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A.D. MDLXII

U NIVERSITÀ DEGLI S TUDI DI S ASSARI F ACOLTÀ

DI

L ETTERE

E

F ILOSOFIA

___________________________

CORSO

DI

LAUREA

IN

ARCHEOLOGIA

E

SCIENZE

D E L L ’A N T I C H I T À

I TEMPIETTI A MEGARON DELLA SARDEGNA NURAGICA NELL’AMBITO DEL MEDITERRANEO

Relatore: PROF. ALBERTO MORAVETTI Correlatore: PROF. RAIMONDO ZUCCA

Tesi di Laurea di: S ARA C APPELLINI

ANNO ACCADEMICO 2010/2011


Alla Mia Famiglia


INDICE

Introduzione

1

1.Le strutture a megaron della Sardegna

3

1.Introduzione

4

2.Tipologie

5

3.Planimetrie

11

4.Bibliografia

14

2.Le strutture a megaron della Sardegna. I quadri storici

17

1.La Sardegna tra il Bronzo Medio e il Bronzo Recente

18

2.La Sardegna tra il Bronzo Finale e la Prima etĂ del Ferro

23

3.Il Mondo Miceneo

28

4.Il mondo Cipriota

34

5.La Sardegna e il Mondo Miceneo

39

6.La Sardegna e il Mondo Cipriota ed Egeo-Orientale

44

7.La Dark Age

50

Bibliografia

54

3.Le strutture a megaron della Sardegna. Catalogo 1.Domu de OrgĂŹa

63 64

1.1 Storia degli scavi

65

1.2 Descrizione del sito

66

1.3 Edificio a megaron

67

1.4 Elementi culturali

68


1.5 Catalogo

71

Bibliografia

73

2.Gremanu

74

2.1 Storia degli scavi

76

2.2 Descrizione del sito

77

2.3 Edificio a megaron

83

2.4 Elementi culturali

85

2.5 Catalogo

89

Bibliografia

92

3.Malchittu

93

3.1 Storia degli scavi

94

3.2 Descrizione del sito

94

3.3 Edificio in antis

95

Bibliografia

99

4.Oes

100

4.1 Storia degli scavi

101

4.2 Descrizione del sito

102

4.3 Edificio a megaron

105

Bibliografia

106

5.Sa Carcaredda

107

5.1 Storia degli scavi

108

5.2 Descrizione del sito

108

5.3 Edificio a megaron

109


5.4 Elementi culturali

111

5.5 Catalogo

115

Bibliografia

116

6.S’Arcu ’e Is Forros

117

6.1 Storia degli scavi

118

6.2 Descrizione del sito

119

6.3 Edificio a megaron A

122

6.3 Edificio a megaron B

124

6.3 Edificio a megaron C

126

6.4 Elementi culturali

127

6.5 Catalogo

133

Bibliografia

135

7.Serra Orrios

136

7.1 Storia degli scavi

137

7.2 Descrizione del sito

140

7.3 “i Tempietti” a megaron

145

7.4 Edificio a megaron A

146

7.5 Edificio a megaron B

149

7.6 Elementi culturali

151

7.7 Catalogo

156

Bibliografia

162

8.Sos Nurattolos

164

8.1 Storia degli scavi

165

8.2 Descrizione del sito

165

8.3 L’edificio a megaron

168


Bibliografia

171

9.Su Romanzesu

172

9.1 Storia degli scavi

173

9.2 Descrizione del sito

173

9.3 Edifici a megaron

178

9.4 Edificio a megaron A

178

9.5 Edificio a megaron C

180

9.6 Edificio a megaron B

182

9.7 Elementi culturali

183

9.8 Catalogo

189

Bibliografia

191

4.Le strutture a megaron della Sardegna. Inquadramenti

193

1.Introduzione

194

2.Distribuzione altimetrica

196

3.Inquadramento Geo-Morfologico

198

4.Inquadramento Idrografico

206

5.Distribuzione dei Siti in rapporto alle zone minerarie

209

6.Distribuzione dei Siti in relazione agli insediamenti nuragici

212

5. Le strutture a megaron della Sardegna. Le forme architettoniche 1.L’architettura Egea tra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro

215 216

1.1 I palazzi Minoici

218

1.2 I palazzi Micenei

220

1.3 Il Protogeometrico

223


1.4 Confronti

228

Bibliografia

238

Conclusioni

241


INTRODUZIONE

Con l’avvento della Media Età del Bronzo e ancor più con l’irrompere dell’Età del Ferro in Sardegna, nuovi fermenti culturali e innovazioni socioeconomiche delineano il panorama dell’isola. Nell’ambito di comunità sempre più complesse e percorse da una tendenza alla gerarchizzazione, scandite dalla nascita di un’ideologia in cui si configura l’emergere di una classe e di un capo e consapevoli dei propri connotati tradizionali, seppur nella piena accoglienza dei portati del mercato estero, fanno la loro comparsa manifestazioni architettoniche singolari, riflesso della vivacità culturale dell’isola. Si tratta dei cosiddetti “tempietti a megaron”, la cui somiglianza con analoghi edifici dell’area egeo-orientale ha acceso numerosi dibattiti circa la loro origine e la destinazione alla quale erano preposti. Scopo del presente lavoro è quello di fornire un inquadramento storico e territoriale di queste espressioni architettoniche, al fine di ricreare un modello insediativo ricorrente rivelatore dell’ideologia promotrice alla base della loro realizzazione. Si è provveduto al confronto dell’edificio a megaron sardo con le analoghe emergenze rilevate in seno all’architettura greca, dal Medio Elladico (2000-1600 a.C. ca.) fino al periodo Protogeometrico (1050-900 a.C. ca.), così da individuare le possibili influenze extrainsulari e contestualizzarle all’interno dello scenario socioeconomico, e soprattutto concettuale, del mondo sardo. La scelta dell’argomento è stata dettata dalla sostanziale carenza di informazioni rigorose in merito alla manifestazione architettonica degli edifici a megaron sardi, per i quali allo stato attuale degli studi si conoscono i dati di scavo di solo nove siti; oltre a denunciare l’assenza di puntuali riferimenti stratigrafici dei rinvenimenti di cultura materiale ad essi associati, fondamentali per l’inquadramento cronologico 1


razionale dei monumenti. Ne derivano una serie di interpretazioni ammissibili, sia per quanto concerne la datazione che la destinazione d’uso degli edifici a megaron, ma che tuttavia possono ancora essere ribattute alla luce di nuove deduzioni e approfondimenti. Aldilà delle scarne notizie sulle quali basare un’analisi coerente, si apre dunque un campo di indagine vasto e stimolante, molto lontano dall’essere esaurito. Il presente studio è stato condotto sulla base di un’approfondita ricerca bibliografica, a cui è seguita la schedatura dei singoli monumenti; l’analisi delle componenti strutturali e planimetriche; lo studio dei dati ambientali al fine di creare un modello di distribuzione dei siti in relazione ai fattori territoriali e allo sfruttamento delle risorse; la descrizione di un quadro storico inerente sia alla Sardegna che alle aree extrainsulari che nel periodo compreso tra la Media Età del Bronzo e la Prima Età del Ferro ebbero dei rapporti con l’isola; il confronto con le analoghe espressioni architettoniche del mondo greco. Dalla ricerca così condotta è scaturita una nuova proposta di inquadramento cronologico e una nuova prospettiva di destinazione funzionale dei megara sardi.

2


1. LE STRUTTURE A MEGARON DELLA SARDEGNA

3


1. Introduzione.

Nel 1936 l’archeologo Doro Levi scoprì nel villaggio nuragico di Serra Orrios di Dorgali due edifici a megaron inseriti nel contesto abitativo preistorico e attorniati da un recinto1. Inizia così lo studio di questa particolare espressione dell’architettura sarda, proseguito poi a stento tra le difficoltà dovute all’esiguo numero di esemplari noti e alla mancanza di contesti stratigrafici accurati nei quali inserire i pochi dati di cultura materiale rinvenuti. Allo stato attuale della ricerca sono una decina gli insediamenti per i quali si è riconosciuta ufficialmente la presenza dell’emergenza del megaron, ma il numero è verosimilmente destinato a crescere. In particolare i siti considerati ai fini del presente studio sono i seguenti: Domu de Orgìa–Esterzili2,

S’Arcu

’e

Is

Forros-Villagrande3,

Malchittu-Arzachena4,

Romanzesu-Bitti5, Oes-Giave6, Gremanu-Fonni7, Serra Orrios-Dorgali8, Sos Nurattolos-Alà dei Sardi9, Sa Carcaredda-Villagrande10. Il lavoro è stato rivolto verso un’analisi morfologica e ubicativa, al fine di fornire un quadro tipologico della categoria dei “tempietti a megaron” e comprenderne le modalità insediative mediante il rapporto con altre manifestazioni architettoniche sovente contigue. L’analisi delle componenti strutturali ha lo scopo di individuare la finalità degli edifici, comunemente riconnessi alla sfera sacra connessa al culto delle 1

Levi 1937, p.198 ss. Fadda 2001, pp.156-158 3 Fadda 1992, p.172 4 Ferrarese Ceruti 1964, pp. 3-6, 11-12, 14, 24 5 Lilliu 1998, p.138 6 Foddai 2010, pp. 31, 219 ss. 7 Fadda 1992, p.169-170 8 Boninu 1980, pp.109-110 9 Baltolu 1973, pp. 38, 77,79, 84-85, 87-88, 91-92 10 Fadda 1992, pp.173-175 2

4


acque11, e ricavare dati utili per una collocazione cronologica, fino ad ora posta tra l’Età del Bronzo Medio e la Prima Età del Ferro.

2. Tipologie.

Gli edifici nuragici noti come “tempietti a megaron” devono il nome alla loro forma rettilinea con prolungamenti delle pareti laterali, che richiama la planimetria di edifici preellenici ed evoca la sala principale dei palazzi micenei e cretesi12. Contorno esterno ellittico e abside presenta invece l’esemplare di Malchittu, mentre l’esemplare di Carcaredda culmina con un vano circolare. La realizzazione dei bracci murari può interessare sia la fronte che il retro, da questo dipende la definizione di tempietti “in antis” o “doppiamente in antis”. La struttura compositiva prevede un vestibolo delimitato dall’estensione delle pareti oltre la fronte, dal quale, tramite un accesso ricavato al centro della facciata, si accede al vano, o alla concatenazione di ambienti, che definisce la parte interna dell’edificio. Come si può ricavare dalla tabella 1 il numero delle celle interne varia a seconda degli esemplari, da un minimo di 1 della maggior parte degli edifici ad un massimo di 4 del monumento di S’Arcu ’e Is Forros. La lunghezza media dei vani è di 4,7 m, con valori che oscillano tra gli 8 m del primo e terzo vano di Domu de Orgìa e di quello di Malchittu; e i 2,3/2,5 m del terzo vano di S’Arcu ’e Is Forros. La larghezza media delle celle è di m 3, con misure comprese tra i 4,5 m del primo e secondo vano di Domu de Orgìa e i m 1,62 di Sos Nurattolos.

11 12

Lilliu 1957, pp.7-96 Werner 1993

5


Da segnalare l’assenza di dati pertinenti all’estensione della cella interna del monumento di Oes e l’andamento circolare del secondo vano dell’esemplare di Carcaredda che presenta un diametro di m 3,4. Tabella 1 Organizzazione interna degli edifici Sito Domu de Orgìa

S’Arcu ’e Is Forros

N° vani

Lunghezza cella

Larghezza cella

3

8

4,5

3,25

4,5

8

4

3,1

3,6

3,7

1,8

2,3/2,5

3,5

2,6

3,4

4

Malchittu

1

8

4

Romanzesu A

1

5,3

3,3

Oes

1

Romanzesu C

1

5,15

1,65

Gremanu

1

4,8

2,8

Serra Orrios B

1

5,1

2,68/2,32

Romanzesu B

1

3,7

Serra Orrios A

1

4,18

2,50/2,64

Sos Nurattolos

1

5,15

1,62

Sa Carcaredda

2

3,8

1.9

Diametro m 3,4

La lunghezza degli edifici non è omogenea, come si può ricavare dalla Tabella 2, nella quale si riportano le informazioni circa l’estensione complessiva dei monumenti e la loro superficie; con valori medi di m 12 ca. per quanto riguarda la

6


lunghezza e di m 5 ca. per la larghezza. Emerge per dimensione l’esemplare di Domu de Orgìa con i suoi 22 m di lunghezza e i 7,9 m di larghezza. Dalla Tabella 2 si possono altresì ottenere i dati relativi allo spessore murario e alla larghezza e profondità dell’accesso ai monumenti. Tabella 2 Estensione complessiva degli edifici a megaron Sito

Lungh.

Largh.

mq

22,5

7,79

180

1,32

0,70/1,4

0,90

17

5,5/6,5

102

1,1/1,5

1/1,5

1,1

Malchittu

12,8

6,2

Romanzesu A

12,5

5,4/6,2

1,2

0,89/1,2

1

Oes

12,3

6,5

1,5

1

1,2

11,9/11,2

6/5,5

71,4

1

0,89/1,2

1

Gremanu

11,5

2,8

Serra Orrios B

10,2

5,26/4,5

53,65

1,14/1,08

0,90/1,4

1

Romanzesu B

8,8

2,3

20,24

1,4/1,35

0,89/1,2

1

Serra Orrios A

8,36

4,56/4,4

39,35

1,1/0,80

0,74/1,3

1

Sos Nurattolos

6,15

4

31,25

1

1/1,5

1,1

Domu de Orgìa S’Arcu ’e Is Forros

Romanzesu C

Spessore Largh. porta

Prof. porta

1,8/0,9 20,46

Sa Carcaredda

0,85

Gli edifici a megaron sono stati edificati mediante differenti tecniche di costruzione dell’opera muraria che vengono riassunte nella tabella 3. I dati fin qui esaminati si riferiscono a tutti i “tempietti a megaron” facenti parte anche dello stesso sito, poiché è nota talvolta la presenza di più edifici di analoga tipologia inseriti nel medesimo contesto insediativo. La loro integrazione nel tessuto abitativo prevede solitamente l’associazione con altre manifestazione architettoniche, rispetto alle quali gli edifici a megaron assumono una posizione generalmente distaccata, talvolta isolata. Come si evince

7


dalla Tabella 4 essi appaiono sempre in relazione a villaggi, in soli tre casi compare anche la presenza di un adiacente nuraghe, mentre più frequente è la presenza nei loro dintorni di sepolture. Più rara ma fortemente indicativa è invece l’associazione con edifici di culto quali i templi a pozzo e con strutture designate quali fonti sacre. Tabella 3 Tecniche costruttive delle opere murarie degli edifici a megaron Sito

Operaria muraria

Domu de Orgia

Filari regolari di lunghi blocchi parallelepipedi di scisto locale alternati a filari con blocchi più piccoli

S’Arcu ’e Is Forros

Pietre appena sbozzate in granito degradato e scisto di differenti dimensioni disposte a filari

Malchittu

Blocchi di granito non lavorati di medie dimensione nel paramento esterno e più grandi in quello interno, mentre negli stipiti della porta e sulla facciata sono state usate pietre di grandi dimensioni e di taglio più accurato. Non si rileva l’utilizzo della malta di fango

Romanzesu A

Tessitura muraria accurata nella terza fase ottenuta con l’impiego di pietre di minori dimensioni

Romanzesu B

Blocchi poliedrici di granito disposti a filari più regolari sul lato esterno

Romanzesu C

Blocchi di granito arenizzato locale disposti su filari irregolari livellati con zeppe,con leggero aggetto nella parte apicale

Oes

Strutture di fondazione a doppio filare di blocchi basaltici privi di lavorazione

Gremanu

Blocchi di granito locale arenizzato di diverse dimensioni disposti in filari irregolari,tracce di intonaco all'interno

Serra OrriosA

Pietre sagomate e rivestite con cura

Serra OrriosB

Blocchi di basalto accuratamente sbozzati e talvolta sub quadrati su filari orizzontali regolari

SosNurattolos

Subquadrata, realizzata mediante filari regolari di blocchi di granito

SaCarcaredda

Blocchi poligonali di granito disposti in filari irregolari

Per quanto concerne la copertura le ricostruzioni vogliono che fosse definita da un duplice spiovente impostato su di un prospetto a cuspide13 (fig.1).

13

Moravetti 1998, p.66 e ss.

8


L’ipotesi più accreditata circa la destinazione d’uso dei “tempietti” li riconnette alla sfera sacra del culto dell’acqua, e spesso la lettura delle emergenze costruttive accessorie dei monumenti a megaron, unitamente ai rinvenimenti materiali, è servita ad avvalorare questa tesi. Tabella 3 Relazione tra gli edifici a megaron e le evidenze architettoniche contigue Sito

N° edifici

Villaggio

Domu de Orgia S’Arcu ’e Is Forros Malchittu

1

x

Sepolture

Nuraghe

2

x

1

x

x

x

Romanzesu

4

x

Oes

1

x

x

x

Gremanu

1

x

x

x

Serra Orrios

2

x

x

Sos Nurattolos Sa Carcaredda

1

x

1

x

Tempio Fonte

x

x

x x

Si tratterebbe secondo alcuni studiosi di un culto delle acque salutari14; secondo altri di un rituale legato all’acqua che, a differenza dei pozzi sacri, si avvaleva di contenitori atti a contenerla in considerazione dell’assenza della vena sorgiva15. A definire il carattere sacrale avrebbero contribuito, secondo questa interpretazione, anche la presenza del recinto che sovente attornia i monumenti a megaron, del focolare talvolta posto all’interno della cella e dei banconi lungo le pareti. Queste evidenze compaiono in associazione agli edifici considerati secondo lo schema che si evince dalla tabella 4. In particolare si è ipotizzato per i temenos la funzione di

14 15

Lilliu 1996, p.208 Moravetti 1998, p.69

9


protezione e accoglienza dei fedeli, o di spazi destinati a giochi sacri e allo svolgimento del mercato16.

Tabella 3 Elementi architettonici associati agli edifici a megaron Sito

Temenos

Domu de Orgìa Oes Sos Nurattolos S’Arcu ‘e Is Forros A S’Arcu ‘e Is Forros B S’Arcu ‘e Is Forros C Sa Carcaredda Malchittu Su Romanzesu A Su Romanzesu B Su Romanzesu C Gremanu Serra Orrios A Serra Orrios B

x x x x x

Focolare

Bancone x

x x fornace x

x x x x

x x x

x x

x x

Fig.1 Ipotesi ricostruttiva del tetto a doppio spiovente e del prospetto dei megara sardi17

16 17

Moravetti 1998, p.56 e ss. Moravetti 2005, pp.66-67

10


3. Planimetrie.

Fig.2 Serra Orrios. Edificio A18

18 19

Fig.3 Serra Orrios. Edificio B19

Lilliu 2010, p.172 Lilliu 2010, p.173

11


Fig.4 Romanzesu. Edificio A20

Fig.5 Romanzesu. Edificio B21

Fig.6 Romanzesu. Edificio C22

Fig.7 Malchittu23

20

Lilliu 2010, p.177 Lilliu 2020, p.180 22 Lilliu 2010, p.181 23 Ferrarese Ceruti 1964, p. 6 21

12


Fig.8 Sos Nurattolos24

Fig.9 Romanzesu. Edificio C25

24 25

Baltolu 1973, p.79 Fadda 1992, p.174

13


Bibliografia

BALTOLU A. 1973 Alcuni monumenti inediti dell’altopiano di Buddusò e Alà dei Sardi (Sassari), in “Studi Sardi”, XXII (1971-1972), Sassari 1973, pp. 38, 77,79, 84-85, 87-88, 91-92 BONINU A. 1980 Il villaggio nuragico di Serra Orrios, in “Dorgali documenti archeologici”, Sassari 1980, pp. 109-110

FADDA M.A. 1992 La tomba di giganti di Campu de Pira Onni (Villagrande), Atti del III Convegno di Studi “Un millennio di relazioni fra la Sardegna e ed i Paesi del Mediterraneo. Selargius-Cagliari, 19-22 novembre 1987: La Sardegna tra il Bronzo Medio e Recente (XVI-XIII sec. a.C.)”, Stef, Cagliari, pp. 172 169-170, 172-175 FADDA M.A. 2001 Nuove acquisizioni del megalitismo nel territorio della provincia di Nuoro, in AA.VV., Aspetti del megalitismo preistorico, Sa Corona Arrubia-Gal Comarca de Guadix., Dolianova, pp. 156-158 FERRARESE CERUTI M.L. 1964 Un singolare monumento della Gallura (Il tempietto di Malchittu), “Archivio Storico Sardo”, XXIX, Padova, pp. 3-6, 11-12, 14, 24 FODDAI L. 2010 Giave. Testimonianze archeologiche, in “Sardegna Archeologica. Scavi e ricerche”, 7, Sassari pp. 31, 219-228, 230-231

14


LEVI D. 1937 Scavi e ricerche archeologiche della R. Soprintendenza alle opere d’Antichità e d’Arte della Sardegna, in “Bollettino d’Arte”, p.198 ss. LILLIU G. 1957 Religione della Sardegna prenuragica, “Bollettino di Paletnologia Italiana”, XI, pp. 7-96 LILLIU G. 1996 L’acqua sacra e il suo monte, “Ragioni dell’autonomia”, Cuec, Cagliari, p. 208 LILLIU G. 1998 Origini della civiltà in Sardegna, “Rivista di Archeologia”, Roma, L’erma di Bretscheneider, a. XXII, Roma, p. 138 LILLIU G. 2010 La tomba di giganti di Bidistili e i templi a “megaron” della Sardegna nuragica, in “Sardegna Archeologica. Scavi e ricerche”, 4, Sassari, pp. 172173, 177, 180-181 MORAVETTI A. 1998 Ricerche archeologiche nel Marghine Planargia, volume I, Studi e monumenti, 5/I, Muros, p. 56 e ss. MORAVETTI A. 2005 Serra Orrios e i monumenti archeologici di Dorgali, in Sardegna Archeologica. Guide e Itinerari”, 42, Sassari, pp. 66-67 WERNER K. 1993 The megaron during the Aegean and Anatolian Bronze Age, SIMA, 108, Jonsered 1993

15


16


2. LE STRUTTURE A MEGARON DELLA SARDEGNA I QUADRI STORICI

17


1.La Sardegna tra il Bronzo Medio e il Bronzo Recente.

La Media Età del Bronzo (1600-1300 a.C.), già nelle sue fasi iniziali, appare attraversata da profondi sviluppi di carattere socio-economico dai quali scaturisce una società piuttosto articolata e complessa, nell’ambito della quale divengono sempre più manifeste le distinzioni sociali e le gerarchie di status26. L’incremento demografico e l’espansione delle comunità rafforzano la rivalità economica derivante dal controllo e dalla gestione delle risorse, innescando dinamiche di disgregazione della primitiva cerchia tribale, con conseguente diffusione di frazionati centri locali di potere e di controllo. Il nuraghe, che caratterizzerà il II millennio sardo27, insieme allo sviluppo delle architetture monumentali ad esso associate, è la manifestazione più autorevole di questa complessità, che presuppone un’organizzazione dei gruppi in ampi territori, dallo sfruttamento dei quali deriva quell’eccedenza di produzione necessaria per permettere lo spostamento di un’ampia forza lavoro in attività che esulino da quelle primarie. Aldilà di una funzione di partizione del possesso e dello sfruttamento territoriale delle varie componenti cantonali o tribali è stata proposta anche un’implicazione del nuraghe nelle strategie di difesa verso l’esterno di quelle risorse economiche connesse all’estrazione, all’uso e commercio dei minerali28. È appunto plausibile che una comunità capace di generare un accumulo di risorse e di pianificare l’organizzazione del lavoro, fosse anche in grado di intraprendere lo sfruttamento sistematico delle miniere29.

26

Ugas 2005, pp. 240-247 Lilliu 1982, pp. 30-41 28 Contu 1987, p. 24 29 Lo Schiavo 1984, p. 31 27

18


L’origine del nuraghe affonda le sue radici nelle manifestazioni megalitiche del periodo precedente, espressioni di una società operante in uno scenario sul quale soffermarsi brevemente può rivelare dinamiche utili per la comprensione di quegli sviluppi socio-economici riferiti per l’Età del Bronzo Medio. In ambito mediterraneo ed europeo, l’Eneolitico e il Bronzo Antico vengono attraversati da instabilità e da trasformazioni decisive, che in Sardegna trovano la loro manifestazione nelle cinte e nei villaggi fortificati delle culture di Abealzu-Filigosa e di Monte Claro; sarà nel passaggio tra i due periodi storici che si affermeranno strutture monumentali quali il protonuraghe e il nuraghe a corridoio30. È ancora in questo periodo che si assiste all’introduzione dell’aratro a trazione animale, con tutte le conseguenze di demarcazione nei rapporti interni ed esterni tra le comunità, di sconvolgimento di assetti produttivi e di proprietà e definizione di status, che la sua adozione comporta. Sebbene manchino documentazioni palpabili di questa evoluzione per la Sardegna, tuttavia le dinamiche socio-economiche riscontrate tra il Bronzo Antico e il Bronzo Medio lascerebbero intendere questo sviluppo anche in ambito isolano. E così la dislocazione degli insediamenti nuragici testimonierebbe uno sfruttamento diversificato del territorio, in cui il passaggio dalla pianura agli altopiani sarebbe avvenuto in nome dell’adozione di nuove tecnologie e dell’uso e il possesso di strumenti che costituiscono un plusvalore, quale appunto il bestiame31. La gestione delle risorse supera ora la propensione collettiva e volge gradualmente ad una centralizzazione, dalla quale verosimilmente discendono tensioni sociali a livello comunitario tra ceti emergenti; mentre su un più vasto piano territoriale emergono attriti tra i vari gruppi che necessitano di un incremento dello spazio su cui imperniare la propria crescita economica. Il terreno è fertile dunque per la nascita di 30 31

Contu 2006, pp. 261-383 Bernardini 2010, pp. 24-25

19


un’ideologia in cui si configuri l’emergere di una classe e di un capo, la cui legalizzazione dell’esercizio del potere derivi dalla sua forza-virtù. In questo quadro può essere fatta una rilettura dell’emergenza delle più antiche tombe di giganti, per le quali si propone l’affiancamento ai nuraghi a corridoio; laddove aldilà della definizione di tombe collettive prive di indicatori gerarchici si potrebbe pensare invece ad un accesso esclusivo ed elitario al beneficio di sepoltura; dapprima abbastanza esteso, e successivamente, con l’aumentare della complessità sociale, decisamente più limitato32. Esaminiamo ora le principali forme architettoniche in uso tra l’Età del Bronzo Medio e Recente. Partendo dai nuraghi33, si ritiene che la quasi totalità dei monumenti sia sorta nel corso del Bronzo Medio, sia quelle che si conservarono nelle loro fattezze originarie, sia quelli che furono successivamente interessati da aggiunte che ne modificarono l’assetto elementare. Le linee di tendenza ricorrenti nell’apparato costruttivo hanno condotto all’individuazione di un modello standard, per il quale si parla di una forma esterna a tronco di cono costituito da filari orizzontali di pietre collocate senza l’utilizzo di leganti cementizi, in molti casi prive di lavorazione, ma perlopiù semilavorate ai fini di rendere più agevole la messa in opera. Una o più camere sovrapposte costituiscono l’interno del nuraghe, la cui copertura a falsa volta è ottenuta con la tecnica ad aggetto di anelli concentrici fino a giungere alla sommità chiusa da una lastra. L’iconografia ci informa che il nuraghe terminava con un terrazzo sporgente su mensoloni in pietra, con o senza parapetto. Una scala elicoidale ottenuta nel paramento murario conduceva ai piani superiori e al terrazzo. L’ingresso alla torre avveniva tramite un ingresso solo occasionalmente lievemente 32 33

Bernardini 2010, p. 27 Contu 2006, pp. 475-525

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sopraelevato, tramite il quale si accedeva in un corridoio di lunghezza variabile. Ambienti accessori quali nicchie, cellette, silos o ripostigli compaiono talvolta nella camera, nell’andito o presso la scala. Aldilà del modello fondamentale così ottenuto potevano poi intervenire una serie di variabili, sulla base delle ispirazioni delle maestranze, della materia prima con cui si erigeva il monumento o delle influenze interne ed esterne. Si passa così dai profili slanciati al saldo cono tronco dei volumi esterni; da una pendenza esterna dall’andamento morbido ad un suo irrigidimento; mentre graduale e progressiva sarà la ricerca di spazi interni sempre maggiori34. Il Lilliu riconosce nella variazione del profilo del corridoio d’ingresso un indicatore dell’evoluzione cronologica del nuraghe, laddove la linea obliqua dei soffitti dalla porta esterna architravata e con spiraglio di scarico a modo “miceneo”, all’inizio molto elevata, si riduce gradualmente fino ad appiattirsi nel sistema gradinato, perdendo così la verticalità propria dei supposti primi nuraghi35. A queste prime torri, venne talvolta addossato alla prima struttura un bastione con torri, spesso delimitato da un antemurale, talora invece l’erezione di un nuraghe polilobato venne progettato in un unico momento. L’opera muraria poteva essere ottenuta tramite la tecnica “ciclopica” o “poligonale”, affiancando tra loro blocchi poliedrici tondeggianti, con o senza lieve sbozzatura, affiancati senza un ordine apparente, con la presenza di scaglie o zeppe

nelle

connessure di contatto. Oppure secondo l’opera “subquadrata”, costituita da filari di blocchi accuratamente tagliati, scanditi geometricamente in piani orizzontali. L’architettura funeraria dell’Età del Bronzo36 è marcata dallo sviluppo delle tombe di giganti, tombe megalitiche a corridoio per le quali si è precedentemente ipotizzata il ruolo nell’ambito dell’articolazione della civiltà nuragica. Da un punto di vista 34

Lilliu 1982, pp. 34-35 Lilliu 1982, pp. 37-38 36 Contu 2006, pp. 616-652 35

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strutturale si tratta di sepolture derivanti dalle più antiche allèes couvertes costituite da due parti fondamentali: il corridoio rettangolare delimitato da lastre ortostatiche poste di taglio e coperto da altre pietre, e un’esedra posta nella parte anteriore anch’essa definita da pietre di grandi dimensioni. Una stele centinata di altezza notevole si staglia al centro dell’esedra e presenta alla base un portello comunicante col corridoio37. La tomba di giganti conoscerà delle varianti strutturali, quali l’utilizzo di filari regolari di pietre in luogo dei lastroni, così come la copertura potrà essere tabulare o definita dall’aggetto delle pareti. La camera è racchiusa da un tumulo allungato con fondo absidato, mentre sulla fronte l’esedra viene definita da due ampi bracci lunati. In numerosi esemplari invece della stele centinata compare una fronte a filari di pietre con concio dentellato con tre fori per il fissaggio di betili di pietra38. Una ulteriore variante è la cosiddetta “tomba di giganti scavate nella roccia”, spesso ottenute dal riutilizzo di vecchie domus de janas. È a partire dal Bronzo Medio che viene datata la manifestazione nuragica dei “tempietti” a megaron, per quanto l’unico esemplare riferibile ad una situazione così remota sia l’esemplare di Malchittu39, attribuibile all’Età del Bronzo Medio-Recente, mentre per gli altri esemplari esaminati parrebbe più consona una collocazione tra la fine dell’Età del Bronzo e gli inizi dell’Età del Ferro. Ma il motivo di questa argomentazione può essere illustrato solo sulla base dei confronti che il processo storico e culturale della Sardegna ci consente di fare per il periodo in questione con il mondo egeo e vicino-orientale, e che mi riservo di approfondire nei paragrafi seguenti.

