutile, purtroppo, perché i suoi occhi lucidi, il suo sguardo pallido, in maniera inequivocabile, meglio del più abile banditore, diffondevano tra gli sguardi indiscreti dei suoi paesani, la tragedia che la fanciulla stava vivendo. Entrò in chiesa portando nelle mani quei iori selvaggi raccolti lungo il percorso, che come il suo volto, portavano i segni di una primavera strappata a un inverno duro ad andar via. Luigia aveva già preso posto e quindi Bettina si diresse verso la mamma. Per disgrazia delle due donne alla funzione partecipavano anche due comari tra le più pettegole del paese: Antonietta, la moglie di Donato di cui abbiamo già parlato e Lena la sorella di Cenzino l’usciere della Banca di Lauria. Per quanto fosse grassa e pingue la prima, per tanto era scavata ed esile la seconda. Appena Bettina entrò nella cappella, le due comari si scambiarono un rapido sguardo quasi a confermarsi quanto nel tragitto si erano narrate e che lo stato di Luigia e di Bettina, i loro sguardi e il loro colorito, confermavano più che una confessione autografa. Lena, infatti, durante la processione aveva narrato all’amica, la conversazione avuta il giorno precedente con Donna Ida. Lena, da qualche tempo, per impiegare meglio il pomeriggio al primo sole tiepido di aprile, era solita sedersi sulle scale della casa di Donna Celeste, chiamata da tutti Tina. 23

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Questa non era molto lontana dalla casa di Luigia, ed era posta lungo l’alveo del torrente Carbonaro, che scendendo proprio dalla rupe della Divina Pastora si insinuava un tempo, libero tra le case. I lavori di boniica di cui si è detto, avevano costretto il torrente in un canale sotterraneo. Di quel tempo restavano a imperitura memoria, gli archi rampanti di accesso alle case, sotto quali una volta rumoreggiavano le piene turbinose o scorreva il rivo nei periodi di secca, diretto verso l’opiicio di Don Agostino, mentre ora portavano solo il peso delle scale dove la donna si era seduta. Frequentava la casa di Donna Tina, Donna Ida maestra di scuola di Tanino, il piccolo fratello di Bettina. Domma Ida, a volte, si fermava a parlare con Lena dei fatti che avvenivano in paese. Così discorrevano, del più e del meno e l’argomento di quel giorno di primavera del 1929 fu proprio la situazione della banca di Lauria. Donna Ida raccontava di come qualche impiegato, suo conoscente, conducesse una vita sregolata, sopra le sue possibilità: viaggi, gite a Napoli, festini e vestiti nuovi e dove prendeva i soldi per far ciò se non dalle casse della Banca? Tutto questo sarebbe prima o poi inito, affermava la donna, anche perché, come diceva anche Lena, erano in corso dei controlli. Il problema era di coloro che avevano depositato i propri risparmi e chissà se li avrebbero più rivisti! A questo punto del discorso Donna Ida abbassò lo sguardo e con tono grave cominciò a dire: «Mi dispiace tanto per due persone che conosco e che sono Menica che si spacca la schiena per pulire il palazzo dei Carabinieri e Luigia, la mamma di Tanino, che vive solo di quei risparmi da quando successe il fatto del marito nel 1923, rammenti? Sono in condizioni di indigenza pensa che ieri il piccolo Tanino si è sentito male e l’ho accompagnato in bagno io stessa...e mi sono accorta delle condizioni misere in cui era la sua biancheria...mi si è stretto il cuore..» «eh, comare Luigia vive un periodo terribile, sembra che i guai come le cerase si seguano gli uni agli altri... pensate che con tanti sacriici a febbraio avevano comprato il maiale e quando lo squartarono videro che il porco era sicco sicco. Nemmeno un dito di lardo c’aveva... pensate che disgrazia... fu un lutto per Luigia... ma ora? La vedo sempre più stretta nello scialle nero, sempre più piccola e minuta...la logora il pensiero della iglia: come la mariterà senza soldi?» aveva asserito Lena. Il discorso e il relativo racconto era durato a lungo avvolgendosi tra commiserazione e curiosità ino a che, per lavarsi la coscienza e soprattutto per esorcizzare tutte quelle disgrazie si dissero che«non c’è povertà senza MILLEOTTOCENTOSEI

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difetto». E il difetto era quello di Nicola che aveva avuto l’ardire di schierarsi con i socialisti, ed ora era quasi giusto quello che era avvenuto: perché non si era fatto i fatti suoi? Si chiedevano le due donne. Questo racconto occupò il pensiero di Antonietta e Lena anche durante la funzione e quando questa terminò, sempre discutendo dell’accaduto, si affrettarono all’uscita per scendere insieme verso il paese prima che le cogliesse il buio.

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Capitolo V

Crediti e creditori

La domenica successiva Antonietta e Lena si presentarono all’uscio della casa di Luigia con l’animo volto a raccontare alla comare, trepidante per le sorti dei suoi risparmi, quanto, come vento leggero, si insinuava nei vicoli e nelle case del paese. Entrarono nella cucina di Luigia e si sedettero accanto al focolare « Beh dunque, comare mia, è venuto un mondo che non se ne può e non se ne può», esordì Lena, dopo aver salutato Luigia ed essersi accomodata. «E’ diventato un mondo che non si poteva nemmeno immaginare, ve lo credevate che succedeva quello che è successo alla banca, già da un anno erano stati avvisati per quegli avalli facili fatti ai Giordanoo11 e mo’?. » smise di parlare si guardò intorno e presa la sedia con due mani la spostò, così da avvicinarsi alle due interlocutrici e abbassato il tono della voce continuò 11 - La Ditta Giordano, importante impresa edile locale, come riportato da Donatella Rinelli nel suo saggio dedicato al fallimento della Banca Popolare di Lauria, risulterà esposta con la banca per circa 833.952,21 lire. Il fallimento della ditta Giordano sarà una delle cause scatenanti il fallimento dell’istituto di credito.

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«Cenzino pare che abbia ascoltato l’ispettore lamentarsi con il Direttore del fatto che le irregolarità trovate fossero, come si dice, di grande importanza....ah, ecco come ha detto: non sono solo formali ma sostanziali!!!!»«Oh Madonna mia» esclamò Antonietta, «se lo dovevano aspettare però...ve lo ricordate quando comprarono quella casa, quella di Don Vito?»«Ah si,» rispose con tono ironico Lena «Don Vito aveva un debito enorme che non riusciva a pagare e allora si presero la casa e volendo apparare il tutto... ne aumentarono il valore..» «e certo.. » riprese Antonietta «era un nuovo dono, un’elargizione imputabile solo al buon cuore di direttore, cassiere e impiegati che spandevano e spendevano in quantità, elargendo prestiti anche a chi non aveva garanzie. Pensate solo che il cassiere teneva i depositi sparsi in cassetti che conosceva solo lui...ci hanno messo tre giorni per trovare tutto...forse perché doveva favorire gli amici! Pensate che di 800.000 lire di prestiti erogati dalla Banca,, pare che 300.000 Lire erano tutte a favore di un amico del cassiere !». «Fossero solo i prestiti!!! Comari mie.. » riprese Lena «ad ogni riunione mangiavano e bevevano in quantità come porci....pensate voi che a Pasquaa12 quando già era venuta l’ispezione, ancora mangiavano e mangiavano. Il sabato Santo il direttore aveva invitato tutti anche mio fratello. Il giorno prima avevano fatto il digiuno e Cenzino era andato in Chiesa ai sepolcri, quando uscì si sentì chiamare:”Cenzì, Cenzì”, Cenzino era andato, “che tieni da fa’ domani?” gli aveva chiesto il Direttore, mio fratello aveva risposto:” niente” allora all’una in punto vieni da Carmela, facciamo una riunione per stabilire il futuro della Banca” La riunione fu che cominciarono con un affellata di prosutto, una minestra di verza con fagioli e cotiche, raviuli e rucculi con ragù di maiale, bollito con patate al forno, pecorino, vino paesano, pizzette, anginetti e viscuttini!» «all’anima!.. » interruppe Antonietta «che era: un pranzo di matrimonio?!!!». «Peggio, comare mia, peggio.. » Chiarì la donna «roba che si ittava a cufani ...cafè, rosolio pasticcini, altro che Pasqua di passione, mio fratello, per decenza, per non fare buttare la roba acquistata e quella preparata, mi ha portato una guantiera di anginetti e pizzitti, due salami e un iasco di vino...mi ha detto:” conserva, li manda il direttore”, mo’: vi pare che si possono buttare i soldi così?...per amor di Dio non voglio sputà ‘ncilo» «No che in faccia ti torna» interruppe Antonietta «Comunque mo tutto è precipitato» avvicinò ancora la sedia e con voce bassa e seducente, Lena rivelò alle amiche ciò che, come sempre, aveva estorto a Cenzino: «una ditta di Genova ha chiesto il fallimento dell’impresa Giordano, che volete: spendi oggi, spendi crai, puscrai, le sacche restano 12 - La Pasqua del 1929 cadde il 30 marzo ad ispezione avviata.

