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A.D. MDLXII

U NIVERSITÀ DEGLI S TUDI DI S ASSARI F ACOLTÀ

DI

L ETTERE

E

F ILOSOFIA

___________________________

CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DEI BENI CULTURALI

IL VILLAGGIO MEDIEVALE DI CANAKE

Relatore: PROF. PIER GIORGIO SPANU

Tesi di Laurea di: SIMONE SANNA

ANNO ACCADEMICO 2010/2011


Indice Premessa

1

1 Introduzione

3

1.1 Il sistema giudicale

4

1.1.1

Le origini del sistema giudicale

4

1.1.2

I quattro giudicati sardi

6

1.1.3

I giudicati e la loro organizzazione

9

1.1.4

La divisione amministrativa dei giudicati:

1.1.5

le curatorie

12

Le componenti delle curatorie: le ville

14

1.2 Il giudicato di Torres

17

1.2.1

I giudici del Giudicato di Torres

1.2.2

Le vicende politiche del Giudicato di Torres 22

1.2.3

La Diocesi di Torres

1.2.4

L'organizzazione amministrativa del Logudoro

18 28 32

2 Il villaggio medievale di Canake

35

3 Conclusioni

73

Bibliografia

76

Indice delle abbreviazioni

83

Referenze fotografiche

83

Ringraziamenti

84


Premessa Il Logudoro costituì in tutte le età un territorio fortemente frequentato e sfruttato sia a scopo insediativo che economico grazie alle sue innumerevoli e rigogliose risorse, tanto da prendere appunto la denominazione di “logu de Ore”, molto probabilmente proprio per il caratteristico colore dorato dei campi di grano che lo ricoprivano sopratutto quando la Sardegna era “uno dei granai di Roma”. Certamente tutto il territorio fu già un importante polo di attrazione in epoca preistorica, basti pensare alla Nurra per esempio che costituisce una delle aree della Sardegna più ricca di costruzioni e insediamenti nuragici; ma allo stesso tempo non bisogna dimenticare anche la sua funzione di calamita anche per tutte quelle genti che attraversarono il Mediterraneo. Così come per le epoche precedenti anche in epoca medievale il cosiddetto “Giudicato di Torres o Logudoro” fu un “regno” florido, grazie anche all'apertura verso i mercati di Pisa e Genova, che gli permise di creare un'economia autonoma ma sopratutto prosperosa che portò ad una forte crescita demografica. Questo fenomeno a sua volta richiese però sempre maggiori aree coltivabili che rispondessero al fabbisogno della popolazione e delle attività di scambio commerciale che portò al fenomeno della crescita degli insediamenti. La ricerca di nuove e più sicure terre spinse per esempio la popolazione di Torres, la romana di Turris Libisonis, a spostarsi verso il fertile entroterra dando origine a numerosi villaggi nelle curatorie di Romangia, 1


Flumenargia e Nurra, tra le più popolate del giudicato e dell'isola. È in particolare proprio alle circoscrizioni di Romangia e Flumenargia che fa riferimento il presente lavoro che si propone di analizzare una di queste tante ville attribuita da studiosi diversi a una o all'altra curatoria a seconda del periodo o delle informazioni a riguardo. L'oggetto di analisi di questo lavoro è infatti costituito dal villaggio medievale di Canake, localizzato come si dirà in seguito a breve distanza dalla città di Sassari, ossia il “Capo di Sopra” della Sardegna. Di questo centro abitato di epoca giudicale si è cercato di ricostruire, nonostante la scarsità delle fonti, un profilo che tenga conto dei vari aspetti storici, politici, sociali, economici e culturali attraverso un'indagine principalmente bibliografica, senza far mancare però anche un'indagine sul campo. In apertura del lavoro si innanzitutto ritenuto opportuno affrontare, seppur in maniera sintetica, il sistema politico e socioeconomico all'interno del quale una struttura come quella della villa medievale si inserisce. Prima della trattazione dell'argomento centrale di questo lavoro si è inoltre cercato di approfondire il contesto attraverso una breve analisi del Giudicato di Torres e della sua organizzazione. In chiusura dell'elaborato è stata infine inserita un'ultima sezione costituita dalle conclusioni scaturite dal procedimento di ricerca e analisi dei dati presentando un quadro completo e sintetico di tutto il lavoro svolto.

2


1. Introduzione Per affrontare l'analisi del villaggio medievale di Canake, oggetto del presente lavoro, è opportuno in questa prima fase descrivere l'organizzazione del mondo sardo nell'epoca medievale. Com'è noto l'origine dell'epoca medievale viene fissata nel V sec. d.C., e per convenzione viene scelta la data della caduta dell'Impero Romano d'Occidente, il 476, anno nel quale il generale barbaro Odoacre depose Romolo Augustolo, ultimo imperatore d'Occidente1. Indubbiamente le motivazioni del crollo dell'Impero furono molteplici e si svilupparono nel corso di un lungo arco temporale; prime fra tutti ricordiamo le invasioni dei “popoli barbarici” che portarono all'indebolimento della grande potenza di Roma e di conseguenza alla sua caduta. L'eredità passo così all'Impero Romano d'Oriente che sotto Giustiniano riuscì a riportare i territori perduti con la conquista vandala sotto il suo controllo e restaurare così l'impero. Di certo un territorio così vasto nonostante i numerosi provvedimenti di ricostruzione adottati da Giustiniano non avrebbe potuto reggere a lungo, ed infatti in Sardegna già nel VII secolo l'organizzazione imperiale era in crisi. Ed è proprio in questo periodo di instabilità e lontananza del potere centrale che viene a formarsi una tra le più singolari forme di governo del Medioevo: il sistema giudicale.

1 Com'è noto nel 395 Teodosio aveva diviso l'Impero tra i suoi due figli Onorio e Arcadio.

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1.1 Il sistema giudicale

1.1.1

Le origini del sistema giudicale

Come già sopra accennato è ormai parere degli studiosi affermare che la nascita dei giudicati sia da collegare alla lontananza del potere centrale, dovuta ad una più generale crisi della presenza bizantina nel Mediterraneo come conseguenza alla forte e continua frequentazione araba dei mari che ostacolava i ponti di comunicazione. Il graduale allontanamento non avevo portato però al totale abbandono dell'organizzazione adottata sotto il controllo bizantino al quale risalivano le figure del dux e del praeses. Il primo aveva funzioni militari e si occupava perciò della difesa; la sua sede dal 534 era situata a Forum Traiani (Fordongianus) situata al centro e perciò ideale per controllare l'intero territorio e sopratutto contratare eventuali attacchi interni dai cosiddetti “Barbaricini” che risiedevano in un territorio montuoso e ricco di boschi e perciò impenetrabile sia dalle forze politiche e militari. Dal 687 Giustiniano II dispose il trasferimento del dux a Cagliari, forse per fronteggiare meglio le incursioni che provenivano dall'esterno e dove già da tempo risiedeva il praeses, figura che aveva invece funzioni di tipo amministrativo. Occorre sottolineare che la divisione dei due poteri, militare e amministrativo, non costituiva uno schema eccessivamente rigido; in caso di particolare pericolo infatti i poteri venivano unificati sotto un'unica figura, la stessa che nel corso dell'VIII secolo prese il nome di iudex provinciae, che costituisce uno dei primi sintomi dell'avvio 4


del processo di unificazione e autonomia del potere. Secondo documenti di VI e VII secolo gli iudices erano ufficiali imperiali che operavano nella provincia con il compito di riscuotere le imposte, per questo motivo gli studiosi2 sostengono che ricoprendo questo ruolo il funzionario abbia potuto accumulare un importante patrimonio, sopratutto in termini di proprietà fondiarie andando a costituire quindi una casta sociale che potremmo definire aristocratica, la quale si sarebbe integrata con le casate locali andando a costituire la categoria dei possessores (chiamati donnos o segnores nei documenti medievali), cioè di quei personaggi bizantini o locali che grazie al proprio patrimonio avevano il diritto di accedere alle cariche pubbliche e che aspiravano sempre più ad una maggiore autonomia. Quest'emancipazione si andava delineando sempre più con il progressivo allontanamento del potere centrale di Bisanzio, alimentato dalle incursioni degli Arabi che ebbero inizio col sorgere dell'VIII. Le invasioni araba erano inizialmente organizzate come rivalsa alle spedizioni bizantine nel Nord-Africa ma ben presto all'imposizione di una tassa che tutelava i non cristiani dagli attacchi la gizyah. È chiaro quindi come in questo momento la debole difesa dell'esercito bizantino non bastasse a tener in piedi una struttura debole anche dal punto di vista civile infatti il potere centrale di bisanzio sotto la pressione musulmana era sempre più lontano e i contatti con l'esarcato di Ravenna, dal quale la Sardegna dipendeva, vennero meno al momento dell'occupazione dell'esarcato stesso nel 751 da parte dei Longobardi. È a questo periodo che va quindi attribuita la possibilità 2 G. Meloni, L'origine dei giudicati, in “Storia della Sardegna”, Bari 2006, pag. 1 e s.

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dello iudex provinciae di assumere maggior potere e autonomia con la conseguente nascita di un nuova forma di potere. 1.1.2 I quattro Giudicati sardi

Con l'affermazione della nuova forma di potere si rese necessario dare un'organizzazione al neonato sistema, furono infatti nominati dei funzionari

denominati

lociservatores

che

si

occupassero

di

rappresentare lo iudex e di difendere i territori di Torres, Arborea e Gallura, zone periferiche rispetto alla probabile sede dello iudex a Cagliari. Queste primitive personalità si svilupparono certamente dagli inizi del IX secolo, durante il periodo delle nuove incursione arabe, che probabilmente le popolazioni locali cercarono di respingere, ma che sicuramente ha contribuito all'isolamento dell'isola e della sua attività commerciale, anche se certamente questa non fu totale. Lo iudex o àrchon concentrò quindi nella sua figura oltre il potere di amministrazione della giustizia quello di difesa e sopratutto di governo; e presto la sua denominazione latina verrà tradotta in iudike nella lingua locale configurando il nuovo “sovrano” della Sardegna medievale. Ma come già detto sopra era impensabile per un'unica figura riuscire a governare su tutta l'isola, che fu quindi certamente divisa in partes o merèie la cui gestione fu affidata ai funzionari chiamati lociservatores3 i quali ben presto, assumendo sempre maggiori funzioni, si resero indipendenti dal potere centrale e diedero così vita ad un frazionamento regionale. Il numero di queste “parti” in cui era divisa 3 “Custodi del luogo”

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l'isola potrebbe corrispondere inizialmente al numero dei principali insediamenti antichi sorti sulla costa ma che probabilmente più tardi a causa dei pericoli provenienti dall'esterno furono abbandonati portando così alla semplice quadri-partizione dell'isola nei giudicati di Cagliari, Torres, Gallura e Arborea. È comunque auspicabile che la divisione in diversi giudicati sia un processo avvenuto già nel momento in cui la Sardegna abbia ottenuto la sua autonomia dal potere centrale senza quindi la iniziale sudditanza degli altri tre al giudicato di Cagliari; sia perché la definizione dei loro confini corrisponde già ad una divisione geografica sia perché ad ognuno dei quattro distretti corrisponderebbe un importante insediamento sia dal punto di vista politico che commerciale quali Cagliari, Torres (antica Turris Libisonis romana), Fausania (antica Olbia) e Tharros (poi soppiantata da Oristano). Ciò che è certo è che con l'isolamento si venne a creare, in un lungo arco di tempo, un'originale forma di governo che trovava nel Giudice, la figura di riferimento di tutto il sistema. È ormai attestata l'idea che le famiglie giudicali discendano da un'unica casata ed infatti pare che lo iudex di Cagliari abbia nominato all'interno della sua famiglia, quella dei Lacon-Gunale, i lociservatores che si sarebbero poi resi autonomi dando origine alle altre casate aristocratiche della Sardegna poste a capo degli altri tre giudicati.

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Illustrazione 1: Carta della Sardegna con la suddivisone dei quattro giudicati e l'indicazione dei villaggi presenti in ogni curatoria.

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1.1.3 I giudicati e la loro organizzazione

Il Giudicato può essere definito il “regno” sardo di epoca medievale denominato appunto rennu o logu4, e come tale infatti veniva organizzato: era retto da un giudice detto donnu o rex5 che aveva poteri pari a quelli di un sovrano, egli esercitava la sua autorità sia per eredità sia per elezione in quanto la sua nomina doveva essere approvata dal popolo e in particolare dai majorales6, se da una parte quindi la prima garantiva la provenienza dei sovrani dalla stessa famiglia la seconda, almeno formalmente, attribuiva al popolo la possibilità di scegliere quale personaggio della casata sarebbe salito al potere. Qualora il personaggio eletto fosse minore o assente avrebbe assunto il governo lo iudike de fattu scelto tra i parenti del sovrano e assistito dai maggiorenti. Nel suo operato lo iudex era affiancato dai donnos e dai donnikellos, una cerchia di funzionari scelti dal giudice tra i suoi parenti più stretti che risiedevano all'interno della reggia. Nella scala sociale stavano al di sotto della famiglia regnante i maiorales, categoria alla quale apparteneva l'aristocrazia giudicale costituita dall'alto clero e dai membri delle famiglie più facoltose, erano questi i personaggi che potevano accedere alle cariche pubbliche in quanto possessori gran parte del potenziale economico del regno7. Le cariche pubbliche alle quali accedevano i personaggi della nobiltà 4 5 6 7

A. Boscolo, La Sardegna dei giudicati, Sassari 1979, pag. 10. A. Solmi, Studi storici sulle istituzioni della Sardegna nel medioevo, Cagliari 1917, pag. 107. R. Carta Raspi, La Sardegna nell'alto medioevo, Cagliari 1935, pag. 211. G. Meloni, Mondo rurale e Sardegna del XII secolo, Napoli 1994, pag. 83.

