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LA DOTE DI BETTINA di Elena Carlomagno/pag. 9

gli antichi centri abitati di Antonio Boccia/pag. 74

1806 la battaglia di lauria di Antonio Boccia/pag. 82


INDICE

1. MERCURION, ovvero come ti cambio la vita di Giuseppe di Fazio 5. Il MERCURION, LE MOTIVAZIONI OSPITALI di Giuseppe di Fazio 9. LA DOTE DI BETTINA di Elena Carlomagno 56. LA storia di lauria di Francesco Forte 74. gli antichi centri abitati di Antonio Boccia 82. 1806 la battaglia di lauria di Antonio Boccia 98. maratea sacra Fotografie di Giuseppe Maimone


EDITORIALE

La seconda edizione del magazine 1806 è un tributo alla memoria storica ed alla narrazione. Come spiegavamo nel numero precedente riteniamo che la storia è un fondamento ineludibile della quotidianità e conoscerla aiuta ad avere una prospettiva di miglioramento delle condizioni in cui il territorio si trova. La cultura, intesa come produzione culturale contemporanea, è riconosciuta ormai, e finalmente, come volano di progressi e sviluppi sociali ed economici, in particolare nella Regione Basilicata, la terra della Capitale europea della Cultura nel 2019. Senza sedimenti però questo processo di nuovo “acculturamento” della Basilicata rischia di fermarsi all’autocelebrazione oppure ad eventi di passaggio, oppure ancora a grandi strutture turistiche senza coscienza diffusa nella popolazione. Gli studenti e i docenti, i volontari del terzo settore e quanti vorranno leggere e custodire queste pagine troveranno materiale narrativo e documentale per rafforzare tale coscienza. Pertanto pubblichiamo on line, sul sito lauria1806.it questo magazine in modo tale che sia scomponibile e ricomponibile, in pdf, per consultazioni estemporanee, liberi download e circolazione di pezzi singoli, ritenendo la creazione delle vesti grafiche un processo importante della stessa espressività letteraria, anche scientifica e storiografica, qui rappresentata. L’augurio della redazione è che quanto raccolto e dato alle stampe, ai social network e diffuso nel territorio possa contribuire al movimento di crescita delle conoscenze di sé, radicando le idee di comunità nel vissuto, o comunque in parte di esso che riteniamo di salvare dal dimenticatoio. Gennaro Cosentino


MERCURION, OVVERO COME TI CAMBIO LA VITA I MONACI PRATICAVANO lA MEDITAZIONE, MA sI DEDICARONO ANChE A DIssODARE E COlTIVARE lA TERRA, PUR CONsERVANDO UNA VITA INTEllETTUAlE FATTA DI sTUDIO E RIFlEssIONE ChE lI PORTò A DIVENTARE RIFERIMENTO CUlTURAlE, OlTRE ChE sPIRITUAlE E RElIGIOsO di GIUSEPPE DI FAZIO

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Longobardi tolleravano e incoraggiavano l’insediamento nei loro territori da parte dei monaci greco-orientali in quanto operato 1

da “banditori di pace” e fattori “di tranquillità nei loro domìni” (Biagio Cappelli, Medioevo bizantino nel Mezzogiorno d’Italia). Ne gradirono il presidio spirituale, 1806


insomma, la funzione di guida che i monaci vennero ad assumere ed il tipo di rapporto che questi instauravano con le popolazioni locali, oltre che lo stimolo alla pacifica e docile sottomissione. Le circoscrizioni amministrative longobarde, nella sostanza Themata bizantini, furono interamente interessati dall’insediamento monastico. I monaci praticavano la meditazione, ma si dedicarono anche a dissodare e coltivare la terra, pur conservando una vita intellettuale fatta di studio e riflessione che li portò a diventare riferimento culturale, oltre che spirituale e religioso. Tanto che in alcuni eremi orientali c’è chi si riferisce ancora oggi ai nostri territori come “il Monte Athos d’Italia” o la “Tebaide italiana”. Intanto rinnovarono l’agricoltura, introdussero agrumi, diedero impulso alla coltivazione del cedro e a quella della coltivazione del gelso. Insegnarono le coltivazioni pregiate per le quali si inventò l’orto, giardino privilegiato secondo l’uso orientale. Introdussero in più riprese i bachi da seta e le tecniche per allevarli. L’uva passa fu prodotta con uve portate da Damasco e passite a Scalea, Diamante e Belvedere, con lavorazioni che sono ancora in uso. MILLEOTTOCENTOSEI

Le ciliegie le chiamiamo ancora oggi cerase forse perché provenienti da Gerasa, città della Siria. In un’epoca di secoli bui, come li ha spesso definiti una caterva di cronisti dal Petrarca e fino ad Indro Montanelli, quando nel resto dell’Europa allora conosciuta si moriva di fame, di peste e di miseria, qui da noi abbiamo vissuto una storia speciale, che ci ha resi speciali. Nel corso di circa tre secoli cambiarono profondamente le abitudini, la cultura e la spiritualità del territorio, ed anche il suo paesaggio, che da allora fu preparato ad essere un elemento sempre più intriso di sapienza locale, e perciò paesaggio culturale. In seguito l’aspetto stesso delle coste mediterranee ha cambiato abito più volte, nel corso dei secoli, e nel segno di quella speciale capacità di accoglienza che avevamo imparato dai monaci. Tranne che per le querce, l’ulivo, la vite e il grano, originatesi più o meno alla stessa latitudine, ed insediate da millenni, quasi tutte le piante che dimorano qui da noi sono nate lontano. Scriveva Braudel, uno dei maggiori storici moderni di Francia: “..Se Erodoto, il padre della Storia, vissuto nel V secolo A.C., tornasse 2


Vieste

Capua Gaeta

Benevento Longobardia

Napoli

Territori al Bari

Salerno Amalfi

Lucania

Calabria

Reggio

Sicilia (Arabi) 3

1806


meridionali ll’anno Mille

9 PER APPROFONDIRE 9 Fernand Braudel

Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia gli uomini le tradizioni, 1999 Biagio Cappelli

Medioevo bizantino nel Mezzogiorno d’Italia, 1993 Giovanni Celico

Santi e briganti del Mercurion, 2002 Giovanni Russo

La valle dei monasteri, 2013

e si rimescolasse ai turisti di oggi, andrebbe incontro ad una sorpresa dopo l’altra. Lo immagino - ha scritto Lucien Le Febvre - rifare oggi il periplo del Mediterraneo Orientale. Quanti motivi di stupore! Quei frutti d’oro tra le foglie verde scuro di certi arbusti arance,limoni, mandarini - non ricorda di averli mai visti nella sua vita. Sfido, vengono dall’estremo Oriente, sono stati introdotti dagli Arabi..” Noi stessi siamo ormai così abituati all’immagine del “nostro” Mediterraneo che non ci è facile concepire il territorio senza il suo aspetto attuale, e lo riteniamo originale e caratteristico nella sua unitarietà. Eppure è invece il frutto di tanti passaggi, insediamenti, colonizzazioni. Quei monaci hanno contribuito a tutto questo con l’insegnamento di colture, di comportamenti, con l’introduzione di esperienze orientali, di metodi di terrazzamento, di regimazioni idrauliche. Tecniche assorbite a tal punto che fino alla Rivoluzione Industriale l’80-90% delle popolazioni hanno continuato a vivere e lavorare, in campagna, proprio secondo quegli insegnamenti millenari di modifica e di controllo del territorio.

Don Peppino Cataldo, Sacerdote

Oriundi d’Oriente, Flora e fauna alloctona nelle streme regioni d’Italia - Silvae, Anno III n.8

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il MERCURION, le motivazioni ospitali Era gente abituata a una pastorizia rudimentale, e fu iniziata a un sistema di conduzione agricola che risanava i terreni, bonificava paludi, produceva grano, vino e olio in scala sempre più vasta di GIUSEPPE DI FAZIO

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hi scappava dall’Oriente portando con sé le icone era spesso una persona speciale. Ai Longobardi non pareva vero di avere gratis chi si

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proponeva di ri-abitare questi luoghi, e che si accingesse a farlo con un grande bagaglio di conoscenze scientifiche e capacità di aggregazione, in terre allora povere sia di persone e che di 1806


attività redditizie, e che da invivibili si trasformarono in appetibili e con rendite tassabili. Per quanto riguarda il Mercurion si trattava di terre perlopiù vicine alla costa, non difendibili e che i Longobardi, non possedendo una flotta, lasciavano incustodite per dedicarsi piuttosto alle terre interne. Dunque ancora percorribili, invece, in relativa sicurezza dai Bizantini per raggiungere il luoghi ancora sotto il loro dominio. Sono le terre che successivamente sarebbero tornate bizantine a seguito delle conquiste del Generale Niceforo Foca (che nella spedizione contro gli Arabi dell’anno 885 si riprese la Calabria) e che saranno poi dei Normanni. Territori fino ad allora contesi esclusivamente per la loro posizione strategica di confine, e continuamente stravolti dal passaggio di mano tra eserciti che si alternavano in Lucania. Ma che si rivelarono comunque straordinariamente disponibili a un innesto di spiritualità “greca”, in quanto abitate da popolazioni che dalle precedenti e ricorrenti frequentazioni monastiche erano state in qualche modo già preparate a una certa forma di bizantinizzazione. Come se Bisanzio fosse nel Dna locale, in un certo senso. I monaci furono un’occasione preziosa per coagulare gente che altrimenti sopravviveva sbandata e perseguitata, terrorizzata da crudeltà e malattie e, soprattutto, non in grado di fornire MILLEOTTOCENTOSEI

risorse economiche, e quindi di pagare tasse. Nel main-stream di allora (e non solo qui, ma in tutto l’Occidente) la regola era l’arrangiarsi, disperatamente, l’uno contro l’altro e contro una natura matrigna, rassegnati, senza nemmeno immaginare prospettive di miglioramento. Insieme a cultura e religione i monaci invece dispensarono protezione praticamente gratuita, insegnamenti pratici e un minimo di interlocuzione nei confronti dei padroni di casa. La gente che si addensava intorno ai nuovi luoghi sacri o lungo le vie di eremitaggio ne riceveva una certa sicurezza e la possibilità di essere guidata attraverso le difficoltà dei tempi, di conoscere tecnologie più appropriate e di essere educati a comportamenti e relazioni che si rivelarono preziosi. Era gente abituata a una pastorizia rudimentale, e fu iniziata a un sistema di conduzione agricola che risanava i terreni, bonificava paludi, produceva grano, vino e olio in scala sempre più vasta. D’altra parte quei monaci erano esperti conoscitori dell’animo umano ed era quasi naturale eleggerli a maestri di vita. Se ce n’era bisogno, erano anche capaci di difendere gli oppressi alzando la voce contro i potenti, e con grandezza morale in quei tempi non facile da riscontrare, come rivelano le agiografie dei santi che abitarono questi luoghi. Ancora, erano esperti in arti 6


mediche, ed erano capitati ai piedi del Pollino, che già prima Greci e Romani (Mons Apollineus) avevano dedicato ad Apollo dio della Medicina a causa della gran quantità di erbe officinali, che ne facevano un vero e proprio laboratorio di ricerca e di insegnamenti naturali. In tempi di assoluta ignoranza i loro rimedi, e la risoluta e sincera disponibilità alla cura e all’accoglienza, li indicavano come medici di anime e di corpi. Certo, siccome sapevano fare il proprio mestiere, le cure erano dispensate spesso come attività taumaturgiche, e questo accresceva l’aura di misticismo che li connotava. Questo comportamento ne accresceva le virtù eroiche, e insieme alla pratica sovrumana dell’ascesi che spesso rasentava il martirio, e alla forte voglia di santità dichiaratamente manifestata, ne faceva degli individui straordinari. E quei monaci straordinari, del resto, lo erano. La necessità di fuga li aveva praticamente deportati dai loro vasti territori, lontani ed eccellenti centri di ricerca, per addensarli in uno spazio relativamente limitato e praticamente vergine, colmo di occasioni per speculazioni sia teoriche che concrete, e disponibile a riceverne gli insegnamenti. Erano astronomi, agronomi, matematici, filosofi, medici, musici, maestri di scritture sacre, venivano dai grandi monasteri dove si era addensata la migliore sapienza orientale. Il loro 7

contributo fu di spiritualità intensa, accogliente e premurosa. Forgiarono comportamenti che ci rendono ancora oggi differenti e unici nel nostro modo di pensare, di essere religiosi, o anche soltanto di essere accoglienti. Spesso non ne siamo consapevoli, eppure questa unicità è l’eredità più preziosa di quei monaci, e da patrimonio potrebbe ancora trasformarsi in risorsa. Quante altre colonizzazioni, nel corso della storia, sono state altrettanto provvidenziali, insperate e benevolmente adottate? Non ci hanno lasciate cattedrali, anche se ne sarebbero stati capaci, in quanto il loro timbro era invece l’austerità fino all’ascesi più estrema e comunque, in qualche modo, hanno contribuito alla costruzione di competenze che portarono agli insegnamenti della Scuola Medica Salernitana e poi, più al nord, alle grandi cattedrali gotiche. Qui da noi hanno costruito, a pensarci bene, su una scala ancora più grande: hanno prodotto un intero territorio così come lo conosciamo ora, eccellente e resiliente, capace di rispondere alle sollecitazioni di un contesto difficile, e di produrre nuovi equilibri.

Una lezione da re-imparare, e che può essere utile in periodi tanto incerti come questo nostro.

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Lagonegro

Rivello

Lauria

Maratea

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Is. S. Ianni

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SINUS LAUS

(Golfo di Policastro)

Plaga Sclavorum

Papasidero

(Praia)

Is. di Dino S. Nicola Arcella

Orsomarso

Scalea

Castromercurio

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LAOS

La regione monastica del Mercurion nella prima metà Is. di Cirella del sec. XI d.C. MILLEOTTOCENTOSEI

Verbicaro marco f. Abate

Grisolia Maierà Cirella

curion Mer

Trecchina

di Calabria a m e T

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ELENA CARLOMAGNO

la dote di Bettina


Capitolo I

La tela di Luigia

Le stanche membra di Luigia ricurve sull’imponente telaio di legno, muovendosi al ritmo di una danza antica, davano vita alla tela di ginestra, fiore audace e selvaggio che, aggrappato alle rocce più impervie, tinge di giallo intenso i fianchi dei monti della Lucania nei giorni di primavera. Non si sa quando e dove il seme arrivò, forse volò nel cielo sulle ali di Zefiro oppure navigò nella stiva delle navi greche che, per conquistare il mondo, solcarono i mari senza paura, liberando o legando le vele con le corde, spartos, immuni all’incessante logorio dell’acqua marina e per ciò ricavate dalla lavorazione del fusto a cui lo stesso seme dava vita. Come in una danza lenta, il rito della lavorazione della ginestra per secoli si era ripetuto sempre identico a se stesso. La raccolta, fatta da uomini e donne, arrampicati sui monti come capre al pascolo, avveniva nelle mattine d’estate. A giorno avanzato, quando la calura esigeva il riposo, all’ombra di una grande quercia le donne già stanche, riducevano le frasche in fascine. Queste venivano riposte in ceste e trasportate sul dorso dei muli nei pressi di un’ansa del torrente, dove venivano bollite con la soda caustica e la cenere. Una volta cotte le fascine venivano macerate dalla corrente del rio per quindici giorni. Ma il tempo, il gorgogliar dell’acqua, i passi e le parole degli uomini non erano sufficienti ad ammorbidir la fibra che riposta a riva e ricoperta di sabbia, veniva battuta al ritmo della tarantella, dove in un vortice di passi, di sudore, di amore e vita, ogni filamento veniva strappato dal canupolo, così il primo continuava il suo viaggio verso il telaio, il secondo veniva usato per accendere il fuoco o per fornire l’imbottitura dei materassi usati sui giacigli più umili, affinché tutto si trasformasse in ricchezza, tutto tornasse ancora a dar vita e calore. Di nuovo nei giorni seguenti, le donne lavavano la ginestra per essiccarla all’ultimo sole d’estate. Poi quando la sera il tempo cambiato, costringeva gli uomini di nuovo nelle case, la fibra veniva cardata e finalmente filata. Strumenti antichi e magici MILLEOTTOCENTOSEI

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governavano questo rito: la conocchia con cui le fibre venivano torte e rese sottili, e l’arcolaio che uniformava il diametro del filo. Solo dopo molti mesi e molti gesti dunque, dalla pianta nasceva il tessuto, quel tessuto che Luigia aveva appeso al suo telaio. Ah se quel filo avesse potuto raccontare i volti, le parole, i borbottii, le speranze gli amori i suoni ascoltati, se avesse potuto raccontare di quel sole che lo bruciava e di quell’acqua che lavando gli ridava vita... ma come qualunque altro essere, la fibra era lì a conservare dentro di sé, quell’insieme di piccoli momenti che l’aveva trasformata che l’aveva portata ad essere quello che era e, anche se imperscrutabile ad un occhio distratto, la sua storia era percettibile per chi, fermandosi, la prendesse tra le mani. Mentre Luigia tesseva, dunque, il sole intenso di quel pomeriggio di aprile del 1923 illuminava la stanza rendendo più sacrale il rito della tessitura. Luigia si fermò e portò le sue stanche mani al volto e, senza che nessuno potesse sentirla, cominciò a piangere. Le lacrime, senza freno, scendevano dai suoi occhi, le bagnavano il viso e le mani, il cuore le batteva forte, la testa scoppiava e, per quanto pensasse, non riusciva a sopprimere il forte senso di angoscia che provava Quel venerdì era il giorno in cui il suo piccolo Tanino compiva un anno e la balia a cui lo aveva affidato, era scesa in paese per farglielo vedere: poche ore erano stati insieme e presto era venuto il momento di andare via. L’età non più tenera e il clima di paura e stenti in cui dalla fine della Grande Guerra si viveva, avevano reso arido il suo seno e, a malincuore, era stata costretta a mandare Tanino di pochi giorni a balia. La donna che si chiamava Tommasa e che viveva ai piedi della Serra Rotonda, aveva da poco partorito una bambina e aveva latte a volontà. Sebbene la sua casa fosse piena di altri 4 figli: Giacomo, Bettina, Francesco e Giuseppe, Luigia viveva la separazione da quel piccolo bambino come se fosse una colpa. Una donna il cui seno è sterile, vive anche oggi il suo stato come l’ingiustizia di una maternità monca, incapace della completa donazione e tale sentimento all’epoca era ingigantito dalla necessità di separarsi dal proprio figlio. La sensazione veniva amplificata dall’avversità che gli altri suoi figli avevano per quel bimbo che viveva in campagna, allattato da una contadina, avversità che veniva manifestata con ogni sorta di dispetti e di canzonature. Aveva appena smesso di rimproverare Giuseppe per come si era comportato con mamma Tommasa e Tanino e, per la rabbia e il dispiacere, non riusciva più a lavorare. 11

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Ma questo era solo l’antipasto dei danni che quel giorno di aprile le stava arrecando. Era assorta nei suoi pensieri quando alla porta bussò Donato, il vicino di casa: « Comare Lugia, aprimi per favore è successa una disgrazia». Luigia corse per le scale e aprì la porta con il cuore che le batteva. Donato entrò e accertatosi che non fosse seguito, chiuse il portone : «Quei fetenti dei fascisti hanno assalito il postale di ritorno da Potenza», « oh Gesù» interloquì Luigia «Comare, » riprese l’uomo gesticolando « hanno picchiato Nicola!; Don Giovanni mi ha detto che gli hanno dato una manganellata in testa, comunque è vivo lo stanno portando a casa». Nicola, marito di Luigia era uno dei migliori artigiani del paese: aveva lavorato a lungo come scalpellino, avendo un ruolo di primo piano nei lavori di canalizzazione del Torrente Carbonaro, rovinoso rio che, insinuandosi tra le case del paese, precipitava un tempo a valle dell’abitato dopo essersi riunito con il Torrente Caffaro. I complessi lavori che avevano interessato il risanamento dell’abitato di Lauria superiore erano stati necessari per porre fine ai continui franamenti che l’azione erosiva delle piene dei due torrenti aveva provocato nel corso dei secoli. La frana più imponente era avvenuta nel 18201 quando era crollato il margine sud orientale della rupe del Lanzo, erosa al piede dalle acque dei torrenti. Nonna Peppa, la nonna di Nicola, nel corso della sua vita, aveva narrato più volte quello che era accaduto in quei giorni che sconvolsero il paese. Il franamento avvenne lentamente così che tra i primi scricchiolii e la catastrofe, che avvenne dopo tre giorni dall’istante iniziale, i cittadini ebbero il tempo di andar via con le loro masserizie. In totale crollarono 160 case, in una delle quali nonna Peppa ricordava che, prima dell’evento franoso, era in corso una veglia funebre: i parenti affranti lasciarono il morto in casa. Questi fu sepolto insieme alle macerie del paese, portandosi via con sè, anche la casa in cui viveva, come bara. La frana, con il suo suono funesto che si diffuse nella vallata, amplificandosi, sconvolse i cittadini di Lauria tanto che, come si narra, il Santo Sacerdote Domenico Lentini2, portando il Patrono, San Nicola, in processione, si fermò davanti al baratro che si apriva nel cuore del paese, invocando il protettore con queste parole: Nicola salva Lauria! Nel 1903 iniziarono i lavori nell’abitato, imponenti e ciclopici per l’epoca: si trattò 1 - Le Frane di Lauria - di Giovanni Battista Bruno - Ed.Camilla e Bertolero- Torino - anno 1891- pag.30. 2 - Ci si riferisce al Beato Domenico Lentini nato a Lauria il 20 novembre 1770 da Macario e Rosalia Vitarella, morto il 25 febbraio 1828 in odore di Santità. Nel 1935 papa Pio XI lo dichiarò venerabile. Il 12 ottobre 1997, in piazza San Pietro a Roma, Domenico Lentini fu beatificato da papa Giovanni Paolo II. MILLEOTTOCENTOSEI

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di canalizzare i torrenti che lo attraversavano, terrazzare il dirupo creato dalla frana, piantare alberi e rinforzare la copertura vegetale così da ridurre gli effetti nefasti delle piogge. Molti cittadini presero parte a tali lavori, tra questi Nicola che, come detto, operò con diligenza. Il lavoro svolto gli era valso l’impiego come assistente contrario per il Genio Civile di Potenza. Quando, dunque, Nicola arrivò a casa, accompagnato da Don Giovanni, il parroco del paese, era semicosciente, Luigia si disperò e quella disperazione però ben presto accrebbe la sua rabbia. Già, la sua rabbia, ma non solo contro le violenze dei fascisti, anche contro suo marito, contro quell’uomo che sprezzante del pericolo aveva voluto prendere la tessera della Cooperativa di Consumo Lauria Unitaa3 Nicola, infatti, andando a Potenza aveva incontrato il suo compaesano Giuseppe Maria Masellaa4 che pare lo avesse fatto avvicinare alle idee socialiste, ed era così convinto, che non erano bastate le continue minacce degli squadristi, a farlo desistere. Nicola come Masella e come l’altro politico lucano, Francesco Saverio Nitti, aveva continuato a sottovalutare il potere dei fascisti, infatti ad ogni disappunto della moglie per la sua fede politica, ripeteva «Lasciali stare, abbaiano abbaiano ma non mozzicano. Sono una minuzzagliaa5 incapace di dare fastidio». Invece quelle cattive persone il fastidio lo avevano dato: Nicola tornò con la testa fasciata e i postumi dell’accaduto rimasero visibili per decenni, non solo sul suo corpo ma nell’anima e nella vita sua e dei suoi familiari. Qualche settimana dopo l’accaduto, inesorabile, venne il licenziamento. Nicola era una persona su cui lo Stato non poteva più contare: era un sobillatore e una camicia nera, ben più fidata di lui aveva preso il suo posto. Del resto, ormai da quasi un anno, la violenza squadrista veniva definita morale e necessaria. Ora come diceva Antonietta la moglie di Donato « Nicola era rimasto senza tessera, senza lavoro e con la testa spaccata, insomma: cu ‘u culo rotto e senza cerase!» proprio 3 - Nel 1922 a Lauria esistevano due Cooperative di Consumo La C.C. Lauria Unita e L’Ente autonomo di Consumo Le cooperative di consumo, attuando un’efficace politica calmieratrice, si rivelano un valido strumento per l’approvvigionamento e la difesa dei consumatori contro i fenomeni di intermediazione e di speculazione. 4 - Giuseppe Maria Masella ((Lauria 1888-Potenza 1988) attivo sostenitore della Cooperazione come strumento per uscire dalla crisi post bellica , fondatore de “Il Popolo Lucano”, giornale di propaganda socialista nato nel 1911 5 - Il fascismo, nel biennio 1920-21 (cioè nel periodo di massima espansione del movimento cooperativo), viene sottovalutato da parecchi esponenti politici e dallo stesso Masella che lo definisce una “sparuta minuzzaglia”, incapace di dare fastidio.

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come chi sprezzante del pericolo, per cogliere i frutti più saporiti, si sporge su una scala, cadendo rovinosamente al suolo e restando dolorante e con la pancia vuota . Don Giovanni, quando il ferito cominciò a riprendersi, decise di andare a far visita alla famiglia. Era un assolato pomeriggio di fine aprile quando giunse nella casa di Luigia. Appreso che Nicola stava riposando, volle sedersi vicino al suo capezzale. L’uomo,infatti, ancora non si era perfettamente rimesso e passava molto del suo tempo con gli occhi chiusi a cercare di liberarsi da quel dolore che gli straziava l’anima. Don Giovanni vistolo addormentato, aspettò che si risvegliasse pregando. Non appena Nicola aprì gli occhi, il sacerdote, dopo averglieli scrutati, quasi a saggiare il suo effettivo stato di coscienza, cominciò un discorso che rimase impresso negli anni nel cuore di Luigia: «Nico’, come stai? Ti sei ripreso? Mo che stai meglio una cosa te la devo dire però… possibile mai che non hai capito che bisognava essere prudenti o anche tu, come Nitti, pensi che il fascismo sia un movimento privo di conseguenze, che la storia riassorbirà come un foruncolo di cui bisogna sentire il fastidio solo per qualche giorno?» Luigia non aspettava che questo spunto per poter rimproverare il marito «Don Giovà diteglielo pure voi che non doveva fare quello che ha fatto, doveva essere prudente, questi non scherzano, questi vogliono comandare e guai a chi si mette contro...ma lui no! Lui non poteva stare zitto e fermo, lui aveva l’ideale, e mo pigliati l’ideale che a noi resta la fame... ma dico io, signori miei, non lo potevi pensare che avevi quattro figli di cui uno a balia e una femmina da maritare! Prima di correr dietro alle idee dovevi pensare a quelli che erano i tuoi doveri di marito e di padre». «Ma che donna sei? non vedi che mi hanno spaccato la testa abbi pietà vai via...Don Giovanni diteglielo che non ho colpe» Disse Nicola con un filo di voce. «Orsù Luigia non essere cattiva,- riprese il sacerdote- lui ha avuto solo degli amici che lo hanno mal consigliato, facendolo andare contro la volontà di Dio con quelle insane idee del socialismo. Vero è, comunque, che quelli che lo hanno bastonato non sono migliori di quei suoi amici sognatori, dal momento che Mussolini si è formato sugli stessi ideali. Ma che vuoi, cara Luigia, bisogna aver pazienza, comprendere, perdonare e pregare affinché Nicola capisca il suo errore e riprenda ad essere quell’uomo timorato di Dio che tu hai conosciuto». «Allora occorre pregare che questo bitorzolo che gli hanno fatto lo induca a ragionare... anche se il problema di chi lo farà lavorare ora con la nomea che si è fatto resta» replico’ Luigia . MILLEOTTOCENTOSEI

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« Per questo non ti preoccupare, vi aiuterò. Però tu Nicola mi devi promettere di essere un uomo sensato, lo vedi quello che succede nel mondo, solo disordine e distruzione ed è inutile resistere o pensare di minimizzare gli eventi. Te lo ricordi quando meno di otto mesi fa, prima nella piazza rivolto ai cafoni, poi nel teatro ai signori nei palchi ornati di rosso, il nostro Nitti asserì che il fascismo si sarebbe dileguato come neve al sole, che sarebbe stato inglobato nel nuovo governo, così i Fasci si sarebbero chiusi e i violenti eliminatii6 In meno di una settimana è stato smentitoo7 la Marcia su Roma è stata la prova che nessun dialogo sarà più possibile, te lo ricordi Mussolinii8 Ha detto che del parlamento ci poteva, se voleva, fare un bivacco per i suoi manipoli. Francesco Saverio con la coda tra le gambe è fuiuto a Maratea e mo’! Aspetta nu’ poco e vidi che fuiràà9n’ata vota, e tu? Addove fui? Per te e per i tuoi figli resta solo la fame, ah Nicola mio ...purtroppo Mala tempora currunt». Il prete dopo aver rassicurato Luigia e i ragazzi lasciò quell’umile dimora che era appena suonata l’Ave Maria .