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vuote» «Macadunga sora mia! Questo passa chi vuol fare il passo più grande della gamba» sentenziò Antonietta. «E la banca cosa c’entra?» chiese Luigia ormai bianca in volto e con un il di voce, quasi a trovare una improbabile rassicurazione nelle parole di quelle due arpie: «Come cosa c’entra comma Luigia, ma mi stai a sentire? Giordano si era prestato un milione per comprarsi i macchinari e se non li torna le casse della Banca sono vuote». Le parole di Lena gelarono la stanza, Luigia si alzò per cercare conforto bevendo un sorso d’acqua dalla giara riempita mezz’ora prima al pozzo e, dopo aver bevuto, esclamò, quasi a rassicurare se stessa: «Ma Don Giordano ha dato lavoro a tanti cristiani e questo nessuno se lo può scordare, manco lo Stato, vedrai che aiuteranno lui e la Banca».«Oi Luì! ma stai bona? Giordano un benefattore? Per lui e per la sua famiglia forse, si sa quello che fanno questi signori, si vede...». Le parole malevole di Antonietta furono interrotte dal vattiportone. Due colpi secchi annunciarono la venuta di un nuovo visitatore, Don Giovanni, venuto in cerca di Nicola per mettersi d’accordo sulla data di avvio «di quel piccolo lavoretto in canonica». Luigia gli disse che sarebbe tornato di li a poco, era andato alla vigna, ma era domenica, era andato solo per farsi una boccata di fumo, dal momento che in casa oggi non poteva. Tutte le volte che Bettina aveva il mal di testa, infatti, Nicola era costretto a fumare fuori casa, ed oggi era una di quelle giornate. Luigia sistemò una nuova sedia accanto al focolare e invito il prete ad accomodarsi, questi viste le due comari, sedendosi accanto a loro esclamò: «E voi come state? Che state facendo? Dopo la Messa vi siete fermate a pregare qui come si addice a delle pie donne o tagliate e cucite la tela del Diavolo?...» «Don Giovà, per piacere, non cominciamo, noi non facciamo niente di male..ci limitiamo a dire quello che abbiamo sentito, senza malizia, perché a noi che ci interessa, tinimo li guai nusti..» esordì candidamente Lena.«Ah beata ignoranza..» esclamò Don Giovanni, dopo sorseggiato il nocino che Luigia intanto gli aveva offerto «Dovrebbe proprio accadervi quello che è successo alle mie prozie: zia Menicuccia e zia Annina..» «lo sappiamo, lo sappiamo Vossignoria non si scomodasse» disse Antonietta, ruotando simultaneamente i suoi indici e mostrando il disappunto di chi sente per l’ennesima volta la storia che Don Giovanni si accingeva a raccontare:«e certo, pure quando dal pulpito annuncio il Vangelo, Signore mio perdonami, ti scocci, visto che da secoli le parabole sono sempre le stesse? Devo riferire a Matteo, Marco, Luca e Giovanni di cambiare qualche racconto per rendere la Messa più attraente vero?» Oooh come la sapete lunga» 27

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rispose Antonietta irritando ancora di più il sacerdote che, prontamente, riprese il suo discorso:« ti sorge il dubbio che lo faccio per rinfrescare a te e a quelle come te la memoria e per, così, salvarvi l’anima?... Taci e ascolta: Allora zia Menicuccia e zia Annina erano sedute in cucina e parlavano contro il Servo di Dioo13 dicevano che era troppo severo nelle confessioni, che si credeva un professorone, ma sempre iglio di Macario e Rosalia era, eccetera eccetera..., Quando videro un’ombra alla inestra, che ino a poco prima era calda di sole, si girarono: era il Servo di Dio! Ma come aveva fatto? La inestra era alta, si avvicinarono per vedere se era salito sopra una scala. Aprirono la inestra: non era sopra la scala, aveva per miracolo allungato il collo, ma le meraviglie non si fermarono, Don Domenico aprì la bocca e disse alle due pettegole: Iateve a cunfessà perché ho sentito le vostre cattiverie..Come aveva fatto se la inestra era chiusa??...Ricordatevi: Dio e i santi nun si pono piglià pi issa …..loro sanno quello che quando vi venite a confessare lasciate a casa, ...per questo pentitevi e pregate Dio ».«E sine sine Don Giovà preghiamo, preghiamo....» dissero in coro le due amiche, muovendo il capo. «Meh, dato che siete senza giudizio» riprese Don Giovanni «voglio cambiare discorso statevi un poco zitte che parlo solo con Luigina: Luigì sto nocino è veramente buono». «Grazie Don Giovà siete sempre tanto buono ..ecco sento i passi nella strada, è arrivato Nicola» disse Luigia. Le due comari dopo essersi scambiate un rapido sguardo si alzarono di scatto, salutarono tutti e prima che Nicola avesse varcato l’uscio di casa, erano già andate via. «ah anime del Purgatorio se ne sono andate.» Esclamò Don Giovanni. Mentre Nicola e il parroco discutevano e prendevano accordi sul lavoro da realizzare l’indomani in canonica, Luigia pensava a quanto quelle due arpie avevano detto. Il solo pensiero di perdere tutti i suoi risparmi l’angosciava soprattutto perché non sapeva come fare a dare la dote a Bettina, la iglia ormai ventenne promessa a Giulio.Come avrebbe fatto a far fronte agli impegni? Mentre pensava alla sua misera condizione, cominciò a sentirsi male a venir meno e sbiancare, la testa le girava, stava cadendo a terra, quando Don Giovanni, resosi conto di quanto capitava alla donna gridò: «Luigia stai male? Cosa ti senti? Nicola presto aiutala!». Nicola prese tra le braccia la moglie, la mise a sedere e le diede un po’ d’acqua fresca. Appena Luigia prese colore Nicola comincio a lamentarsi «Lo vedete, caro Don Giovanni, come la 13 - Ci si riferisce al Beato Domenico Lentini nato a Lauria il 20 novembre 1770 da Macario e Rosalia Vitarella, morto il 25 febbraio 1828 in odore di Santità. Nel 1935 papa Pio XI lo dichiarò venerabile. Il 12 ottobre 1997, in piazza San Pietro a Roma, Domenico Lentini fu beatiicato da papa Giovanni Paolo II.

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riducono quelle due comari? Scommetto che anche oggi sono venute a parlare della banca, di Giordano e del fallimento...Non è vero Luigi’? La stuzzicano, sanno che quei soldi ci servivano per maritare Bettina, lo fanno per vederla star male ». Don Giovanni prese le mani di Luigia e cominciò a parlare «Lasciale stare sono due mosche moleste che ronzano, ronzano ino a quando non le scacciamo...La prossima volta per favore, non farle nemmeno entrare, inventa una scusa...una di quelle che spaventano... dille che hai il morbillo, gli orecchioni, la rabbia, qualunque cosa, ma falle andare via. Però ti ho già detto giorni or sono che per Bettina non ti devi preoccupare, parlerò io con i vostri zumbetteri, in qualche modo si farà, si stringerà la cinghia ma i ragazzi si dovranno sposare....sono tempi dificili questi, basta vedere quello che succede in giro...uomini senza scrupoli hanno preso il potere e non si sa che ine faremo...». «Strano Don Giovà che date questi giudizi ».Disse Nicola con tono di polemica «Non sono stati i vostri superiori a sottoscrivere qualche mese fa un accordo con il capo di questi delinquenti...bella cosa è stata fatta! è come se la Chiesa avesse stretto un patto con il Diavoloo14». «Be mo’ se non voglio litigare con te me ne devo andare...Luigia mi raccomando, tu che sei l’unico essere di giudizio che ho incontrato in questa casa oggi, lascia stare le chiacchiere e rincuorati perché se molti annunciano il peggio qualcuno dice che dal fallimento della banca voi creditori non potete che guadagnare..i vostri soldi prima o poi vi saranno dunque restituiti ... quelle due non le ascoltare, non meritano»..«Ma se non ci sono soldi come facciamo? non abbiamo una lira nemmeno per i viscottini e i pizzitti! ».Disse la donna. «Credi nella Provvidenza Luigia? Allora abbandonati a lei con iducia...ricorda nella barca di nostro Signore non temerò mai le tempeste..».Disse Don Giovanni ormai sull’uscio di casa.

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14 - Il giorno 11 febbraio 1929 vengono sottoscritti i Patti Lateranensi tra Mussolini e la Santa Sede

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Capitolo VI

La giustizia vera

I giorni passavano e, man mano che il tempo volgeva al bello, le condizioni della banca, come se legate in proporzione inversa allo splendore del sole, peggioravano sempre di più. Nel paese si seppe che dall’ispezione e dalle indagini che ne erano seguite, gli inquirenti avevano rilevato molte incongruenze a carico del direttore e dei funzionari. Era ormai entrato il mese di maggio e la notizia, prima discussa in una cerchia ristretta, si prestava a diffondersi a cerchie sempre più numerose, come un sasso gettato nello stagno produce cerchi concentrici sempre più grandi, e, in questo suo diffondersi, era alimentata da un iorire continuo di illazioni, dichiarazioni, smentite, speranze ed illusioni. Tali discorsi avvenivano principalmente prima, dopo e, purtroppo, anche durante, la celebrazione della novena di San Nicola, santo protettore del rione superiore. Anche qui, infatti, come molti paesi del Sud, al ine di non compromettere i festeggiamenti a causa dei rigori dell’inverno, si spostava la festa patronale dal 6 di dicembre, data della morte del Santo, al 9 maggio, data in cui si ricordava e si ricorda ancora oggi il miracolo dei tre bambini, che il santo di Mira risuscitò dopo che un macellaio crudele li aveva uccisi e messi sotto sale per venderne le carni. Le discussioni, coinvolgevano tutti i censi e così, uno di quei giorni, Nicola che si era recato nella canonica per dare una mano al parroco per i preparativi della festa, aveva sentito un discorso tra Don Giovanni e lo speziale circa quello che stava avvenendo. Questi era sposato con una donna di Moliterno, lontana parente della moglie dell’ispettore che aveva controllato la banca. Possedeva dunque, quasi di prima mano dettagli e precisazioni utili a delineare il quadro della questione, notizie messe a punto durante i pomeriggi passati dalla moglie a casa della parente, solo formalmente, intente all’arte del ricamo. Così lo speziale, con voce severa, riferì al prelato: «Caro Don Giovanni la questione è MILLEOTTOCENTOSEI