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giudicale erano: • Armentariu: amministratore fiscale del regno; all'interno di questa figura si distinguono l'armentariu de logu o de rennu preposto alla gestione fiscale del patrimonio statale e all'esazione dei tributi e l'armentariu de pegugiare che controllava invece il patrimonio personale del sovrano. • Kita de Maiores de ianna: si tratta di un gruppo di persone probabilmente addette alla difesa della reggia e del suo territorio; questa schiera doveva essere controllata dalla figura del maiore de ianna; • Kita de buiakesos: corpo di guardia del giudice e della sua famiglia; • Maiore de camera: funzionario preposto alla custodia delle ricchezze del sovrano; • Maiore de caballos: si occupava della custodia e cura delle scuderie del giudice e dell'organizzazione della caccia; • Curatore: funzionario addetto al controllo delle unità amministrative dette curatorie, egli aveva compiti giudiziari, fiscali e di mediazione con il sovrano; • Mandatore: in questa figura si identifica un ufficiale nominato dall'autorità, che si occupava di regolamentare i rapporti di lavoro tra i singoli e di arbitrio delle liti. Al di sotto di questa cerchia di funzionari stava il resto della popolazione (totu su logu) che dava il suo consenso nelle decisioni più influenti attraverso l'assemblea detta corona de logu. 10


La popolazione era divisa in due classi, quella dei liberi che non era particolarmente consistente a causa del forte squilibrio sociale ed economico che portava alla recessione delle fasce medie verso la condizione servile e raramente all'accesso alla classe dei maggiorenti e la fascia dei servi che era invece molto più consistente e raggruppava tutti coloro che erano sottoposti a vincoli di dipendenza da un signore. La subordinazione di servos e ankillas poteva però variare di grado a seconda del rapporto instaurato: il servo poteva infatti essere integru quando il signore aveva l'intera proprietà del suo lavoro, lateratu quando ne possedeva solo la metà ed infine pedatu quando la dipendenza del servo si basava solo su un ¼ del suo lavoro. La qualificazione del servo era basata sul numero di giornate di lavoro che doveva offrire obbligatoriamente al suo signore, calcolate rispettivamente in 16 giornate mensili, 2 giornate e 1 giornata settimanale, il signore può inoltre disporre della sua proprietà sul lavoro del servo attraverso vendita o donazione, ma allo stesso tempo il servo dal canto suo ha una propria autonomia patrimoniale che può accrescere per riscattare la sua libertà. Possiamo infine fare un accenno all'economia dei giudicati sardi basata sullo sfruttamento delle risorse della terra sia nel campo della produzione agraria sia nell'allevamento; appare perciò fondamentale un'analisi della gestione della terra di cui però parleremo più avanti. In conclusione occorre riassumere quello che era l'aspetto della Sardegna giudicale, composta nella zona sud-orientale dal Giudicato di Cagliari i cui primi giudici appartenevano alla famiglia “Lacon”, 11


nell'area centro-occidentale il giudicato d'Arborea, il Giudicato di Torres nell'area nord-occidentale ed infine nell'estremità nordorientale il giudicato di Gallura8. La partizione in giudicati non è però l'unica suddivisione amministrativa dell'isola, ogni giudicato infatti era suddiviso al suo interno da un certo numero di curatorie, creando un sistema che permetteva al giudice una più efficiente gestione di tutto il “regno” grazie alla nomina di funzionari detti appunto curatori. 1.1.4 La divisione amministrativa dei giudicati: le curatorie

La notevole estensione territoriale dei giudicati sardi comportò la necessita di un'ulteriore divisone del territorio in unità amministrative minori denominate curatorie (o partes nella Sardegna meridionale) ognuna governata da un ufficiale di nomina regia chiamato curatore9, che spesso apparteneva alla famiglia del giudice e ricopriva la sua carica per un tempo prestabilito durante il quale non riceveva compenso ma un insieme di prestazioni dai servi del distretto e da parte del bottino delle cacce che organizzava10. All'interno di ogni curatoria una delle ville, quella più importante e probabilmente quella dove risiedeva il curatore stesso, diveniva il capoluogo della regione e presso questa probabilmente si riuniva l'assemblea dei liberi ogni qualvolta fosse necessario prendere un'importante decisione politica. Il numero e l'estensione delle varie 8 R. Carta Raspi, La Sardegna nell'alto medioevo, Cagliari 1935, pag. 185. 9 A. Solmi, Studi storici sulle istituzioni della Sardegna nel medioevo, Cagliari 1917, p. 113 e s. 10 A. Boscolo, La Sardegna bizantina e alto-giudicale, in “Storia della Sardegna antica e moderna”, Sassari 1982, p. 162.

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curatorie non era fisso ma dipendeva da ragioni storiche, politiche e topografiche, e allo stesso modo anche il numero delle ville cambiava senza seguire alcun genere di regola prestabilita, ricordiamo infine che era compito del curatore nominare per ogni villa un maiore de villa. Per quanto concerne il Giudicato di Cagliari doveva essere diviso in quattordici unità amministrative: Campidano, Nora, Solci, Sigerro, Siliqua, Gippi, Nuraminis, Siurgus, Trexenta, Barbagia di Seulo, Ogliastra, Tolostrai, Gerrei e Parte Olla ed inoltre sappiamo che dall'archidiocesi di Cagliari dipendevano tre diocesi “Dolia, Sulci e Suelli”. Il Giudicato d'Arborea era invece costituito da tredici curatorie: Simagis, Campidano, Parte Milis, Parte Barigadu, Gilciber, Barbagia d'Ollolai, Mandra Olisai, Barbagia di Belvì, Marmilla, Parte Montis, Usellus, Parte Valenza e Bonorzoli e da tre diocesi dipendenti dall'archidiocesi di Oristano “Santa Giusta, Usellus e Terralba”. E poi ancora il Giudicato di Gallura costituito da dieci distretti: Civita, Unale, Balariana, Montangia, Canahini, Gemini, Taras, Orfili, Posada e Orosei con due sole diocesi “Civita e Galtellì”. Ed infine il Giudicato di Torres costituito da ben venti circoscrizioni: Flumenargia, Romangia, Anglona, Fiolinas, Meiulocu, Monteacuto, Lerron, Gisarclu, Goceano, Sarule, Othan, Costaval, Montiverru, Planargia, Cabudabbas, Nurcar, Nulauro, Ulumetu, Coraso e Nurra e da ben sei diocesi dipendenti dall'archidiocesi di Torres riconosciute in Sorres, Bosa, Bisarcio, Castro, Ploaghe e Ottana11. 11 R. Carta Raspi, La Sardegna nell'alto medioevo, Cagliari 1935, pp. 298-299. A. Boscolo, La Sardegna bizantina e alto-giudicale, in “Storia della Sardegna antica e moderna”, Sassari 1982, pp. 163-164.

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1.1.5 Le componenti delle curatorie: le ville

Osservando il sistema abitativo della Sardegna romana è possibile osservare come il territorio sia costellato di unità insediative di varia tipologia, come sostiene il Solmi si riconoscono infatti, oltre le più famose città principali, oppida12, stationes13, mansiones14, populi15 e villae16, alcuni dei quali scomparvero con il crollo del controllo romano ma molti dei quali si tramutarono in epoca medievale in centri abitati detti appunto ville. Più in generale, e forse con maggior correttezza, si può attribuire la nascita dei villaggi medievali ad un processo di ridistribuzione della popolazione che sino a quel momento si era stanziata in modo sparso: spinta dalla necessità di una riorganizzazione la comunità da vita ad un processo di inurbamento17. Anche le ville possedevano al loro interno un'organizzazione gerarchica, di queste erano infatti responsabili i maiores, che venivano nominati dal curatore ed avevano come questo una incarico temporaneo e senza indennità. Questa figura si occupava della gestione del villaggio ed in particolare della custodia dei boschi e delle terre comuni, della vigilanza sul bestiame e sulle terre chiuse; inoltre con l'aiuto di un juratos amministrava la giustizia nelle cause minori18. Un gruppo di ville vicine costituiva la cosiddetta scolca cioè 12 Centri abitati fortificati. F. C. Casula, in DI.STO.SA. alla voce oppidum, Sassari 2003. 13 Stazione di tappa lungo le arterie stradali riservate a ufficiali e funzionari romani. F. C. Casula, in DI.STO.SA. alla voce statio, Sassari 2003. 14 Stazione di cambio lungo le arterie stradali. F. C. Casula, in DI.STO.SA. alla voce mansio , Sassari 2003. 15 Piccoli centri abitati romani 16 Residenza campestre di un latifondista. Stazione di tappa lungo le arterie stradali. F. C. Casula, in DI.STO.SA. alla voce villa, Sassari 2003. 17 M. Milanese, a cura di, Vita e morte dei villaggi rurali tra medioevo ed età moderna, Firenze 2006, pag 19. 18 A. Boscolo, La Sardegna bizantina e alto-giudicale, in “Storia della Sardegna antica e

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un corpo di guardia per le terre messe a coltura ed infatti gli abitanti dei villaggi dopo aver prestato giuramento prestavano a turno il loro servizio di supervisione. Così come per i centri di epoca romana anche quelli medievali si differenziano tra loro in base alle loro caratteristica e alla loro grandezza. I principali centri erano denominati ville, cioè insediamenti abitati da liberi e servi di grandezza variabile dal quale dipendeva un determinato territorio detto fundamentu costituito da terre comuni (paberile) utilizzate dalle fasce più povere della collettività, latifondi privati e zone lasciate al pascolo definite saltus. La villa poteva essere sottoposta al controllo diretto della del giudice, e quindi definita villa arregnada, o in altri casi sottoposta al controllo della chiesa a seguito di donazioni fatte dai giudici e dai nobili19. I centri di minor estensione venivano invece definiti domus e domestia. La domus era costituita da un complesso di abitazioni rurali dal quale dipendeva il territorio circostante destinato alla produzione agricola o riservato al pascolo. Presso questi centri vivevano generalmente i servi legati al lavoro di queste terre e al fondo stesso erano infatti legati e con esso erano oggetto di compravendita o donazione. La domestia era di dimensioni ancora minori rispetto alla domus ed era costituita generalmente da una casa rurale alla quale erano attribuiti i servi necessari per la produzione. Per lo più queste ultime due tipologie di insediamento erano di proprietà privata, moderna”, Sassari 1982, p. 163. 19 A. Boscolo, La Sardegna bizantina e alto-giudicale, in “Storia della Sardegna antica e moderna”, Sassari 1982, p. 176.

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appartenevano infatti a liberi o ad esponenti della casata giudicale20. Riguardo agli insediamenti occorre fare una precisazione circa il “fenomeno dell'abbandono” avvenuto in un lungo arco di tempo ma in maniera più consistente tra XIV e XV secolo; la causa principale fu l'arrivo degli aragonesi e di conseguenza dal continuo stato di guerra e dal processo di infeudazione delle terre a nobili catalani. È facile quindi capire come la popolazione dei villaggi indifesi e sparsi nelle aree rurali abbia visto un porto sicuro nei centri più grandi e fortificati dando vita ad un nuovo fenomeno di accentramento verso le città. È esemplare il caso, nel Giudicato di Torres, del centro urano di Sassari che costituitosi libero comune inglobò nel suo territorio i centri delle curatorie di Romangia, Flumenargia e Nurra21.

20 A. Boscolo, La Sardegna bizantina e alto-giudicale, in “Storia della Sardegna antica e moderna”, Sassari 1982, p. 177. 21 M. Cherchi, G. Marras, Villaggi abbandonati nella curatoria di Flumenargia (Sassari – Porto Torres): indagini di superficie, in “AGOGE” II, 2005, pag. 287-289.

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1.2 Il Giudicato di Torres Prima ancora di passare all'analisi del villaggio medievale di Canake, è opportuno proporre una breve presentazione del luogo dove questo centro era ubicato ossia il Giudicato di Torres o Logudoro. Seguendo la teoria della quadri-partizione dell'isola come evento successivo ad una iniziale fase di subordinazione allo iudex di Cagliari, quello di Torres fu il primo a rendersi indipendente fra l'854 e l'864. I fattori che rendono questa ipotesi valida sono diversi: innanzitutto la presenza di Torres (la romana Turris Libisonis) che costituiva con il suo porto un importante centro dal punto di vista economico essendo il mercato principale dove giungevano i prodotti del retroterra assicurando cosÏ un'autonomia dal punto di vista economico; inoltre trovava nel mare, nel Coghinas e nei rilievi del Marghine dei confini naturali ben definiti; la diocesi di Torres era da sempre stata indipendente dalla sede vescovile di Cagliari; ed infine la lunga distanza che separava i due centri ne rendeva difficoltosi i collegamenti22. Costituitosi quindi nel IX secolo il giudicato di Torres o Logudoro era un territorio ricco di fertili pianure e colline, rigogliosi corsi d'acqua, ed un importantissimo sbocco sul mare e diocesi indipendente. Esso era bagnato a nord e a ovest dal mare, confinava ad est con il giudicato di Gallura e a sud con quello di Arborea.

22 G. Meloni, L'origine dei giudicati, in “Storia della Sardegna� vol. 2, Bari 2006, pp. 20-21.

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1.2.1 I giudici del giudicato di Torres

Il regno di Torres fu governato da dieci generazioni di sovrani appartenenti alla famiglia dei Lacon-Gunale anche se alcuni studiosi hanno supposto che in origine il potere fosse nelle mani di altre famiglie e cioè dei Kerki e dei Serra 23, cognomi che si rincontrano tra le famiglie dell'aristocrazia locale insieme agli Athen, agli Zhori o Thori, ai Thanca, agli Orrù, ai Gitil e ai de Carbia nelle fonti documentali medievali; si tratta con tutta probabilità però di parenti stretti della famiglia giudicale che avrebbero retto il governo in momenti in cui il giudice si trovava impossibilitato. Prenderemo in considerazione in questa circostanza l'elenco dei sovrani del Logudoro discendenti dalla famiglia dei Lacon storicamente accertati24 ricordiamo: • Barisone I

ante 1063 – ante 1073

Favorì l'arrivo dei monaci di Montecassino ai quali donò S. Elia di Montesanto e S. Maria di Bubalis. • Mariano I

1065 – entro 1114

Risulta nelle fonti nipote di Barisone I ma non si conosce l'identità del padre che gli studiosi rifiutano di riconoscere in Andrea

Tanca

come

riportato

dal

Libellus

Iudicum

Turritanorum. Regna da solo dal 1073. • Costantino I

1082 ca – 1127

È figlio e coregnante di Mariano I; compare nel 1082 nella 23 R. Carta Raspi, La Sardegna nell'alto medioevo, Cagliari 1935, pag. 185. 24 M. G. Sanna, La cronotassi dei giudici di Torres, in “La civiltà giudicale in Sardegna nei secoli XI-XII, Sassari, 2002, pp. 97-113.