37

Moravetti 2002, p. 28 e ss. Melis 2004, p. 33 39 Ferrarese Ceruti 1964, pp. 3-6, 11-12, 14, 24 38

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2.La Sardegna tra il Bronzo Finale e la Prima Età del Ferro.

Tra il XIII e l’XI secolo a.C. la Sardegna assume un ruolo determinante nel circuito internazionale dello scambio e della commercializzazione dei metalli. Questo sviluppo ha inizio quando la presenza micenea40 nell’isola è testimoniata già dal secolo precedente e insorge tramite il rapporto privilegiato con la componente cipriota, che a partire dal XIII secolo a.C. rafforzerà la propria presenza sull’isola, fungendo da tramite per lo sviluppo di traffici di ambito egeo-orientale e levantino41. Rapporto questo tra la Sardegna e il mondo egeo-cipriota che compare con tutta la sua evidenza nella diffusione degli

ox-hide ingots42. Di sicuro i minerali sardi

dovettero attirare l’interesse anche della Sicilia e dell’arcipelago eolico, con le cui popolazioni si stabilirono verosimilmente rapporti continuativi43. Tra il 1200 e il 1000 a.C. si assisterà alla diffusione di una forma più complessa di nuraghe e di creazioni architettoniche più elaborate44, che rispecchiano, mediante l’evidenza di una elevata specializzazione, la massima consapevolezza delle comunità nella realizzazione di monumenti di grande carico ed impatto, che integrano finalità pratiche e valenze politiche ed ideologiche. Il Bronzo Finale conoscerà il tramonto delle torri nuragiche, probabilmente per un’ulteriore evoluzione della società verso forme economiche più dinamiche, che congedano strutture bisognose di enormi investimenti stabili di risorse umane e materiali. In questo scenario emerge il ruolo dei pozzi e delle fonti sacre quali luoghi di

40

Ferrarese Ceruti 1990, pp. 229-237 Bernardini 1993, pp. 29-67 42 Lagarce 1997, pp. 73-97 43 Lo Schiavo 1984, p. 33 44 Lilliu 1982, pp. 62-81 41

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aggregazione, e successivamente quello dei “tempietti” a megaron, a sancire i nuovi nuclei di accentramento45. Nell’ultimo periodo dell’Età del Bronzo si ha dunque la diffusione dei templi a pozzo e delle fonti sacre. Sono questi edifici caratterizzati da tre componenti strutturali fondamentali: un vestibolo solitamente rettangolare dotato di sedili in pietra ai lati; la scala, esclusiva dei templi a pozzo, che conduce in basso alla base della tholos e una camera con copertura a falsa volta parzialmente interrata sul cui fondo si apre il pozzo. Sovente un temenos delimita l’area sacra intorno al tempio46. Attorno a queste aree sacre si sviluppavano spesso degli estesi villaggi, nell’ambito dei quali si possono cogliere emergenze insediative che si differenziano dal comune uso privato, definite tra le altre “Capanne delle riunioni”, “Capanna delle assemblee federali”, “Capanna del Capo”; tutti indicatori dell’articolazione della comunità. Per quanto concerne l’architettura funeraria, accanto al perdurare dell’emergenza delle tombe dei giganti nelle differenti variabili strutturali, compaiono le “tombe in tafone” 47, sepolture ottenute da piccoli anfratti naturali causati dalla disgregazione della roccia granitica. Tra la fine dell’Età del Bronzo Finale e l’inizio dell’Età del Ferro si verificherà in Sardegna una vera e propria svolta storico-culturale, scandita dall’emergere di una struttura “aristocratica” che determinerà il cambiamento delle strutture economiche e sociali. Il Lilliu ci descrive una sovranità politica che si riallaccia ad un distretto dotato di un proprio centro principale, ma che non elaborerà mai uno statuto di polis, restando ancorato ad una condizione prepolitica. Un insieme di cantoni che non troverà una coesione e tra i quali erano possibili manifestazioni di predominio

45

Contu 2006, pp. 574-615 Melis 2003, p. 40 e ss. 47 Ugas 2005, pp. 91-92 46

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dall’esterno, o forse coesioni in occasioni di eccezionalità politiche o militari48. L’economia doveva ora volgere verso un elevato tenore, forse espressione di una società che si era evoluta verso fisionomie di difformità di classe, con pratica dell’asservimento ed egemonia del possedimento del principe o del cantone. L’attività agro-pastorale volgeva verso forme avanzate, si avvaleva delle innovazioni tecniche ed era affiancata dalla pratica venatoria e da quella mineraria e metallurgica. Una società in grado di accogliere i portati del mercato esterno per ricavarne migliorie, mantenendo però saldi i propri connotati tradizionali, così come avviene anche nella produzione metallurgica che procede secondo forme, tecniche ed evoluzioni autonome, tali solo di una disponibilità delle risorse necessarie e del possesso di libera iniziativa49. Tant’è che le manifestazioni più significative di questo periodo saranno la fabbricazione dei bronzetti e quella della grande statuaria50. Il Lilliu distingue nell’ambito della produzione bronzistica figurata due differenti filoni stilistici, dipendenti da due distinti livelli di committenza propri della struttura nuragica; il “filone linguistico geometrico” pertinente alla componente aristocratica e il “filone libero o spontaneistico” in connessione alla componente popolare. Per entrambi viene indicata una collocazione tra la fine del IX e il VII secolo a.C., con un possibile abbassamento nel VI secolo a.C. Ciò che emerge con vigore è la scelta politica ed ideologia di una società complessa che decide di ricorrere alla rappresentazione figurata; la stessa società nelle cui botteghe operavano verosimilmente anche artigiani stranieri e probabili maestranze orientali. E dal repertorio bronzistico derivano le sculture colossali in arenaria di Monte Prama-Cabras, per le quali viene proposta una collocazione nell’ultimo

48

Lilliu 1985, pp. 77-87 Lilliu 1985, pp. 83-85 50 Lilliu 1981, pp. 179-251 49

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trentennio del VII sec. a.C.51, in cui vari elementi indicano la presenza di “suggestioni dedaliche”; così come non sono da escludere confronti con esperienze microasiatiche insulari e greco-continentali. Cessa ora in misura pressoché totale la costruzione dei nuraghi, mentre si verifica l’ampliamento e la ristrutturazioni di alcuni o la parziale distruzione e cambiamento nell’uso di altri52. Numerose riproduzione miniaturistiche di nuraghi compaiono in edifici preposti allo svolgimento di funzioni pubbliche o cultuali, palesando una valenza simbolica e di riferimento alla sfera sacra53. Innovazioni importanti si avranno nell’ambito dell’urbanistica e dell’architettura civile, dove i villaggi lasceranno le linee confuse del periodo precedente per convogliare verso un assetto pianificato e relativamente funzionale, con la comparsa di un abbozzato sistema viario, piccole corti, primitive fognature. Le capanne di originaria forma circolare costituite da un solo vano e caratterizzata da spesse murature, vengono ora sostituite da strutture multiformi e impiantate su più vani che si innestano nell’impianto rotondo con disposizione a raggiera54. Nell’architettura funeraria verrà privilegiato il riutilizzo di strutture precedenti, con deposizioni che si sviluppano anche in grotta o negli antichi ipogei e con l’adeguamento di nuove tipologie di sepoltura ad una rituale che sembra protendere per l’inumazione individuale piuttosto che collettiva55. La Sardegna sembra essere in questa fase il fulcro intorno al quale si sviluppano i traffici del Mediterraneo occidentale. Bronzetti sardi compariranno così nel corredo della tomba Cavalupo di Vulci della seconda metà del IX secolo a.C., testimoniando la piena maturità di questa produzione in un periodo in cui in Occidente non si 51

Bernardini 1985 pp. 119-166 Lo Schiavo 1984, p. 34 53 Moravetti 2002, p. 32 54 Lilliu 1985, p. 79 55 Moravetti2002, p. 33 52

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conosceva nulla di simile56; e costituendo una delle molteplici testimonianze del legame tra Sardegna ed Etruria57. Si è ipotizzato che il progressivo indebolimento del monopolio indigeno di fronte all’avanzata cartaginese sul finire del VII secolo, abbia contribuito alla crisi del potere cantonale nuragico, fino a giungere all’estinzione dell’indipendenza alla fine del VI secolo, fatta eccezione per quanti, rifugiatisi sulle montagne, andranno a costituire il nucleo barbaricino58.

56

Lo Schiavo 1984, p. 35 Tronchetti, pp. 61-63 58 Lilliu 1985, p. 85 57

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3.Il mondo Miceneo.

Al fine di delineare lo scenario dei rapporti che lo videro coinvolto con la Sardegna, verrà proposta una panoramica sul mondo miceneo tra il XVI e il XIII secolo a.C.,e sulle sue relazioni internazionali. La società micenea aveva un carattere fortemente gerarchizzato, nella quale emerge una struttura politica e sociale centralizzata di tipo piramidale, espressione di un’organizzazione di tipo palaziale59. All’apice le funzioni amministrative e politiche-decisionali venivano espletate dal wanax, a cui facevano seguito i dignitari di palazzo e i preposti all’organizzazione burocratica, vi era poi l’apparato militare espressione di un’aristocrazia guerriera e infine i contadini, gli artigiani e il resto della popolazione libera. Il sistema economico si basava sulla gestione e sul controllo della produzione da parte del palazzo mediante l’imposizione fiscale e la redistribuzione sotto forma di beni alimentari, in un rapporto di squilibrio in cui il villaggio era sempre tributario della città. La formazione di questa futura società centralizzata, destinata a durare fino al XIII secolo, affonda le proprie origini nel passaggio tra il ME e il TE (1700-1600 a.C.), quando si verifica il sostanziale abbandono di importanti siti dell’Argolide e si registra invece la crescita della vicina Micene; laddove l’emergere di un nuovo gruppo dirigente, magnificamente documentato dagli impianti dei Circoli A e B, sancisce l’avvio dello sviluppo della civiltà micenea60. Un’origine probabilmente conseguente al verificarsi di una serie di fattori interni, sui quali dovette agire da spinta il controllo esercitato dalle élite

59 60

Cultraro 2006, pp. 54-55 Taylor 1987

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elladiche sulle vie di approvvigionamento di materie prime dell’Europa centrooccidentale61. È cosi che tra la fine del XVI secolo e la prima metà del XV si registrerà un consolidamento delle realtà politiche ed economiche in Argolide e in Messenia, al quale si accosta la rapida espansione della cultura micenea nell’area centrooccidentale della Grecia continentale. Nel TE I-II le consolidate élite locali del mondo elladico, forse avvantaggiandosi del crollo dei centri di potere minoici cretesi, si spingono verso le Cicladi. Nel corso del TE IIIA:I ( primo quarto del XIV sec. a.C.) la Grecia continentale subisce un profondo processo di miceneizzazione, ravvisabile in ambito domestico nell’emergere dei palazzi e delle strutture difensive, e in ambito funerario nella diffusione delle tombe a tholos. Il successivo TE IIIA:2 (secondo quarto del XIV sec. a.C.), caratterizzato dalla considerevole presenza di elementi micenei in tutto il Mediterraneo centrale, confermerà la capacità dell’organizzazione palatina di utilizzare l’esportazione del surplus per l’ottenimento in cambio di materie prime e di beni necessari per la struttura centrale. La definitiva affermazione delle strutture palatine avverrà nel successivo TE IIIB: I (fine del XIV prima metà del XIII sec. a.C.) , scenario di una società dinamica contraddistinta da impulsi economici; mentre indicatori di un progressivo indebolimento saranno le prime distruzioni a Micene e Tirinto nella metà del XIII sec. a.C., preludio del successivo crollo62. Tra il TE IIIA:2 e il TE IIIB:2 si assiste ad una uniformità nella cultura materiale che ha lasciato ipotizzare l’esistenza di un impero miceneo, più facilmente riconducibile ad una vasta koinè culturale che accumuna i vari principi, indipendenti però dall’egida di un sovrano.

61 62

Cultraro 2006, p. 54 Cultraro 2006, pp. 49, 54-56, 76, 83

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Successivamente alla decifrazione della lineare B63 sono aumentati gli sforzi volti alla ricostruzione delle modalità con le quali si svolse il commercio egeo dell’età del Bronzo. È stata però la possibilità d’indagine sui carichi di relitti di navi mercantili a dare fondamentali informazioni per la ricostruzione dei traffici intermediterranei del II millennio a.C. In particolare i relitti di Uluburun64, rinvenuto al largo della costa della Turchia e datato tra la fine del TE IIIA:2 e gli inizi del TE IIIB:1, e quello di Capo Gelidonya65, anch’esso trovato a largo della costa turca e collocabile tra la fine del TE IIIB:2 e il TE IIIC iniziale, indicano il ruolo centrale del metallo (rame e stagno), presente in maniera preponderante nei carichi sia sottoforma di panelle che di lingotti. Insieme ad esso la presenza di arnesi da forgia induce ad ipotizzare la presenza a bordo di artigiani di diversa provenienza. Il carattere “internazionale” del carico di Uluburun, caratterizzato da una quantità impressionante di prodotti provenienti da differenti aree mediterranee, può indurre a riconoscere un commercio regolare e continuativo di beni, soprattutto materie prime, secondo canali preferenziali che congiungono specifici luoghi66. I protagonisti degli scambi potrebbero non coincidere con gli importatori o gli esportatori, ma bensì con agenti intermediari dipendenti dal palazzo; che disporrebbe dunque di operatori commerciali vincolati al potere centrale, che attraverso le proprie navi garantirebbero gli scambi commerciali tra i diversi porti del Mediterraneo. Questa ricostruzione sembrerebbe favorita dall’individuazione lungo la costa levantina e in alcune parti del Mediterraneo di concentrazioni di elementi elladici tale da favorirne l’identificazione quali ports of trade, nei quali avveniva il contatto tra i mercanti

63

Chadwick 1959 Pulak 2005, pp. 34-47 65 Bass 2005, pp. 48-55 66 Bernardini 1993, pp. 29-67 64

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stranieri e le genti autoctone. Si potrebbe allora parlare di commercio egeo quale impresa mercantile privata dai caratteri parcellizzati e modulari67. Le prime relazioni micenee in ambito egeo vengono attestate nel corso del TE I a Ceo, Citera, Santorino, Melo e Rodi; nel successivo TE II testimonianze maggiori si avranno lungo la costa egea dell’Anatolia, a Cipro, sulla costa levantina e in Egitto68. Ceramiche di sicura importazione dalla Grecia continentale sono state rinvenute a Troia e nelle isole dell’Egeo nord-orientale, indicando una preponderanza di elementi di fabbrica tessalica e secondariamente peloponnesiaca, che potrebbe far ipotizzare una provenienza dall’area centro-orientale della Grecia dei primi prospectors micenei. La presenza micenea a Cipro è invece documentata da numerose testimonianze archeologiche che avevano inizialmente, ed avventatamente, fatto pensare ad una sorta di colonizzazione micenea nel corso del XIV secolo a.C., poi smentita dal riconoscimento dello spessore culturale cipriota e della sua capacità di rielaborare influenze provenienti dall’esterno, dall’area micenea a quella anatolica, dalla levantina all’egizia. I siti più importanti per la quantità di ceramica micenea restituita sono gli insediamenti di Enkomi, Kition e Kalavasos-Agios Dimitrios69. Per quanto concerne l’area levantina, le più antiche testimonianze micenee risalgono al TE IIA-B e interessano la costa palestinese e quella settentrionale della Siria, dove le ceramiche compaiono nei centri palatini di Ugarit, Tell Sukas e Tell Atchana. Per quanto riguarda le caratteristiche della presenza micenea nell’area in esame, si registra una sovrapposizione micenea a quella minoica; e mentre fin dagli esordi si decantava il ruolo centrale assunto da Cipro nella mediazione tra l’area micenea e quella siro-palestinese, emerge sempre con maggiore consistenza la presenza di 67

Cultraro 2006, pp. 204-206 Vagnetti 1996, p.138 69 Stell 1998, pp. 285-296 68

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importazione dalla Grecia continentale. Altro dato interessante riguarda il carattere dei traffici che vedevano coinvolte fogge vascolari impiegate nell’ambito di contesti cerimoniali sia pubblici che privati. Ulteriori siti di rinvenimento di carattere portuale saranno, oltre ad Ugarit, Biblo, Tel Abu Hawam, Ascalona e Tel el-Ajjul-Gaza, mentre all’interno i ritrovamenti si concentreranno in prevalenza lungo le valli dell’Oronte a nord e quelle del Giordano a sud70. In Egitto il periodo del TE II sembra essere interessato da una contrazione nei rapporti con il mondo egeo, con una ripresa che si registrerà solo nel TE IIIA:271. È a questa fase che si attribuiscono le ceramiche di Tell el-Amarna, il sito che ha restituito la maggiore quantità di testimonianze riconducibili ad una provenienza dalla Grecia continentale; mentre i reperti rinvenuti a Deir el-Medina e databili al TE IIIA:2 – IIIB:1 si riferiscono all’area cipro-levantina. In entrambi i siti sembra essere attestata la presenza di scribi e maestranza di origine egea, e i micenei potrebbero aver anche contribuito al rafforzamento dell’esercito del faraone. Particolare importanze aveva inoltre la costa africana settentrionale nella rotta per la Sardegna e la Sicilia72. Nel Mediterraneo centro-occidentale, in riferimento al TE I e II, si assisterà in Italia alla comparsa di reperti prevalentemente concentrati nelle isole Eolie e in quelle Flegre, con rare apparizioni lungo le coste meridionali italiane. Sia l’arcipelago eolico che quello flegreo, pur non controllando direttamente giacimenti metalliferi, erano comunque in grado di reperire il rame, e potrebbe esser stata la necessità di approvvigionamento di metallo ad aver attirato i Micenei73.

70

Gregori, Palumbo 1986, pp. 327-334 Cultraro 2006, p. 216 72 Cultraro 2006, pp. 206-207, 211-214, 216-217 73 Vagnetti 1996, pp. 138-143 71

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Tra il XIV e il XIII secolo a.C. le relazioni esterne vedono i micenei particolarmente attivi sul fronte del Mediterraneo centrale, mentre si allenta l’interesse per le isole Flegree e prosegue con alcune variazioni quello per l’arcipelago eolico. In Sicilia elementi micenei si concentrano prevalentemente nelle necropoli del Siracusano del IIIB, delle quali la più importante è quella di Thapsos, mentre nel villaggio omonimo le capanne circolari verranno sostituite da edifici rettangolari. In ambito peninsulare le testimonianze emergono in massima parte in Basilicata,Calabria settentrionale ionica e Puglia, dove l’insediamento dello Scoglio del Tonno mostra le relazioni più marcate con le cittadelle micenee. Con la fioritura del sistema palaziale si attua un commercio estensivo, così che anche sulle coste microasiatiche, in Macedonia, in Corsica, oltre che in Sardegna e in Italia Meridionale, l’espansione acquisisce peculiarità regionali con diversi gradi di miceneizzazione74.

74

Kilian 1992, p. 579 e ss.

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4. Il mondo Cipriota.

L’isola di Cipro ebbe un ruolo determinante sia quale collegamento tra le diverse aree orientali che come tramite tra queste, l’ambiente egeo e il Mediterraneo centro-occidentale, in particolare con la Sardegna. Le sue risorse principali erano il legname e il rame75, quest’ultimo presente in particolar modo nel distretto minerario di Skouriotissa. Alla fine del Bronzo Medio, Cipro presenta caratteri di regionalismo, del quale troveremo indizi nella produzione ceramica, ma anche una sostanziale situazione di precarietà, ravvisabile nella distribuzione degli apprestamenti di carattere militare, quali insediamenti fortificati e fortezze isolate. La svolta sarà delineata da un nuovo assetto insediativo, dalla proliferazione di nuovi nuclei abitativi nella costa sud e sudest, dal progressivo coinvolgimento nelle dinamiche commerciali internazionali dell’area orientale del Mediterraneo, dalla diffusione di un sistema scrittorio, dall’incremento nella produzione metallurgica, e si ipotizza anche dall’esportazione del rame76. Molteplici fonti orientali identificano Cipro con il regno di Alashiya, associazione che compare soprattutto in testi egiziani, e che se accolta come attendibile rivela l’importanza dell’isola nei collegamenti internazionali del Vicino Oriente77. Relazioni reciproche sono testimoniate tra Cipro e l’Egitto e tra l’isola e l’area siropalestinese; mentre è diffusa l’importazione e l’imitazione a Cipro di ceramica cretese e micenea. Le importazioni micenee saranno quantitativamente ricche a

75

Muhly 1986, pp. 45-60 Vagnetti 1992, p. 629 77 Vincentelli 1976, pp. 9-49 76

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partire dal XV secolo a.C., mentre accanto ad esse si svilupperà una fabbricazione ceramica che associa tecniche micenee a fogge cipriote78. Non sono note testimonianze relative a palazzi nell’area cipriota per il tardo Bronzo, mentre quelle provenienti dalle indagini sui maggiori centri dell’isola sembrano delineare uno scenario di forte mobilità culturale, nell’ambito del quale vengono assimilati gli impulsi provenienti dall’esterno che però vengono rielaborati secondo l’originale iniziativa locale. L’architettura civile conosce un assetto urbanistico improntato all’organizzazione dei nuclei abitativi secondo estesi isolati circoscritti da assi viari ortogonali, nei quali si aprono abitazioni civili, officine, botteghe, sacelli e tombe, secondo l’uso di seppellire i defunti in tombe a camera al di sotto dell’abitato. Dai resti di Kition si deduce invece uno stretto legame tra area sacra e officine destinate alla lavorazione del bronzo. A partire dalla seconda metà del XIII secolo a.C. si denuncia un quadro di instabilità ravvisabile nella costruzione di siti fortificati destinati a scomparire in tempi brevi, e che precede le grandi distruzioni proprie del passaggio tra XIII e XII secolo a.C., le cui tracce sono ravvisabili negli insediamenti di Enkomi, Maa, Kition, Sinda79. A lungo si è ritenuto che prima i Micenei e poi i Popoli del Mare80 abbiano invaso Cipro, ma si riscontra la difficoltà nel collegare eventi precisi alle distruzioni delle principali città cipriote. La presenza micenea sull’isola nel XII secolo a.C. è sicuramente importante, così come anche gli apporti provenienti dalla costa levantina81. Agli inizi del XII secolo a.C. a Cipro manca un’autorità statale centralizzata; sulla base di questo si può ritenere che tra il 1230 e il 1190, date che si

78

Vagnetti1992, p. 631 Furumark 1965, pp. 99-116 80 Muhly 1984, pp. 39-56 81 Muhly 1984, pp. 45-49 79

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riferiscono alle registrazioni delle distruzioni dei Popoli del Mare, il regno di Alashyia giunge alla sua fine82. Per quanto riguarda l’areale di diffusione delle ceramiche cipriote in relazione all’avvio dei rapporti di Cipro con l’area mediterranea occidentale, procedendo verso ovest si registrerà una limitata ma indicativa testimonianza di importazioni nel Dodecaneso, a Creta e in altre isole83, mentre è scarsa allo stato attuale la presenza di elementi nella Grecia continentale84. Anche i rinvenimenti nord-africani del porto di Marsa Matruch, in ambiente libico, saranno quantitativamente modesti ma di grande importanza, con una confluenza di elementi ciprioti, cretesi e micenei85. L’esistenza di una rotta meridionale che toccasse la costa meridionale di Creta e il Nord Africa sembrerebbe ipotizzabile sulla base dei ritrovamenti propri di questa stazione e di quelli, di matrice cipriota, provenienti da Creta, in particolare dal porto di Kommos86. Intorno al 1075 a.C. un fenomeno naturale, probabilmente un terremoto, distrusse le città dell’età del Tardo Bronzo sull’isola e segnò l’inizio dell’Età del Ferro. Nelle fasi più antiche dell’Età del Ferro, denominate Protogeometrico o Cipro-Geometrico Antico, gli sviluppi culturali dell’isola mostrano una continuità con un substrato della cultura micenea. Le fasi iniziali dell’Età del Ferro sono piuttosto oscure, ma sembra che l’isola sia divenuta rapidamente un importante centro di commerci e ricchezza fino alla metà del IX secolo a.C., quando i commercianti fenici fecero la loro comparsa a Kition e cominciarono a colonizzare Cipro. Presero il potere politico in questa città costiera e poi estesero la loro influenza su una larga parte dell’isola (Idalion, Tamassos, 82

Baurain 1984, pp. 323-357 Stampolidis 1991 84 Lo Schiavo 1995, pp. 45-59 85 Vagnetti 1992, p. 632 86 White1986, pp. 22, 51-84 83

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Laphitos). Ne derivò un’influenza orientale sulle produzioni cipriote, mentre importazioni fenicie fanno la loro comparsa nell’isola. D’altro canto possiamo osservare un importante sviluppo storico riguardante ciò che fu chiamato la seconda colonizzazione greca. Durante l’VIII secolo a.C. la Grecia continentale intraprese una nuova espansione verso Oriente e molte colonie greche furono fondate lungo le coste Sirio-Palestinesi e Anatoliche. Si crearono quindi nuovi contatti tra il mondo greco e Cipro che diventò un primo gradino per questa nuova espansione dei Greci verso Oriente. Nel 709 a.C. un altro importante evento storico influenzò Cipro ed ebbe importanti riflessi sulle arti e mestieri dell’isola. Il re assiro Sargon II conquistò Cipro. Una stele, trovata a Kition nel XIX secolo, ora al Pergamon Museum di Berlino, reca un’iscrizione incisa che ricorda la dominazione del re assiro sul regno di Cipro. Con l’ascesa al trono d’Assiria di Sargon II nel 722 a.C, il regno crebbe per potenza ed importanza; dopo una lunga serie di eventi bellici Sargon riuscì ad acquisire la Babilonia e se ne dichiarò re nel 710 a.C.; la marcia espansionistica del conquistatore giunse fino alle coste occidentali del Mar di Siria ad occupare l’isola di Cipro che dal 709 a.C fu sottoposta a dominazione straniera e al pagamento di tributi. Durante questo particolare periodo di dominazione assira gli elementi orientali nell’arte cipriota si svilupparono ulteriormente ed ora si può parlare di periodo ‘orientalizzante’ nell’arte cipriota87. Maggiori elementi di iconografia orientale furono introdotti nelle arti dell’isola specialmente per quanto riguarda la gioielleria e gli oggetti di bronzo. L’avvento della cultura orientale accrebbe e mutò sensibilmenete la produzione artistica locale e conseguentemente quella delle terre ad essa collegate; accanto alle tecniche artigiane si acquisirono nuove dimensioni

87

Burckert 1992

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culturali ed artistiche che fecero della forma narrativa l’intento primario delle espressioni artistiche; gli elementi orientali vengono recepiti, assimilati e modificati a seconda delle esigenze espressive al fine di illustrare proprie tematiche mitologiche e cultuali. Attraverso l’espansione coloniale ed i rapporti di scambio nuovi elementi di iconografia orientale furono cosÏ introdotti in Sardegna e nelle altre terre dell’Italia antica.