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grave e rischia di far saltare l’economia dell’intero paese, mostrando che le mura della casa che credevamo solida, sono di debole cartapesta. Basti pensare che il riscontro dei idi e dei prestiti ha evidenziato l’esposizione elevata di alcuni soggetti non solo locali: infatti, mancano i titoli a garanzia di un prestito ad un notaio di Potenza per il valore di oltre 4.000 lire. Gli azionisti, poi, sono in parte inadempienti rispetto al versamento delle loro quote di capitale sociale, per una cifra prossima alle 3.000 Lire! Pensate poi, che, non si sa per quale cialtroneria, per le cambiali scadute, alcune delle quali ormai tre anni orsono, non è mai stata chiesta né ottenuta la regolarizzazione! Pare, infatti, che sia stato appurato che i possessori delle cambiali scadute, malgrado fosse trascorso un così lungo periodo di tempo dalla scadenza, non erano stati affatto sollecitati a mettersi in regola! Per inire, si dice che molti amministratori e tutti gli impiegati igurano esposti per cifre ragguardevoli: in particolare uno degli amministratori ha un debito di circa 140.000 lire, e mai sono state riscosse 50.000 lire prestate al vecchio direttore! » «Dio mio come è possibile che si sia operato così? Sembrano delle persone rispettabili!» Disse Don Giovanni. «Ma non è inita; ad aggravare le cose sono stati investimenti fatti dal 1905 per l’acquisto di titoli della Rendita Russa, ormai in perdita, per oltre 500.000 Lire…» continuò lo speziale «Tutto sull’onda di quella sfrenata iducia nel progresso e nel danaro da “belle époque”» interruppe il prete «certo» riprese autorevole lo speziale, reggendosi con una mano gli occhialini che gli erano scivolati sul naso «ora quello che è più grave e che non si può riparare, è il fallimento di quell’impresa che voi sapete, il credito a questa concesso è di oltre due milioni di lire a fronte di garanzie per appena la metà della cifra erogata. Ecco perché pare che delle gravissime condizioni in cui versa la banca è stato informato il Ministero dell’Economia Nazionale, che si è affrettato ad informare il Ministero delle Finanze, a cui spetta provvedere per un’eventuale ispezione, richiesta avanzata, si dice, anche dal prefetto di Potenza, preoccupato per le gravissime perdite che un eventuale fallimento della banca potrebbe comportare ai risparmiatori» concluse lo speziale. «Ritengo, comunque» continuò il prete «che capire le ragioni vere di quanto è avvenuto non è facile... sono stati anni dificili quelli dopo la guerra: la disoccupazione, i prezzi alle stelle... c’era il rischio che gli uomini in età da lavoro prendessero nuovamente le vie delle Americhe. Che cosa sarebbe stato allora dei vecchi, degli artigiani e dei commercianti locali? Forse se non ci fosse stato il credito all’impresa che sapete, i morti di fame sarebbero stati più numerosi di quanti non ne contiamo oggi... Non 31

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sai quanti, in confessione, mi raccontano i loro guai: la tavola vuota e il sapore del pane assoluto o bagnato nel sugo dell’unica sarda divisa in quattro o cinque. A volte non riesco a trovare in nessun passo delle scritture una parola di conforto… e se avessi soldi credimi glieli darei... Allora un po’ per aiutare un amico, un po’ perché abbagliati dai risultati conseguiti, in periodi favorevolissimi al credito, ed incoraggiati dal costante riluire dei depositi nelle casse della banca in una certa epoca non precisabile, ma non molto lontana, i dirigenti hanno perso di mira la retta via e, preoccupati di battere la concorrenza degli istituti maggiori, come il Banco di Napoli ed altri, che si accingevano ad impiantare iliali a Lauria, privi di cognizioni bancarie moderne, si sono ingolfati in operazioni aleatorie quali i forti acquisti di titoli, oppure non hanno saputo mantenere agli impegni quel carattere di elasticità, che permette di arginare le improvvise contrazioni di depositi». «E’ vero» riprese lo speziale «i dirigenti della Banca hanno dimostrato incapacità, poco discernimento e nessuna prudenza nell’impiegare il denaro loro afidato dai depositanti, motivando così il sospetto che la loro eccessiva attività avesse lo scopo di ricavare proitti personali. Sospetto a mio avviso infondato. A sostegno della mia tesi c’è il cosciente e mai smentito patriottismo””15 con cui la Banca si barcamenò per fare le sottoscrizioni volontarie al prestito Littorioo16 Il cattivo operato degli amministratori è da attribuirsi principalmente, alla poca attitudine ad esercitare il mandato ricevuto. Si vocifera che il rapporto dei carabinieri al prefetto escluderebbe colpe oggettive a carico di questi sciagurati banchieri. Nonostante ciò, Sua Eccellenza pare ritenga indispensabile inviare sul posto il capo contabile della locale sede del Banco di Napoli, in veste di Commissario Straordinario. Quest’ultimo sospenderà, nel frattempo, dalle sue funzioni il Consiglio di Amministrazione della Banca, allo scopo di accertare la realtà delle cose e di trovare i mezzi opportuni o per mantenere in piedi la Banca, o per predisporre le pratiche necessarie per la messa in liquidazione.». Lo speziale andò via lasciando nella totale disperazione Nicola che decise comunque di tacere e di non riferire nulla alla povera moglie che era da tempo agitata anche perché, dal via vai che i carabinieri facevano nelle case degli amministratori della Banca, era evidente che una crisi stava per esplodere. 15 - Il fallimento della Banca Popolare di Lauria (1929) di DONATELLA RINELLI pag.11 16 - La manovra venne realizzata per mezzo della trasformazione forzosa di 15 miliardi di debito pubblico a breve/ medio termine (1 miliardo di debito quinquennale e 14 miliardi di debito settennale), in un debito a lungo termine, per complessivi 27,5 miliardi di lire, denominato Consolidato

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Nicola nel tornare a casa quella sera si continuò a ripetere che era giusto che Luigia non sapesse, infatti, lui lo sapeva, avrebbe ripetuto in una sorta di delirio ossessivo che quando si inisce in tribunale, quando si cerca soluzione ai propri guai, rivolgendosi all’autorità costituita o non si risolve nulla o quando e se si risolve, è troppo tardi e non serve più a nulla. Ah lei lo sapeva, lo sapeva bene, che tra gli uomini la giustizia vera non esiste e quando le cose prendono “quel verso” uno farebbe bene a dimenticare le proprie ragioni rassegnandosi a seguire il verso degli accadimenti. Sì era proprio così, lei lo sapeva. Quante volte aveva raccontato a tutti la storia di quel suo parente che per resistere ad un sopruso di un potente che aveva realizzato un recinto nel suo terreno, spese tanti soldi in avvocati che quando credette che la giustizia era arrivata, era rimasto senza soldi e senza forze, tanto è che si ammalò, mentre il signore con i suoi averi fece un appello e i nuovi giudici, non si sa come, gli diedero ragione. La storia inì nel peggiore dei modi: il parente di Luigia rimase senza proprietà, senza mezzi e senza giustizia. Quando la donna raccontava la sua storia al prete, don Giovanni asseriva, dandole conforto, che la giustizia in questa terra esiste per i potenti; per la povera gente l’unica giustizia che esiste è quella di Dio; è bene, dunque che quando succedono queste cose si preghi Dio e si sopporti. Forse non succede in natura, che quando un piccolo animale incontra uno più forte, non perde il suo tempo ad affrontarlo e fugge via? Soprattutto quando le dispute avvengono con i potenti è bene andarci con i piedi di piombo e rassegnarsi a farne le spese: quando si è legati alla soma bisogna sopportare senza muoversi perché ogni movimento può inire con aumentare la nostra sofferenza: quanno si incudine statti, quanno si martiddo vatti. Le parole di Don Giovanni rafforzavano la convinzione di Luigia circa l’inesistenza nel mondo della giustizia, tanto è vero, si ripeteva, che ognuno farebbe bene a chiedere l’intervento di Dio o dei Santi, loro sì avrebbero potuto, se solo avessero voluto, salvare la dote di Bettina e i soldi dei suoi paesani. A nulla valevano le parole di Nicola, secondo cui, quello che era successo al parente di Luigia dipendeva dal fatto che, a quei tempi, lo Stato non era giusto e chi aveva il potere era anche giudice e quindi essendo la stessa persona non sarebbe mai stato equo, perché non sarebbe mai andato contro se stesso. Diverso sarebbe stato il mondo quando la giustizia e il potere sarebbero stati nelle mani del popolo, perché allora nessun interesse particolare sarebbe prevalso. Inutile era, inine, sperare che Luigia comprendesse che quando si combatte per una giusta causa e nulla è più giusto della giustizia, del diritto e dell’equità , non conta 33

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il tempo, non conta il pericolo, non conta la vita, ciò che conta è solo resistere nella propria lotta, così da costituire un esempio, perché non solo per l’aria, per il pane, per il vino o per gli occhi dolci di una donna, batte il nostro cuore.

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Capitolo VII

Il Fallimento

I mesi che seguirono a quegli eventi furono molto duri, non solo per la famiglia di Nicola, ma anche per i cittadini più umili, quelli che lavorando ino a spaccarsi la schiena avevano messo da parte qualche lira per la vecchiaia, per le malattie, per i igli o per le proprie esequie. Nicola, sempre attento alla questione, seppe da Don Giovanni che il commissario aveva sospeso dalle sue funzioni il Consiglio di Amministrazione della Banca, allo scopo di accertare la realtà delle cose e di trovare i mezzi opportuni o per mantenerla in piedi, o per predisporre le pratiche necessarie per la messa in liquidazione. «Non ti preoccupare Nicola» aveva detto Don Giovanni «Vedrai che il commissario porrà ine a questa incresciosa situazione, hanno detto che al ine di aumentare le liquidità e soddisfare le richieste dei creditori, procederà alla riscossione delle cifre erogate ai debitori inadempienti e alla vendita dei beni dati in garanzia dai debitori MILLEOTTOCENTOSEI