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6 - Nell’estate del 1922 Mussolini invitò Nitti ad un’alleanza, con l’intento di formare una coalizione che comprendesse popolari, fascisti, socialisti e chiedendo un posto nel ministero. Nitti (interessato anche nel mettere fuori gioco il suo eterno rivale Giolitti) accettò a due condizioni: niente ministeri politici e militari, scioglimento dei Fasci. Mussolini, concorde, si mostrò interessato solo ad un posto come ministro del lavoro. 7 - Secondo quanto asserito da G. Amendola in “Una Scelta di Vita”Ed.Rizzoli, pag. 63, Il discorso di Lauria auspicava una presenza fascista nel governo per pacificare il Paese e normalizzare la situazione. 8 - Il 16 novembre 1922, Mussolini, neopresidente del consiglio, pronunciò alla camera dei deputati il suo primo discorso, il cosiddetto discorso del bivacco Mentre esponenti politici come Giolitti, Orlando, De Gasperi, Facta e Salandra diedero la fiducia a Mussolini, Nitti si rifiutò di riconoscere la legittimità del governo fascista ed abbandonò l’aula per protesta. Gianfranco Bianchi, “Da Piazza San Sepolcro a Piazzale Loreto, Vita e Pensiero”, Roma, 1978, p.264 9 - Nitti abbandonerà Maratea il 17 novembre 1923, alla volta di Roma, ma il suo arrivo fu poco gradito al capo del governo, che diede disposizioni per “rendere impossibile la permanenza dell’on. Nitti nella capitale”. Era stata così attivata una squadra di camicie nere che la sera del 29 novembre assalì la sua abitazione, devastandola e saccheggiandola. Dopo l’aggressione, decise di lasciare subito l’Italia, e il 4 giugno 1924, dopo una lunga attesa per il rilascio dei passaporti, partì per Zurigo con tutta la famiglia.

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Capitolo II

Il giaciglio di “cuppi” Quelli che seguirono furono anni difficili non solo per la famiglia di Nicola ma per la Patria intera, furono quelli durante i quali l’Italia prese la strada inesorabile che la condusse nel baratro del fascismo. Ma Tanino cresceva nella sua campagna, felice e lontano dai drammi dell’Italia e della sua famiglia. Era lì tra le montagne tinte di verde, lì correva e con il naso all’insù guardava con lo stesso amore il volo degli uccelli che solcavano il cielo azzurro o le noccole pernoccole che all’imbrunire, spaventavano tanto la sua sorellina di latte. Quell’amore ingenuo e genuino per la terra rimase il tratto fondante della sua esistenza. Tanino era felice di tutto, lo era di quel giaciglio di foglie secche di pannocchie di granturco “cuppi” su cui si rotolava, ridendo del rumore che faceva, lo era delle storie che nonno Sceppo raccontava intorno al fuoco, in cui la sua mente si perdeva, seguendo le gesta dei briganti e le “pignate” ricolme di monete di oro zecchino. Ma soprattutto era felice delle filastrocche che mamma Tommasa gli raccontava per addormentarlo. Quando a quattro anni compiuti, nel 1926, mamma Tommasa gli disse che doveva andare dalla sua vera mamma, Tanino cominciò a piangere senza sosta: come avrebbe fatto lui senza la sua Bianchina, la sua pecora fedele, e Barone il cane che solo da poco aveva superato in altezza e quindi poteva comandare? Pianse per due giorni e due notti, ma non c’era niente da fare, mamma Tommasa gli aveva detto, piangendo anche lei, che mamma Luigia la domenica successiva sarebbe venuta a prenderlo. Il venerdì che precedette quella data, Tanino pensò che l’unica cosa da fare era non farsi trovare. Quando tutti dormivano, quindi, prese una campanaccio di quelli che le mucche portano al collo, una copertina, un piccolo cuscino riempito di “cuppi” di granturco e, accompagnato dal cane, a cui come se fosse un asino aveva appeso un cesto dentro il quale portava il suo umile bagaglio, si diresse verso la cava di pietra, che era lungo la strada che portava in paese. MILLEOTTOCENTOSEI

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Là era una piccola grotta, Tanino con il cane vi entrò, sistemò il cuscino e il resto. Non aveva paura, perché, nonostante la notte, la sua amica luna rischiarava il cielo facendogli compagnia. L’indomani mamma Tommasa era disperata, non sapeva come fare; Tanino era scomparso insieme al cane, doveva assolutamente avvisare in paese. Chiamò sua figlia maggiore e le ordinò di andare in paese da Luigia. La ragazza, accompagnata da una sua amica, prese la strada per il paese. Tanino dalla sua postazione dominava la vallata e la strada, così, quando scorse le due fanciulle avvicinarsi, cominciò a fare rumore con il campanaccio, dondolandosi sul cuscino e emettendo degli strani urli, così diede l’impressione alle due ragazze che nella grotta ci fosse un fantasma. Queste andarono via a gambe levate e lo stesso fecero delle donne che si recavano dal paese alla montagna per la festa che si celebrava il giorno dopo. Le ragazze giunsero spaventate a casa e raccontarono la disavventura a mamma Tommasa. Questa, che aveva mangiato la foglia, risoluta andò sul luogo dell’anfratto e chiamò il cane. L’animale riconoscendo la padrona corse fuori a far festa e Tanino fu scoperto e la figlia di Tommasa insieme alla sua amica ripresero il cammino verso il paese. Luigia informata dalle ragazze di quanto aveva combinato Tanino, corse immediatamente a casa di Tommasa, giungendovi a sera inoltrata. Le sculacciate che Tanino prese restarono impresse per anni nella sua mente. L’indomani giunsero a casa di mamma Tommasa anche Nicola e i suoi figli. Quel giorno era il 2 di maggio e come ogni anno, sulla vetta della Serra Rotonda, si celebrava la festa della Croce. Tanino era felice e, durante la processione, prese a pieni polmoni l’aria di quella bella giornata di primavera. Il padre lo guardava e a un tratto gli chiese se sapesse il perché di quella festa :«Si papa’», rispose Tanino, «mamma Tommasa mi ha raccontato dei tre pastorelli che sulla vetta della Serra Rotonda videro un angelo con la Croce che disse:”se i laurioti fanno i cattivi, prenderò questa montagna e la porterò a valle a Castrocucco, cosicché il fiume sbarrato allagherà il paese...e moriranno tutti, buoni e cattivi”». «Bravo Tanino, la sai bene» rispose Nicola «hai visto papà come sono bravo, ma spiegami che merito ho ad essere bravo se gli angeli mi annegheranno insieme a quelli cattivi?» Nicola sorrise alla domanda del bambino, anche lui non sapeva perché adda sempe pagà ù justo p’u peccatore, ma tentò una risposta: «Vedi Tanino, queste 17

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rose che spuntano e tingono le valli in questi giorni, vedi come sono belle? La loro vita è di un giorno solo e non serbano rancore per un mondo e per le leggi divine che le condannano a una vita breve... Loro sono quelle che sono, indipendentemente da Dio, dal caso e dalla fortuna che le mantiene in vita solo una giornata. Li vedi quei fagiani che stanno per prendere il volo? sanno che lì in fondo, perse dietro ai cespugli, ci sono le canne dei fucili dei cacciatori... eppure niente e nessuno potrà impedirgli di volare... non si è buoni o cattivi in base a ciò che decide un altro uomo, lo Stato o Dio, si è buoni o cattivi secondo quello che dice la nostra coscienza, il nostro cuore, la nostra ragione, le idee che decidiamo di avere, la nostra natura e la nostra volontà. Nessuno potrà impedirti di essere quello che sei, nessuno potrà impedirti di volare, di amare questi monti, di voler bene a mamma Tommasa e di ritornare qui quando crescerai se lo vuoi veramente, ricordatelo sempre Tanino mio». Luigia che li seguiva aveva sentito il discorso tra il marito ed il figliolo e non aveva proprio potuto fare a meno di esclamare a voce bassa «Nessuno tranne i fascisti!». Quella fu però l’unica nota stonata in una giornata che avrebbero ricordato piacevolmente per molto tempo. Dopo la messa celebrata nella piccola cappella sopra la vetta della montagna, si fermarono a casa di Tommasa a pranzare e a riposarsi per tornare in paese l’indomani insieme al piccolo Tanino oramai pronto e rassegnato.

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Capitolo III

La dote Sin da quando il buon Dio soffiò nella creta informe l’alito di vita del primo essere vivente, il cuore dell’uomo non ha smesso mai di battere e di cercare disperatamente il riverbero delle luci dell’alba anche dentro l’imbrunire. Così accadde anche in quel tempo: quanto più tutto, irrefrenabilmente, tendeva verso l’oscurità e verso la disperazione, quanto più gli occhi di Luigia si riempivano di pianto, tanto più nell’animo dei suoi ragazzi e in particolare nell’animo di Bettina, la sua unica figlia femmina, cresceva l’amore per la vita e la speranza per il futuro. La sua giovane vita sembrava non accorgersi di quanto le ruotava intorno e così lei si perse nel suo unico grande amore, Giulio, annullando il suo essere, quasi così come accade ad ognuno di noi, quando, nelle giornate più calde, il sole, sfuocando i contorni delle cose, ci fa sentire parte informe di un unico paesaggio di luce in cui siamo immersi. Era un giorno di agosto quando Bettina e il papà, dopo aver accompagnato il resto della famiglia da mamma Tommasa, si recarono con Rocco, alla festa della mietitura. Questi, contadino dalla faccia bruna e dalle braccia possenti, foggiate dal lavoro della mietitura, era buono e dolce come la sua sposa Tommasa, di quella bontà sincera che risplende negli occhi, spalancati sulle valli amene di un animo sereno, che chi lo incontrava poteva ammirare. Solenne prese posto alla guida del suo carro tirato dai buoi per portare, accompagnato da Bettina e Nicola, le spighe a Castelsaraceno paese posto sulle pendici del Monte Alpi, monte solenne che domina le campagne di Lauria. Lì doveva partecipare ad un antico rito le cui origini probabilmente erano da ricercarsi in culti pagani provenienti dalle remote sponde del Mediterraneo, con quella commistione di sacralità e magia che la Chiesa cattolica per millenni non è riuscita mai a distruggere, anzi in un continuo processo di adattamento e di assimilazione li ha inglobati non potendoli reprimere. La festa della mietitura a Castelsaraceno avveniva in genere nel mese di agosto, quando lì, a causa dell’altitudine, in tal periodo giungeva a maturazione il grano. 19

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Si trattava di un singolarissimo rito, che iniziava con una processione in testa alla quale stavano degli zampognari, cui seguivano delle ragazze tra le più belle del paese, che portavano sul capo fasci di spighe di grano, cosiddette gregne, offerte dagli agricoltori anche dei paesi vicini. La processione, durante la quale venivano intonati canti propiziatori, aveva termine nella piazza di Sant’Antonio, uno spiano a margine del paese, fatto allora di terra e ciottoli, dove si sistemavano i fasci in un grosso e spettacolare covone, il quale, si narra, che per “miracolo” aumentasse il suo volume di tre volte, una volta ultimato. Questo maestoso covone veniva decorato con fiori e ghirlande e posto al centro della piazza, poi iniziava il gioco mimico della mietitura: dei falciatori si avvicinavano e tagliavano scenicamente il grano. Presi a scherzo alcuni visitatori della gregna, di solito forestieri, scelti come vittime, erano testualmente minacciati, sacrificati, uccisi simbolicamente con le falci e presi a calci. Quel giorno toccò a Giulio, ragazzo forestiero, venuto da Lauria, essere minacciato. I figuranti cominciarono a girargli intorno e con la punta delle falci gli levarono il cappello e spuntarono i bottoni della sua camicia. Bettina lo guardava compiaciuta e rideva e fremeva ad ogni gesto del suo giovane compaesano che fino a quel giorno conosceva solo di vista. Vedendo poi Bettina, i figuranti lasciato Giulio si diressero verso di lei: una fanciulla le pose in testa un covone e la invitò a ballare, in un lampo intorno a lei cominciarono a girare le falci dei mietitori danzanti che facendo dei movimenti circolari in aria, le passavano la falce intorno alla testa, gli occhi, le gambe ed il corpo in una sorta di mimesi sacrificale, al ritmo della tarantella. Quando la musica finì Bettina era sfinita, ma nonostante ciò, con la coda degli occhi, cercò Giulio e sorpresa vide che era lì, che rideva e parlava con suo padre. Finite le danze tutti si diressero in piazza dove le donne del paese avevano preparato un lungo tavolo ricco di formaggio, biscotti e vino. Dopo aver mangiato e bevuto, Nicola invitò Giulio a tornare a Lauria insieme con loro sul carro di Rocco. Da quel giorno Giulio cominciò a frequentare Bettina e la sua casa con assiduità, finché una sera portò i suoi genitori che insieme a Luigia e Nicola stabilirono i termini del matrimonio, che doveva venire non prima di tre anni, e la dote che spettava alla fanciulla. Luigia garantì la dote con un deposito alla Banca di Lauria di quindicimila lire. Erano MILLEOTTOCENTOSEI

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i soldi che suo padre le aveva dato e che ora lei dava alla sua ragazza. Così tra sacrifici e privazioni, Nicola e Luigia tirarono avanti fino alla primavera del 1929, con la gioia però di poter garantire a Bettina una dote invidiabile; ma inaspettatamente, una nuova sciagura si abbatté sulla loro casa. Ad aprile di quell’anno cominciarono a circolare in paese voci contrastanti circa la solidità finanziaria del locale istituto di credito dove Luigia aveva depositato i suoi risparmi. L’istituto in questione, nato nell’ormai lontano 1885 come una “società cooperativa di credito sotto le norme della società anonima”, come altre esperienze creditizie dell’epoca improntava il suo operare ai valori di equità sociale e di promozione popolari, che si concretizzavano nell’idea mutualistica di distribuire il credito a tutti per diffondere l’impresa così da elevare socialmente ed economicamente le classi più umili liberandole dall’usura, e consentire lo sviluppo del tessuto economico locale. Per anni l’istituto fu il riferimento dei protagonisti dell’economia locale, ma qualcosa andò, evidentemente, storto. Luigia aveva appreso, secondo quanto avevano riferito Donato e Antonietta, informati a loro volta da Cenzino, l’usciere della banca medesima, che «il 17 marzo,manco a farlo apposta, era avvenuta una disgrazia». La disgrazia a cui Cenzino faceva riferimento era un’ispezione dell’Istituto di vigilanza, l’ennesima, ingenerata secondo molti dalla politica creditizia della banca, sovente disinvolta, soprattutto a favore di alcuni paesani a cui venivano elargiti crediti a iosa..10Altri, invece sussurravano che quanto si andava consumando fosse una macchinazione dei fascisti per reprimere la positiva esperienza della banca di credito cooperativo. Era un venerdì, quando Luigia fu informata di ciò e tornata a casa china sul telaio cominciò a disperarsi. Nonostante il licenziamento di Nicola, la fame in quei sei anni non c’era stata, questo grazie all’incessante lavoro di Luigia, alla sua capacità di economizzare che le avevano consentito negli anni precedenti di depositare sulla Banca di Lauria ulteriori piccole somme di danaro, con quei risparmi avevano tirato avanti, ma ora, se le voci ascoltate erano vere, cosa sarebbe accaduto? Ma per quanto cercasse, non riusciva a dare risposta alle sue domande. Quella che stava accadendo era l’apoteosi di un susseguirsi continuo di eventi sfavorevoli di cui la sua famiglia era stata protagonista negli ultimi sei anni, e cioè da quel lontano 6 aprile del 1923, quando Nicola tornò a casa con il capo fracassato 10 - Il Fallimento della Banca Popolare di Lauria (1929) di Donatella Rinelli

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dalla furia fascista. Persa nei suoi pensieri, Luigia fu scossa dai passi del marito prossimo all’uscio. Prese un fazzoletto dalla tasca del grembiule ed asciugò in fretta il suo viso ancora non spento dalle fatiche. «Nico’ che si dice?», disse Luigia preoccupata appena Nicola varcò la soglia di casa «Nulla per ora, sono solo voci, chiacchiere delle comari». Nicola si avvicinò alla finestra, si sedette e dalle tasche della giacca estrasse la pipa di terracotta e il sacchetto di tabacco, poi la caricò e l’accese, assaporando fino in fondo le boccate di fumo.

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Capitolo IV

La Divina Pastora Dominava l’abitato di Lauria una rupe in cima alla quale vi era una cappella dedicata alla Divina Pastora ove, ogni seconda domenica di Pasqua, veniva celebrata una messa solenne a cui il popolo partecipava con fede e zelo. La devozione a Maria, madre del Buon Pastore, ebbe origine in Spagna a Siviglia nel 1703 ad opera dei padri cappuccini spagnoli, a cui fu concesso nel 1795 dal Papa Pio VI, di poterne celebrare il culto ogni anno, nella seconda domenica di Pasqua. La vicinanza, non solo politica, tra il regno delle due Sicilie e la Spagna, rese possibile la diffusione del culto anche a Lauria. Così in molti quella domenica di aprile del 1929, si incamminarono lungo la stradina che si inerpicava sulla vetta del colle, verso la cappella, che dominava la vallata ed era visibile dai paesi vicini. Tra i pellegrini era anche Luigia accompagnata da sua MILLEOTTOCENTOSEI

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figlia Bettina. La ragazza, giunta presso la cappella, si fermò ad osservare la bella maiolica posta, 65 anni prima dall’allora curato, Don Domenico Calcagno, sulla facciata che dava a ponente, quasi a proteggere con lo sguardo le contrade amene e le case sparse che come stelle del firmamento nelle notti serene, si distribuivano in maniera uniforme lungo le sponde del Fiume Noce, che dal Monte Sirino si dirige verso il mare, perdendosi tra le pieghe dei monti di Trecchina. Bettina osservò la Madonna che come nella visione di Isidoro da Siviglia, monaco spagnolo che ne aveva introdotto il culto, portava un cappello pastorale a larghe falde e in braccio aveva un agnello. Fermandosi di fronte all’icona rivolse una preghiera alla madre celeste affinché ella non fosse quell’agnello sacrificale che espia colpe non commesse: «Cosa ho fatto io per meritarmi questo? Madonnina mia? Ho ormai 20 anni e sono promessa a Giulio, cosa succederà se i miei perderanno tutti i soldi raccolti negli anni per preparare la mia dote? Madonnina, sono disperata aiutami tu!» Diceva tra sè Bettina, pensando di non essere ascoltata. Sforzo inutile, purtroppo, perché i suoi occhi lucidi, il suo sguardo pallido, in maniera inequivocabile, meglio del più abile banditore, diffondevano tra gli sguardi indiscreti dei suoi paesani, la tragedia che la fanciulla stava vivendo. Entrò in chiesa portando nelle mani quei fiori selvaggi raccolti lungo il percorso, che come il suo volto, portavano i segni di una primavera strappata a un inverno duro ad andar via. Luigia aveva già preso posto e quindi Bettina si diresse verso la mamma. Per disgrazia delle due donne alla funzione partecipavano anche due comari tra le più pettegole del paese: Antonietta, la moglie di Donato di cui abbiamo già parlato e Lena la sorella di Cenzino l’usciere della Banca di Lauria. Per quanto fosse grassa e pingue la prima, per tanto era scavata ed esile la seconda. Appena Bettina entrò nella cappella, le due comari si scambiarono un rapido sguardo quasi a confermarsi quanto nel tragitto si erano narrate e che lo stato di Luigia e di Bettina, i loro sguardi e il loro colorito, confermavano più che una confessione autografa. Lena, infatti, durante la processione aveva narrato all’amica, la conversazione avuta il giorno precedente con Donna Ida. Lena, da qualche tempo, per impiegare meglio il pomeriggio al primo sole tiepido di aprile, era solita sedersi sulle scale della casa di Donna Celeste, chiamata da tutti Tina. 23

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Questa non era molto lontana dalla casa di Luigia, ed era posta lungo l’alveo del torrente Carbonaro, che scendendo proprio dalla rupe della Divina Pastora si insinuava un tempo, libero tra le case. I lavori di bonifica di cui si è detto, avevano costretto il torrente in un canale sotterraneo. Di quel tempo restavano a imperitura memoria, gli archi rampanti di accesso alle case, sotto quali una volta rumoreggiavano le piene turbinose o scorreva il rivo nei periodi di secca, diretto verso l’opificio di Don Agostino, mentre ora portavano solo il peso delle scale dove la donna si era seduta. Frequentava la casa di Donna Tina, Donna Ida maestra di scuola di Tanino, il piccolo fratello di Bettina. Domma Ida, a volte, si fermava a parlare con Lena dei fatti che avvenivano in paese. Così discorrevano, del più e del meno e l’argomento di quel giorno di primavera del 1929 fu proprio la situazione della banca di Lauria. Donna Ida raccontava di come qualche impiegato, suo conoscente, conducesse una vita sregolata, sopra le sue possibilità: viaggi, gite a Napoli, festini e vestiti nuovi e dove prendeva i soldi per far ciò se non dalle casse della Banca? Tutto questo sarebbe prima o poi finito, affermava la donna, anche perché, come diceva anche Lena, erano in corso dei controlli. Il problema era di coloro che avevano depositato i propri risparmi e chissà se li avrebbero più rivisti! A questo punto del discorso Donna Ida abbassò lo sguardo e con tono grave cominciò a dire: «Mi dispiace tanto per due persone che conosco e che sono Menica che si spacca la schiena per pulire il palazzo dei Carabinieri e Luigia, la mamma di Tanino, che vive solo di quei risparmi da quando successe il fatto del marito nel 1923, rammenti? Sono in condizioni di indigenza pensa che ieri il piccolo Tanino si è sentito male e l’ho accompagnato in bagno io stessa...e mi sono accorta delle condizioni misere in cui era la sua biancheria...mi si è stretto il cuore..» «eh, comare Luigia vive un periodo terribile, sembra che i guai come le cerase si seguano gli uni agli altri... pensate che con tanti sacrifici a febbraio avevano comprato il maiale e quando lo squartarono videro che il porco era sicco sicco. Nemmeno un dito di lardo c’aveva... pensate che disgrazia... fu un lutto per Luigia... ma ora? La vedo sempre più stretta nello scialle nero, sempre più piccola e minuta...la logora il pensiero della figlia: come la mariterà senza soldi?» aveva asserito Lena. Il discorso e il relativo racconto era durato a lungo avvolgendosi tra commiserazione e curiosità fino a che, per lavarsi la coscienza e soprattutto per esorcizzare tutte quelle disgrazie si dissero che«non c’è povertà senza MILLEOTTOCENTOSEI

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difetto». E il difetto era quello di Nicola che aveva avuto l’ardire di schierarsi con i socialisti, ed ora era quasi giusto quello che era avvenuto: perché non si era fatto i fatti suoi? Si chiedevano le due donne. Questo racconto occupò il pensiero di Antonietta e Lena anche durante la funzione e quando questa terminò, sempre discutendo dell’accaduto, si affrettarono all’uscita per scendere insieme verso il paese prima che le cogliesse il buio.

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Capitolo V

Crediti e creditori

La domenica successiva Antonietta e Lena si presentarono all’uscio della casa di Luigia con l’animo volto a raccontare alla comare, trepidante per le sorti dei suoi risparmi, quanto, come vento leggero, si insinuava nei vicoli e nelle case del paese. Entrarono nella cucina di Luigia e si sedettero accanto al focolare « Beh dunque, comare mia, è venuto un mondo che non se ne può e non se ne può», esordì Lena, dopo aver salutato Luigia ed essersi accomodata. «E’ diventato un mondo che non si poteva nemmeno immaginare, ve lo credevate che succedeva quello che è successo alla banca, già da un anno erano stati avvisati per quegli avalli facili fatti ai Giordanoo11 e mo’?. » smise di parlare si guardò intorno e presa la sedia con due mani la spostò, così da avvicinarsi alle due interlocutrici e abbassato il tono della voce continuò 11 - La Ditta Giordano, importante impresa edile locale, come riportato da Donatella Rinelli nel suo saggio dedicato al fallimento della Banca Popolare di Lauria, risulterà esposta con la banca per circa 833.952,21 lire. Il fallimento della ditta Giordano sarà una delle cause scatenanti il fallimento dell’istituto di credito.