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5.La Sardegna e il mondo Miceneo.

Il Lilliu specifica quale indicatore cronologico dell’inizio dell’Età del Bronzo Medio la datazione al C14 di una trave di legno della torre del nuraghe di Barumini (1460 ± 200 a.C.) e di carboni provenienti dal nuraghe Ortu Comidu-Sardara (14501400 ± 70 a.C.). La fase successiva sarebbe suggerita dai carboni provenienti dal nuraghe Pizzinnu di Posada (1399 ± 50) e dalla zona M del nuraghe Ortu Comidu (1300-1270 ± 70 a.C.). Per il Bronzo Finale invece gli indizi sarebbero da cogliere nel nuraghe Albucciu-Arzachena (1220 ± 250 a.C.). Indicazioni cronologiche verrebbero fornite anche da oggetti bronzei rinvenuti in un deposito di Ottana, in cui compaiono una punta e un puntale di lancia e pugnali e daghe di tipo “cipriota” e “Arreton Down”. Elementi tipici, questi, di depositi inglesi della fase Wessex II e di ritrovamenti dell’Europa centrale e occidentale collocabili tra il 1550 e il 1450. I ritrovamenti sardi sono stati perciò interpretati quali indicatori del coinvolgimento della Sardegna nuragica nei flussi culturali e commerciali che giungono nelle aree europee dall’Egeo, attraverso il Midi della Francia, seguendo le vie di approvvigionamento dello stagno e dell’ambra e viceversa88. In realtà la poca chiarezza riguardo il luogo dell’effettivo rinvenimento, così come sulle modalità in cui esso avvenne, rendono dubitabile la scoperta, forse non imputabile alla Sardegna89. Occorrerà attendere il 1976 perché il primo rinvenimento di ceramica micenea nell’isola90, proveniente dalla costa orientale sarda, possa avviare la ricerca delle sue relazioni con il mondo egeo. Una presenza questa che si impernierà in Sardegna a

88

Lilliu 1982, p. 30 Lo Schiavo 1985, pp. 256-257 90 Ferrarese Ceruti 1979, pp. 244-253 89

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partire dal Miceneo IIIA; in una Sardegna che è ormai popolata da comunità gerarchizzate che controllano il territorio, ne gestiscono le risorse e organizzano il lavoro, capaci di grandi manifestazioni architettoniche e padroni di conoscenze tecnologiche nell’ambito della lavorazione del bronzo, protagonisti di una società articolata e consapevole, che attirerà per questo l’attenzione dei mercanti egeoorientali, in un momento in cui l’isola diventa il fulcro di quel circuito di ricerca, trasmissione e lavorazione dei metalli che unisce Oriente ed Occidente91. È in questo contesto che si è parlato di influsso miceneo, laddove il modello della tholos nuragica sarebbe mutuato dalle tombe di Micene (1500-1425 a.C.), ispessendo così le trame della leggendaria creazione Dedalica dei monumenti92. Tuttavia l’originaria funzione funeraria che si preserva in Grecia, così come anche in Sicilia, non si manifesta in Sardegna, dove invece la tholos è associata a contesti civili e di culto. Questa evidenza, unita al carattere subaereo del nuraghe, rende l’ipotesi micenea ingannevole, a vantaggio di una riconsiderazione degli aspetti di continuità delle manifestazioni architettoniche sarde tra Bronzo Antico e Bronzo Medio, in rapporto all’ambiente occidentale piuttosto che egeo93. Per quanto riguarda i rinvenimenti di cultura materiale, una discreta quantità di ceramica micenea è stata ritrovata lungo le coste meridionali e centro-orientali, fino a giungere nell’area nord-occidentale interna dell’isola. La Vagnetti ha interpretato un frammento di ceramica micenea proveniente dalla Sardegna settentrionale interna, presso la zona di Bonu Ighinu, quale un frammento di tazza accostabile al Rhodian Pictorial Style databile al Miceneo III B-C; mentre per i frammenti da Orosei e dal Nuraghe Antigori di Sarroch propone una collocazione nel Miceneo III B294. Nello

91

Bernardini 2010, p. 17 Ugas 2005, pp. 32-34 93 Bernardini 1993, p. 48 94 Lo Schiavo 1984, p. 31 92

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stesso Antigori, sempre nell’ambito del Miceneo IIIB, sono stati rinvenuti elementi di fabbrica peloponnesiaca, cretese, cipriota e numerosi prodotti di fabbricazione locale. Tra gli altri rinvenimenti citiamo ancora i frammenti ceramici provenienti dal nuraghe Domu s’Orku, sempre nel territorio di Sarroch ma in posizione più interna; così come un frammento inquadrabile tra il Miceneo IIIB e il Miceneo IIIC proviene da una grotta nel territorio di Pozzomaggiore, o ancora un frammento miceneo assimilabile ai prodotti locali dell’Antigori95 proveniente dal vano 17 del villaggio del Su Nuraxi di Barumini. Nel XIII secolo a.C. dunque, una diffusissima circolazione di ceramica interessa l’Isola, alla quale si aggiungono però le scoperte di un alabastron miceneo di provenienza peloponnesiaca proveniente dal Nuraghe Arrubiu di Orroli96, e di un frammento da Tharros, databili al IIIA, che sono attualmente i rinvenimenti più antichi della Sardegna. L’ultima fase del IIIC è invece documentata in particolare tra Nora e Tratalias; mentre un altro importante rinvenimento è l’applique in avorio che riproduce una testa di guerriero sormontata da un elmo decorato da zanne di cinghiale, proveniente da Decimoputzu e datata tra il TE IIIA:2 e il IIIB97. Sulla base delle informazioni dedotte dai rinvenimenti ceramici è stata ipotizzata l’esistenza, tra il 1300 e il 1200 a.C., di almeno due “stazioni” micenee in Sardegna; una localizzabile sulla costa orientale e l’altra su quella sud-occidentale per la quale si è ipotizzata la relazione con le vie di approvvigionamento dei metalli del distretto minerario della regione sulcitana98. L’impianto di officine locali nell’area meridionale e l’abbondanza di elementi micenei pertinenti al Miceneo IIIC, scoperti all’interno dell’isola, hanno fatto pensare ad una presenza più articolata tra il 1200 ed

95

Ferrarese Ceruti 1990, pp. 246, 250 Lo Schiavo 1993, pp. 122-147 97 Vagnetti 2005 98 Ferrarese Ceruti, p. 611 96

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il 1000 a.C.99 Successivamente, per il periodo compreso tra il 1300 e il 1050 a.C., sarà evidente la frequentazione egea delle coste sarde, dal golfo di Cagliari alle sponde sud-occidentali del Capo di Pula e del golfo di Palmas, dal golfo di Alghero agli approdi orientali di Orosei100. In riferimento al complesso dell’Antigori si registra una presenza micenea che mostra dal principio carattere di stanzialità, accompagnata dall’insediamento di una bottega ceramica locale che però scompare con la stessa rapidità con la quale era sorta. I manufatti prodotti manterranno però caratteri indigeni che restano autonomi sia prima che dopo l’arrivo dei Micenei. Dunque tra il

1300 e il 1200 a.C.

componenti micenee frequentavano le coste sud-occidentali dell’isola; gli studi relativi al complesso dell’Antigori rendono ipotizzabile un impianto stabile dei prospectors egei e delle loro officine ceramiche intorno al 1200 a.C101. La provenienza più accreditata per queste correnti di traffico è quella cipro-levantina; il loro stanziamento determina sul colle dell’Antigori la connotazione particolare di alcune strutture con valenza cultuale, ma la resistenza del contesto indigeno potrebbe indicare nella cultualizzazione una circostanza di transazione o una legittimazione ideologica di una tesaurizzazione connessa a possibilità di accumulo102. Intorno al 1000 a.C. il colle assumerà una connotazione militare, probabilmente proprio a difesa delle vie di accesso ai giacimenti sulcitani. Sembra possibile dunque che alla fine del XIII secolo a.C., nel Miceneo IIIC, si verifichi il passaggio da una presenza prettamente micenea ad un circuito di traffici che vede il coinvolgimento molteplice di componenti egeo-orientali i cui centri di riferimento sono riconoscibili in Cipro e

99

Bernardini 1991a, p. 7 Lo Schiavo 1995, pp. 45-60 101 Ferrarese Ceruti 1990, pp. 229 e ss. 102 Bernardini 1991a, p. 11 100

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nella costa siro-palestinese e che risultano dotati di un alto livello di acculturazione micenea. Sicuramente attribuibile all’età della presenza micenea in Sardegna è il “tempietto” a megaron di Malchittu, il quale ci conduce a soffermarci sulle forme architettoniche principali del mondo miceneo al fine di cogliere eventuali relazioni.

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6.La Sardegna e il mondo Cipriota ed Egeo-Orientale.

Nello scenario contrassegnato dalla frequentazione micenea, si inserisce nel XIII secolo a.C. una presenza cipriota, destinata ad accrescere progressivamente la sua consistenza, che si configurerà quale ponte per l’arrivo in Sardegna di componenti e scambi di matrice egeo-orientale e levantina103. Indicatori di questo connubio saranno sia elementi d’importazione che rielaborazioni ed imitazioni in chiave locale di fogge cipriote. In generale si potranno distinguere due classi di materiali; una pertinente alla sfera del lusso, probabilmente in relazione al coinvolgimento dei capi nel meccanismo di scambi di doni cerimoniali104, e l’altra relativa agli arnesi per l’estrazione e la lavorazione dei metalli, forse inscrivibili nella pratica del dono tecnologico, ai quali ovviamente si aggiungono gli ox-hide ingots105. Proprio l’esame di questi ultimi getta nuova luce sui rapporti che legarono la Sardegna con i prospectors egei e vicino-orientali. L’analisi isotopica106 dei lingotti ha indicato l’utilizzo di rame estratto dai giacimenti ciprioti, per una produzione da collocarsi tra la fine del XIV e gli inizi del XIII secolo a.C. Il fatto che i manufatti rinvenuti, presenti in tutti i contesti nuragici fatta eccezione per quelli funerari, siano sempre frammentari, esclude una valenza nell’ambito dell’accumulo a favore di una pratica di reimmissione nel ciclo metallurgico con conseguente trasformazione della forma originaria107. Gli unici esemplari integri provengono dai depositi di

103

Bernardini 1993 , pp. 50-51 Bernardini 1991a, pp.18-22 105 Lagarce, 1997, pp. 73-97 106 Muhly 1985, pp. 78-82 107 Bernardini 1993, pp. 29-30 104

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Sant’Antioco di Bisarcio e di Serra Illixi, e costituiscono una scorta destinata alla successiva frammentazione108. Ovviamente solleva quesiti il ricorso al rame di provenienza cipriota da parte di un’isola interessata da floridi giacimenti locali, tanto più che non si registra un’attestazione di lingotti a Cipro posteriore al XII secolo a.C.109, mentre si verificherebbe un attardamento in ambito sardo che ha fatto pensare all’emigrazione di artigiani ciprioti110, fautori di una continuità produttiva di ispirazione cipriota nelle officine indigene; eventualità di difficile concordanza con il perdurare dell’utilizzo del rame cipriota e non locale. Sintomatico è il caso del centro palaziale siriano di Ras Ibn Hani111, dove il ritrovamento dell’unica matrice per la fabbricazione di rame a forma di pelle di bue, testimonia per il XIII secolo a.C. un’indipendente fabbricazione di lingotti, mediante però l’impiego di rame cipriota. Così come è da segnalare una produzione sarda di lingotti piano-convessi, questa volta sì plasmati con rame locale, probabilmente utilizzati in un momento anteriore all’introduzione degli ox-hide, che successivamente affiancheranno anche nell’ambito di un circuito internazionale, come testimoniano i noti carichi di Capo Gelydonia e di Ulu Burun nei quali compaiono entrambi112. Di fatto i lingotti a pelle di bue presentano la stessa forma a lati brevi apicali funzionali al trasporto, con la quale nel Vicino Oriente e nell’Egeo veniva trafficato il rame113; e la loro presenza in Sardegna si associa alla diffusione di manufatti

108

Lo Schiavo 1990a, p. 20 n.3, p. 28 n.14 Catling 1964, pp. 266-272 110 Vagnetti 1986, pp. 201-215 111 Bordreuil 1987, pp. 274-301 112 Bass 1967, pp. 78-81 113 Bernardini 2010, p.17 109

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orientali. Recano altresì sulla superficie segni scrittori impressi, riferibili al sistema sillabico del lineare A cretese e del lineare B miceneo114. Probabilmente l’introduzione della “questione sarda” nel più vasto fenomeno dei contatti tra Oriente ed Occidente, può fornire una chiave di lettura alternativa ed efficace se intesa in riferimento ai diversi sviluppi delle tecniche metallurgiche dei due paesi. L’area orientale vede la fioritura della tecnologia del ferro, con l’industria di Cipro che dal XII secolo a.C. si distingue come la più avanzata del Vicino Oriente, ed Occidente in cui prosegue la tecnologia del bronzo115. In particolare la Sardegna, dotata di giacimenti ferrosi e tappa verso le terre occidentali più ricche, può esser stata coinvolta in una dinamica di scambio tra il ferro sardo, non ancora valorizzato a livello locale, e il bronzo egeo-orientale che giunge a potenziare l’industria isolana116. Con l’inizio del XII secolo Cipro guida il trasferimento di genti dall’area egeoorientale117 verso la Sardegna, quale conseguenza delle devastazione che colpiscono il regno di Alashya e parte dell’area egea e levantina, e i cui postumi si avvertiranno fino a tutto l’XI secolo a.C. Tra il XII e l’XI secolo a.C. giungeranno così sull’isola anche altri esperti abili artigiani, i Filistei118, la cui presenza è ravvisabile nel rinvenimento di un frammento di vaso antropomorfo da Neapolis, che sembra ricondurre ai sarcofagi utilizzati allora in Palestina quali deposizioni prestigiose119. Tramite Cipro si svilupperanno nei successivi XI e X secolo a.C. i traffici fenici e

114

Ugas 2005, p. 207 Snodgrass 1980, pp. 335-374 116 Knapp 1990, pp. 150-152 117 Vagnetti 1986, pp. 217-243 118 Bunnens 1984, pp. 227-258 119 Bernardini 2010, p.20 115

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greci in area egeo-orientale prima e occidentale poi, con tutte le conseguenti implicazioni che ciò comporterà in ambito sardo120. Tornando alle altre evidenze materiali cipriote, nell’ambito degli stessi movimenti economici e culturali si registra la diffusione di importazioni e di imitazioni di oggetti di pregio e di arnesi da lavoro. Tra i primi una menzione particolare spetta ai tripodi miniaturistici, prodotti nel Tardo Cipriota III, tra il 1200 e il 1050 a.C., e rielaborati con elementi originali dall’industria nuragica in un momento leggermente posteriore121, verosimilmente per soddisfare committenze autorevoli. La loro circolazione è fissata tra il XII e il X secolo a.C. in relazione a vettori micenei e ciprioti, ma la produzione sarda si dispiega ancora tra il IX e l’VIII secolo a.C. forse in relazione ad apporti della precolonizzazione fenicia. Altri manufatti pertinenti alla sfera del lusso saranno anche gli specchi bronzei e gli attacchi d’ansa riferibili a vasi in metallo122; mentre tra gli arnesi di metallurgia si segnalano le molle da fuoco e le palette da fonditore123. Per quanto concerne le testimonianze ceramiche di matrice o tradizione cipriota, si registra una diffusione modesta di elementi ciprioti accanto ad evidenze micenee a partire dall’inizio del XIII secolo a.C.124 Occorre inoltre ricordate le scoperte di materiali ceramici euboici, databili tra IX e VIII secolo a.C., effettuate nel complesso nuragico di S. Imbenia125, fondamentali per ricostruire le prime fasi della frequentazione “precoloniale126” dell’isola. Se il ritrovamento di elementi culturali euboici non indica necessariamente la presenza di questa componente in Sardegna, il fatto però che le loro merci venissero trafficate 120

Pugliese Carratelli 1996, pp. 117-20 Macnamara 1985, pp. 35-51 122 Lo Schiavo 1985, pp. 1-71 123 Bernardini 1991a, p. 29 124 Bernardini 2010, p. 44 125 Bafico, D’Oriano, Lo Schiavo 1995, pp. 87-98 126 Ridgway 2000, pp. 91-108 121

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con l’ausilio di navi fenicie rimanda ad una pacifica coesistenza tra Eubei e Levantini127. La necessità di procurarsi materie prime, metalli in particolare, è tra i fattori che spingono i greci dell’Eubea a percorrere le rotte verso l’Occidente, avvalendosi del vettore fenicio-cipriota, laddove il Nord Africa, la Spagna e la Sardegna entreranno così a far parte della “rotta dell’argento”. Nell’ambito di questo movimento verso Occidente, gli Eubei fonderanno poco prima della metà dell’VIII secolo a.C. il primo insediamento greco a Pithecusa128 ad opera dei Calcidesi ed Eretriesi, a cui seguirà successivamente la fondazione di Cuma in Campania ancora grazie agli stessi protagonisti129. Per quanto riguarda la Sardegna, i rinvenimenti di Sulci documentano il suo carattere di scalo intermedio nella rotta per la Spagna; dal suo tofet proviene un vaso funerario con decorazione geometrica e ad uccelli di produzione pitecusana (725-700 a.C.); mentre da uno strato di fondazione più antico (750 a.C.) provengono materiali con decorazione protocorinzia ed euboica, a testimonianza del legame commerciale tra fattori semitici e greci, tanto da condurre ad ipotizzare la presenza a Sulci di una enclave greca contrapposta a quella fenicia ischitana130. S. Imbenia rappresenterebbe in questo contesto la testimonianza di una spinta di Sulci verso l’interno, il cui scopo può ricondursi ad uno sfruttamento dei giacimenti di ferro e argento dell’area algherese131. I rinvenimenti di S. Imbenia comprendono frammenti ceramici di produzione euboica, protocorinzia con decorazione lineare, geometrica e ad uccelli, ceramica fenicia di imitazione euboica; ma soprattutto lo skyphos a semicerchi pendenti che, collocandosi nella prima metà dell’VIII secolo a.C., costituisce il ritrovamento più antico dell’isola, nonché la testimonianza greca più occidentale. Occorre ribadire che le forme vascolari rinvenute sono proprie della sfera simposiale, espressioni dunque di manifestazioni ideologiche di cui le genti di Lefkandi si fanno portatrici presso le 127

Lo Schiavo, D’Oriano 1990, pp. 99-160 Ridgway 1981, pp. 45-56 129 Mele 1979, pp. 28-39 130 Bernardini 1991, pp. 663-673 131 D’Oriano 2001, pp. 35-36 128

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culture d’Occidente132. La società euboica che sta dietro a queste attività è una società aristocratica, quella degli Hippobotai di Calcide e degli Hippeis di Eretria133, la cui produzione preziosa era destinata all’aristocrazia locale sarda, principale interlocutrice dei Fenici.

7.La Dark Age.

Il periodo compreso tra il 1000 e il 900 a.C. viene generalmente dipinto come un momento di declino della società e della cultura nella Grecia continentale. 132 133

Mele 1978, pp. 58-78 Mele 1978

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Tuttavia, è sempre più evidente come, attraverso la ricerca di novità, il periodo successivo al crollo dei palazzi micenei sia importante per capire lo sviluppo sociale e politico della Grecia134. La ricostruzione dei cosiddetti “secoli bui” è stata affrontata secondo differenti prospettive principalmente nell’ambito della ricerca anglosassone, che ha trovato nell’ultimo trentennio del Novecento i notevoli contributi di V. Desborough135, A.M. Snodgrass136 e J.N. Coldstream137. La crisi che colpisce il mondo miceneo travolge soprattutto i nuclei del potere, facendo venire a mancare l’organizzazione centrale fondamentale per l’equilibrio della struttura piramidale di questa società, senza la quale si innescano verosimilmente fenomeni di impoverimento e di frammentazione interni138. Contemporaneamente gli stessi impulsi possono aver incoraggiato differenti forme di aggregazione della vita collettiva139. Le caratteristiche principale di questo lungo periodo che sancisce il passaggio tra la civiltà micenea e lo scenario della Grecia successiva, possono essere riassunte in una sostanziale diminuzione degli insediamenti140, nella circolazione di genti all’interno del continente greco, nell’avvio di diversificazioni a livello regionale, nella formazione di una società stratificata derivante dalle élites micenee e nella perdita di competenze tecnologiche e culturali141. Alla luce delle nuove testimonianze è emerso che le diverse comunità della Grecia continentale non affrontano in questo periodo un isolamento, ma bensì la diffusione di stili ceramici comuni

Lemos 2002
 Desborough, 1972 136 Snodgrass 1971 137 Coldstream, 2004 138 Whitley 2003 pp. 77-98 139 Musti 1991, pp. 15-33 140 Snodgrass, 1971 pp. 364-365 141 Whitley, 2003, p.79 134 135

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così come le innovazioni nella lavorazione del ferro, sono indici di una uniformità culturale conseguente alla condivisione di informazione tra i diversi gruppi che popolano il continente greco. Importanti elementi di continuità richiamano il passato miceneo nell’ambito religioso delle pratiche sacrificali e dell’iconografia divina142, così come anche a livello linguistico nei dialetti dell’Arcadia e di Cipro e più marcatamente nei riutilizzi delle grandi architetture. Per quanto riguarda l’utilizzo del ferro , soprattutto per la fabbricazione di armi, esso mette in evidenza ancora Cipro quale fonte di competenze innovative, che dopo essersi distinte nell’XI secolo a.C., accresceranno considerevolmente fino al 900143. Solo pochi insediamenti però documentano una continuità di vita, e accanto ad essi sorgono progressivamente nuovi centri che acquisiscono gradualmente un ruolo centrale a livello regionale, subentrando così ai precedenti nuclei micenei144. La polis che emergerà da questo sviluppo storico sarà differente dall’abitato miceneo per struttura sociale, economica e tecnologica, anche se cosciente della sua dipendenza dalle esperienze passate. Lo sviluppo mostrerà un andamento difforme a seconda dell’abilità e della velocità di trasformazione delle diverse aree, talora più rapide, talora più lente e altre ancora incapaci di superare gli assetti protostorici145. Attualmente non si dispone di numerose testimonianze archeologiche risalenti al Protogeometrico, un po’ per la mancanza di un approccio stratigrafico corretto nello svolgimento delle indagini passate, un po’ perché gli insediamenti si trovano in livelli al di sotto di costruzioni più tarde. A ciò si aggiunge la difficoltà nell’individuazione dei siti, spesso attestati esclusivamente dalle residue fondazioni,

142

Nicholls 1991, pp. 151-171 Murray 2001, pp. 24-25 144 Whitley 2003, p.79 145 Morris 1987 143

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per lo più interrate e rintracciabili solo per indizi che inducono a sospettare della loro esistenze, o su indicazioni da fonti scritte. Per quanto riguarda quest’ultime, riferimenti storiografici sarebbero contenuti nei poemi omerici, a cui sarebbero giunti tramite una tradizione orale, e che secondo l’opinione di numerosi studiosi conterrebbero riferimenti riconducibile all’età micenea e al successivo periodo della Dark Age146. Nell’Iliade, per esempio, sarebbero numerosi i richiami al mondo miceneo, probabilmente frutto dei racconti che genti successive avrebbero fornito delle gesta dei Micenei ormai caduti da quasi quattrocento anni. Chiaramente occorre valutare tali informazioni con tutta la prudenza con cui è bene approcciarsi alle fonti antiche, spesso specchio di situazioni lungi dalla reale consistenza e spesso di difficile contestualizzazione. Nell’Odissea per esempio la figura di Ulisse non ricalca quella di un dinasta assoluto e non appare al vertice della struttura sociale piramidale che invece vede coinvolto il re miceneo. Anche la residenza dell’eroe omerico da una parte richiamerebbe gli sfarzi micenei, ma talvolta presenta aggiunte reali congeniali all’impianto narrativo147. I ritrovamenti archeologici sembrano indicare nelle loro evidenze architettoniche forti segnali di una complessità propria del mondo greco del X secolo a.C., in cui traspare la capacità di instaurare rapporti significativi con l’esterno, di riconoscere l’importanza di una dimensione sociale nell’ambito della quale manovrare beni di prestigio e surplus produttivo, di legittimare la propria condizione sulla base della capacità individuale, secondo uno schema che è stato riconosciuto più prossimo a scenari dell’Europa centrale che del Vicino Oriente148.

146

Murray 2001, pp. 38-68 Jebb 1886, pp. 170-188 148 Whitley 2003, pp. 97-98 147

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Per un’analisi approfondita delle emergenze architettoniche proprie del periodo della Dark Age si rimanda ai paragrafi seguenti.

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3. LE STRUTTURE A MEGARON DELLA SARDEGNA CATALOGO

1.Domu de Orgìa.

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PROVINCIA: Nuoro COMUNE : Esterzili LOCALITA’ : Cuccureddì LATITUDINE : 39° 44’ 55” LONGITUDINE : 9° 19’ 38” IGM : Foglio 540 Sezione I Nurri QUOTA : 970 m s.l.m. MORFOLOGIA : Collina metamorfica e cristallina GEOLITOLOGIA : Scisti (Carta dei suoli della Sardegna: Unità cartografica 7) SORGENTE : Fonte Croco a m 370 ca. CORSO D’ACQUA : a m 195 ca. DATAZIONE : Bronzo Medio, Recente e Finale - Prima Età del Ferro (XV-VI a.C.)149

1.1STORIA DEGLI SCAVI

149

Fadda 2001

64


Le più antiche notizie scritte riguardanti l’edificio a megaron di Domu de Orgìa provengono da V. Angius nel 1883 e da A. della Marmora nel 1840. Quest’ultimo, in seguito al ritrovamento della tavola bronzea in località Cort’e Lucetta, datò il tempio al periodo romano150. Il sito fu ancora oggetto di studio nel 1948 ad opera di E. Contu; lo studioso comunicò di aver individuato nell’area racchiusa tra il Rio Flumineddu, il Rio de Sàdali e il Flumendosa, tre nuraghi, tre tombe dei giganti, due recinti megalitici, un borgo nuragico con pozzo quadrato, una fonte nuragica con falsa cupola, uno strano edificio con contrafforte, un probabile tempio rettangolare e segni relativi ad almeno sei abitati romani. L’interesse maggiore venne riconosciuto al probabile tempio, del quale l’archeologo si affrettò a rilevare le affinità planimetriche con i templi greci a megaron doppiamente in antis; sollevando la spinosa questione della presenza di una delle poche tracce di una possibile influenza greca o fenicio-greca sull’edilizia nuragica in un’area che per caratteristiche geografiche ed etnico-politiche era estranea agli influssi dei colonizzatori. Il Contu daterà il monumento al VI sec. a.C. sulla base delle affinità riscontrate con il tempio a pozzo di S. Vittoria di Serri151. Il Lilliu interpretò invece l’edificio come un santuario consacrato alla dea madre Urgìa e ne mise in evidenza le affinità planimetriche con i megara scoperti a Troia II, collocandolo cronologicamente nel tardo periodo Elladico III B (1300-1220 a.C.)152. Gli scavi sono poi proseguiti in tempi più recenti grazie ai finanziamenti del comune di Esterzili e sotto la direzione dell’archeologa M. A. Fadda. Particolarmente importante è il ritrovamento nel corso degli ultimi interventi di un’eccezionale scena nuragica costituita da bronzetti votivi.