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insolventi. Inine, pare che stia cercando dei nuovi soci per la banca per aumentare il capitale sociale». Nella torrida estate che susseguì quel poveruomo del commissario le tentò veramente tutte, Don Giovanni raccontava a Nicola che vedeva la luce accesa nella sede degli ufici della Banca ino a notte fonda e Lena raccontava che il fratello lo vedeva passeggiare avanti e indietro nello studio cercando tra i fogli una soluzione al dilemma... ma per quanto cercasse, per quanto dicesse, nulla poteva fare! Né poteva trovare nuovi soci disposti a ripianare le casse dell’Istituto. Un giorno di giugno il commissario chiamò Cenzino e gli disse: «Queste sono le convocazioni per i soci... mi raccomando assicurati di spedirle a tutti». Mentre il commissario parlava, Cenzino osservava la ruga che aveva sulla fronte farsi minacciosa e grave, illuminata, in un gioco di chiaro e di scuro, dal riverbero della luce rilessa dagli occhiali, tenuti fermi da una vistosa catena dorata. Non negò, quando raccontò tutto alla sorella, di aver provato un brivido di paura, forse un presagio per l’imminente disastro. Il commissario, nella riunione che era convocata per il 23 luglio, avrebbe voluto esporre le sue ipotesi per salvare la Banca o almeno per salvare i risparmi di quanti, soprattutto tra le fasce più deboli, avevano afidato i propri sudati soldi all’istituto locale. L’Assemblea, però, non poté aver luogo per mancanza del prescritto numero legale degli intervenuti. Qualcuno nei giorni seguenti disse che era stata una scelta sbagliata convocare una riunione l’antivigilia della festa di San Giacomo, patrono del Rione Inferiore e per giunta in un torrido martedì di ine luglio! Così il poveruomo non si perdette d’animo, rimandò l’assemblea alla seconda convocazione giovedì 8 agosto. In quella sede, il commissario nel presentare la grave situazione ai soci indicò la strada del piano di rientro e disse senza mezzi termini, che si era a un trivio, o lo scioglimento o la liquidazione della società o l’assorbimento della Banca da parte di un istituto maggiore, che egli riteneva dovesse essere un grande solido Istituto di credito operante su base nazionale. Nel paese esistevano altre banche locali, ma come era possibile accorgersi anche ascoltando le chiacchiere di piazza, erano corrose dallo stesso male che aveva distrutto la Popolare di Lauria: credito facile e gestione, a volte, distratta. Fu l’ultima la linea che prevalse nell’assemblea, venne approvato un concordato che prevedeva l’assorbimento della Banca Popolare da parte della banca più solida e 35

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venne nominato un nuovo Consiglio che, sotto la vigilanza del Commissario Giudiziale e sotto l’alta direzione del Giudice delegato, doveva provvedere all’esecuzione del concordato. Venne stabilito un rimborso del 40 per cento ai creditori, da suddividersi in tre rate: la prima del 10 per cento ad un anno dal passaggio in giudicato della sentenza di omologazione del concordato, la seconda del 15 per cento ad un anno dalla prima ed il saldo ad un anno dalla seconda I soci, una volta esaminati discussi ed approvati i patti e le condizioni del concordato, furono chiamati per stipulare l’atto di garanzia del concordato stesso. Il Tribunale di Lagonegro, nell’ammettere la Banca al beneicio del concordato, elevò al 42 per cento la percentuale da proporsi ai creditori. Con lo stesso provvedimento, il Tribunale diede al Commissario Prefettizio la nomina di Commissario Giudiziale, ed ordinò la convocazione dei creditori per il giorno 27 settembre. Dopo una tumultuosa discussione, l’adunanza dei creditori decise di riiutare il concordato offerto, segnando la ine della Banca il cui fallimento fu decretato dal tribunale di Lagonegro il 23 ottobre del 1929, quasi in contemporanea con il crollo della Borsa di Wall Strett, avvenuto il 29 ottobre, giorno diventato famoso come il martedì nero della inanza. La crisi economica in cui era caduta l’economia mondiale sembrò far dimenticare la tragedia che quel piccolo paese stava vivendo, ma le tragedie diventano immense o insigniicanti a seconda dell’angolo prospettico da cui le si scruta.

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Capitolo VIII

La Strada Ferrata

In quei giorni a Lauria, dove era una delle sue residenze, era giunto il Vescovo, chiamato dalle autorità locali per l’inaugurazione della tratta ferroviaria LagonegroLaino Bruzio (come si chiamava l’allora uniicato comune composto dai territori di Laino Borgo e Castello), che avvenne il 30 ottobre del 1929. Il tracciato di circa 40 km, faceva parte della ferrovia Calabro Lucana, opera ciclopica per l’epoca, il cui concepimento era avvenuto a partire dai primi anni del secolo. Per decenni le vallate avevano risuonato di un canto a più voci, i cui toni acuti erano quelli del ferro ribattuto dei chiodi che giuntavano le traversine e i proili arditi dei ponti che sorvolavano gli impluvi dei monti, mentre quelli gravi e ritmici erano degli scalpelli che spaccavano la roccia per dar vita alle mille gallerie che si insinuavano nella pancia dei monti, or mantenendo il tracciato dritto o piegandolo ad elica per raggiungere i paesi più arroccati come Castelluccio Superiore. Così Don Giovanni accompagnò il vescovo a Lagonegro, dove erano state invitate le autorità per il viaggio inaugurale. I due partirono sul carro alle 6:oo del mattino, per arrivare alla stazione di Lagonegro alle 9:00. Alle 10:30, dopo la celebrazione della Messa il trenino partì e cominciò a correre veloce tra quelle vallate, ansimando e sbuffando, fermandosi ad ogni stazione, dove riceveva plausi da chi, preso dalla curiosità, era giunto sul posto per vedere. Alle stazioni più importanti era stata schierata la banda comunale dove i ragazzi salutavano quel nuovo segno di civiltà intonando la marcia reale seguita dall’immancabile “Giovinezza” Dal inestrino veloci correvano via i ianchi ormai rossicci dei monti e le vette più alte dei Massicci del Sirino e del Pollino, che si stagliavano superbe nel cielo, regno incontrastato delle aquile reali. Ma davanti a tutto questa magniicenza di Dio, Don Giovanni non si riusciva a

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rasserenare, profondo era il suo tormento per gli eventi che solo qualche giorno prima lo avevano sconvolto e di cui portava nell’animo il peso. Anzi quella improvvisa e innaturale velocità con cui si sentiva sospinto gli ampliava il senso di sgomento; avrebbe voluto scendere, scappare, rotolarsi tra l’erba secca e come i maiali nutrirsi di ghiande, perché tutta quella festa ostentata, tutti quei rinfreschi che gli organizzatori prodigavano ai notabili intervenuti, stridevano con la sua coscienza, consapevole della povertà che afliggeva le genti che abitavano quel pezzo di terra. La sera dopo aver percorso la strada a ritroso da Laino a Lauria, il prete accompagno il vescovo nel suo palazzo di Piazza Viceconti. L’immobile antico era poco distante dalla Chiesa Madre e vi si accedeva dalla piazza attraverso un solenne portone sormontato da uno stemma. Il vescovo si era accorto del tormento che afliggeva il sacerdote e così gli chiese di conidargli le sue pene così da sentirsi sollevato. Don Giovanni raccontò al Monsignore in confessione il suo intimo tormento, scaturito dai luttuosi eventi che seguirono il giorno della riunione che aveva decretato la morte dell’istituto di credito di Lauria: «Nei vicoli del paese si era insinuata a voriaa17»disse don Giovanni «che strisciando come una serpe aveva convinto tutti che qualcuno si voleva pigliare i soldi dei poveri creditori e che li voleva accontentare con un misero 42% e che era meglio far fallire la Banca per prendersi e spartirsi equamente i soldi nascosti. Conseguenza immediata del riiuto del concordato non poteva che essere la catastrofe: Il Tribunale di Lagonegro, il 23 ottobre ha dichiarato il fallimento della Banca Popolare di Lauria. Lo sento ancora, Monsignore, il senso di sgomento che mi prese, la sera era stato tutto un vociare per le strade del paese, e si sa che le troppe parole, quando non sono sorrette dalla Grazia di Dio, inducono spesso nell’animo umano un senso di confusione e di nullità. Finanche il mio animo era nella tempesta quando scendendo verso la cisterna di Largo Giardino osservai la schiena della Serra Rotonda rilettere le prime luci dell’alba. Mi diressi verso il lavatoi, dove trovai una donna di nome Lena, che abbandonando i panni messi a sciorinare mi comunicò quanto di grave era avvenuto, mi informò del suicidio di quella povera donna, Menica, disperata per aver perso i suoi risparmi...corsi presso la sua casa era già sul letto, con al collo ancora la corda. I vicini l’avevano appena tagliata, l’altro pezzo era ben stretto sulla trave maestra...povera donna! Requiem aeternam all’anima sua. Di colpo la mia disperazione diventò più grande, quando pensai agli altri che si trovavano nella condizione di Menica. Corsi 17 - Vento gelido proveniente da Nord

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senza sosta in quella giornata, da una casa all’altra non avendo parole suficienti a lenire le pene di chi non aveva nemmeno più gli occhi per piangere...spero che Dio perdoni il senso di impotenza che mi prese quando non riuscì a placare l’odio mio e di quei poveri cristi per i loro aguzzini. Solo dopo, mi resi conto che anche quelli che deinivo aguzzini erano delle anime vittime delle loro passioni, del Dio denaro, della loro vanità, del piacere che provavano nel sentirsi adulati quando facevano circolar la moneta, o delle lusinghe del potere...così il credito facile che pensavano opera di bene per i loro cittadini in dificoltà che rivolgendosi agli amici bancari riuscivano a tener in piedi i loro negozi, si era trasformato nel veleno che aveva dannato tanti, facendoli andare oltre i loro limiti, oltre le loro possibilità» «Il credito è potenza incalcolabile»gli disse il Monsignore riprendendo un’affermazione sentita molti anni prima «nell’opera della produzione e nello svolgimento della ricchezza, ma può convertirsi in strumento di distruzione, quando di esso si abusa,quando si dimentica che la ricchezza vera è frutto del lavoro, delle risorse che ci offre la natura, e possiamo donare solo ciò che possediamo.... del resto poi è chiaro quello che ci dice nostro signore: i nostri debiti saranno rimessi nella misura in cui noi rimetteremo i nostri debitori...quando questo equilibrio non sussiste l’uomo è fuori dalla grazia di Dio». Don Giovanni annui ma, in cuor suo, non riusciva a vedere il male in nessuno degli uomini che apparentemente avevano condotto l’istituto di credito a schiantarsi, come il Titanic, contro il muro di ghiaccio della banca rotta. Così il suo sconforto crebbe tanto che non si riprese più dal colpo subito. Quando in aprile gli scrosci violenti lagellavano i monti intorno a Lauria, ingrossando le sorgenti e i rivi che minacciavano i vicoli e le piazze del paese, il Sacerdote, si lascio’ morire. Egli aveva abbandonato la Parrocchia già dal febbraio, il mese corto e amaro, in cui maturò la sua agonia, la sua morte spirituale, la sua impotenza davanti ad una ragione umana non più capace di seguire le leggi del cuore e del perdono. I parrocchiani ricordarono a lungo lo stato di impotente delirio a cui lo aveva condotto o la continua e vana ricerca delle ragioni e delle colpe degli eventi tragici che aveva vissuto o la disperazione, bancarie poco chiare. Così ,infatti, nelle ultime prediche, dal pulpito tuonava: «Vedete quale sia l’arroganza dei tempi moderni: l’uomo pensa di poter conquistare il mondo, e non contento della sua tracotanza ha l’ardire di calpestare i precetti divini che gli impongono l’amore e il rispetto del prossimo,la conoscenza dei propri limiti, il 39