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donazione di S. Michele di Plaiano. Regna da solo dal 1114 e muore nel 1127. • Gonnario I

1127 – 1153 ca

Non potè svolgere da subito il suo ruolo di giudice in quanto ancora minorenne alla morte del padre, soggiornò perciò a Pisa presso gli Embriaci per circa tre anni e poi rientrò in Sardegna dopo essersi sposato con Maria Embriaci. Si associò al trono il figlio Barisone II dal 1147. Dal 1154 pare si fosse ritirato nel monastero di Clairvaux. • Barisone II

1147 – entro 1191

Cominciò a regnare da solo effettivamente solo dal 1153. È l'autore del “Condaghe di San Leonardo di Bosove”. • Costantino II

1170 – 1198

Il suo regno effettivo da solo iniziò dal 1191. Morì scomunicato nel 1198 perchè si era attirato le ire dell'arcivescovo di Pisa che gli aveva imposto umilianti trattati di pace nella guerra contro Guglielmo di Massa. • Comita I

1198 - 1218

Subentrò al fratello Costantino accettando le condizioni imposte dall'arcivescovo di Pisa, ma nonostante ciò il suo governo fu caratterizzato da un periodo positivo. • Mariano II

1204 – 1232

Esercitò il suo potere da solo dal 1218 difendendo i risultati ottenuti dal padre.

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• Barisone III

1232 – 1235

Scelto dal padre esercitò il potere sotto tutela perchè minorenne, ma morì presto assassinato dai sassaresi nel 1235. • Adelasia

1235 – entro 1263

Succedette al fratello secondo le disposizioni del padre regnando con il marito Ubaldo Visconti 25 sino al 1238 alla morte del quale sposò Enzo figlio illegittimo di Federico II di Svevia intitolato Rex Sardinie. Sarà presto abbandonata dal marito imprigionato a Bologna. Morì presumibilmente nel 1257 o comunque entro il 1263.

Illustrazione 2: Riproduzione eseguita da Enrico Costa dei ritratti d'invenzione dei giudici turritani fatti eseguire dall'Arcivescovo di Sassari Royo (1660-70) tra i quali sono rappresentati anche quelli dei quali non si hanno notizie storiche certe.

25 Ubaldo Visconti era anche giudice di Gallura.

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1.2.2 Le vicende politiche del Giudicato di Torres

Come già accennato il Logudoro nell'epoca romana conobbe un grande sviluppo grazie al porto di Turris Libisonis che costituiva un importante sbocco per le merci provenienti dallo sfruttamento dell'entroterra, cioè di quella regione che prese il nome di Romania (la futura Romangia medievale). Torres fu infatti il centro più florido e dinamico sino al VI-VII secolo, periodo dopo il quale però perse il suo primato. Secondo la tradizione la causa del suo declino è da attribuire all'arrivo dei Saraceni che misero in fuga gli abitanti verso le zone più interne, ma un'analisi più attenta dimostra come in realtà non fu solo l'insicurezza a provocare il declino del centro, ma piuttosto la contrazione dei traffici a causa dell'occupazione del Mediterraneo da parte degli arabi che rendevano i mari insicuri e ostacolavano le comunicazioni riducendo le risorse economiche e le possibilità di sviluppo26. La popolazione fu costretta perciò ad arretrare progressivamente tra VIII-IX secolo verso il fertile entroterra e dedicarsi alla produzione vitivinicola, cerealicola e pastorale per superare la crisi e garantirsi una sopravvivenza. Ma le continue incursioni arabe, verso l'XI secolo si facevano ormai troppo minacciose, tanto che spinsero le forze giudicali e la Chiesa di Roma (che aveva da sempre il desiderio di ripulire la Sardegna dal rito greco) ad unire le forze militari per contrastare un eventuale appropriamento dell'isola da parte degli arabi che ne avrebbero potuto 26 A. Castellaccio, Realtà socio-economiche nel turritano nei secoli XI-XII, in “Il Regno di Torres. Atti di <<Spazio e Suono>>” a cura di G. Meloni e G. Spiga, Sassari, 1995, p. 13 e s.

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fare una base per dar vita a un progetto di conquista della penisola. Un'importante considerazione da non sottovalutare è il fatto che le forze politiche che costituivano le armate che rispondevano al richiamo papale erano le città di Pisa e Genova, due centri mercantili desiderosi di poter sfruttare i potenziali produttivi della Sardegna. Ed infatti le due città puntarono proprio sul possesso del Logudoro, una zona ricca e fertile che poteva permettergli di ampliare i loro orizzonti economici. Ecco perché almeno sino alla metà del XII secolo Pisa e Genova diventano i principali mercati per l'esportazione dei prodotti del Logudorese. Questa nuova apertura verso i mercanti portò anche un'apertura culturale con l'arrivo nell'isola degli ordini monastici, ben accetti sia per gli insegnamenti religiosi che per l'introduzione di nuove pratiche colturali e per la gestione delle acque. Nel regno di Torres fu per esempio Barisone I che tra il 1063 e il 1066 aprì il giudicato ai monaci benedettini di Montecassino e poi qualche anno dopo all'Opera di S. Maria di Pisa. È proprio grazie a questa rinascita economica e alla necessità di coltivare nuove terre che si vennero a formare nuovi insediamenti sparsi in tutto il territorio ma allo stesso tempo però la forte influenza sul piano economico spinse i pisani a voler ricoprire un ruolo più decisivo anche sul piano politico causando l'instabilità del potere giudicale e rendendo Torres (che aveva riacquistato il suo importante ruolo commerciale e politico all'interno del Giudicato tanto da costituirne la capitale) insicura e delineandone ancora una volta la via 23


verso il declino. La famiglia giudicale infatti verso la metà del XII secolo reagì alla pressante presenza straniera spostando la capitale verso l'interno, in una zona più sicura e lontana dalle forze pisane e genovesi, si insediò infatti presso Ardara. Intanto la crescita economica e demografica e quella degli insediamenti aveva già spinto anche la Chiesa a dar vita ad una riorganizzazione della diocesi, Torres infatti venne elevata al titolo di Archidiocesi27 e il suo territorio diviso in sei diocesi: Sorres, Bosa, Bisarcio, Castro, Ploaghe e Ottana28. La politica giudicale cercò dal canto suo di tenere a bada le pretese pisane e genovesi con alleanze che gli accordavano privilegi economici; ma i due Comuni cercando di prevaricare l'uno sull'altro fecero della Sardegna il teatro della loro rivalità29.Un momento particolare della storia giudicale isolana è segnata dal ruolo giocato dal Giudicato d'Arborea, quando il giudice Comita III temendo la preponderanza dei pisani nel confinante giudicato di Torres instaura un all'alleanza con Genova alla quale concede numerosi privilegi in cambio dell'aiuto militare necessario per conquistare il Logudoro, anche se le resistenze di quest'ultimo arrestarono questi progetti di espansione. Il figlio Barisone cercò a sua volta di risolvere la situazione cercando 27 È infatti nella seconda metà del XII secolo che viene eretta la basilica di San Gavino. 28 R. Carta Raspi, La Sardegna nell'alto medioevo, Cagliari 1935, pp. 298-299. A. Boscolo, La Sardegna bizantina e alto-giudicale, in “Storia della Sardegna antica e moderna”, Sassari 1982, pp. 163-164. 29 G. G. Ortu, I giudicati: storia, governo e società, in “Storia della Sardegna”, Bari, 2006, vol. II p. 38 e s.

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Illustrazione 3: Resti del castello di Ardara, sede dei giudici di Torres. Sullo sfondo a sinistra si può intravedere la Chiesa di Nostra Signora del Regno.

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un accordo con Pisa e Genova e un rapporto pacifico con gli altri giudicati, ma anche questo progetto fallì e diede avvio al tentativo di conquista e unificazione di tutta l'isola da parte di Barisone; la sua sottomissione ai genovesi per l'ottenimento della corona sul “regno sardo” porterà però solo ad un maggior radicamento del dominio genovese nell'isola. La dimostrazione di fragilità della politica giudicale, il potere economico pisano e genovese nell'isola e la politica matrimoniale portarono all'inizio del XIII secolo a delineare un nuovo quadro politico: il Giudicati di Cagliari, Arborea e Gallura erano sotto il controllo delle famiglie pisane dei Massa e dei Visconti, mentre nel giudicato di Torres si erano affermate le famiglie dei Malaspina e dei Doria30, Andrea Doria alla fine del XII secolo aveva, infatti, sposato la figlia del giudice del Logudoro Barisone. Poco più tardi però Mariano di Torres intervenuto in difesa della cognata Benedetta d'Arborea entra in contrasto con i Visconti che lo sconfiggono nel 1219. In seguito a quest'evento fu sanzionata una pace con un matrimonio politico tra Adelasia di Torres e Ubaldo Visconti che morì però nel 1238 lasciando Adelasia al centro di nuovi progetti matrimoniali strategici. Federico II scelse, su consiglio dei Doria, suo figlio illegittimo Enzo di Svevia come nuovo marito per la giudicessa, investendolo del titolo di re di Sardegna. Enzo però abbandonò presto la Sardegna per raggiungere altre aspirazioni di gloria e sarà catturato e imprigionato 30 G. G. Ortu, I giudicati: storia, governo e società, in “Storia della Sardegna”, Bari, 2006, vol. II p. 45 e s.

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cosicché Adelasia si ritrovò ancora una volta in balia dei giochi di potere dei Doria e delle altre casate genovesi che la espropriarono di ogni potere. Adelasia ultimo giudice di Torres morì intorno al 1257 nel castello del Goceano a Burgos, ma fu con la morte di Enzo in prigione nel 1272 che si può dire che il regno di Torres cessò di esistere. Intanto il villaggio di Tattari piccolo centro come tanti altri in questo lungo periodo si era affermato come un importante centro politico e commerciale rima sotto il protettorato di Pisa (1272-1288) che inviava alla città i suoi podestà e subito dopo sotto Genova. Nel 1294 la città di Sassari si eleggeva a Libero comune confederato a Genova con la quale siglò un patto e pochi anni dopo nel 1316 promulgava il suo corpo di leggi: gli “Statuti sassaresi”. Intanto con il Trattato di Anagni del 1295 Bonifacio VIII aveva già scritto le sorti dell'isola sarda promettendola insieme alla Corsica a Giacomo II d'Aragona in cambio della restituzione del Regno di Sicilia a Carlo I d'Angiò e dello scioglimento della sua scomunica. La “repubblica sassarese” che estendeva la sua giurisdizione sulle curatorie di Romangia, Flumenargia e Nurra, ebbe infatti una vita relativamente breve che va dal 1294 al 1323 anno della effettiva conquista dell'isola da parte di Alfonso, figlio di Ferdinando II d'Aragona. Il decennio successivo vide la città di Sassari impegnata in un forte tentativo di ribellione al nuovo governo aragonese già dai primi giorni dall'instaurazione, ma il governo aragonese della Sardegna sarà destinato a durare sino al 1478 anno in cui Ferdinando II d'Aragona sposato con Isabella di Castiglia salirà al trono segnando 27


così la nascita della Spagna che diede avvio alla dominazione spagnola dell'isola. 1.2.3 La Diocesi di Torres

La diocesi di Torres è attestata con certezza nelle fonti già V secolo, ma in realtà una comunità cristiana doveva già esistere almeno nel secolo precedente quando i santi Gavino, Proto e Gianuario subirono il martirio presso Turris Libisonis (inizi del IV secolo). Intorno alla loro tomba sorse infatti la diocesi e a queste prime fasi di vita della comunità

cristiana

è

certamente

riferibile

la

paleocristiana

“basilichetta Maetzke” rinvenuta nel corso di indagini archeologiche eseguite sotto la basilica di XII secolo31. La prima vera attestazione della sede vescovile sembra risalire al Concilio di Serdica del 343 dove tra i vescovi d'Occidente sono nominati gli episcopi di Cagliari e di Turris o di Sulci, o magari entrambi32. Ma una notizia sicuramente più certa della presenza della diocesi turritana proviene dall'elenco dei vescovi che nel 484 presero parte al Concilio di Cartagine indetto dal re dei Vandali Unnerico, tra i cinque vescovi sardi che vi partecipavano è infatti nominato l'episcopus Felix di Turris. Da questo momento per circa cinque secoli si hanno pochissime notizie sulla diocesi e i suoi vescovi, conosciamo infatti solo i nomi di quattro episcopi: Mariniano sotto S. Gregorio Magno, Valentino che prese parte al Concilio del Laterano nel 649, Novello nel 681 e Felice nel 727. 31 L. Pani Ermini, Turris Libisonis paleocristiana, in “Insulae Christi. Il Cristianesimo primitivo in Sardegna, Corsica e Baleari”, Oristano, 2000, pp. 61-63. 32 A. Mastino, Storia della Sardegna antica, Nuoro 2009, p.478.

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Illustrazione 4: Abside settentrionale della Basilica di San Gavino, prima sede della Diocesi

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Un elemento da non sottovalutare è però il fatto che da subito la diocesi turritana fu indipendente da quella di Cagliari, tanto che nel 603 per esempio S. Gregorio Magno impose al clero e al popolo di Torres di eleggere un vescovo e mandarlo a Roma per l'ordinazione, mentre generalmente tutti i vescovi sardi venivano consacrati dall'episcopo di Cagliari.33 Da Felice II vescovo nel 727 sino a Simone vescovo nel 1065 intercorre un arco di tempo del quale non conosciamo alcuna vicenda della diocesi turritana ma sappiamo che in questo periodo si stava formando e assestando il sistema giudicale che avrebbe dato un forte impulso alla diffusione della fede nel Logudoro favorendo l'arrivo di numerosi ordini monastici. Nel periodo di ripresa economica demografica dell'XI secolo intanto anche la Chiesa diede vita ad una riorganizzazione della diocesi che meglio rispondesse alle esigenze di un territorio sempre più vasto e popolato, Torres infatti venne elevata al titolo di Archidiocesi 34 e la sua circoscrizione divisa in sei diocesi suffraganee: Sorres, Bosa, Bisarcio, Castro, Ploaghe, Ottana35 e dal XII secolo anche Ampurias36. In realtà fu una più importante e ampia riorganizzazione che interessò la Chiesa sarda dopo l'anno mille ovvero quando abbandonò il rito 33 G. Spanedda, La diocesi di Torres nel Medioevo, in “Il Regno di Torres. Atti di <<Spazio e Suono>>” a cura di G. Meloni e G. Spiga, Sassari, 1995, p. 68 e s. 34 È infatti nella seconda metà del XII secolo che viene eretta la basilica di San Gavino. 35 R. Carta Raspi, La Sardegna nell'alto medioevo, Cagliari 1935, pp. 298-299. A. Boscolo, La Sardegna bizantina e alto-giudicale, in “Storia della Sardegna antica e moderna”, Sassari 1982, pp. 163-164. 36 G. Spanedda, La diocesi di Torres nel Medioevo, in “Il Regno di Torres. Atti di <<Spazio e Suono>>” a cura di G. Meloni e G. Spiga, Sassari, 1995, p. 68 e s.