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«Cenzino pare che abbia ascoltato l’ispettore lamentarsi con il Direttore del fatto che le irregolarità trovate fossero, come si dice, di grande importanza....ah, ecco come ha detto: non sono solo formali ma sostanziali!!!!»«Oh Madonna mia» esclamò Antonietta, «se lo dovevano aspettare però...ve lo ricordate quando comprarono quella casa, quella di Don Vito?»«Ah si,» rispose con tono ironico Lena «Don Vito aveva un debito enorme che non riusciva a pagare e allora si presero la casa e volendo apparare il tutto... ne aumentarono il valore..» «e certo.. » riprese Antonietta «era un nuovo dono, un’elargizione imputabile solo al buon cuore di direttore, cassiere e impiegati che spandevano e spendevano in quantità, elargendo prestiti anche a chi non aveva garanzie. Pensate solo che il cassiere teneva i depositi sparsi in cassetti che conosceva solo lui...ci hanno messo tre giorni per trovare tutto...forse perché doveva favorire gli amici! Pensate che di 800.000 lire di prestiti erogati dalla Banca,, pare che 300.000 Lire erano tutte a favore di un amico del cassiere !». «Fossero solo i prestiti!!! Comari mie.. » riprese Lena «ad ogni riunione mangiavano e bevevano in quantità come porci....pensate voi che a Pasquaa12 quando già era venuta l’ispezione, ancora mangiavano e mangiavano. Il sabato Santo il direttore aveva invitato tutti anche mio fratello. Il giorno prima avevano fatto il digiuno e Cenzino era andato in Chiesa ai sepolcri, quando uscì si sentì chiamare:”Cenzì, Cenzì”, Cenzino era andato, “che tieni da fa’ domani?” gli aveva chiesto il Direttore, mio fratello aveva risposto:” niente” allora all’una in punto vieni da Carmela, facciamo una riunione per stabilire il futuro della Banca” La riunione fu che cominciarono con un affellata di prosutto, una minestra di verza con fagioli e cotiche, raviuli e rucculi con ragù di maiale, bollito con patate al forno, pecorino, vino paesano, pizzette, anginetti e viscuttini!» «all’anima!.. » interruppe Antonietta «che era: un pranzo di matrimonio?!!!». «Peggio, comare mia, peggio.. » Chiarì la donna «roba che si ittava a cufani ...cafè, rosolio pasticcini, altro che Pasqua di passione, mio fratello, per decenza, per non fare buttare la roba acquistata e quella preparata, mi ha portato una guantiera di anginetti e pizzitti, due salami e un fiasco di vino...mi ha detto:” conserva, li manda il direttore”, mo’: vi pare che si possono buttare i soldi così?...per amor di Dio non voglio sputà ‘ncilo» «No che in faccia ti torna» interruppe Antonietta «Comunque mo tutto è precipitato» avvicinò ancora la sedia e con voce bassa e seducente, Lena rivelò alle amiche ciò che, come sempre, aveva estorto a Cenzino: «una ditta di Genova ha chiesto il fallimento dell’impresa Giordano, che volete: spendi oggi, spendi crai, puscrai, le sacche restano 12 - La Pasqua del 1929 cadde il 30 marzo ad ispezione avviata. MILLEOTTOCENTOSEI

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vuote» «Macadunga sora mia! Questo passa chi vuol fare il passo più grande della gamba» sentenziò Antonietta. «E la banca cosa c’entra?» chiese Luigia ormai bianca in volto e con un fil di voce, quasi a trovare una improbabile rassicurazione nelle parole di quelle due arpie: «Come cosa c’entra comma Luigia, ma mi stai a sentire? Giordano si era prestato un milione per comprarsi i macchinari e se non li torna le casse della Banca sono vuote». Le parole di Lena gelarono la stanza, Luigia si alzò per cercare conforto bevendo un sorso d’acqua dalla giara riempita mezz’ora prima al pozzo e, dopo aver bevuto, esclamò, quasi a rassicurare se stessa: «Ma Don Giordano ha dato lavoro a tanti cristiani e questo nessuno se lo può scordare, manco lo Stato, vedrai che aiuteranno lui e la Banca».«Oi Luì! ma stai bona? Giordano un benefattore? Per lui e per la sua famiglia forse, si sa quello che fanno questi signori, si vede...». Le parole malevole di Antonietta furono interrotte dal vattiportone. Due colpi secchi annunciarono la venuta di un nuovo visitatore, Don Giovanni, venuto in cerca di Nicola per mettersi d’accordo sulla data di avvio «di quel piccolo lavoretto in canonica». Luigia gli disse che sarebbe tornato di li a poco, era andato alla vigna, ma era domenica, era andato solo per farsi una boccata di fumo, dal momento che in casa oggi non poteva. Tutte le volte che Bettina aveva il mal di testa, infatti, Nicola era costretto a fumare fuori casa, ed oggi era una di quelle giornate. Luigia sistemò una nuova sedia accanto al focolare e invito il prete ad accomodarsi, questi viste le due comari, sedendosi accanto a loro esclamò: «E voi come state? Che state facendo? Dopo la Messa vi siete fermate a pregare qui come si addice a delle pie donne o tagliate e cucite la tela del Diavolo?...» «Don Giovà, per piacere, non cominciamo, noi non facciamo niente di male..ci limitiamo a dire quello che abbiamo sentito, senza malizia, perché a noi che ci interessa, tinimo li guai nusti..» esordì candidamente Lena.«Ah beata ignoranza..» esclamò Don Giovanni, dopo sorseggiato il nocino che Luigia intanto gli aveva offerto «Dovrebbe proprio accadervi quello che è successo alle mie prozie: zia Menicuccia e zia Annina..» «lo sappiamo, lo sappiamo Vossignoria non si scomodasse» disse Antonietta, ruotando simultaneamente i suoi indici e mostrando il disappunto di chi sente per l’ennesima volta la storia che Don Giovanni si accingeva a raccontare:«e certo, pure quando dal pulpito annuncio il Vangelo, Signore mio perdonami, ti scocci, visto che da secoli le parabole sono sempre le stesse? Devo riferire a Matteo, Marco, Luca e Giovanni di cambiare qualche racconto per rendere la Messa più attraente vero?» Oooh come la sapete lunga» 27

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rispose Antonietta irritando ancora di più il sacerdote che, prontamente, riprese il suo discorso:« ti sorge il dubbio che lo faccio per rinfrescare a te e a quelle come te la memoria e per, così, salvarvi l’anima?... Taci e ascolta: Allora zia Menicuccia e zia Annina erano sedute in cucina e parlavano contro il Servo di Dioo13 dicevano che era troppo severo nelle confessioni, che si credeva un professorone, ma sempre figlio di Macario e Rosalia era, eccetera eccetera..., Quando videro un’ombra alla finestra, che fino a poco prima era calda di sole, si girarono: era il Servo di Dio! Ma come aveva fatto? La finestra era alta, si avvicinarono per vedere se era salito sopra una scala. Aprirono la finestra: non era sopra la scala, aveva per miracolo allungato il collo, ma le meraviglie non si fermarono, Don Domenico aprì la bocca e disse alle due pettegole: Iateve a cunfessà perché ho sentito le vostre cattiverie..Come aveva fatto se la finestra era chiusa??...Ricordatevi: Dio e i santi nun si pono piglià pi fissa …..loro sanno quello che quando vi venite a confessare lasciate a casa, ...per questo pentitevi e pregate Dio ».«E sine sine Don Giovà preghiamo, preghiamo....» dissero in coro le due amiche, muovendo il capo. «Meh, dato che siete senza giudizio» riprese Don Giovanni «voglio cambiare discorso statevi un poco zitte che parlo solo con Luigina: Luigì sto nocino è veramente buono». «Grazie Don Giovà siete sempre tanto buono ..ecco sento i passi nella strada, è arrivato Nicola» disse Luigia. Le due comari dopo essersi scambiate un rapido sguardo si alzarono di scatto, salutarono tutti e prima che Nicola avesse varcato l’uscio di casa, erano già andate via. «ah anime del Purgatorio se ne sono andate.» Esclamò Don Giovanni. Mentre Nicola e il parroco discutevano e prendevano accordi sul lavoro da realizzare l’indomani in canonica, Luigia pensava a quanto quelle due arpie avevano detto. Il solo pensiero di perdere tutti i suoi risparmi l’angosciava soprattutto perché non sapeva come fare a dare la dote a Bettina, la figlia ormai ventenne promessa a Giulio.Come avrebbe fatto a far fronte agli impegni? Mentre pensava alla sua misera condizione, cominciò a sentirsi male a venir meno e sbiancare, la testa le girava, stava cadendo a terra, quando Don Giovanni, resosi conto di quanto capitava alla donna gridò: «Luigia stai male? Cosa ti senti? Nicola presto aiutala!». Nicola prese tra le braccia la moglie, la mise a sedere e le diede un po’ d’acqua fresca. Appena Luigia prese colore Nicola comincio a lamentarsi «Lo vedete, caro Don Giovanni, come la 13 - Ci si riferisce al Beato Domenico Lentini nato a Lauria il 20 novembre 1770 da Macario e Rosalia Vitarella, morto il 25 febbraio 1828 in odore di Santità. Nel 1935 papa Pio XI lo dichiarò venerabile. Il 12 ottobre 1997, in piazza San Pietro a Roma, Domenico Lentini fu beatificato da papa Giovanni Paolo II. MILLEOTTOCENTOSEI

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riducono quelle due comari? Scommetto che anche oggi sono venute a parlare della banca, di Giordano e del fallimento...Non è vero Luigi’? La stuzzicano, sanno che quei soldi ci servivano per maritare Bettina, lo fanno per vederla star male ». Don Giovanni prese le mani di Luigia e cominciò a parlare «Lasciale stare sono due mosche moleste che ronzano, ronzano fino a quando non le scacciamo...La prossima volta per favore, non farle nemmeno entrare, inventa una scusa...una di quelle che spaventano... dille che hai il morbillo, gli orecchioni, la rabbia, qualunque cosa, ma falle andare via. Però ti ho già detto giorni or sono che per Bettina non ti devi preoccupare, parlerò io con i vostri zumbetteri, in qualche modo si farà, si stringerà la cinghia ma i ragazzi si dovranno sposare....sono tempi difficili questi, basta vedere quello che succede in giro...uomini senza scrupoli hanno preso il potere e non si sa che fine faremo...». «Strano Don Giovà che date questi giudizi ».Disse Nicola con tono di polemica «Non sono stati i vostri superiori a sottoscrivere qualche mese fa un accordo con il capo di questi delinquenti...bella cosa è stata fatta! è come se la Chiesa avesse stretto un patto con il Diavoloo14». «Be mo’ se non voglio litigare con te me ne devo andare...Luigia mi raccomando, tu che sei l’unico essere di giudizio che ho incontrato in questa casa oggi, lascia stare le chiacchiere e rincuorati perché se molti annunciano il peggio qualcuno dice che dal fallimento della banca voi creditori non potete che guadagnare..i vostri soldi prima o poi vi saranno dunque restituiti ... quelle due non le ascoltare, non meritano»..«Ma se non ci sono soldi come facciamo? non abbiamo una lira nemmeno per i viscottini e i pizzitti! ».Disse la donna. «Credi nella Provvidenza Luigia? Allora abbandonati a lei con fiducia...ricorda nella barca di nostro Signore non temerò mai le tempeste..».Disse Don Giovanni ormai sull’uscio di casa.

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14 - Il giorno 11 febbraio 1929 vengono sottoscritti i Patti Lateranensi tra Mussolini e la Santa Sede

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Capitolo VI

La giustizia vera

I giorni passavano e, man mano che il tempo volgeva al bello, le condizioni della banca, come se legate in proporzione inversa allo splendore del sole, peggioravano sempre di più. Nel paese si seppe che dall’ispezione e dalle indagini che ne erano seguite, gli inquirenti avevano rilevato molte incongruenze a carico del direttore e dei funzionari. Era ormai entrato il mese di maggio e la notizia, prima discussa in una cerchia ristretta, si prestava a diffondersi a cerchie sempre più numerose, come un sasso gettato nello stagno produce cerchi concentrici sempre più grandi, e, in questo suo diffondersi, era alimentata da un fiorire continuo di illazioni, dichiarazioni, smentite, speranze ed illusioni. Tali discorsi avvenivano principalmente prima, dopo e, purtroppo, anche durante, la celebrazione della novena di San Nicola, santo protettore del rione superiore. Anche qui, infatti, come molti paesi del Sud, al fine di non compromettere i festeggiamenti a causa dei rigori dell’inverno, si spostava la festa patronale dal 6 di dicembre, data della morte del Santo, al 9 maggio, data in cui si ricordava e si ricorda ancora oggi il miracolo dei tre bambini, che il santo di Mira risuscitò dopo che un macellaio crudele li aveva uccisi e messi sotto sale per venderne le carni. Le discussioni, coinvolgevano tutti i censi e così, uno di quei giorni, Nicola che si era recato nella canonica per dare una mano al parroco per i preparativi della festa, aveva sentito un discorso tra Don Giovanni e lo speziale circa quello che stava avvenendo. Questi era sposato con una donna di Moliterno, lontana parente della moglie dell’ispettore che aveva controllato la banca. Possedeva dunque, quasi di prima mano dettagli e precisazioni utili a delineare il quadro della questione, notizie messe a punto durante i pomeriggi passati dalla moglie a casa della parente, solo formalmente, intente all’arte del ricamo. Così lo speziale, con voce severa, riferì al prelato: «Caro Don Giovanni la questione è MILLEOTTOCENTOSEI

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grave e rischia di far saltare l’economia dell’intero paese, mostrando che le mura della casa che credevamo solida, sono di debole cartapesta. Basti pensare che il riscontro dei fidi e dei prestiti ha evidenziato l’esposizione elevata di alcuni soggetti non solo locali: infatti, mancano i titoli a garanzia di un prestito ad un notaio di Potenza per il valore di oltre 4.000 lire. Gli azionisti, poi, sono in parte inadempienti rispetto al versamento delle loro quote di capitale sociale, per una cifra prossima alle 3.000 Lire! Pensate poi, che, non si sa per quale cialtroneria, per le cambiali scadute, alcune delle quali ormai tre anni orsono, non è mai stata chiesta né ottenuta la regolarizzazione! Pare, infatti, che sia stato appurato che i possessori delle cambiali scadute, malgrado fosse trascorso un così lungo periodo di tempo dalla scadenza, non erano stati affatto sollecitati a mettersi in regola! Per finire, si dice che molti amministratori e tutti gli impiegati figurano esposti per cifre ragguardevoli: in particolare uno degli amministratori ha un debito di circa 140.000 lire, e mai sono state riscosse 50.000 lire prestate al vecchio direttore! » «Dio mio come è possibile che si sia operato così? Sembrano delle persone rispettabili!» Disse Don Giovanni. «Ma non è finita; ad aggravare le cose sono stati investimenti fatti dal 1905 per l’acquisto di titoli della Rendita Russa, ormai in perdita, per oltre 500.000 Lire…» continuò lo speziale «Tutto sull’onda di quella sfrenata fiducia nel progresso e nel danaro da “belle époque”» interruppe il prete «certo» riprese autorevole lo speziale, reggendosi con una mano gli occhialini che gli erano scivolati sul naso «ora quello che è più grave e che non si può riparare, è il fallimento di quell’impresa che voi sapete, il credito a questa concesso è di oltre due milioni di lire a fronte di garanzie per appena la metà della cifra erogata. Ecco perché pare che delle gravissime condizioni in cui versa la banca è stato informato il Ministero dell’Economia Nazionale, che si è affrettato ad informare il Ministero delle Finanze, a cui spetta provvedere per un’eventuale ispezione, richiesta avanzata, si dice, anche dal prefetto di Potenza, preoccupato per le gravissime perdite che un eventuale fallimento della banca potrebbe comportare ai risparmiatori» concluse lo speziale. «Ritengo, comunque» continuò il prete «che capire le ragioni vere di quanto è avvenuto non è facile... sono stati anni difficili quelli dopo la guerra: la disoccupazione, i prezzi alle stelle... c’era il rischio che gli uomini in età da lavoro prendessero nuovamente le vie delle Americhe. Che cosa sarebbe stato allora dei vecchi, degli artigiani e dei commercianti locali? Forse se non ci fosse stato il credito all’impresa che sapete, i morti di fame sarebbero stati più numerosi di quanti non ne contiamo oggi... Non 31

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sai quanti, in confessione, mi raccontano i loro guai: la tavola vuota e il sapore del pane assoluto o bagnato nel sugo dell’unica sarda divisa in quattro o cinque. A volte non riesco a trovare in nessun passo delle scritture una parola di conforto… e se avessi soldi credimi glieli darei... Allora un po’ per aiutare un amico, un po’ perché abbagliati dai risultati conseguiti, in periodi favorevolissimi al credito, ed incoraggiati dal costante rifluire dei depositi nelle casse della banca in una certa epoca non precisabile, ma non molto lontana, i dirigenti hanno perso di mira la retta via e, preoccupati di battere la concorrenza degli istituti maggiori, come il Banco di Napoli ed altri, che si accingevano ad impiantare filiali a Lauria, privi di cognizioni bancarie moderne, si sono ingolfati in operazioni aleatorie quali i forti acquisti di titoli, oppure non hanno saputo mantenere agli impegni quel carattere di elasticità, che permette di arginare le improvvise contrazioni di depositi». «E’ vero» riprese lo speziale «i dirigenti della Banca hanno dimostrato incapacità, poco discernimento e nessuna prudenza nell’impiegare il denaro loro affidato dai depositanti, motivando così il sospetto che la loro eccessiva attività avesse lo scopo di ricavare profitti personali. Sospetto a mio avviso infondato. A sostegno della mia tesi c’è il cosciente e mai smentito patriottismo””15 con cui la Banca si barcamenò per fare le sottoscrizioni volontarie al prestito Littorioo16 Il cattivo operato degli amministratori è da attribuirsi principalmente, alla poca attitudine ad esercitare il mandato ricevuto. Si vocifera che il rapporto dei carabinieri al prefetto escluderebbe colpe oggettive a carico di questi sciagurati banchieri. Nonostante ciò, Sua Eccellenza pare ritenga indispensabile inviare sul posto il capo contabile della locale sede del Banco di Napoli, in veste di Commissario Straordinario. Quest’ultimo sospenderà, nel frattempo, dalle sue funzioni il Consiglio di Amministrazione della Banca, allo scopo di accertare la realtà delle cose e di trovare i mezzi opportuni o per mantenere in piedi la Banca, o per predisporre le pratiche necessarie per la messa in liquidazione.». Lo speziale andò via lasciando nella totale disperazione Nicola che decise comunque di tacere e di non riferire nulla alla povera moglie che era da tempo agitata anche perché, dal via vai che i carabinieri facevano nelle case degli amministratori della Banca, era evidente che una crisi stava per esplodere. 15 - Il fallimento della Banca Popolare di Lauria (1929) di DONATELLA RINELLI pag.11 16 - La manovra venne realizzata per mezzo della trasformazione forzosa di 15 miliardi di debito pubblico a breve/ medio termine (1 miliardo di debito quinquennale e 14 miliardi di debito settennale), in un debito a lungo termine, per complessivi 27,5 miliardi di lire, denominato Consolidato MILLEOTTOCENTOSEI

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Nicola nel tornare a casa quella sera si continuò a ripetere che era giusto che Luigia non sapesse, infatti, lui lo sapeva, avrebbe ripetuto in una sorta di delirio ossessivo che quando si finisce in tribunale, quando si cerca soluzione ai propri guai, rivolgendosi all’autorità costituita o non si risolve nulla o quando e se si risolve, è troppo tardi e non serve più a nulla. Ah lei lo sapeva, lo sapeva bene, che tra gli uomini la giustizia vera non esiste e quando le cose prendono “quel verso” uno farebbe bene a dimenticare le proprie ragioni rassegnandosi a seguire il verso degli accadimenti. Sì era proprio così, lei lo sapeva. Quante volte aveva raccontato a tutti la storia di quel suo parente che per resistere ad un sopruso di un potente che aveva realizzato un recinto nel suo terreno, spese tanti soldi in avvocati che quando credette che la giustizia era arrivata, era rimasto senza soldi e senza forze, tanto è che si ammalò, mentre il signore con i suoi averi fece un appello e i nuovi giudici, non si sa come, gli diedero ragione. La storia finì nel peggiore dei modi: il parente di Luigia rimase senza proprietà, senza mezzi e senza giustizia. Quando la donna raccontava la sua storia al prete, don Giovanni asseriva, dandole conforto, che la giustizia in questa terra esiste per i potenti; per la povera gente l’unica giustizia che esiste è quella di Dio; è bene, dunque che quando succedono queste cose si preghi Dio e si sopporti. Forse non succede in natura, che quando un piccolo animale incontra uno più forte, non perde il suo tempo ad affrontarlo e fugge via? Soprattutto quando le dispute avvengono con i potenti è bene andarci con i piedi di piombo e rassegnarsi a farne le spese: quando si è legati alla soma bisogna sopportare senza muoversi perché ogni movimento può finire con aumentare la nostra sofferenza: quanno si incudine statti, quanno si martiddo vatti. Le parole di Don Giovanni rafforzavano la convinzione di Luigia circa l’inesistenza nel mondo della giustizia, tanto è vero, si ripeteva, che ognuno farebbe bene a chiedere l’intervento di Dio o dei Santi, loro sì avrebbero potuto, se solo avessero voluto, salvare la dote di Bettina e i soldi dei suoi paesani. A nulla valevano le parole di Nicola, secondo cui, quello che era successo al parente di Luigia dipendeva dal fatto che, a quei tempi, lo Stato non era giusto e chi aveva il potere era anche giudice e quindi essendo la stessa persona non sarebbe mai stato equo, perché non sarebbe mai andato contro se stesso. Diverso sarebbe stato il mondo quando la giustizia e il potere sarebbero stati nelle mani del popolo, perché allora nessun interesse particolare sarebbe prevalso. Inutile era, infine, sperare che Luigia comprendesse che quando si combatte per una giusta causa e nulla è più giusto della giustizia, del diritto e dell’equità , non conta 33

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il tempo, non conta il pericolo, non conta la vita, ciò che conta è solo resistere nella propria lotta, così da costituire un esempio, perché non solo per l’aria, per il pane, per il vino o per gli occhi dolci di una donna, batte il nostro cuore.

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Capitolo VII

Il Fallimento

I mesi che seguirono a quegli eventi furono molto duri, non solo per la famiglia di Nicola, ma anche per i cittadini più umili, quelli che lavorando fino a spaccarsi la schiena avevano messo da parte qualche lira per la vecchiaia, per le malattie, per i figli o per le proprie esequie. Nicola, sempre attento alla questione, seppe da Don Giovanni che il commissario aveva sospeso dalle sue funzioni il Consiglio di Amministrazione della Banca, allo scopo di accertare la realtà delle cose e di trovare i mezzi opportuni o per mantenerla in piedi, o per predisporre le pratiche necessarie per la messa in liquidazione. «Non ti preoccupare Nicola» aveva detto Don Giovanni «Vedrai che il commissario porrà fine a questa incresciosa situazione, hanno detto che al fine di aumentare le liquidità e soddisfare le richieste dei creditori, procederà alla riscossione delle cifre erogate ai debitori inadempienti e alla vendita dei beni dati in garanzia dai debitori MILLEOTTOCENTOSEI

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insolventi. Infine, pare che stia cercando dei nuovi soci per la banca per aumentare il capitale sociale». Nella torrida estate che susseguì quel poveruomo del commissario le tentò veramente tutte, Don Giovanni raccontava a Nicola che vedeva la luce accesa nella sede degli uffici della Banca fino a notte fonda e Lena raccontava che il fratello lo vedeva passeggiare avanti e indietro nello studio cercando tra i fogli una soluzione al dilemma... ma per quanto cercasse, per quanto dicesse, nulla poteva fare! Né poteva trovare nuovi soci disposti a ripianare le casse dell’Istituto. Un giorno di giugno il commissario chiamò Cenzino e gli disse: «Queste sono le convocazioni per i soci... mi raccomando assicurati di spedirle a tutti». Mentre il commissario parlava, Cenzino osservava la ruga che aveva sulla fronte farsi minacciosa e grave, illuminata, in un gioco di chiaro e di scuro, dal riverbero della luce riflessa dagli occhiali, tenuti fermi da una vistosa catena dorata. Non negò, quando raccontò tutto alla sorella, di aver provato un brivido di paura, forse un presagio per l’imminente disastro. Il commissario, nella riunione che era convocata per il 23 luglio, avrebbe voluto esporre le sue ipotesi per salvare la Banca o almeno per salvare i risparmi di quanti, soprattutto tra le fasce più deboli, avevano affidato i propri sudati soldi all’istituto locale. L’Assemblea, però, non poté aver luogo per mancanza del prescritto numero legale degli intervenuti. Qualcuno nei giorni seguenti disse che era stata una scelta sbagliata convocare una riunione l’antivigilia della festa di San Giacomo, patrono del Rione Inferiore e per giunta in un torrido martedì di fine luglio! Così il poveruomo non si perdette d’animo, rimandò l’assemblea alla seconda convocazione giovedì 8 agosto. In quella sede, il commissario nel presentare la grave situazione ai soci indicò la strada del piano di rientro e disse senza mezzi termini, che si era a un trivio, o lo scioglimento o la liquidazione della società o l’assorbimento della Banca da parte di un istituto maggiore, che egli riteneva dovesse essere un grande solido Istituto di credito operante su base nazionale. Nel paese esistevano altre banche locali, ma come era possibile accorgersi anche ascoltando le chiacchiere di piazza, erano corrose dallo stesso male che aveva distrutto la Popolare di Lauria: credito facile e gestione, a volte, distratta. Fu l’ultima la linea che prevalse nell’assemblea, venne approvato un concordato che prevedeva l’assorbimento della Banca Popolare da parte della banca più solida e 35

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venne nominato un nuovo Consiglio che, sotto la vigilanza del Commissario Giudiziale e sotto l’alta direzione del Giudice delegato, doveva provvedere all’esecuzione del concordato. Venne stabilito un rimborso del 40 per cento ai creditori, da suddividersi in tre rate: la prima del 10 per cento ad un anno dal passaggio in giudicato della sentenza di omologazione del concordato, la seconda del 15 per cento ad un anno dalla prima ed il saldo ad un anno dalla seconda I soci, una volta esaminati discussi ed approvati i patti e le condizioni del concordato, furono chiamati per stipulare l’atto di garanzia del concordato stesso. Il Tribunale di Lagonegro, nell’ammettere la Banca al beneficio del concordato, elevò al 42 per cento la percentuale da proporsi ai creditori. Con lo stesso provvedimento, il Tribunale diede al Commissario Prefettizio la nomina di Commissario Giudiziale, ed ordinò la convocazione dei creditori per il giorno 27 settembre. Dopo una tumultuosa discussione, l’adunanza dei creditori decise di rifiutare il concordato offerto, segnando la fine della Banca il cui fallimento fu decretato dal tribunale di Lagonegro il 23 ottobre del 1929, quasi in contemporanea con il crollo della Borsa di Wall Strett, avvenuto il 29 ottobre, giorno diventato famoso come il martedì nero della finanza. La crisi economica in cui era caduta l’economia mondiale sembrò far dimenticare la tragedia che quel piccolo paese stava vivendo, ma le tragedie diventano immense o insignificanti a seconda dell’angolo prospettico da cui le si scruta.

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Capitolo VIII

La Strada Ferrata

In quei giorni a Lauria, dove era una delle sue residenze, era giunto il Vescovo, chiamato dalle autorità locali per l’inaugurazione della tratta ferroviaria LagonegroLaino Bruzio (come si chiamava l’allora unificato comune composto dai territori di Laino Borgo e Castello), che avvenne il 30 ottobre del 1929. Il tracciato di circa 40 km, faceva parte della ferrovia Calabro Lucana, opera ciclopica per l’epoca, il cui concepimento era avvenuto a partire dai primi anni del secolo. Per decenni le vallate avevano risuonato di un canto a più voci, i cui toni acuti erano quelli del ferro ribattuto dei chiodi che giuntavano le traversine e i profili arditi dei ponti che sorvolavano gli impluvi dei monti, mentre quelli gravi e ritmici erano degli scalpelli che spaccavano la roccia per dar vita alle mille gallerie che si insinuavano nella pancia dei monti, or mantenendo il tracciato dritto o piegandolo ad elica per raggiungere i paesi più arroccati come Castelluccio Superiore. Così Don Giovanni accompagnò il vescovo a Lagonegro, dove erano state invitate le autorità per il viaggio inaugurale. I due partirono sul carro alle 6:oo del mattino, per arrivare alla stazione di Lagonegro alle 9:00. Alle 10:30, dopo la celebrazione della Messa il trenino partì e cominciò a correre veloce tra quelle vallate, ansimando e sbuffando, fermandosi ad ogni stazione, dove riceveva plausi da chi, preso dalla curiosità, era giunto sul posto per vedere. Alle stazioni più importanti era stata schierata la banda comunale dove i ragazzi salutavano quel nuovo segno di civiltà intonando la marcia reale seguita dall’immancabile “Giovinezza” Dal finestrino veloci correvano via i fianchi ormai rossicci dei monti e le vette più alte dei Massicci del Sirino e del Pollino, che si stagliavano superbe nel cielo, regno incontrastato delle aquile reali. Ma davanti a tutto questa magnificenza di Dio, Don Giovanni non si riusciva a

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rasserenare, profondo era il suo tormento per gli eventi che solo qualche giorno prima lo avevano sconvolto e di cui portava nell’animo il peso. Anzi quella improvvisa e innaturale velocità con cui si sentiva sospinto gli ampliava il senso di sgomento; avrebbe voluto scendere, scappare, rotolarsi tra l’erba secca e come i maiali nutrirsi di ghiande, perché tutta quella festa ostentata, tutti quei rinfreschi che gli organizzatori prodigavano ai notabili intervenuti, stridevano con la sua coscienza, consapevole della povertà che affliggeva le genti che abitavano quel pezzo di terra. La sera dopo aver percorso la strada a ritroso da Laino a Lauria, il prete accompagno il vescovo nel suo palazzo di Piazza Viceconti. L’immobile antico era poco distante dalla Chiesa Madre e vi si accedeva dalla piazza attraverso un solenne portone sormontato da uno stemma. Il vescovo si era accorto del tormento che affliggeva il sacerdote e così gli chiese di confidargli le sue pene così da sentirsi sollevato. Don Giovanni raccontò al Monsignore in confessione il suo intimo tormento, scaturito dai luttuosi eventi che seguirono il giorno della riunione che aveva decretato la morte dell’istituto di credito di Lauria: «Nei vicoli del paese si era insinuata a voriaa17»disse don Giovanni «che strisciando come una serpe aveva convinto tutti che qualcuno si voleva pigliare i soldi dei poveri creditori e che li voleva accontentare con un misero 42% e che era meglio far fallire la Banca per prendersi e spartirsi equamente i soldi nascosti. Conseguenza immediata del rifiuto del concordato non poteva che essere la catastrofe: Il Tribunale di Lagonegro, il 23 ottobre ha dichiarato il fallimento della Banca Popolare di Lauria. Lo sento ancora, Monsignore, il senso di sgomento che mi prese, la sera era stato tutto un vociare per le strade del paese, e si sa che le troppe parole, quando non sono sorrette dalla Grazia di Dio, inducono spesso nell’animo umano un senso di confusione e di nullità. Finanche il mio animo era nella tempesta quando scendendo verso la cisterna di Largo Giardino osservai la schiena della Serra Rotonda riflettere le prime luci dell’alba. Mi diressi verso il lavatoi, dove trovai una donna di nome Lena, che abbandonando i panni messi a sciorinare mi comunicò quanto di grave era avvenuto, mi informò del suicidio di quella povera donna, Menica, disperata per aver perso i suoi risparmi...corsi presso la sua casa era già sul letto, con al collo ancora la corda. I vicini l’avevano appena tagliata, l’altro pezzo era ben stretto sulla trave maestra...povera donna! Requiem aeternam all’anima sua. Di colpo la mia disperazione diventò più grande, quando pensai agli altri che si trovavano nella condizione di Menica. Corsi 17 - Vento gelido proveniente da Nord MILLEOTTOCENTOSEI

