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A.D. MDLXII

U NIVERSITÀ DEGLI S TUDI DI S ASSARI F ACOLTÀ

DI

L ETTERE

E

F ILOSOFIA

___________________________

C O R S O D I L A U R E A I N S C I E N Z E D E L L ’E D U C A Z I O N E E D E L L A F O R M A ZI O N E

LA CONCEZIONE DELLA DONNA IN GIAN VINCENZO GRAVINA

Relatore: CHIAR.MO PROF. FILIPPO SANI

Tesi di Laurea di: SONIA M ARIA R ITA PIRAS

ANNO ACCADEMICO 2010/2011


Ai miei genitori, senza cui tutto questo non sarebbe stato possibile. Vi voglio bene.

1


Indice Introduzione

3

Capitolo primo: Gian Vincenzo Gravina

5

1.1 La vita

6

1.2 Le opere

8

1.3 L’ultima fase

15

1.4 Studi delle donne

16

Capitolo secondo: Regolamento degli studi di nobile e valorosa donna

22

2.1 Il saggio

23

2.2 Commento all’opera

50

Capitolo terzo: Gravina, figlio del Settecento

53

3.1 Autori a confronto

54

3.2 La donna illuminista

58

3.3 Le preziose

60

Conclusione

62

Bibliografia

65

2


Introduzione Gian Vincenzo Gravina è stato un letterato, giurista e storico italiano che ha dato grande contributo, attraverso la sua attività, allo scenario culturale italiano settecentesco. Nonostante le sue opere maggiori siano centrate su questioni di tipo giuridico e letterario, esiste un saggio, Regolamento degli studi di nobile e valorosa donna, contenuto ne Della Ragion poetica che affronta la tematica dell'educazione delle donne. Il mio obiettivo sarà quello di analizzare la concezione della donna nell'autore attraverso le righe del suo trattato per capire se, benché egli non si occupi di pedagogia, la sua idea di “studj al loro sesso [femminile] proporzionati” sia innovatrice o, invece, rispecchi semplicemente il pensiero caratteristico del Settecento: quello illuminista. Vissuto a cavallo fra il XVII e XVIII secolo, egli ha difatti potuto assistere alla nascita del nuovo, grande movimento

culturale

e

filosofico

diffusosi

nell'Europa

dell'epoca,

l'Illuminismo. Il seguente lavoro si articola, pertanto, in tre passaggi aventi come filo conduttore Gravina.

Il primo capitolo, ha come finalità quella di presentare l'autore. La biografia, volutamente estesa, consente di ripercorrere fin dal principio gli anni di formazione e gli avvenimenti che hanno segnato la sua vita; ciò permette di contestualizzare quanto egli afferma nell'opera presa in esame: se, ovvero, i suoi studi abbiano contribuito o meno nelle scelte e nella stesura del testo. L'ultima parte, che fa da introduzione al Regolamento, offre una panoramica sulla problematica degli studi femminili nel Settecento.

Nel secondo capitolo, cuore della mia tesi, ho invece ritenuto opportuno riportare l'intera copia del saggio originale per procedere poi con il commento. Quest'ultimo, si suddivide a sua volta in due parti: la prima - che riporta citazioni dirette dell'autore - più dettagliata, e la seconda di carattere generale.

3


Terzo e ultimo capitolo, quello dedicato al confronto. Giovanni Francesco Beretta

e Antonfrancesco

Bellati

sono

stati

due

autori

italiani,

contemporanei di Gravina, che hanno affrontato a loro volta la problematica degli studi femminili. Ne emerge un'interessante comparazione su ciò che si rivelerà essere il tema portante: l'obbedienza; un'obbedienza che seppur in modi differenti, si dimostra una virtù essenziale nella vita del gentil sesso, almeno secondo quanto affermano i sapienti illuminati. Ma cosa ne pensavano le dirette interessate? Il paragrafo finale apre una finestra verso il mondo femminile settecentesco, lasciando l'ultima la parola a coloro che, nel bene e nel male, ne sono state le indiscusse protagoniste. “Più istruita delle sue antenate, la donna dell'Illuminismo non vuole essere colei che il secolo ricco di innovazioni intellettuali relega in posizioni secondarie. Dell'insegnamento impartitole per farne una buona sposa, vorrebbe approfittarne per il suo arricchimento personale. Vuole partecipare anche lei ai Lumi, e non rimanere estranea al suo secolo”1.

1

D. Godineau, La donna, in Michel Vovelle (a cura di), L'uomo dell'Illuminismo, RomaBari, Laterza, 1992, p. 469

4


Capitolo primo: Gian Vincenzo Gravina

5


1.1 La vita Gian Vincenzo Gravina nacque a Roggiano oggi Roggiano Gravina - in provincia di Cosenza, il 18 Febbraio 1664, da una famiglia facoltosa. Dopo i primi insegnamenti che gli vennero impartiti dal padre, venne mandato a Scalea, nella scuola di indirizzo cartesiano car del cugino Gregorio Caloprese, per proseguire gli studi. Questo gli consentì di porre solide basi filosofiche, grazie alla lettura di autori come Fig. (1)

Descartes, Gassendi, Telesio e Patrizi, ma

anche delle Sacre Scritture e, in campo letterario, dei classici assici latini e delle opere di Dante, Petrarca, Ariosto, e Tasso. Sotto il consiglio del maestro, nel 1680 Gravina si trasferì a Napoli; a quel tempo la città, grazie all'influsso dell'Accademia degli Investiganti, offriva una variegata vita culturale. Qui, Qui egli si applicò alle problematiche atomistico-sperimentaliste atomistico sperimentaliste e storicostorico filologiche libertine, frequentò la scuola di uno dei più famosi giuristi, Serafino Biscardi - che lo avviò alla storiografia giuridica - e quella di Gregorio Messere, insegnante di greco all'Università. L'incontro con Biscardi permise a Gravina di sviluppare non solo una notevole conoscenza del diritto, ma anche l'interesse per l'analisi dei testi giuridici, che fecero maturare l'esigenza di approfondire le discipline fondamentali, in i particolare la storia, strettamente legata allo studio del diritto; Biscardi fu decisivo, inoltre, per superare la naturale avversione di Gravina verso gli studi giuridici. Messere invece lo indirizzò verso gli studi umanistici e filologici e verso gli autori utori greci e latini, che si riveleranno poi essere di fondamentale importanza nella formazione graviniana: Platone, Aristotele, Cicerone, e ancora Polibio, Plutarco, Dionigi d'Alicarnasso, Livio e Tacito. “Momento fondamentale della formazione culturale del del Gravina in questi anni fu il proficuo incontro con l'umanesimo giuridico e la giurisprudenza culta: usò ampiamente Alciato e

Cujas (Cuiacio), esponenti del cultismo, e non

6


mancano in lui motivi di ispirazione donelliana. Conobbe a fondo la produzione di Sigonio, Manuzio, Panvinio, Hotman, Panciroli, che avevano offerto contributi sostanziali alla ricostruzione della storia del diritto romano:

largamente

informato

su

questi

studi,

il

Gravina

vide

nell'erudizione antiquaria una garanzia di scientificità, dandole un ruolo centrale nella sua sistemazione dottrinaria.”2 Il tema conduttoredei novatori napoletani era la libertasphilosophandi, nonché il modello cartesiano di libera ricerca in contrapposizione al vecchio aristotelismo scolastico e ai gesuiti. L'intento era quello di formare una nuova cultura laica caratterizzata dalla fiducia nella ratio, dalle polemiche contro il Papato, dall'interesse per autori europei – francesi, inglesi, tedeschi, olandesi – e dalla consultazione dei tesi di Cartesio, Galilei, Bacone e Pascal. A fare da connessione fra i novatori napoletani e gli studiosi d'Oltralpe fu il dotto fiorentino Antonio Magliabechi, bibliofilo, con il quale il Gravina carteggiò dal 1695 al 1696, dando vita a un reciproco flusso di informazioni sulle edizioni critiche dei classici. La corrispondenza con Magliabechipone inoltre in luce i rapporti di Gravina con antiquari d'Oltralpe, come Friedrich BenediktCarpzov e, in particolare, Johann Georg Graeve, con il quale egli instaurò un rapporto amichevole. Fu nel corso di questi anni che Gravina conobbe a Napoli il cardinale Antonio Pignatelli, che diverrà Innocenzo XII, e suo nipote Francesco Pignatelli, al tempo arcivescovo di Taranto. Fu per quest'ultimo – che lo volle nella Curia pontificia come suo agente – che Gravina si trasferì a Roma nel 1689, lasciando Napoli. A Roma ebbe grandi apprezzamenti da parte di Innocenzo XII e di Clemente XI ed iniziò, nel Febbraio del 1690 un carteggio con Pignatelli. Tale corrispondenza offre, attraverso ricostruzioni puntuali, un ritratto della vita romana e degli avvenimenti più rilevanti, comprese le vicende diplomatiche e i fatti più o meno noti, della corte pontificia. Durante questo periodo Gravina rimase indirettamente coinvolto nelle vicende dei processi inquisitoriali contro gli ateisti. Il suo nome infatti era apparso in una lista di persone segnalate da Giacinto De Cristofaro e 2