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greco impiantato dai bizantini per ritornare alle origini con il rito romano. Questa scelta e la relativa indipendenza spinse la devozione del popolo a riavvicinarsi agli antichi martiri, fu cosĂŹ per esempio che nel XII secolo il giudice Comita di Torres fece trasportare le reliquie dei

Illustrazione 5: Duomo di San Nicola in Sassari sede della Diocesi dal 1441

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Santi Martiri dalla cripta di Balai sino al Monte Agellu dove fece costruire la Basilica in onore dei Santi Martiri Turritani. La città di Torres sarà infatti sede episcopale sino al 1442, anno nel quale la sede fu traslata dalla quasi distrutta città portuale al fiorente centro vicino di Sassari, che era divenuto polo di aggregazione per tutti quei centri abbandonati della Romangia, della Flumenargia e della Nurra. La popolazione si era infatti talmente accresciuta che nel 1278 l'arcivescovo Torgodorio aveva dovuto dividere la plebania di S. Nicola in cinque parrocchie: San Nicola, Santa Caterina, San Sisto, San Donato e Sant'Apollinare. La richiesta di trasferimento era già arrivata alla sede papale nel 1350 dall'arcivescovo turritano Bartolomeo Galmario, ma non se ne fece nulla ed infatti la proposta fu rinnovata da Pietro Spano alla quale rispose affermativamente Ugenio IV solo nel 1441. 1.2.4 L'organizzazione amministrativa del Logudoro

Come ogni giudicato sardo anche il regno di Torres o Logudoro era diviso in curatorie, cioè distretti amministrativi a capo dei quali il giudice nominava un suo funzionario che controllasse e gestisse il territorio. Il Logudoro presentava, secondo il Solmi, una divisone per distretti molto più frazionata rispetto agli altri giudicati e per questo anche meno estesi, ma questo era dovuto alla conformazione orografica del territorio.37 Le curatorie che componevano il giudicato erano Flumenargia, Romangia o Romagna, Anglona, Fiolinas, Meiulocu, Monteacuto, 37 A. Solmi, Studi storici sulle istituzioni della Sardegna nel medioevo, Cagliari 1917, p. 119 e s.

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Lerron, Gisarclu, Goceano, Sarule, Othan, Costaval, Montiverru, Planargia, Cabudabbas, Nurcar, Nulauro, Ulumetu, Coraso e Nurra.38

Illustrazione 6: Carta del Logudoro con l'indicazione delle curatorie in cui era suddiviso

Le curatorie di Romangia e Flumenargia dovevano costituire in origine un unico distretto con capoluogo Torres, ma il forte risveglio economico che nell'XI secolo investì il retroterra di Torres, portando alla nascita di numerosi nuovi villaggi e alla crescita del centro di Sassari, provocò così la separazione della Flumenargia con capoluogo Torres dalla Romangia con capoluogo Sassari. In realtà i confini di questi due distretti e quelli della Nurra non furono 38 R. Carta Raspi, La Sardegna nell'alto medioevo, Cagliari 1935, pp. 292-294.

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sempre ben definiti tanto che le numerose ville che si trovano in queste zone appaiono spesso prima in una e poi nell'altra curatoria. Della Romangia sappiamo che deriva dall'antica Romania, cioè quell'area retrostante alla città di Turris Libisonis che da queste terre aveva tratto per lunghissimo tempo le sue risorse. La Flumenargia prese invece questo nome certamente per la sua caratteristica abbondanza di corsi d'acqua che la rendevano fertile e ideale per la produzione agraria. Questi due distretti e anche quello della Nurra erano composti da numerosissimi villaggi che con la loro attività agricola e pastorale fecero del giudicato di Torres un luogo ricco e prospero da cui il nome di “Logudoro”.

Illustrazione 7: Le curatorie di Romangia, Fluminaria e Nurra

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2. Il villaggio medievale di CANAKE Il villaggio medievale di Canake viene localizzato dagli studiosi nei pressi della frazione di Caniga39, a soli quattro chilometri di distanza dalla città di Sassari40, più precisamente nei pressi della chiesa di Sant'Anatolia. Tale zona situata nell'immediata periferia di Sassari è inserita all'interno della Tavoletta 180-III-SO della Cartografia IGM (scala 1:25000) ed è caratterizzata dalla presenza di una zona collinare con affioramenti di rocce laviche nel settore nord-occidentale che va poi ad ammorbidirsi verso il tavolato calcareo del settore orientale. Dalla lettura della carta IGM la fetta di territorio trattata risulta ben servita da un considerevole numero di sorgenti e pozzi e risulta attraversata da un ruscello che ha origine presso la frazione di Caniga e va a confluire con il “Rio Mascari”. La regione di riferimento è interessata da numerose testimonianze archeologiche che provengono dall'età prenuragica41 e sopratutto dall'età nuragica: numerosi sono infatti i nuraghi che costellano l'area in esame, tra i quali ricordiamo i nuraghi complessi “Li Luzzani” e “Casteddu di Sant'Anatolia” 42. Occorre 39 G. Canu e altri, Insediamenti e viabilità di epoca medievale, in “La civiltà giudicale in Sardegna nei secoli XI-XII”, Sassari 2002, p. 399. 40 Centro sorto in epoca medievale ed eretto nel 1294 a Libero Comune confederato a Genova, e dotatosi di un proprio corpo di leggi con la promulgazione degli “Statuti Sassaresi” nel 1316 sotto la Podesteria di Cavallino De Honestis. E. Costa, Sassari, Sassari 1992, vol. I. 41 Sono stati individuati: una muraglia megalitica con relativo abitato in località “Li Luzzani”, un circolo litico presso il nuraghe di Sant'Anatolia al quale è stata attribuita funzione sacrale e diverse “Domus de Janas” di cui costituisce un importante esempio quella di “Monte Oro”. M. Seddaiu, Aspetti pre-protostorici del territorio ad ovest di Sassari, tesi di laurea – relatore prof. A. Moravetti, Università degli Studi di Sassari, A.A. 2007-2008. M. Masia, a cura di, Sassari nella preistoria, Sassari 2011. 42 Oltre questi citati sono noti anche i nuraghi: “Monte Oro”, “Giagamanna”, “Li Bombi”,

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soffermarsi nell'analisi in particolar modo di quest'ultimo monumento sopratutto per quanto riguarda la sua denominazione che permette di raccogliere preziose informazioni. Il nuraghe è situato in cima ad un piccolo rilievo trachitico a circa cinquecento metri dalla chiesa di Sant'Anatolia nella zona omonima43. Della struttura è possibile osservare la torre principale per un massimo di nove filari costituiti da blocchi poligonali in trachite e a pochissima distanza una seconda torre del quale è visibile solo un filare, che sembrerebbe unita alla prima da un corpo murario di raccordo. Per le caratteristiche appena descritte è considerato un nuraghe di tipo complesso 44. Come detto sopra è importante l'analisi del nome che sembrerebbe, infatti, derivare dalla credenza di epoca medievale della presenza di un castru (dal latino castrum = fortificazione, altro nome utilizzato per indicare i nuraghi nel medioevo) dal quale deriverebbe il termine sardo “casteddu” e dall'intitolazione a Sant'Anatolia, in onore della quale si erge la chiesa poco distante dal nuraghe. Tali dati permettono di sostenere sia che il nuraghe era già conosciuto in epoca medievale sia che già da quell'epoca esisteva già un luogo di culto cristiano intitolato alla Santa Martire.

“Funtana di La Figga”, “Monte Boncosso” e “Baaone”; e ricordiamo inoltre la presenza dell'importante Domus a prospetto architettonico di Molafà. M. Seddaiu, Aspetti pre-protostorici del territorio ad ovest di Sassari, tesi di laurea – relatore prof. A. Moravetti, Università degli Studi di Sassari, A.A. 2007-2008. M. Masia, a cura di, Sassari nella preistoria, Sassari 2011. 43 Il monumento venne catalogato dall'Ispettore della Soprintendenza Archeologica dott. F. Guido nel 1986 (ASBASSNU Prot. n° 2748 del 24 APR. 1986) in seguito ad una segnalazione del sig, Graziano Caputa (ASBASSNU Prot. n° 2051 del 2 APR. 1986); mentre nel 1987 era in corso di istruzione la pratica di vincolo archeologico (ASBASSNU Prot. n° 5495 del 15 SET. 1987). 44 M. Seddaiu, Aspetti pre-protostorici del territorio ad ovest di Sassari, tesi di laurea – relatore prof. A. Moravetti, Università degli Studi di Sassari, A.A. 2007-2008, p. 37.

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Illustrazione 8: Nuraghe "Casteddu di Sant'Anatolia"

Più in generale dall'analisi di questi monumenti è possibile osservare come essi siano situati ciascuno sulla sommità di un rilievo collinare e circoscrivano così la vallata, che presenta i requisiti ideali per la formazione di un insediamento in qualsiasi epoca. La forte concentrazione di materiale ceramico che è stato possibile rilevare ai piedi del costone roccioso sul quale si erge il cosiddetto “Casteddu di Sant'Anatolia” farebbe, infatti, ipotizzare la presenza di un insediamento di età nuragica. Le torri nuragiche appaiono disposte a breve distanza tra loro e secondo uno schema particolare che sembra differire, per esempio, da quello utilizzato per la vicina zona della Nurra, dove l'impianto delle torri pare segua il corso dei fiumi e quindi a quote meno elevate 37


rispetto all'area in esame. Qui, sembrerebbe, invece, che sia stato adoperato un altro criterio: cioè quello della necessità di assicurarsi una posizione sicura e privilegiata che permettesse il controllo del territorio e delle sue risorse, e quindi delle vie d'accesso a questo. L'aspetto della viabilità pare essere per quest'area un elemento di primaria importanza, tanto da riproposi anche in epoca romana; difatti questa zona doveva essere attraversata dal tracciato della strada romana “Turris-Karales”45, l'arteria longitudinale che da Turris Libisonis

(Porto

Torres)

conduceva

a

Karales

(Cagliari),

corrispondente secondo gli studiosi al tracciato della medievale “via Turresa”46. Secondo la ricostruzione del tracciato, la strada partendo da Turris Libisonis avrebbe avuto un andamento simile alla moderna “Carlo Felice” (S.S. 131) almeno fino alla zona di Pischina, per poi deviare verso ovest e attraversare le regioni di “Sa Mandra”, “Pala de Carru” e “Predda Niedda” e raggiungere la frazione di “Caniga”, da qui sfiorare il “Monte di Gesgia” e passando per la regione di “Padru” scendere sino al “Rio Mascari” per poi risalire verso “Scala di Giocca”,

“Campo

Mela”

e

procedere

per

le

colline

di

“Codrongianos”47. Prove di questo tracciato sono rilevabili proprio 45 Conosciuta dai miliari attraverso tre denominazioni assunte in varie fasi della sua vita: “a turre”, “a Turre Karalis” e “a Karalibus Turrem”. E. Belli, La viabilità romana nel Logudoro-Meilogu, in “Il Nuraghe di S. Antine”, Sassari 1988, p. 332. A. Mastino, Le strade romane in Sardegna, in “Storia della Sardegna Antica”, a cura di A. Mastino, Nuoro, Il Maestrale, 2009, p. 333 e s. 46 M. C. Satta Ginesu, L'età romana, in “Sassari le origini”, Sassari 1989, p. 91. 47 Diverse sono le ipotesi circa l'andamento della viabilità medievale, secondo alcuni studiosi non è scontata la corrispondenza del tracciato romano con quello medievale o moderno. G. Azzena, A. Soddu, Il monastero di San Pietro di Nurki. Scelte insediative e preesistenze, in “Commitenza, scelte insediative e organizzazione patrimoniale nel medioevo. Atti del Convegno di studio. Tergu, 15-17 settembre 2006”, fa parte di “DE RE MONASTICA - I” a cura di L. Ermini Pani, Spoleto 2007, pp. 99-137.

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nella zona di Caniga dove sono attestati resti di strada con tracce delle carraie presso “Fontana di Colbu” (ancora oggi visibili) e presso “S. Anatolia48. Nel primo sito è stato documentato un tratto di oltre 60m profondamente scavato nella bancata rocciosa affiorante con piano di carreggio curvo per permettere lo scorrimento delle acque piovane e due file di solchi per i carri; la carreggiata ad un certo punto si dirama piegando verso i rilievi rocciosi dove sono ubicate cave di pietra sfruttate sicuramente in epoca antica49. A questa prima sezione scavata nella roccia seguirebbe poi un tratto di strada lastricato, ora però obliterato dalla strada moderna. La ridotta larghezza della carreggiata in alcuni punti ha portato a credere che si tratti in realtà di un diverticulum, in quanto si è pensato non fosse possibile che transitassero contemporaneamente due carri affiancati, ma la presenza di una incavatura quadrangolare sul fianco della carraia permette di ipotizzare che questa servisse ad ospitare un carro nel caso in cui due mezzi si incrociavano50. La strada doveva poi dirigersi verso Sant'Anatolia dove il Fois registra tracce di carreggiata antica distese su un bastione trachitico per poi dirigersi verso la regione il Prato e superare il Rio Mascari con un ponte di cui rimangono i ruderi51.