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rispetto delle leggi della natura in cui si specchia la grandezza di Dio. Nel corso dei tempi la storia si ripete, il diavolo allontana l’uomo dalla rotta che lo conduce verso Dio, nella tempesta gonia le sue vele facendogli credere di aver ben saldo il timone, ma al momento giusto, i demoni sofiano nella tempesta, rendendo vana la forza umana. Così le vele si strappano, il timone si incaglia, catturato dalle rocce invisibili che si levano dagli abissi. La nave imbarca acqua e precipita a fondo, proprio come la banca, come la nostra banca. La tragedia avviene mentre i topi scappano e le merci affondano nella stiva e per tutti, giusti e peccatori, non resta che affogare nel gelido mare della disperazione. Ma comunque c’è una speranza di giustizia... I signori della Banca come il Capitano Nobilee18con il suo dirigibile hanno sidato, con la loro superbia, le leggi della natura e le leggi divine ed oggi grazie alle leggi umane cominciano a saggiare la giustizia divina. E’ di qualche giorno fa la notizia che il disastro de Dirigibile Italia è stato causato da una manovra errata voluta dal suo capitano, che si è poi messo in salvo lasciando i suoi uomini in balia della tempesta. Date tempo al tempo e i cittadini di Lauria troveranno consolazione e giustizia ». Ma la giustizia terrena, di cui Don Giovanni divenne il vate negli ultimi mesi della sua vita, dopo essersi perso nei meandri della fede, tardò ad arrivare, anzi, come spesso accade, non arrivò mai in questa terra.

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18 - Il 18 gennaio 1930 sono rese pubbliche le conclusioni della commissione Cagni, incaricata di far luce sul disastro del dirigibile Italia al Polo Nord, che equivalgono a una condanna per Nobile: «La perdita dell’aeronave fu provocata da una manovra errata, dovuta anche alla composizione e all’impiego dell’equipaggio; di tale manovra la responsabilità spetta al comandante». La commissione ritiene poi ingiustiicabile la sua scelta di mettersi in salvo per primo con l’aereo dello svedese Lundborg. La sera stessa Nobile rassegna le proprie dimissioni all’Aeronautica riiutando il congedo dal servizio attivo con la pensione che gli sarebbe spettata.

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CAPITOLO IX

I matrimoni che non si fanno

La pioggia battente, rimbalzando sui vetri, ritmava le ore pesanti di quei giorni, come se il cielo plumbeo avesse voluto accompagnare il dolore di tutti. Ma pur nella consapevolezza di non essere la sola a patire, Luigia non si dava pace e, invano, cercava di individuare le ragioni che avevano portato la sua famiglia in quel baratro dove ora si trovava, senza soldi e senza speranze. Come era stato possibile tutto cio’? Come potevano i frutti del lavoro generati da anni di sudore e di privazioni , di vita condotta in equilibrio su una lama di coltello, svanire in un battito d’ali? Come poteva quella carta riposta con tanta cura nella cassapanca della camera da letto, là dove riponeva le cose più preziose, esser diventata carta straccia? Come poteva quel foglio scritto col nero di china,Contenente le cifre del deposito e le ripettive obbkigazioni, valere meno della scatola di legno intarsiato in cui era riposto? Come, come era potuto accadere? Quello che poi le appesantiva il cuore, era sapere che chi, senza colpa, era stato travolto dall’affondamento della banca, doveva subire il disprezzo di molti, di quei bell’imbusti che pensavano che la dignità e la vita si comprano con i soldi, era per colpa loro che il vecchio direttore della banca si era ucciso e che Menica aveva deciso di dar ine alle sue sofferenze. Tra quella folla di persone, c’erano sicuramente Giulio e i suoi genitori, pensava, aveva notato,infatti, che i rapporti con loro, dopo il fallimento della banca si erano andati via via a raffreddando. Passate le feste di Natale, Giulio aveva sensibilmente ridotto le visite a Bettina e gli appuntamenti in chiesa al vespro, quando i due ragazzi si scambiavano sguardi innamorati. I dubbi di Luigia diventarono certezza quando a febbraio Giulio fu chiamato alle armi, e si crearono le condizioni favorevoli per porre, una volta per tutte, la parola ine ai sogni di Bettina. La mamma di Giulio, Lucia, appena seppe dalla stessa Bettina, incontrata alla messa 41

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di San Biagio, che la consuocera stava predisponendo tutto per le zozicchie, si recò a casa di una donna di nome Angela e le afidò la delicata ambasciata. Angela, infatti, essendo masta zozicchiara, nei giorni dedicati alla preparazione delle salsicce, era solita recarsi in molte case del paese, raccogliendo le conidenze e le preoccupazioni di molti. Il suo passato di donna laboriosa e afidabile le aveva conferito quell’autorevolezza di cui poche donne godevano nella comunità Lauriota, così molti le afidavano missioni delicate, conidando nella sua capacità di addolcire gli spigoli più vivi e di volgere tutto al meglio. Così Lucia presa una gallina dal pollaio, la mise in un cartone dove aveva fatto dei buchi per far passare l’aria. Ben coperta sotto lo scialle di lana con il pacco contenente la gallina, in mano, suonata l’Ave Maria, si recò da Angela. Entrata in casa salutò la donna e dopo qualche divagazione sulle piogge che stavano sferzando le montagne, entrò subito nel vivo del discorso « ah Angiulina mia, io non voglio fare quella che non ha il cuore, ma mi devi dire che futuro può avere una famiglia che non tiene basi solide e cioè una lira da parte, oggi poi, che tutto va capocasotta….. noi teniamo na iglia immina e le proprietà che teniamo non le possiamo divide se no: sparti ricchezza ca diventa povertà!….mi raccomando commara mia, diglielo tu che è meglio che ognuno prenda a via soia». Non era facile la missione afidatale, anche perché Angela non riteneva giusto quello che Lucia aveva architettato e sul quale, inizialmente, aveva pensato di far ragionare la donna. Però desistette dalla missione quando Lucia racconto’ cio’ che il ragazzo gli aveva conidato: « perino Giulio prima di partire-disse- mi ha pregato di fare qualcosa perché che se n’adda fa di una senza arte ne parte, quanno torna, di sta Bettina no ne vo sente parlà cchiu’, mannaggia a Don Giovanni e quanno ne fui parola!» Angela comprese che era meglio perdere che trovare uno così e quindi il giovedì convenuto per la preparazione delle salsicce, si fece il segno della croce pregando il servo di Dio che le facesse trovare le parole giuste. La preparazione delle salsicce e delle sopersate in ogni casa di Lauria era una festa a cui partecipava tutta la famiglia. In una rigorosa divisione dei ruoli: ai maschi era assegnato il compito di macellare l’animale, e silettarlo, alle donne veniva afidato tutto il resto e cioè la raccolta del sangue, la pulizia ‘di li stindini’ con sale, aceto,limone MILLEOTTOCENTOSEI

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e arancia, la preparazione degli insaccati, dlla sugna e dei ciccioli, del sanguinaccio e della gelatina. Il momento centrale era sicuramente il taglio della carne, quando le maste zozicchiare, zia Angela in primis, sedute intorno ad un tavolino di legno riservato da sempre a quella preparazione, tirati fuori gli attrezzi del mestiere (il coltello, la forcina pizzuta e l’imbuto) che ognuno si portava rigorosamente da casa propria, cominciavano a triturare la carne, dividendo a seconda del pregio nell’ordine: i pezzi da destinare alla sopersata, quelli da destinare alla salsiccia o alla zozicchiona. Finito il taglio, in genere a metà mattina, si passava alla salatura e ala pepatura, diversa a seconda dell’impasto, e tutte insieme a pugni chiusi rigiravano la carne afinchè oltre al sale, le spezie (pepe , inocchio zafarano i senise, zafarano amaro) a seconda del gusto, si amalgamassero. A conclusione del lavoro un po’ dell’impasto veniva fritto in un padellino per provare se era tutto ben amalgamato, e poi, budelli alla mano chiusi, da un lato, con lo spago, tutti a riempire, spingendo la carne negli imbuti di metallo, punzecchiandolo il budello con quella vecchia forcina per far uscire l’aria. Gli insaccati dopo essere stati ben legati venivano posti a stagionare appesi a canne issate alle travi di legno, pronti,così, ad insaporirsi con il freddo, il fumo del camino, le parole, le risate, i sapori e gli odori della cucina di famiglia. Uno degli ingredienti che condiva il tutto era,dunque, la” vita “ che attraversava le mura della casa in cui quell’arcano rito si compiva, vita che, in quel preciso momento, si stava materializzando nelle parole che Angela con estrema solennità, alla ine della celebrazione, quando le altre donne riponevano gli attrezzi del mestiere e sistemavano la stanza, si accingeva a pronunciare. La donna chiamò in disparte Luigia e Bettina, con la scusa di preparare il fegato con il lauro da arrostire sulle braci ardenti del cammino. Quando tutto fu pronto e venne il momento di arrostire, l’anziana donna sistemata la mantellina nera sulle spalle, passò le mani sui capelli grigi ancora striati qua e la di corvino, raccolti in una treccia arrotolata e fermata alla nuca dalle forcine d’osso, e si accomodò accanto al focolare. Qui con dolci e lente parole annunciò quanto doveva e cioè la ine di quell’amore acerbo in cui Bettina aveva riposto le sue speranze di felicità. «Ah cummara mia, ah iglicedda mia, non sono contenta di quanto vi vengo a dire, però per l’amicizia che vi porto e per il bene che vi voglio,non vi posso nascondere niente, l’altra mattina ho incontrato Lucia mi ha detto che Giulio è andato a Cosenza, per la leva , mi ha detto che è meglio così che se stava qua, 43