150

Fadda 2001, p. 156 Contu 1948, pp. 313-317 152 Fadda 2001, p. 64 151

65


1.2DESCRIZIONE DEL SITO

Il sito di Domu de Orgìa, con il suo monumento a megaron che rappresenta l’esempio più imponente del mondo mediterraneo, è collocato nel territorio di Esterzili. È questa un’area di assoluto interesse archeologico con almeno cinquanta siti, perlopiù di età nuragica, abbarbicati in punti strategici per il controllo delle vie di comunicazione sulla cima degli altopiani. Le miniere di piombo e zinco del monte Nieddu e il Rio Flumendosa garantivano l’accesso a importanti risorse economiche. In tutto il comune sono stati rilevati otto nuraghi e sedici tombe di giganti; sul monte Santa Vittoria sono emersi i resti di un grande villaggio nuragico con capanne, una fonte e un temenos che mostrano strette affinità con l’edificio di Domu de Orgia. Quest’ultimo sorge sul monte Cuccureddì, in una collocazione ideale per il controllo del Gennargentu a nord e del Sarrabus Gerrei a sud, laddove le vie di transumanza si incontravano permettendo gli scambi e la frequentazione del sito da parte dei pellegrini153. In sardo Domu de Orgìa significa “casa di Orgìa”. La tradizione popolare racconta di una leggendaria Orgìa, dotata di poteri magici, che come una sacerdotessa custodiva in un vaso il tesoro del tempio, mentre in un altro contenitore era racchiusa sa musca macedda, “la mosca macellaia”, che teneva a distanza chiunque volesse profanare il segreto del luogo. Il nome Orgìa richiama verosimilmente la dea madre Urgìa, protettrice dei ladri di bestiame154.

1.3EDIFICIO A MEGARON

153 154

Fadda 2001, pp. 62,64 Fadda 2001, p. 64

66


Il monumento di Domus de Orgìa ha pianta rettangolare di m 22,50 di lunghezza, m 8 di larghezza e altezza massima residua di m 2,40. Ha struttura doppiamente in antis che nella parte anteriore crea un vestibolo forse destinato all’accoglienza dei fedeli all’interno del quale potevano deporre le offerte sull’apposita panchina perimetrale (fig.1). La struttura muraria è costituita da filari regolari di lunghi blocchi parallelepipedi di scisto locale alternati a filari con blocchi più piccoli. Dal forte aggetto della muratura e dalle numerose lastre piatte di scisto rinvenute all’interno del vestibolo, nel deposito di crollo, si può ipotizzare che quest’ultime costituissero la copertura a doppio spiovente. Dal vestibolo si accedeva a due ambienti rettangolari

coassiali

mediante

due

maestosi ingressi architravati. Il primo vano è lungo m 8 e largo m 4,50 circa, presenta una panchina perimetrale interna di lastre di scisto, mentre una lastra ortostatica disposta perpendicolarmente definisce sul lato sinistro della panchina una sorta di ripostiglio. Stando alle interpretazioni quest’ambiente sarebbe potuto forse essere utilizzato come vano per le abluzioni. Il secondo vano è lungo Fig.1 Planimetria

m 3,25 e largo m 4,50 circa ed è stato

ipotizzato che fosse accessibile solo agli officianti le cerimonie. Estese porzioni di battuto pavimentale si conservano nei due ambienti. La copertura doveva essere definita da lastre di scisto poste a doppio spiovente e sostenute da travi lignee.

67


L’edificio è circoscritto da un grande recinto con pianta ellittica (m 50 x 30) del quale restano solo pochi filari a causa della distruzione causata dall’utilizzo successivo del sito come insediamento pastorale. L’edificio si sovrappose ad un precedente villaggio nuragico nel corso dell’Età del Bronzo recente, alla fine del XIII sec. a.C., come si evince dall’inglobamento di alcune capanne nella muratura del recinto e dal ritrovamento di utensili di uso domestico inquadrabili nell’Età del Bronzo recente e finale quali pestelli, macine, lisciatoi, denti di falcetto, schegge di ossidiana, ciotole ed olle frammentarie. Nella muratura prospiciente l’ingresso ovest del temenos è stato individuato un tesoretto costituito da 23 monete d’epoca romana repubblicana che testimonia una continuità di frequentazione del sito fino in epoca storica155.

1.4ELEMENTI CULTURALI

Dall’area prospiciente la panchina del vestibolo proviene il ritrovamento forse più interessante dell’intero complesso. Si tratta di una scena nuragica composta da vari bronzetti votivi: - Un personaggio abbigliato di stola che regge un cervo da offrire alla divinità mentre un cane tiene ancora la preda tra le fauci. Si tratta di un cacciatore che tiene con una mano un piatto sul quale poggiano strumenti di caccia (palle da fionda, una corda, uno stocco) e che offre alla divinità, oltre al cervo, anche un muflone, un toro con una colomba al centro delle grandi corna e un uccello che in origine era infilato in una spada tramite una fessura passante (fig.2);

155

Fadda 2001, pp. 157-158

68


- Due sacerdotesse ammantate rappresentate nell’atto della preghiera mentre sostengono una specie di torcia con le fiamme (fig.3); - Due personaggi maschili che offrono olle tenute da una corda; - Un arciere con gonnellino borchiato militare di tipo orientale con copricapo sormontato da quattro corna volte verso l’alto (fig.3). Forse raffigura l’arciere di una particolare guarnigione ed è ha contribuito ad alimentare il discusso problema dell’identificazione dei Nuragici con i mitici Shardana. Si coglie una somiglianza con altri arcieri ritrovati a Sa Testa di Sardàra (CA). I bronzetti di Esterzili mostrano forti somiglianze con quelli rinvenuti nel vicino santuario federale nuragico di Santa Vittoria di Serri, ma la tecnica di lavorazione più accurata sembrerebbe indicare la presenza di artigiani specializzati nell’attività fusoria forse operanti sul luogo.

Dal ripostiglio presente nel primo vano provengono: -La figurina bronzea di un cacciatore che tiene sul collo un muflone da offrire alla divinità; - Frammenti ceramici di olle con decorazioni plastiche; - Ciotole e vasi per l’acqua da destinarsi alle abluzioni rituali; - Piccoli recipienti miniaturistici. Il materiale ceramico è stato datato al Bronzo finale (XI-X sec. a.C.), momento in cui il tempio e il villaggio circostante furono gradualmente abbandonati.

Nella muratura del temenos furono inglobate alcune capanne del villaggio nuragico preesistente e gli scavi hanno rivelato pestelli, macine, lisciatoi, denti di

69


falcetto, schegge di ossidiana, ciotole e olle la cui tipologia induce alla collocazione degli strati dell’abitato nel Bronzo recente e finale (XIII-X sec. a.C.). All’interno della muratura dell’ingresso occidentale del temenos sono state ritrovate ventitré monete di epoca romana repubblicana che, come già specificato, indicano la continuità di frequentazione del sito fino ad epoca storica156.

1.5CATALOGO157

156 157

Fadda 2001, p. 66 Fadda 2006, pp. 73-75

70


Fig. 2

Fig.2

Statuina in bronzo di cacciatore

Sacerdotessa orante

Fig.3 Arciere in bronzo con elmo

71


Fig.4

Fig.5

Gruppo di figure bronzee ricomposte

Particolare di muflone in bronzo

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2.Gremanu. PROVINCIA : Nuoro COMUNE : Fonni LOCALITA’ : Area archeologica di Gremanu o Madau LATITUDINE : 40° 6’ 29” LONGITUDINE : 9° 20’ 19” IGM : Foglio 517 Sezione IV Funtana Bona QUOTA : 954 m s.l.m. MORFOLOGIA : Montagna granitica GEOLITOLOGIA : Graniti (Carta dei suoli della Sardegna: Unità cartografica 11) SORGENTE : a 260 m ca. CORSO D’ACQUA : Rio Gremanu a m 88 DATAZIONE : (1300-900 a.C.) Il ritrovamento di frammenti di ceramica decorata a pettine e di tegami della fase III del Bronzo medio (XV sec. a.C.), fanno supporre che l’intero complesso archeologico di Gremanu sorga sopra a un precedente insediamento. Allo stato attuale dei ritrovamenti l’uniformità dei materiali architettonici, sia bronzei che ceramici, pertinenti ai tre edifici cultuali presenti nel sito, sembrano sancirne la contemporaneità con la fase iniziale collocabile nel Bronzo recente (XIII sec. a.C.) e quella finale nelle ultime fasi dell’età del Bronzo (X-IX sec. a.C.)158. Resta ancora incerto il rapporto esistente tra l’area sacra e il villaggio circostante; così come le motivazioni che spinsero all’abbandono del santuario durante l’Età del

158

Fadda 1997, p. 75

74


ferro, intorno al VII sec. a.C., con un distacco dalla pratica religiosa che interessò anche altri santuari dell’isola159

159

Fadda 2008, p. 49

75


2.1STORIA DEGLI SCAVI

La prima indagine relativa all’aera archeologica di Gremanu risale al 1989, e fu condotta, ad opera della Soprintendenza archeologica di Sassari e Nuoro, nella parte più alta del passo Caravai che conduce al passo del Correboi. Lo scavo fu condotto con carattere d’urgenza in seguito ai gravi danneggiamenti provocati da scavatori clandestini, e rivelò un complesso di fonti e pozzi che raccoglievano le acque sorgive, che venivano poi convogliate a valle da una serie di canali incisi su blocchi di pietra. Venne allora alla luce una vasca di forma rettangolare in blocchi di trachite, impiegata presumibilmente nelle abluzioni rituali,che, insieme al ritrovamento di manufatti di carattere cultuale, indica la chiara destinazione religiosa e civile di quello che può essere considerato, ad oggi, il più antico acquedotto della Sardegna nuragica160. Con la terza campagna di scavi, condotta nel 1991, venne messo in atto il consolidamento della vasca rituale in seguito ai danneggiamenti da essa subiti, e vennero esplorati il secondo e il terzo pozzo. Quest’ultimo risulta in asse con gli altri posti a monte e sorge all’interno di un’area circolare con muri aggettanti161. Con i lavori del 1996-1997 è stato portato alla luce un grande recinto rettangolare all’interno del quale è stato scoperto l’edificio a megaron. A 3,20 m da quest’ultimo è stato inoltre identificato un terzo edificio rettangolare con parete di fondo absidata, il quale risulta incluso all’interno del recinto rettangolare che circondava i tre edifici cultuali. Un quarto edificio emerso nel proseguo degli scavi appare anch’esso

160 161

Fadda 1996, p. 262 Fadda 1992, p. 169

76


compreso nel recinto162. A partire dall’estate del 1997 lo scavo è stato aperto ai volontari nell’ambito della cosiddetta Operazione Gennargentu163.

2.2DESCRIZIONE DEL SITO

Il sito archeologico prende il nome dall’omonimo Rio Gremanu che rappresenta il confine naturale e amministrativo tra il territorio di Orgosolo e quello di Fonni164. Il complesso si compone di una serie di fonti e pozzi posti a monte e di una serie di templi con abitato collocati a valle. Si tratta di un’opera idraulica di eccezionale ingegneria, leggibile come l’unico esempio conosciuto di acquedotto di Età nuragica. Le numerosi sorgenti presenti nel territorio circostante insieme alla vicinanza della pianura di Pratobello, garantivano l’approvvigionamento idrico e ottimi pascoli. Caratteristiche che rendono ideale la scelta del sito per lo sviluppo del vasto insediamento. Per l’insieme delle fonti è stata proposta una datazione coeva a quella del primo impianto dell’insediamento del Bronzo medio (1500 a.C.), ma l’assetto attuale viene attribuito al Bronzo recente e finale (1300-900 a.C.)165. Nella fase più antica l’impianto idrico doveva verosimilmente adempiere alle necessità del villaggio, ma nella fase successiva furono approntate le modifiche funzionali alla presenza del santuario e alle pratiche rituali, quali abluzioni e immersioni166. LA FONTE SACRA : L’acqua raccolta in una prima fonte giungeva, attraverso una canaletta, ad un secondo pozzo e da questo, nello stesso modo, era convogliata verso il pendio nel sottostante complesso templare e abitativo. La fonte principale era 162

Fadda 1997, pp. 242-245 Fadda 1998, p. 79 164 Fadda 2008, p. 7 165 Fadda 2008, p. 9 166 Fadda 2008, p. 22 163

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circoscritta da un temenos semicircolare in blocchi di granito locale, destinato a trattenere i detriti del dilavamento, all’interno del quale veniva raccolta l’acqua tramite un complesso sistema di captazione prima di essere immessa in un articolato complesso di canalette. La fonte, a pianta pseudocircolare, è in opera isodoma con filari ad anelli concentrici, costituiti da blocchi in basalto lavorati a sezione di cerchio, che componevano la tholos. La circonferenza è intagliata da cinque incisioni che agevolavano l’accesso dell’acqua da tutte le direzioni. Da questa sorgente, dunque, l’acqua si immetteva nel canale in scisto coperto da lastre per garantirne la limpidezza, e seguendo il pendio giungeva in un piccolo pozzo circolare costruito con filari regolari di granito arenizzato. Da quest’ultimo un’ulteriore canaletta, posta tra i due muri rettilinei del vestibolo e ottenuta in un blocco di scisto, contribuiva ad indirizzare le acque in uno sbarramento sottostante che fungeva da punto di raccolta. In totale la canaletta ha una lunghezza di m 14,4. Le fonti appaiono delimitate da un emiciclo murario, sul cui lato destro sono emersi resti dell’antico sedile e una vasca rettangolare con lunghezza di m 3,5 e larghezza di m 1,75 realizzata con conci in basalto e trachite a T. Di particolare interesse risultano gli accorgimenti dei costruttori nuragici che, per evitare la fuoriuscita dell’acqua, modellavano l’angolo interno della vasca direttamente in un unico blocco, raggirando in questo modo il problema della connessione dei blocchi in corrispondenza degli spigoli. Tecnica che trova riscontri nella fonte di Su Tempiesu di Orune e nella vasca del tempio di Nordule, e che fuori dall’Isola si riconosce presso ambiti etruschi villanoviani. Di rilievo anche la conoscenza delle proprietà delle rocce vulcaniche, capaci di resistere maggiormente all’erosione indotta dal ruscellamento dell’acqua e all’imbibizione costante. E per questo utilizzate nella realizzazione delle opere idrauliche di tipo

78


isodomo; nonostante basalto e trachite non fossero presenti nella zona e quindi importati da aree distanti quale, presumibilmente, la media valle del fiume Tirso. La vasca rettangolare appare isolata, allo stato attuale, rispetto agli altri pozzi e ancora non è stato rinvenuto l’eventuale canale utile al suo riempimento. Essa presenta il muro di fondo internamente convesso, mentre unito al suo muro esterno rinvenuto inserito

absidato un in

è

stato

terzo

pozzo

un

ambiente

circolare lastricato, di cui si conservano scarsi resti della muratura

che

si

doveva

sviluppare in altezza tramite

Planimetria fonti167

filari

aggettanti.

Più

recentemente, presso il lato sinistro che delimitava il temenos, sono emersi gradini in lunghi blocchi di granito locale, separati da larghi gradoni lastricati che anticamente dovevano giungere all’altezza della prima fonte. In relazione alla stratigrafia relativa alla base del complesso di gradini, essa ha restituito blocchi a T in trachite con bozze a presa sulla faccia a vista, elementi di canalette, blocchi a imbuto con foro pervio, blocchi con cornice quadrata in rilievo e modanature all’interno a formare quadrati sempre più piccoli fino al foro pervio centrale, porzioni di bacili circolari con cornice a rilievo e appendice con versatoio168.

167 168

Fadda 1992, p.170 Fadda 2008, pp. 10-22

79


IL SANTUARIO NURAGICO : Il villaggio nuragico posto a valle del colle Caravai si estende per circa 6 ettari e comprende l’acquedotto soprastante e un centinaio di capanne situate lungo le sponde del fiume Gremanu. Nella sua area è emersa in seguito a scavi abusivi una costruzione le cui caratteristiche esterne richiamano quelle di un nuraghe monotorre. I 9 filari superstiti si conservano per un’altezza massima di m 3,25 sul lato occidentale. Inizialmente i danni apportati all’architettura originaria e alla stratigrafia resero indispensabili approfondite analisi dei detriti di risulta, in particolare in riferimento ai cumuli di crolli. Sulla superficie di numerosi blocchi si rilevò la presenza di uno strato di materiale siliceo conseguente ad un processo di fusione. Colate silicee miste a grumi di terra sono state rilevate anche nel terreno insieme ad argilla cotta e bruciata, evidenza sulle prime interpretata quale indice della presenza di un’officina fusoria, essendo l’area interessata dalla presenza di diverse miniere di piombo. Le analisi effettuate successivamente sui reperti hanno invece indicato una provenienza del piombo dai giacimenti dell’Iglesiente. Per il nuraghe è stata ipotizzata una fase originaria, forse collocabile nel Bronzo medio, durante la quale la sua funzione non era quella legata al culto che pare invece di riscontrare durante la successiva età del Bronzo recente e finale. Tramite un ingresso architravato si accedeva alla camera circolare il cui diametro è di 9 metri, la cui pavimentazione in lastre di granito e scisto è estremamente accurata; sul lato nord-ovest si apre una grande

Nuraghe-tempio169

nicchia forse usata come ripostiglio,

169

Fadda 2008, p. 38

80


mentre una panchina in blocchi di granito si conserva sul lato sud-ovest. Sulla parete opposta a quella d’ingresso, posto su di un pavimento lastricato, uno zoccolo di rifinitura del vano, di cui si conserva una fila di nove lastre ortostatiche di granito, reca i segni del fuoco legati all’attività di un focolare rituale. Il fatto che sia documentata regolarmente la presenza del fuoco all’interno del vano ha lasciato supporre che esso non presentasse una copertura a tholos, ma bensì risultasse scoperto e riparato da un tetto costruito con materiali deperibili e saltuariamente sostituibili, verosimilmente con un buco al centro per la fuoriuscita dei fumi. Ulteriore riprova sembra essere riscontrabile nella quantità del materiale di crollo, troppo esiguo per la realizzazione di un’alta copertura a falsa volta. L’interno del nuraghe-tempio era diviso da un muro rettilineo trasversale posto al centro del vano, con lunghezza di cm 395, altezza di cm 94 e larghezza di cm 46. I materiali impiegati per la sua realizzazione sono blocchi di basalto bolloso, di trachite e di calcare, foggiati a T e messi in opera con l’apparente volontà di dar luogo ad effetti cromatici decorativi. In particolare, stando alla ricostruzione effettuata sulla base dei materiali rinvenuti all’interno del vano, il muro era composto da tre filari di blocchi di basalto e calcare alternati, seguiti da altri quattro filari, di cui il primo con una cornice estroflessa, il secondo con blocchi decorati con protomi di ariete in altorilievo, il terzo costituito da blocchi con profonde incisioni e infine il quarto composto da blocchi in trachite con cornice decorata a zig-zag lievemente impressa e con fori nella parte superiore, atti probabilmente a sostenere spade votive in bronzo. Il muro divideva l’ambiente in due parti, definendo una porzione del tempio nel quale si doveva trovare un focolare rituale di incerta

81


Blocco di trachite con testina d’ariete

finalità,

probabilmente

destinato

all’attività

fusoria del piombo utilizzato per il fissaggio dei bronzi offerti dai devoti. In seguito agli scavi dell’area esterna del nuraghe-tempio, condotti nel 1996-1997, è emerso un grande recinto rettangolare costruito a secco a filari, con lunghezza massima di m 70x8,40. Il muro del temenos si addossava al muro del tempio, e appare costruito con una tecnica più moderna che fa optare per una sua costruzione più recente, forse destinata alla circoscrizione di un edificio preesistente che subì una trasformazione della sua originaria destinazione d’uso quando, alla fine del Bronzo recente (1300 a.C.), venne destinato insieme all’intero complesso a finalità rituali. L’accesso al temenos avviene tramite un piccolo vestibolo rettangolare che, collegato ad un piccolo corridoio, conduceva nell’area d’accoglienza dei pellegrini appositamente provvista di una gradonata. All’interno del recinto sacro , a poca distanza dal nuraghe-tempio, è stato individuato un edificio a megaron. Durante gli scavi del 1997, a 3 metri da quest’ultimo, è emerso un terzo edificio rettangolare costruito con blocchi di granito, lungo 10 m e con la parete di fondo absidata. Sempre all’interno del temenos sono stati individuati i muri di due capanne circolari, collegate da un tratto di muro che demarcava uno stretto varco verso l’area dei templi. Gli ingressi delle capanne erano rivolti verso l’entrata del recinto, e a partire da essi compaiono dei gradoni appoggiati al muro del temenos ed una panchina di blocchi di granito posta alla base e per tutta la lunghezza del recinto170.

170

Fadda 2008, pp. 25-47

82


Planimetria area cultuale171

2.3EDIFICIO A MEGARON

L’edificio misura m 11,50x2,80 ed è costruito con blocchi di granito locale arenizzato di diverse dimensioni disposti in filari irregolari. La parete esterna del muro di fondo presenta due appendici murarie che definiscono la parte in antis172. Sulla facciata rettilinea si apre un ingresso rettangolare che immette in un vestibolo lungo m 2 e largo m 2,60, che nel punto meglio conservato raggiunge un’altezza massima di m 2,35. Il tempio presenta un vano rettangolare lungo m 4,80 e largo m 2,80, il cui ingresso è delimitato da due ante di m 0,85 e di m 0,70. Al suo interno, un muro obliquo rispetto a quello perimetrale, si congiunge con la parete di fondo e delimita un piccolo vano, all’interno del quale sono stati individuati resti di carbone presumibilmente pertinenti ad un focolare d’uso sacro. Il muro, che si conserva per una lunghezza di m 3,30 e un’altezza massima di m 0,30, appare costruito con piccoli blocchi di trachite rosa disposti in quattro filari che recano i segni dell’alterazione causata dal calore del fuoco; così come anche le parti silicee del muro di fondo che risultano fuse. Da evidenziare è la particolare tecnica messa in 171 172

Fadda 2008, p. 48 Fadda 1997, p. 242

83


atto per congiungere i blocchi di trachite del muro interno, per i quali non è stata utilizzata malta né colate di piombo che sarebbero fuse col calore del fuoco. Sono state create invece, nelle facce dei blocchi che dovevano aderire tra loro, delle profonde incisioni longitudinali piano-convesse nelle quali venivano introdotte delle verghe di legno poi ricoperte da una colata d’argilla fluida che, dopo 173

Edificio a megaron

essersi seccata, diveniva un perno duro e inalterabile

al calore. Sulle pareti interne del megaron sono state individuate tracce di intonaco, che originariamente doveva rivestire tutte le pareti del tempio e il cui impiego può forse giustificare la rozza tecnica con la quale venivano eseguite le murature, visto che successivamente venivano rivestite con intonaco, forse anche dipinto. A dimostrare la presunta destinazione cultuale del megaron, il ritrovamento, al suo interno, di basamenti in trachite con incisioni rettangolari per il fissaggio delle spade votive e dei bronzi figurati; mentre, all’interno, sono stati altresì rinvenuti frammenti di blocchi di trachite a sezione di cerchio con le superfici decorate da incisioni geometriche, riferibili a basamenti troncoconici ad uso cerimoniale.174.

173 174

Fadda 2008, p. 38 Fadda 2008, pp. 39-41

84


2.4ELEMENTI CULTURALI

Dal sito di Gremanu provengono abbondanti dati di cultura materiale che per maggiore criterio espositivo verranno ordinati in base al comune luogo di rinvenimento.

FONTE SACRA175:

- Testina di ariete in trachite, spezzata all’altezza del collo, forse simbolo della madre terra destinato a decorare i muri della vasca rituale. Proveniente dai pressi della vasca (fig.1)

Ambiente circolare connesso al terzo pozzo - Pugnali con impugnatura massiccia; - Spilloni in bronzo; - Elementi di collana in ambra con scanalature parallele (fig.2); - Vaghi di collana di cristallo di rocca.

Interno del pozzo - Olle a colletto con anse a nastro a gomito rovesciato; - Brocche piriformi e piccoli contenitori (1200-900 a.C.).

Base del complesso di gradoni - Un pugnaletto a base semplice in bronzo;

175

Fadda 2008, pp. 18,21-25

85


- Un braccialetto frammentario a capi aperti; - Pochi frammenti di spillone bronzeo; - Frammenti ceramici relativi a ciotole carenate; - Ciotoloni con orlo rientrante con anse a maniglia; - Anse a ponte a bastoncello decorate da tacche impresse a spina di pesce o da file di grossi punti impressi compresi tra linee parallele impresse, riferibili a brocche piriformi e askoidi; - Frammenti di olle con anse a gomito rovesciato talvolta decorate da profondi punti impressi; - Frammenti di ciotole carenate, decorate con fascia di colore rosso lungo l’orlo sulla parete interna ed esterna; - Un frammento di balsamario con decorazione “a piume” gialle su fondo azzurro scuro, per il quale si ipotizza una provenienza d’importazione connessa ai traffici commerciali fenici del VII secolo a.C. ca. (fig.4)

Per la ceramica locale nuragica (fig.5) è stata proposta una datazione corrispondente alla fase più recente del santuario, posta tra il Bronzo finale e la prima età del Ferro (1100-800 a.C.).

NURAGHE TEMPIO176:

- Numerose basi in trachite, in basalto e in scisto, alcune delle quali, di grandi dimensioni, presentano fino a 44 fori disposti variamente o regolarmente allineati,

176

Fadda 2008, pp. 25-47

86


destinati al fissaggio delle offerte o al sostegno delle spade. I fori sono talvolta circolari, mentre nella maggior parte dei casi si tratta di incavi irregolari adeguati alle basi delle spade votive con costolatura o alle basi dei più grandi bronzi figurati; - Frammenti di spade votive (fig.6); - Basi di spade e alcune coppie di piedi di bronzi figurati inclusi nelle colate di piombo delle basi per offerte.

EDIFICIO A MEGARON:

- Numerose spade votive frammentarie, le cui basi si ritrovano ancora nei fori fissate dalle colate di piombo (fig.7). In un blocco a T sono state individuate l’impugnatura e parte della lama di una spada di tipo Allerone, unico esemplare di questo tipo comune nella penisola italiana nel Bronzo recente177; - Pugnale in bronzo, a base triangolare, con tre fori per i chiodi per il fissaggio all’impugnatura, che fu volontariamente incluso all’interno della muratura nella parte più alta dello stipite, forse durante un rito di fondazione o nell’ambito della ricostruzione del tetto ligneo a doppio spiovente particolarmente soggetto agli incendi.

Per quanto riguarda i resti ceramici è stata proposta l’attribuzione a due fasi cronologiche distinte:

177

Fadda 2008, pp. 25-47

87


- Una fase arcaica, relativa all’impianto nuragico e collocabile nel Bronzo medio evoluto, caratterizzata soprattutto da frammenti di tegami con impressioni a pettine e olle cilindriche con orlo ingrossato o con collo cilindrico distinto; - Una fase databile al Bronzo recente e finale durante la quale si registra un aumento della produzione ceramica, espressa in particolare da frammenti ceramici di ciotoloni ad orlo rientrante con anse a maniglia impostate sotto l’orlo o sull’orlo, che imitano i rari esempi di contenitori in bronzo; ciotole carenate con decorazioni plastiche sul collo; anse a gomito rovesciato di olle con colletto cilindrico distinto destinate a contenere liquidi e scarsi frammenti di pareti sovradipinte. Questa seconda fase è particolarmente rappresentata dai ritrovamenti avvenuti nel lato nord del temenos.

Esterno del megaron - Frammenti di lingotto ox-hide di tipo egeo; Coppie di piedi di figurine bronzee votive; - Un disco di granito con diametro di un metro e spessore di 10-12 cm che presenta una conca centrale collegata ad un solco con beccuccio che presenta un finale sul bordo esterno. I segni del fuoco, presenti sull’intera superficie, lasciano supporre che il disco fosse utilizzato nell’ambito di attività fusorie o che fosse connesso con riti che prevedevano l’impiego del fuoco178. Un altro disco di granito, con entrambe le facce lisce, è stato rinvenuto dal nuraghe-tempio e ricomposto da più frammenti durante gli scavi del 1994179.