48 Robert J. Rowland, I ritrovamenti romani in Sardegna, Roma 1981, p. 119. 49 Da queste cave proviene la materia prima utilizzata per la realizzazione di diversi monumenti cittadini, in trachite di Sant'Anatolia è il monumento ai caduti di Dògali per il quale l'architetto Salvatore Calvia ideò il collocamento di un grezzo e colossale masso di pietra che doveva essere lavorato e sormontato da un obelisco con in cima una stella. Ma l'idea non ebbe il plauso della cittadinanza e così il municipio ordinò di scavare un profondo fosso nella piazza Cavallino e nel 1890 il grande masso venne sotterrato. In pietra di Sant'Anatolia sono anche i quattro cavalli e la conca della fonte di S. Maria, realizzata da Antonio Zichina nel 1897 su disegno del sindaco Mariotti, modificato dal geometra Bettinali che ne diresse i lavori. 50 M. C. Satta Ginesu, L'età romana in “Sassari le origini”, Sassari 1989, p. 116 e seg. 51 F. Fois, I ponti romani in Sardegna, Sassari 1964, p. 16.

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Illustrazione 9: Tratto di strada romana presso Fontana di Colbu 40


Il Belli nel suo lavoro52 affronta inoltre la questione delle mansiones cioè le stazioni di tappa utili a percorrere il lungo tragitto della “Turris-Karales”. Egli da per certo la presenza della mutatio di “Ad Octavum”, situata presso la frazione di S. Giovanni (Sassari) dove sorgeva la “villa Octavo” e che si trovava per l'appunto ad otto miglia dal capo via; sostiene inoltre che il successivo sito di sosta possa identificarsi con una mansio presso Codrongianos, ma non esclude la possibilità della presenza di un sito di sosta intermedia proprio presso la frazione di Caniga. Tale ipotesi, che potrebbe effettivamente spiegare la formazione del villaggio di epoca medievale, fu già proposta da G. F. Orlandi53 secondo il quale il villaggio di Canake possa derivare da un centro abitato in epoca romana; o meglio che in tale epoca esistesse presso questa zona una Canabæ (interpretata dall'autore

come

osteria

romana54)

che

avrebbe

dato

vita

all'insediamento e dal quale deriverebbe il nome di “Canake”. Ad avvalorare la tesi della presenza romana nell'area sono gli sporadici ma consistenti rinvenimenti di reperti di quell'epoca. È innanzitutto attestata la presenza di un villaggio di epoca romana presso “Li Luzzani” dove sono state rinvenute due vaschette rettangolari55 poste all'interno di un ambiente e alcune fossette rettangolari scavate nella roccia legate alla coltivazione della vite e alla produzione del vino ed ancora

tra i materiali rinvenuti si

52 E. Belli, La viabilità romana nel Logudoro-Meilogu, in “Il Nuraghe di S. Antine”, Sassari 1988. 53 G. F. Orlandi, Thathari pietra su pietra, Sassari 1985 p. 21. 54 Si tratta per l'esattezza di agglomerati civili che sorgevano in prossimità dei campi romani e che erano abitati da vivandieri, mercanti e donne. 55 Sul fondo delle vaschette sono presenti le parti inferiori di due anfore utilizzate per la decantazione a seguito della spremitura dell'uva o dell'olio.

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Illustrazione 10: Carta della Sardegna nord occidentale con l'indicazione degli insediamenti romani tra cui anche Canabae - Canake

ricordano frammenti di statuette fittili di Cerere56. Ma i dati che forse più interessano sono: i già citati resti della strada romana con carraie in prossimità dei quali si rilevarono

mucchi di pietra, embrici e

cocci57, le diverse lucerne e statuette fittili nella vicina regione il 56 Nella religione romana Cerere (dal latino Ceres) è considerata la divinità materna della terra e della fertilità; corrisponde alla divinità greca Demetra (dea delle messi). S. Baussier, Mitologia, Bergamo 2000. 57 Robert J. Rowland, I ritrovamenti romani in Sardegna, Roma 1981, p. 119.

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Prato58 e altri reperti sporadici presso Monte Oro, una moneta in oro di Antemio59 rinvenuta nel 1861 presso Sant'Anatolia e descritta dallo Spano: “Nel diritto D. N ANTHEMIVS. PF AVG. Protome diademata. Nel rovescio croce greca dentro una ghirlanda, e sotto, come in esergo CONOB.”60 ed ancora nelle terre di Caniga numerose monete di Volusiano, Commodo, Costantino Magno, Costanzo III, Adriano, Maxentius ed anche una di epoca cartaginese con la testa di Cerere coronata di spighe delle quali ci parla il Costa61. Sempre presso Sant'Anatolia fu rinvenuta una lastra di sarcofago marmoreo clipeato costituito dalla parte centrale e da quella sinistra ma mancante di quella destra. L'altorilievo rappresenta un clipeo centrale con cornice costituita da una fascia zodiacale, all'interno del quale è rappresentato il busto della defunta di fronte e la testa di scorcio a destra. La donna è vestita con tunica e manto e porta un'acconciatura costituita da due bande, che dal centro della fronte passano sulla tempia e dietro le orecchie per costituire un gran rotolo dal quale parte una lunga treccia raccolta a turbante sulla sommità del capo. Il tondo è sorretto da due Vittorie che appaiono affaticate dal peso esprimendo l'idea della vita concepita come una lotta, dalla quale soltanto i giusti escono vincitori. Il sarcofago fu realizzato probabilmente da un uomo per la sua moglie defunta, come lascerebbe ipotizzare il il mito di Endimione e Selene 58 Fiorelli, Sardinia. Notizie degli Scavi 1876-1902, Sassari 1988, p.122. 59 Antemio Procopio (Costantinopoli, 420 circa – Roma, 11 luglio 472) fu l'imperatore romano d'Occidente dal 467 al 472. G. Clemente, Guida alla storia romana, Milano 2008. 60 G. Spano, Bullettino Archeologico Sardo ossia Raccolta dei monumenti antichi, vol. IV 18601861, a cura di Attilio Mastino, Sassari, Editrice Archivio Fotografico Sardo, 2000, p. 61. Robert J. Rowland, I ritrovamenti romani in Sardegna, Roma 1981, p. 119. 61 Rinvenute nel terreno di proprietà del cav. Efisio Valle. E. Costa, Sassari, Sassari 1992, vol. II p. 666, vol. III p.1898.

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rappresentato sotto il medaglione. Secondo la tradizione Endimione era il bellissimo figlio di Zeus e della ninfa Calica che caduto in un sonno perenne, giaceva in una grotta. Un giorno la dea della luna Selene lo vide così bello e se ne innamorò, e così ogni notte tornava da lui per baciarlo nel suo sonno, ma il suo amore era destinato a non essere corrisposto in quanto il suo amato era destinato ad un sonno perenne. Il mio rappresenta metaforicamente la storia della defunta e di suo marito: la donna appare circondata dallo zodiaco che allude al fatto che ella si trovi nella sfera delle stelle ed è, infatti, rappresentata sotto il segno del Cancro che secondo la dottrina astrologica era una delle porte del cielo e per tale motivo non può corrispondere l'amore del marito che invece è ancora sulla terra. Il resto della lastra è occupato da due Geni delle Stagioni: uno regge un cesto colmo di fiori che probabilmente rappresenta la Primavera mentre l'altro non è identificabile in quanto mancante dell'attributo; tra

Illustrazione 11: Sarcofago romano rinvenuto presso S. Anatolia oggi conservato al Museo Sanna di Sassari

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i due Geni sono accosciati un ariete e un felino classici animali dionisiaci. Attraverso l'analisi del manufatto, ed in particolare dell'acconciatura della donna che è somigliante a quella di Gaia Valeria 62 ed alcune tecniche stilistiche il sarcofago è databile al IV all'incirca al 315 d.C. 63 Il rinvenimento del sarcofago marmoreo e la sua l'interpretazione del suo altorilievo farebbe pensare che presso quest'area esistesse un terreno di un proprietario romano, magari cittadino della vicina colonia di Turris Libisonis, e che presso la sua proprietà avesse procurato di inumare la moglie defunta; è infatti poco probabile che materiali così pesanti venissero trasportati dalla città di Turris Libisonis sin qui. Questa interpretazione troverebbe riscontro con l'ipotesi proposta dal Pittau64 circa la provenienza del nome “Caniga”; per il quale egli propone tre diverse spiegazioni: secondo la prima ipotesi il toponimo deriverebbe dal cognomen latino Canax, -acis, e quindi attribuibile ad un proprietario terriero romano mentre le altre due ipotesi sarebbero la provenienza dal latino canicae, -arum <<crusca di grano>> o dal latino canicum <<ortica>>. Se Pittau esclude la possibilità che si possa trattare di un proprietario bizantino, al contrario G. Paulis,65 analizzando il nome medievale “Canake”, sostiene si tratti di un nome di derivazione bizantina alla luce della considerazione del Wagner circa l'uscita in -ake; ed è della stessa idea 62 Defunta nel 315 d.C. 63 M. C. Satta Ginesu, L'età romana, in “Sassari le origini”, Sassari 1989, pp. 67-68. G. Pesce , Sarcofagi romani di Sardegna, Roma 1953, pp. 93-94. 64 M. Pittau, I nomi di paesi città regioni monti fiumi della Sardegna, Cagliari 1997, p. 55. 65 G. Paulis, Lingua e cultura nella Sardegna bizantina, Sassari 1983.

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anche il Tetti66 che inserisce l'esempio del toponimo Canache tra i nomi con influenza greco-bizantina. L'ipotesi della presenza bizantina nella zona sembrerebbe essere avvalorata, invece, dalla presenza della chiesa di Sant'Anatolia, o meglio il suo culto farebbe ipotizzare che la posizione dell'attuale struttura cinquecentesca segni il sito di un antico sacello bizantino 67; questo perché nonostante si tratti di una santa di origine italica il suo nome significa “proveniente dall'Anatolia” per cui proveniente dall'Oriente, attributo adatto a descrivere i bizantini stessi, e per tale motivo essi dovevano essere particolarmente fedeli a questa martire tanto da impiantarne il suo culto nelle terre che si trovavano sotto il loro dominio. Non dimentichiamo poi che compagna di martirio di Anatolia era Vittoria, il cui nome ancora una volta si prefigura come un motto di fondamentale importanza per un popolo che aveva come obbiettivo la riconquista di tutti i territori appartenuti all'Impero Romano. Infatti ritroviamo in Sardegna, ancor di più che per la sua compagna, numerosi luoghi di culto a lei intitolati; vedi per esempio S. Vittoria di Serri dove P. G. Spanu, in seguito al riesame dei dati relativi agli scavi eseguiti nel sito, propone il riutilizzo del santuario nuragico come avamposto delle truppe bizantine per il controllo delle pianure circostanti68. Probabilmente il culto di Sant'Anatolia, sorto durante il periodo di controllo bizantino, non scomparve ma anzi rimase vivo nei secoli successivi come testimonierebbero le chiese rupestri di “Scala di 66 V. Tetti, I nomi di luogo. Sassari 1994 p. 33. 67 V. Mossa, Architetture sassaresi, Sassari 1965, pp. 108-109. 68 P.G. Spanu, La Sardegna bizantina tra VI e VII secolo, Oristano, 1998, pp. 181-182.

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Caniga” e di “Sant'Anatolia”. La prima viene citata dal Caprara e sembrerebbe essere simile a quella di San Giovanni (presso la località omonima), quella anonima di Filigheddu, alla “Chiesa del Cristo a Serra di Lioni” a quelle anonime di “Li Curineddi” e “Le Querce” 69 tutte situate nel circondario di Sassari. È inoltre ormai certa secondo gli studiosi la presenza di una chiesa rupestre interrata70 nei pressi della chiesa di Sant'Anatolia, probabilmente il luogo che ha dato origine al culto bizantino. Tale supposizione trova conferma, secondo Caprara, in un carteggio intercorso nel 1947 fra il Museo Sanna e la Soprintendenza alle Antichità di Cagliari circa due pietre con iscrizione vendute alla Signora Enrichetta Clemente provenienti da una grotta esistente in un predio situato nei pressi della chiesa (più tardi si è appurato che in realtà si trattava di due forme da fondere). Questa cavità, oggi non rintracciabile, sarebbe localizzabile secondo le indicazioni della corrispondenza esaminata dal Caprara seguendo la descrizione che riporta nel suo articolo71: “a poche centinaia di metri a destra di chi guarda la chiesetta di Sant'Anatolia, nel predio dei coniugi TurrizianiArdisson, si erge una imponente massa rocciosa che in certi punti dimostra una altezza di una settantina di metri dal piano terra. 69 R. Caprara, Le chiese rupestri medievali della Sardegna, in “Nuovo bullettino archeologico sardo”, Sassari 1986, p. 251 e s. P.G. Spanu, La Sardegna bizantina tra VI e VII secolo, Oristano, 1998, p. 205. F.G.R. Campus, Le chiese rupestri della Sardegna: la ripresa di una ricerca attraverso l'esempio di un monumento dell'area nord occidentale, in “La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno. Atti del Convegno Nazionale di studi Cagliari 10-12 ottobre 1996”, a cura di Mastino-Sotgiu-Spaccapelo, Cagliari, Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, 1999, p. 15 e s. 70 R. Caprara, L'età altomedievale in “Sassari le origini”, Sassari 1989, pp. 85-86. 71 R. Caprara, L'età altomedievale in “Sassari le origini”, Sassari 1989, pp. 85-86.

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Salendo sopra questa roccia si presenta uno spiazzo con qualche pianta. Al lato nord di questo spiazzo si osserva una costruzione non bella di tipo nuragico […]. A sud di questa torre, in basso, ad appena un metro scarso di altezza da quel piano terra, si osservano delle pietre che sembrano coprire un ingresso.” Il prof. Piga autore di questa ricognizione e descrizione non riuscì a smuovere le pietre; ritenne però che potesse essere proprio quello il passaggio per entrare nella cavità, ipotesi avvalorata da un antico proprietario del terreno che asserì che fu il nonno a colmare quel vano di grossi massi. Il testimone del professore riferì anche che il suo avo narrava che ai suoi tempi fu ritrovata in quella grotta “una bara di pietra che scoperchiata presentò un cadavere che al contatto con l'aria svanì”. Effettivamente più volte questa grotta è stata oggetto di visite di vari personaggi; Caprara parla di un primo visitatore che pare abbia trovato numerose monete dalla vendite delle quali abbia potuto acquistare il terreno e di un certo ingegner Marini che nel 1916 sollevando la bara rinvenne una pergamena che indicava l'esistenza di un cancello esposto a mezzogiorno dietro al quale si sarebbe trovato un tesoro appartenente al noto personaggio Michele Zanche72; la pergamena pare sia stata inviata a Cagliari e di seguito andata perduta. Le varie notizie e testimonianze porterebbero quindi a ritenere valida la notizia circa la presenza in questa zona di tale ipogeo colmato in 72 Famoso barattiere del XIII secolo e secondo alcuni ultimo regolo di Torres sposando Adelasia moglie di Enzo re di Sardegna. Doveva trattarsi in realtà di un funzionario del re del quale acquistò la fiducia e ne abusò con gli imbrogli rimasti nella memoria dei versi di Dante che lo posiziona nella quinta bolgia dell'inferno.