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qualcuno se lo portava a casa con l’idea di sposarselo e che Giulio merita di meglio, merita qualcuna con cui si deve sistemare, intendeva evidentemente a qualcuna con dote e soldi…sapete come è sono tempi tristi e tutti si mettono paura… io però non mi capacito non della mamma e del papà ma di sto Giulio così giovane e così privo di speranza da assecondare i disegni di quella donna senza cuore, iglicedda mia stammi a sentire uno coma quisto è meglio ch’ hai perso!!» Di fronte agli occhi colmi di lacrime della fanciulla, Angela con voce più dolce e suadente continuo’: «Asoliamme iglicedda mia, u matrimonio è na cosa seria, non è na festa nu banchetto, u matrimonio per noi donne è na fatica, ti devi alzare la mattina e faticare senza paga, aspettare la sera quando ritorna, far trovare pronto e rassettato all’ora dovuta, fare i igli e crescerli, dividere un tozzo di pane quando c’è o condividere la fame, e sentirsi negli anni sempre meno desiderabile vedendosi il corpo deturpato da migliaia di rughe e sformato dalla vita sentendoti morire ogni volta che gli occhi di tuo marito si posano sul volto di un’altra … e se l’amore, l’amore quello vero non c’è, quello capace di affrontare le dificoltà …. ogni mattina alzarsi sarà una tortura, ogni sera l’attesa sarà un’angoscia, ogni tavola apparecchiata ed ogni cibo preparato saranno il tuo veleno, ogni parto sarà una violenza, la fame sarà una maledizione di cui sarà colpevole il tuo unico carneice, la vecchiaia e la solitudine saranno la tua insorpottabile condanna, mo ti pare tutto scuro, ma ricordati che i meglio matrimoni sono quelli che non si fanno e in questa vita chiusa na porta si apre nu portone!» Bettina sentendosi morire si rifugiò nella sua stanza e li’ pianse tutta la notte. Ma i giorni passavano e il ricordo di Giulio divenne sempre più sfuocato ino a scomparire del tutto in una movimentata sera d’estate.

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CAPITOLO IX

La notte de li cunti cntati

I mesi che seguirono furono bui e senza sole, e ad aggravare le cose fu il risveglio di quel mostro mai sopito, compagno di strada e di vita delle genti dell’Appennino: il terremoto. La terra tremò il 23 luglio del 1930, ma era solo l’eco del più vasto evento che aveva messo in ginocchio l’Irpinia e il melfese, portando, oltremodo, rovine e lutti. Poco dopo l’una si udì un gran rumore di travi e di tegole che ballavano. Tanino non sapeva di che cosa si trattasse e rimase fermo nel suo letto, nella sua stanza nel sottotetto dov’era una piccola inestra da cui riusciva a vedere le stelle, si alzò e si affaccio di istinto, guardo nel cielo ma la luna era spenta. Subito dopo sentì bussare alla porta con un bastone: era Antonetta, che chiamava senza sosta il marito: «Donà, Donà! Azate, azate; è fatto u terramoto !”» Tutti, buttati giù dal letto, corsero in strada, per fortuna era d’estate. In quella notte senza luna, il buio e l’angoscia provocata da quegli attimi in cui tutto aveva dondolato e l’animo umano aveva perso le sue certezze, fecero crescere in Tanino, un bimbo sempre allegro, la paura. Era sgomento, non sapeva cosa fare, mentre a piedi usciva con la famiglia dal paese per recarsi in un luogo sicuro. La maestra, che avevano incontrato lungo il tragitto, vedendolo taciturno lo prese per mano e gli racconto’ di quando nel 1857, quando ancora c’erano i ducati e i carlini, ci fu’ un terremoto terribile, un terremoto che distrusse tutto «pensa che era dicembre faceva freddo e mia madre mi raccontava che furono costretti a stare per giorni all’agghiaccio» interruppe Tanino«ma dove si trova questo Agghiacci?, io non ci so dov’è. stiamo andando là pure noi?» la maestra sorridendo gli carezzo i capelli e riprese a dire «No Tanino non è un posto è una condizione: stavano fuori al freddo» A quel punto nonna Bettina che aveva sentito rispose « Me lo ricordo, era tra il 15 ed il 16 dicembre, era sera, faceva freddo dopo una prima scossa ne fece un’altra, sembrava non inire, cosi’ ci portarono in un luogo sicuro, fuori dalle mura del paese. Qualche ora dopo, dopo aver dato soccorso ai feriti, 45

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alcuni uomini, mentre le donne accendevano i fuochi, portarono le tinozze grandi, dove d’autunno si bolliva il mosto e le botti che erano rimaste vuote dopo Pertusavotti. Le misero in un angolo e dopo aver segato la base delle botti, ci fecero entrare dentro, i bimbi piccoli nelle botti, quelli più grandicelli nelle tinozze. Dormimmo là, stretti gli uni agli altri, per non soffrire il freddo cercando riparo e calore nel legname, mentre gli uomini scavavano senza sosta cercando di salvare il salvabile. Mi ricordo che le prime sere, che non si erano sbentate, sentivo così forte il profumo del vino e del mosto che pensavo di mbriacarmi..., restammo la ino a Natale, quando pur non essendo passata la paura comincio’ a piovere e nevicare e mia mamma disse: “da una parte dobbiamo morire e allora meglio nei letti nostri”» Zio Peppo, un anziano signore che le seguiva disse « E’ vero! me lo ricordo ma mio padre mi raccontava di un altro terremoto terribile che venne quasi cento anni fa nel 1831119il 2 di gennaio. Quel giorno avevano mangiato ed erano andati in Chiesa a San Giacomo per sentirsi la Messa. Mentre il prete diceva il Confíteor, il tetto della Chiesa precipito’ e si ferì a un braccio. Mi diceva che era andata bene perché poteva anche morire. Anche a Lauria Superiore molti ediici furono abbattuti, ma nessun danno risentirono le persone, grazie forse alla miracolosa intercessione del Servo di Dio o forse grazie alle ventarole» «che so le ventarole zio Pe?» chiese Tanino. « Sono quelle fessure che trovi nella roccia del Lanzo, so lunghe contorte e profonde, la trase la nebbia dei calanchi e sale ino ad uscire come fumo bianco davanti alla cappella di San Biagio. Insomma ste ventarole catturano le nebbie, il vento e pure il terremoto. Li tengono dentro come in un labirinto, ino a che non si stancano e tornano in supericie che hanno perso metà della loro forza. Comunque molte scosse seguirono quell’evento del 1831, La terrà tocoliò per più di nu mese e la gente anche allora si rifugio’ nelle botti a Largo Giardino ». La comitiva degli sfollati giunse in un aia dove si fermò per far passare la notte. I fratelli più grandi di Tanino con i loro amici, cominciarono a cantare, per far passare il tempo sulle note dell’organetto suonato da Giuseppe. Tra i ragazzi c’era un giovane alto magro e con gli occhi verdi , si chiamava Nino. Questi non cantava perché era stonato, ma sapeva ballare, e tra tutte le ragazze li 19 - Sulla sismicità della zona di Scalea (Cosenza) (Abiml the seismicity of the Scalea region).M. D E PANFILI« 20 Febbraio 1968 Piano strutturale di Maratea dott. geol. Giovanni Carmine Lavecchia dott. geol. Marcello Ferrigno 2004

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presenti invitò Bettina. Ad ogni passo di danza la ragazza sentiva ritornare la vita nelle sue vene e cominciava a vedere piu’ chiari i conini del suo futuro Intanto, più in la gli anziani con i bambini si sedettero a cerchio e continuarono a raccontare storie per far passare il tempo. Zio Iacolo, amico di Zio Peppo comincio’ a raccontare« Mia mamma mi diceva che quando nel 1831 ci fu quel grande terremoto di cui raccontavate, era piccola e teneva paura, perché a Largo Giardino,dove si erano rifugiati, tanti e tanti anni prima, ci avevano messo una montagna di morti. per questo pensava che ci fossero le paure ( i fantasmi). Erano le anime, così dicevano, di tutti quelli che li francesi guidati da Maseno avevano ucciso » «Massena Zio Iacolo, Massena era un generale di Napoleone» interruppe la maestra . «Scusatemi ma so’ gnorante» - Continuò - «allora, sto generale Massena si era messo vicino alla quercia grande che sta sopra la timpa della Seta, e di là aveva bombardato il paese. Infatti a quel tempo i francesi volevano governare il mondo ma i laurioti non volevano essere comandati. I francesi, che erano arrivati a Lauria per comandare, pretendevano per loro tutte le meglio cose: la meglio carne e la meglio pasta, ma poichè i cittadini erano più poveri di ora e non avevano niente, il sindaco dava ai francesi quello che poteva. Questi vedendo che era poco, si arrabbiarono e picchiarono il sindaco. Cosi i cittadini si ribellarono. Tutti si chiusero dentro il castello e cercarono di resistere, non si volevano e non si volevano arrendere. Mia mamma mi raccontava che per non darglielo a vedere che stavano male e che erano morti di fame, le donne si tiravano il latte dal seno e ci facevano dei casiddi, che poi lanciavano dalle mura della fortezza per far vedere che loro stavano bene...invece si puzzavano di fame. Resistettero all’assedio dei francesi per giorni. ino a quando arrivò Massena e mise Lauria a ferro e fuoco. Mille persone uccisero... e li buttarono nella fossa comune di Largo Giardino che per molto tempo si chiamò “onda dei morti” tanto che la terra si era goniata dei cadaveri di tutti quegli innocenti...» «Così Lauria quando tornarono i Borboni prese il titolo di “Semper Fidelis” per il coraggio mostrato dagli abitanti nel resistere all’invasore» sentenziò la maestra« Bella consolazione » esordì Giuseppe, che intanto insieme a Bettina, Nino e gli altri si erano messi ad ascoltare «Proprio bella, se si pensa: che a causa della taglia messa dai francesi sui laurioti da allora “siamo stati sparati prima dei lupi” ed hanno perso ufici e privilegi del paese piu’ importante del circondario a vantaggio di Lagonegro, ufici 47