C. San Mauro, Gravina Gian Vincenzo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 58 Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2002

7


Basilio Giannelli, due imputati chiave, connessi a Tommaso Cornelio, Leonardo Di Capua, e Francesco D'Andrea, accusati di essere diffusori di tesi libertine.

1.2 Le opere I primi “frutti” degli anni di formazione napoletani furono la Hydramystica: sive De corrupta morali doctrinadialogus, stampata a Napoli - con la falsa indicazione di Colonia nel 1691, quando l'autore era a Roma già da due anni -

in

sole

cinquantacopie

e

con

lo

pseudonimo

di

PriscusCensorinusPhotisticus, e il Discorso sopra l'Endimione. La Hydramystica, tipica opera napoletana, unisce la cultura meridionale, volta a un'azione drastica di rinnovamento, e l'ambiente intellettuale di Roma - decisamente meno incisivo - e riflette, nelle tematiche trattate, gli insegnamenti di Caloprese, di Biscardi e degli anticurialisti. Gravina intervenne nella diatriba sul peccato filosofico - se, cioè, secondo quanto affermavano e negavano rispettivamente gesuiti e giansenisti, l'ignoranza della legge morale motivava il peccato - condannato il 24 ottobre 1690 da Alessandro VIII nonostante il vero bersaglio fossero i gesuiti, le loro dottrine, i loro metodi sofisticati e il loro probabilismo, in nome di un ritorno a una religiosità autentica basata sulla fede e sulla Scrittura. Successiva alla Hydra è il Discorso sopra l'Endimone, pubblicato con lo pseudonimo dell'Arcadia di Bione Crateo, in cui viene elevata a modello ideale di poesia la favola di Alessandro Guidi. “Prima elaborazione della Ragion poetica, il Discorso afferma il principio di verosimiglianza come autonomo fondamento dell'opera poetica, in contrapposizione al barocco e al sistema dei generi letterari, dai quali la poesia si deve affrancare per seguire la sua natura immaginativa e fantastica. Centrale nel trattato è la rivalutazione dei tre grandi, Omero, Dante e Ariosto, nella quale si riconosceva l'influenza dell'insegnamento di Caloprese e di Messere. Il discorso, dai toni polemici e appassionati, ricco di idee innovatrici, alimentò le polemiche avviate dalla Hydra e attirò le critiche dei letterati romani, in particolare del senese Ludovico Sergardi, segnando l'inizio di una lunga, 8


aspra polemica. Personaggio di spicco in Curia, il Sergardi inizialmente aveva accolto con benevolenza il Neapolitanus Gravina. Tra i due vi fu in un primo tempo amicizia, rotta poi non per semplici rivalità personali, ma per sostanziali divergenze dottrinarie. Nelle Satyrae - pubblicate, con grande successo, nel 1696 [...] sotto lo pseudonimo di Quinto Settano - il Sergardi attaccò con toni talora dissacranti le idee filosofiche e letterarie del Gravina, identificato come Filodemo. Il Gravina reagì duramente, nonostante il suo protettore Pignatelli cercasse didissuaderlo, accusando tra l'altro il Sergardi di non essere esperto della lingua latina. La polemica si inserì nel piùampio tema del rapporto tra il Gravina e la cosiddetta filosofia della luce; nelle Satyrae sono presenti continui riferimenti ai seguaci di quella filosofia ricondotta direttamente al molinismo -, ai quali, ovviamente, veniva ascritto il Gravina.”3 Gli anni che vanno dal 1692 al 1696 furono per Gravina molto proficui, non solo dal punto di vista di operosità, quanto e soprattutto di maturazione intellettuale: egli abbandonò i toni aspri e polemici degli scritti iniziali, per rendere il suo pensiero più pacato e preciso: tale stile flemmatico può essere riconosciuto nel Discorso delle antiche favole e negliOpuscula(dedicati a Innocenzo XII), opere entrambe pubblicate a Roma nel 1696. Il primo, da una parte riprendeva in maniera coerente le tematiche affrontate nel Discorso sopra l'Endimone, e dall'altra anticipava le problematiche che andranno a costituire il contenuto della Ragion poetica, di cui rappresenterà, senza rilevanti modifiche, il primo libro. Gravina volle poi definire l'utilità e il ruolo della poesia e definire il modello di poeta ideale, per dimostrare la funzione essenziale della "verisimile favola", sia per la poesia che per il poeta, facendo della figura di Omero un continuo punto di riferimento.. I secondi, gliOpuscola,affrontano invece temi che vengono ampliati nelle opere maggiori. In particolare, lo Specimen prisciiuris, di cui non si può stabilire con esattezza la data di composizione, pone le basi su cui poggerà l'edificio delle Origines: ivi domina già, netta e determinata, la dichiarazione in favore della libertà. Il De lingua Latina dialogus insieme 3

Ibidem

9


con il De conversione doctrinarumdà un'esatta sistemazione al classicismo graviniano. Infine, il De lingua Etrusca dialogus, in stretto rapporto con il De lingua Latina, trattaquestioni relative al volgare. Dello stesso periodo, legate alla formazione napoletana e calopresiana, sono le Egloghe, il cui tema portante è il rapporto tra mente e natura e mente e luce, e il ruolo centrale attribuito al sapiente. Essendo però un discorso rivolto a pochi, le Egloghe ebbero circolazione molto ristretta e non furono mai pubblicate; suscitarono difatti giudizi negativi negli ambienti romani, tanto da avviare una rottura che si concluse nel 1711 con la crisi dell'Arcadia e l'isolamento dell'autore che, in seguito, nel Dialogo tra Faburno e Alcone sopra le Egloghe di Bione Crateo, chiarì alcune posizioni assunte nelle Egloghe. Fra le altre funzioni svolte a Roma, grazie alla spinta del cardinale Giovanni Francesco Albani, dal 1699 Gravina tenne nell'Università la cattedra di diritto civile e dal 1703 quella di diritto canonico. A quel tempo l'Università romana – così come quella italiana e europea in generale - stava attraversando una fase di irrefrenabile declino a causa della drastica diminuzione di iscrizioni, dovuta anche all'inefficienza didattica e alle carenze strutturali, in un contesto organizzativo profondamente obsoleto; per quanto riguarda l'ateneo, il potere era concentrato nelle mani di un solo organo, il Collegio degli avvocati concistoriali, che cercava di muoversi autonomamente. A peggiorare la situazione, la concorrenza del Collegio Romano e di altre scuole. Tuttavia, si riuscì ad avviare una politica di risanamento – promossa da Clemente XI – grazie all'intervento del cardinale Giambattista Spinola. Gli anni che vanno dal 1696 al 1708, vedono Gravina attraversare un intenso periodo di raccoglimento e di studio concentrato sul diritto, oltre che un'attiva partecipazione alla vita universitaria e alle vicende diplomatiche, politiche, ed ecclesiastiche romane. A questa fase risalgono De ortu et progressuiuriscivilisliber

qui

est

Originumprimus,che

costituisce

sostanzialmente il primo volume delleOrigines, e leOrationes (De

10


instaurationestudiorum, In auspicationestudiorum de sapientiauniversa, De iurisprudentia,