178 179

Fadda 2008, pp. 41-44 Fadda 1997, p. 243

88


2.5CATALOGO180

Fig.1

Fig.2

180

Testina d’ariete in trachite

Ambre

Fadda 2008

89


Fig.4 Oggetto miniaturistico in bronzo

Fig.4

Fig. 5

Ceramiche nuragiche

90

Balsamario


Fig.5

Frammenti di spade votive

Fig.6

91

Materiali bronzei


BIBLIOGRAFIA

FADDA M. A. 1992 Fonni (Nu). Località Gremanu, in “Bollettino di Archeologia”, 13-14-15, Roma, p. 169-170

FADDA M. A. 1996 Nuovi templi a megaron della Sardegna nuragica, da “Atti del XIII Congresso”, 4, Forlì, p. 262

FADDA M. A. 1997 Gli architetti nuragici di Gremanu, in “Archeologia Viva”, 63, p. 75

FADDA M. A. 1997 Fonni (Nu). Località Gremanu. Complesso di templi nuragici, in “Bollettino di Archeologia”, 43-44-45, Roma, pp. 242-245

FADDA M. A. 1998 Operazione Gennargentu 1, in “Archeologia Viva”, 67, p. 79

FADDA M. A. 2008 Il complesso nuragico di Gremanu, in “Sardegna Archeologica, Sassari”, pp. 7, 9-49

92


3.Malchittu. PROVINCIA : Sassari COMUNE : Arzachena LOCALITA’ : Malchittu LATITUDINE : 41° 4’ 45” LONGITUDINE : 9° 24’ 38” IGM : Foglio 428 Sezione III Arzachena QUOTA : 111 m s.l.m. MORFOLOGIA : Collina granitica GEOLITOLOGIA : Monzograniti inequigranulari (Carta dei suoli della Sardegna: Unità cartografica 9) SORGENTE : CORSO D’ACQUA : Riu Moni a 335 m ca. DATAZIONE : Bronzo medio (XVI–XIV a.C.)181

181

Ferrarese Ceruti 1964

93


3.1STORIA DEGLI SCAVI

L’edificio a megaron di Malchittu venne sottoposto a rilevamento nel luglio del 1961 dietro segnalazione del proprietario dello “stazzo” da cui il sito prende il nome. Successivamente l’area d’interesse venne indagata nel 1964 da Maria Luisa Ferrarese Ceruti.

3.2DESCRIZIONE DEL SITO

Il sito è costituito da un complesso di edifici costruiti tra montagne granitiche ricche di abitati protostorici. Il monumento a megaron sorge in un avvallamento tra due rilievi alti 149 e 140 m s.l.m., uno dei quali attorniato sui fianchi nord, sud e ovest da costruzioni fortificate di età nuragica. Anticamente doveva essere più agevole accedere all’agglomerato aggirando il monte da Nord-Est. Arrivando da Nord si giunge innanzitutto a una capanna circolare posta più in basso di 15 m rispetto alle altre strutture. La capanna ha diametro di m 5,90, spessore murario compreso tra m 1,50 e 1 m e altezza massima residua di m 0,90. L’opera muraria è realizzata con pietre di granito, mentre a causa del cattivo stato di conservazione dell’edificio non è possibile individuare la posizione dell’ingresso. Proseguendo si incontrano i resti di un nuraghe a corridoio che circonda quasi totalmente la punta granitica. Qui si aprono anche due ripari sotto roccia, forse originariamente inclusi nel nuraghe182.

182

Ferrarese Ceruti 1964, pp. 3-5

94


3.3L’EDIFICIO IN ANTIS

Il monumento sorge su un terrazzamento posto a 111 m s.l.m. Presenta pianta ellissoidale con muro di fondo absidato e prolungamento dei lati sulla fronte a formare la parte in antis rettangolare. La parete longitudinale di Nord-Est e quella di fondo si affacciano sullo strapiombo, mentre quella di Sud-Ovest è quasi attaccata alla montagna. L’edificio è composto da due ambienti, un vestibolo nella parte anteriore e una camera principale con fondo absidato. La lunghezza massima del monumento è di m 12,80 e la larghezza di m 6,20. Il massimo spessore murario si riscontra in corrispondenza dei lati brevi dove raggiunge m 1,80, mentre diminuisce sui fianchi fino a raggiungere m 0,90; si è ipotizzato che ciò sia dovuto al fatto che sulla fronte e sull’abside il muro aveva altezza maggiore rispetto ai fianchi e quindi urgenza di maggiore stabilità, e che fosse altresì necessario rinforzare la parte dell’edificio che doveva sostenere la trave principale del tetto su cui si imperniava tutta la copertura. L’opera muraria dell’intero monumento è ottenuta con pietre di granito non lavorate di medie dimensione nel paramento esterno e più grandi in quello interno, mentre negli stipiti della porta e sulla facciata sono state usate pietre di grandi dimensioni e di taglio più accurato. Non si rileva l’utilizzo della malta di fango. Il vestibolo ha lunghezza di m 2,50/2,00 e larghezza di m 3, ed è definito dai due bracci laterali diversi per forma e dimensioni. Il braccio sinistro ha forma rettangolare, lunghezza di m 2 e larghezza di m 1; il braccio destro invece sembrerebbe avere forma triangolare con il lato esterno curvilineo, lunghezza di m 1,60 e larghezza di m 0,80/0,00. L’andamento curvilineo è dovuto al fatto che il braccio costituisce il proseguimento del perimetro murario dell’edificio, anch’esso

95


curvilineo, che a sua volta segue la curva della roccia. L’altezza residua del braccio sinistro è di circa m 0,50 su due filari, quella del braccio di destra di circa m 0,80 su cinque filari. Dal vestibolo si accede alla facciata del tempietto su cui si apre l’accesso alla camera interna. La facciata è leggermente concava e presenta un frontoncino triangolare con finestra di scarico nella parte superiore. Al frontoncino della facciata corrisponde simmetricamente quello della parete di fondo. Al centro della fronte si apre la porta d’ingresso architravata larga m 0,90 e con un’altezza massima residua di m 1,20. Un filare di pietre posto sopra la porta separa l’architrave dal finestrino di scarico. Dall’apertura del finestrino di scarico si sviluppa un condotto che, passando attraverso lo spessore murario parallelamente all’andito d’ingresso, giunge nella camera interna con un’apertura simile a quella dalla quale ha inizio. Nello spessore murario della facciata si crea un andito d’ingresso di forma trapezoidale, lungo m 1,10 e largo tra m 0,80 e m 1,20, la cui copertura architravata si impernia sullo spessore degli architravi delle porte esterna ed interna della camera. I due architravi, che si sviluppano a gradoni ascendenti verso l’interno, non combaciano perfettamente tra di loro;si genera così un’intercapedine di 30 cm circa, in corrispondenza della quale, nella parte retrostante del muro che delimita a destra e a sinistra l’ingresso, si generano due piccole nicchie (m 0,40 di larghezza, m 0,40 di lunghezza, m 0,38/0,40 di profondità). La camera interna ha pianta subrettangolare con angoli arrotondati e pareti leggermente curvilinee. Il vano ha lunghezza di m 8 e larghezza massima di m 4 e non presenta ambienti accessori. La parete di fondo è absidata e appoggiata ad essa si sviluppa un bancone su quattro filari, alto m 1 sul riempimento e largo al massimo m 0,60. In corrispondenza del bancone si aprono, nelle pareti laterali della camera, due piccole nicchie architravate e simmetricamente opposte (m 0,30 di larghezza, m 0,40

96


di altezza, m 0,30 di profondità). Altre due nicchiette di uguali dimensioni si aprono nelle stesse pareti lunghe, una sul lato nordest e l’altra vicino all’angolo sud. Nell’angolo est-sudest si apre al livello del pavimento un condotto a sezione rettangolare inclinato verso l’esterno, lungo m 2 e largo m 0,40/0,20, con copertura architravata. L’apertura si presenta come un piccolo interstizio di forma sub triangolare. La copertura dell’edificio doveva essere eseguita con un doppio spiovente che, secondo la ricostruzione, veniva sostenuto da una grossa trave che percorreva tutta la lunghezza della camera, alla quale dovevano appoggiarsi trasversalmente dei travetti che all’estremità opposta si incastravano in appositi interstizi dei muri perimetrali. La struttura così ottenuta doveva poi essere ricoperta con frasche tenute ferme da quelle pietre di cui si sono state trovate copiose tracce nel riempimento. Il monumento si presentava quasi integro al momento della sua scoperta183. Seppur comparabile con la tipologia degli edifici a megaron presenti sull’Isola, il monumento di Malchittu presenta caratteristiche peculiari che lo differenziano dai tipi canonici. Esse sono riscontrabili nella marcata presenza della linea curva rispetto al forte senso rettilineo dei “templi” a megaron; nello sviluppo in antis solo nella parte anteriore; nell’apparente mancanza di un sedile lungo le pareti. Ulteriori analogie planimetriche si riscontrano tra l’edificio di Malchittu e altri monumenti a carattere cultuale, quali alcune tombe dei giganti, varie capanne nuragiche di pianta simile o il tempio a pozzo di Su Putzu di Orroli, così come si possono segnalare nella Planargia settentrionale capanne di pastori di forma ellittica e accorgimenti molto affini a quelli dell’edificio in questione184.

183 184

Ferrarese Ceruti 1964, pp. 3-5 Ferrarese Ceruti 1964, pp. 11-12,14

97


Planimetria e sezione dell’edificio a megaron185

185

Ferrarese Ceruti 1964, p. 6

98


BIBLIOGRAFIA

FERRARESE CERUTI M. L. 1964 Un singolare monumento della Gallura (Il tempietto di Malchittu), in “Archivio Storico Sardo”, XXIX, Padova, pp. 3-6, 11-12, 14, 24

99


4.Oes. PROVINCIA : Sassari COMUNE : Giave LOCALITA’ : Oes LATITUDINE : 40° 28’44” LONGITUDINE : 8° 46’28” IGM : Foglio 480 Sezione III Bonorva MORFOLOGIA : Collina GEOLITOLOGIA : Basalti (Carta dei suoli della Sardegna: Unità cartografica 18) QUOTA : 355 m s.l.m. SORGENTE : a m 500 CORSO D’ACQUA : a m 30 DATAZIONE : Fine Bronzo Medio, Bronzo Recente e Finale – Età del Ferro (XVVIII a.C.)186

186

Foddai 2010

100


4.1STORIA DEGLI SCAVI

Il territorio di Giave è oggetto di osservazioni, ancora prive di meticolosità scientifica, soprattutto a partire dall’Ottocento. Le fonti letterarie riconoscono nel nuraghe Oes l’evidenza architettonica di maggior richiamo, come testimoniato anche dalle parole del Lamarmora che, nella descrizione del monumento comparsa nell’opera Voyage en Sardaigne pubblicata nel 1840, si mostrerà colpito dall’abilità con cui gli antichi costruttori

forgiarono l’edificio187. Preziosa sarà anche la

documentazione grafica fornitaci dallo studioso, con la prima dettagliata riproduzione del monumento supportata da piante, prospetti e sezioni. Con la seconda metà dell’Ottocento hanno inizio indagini di carattere più propriamente scientifico, tra le quali si inserisce l’attività dello Spano a cui si deve la prima relazione sulle scoperte compiute nel territorio di Giave, pubblicate nel Bullettino Archeologico Sardo, da lui fondato nel 1855, e nelle Scoperte Archeologiche relative agli anni tra il 1854 e il 1867188. L’interesse per il nuraghe Oes si rinnova anche nel Novecento, nell’ambito di una crescente ammirazione per le vestigia nuragiche che contagerà anche gli studiosi e gli appassionati stranieri. Il monumento viene citato dal Centurione in Studi recenti sopra i Nuraghi189 e da Giovanni Pinza nell’opera Monumenti primitivi della Sardegna190 che gli attribuisce addirittura una funzione esclusivamente tombale. La complessità costruttiva del nuraghe colpirà negli anni successivi anche il Nissardi e il francese F. Prechac. Nel secondo decennio del Novecento l’attenzione per le opere architettoniche dell’area giavese si accompagna ad un attento programma di salvaguardia e incentivo

187

Della Marmora 1840, p. 63 Foddai 2010, p. 31 189 Centurione 1888 (1995), p. 33 190 Pinza 1901, tav. VII, 2 188

101


agli studi, promosso anche da iniziative statali oltre che private. Contributi fondamentali saranno quelli apportati dal Taramelli prima e dal Lilliu poi, di grande interesse per l’intero panorama isolano e non soltanto per l’area in esame. Il quadro archeologico dell’area di Giave assume contorni più decisi negli anni Settanta grazie agli apporti di Aldo Foddai che censisce nuovi monumenti non ancora conosciuti e rimarca così il ruolo preminente della regione su cui sorgono. Con il nuovo millennio è stato raggiunto un nuovo rigorismo scientifico ottenuto mediante l’accuratezza delle indagini insieme ad un’attenta rilettura delle vecchie informazioni e al sostegno delle altre discipline quali l’antropologia, la geografia antropica, l’informatica. Tutto questo, insieme al progetto di valorizzazione e tutela del patrimonio giavese sostenuto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici e intrapreso a partire dal 2004, apre per Giave la prospettiva di un’ottimizzazione futura delle sue risorse.

4.2DESCRIZIONE DEL SITO

Il sito archeologico facente capo al nuraghe Oes comprende, oltre alla costruzione nuragica di tipo complesso, un antemurale provvisto di torri, un’area sacra con edificio a megaron e temenos, i resti di una tomba dei giganti e un attiguo villaggio di vasta estensione. Il nuraghe ha una caratteristica torre principale a tholos suddivisa in tre piani, con diametro di base di m 16,15 e altezza massima residua di m 11,40. Ad essa si addossa un bastione bilobato a due livelli che delimita un cortile aperto e due torri secondarie. L’ingresso attuale al mastio avviene attraverso la finestra trapezoidale

102


larga m 0,80 e alta m 2 che si apre al primo piano; mentre l’accesso originario del pian terreno, orientato a SE, è ora chiuso dal materiale di crollo. Una scala interna ad andamento spiraliforme conduce ai piani superiori; l’illuminazione del vano scala era assicurata da feritoie architravate poste alla base delle pareti e da lucerne verosimilmente contenute in stipetti posizionati tra le feritoie. Il vano del primo piano ha forma quasi circolare priva di suddivisioni interne e oggi occupata da massi e terra. L’ambiente presentava superiormente una copertura impostata su di una risega ottenuta arretrando le pareti del vano superiore lungo tutto l’arco della circonferenza, così da ricavare un piano d’appoggio orizzontale con profondità massima di m 0.50. Una serie di fori dovevano verosimilmente essere funzionali al sostegno di un soppalco ligneo intermedio. Il vano del secondo piano ha forma ellittica, è largamente svettato e si conserva per un’altezza massima residua di m 3,30; anche in questo ambiente la presenza di cavità rettangolari lascia supporre la presenza di un secondo ballatoio ligneo. In una fase successiva vennero aggiunte le torri secondarie, come viene indicato dalla mancanza di attacchi tra il mastio e le strutture murarie di collegamento alle torri stesse. Il bastione si snoda con andamento tortuoso e presenta due ingressi nelle cortine SE e NE; ha dimensioni di m 25 x 12,5 e altezza residua di m 6. Entrambi gli accessi immettono in un corridoio con botola-caditoia e nicchia. La torre secondaria orientale versa in uno stato di conservazione che rende pressoché impossibile la ricostruzione dei suoi spazi interni; mentre la torre meridionale consente l’individuazione delle due camere interne separate tramite l’espediente della risega e dei fori.

103


Un antemurale provvisto di torri, la cui altezza massima nel tratto Sud-occidentale raggiungeva i m 2, circondava il nuraghe e un esteso abitato sviluppato prevalentemente a Sud e ad Est del monumento. Il villaggio versa oggi in pessime condizione in seguito agli interventi operati sul territorio per la costruzione del tracciato ferroviario e per l’avanzamento delle tecniche agricole. Tra i suoi resti sono stati portati alla luce numerosi blocchi pertinenti a una tomba dei giganti a struttura isodoma da collocarsi nell’area orientale del sito191. Il complesso viene attribuito cronologicamente al periodo compreso tra il Bronzo Medio, Recente e Finale, tra il 1600 e il 1000 a.C.

Edificio a megaron con temenos192

191 192

Foddai 2010, pp. 219-228 Foddai 2010, p. 231

104


4.3EDIFICIO A MEGARON

Ad una distanza approssimativa di m 140 dal nuraghe, alla periferia orientale del villaggio, sorge il monumento a megaron in antis delimitato dal suo ampio temenos. L’edificio, costruito con il basalto locale, si presenta oggi ampiamente danneggiato a causa dei lavori di spietramento del terreno e risulta visibile solo nelle sue strutture di fondazione. Il monumento è orientato lungo l’asse SE-NO; ha pianta rettangolare con lunghezza totale di m 12,30, larghezza di m 6,50, spessore medio di m 1,50 e altezza massima residua di m 1,10. Il proseguimento delle pareti laterali sulla fronte determina la formazione di un vestibolo quadrangolare; la massima lunghezza residua della continuazione muraria è di m 1,30. All’edificio si accede tramite un Planimetria193

ingresso rivolto a SE, largo m 1 e profondo m 1,20. Il

temenos sviluppato intorno al monumento ha forma esagonale irregolare, con dimensioni di m 47 ca. sull’asse SE-NO x m 36 sull’asse NE-SO e massimo spessore residuo di m 1,20. L’ingresso originario è di difficile individuazione, ma non è da escludere che esso fosse posto in corrispondenza del lato Sud-orientale, laddove due strutture murarie rettilinee e angolari si raccordano al recinto forse ad indicare la presenza di un vestibolo194.

193 194

Foddai 2010, p. 231 Foddai 2010, pp. 230-231

105


BIBLIOGRAFIA

CENTURIONE A. M. 1888 (1995) Studi recenti sopra i Nuraghi, Prato, p. 33

FODDAI L. 2010 Giave. Testimonianze archeologiche, in “Sardegna Archeologica. Scavi e ricerche”, 7, Sassari pp. 31, 219-228, 230-231

DELLA MARMORA A. 1840 Voyage en Sardaigne, Torino Paris, p. 63

PINZA G. 1901 Monumenti primitivi della Sardegna, in “Monumenti dei Lincei”, 11, tav. VII

106


5.Sa Carcaredda.

PROVINCIA : Nuoro COMUNE : Villagrande Strisàili LOCALITA’ : Riu ’e Inu LATITUDINE : 39° 59’ 37” LONGITUDINE : 9° 25’ 34” IGM : Foglio 531 Sezione IV Villanova Strisaili QUOTA : 938 m s.l.m. MORFOLOGIA : Montagna GEOLITOLOGIA : Graniti (Carta dei suoli della Sardegna: Unità cartografica 11) SORGENTE : Funt.na e Binu a m 505 CORSO D’ACQUA : Riu Bau Mela a m 680 DATAZIONE : Bronzo Recente e Finale (XIII-X a.C. circa)195

195

Fadda 2003

107


5.1STORIA DEGLI SCAVI

La prima campagna di scavo venne effettuata nel 1989 in seguito a devastazioni effettuate da clandestini. Successivamente le ulteriori indagini del 1991 vennero condotte dalla Soprintendenza di Sassari e Nuoro sotto la direzione di M. A. Fadda.

5.2DESCRIZIONE DEL SITO

Il complesso nuragico di Sa Carcaredda è costituito da un edificio a megaron, un villaggio e quattro tombe dei giganti. Sorge in posizione elevata al confine tra l’Ogliastra e la Barbagia, poco lontano dal lago dell’alto Flumuendosa. La tomba di giganti meglio conservata si caratterizza per l'eccezionale monumentalità, evidente soprattutto nell'ampia esedra con lastre di pietra ortostatiche infisse verticalmente nel terreno e con il consueto bancone-sedile lungo il profilo; al centro della facciata era collocata in origine la grande stele della quale restano oggi solo due grandi frammenti; la camera funeraria presenta ancora in posto quasi tutte le lastre di copertura, disposte a piattabanda. Il tempio, di particolare interesse architettonico, rappresenta un raro esempio di struttura nuragica in antis con penetrale circolare196.

196

Fadda 2003, pp. 318, 323

108


5.3L’EDIFICIO A MEGARON

Il monumento è costituito da un vestibolo, un vano circolare e un ambiente accessorio addossato al lato nord del vestibolo. Il vestibolo di forma trapezoidale irregolare è delimitato dal prolungamento dei due muri laterali in antis, è strombato verso l’esterno e ha lunghezza di m 1,70, larghezza di m 1,10 e altezza massima di m 1,10. L’opera muraria è ottenuta con blocchi poligonali di granito disposti in filari irregolari. Due banconi in pietra si sviluppano alla base delle pareti del vestibolo, mediante due blocchi rettangolari sul lato destro e un solo masso rettangolare su quello sinistro. Da questo ambiente si passa, mediante un ingresso con muri leggermente aggettanti (larghezza m 0,85), ad una camera rettangolare nella quale si evidenzia lungo le pareti laterali una linea di distacco nella tessitura muraria, a metà altezza e fino all’ottavo filare, dovuta all’aggiunta posteriore di una parte del muro. Il vano rettangolare ha lunghezza di m 3,80, larghezza di m 1,90 e altezza massima residua di m 1,70. Da questo ambiente si procede alla camera circolare di diametro di m 3,40 e altezza di m 1,90; costruita con lastrine poligonali di granito poste a filari regolari alla base e più irregolari nell’alzato. Sul pavimento si sviluppava un focolare rituale realizzato con blocchi di calcare di piccole dimensioni coperti da uno strato d’argilla; al di sopra erano posti blocchi di calcare arenaceo, lavorati su tutti i lati e con la faccia a vista fregiata da profonde incisioni in rilievo a denti di lupo che unendosi tra loro mediante grappe in piombo rappresentavano un nuraghe quadrilobato. La copertura originaria doveva essere aggettante e ottenuta con lastre piatte di diverse dimensioni, i cui materiali si rinvengono numerosi nel deposito di crollo.

109


Focolare rituale197

Il vano rettangolare e quello circolare erano pavimentati da lastre di granito di

varie dimensioni accuratamente lavorate con incastri regolari. Una lastra ortostatica, posta di taglio nell’ingresso alla camera circolare, ne serrava l’accesso. Sul lato destro del tempietto si sviluppava un ambiente rettangolare irregolare, lungo m 8 e largo m 1,20, con angoli arrotondati e costruito mediante filari irregolari di blocchi di granito locale non lavorati. All’interno del vano sono stati rinvenuti i resti di due pilastri (lunghezza m 1,90 e m 1,70; altezza residua m 0,95), che dovevano sostenere la copertura verosimilmente aggettante e ottenuta con lastre piatte. I sostegni, dei quali si conservano cinque filari, erano costruiti con lunghi blocchi disposti trasversalmente rispetto alla parete a vista del lato lungo. I reperti ritrovati all’interno del vano sembrano indicarne la funzione di ripostiglio. L’acqua è l’elemento purificatore e, laddove essa non sgorghi naturalmente da una fonte sorgiva, viene contenuta nelle olle presenti all’interno del tempio198. La costruzione dell’edificio è stata effettuata usando principalmente la granodiorite e il microgranito reperibili nell’area del monumento, mentre il calcare oolitico utilizzato per la realizzazione del muretto all’interno di un vano proviene verosimilmente da affioramenti posti a una distanza di 10-15 Km in linea d’aria199.

197

Fadda 2006, p. 55 Fadda 1992, pp. 173-175 199 Tuveri 1992, p. 175 198

110


Planimetria e sezioni in scala 1:50200

5.4ELEMENTI CULTURALI201

I reperti rinvenuti nel complesso di Sa Carcaredda provengono in esigua misura dall’area circolare e dal focolare del monumento a megaron, mentre la maggioranza dei dati materiali è stata acquisita nel corso dell’indagine del vanoripostiglio adiacente all’edificio. In particolare nell’ambiente rettangolare è stato individuato un deposito archeologico di cm 50, composto da uno strato argilloso con pietre di crollo, che ha restituito grandi quantità di materiali ceramici e bronzei, e da

200 201

Fadda 1992, p.174 Fadda 1992, pp. 174-175

111


uno strato carbonioso contenente alcune olle e materiali bronzei prevalentemente di destinazione cultuale.

Dal vano circolare del monumento provengono : -

Due anse di ollette;

-

Frammenti ceramici di parete vascolare;

-

Frammento di lucerna.

Dal focolare provengono : -

Pochi frammenti ceramici;

-

Un elemento circolare in lamina bronzea con quattro fori, vuoto

all’interno, che faceva parte della bardatura di un cavallo; -

Un pugnaletto a base triangolare con due chiodi di fissaggio;

-

Un anello a fascia decorata da linee verticali;

-

Uno spillone in bronzo;

-

Frustoli bronzei

Dal vano ripostiglio provengono : -

Sei elementi di collana ottenuta impiegando alternativamente ambra,

bronzo e pasta vitrea; -

Olla di forma aperta con anse a nastro piatto a ponte, interrata per 15

cm e contenente lenti di argilla, posta nell’angolo del lato destro del vano. Per sostenere l’olla venivano utilizzati frammenti di lingotto oxide e panelle; -

Frammenti di lingotto di tipo oxide;

-

Sette panelle;

112


-

Olla a colletto con anse a gomito rovesciato, interrata per 20 cm, posta

nell’angolo opposto alla precedente, anch’essa sostenuta da frammenti di lingotto oxide e panelle; -

Ascia a margini rialzati lunga cm 22 posta in corrispondenza del collo

dell’olla; -

Ciotola carenata di forma aperta, adiacente al lato destro del pilastro;

-

Olle frammentarie, adiacenti al lato destro del pilastro;

-

Bottoni in bronzo a calotta emisferica a forma di nuraghe, provenienti

dal lato sinistro del vano; -

Bottone in bronzo di forma conica sormontato da una protome bovine,

proveniente dal lato sinistro del vano; -

Stiletti votivi a elsa gammata, dal lato sinistro del vano;

-

Manufatto bronzeo a forma di ruota a raggi con lavorazione a

trecciolina, dal lato sinistro del vano; -

Figurina di donna ammantata che porta una ciotola decorata a

raggiera, dal lato sinistro del vano; -

Grumi di piombo inglobanti piedi di figurine bronzee spezzate, dal

lato sinistro del vano (fig.1); -

Pendaglio, dal lato sinistro del vano;

-

Olletta di forma aperta con fondo ad anello ,due anse a maniglia e due

prese a lingua bifora , adiacente alla parete del lato lungo; -

Olla con tre anse a due prese diametralmente opposte, che al suo

interno conteneva: -

Sei panelle;

-

Fibula a sanguisuga;

113


-

Ascia con appendici laterali;

-

Doppia ascia a taglio ortogonale;

-

Un puntale;

-

Due frammenti di scalpello;

-

Bracciale con verga a sezione circolare e appendici decorate a lobi;

-

Due anelli;

-

Un frammento di rasoio;

-

Un dente;

-

Un frammento di collo di vaso in lamina bronzea.

114


5.5CATALOGO202

Fig.1

Particolare dei piedi di una figurina in bronzo

Fig.2

Deposito votivo

Fig.3

Tesaurizzazione di panelle, pani di rame di tradizione egea e asce

BIBLIOGRAFIA 202

Fadda 2006, pp. 55-57

115


FADDA M. A. 1992 Località Sa Carcaredda. Scavi 1991, in “Bollettino di Archeologia”, 13-15, Roma, pp. 173-175

FADDA M. A. 2003 Nuove acquisizioni dell'architettura cultuale della Sardegna nuragica, in “Etruria e Sardegna centro-settentrionale tra l'età del Bronzo Finale e l'Arcaismo. Atti del XXI Convegno di studi Etruschi ed Italici”, Pisa-Roma, pp. 318, 323

FADDA M. A. 2006 Il Museo speleo-archeologico di Nuoro, in “Sardegna archeologica”, Sassari, pp. 55-57

TUVERI C. 1992 Località Sa Carcaredda. I materiali da costruzione, in “Bollettino di Archeologia”, 13-15, Roma, p. 175

6.S’Arcu ’e Is Forros.