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e privileggi mai piu’ tornati non ostante il titolo assegnato dai sovrani napoletani. ...» « Comunque sti Francesi sempre padroni erano» continuò zio Peppo « e ne fecero di cotte e di crude. Mio padre mi raccontava che c’era una donna che abitava in campagna sopra la strada che porta a Castelluccio, sta donna si chiamava Angiolina, era sposata e teneva nu iglio. Davanti alla porta di sta signora c’era la ila dei soldati francesi venuti per ricevere le sue grazie. Lei aiutata dal marito e dal iglio trovò il modo di farsi dare parte dei soldi che i francesi avevano sottratto in paese. Gli incontri dei militari con la donna avvenivano nel ienile e quando i due complici vedevano che qualcuno si recava da solo dall’ Angiolina, mentre il soldato era distratto gli toglievano ogni cosa dalla tasca delle giacche e dei pantaloni. Il Francese quando si andava a rivestire e si accorgeva del tranello diceva rivolto al marito della signora “banomo, banomo parble parble” facendo vedere le tasche vuote, “ma che pare ble pare ble quello è ianco” diceva l’uomo ingendosi fesso, allora il soldato minacciava cercando il fucile “Le escopette a disparu!” e i due si dicevano l’un l’altro:” che ha detto?”” ha detto che na scoppetta è dispari percio’ ce la regala così ne abbiamo due e sono pari...”Dunque al malcapitato toglievano anche il fucile e lo costringevano a fuggire via a gambe levate. Mo la contrada dove stava signora, tanto che fu importante, Madama Angiolella si chiama,e a quei morti, quelli di largo giardino, manco una strada ci hanno intitolata» « Beh risparmiaci i particolari! -disse la maestra- ci sono i bambini. Ma comunque non tutto fu male, i francesi e Napoleone hanno portato nel mondo i principi di uguaglianza, fraternità e libertà e a noi ci hanno donato la nostra cara bandiera» «Mica solo quella»continuo’ zio Peppo,«A Lauria Inferiore hanno lasciato, perchè non se lo riuscirono a portare, un bel coro ligneo che l’arciprete ha montato nella Chiesa di san Giacomo, al Centro c’è un monaco romito che fece miracoli e divenne Beato che stava nelle campagne tra Senise e Chiaromonte dov’è un’abbazia che li francesi avevano distrutto. In quelle terre dice che i monaci avevano una grande Certosa dedicata a Santo Nicola. I francesi diedero l’ordine ai certosini di abbandonare il loro convento, ma questi si riiutarono, allora cominciarono a bombardarlo, Di notte pare che i monici uscirono in cerca di aiuto ma la leggenda vuole che non ostante i cavalli e muli, su cui erano montati, fossero ferrati all’incontrario in modo che le orme portassero verso un’altra direzione, i francesi li scovarono su un monte e li’ ci fu uno scontro in un posto che ancora porta il nome di Piano della battaglia, non ci MILLEOTTOCENTOSEI

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fu niente da fare né pernla certosa né per i monaci…insomma sempre mai Napoleone ha portato tanto male ma pure tanto bene, che volete: il bene e il male sono nati con l’uomo e poi mondo era e mondo sarà.»Concluse zio Peppo, poi i più piccoli,stremati per il sonno riuscirono ad addormentarsi. Tanino e anche Luigia dimenticarono nei giorni seguenti i loro guai concentrati a seguire gli sviluppi del nuovo amore che nasceva tra Nino e Bettina. Intanto il fallimento andò avanti e i creditori della banca, riuscirono ad ottenere il 30% dei loro depositi solo nel gennaio del 1932, dopo una serie di tira e molla e dopo il seguirsi continuo di illusioni e disillusioni che continuarono anche dopo l’ottenimento del primo acconto, circa la promessa di rivedere la restante somma, promessa purtroppo disattesa.

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CAPITOLO IX

Il matrimonio di Bettina

Quella mattina che Nicola andò a prendersi i soldi pioveva e faceva freddo. L’uomo era stretto in una giacca di lana nera e camminava con la testa calata nel bavero alzato, quasi come a voler evitare di parlare alla gente che incontrava. Voleva forse non cadere nella tentazione di condividere con qualcuno quella gioia che invece voleva gridare al mondo, ma per obbedire a Luigia, che ben più attenta di lui sapeva che bisogna difendersi dalle orecchie degli uomini malevoli, perché il loro pensiero cattivo riesce a invertire il corso del fato, pensò che era bene tacere, perché quando nell’aria 49

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si vede un raggio di sole in una giornata buia, non è detto che tutto volga al bello, perché la prima folata di vento può far venire la pioggia. Così mentre camminava non faceva che ripetersi le parole di Luigia, mentre ferma sull’uscio di casa lo guardava e aggiustandogli il bavero amorevolmente lo esortava:«Va e non dire niente nemmanco a tua mamma che ti ha fatto» Luigia era rimasta a casa perché tante erano le cose da fare, ottenuti i soldi era possibile maritare Bettina, con Nino che quotidianamente frequentava la loro casa. Avrebbero potuto darle per dote dei soldi ed il corredo...Già il corredo, era quasi pronto, era l’orgoglio di Luigia, lo aveva cominciato a preparare quando Bettina era ancora nella culla perché dove essere importante per l’unica iglia femmina. Prima del matrimonio bisognava esporlo per farlo ammirare a parenti e amici nella casa materna della sposa. Era sontuoso, era un corredo a quaranta, come data la crisi, non se ne vedevano più. Luigia già pensava a come dovevano essere occupati i letti, i tavolini e le sedie, per mettere in bella evidenza le lenzuola e le tovaglie ricamate, le federe, i completi da bagno, gli indumenti intimi, le coperte e tante altre cose, acquistate o preparate in dai primi anni di vita della iglia, nel rispetto delle tradizioni perché, come recitava un detto popolare«la iglia inta la fascia e la dote inta la cascia».Mancavano solo i “muccaturi””20 infatti, quando si prepara un corredo nuziale, non si deve mai iniziare con i fazzoletti, perché questi rappresentano lacrime e di quelle ne avevano già versate a iosa. L’esposizione del corredo non era che uno dei tanti eventi che si sarebbero vissuti in quei giorni. Nicola’ torno a casa alle 12 e dopo aver mangiato un frugale pasto insieme alla moglie comunicò a Bettina che non voleva perdere più tempo, era giunto il momento di sposarla, anche perché temeva che preso dalle mille contingenze avrebbe speso quei soldi ricevuti e non avrebbe potuto maritare la iglia che aveva già quasi 22 anni. Nicola nel pomeriggio, andò dal nuovo Parroco, Don Nicola, per chiedergli di farsi da intermediario con i consuoceri. Questi la sera stessa,su invito del prelato, si presentarono a casa per issare la data delle nozze: Insieme decisero di celebrare il matrimonio il 9 febbraio. Quando Luigia sentì la data trasalì era un martedì, e tutti sapevano che ne di Venere, né di Marte ci si doveva sposare. Ma Don Nicola disse che era un martedì speciale 20 - Fazzoletti

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perché in quella data cadeva l’ultimo giorno di Carnevale e per quel giorno di festa il detto non valeva. Così tutti concordarono per quella data, anche perché prima non si poteva proprio, c’era da inire di sistemare la casa degli sposi. Tre giorni dopo Nino si presento’ sotto la inestra di Bettina con i suoi amici e con tre suonatori uno con il mandacetto, l’altro con il cupe cupe e il terzo con una surdulina, zampogna con una canna sorda utilizzata nelle contrade del paese. Il gruppo era pronto a farle una delle più belle serenate che siano state mai fatte, la canzone d’amore alzava le sue note che vibravano in quel crepuscolo facendo tremare le membra della dolce Bettina: «Affacciate a la inestra uocchi nivuri e ‘rrobbacori s’’ncatinavu lu ciri e commi lu vuoi cchiu’ scatinà ohi mamma vangi parla ca J m’’ngi ‘mbroglio J ‘a Bettina vogliu e nu’ m’adda rìci ca no Affacciate a la inestra uocchi nivuri e ‘rrobbacori s’’ncatinavu lu ciri e commi lu vuoi cchiu’ scatinà tu ruormi a tre cuscini e j rormu a cielu sirenu l’amor(e) Je na catena e commi lu vuoi cchiu’ scatinà» L’ultimo canto fu quello di buon augurio, quello che i cantori intonavano sempre per propiziare l’unione: : “…e quannu ballamo ziti e quannu ca vene cu lu maritu …quannu ballamu suli e quannu ca veni cu lu vagnunu…”. Il cuore della ragazza da quella sera cominciò a battere forte, ma così forte che temeva che quel rumore che le faceva rimbombare il petto, sovrastasse l’ululato del vento, i tuoni e il rumore degli scosci d’acqua che riempivano quelle notti tempestose che precedettero il matrimonio mentre l’ansia di Luigia cresceva. 51