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passato di pietre da un vecchio proprietario all'interno del quale fu rinvenuto un sarcofago sotto il quale fu ritrovata una pergamena. Secondo il Caprara sembrano esserci gli elementi necessari per sostenere che si trattasse di una chiesa rupestre di epoca altomedievale, nella quale un sarcofago riadoperato come mensa d'altare nascondesse al di sotto delle reliquie (secondo l'uso paleocristiano e poi bizantino), accompagnate da una charta che le elencava o che indicava la memoria della fondazione. Probabilmente sia la continuità nella frequentazione dell'area, e di conseguenza gli ipotetici insediamenti di epoche precedenti, sia la presenza di un importante via di comunicazione coma la “Via Turresa”, sia la presenza di un culto così forte che perdura ancora oggi, sia la forte vocazione agricola della zona hanno portato alla concentrazione in questa località di una comunità che ha dato origine al villaggio medievale di Canake. La “villa di Canake” viene localizzata dal Costa 73 e in “Insediamenti e viabilità di epoca medievale”74 nella curatoria di Flumenargia mentre Besta75, Carta Raspi76, Caratelli77 e Orlandi78 la indicano appartenente alla curatoria di Romangia. Gli studiosi hanno cercato di localizzare il sito del villaggio, ma data la mancanza di indagini archeologiche o comunque di resti affioranti l'esatta collocazione non è stata rintracciata; ma sulla base dell'indagine storica di cui sopra abbiamo 73 E. Costa, Sassari, Sassari 1992 , vol. III p. 1897 e s. 74 G. Canu e altri, Insediamenti e viabilità di epoca medievale, in “La civiltà giudicale in Sardegna nei secoli XI-XII”, Sassari 2002, p. 399. 75 E. Besta, La Sardegna medievale, Bologna 1966, p. 78. 76 R. Carta Raspi, La sardegna nell'altomedioevo, Cagliari 1935, p. 293. 77 F. Caratelli, Rosello, Sassari 1977, p. 69. 78 G. F. Orlandi, Thathari pietra su pietra, Sassari 1985, p. 56.

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parlato è localizzabile presso la frazione di Caniga, nome che deriverebbe appunto da Canabae-Canake-Canache e più precisamente nella regione di Sant'Anatolia dove doveva esistere la chiesa rupestre che costituiva probabilmente il luogo di culto del villaggio.

Illustrazione 12: Carta del Logudoro con la localizzazione del villaggio di Canake

Il toponimo “Canake” compare in dodici registrazioni 79 del Condaghe di San Pietro in Silki80, dove viene utilizzato per indicare: • centro di provenienza o luogo dove prestano il loro servizio servi ed ancelle; • luogo di origine o di stanza dei funzionari giudicali; • luogo di origine di proprietari terrieri.

79 I. Delogu (a cura di), Il condaghe di S. Pietro in Silki, Sassari 1997, p 53 e s. 80 Con condaghe (dal greco Kontakion) si indica il libro nel quale si registravano le operazioni che riguardavano il patrimonio delle chiese e dei monasteri. In realtà G. Meloni sostiene che esistano tre tipi di condaghe: quelli monastici per l'appunto, quelli laici e quelli di fondazione. Il “Condaghe di San Pietro in Silki” appartiene alla prima tipologia, e quindi si tratta di un registro amministrativo redatto in logudorese dalle monache benedettine del monastero di S. Pietro tra XI e XII secolo. Esso contiene oltre la copia del vecchio Condaghe del monastero di S. Pietro di Silki, quelle dei Condaghes di S. Imbiricu di Sauren, di S. Maria di Codrongianus e del nuovo Condaghe di san Pietro in Silki.

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Al primo caso sono riferibili le registrazioni: 43

Kertu

De seruis.

Ego piscopu Jorgi ki ponio in ecustu condake de scu. Petru pro càndonke fugiuit Maria de Canake ki fuit ankilla integra de scu. Petru de Silki, e ffurarantinkela Migali Aketu,[…]. (Io vescovo Jorgi registro in questo condaghe di S. Pietro quando era fuggita Maria de Canake che era serva intera di S. Pietro in Silki e a rubarla era stato Migali aketu, […].)

57

Pro fetu de Justa de Canake.

Ego piscopu Jorgi ki ponio in ecustu condake de scu. Petru, prossu fetu de Justa de Canake, ki mi leuauan a ckerbiclia Niscoli d'Erthas, et issos frates […]. (Io vescovo Jorgi registro in questo condaghe di S. Pietro il figlio di Justa de Canake che mi portarono via con la violenza Niscoli d'Ehrtas e i suoi fratelli […].)

75

Kertu.

De ancilla.

Ego Petru Muthuru ki tenni corona de donnikellu Comita, prossu fetu de Justa de Canake, ki mi leuarat Niscoli d'Erthas, e binkiluin corona de iudike Gosantine de Laccon, e iurainde a gruke, e derun issara tottu su fetu a scu. Petru. […]. (Io Petru Muthuru ricorsi al tribunale di donnikellu Comita per la prole di Justa de Canake, che Niscoli d'Hertas mi aveva portato via e lo sconfissi in corona del giudice Gosantine de Laccon, giurando sulla croce, per cui diedero tutta la prole a S. Pietro […])

179

Postura.

In eodem loco.

Positinke donna Justa Mannata sa lintha de Nurailo ki est tenende essa de Dorgotori Farrikellu. Testes ante ken mi lu narait su fiiu ca la posit sa mama a ecclesia, Gosantine de Gerule, e Gosantine d'Olibas, serbu depus Canake. (Donna Justa Mannata donò la striscia di terra di Nurailo che confina con quella di Dorgotori Farrikellu. Testi di fronte ai quali il figlio mi disse che la madre l'aveva donata alla chiesa: Gosantine de Gerule e Gosantine d'Olibas, dervo dipendente da Canake).

51


205

Kertu.

De seruos et de ankillas.

Kertai pro seruos de scu. Petru de Silki ki mi furun andatos pro liuertatos, e non bolean faker seruithu ki fakean parentes issoro, in famiia, et ego nonde pottî faker keruiclia, tenninde corona dessu donnu meu judike Gunnari de Laccon, […] Numen dessos homines ki se mi leuauan pro liuertatos: […], Jorgi de Canake, e Derricor su frate, e Gosantine su frate, et Anna sa sorre, e Maria sa sorre, cum fiios issoro; […]. (Feci causa per i servi di S. Pietro di Silki che se n'erano andati dichiarandosi liberati e non volevano servire nel monastero come facevano i loro parenti e io non potevo costringerli con la forza; li citai in corona del mio signore il giudice Gunnari de Laccon, […] Ecco i nomi di quelli che mi si erano ribellati come liberati: […]; Jorgi de Canake, i suoi fratelli Derricor e Gosantine, le sorelle Anna e Maria coi loro figli; […]).

245

De seruos.

[E]go Istephane Unkinu. Kertai mecu Petru de Kerki, nepote de Mariane de Castauar, pro fiios de Migali Aketu, e de Maria de Canake, […]. (Io Istefane Unkinu. Mi fece causa Petru de Kerki, nipote di Mariane de Castavar, per i figli di Migali Aketu e di Maria de Canake; […]).

Alla serie delle registrazioni in cui viene citato il toponimo di Canache relativamente a funzionari giudicali sono, invece, riferibili: 15

De seruis.

Ego Susanna Pinna prioressa de scu. Petru de Silchi et Ogulino dessa Rocha priore de Silchi, parthiuimus cun Juuanne de Balausi […]. Testes uue parthiuimus, Mariane Solina, armentariu de Canache, et Furatu Nurresu, et Mariane de Rosa, et Gantine de Nurechi, et Gantine de Uarru. Testes. (Io Susanna Pinna prioressa di S. Pietro di Silki e Ogulino della Rocca priore di Silchi, ci spartimmo con donnu Juvanne de Balvasi […]. Testi della spartizione: Mariane Solina amministratore di Canache e Furatu Nurresu, e Mariane de Rosa e Gantine de Nurechi e Gantine Varru. Testi).

52


17

De seruis.

Ego Susanna Pinna prioressa de scu. Petru de Silchi et Ogulino dessa Rocha priore de Silchi, parthiuimus cun Juuanne de Balausi apate de Padule, sende armentariu Dorgotori Pinna in Canache. […]. (Io Susanna Pinna prioressa di S. Pietro di Silki e Ogulino della Rocca priore di Silchi, spartimmo con donnu Juvanne de Belvasi abate di Padule, quando Dorgotori Pinna era amministratore in Canache. […].

Abbiamo infine le restanti registrazioni in cui il toponimo di Canake viene citato in quanto luogo di origine di alcuni proprietari terrieri protagonisti di permute e donazioni: 161

Tramutu

In sa pala de Nurailo, apus Junketu.

Tramutai cun donnu Bosouekesu de Gitil, su de Canake; deitimi isse sa terra dessa pala de Nurailo, tenende assu capitellu de Uallinas, et ego deili su cuniatu de Guriola, tenende assa sua. Testes, Gosantine de Martis, e cComita d'Iscanu, e sSimione Muthuru, seruu d'incumone. (Permutai con donno Bosovekesu de Gitil, quello di Canake. Lui mi diede la proprietà del costone di Nurailo, che confina coll'estremità superiore di Vallinas e io gli diedi il chiuso di Guriola, che confina con la sua proprietà. Testi Gosantine de Martis, e

Comita d'Iscanu, e Simione Muthuru, servo che avevano in comune.) 164

Postura.

Terra in Brunkiles.

Positinke Bulsu, generu de Comita Canmbella, sa parthone de Brunkile ki conporait a sSusanna de Canake; positila a sscu. Petru pro anima sua. Testes, Mariane Mankio, e cComita de Monte. (Bulsu, genero di Comita Canbella, donò la porzione di Brunkile, che aveva comprato da Susanna de Canake. La donò a S. Pietro per l'anima sua. Testi: Mariane Mankio e Comita de Monte.)

53


170

Postura.

In eodem loco.

Posit Dericcor de Canake a sscu. Petru pro anima sua sa terra sua de Neruosa, tenende assa d'Ithoccor de Uarda, cum boluntate dessos fiios. Testes, su preuiteru donnu Petru Contena ki li deit penethentia. (Dericcor de Canake dono a S. Pietro per l'anima sua la sua proprietà di Nervosa, confinante con quella d'Ithoccor de Varda, col consenso dei figli. Testi: il prete donnu Petru Contena che lo aveva confessato.)

171

Postura.

In eodem loco.

Positinke Ithoccor de Uarda pro anima dessa muiere sa terra sua Nerbosa, ki est tenende assa de Dericcor de Canake, cum boluntate dessos fiios. (Ithoccor de Varda donò per l'anima della moglie la terra che aveva in Nerbosa, confinante con quella di Dericcor de Canake, col consenso dei figli. )

Da questi documenti possiamo desumere quindi che il toponimo del villaggio appare nelle due forme di Canake e Canache, ma si tratta dello stesso nome, negli scritti medievali infatti la “ch” veniva spesso sostituita dalla “k”. I dati però più importanti che risultano dall'analisi sono quelli legati alla demografia e alla cronologia. Per quanto riguarda quest'ultima occorre innanzitutto riordinare le registrazioni in base alla data di redazione, o meglio all'arco di tempo in cui la registrazione è stata compilata; infatti all'atto della stesura non viene indicata la data precisa ma gli studiosi grazie ad alcune informazioni contenute in esse come l'indicazione del giudice regnante per esempio, sono riusciti a ricostruirne la cronologia81. Presentiamo perciò un prospetto riassuntivo delle datazioni delle schede oggetto del nostro interesse. 81 E. Besta, Appunti cronologici sul condaghe di San Pietro in Silchis, in “Archivio Storico Sardo”, Cagliari 1905, p. 53 e s.

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n° registr.

Datazione

secolo

Governo di

15

1200 - 1218

XIII

Comita II

17

1200 - 1218

XIII

Comita II

43

1073 - 1112

XI - XII

Mariano I

57

1073 - 1112

XI - XII

Mariano I

75

1112 - 1127

XII

Costantino I

161

1127 - 1191

XII

Gonnario I e Barisone II

164

1127 - 1191

XII

Gonnario I e Barisone II

170

1127 - 1191

XII

Gonnario I e Barisone II

171

1127 - 1191

XII

Gonnario I e Barisone II

179

1127 - 1191

XII

Gonnario I e Barisone II

205

1127 - 1191

XII

Gonnario I e Barisone II

245

1127 - 1191

XII

Gonnario I e Barisone II

Come si può notare da questo quadro riassuntivo la villa viene citata in scritture che vanno dall'XI al XIII secolo e suggeriscono quindi l'effettiva esistenza del villaggio in questi secoli. Purtroppo la mancanza di documenti o altre fonti scritte non ci permettono di sapere se la villa esistesse già nel periodo precedente e tanto meno l'esatto momento della sua nascita ma ciò che riusciamo a capire da queste informazioni forniteci da questo prezioso documento ci permette di portare avanti l'ipotesi di particolare floridezza della villa; possiamo infatti innanzitutto notare l'elevato numero di abitanti della villa nel prospetto che segue.

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Nome

Impiego

N° registr.