116


PROVINCIA : Nuoro COMUNE : Villagrande Strisàili LOCALITA’ : S’Arcu ’e Is Forros LATITUDINE : 40° 0’ 8” LONGITUDINE : 9° 24’ 2” IGM : Foglio 517 Sezione III Talana QUOTA : 893 m s.l.m. MORFOLOGIA : Montagna GEOLITOLOGIA : Graniti, Porfidi, Scisti (Carta dei suoli della Sardegna: Unità cartografica 11) SORGENTE : Funt.na Abbadrula a km 2,5 ca. CORSO D’ACQUA : a m 200 ca. DATAZIONE : Bronzo Medio - Bronzo Recente e Finale (XV-IX a.C.)203

6.1STORIA DEGLI SCAVI 203

Fadda 1992

117


Il sito di S’Arcu ’e Is Forros è stato esplorato sistematicamente dal 1984 fino alla fine degli anni ’90, sotto la direzione dell’archeologa M. A. Fadda. In particolare durante la seconda campagna di scavo, condotta tra l’ottobre e il novembre del 1990, venne esplorata la parte posteriore del monumento a megaron. Lo scavo ha evidenziato la planimetria dell’edificio e portato a termine l’esplorazione dell’ultimo vano D dell’edificio204. Successivamente alla scoperta del monumento a megaron e del temenos che lo racchiudeva, nuovi interventi furono condotti nell’area del villaggio per recuperare ciò che restava di alcune capanne in seguito alla demolizione delle loro strutture ad opera di scavatori abusivi. Durante la campagna di scavo vennero così esplorate quattro capanne, un sacello di forma rettangolare, un edificio polilobato e una grande capanna addossata ad una struttura bilobata con consistente alzato. Venne altresì condotto un intervento di consolidamento della muratura perimetrale del tempio a megaron, gravemente danneggiato da una copiosa nevicata e dalle successive piogge primaverili205. Nel 1991 venne effettuata la terza campagna di scavo, che ha permesso di individuare, nella parte anteriore dell’edificio a megaron, un grande recinto avente origine dai lati del vestibolo. Le indagini condotte a partire dal settembre del 1994 hanno portato alla luce alcuni vani posti all’esterno del tempio, alcuni dei quali coevi all’edificio sacro. Nell’ambito delle ricerche sono emerse anche le strutture di quattro capanne nuragiche dalle quali provengono numerosi dati di cultura materiale206. Un nuovo scavo inerente al piano per la valorizzazione del patrimonio archeologico dell’Ogliastra nei comuni di Lanusei, Tortolì e Villagrande Strisàili, ha portato alla 204

Fadda 1992, p. 172 Fadda, 1997, pp. 255-257 206 Fadda 1996, pp. 81-82 205

118


scoperta delle strutture di un secondo edificio a megaron con temenos (tempio B), posto a poca distanza dal precedente (tempio A). Un terzo monumento a megaron (tempio C) è stato più recentemente esplorato a S’Arcu ’e Is Forros e risulta inserito in un’insula abitativa circondata da un muro esterno. Gli annosi problemi d’interpretazione lasciano ancora ampio spazio alle indagini che vedono coinvolti archeologi come Giovanna Congiu, studenti e dottorandi dell’Università di Pavia e Pisa207.

6.2DESCRIZIONE DEL SITO

Il complesso nuragico di S’Arcu ’e Is Forros sorge su un rilievo al confine tra l’Ogliastra e la Barbagia, a poca distanza dal bacino dell’Alto Flumendosa e dal passo di Corr’e Boi, tra i fiumi Bacu Alleri e Iscra Abbatrula; in un’area caratterizzata geologicamente dall’abbondanza di graniti, porfidi e scisti. Si colloca nel territorio denominato sulle carte con il toponimo sardo Interabbas, ovvero “in mezzo alle acque” per la presenza dei due fiumi. Sul colle sorgono, oltre al villaggio nuragico, anche il nuraghe monotorre Lotzoracesa e quello di minori dimensioni Interabbas con connessa tomba di giganti. L’insediamento e i due nuraghi erano posti a controllo delle anse dei due fiumi e di un’area in cui si incontravano importanti vie di transumanza, dirette verso il lago artificiale del Flumendosa o verso l’altopiano del Margine e da qui nella piana di Lotzorai e Tortolì. Nel santuario di S’Arcu ’e Is

207

Fadda 2011, pp. 63,66-67

119


Forros potevano trovare accoglienza i pellegrini che attraversavano il valico di Corr’ e Boi208 Nel villaggio nuragico compaiono un edificio a pianta trilobata e numerose capanne poste a mezza costa in posizione digradante verso il fiume, mentre, sulla sommità della collina, sorge l’edificio a megaron A. Dall’area circostante il monumento sono emerse numerose tracce di attività fusoria. Dai lati del vestibolo si sviluppa un recinto ellittico i cui muri si sovrappongono ad una capanna preesistente da cui provengono materiali del Bronzo medio (XVI sec. a.C.). Nei pressi del temenos si sviluppano un ambiente a pianta rettangolare (m 6x4) e una capanna circolare con diametro interno di m 4,30 ed esterno di m 6,30 che presenta una panchina e un vano ripostiglio. Addossato al perimetro esterno del recinto sorge un vano circolare, con diametro interno di m 3,10 ed esterno di m 4,50, con battuto pavimentale in argilla e due focolari, dal quale provengono frammenti ceramici del Bronzo recente e finale (XIII-IX sec. a.C.). Nell’area prospiciente il monumento sono state altresì individuate altre quattro capanne, tutte di forma circolare, con battuti pavimentali d’argilla e focolare centrale. Internamente i vani possono presentare piani di appoggio sopraelevati o muretti divisori che delimitano dei settori utilizzati come ripostigli. Da questi ambienti provengono numerosi dati di cultura materiale attestanti due diverse fasi di frequentazione a partire dal Bronzo medio fino al Bronzo recente e finale209. A poca distanza dal monumento a megaron A sorge l’edificio a megaron B che reca due piccoli vani appoggiati a una parete esterna dell’edificio sacro e relativo temenos. Un altro monumento a megaron, l’edificio C,

208 209

Fadda 2011, p. 63 Fadda 1996, pp. 82-83

120


risulta inserito in un’insula abitativa circoscritta da un muro esterno e costituita da dodici vani tutti aperti su un cortile centrale, secondo una consuetudine nuragica210. Ciò che emerge con una certa sicurezza è che il villaggio venne distrutto da un grosso incendio e che la ricostruzione di molti ambienti è avvenuta sulle strutture delle capanne preesistenti senza che venisse rispettata l’originaria muratura. È quanto si può desumere dalla presenza di focolari sotto i muri attuali o posti all’interno delle nuove capanne in posizioni prive di una logica funzionale211.

Planimetria generale

212

210

Fadda 2011, pp. 63,66 Fadda 1997, p. 257 212 Fadda 2006, p. 58 211

121


6.3EDIFICIO A MEGARON A

Il monumento a megaron A presenta pianta rettangolare doppiamente in antis con complessa planimetria interna. È stato edificato con pietre appena sbozzate in granito degradato e scisto di differenti dimensioni disposte a filari; ha lunghezza di 17 m e larghezza compresa tra i m 5,50 e m 6,50 a causa dell’irregolarità dei muri perimetrali. Della facciata ad andamento rettilineo si conservano sette filari di blocchi poligonali di media grandezza, che presentano un’esecuzione più accurata presso gli stipiti dell’ingresso. Dall’ingresso si accede ad un corridoio a pianta trapezoidale strombato verso l’interno che conduce nel vano A a pianta rettangolare. Da questo ambiente un corridoio conduce a sua volta nel vano B, anch’esso di forma rettangolare irregolare ma di dimensioni minori. Sulla parete sinistra di questo secondo ambiente si apre un canale che dopo esser passato attraverso il muro giunge all’esterno in forte pendio. Si tratta di un condotto delimitato da lastrine poste di coltello e ricoperte da altre lastre di scisto poste a piattabanda, il quale conservava una ciotola carenata rovesciata e un pugnale con lingua da presa in bronzo. I ritrovamenti sono stati interpretati come indicatori di un culto delle acque del quale costituirebbero l’offerta alla divinità, mentre olle interrate agli angoli dei vani dovevano appunto contenere l’acqua rituale. Questi vasi, insieme al canale all’interno dell’edificio sacro, potrebbero indicare uno svolgimento delle abluzioni proprio dentro al tempio. Un successivo corridoio, del quale si conserva l’ingresso architravato con il finestrino trapezoidale, conduceva al vano C anch’esso rettangolare e con i muri fortemente aggettanti. Dal pavimento provengono numerose lastre di scisto e pietre piatte da riferirsi alla copertura dell’edificio. All’interno del vano C sono emerse numerose lastre in calcare arenaceo, delle quali alcune

122


presentano i bordi lisciati e sagomati e altre regolari fori circolari. Tra di esse giaceva un concio in calcare arenaceo a T con una grossa bozza mammelliforme realizzata nella faccia piana e ulteriori conci in arenaria rettangolari a base piana con numerosi fori, alcuni dei quali presentano ancora residui di colate di piombo per il fissaggio dei bronzi votivi. Da questo terzo ambiente proviene anche un bacile spezzato in calcare di forma quadrata, con al centro una piccola conca circolare e superfici accuratamente lavorate. Passando attraverso un corridoio a pianta quadrata con muri che aggettando formano un accesso ogivale si giunge al vano D, a pianta rettangolare irregolare. Il muro di fondo presenta una piccola nicchia sopraelevata di forma trapezoidale irregolare, posta in asse con i corridoi di tutti i quattro vani. I prolungamenti murari della parte posteriore in antis del tempio si collegano irregolarmente al muro di fondo, presentando una tessitura muraria differente da quella dei muri perimetrali e maggiore spessore. Le appendici in antis anteriori presentano invece maggiore regolarità e continuità con il muro perimetrale. Lungo la base dei muri laterali dell’edificio corre uno zoccolo costituito da grossi blocchi appena sbozzati posti a coltello, la cui funzione era quella di dare maggiore stabilità alla muratura o in alternativa di fungere da panchina o piano d’appoggio. Ai piedi dei muri esterni dell’edificio sacro è stato rinvenuto uno spesso strato carbonico, verosimilmente connesso all’incendio delle parti lignee della copertura. Sulla fronte del tempio si sviluppa un recinto ellittico che ha origine dai lati del vestibolo e presenta alla base una panchina sulla quale venivano depositate le offerte. All’interno del temenos si accede mediante un ingresso con soglia costituita da due blocchi di calcare arenaceo che presentano, su due piccole fossette, vasetti in lamina bronzea fissati col piombo e due fori rettangolari forse adibiti all’originario sostegno

123


dei pali dell’ingresso. Il recinto si sovrappone, nell’area in asse con l’ingresso, ad una capanna dalla quale provengono materiali del Bronzo medio (XVI sec. a.C.); mentre sul suo lato sinistro si sviluppa un vano costituito da un vestibolo rettangolare raccordato ad un ambiente circolare che forse veniva utilizzato come magazzino del tempio. Tutta l’area delimitata dal recinto doveva essere destinata per la deposizione degli ex voto come indicano le numerose basi per offerte.

Ipotesi ricostruttiva edificio a megaron A

6.4EDIFICIO A MEGARON B

L’edificio a megaron B sorge a poca distanza dal monumento A, e appare caratterizzato da tre fasi edilizie. Durante la prima fase, collocabile alla fine del Bronzo recente (1300 a.C.), l’edificio venne costruito con pianta rettangolare, parte anteriore in antis, muro di fondo absidato e ripartizione interna in due ambienti con ingressi provvisti di architrave in asse tra loro. La seconda fase, attribuibile al Bronzo finale (1200 a.C.), vede diventare tre i vani interni, mentre l’ingresso in antis viene tamponato con un muro e davanti all’edificio viene sviluppato il temenos a pianta irregolare e accesso a sudest in asse con l’ingresso. È in questo periodo che all’interno di un piccolo ambiente ottenuto nel vano di fondo absidato viene costruito un altare. L’altare poggia su uno strato di grandi ciottoli piatti trasportati dal fiume 124


sottostante Interabbas, come se volesse richiamare la divinità dell’acqua. La sua opera muraria è costituita da un primo filare di blocchi squadrati di basalto, proveniente da Bari Sardo perché non presente localmente, da un secondo filare di vulcanite tenera, un terzo di basalto e recante al centro del muro curvilineo una protome d’ariete con corna e occhi a globetto, un quarto filare di vulcanite, un quinto di basalto con un’altra protome d’ariete sovrapposta alla precedente. La finalità dell’utilizzo di materiali diversi disposti in filari alternati era verosimilmente quello di ottenere un effetto cromatico particolare. Posto sull’ultimo filare vi era poi un focolare circolare derivante dall’incastro di blocchi di basalto a cuneo che, tramite profonde incisioni e base con cornice liscia leggermente concava, rappresentava una torre nuragica al centro della quale sfavillava la fiamma sacra durante le cerimonie religiose. Il focolare era posto al centro del muro dell’altare, il quale si univa ai muri laterali mediante mensole congiunte da colate di piombo e fissate al focolare con perni di piombo colati nei fori dei blocchi contigui. Si è ipotizzato che l’interesse per il santuario abbia determinato un’affluenza importante di pellegrini e una conseguente frequentazione duratura degli edifici sacri, tanto da indurre nella terza fase edilizia dell’età del Ferro (900-800 a.C.) alla costruzione di due ambienti accessori con ingressi aperti sul temenos e da due vani di piccole dimensioni addossati ad un lato esterno del monumento a megaron. Tracce di incendio possono essere lette nella presenza di strati carboniosi e di argilla concotta individuati all’interno di questi ambienti. L’edificio B mostra affinità con quello A per quanto concerne la tessitura muraria, l’uso copioso di argilla nelle pavimentazioni e negli intonaci, le variazioni planimetriche conseguenti all’esigenza di un rafforzamento dei muri logorati dall’incendio. Dai dati di cultura materiale si evince la continuità dell’attività fusoria. Ulteriori raffronti possono essere fatti con il monumento di

125


Gremanu di Fonni, nel quale si osserva la stessa ricerca cromatica nella lavorazione dei blocchi e simili raffigurazioni di protomi di ariete. Il focolare rituale associato alla riproduzione miniaturistica della torre nuragica trova riscontri nell’edificio di Sa Carcaredda di Villagrande Strisàili, nella vasca di Su Monti di Sorradile e in quella del nuraghe tempio di Su Mulinu di Villanovafranca; la datazione dei focolari rituali viene posta tra la fine del Bronzo finale e la prima età del Ferro213.

6.5EDIFICIO A MEGARON C

Dell’edificio indicato come tempio a megaron C emerge principalmente la funzione di officina fusoria alla quale fu adibito successivamente alla sua originaria destinazione cultuale. Sulle restanti porzioni di pavimento lastricato dell’interno del vano si conservano tracce lasciate dal fuoco, mentre sul lato sinistro il battuto d’argilla rossa presenta strati alternati di argilla bruciata conseguenti all’attività fusoria qui praticata. All’angolo della parete di fondo compare una fornace il cui foro centrale ne propone un impiego nella lavorazione dei metalli come il bronzo e il piombo, i quali compaiono in abbondanza in tutto il villaggio e nelle vicine capanne. L’edificio a magaron C si inserisce in un agglomerato abitativo circondato da un muro esterno e costituito da dodici vani che si aprono su un cortile centrale. Un battuto d’argilla riveste il pavimento del cortile, mentre al centro compare un focolare circolare in lastre di granito. Delle capanne si conservano muri alti fino a due metri perfettamente isolati e rivestiti da spessi strati d’intonaco. Una delle capanne adiacenti all’edificio C presenta una fornace e doveva essere utilizzata come

213

Fadda 2011, pp. 63-65

126


magazzino dal quale provengono pithoi collocati lungo le pareti, numerosi oggetti in bronzo e lingotti di rame214.

6.6ELEMENTI CULTURALI

Dal sito di S’Arcu ’e Is Forros provengono abbondanti dati di cultura materiale che per maggiore criterio espositivo verranno ordinati in base al comune luogo di rinvenimento.

EDIFICIO A MEGARON A215:

Vano A -

Olletta di forma aperta con fondo concavo, rinvenuta nell’angolo del muro a sinistra al di sotto di un battuto pavimentale di argilla con lenti carboniose;

-

Frammento di spada votiva;

-

Frammento di brocca askoide con decorazioni geometriche tra il collo e il corpo.

Vano B

214 215

-

Frammenti ceramici di ollette con orlo arrotondato;

-

Pugnali in bronzo;

-

Testa frammentaria di ariete in bronzo.

Fadda 2011, p. 66 Fadda 1996, pp. 79-82

127


Corridoio d’accesso al vano C -

Frammento di spada votiva;

-

Frustoli informi di bronzo.

Vano C -

Frammenti ceramici riferibili principalmente a vasi a corpo globulare e a piccole tazze carenate;

-

Resti di lamine bronzee;

-

Frammenti di spilloni;

-

Resti di canali di adduzione della colata del bronzo risparmiati alla base dei bronzi figurati ed usati come perni di fissaggio nelle basi per le offerte;

-

Olle per la conservazione dell’acqua lustrale.

Vano D -

Frammenti di tegami;

-

Ollette con basso collo cilindrico distinto;

-

Tazze di dimensioni variabili con carene marcate e collo concavo estroflesso;

-

Ciotoline con prese forate.

Parte posteriore del monumento -

Ciottoli fluviali di varia forma utilizzati probabilmente come pestelli o coti;

-

Frammenti di calcare arenaceo, con fori su un lato, riferibili a basamenti per le offerte;

-

Frammenti di spada votiva;

128


-

Parte sommitale di un modellino di nuraghe in calcare arenaceo con sette fori ellittici disposti a cerchio e uno al centro. Originariamente il modellino doveva sorreggere sette oggetti votivi fissati con piccole colate di piombo;

-

Numerosi frammenti ceramici riferibili a tegami troncoconici di varie grandezze con orli ribattuti all’esterno o arrotondati, con anse o prese a lingua (XV – IX sec. a.C.);

-

Olle a corpo globulare di forma aperta con o senza ansa, oppure a colletto con qualche esempio a listello interno;

-

Ciotole carenate di forma aperta.

Area interna al recinto del monumento -

Numerosi frammenti di spade votive;

-

Pugnaletti;

-

Pendaglio ad ascia;

-

Spilloni;

-

Frammenti ceramici di ciotole carenate con applicazioni plastiche (XII – IX sec. a.C.);

-

Olle a colletto (XII – IX sec. a.C.);

-

Numerose basi per offerte.

Area laterale del megaron216 -

Bronzo raffigurante un arciere orante alto cm 14,9. Il guerriero ha un elmo sormontato da corna rivolte in avanti e cresta centrale; doppia tunica con pettorale decorato; placca quadrata di protezione; schinieri con lacci di cuoio;

216

Fadda 1997, pp. 257-258

129


sopracciglio molto marcato; doppia feretra con pugnale e stocchi e due bandelle sfrangiate sulle spalle. Il braccio destro è sollevato in atto di preghiera e il sinistro stringe un grande arco (fig.4)

EDIFICIO A MEGARON B217:

-

Frammenti di grandi olle provenienti dai due vani accessori;

-

Porzione di una matrice di fusione in steatite per la produzione di falcetti, proveniente dall’esterno del temenos;

-

Molla da fenditore in bronzo proveniente dall’esterno del temenos;

-

Grande quantità di panelle e frammenti di lingotto di rame di tradizione egea;

-

Numerosi frammenti di stagno.

EDIFICIO A MEGARON C218:

Capanna adiacente al monumento -

Pithoi con colli cilindrici decorati alla base da cordoni a falsa cordicella e pizzicato e con protomi d’ariete stilizzato;

217 218

-

Frammenti di spade in bronzo;

-

Bottoni in bronzo;

-

Manici di situle;

-

Parti di bronzetti figurati;

-

Panelle e lingotti di rame ox-hide.

Fadda 2011, p. 64 Fadda 2011, p. 66

130


ABITATO NURAGICO219:

-

Grande abbondanza di piombo, bronzo e rame

Capanna circolare addossata al temenos dell’edificio A -

Olle di forma aperta con orlo ingrossato a sezione angolata;

-

Tegami troncoconici di impasto gossolano

-

Ciotole carenate di forma aperta;

-

Pestelli, macinelli e lisciatoi;

-

Stiletto votivo frammentario in bronzo;

-

Frammenti di basi votive di calcare arenaceo;

-

Capocchia di spillone bronzeo;

-

Piccoli frammenti di lamina bronzea appartenenti ad un contenitore.

Ambiente rettangolare nei pressi del temenos dell’edificio A -

Frammenti di tegame troncoconico;

-

Olle con orlo ingrossato a sezione angolata di forma aperta e olle con anse a nastro piatto (fasi iniziali del Bronzo medio);

-

Anse a bastoncello e frammenti di ciotole carenate e ollette con orli arrotondati di forma aperta (Bronzo finale – Prima età del Ferro).

Capanna B adiacente all’ambiente rettangolare -

Ciottoli fluviali utilizzati come pestelli e macinelli;

-

Lunghi affilatoi con foro nella parte apicale;

219

.Fadda 1997, pp. 255-256

131


-

Brunitoi, alcuni dei quali con incisioni;

-

Pendagli forati;

-

Busto d’ariete di steatite non completamente rifinito;

-

Matrice di fusione in steatite.

Capanna C -

Tazze monoansate;

-

Tegami troncoconici;

-

Olle ad orlo semplice e ingrossato;

-

Ciotole carenate con presine e decorazioni plastiche;

-

Fusaiole fittili, pestelli e macine frammentarie.

Capanna D -

Olle di forma aperta biansate;

-

Tazze di forma aperta monoansate;

-

Ollette a colletto indistinto;

-

Un vaso con fondo distinto ad anello e con fori passanti attraverso le pareti disposti a file irregolari;

-

Frammenti di tegame con decorazione a pettine impresso.

132


6.7CATALOGO220

Fig. 1 Pendaglio in bronzo con ascia a margini rialzati. Fibula a sanguisuga

Fig.2

220

Fibula cipriota

Fadda 2006, pp. 58-60

133


Fig.3

Fig.4

Frammenti di tripode bronzeo di tipo cipriota

Arciere

134


BIBLIOGRAFIA

FADDA M. A. 1992 Villagrande Strìsaili (Nuoro). Località S’arcu e Is Forros. Il tempio a megaron, in “Bollettino di Archeologia”, 13-15, Roma, p. 172

FADDA M. A. 1996 Antichi Sardi purificati , in “Archeologia Viva”, 57, pp. 79-83

FADDA M. A. 1997 Villagrande Strìsaili (Nuoro). Località S’arcu e Is Forros. L’abitato nuragico intorno al tempio a megaron, in “Bollettino di Archeologia”, 43-45, Roma, pp. 255-258

FADDA M. A. 2006 Il Museo speleo-archeologico di Nuoro, in “Sardegna Archeologica”, Sassari, pp.58-60

FADDA M. A. 2011 S’Arcu ‘e Is Forros. Antichi Sardi purificati, in “Archeologia Viva”, 145, pp. 63-67

135


7.Serra Orrios.

PROVINCIA : Nuoro COMUNE : Dorgali LOCALITA’ : Gollei LATITUDINE : 40° 20’ 2” N, LONGITUDINE : 9° 32’ 17” E IGM : Foglio 500 Sezione I Galtellì QUOTA : 190 m s.l.m. MORFOLOGIA : Tavolato lavico GEOLITOLOGIA : Basalti ( Carta dei suoli della Sardegna: Unità cartografica 18) SORGENTE : Su Gologone a Km 7,7 CORSO D’ACQUA : a m 65 ca. DATAZIONE : Bronzo Medio, Bronzo Recente e Finale – Prima Età del Ferro ( XV-IX sec. a.C.)221

221

Moravetti 2005

136


7.1STORIA DEGLI SCAVI

L’esplorazione archeologica del villaggio nuragico di Serra Orrios, situato nell’altopiano del Gollei di Dorgali, ebbe inizio nel maggio del 1936 ad opera di Doro Levi. Tuttavia lo studioso mostrò il suo iniziale interesse per il nuraghe Oveni e avviò i primi scavi a 800 m di distanza dall’antico abitato. Successivamente vennero localizzati i due edifici a megaron con i loro recinti, i primi di questa tipologia ad emergere in Sardegna; una tomba dei giganti e cinquanta capanne. Notizie di una seconda campagna di scavo provengono dal Bollettino d’Arte del 1937, nel quale Levi dà notizia della scoperta di settanta capanne nell’area dell’antico abitato. Di questo secondo intervento non ci è pervenuto neanche il giornale di scavo, così che sono andate perdute le sequenze stratigrafiche e le associazioni tra reperti e strutture di rinvenimento. Durante la terza campagna, avvenuta tra la primavera e giugno del 1938, vennero esplorate 15 capanne e ritrovati lisciatoi di steatite, parte di una matrice di fusione, pochi bronzi e numerosa ceramica222. Nello stesso anno, in conseguenza all’imposizione delle leggi razziali, il triestino Doro Levi dovette lasciare i suoi incarichi presso la Soprintendenza e nell’insegnamento universitario, e si rifugiò negli Stati Uniti. Rientrò in Italia nel 1945 e, nella primavera del 1947, si recò a Dorgali con l’intento di completare lo studio del sito per poter procedere alla pubblicazione definitiva dei dati di scavo. Progetto che rimase incompiuto poiché, nello stesso anno, divenne direttore della Scuola Archeologica di Atene e si allontanò definitivamente dall’Italia223. Fu Giovanni Lilliu, nel 1947, a menzionare il villaggio di Serra Orrios in un articolo comparso sulla rivista “Studi Sardi” dello stesso anno. L’archeologo effettuò un 222

Boninu 1980, pp. 109-110 Moravetti 2005, p.36

223

137


sopralluogo sul sito il 2 marzo del 1947, definendo il monumento protostorico uno dei più significativi della Sardegna nuragica. Descrisse il paesaggio sede del complesso come tipicamente pastorale e pittorescamente collocato tra gli olivastri e lentischi, sull’orlo dell’altopiano basaltico che si affaccia su di un’insenatura petrosa controllata da un piccolo nuraghe. Lilliu osserva le settanta capanne radunate presso spazi comuni forniti di pozzi; i due templi dei quali uno forse in funzione dell’abitato e l’altro, secondo la Sua interpretazione, destinato ai pellegrini in visita; due tombe dei giganti e più distanti vasche per l’abbeveraggio del bestiame. L’archeologo interpreta il preminente utilizzo di pietre basaltiche di medie dimensioni come il segnale della decadenza del megalitismo, solo marginalmente riscontrabile. Così come sottolinea l’impiego prevalente della linea curva, “tipica del sardo antico, di quello moderno della montagna e del ciclo etnologico sardo a tipo pastorale”. Tuttavia l’utilizzo della linea retta in alcuni edifici viene connessa ad influssi esterni, forse punici o punici mediati dai Greci. Interessanti considerazioni vengono fatte da Lilliu anche in riferimento agli edifici a megaron interpretati come tempietti, la cui planimetria ricorda quella dei templi greci a megaron doppiamente in antis. Egli interpreta come “nostalgia della linea curva indigena” il ricorso ad un’abside nella parte posteriore con funzione strutturale e decorativa. Il villaggio non sembra altresì interessato da necessità difensive e viene collocato nell’ambito della civiltà del ferro. L’archeologo sottolinea come il sito necessiti di ulteriori scavi, prodigandosi in raccomandazioni di maggiore accuratezza e attenzione da porsi in atto al momento della ripresa delle indagini224.

224

Lilliu 1947, pp. 241-243

138


Nel 1954 il Villaggio di Serra Orrios verrà illustrato fotograficamente ma in modo incompleto da Ch. Zervos; e qualche anno dopo il Contu si soffermerà in particolare sul problema dei tempietti. Si colloca nel 1961 l’intervento di restauro della struttura ad opera della Soprintendenza Archeologica per le provincie di Sassari e Nuoro, sotto la direzione di G. Maetzke; ma solo nel 1980, in occasione della nascita del Civico Museo di Dorgali, furono analizzati approfonditamente i materiali e le problematiche emersi durante lo scavo. Successivamente vi saranno solo delle menzioni di Serra Orrios in opere a carattere generale, quali Sardinia di Margaret Guido (1963), La Civiltà dei Sardi dal Neolitico all’età dei Metalli di Giovanni Lilliu (1967), La Sardegna dell’età nuragica di Ercole Contu (1975), Sardinien di Giovanni Lilliu (1979). Nell’anno accademico 1971-72 venne affrontato il primo tentativo di raccolta e sistemazione dei materiali, provenienti dagli scavi del 1936-38, nella tesi di Laurea di M. Piludu dal titolo Le suppellettili del Villaggio nuragico di Serra Orrios225. Nell’opera Dorgali. Documenti archeologici, pubblicato nel 1980, sono invece contenuti gli studi sui materiali fittili condotti da D. Cocco, su quelli litici ad opera di L. Usai e su quelli bronzei da F. Lo Schiavo, mentre interessanti considerazioni devono essere riconosciute a M. L. Ferrarese Cerruti. Nel 1986 nuovi lavori hanno consentito un’ulteriore sistemazione dell’area archeologica e nuove indagini all’interno e all’esterno di uno degli edifici a megaron, chiamato A, dal quale sono emersi materiali che testimonierebbero la costruzione dell’edificio nelle fasi finali del Bronzo medio. Nell’ambito di questa campagna di

225

Ferrarese Ceruti 1980, p. 110

139


scavo è stato individuato un terzo edificio a pianta rettangolare con muro absidato e vestibolo226. L’ultima campagna di scavo è stata condotta nel 1992-93 grazie ad un finanziamento del Ministero per gli interventi sul Mezzogiorno. Gli interventi principali erano mirati all’analisi e rimozione delle discariche di terra accumulate presso i monumenti a megaron durante i precedenti scavi; all’abbattimento del muro costruito a ridosso del recinto dell’edificio A nel corso dei precedenti restauri; al vaglio del materiale utilizzato per la costruzione del recinto; all’individuazione di sequenze stratigrafiche presso l’edificio A e oltre il recinto; al restauro del monumento B con il riposizionamento in situ dell’architrave d’ingresso e di alcuni blocchi che erano stati abbattuti. Lo scavo ha altresì permesso una riveduta delle planimetrie delle strutture del complesso, che sovente sono state smantellate fino al raggiungimento della muratura sicuramente originaria227. Resta ancora da esplorare una vasta porzione del villaggio.