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senza sosta in quella giornata, da una casa all’altra non avendo parole sufficienti a lenire le pene di chi non aveva nemmeno più gli occhi per piangere...spero che Dio perdoni il senso di impotenza che mi prese quando non riuscì a placare l’odio mio e di quei poveri cristi per i loro aguzzini. Solo dopo, mi resi conto che anche quelli che definivo aguzzini erano delle anime vittime delle loro passioni, del Dio denaro, della loro vanità, del piacere che provavano nel sentirsi adulati quando facevano circolar la moneta, o delle lusinghe del potere...così il credito facile che pensavano opera di bene per i loro cittadini in difficoltà che rivolgendosi agli amici bancari riuscivano a tener in piedi i loro negozi, si era trasformato nel veleno che aveva dannato tanti, facendoli andare oltre i loro limiti, oltre le loro possibilità» «Il credito è potenza incalcolabile»gli disse il Monsignore riprendendo un’affermazione sentita molti anni prima «nell’opera della produzione e nello svolgimento della ricchezza, ma può convertirsi in strumento di distruzione, quando di esso si abusa,quando si dimentica che la ricchezza vera è frutto del lavoro, delle risorse che ci offre la natura, e possiamo donare solo ciò che possediamo.... del resto poi è chiaro quello che ci dice nostro signore: i nostri debiti saranno rimessi nella misura in cui noi rimetteremo i nostri debitori...quando questo equilibrio non sussiste l’uomo è fuori dalla grazia di Dio». Don Giovanni annui ma, in cuor suo, non riusciva a vedere il male in nessuno degli uomini che apparentemente avevano condotto l’istituto di credito a schiantarsi, come il Titanic, contro il muro di ghiaccio della banca rotta. Così il suo sconforto crebbe tanto che non si riprese più dal colpo subito. Quando in aprile gli scrosci violenti flagellavano i monti intorno a Lauria, ingrossando le sorgenti e i rivi che minacciavano i vicoli e le piazze del paese, il Sacerdote, si lascio’ morire. Egli aveva abbandonato la Parrocchia già dal febbraio, il mese corto e amaro, in cui maturò la sua agonia, la sua morte spirituale, la sua impotenza davanti ad una ragione umana non più capace di seguire le leggi del cuore e del perdono. I parrocchiani ricordarono a lungo lo stato di impotente delirio a cui lo aveva condotto o la continua e vana ricerca delle ragioni e delle colpe degli eventi tragici che aveva vissuto o la disperazione, bancarie poco chiare. Così ,infatti, nelle ultime prediche, dal pulpito tuonava: «Vedete quale sia l’arroganza dei tempi moderni: l’uomo pensa di poter conquistare il mondo, e non contento della sua tracotanza ha l’ardire di calpestare i precetti divini che gli impongono l’amore e il rispetto del prossimo,la conoscenza dei propri limiti, il 39

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rispetto delle leggi della natura in cui si specchia la grandezza di Dio. Nel corso dei tempi la storia si ripete, il diavolo allontana l’uomo dalla rotta che lo conduce verso Dio, nella tempesta gonfia le sue vele facendogli credere di aver ben saldo il timone, ma al momento giusto, i demoni soffiano nella tempesta, rendendo vana la forza umana. Così le vele si strappano, il timone si incaglia, catturato dalle rocce invisibili che si levano dagli abissi. La nave imbarca acqua e precipita a fondo, proprio come la banca, come la nostra banca. La tragedia avviene mentre i topi scappano e le merci affondano nella stiva e per tutti, giusti e peccatori, non resta che affogare nel gelido mare della disperazione. Ma comunque c’è una speranza di giustizia... I signori della Banca come il Capitano Nobilee18con il suo dirigibile hanno sfidato, con la loro superbia, le leggi della natura e le leggi divine ed oggi grazie alle leggi umane cominciano a saggiare la giustizia divina. E’ di qualche giorno fa la notizia che il disastro de Dirigibile Italia è stato causato da una manovra errata voluta dal suo capitano, che si è poi messo in salvo lasciando i suoi uomini in balia della tempesta. Date tempo al tempo e i cittadini di Lauria troveranno consolazione e giustizia ». Ma la giustizia terrena, di cui Don Giovanni divenne il vate negli ultimi mesi della sua vita, dopo essersi perso nei meandri della fede, tardò ad arrivare, anzi, come spesso accade, non arrivò mai in questa terra.

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18 - Il 18 gennaio 1930 sono rese pubbliche le conclusioni della commissione Cagni, incaricata di far luce sul disastro del dirigibile Italia al Polo Nord, che equivalgono a una condanna per Nobile: «La perdita dell’aeronave fu provocata da una manovra errata, dovuta anche alla composizione e all’impiego dell’equipaggio; di tale manovra la responsabilità spetta al comandante». La commissione ritiene poi ingiustificabile la sua scelta di mettersi in salvo per primo con l’aereo dello svedese Lundborg. La sera stessa Nobile rassegna le proprie dimissioni all’Aeronautica rifiutando il congedo dal servizio attivo con la pensione che gli sarebbe spettata. MILLEOTTOCENTOSEI

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CAPITOLO IX

I matrimoni che non si fanno

La pioggia battente, rimbalzando sui vetri, ritmava le ore pesanti di quei giorni, come se il cielo plumbeo avesse voluto accompagnare il dolore di tutti. Ma pur nella consapevolezza di non essere la sola a patire, Luigia non si dava pace e, invano, cercava di individuare le ragioni che avevano portato la sua famiglia in quel baratro dove ora si trovava, senza soldi e senza speranze. Come era stato possibile tutto cio’? Come potevano i frutti del lavoro generati da anni di sudore e di privazioni , di vita condotta in equilibrio su una lama di coltello, svanire in un battito d’ali? Come poteva quella carta riposta con tanta cura nella cassapanca della camera da letto, là dove riponeva le cose più preziose, esser diventata carta straccia? Come poteva quel foglio scritto col nero di china,Contenente le cifre del deposito e le ripettive obbkigazioni, valere meno della scatola di legno intarsiato in cui era riposto? Come, come era potuto accadere? Quello che poi le appesantiva il cuore, era sapere che chi, senza colpa, era stato travolto dall’affondamento della banca, doveva subire il disprezzo di molti, di quei bell’imbusti che pensavano che la dignità e la vita si comprano con i soldi, era per colpa loro che il vecchio direttore della banca si era ucciso e che Menica aveva deciso di dar fine alle sue sofferenze. Tra quella folla di persone, c’erano sicuramente Giulio e i suoi genitori, pensava, aveva notato,infatti, che i rapporti con loro, dopo il fallimento della banca si erano andati via via a raffreddando. Passate le feste di Natale, Giulio aveva sensibilmente ridotto le visite a Bettina e gli appuntamenti in chiesa al vespro, quando i due ragazzi si scambiavano sguardi innamorati. I dubbi di Luigia diventarono certezza quando a febbraio Giulio fu chiamato alle armi, e si crearono le condizioni favorevoli per porre, una volta per tutte, la parola fine ai sogni di Bettina. La mamma di Giulio, Lucia, appena seppe dalla stessa Bettina, incontrata alla messa 41

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di San Biagio, che la consuocera stava predisponendo tutto per le zozicchie, si recò a casa di una donna di nome Angela e le affidò la delicata ambasciata. Angela, infatti, essendo masta zozicchiara, nei giorni dedicati alla preparazione delle salsicce, era solita recarsi in molte case del paese, raccogliendo le confidenze e le preoccupazioni di molti. Il suo passato di donna laboriosa e affidabile le aveva conferito quell’autorevolezza di cui poche donne godevano nella comunità Lauriota, così molti le affidavano missioni delicate, confidando nella sua capacità di addolcire gli spigoli più vivi e di volgere tutto al meglio. Così Lucia presa una gallina dal pollaio, la mise in un cartone dove aveva fatto dei buchi per far passare l’aria. Ben coperta sotto lo scialle di lana con il pacco contenente la gallina, in mano, suonata l’Ave Maria, si recò da Angela. Entrata in casa salutò la donna e dopo qualche divagazione sulle piogge che stavano sferzando le montagne, entrò subito nel vivo del discorso « ah Angiulina mia, io non voglio fare quella che non ha il cuore, ma mi devi dire che futuro può avere una famiglia che non tiene basi solide e cioè una lira da parte, oggi poi, che tutto va capocasotta….. noi teniamo na figlia fimmina e le proprietà che teniamo non le possiamo divide se no: sparti ricchezza ca diventa povertà!….mi raccomando commara mia, diglielo tu che è meglio che ognuno prenda a via soia». Non era facile la missione affidatale, anche perché Angela non riteneva giusto quello che Lucia aveva architettato e sul quale, inizialmente, aveva pensato di far ragionare la donna. Però desistette dalla missione quando Lucia racconto’ cio’ che il ragazzo gli aveva confidato: « perfino Giulio prima di partire-disse- mi ha pregato di fare qualcosa perché che se n’adda fa di una senza arte ne parte, quanno torna, di sta Bettina no ne vo sente parlà cchiu’, mannaggia a Don Giovanni e quanno ne fui parola!» Angela comprese che era meglio perdere che trovare uno così e quindi il giovedì convenuto per la preparazione delle salsicce, si fece il segno della croce pregando il servo di Dio che le facesse trovare le parole giuste. La preparazione delle salsicce e delle sopersate in ogni casa di Lauria era una festa a cui partecipava tutta la famiglia. In una rigorosa divisione dei ruoli: ai maschi era assegnato il compito di macellare l’animale, e sfilettarlo, alle donne veniva affidato tutto il resto e cioè la raccolta del sangue, la pulizia ‘di li stindini’ con sale, aceto,limone MILLEOTTOCENTOSEI

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e arancia, la preparazione degli insaccati, dlla sugna e dei ciccioli, del sanguinaccio e della gelatina. Il momento centrale era sicuramente il taglio della carne, quando le maste zozicchiare, zia Angela in primis, sedute intorno ad un tavolino di legno riservato da sempre a quella preparazione, tirati fuori gli attrezzi del mestiere (il coltello, la forcina pizzuta e l’imbuto) che ognuno si portava rigorosamente da casa propria, cominciavano a triturare la carne, dividendo a seconda del pregio nell’ordine: i pezzi da destinare alla sopersata, quelli da destinare alla salsiccia o alla zozicchiona. Finito il taglio, in genere a metà mattina, si passava alla salatura e ala pepatura, diversa a seconda dell’impasto, e tutte insieme a pugni chiusi rigiravano la carne affinchè oltre al sale, le spezie (pepe , finocchio zafarano i senise, zafarano amaro) a seconda del gusto, si amalgamassero. A conclusione del lavoro un po’ dell’impasto veniva fritto in un padellino per provare se era tutto ben amalgamato, e poi, budelli alla mano chiusi, da un lato, con lo spago, tutti a riempire, spingendo la carne negli imbuti di metallo, punzecchiandolo il budello con quella vecchia forcina per far uscire l’aria. Gli insaccati dopo essere stati ben legati venivano posti a stagionare appesi a canne fissate alle travi di legno, pronti,così, ad insaporirsi con il freddo, il fumo del camino, le parole, le risate, i sapori e gli odori della cucina di famiglia. Uno degli ingredienti che condiva il tutto era,dunque, la” vita “ che attraversava le mura della casa in cui quell’arcano rito si compiva, vita che, in quel preciso momento, si stava materializzando nelle parole che Angela con estrema solennità, alla fine della celebrazione, quando le altre donne riponevano gli attrezzi del mestiere e sistemavano la stanza, si accingeva a pronunciare. La donna chiamò in disparte Luigia e Bettina, con la scusa di preparare il fegato con il lauro da arrostire sulle braci ardenti del cammino. Quando tutto fu pronto e venne il momento di arrostire, l’anziana donna sistemata la mantellina nera sulle spalle, passò le mani sui capelli grigi ancora striati qua e la di corvino, raccolti in una treccia arrotolata e fermata alla nuca dalle forcine d’osso, e si accomodò accanto al focolare. Qui con dolci e lente parole annunciò quanto doveva e cioè la fine di quell’amore acerbo in cui Bettina aveva riposto le sue speranze di felicità. «Ah cummara mia, ah figlicedda mia, non sono contenta di quanto vi vengo a dire, però per l’amicizia che vi porto e per il bene che vi voglio,non vi posso nascondere niente, l’altra mattina ho incontrato Lucia mi ha detto che Giulio è andato a Cosenza, per la leva , mi ha detto che è meglio così che se stava qua, 43

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qualcuno se lo portava a casa con l’idea di sposarselo e che Giulio merita di meglio, merita qualcuna con cui si deve sistemare, intendeva evidentemente a qualcuna con dote e soldi…sapete come è sono tempi tristi e tutti si mettono paura… io però non mi capacito non della mamma e del papà ma di sto Giulio così giovane e così privo di speranza da assecondare i disegni di quella donna senza cuore, figlicedda mia stammi a sentire uno coma quisto è meglio ch’ hai perso!!» Di fronte agli occhi colmi di lacrime della fanciulla, Angela con voce più dolce e suadente continuo’: «Asoliamme figlicedda mia, u matrimonio è na cosa seria, non è na festa nu banchetto, u matrimonio per noi donne è na fatica, ti devi alzare la mattina e faticare senza paga, aspettare la sera quando ritorna, far trovare pronto e rassettato all’ora dovuta, fare i figli e crescerli, dividere un tozzo di pane quando c’è o condividere la fame, e sentirsi negli anni sempre meno desiderabile vedendosi il corpo deturpato da migliaia di rughe e sformato dalla vita sentendoti morire ogni volta che gli occhi di tuo marito si posano sul volto di un’altra … e se l’amore, l’amore quello vero non c’è, quello capace di affrontare le difficoltà …. ogni mattina alzarsi sarà una tortura, ogni sera l’attesa sarà un’angoscia, ogni tavola apparecchiata ed ogni cibo preparato saranno il tuo veleno, ogni parto sarà una violenza, la fame sarà una maledizione di cui sarà colpevole il tuo unico carnefice, la vecchiaia e la solitudine saranno la tua insorpottabile condanna, mo ti pare tutto scuro, ma ricordati che i meglio matrimoni sono quelli che non si fanno e in questa vita chiusa na porta si apre nu portone!» Bettina sentendosi morire si rifugiò nella sua stanza e li’ pianse tutta la notte. Ma i giorni passavano e il ricordo di Giulio divenne sempre più sfuocato fino a scomparire del tutto in una movimentata sera d’estate.

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CAPITOLO IX

La notte de li cunti cntati

I mesi che seguirono furono bui e senza sole, e ad aggravare le cose fu il risveglio di quel mostro mai sopito, compagno di strada e di vita delle genti dell’Appennino: il terremoto. La terra tremò il 23 luglio del 1930, ma era solo l’eco del più vasto evento che aveva messo in ginocchio l’Irpinia e il melfese, portando, oltremodo, rovine e lutti. Poco dopo l’una si udì un gran rumore di travi e di tegole che ballavano. Tanino non sapeva di che cosa si trattasse e rimase fermo nel suo letto, nella sua stanza nel sottotetto dov’era una piccola finestra da cui riusciva a vedere le stelle, si alzò e si affaccio di istinto, guardo nel cielo ma la luna era spenta. Subito dopo sentì bussare alla porta con un bastone: era Antonetta, che chiamava senza sosta il marito: «Donà, Donà! Azate, azate; è fatto u terramoto !”» Tutti, buttati giù dal letto, corsero in strada, per fortuna era d’estate. In quella notte senza luna, il buio e l’angoscia provocata da quegli attimi in cui tutto aveva dondolato e l’animo umano aveva perso le sue certezze, fecero crescere in Tanino, un bimbo sempre allegro, la paura. Era sgomento, non sapeva cosa fare, mentre a piedi usciva con la famiglia dal paese per recarsi in un luogo sicuro. La maestra, che avevano incontrato lungo il tragitto, vedendolo taciturno lo prese per mano e gli racconto’ di quando nel 1857, quando ancora c’erano i ducati e i carlini, ci fu’ un terremoto terribile, un terremoto che distrusse tutto «pensa che era dicembre faceva freddo e mia madre mi raccontava che furono costretti a stare per giorni all’agghiaccio» interruppe Tanino«ma dove si trova questo Agghiacci?, io non ci so dov’è. stiamo andando là pure noi?» la maestra sorridendo gli carezzo i capelli e riprese a dire «No Tanino non è un posto è una condizione: stavano fuori al freddo» A quel punto nonna Bettina che aveva sentito rispose « Me lo ricordo, era tra il 15 ed il 16 dicembre, era sera, faceva freddo dopo una prima scossa ne fece un’altra, sembrava non finire, cosi’ ci portarono in un luogo sicuro, fuori dalle mura del paese. Qualche ora dopo, dopo aver dato soccorso ai feriti, 45

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alcuni uomini, mentre le donne accendevano i fuochi, portarono le tinozze grandi, dove d’autunno si bolliva il mosto e le botti che erano rimaste vuote dopo Pertusavotti. Le misero in un angolo e dopo aver segato la base delle botti, ci fecero entrare dentro, i bimbi piccoli nelle botti, quelli più grandicelli nelle tinozze. Dormimmo là, stretti gli uni agli altri, per non soffrire il freddo cercando riparo e calore nel legname, mentre gli uomini scavavano senza sosta cercando di salvare il salvabile. Mi ricordo che le prime sere, che non si erano sbentate, sentivo così forte il profumo del vino e del mosto che pensavo di mbriacarmi..., restammo la fino a Natale, quando pur non essendo passata la paura comincio’ a piovere e nevicare e mia mamma disse: “da una parte dobbiamo morire e allora meglio nei letti nostri”» Zio Peppo, un anziano signore che le seguiva disse « E’ vero! me lo ricordo ma mio padre mi raccontava di un altro terremoto terribile che venne quasi cento anni fa nel 1831119il 2 di gennaio. Quel giorno avevano mangiato ed erano andati in Chiesa a San Giacomo per sentirsi la Messa. Mentre il prete diceva il Confíteor, il tetto della Chiesa precipito’ e si ferì a un braccio. Mi diceva che era andata bene perché poteva anche morire. Anche a Lauria Superiore molti edifici furono abbattuti, ma nessun danno risentirono le persone, grazie forse alla miracolosa intercessione del Servo di Dio o forse grazie alle ventarole» «che so le ventarole zio Pe?» chiese Tanino. « Sono quelle fessure che trovi nella roccia del Lanzo, so lunghe contorte e profonde, la trase la nebbia dei calanchi e sale fino ad uscire come fumo bianco davanti alla cappella di San Biagio. Insomma ste ventarole catturano le nebbie, il vento e pure il terremoto. Li tengono dentro come in un labirinto, fino a che non si stancano e tornano in superficie che hanno perso metà della loro forza. Comunque molte scosse seguirono quell’evento del 1831, La terrà tocoliò per più di nu mese e la gente anche allora si rifugio’ nelle botti a Largo Giardino ». La comitiva degli sfollati giunse in un aia dove si fermò per far passare la notte. I fratelli più grandi di Tanino con i loro amici, cominciarono a cantare, per far passare il tempo sulle note dell’organetto suonato da Giuseppe. Tra i ragazzi c’era un giovane alto magro e con gli occhi verdi , si chiamava Nino. Questi non cantava perché era stonato, ma sapeva ballare, e tra tutte le ragazze li 19 - Sulla sismicità della zona di Scalea (Cosenza) (Abiml the seismicity of the Scalea region).M. D E PANFILI« 20 Febbraio 1968 Piano strutturale di Maratea dott. geol. Giovanni Carmine Lavecchia dott. geol. Marcello Ferrigno 2004 MILLEOTTOCENTOSEI

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presenti invitò Bettina. Ad ogni passo di danza la ragazza sentiva ritornare la vita nelle sue vene e cominciava a vedere piu’ chiari i confini del suo futuro Intanto, più in la gli anziani con i bambini si sedettero a cerchio e continuarono a raccontare storie per far passare il tempo. Zio Iacolo, amico di Zio Peppo comincio’ a raccontare« Mia mamma mi diceva che quando nel 1831 ci fu quel grande terremoto di cui raccontavate, era piccola e teneva paura, perché a Largo Giardino,dove si erano rifugiati, tanti e tanti anni prima, ci avevano messo una montagna di morti. per questo pensava che ci fossero le paure ( i fantasmi). Erano le anime, così dicevano, di tutti quelli che li francesi guidati da Maseno avevano ucciso » «Massena Zio Iacolo, Massena era un generale di Napoleone» interruppe la maestra . «Scusatemi ma so’ gnorante» - Continuò - «allora, sto generale Massena si era messo vicino alla quercia grande che sta sopra la timpa della Seta, e di là aveva bombardato il paese. Infatti a quel tempo i francesi volevano governare il mondo ma i laurioti non volevano essere comandati. I francesi, che erano arrivati a Lauria per comandare, pretendevano per loro tutte le meglio cose: la meglio carne e la meglio pasta, ma poichè i cittadini erano più poveri di ora e non avevano niente, il sindaco dava ai francesi quello che poteva. Questi vedendo che era poco, si arrabbiarono e picchiarono il sindaco. Cosi i cittadini si ribellarono. Tutti si chiusero dentro il castello e cercarono di resistere, non si volevano e non si volevano arrendere. Mia mamma mi raccontava che per non darglielo a vedere che stavano male e che erano morti di fame, le donne si tiravano il latte dal seno e ci facevano dei casiddi, che poi lanciavano dalle mura della fortezza per far vedere che loro stavano bene...invece si puzzavano di fame. Resistettero all’assedio dei francesi per giorni. fino a quando arrivò Massena e mise Lauria a ferro e fuoco. Mille persone uccisero... e li buttarono nella fossa comune di Largo Giardino che per molto tempo si chiamò “onda dei morti” tanto che la terra si era gonfiata dei cadaveri di tutti quegli innocenti...» «Così Lauria quando tornarono i Borboni prese il titolo di “Semper Fidelis” per il coraggio mostrato dagli abitanti nel resistere all’invasore» sentenziò la maestra« Bella consolazione » esordì Giuseppe, che intanto insieme a Bettina, Nino e gli altri si erano messi ad ascoltare «Proprio bella, se si pensa: che a causa della taglia messa dai francesi sui laurioti da allora “siamo stati sparati prima dei lupi” ed hanno perso uffici e privilegi del paese piu’ importante del circondario a vantaggio di Lagonegro, uffici 47

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e privileggi mai piu’ tornati non ostante il titolo assegnato dai sovrani napoletani. ...» « Comunque sti Francesi sempre padroni erano» continuò zio Peppo « e ne fecero di cotte e di crude. Mio padre mi raccontava che c’era una donna che abitava in campagna sopra la strada che porta a Castelluccio, sta donna si chiamava Angiolina, era sposata e teneva nu figlio. Davanti alla porta di sta signora c’era la fila dei soldati francesi venuti per ricevere le sue grazie. Lei aiutata dal marito e dal figlio trovò il modo di farsi dare parte dei soldi che i francesi avevano sottratto in paese. Gli incontri dei militari con la donna avvenivano nel fienile e quando i due complici vedevano che qualcuno si recava da solo dall’ Angiolina, mentre il soldato era distratto gli toglievano ogni cosa dalla tasca delle giacche e dei pantaloni. Il Francese quando si andava a rivestire e si accorgeva del tranello diceva rivolto al marito della signora “banomo, banomo parble parble” facendo vedere le tasche vuote, “ma che pare ble pare ble quello è ianco” diceva l’uomo fingendosi fesso, allora il soldato minacciava cercando il fucile “Le escopette a disparu!” e i due si dicevano l’un l’altro:” che ha detto?”” ha detto che na scoppetta è dispari percio’ ce la regala così ne abbiamo due e sono pari...”Dunque al malcapitato toglievano anche il fucile e lo costringevano a fuggire via a gambe levate. Mo la contrada dove stava signora, tanto che fu importante, Madama Angiolella si chiama,e a quei morti, quelli di largo giardino, manco una strada ci hanno intitolata» « Beh risparmiaci i particolari! -disse la maestra- ci sono i bambini. Ma comunque non tutto fu male, i francesi e Napoleone hanno portato nel mondo i principi di uguaglianza, fraternità e libertà e a noi ci hanno donato la nostra cara bandiera» «Mica solo quella»continuo’ zio Peppo,«A Lauria Inferiore hanno lasciato, perchè non se lo riuscirono a portare, un bel coro ligneo che l’arciprete ha montato nella Chiesa di san Giacomo, al Centro c’è un monaco romito che fece miracoli e divenne Beato che stava nelle campagne tra Senise e Chiaromonte dov’è un’abbazia che li francesi avevano distrutto. In quelle terre dice che i monaci avevano una grande Certosa dedicata a Santo Nicola. I francesi diedero l’ordine ai certosini di abbandonare il loro convento, ma questi si rifiutarono, allora cominciarono a bombardarlo, Di notte pare che i monici uscirono in cerca di aiuto ma la leggenda vuole che non ostante i cavalli e muli, su cui erano montati, fossero ferrati all’incontrario in modo che le orme portassero verso un’altra direzione, i francesi li scovarono su un monte e li’ ci fu uno scontro in un posto che ancora porta il nome di Piano della battaglia, non ci MILLEOTTOCENTOSEI

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fu niente da fare né pernla certosa né per i monaci…insomma sempre mai Napoleone ha portato tanto male ma pure tanto bene, che volete: il bene e il male sono nati con l’uomo e poi mondo era e mondo sarà.»Concluse zio Peppo, poi i più piccoli,stremati per il sonno riuscirono ad addormentarsi. Tanino e anche Luigia dimenticarono nei giorni seguenti i loro guai concentrati a seguire gli sviluppi del nuovo amore che nasceva tra Nino e Bettina. Intanto il fallimento andò avanti e i creditori della banca, riuscirono ad ottenere il 30% dei loro depositi solo nel gennaio del 1932, dopo una serie di tira e molla e dopo il seguirsi continuo di illusioni e disillusioni che continuarono anche dopo l’ottenimento del primo acconto, circa la promessa di rivedere la restante somma, promessa purtroppo disattesa.