Secolo

Mariane Solina

Armentariu

15

XIII

Dorgotori Pinna

Armentariu

17

XIII

Maria

Serva

43 245

XI – XII XII

Justa (e su fetu)

Serva

57 75

XI – XII XII

Bosouekesu de Gitil

Donnu

161 57

XI – XII XII

Susanna

Proprietaria terreno

164

XII

Dericcor

Proprietario terreno

170 171 205

XII XII XII

Gosantine d'Olibas

Servo

179

XII

Jorgi

Servo

205

XII

Gosantine

Servo

205

XII

Anna (con i suoi figli)

Serva

205

XII

Maria (con i suoi figli)

Serva

205

XII

Da questo quadro riassuntivo possiamo notare inoltre come tra la popolazione siano presenti varie figure di personaggi; appaiono particolarmente numerosi i servi legati al lavoro della terra, motivo per il quale siamo tenuti a credere che il villaggio fosse un'importante centro rurale dedito alla produzione agraria, ed infatti questo dato giustifica la necessità della presenza di un “armentariu”, cioè un funzionario giudicale, preposto alla sorveglianza del centro, che provvedesse anche al miglioramento della produzione.

56


La lavorazione di queste terre doveva essere particolarmente fruttuosa tanto che porzioni di terreno sono numerose volte oggetto di compravendita (vedi registrazione n° 164) e di donazioni nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche per la salvezza della propria anima, come nel caso di Dericcor che dona un appezzamento di terra al monastero di S. Pietro in Silki (registrazione n° 170), ente interessato da queste proprietà per l'accrescimento del suo patrimonio. La presenza della figura dell'armentariu e di così tanti servi per la cui divisione è necessaria l'autorizzazione del potere centrale del giudicato permette di attribuire alla villa il titolo di “arregnada”, cioè sottoposta direttamente al potere giudicale.82 Oltre le numerose schede del Condaghe di S. Pietro in Silki i documenti che ci parlano del villaggio sono particolarmente rari; lo troviamo infatti citato nel Codice degli Statuti Sassaresi del 1316, redatti da Cavallino de Honestis con lo scopo di adeguare le antiche leggi feudali sassaresi, arricchite dai principi innovatori di libertà, che i genovesi con l'atto di confederazione del 1294 si impegnavano a rispettare83.

82 R. Martinez, Insediamento Umano nel Medioevo nella Sardegna settentrionale: i Villaggi abbandonati nella Curatoria di Romangia, tesi di laurea – relatore prof. G. Meloni, Università degli Studi di Sassari, A.A.1987–88. 83 G. Madau Diaz, Il Codice degli Statuti del libero Comune di Sassari, Cagliari 1969, p. 34.

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All'interno del Codice possiamo ritrovare il riferimento alla villa di Canake all'interno del libro I :

Cap. CVI. “Qui su bestiamen non si accatet de die, nen de nocte, in vingnas, over avros, nen de nocte infra custos confines.”84 […] Sos termenes et issas confines, intro dessas quales sos boes et issu bestiamen denocte non de devet accatare, sun custas. Dave s'iscala, sa quale si est in su molinu de lauros, […] et dave inde assu fronte de Latila, ed dave inde per fronte fine assa funtana de Canache, et dave inde fine assa argiola de sanctu Petru de Silki de Usari, […]. […] I termini ed i confini entro i quali i buoi ed il bestiame non si devono trovare di notte sono i seguenti: dalla salita nella quale si trova il mulino dei lauri, […] e quindi alla fonte di Latila; e di qui per tutto il fronte fino alla fontana di Canache, e di qui fino all'aia di S. Pietro di Silchi di Usari, […]. Possiamo quindi supporre, in base a questo documento, riportato anche dal Tola85, che il villaggio esistesse ancora nel XIV secolo e che la sua fontana fosse un importante punto di riferimento sia per le indicazioni geografiche ma molto probabilmente anche, e soprattutto, come risorsa idrica per via della sua abbondante portata. Ancora agli inizi del XX secolo, infatti, è presente nell'elenco delle sorgenti italiane del ministero dei lavori pubblici86 così descritta: “Presso la fermata Canigas havvi la sorgente omonima (534) della portata di l/sec 6,75, sistemata a fonte ed i cui rifiuti sono utilizzati per 84 “Che il bestiame non si trovi di giorno o di notte nelle vigne o nei campi coltivati, né di notte nei confini delle vigne e campi predetti.” 85 P. Tola, Codice diplomatico della Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, 1984, p. 553. 86 Ministero dei Lavori Pubblici, Le sorgenti italiane, Roma 1934., p.163.

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irrigazione”; ma già verso la metà del XVIII secolo la fonte era molto elogiata come si legge nell'Angius87 “è così abbondante che basta a metter in moto la ruote de molini”88. La fonte è citata anche in un altro documento più antico, del 1228, riportato dal Tola89 nel quale Pietro II regolo di Arborea con la sua consorte Diana dona alla chiesa e al monastero di S. Martino di Oristano otto montagne e dove si può leggere: “[...]. Et sos duos saltus nominados Miffilinu, et impantura pisquina de Caniga, si partin ad Iscalas daydu per totu su erriu infini a Pisquina de Caniga saltu, […] et bahatsinde deretu a Bruncu de Nassargios, et istendetsi à Pisquina de Caniga, et afliscatsi à flissa saltu.” Questa risorsa era dunque talmente importante che ogni anno, come riporta il Costa, il Municipio nominava il “revisor de las aguas de la fuente de Caniga”.90 Si riportano queste informazioni sulla “Funtana de Canache” 91 in quanto alcuni documenti ad essa relativi ci portano a credere che nel XV secolo il villaggio di Canake era ormai in via di abbandono. Se infatti l'arrivo dei conquistatori aragonesi non era riuscito a travolgere questo centro rurale che aveva resistito probabilmente proprio grazie 87 V. Angius, Sassari, in “Dizionario geografico storico statistico commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, Torino 1849, vol. XIX p.131. 88 E poi continua: “Quest'acqua servì negli anni scorsi a un lavatojo formatovi da certo Ipsel, il quale dovette abbandonarlo per i disturbi gravissimi che pativa dai malfattori in quel luogo deserto; ora serve per un molino”. 89 P. Tola, Codex diplomaticus Sardiniae, in “Historiae Patriae Monumenta”, Torino 1861-1868 – doc. XLVII 90 Il Municipio nominava i sorveglianti delle acque chiamati “majores d'abba” o “partidores” perchè incaricato del riparto delle acque, i quali prestavano giuramento. E. Costa, Sassari, Sassari 1992, vol. II p. 939. 91 M. Brigaglia, a cura di, Per una storia dell'acqua in Sardegna, in “La Sardegna nel mondo mediterraneo” vol. 6, 1990, p. 155.

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alla sua florida attività agricola fondamentale anche per il centro cittadino, possiamo immaginare come però presto la forza centrifuga della città fortificata abbia attirato la popolazione dell'area circostante all'interno della più sicura cinta muraria. Già dal 1430 infatti la fonte non doveva più servire il villaggio apparentemente ormai scomparso, ma doveva essere molto utile per abbeverare il bestiame de “Lu Padru” 92 tanto che il Comune dispone l'acquisto de “sa fontana de Canaghe”. Ed infatti tra le carte dell'Archivio Comunale troviamo l'atto del 21 marzo 1432,93 con il quale il Municipio rappresentato dai suoi consiglieri Don Giovanni Meloni, Manca, Saba e Manconi compra, da Don Antonio Fara di S. Biagio e da Giovanni Pasia, per L. 20 “sa fontana de Chanique” con le terre adiacenti “dal Bagno o Vangiaccia, fino al ponte dov'è il muro nuovo costruito a calce e pietra, fino alla via del Carro, per cui si va ad Alghero”. La vendita, riporta il Costa, è fatta a nome del re Don Alfonso, il quale rappresentato dal capo Giurato dichiara di concederla in perpetuo alla città franca ed assoluta, senza alcun livello, perché serva ad abbeverare il bestiame del Padro94. Cercheremo quindi a questo punto di stabilire il periodo di abbandono del villaggio considerando che l'ultimo documento, finora ritrovato, sembrerebbe essere quello del 1363-64, proveniente dall'Archivio della Corona d'Aragona, che riporta la situazione economicodemografica in un periodo anteriore agli inizi della seconda decade del 92 Prato comunale: zona ad ovest della città che i Sassaresi utilizzavano per il pascolo del bestiame domano. Fu acquistato dal Comune di Sassari nel 1430 per L. 25 da Donno Nicola de Carbia. 93 ASCSS, sez. Carte Antiche - Pergamene del Libro Mayor, cartella n°1 – pergamena n°8 94 E. Costa, Sassari, Sassari 1992, vol. II p. 939.

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XIV secolo, nel quale viene citato anche questo villaggio “...Canaxe X libr(a)s...”. Possiamo quindi fissare il cosiddetto abbandono della villa tra la data a cui si riferisce quest'ultimo documento (1310 circa) e quella dell'acquisto della “Funtana de Canake” (1430-32), quindi tra XIV e XV secolo. Occorre però specificare che in tale periodo scompare in qualche modo il centro abitato della villa, ma l'area e i suoi campi continuano ad essere frequentati sopratutto per il fatto che di qui passava l'importante arteria stradale della “Via Turresa” ed anzi oggi costituisce una delle borgate più popolose della città e meglio fornita dai servizi pubblici. Il nucleo abitato rinasce verso la fine dell'Ottocento grazie alla presenza dello scalo ferroviario “Stazione di Caniga”95; questa fermata ha permesso, infatti, agli abitanti della città di ripopolare questa zona di campagna, dove era possibile edificare piccole abitazioni presso gli appezzamenti di terra di loro proprietà essendo ben collegate anche al centro cittadino. Come già detto, il sito non fu completamente abbandonato ma ha sempre costituito un ruolo importante sopratutto nella produzione agraria. La zona di Caniga viene per esempio citata in un documento del dicembre 1557, quando il Vicerè don Alvaro di Madrigal venne in visita a Sassari e per questa occasione il Comune sopportò diverse spese sia per il regalo al Vicerè che “...per aconzare sa iscala de Canega...”96. 95 A. Terrosu Asole, L'insediamento umano medioevale e i centri abbandonati tra il secolo XIV ed il secolo XVII: supplemento al fascicolo 2 dell'Atlante della Sardegna, Roma 1974. 96 E. Costa, Sassari, Sassari 1992, vol. II p. 1085.

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E poi ancora il aprile 1767 giunge da Torino una Carta Reale nella quale è scritto: “la città di Sassari”, nel passato gennaio, ricorse al Vicerè per la sospensione dell'estrazione di grano da quel Capo, a motivo dei danni cagionati alle campagne dalle alluvioni. Infatti nel dicembre del 1766 si era lamentata una spaventosa inondazione che produsse gravi danni nei giardini, oliveti e vigne delle regioni dell'Acqua Chiara, Rosello, Caniga, S. Leonardo, Tingari, Riceddu, Molafà e moltissime altre”97. Nel 1756 è nominato “revisor de las aguas de la fuente de Caniga” Salvatore Pinna ed ancora nel 1844 la fonte servì per un lavatoio di sanse, impiantato dal francese Issel, il quale dovette abbandonarlo per i disturbi gravissimi che pativa dai malfattori, mentre nel 1800 serviva un mulino.

Illustrazione 13: Mappa dell'Archivio di Stato di Sassari del 1847 dove è indicata la "Funtana di Caniga" 97 E. Costa, Sassari, Sassari 1992, vol. III p. 1479.

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Come si può capire si tratta quindi di un territorio mai completamente abbandonato ma anzi un'importante risorsa della quale la città si è sempre servita, e tra gli altri vi è un particolare elemento a sostegno di questa tesi e cioè la chiesa campestre di Sant'Anatolia 98 che come si può intuire conserva l'intitolazione e il culto per il quale si è proposta un'origine bizantina. Effettivamente non si conosce la data di fondazione dell'edificio, ma si è ormai affermata la tesi che vorrebbe che presso questo sito si trovasse un sacello bizantino e che questo culto si sia trasmesso in epoca alto-medievale nella chiesa rupestre di cui si è già parlato. Da un'analisi delle strutture della chiesa le tracce più antiche sembrano appartenere al Cinquecento99, periodo al quale effettivamente corrisponde la prima fonte scritta che ne parla, ma più di un elemento permette di ipotizzare che prima della chiesa cinquecentesca esistesse nello stesso sito un edificio preesistente che potrebbe corrispondere al santuario che serviva il villaggio medievale quando magari la cappella rupestre non rispondeva più alle esigenze della comunità in continua crescita. Tra i dati a favore di questa tesi ne consideriamo uno di tipo materiale e uno invece legato alle testimonianze orali. Per il primo caso si sottolinea la presenza di anomali affioramenti di conci in trachite lungo il perimetro esterno dell'edificio, che stonano con la linearità delle restanti strutture e potrebbero quindi appartenere a strutture precedenti. Ma un dato ancor più significativo è una testimonianza orale di alcuni abitanti della zona che verso la fine dello 98 Scheda A:NCTN= 00025230 dell'ASBAPSAESSNU. 99 M. Porcu Gaias, Sassari. Storia architettonica e urbanistica dalle origini al '600, Nuoro 1996, p. 126.