7.2DESCRIZIONE DEL SITO

Il villaggio nuragico di Serra Orrios è collocato su uno zoccolo basaltico dell’altopiano del Gollei, nelle Baronie, a pochi chilometri di distanza da Dorgali. Le indagini archeologiche hanno rivelato un complesso costituito da un abitato con almeno un centinaio di capanne, non tutte rilevate in pianta; da due edifici a megaron

226 227

Moravetti 2005, p.37 Fadda 1994, pp. 87-89

140


con relativi recinti; una “tomba dei giganti” e un’altra tomba megalitica di tipologia incerta228. LE CAPANNE : I vani presentano, con rarissime eccezioni, preminente profilo circolare, e appaiono edificati con muri a secco costituiti da filari irregolari di blocchi di basalto locale appena sbozzato, senza utilizzo di malta229. Dalla planimetria gli edifici riconoscibili come capanne vere e proprio sono 49, essendo gli altri vani interpretabili come spazi secondari. L’area media dei 49 ambienti è di mq 13,68, con estensione massima di mq 29,20 e minima di mq 4,40; gli ingressi, la cui ampiezza media è di m 1,05, sono orientati prevalentemente a SE (20) e a seguire a NE (11), SO (9) e NO (7). La planimetria del villaggio, con l’eccezione di due capanne isolate, si compone di ambienti variamente disposti o concentrati in almeno quattro isolati (A, B, C, D), con i vani circolari che si aprono su un unico cortile di disimpegno, nel quale si conservano resti di pozzi e cisterne230. In particolare: -

Le 2 capanne isolate vengono identificate con i numeri 27 e 49. La capanna 27

non presenta apparentemente caratteristiche costruttive peculiari che ne giustifichino la posizione tanto isolata, mentre la capanna 49 mostra particolarità più interessanti. Nella fattispecie la sua unicità risiede nelle caratteristiche dell’interno del vano che presenta sedili a parete; nella presenza di un vestibolo e nella tecnica costruttiva costituita da lastre ortostatiche di grandi dimensioni sulle quali si impostano file di pietre appena sbozzate. La presenza dei banconi e del vestibolo sembrano assicurare la sua destinazione pubblica, forse una “capanna delle riunioni” o forse un tempietto.

228

Moravetti 2005, pp. 41,43 Fadda 1994, p.67 230 Moravetti 2005, pp. 43-44 229

141


L’opera muraria sembra indicare una fase costruttiva molto antica, forse precedente a quella dei tempietti231; -

Gli ambienti variamente disposti formano 2 aggregati più autonomi nello

sviluppo e nella distribuzione. Il primo gruppo è costituito da 6 capanne; sorge a NO della capanna 49 e presenta un’estensione totale di mq 113,44. Il secondo gruppo comprende anch’esso 6 capanne; sorge a sud dell’abitato e si estende complessivamente per mq 78,80232; -

L’isolato A si compone di 8 capanne, perlopiù aperte su una corte, e si estende

con una superficie di mq 114 nella parte orientale del villaggio; -

L’isolato B mostra anch’esso 8 ambienti aperti o su un cortile comune con

pozzo, o verso un patio, o su uno spazio aperto, con superficie totale di mq 109,80; -

L’isolato C è l’unico che appare scaturito da un progetto organico e non da

aggregazione progressiva delle capanne come forse avvenne per gli altri gruppi. Presenta 11 ambienti di diverse forme e dimensioni, aperti su un cortile con pozzo e su uno spazio di disimpegno; per un’estensione complessiva di mq 109,45; -

L’isolato D presenta almeno 8 capanne, delle quali 2 sono in realtà decentrate,

tra le quali compare quella di dimensioni maggiori dell’intero villaggio (mq 29,20). I vani non si aprono su un ambiente centrale ma sulle stradine e coprono una superficie complessiva di mq 98.233

231

Moravetti 2005, pp. 50-53 Moravetti 2005, p. 50 233 Moravetti 2005, pp. 44-47 232

142


Fig.1 Capanna 49

Aldilà dello studio planimetrico, la scomparsa di

elementi architettonici e culturali dovuta a saccheggi, negligenze e lunghe fasi di abbandono del complesso, rendono ancora fondamentali, per la comprensione delle dinamiche di vita del sito, le brevi osservazioni trasmesse da Levi. Solo così possiamo cogliere ulteriori informazioni, altrimenti perdute, che ci aiutano a ricostruire la fisionomia del villaggio. Possiamo così sapere che i pavimenti delle capanne erano rivestiti da lastre o pietruzze e che ad essi si accedeva tramite un gradino poco più alto dell’ingresso; che le pareti delle capanne presentavano spesso spazi per armadi o cassetti; che al centro del vano compariva sovente un focolare rotondo; che lastre ortostatiche definivano talvolta le suddivisioni interne dei vani; che venivano utilizzate porte girevoli in legno e probabilmente in pietra. Interessanti sono anche le notizie relative ai ritrovamenti di testimonianze materiali, quali parti di macine; cospicui frammenti di grandi giare con residui di grano, che lasciano supporre la destinazione a deposito di derrate di alcune capanne; numerosissimi bracciali sottili con decorazione ad incisione trovati nel vano di una capanna, che ne fanno intuire il ruolo di bottega o laboratorio di gioielli234. LE TOMBE : La tomba dei giganti venne individuata nei pressi del villaggio da Doro Levi durante la prima campagna di scavo del 1936, quando, a detta dell’archeologo, l’edificio versava già in condizioni disastrose. Nessuna notizia dei materiali di scavo ci è pervenuta anche se è probabile che siano pertinenti a quest’area due vasetti di cultura Bonnanaro. Il Lilliu pubblicò una foto della tomba nel 1947, dalla quale si può risalire alla sua planimetria costituita da corpo rettangolare absidato, camera funeraria rettangolare ed esedra semicircolare. Vicino a questa tomba ne verrà segnalata da Lilliu un’altra più grande, ma di incerta

234

Moravetti 2005, pp.40-41

143


tipologia235. In merito a quest’ultima l’archeologo la dichiarerà meritevole di essere rassettata, per poter dare nuova luce “al carattere di questi sepolcri monumentali nei quali gli scheletri non si ritrovano mai interi e dove sono ammassati con scarsi corredi quasi in una sorta di tomba di stato, o di borgo-stato, senza distinzione alcuna”236. Entrambe le sepolture furono distrutte negli anni ’60.

Ricostruzione ipotetica del Villaggio di Serra Orrios237 7.3I “TEMPIETTI” A MEGARON

235

Moravetti 2005, p. 72 Lilliu 1947, p. 243 237 Moravetti 2005, p 70-71 236

144


Gli edifici a megaron doppiamente in antis facenti parte del complesso archeologico di Serra Orrios, sono i primi monumenti con queste caratteristiche ad essere stati scoperti in Sardegna. Emersero durante la campagna di scavi condotta nel 1936 da Doro Levi che senza indugio li interpretò come tempietti. L’edificio di minori dimensioni, che chiameremo A, sorge alla periferia dell’abitato; quello più grande, denominato B, compare invece ai suoi margini.

Ipotesi ricostruttiva dei tempietti238

7.4EDIFICIO A MEGARON A

238

Moravetti 2005, pp. 66-67

145


L’edificio A, racchiuso in un grande recinto, sorge in posizione decentrata rispetto al nucleo del villaggio; distante una trentina di metri in direzione SO dall’edificio B e 26 m in direzione SE dalla Capanna 49. Il

recinto,

di

forma

approssimativamente ellittica, si estende per una lunghezza massima di m 50,20, larghezza di

m

42,50

e

spessore

compreso tra m 1,00 e m 1,80. Esso occupa una superficie complessiva L’accesso Planimetra del temenos con l’edificio a megaron A

di

mq

avviene

1364. tramite

239

un’alta

porta

architravata,

larga m 0,80, preceduta da un vestibolo ovale profondo m 6,00 e con larghezza compresa tra m 4,20 e m 3,00. Le grandi dimensioni del recinto sacro spinsero Levi ad interpretarlo come un’area adibita al ricovero del bestiame del villaggio; sarà Lilliu a vedervi invece uno spazio per l’accoglienza dei pellegrini che giungevano dalle comunità vicine.

239

Moravetti 2005, p. 56

146


Planimetria edificio a megaron A240

La pianta del monumento si presenta al

suo interno, a circa otto metri a destra dell’ingresso, posizionata lungo l’asse ESEONO. Il suo profilo rettangolare si sviluppa per una lunghezza di m 8,36, larghezza compresa tra m 4,56 e m 4,40, e spessore murario tra m 1,10 e m 0,80. L’estensione delle pareti laterali oltre quelle laterali, sia nella parte anteriore che in quella posteriore, determina la tipologia architettonica doppiamente in antis. Un vestibolo quadrangolare, individuato dal prolungamento delle pareti laterali (lungh. m 1,24/1,26) che presentano alla base un bancone sedile, conduce all’ingresso della camera, strombato verso l’interno e largo m 1,40/0,70 con profondità di m 0,94. La camera presenta forma quadrangolare con profondità di m 4,18, larghezza compresa tra m 2,50 e m 2,64, e si sviluppa complessivamente su una superficie di mq 11,84. Al centro della cella era collocato il focolare, mentre lungo le pareti si conservano tracce del bancone sedile che presenta una larghezza residua compresa tra m 0,70 e m 0,44. Il monumento versa in pessime condizioni e le cause di questo stato sono state ricercate nell’attenzione con cui è stato costruito l’edificio, il più accurato dell’intero complesso, che potrebbe aver stimolato il riutilizzo dei blocchi con conseguente demolizione della struttura originaria. Sulla base dei ritrovamenti materiali emersi nell’ambito delle più recenti ricerche la fase di edificazione del monumento viene collocata cronologicamente

240

Moravetti 2005, p. 58

147


Ingresso temenos A241

alla fine del Bronzo Medio;

mentre è stato altresÏ identificato un momento anteriore di frequentazione attribuibile alla Cultura di Bonnanaro242.

7.5EDIFICIO A MEGARON B

Il monumento B, racchiuso in un recinto di piccole dimensioni, sorge ai margini sud-orientali del villaggio.

241 242

Moravetti 2005, p. 56 Moravetti 2005, pp. 55-60

148


Planimetra del temenos con l’edificio a megaron B243

Il recinto ha forma

approssimativamene rettangolare nel tratto che attornia l’edificio, con lunghezza di m 19 e larghezza di m 12; assume un profilo irregolare nel lato orientale laddove si apre l’ingresso k (largh. m 0,70; alt. m 1,2), per poi voltare, dopo una lunghezza di circa 16 m, ad angolo retto verso l’interno per circa 2 metri come a formare una parete dal cui accesso x (largh. m 1,60) si giunge nel piccolo vano B1; mentre la parete occidentale avanza rettilinea per circa 14 metri per poi proseguire con andamento curvilineo e rientrante verso SE per un’altra ventina di metri, quasi ad avvolgere il vano B1 con la cui parete posteriore forma una specie di corridoio (largh. m 2,00/0,98) che conduce all’esterno verso ESE. Al vano B1 si poteva accedere anche dall’esterno tramite un secondo ingresso y (largh. m 0,80; alt. m 1,10) aperto ad Est. I due ingressi furono verosimilmente realizzati in momenti diversi come si intuisce dalle differenti tecniche costruttive: con struttura a filari e lastroni di reimpiego l’accesso x; aperto in una struttura formata da lastroni infissi a coltello l’accesso y. Il vano B1 ha pianta a sezione di cerchio (m 4,80x3,20; spess. M 1,00/2,80; sup. mq 12,40) con piano di calpestio costituito dalla roccia naturale, irregolare e ribassato così da sembrare destinato alla raccolta dell’acqua. Il monumento, di forma rettangolare, si sviluppa per m 10,20 di lunghezza con larghezza compresa tra 5,26 e 4,50 m. Si conserva per un’altezza massima di m 2,10 su 7 filari nella parete di fondo e una minima di m 1,70 su 5 filari in corrispondenza dell’ingresso. Le pareti hanno spessore murario di m 1,14/1,08; mentre le ante di m 1,30/1,20/0,94.

243

Moravetti 2005, p. 60

149


Planimetria edificio a megaron B244

L’edificio è stato costruito disponendo su

filari orizzontali regolari blocchi di basalto accuratamente sbozzati e talvolta subquadrati. La parete di fondo rientra con andamento curvo ad emiciclo (corda m 3,20; saetta m 1,70), posto tra i muri laterali che si prolungano per m 1,40 con spessore di m 1,20 a destra e m 0,94 a sinistra. Alla cella si accede tramite un ingresso orientato a SE, largo m 0,74 e profondo m 1,00, che presenta un architrave non menzionato da Doro Levi e per questo possibile di aggiunta successiva. L’accesso è preceduto da un vestibolo a profilo interno leggermente curvilineo, dato dalla prosecuzione dei lati lunghi rispetto a quelli brevi (largh. m 2,00; prof. m 1,60), con bancone-sedile formato da tre pietre lungo le pareti. La cella ha pianta trapezoidale lunga m 5,10 e larga m 2,68/2,32 per una superficie complessiva di mq 14,50; presenta lungo le pareti un bancone-sedile costituito da 24 pietre, che in origine dovevano essere 25, largo m 0,38/0,41 e alto m 0,42/0,36. Si conserva ancora parte del rivestimento in pietre piatte che ricopriva il pavimento. I banconi-sedili suggeriscono con la loro presenza una destinazione pubblica del complesso, nell’ambito del quale il vano B1 doveva esercitare il ruolo di raccoglitore dell’acqua adibita alle pratiche rituali. È stato sostenuto che l’edificio B fosse riservato agli abitanti del villaggio, mentre il grande recinto dell’edificio A dovesse accogliere i forestieri che ivi giungevano in occasione di determinate festività. Gli officianti esercitavano verosimilmente le loro pratiche dal ristretto temenos, mentre i devoti dovevano trovare spazio al di fuori del recinto. La mancanza di dati culturali non consente una precisa datazione dell’edificio, per il quale è stata ipotizzata un’edificazione precedente al monumento A, che potrebbe

244

Moravetti 2005, p. 62

150


esser stato costruito per far fronte alle nuove necessità date dall’importanza crescente del villaggio; mentre sembra essere successiva alla costruzione del vano B1 che presenta un’opera muraria più antica. Una sorta di corridoio, un’apparente “via sacra” processionale, lungo una trentina di metri e largo 15, avanza sull’asse dell’ingresso principale del recinto a sottolineare la rilevanza di questo edificio all’interno del complesso245.

7.6ELEMENTI CULTURALI

I materiali provenienti dal complesso nuragico di Serra Orrios sono stati individuati durante le ricerche condotte sul sito nel 1936, nel 1937 e nel 1938. Mancano tuttavia le indicazioni sulla stratigrafia di riferimento e sulle associazioni con le strutture abitative; fatto che impedisce la ricostruzione delle dinamiche di vita del villaggio e complica la definizione cronologica delle evidenti evoluzioni culturali dei reperti. Nonostante le suddette problematiche, i materiali permettono di stimare una frequentazione del complesso dal Bronzo Medio fino all’Età del Ferro inoltrata246. I ritrovamenti ceramici, per lo più frammentari, sono i più abbondanti, con circa 200 reperti le cui forme e tipologie sono rappresentativi dell’orizzonte nuragico. Nella fattispecie si segnalano : -

Due vasetti di tradizione Bonannaro che sembrano rappresentare il limite

cronologico più alto di frequentazione del sito; -

Numerosi tegami d’impasto con corpo troncoconico talvolta munito di ansa o

di presa. Oltre agli esemplari lisci compaiono cospicui frammenti, soprattutto relativi 245 246

Moravetti 2005, pp. 60-69 Moravetti 2005, p. 74

151


al fondo, che recano internamente la superficie decorata “a pettine” impresso o strisciato. I motivi decorativi prevalenti di questa classe ceramica mostrano figure geometriche variamente combinate. (Fig. 1) Il confronto con la stratigrafia di altri siti ha suggerito la collocazione cronologica dei tegami tra il 1400 e l’800 a.C.; -

Numerose anse riferibili a brocche askoidi, con decorazione a scanalature e

motivi a spina di pesce o a segmenti obliqui contrapposti. Un esemplare mostra decorazione a cerchielli impressi e un altro un motivo a falsa cordicella (Fig. 2); -

Due beccucci a falso colatoio con motivi geometrici riferibili a vasi piriformi;

per i quali viene indicata una datazione tra l’VIII e il VII sec. a.C.; -

Ollette monoansate con breve colletto, collocabili tra l’VIII e il VII sec. a.C.;

-

Numerosi frammenti di recipienti a bocca ristretta. Sono stati individuati

colletti più o meno alti; robuste anse a nastro, anse a largo nastro a gomito rovescio, lisce o a file di punti impressi e in un caso a cerchielli; -

Numerose tazze carenate con differenti profili, presenza o meno di prese “a

linguetta” e ansette verticali solitamente impostate tra carena ed orlo; -

Un frammento con decorazione a stampiglia indicato come il più tardo tra i

manufatti emersi nel villaggio; -

Due frammenti di vasi a corpo globulare con listello esterno forse riferibili ad

alambicchi utilizzati per la distillazione; -

Un’anforetta miniaturistica di forma inusuale e fattura accurata (Fig. 3);

-

Un esemplare di vaso a scomparti;

-

Fornelli fittili frammentari;

-

Due pintadere con decorazione geometrica (Fig. 4);

-

Un attingitoio ed una sassola (Fig. 5);

-

Numerose fusaiole fittili (Fig. 6);

152


-

Rocchetti fittili di grandi dimensioni (Fig. 6).

I reperti sono comunque in quantità limitata in proporzione all’estensione dell’insediamento e alle tre campagne di scavo effettuate, tanto da far pensare che siano il risultato di una selezione conseguente al recupero247. Stessa problematica si riscontra anche per i ritrovamenti bronzei, la cui qualità per lo più scadente è forse conseguente ai saccheggi o indicativa dell’abbandono del villaggio. Forse gli abitanti ebbero il tempo di impadronirsi di tutti gli oggetti di valore, per questo l’assenza di evidenti tracce di attività fusoria contrasta con la presenza di quelle che invece suggeriscono l’esistenza di una fonderia nel villaggio. Tra questi indizi si annovera: -

Una matrice di fusione inizialmente bivalve e successivamente trasformata in

monovalve tramite l’incisione di due impronte profonde a sezione rettangolare ; -

Una molla da fenditore lunga cm. 25, di dimensioni assai inferiori rispetto

agli altri esemplari scoperti in Sardegna ma confrontabile con un pezzo simile, lungo cm. 22, proveniente dall’insediamento miceneo di Kos; di questi strumenti non si registrano più testimonianze a Cipro nell’Età del Ferro; -

Un gruppo di braccialetti, tutti provenienti da un’unica capanna e ascrivibili

all’età nuragica. Tra questi un esemplare d’argento massiccio ad ellisse aperta con decorazione interna a cerchielli; mentre gli altri bronzei presentano sagoma ad ellisse aperta e un’ampia varietà di sezione. Per l’argento è stata ipotizzata una provenienza dalle miniere di Sos Enattos di Lula e una lavorazione locale, riconducibile all’area compresa tra la valle dell’Isalle e il golfo di Orosei dove risulta diffusa questa tipologia di oggetti. Per gli esemplari bronzei a fascetta decorata è stata ipotizzata

247

Usai 1980, pp. 115-117

153


invece una produzione interna al villaggio. Alla luce di questi rinvenimenti Doro Levi ipotizzò che la capanna in cui essi avvennero fosse un laboratorio orafo o la bottega di un orefice. Braccialetti di analoga tipologia sono stati ritrovati nella voragine di Ispinigoli e nel ripostiglio di Loculi, nello stesso territorio di Dorgali; un frammento di braccialetto a fascetta identico agli esemplari di Serra Orrios è stato ritrovato a Galtellì associato ad un bronzetto di tipo orientale (Fig. 7); -

Un attacco di recipiente bronzeo di forma insolitamente bilobata (Fig. 10);

-

Una piccola ascia a margini rialzati da associare a un altro esemplare più

grande scoperto nel 1961 (Fig. 10); -

Spilloni (Fig. 8);

-

Grani di bronzo forse usati come fermapieghe degli spilloni ( Fig. 8);

-

Quattro pugnali, dei quali uno a base triangolare, uno di piccole dimensione

con quattro fori, uno tratto da una spada votiva e uno incompleto dalla lama sottile e con piccoli fori (Fig. 9); -

Un lingotto piano-convesso o “panella”, forse di rame, che è stato ipotizzato

facesse parte di un tesoretto premonetale o della scorta di materia prima di un fenditore248(Fig. 11).

Per quanto concerne i ritrovamenti litici si segnalano: -

Tre lisciatoi in steatite;

-

Un elemento a disco con larga apertura circolare delimitata da breve colletto

e ansa, forse un coperchio o uno strumento per triturare; -

Macine del tipo a navicella con listello longitudinale sul dorso;

-

Macinelli;

248

Lo Schiavo 1980, pp. 145-149

154


-

Brunitoi;

-

Affilatoi;

-

La matrice di fusione in steatite in tre frammenti nella valva residua249.

7.7CATALOGO250

Fig. 1

249 250

Frammenti di tegami con motivi decorativi impressi “a pettine�

Moravetti 2005, p. 73 Pulacchini 1998, pp. 20-23, 25-29

155


Fig. 2

Fig. 3

Frammenti di anse decorate

Anforetta miniaturistica

156


Fig. 4

Fig. 5

FiFusaiole

Pintadere fittili

Frammenti di Kernos, di sassola e di attingitoio

e

rocchetti

157

fittili


Fig.7

Fig. 8

Bracciali

in

bronzo

Spilloni (1-7), Vaghi in bronzo (8-9)

158

(10-15)


Fig. 9

Fig. 10

Pugnali (1-4), Scalpello (5)

Attacco bronzeo per vaso metallico (6), Asce a margini rialzati (7-8)

159


Fig 11

Materiale litico e fittile

160


Fig. 12

Frammento di ceramiche decorate e anforetta miniaturistica

Fig. 13

Frammento di anfora piriforme decorata a piccolo coperchio fittile

BIBLIOGRAFIA

161


BONINU A. 1980 Il villaggio nuragico di Serra Orrios, in “Dorgali Documenti Archeologici”, Sassari, pp. 109-110

FADDA M. A. 1994 Dorgali (NU)-Villaggio nuragico di “Serra Orrios”, in “Omaggio a Doro Levi”, Ozieri, pp. 87-89

FADDA M. A. 1994 Serra Orrios. Un villaggio nuragico già visitabile in territorio di Dorgali, in “Archeologia Viva”, 48, p. 67

FERRARESE CERUTI M. L. 1980 Il villaggio nuragico di Serra Orrios, in “Dorgali Documenti Archeologici”, Sassari, p. 110

LO SCHIAVO F. 1980 Il villaggio nuragico di Serra Orrios: i bronzi, in “Dorgali Documenti Archeologici”, Sassari, pp. 145-149

LILLIU G. 1947 (Nuoro): Villaggio Nuragico di Serra Orrios - impressioni ed osservazioni, in “Studi Sardi”, VII Fasc. I-III, Sassari, pp. 241-243

162


MORAVETTI A. 2005 Serra Orrios e i monumenti archeologici di Dorgali, in “Sardegna Archeologica”, Sassari, pp. 36-37, 40-41, 43-47, 50-53, 55-69, 70-74

PULACCHINI D. 1998 Il museo archeologico di Dorgali, in “Sardegna archeologica”, Sassari, pp. 2023,25-29

USAI L. 1980 Il villaggio nuragico di Serra Orrios: i materiali fittili, in “Dorgali Documenti Archeologici”, Sassari, pp. 115-117

8.Sos Nurattolos.

163


PROVINCIA : Sassari COMUNE : Alà dei Sardi LOCALITA’ : Senalonga LATITUDINE : 40° 41’ 20” LONGITUDINE : 9° 18’ 45” IGM : Foglio 461 Sezione II Alà dei Sardi QUOTA : 998 m s.l.m. MORFOLOGIA : Montagna granitica GEOLITOLOGIA : Graniti (Carta dei suoli della Sardegna: Unità cartografica 8) SORGENTE : a Km 5 ca. CORSO D’ACQUA : a m 520 ca. DATAZIONE : Bronzo Medio, Recente e Finale - Prima età del Ferro (XV-X a.C.)251

8.1STORIA DEGLI SCAVI 251

Baltolu 1973

164


Grazie ad un attento studio conseguente alla stesura della propria tesi di laurea, A. Baltolu scoprì, intorno agli anni Settanta del ‘900, l’importante complesso di Sos Nuratolos, tra quelle terre che il Taramelli aveva precedentemente ritenuto troppo aspre per poter essere popolate nell’antichità252. La ricognizione fu condotta su un’area di 300 Kmq dell’altopiano di Buddusò, tra ripide creste di roccia nuda, dirupi e profonde vallate. Egli ebbe così modo di appurare la presenza di tutte le tipologie di monumenti proto sardi fatta eccezione per i menhirs. La rilevanza della sua scoperta fu resa maggiore dal fatto che si trattava dell’unico complesso di edifici sacri di età nuragica fino ad allora segnalato nella Sardegna settentrionale253. In anni più recenti il sito è stato interessato da attività di scavo sotto la direzione di P. Basoli e da lavori di sistemazione dell’area.