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CAPITOLO IX

Il matrimonio di Bettina

Quella mattina che Nicola andò a prendersi i soldi pioveva e faceva freddo. L’uomo era stretto in una giacca di lana nera e camminava con la testa calata nel bavero alzato, quasi come a voler evitare di parlare alla gente che incontrava. Voleva forse non cadere nella tentazione di condividere con qualcuno quella gioia che invece voleva gridare al mondo, ma per obbedire a Luigia, che ben più attenta di lui sapeva che bisogna difendersi dalle orecchie degli uomini malevoli, perché il loro pensiero cattivo riesce a invertire il corso del fato, pensò che era bene tacere, perché quando nell’aria 49

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si vede un raggio di sole in una giornata buia, non è detto che tutto volga al bello, perché la prima folata di vento può far venire la pioggia. Così mentre camminava non faceva che ripetersi le parole di Luigia, mentre ferma sull’uscio di casa lo guardava e aggiustandogli il bavero amorevolmente lo esortava:«Va e non dire niente nemmanco a tua mamma che ti ha fatto» Luigia era rimasta a casa perché tante erano le cose da fare, ottenuti i soldi era possibile maritare Bettina, con Nino che quotidianamente frequentava la loro casa. Avrebbero potuto darle per dote dei soldi ed il corredo...Già il corredo, era quasi pronto, era l’orgoglio di Luigia, lo aveva cominciato a preparare quando Bettina era ancora nella culla perché dove essere importante per l’unica figlia femmina. Prima del matrimonio bisognava esporlo per farlo ammirare a parenti e amici nella casa materna della sposa. Era sontuoso, era un corredo a quaranta, come data la crisi, non se ne vedevano più. Luigia già pensava a come dovevano essere occupati i letti, i tavolini e le sedie, per mettere in bella evidenza le lenzuola e le tovaglie ricamate, le federe, i completi da bagno, gli indumenti intimi, le coperte e tante altre cose, acquistate o preparate fin dai primi anni di vita della figlia, nel rispetto delle tradizioni perché, come recitava un detto popolare«la figlia inta la fascia e la dote inta la cascia».Mancavano solo i “muccaturi””20 infatti, quando si prepara un corredo nuziale, non si deve mai iniziare con i fazzoletti, perché questi rappresentano lacrime e di quelle ne avevano già versate a iosa. L’esposizione del corredo non era che uno dei tanti eventi che si sarebbero vissuti in quei giorni. Nicola’ torno a casa alle 12 e dopo aver mangiato un frugale pasto insieme alla moglie comunicò a Bettina che non voleva perdere più tempo, era giunto il momento di sposarla, anche perché temeva che preso dalle mille contingenze avrebbe speso quei soldi ricevuti e non avrebbe potuto maritare la figlia che aveva già quasi 22 anni. Nicola nel pomeriggio, andò dal nuovo Parroco, Don Nicola, per chiedergli di farsi da intermediario con i consuoceri. Questi la sera stessa,su invito del prelato, si presentarono a casa per fissare la data delle nozze: Insieme decisero di celebrare il matrimonio il 9 febbraio. Quando Luigia sentì la data trasalì era un martedì, e tutti sapevano che ne di Venere, né di Marte ci si doveva sposare. Ma Don Nicola disse che era un martedì speciale 20 - Fazzoletti MILLEOTTOCENTOSEI

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perché in quella data cadeva l’ultimo giorno di Carnevale e per quel giorno di festa il detto non valeva. Così tutti concordarono per quella data, anche perché prima non si poteva proprio, c’era da finire di sistemare la casa degli sposi. Tre giorni dopo Nino si presento’ sotto la finestra di Bettina con i suoi amici e con tre suonatori uno con il mandacetto, l’altro con il cupe cupe e il terzo con una surdulina, zampogna con una canna sorda utilizzata nelle contrade del paese. Il gruppo era pronto a farle una delle più belle serenate che siano state mai fatte, la canzone d’amore alzava le sue note che vibravano in quel crepuscolo facendo tremare le membra della dolce Bettina: «Affacciate a la finestra uocchi nivuri e ‘rrobbacori s’’ncatinavu lu ciri e commi lu vuoi cchiu’ scatinà ohi mamma vangi parla ca J m’’ngi ‘mbroglio J ‘a Bettina vogliu e nu’ m’adda rìci ca no Affacciate a la finestra uocchi nivuri e ‘rrobbacori s’’ncatinavu lu ciri e commi lu vuoi cchiu’ scatinà tu ruormi a tre cuscini e j rormu a cielu sirenu l’amor(e) Je na catena e commi lu vuoi cchiu’ scatinà» L’ultimo canto fu quello di buon augurio, quello che i cantori intonavano sempre per propiziare l’unione: : “…e quannu ballamo ziti e quannu ca vene cu lu maritu …quannu ballamu suli e quannu ca veni cu lu vagnunu…”. Il cuore della ragazza da quella sera cominciò a battere forte, ma così forte che temeva che quel rumore che le faceva rimbombare il petto, sovrastasse l’ululato del vento, i tuoni e il rumore degli scosci d’acqua che riempivano quelle notti tempestose che precedettero il matrimonio mentre l’ansia di Luigia cresceva. 51

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L’agitazione era palpabile, c’erano mille cose da fare , ma soprattutto c’era il pranzo delle nozze. Anche se la stagione e la crisi in cui versava la famiglia non consentivano di fare grossi pranzi e grossi inviti, qualche settimana prima della data stabilita Luigia aveva chiamato le sue due comari Antonetta e Lena per preparare almeno pizzitti e viscottini. Luigia era molto preoccupata ma Antonetta la rincuoro’ « Comma Lui’ non ti devi preoccupare, ti devi stare calma, che vuoi che ci mettiamo a fare due pizzitti? io sono esperta dovevi vedere quando sposammo mia sorella Edvige» «a che bella festa fu alla contrada Seta, in agosto, prima della guerra, è vero?»chiese Lena «Si ti ricordi bene...i preparativi cominciarono sette giorni prima quando a casa arrivarono le comari di mia mamma che dovevano cucinare. Le ospitammo a casa, mangiarono e dormirono sette giorni da noi, nei nostri letti e io e mio fratello fummo costretti a dormire a terra. Il primo giorno le donne cominciarono a preparare i viscottini ricoperti da naspro. Questo, me lo ricordo, fu fatto con l’albume di 300 uova messe in una ciotola di creta enorme, con lo zucchero, ai fianchi della ciotola, sedute su due sedie erano due donne che con due palette simili a due remi, cominciarono a sbattere il tutto al ritmo di una canzone. E pum, pum e pam il liquido giallastro divenne neve solida. Una donna alla fine della canzone per vedere se la consistenza era giusta, prese una forcina la mise dentro la lascio’ e vide se stava dritta.. tesa rimase!. Allora prese il succo di due limoni e lo verso’, le donne ai fianchi della ciotola ripresero a sbattere per amalgamare il tutto»«e cò tutte stè uova e sto pum, pum lo zucchero volava da per tutto »disse Lena«si.. quella sera lo trovai pure nelle lenzuola...Anche perché quando finirono di sbattere, mia mamma mi disse: moh mettiti, questo e u pennello e ricopri i viscottini: 500 ne pittai....Una volta pittati li misero ad asciugare su tavole di vimini e a mio fratello fu dato il compito di tenere lontane le mosche con una specie di ventaglio» «e già con il naspro fresco le mosche, se non le secuti, possono restare incollate»disse Lena,«il giorno dopo facemmo i pizzitti, con farina, miele, noci e olio, quel giorno noi ragazzi fummo un po più riposati, dovemmo solo rompere le noci e portar la legna per il forno. il terzo giorno»continuò Antunetta« mio padre prese 5 pecore e nu zimmarone e li ammazzò. Comincio’ allora la selezione dei pezzi dell’animale: due donne presero, dalla pecore squartate, le interiora e le andarono a lavare al fiume per una giornata intera, per preparare le mazzarelle. Le cosce furono messe da parte per l’arrosto, gli altri pezzi di minor valore per la pastorale, per il sugo e per insaporire la minestra. MILLEOTTOCENTOSEI

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Le cuoche cominciarono nei giorni successivi a fare le preparazioni base, a tagliare il lardo, le cipolle la verza o il cavolo. Così il giorno delle nozze si mangiò: affellata di prosciutto, minestra di cavolo,maccaroni i’ ziti con ragù di pecora, pastorale, mazzarelle, fegatini, arrosto di pecora, pizzitti e viscottini:Proprio come signori mangiammo! La vigilia preparammo i tavoli, i piatti, uno ogni quattro invitati, le posate i mesali e le pergole per la frescura sopra ogni tavolo...che sfacchinata commare mie a trasportare le canne dal fiume all’aia dove avevano sistemato i tavoli per realizzare le pergole. Mi ricordo che la notte prima del matrimonio venne un temporale e mia madre si disperava perché non aveva proprio dove mettere tutti gli invitati a casa se pioveva e non poteva sfruttare l’aia, poi una delle cuoche le disse di non preoccuparsi era agosto e il temporale era solo na trupia...»«no come ora che piove senza sosta da quasi un mese...ho saputo da compare Salvatore che a Mormannoo21se avviata nà frana» interruppe Lena «Si l’ho sentito pure io e se non la finisce pure il Carbonaro si allaga» disse Antunetta «non sia mai comare mie» disse Luigia desolata, la povera donna aveva negli occhi ancora le scene viste qualche anno prima quando il Torrente Carbonaro aveva fatto la mposta.. Il torrentello passava sotto il ponte della strada che attraversava il rione Taverna, quello che i laurioti avevano costruito dopo la ruina del Lanzo di cui si è detto. Proprio sotto quel ponte un falegname metteva ad asciugare le tavole di legno, sfruttando la corrente d’aria che naturalmente si creava. Quando però la piena del torrente ingenerata dalle violente piogge che da giorni sferzavano i fianchi dei monti, travolse tutto, le tavole furono trascinate a valle e si incastrarono nell’alveo, cementate da tutto quello che il fiume riusciva a trasportare:cespugli divelti, pietre e ciottoli. Così si costituì uno sbarramento dietro il quale le acque si fermarono formando la mposta , un invaso che per giorni minaccio’ l’abitato. Una notte con un sordo rumore quella diga naturale crollo. Così il torrente invase le strade e i vicoli invadendo i bassi e i primi piani delle abitazioni che a imperitura memoria portarono sulle pareti dei muri maestri il segno del livello raggiunto dall’acqua. Questo era così elevato che Luisa una vicina di casa di Luigia che abitava a pian terreno veniva portata in braccio dal marito, preoccupato per il suo stato, era infatti all’ultimo mese di gravidanza, voleva che non si bagnasse. La scena della povera donna minuta e sciupata stretta nel suo scialle, provoco’ in Luigia un brivido di terrore «speriamo che Sant’Elia mi aiuti, io la festa la faccio a casa, per questo non ho invitato nessuno, 21 - Frane a alluvioni nella provincia di Cosenza agli inizi del 1900 -ricerche storiche della documentazione del Genio Civile - O. Petrucci-P. Versace- Grafica Cosentina 2005- pag.118.

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comunque non vorrei che Bettina si bagnasse» disse Luigia che aveva taciuto fino ad allora «ma si, comare mie: sposa bagnata sposa fortunata!, me comunque pigliate sté uova sennò stì viscottini non li facciamo nemmeno per la mattina di Pasqua». Concluse Antonetta. Così le donne si misero a lavorare e un giorno prima del matrimonio furono pronti non solo pizzitti e viscottini ma anche altri dolci della tradizione quali anginetti e friselline. Una parte di tali leccornie fu portata nella casa degli sposi, dove come era uso, si preparò il letto e si brindò alla salute della nuova famiglia. Bettina si sposò il 9 febbraio del 1932 una fredda mattina d’inverno baciata dai raggi del sole. Il suo vestito era stato cucito da Aurelia una cugina della mamma che abitava a Nemoli, era di colore bianco, lungo e con il velo, che dalla testa scendeva oltre i piedi, formando lo strascico, la stoffa gli era stata donata da Nino. Questi indossava un doppio petto nero su una camicia bianca acquistata da Luigia e da Nicola. Quando lo sposo e i parenti giunsero a casa di Bettina in corteo, l’aria era tersa, Tanino corse giù per le scale e apri’ la porta, Bettina accompagnata dal padre giunse in fondo alle scale e li’ salutò Nino che le diede un timido bacio sulle guance, poi insieme in processione si recarono in Chiesa. A casa rimasero Lena e Antunetta, che commentando la toilette degli invitati, senza tralasciare, in verità, spunti sarcastici, sistemarono contro i muri della sala da pranzo le sedie in più file. Erano di diversa forma e fattura poiché messe a disposizione da tutto il vicinato. Su di esse avrebbero trovato posto gli invitati, mentre per gli sposi era stata posta al centro della stanza una pedana, su cui troneggiavano due poltroncine di velluto rosso. Tutto era sistemato in modo tale che da ogni posto a sedere gli sposi fossero visibili e che Lena e Antunetta, a cui era stato affidato il compito di “giratrici” cioè di addette alla distribuzione dei “complimenti” cioè dei dolcetti e delle pietanze preparate, potessero tranquillamente gestire la situazione. «Ma cummara mia» disse Lena«speriamo che almeno i ziti ci facciano un bel pranzo, dopo tutta sta fatica!».. Con un pranzo si ripagavano infatti, secondo tradizione le giratrici. La giornata fu serena e si mangiò’ veramente bene. Gli sposi ricevettero in dono molti oggetti utili: piatti, vasi, posate, pentole, cesti di varia misura e finanche “u cernicchio”, che serviva per cernere la farina. Dopo il matrimonio Nino e Bettina rimasero chiusi in casa per otto giorni, come era l’usanza per fare la luna di miele. Trascorso quel periodo indossarono di nuovo gli abiti nuziali e si recarono dal fotografo, questo dopo una serie interminabili di prove MILLEOTTOCENTOSEI

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li ritrasse davanti a un lenzuolo su cui era dipinta una maestosa gradinata . La loro nuova vita aveva avuto inizio e Bettina lo sapeva, era ormai certa e lo sarebbe stata ogni giorno di piu’ della sua non semplice vita, che aldilà dei soldi, la dote che la sua famiglia le aveva tramandato era un tesoro immenso; fatto di quella forza di carattere che le avrebbe consentito di tener dritto il timone della sua vita, quando le tempeste, le mille tempeste dei giorni a venire ricchi di nuove guerre, di fame e privazioni, l’avrebbero stravolta; impastato con quella capacità di piegarsi alla fatica docile e flessibile come una canna nei flutti; impreziosito di perle di sorriso e di quella speranza che le avrò visto mille volte, negli occhi mai piegati dalla solitudine; condito con quella maestria e quella dolcezza delle sue mani, mai ferme, pronte ad abbracciare ogni giorno quella Croce, come se fosse un naturale destino.

4 fine 4

A mia Zia Bettina Una piccola donna senza dote, capace di donare quale eredità preziosa, il suo limpido e sereno esempio di vita; e a tutte le donne che con tenacia continuano a rimboccarsi le maniche e a sperare… anche nella tempesta.

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L a Storia di L auria MILLEOTTOCENTOSEI

di Francesco Forte

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DALL’’ENOTRIA ALLA LUCANIA LAURIA NE LL’ANTICHITA’’

Definire storia cittadina, nel senso del termine vero e proprio, le vicende di un insediamento posto alla fine dell’Età del Bronzo è un esercizio improbabile e difficoltoso. Partiamo però dal X sec. a. C. per iniziare la Storia di Lauria, anche se le vicende che per il momento tratteremo, hanno essenzialmente il carattere della storia territoriale. É doveroso però citare un passato che è simile, per episodi e per sviluppi, a quello dei più antichi insediamenti sorti nella nostra valle. Costantino Gatta racconta che la nostra terra sin dall’Antichità era conosciuta come Enotria e la sua prosperità di acqua, legname e materie prime era rinomata tanto da «aver fornito abbondevolmente dalla benignità del Cielo molti doni di natura, fu fovente da varie Nazioni, non solo ambita, ma stranamente occupata». Aristotele conferma che questa popolazione abitò l’Italia meridionale dal golfo di Taranto a quello di Policastro, spingendosi fino all’estremo sud della Calabria. Non possiamo pertanto escludere dalla genealogia della nostra cittadina la radice enotrica e i ritrovamenti avvenuti recentemente in loco confermano, se ce ne fosse ancora bisogno, la nostra argomentazione. L’etimologia del termine Enotrio è tuttavia molto incerta, probabilmente deriva dal greco oinos, cioè vino, che indicava appunto,

più che il popolo, il ricco territorio di vigneti, si arriva quindi alla derivazione di Enotria, terra del vino, con cui gli antichi greci indicavano l’Italia meridionale. Altre ipotesi invece vogliono che il termine derivi dalla parola oinotron, a indicare la coltivazione della vite a palo corto. Gli Enotri si attestano nella nostra area sin dal XII sec. a.C., ma con il sopraggiungere dei greci, VIII sec. a. C., si spostano progressivamente dalle coste all’entroterra, lasciando le litorali ioniche libere per lo sviluppo degli insediamenti ellenici. Un secolo dopo cominciano le guerre tra la nostra popolazione indigena e le città-stato greche, ma le sventure dei nostri autoctoni aumentano con le progressive invasioni delle popolazioni di idioma Osco da nord-ovest: l’estinzione degli Enotri è di fatto già avventu nel V sec. a.C. I Lucani pertanto «entrano in pieno nella storia della Magna Grecia, condizionandola per quasi mezzo secolo», estirpando contemporaneamente gli Enotri. Tutte le fonti letterarie dell’Antichità ci riferiscono abbondantemente circa la pressione lucana sulle colonie della costa greca e solo un secolo dopo, nel 390 a.C., i Lucani si manifestano già potenti e aggressori di Turii. Quel popolo che occupa «quella regione dell’antica Italia del mezzogiorno, che dalla sponda sinistra del fiume Sele, tributario al mare Tirreno, si estese, superando la catena degli Appennini, fino al golfo di Taranto sul mare Jonio, fu detta Lucania». L’incipit della Storia del Racioppi, in primis delinea i confini naturali


di quella regione storica, la Lucania, che occupava i territori conosciuti nell’antichità come Enotria. Nel V sec. a.C. però quella terra cambia i suoi abitatori, non più Enotri, ma «i Lucani che trassero il nome loro dalla Lucania». Il motivo che porta al cambiamento del termine da Enotria a Lucania il Racioppi lo spiega partendo da Plinio il Vecchio, secondo cui la Lucania ebbe quel nome «o perché la regione era posta dalla parte della stella Lucifero; o perché è costituita di terre cretose, cioè di molta luce; o perché le tribù sannitiche che prima la occupavano, ebbero a capo e duce un Lucillo; o perché esse al loro arrivo nella regione la trovarono come tutta una boscaglia» Costruendo una lucidissima analisi filologica, ed escludendo man mano le altre ipotesi, lo storico lucano, arriva alla soluzione «incontestabile» che la Lucania sarebbe stata chiamata tale dalle genti osche che chiamarono così quella terra da loro occupata, perché situata «verso la plaga del cielo onde loro veniva la luce; verso Oriente. [...] La radice di Lucania sarebbe nel tema Luc, che ha significato o riferimento identico a luce non soltanto nell’idioma latino, ma [...] nell’idioma delle genti sabelliche». Tornando alla microstoria della nostra cittadina, abbiamo la certezza che il territorio di Lauria fu abitato da aborigeni Enotri già dal X sec. a.C.; successivamente venne occupato dai Lucani, che giunsero dal nord dell’Appennino; ma i primi insediamenti abitativi veri e propri, dobbiamo datarli intorno alla metà del 500

a.C., e sono di matrice greca. Come altrove i nuclei erano posti su alture che avevano particolari caratteristiche: essere posizionati strategicamente, per controllare il territorio circostante, ed essere difesi naturalmente da barriere geomorfologiche. Al contrario di quanto si possa ipotizzare, le origini di Lauria, non vanno cercate nell’odierno tessuto cittadino, ma a qualche chilometro di distanza verso nord-est: è sulle sponde del fiume Sinni e ai piedi del massiccio del Sirino che sono documentati i nostri primi antenati. Oggi indichiamo quella zona come Seluci, ma in antichità, l’area che ricopre la contrada omonima, era conosciutavcon altro nome: Sirin o Sirynos. Analizzando la morfologia dell’area è evidente che presenta quelle condizioni naturali che abbiamo precedentemente elencato, oltre ad una grande disponibilità di acqua, essenziale alla sopravvivenza. Quando gli abitanti primitivi, passarono da essere pastori ad agricoltori, dovevano necessariamente disporre dell’acqua per lo sviluppo dell’insediamento e per l’autonomia produttiva. Il fiume Sinni è pertanto la garanzia illimitata di quell’elemento, che scorrendo ai piedi dell’antica Sirin favorì l’agricoltura primitiva e dissetò l’antico insediamento. Per quanto detto è a Seluci che sviluppa un primo nucleo e gli antichissimi manufatti ritrovati nell’area sono la prova tangibile della presenza umana. «Un caso peculiare è quello costituito dall’altura di Castello Seluci (Lauria), al


centro di quella parte del Lagonegrese che coincide con l’alta valle del Sinni: con naturale difesa delle sue pareti rocciose su tre lati, e l’ampia visibilità di cui gode, costituisce la sede ideale per il controllo della viabilità circostante, e pertanto non sorprende che la documentazione relativa si estenda alla prima metà del III secolo a.C.» Nel IV secolo a.C. i Lucani assoggettano definitivamente le popolazioni indigene e si scontrano con le polis greche sulle coste orientali, secondo Beloch verso il 360 a.C. creano una confederazione, la Lega Lucana, composta da dodici cittàstato, lo storico tedesco suppone che le città coincidessero con quelle raccontate da Tito Livio: Bussento, Blanda, Atina, Banzia, Eburo, Grumento, Potenzia, Sonzia, Siris, Teggiano, Ursento, Volceio. Plino Il Vecchio nel III libro della Storia Naturale, parla però anche di una Sirin. e secondo lo storico romano i popoli sirini risiedevano quindi nell’interno tra le gole dei monti. É chiaro che quella Sirin sia una cittadina diversa della più famosa Siris, posta sul mar Jonio, corrispondente all’odierna Nova Siri. Non è pertanto sbagliato associare che quella cittadina chiamata Sirin da Plino può essere nata dalla migrazione di quella Siris che tra 570-560 a.C. cadde a causa della confederazione Achea alleata di Metaponto, Sibari e Crotone. Sempre il Racioppi scrive che « al di là di Cesariana è il monte Sirino, da cui trae la prima origine il fiume Sinno, che è l’antico

Siris. Quivi intorno fu la sede di quei popoli lucani che Plinio disse Sirini. [...] Però i campi qua e là mostrano ancora vestige di antiche fabbriche, e vi si scavano sepolcri, armi, utensili, monete antiche» ci sono altre ragioni, oltre alla sinossi del Racioppi, per pensare che l’antica Sirin corrisponda alla nostra Seluci. La prima è una bolla del 1079 attribuita all’arcivescovo Alfano , di cui parleremo più avanti, dove troviamo Seluci come una città a se stante (per la prima volta si parla anche di Uria, Lauria); è doveroso sottolineare che ancora nel XII d.C. Seluci o Sirin, confermando l’antica importanza dell’insediamento, risulta effettivamente come comunità autonoma nella Diocesi di Policastro. La seconda ragione è dedotta direttamente dal nome dell’antico Siris che è senza ombra di dubbio il fiume Sinni. Nel corso della storia innumerevoli città, hanno ricavato direttamente il nome dal corso d’acqua che scorreva vicino all’edificazione: Siris - Sirin . La terza riguarda delle testimonianze monili dell’età arcaica relative ad un insediamento che poneva su delle monete la leggenda SYRINOS / PIXOUS . Queste sono datate al 550 a.C. ed è difficile pensare ad una alleanza tra Pixous , Policastro, sul mar Tirreno e Syrinos cioè Nova Siri sul mar Jonio. Le distanze per l’epoca erano immense e quindi più plausibile pensare che la Syrinos dell’alleanza sia una città posta a media distanza: la nostra Sirin. La nostra storia ha senza ombra di dubbio


origine a Sirin, nell’odierna Seluci, solo diversi secoli più avanti, troviamo invece i primi insediamenti dove oggi si sviluppa l’odierno tessuto cittadino di Lauria.

TRACCE DI UN PASSATO SOMMERSO DAI ROMANI AL XII SECOLO

Nel III sec. a.C. l’esercito romano riesce a sottomettere, dopo dure e sanguinose lotte, l’ostile popolo lucano. Far risalire al periodo della dominazione romana, la prima fase di decadenza sociale, culturale e ambientale della nostra terra, è un opinione diffusa tra molti storici. A differenza di Venosa e Grumentum, baluardi romani che delineavano il territorio dei turbolenti e incostanti Lucani, la nostra terra diventa, nella visone geopolitica dei romani, principalmente un importante demanio pubblico: continuamente sottoposta a un intenso sfruttamento forestale ed economico nonché umano, non fu mai fatta sviluppare dal punto di vista economico e sociale. Sul finire del II secolo a. C. la Basilicata era «completamente tagliata fuori non solo dai contatti con le genti vicine ma anche dai contatti con i romani. [...] e i grandi abitati indigeni sono completamente abbandonati». Sorte diversa non spettò al territorio di Lauria, o al Lagonegrese in generale, anche se costruzioni di importanti opere pubbliche, la vedono direttamente interessata. La

nostra valle ha da sempre svolto un ruolo di cerniera importantissimo tra l’arco ionico magno-greco e la costa tirrenica etruscocampana, attraverso di essa si sono trasferiti strutture di pensiero e modelli di civiltà: sin dall’Antichità è stato un territorio di transizione e integrazione tra i vari popoli che lo hanno attraversato o conquistato. La costruzione di una direttrice che collegasse Capuam e Regium, oltre che la successiva realizzazione della via Herculia,vede il diretto interessamento del periodo romano dell’area nocina, anche se nessuna vera e propria colonia militare sorse in questi territori. Secondo Tito Livio fu Tiberio Sempronio Gracco a distruggere la città di Sirin durante la Seconda Guerra Punica nel 213 a.C., possiamo immaginare, al pari di Spagnuolo, che al passaggio delle truppe romane, i nostri antenati abbandonarono il primitivo insediamento di Sirin per rifugiarsi presso le più nascoste rocce dell’Armo. Tra le grotte di quei siti, oggi identificati come Cafaro, si sviluppa il primo nucleo abitativo dell’odierna cittadina di Lauria. Dei primi secoli successivi alla morte di Cristo, abbiamo ben poche notizie di Lauria, ma nel V secolo, posteriormente alla caduta dell’impero romano, l’area meridionale della Basilicata presenta ancor più quella decadenza economicasociale che prima abbiamo accennato. Un attività prettamente pastorizia subentra alla primordiale agricoltura dell’area, mediata attraverso le conoscenze dei popoli greci,


ma la progressiva incuria dei letti fluviali e dei terreni agricoli, in particolar modo valle del Sinni, trasformano quei luoghi che, solo qualche secolo prima erano fecondi e ricercati, in paludi e zone malsane. Sommando quanto detto all’instabile situazione politica, alle debolezze militari del vecchio impero e alle continue scorribande dei barbari, si manifesta lentamente quel fenomeno che gli storici hanno definito come incastellamento: le valli vengono progressivamente abbandonate, gli uomini si riparano costruendo sulle rocche. A Lauria, dunque, il primo nucleo abitativo del rione superiore si forma sull’altura del monte Armo tra III e II sec. a.C., ma solo dopo il VI sec. d. C. prende forma la rocca fortificata vera e propria. Storia del tutto diversa presenta, invece, il rione inferiore che sorge, ai piedi dello stesso monte, successivamente alla migrazione causata della distruzione dell’antica città di Blanda nel 914 per mano degli Saraceni. Non sappiamo con precisione l’origine toponomastica di Lauria, tre sono le teorie che si sono sviluppate nel corso del tempo: la prima riconduce a Uria, città aurea, ossia al nome attribuito dai romani alla popolazione di questi luoghi per esprimere la grande laboriosità e tenacia che li distingueva; la seconda vuole il nome di Lauria come derivazione di Castrum Laurum Irie dovuto per l’abbondanza di alberi di lauro sparsi nei boschi dell’area; la terza vede il nome di Lauria come la derivazione di Laura,ossia le celle dei monaci greci, che dal VIII sec.

rifiorirono culturalmente la nostra valle portando avanti la fede di Cristo. Dopo la caduta dell’impero nel 476 una «buia notte incombe sul mondo romano»e la società italica si sfascia: «l’epoca della venuta dei barbari per la bassa Italia si può circoscrivere all’arrivo dei Longobardi; in questo senso però, che delle precedenti invasioni di Ostrogoti, di Goti, e Visigoti o troppo antiche o troppo fugaci, si sa meno che nulla: i Longobardi, che si sovrapposero e tutto distrussero o imbarbarirono, spazzarono via ogni memoria dei precedenti ordini della società semibarbarica ». Il territorio di Lauria era compreso nel Ducato di Benevento, nella cosiddetta Longobardia Minor, che successivamente alla divisione del ducato, tra 844 e 851, rientrò sotto il dominio del principe longobardo Siconolfo nel Principato di Salerno. Dopo la venuta dei popoli pannonici fu la volta dei Saraceni arrivati dalle coste tirreniche. Importanti testimonianze sono ancora visibili di tale dominio, ad esempio il termine Ravita è una storpiatura dell’arabo Rabit, abitazione, a conferma di ciò era l’ormai distrutto quartiere della Ravita, oppure Cafaro variante medievale dell’arabo di Kafar che può significare sia zona fortificata che castello. A cacciare i Mori dalla nostra città fu l’imperatore bizantino Michele III che libera definitivamente Lauria dall’influenza saracena. A dimostrazione della devozione


degli Uriensi, laurioti, all’impero e per la tenacia da loro dimostrata, il Basileus concede dunque un’importantissima arma iconografica da sventolare e mostrare con fierezza nello stemma cittadino: il Basiliskos. Con questo abbiano definito anche la lettura iconografica dell’araldo cittadino: un albero di lauro, a ricordare i ricchi boschi di alloro, un basilisco a rimarcare la discendenza reale della cittadina e la scritta Noli Me Tangere, non mi toccare, come monito a chi si avvicina alla nostra comunità. Pochi e scarsi documenti rimangono purtroppo di questo lasso di storia che va dal IV sec. a.C. al X sec. d.C. sufficiente ricordare che i due rioni sorsero in modo distinto e da popoli diversi. Il primo, quello superiore, nasce tra II e III sec. a.C. dalla migrazione dei cittadini di Sirin e si stabilisce sul monte Armo dove oggi sorge il quartiere del Cafaro. Il secondo, quello inferiore, si sviluppa ai piedi della medesimo costone e nasce intorno al X sec. d.C. dalla migrazione degli abitanti di Blanda Yulia distrutta nel 914 d.C. dai saraceni.