De

rectain

iure

disputandiratione,

De

repetendisfontibusdoctrinarum, De canone interiore, Pro Romanislegibus ad magnum Moschorumimperatorem, De foederepietatis et doctrinae, Pro legibusArcadum), pubblicate a Napoli nel 1712 e dedicate a Francesco Pignatelli. A caratterizzare la trama dellaDe instaurationestudiorum, dedicata

a

Clemente

XI,

e

dell'Inauspicationestudiorum

de

sapientiauniversa– entrambe prive di data e di rilevante importanza nella produzione graviniana - è il risvolto prevalentemente didattico. Il primo - in cui riemerge chiaramente la visione umanistica dell'autore – presenta i progetti di riforma degli studi elaborati da Gravina, mentre il secondo rappresenta l'espressione più eloquente della sua cultura enciclopedica e ripropone il concetto dell'importanza che deve avere la storia non solo per la conoscenza del diritto, quanto per l'attività umana in generale. L'orazioneDe iurisprudentiaè la prefazione pronunciata all'insegnamento di diritto civile nell'ateneo di Roma nel 1699 e centrata sulla necessità di comprendere le leggi antiche con il contributo della storia, della filosofia e della filologia, essenziali per valutarle nella loro reale portata. Due anni dopo, nelDe recta in iure disputandiratione, Gravina ripropose quanto già detto nellaHydra, a riguardo della battaglia contro la dialettica e la scolastica. Anche ilDe repetendisfontibusdoctrinarum, di cui si ignora la data di composizione e che si muove nella stessa prospettiva, vede l'aggiunta di nuove esperienze e propone nuovamente le enunciazioni teoriche e i motivi dottrinali anticasistici e antiscolastici già dichiarati nellaHydra. Nel 1703, con l'orazioneDe canone interiore, l'autore parla dell'esigenza - già ampiamente esposta sempre nellaHydra - di una religiosità interiore non intaccata dalla casistica.La ProRomanislegibus ad magnum Moschorumimperatorem, scritta nel 1697 per il viaggio di Pietro il Grande in Europa e a lui dedicata, si divide in tre parti: la prima in cui vengono esaltate le proposte fatte da Pietro di rinnovare la cultura in Russia; la seconda esorta il sovrano russo, con toni accesi, a liberare la Grecia dai Turchi; la terza e ultima invita Pietro ad adottare le leggi romane nel suo Regno. L'orazioneDe foederepietatis et

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doctrinae esamina il rapporto tra religione e scienza in base al principio che fra esse debba esserci una forte e solida collaborazione. Nel maggio del 1696 Gravina presentò all'Accademia dell'Arcadia, con la Pro legibusArcadum – composta in lingua latina arcaica – le dieci leggi da lui compilate, sul modello delle Dodici tavole.Fu così che nacquero i primi dissensi dell'autore con Crescimbeni; in verità, la diffusione delle leggi accademiche fece precipitare una crisi già presente dal 1692, anno di composizione delDiscorso sopra l'Endimione, e forse fin dal momento dell'istituzione dell'Arcadia, dovuta al contrasto tra l'impostazione poetica graviniana, centrata su un classicismo di stampo razionalista, e quella crescimbeniana, che si ispirava invece al Petrarca e ai principi puristici dell'Accademia della Crusca. L'anno decisivo per l'attività graviniana fu però il 1708, quando vennero pubblicate a Roma della Ragion poeticae a Lipsia degliOriginumiuriscivilis libri tres. La Ragion poeticafu la definitiva sistemazione del suo pensiero estetico-critico e di tutta la sua esperienza di letterato. Pubblicato dodici anni dopo il Discorso delle antiche favole, sviluppa in maniera meticolosa quanto già esposto in esso, nonostante vi appaia meno inflessibile, in cerca di nuove aperture e di soluzioni innovative. L'opera è divisa in due libri: il primo - ripreso dal Discorso con alcune fondamentali modifiche e altre, minori, stilistiche - riguarda la critica delle letterature classiche e l'estetica, e la figura esemplare del poeta è rappresentata da Omero; il secondo esamina invece la poesia volgare, e il poeta assunto come modello è Dante. *** Frutto di tutta l'attività di giurista, le Origines fornirono a Gravina fama in tutta Europa. Qui, egli esprime il proprio pensiero politico – di stampo platonico, cartesiano e dello stoicismo secentesco - e la sua visione dello Stato, della sua origine e organizzazione e, inoltre, le sue considerazioni riguardo il rapporto fra il sovrano e la collettività e l'articolarsi delle forme di governo. Fondamentale è il problema della tirannide e il principiosecondo cui le istituzioni sociali sono destinate a corrompersi quotidianamente, dal

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momento che prevalendo gli interessi particolari, l'evoluzione della società rimane stabile. Portavoce irremovibile del concetto di libertà, a cui attribuisce un valore inviolabile, Gravina considera - per far si che essi ristabiliscano l'ordine distrutto - la ribellione dei sudditi nei confronti del tiranno legittima, ma ritiene comunque che i governanti abbiano il diritto di servirsi della loro autorità e, se necessario, intervenire con le armi per evitare il rischio che la libertà si trasformi in eccesso. L'unica forma di ribellione condannata è quella che si trasforma in anarchia. “All'origine della società civile l'autore pone il contratto sociale, fornendone però una interpretazione più espressamente giuridica. Una città è una società pubblica costituita per l'utilità comune, la tutela dei singoli e dei loro beni; è tenuta unita dalle leggi, al cui mantenimento devono contribuire tutti gli individui. Il consenso è il vincolo fondamentale dei sudditi con lo Stato, e la sua mancanza provoca un abuso di potere da parte di coloro che lo detengono e di conseguenza la tirannide. Spinti dalla ragione, che trionfa sugli istinti naturali attraverso il patto, gli uomini si sono spontaneamente sottomessi alle leggi per la loro sicurezza. Questa, che ha ruolo determinante nella speculazione graviniana, indica l'utilità di vivere nel diritto; il governo sarà affidato al sapiente, che dovrà contribuire a realizzare il fine cui tende la società, la salute pubblica. Un'approfondita analisi delle forme di governo è centrale nell'elaborazione dell'autore, che distingue tre generi di civitas: semplice, mista, perturbata. La civitasmixta assume tre forme, a seconda che la ragione risieda in una sola persona, in un piccolo numero di cittadini, o nell'intero corpo sociale. Ne risultano il regnum, lo status optimatum e la res publica, destinati tuttavia fatalmente a trasformarsi nelle rispettive forme degenerate: tirannide, oligarchia e democrazia. Pur apprezzando la forma repubblicana, il Gravina sostanzialmente sostiene quella monarchica, che ritiene più adatta alla realtà politica contemporanea. In sintesi, la sua prospettiva consiste nel garantire il funzionamento dello Stato di diritto, distinguendo il ruolo della magistratura da quello del governo, e attribuendo allo stesso tempo unafunzione di primo piano al ceto medio.”4 Importante 4

Ibid.