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L’agitazione era palpabile, c’erano mille cose da fare , ma soprattutto c’era il pranzo delle nozze. Anche se la stagione e la crisi in cui versava la famiglia non consentivano di fare grossi pranzi e grossi inviti, qualche settimana prima della data stabilita Luigia aveva chiamato le sue due comari Antonetta e Lena per preparare almeno pizzitti e viscottini. Luigia era molto preoccupata ma Antonetta la rincuoro’ « Comma Lui’ non ti devi preoccupare, ti devi stare calma, che vuoi che ci mettiamo a fare due pizzitti? io sono esperta dovevi vedere quando sposammo mia sorella Edvige» «a che bella festa fu alla contrada Seta, in agosto, prima della guerra, è vero?»chiese Lena «Si ti ricordi bene...i preparativi cominciarono sette giorni prima quando a casa arrivarono le comari di mia mamma che dovevano cucinare. Le ospitammo a casa, mangiarono e dormirono sette giorni da noi, nei nostri letti e io e mio fratello fummo costretti a dormire a terra. Il primo giorno le donne cominciarono a preparare i viscottini ricoperti da naspro. Questo, me lo ricordo, fu fatto con l’albume di 300 uova messe in una ciotola di creta enorme, con lo zucchero, ai ianchi della ciotola, sedute su due sedie erano due donne che con due palette simili a due remi, cominciarono a sbattere il tutto al ritmo di una canzone. E pum, pum e pam il liquido giallastro divenne neve solida. Una donna alla ine della canzone per vedere se la consistenza era giusta, prese una forcina la mise dentro la lascio’ e vide se stava dritta.. tesa rimase!. Allora prese il succo di due limoni e lo verso’, le donne ai ianchi della ciotola ripresero a sbattere per amalgamare il tutto»«e cò tutte stè uova e sto pum, pum lo zucchero volava da per tutto »disse Lena«si.. quella sera lo trovai pure nelle lenzuola...Anche perché quando inirono di sbattere, mia mamma mi disse: moh mettiti, questo e u pennello e ricopri i viscottini: 500 ne pittai....Una volta pittati li misero ad asciugare su tavole di vimini e a mio fratello fu dato il compito di tenere lontane le mosche con una specie di ventaglio» «e già con il naspro fresco le mosche, se non le secuti, possono restare incollate»disse Lena,«il giorno dopo facemmo i pizzitti, con farina, miele, noci e olio, quel giorno noi ragazzi fummo un po più riposati, dovemmo solo rompere le noci e portar la legna per il forno. il terzo giorno»continuò Antunetta« mio padre prese 5 pecore e nu zimmarone e li ammazzò. Comincio’ allora la selezione dei pezzi dell’animale: due donne presero, dalla pecore squartate, le interiora e le andarono a lavare al iume per una giornata intera, per preparare le mazzarelle. Le cosce furono messe da parte per l’arrosto, gli altri pezzi di minor valore per la pastorale, per il sugo e per insaporire la minestra. MILLEOTTOCENTOSEI

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Le cuoche cominciarono nei giorni successivi a fare le preparazioni base, a tagliare il lardo, le cipolle la verza o il cavolo. Così il giorno delle nozze si mangiò: affellata di prosciutto, minestra di cavolo,maccaroni i’ ziti con ragù di pecora, pastorale, mazzarelle, fegatini, arrosto di pecora, pizzitti e viscottini:Proprio come signori mangiammo! La vigilia preparammo i tavoli, i piatti, uno ogni quattro invitati, le posate i mesali e le pergole per la frescura sopra ogni tavolo...che sfacchinata commare mie a trasportare le canne dal iume all’aia dove avevano sistemato i tavoli per realizzare le pergole. Mi ricordo che la notte prima del matrimonio venne un temporale e mia madre si disperava perché non aveva proprio dove mettere tutti gli invitati a casa se pioveva e non poteva sfruttare l’aia, poi una delle cuoche le disse di non preoccuparsi era agosto e il temporale era solo na trupia...»«no come ora che piove senza sosta da quasi un mese...ho saputo da compare Salvatore che a Mormannoo21se avviata nà frana» interruppe Lena «Si l’ho sentito pure io e se non la inisce pure il Carbonaro si allaga» disse Antunetta «non sia mai comare mie» disse Luigia desolata, la povera donna aveva negli occhi ancora le scene viste qualche anno prima quando il Torrente Carbonaro aveva fatto la mposta.. Il torrentello passava sotto il ponte della strada che attraversava il rione Taverna, quello che i laurioti avevano costruito dopo la ruina del Lanzo di cui si è detto. Proprio sotto quel ponte un falegname metteva ad asciugare le tavole di legno, sfruttando la corrente d’aria che naturalmente si creava. Quando però la piena del torrente ingenerata dalle violente piogge che da giorni sferzavano i ianchi dei monti, travolse tutto, le tavole furono trascinate a valle e si incastrarono nell’alveo, cementate da tutto quello che il iume riusciva a trasportare:cespugli divelti, pietre e ciottoli. Così si costituì uno sbarramento dietro il quale le acque si fermarono formando la mposta , un invaso che per giorni minaccio’ l’abitato. Una notte con un sordo rumore quella diga naturale crollo. Così il torrente invase le strade e i vicoli invadendo i bassi e i primi piani delle abitazioni che a imperitura memoria portarono sulle pareti dei muri maestri il segno del livello raggiunto dall’acqua. Questo era così elevato che Luisa una vicina di casa di Luigia che abitava a pian terreno veniva portata in braccio dal marito, preoccupato per il suo stato, era infatti all’ultimo mese di gravidanza, voleva che non si bagnasse. La scena della povera donna minuta e sciupata stretta nel suo scialle, provoco’ in Luigia un brivido di terrore «speriamo che Sant’Elia mi aiuti, io la festa la faccio a casa, per questo non ho invitato nessuno, 21 - Frane a alluvioni nella provincia di Cosenza agli inizi del 1900 -ricerche storiche della documentazione del Genio Civile - O. Petrucci-P. Versace- Graica Cosentina 2005- pag.118.

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comunque non vorrei che Bettina si bagnasse» disse Luigia che aveva taciuto ino ad allora «ma si, comare mie: sposa bagnata sposa fortunata!, me comunque pigliate sté uova sennò stì viscottini non li facciamo nemmeno per la mattina di Pasqua». Concluse Antonetta. Così le donne si misero a lavorare e un giorno prima del matrimonio furono pronti non solo pizzitti e viscottini ma anche altri dolci della tradizione quali anginetti e friselline. Una parte di tali leccornie fu portata nella casa degli sposi, dove come era uso, si preparò il letto e si brindò alla salute della nuova famiglia. Bettina si sposò il 9 febbraio del 1932 una fredda mattina d’inverno baciata dai raggi del sole. Il suo vestito era stato cucito da Aurelia una cugina della mamma che abitava a Nemoli, era di colore bianco, lungo e con il velo, che dalla testa scendeva oltre i piedi, formando lo strascico, la stoffa gli era stata donata da Nino. Questi indossava un doppio petto nero su una camicia bianca acquistata da Luigia e da Nicola. Quando lo sposo e i parenti giunsero a casa di Bettina in corteo, l’aria era tersa, Tanino corse giù per le scale e apri’ la porta, Bettina accompagnata dal padre giunse in fondo alle scale e li’ salutò Nino che le diede un timido bacio sulle guance, poi insieme in processione si recarono in Chiesa. A casa rimasero Lena e Antunetta, che commentando la toilette degli invitati, senza tralasciare, in verità, spunti sarcastici, sistemarono contro i muri della sala da pranzo le sedie in più ile. Erano di diversa forma e fattura poiché messe a disposizione da tutto il vicinato. Su di esse avrebbero trovato posto gli invitati, mentre per gli sposi era stata posta al centro della stanza una pedana, su cui troneggiavano due poltroncine di velluto rosso. Tutto era sistemato in modo tale che da ogni posto a sedere gli sposi fossero visibili e che Lena e Antunetta, a cui era stato afidato il compito di “giratrici” cioè di addette alla distribuzione dei “complimenti” cioè dei dolcetti e delle pietanze preparate, potessero tranquillamente gestire la situazione. «Ma cummara mia» disse Lena«speriamo che almeno i ziti ci facciano un bel pranzo, dopo tutta sta fatica!».. Con un pranzo si ripagavano infatti, secondo tradizione le giratrici. La giornata fu serena e si mangiò’ veramente bene. Gli sposi ricevettero in dono molti oggetti utili: piatti, vasi, posate, pentole, cesti di varia misura e inanche “u cernicchio”, che serviva per cernere la farina. Dopo il matrimonio Nino e Bettina rimasero chiusi in casa per otto giorni, come era l’usanza per fare la luna di miele. Trascorso quel periodo indossarono di nuovo gli abiti nuziali e si recarono dal fotografo, questo dopo una serie interminabili di prove MILLEOTTOCENTOSEI

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li ritrasse davanti a un lenzuolo su cui era dipinta una maestosa gradinata . La loro nuova vita aveva avuto inizio e Bettina lo sapeva, era ormai certa e lo sarebbe stata ogni giorno di piu’ della sua non semplice vita, che aldilà dei soldi, la dote che la sua famiglia le aveva tramandato era un tesoro immenso; fatto di quella forza di carattere che le avrebbe consentito di tener dritto il timone della sua vita, quando le tempeste, le mille tempeste dei giorni a venire ricchi di nuove guerre, di fame e privazioni, l’avrebbero stravolta; impastato con quella capacità di piegarsi alla fatica docile e lessibile come una canna nei lutti; impreziosito di perle di sorriso e di quella speranza che le avrò visto mille volte, negli occhi mai piegati dalla solitudine; condito con quella maestria e quella dolcezza delle sue mani, mai ferme, pronte ad abbracciare ogni giorno quella Croce, come se fosse un naturale destino.

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A mia Zia Bettina Una piccola donna senza dote, capace di donare quale eredità preziosa, il suo limpido e sereno esempio di vita; e a tutte le donne che con tenacia continuano a rimboccarsi le maniche e a sperare… anche nella tempesta.

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La dote di bettina  

Il racconto storico di Elena Carlomagno ambientato nella città di Lauria all'ombra del fallimento della Banca Popolare e dell'eterno ripeter...

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