LA RINASCITA E LO SPLEN DORE DAI NORMANNI AI SANSEVERINO SECOLI X-XV Dopo la cacciata dei Mori, con la formazione del Tema di Lucania nel 968, si rafforza l’amministrazione bizantina nell’area, parallelamente un altro fenomeno, quello

del monachesimo, si dirama nella nostra terra diffondendo di pari passo sia la fede cristiana, sia la cultura greca.Tali avvenimenti influenzano notevolmente la nostra società e si assiste alla prima rinascita economica e culturale della storia del nostro territorio. Dal XI al XIII secolo, la valle del Noce e soprattutto la vicina valle del Mercure, saranno protagoniste di una importantissima fioritura culturale dettata dalle sempre più numerose presenze di monaci grecobizantini, tanto da poter definire quest’area come la Valle dei Monasteri o come Nuova Tebaide. Quei monaci che arrivavano dall’Oriente, passando dalla Sicilia e attraversando la Calabria, cercavano quella pace spirituale e religiosa messa a rischio dalle crudeli persecuzioni che subivano nella loro patria, attacchi che arrivavano sia dagli iconoclasti di Costantinopoli, sia dai nuovi padroni delle coste del Mediterraneo, i musulmani41. L’istituzione dell’ Eparchia del Mercurion, che si estendeva dal bacino del fiume Lao sino alla valle del Noce, fu il volano attrattivo di centinaia di religiosi che arrivarono nell’area: è dentro laure, cenobi e santuari immersi nella nostra magnifica terra, che vivevano i monaci. Dove oggi è di fatto in Santuario della Madonna dell’Armo a quel tempo vi era una laura greca, simile a quella ancora presente in contrada Sant’Elia, così come nel rione inferiore, nell’odierna contrada di San Filippo vi era un importantissimo cenobio basiliano. L’economia dell’area visse un rinvigorimento dell’attività agricola e artigianale, i nuovi


colonizzatori portarono oltre al loro bagaglio culturale e spirituale, un imponente impulso di specificità artigianali nella valle. La situazione politica venne nuovamente sconvolta a metà del XII secolo, quando penetrò un altro popolo nella nostra storia: i Normanni. Dopo aver spazzato via i bizantini avviarono una ristrutturazione politica, religiosa e amministrativa dell’area. La politica delle famiglie normanne accentrò il potere, cercando parallelamente di emarginare i centri di tradizione bizantina e favorendo in parallelamente l’infiltrazione del nuovo ordine monastico dei benedettini. Il primo documento che parla di Lauria è di età normanna, conosciuta come la Bolla di Alfano, lettera episcopale dell’Arcivescovo di Salerno, che nel 1079 ristruttura l’antica Diocesi di Bussento-Policastro: in quella giurisdizione ecclesiastica facevano parte sia Uria, Lauria, che Seluci. É la prima volta che compare il nome della nostra cittadina in un atto storico. Con l’arrivo dei Normanni nel XII secolo Lauria era già il centro economico-politico più importante di tutta la val nocina, la successiva elezione a imperatore di Federico II dona il massimo prestigio e splendore che la nostra terra abbia mai conosciuto: la Basilicata, con Melfi capitale, era in centro del regno di Federico. Il capostipite della famiglia Lauria o Loria/ LLuria, è stato identificato in Ugone Il Normanno, vissuto a cavallo tra XII e XIII secolo, gli succedette il figlio Ruggierone ricordato come valoroso cavaliere in

cronache che vanno dal 1127 al 1140. Con Gibel la nostra cittadina ha il suo primo feudatario riconosciuto come Signore di Lauria, è lui il primo a portare il cognome della terra conquistata, secondo uso e costume normanno, siamo nella seconda metà del XIII secolo infatti quando Lauria venne infeudata. É solo con Riccardo il Gran Giustiziere (ca. 1220-1266), però, che la Contea di Lauria raggiunse il massimo prestigio nell’età medievale. Il feudo all’epoca comprendeva molte terre e castelli tra Basilicata e Calabria e il castello di Lauria, tra le ventiquattro fortificazioni appartenenti alla famiglia, era una delle più importanti e amate dal feudatario. Riccardo fu uomo chiave della politica di Federico II, Gran Giustiziere di Basilicata e delle Terre di Bari, fu successivamente Capitano di guerra e Gran Privado del re Manfredi, fedelissimo di costui, morì nella battaglia di Benevento con il suo re nel 1266. La leggenda vuole che Riccardo, abbia tentato di fare scudo con il suo corpo, per evitare che la spada di Geronimo di Sambiase trafiggesse il corpo del re Manfredi, ma il sovrano spirò tra le sue braccia poco prima di essere anch’egli giustiziato e mutilato. Nel 2000 la Sovrintendenza della Basilicata ha scoperto uno scheletro decollato sepolto nei pressi del castello, secondo alcune ipotesi si tratterebbe proprio dei resti di Riccardo. Il Gran Giustiziere sposò in prime nozze Paliana di Castrocucco e in seconde nozze Donna Bella Lancia dei Conti di Asti, da quest’unione nacque uno dei personaggi


chiave della storia europea del XIII secolo: l’Ammiraglio Ruggero di Lauria. Roger de Lluria o Ruggero di Lauria nasce nel castello di Lauria nel 1245 e vi resta fino all’età di tredici anni, quando la madre Donna Bella Lancia nel 1268 viene chiamata alla corte catalana in qualità di nutrice di Costanza di Svevia, futura moglie di Pietro III il Grande. Le cronache del tempo parlano di un ragazzo prodigioso e valoroso, tanto che re Pietro già nel 1283 ad affida il comando al giovane Ruggero, già noto a corte per valore e abilità marinaresca, elevandolo ad Ammiraglio della flotta d’Aragona. La prima vittoria navale, che assicura il dominio navale aragonese sull’armata angioina, fu guidata da Ruggero nelle acque di Malta solo pochi mesi dopo la sua nomina adoperando al meglio milizie d’assalto catalane: almogàveri. Nel Giugno 1284 l’ammiraglio, con astute manovre, attirò fuori del golfo di Napoli l’armata angioina, che aveva precedentemente imbarcato il reggente del regno Carlo, futuro Carlo II, e dopo una sanguinosa battaglia sconfisse le navi francesi e fece prigioniero lo stesso principe angioino, accompagnato col fiore della nobiltà francese. La strepitosa vittoria diede all’Ammiraglio Ruggero una fama immensa. Il suo nome Lauria divenne per gli Angioini argomento di terrore con fulminei e costanti assalti alle coste calabresi, Ruggero sparse desolazione, terrore e sangue nei nei partigiani di re Carlo. Posto a capo dell’armata siculo-aragonese nel 1285, accorse in difesa dell’odierna Catalogna,

sede della corona aragonese, che era sotto minaccia del re di Francia Filippo III. Ruggero con l’aiuto degli ammiragli catalani Marquet e Mallol riportò alle Formiche, presso il golfo di Rosas, una nuova grande vittoria navale nel settembre dello stesso anno. Alla morte di re Pietro segue alla corona aragonese Jaume I, e Ruggero di Lauria continuò a servire fedelmente la corona, compiendo dal 1286 altre spedizioni contro le coste calabresi e campane, restando Ammiraglio supremo d’Aragona, di Catalogna, di Valenza e di Minorca. É bene ricordare la nuova sconfitta presso Augusta delle forze angioine, e successivamente la più grave sconfitta data all’armata di Carlo II presso Castellammare di Stabia, era il 23 giugno 1287. Ruggero di Lauria cadde in disgrazia dei Siciliani dopo avere stipulato, senza il consenso di Giacomo, una tregua con gli Angioini, e per aver concluso col sovrano di Tunisi un accordo, per il quale quel principe si riconosceva vassallo non della corona di Sicilia ma di quella d’Aragona. Successivamente fu criticato e odiato dai siciliani per aver favorito l’accordo tra Giacomo d’Aragona e Carlo II, che prevedeva il ritorno della Sicilia sotto il dominio angioino. La guerra navale tra l’Ammiraglio Ruggero, aragonese alleato degli Angiò, contro il genovese Corrado D’Oria, ammiraglio di Sicilia, si concluse con la battaglia di Capo d’Orlando nel luglio del 1300. Nel Giugno del 1301 una nuova


vittoria del laurioto fu nelle acque di Ponza. La storia lo ricorda come uno stratega invincibile e i fatti confermano che non fu mai sconfitto, anche se non è passato alla storia sotto un severo giudizio confermato anche dalle scorribande avvenute sul fronte greco-bizantino, quando nel 1291 saccheggia orrendamente le isole soggette alla giurisdizione dell’imperatore Andronico Paleologo . Con la Pace di Caltabellotta nel 1302 si concludono le imprese marittime di Ruggero di Lauria, che dopo tale accordo, si ritira a Valencia dove muore nel Gennaio del 1304 carico di onori e ricchezze. Nel feudo di Lauria alla morte di Ruggero il titolo della Baronia viene ereditato dal figlio Ruggerone, successivamente è attestato come Barone nel 1308 Carlo di Lauria e dopo Ruggero Berengario, la città aumentava ancora il suo prestigio. Commercio e artigianato erano fiorenti e rinomati: Lauria si affermava come città traino della valle. La popolazione contava circa 2000 abitanti. Il peso politico riposto a Lauria dai Lloria e la posizione centrale che occupava, snodo cruciale tra Calabria e Campania, furono determinati cosicché Lauria fu elevata dal titolo di Baronia a quello di Contea. Del 1319 è la Bolla con cui il Papa Giovanni XXII autorizzò l’ordine dei frati minori Osservanti ad iniziare la costruzione di un monastero in Lauria, ora distrutto ma definito, all’epoca magnifico. A metà del 1300 la città cambia casata: dai Normanni Lauria o Loria fu la

volta dell’importantissima famiglia dei Sanseverino. Nel 1339 un importante documento conferma sia la donazione del titolo di Baronia di Lauria, sia il passaggio di casata, Ilaria di Lauria, figlia dell’Ammiraglio Ruggero sposa Enrico di Sanseverino, conte di Marsico.

LAURIA S « PAGNOLA» E B « AROCCA» LAURIA DAL XV AL XVII SECOLO DAI SANSEVERINO AGLI EXARQUES La famiglia dei Sanseverino fu una delle famiglie più importanti della storia del meridione d’Italia, originaria della Normandia, si stabilì a Napoli metà del XI secolo. Diventa ben presto una delle più potenti e influenti casate, annoverata tra le Serenissime Sette Grandi Case del Regno al pari di: i D’Aquino, gli Acquaviva, i Del Balzo, i Ruffo, i Celano e i De Moliso. Il casato ebbe cardinali, viceré, marescialli, etc., contando nei tempi di massima espansione oltre trecento feudi, quaranta contee, nove marchesati, dodici ducati, dieci principati: praticamente uno stato dentro lo stato. Dal 1386 Lauria è uno dei feudi dei Sanseverino. Francesco Sanseverino nel 1427 concede che farà custodire a proprie spese, e non a cura dei contadini, il castello e le residenze di Lauria, concede altresì al Comune, Università, di poter pagare le spese generali con i beni dei contadini. É degno di nota


Stefano Sanseverino che nel 1440 assediò Maratea, insorta al dominio della Contea e passata agli Angioini, il conte, fedelissimo di Ferdinando I d’Aragona, ristabilì il dominio spagnolo strappando la città ai francesi. In quell’epoca il feudo raggiunse la sua massima estensione territoriale, fino a comprendere Orsomarso e Laino. Risale allo stesso periodo la concessione fatta alla città di Lauria di poter nominare il Vicario del feudatario ed il sindaco: un anno in lo burgo inferiore et un anno in lo burgo superiore. Sotto i Sanseverino si afferma a Lauria il sentito culto di San Giacomo con un matrimonio tra una contessa spagnola con un rampollo della famiglia. Nello stesso periodo, siamo nella seconda metà del Quattrocento, dobbiamo inserire l’ampliamento e l’imponente abbellimento della Chiesa di San Giacomo del rione inferiore. Lauria contava circa 2500 abitanti, al pari di Matera, purtroppo pochissimi documenti sono rimasti di quella fiorente epoca della cittadina a causa del sacco dei francesi del 1806. Il territorio cittadino dal XII al XVI secolo era praticamente raddoppiato tanto da diventare suffeudo. La nuova suddivisione feudale si deve a Vinceslao Sanseverino, successore di Stefano, il quale non avendo discendenza maschile diretta, con l’atto di donazione del 12 febbraio 1462 , concede il suffeudo, come dote, a sua figlia Luisa, futura sposa di Barnaba Sanseverino (fratello di Roberto, principe di Salerno). Venceslao in qualità di feudatario in capite,

poteva costituire subfeudi, mentre solo il re poteva concedere la contea al di fuori della discendenza maschile. Con il suffeudo i beni passarono alla discendenza femminile aggirando le norme che ne impedivano la successione nei feudi e portavano alla retrocessione al demanio regio, ma con la scelta di uno sposo per la figlia all’interno dello stesso casato continuava la tradizione di famiglia. La fase di grande sviluppo della Contea di Lauria subisce una brusca interruzione nel 1487. Barnabò San Severino, al contrario di Stefano, fu uno degli organizzatori della Congiura dei Baroni contro re Ferdinando. Dopo la rivolta il re fece catturare ed uccidere tutti coloro che avevano preso parte alla congiura: la contea di Lauria venne definitivamente confiscata ai Sanseverino. Nel 1494 Giovanni Borgia, Principe di Tricarico, Duca di Candia fu investito altresì del titolo di Duca di Lauria, ma nel 1516 il feudo torna sotto l’antica casata, Bernardino Sanseverino è l’ultimo della casata insignito del titolo di Conte di Lauria. Dopo i Lluria (1254-1310) e i Sanseverino (1386-1516), il feudo di Lauria appartiene ad una nuova casata: gli spagnoli Exarques. Il primo è Girolamo, Barone di Lauria dal 1556 al 1564, poi Pietro succede al padre fino al 1593 e a costui succede Girolamo, figlio di Pietro. Nel 1621 è attestato come Barone di Lauria Francesco Exarques. Unico documento storico del tempo è la visita del pastorale effettuata in Lauria dal vescovo di Policastro Monsignor Spinelli,


che si recò dai malati dell’antico Spitale di Santa Maria dei martiri. Parlare del XVII secolo come dell’età barocca a Lauria è un esercizio molto pretensioso, c’è però un personaggio storico, che nel tempo del barocco fu uno dei protagonisti della Roma del Seicento, nato proprio nella nostra cittadina: era il 10 Aprile del 1612, quando nel rione inferiore, viene al mondo da una nobile famiglia il Cardinale Lorenzo Maria Brancato. Lorenzo, al secolo Giovanni Francesco, fu avviato agli studi nel luogo natale da un avvocato che aveva abbandonato il foro, Aquilante Vitale, che oltre a insegnare la grammatica, impartiva ai suoi allievi lezioni di dottrina cristiana, riservando una cura particolare alla devozione mariana. A quindici anni chiese di abbracciare lo stato clericale per adempiere al voto fatto a San Francesco affinché lo liberasse dalle sofferenze procurategli dall’asma, per la quale aveva già rischiato la morte, nel 1629. Su indicazione di un cugino materno, frate del convento di Noja, odierna Neopoli, decide di lasciare la famiglia per seguire la sua vocazione religiosa nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, vincolato inizialmente nell’ingresso del convento per un divieto governativo. Il giovane Giovanni ritorna momentaneamente a Lauria e passa un periodo di forte crisi spirituale. Nell’Aprile del 1630 trova il coraggio di fuggire da Lauria per ritornare definitivamente in convento, si avvia a compire il noviziato a Lecce. Il 7 luglio 1631 Giovanni Francesco

Brancati diviene frate minore conventuale assumendo il nome di Lorenzo Maria. Prosegue gli studi teologici e filosofici in altre località della Puglia, in particolare a Rutigliano e Bari. È nel contesto pugliese che nasce la straordinaria amicizia con san Giuseppe da Copertino, il quale gli predice il cardinalato. A Roma arriva nel 1634 e nel Maggio del 1636 è ordinato prete nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Lorenzo completa gli studi al collegio San Bonaventura e viene nominato professore di Logica e Filosofia ad Aversa. Nel 1639 si sposta a Napoli per svolgere le mansioni di vicesegretario del padre generale. Pochi mesi dopo si reca, come insegnante, a Firenze e successivamente a Ferrara (1641) e Bologna (1644). Nel 1647 è eletto Segretario dell’Ordine Francescano, poi guardiano della Basilica dei Santi XII Apostoli a Roma, ma nel 1651, proprio quando si prevede una nomina a vicario generale, è rilegato, invece, per meschine gelosie, nel convento di Albano Laziale. Papa Innocenzo XI nel concistoro del 1 settembre 1681, lo eleva a Cardinale prendendo il titolo di Sant’Agostino, che cambia in quello dei Santi XII Apostoli. Nel conclave che segue la morte di papa Innocenzo XI, avvenuta il 12 agosto 1689, il cardinale Brancati ottiene quindici voti che, a causa del veto posto dai reali di Spagna per il suo atteggiamento ritenuto troppo arrendevole nei confronti dei francesi, non sono sufficienti per l’elezione al soglio


pontificio. Alla fine vie eletto il papa Alessandro VIII. Dal 1693 è Camerlengo del Sacro Collegio dei Cardinali, muore il 30 novembre 1693 a 81 anni. A Lauria il Cardinale rimase sempre profondamente legato e la cittadina grazie alla sua influenza godette di molti privilegi. Il convento dei Padri Cappuccini vede il suo definitivo ampliamento dopo uno stallo dei lavori iniziati nel 1619, e si ultimano anche i lavori del palazzo vescovile. Nel 1638, nella Chiesa di San Nicola di San Nicola di Bari, si svolse il VI Sinodo Diocesano voluto dal Vescovo di Policastro, Mons. Pietro Magri. Dal congresso la città di Lauria usciva con un ruolo importante: nel rione è istituita la terza sede vescovile che impone il Vescovo di trascorrere sei mesi all’anno nel città di Lauria. Negli stessi anni la famiglia dei il Barone Francesco Exarques per intercessione del Brancati dona al potente abate di San Filippo molti beni e pertinenza tra cui fondi siti in Castelluccio, Rivello e Tortora. Lauria godeva della sua età dell’oro ma con la peste del 1655, il centro subì un notevole battuta d’arresto: un quarto della popolazione morì. Del 1660 è un importante documento con il quale il barone Francesco Exarques concede all’Università di Lauria la possibilità di eleggere il Sindaco senza l’ingerenza dei feudatari: lo conferma la crescita culturale degli abitanti che cominciavano a prendere coscienza dei loro diritti. Alla morte di Francesco, ultimo feudatario maschio della famiglia, il titolo passa alla figlia

Eleonora Exarques, ma con la scomparsa di quest’ultima nel 1680, il baronato di Lauria fu devoluto alla Regia Corte che, avendo fatta effettuare perizia nel 1688, precedette con l’alienazione completata conclusa nel 1694.

DAL DUCATO AL REGNO D’ITALIA

LA FINE DE L DUCATO E L’INIZIO DE L REGNO D’ITALIA

Nel 1693 il Marchese Girolamo Calà di Tappa, acquistando il titolo di quello che fu un nobilissimo feudo appartenuto ai Llùria, ai Sanseverino e agli Exarques, diventa il Duca della città di Lauria. Qualche anno dopo i laurioti scrivono un importante supplica, affinché il feudatario istituisse un carcere e deputasse un giudice capaci di dirimere le controversie. Nel 1698 il Marchese Girolamo, rimasto senza eredi, designa Adriano Ulloa-Lanzina come suo erede, ponendo come unica condizione quella di aggiungere il patronimico Calà al cognome dell’erede: nasce la famiglia CalàUlloa. I nuovi feudatari instaurano da subito un rapporto intenso con il territorio di Lauria, del tutto differente da quanto avevano fatto in precedenza i Baroni di Exarques, «gli Ulloa non intesero la signoria come un mero atto di vassallaggio e seppero farsi, se non amare, quanto meno apprezzare dagli abitanti», anche se la situazione socio-economica non


era delle migliori. Il Ducato di Lauria, nonostante fosse stato per secoli, il fulcro economico della valle, viveva una grande crisi. In una relazione del 1736, voluta da Carlo III di Borbone, si rileva il dramma dell’aerea. Il re nei primi mesi del suo regno attraversa per un viaggio le terre lucane, passando da Matera alla Calabria, rimane sconvolto nel vedere la miseria dell’area, infatti le notizie avute dai suoi consiglieri erano ben diverse. Carlo da ordini al suo Segretario di Stato di volere una relazione sull’area, Bernardo Tanucci pertanto incarica del compito l’avvocato Rodrigo Maria Gaudioso. Il documento resta unicum storico importantissimo, capace di regalarci la situazione reale che viveva il Ducato a metà del Settecento: «[...] I numeri di abitanti [...]ascende nel complesso di seimila anime circa; per il campo spirituale è amministrata dal Vescovo di Policastro, la cui Mensa [...] riscuote una rendita effettiva da devoti di tremila ducali circa, oltre quello che rende la Curia. Vi sono due parrocchie distinte, l’una sotto il titolo del glorioso San Nicola di Bari, che è situata sopra il Castello suddetto, l’altra è nel Borgo, sotto il titolo dei gloriosi santi Giacomo e Matteo[...]. Vi è l’Abbazia regia sotto il titolo di San Filippo Abate, che ha di rendita annua ducati duecento circa, [...] vi sono due conventi, uno di Padri Minori Osservanti di San Francesco d’Assisi, luogo di noviziato, con trenta Frati di famiglia, l’altro di Padri Cappuccini, con quindici Frati di famiglia; vivono entrambi

detti conventi di elemosina secondo il loro statuto. [...] Vi sono pochi dottori che vivono con le rendite dei loro stabili ed industrie. Non esiste il Tribunale di giustizia; ma questa si amministra da un governatore, il quale, insieme col giudice di appello, decide in seconda udienza. Il Duca riscuote annualmente ducati settantadue. Il terreno è per lo più passivo, in quanto non produce grano sufficiente per il vitto degli abitanti, che sono costretti a comprarlo altrove; gli alberi, per la maggior parte, sono infruttiferi. [...] Tendenze della popolazione sono: l’arte meccanica, le fabbriche, la coltivazione di vigneti e dei cereali, la maggior parte dei lavoratori, non avendo a disposizione terreni propri, se ne va a lavorare fuori alla giornata [...]. Lauria 3 Giugno 1735». Alla morte di Adriano Calà-Ulloa nel 1740 gli succede il figlio Francesco che continua lo stretto rapporto avviato dal padre con Lauria, dove « i Duchi vivevano per quattro mesi circa all’anno, in particolar modo durante il periodo estivo, sopratutto per sfuggire al caldo della capitale». Francesco in risposta alla richiesta sindaco nel 1741, di mantenere le stesse grazie, privilegi e diritti che il padre aveva concesso alla cittadina, scriveva così: «Per corrispondere con tutta la nostra gratitudine e speciale cordialità alle affettuose attenzioni che la Magnificenza Università e gli Uomini della nostra Terra di Lauria hanno in tutte le congiunture dimostrate, confermiamo ratifichiamo e


approviamo tutti i capitoli, grazie e privilegi conceduti a detta università dai Nostri Illustri Predecessori». La Duchessa D’Utinghen, moglie del Duca Francesco fece realizzare molti lavori per la cittadina: selciare e allargare le strade dell’abitato, fondare e rinnovare le campane delle due chiese parrocchiali, restaurare molti quadri e cappelle. Della fine del Settecento rimangono alcuni dati relativi al commercio e all’artigianato, è celebre la lavorazione del ferro, arte che aveva contribuito a far conoscere la nostra città in tutto il regno: i fabbri laurioti erano specializzati nel costruire fucili ed archibugi. Nel difficile contesto storico sopra accennato e sotto il Duca Francesco Calà-Ulloa, il 20 Novembre 1770 nasce nel rione superiore di Lauria Domenico Lentini. Domenico è il quinto figlio di un umile famiglia e cresce in difficili condizioni economiche, ma sin da bambino mostra la sua fervente vocazione e a quattordici anni segue la via del sacerdozio. La formazione teologica e letteraria avvenne tra il paese natio e il Seminario di Policastro. Nel 1793 venne ordinato diacono a Mormanno (CS) e nel Giugno del 1794 viene ordinato sacerdote nella Cattedrale di Marsico Nuovo (PZ). Resta per tutta la vita a Lauria dedicandosi completamente ai più deboli e alla cura dei più poveri, assolve con fervente carisma la propria missione evangelica e ascolta assiduamente le confessioni dei fedeli. Domenico era dotato del carisma della

profezia e ha compiuto numerosi prodigi e miracoli, modella la sua vita su quella di San Pasquale Baylon. La sua voce si diffuse rapidamente in tutta l’area e la sua devozione vede oggi migliaia di fedeli. Oggi è venerato come Beato della Chiesa Cattolica. Alla morte del Duca Francesco nel 1779 eredita il titolo nobiliare il nipote Pietro Calà-Ulloa, ultimo duca di Lauria prima della soppressione del ducato nel 1806. Lauria visse drammaticamente gli eventi della Repubblica Partenopea del 1799: nella città fu piantato l’Albero della Libertà, il simbolo della rivoluzione francese, ma la repressione che seguì successivamente alla caduta della Repubblica fu durissima anche nelle periferie del regno. In quegli anni, nel 1761, nasce a Lauria Nicola Carlomagno. Dallo stato delle anime, censimento, redatto dal curato del tempo, si apprende che a Nicola viene dato il titolo di magnifico: appartenente alla borghesia benestante. Ventenne conseguì la laurea in Legge a Napoli, e lì rimane affermandosi ben presto come avvocato. Liberale convinto, partecipò alla nascita ed alla costituzione della Repubblica Partenopea nel 1799. Fu membro del Comitato della Municipalità. Dopo la caduta della Repubblica Partenopea fu arrestato e condannato a morte quale reo di lesa maestà. Il ritorno dei Borbonici provoco anche a Lauria delitti di ogni genere, tuttavia il ripristino di Ferdinando IV durò poco: nel 1806 i francesi conquistarono il regno. Si è consumata nella nostra cittadina


una delle tragedie più grandi di questa campagna bellica, il generale Messena, il 6 agosto 1806, giunto in prossimità di del centro abitato e verificate le intenzioni dei laurioti di intralciare l’avanzata dell’esercito francese, decise di invadere la città. Lauria fu saccheggiata e sottoposta ad un massacro: vennero uccisi vecchi, le donne, i bambini, i malati, furono messe a fuoco le case e le chiese. Fu distrutto il grande archivio comunale, incendiato il monastero dei minori osservanti e la sua antichissima biblioteca, neanche l’ospedale di Santa Maria fu risparmiato all’ira francese. Questo tragico episodio è ricordato dalla storia come il Sacco di Lauria. La vendetta dei francesi, contro i laurioti fedeli alla causa borbonica, fu implacabile e si consumo anche negli anni successivi, tutti i servizi che la città per secoli aveva ospitato (il Giudicato, lo Spitale, il Vescovato, gli Uffici Doganali, il Distretto, la Circoscrizione, i nuovi ispettorati ) furono spostati in altri centri della Valle del Noce. Dopo il Congresso di Vienna e la Restaurazione del 1815, che permise ai Borboni di tornare a Napoli, la città riesce a dotarsi nel 1816 di un regolamento comunale e di un corpo di guardia municipale. Nel 1820 una calamità sconvolse ancora Lauria: una frana distrusse circa trecento case del quartiere Muraccione. Nel Gennaio del 1861 alle prime elezioni parlamentari italiane, viene eletto come deputato il lauriota Francesco Maria Gallo80. Il nuovo Regno d’Italia non cambia però l’iter avviato dai francesi, la gloriosa sede feudale continua

a perdere servizi e prestigio a discapito di centri minori. Il 25 febbraio 1828 muore Don Domenico Lentini, Lauria è chiusa nel dolore per la perdita del suo santo, tutta la cittadina e i paesi limitrofi della valle, restano da quel giorno fortemente legati alla figura del virtuoso. Nel 1842 inizia ufficialmente il processo di canonizzazione che oggi lo vede Beato e Santo Patrono di Lauria. Dopo l’Unità d’Italia il sud è teatro di una terribile situazione : miseria, analfabetismo, mancanza di vie di comunicazione, terremoti, frane. La questione meridionale ha ufficialmente inizio, ma il giovane Stato non riuscirà mai a dare le risposte concrete che questa meravigliosa aspettava. Numerosi uomini per sfuggire alla fame decidono di emigrare verso l’America alla ricerca di una vita migliore. A conclusione del secolo, ricordiamo il beneficio riconosciuto alla chiesa di San Giacomo in Lauria, che gode del privilegio dell’indulgenza plenaria, per i pellegrini che la visitano negli anni Jacobei81, al pari della Cattedrale di Santiago de Compostela. La concessione di Papa Pio IX è ricordata da una lapide marmorea posta nell’ingresso della chiesa parrocchiale, era il 4 Maggio 1876.