13


notare come la prefazione scritta da Johann BurckhardMencken - figlio del fondatore degli Acta eruditorum di Lipsia e direttore della rivista dal 1707 al 1732 - all'edizione lipsiense del 1708 fu fondamentale per valutare il successo dell'opera tra gli eruditi tedeschi. Il barone Heinrich von Huyssen, inoltre, si impegnò a fondo nella diffusione dell'opera graviniana in Germania e fece da tramite con Mencken. La produzione graviniana ebbe presa anche in Francia, Spagna, Inghilterra e Olanda. Grande fu il contributo di Montesquieu che mostrò di apprezzarne alcune rilevanti intuizioni e grazie a cui le opere di Gravina - in particolare il saggio Del governo civile di Roma – furono conosciute anche da Gibbon. Nel 1710 Gravina adottò il giovane popolano romano Pietro Trapassi, che rinominò Metastasio e nell'anno successivo, dopo la lite dell'Arcadia, si scontrò

con

gli

altri

esponenti

dell'Accademia:

dopo

tre

anni,

successivamente alla scissione dai crescimbeniani, i graviniani diedero vita ad una nuova Accademia, detta dei Quirini. Quest'ultima però ebbe vita breve, dal momento che dopo la morte del fondatore, si rifuse nell'Arcadia. Un anno dopo, nel 1712, superata la crisi, Gravina scrisse il De disciplina poetarum, apparso per la prima volta nelle Poesie dei Guidi del 1726 e dedicato a Maffei. L'opera riprende da una parte la problematica relativa alla valutazione della poesia nel mondo classico, e dall'altra ripercorre la storia della poesia e l'evoluzione della lingua poetica, avanzando una riflessione sulle posizioni classicistiche, che rimangono tuttavia sostanzialmente ben salde. Pubblicato a Napoli nel 1713 e in tutte le edizioni successive insieme con le Origines, il De Romano Imperio libersingularis - il cui scopo era quello di dimostrare l'esistenza nella Roma antica di un sistema diarchico, garante dell'equilibrio politico - affronta temi sulla storia giuspubblicistica romana: qui Gravina esprime la sua profonda ammirazione per gli ordinamenti e l'esperienza giuridica di Roma, di cui esalta la vocazione imperiale e il primato civile sugli altri popoli. Seguito del De Romano Imperio libersingularis, scritto dopo il 1717, è l'inedito De Romano Imperio libersecundus.

14


1.3 L'ultima fase L'ultima fase della produzione graviniana - se si fa eccezione di quest'ultimo sopracitato - è quella delle tragedie (Palamede, Andromeda, Appio Claudio, Papiniano, Servio Tullio). Composte nel 1712 – pare in soli tre mesi – vennero pubblicate a Napoli, con il titolo Tragedie cinque, nello stesso anno; nonostante i limiti poetici, le tragedie si distinguono per i loro contenuti politici e filosofici. Il tema comune è l'ostilità alla tirannide. Personaggi dell'incontro-scontro che si dispiega all'interno sono il potere politico – rappresentato dalla figura del tiranno – e il sapiente - punto di incontro fra Dio e gli uomini – che viene puntualmente sconfitto. La posizione del popolo rimane invece secondaria, dato che quando questo pensa e agisce lo fa solo perché ispirato e guidato dai sapienti. Ciò evidenzia il pessimismo che caratterizza le tragedie che tanta fortuna hanno assicurato all'autore.

Il 6 Gennaio 1718, Gian Vincenzo Gravina morì a Roma, assistito da Metastasio, che designò suo erede. Egli stava per recarsi a Torino a ricoprire la cattedra che le era stata offerta da Vittorio Amedeo II di Savoia di diritto canonico.

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1.4Studi delle donne Pubblicato nel 1708, Della Ragion poetica è un'opera costituita da due libri entrambi dedicati a Madama Colbert, che contengolo la storia della poesia e della tragedia – e un regolamento, Regolamento degli studi di nobile e valorosa donna, ove Gravina si rivolge alla Principessa Isabella Vecchiarelli Santacroce, a cui il lavoro letterario è dedicato.

[...] ho voluto brevemente distendere in iscritto la ragione e l'ordine de' vostri studj, acciocchè abbiate sempre avanti l'animo segnata ed aperta la strada per la quale dovete condirvi. (Gian Vincenzo Gravina, Regolamento degli studi di nobile e valorosa donna)

Durante il XVIII secolo si sviluppò infatti un ampio e poliedrico dibattito intorno agli studi femminili. Molte, rispetto al passato, furono le poetesse, o le donne che aspirarono a divenire tali, molte furono le colte animatrici di salotti. Il pubblico che leggeva romanzi era composto prevalentemente da donne, per cui furono scritte, fra l'altro, opere di divulgazione relative ai vari campi del sapere. La lettura delle donne comprendeva anche i periodici, tanto che fu proprio nel corso del secolo che nacquero i primi quotidiani espressamente destinati al gentil sesso. Vista la circostanza, era inesorabile chiedersi se fosse un bene che le donne studiassero, e se gli studi fossero o meno consoni con ciò che si pensava fosse radicato nella natura femminile: l'obbedienza al marito e la cura della casa e dei figli. Affrontare un tema come gli studi femminili poneva fra le altre cose due quesiti a cui non era facile trovare risposta : quali studi? E per quali donne? Quanto a quest'ultimo interrogativo, coloro che si posero il problema furono generalmente d'accordo nel dire che dovessero o potessero studiare le donne nobili, mentre le donne degli strati più poveri della popolazione – cui spettava il compito di provvedere ai lavori indispensabili per il funzionamento della società – erano da escludere (del resto, sorte non migliore toccava agli uomini). Accanto alle donne nobili vi erano poi le donne appartenenti all'alta borghesia, di cui in realtà non è possibile definirne i contorni; per quanto riguarda coloro che facevano parte della

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media e piccola borghesia, invece, non è chiaro se si ammettesse o no che studiassero. Pare però di poter dire che "si ammetteva che studiassero poco, o si riteneva fosse meglio che non studiassero affatto."5 Quanto alla natura, alla funzione, all'utilità degli studi delle donne, si possono individuare tre correnti di pensiero differenti:

coloro che si dichiararono contrari agli studi delle donne sostenendo

che se queste avessero studiato, avrebbero trascurato la casa e la famiglia, e non avrebbero più voluto obbedire al marito (a questa idea si accompagnava spesso la convinzione che le donne fossero incapaci di studi approfonditi a causa delle loro scarse doti intellettuali); •

coloro che si dichiararono favorevoli o contrari, ma poi non lo

furono completamente, dal momento che legittimavano gli studi delle donne, a patto che questi fossero limitati e superficiali: un'educazione ristretta, centrata sulla religione e su nozioni il cui unico fine era quello di fare della donna un'esperta dell'azienda domestica; •

coloro che si dichiararono apertamente a favore degli studi femminili

proclamando

l'uguaglianza

fra

le

capacità

intellettive

dei

sessi,

polemizzando contro chi lasciava le donne nell'ignoranza ed esortando loro a mirare in alto.6

Di quest'ultima posizione Gian Vincenzo Gravina fu uno dei più importanti esponenti.

***

Poco si conosceva, al tempo della letteratura, alta e bassa, che nell'Italia del Settecento si occupò della donna. E' stato soprattutto il Cinquecento – con la sua notevole trattistica d'amore, con le sue opere pro e contro la donna, con le sue poetesse – ad attirare l'attenzione; meno ne ha suscitato e suscita il 5

L. Guerci, La sposa obbediente. Donna e matrimonio nella discussione dell'Italia del Settecento, Torino, Tirrenia Stampatori, 1988, pp. 232-236 6 Ivi, p. 245