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Illustrazione 14: Affiormenti lungo le pareti esterne della chiesa di Sant'Anatolia

Illustrazione 15: Affioramenti lungo le pareti esterne della chiesa di Sant'Anatolia

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scorso secolo, durante alcuni lavori di ristrutturazione della pavimentazione degli annessi canonicali, pare abbiano rinvenuto alcune ossa umane. Il dato non appare così fantasioso se si considerano alcuni fattori: innanzitutto era prassi in epoca medievale creare zone cimiteriali sul retro o sul fianco della chiesa del villaggio; gli annessi canonicali furono costruiti in un'epoca successiva rispetto alla chiesa; sul fianco sud dell'edificio esiste un'area quadrangolare risparmiata, sino ai giorni nostri, da qualsiasi tipo di costruzione e perfino il muro di recinzione del terreno vicino sembra deviare il suo andamento per non intaccare quest'area; ed infine notiamo che dalla facciata sbuca sulla sinistra di chi la osserva una pietra che in antico serviva a formare un arco piatto che probabilmente dava accesso ad un cortile che potrebbe corrispondere appunto ad una tipica area cimiteriale medievale. Questi elementi come già detto potrebbero quindi avvalorare l'ipotesi che un edificio preesistente alle attuali strutture corrispondesse al luogo di culto del villaggio medievale; cioè si suppone che una ipotetica chiesa medievale di Sant'Anatolia sia esistita in questo sito e sia l'anello di congiunzione tra cappella rupestre alto-medievale e il santuario campestre cinquecentesco. Certo è che da quando la chiesa del XVI secolo fu edificata di essa non si perdono le tracce nei secoli a seguire. Riportiamo perciò di seguito i documenti che ci parlano di questo monumento. Al 31 gennaio 1571 risale la prima citazione della chiesa, nominata tra le 46 chiese

campestri

unite

alla

Chiesa

Cattedrale

Turritana 65


dall’Arcivescovo Martino Martinez de Villar; il 4 giugno 1639 il Capitolo chiede conto delle entrate di Sant’Anatolia, che è tenuta per rendita dal Dr. Don Giovanni Francesco Paliazo, Canonico Turritano; nel 1646 l’arcivescovo Andrea Manca (nipote del più famoso Cedrelles) ignorando che la chiesa appartenesse al Canonico titolare la pretese per se, ma la sua richiesta fu respinta (la relativa tenuta doveva essere particolarmente redditizia); l'anno seguente la chiesa viene attribuita al Canonico Polo; e poi ancora è citata nel 1648 nel poemetto del Padre Antonio Sortes che descrive i fatti accaduti a Sassari nel 1648: in quell’anno la città fu colpita dalla siccità, e il popolo si dedicò alla preghiera partecipando a quotidiane funzioni e processioni. Le notizie non mancano nel secolo successivo quando nel 12 gennaio 1754 viene comprata la tanca di S. Anatolia che era di Don Carlo Quesada e nel 1794 quando la chiesa costituiva luogo di sosta giornaliero per gli incaricati delle visite a “Lu Padru” ordinate con dispaccio del Supremo Consiglio della Reale Udienza. Nel 1833 è l'Angius a descriverla come “chiesetta di titolo canonicale, che da il nome alla collina che sorge al maestrale di Sassari”. Sappiamo che il 30 maggio 1851 viene nominato il Canonico Dessanti in luogo del Canonico Cubeddu100; ed infine dal 1855 è Enrico Costa a parlare della chiesa e della festa in onore della Santa.101 Durante questo lungo arco di tempo è sicuramente la presenza del cosiddetto “comitato per i festeggiamenti” che ha permesso alla chiesa di non essere mai abbandonata; infatti, già il 4 giugno 1639 sappiamo 100ASDSS – Fondo Capitolare S.G. 29 Pag. 52. 101E. Costa, Sassari, Sassari 1992, vol. II p. 1198, vol. III p. 1780.

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Illustrazione 16: Disegno della chiesa di Sant'Anatolia eseguito da E. Costa nel suo archivio pittorico

che “sono obreros i Nobili Don Giuseppe Navarro e sua moglie”, che si occupavano appunto dell'organizzazione della festa. Ritroviamo ancora notizie il 6 luglio 1654,102 data nella quale “si ordina che alla festa intervengano i Canonici Usuli e Marengo e prendano conto di ciò che si spese dagli Obreros della chiesa”. I festeggiamenti con lunghe processioni, grandi cerimonie, corse di cavalli, giochi e spettacoli continuano sino al XX 103 secolo e 102ASDSS – Fondo Capitolare S.G. 17. 103ASDSS: 12 Agosto 1928; 26 Maggio 1930; 31 Maggio 1930; 5 Agosto 1938.

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perdurano ancora oggi con grande partecipazione dei cittadini sassaresi nella terza domenica di settembre, ai quali si sono aggiunti nello scorso secolo quelli in onore di S. Vittoria nel mese di maggio. Possiamo quindi sostenere che la chiesa di Sant'Anatolia costituisce un fondamentale elemento di continuità circa la frequentazione dell'area e continua a costituire un importante punto di riferimento per la città e per gli stessi abitanti della borgata nonostante la fondazione, nella metà dello scorso secolo, della nuova chiesa parrocchiale di San Domenico Savio molto più vicina all'attuale nucleo abitato di Caniga. L'edificio custodito come un piccolo gioiellino mostra una facciata timpanata piatta e bianca con frontone ad ali ribassate segnata, all’imposta degli spioventi, da una cornice marcapiano che prosegue senza soluzione di continuità a definire il coronamento di un ambiente laterale canonicale posto a sinistra, al centro del quale si trova una finestrella un tempo più ampia. Il portale d’ingresso rettangolare è preceduto da una scalinata in trachite, che sino ai primi decenni del ‘900 era ancora costituita da una piccola salita in terra battuta; durante i lavori di restauro, una volta asportato l’intonaco della facciata riaffiorò un architrave rosato di trachite, oggi ricoperto dal nuovo intonaco. Al di sopra del portale si può vedere una piccola nicchia che un tempo probabilmente accoglieva una statua della Santa oggi rimpiazzata da una più moderna. Per quanto riguarda l'interno, l’ingresso sopra descritto immette in un atrio ribassato sul quale si affaccia la cantoria in legno. In questo 68


Illustrazione 17: Chiesa di Sant'Anatolia

ambiente si possono osservare dei peducci antropomorfi, con figure di angeli, posti ai lati del vestibolo, oggi tinteggiati di bianco ma prima dellâ&#x20AC;&#x2122;ultimo restauro in pietra trachitica rosata a vista; da questi si diparte un accenno di vela tronca pertinente ad una antica volta a crociera. Gli angioletti scolpiti nella pietra portano al collo la gorgiera, tipica del vestiario spagnolo; lâ&#x20AC;&#x2122;angioletto a destra di chi guarda lâ&#x20AC;&#x2122;altare maggiore tiene tra le mani un oggetto che, tenendo conto del fatto che esso era rivolto verso la mensa, potrebbe essere identificato con una corona, quello di sinistra invece pare tenga tra le mani uno scudo/stemma. Tale ambiente corrisponde allâ&#x20AC;&#x2122;antico abside del primo impianto della chiesa che era quindi rivolto verso est, altro elemento o coincidenza che richiama ad una pratica dell'architettura religiosa bizantina che prevedeva l'orientamento dell'abside verso levante, dove sorgeva appunto il sole, simbolo quindi di rinascita e perciò di resurrezione.

69


Illustrazione 18: Peduccio antropomorfo da cui si diparte un accenno di vela tronca pertinente ad una antica volta a crociera

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Da questo ambiente si accede al corpo centrale della chiesa a campata unica con sei cappelle laterali, tre per parte, che si affacciano su tre campate voltate a doppia falda, divise da diaframmi a sesto ribassato certamente posteriori alla fondazione; questi ultimi hanno, infatti, inglobato quelli cinquecenteschi più alti e più ampi di cui sopravvivono anche i capitelli, probabilmente fu necessario ridurli a causa di problemi di stabilità delle strutture cedevano. Tra la seconda e la terza cappella a destra si trova il pulpito databile al ‘900, oggi completamente imbiancato ma che un tempo presentava sui lati una decorazione a cassettoni e si passa così alla terza cappella destra dove insiste l’altare dedicato a Santa Vittoria, anch’essa alloggiata in una nicchia che presenta sullo sfondo una policromia in finto marmo. Dall’ultima campata una balaustra di fattura recente marca l’accesso all’attuale presbiterio rialzato di un gradino, costruito con molta probabilità nel Settecento a ridosso dell’antica facciata. Presenta una volta a botte affrescata e ospita due finestre rettangolari ad arco ribassato strombate che illuminano l'interno della chiesa; al di sopra di queste un cornicione d’imposta piuttosto elaborato segna lo stacco dell’affresco con la parete bianca. L’altare maggiore è dedicato alla santa patrona, la cui nicchia, che presenta una policromia in finto marmo, è inquadrata in una struttura trabeata impostata su motivo a doppia lesena con capitelli ionici. Negli anni ‘50 gli scalini alla base dell’altare e l’altare stesso furono ricoperti da marmi moderni nascondendone la conformazione 71


originaria. Sul lato sud della chiesa troviamo invece gli annessi canonicali comprendenti l'attuale sacrestia e quella antica dov'è possibile osservare l'accesso oggi murato e all'interno della quale si osserva la base di un piccolo campanile a vela che ospita due campane ottocentesche.104

Illustrazione 19: Interno della chiesa di Sant'Anatolia

104 Casula - Castia, Le chiese rurali di Sassari, Sassari 1998, p. 65 e s.

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3. Conclusioni Dalle informazioni raccolte sul villaggio medievale di Canake è possibile infine trarre le conclusioni del lavoro che hanno come obbiettivo quello di delineare il profilo di questo insediamento. Innanzitutto è possibile affermare che esisteva già prima del presente lavoro un'ipotesi circa la nascita e la formazione di questo centro che sosteneva che il centro fosse nato in seguito allo sviluppo di un primitivo insediamento di genti locali che avrebbero sfruttato la presenza dei romani presso una mansio qui localizzata per offrire i propri beni e servizi (si tratta nel maggiore dei casi di vivandieri, mercanti e donne di compagnia), e che perdurato nel tempo abbia dato origine al villaggio di epoca medievale. Dall'analisi effettuata si è potuto invece appurare che questa non fu l'unica motivazione che portò alla nascita dell'insediamento, ma la presenza di questo ipotetico centro di epoca romana (testimoniata peraltro da numerosi reperti rinvenuti in quel territorio) è un fattore da collegare con altri elementi allo stesso modo fondamentali. Non sono infatti da sottovalutare: la presenza della strada, prima romana e poi medievale, che presentò alle genti di passaggio questa fertile area come una risorsa per rispondere al problema della carenza di terre e la presenza di un luogo di culto bizantino dedicato a Sant'Anatolia che costituì di certo un polo di attrazione. Possiamo quindi affermare in definitiva che la nascita della villa sia da ricondurre ad un processo evolutivo che prevedeva come prima 73


fase la formazione di un piccolo villaggio di genti locali presso una mansio romana per scopi commerciali; una seconda fase con l'impianto del culto bizantino capace di catalizzare la popolazione nel sito ed infine una terza fase caratterizzata dall'incremento degli abitanti giunti in cerca di terre da coltivare che la rese una “villa medievale” a tutti gli effetti. Dall'XI al XIV secolo infatti il villaggio compare nelle fonti come un attivo centro legato principalmente, grazie alle sue risorse, alla produzione agraria e dotato di una struttura sociale articolata. All'interno della società compaiono infatti funzionari pubblici, appartenenti

perciò

all'aristocrazia

costituenti la classe dei “liberi” e

locale,

proprietari

terrieri

numerosi servos e ankillas

rappresentanti il cuore pulsante dell'attività economica. La stessa vitalità è inoltre testimoniata anche in ambito culturale dalla presenza del culto di Sant'Anatolia che a partire dall'età altomedievale sino all'età contemporanea viene celebrato in strutture religiose di volta in volta adattate alle esigenze della comunità, passando da sacello bizantino a cappella rupestre e da questa a edificio sacro oggetto di continui rimaneggiamenti. Questo forte dinamismo della villa sembra cessare invece tra la seconda metà del XIV e la prima metà del XV secolo assorbito dalla forza centrifuga del vicino villaggio di Sassari divenuto già verso la fine del XIII secolo un importante centro politico ed economico e ben presto dotato si solide fortificazioni murarie che attirarono al sicuro le genti del circondario al loro interno liberandole dal continuo stato 74


bellicoso del territorio divenuto ormai troppo pericoloso. Allo stesso tempo però è da sottolineare che la zona non verrà mai definitivamente abbandonata sia per quanto riguarda la lavorazione delle terre sia per la devozione del luogo di culto qui insediato. In ultima analisi proponiamo un interessante prospetto che riporta le denominazioni che il villaggio assunse lungo tutto l'arco della sua storia. Datazione

Denominazione

Età romana

Canabæ

Età romana o bizantina

Canax -acis

XI e XII secolo

Canake

XIII secolo

Canache

XIV secolo

Canache / Canix

XV secolo

Canaghe / Chanique

XVI secolo

Canega

XVIII secolo

Caniga

XIX

Caniga105

XX secolo

Caniga / Canigas

Oggi

Caniga

105 ADS-SS Sommarione dei beni rurali del comune censuario di Sassari.

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82


Indice delle abbreviazioni A.C.A.

Archivio della Corona d'Aragona.

ASBAPSAE-SSNU Archivio della Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici di Sassari e Nuoro. ASBA-SSNU

Archivio della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Sassari e Nuoro.

ADS-SS

Archivio di Stato di Sassari

ASC-SS

Archivio Storico Comunale di Sassari.

ASD-SS

Archivio Storico Diocesano di Sassari.

Referenze fotografiche Illustrazione n° 1: Tratta da Atlante della Sardegna. Fascicolo II - tavole a cura di R.

Pracchi e A. Terrosu Asole. Roma 1980. Illustrazioni n° 2 - 16: Tratte da E. Costa, Archivio pittorico della città di Sassari, a cura di Enzo Cadoni, Sassari 1991. Illustrazioni n° 3 – 4 – 5 – 8 – 9 – 11 – 14 – 15 – 17 – 18 – 19: A cura dell'autore. Illustrazioni n° 6 – 7 – 10: Tratte da G. F. Orlandi, Thathari pietra su pietra, Sassari 1985. Illustrazione n° 12: Tratta da I. Longiave, Atlante della Sardegna, Sassari 1912. Illustrazione n° 13: Tratta da Mappa Carlo de Candia del 1847 – ADS-SS 83


Ringraziamenti Ringrazio prof. Pier Giorgio Spanu per avermi permesso di compiere questo lavoro e per avermi seguito nella sua realizzazione. Ringrazio il personale delle biblioteche delle Facoltà e dei Dipartimenti

dell'Università

di

Sassari,

della

Biblioteca

Universitaria, delle Biblioteche Comunali e delle Soprintendenze per la cortesia dimostrata. Ringrazio il personale degli archivi per il supporto offerto durante il lavoro di ricerca. Ringrazio i docenti e tutto il personale della Facoltà di Lettere e Filosofia con i quali ho avuto il piacere di condividere il mio percorso universitario. Ringrazio il personale del Centro di Restauro di Li Punti per la calorosa accoglienza che mi hanno riservato. Ringrazio il Comitato di Sant'Anatolia, il Comitato di Santa Vittoria, l'Associazione San Domenico, l'Associazione Italia Nostra e la Società Archeologica Sassarese. Ringrazio la mia famiglia, i parenti, gli amici e i colleghi per il sostegno che non mi hanno mai fatto mancare durante tutto il percorso universitario e sopratutto durante la realizzazione del mio lavoro di tesi. 84


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