ALL’’’ ALBA DEL TERZO MILLENNIO LAURIA DAL NOVECENTO A OGGI

Con l’arrivo del Novecento a Lauria fu creata la prima centrale idroelettrica lucana, un nuovo impulso ebbero tutte le attività produttive e le imprese cittadine, ma purtroppo la situazione non era delle migliori: «mancava un po’ di tutto e quel po’ che c’era era razionato». La maggior parte della popolazione viveva con l’economia contadina e più che la moneta, il baratto era ancora la formula commerciale in uso. Ancora nei primi del secolo molte famiglie avevano nelle case, anche nel centro cittadino, animali domestici, a contorno della grave situazione sociale che rispecchiava la maggior parte del società, c’erano i nuovi signori: Imbelloni, Girardi, Masella e Pittella, non erano nobili, ma rappresentavano l’alta borghesia in quanto medici, farmacisti, ingegneri, avvocati. La vita sociale e cittadina era ancora dettata dalla sfera religiosa e sopratutto dal mondo contadino: dalla vendemmia all’uccisione del maiale, dalla semina alla raccolta delle olive, tutto era programmato in funzione dei lavori campestri. Lauria anche se viveva anni difficili restava tuttavia il centro più importante delle valle contando sempre più di diecimila abitanti, e la maggior parte di loro, diversamente da oggi, si sfamavano grazie all’agricoltura. Il nostro mondo contadino, per una serie di motivi che hanno caratterizzato tutta la regione, resterà

estraneo alla trasformazione industriale che toccò l’intera Europa . Nel 1906 una gigantesca frana mette a rischio nuovamente la sopravvivenza della cittadina, e la questione fu posta a tutti i livelli anche del Governo nazionale, Lauria è infatti conosciuta anche come il paese che cammina . Nello stesso anno venne pubblicato il primo giornale cittadino L’ora presente, poi è la volta de Il Volano, nel 1908 vide la pubblicazione de La vedetta Lucana e infine nel 1911 La Sfera: tutte queste pubblicazioni sono sintomatiche della ripresa finanziaria e culturale della città, ma subito dopo con lo scoppiò della Prima Guerra Mondiale molti giovani laurioti furono chiamati alle armi e parecchi non tornarono più a casa: i morti in guerra furono oltre cento e una lapide li ricorda nell’atrio del Palazzo Comunale. La cittadina solo all’inizio del secolo vede mutare il suo antico impianto urbanistico medievale e, oltre ai quartieri storici ( Cafaro, Ravita, San Giovanni e Muraccione ), si sviluppa definitivamente il rione inferiore e i palazzi posti lungo corso Cairoli. Nel 1919 è terminata la costruzione, avviata qualche decennio prima, di Palazzo San Giovanni, ossia il Palazzo Comunale, posto a metà tra i due rioni. Nel 1922 Francesco Saverio Nitti, già Ministro e Presidente del Consiglio, è in visita ufficiale a Lauria e nel suo celebre discorso ironizzò sull’avvento del fascismo. Al contrario delle sue previsioni, qualche mese dopo Mussolini con la celebre marcia prese realmente il potere ed anche a Lauria,


ovviamente, il fascismo dilagò: il Sindaco venne sostituito con il Podestà e i lavoratori furono costretti a iscriversi al partito del fascio. Ricordiamo che nel 1935 don Domenico Lentini venne elevato a titolo di Venerabile della Chiesa Cattolica da Papa Pio XI. In prossimità del passaggio dal XIX e XX secolo, viene progettata la costruzione della Ferrovia Calabro-Lucana, con la volontà di migliorare i collegamenti tra Calabria e Basilicata. All’epoca le arterie stradali erano poco più che mulattiere e l’unica strada, che attraversava la regione da questo versante, era l’antica Consolare delle Calabrie, stretta e tortuosa. Tra un rinvio e l’altro il tratto ferroviario Lagonegro-Castrovillari viene aperto ufficialmente il 30 Ottobre 1929. Le direttrice fu fondamentale per i collegamenti dell’area e nell’immaginario collettivo resta come una vera e propria rivoluzione industriale, purtroppo forse l’unica per il comprensorio. Il tratto ferroviaro fu ufficialmente chiuso il 18 Giugno 1978. Con la Seconda Guerra Mondiale, oltre ai centoventicinque cittadini chiamati alle armi e morti nel conflitto, si ricorda tragicamente il bombardamento del 7 settembre 1943, in cui gli inglesi tentarono di distruggere il comando tedesco sito nel centro della città, che causò la morte di trentasette civili. Nell’immediato dopo guerra un altro importante flusso migratorio di laurioti si registra, ma questa volta le destinazioni sono il nord della penisola o le capitale centroeuropee. Il resto è storia di questi giorni:

Lauria è cresciuta demograficamente, culturalmente e socialmente: la proverbiale laboriosità è rimasta tale, e ovunque le nostre maestranze sono apprezzate e rinomate. Dal punto di vista politico la cittadina ha espresso da sempre importanti personalità sia a livello nazionale, sia a livello europeo, resta allo stesso tempo caposaldo economico dell’area con centinaia di aziende commerciali di vario genere. L’artigianato sopravvive, mentre le campagne purtroppo sono sempre meno coltivate. Nella speranza di guardare ad un florido Terzo Millennio di storia con più ottimismo.


GLi antichi Centri abitati gli antichi centri abitati della valle del noce di ANTONIO BOCCIA

N

ella nostra regione sin dall’alto medioevo sorsero una serie di centri abitati di piccole e medie dimensioni (tra terre, casali e comuni): insediamenti che crebbero lentamente, sino a raggiungere un numero complessivo che superava le duecento unità. Molti di essi, però, sono progressivamente scomparsi nel corso dei secoli. In particolare ciò è accaduto tra il XIV ed il XV secolo, allorquando vennero definitivamente meno le esigenze difensive: l’abbandono di queste città, quindi, alcune volte avvenne per scelta delle popolazioni, mentre altre volte è accaduto in concomitanza con eventi naturali. Purtroppo, dei tanti centri abitati medievali non resta granché sul territorio, se non il nome: ma la presenza della gran parte di essi è attestata sia dal catalogo normanno dei baroni, sia dai registri della cancelleria angioina, che nel cronicon diplomatico salernitano, nonché dall’inventarium aragonese, e dalle stesse fonti religiose (come la cosiddetta bolla di Alfano) e, infine, dalle poche mappe geografiche

MILLEOTTOCENTOSEI

coeve. Peraltro i centri abitati lucani sorti attorno all’anno Mille erano prevalentemente fortificati, in quanto turriti e murati, dovendo rispondere a una esigenza ben precisa: essi rappresentavano un complicato sistema di difesa, in parte inaugurato da Bizantini e Longobardi e poi perfezionato dai Normanni. Varie modifiche vennero, poi, apportate a questo apparato sia dagli Angioini che, per ultimi, dagli Aragonesi. Purtroppo, come già detto, della gran parte di tale sistema difensivo - e quindi di detti centri abitati - oltre al nome ed al riferimento toponomastico e/o topografico, oggi resta veramente pochissimo. Peraltro non sono state condotte con sistematicità sul territorio lucano le necessarie campagne di scavi archeologici: sicché spesso solo i resti (e, a volte, la toponomastica) ci aiutano, seppur con estrema difficoltà, ad identificare il plesso ove quegli antichi abitati si ergevano. Proveremo qui a ricostruire un antico e poco conosciuto - tessuto urbano della 74


valle del Noce, seguendo il percorso del fiume (dalle sorgenti alla foce) allorquando non esistevano le odierne cittadine: al loro posto, infatti, vi erano altri centri abitati, che menzioniamo con la presente (ancorché provvisoria) schedatura. SAN SALVATORE SUL NUCE Centro abitato fortificato posto lungo il fiume Nuce (oggi chiamato Noce), ma di ubicazione non certa: la toponomastica riconduce però nella zona prossima all’abitato odierno di Lagonegro. Scompare nel basso medioevo. Oggi resta come unico riferimento topografico il toponimo, che ci porta lungo il tracciato autostradale ‘A3’ Salerno-Reggio Calabria (in zona prossima allo svincolo di Lagonegro Sud). SANT’ANASTASIO Antico centro abitato posto nei pressi di Rivello, di probabile origine bizantina, che risulta essere deserto nel dodicesimo secolo e che scompare progressivamente. SAN SAGO Antico casale sorto quasi certamente in concomitanza con la nascita di un monastero nella omonima contrada, oggi ricadente nel comune di Tortora, e che evidentemente viene abbandonato sino al punto da risultare deserto già nel XIII secolo. 75

CORO DEI MONACI Antico casale sorto quasi certamente in concomitanza con la nascita del monastero di san Filippo (nella omonima contrada di Lauria). Il nome è certamente evocativo della unità sottoposta a tassazione focatica, durante la presenza bizantina. Scompare in epoca normanna. RAVITA Il nome sembrerebbe alludere alla presenza di una roccaforte di origine saracena: sorgeva nella zona il cui toponimo ricorre ancora oggi (peraltro in maniera assolutamente identica alle fonti medievali). Essa viene successivamente inglobata nella cittadella fortificata costruita dai normanni alla fine del dodicesimo secolo a Lauria (il cosiddetto ‘’Cafaro’’). BRIGETTO Posta nei pressi di Trecchina, per alcuni essa era sita in località denominata ‘’Piano dei Peri’’, ove effettivamente sono stati rinvenuti antichi manufatti; mentre per altri, sempre nel circondario trecchinese, Brigetto sorgeva in località ‘’Pietra Morta‘’. CASTROCUCCO Tipica cittadina fortificata medievale, che oggi rientra nel territorio urbano di Maratea. Era -ed è- posta sulla omonima altura che domina la costa, al di sopra 1806


MILLEOTTOCENTOSEI

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MAPPA DELLE CITTA’ SCOMPARSE


della foce del Noce: infatti sono ancora ben visibili i ruderi di due torri, di una chiesa e di qualche altro resto di residenze palazziate. La città viene citata nelle fonti normanne e angioine, per poi scomparire nel corso del Quattordicesimo secolo. DINO Antica città e sede vescovile lucana, che sorgeva sul litorale tirrenico, in località oggi detta Fiuzzi (o, secondo altri, sulla omonima isola). Scompare intorno all’XI secolo, probabilmente a causa di incursioni piratesche, in epoca pressocchè coeva alla distruzione della vicina città di Policastro, in Campania (del cui saccheggio esiste ampia documentazione). BLANDA Antichissima città di origine romana. Era posta nei pressi della foce del fiume Noce, a poca distanza dalla odierna Tortora, sulla collina chiamata ‘’Palestro’’. Oggi si troverebbe in Calabria, essendo posta sulla sponda sinistra del fiume. Scompare già nell’alto medioevo (molto probabilmente a causa delle incursioni saracene). TUCLANO Piccolo centro abitato, che un tempo era sito nella località oggi chiamata ‘’Acquafredda’’, nei pressi di Sapri, e che scompare dalle fonti sin dal XIV secolo. 77

Gli antichi centri abitati della valle del Sinni Continua la ricostruzione dell’antico tessuto urbanistico della Lucania medievale, grazie alla ‘geografia toponomastica’: essa, infatti, non solo ci indica i nomi dei centri ormai scomparsi, ma assai spesso ci permette pure di ricostruire i motivi per i quali una località, o un posto in genere, ha preso un determinato nome. Ne consegue evidentemente che gli antichi nomi riportati nella toponomastica mappale, anche quelli dialettali (a volte autentici ‘relitti’ di lingue morte parlate dai nostri avi) non dovrebbero mai esser cambiati: perché, per l’archivista, essi sono come i titoli dei capitoli di un libro di storia. Al contrario, le ‘storpiature’ (purtroppo numerose) sono molto fuorvianti: si pensi a toponimi come ‘acqua del pesco’, che non avrebbe alcun senso se non venisse messo in correlazione con il nome reale, ossia ‘acqua del pisco’ (apparentemente ‘pisco’ è voce dialettale, che poi viene tradotta nelle mappe del novecento come ‘pesco’). Mentre invece ‘pisco’ altro non è, evidentemente, che voce contratta di ‘piscopo’. Gli antichi centri abitati nella valle del Noce. Nel precedente articolo abbiamo spiegato i motivi del venir meno di 1806


queste antiche città, a far data dal Trecento: oggi aggiungiamo che, per alcuni versi, è ancora vero ed attuale quel che scrisse - una ottantina di anni or sono - il professor Ettore Galli, allorché (responsabile della nascente Soprintendenza Bruzio-Lucana) ebbe a scrivere che i tesori della Basilicata sono “in gran parte ancora ignoti”. Per altri versi, invece, quanto detto dal prof.Galli non è più attuale: in quanto molti plessi antichi sono stati vandalizzati o distrutti (si pensi alla Trjsaia di Rotondella). Fatta questa breve premessa, dopo aver affrontato la valle del fiume Noce, addentriamoci stavolta lungo la valle del Sinni: parleremo dei centri abitati più importanti che, un tempo, erano fiorenti e suddivideremo la catalogazione in tre parti, ossia l’Alta Valle del Sinni, il Medio ed il Basso Sinni. Fanno quindi parte della prima suddivisione le città lucane ‘scomparse’, all’epoca poste nei pressi del versante orientale del massiccio del monte Sirino, dove nasce il fiume Sinni: Sileuci Antica città fortificata posta su di un colle, prossimo alla località oggi denominata ‘Castello Seluci’, in tenimento di Lauria (chiamata anche MILLEOTTOCENTOSEI

Seleuci) . Risulta disabitata sin dal Tredicesimo secolo. Malpantano Città medievale sita nella alta valle del Sinni, ubicata nei pressi di Latronico (nella omonima contrada) in un plesso ora parzialmente allagato dall’invaso della diga sul fiume Sinni. Scomparve in epoca aragonese. Avena Piccolo centro abitato non fortificato e di incerta ubicazione, posto comunque nell’alto Sinni. Scompare dalle fonti alla fine del Quattordicesimo secolo. Sant’Anania Casale probabilmente sito in località Agromonte, presso Latronico. Disabitato dal Trecento. Nel ‘medio Sinni’ abbiamo, invece, traccia toponomastica -tra le fontidelle seguenti città: Amignano Centro probabilmente fortificato (certamente dotato di un castrum) posto lungo la valle del Sinni, nei pressi di Chiaromonte, di cui fu parte dell’omonimo feudo. Non vi sono tracce del centro abitato dopo il XIII secolo.

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Archistratico Antico centro abitato, a volte menzionato come Sant’Archistratico. Era sito nei pressi dell’omonimo monastero di rito ortodosso, nella valle del Sinni, e per l’esattezza in agro di Chiaromonte, sul confine con Senise. Scompare nel XIV secolo. Faraco Antico centro sito tra Teana e Chiaromonte, di ubicazione non certa, che scompare nel corso del Millequattrocento. Battifarano Insediamento fortificato (chiamato sulle fonti anche come Battibarrano o Battafarano): era situato nei pressi della odierna Roccanova. Scompare in età aragonese. Castro Silicense Centro abitato sorto su una fortezza, non distante da Carbone. Risulta essere disabitato sin dal Cinquecento. Carpino Centro abitato e fortificato, posto a monte della odierna Valsinni, caratterizzato da mura ciclopiche. Scompare nel corso del XV secolo.

insediamenti abitati lucani raggiungevano il mar Jonio:

che

Anglona Importante città vescovile (citata in molte fonti ecclesiastiche): era posta nei pressi di Tursi. Come città scompare in età aragonese, in quanto già disabitata. La popolazione e la diocesi si trasferirono a Tursi. Santa Lucia Piccolo insediamento abitato, chiamato anche ‘Casale Nuovo’ .Venne distrutto dal terremoto del 1667 e gli abitanti si trasferirono nella vicina Rotondella. Radiciano Centro fortificato non distante da Policoro. Scompare tra Tredicesimo e Quattordicesimo secolo. Trisaja Antico centro abitato sito nei pressi della odierna Rotondella, nella località omonima. Dalle fonti risulta essere disabitato dopo il XVI secolo. Da cinquant’ anni circa il sito ospita, incredibilmente, l’insediamento dell’Enea.

Infine, discendendo verso la foce del fiume, ritroviamo gli ultimi 79

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Dopo aver visitato le altre valli terminiamo, con quest’ultimo articolo, il ‘giro’ a ritroso nel tempo, all’interno del sud della Basilicata medievale (una regione che non c’è più), spostandoci stavolta verso il Pollino. Ci tocca infatti ripercorrere, per ultima ma non come ultima, la valle del Mercure, dove pure ritroveremo qualche sorpresa: con l’avvertenza che -nel precedente articolo- sono state omesse, a causa di un avventato ‘taglio’ dell’autore (frutto evidente di scarsa dimestichezza con la moderna tecnologia) una ulteriore città lucana posta lungo la direttrice del Sinni, ossia Arabatana (sita molto probabilmente sullo stesso plesso in cui sorge il centro storico di Tursi, oggi chiamato per l’appunto con il nome chiaramente evocativo di ‘Rabatana’). Ciò detto, segue nel presente articolo la elencazione delle città che erano sorte un tempo nel cosiddetto ‘Mercure’, cioè nella vallata che prende il nome dal fiume che nasce in territorio di Viggianello. CASTRO MERCURIO Centro abitato di difficile ubicazione; potrebbe identificarsi con Castelluccio Superiore, in val Mercure, il cui nome è più recente e fa espresso riferimento ad un castrum. La città era per l’appunto munita di un castello e rientrava nella MILLEOTTOCENTOSEI

contea di Lauria. CORNUSIO Centro abitato medievale, molto probabilmente sito nei pressi di Rotonda, nella località oggi chiamata ‘Ponte Cornuto’, anticamente chiamato ‘Ponte Cornale’. Scompare progressivamente nel corso del Milletrecento. CUPIA Casale posto sul Pollino, non distante da Viggianello, ma di ubicazione ancora incerta, che scompare dalle fonti già nel corso del Quattordicesimo secolo. LATINIANO Centro abitato di origine longobarda, probabilmente situato tra Laino Borgo e Castelluccio Inferiore, ricadente certamente all’interno della regione Basilicata (poiché il confine dell’epoca correva lungo il fiume Lao). Scompare tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo. SANCTO JANNI Piccolo centro abitato sorto nel Mille, all’incirca, attorno al monastero omonimo e grazie alla presenza dei monaci basiliani, in agro di Castelluccio Inferiore, al confine tra Basilicata e Calabria, in zona oggi denominata come ‘Campanella’.

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PETRA (ovvero SAXA) Nelle fonti il richiamo è doppio, per cui il nome di quella che poteva essere una roccaforte (forse addirittura di origine romana) si ritrova in entrambe le versioni. Il toponimo odierno è chiarissimo, ed è frutto di una contaminazione: si tratta di una contrada di Castelluccio Inferiore oggi denominata, non a caso, come ‘Pietrasasso’. SANTA GADA Casale denominato a volte come Sant’Agada, posto tra Rotonda e Laino, di cui si perdono le tracce nel corso del Quattrocento. TROLOSINO Antico centro abitato che è citato nelle fonti angioine, posto nei pressi di Viggianello, ma di incerta ubicazione (in mancanza di riferimenti precisi, ovvero di tracce e/o di richiami toponomastici). Non compare più nelle fonti aragonesi.

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LA BATTAGLIA DI LAURIA di antonio boccia

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1806: l’anno dell’insorgenza lucana contro l’occupazione francese, le cui truppe imperiali - nel mese di marzo - avevano già occupato i territori peninsulari del regno di Napoli: si trattava, a ben vedere, di un’ occupazione stracciona che, invece di portare benessere, portava più che altro miseria, per via delle tassazioni imposte dai soldati occupanti. Altresì, occorre ricordare che la popolazione meridionale era memore di quanto era accaduto appena sette anni prima, con i massacri e le spoliazioni avvenute nel periodo repubblicano, a seguito della prima invasione del regno ad opera delle truppe del generale Championnet. Anche per questo le masse lucane, borboniche e profondamente cattoliche, erano apertamente ostili alla “nuova visione del mondo” (che sopraggiungeva, peraltro, insieme alle baionette transalpine). L’episodio in questione, perciò, rientra nel secondo tentativo di conquista francese, quello dettato dall’imperialismo di Napoleone Buonaparte. Tuttavia, così come nel precedente frangente del 1799, l’esercito meridionale si era sfilacciato, pur avendo tentato di resistere alle armi francesi: il re Ferdinando di Borbone, quindi, era stato nuovamente costretto a ritirarsi in Sicilia, sotto la protezione degli (infidi) alleati inglesi. Ma esattamente cosa era accaduto, nel 1806? L’esercito di Napoli, dopo la improvvisa penetrazione nel regno da parte delle truppe francesi, si era ritirato e si era schierato a difesa: lo schieramento comprendeva due ali (da Campestrino, in Campania, a Policoro, in Lucania) e un centro (da Francavilla sul Sinni, in Basilicata, fino a Castrovillari, in Calabria). L’ala sinistra dell’esercito regio occupava la valle del Noce e quella del Mercure: in particolare l’avanguardia, il reggimento di cavalleria ‘’Re’’ e la III brigata erano posizionati a Lagonegro, mentre la II brigata era schierata a Lauria. Invece la retroguardia, con i magazzini, si trovava a Castelluccio Inferiore, con distaccamenti a Rotonda e Maratea. Il primo marzo il generale francese Reynier decise di attaccare, e si mosse velocemente. 83

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Intanto, tra sei e sette marzo, la situazione difensiva stava per precipitare: perchè i soldati francesi, con azioni fulminee, erano riusciti a prendere prima il caposaldo di Lagonegro (il giorno sei), che si arrendeva senza resistere, e poi anche Lauria. Quest’ultima, in particolare, era armata e munita a difesa da tre pezzi pesanti di artiglieria: sicchè il generale Capece Minutolo, che aveva dormito a palazzo Paldi (oggi Giugni), prima di lasciare la città e di riprendere la strada regia per Castelluccio, aveva ordinato di tenere la città murata ad ogni costo. Mentre invece la II brigata di linea, che era posizionata all’interno delle mura, al sopraggiungere delle prime colonne d’avanguardia francese, dopo aver esploso pochi colpi e inchiodato i cannoni, preferì indietreggiare e defluire su Morano (probabilmente dopo aver avuto la notizia del ripiegamento del reggimento ‘’Carolina’’, che era invece schierato a Francavilla sul Sinni). La ritirata macchinosa dei napoletani e la consueta rapidità dei francesi favorirono ovviamente questi ultimi, che riuscirono a catturare, a Lauria, ben tre ufficiali (oltre a quarantanove soldati). Nell’occasione i francesi ebbero a scrivere nei dispacci militari di essere stati costretti a fare ‘’quelches exemples sur les habitants’’. Sono, quindi, ben due gli episodi militari che coinvolgono la città di Lauria nel 1806: il primo - quello del 7 marzo - fa parte di un più grande fatto di guerra, e si inserisce strategicamente all’interno dell’ ultima ‘’linea difensiva napoletana’’, ponendosi - temporalmente e cronologicamente - appena prima della battaglia campale di Morano Calabro (località Campotenese), dove l’esercito francese coglierà la vittoria decisiva, il giorno 9 marzo. Il secondo episodio, invece, quello dell’ 8 agosto, come vedremo fa invece parte del ‘’laboratorio’’ dell’ammiraglio inglese Sidney Smith, il quale aveva elaborato per il regno di Napoli il modello dell’insorgenza popolare anti-francese, ossia la tattica della guerriglia peninsulare (che poi verrà sviluppata vittoriosamente, due anni più tardi, in Spagna). Ed è un episodio molto più cruento! Invero, come sappiamo, l’attaccamento degli strati più popolari alla corona borboniMILLEOTTOCENTOSEI

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ca era particolarmente avvertito proprio in Calabria ed in Basilicata, anche grazie alla fedeltà al re dei religiosi e del clero di basso e alto lignaggio: sicchè i successivi eventi repressivi dei militari francesi, volti puntualmente a distruggere la resistenza filo-borbonica, colpirono soprattutto queste due regioni, dove per l’appunto gli inglesi sperimentavano con successo la rivolta popolare in favore del re legittimo. Per tale motivo le penetrazioni delle truppe imperiali francesi, durante l’estate del 1806, volte a riprendere le località perdute, non ebbero vita facile: infatti, nel mese di luglio, nei pressi della cittadina calabrese di Maida, esse furono sconfitte clamorosamente in campo aperto dall’esercito anglo-napoletano. A seguito di tale disfatta, pertanto, da un lato i francesi di Buonaparte dovettero riorganizzarsi e, dall’altro, i regi poterono gradualmente procedere alla rioccupazione del terreno perduto, assestandosi sulla dorsale posta tra i monti del Pollino ed il golfo di Maratea. All’epoca Lauria era un importante centro strategico, posto esattamente sul confine tra Calabria Citeriore e Basilicata. Nella città lucana - che contava circa ottomila abitanti - dopo un’assenza forzata durata poco più di un anno, era ritornato il vescovo Ludovico Lodovici, che aveva compiuto l’opera di “Visitatore” in luogo del Cardinale Ruffo nella parte settentrionale del Reame napoletano. Sua Eccellenza viveva nell’episcopio lauriota, il cui territorio vedeva - oltre alla tradizionale presenza di sacerdoti secolari - una nutrita presenza di Minori Osservanti, i quali appartenevano al medesimo ordine del Prelato e che non nascondevano certo le loro simpatie per il governo borbonico. Fatto sta che, come diremo fra breve, già all’inizio dell’estate, in contemporanea alle notizie di scontri armati favorevoli ai regi provenienti dalla vicina Calabria, la città lucana si era prontamente ribellata alla presenza dell’occupante francese. E’ noto infatti, grazie ai documenti redatti dagli stessi militari francesi dell’epoca che, in precedenza, forti guarnigioni di occupazione erano state piazzate in vari centri, tra cui anche a Lauria, per spegnere sul nascere le possibile rivolte anti-bonapartiste. Ma “le molte impiccagioni e gli incendi producono, invece di quelli sperati, effetti 85

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contrari” (Relazione militare Reynier) : infatti, proprio quale conseguenza alla repressione francese, era nato in molti centri posti tra Lalabria e Lucania, un vasto movimento – più o meno spontaneo - di reazione all’invasore straniero. Sicchè, preso atto di ciò, il governatore francese della Provincia lucana - generale Ducomet – non esitava a scrivere a Napoli che “il versante lucano del Pollino, le valli del Noce, del Sinni e dell’Agri sono tutte in rivolta”: come a dire che la precedente penetrazione militare dei francesi era stata praticamente vanificata. Il re, Giuseppe Buonaparte, imposto dal fratello più celebre, era convinto che il terrore fosse il sistema migliore per intervenire: pertanto, rifiutandosi di legittimare gli insorti, studiava con i propri generali un nuovo piano per debellare definitivamente coloro che riteneva essere solo dei volgari “brigands”, ossia comuni criminali. Altre truppe francesi (di rinforzo) giunsero, per questo motivo, dalla parte settentrionale del reame alle parti montane della Campania meridionale, pronte a calare in Basilicata. Intanto, però, le milizie napoletane stavano sbarcando su navi inglesi, sia sul versante tirrenico (a Policastro e Maratea), sia su quello jonico (a Sibari e Policoro) riuscendo a penetrare nell’interno della Provincia, con il fine precipuo di riunirsi, e di farlo esattamente nella zona montana di confine sita tra Calabria e Basilicata, ossia tra Laino, Castelluccio e Viggianello, per alimentare la resistenza. A Lauria, come detto, era presente la guarnigione distrettuale francese, i cui soldati però “commettevano ogni genere di soprusi, profanazioni e prepotenze” (così riferisce il vescovo di Damasco Mons. Sica in una sua opera sulla vita del contemporaneo beato Domenico Lentini). Monsignor Lodovici, presule a Lauria “con intento di pacificazione, consigliava i cittadini alla calma e cercava di indurre i francesi a moderazione e rispetto. Un giorno, perciò, per placare gli animi il vescovo spinse la sua carità sino ad invitare a pranzo un buon numero di soldati. Ma essi però abusarono in modo indegno dell’eccezionale onore che era loro stato fatto, perché si abbandonarono a tavola ad ogni genere di disordine e a pranzo finito portarono via le posate d’argento che avevano adoperate” .