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Seicento. Quanto al Settecento, la situazione è assai poco brillante: nessuna ampia sintesi, contributi parziali o poco rilevanti, oppure, se recenti, molto brevi.7 Fra coloro che se ne occuparono vi è Gravina che con Regolamento degli studi di nobile e valorosa donna indica, perfettamente in linea con l'ideologia del tempo, gli studi che una nobildonna avrebbe dovuto compiere. Il saggio si apre con una panoramica sulla concezione della donna nel XVIII secolo: il pensiero corre subito all'Illuminismo, ovvero a quello "straordinario movimento intellettuale che diede il suo nome a tutta un'età".8 Definito anche il secolo della donna – viva, immaginaria o reale oggetto di studio – il secolo dei Lumi vede infatti quest'ultima indubbiamente onnipresente: poco importa se lo sia in maniera subordinata, senza personalità civile e politica, esclusa dai centri di potere e i cui diritti professionali, civili e politici non vengono riconosciuti. La donna è presente. Esiste, e secondo quanto afferma Gravina, è bene che non si occupi solo della bellezza mortale del corpo, quanto di quella immortale dell'animo: infatti, mentre la prima sfiorisce con il trascorrere del tempo, la seconda può essere continuamente accresciuta con lo studio e con l'utilizzo della ragione. E' bene però sottolineare che la donna non può avere lo stesso tipo di ragione dell'uomo. "La sua è, come il resto della persona, sottomessa ai suoi organi genitali. Da tutto ciò deriva in gran parte la sua debolezza, e dunque la sua inferiorità. Da una parte è un'eterna malata, assoggettata regolarmente a mali che le sono propri: autentico handicap che non può permetterle di condurle una vita sociale attiva. Dall'altra, l'utero dominatore ne fa un essere eccessivamente sensibile, in preda a un'immaginazione sfrenata, esaltata. Le idee si fermano dunque al primo stadio, quello dell'immaginazione, un'immaginazione negativa, popolata da "fantasmi di ogni specie", infantile, incontrollabile e pericolosa. Incapace di concettualizzazione compiuta, la ragione della donna deve volgersi verso il concreto, il pratico: verso gli altri, il marito, i figli. Tale uso permette di assicurarne la felicità e il benessere, e 7

L. Guerci, La discussione sulla donna nell'Italia del Settecento, Torino, Tirrenia Stampatori, 1987, pp. 13-15 8 Ivi, p. 21

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dunque di sostenere correttamente il suo ruolo di donna."9 D'altronde, come afferma l'autore, è nelle operazioni di quest'ultima che "si sostiene la fuma di un'illustre e gloriosa famiglia".10 Tutto questo accade perché alla differenza anatomica e intellettuale tra i due sessi corrisponde una differenza di ruoli sociali. «Una donna è figlia, sorella, moglie e madre, una semplice appendice della razza umana.» affermava Richard Steele, saggista del XVIII secolo, cercando di definire la donna forse in modo criptico, ma perfettamente in linea con i criteri dell'epoca. Dal momento in cui una bambina veniva messa al mondo in un matrimonio legittimo, e indipendentemente dalle sue origini sociali, veniva definita in base alle sue relazioni con un uomo. Prima il padre, poi il marito, avrebbero fatto da filtro fra lei e i pericoli del mondo a cui da sola, a causa della sua debolezza, non sarebbe riuscita a far fronte. Ad entrambi,

responsabili

per

lei

legalmente

e

da

cui

dipendeva

economicamente, ella doveva onore e obbedienza. Il dovere di un padre, secondo questa ideologia, era di provvedere alla figlia fino al momento del matrimonio quando lui, o qualcuno per suo conto, avrebbe trattato con lo sposo la sistemazione della figlia. "Un uomo si aspettava di essere indennizzato all'inizio del matrimonio per aver preso in sposa una donna. Anche se da quel momento in poi diveniva responsabile del suo benessere, il contributo della ragazza al momento delle nozze era fondamentale per la formazione della nuova famiglia."11 Gian Vincenzo Gravina prosegue poi il trattato esplicitando i motivi che lo hanno portato a scriverlo. Si scopre difatti che tale opera è stata consigliata dallo sposo della nobildonna, in quanto desiderava ella fosse "retta e regolata per entro questo pelago dell'erudizione da saggia e sicura scorta". Era chiaro che fosse l'uomo a dominare e comandare. Essere la compagna del proprio marito non implicava in nessun caso essere sua pari. Se l'amore,

9

D. Godineau, La donna, in Michel Vovelle (a cura di), L'uomo dell'Illuminismo, Op. cit., pp. 450-451 10 G. Vincenzo Gravina, Regolamento degli studi di nobile e valorosa donna 11 O. Hufton, Donne, lavoro e famiglia, in G. Duby, M. Perrot, Storia delle donne. Dal Rinascimento all'Età Moderna, a cura di Natalie Zemon Davis e Arlette Farge, RomaBari, Laterza, 1995, pp. 15-16

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la fiducia o perfino la complicità regnavano nella coppia illuministica, non voleva dire assolutamente che la disuguaglianza fosse assente, tutt'altro.12"Il matrimonio non era visto solo come il destino naturale della donna ma come un preciso agente metamorfico, che trasformava la donna in questione in un'entità sociale ed economica differente, come membro di una nuova famiglia, l'unità elementare alla base della società. Il ruolo del marito era quello di fornirle un riparo e di provvedere al suo mantenimento. Era lui che pagava le tasse e rappresentava la famiglia di fronte alla comunità mentre la funzione della moglie era quella di aiutante e madre. L'aspetto e la dignità di quest'ultima rappresentavano una conferma per la posizione sociale del coniuge."13 La compagna dell'uomo illuminista doveva possedere infatti un minimo di istruzione per essere in grado di capirlo e di discutere con lui ed è in merito di ciò che l'autore calabrese stipula il Regolamento: per – come egli stesso afferma - coltivar la parte ragionevole con gli sudi al sesso [femminile] proporzionati.

Ma, dal momento che gli studi non consentivano alle donne di accedere a nuovi ruoli e professioni, quale ne era la finalità, oltre che il consolidamento nelle stesse della consapevolezza dei loro obblighi? Si potrebbe dire che:

attraverso gli studi le donne si liberavano da meschini pregiudizi e

imparavano a disprezzare ogni inezia e vacuità; •

grazie alla cultura, le donne non avrebbero fatto la figura delle

sciocche nella vita di società; •

le donne colte rendevano più piacevoli i rapporti sociali ed avevano

sugli uomini un'influenza positiva, tanto da spingerli a regolare i loro costumi e a perfezionare le loro capacità; •

gli studi erano un antidoto sia alla noia, uno dei mali del secolo, sia

alla "triste solitudine" della vecchiaia. Quando non avrebbero più potuto 12

D. Godineau, La donna, in Michel Vovelle (a cura di), L'uomo dell'Illuminismo, Op. cit., p. 459 13 O. Hufton, Donne, lavoro e famiglia, in G. Duby, M. Perrot, Storia delle donne. Dal Rinascimento all'Età Moderna, Op. cit., p.32

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contare sulla bellezza – e qui ritroviamo quanto Gravina afferma nella premessa - per essere ricercate, le donne, grazie alla cultura acquisita, avrebbero continuato a godere della compagnia di "savia gente, accostumata e dotta".14

14

L. Guerci, La sposa obbediente. Donna e matrimonio nella discussione dell'Italia del Settecento, Op. cit., p. 251

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Capitolo secondo: Regolamento degli studi di nobile e valorosa donna

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2.1 Il saggio

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2.2 Commento all'opera Il primo studio su cui il letterato pone l'accento, è quello della lingua italiana. Infatti, nonostante regine di tutte siano la lingua greca e latina, destinate più allo scrivere che al parlare, egli afferma che ciascuno debba coltivare quella della propria nazione. Bisogna conoscerne la grammatica, le declinazioni dei nomi, la congiunzione dei verbi e coloro che dell'Italia hanno portato alto il nome con le loro opere, come Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto. Della volgar poesia e di Dante basterà che “si leggano di questo poeta quei luoghi dilettevoli e più celebri che saranno da qualche saggio e valentuomo additati, e che per lo più girano per le bocche degli uomini eruditi”, del Petrarca – principe dei poeti toscani - le poesie, caratterizzate da “un affetto novello, che è l'amore onesto separato dal senso e dalla materi”,del Boccaccio le Novelle, delle quali, “tralasciate le umili e le oscene, e l'altre che delle sconce ed empie cose rappresentano, basterà leggere le sublimi e l' eroiche, per trarre da loro non meno la cognizione de'costumi umani, che la più candida e sincera eloquenza”e dell'Ariosto il poema, che“è un vivo ritratto del mondo civile e dell' umana vita”. Si continua poi con altri autori, come il Bojardo, nelle cui favole “vi èvarietà di costumi e di affetti assai naturali, ed ombreggiano gravissimi sentimenti di moral filosofia”e il Tasso, il quale, “se non colla vena, molto all'Ariosto disuguale, coll' industria però e coll'arte si è innalzato a singolar grado di stima”. Il saggio prosegue poi con l'enumerazione di altri studi che sarebbe bene la nobildonna compisse, come la cosmografia e la geografia, per avere“una breve e compendiosa cognizione della sfera celeste , e del globo terrestre; sì per avere qualche generale immagine del mondo in cui viviamo, come per acquistare i lumi necessarj alla lezione delle istorie, che senza la notizia de' luoghi e dei siti sono come una notte di stelle nuda e di luna”.Difatti, secondo quanto asserisce Gravina, tutto il resto del sapere necessario ad una nobildonna, si comprende nella storia e nelle favole. La storia, utile“per la notizia delle cose passate, che sono specchio del futuro; e per la dottrina, che si apprende dagli scrittori di essa, che coll'occasione di narrare ì fatti,

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hanno esposto anche i consigli e i sentimenti interni de' principi e de' gran personaggi; ed hanno prodotte in luce le passioni degli uomini, e le ragioni del governo civile , per regolare le operazioni de' posteri: sicchè doppia deve essere la lozione dell' istorie; una volta per la sola notizia de'fatti, ed un'altra per la cognizione degli affari ed interessi civili”. Fra le "istorie" vengono citate dapprima le latine e greche, come quella sacra di Glossefò Flavio, l'istoria profana e di Erodoto, di Tucidide, del qual si preferisce la traduzione italiana, essendo “nella propria sua lingua il più oscuro e il più difficile”; la storia di Senofonte, di Giustino e di Quinto Curzio, e ancora di Tito Livio, “scrittore illustre per la vastità della materia, e per gravità, robustezza ed amenità di stile”, di Sallustio, “scrittor maestoso e proporzionato alla grandezza romana”e di Tacito. E poi le "istorie" volgari, come quelle di Guicciardino, di CaterinoDavilache narra le guerre civili della Francia con semplicità “simile a quella de' Commentarj di Cesare, e con curiosa e grata tessitura, benchè con purità di stile minore del Guicciardino e di Bentivoglio”. Si passa poi alla filosofia – Gravina consiglia di leggere la vita e gli opuscoli di Plutarco - , alla poesia, da cui si trae inseguamento forse maggiore; “se poesia intendiamo la sapienza ridotta in fantasia ed in metro, e non il puro rimbombo delle parole e le moderne arguzie” e, quindi, alle favole. Di queste ultime meritano di essere lette, “acciocchè colla loro scorta si apprenda l'arte di rintracciare sotto il finto il vero”, le favole di Esopo, di Omero, di Ovidio che nelle Metamorfosi ragunò tutta la misteriosa sapienza degli antichi poeti e di Virgilio, che Gravina chiama il principe dei poeti latini. Il trattato termina con i componenti drammatici, ove s'introducono le persone in atto di operare, con ascondersi quella del poeta, come le tragedie e le commedie.

Lo scenario che il letterato offre con il Regolamento è, dal punto di vista della figura femminile, assai variegato e ambiguo: gli autori di cui tratta, offrono attraverso le loro opere differenti visioni della donna, ciò dovuto anche alle diverse epoche in cui hanno vissuto. Difatti, fra le tante insidie

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che il discorso letterario può tendere alle donne, ne esiste una, celata nella forma della celebrazione, che in realtà nega loro ogni esistenza in quanto persona. Il poeta le utilizza come semplici personaggi secondari, i cui sguardi assassini, l'incarnato di rosa e tutte le loro pericolosissime grazie non servono ad altro che a dar risalto alle pene del misero innamorato mentre esse sono ridotte a pure apparenze: l'immagine femminile proposta è totalmente mediata dalle proiezioni fantastiche maschili, un discorso dominante che finisce per imporsi alle donne, loro malgrado. I generi letterari "nobili", la teologia, la filosofia, la storia e il diritto ignorano le donne oppure le richiamano ai loro doveri. Tragedie, commedie e opere fanno esattamente il contrario e, nell'esaltare le passioni, mettono le donne in primo piano. "Spesso già dal titolo si rivela l'importanza del loro ruolo, una constatazione elementare non priva di interesse in quanto il titolo denuncia che il nodo dell'intreccio risiede nel carattere di un'eroina e nei conflitti di cui sarà protagonista".15

15

J.P. Desaive, Le ambiguità del discorso letterario, in G. Duby, M. Perrot, Storia delle donne. Dal Rinascimento all'Età Moderna, Op. cit., p.263

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Capitolo terzo: Gravina, figlio del Settecento

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3.1 Autori a confronto Giovanni Francesco Beretta (1678-1768) Nella prima metà del Settecento, un altro autore italiano, il conte Giovanni Francesco Beretta, propone attraverso le sue opere, una visione della donna in netto contrasto con quella di Gravina. Infatti, mentre secondo quanto afferma quest'ultimo, gli studi femminili possono giovare – per se stessa e per gli uomini con cui si relaziona – alle doti intellettive della donna, Beretta si erge promotore della "santa ignoranza delle cose del mondo". Uomo di intransigente ed implacabile austerità, Beretta fonda la pedagogia della reclusione e dell'ignoranza, caratterizzata dagli attributi naturali stessi del sesso femminile, come la riservatezza, la timidezza e la virtù. Tali attributi – egli afferma – sarebbero messi a repentaglio nel momento in cui alla donna venisse concessa eccessiva libertà: in piena sintonia con i rigidi moralisti, l'autore esalta il "ritiro" e la "ritiratezza". Alle donne infatti Beretta permetteva di andare in chiesa, ma "preoccupandosi di raccomandarle di recarsi soltanto nelle chiese più vicine e meno affollate, di non sostare in chiesa più del necessario, di non guardarsi attorno. Pericolo del guardare e dell'offrirsi agli sguardi; pericolo dell'udire; pericolo, insomma, che attraverso i sensi non opportunatamente frenati la fanciulla apprendesse quelle cose la ignoranza delle quali è'l più bel pregio di una donzella che aspira a un santo ed onesto matrimonio."16 Donna era sinonimo di fragile e imperfetta, tanto da dover necessariamente essere tenuta sotto controllo - l'autore giunge persino a lodare la pratica del bendaggio cinese dei piedi - ed essendo ella, fra le altre cose anche pericolosa a causa dell'attrazione che esercita sull'uomo, doveva essere segregata. Un'esplicita proibizione era quella di andare a teatro, non solo perché gli spettacoli ivi proposti erano immorali, ma – e soprattutto – perché erano luoghi addetti ad incontri fra sessi diversi. L'unico spazio consentitole era il triangolo casa-chiesa-monastero. 16

L. Guerci, La sposa obbediente. Donna e matrimonio nella discussione dell'Italia del Settecento, Op. cit., p. 48

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Pensare perciò a un'istruzione femminile che consentisse la parità – se non tutta, almeno parziale – dei sessi, era impossibile e sacrilego. Difatti, "lo colpiva negativamente il fatto che la dimestichezza tra i sessi fosse aumentata, che le donne si compiacessero di avere schiere di adulatori, che per divertirsi esse trascurassero la casa e la famiglia. Erano segnali allarmanti di un mutamento che, se non fosse stato arrestato, avrebbe provocato la rovina di quell'assetto gerarchico che considerava l'unico conforme alla legge naturale e alla legge divina. Garante di tale assetto gerarchico era l'obbedienza."17 Obbedienza che troviamo anche in Gravina essendo, come già detto, il Regolamento degli studi scritto sotto esortazione del marito della nobildonna: in questo caso, però, alla moglie che obbedisce al coniuge, è concesso di accrescere le proprie conoscenze. Per Beretta, l'obbedienza della donna è cosa ovvia. Messa al primo posto tra i requisiti morali delle giovani destinate al matrimonio, era presentata come un dovere che accompagnava la donna per tutta la vita. Dall'obbedienza ai genitori, all'obbedienza al marito: nei confronti di quest'ultimo ella era sottomessa e inferiore. Di conseguenza, uno dei più grandi timori era la disobbedienza. Nobiltà, ricchezza e bellezza potevano infatti plagiare le menti femminili, rendendo le giovani testarde, superbe, altezzose e disobbedienti. Nel matrimonio erano gli uomini a comandare e "qualora la moglie fosse diventata capo del marito, sarebbe stato sconvolto l'ordine della natura e della morale.". Secondo l'autore si sarebbe trattato "di un sovvertimento totale nelle cose domestiche" , egli riversava infatti tutto il suo disprezzo "sul marito inetto e affeminato che si lasciava dominare e si riduceva a far vilmente da moglie mentre la moglie la faceva da marito"18. Schierarsi contro gli studi femminili è perciò, per Beretta, inevitabile. E' possibile, però, distinguere due momenti nel suo pensiero: il primo in cui ritiene le donne intellettualmente capaci di approcciarsi alla letteratura e allo studio delle scienze umane e un secondo, in cui ribadisce la loro inferiorità 17 18

Ibidem Ivi, pp. 52-53

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di "intendimento". Tale concezione nasce in realtà dalla paura che donne istruite e colte trascurino i loro doveri coniugali: il tempo impiegato nella lettura veniva sottratto inesorabilmente alla cura della casa e della famiglia.