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Questa era quindi la situazione dell’epoca, per come descritta da Monsignor Sica nella sua opera: peraltro, su tale ricostruzione concordano anche le varie cronache locali. Nei giorni precedenti, inoltre, dal Comandante del presidio transalpino era stato pubblicamente bastonato il malcapitato Sindaco, Pesce, reo di aver fornito alimenti di scarsa qualità alle truppe francesi di stanza sul posto. Sicchè, il tredici luglio gli insorgenti laurioti passarono alle vie di fatto e, dopo aver indossato provocatoriamente la coccarda borbonica ed avere sfilato armati lungo piazza San Nicola, tra la Chiesa madre e il palazzo vescovile, assalirono il comando francese e misero in fuga tutti i soldati presenti, che scapparono trovando scampo presso il monastero di Rivello. In questa occasione trovò la morte un ufficiale francese. Contemporaneamente si ribellarono altri due centri lucani viciniori: ossia Maratea (sulla costa tirrenica) e Viggianello (sul Pollino) su cui si stavano concentrando man mano le colonne dello sbandato esercito ferdinandeo. Anche a Lagonegro, poi, una scaramuccia si risolveva in favore dei borbonici, i quali costringevano alla fuga le forze francesi. Quindi il Capitano napoletano De Cardone, inviato dalla corte borbonica in Palermo, poteva prendere possesso di Lauria, insieme a non molti altri soldati napoletani, e veniva accolto come un trionfatore dalla popolazione. Contemporaneamente il Capitano Necco raggiungeva il Colonnello Alessandro Mandarini, cittadino marateota che guidava la rivolta a Maratea, nel cui porto erano giunti anche gli inglesi (che facevano sbarcare le truppe comandate dal Capitano Richard Church): esse andavano ad affiancarsi a quelle locali, che erano guidate dal Mandarini stesso, con l’intenzione di riunirsi a Lauria. La situazione si era quindi capovolta e, praticamente, in poco più di tre mesi l’intero versante tirrenico calabro-lucano sino alle montagne campane, sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie anche all’opera del capo-massa Rocco Stoduti e di don Vincenzo Peluso, un sacerdote cilentano. Perciò tutti i centri della parte meridionale della Campania innalzavano nuova87

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mente il bianco vessillo borbonico dei re di Napoli. Sul finire dello stesso mese di luglio, in terra di Basilicata (da Santarcangelo, da Episcopia, da San Severino e da Castelsaraceno) molti insorti, unitamente a vari soldati dell’esercito napoletano - guidati dall’Alfiere dei Cacciatori Donato Micucci, di Roccanova - raggiungevano Lauria, divenuto ormai centro della insorgenza, per acquartierarvisi e resistere (si trattava della cosiddetta “colonna Micucci”, composta per lo più da sbandati del Reggimento “Lucania” – Archivio di Stato, Potenza, Sez. Processi politici). Contemporaneamente, nella vicina Verbicaro, confluivano i borbonici calabresi di Santa Domenica, di Papasidero e del Lao (A.d.S. Napoli, Relazione Pignatelli): di fatti nelle intenzioni degli anglo-napoletani si doveva fermare la penetrazione francese nella parte più meridionale del Regno, al fine di porre le condizioni di una eventuale riconquista dell’intero reame, così come era già stato fatto sette anni prima. Ferdinando voleva defrancesizzare il regno, insomma, grazie anche all’aiuto -ovviamente interessato- degli alleati inglesi. Cosa che, invece, non era accaduta in primavera. A Lauria intanto alcuni prigionieri polacchi, soldati mercenari dei francesi guidati dal colonnello Biatowsky, caduti in un’imboscata nei pressi delle alture del Galdo, venivano salvati dall’intervento del Vescovo Lodovici. Non così il Capo Eletto Antonino Segreti, che era accusato dagli insorti di essere filofrancese e, quindi, sbrigativamente fucilato. Non a caso “L’insurrection a eclatè sur la frontier de la Calabrie Citerieure et de la Basilicata” annota Giuseppe Bonaparte nel proprio Diario, alla pagina del 29 luglio 1806): cosa questa che, di fatto, determinò il nuovo re, esasperato dalle notizie catastrofiche, ad inviare a Lauria il feroce generale Andrea Massena, italiano di Nizza, per cercare di reprimere la ribellione. Per rioccupare la parte di regno in rivolta il maresciallo richiese a Buonaparte un’armata di dodicimila uomini, ossia la stessa forza con cui Reynier l’aveva conquistata in marzo. MILLEOTTOCENTOSEI

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Questo accadeva sul finire del mese di luglio: ma, in quel mentre, deve essere registrata l’ improvvisa ritirata degli inglesi, i quali abbandonavano di fatto il teatro di guerra italiano, reimbarcandosi a Maratea (a seguito degli accordi internazionali presi con il Talleyrand): lasciando così napoletani, calabresi e lucani a sbrigarsela da soli. Approfittando di tale favorevole congiuntura, il 1° agosto Massena decise di partire, da Napoli, con otto compagnie di granatieri, il suo stato maggiore, il comandante dell’artiglieria generale Mossel e l’ordinatore Colbert: giacchè era pronto a riunirsi con il resto dell’esercito francese, dislocato lungo la provincia di Salerno, per approfittare della assenza della marina inglese. Il Massena, peraltro, arrivava in Lucania con ordini precisi e categorici: la repressione sarebbe dovuta essere “violenta e sanguinosa” . Del resto i francesi avevano dalla loro un corpo di spedizione d’elite, composto da ben due divisioni, ognuna delle quali era composta da oltre quattromila soldati: si trattava del Ventiduesimo reggimento di Infanterie Legere e del Ventinovesimo reggimento dei Dragons. Altresì seguiva l’armata il Primo battaglione di Voltigeurs a cavallo. A questi si aggiungevano le truppe della riserva personale del Massena. Ai primi di agosto, quindi, il gran maresciallo giungeva ad Eboli, superava Campestrino e risaliva lungo il fiume Tanagro. Dopo essersi fermato a Sala, venivano agevolmente presi i paesi di Teggiano, Padula, Montesano e Casalbuono (che non opponevano alcuna resistenza) spegnendo così sul nascere le speranze dei borbonici del posto. Massena poteva dirigersi, finalmente, verso il focolaio della resistenza legittimista in Basilicata, ossia a Lauria. Il “Dizionario delle battaglie”, edito da Mondadori, inquadra l’episodio che stiamo per descrivere come ‘’l’ assedio di Lauria’’, descrivendolo come una rappresaglia contro i sostenitori borbonici : in realtà, invece, per come si è detto il superamento della città era divenuto indispensabile per i francesi, soprattutto al fine di proseguire nella marcia lungo la consolare delle Calabrie, per i motivi strategici appena esaminati.

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Intanto, però, le colonne dei soldati regolari napoletani e quelle degli insorti (tutti definiti sbrigativamente dai francesi come brigands) nonostante l’assenza inglese si erano riorganizzate e, perciò, sentivano di essere pronte ad una vera e propria resistenza: la città, infatti, si presentava ancora circondata dalle mura normanne (il cosiddetto Muraccione) ed era chiusa da sette porte (Sant’Antuono, l’Armo, San Giovanni, Fontana Superiore, Santa Maria, la Santa, Fontana Inferiore). Inoltre resistevano all’inesorabile passare del tempo l’antico castello feudale -anche se in disuso- oltre a gran parte della cinta muraria medievale e due torrioni, l’uno posto nei pressi della piazza d’armi, e l’altro nel rione superiore, a difesa della cittadella fortificata dal nome arabeggiante di Cafaro, le cui stradine interne erano strette e ripide, ideali per una difesa ad oltranza e per la posa di barricate. Sicchè il sei agosto, quasi senza colpo ferire, l’esercito francese raggiungeva Lagonegro, cittadina nella quale poteva tranquillamente accamparsi, per la mancata resistenza dei locali. Quindi, la successiva mattina del sette, il Massena e il suo esercito dopo aver superato Rivello si portarono sul costone del Colle della Seta, che prende il nome dai campi dove si coltivava l’omonimo tessuto, una località situata proprio di fronte all’abitato lauriota. Nelle intenzioni dei francesi probabilmente la visione di circa diecimila uomini armati avrebbe dovuto atterrire gli avversari e costringerli quindi alla resa immediata. Ma così non fu, però, perché le truppe borboniche giunte da Reggio Calabria e guidate dal Colonnello Vincenzo Versace restavano al loro posto, protette all’interno dalla cinta muraria cittadina, non avendo intenzione di cedere il passo. Massena perciò dovette organizzare l’assalto: venne così ordinata la carica ai soldati assedianti. Non è facile ricostruire le fasi di una battaglia: nel nostro caso, poi, scarseggiano i testi specifici e, pertanto, diviene inevitabile basarsi sia sulle fonti archivistiche che sulle poche cronache locali. In tal senso si utilizzeranno i dispacci militari e le fonti francesi (ritenute attendibili anche perché confortate dai riscontri) per quanto riguarda l’assedio vero e proprio; mentre invece le fonti napoletane -unitamente alle cronache locali- ci saranno utili per quel che concerne la ricostruzione dell’incendio ed il successivo “sacco”. MILLEOTTOCENTOSEI

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Purtroppo, come spesso capita nei luoghi in cui è passata la guerra, solo una piccola parte della città medievale è giunta a noi: quindi solo con una certa difficoltà e con buona approssimazione sarà possibile intuire il teatro della battaglia lauriota e la conseguente asprezza del combattimento, dal momento che sono scomparsi -pressocchè interamente- gli antichi quartieri che furono teatro nel 1806. Era un’estate particolarmente torrida: un’enorme e plurisecolare quercia, posta tra la contrada Seta e quella chiamata Gremile, sul colle di fronte alla città murata, ospitò sotto i suoi rami lo stato maggiore francese: gli abitanti della zona da allora chiamano quel posto la cersa di Massena. Raccontano le antiche cronache che, vista vana ogni possibilità di resa, perchè gli insorgenti non solo non si disperdevano alla vista dell’Armata, ma addirittura “baldanzosamente sfidavano le divisioni transalpine con urla e schioppi”, il Generale pare ordinasse dapprima il cannoneggiamento del castello medievale: ma anche questa cosa non portò ad alcun risultato concreto, poichè le porte della città lucana restarono chiuse. Quindi, secondo le fonti francesi, fu mandata agli insorti una ambasciata composta da Dragoni per ordinare -in maniera incruenta- l’immediato sgombero delle barricate e la liberazione del passaggio: anche tale richiesta venne però respinta dalle truppe borboniche trinceratesi all’interno. Scrive infatti Massena nelle sue Memories: “Partimmo all’alba del sette agosto e a mezzogiorno fummo in vista della Città di Lauria, uno dei focolai della rivolta, città fortificata che era occupata dai brigands”. Secondo la ricostruzione del Gran Maresciallo francese “dapprima furono mandate due ambasciate, ma senza risultato. E poiché la campana batteva a martello da tre ore, capii subito che bisognava agire con la massima rapidità”. In realtà, una volta circondata la città con l’artiglieria, Massena ordinò innanzitutto di colpire pesantemente la fortificazione medioevale che ancora circondava la città. Ma procediamo con ordine: immediata è la descrizione visiva della cittadina murata che fa Charles De Montigny-Turpin, al momento dell’assedio: “Lauria, città fortificata anche dalla natura, meglio che non avrebbe fatto l’arte di Carnet, è circondata 91

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da due larghi e profondi fossati: al punto tra essi meno largo è un ponte”. Aggiunge il De Montigny-Turpin: “Giunto in prossimità della città Massena divise l’armata in tre corpi, il primo dei quali attaccò la parte alta della Città e l’altro il Borgo inferiore; poi Massena la invase con la Riserva attraverso i campi, pigliando una via diramatesi dall’arteria principale”. “Ma -continua- le prime truppe che si presentarono alle porte furono accolte a fucilate. Si sparava anche dai tetti di ogni casa”. Balzano evidenti le contraddizioni, nelle due ricostruzione dei fatti: poiché il De Montigny non parla di nessuna “ambasciata”, mentre invece il Massena -forse per giustificare ex post l’incendio ed il sacco- dichiara invece di aver spedito agli insorti ben due ambasciate, ma senza ottenerne alcun risultato. Le cronache locali, di contro, confermano l’esistenza di un vano tentativo diplomatico avvenuto mediante l’invio di dodici dragoni della fanteria (che però furono sdegnosamente respinti dai borbonici). Presso l’antico ponte, posto all’ingresso dell’abitato inferiore, il passo della strada consolare era stato chiuso completamente, grazie a delle barricate: cosa, questa, che ovviamente impediva agli invasori di penetrare subitaneamente all’interno della città, e poi di proseguire per la Calabria. Non a caso il forte delle truppe italiane si trovava proprio nell’abitato inferiore (il cosiddetto ‘’borgo’’): in particolare la strada principale, un’arteria che tagliava la città, era stata sbarrata in più punti con tronchi di albero, travi e macigni. Molto probabilmente, poi, proprio a difesa del passo il colonnello calabrese Versace aveva piazzato anche i cosiddetti briganti calabresi -quelli veri- spesso utilizzati dai borbonici come ultima risorsa e tanto temuti dai francesi (i quali infatti a conferma di ciò riportano nelle loro fonti di aver riconosciuto sulle barricate molti uomini dal tipico cappello nero con una penna sulla punta). Ebbe perciò inizio il cannoneggiamento e la città fu così posta sotto assedio dalle due divisioni francesi. Nella sua Storia del Regno di Napoli il generale Pietro Colletta riconosce - non senza una certa ammirazione - che “nè minacce nè pericoli impaurirono quelle genti” : infatti i calabresi, napoletani e lucani restarono al loro posto, nonostante la pioggia di obici che cadevano loro addosso. Il primo tentativo di sfondare le barricate, con un assalto all’arma bianca, si risolse MILLEOTTOCENTOSEI

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poi con una carneficina di soldati francesi: non uno riuscì a penetrare. E, parimenti, i due successivi assalti, vennero fermati dal fuoco dei borbonici. Aggiunge infatti il De Montigny: “dietro la barricata sono gli insorti; le terrazze e le finestre delle case sono occupate da uomini armati di schioppo; giungono a noi da ritta e da manca palle da due oncie: ma non ci si fa caso e si prosegue al grido di Avanti, Avanti”. La tattica venne poi improvvisamente cambiata dal Massena, con l’attacco simultaneo, sia nella parte inferiore che in quella superiore della città. Come si è visto, infatti, il Massena era stato costretto a disporre l’assalto in massa delle sue truppe, comprendendovi anche le la “riserva”, nella consapevolezza di aver trovare una accanita quanto imprevista resistenza da parte dei locali. E quindi il generale Gardanne, insieme al generale Parroneaux con il 29° Reggimento dei Dragoni, assediò l’abitato inferiore, mentre il generale Vintimille insieme al Mermet -con il 22° Reggimento di Fanteria Leggera- invase quello superiore, presso le tre porte principali dell’abitato. Ma in effetti, continua De Montigny, “le masse degli insorti, armate di fucili, sono poggiate contro i muri; altri stanno ad occupare terrazzi e finestre e altri sono al riparo, dietro macigni. Il Generale ci precede: granatieri e fanti avanzano sotto un nembo di piombo e sono sotto alle barricate. Cadono i soldati giunti per primi; altri li rimpiazzano; cadono anche questi e altri sopraggiungono. La strada è ingombra di cadaveri”. I francesi insomma iniziarono a penetrare e, al rullare dei tamburi, si sparsero per ogni dove: sicchè la lotta divenne disperata e generale.Di fatti il Turpin conferma: “solo dopo una furiosa lotta durata un giorno le truppe francesi riescono a sfondare le barricate, poste all’ingresso del Borgo, grazie ad un impetuoso urto d’assalto”. In città la resistenza era accanita e violenta, e i cecchini erano stati piazzati con cura in ogni abitazione: sicchè nel rione inferiore gli invasori vennero costretti a combattere all’arma bianca, casa per casa, sotto il fuoco incrociato dei cecchini, con l’obiettivo immediato di stanare innanzitutto i franchi tiratori. Ma evidentemente la presa della città era appara molto problematica: non a caso il combattimento durò per molte ore, perché - come sappiamo - il Borgo era racchiuso nelle mura, e le stradine interne erano assai strette e anche occupate da barricate 93

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fatte con tutto il materiale possibile. Contemporaneamente, però, le altre truppe francesi, guidate di persona dal Massena, stavano cercando di prendere a tenaglia la parte media dell’abitato superiore, penetrandolo in due punti, ossia dai campi posti nei pressi del Convento e dalla località oggi detta Manzipoli. Tale movimento prevedeva un’azione congiunta con i soldati di Gardanne: l’intento era senz’altro quello di riunire i due corpi d’assalto e poi, una volta presa Lauria superiore, ricongiungersi alle truppe di Vintmille, che intanto cercava di sfondare le ulteriori barricate poste nella parte bassa della città. Questi, come visto, era infatti riuscito ad entrare -anche se con estrema difficoltànell’abitato inferiore. Ma tutta la popolazione resisteva e si sparava anche dalle case: perciò agli assalitori non era possibile andare avanti, se non con enorme fatica e con dispendio di forze e di uomini, così come confermano tutti i vari resoconti militari, successivamente inviati a Giuseppe Buonaparte. Riportano le fonti napoleoniche dell’epoca che “alfine il ponte è spazzato: le trombe suonano la carica, ma un fremito esalta però quelle masse di uomini. Una grandine di proiettili viene dalle finestre e dai terrazzi a colpire dragoni e soldati”. Sicchè il combattimento diventò più efferato, con molti corpo a corpo, e vari soldati francesi dovettero restare uccisi sul posto (o comunque bloccati, in attesa dei rinforzi che dovevano prendere alle spalle i resistenti). De Montigny ammette: “Ufficiali e Dragoni sono uccisi, ma uccidono e schiacciano. Gardanne si avanza; finalmente arriva Massena con la riserva”. Siamo al tardo pomeriggio dell’8 agosto: scrive il Viceconti nella sua operacronaca sul “Sacco di Lauria” che “da una casa della strada che pigliò il nome dall’Ammiraglio Ruggiero alcuni cittadini spinsero un’ala del vecchio muro che, precipitando dall’alto e sgretolandosi, tanti uccise di soldati quante pietre aveva”: si riuscì così a ritardare l’ingresso in città delle truppe francesi, che erano pronte all’accerchiamento finale. Intanto nel quartiere Castello una donna, Angiola Perrone, riuscita a salire sulla torre della Chiesa di San Nicola, suonava a distesa la più grossa campana per comunicare il grave pericolo: i francesi erano entrati anche nel rione Superiore! MILLEOTTOCENTOSEI

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Probabilmente era questa l’occasione che il Massena aspettava per azzerare la resistenza con il mezzo più immediato e violento: l’incendio. De Montigny racconta: “A difesa, contro la baionetta francese, si ricorse ad ogni mezzo da parte degli insorti: ove mancò il fucile supplirono la scure, le pietre e i fiotti di acqua bollente. Ma la baionetta ovviamente fa il suo mestiere: né grazia né pietà” … quasi per giustificare gli inauditi atti di violenza che seguirono. A tale proposito ha scritto il Duca di Lauria Pietro Ulloa : “con gran coraggio traevano tutti , uomini e donne, alla difesa: tanto che i francesi -maggiormente irritati dalla resistenza- ardevano la città”. I cosiddetti Volteggiatori -un corpo scelto di Dragoni- erano riusciti a penetrare per primi in Lauria inferiore: si trattava di soldati mercenari corsi, di lingua e cultura italiana: il loro compito era quello di ripulire le strade per permettere il passaggio dei corpi militari a cavallo. Certamente anche loro, entrati tra i primi, dovettero subire pesanti perdite. De Montigny ne descrive l’ingresso in Città: “venne così sciabolato, sfondato e schiacciato tutto ciò che per la lunga strada di Lauria va dal ponte in diritta linea alle Calabrie. Però, allo sbocco di tale strada, che conduce a Castrovillari, trovammo un’altra barricata: anche qui una grandine di palle vomita da tutte le finestre”. Nonostante l’accanita resistenza, a causa del grande numero di assaltatori - soprattutto dragoni e volteggiatori, i quali procedevano all’arma bianca - cedettero, una dopo l’altra, tutte le porte cittadine, presso le quali si era maggiormente concentrata la resistenza. Ma i francesi trovavano ugualmente una serie di inaspettati ostacoli, continui e non prevedibili, con barricate, trabocchetti e quant’altro. Ulloa: “Istizziti dalla resistenza, i francesi ardevano la città; e così, solo a sera, il valore fu soverchiato dal furore”. Le forze erano davvero impari, perchè -come visto- l’esercito francese contava oltre novemila soldati armati di tutto punto. I napoleonici, una volta penetrati all’interno delle mura, divelsero immediatamente le porte della città medievale. Furono poi incendiate le prime case e, insieme ad esse le due Chiese madri di S. Nicola e di S. Giacomo; fu poi completamente devastato e distrutto, purtroppo, anche 95

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il Monastero di S. Bernardino, i cui frati vennero quasi tutti trucidati senza pietà (il numero preciso è di tredici, tanti quanti furono i corpi rinvenuti). La lotta si era protratta quasi per due giorni, perché “il calabrese non fugge e, se scappa, prima di ritirarsi colpisce con il coltello: il valore non è esclusivamente francese ” (così è costretto a riconoscere il Turpin ). Lo stesso De Montigny scrive, inoltre, con malcelata ammirazione che “furono viste donne in gran numero ed anche giovinette difendere le proprie case e il proprio onore e, dunque, preferire la morte alla violazione del focolare domestico”. La città però aveva ceduto perchè, nonostante l’eroismo dei suoi abitanti, gli assedianti avevano vinto. Conclude, invero, il De Montigny : “fu notato, non senza un generale senso di stima, che neppure uno solo, in mezzo allo spavento, ebbe a gettare via la sua arma”. Le truppe napoletane vennero così spazzate vie dai francesi, anche perché di molto inferiori nel numero. E la punizione per Lauria fu purtroppo il saccheggio. De Montigny scrive infatti : “Non resterà fabbricato in piedi e bivaccheremo tutti, Maresciallo e soldati, sulle pietre insanguinate di una città che è diventata una fornace ardente”. Aggiunge il Colletta: “Lauria fu arsa dal vincitore, sicchè bruciarono con l’abitato anche alcuni dei rimasti cittadini, i più deboli ed innocenti”. E Viceconti : “In quella febbre di devastazione niente fu risparmiato e si tirò persino contro la statua di San Giacomo, eretta su una alta guglia della Chiesa del Purgatorio”. Andò così distrutto anche l’archivio municipale, quello del real giudicato e il magnifico complesso francescano dei Minori Osservanti, in cui erano stati trucidati anche gli stessi frati, gelosi custodi di una biblioteca medievale, i cui antichissimi testi andarono perduti per sempre nell’incendio. Fu inoltre incendiata e distrutta, nel rione inferiore, la Chiesa della Sanità e venne devastato anche l’annesso ricovero. Mentre Lauria ardeva, un centinaio di superstiti furono sgozzati nelle grotte perlustrate dal capitano Marthey poste nel borgo inferiore, in località Armo, dove avevano trovato rifugio donne e bambini. Il giorno nove, infine, giunsero i rinforzi (ma troppo tardi): non erano inglesi, bensì MILLEOTTOCENTOSEI

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una massa di duemila miliziotti guidati dal colonnello Mandarini e dai maggiori Guariglia e Necco i quali, viste alzarsi alte colonne di fumo, assistettero passivi al martirio di Lauria dalle alture di Trecchina. Nel frattempo l’ampio piazzale posto avanti la cappella di S. Rocco fu destinato a luogo di raccolta delle vettovaglie saccheggiate: l’immenso bottino fu venduto per la somma di novantamila ducati ai mercanti che, come sciacalli, seguivano l’armata francese. Il saccheggio fu generale, “generale il pianto, la desolazione e il lutto” (scrive nella sua cronaca del 1846 Raffaele Lentini, il quale aveva vissuto in prima persona da ragazzo l’eccidio di quarant’anni prima). Nel contempo, di fronte, nell’attuale villa comunale si svolgevano le esequie dei caduti, tumulati sul posto (il luogo prese il nome di ‘’onda dei morti’’). Massena riferì al suo re che “la città di Lauria, con settemila abitanti, si presenta ormai ridotta ad un mucchio di rovine, perché tutto è stato distrutto dalle fiamme”. I francesi, nelle loro fonti, contarono appena ventisei morti per la presa della città (venticinque soldati ed un ufficiale) : ma tali cifre - per quanto riguarda la parte assediante - paiono poco credibili e sono quasi certamente approssimate per difetto, perché - di contro – per la tradizione circa mille difensori caddero sotto il ferro nemico, nella terribile giornata di battaglia. Più di recente il prof.Virgilio Ilari porta a centododici il conteggio complessivo dei militari francesi morti (tra cui quattro ufficiali) e a settecentotrentanove quello di parte lauriota e napoletano, per cui può ragionevolmente credere che il numero della tradizione (mille morti) sia quello complessivo dei cadaveri che furono seppelliti nella fossa comune. In conclusione di può dire che il sacco, l’incendio e il massacro compiuto dai francesi a Lauria suonò come un terribile monito per tutti gli insorti filoborbonici: anche per questo andò spegnendosi, man mano, quella resistenza che, a ben vedere, fu una delle prime insorgenze degli italiani contro gli eserciti stranieri.

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Maratea, considerata da tutti la “Perla del Tirrenoâ€? per le sue bellezze naturalistiche, da molti è anche conosciuta come la cittĂ delle 44 chiese per via delle innumerevoli chiese e cappelle disseminate lungo il proprio territorio. La presenza di cosi tanti luoghi sacri in un borgo tanto ristretto è un elemento caratterizzante ed un chiaro esempio di come la religione cristiana sia molto sentita dalla popolazione, la quale manifesta la propria fede attraverso feste e processioni in onore dei santi. Nelle pagine che seguono presentiamo alcune delle opere presenti nelle chiese meno conosciute ma che conservano opere artistiche di notevole importanza. fotografie di Giuseppe Maimone


Chiesa di S.Pietro/Centro Storico (XIV sec.) Affresco raffigurante I Santi Pietro e Paolo e gli altri Apostoli 99

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Chiesa Madonna degli Ulivi/Borgo Castello (XIV-XV sec.) Altare ligneo, statua della Madonna con Bambino e affreschi 101

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Chiesa di S.Francesco de’Poverelli/Centro Storico (XVI sec.) Affresco raffigurante la Madonna con Bambino, S.Biagio e S.Francesco MILLEOTTOCENTOSEI

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Cappella adiacente Monastero Cappuccini/Centro Storico (XVI sec.) Affresco raffigurante la Madonna tra S.Biagio e S.Rocco 103

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Chiesa di S.Vito/Centro Storico (XI-XII sec.) Affresco raffigurante S.Rocco MILLEOTTOCENTOSEI

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1806 - Magazine sperimentale dell’associazione Network Cultura 2020 c.f.91015200768 - via Casaletto, 29 - Lauria (PZ) stampato da Grafiche Zaccara, Lagonegro (PZ) direttore editoriale/Gennaro Cosentino grafica ed impaginazione/Danilo Cernicchiaro

1806 II  

1806 è il magazine edito dall'associazione Network Cultura 2020. In questo numero gli approfondimenti della redazione sulla storia del terri...

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