Antonfrancesco Bellati (1665-1742) E' curioso notare come, seppur coevo, un altro autore italiano, il gesuita Antonfrancesco

Bellati,

si

occupi

di

obbedienza

intendendola

differentemente sia da quella di Gravina che da quella di Beretta. Con l'opuscolo Le obbligazioni di un marito cristiano verso la moglie, Bellati si concentra non più sull'obbedienza della donna, ma sulla figura del marito, cercando di definire quali fossero le autorità che quest'ultimo aveva sulla moglie. "Il marito era superiore in un della moglie, e compagno, capo e cuore. Il difficile era trovare un punto d'equilibrio tra queste caratteristiche opposte, conciliarle in modo che la superiorità del marito non togliesse alla moglie la qualità di libera, e l'eguaglianza non venisse a levarla della condizione di suddita.".19 Secondo Bellati, il marito aveva l'obbligo non solo di presidenza e di comando, ma d'amore: doveva amare, consolare e compatire la propria moglie. Tale pensiero, in realtà correva su un doppio binario: se da una parte infatti venivano riconosciuti i doveri dell'uomo e l'uguaglianza fra i sessi, dall'altro siffatti doveri erano legittimati dall'ovvia e naturale debolezza femminile; una debolezza che, ancora, fa cadere l'autore in contraddizione. Egli, mentre inizialmente afferma, come già detto, che il comportamento protettivo dell'uomo è da spiegarsi nella soggezione della donna, quest'ultima dimostra invece essere, proprio a causa delle sue virtù, superiore al marito; ma dal momento che per virtù si intendono la pietà, la devozione e la capacità di sopportazione, è evidente come, ancora una volta, si vada a sottolinearne la sua inferiorità. Per quanto riguarda gli studi, anche per Bellati il timore era quello della disobbedienza. Egli non proibiva espressamente che le donne studiassero e diventassero colte, ma la successione studio-disobbedienza-comando era 19

Ivi, p. 26

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pressoché inevitabile. Troppa cultura, avrebbe insinuato nella mente delle donne strane idee: la moglie, quale che fosse il suo sapere, doveva guardarsi dall'esibirlo e, soprattutto, dal servirsene per arrogare un ruolo che non era il suo. Doveva, semplicemente, stare al suo posto. Insomma, che le donne studiassero pure – egli affermava – ma che non facessero "pompa di sapere" e anzi mostrassero di "saper poco", ricordandosi che "un poco d'ignoranza, o vera, o affettata" faceva parte delle "femminili convenienze". Bellati dimostra inoltre di essere concordante, seppur in maniera più tenue, con la concezione della "ritiratezza" che grande presa ebbe su Beretta. Era bene infatti, che, mentre gli uomini si occupavano della sfera pubblica, le donne rimanessero a casa; lo star chiuse tra le pareti domestiche veniva presentato non solo come un fatto naturale ma, e soprattutto, gratificante e piacevole. Il gesuita, non si limitava a predicare la reclusione domestica, voleva anche che le donne si rendessero conto degli aspetti appaganti e utili di questa e ne fossero soddisfatte. Nonostante gli intenti iniziali con cui Bellati si avvicina alla concezione della vita matrimoniale, evidenziando l'importanza dell'amore dimostrato dal marito alla moglie, la conclusione lo vede concorde con i suoi contemporanei: per Gravina, Beretta e Bellati la donna è – malgrado gli sforzi – subordinata all'uomo. A dimostrazione che, quando si giunge al problema della condizione femminile, seppur di differenti orientamenti, autori diversi finiscono spesso col convenire nel ribadire l'inferiorità di suddetta condizione.

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3.2 La donna illuminista Ciò che caratterizza il saggio di Gravina è la quantità di spunti letterari che offre agli studi donneschi: storia, geografia, poesia, commedie e tragedie. tr Sembra che nulla possa arrestare la sete di conoscenza femminile, benché limitata dal volere dell'uomo. In un epoca come quella dell'Illuminismo, nonostante alla maggior parte delle fanciulle gli studi impegnativi venissero preclusi, è la donna lettrice lettrice la vera protagonista. I romanzi le permettono di evadere dalle mura domestiche e di trovare rifugio in mondi in cui può sentirsi libera dalla malinconia e dai disordini del tempo. "Nel

XVIII

secolo

le

rappresentazioni pittoriche della

lettura

solitaria

mettono maggiormente in scena le lettrici, segno di una trasformazione verso il femminile

(e

di

privatizzazione) lettura.

Ma

una della

mentre

la

lettura maschile è segno di Fig. (2)

attività

intellettuale,

la

lettrice è facilmente considerata come un'orgogliosa pedante o un'oziosa. In entrambi i casi ciò avviene perché la donna viene meno al suo ruolo tradizionale, perché vuole accedere a un sapere maschile, perché ruba il tempo che dovrebbe dedicare dedicare alla direzione della sua casa, al marito o ai figli, perché crea tra se stessa e il libro uno spazio intimo dal quale l'uomo è escluso." 20 Libro serio sul tavolo (Fig.2): la donna vuole diventare colta, vuole sostituirsi all'uomo. Romanzo in mano o sulle ginocchia (Fig.3):la la donna sta per lasciarsi andare al sogno, alle fantasticherie, all'abbandono.

20

D. Godineau, La donna, donna in Michel Vovelle (a cura di), L'uomo dell'Illuminismo, dell'Illuminismo Op. cit., p. 470

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In entrambi i casi, la lettura femminile è pericolosa. Eppure è proprio all'inizio del secolo che emerge la figura della donna che tiene salotto. Luogo di incontro, di scambio, di sapere e di creazione fra nobili ed intellettuali, il salotto vede a capo proprio la donna: è lei a gestirne le redini, ad evitare gli eccessi e le intrusioni. D'altronde "se la padrona di casa adempie bene ai suoi doveri avrà molte soddisfazioni, fra cui quella mondana di farsi un nome nell'ambiente culturale, di vedere il proprio salotto ricercato dalla compagnia alla moda; quella intellettuale di conversare con le più grandi menti del tempo, ascoltarle mentre parlano di idee innovatrici, rispondere sullo stesso tono, offrire loro la possibilità di farsi conoscere da eventuali mecenati."21 Tenere salotto consente alle donne di rendersi partecipi dell'Illuminismo, di contribuire,

in

qualche

modo,

all'avventura dei Lumi. Lu In verità, però, ciò che appare un luogo di promozione femminile, si scopre essere l'ennesima illusione: una gabbia d'oro da cui è impossibile uscire. Difatti, colei che sembra farla da padrona, riveste in realtà il

compito

sognato

dai

pensatori

illuminati: inati: compagna – in questo caso

Fig. (3)

dell'animo – attenta, abbastanza istruita e intelligente da essere in grado di sostenere una conversazione, da incoraggiare e ispirare l'uomo. Ella si dimostra, ancora una volta, priva di potere intellettuale. I salotti, pertanto, pe permettono alle donne di partecipare alla sociabilità culturale del tempo e di avere un ruolo intellettualistico, brillante e di fama. Ma, al contempo, tale ruolo rimane comunque inserito entro certi limiti senza sostanzialmente sconvolgere le parti part fra i due sessi.

21

Ivi, p. 472

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3.3 Le Preziose "In un luogo solingo si tiene la Preziosa Occupata in lezioni di morale amorosa, Là si fanno discernere fierezze da rigori Disdegni da disprezzo, tormenti da languori; Là si sa separare timore da apprensione Distinguere attrattive, fascino e seduzione E la stagion del pianto e il tempo del lamento Son sempre assoggettati al tipo di tormento." (Charles de Saint Evremond)

Parlando di salotti, credo sia doveroso dedicare uno spazio a coloro che ne hanno costituito l'anima: lesprécieuses. Le Preziose – questo, il termine italiano - erano le dame che, interessandosi alle "belle lettere, alla buona dialettica e ai sentimenti" attribuivano valore a cose che secondo l'opinione comune, valore non avevano, comprese loro stesse. Ciò che le caratterizzava era non solo la pretesa di voler far parte del mondo della cultura ma, e soprattutto, il loro atteggiamento di critica e giudizio. Le Preziose si permettevano infatti di giudicare, affidandosi al proprio gusto e alla propria sensibilità; leggevano, si consultavano e creavano. Quanto al linguaggio, il loro non era affatto come veniva definito dagli scrittori satirici, di cui erano bersaglio. "Mademoiselle de Scudéry, personificazione del preziosismo in letteratura, non ha mai definito gli occhi «specchio dell'anima» , o i piedi «cari doloranti», e i seni «cuscinetti d'amore», o uno specchio «consigliere di grazie», le sedie «agi della conversazione». E' anche vero che le Preziose hanno dato la caccia alle parole salaci, o per operare un aggettivo da loro reso di moda, oscene. Hanno dato l'ostracismo a tutte le parole che si riferivano a grossolane realtà fisiologiche: cacare, clistere, partorire; si sono rifiutate di applicare il verbo amare indifferentemente a cose materiali e a cose spirituali: si ama la

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propria amante, si gusta il melone."22 Disdegnavano il lessico pomposo, tecnico e arcaico e proponevano contrariamente uno stile che fosse puro e naturale: mettevano in discussione la cultura del tempo, cercando di renderla accessibile a tutti e non solo a pochi eletti, come era stato invece fino ad allora. Un saggio come Regolamento degli studi di nobile e valorosa donna, non sarebbe senz'altro stato una delle loro opere preferite.

22

C. Dulong, Dalla conversazione alla creazione, in G.Duby, M.Perrot, Storia delle donne in Occidente. Vol.3, a cura di N. Zemon Davis e A. Farge, Roma–Bari, Laterza, 1991, p. 420

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Conclusione La concezione della donna che emerge nel Regolamento degli studi di nobile e valorosa donna, mostra l'autore essere figlio del suo tempo. Nonostante la vastità delle proposte letterarie che spaziano su un mondo culturale ricco e variegato – dalla poesia, alla storia, alle tragedie – lo studio femminile sembra non offrire, in realtà, motivo di rivalsa alla donna. Qualsiasi occasione di accrescimento delle conoscenze ha, come unica finalità, quella di rafforzare la sua posizione di moglie e madre. Il confronto di Gravina con gli altri autori, permette di dimostrare come pensieri diversi diventino univoci di fronte all'evidente inferiorità della donna. Giovanni Francesco Beretta, con l’esaltazione della “ritiratezza” si dimostra essere il più estremista: al gentil sesso non solo nega fortemente lo studio, ma qualsiasi tipo di svago. Ogni occasione, difatti, si sarebbe potuta rivelare buona per minare le menti delle donne che, invece, dovevano essere orientate esclusivamente verso l’obbedienza. Quella stessa obbedienza che Antonfrancesco Bellati sembra proporre in maniera innovativa. Nonostante le questioni dell’epoca si concentrino in gran parte sulla sfera del mondo femminile, egli indirizza la tematica dell’obbedienza su quella maschile. Il marito, capo indiscusso all’interno della coppia, doveva, fra gli altri obblighi, amare e consolare la propria moglie. Ma seppur questo appaia come una svolta a favore della condizione di quest’ultima, è necessario approfondire quanto il gesuita afferma, per capire che tali amorevoli sentimenti sono alimentati in verità dalla compassione evocata dallo stato di debolezza - fisica e intellettuale - della donna; una debolezza che, però, deve rimanere tale: al contrario di Beretta, Bellati infatti acconsente a che le donne studino, a patto che le loro conoscenze rimangano comunque limitate. E’ facile perciò notare come il pensiero di Gravina s’insinui fra le discrepanze del discorso dei due contemporanei, andando ad aderire sui punti che, come già detto, accomunano tutti: quelli che ribadiscono la soggezione della donna. Eppure il Settecento, secolo dell'Illuminismo, ha visto diffondersi in tutta

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Europa i salotti, luogo – si credeva – di promozione femminile; ma nemmeno questi, seppur lasciassero ampio spazio alle donne, permettevano loro di essere vere protagoniste. Lo dimostrano le Preziose che, nel vano intento di ambire ad un prestigio sociale più elevato di quanto non fosse consentito alle donne fino a quel tempo, devono la loro fama – e il loro nome – non tanto ai loro ideali stlisticamente rivoluzionari quanto alle continue derisioni da parte dei colleghi uomini. E' importante inoltre ricordare che Gian Vincenzo Gravina è stato uno storico, letterato e giurista i cui interessi non ricadevano solo sulle pratiche pedagogiche. Difatti, è possibile notare come anche le nozioni impartite attraverso il Regolamento sottolineino la forte incidenza che i suoi anni di formazione hanno avuto. Ne emerge perciò la figura di un uomo che, pur avanzando saperi educativi innovatori che vedono la donna intellettualmente in grado di comprendere concezioni che vanno al di là di quelle che le erano sempre state indottrinate, rimane ancorato al pensiero condiviso dai più: la donna è subordinata all'uomo e in quanto tale i suoi studi andranno a giovare soprattutto coloro che la circonderanno.

Perlochè non solo gli uomini, ma le donne ancora di alto affare debbono coltivar la parte ragionevole cogli studj al sesso loro proporzionati: come quelle che avendo a custodire un gran tesoro, qual è la pudicizia e l’onestà, in mezzo al commercio civile, han bisogno di maggior lume, se non per reggere altri , per reggere almeno sè stesse, nelle di cui operazioni si sostiene la fuma di un'illustre e gloriosa famiglia. E particolarmente a' tempi nostri, ne'quali dal costume è permesso alle nobili donne trattare e conservare cogli uomini qualche pratica e famigliarità. (Gian Vincenzo Gravina, Regolamento degli studi di nobile e valorosa donna)

Nel Settecento l’istruzione riveste un ruolo saliente. Si parla e si scrive sull’argomento come non mai, in particolar modo nella seconda metà del secolo. “I Lumi credono nella pedagogia. La si investe del potere di plasmare un essere sociale nuovo, spoglio dei vecchi pregiudizi e rivestito di nuova razionalità. Una creazione che sembra però compromessa fintanto

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che le donne riceveranno un'educazione tanto aleatoria.”23 I presupposti iniziali finiscono così per decadere. Una delle peculiarità del pensiero illuminista era il rifiuto di considerare innate le diversità tra gli uomini: solo alcune potevano essere, in piccola parte, da conferirsi alla natura umana, il resto, era da attribuirsi all’educazione. Ma distinguere fra educazione maschile e femminile non era già un modo di gettare le basi per un muro che, nella differenziazione dei sessi, era già troppo alto? Con l’Illuminismo, è stata proposta una nuova visione dell’uomo, essenzialmente fondata sull’idea di eguaglianza dettata dalla ragione: un’eguaglianza fra gli uomini che, forse, non lasciava spazio alle donne.

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La concezione della donna in Gian Vincenzo Gravina