8.2DESCRIZIONE DEL SITO

Il complesso di Sos Nurattolos sorge ai piedi di Punta Senalonga e comprende una fonte sacra, un edificio a megaron e alcune capanne. La fonte è orientata secondo l’asse NNE-SSW, con ingresso a SSW. Il monumento ha pianta trapezoidale absidata nella parte posteriore e tendenza a restringersi verso la fronte, con lunghezza di m 6,25 e larghezza massima di m 5 misurata al tamburo posteriore e minima di m 4,10 misurata alla fronte. Nella parte anteriore i muri laterali si prolungano a formare due ante rettilinee che definiscono un vestibolo quadrangolare lungo m 1,50 e largo m 1,80. L’edificio è costruito con blocchi di

252 253

Sanna 1985, p. 11 Baltolu 1973, p. 38

165


Planimetria e sezione della fonte254

granito di dimensioni medie e della

struttura muraria sono chiaramente individuabili solo due filari del tamburo posteriore, per un’altezza massima di m 0,40 circa. Dal vestibolo un ingresso trapezoidale immette in un andito strombato verso l’interno, lungo m 0,95, che conduce tramite una porta trapezoidale (larghezza inferiore m 0,95, larghezza superiore m 0,75) nella camera interna. La camera ha forma trapezoidale con lunghezza di m 2,10 e larghezza di m 1,62 nella parte anteriore e di m 2 nella parte posteriore. L’altezza massima residua è di m 0,80 nella parete occidentale. I muri laterali e quello posteriore hanno andamento leggermente curvilineo, con concavità verso l’interno. Verosimilmente la copertura doveva presentare un doppio spiovente. Nel centro della parete di fondo un’apertura architravata conduce alla celletta nella quale veniva contenuta la vena d’acqua sorgiva. Al di sopra dell’architrave un’ampia finestra di scarico a sezione trasversale subquadrata veniva forse usata anche come nicchia. La celletta ha pianta trapezoidale lunga a livello della soglia m 1,45 e a livello del soffitto m 0,95, larga tra m 0,75 e m 0,67 e alta circa un metro. È coperta da due lastroni orizzontali connessi da pietrame minuto. La parete di fondo del piccolo vano non ha andamento verticale ma riproduce in miniatura la copertura a solaio architravato a linea discendente delle scale dei pozzi nuragici. La fonte è inserita all’interno di un recinto in posizione decentrata verso est e l’interno del recinto è suddiviso in due parti da un muretto255. Sulla base delle caratteristiche della struttura e della differenziazione operata da Lilliu tra i pozzi in opera poligonale o

254 255

Baltolu 1973, p. 77 Sanna 1985, pp. 12-14

166


subquadrata e quelli in opera isodoma, Baltolu colloca il monumento tra il VII e VI sec. a.C.256 A poca distanza dal pozzo sorge una capanna circolare di m 8,40 di diametro interno, con ingresso architravato esposto a SE (largh. m 0,80). L’opera muraria è realizzata

con

pietre

di

piccole

dimensioni tramite tecnica poligonale poco accurata. L’assenza di aggetto delle pareti suggerisce una copertura con pali e frasche. Baltolu ipotizza che la capanna Pianta ambiente all’interno del temenos257

fosse utilizzata per le riunioni o che si

trattasse dell’abitazione del sacerdote o del custode del santuario258. Proseguendo verso la cima dell’altura si sviluppa un terrazzamento pietroso su cui sorge il monumento a megaron con il suo recinto ellittico. A circa 2 m di distanza dall’edificio a megaron, anch’esso all’interno del temenos, si sviluppa un ambiente dalle caratteristiche singolari avente pianta circolare, all’interno del quale è racchiuso un altro vano circolare tangente internamente al primo sul lato SE. Il diametro interno del vano maggiore è di m 5,20, con spessore murario di m 0,80 e altezza massima residua di poco più di 1 m. Il vano minore, le cui pareti, a differenza di quelle perfettamente verticali dell’ambiente maggiore, presentano un forte aggetto, ha diametro interno di m 2,30 alla base e di m 1,20 allo svettamento. Entrambe le costruzioni sono state edificate utilizzando pietre generalmente allungate e disposte con tecnica a “raggiera”, ovvero con i diametri 256

Baltolu 1973, p. 92 Baltolu 1973, pp. 79 258 Baltolu 1973, pp. 84-85 257

167


maggiori orientati verso il centro del vano. Sulla base dell’altezza limitata dei muri e dell’assenza delle porte d’ingresso nei due ambienti, Baltolu ipotizza una destinazione dell’edifico quale ricovero di animali impiegati nei sacrifici rituali o quale centro di raccolta delle offerte259. Ulteriori interpretazioni lo indicherebbero invece come il luogo in cui si consultavano gli oracoli, laddove i due cerchi potrebbero simboleggiare la coppia Sole-Luna durante un’eclissi parziale di sole. Posta a poca distanza ma ad una quota più elevata è stata rinvenuta una grande capanna a destinazione verosimilmente comunitaria, considerato il sedile che si sviluppa lungo la base interna delle pareti.

8.3L’EDIFICIO A MEGARON

Il monumento a megaron si inscrive, insieme al singolare ambiente costituito dai 2 vani circolari, all’interno di un recinto di forma ellittica di diametro interno di m 16 sull’asse maggiore e di m 13 su quello minore, con ingresso lungo m 0,90 rivolto ad Est. Il muro del temenos era costruito con massi di dimensioni medie appena sbozzati.

259

Baltolu 1973, pp. 87-88, 91

168


Planimetria edificio a megaron, temenos, edificio singolare260

L’edificio

sacro

ha

pianta rettangolare con appendici sporgenti nella parte posteriore dati dal prolungamento dei muri laterali che definiscono la parte in antis. La lunghezza del monumento è di m 6,15 x m 4 di larghezza, con spessore murario di m 1. L’opera muraria è subquadrata, realizzata mediante filari regolari di blocchi di granito ed elevata fino ad un’altezza residua di circa 2 m. L’accesso al vano interno avveniva tramite un ingresso con porta architravata, larga m 0,90 e alta m 1,20, aperto sulla fronte e rivolto a NO. L’interno è costituito da un'unica camera priva di ambienti secondari, ma che al momento della scoperta di Baltolu si presentava piena di materiale di riempimento e quindi non completamente esplorabile. I bracci murari della parte posteriore in antis delimitano un’abside rettangolare rivolta verso l’esterno di m 0,50 di lunghezza e di m 2 di larghezza. L’assenza dell’aggetto delle pareti e la forma perfettamente quadrangolare dell’edificio, lasciano desumere che la copertura dell’edificio fosse forse compiuta da un tetto ligneo a doppio spiovente. Un elemento di differenza rispetto agli edifici di tipologia analoga presenti in Sardegna è la presenza, all’interno del recinto, della struttura a due cerchi oltre a quella del tempio. Dal punto di vista cronologico Baltolu propone una relazione tra il tempietto a pozzo e il monumento a megaron basata su analogie nella struttura muraria delle pareti dei due monumenti e nella presenza del recinto intorno ad entrambi. Così, come il pozzo sacro viene datato tra il VII e il VI sec a.C., anche per l’edificio a megaron viene proposta la stessa datazione261.

260 261

Baltolu 1973, pp. 79 Baltolu 1973, pp. 85,87, 91-92

169


BIBLIOGRAFIA

BALTOLU A. 1973 Alcuni monumenti inediti dell’altopiano di Buddusò e Alà dei Sardi (Sassari), in “Studi Sardi”, Vol. XXII (1971-1972), Sassari, pp. 38, 77,79, 84-85, 87-88, 91-92

SANNA A.

170


1985 Nuove osservazioni su alcuni pozzi sacri della Sardegna settentrionale, in “La Sardegna nel mondo mediterraneo. Atti del terzo convegno internazionale di studi geografico-storici. Per una storia dell’acqua in Sardegna”, pp. 11-14

9.Su Romanzesu.

PROVINCIA : Nuoro COMUNE : Bitti LOCALITA’ : Poddi Arvu, altopiano di Sa Serra LATITUDINE : 40° 31’ 49” LONGITUDINE : 9° 19’ 29”

171


IGM : Foglio 481 Sezione I Buddusò QUOTA : 773 m s.l.m. MORFOLOGIA : Collina granitica GEOLITOLOGIA : Graniti ( Carta dei suoli della Sardegna: Unità cartografica 9) SORGENTE : a Km 3,700 ca. CORSO D’ACQUA : a m 700 ca. DATAZIONE : Bronzo Recente e Finale – Prima Età del Ferro (XIII-IX sec. a.C.)262

9.1STORIA DEGLI SCAVI

Nel 1919 l’archeologo Antonio Taramelli, Soprintendente alle antichità della Sardegna, durante operazioni di ricerca d’acqua, individua in località Poddi Arvu una fonte nuragica. In seguito agli scavi la scala trapezoidale d’accesso al pozzo viene distrutta e l’acqua sorgiva deviata in una vasca rettangolare di piccole dimensioni posta a 45 m dalla fonte. Negli anni Cinquanta vengono condotte nuove ricerche in 262

Fadda 2006

172


profondità e la precedente canalizzazione viene modificata sostituendo la conduttura in tubi di ceramica con una canaletta in blocchi di granito locale, rendendo difficilmente riconoscibili le strutture originarie. L’acqua così incanalata giunge in un abbeveratoio, ancora utilizzato, realizzato a una distanza di 52 m dal pozzo. Nel 1986 una nuova ricerca d’acqua ha comportato un grave danneggiamento del monumento conseguente all’apertura di una profonda buca sul lato destro del pozzo263. L’intervento di restauro condotto ad opera della Soprintendenza archeologica di Sassari e Nuoro, e diretto dall’archeologa Maria Ausilia Fadda, ha consentito la riesamina dei vecchi scavi archeologici e ha permesso di scoprire un agglomerato nuragico esteso per oltre sette ettari, composto da un centinaio di capanne, tre edifici di uso cultuale e un vasta area cerimoniale recintata264.

9.2DESCRIZIONE DEL SITO

Il villaggio nuragico sorge nell’altopiano granitico di Sa Serra, immerso in una foresta di sughere. Il toponimo Su Romanzesu è dovuto alle numerose testimonianze di insediamenti produttivi dati luogo dalla

romanizzazione

dell’altopiano in epoca imperiale (II-III sec. d.C.)265. POZZO SACRO : Il pozzo sacro presenta una struttura a tholos con diametro alla base compreso tra 3,40 e 3,30 m, costruito con pietre granitiche di cui rimangono 19 filari irregolari. La struttura si conserva per metri 3,60 di altezza, a partire dall’attuale piano di campagna, e insiste sulla roccia naturale da cui sgorga l’acqua che fluisce attraverso una piccola apertura rettangolare praticata nel muro.

263

Fadda 2006, p. 7 Fadda 1998, p. 63 265 Fadda 1998, p. 62 264

173


L’ambiente circolare interno è lastricato e presenta una panchina lungo tutta la circonferenza. L’accesso al pozzo avveniva attraverso un’apertura ogivale per mezzo di una scala trapezoidale di cui restano tre pietre d’incastro del muro sul lato sinistro e una sul lato destro. Sulla trincea del lato Nord sono emersi due betilini che conservano l’originaria posizione eretta, mentre sul lato Sud ne emerge un terzo in posizione obliqua. L’insufficienza delle testimonianze ceramiche e l’assenza di strutture emergenti nell’area attigua al pozzo hanno suggerito l’estensione dello scavo nell’area antistante il monumento266. IL GRANDE BACINO CERIMONIALE : A partire dal vano scala si sviluppa il canale che per m 42 alloggiava una canaletta di raccolta che accoglieva l’acqua del pozzo quando questa superava il livello massimo. L’acqua, avvalendosi del dislivello del terreno, avrebbe poi attraversato un doppio vestibolo rettangolare. Sul lato Sud del canale sono state identificate delle strutture gradinate in granito riferibili ad un bacino subcircolare di m 8,50. A questa prima area di raccolta se ne raccorda un’altra semicircolare di m 4,50 suggerita da quattro filari di gradini. Una sorta di largo corridoio, delimitato da un muro rettilineo irregolare di m 16 innalzato con grossi blocchi di granito, conduce in un grande bacino di forma oblunga circoscritto da una gradinata che si conserva sul lato Sud con 5 filari, con 6 filari sul lato Nord e con 4 sul lato Ovest. Il lastricato pavimentale ha suggerito la funzione rituale della grande vasca, nella quale si sarebbero potuti svolgere cerimoniali lustrali ad immersione267. L’ABITATO : Lo sviluppo del villaggio copre nel suo complesso una superficie di 66,5 ettari, e ha conosciuto nel corso del suo arco di vita molteplici trasformazioni nell’organizzazione degli spazi abitativi e incerte sovrapposizioni strutturali. 266 267

Fadda 2006, pp. 9-11 Fadda 2006, pp. 11-13

174


Emerge nella planimetria dei vani un’ampia varietà di soluzioni, con la presenza di moduli monocellulari a pianta circolare, sub-ellittica, ellittica ed irregolarmente ellittica, una struttura bicellulare con schema a “8” (fig.1), e infine un impianto articolato con tre ambienti aperti su di un cortile comune. In particolare, allo stato attuale delle ricerche, nel settore orientale del villaggio prevalgono la forma ellittica e la piccola pianta circolare; mentre nel settore orientale è maggiormente documentato, accanto alle grandi capanne circolari, l’impianto a disegno ellitticoovoidale che sostanzialmente costituisce una novità per l’architettura domestica del mondo nuragico, i cui confronti sono stati variamenti individuati nel panorama costruttivo dell’Italia centrale tirrenica del Bronzo finale (XII-X a.C.). Da segnalare è la presenza, sia all’interno che all’esterno dei vani, di allestimenti architettonici perimetrali, quali la panchina interna che compare in tutti i grandi vani a pianta circolare e sub-ellittica; forse a voler rappresentare una moltiplicazione della struttura definita usualmente “capanna delle riunioni”, adattamento richiesto dalla condizione di cardine cultuale di un vasto territorio del villaggio-santuario. Indicativa in tal senso può essere la presenza di sette insediamenti nuragici nell’arco di 3,5 Km da Romanzesu. Ancora da definire con certezza sono le finalità funzionali e/o cultuali dei suddetti banconi-sedili; mentre le coperture dovevano essere presumibilmente lignee e in un caso sembrano esserci indicazioni dell’impiego di piccole e medie lastre di granito locale268.

268

Fadda 2006, pp. 11-13

175


Fig.1 Abitato269

AREA CERIMONIALE : Ad una distanza di 17 m a S-E del megaron A, sorge un grande recinto (m 18,40 X 16,70) con pianta sub-ellittica e strutture murarie concentriche, al quale si accede mediante un ingresso rivolto ad oriente. Questa sorta di labirinto conduce ad un vano centrale circolare con ingresso anch’esso rivolto ad Est, il cui diametro è di 4,74 m (fig.2). Sul pavimento lastricato del suddetto 269

Fadda 2006, p. 49

176


ambiente posto al centro, poggiava una base circolare atta forse a sorreggere una struttura architettonica associata al culto; mentre la copertura era verosimilmente lignea con tetto a spiovente conico. L’interpretazione corrente, sostenuta dall’archeologa M. A. Fadda, vuole riconoscere in questo ambiente un sacello in cui esercitava i propri rituali il sacerdote stregone270.

Fig. 2 Recinto cerimoniale271

9.3EDIFICI A MEGARON

A 100 m ad Est del pozzo sacro è stato individuato un edificio a megaron che, per maggiore semplicità, chiameremo megaron A. Un secondo monumento, che invece indicheremo come megaron C, è stato scoperto ad E-N-E del pozzo sacro. Il 270 271

Fadda 1998, p. 67 M. A. Fadda 2006, p. 42

177


terzo , il megaron B, è invece collocato a circa 100 m di distanza dal precedente, inglobato in un complesso di trovanti di roccia granitica. I tre edifici vengono attribuiti alla stessa fase cronologica del Bronzo recente, mentre le loro trasformazioni planimetriche e strutturali vengono datate alle fasi successive del Bronzo finale. Solo il megaron A manifesta una continuità d’uso fino all’età del Ferro272.

9.4EDIFICIO A MEGARON A

L’edificio presenta una planimetria di forma rettangolare irregolare, la cui fronte è composta da muri curvilinei congiunti alle strutture più antiche del tempio. Il monumento presenta allo stato attuale lunghezza massima di m 12,5 e larghezza compresa tra m 5,40 e 6,20. (fig. 3) La storia edilizia del monumento è ricostruibile attraverso tre distinte fasi: Prima fase : L’edificio a megaron presenta una planimetria del tipo doppiamente in antis, ovvero i muri laterali della cella si prolungano ad anta in facciata e sul retro. L’accesso avviene attraverso un passaggio strombato con lunghezza di 1,20 x 0,89 m, aperto al centro della parete frontale esposta ad oriente. Il monumento appare costituito da un vestibolo rettangolare e da un unico ambiente rettangolare con lunghezza di 5,30 x 3,30 metri. La cella presenta banconi irregolari lungo il perimetro murario, e si conservano tratti del suo battuto pavimentale in argilla posto sopra un sottile vespaio di pietrisco sterile. Al centro del vano lo strato più profondo presenta una fossa circolare, tra le cui funzioni potrebbe esservi quella di sostegno

272

Fadda 2006, p. 46

178


per grandi contenitori fittili o bronzei, o di alloggiamento per la base di un elemento costruttivo connesso ai riti purificatori273. Datazione : XIV sec. a.C.274 Seconda fase : Viene effettuato il tamponamento della parte anteriore dell’edificio, forse per chiudere l’area della precedente parte in antis e rendere possibile la realizzazione di una facciata rettilinea. Con l’aggiunta di questa soluzione architettonica si ottiene un vestibolo rettangolare di m 1,50 x 3, con ingresso centrale di m 0,65 x 0,85 allineato con quello d’accesso al vano rettangolare della prima fase. Agli angoli dell’originaria parte in antis anteriore, all’interno del vestibolo, vengono creati due allestimenti simmetrici a sezione di cerchio mediante piccoli blocchi granitici; forse con lo scopo di sostenere i pithoi nei quali si raccoglieva l’acqua da impiegare nelle abluzioni rituali. Il pavimento dell’intero vano viene ora ricoperto con un battuto in argilla275. Datazione : XIII-XI sec. a.C276. Terza fase : La facciata rettilinea della seconda fase viene abbattuta e il vestibolo dell’edificio viene ora chiuso mediante la costruzione di muri curvilinei, con un conseguente aumento della sua estensione, che giunge a 2,80 x 3 m. La tessitura muraria appare assai più accurata di quella delle fasi precedenti ed è ottenuta con l’impiego di pietre di minori dimensioni. I due allestimenti a sezione di cerchio vengono obliterati, così come avviene per l’ingresso mediante un piano di pietre di

273

Fadda 2006, p. 27 Fadda 1998, p. 64 275 Fadda 2006, pp. 27-29 276 Fadda 1998, p. 64 274

179


Fig. 3 Edificio a megaron A277

piccole dimensioni su cui doveva

svilupparsi

il

nuovo rivestimento pavimentale. I materiali associati a questa fase vengono inquadrati nelle fasi del Bronzo finale, ovvero nel periodo in cui il monumento sembra iniziare a subire un abbandono progressivo, forse volto a una diversa destinazione d’uso. Datazione : X-IX sec. a.C.278

9.5EDIFICIO A MEGARON C

L’edificio presenta una planimetria rettangolare fortemente irregolare, con i muri laterali esterni che si sviluppano per una lunghezza massima di m 11,90 ed una minima di m 11,20; mentre il lato di fondo misura 6 m e quello anteriore m 5,50 (fig. 4). L’opera muraria del monumento è ottenuta con filari irregolari di blocchi di granito locale arenizzato di varie dimensioni, livellati da zeppe granitiche, con leggero aggetto apicale. Un vano rettangolare irregolare, lungo m 5,15-4,90 e largo m 1,65-1,60, presenta un accesso sul lato sinistro con larghezza di cm 62 e profondità di m 1,75 posto in posizione decentrata.

Il vano presenta al suo interno una pavimentazione con lastre di granito su battuto di terra chiara. Lungo il lato sinistro si scorge la piccola parte di un largo bancone e di 277 278

Fadda 2006, p. 28 Fadda 1998, pp. 64-65

180


una pavimentazione costituita dalla sovrapposizione di due lastre di granito, ad appianare il dislivello del terreno sottostante. Sul lato destro, all’esterno dell’edificio, due basamenti con resti di colate di piombo erano destinati alle offerte279.

Fig. 4

Edificio a megaron C280

9.6EDIFICIO A MEGARON B

L’edificio presenta una planimetria rettangolare doppiamente in antis con dimensioni di m 8,80 x 2,30; è costituito da un unico vano rettangolare di m 3,70 con muri molto spessi (m 1.40-1,35) costruiti con blocchi multiformi di granito disposti in filari più regolari sul lato esterno. Il megaron era circondato da un temenos del quale si conservano solo i blocchi di basamento. (fig. 5) Dallo scavo sono emerse due fasi edilizie: 279 280

Fadda 2006, pp. 31-32 Fadda 2006, p. 34

181


Prima fase : Costruzione del megaron doppiamente in antis nel periodo del Bronzo recente che, sulla base dei ritrovamenti ceramici, venne edificato in un momento finale del Bronzo medio nell’ambito del quale era ancora in uso la ceramica con la decorazione a pettine impresso . Seconda fase : Il temenos appare pavimentato con lastre di granito volte ad appianare la pendenza del piano dell’ingresso del tempio. Viene chiuso il vestibolo dell’edificio mediante un muro a secco posto sopra un battuto d’argilla. In prossimità del muro compare una base in porfido con fori molto irregolari destinata alle offerte. In questa seconda fase avviene una trasformazione sostanziale nella planimetria dei vani del villaggio, con l’abbandono della caratteristica forma circolare e l’introduzione di capanne di forma ellittica o rettangolare con il lato di fondo absidato. All’interno delle nuove capanne compaiono una serie di elementi architettonici, quali banconi spiraliformi, circolari o di forme complesse, forse connessi all’accoglienza dei fedeli. Come suggerito dall’archeologa M.A. Fadda analoghe planimetrie si riconoscono in contesti del tardo miceneo, a Lipari nel Bronzo recente in contesti del XIII-XII sec. a.C. e in quelli proto villanoviani del Bronzo finale (XII-X sec. a.C.) e villanoviani dell’età del Ferro (IX-VIII sec. a.C.) dell’Italia centrale tirrenica281.

19

Fadda 2006, p. 40

182


Fig. 5 Edificio a megaron C282

9.7ELEMENTI CULTURALI

Dal sito di Su Romanzesu provengono abbondanti dati di cultura materiale che per maggiore criterio espositivo verranno ordinati in base al comune luogo di rinvenimento.

ABITATO NURAGICO283:

282 283

Fadda 2006, p. 46 M.A. Fadda 2006, p. 19

183


- Un frammento d’ansa a nastro piatto, decorata nella parte superiore da file di cerchielli alternate a file di piccole tacche oblique, e riferibile ad una grossa brocca askoide; - Frammenti di contenitori a corpo globulare di forma aperta, con fondo piatto e anse verticali a bastoncello; - Due frammenti di anse a nastro allargate all’imposta, decorate da file di punti impressi che possono essere riferibili a olle ovoidi con anse a gomito rovesciato del Bronzo finale.

AREA CERIMONIALE284:

- Frammenti di ollette con collo cilindrico; - Frammenti di ciotole carenate; - Frammenti di grosse olle con anse a gomito rovesciato; - Frammenti di pugnaletti votivi in bronzo; - Frammenti di spade votive di bronzo; - Modellino fittile di torre nuragica; - Fiasca del pellegrino il ci collo riproduce con molta precisione la torre di un nuraghe (fig. 6); - Un migliaio di ciottoli fluviali di quarzo rossiccio di diverse dimensioni , in corrispondenza della capanna centrale, propongono una misteriosa variante dei rituali religiosi ampiamenti documentati nei megaron di S’Arcu ‘e is Forros e nel tempietto di Carcaredda di Villagrande Strisaili, nel megaron di Gremanu a Fonni e nel tempio di Domu de Orgia di Esterzili.

284

Fadda 2006, p. 30

184


EDIFICIO A MEGARON A:

Prima fase285 - Resti di ceramica d’impasto, poco depurata e lavorata senza tornio, riferibili a tazze, ciotole carenate, olle di varie dimensioni con anse a nastro e a gomito rovesciato decorate da allineamenti di punti impressi; - Frammenti di spilloni; - Basi di fissaggio di bronzi figurati e colate di piombo.

Seconda fase286 - Frammenti di tegame; - Ciotole carenate; - Tazze carenate; - Frammento ceramico con decorazione impressa sulla superficie esterna; - Olle e ollette; - Frustuli di resti faunistici combusti. La datazione operata da M.A. Fadda colloca i ritrovamenti nel Bronzo medio e recente.

Terza fase287 - Frammenti di ciotole ad orlo rientrante con anse a bastoncello a maniglia; - Un frammento di tegame; - Numerose ciotole carenate con decorazioni plastiche e presine; 285

Fadda 2006, p. 27 Fadda 2006, pp. 27-29 287 Fadda 2006, pp. 27-29 286

185


- Olle con anse a gomito rovesciato decorate da larghe tacche impresse; - Un vaso su alto piede; - Un pestello; - Un pugnaletto bronzeo a base semplice; - Uno spillone; - Due colate di piombo con le impronte della base dell’originario bronzetto.

TEMPIO A MEGARON C288:

Interno del megaron - Quattro punte di lancia con immanicatura a cannone di diversa dimensione ( cm 19,3; cm 28,4; cm 18.3; cm 24); (fig. 7) - Due puntali di grosse dimensioni (cm 20; cm 24); - Pugnaletti a base semplice; - Spilloni; - Frammenti di lingotto ox-hide; - Due bottoni conici bronzei con appendici zoomorfe di colomba e di ariete; - Un frammento di busto bronzeo di personaggio maschile; - Una piccola protome bovina; - Alcuni vaghi di collana biconici in bronzo; - Anelli a verga piatta e circolare; - Bracciali a fascetta a capi sovrapposti a sezione piano convessa; - Quattro grani in ambra;

288

Fadda 2006, pp. 33-34

186


- Tre grani in pasta vitrea. Recinto sul lato Sud - Pugnaletti a base semplice frammentari; - Spilloni; - Vaghi di collana; - Braccialetti a fascetta; - Pendenti in bronzo; - Fibule in bronzo ad arco ribassato e a sanguisuga frammentarie; - Anelli; - Frammenti di lingotto; - 131 grani di ambra integri e numerosissimi frammentari. Uno dei quali conserva i resti del filo dell’originaria infilatura (fig. 8); - Frammenti di ciotole carenate decorate da tacche oblique impresse sul collo; - Olle a colletto cilindrico con anse a gomito rovesciato, alcune delle quali decorate da grossi punti impressi; - Brocche piriformi con decorazioni geometriche; - Grani di collana in pasta vitrea (fig. 9).

EDIFICIO A MEGARON B:

Prima fase289 - Ciotole carenate aperte ed ansate; - Olle a collo ingrossato;

289

Fadda 2006, pp. 42-43

187


- Olle a collo cilindrico; - Vasetti emisferici con fori passanti forse usati come torce; - Vasetti miniaturistici. I reperti di questa prima fase vengono attribuiti al periodo finale del Bronzo medio evoluto.

Seconda fase290 - Grande dolio accostato al muro di fondo del megaron; - Bracciale di bronzo a manetta a larga fascia dal lato destro del vano; - Olle a colletto e ad orlo leggermente ingrossato, dall’interno del temenos; - Piccole olle con decorazioni plastiche, dall’interno del temenos; - Ciotole carenate ansate ed emisferiche, dall’interno del temenos; - Ciotoline con piccole prese impostate sulla carena, dall’interno del temenos; - Vasi con alto piede ad anello, dall’interno del temenos; - Anse di brocche piriformi, dall’interno del temenos.

9.8CATALOGO291

290 291

Fadda 2006, pp. 40-43 Fadda 2006, pp. 36-37, 43

188


Fig. 6

Fig. 7

Collo di fiasca del pellegrino a forma di torre di nuraghe

Punte e puntali bronzei

189


Fig. 8 Composizione ideale di collane con vaghi d’ambra con superfici a scanalature

Fig. 9 Elementi di collana in pasta vitrea

190


BIBLIOGRAFIA

FADDA M. A. 1998 Su Romanzesu. L’altopiano dei templi, in “Archeologia Viva”, 69, pp. 62-65, 67

FADDA M. A. 2006 Il Villaggio Santuario di Romanzesu, in “Sardegna Archeologica”, Sassari, pp. 7, 9-13, 19, 27-29, 30-34, 36-37, 40-43, 46, 49

191


192


3. LE STRUTTURE A MEGARON DELLA SARDEGNA INQUADRAMENTI

193


1.Introduzione.

Nell’ambito di un variegato ambiente qual è quello della Sardegna, molteplici possono essere le ragioni che hanno motivato la scelta insediativa delle antiche civiltà. La variabile spaziale può dunque fornire interessanti informazioni sul modo in cui veniva percepito l’ambiente e consentire di ricostruire le logiche che hanno guidato la sua organizzazione, sia sulla base di condizionamenti ambientali che in rapporto alla sfera culturale. Là dove si rivelassero concordanze nelle predilezioni ubicative e nelle linee di tendenza generali, si aprirebbe una breccia nella possibilità di comprendere l’impostazione della società che le ha generate. Scelte che spesso sono determinate da fattori ambientali ed economici, ma che possono celare anche rapporti altrettanto decisivi e apparentemente invisibili con l’ambito ideologico. I luoghi di interesse sono nove, ubicati in un territorio vasto, compreso tra la Barbagia, il Sarcidano, la Gallura, il Meilogu, l’Ogliasta, le Baronie e il Loguduro; laddove, accanto agli impianti tipici degli insediamenti nuragici, compare l’edificio a magaron. L’analisi è dunque partita dall’esame delle caratteristiche specifiche dei siti accumunati dalla presenza della struttura a megaron, ed è proseguita con la ricerca degli elementi ricorrenti al fine di individuare la natura della scelta insediativa e degli eventuali indizi di un’organizzazione territoriale complessa a carattere ideologico. L’analisi ha preso in considerazione i seguenti parametri: -

Distribuzione altimetrica;

-

Inquadramento geo-morfologico e litologico;

194


-

Inquadramento idrografico;

-

Distribuzione dei siti in rapporto alle zone minerarie;

-

Distribuzione dei siti in relazione agli insediamenti nuragici

Dallo studio dei risultati acquisiti è stato dedotto un modello insediativo caratterizzato da elementi ricorrenti, per il quale in ultima analisi si è fornita un’interpretazione delle funzionalità sulla base del profilo ambientale ed economico ottenuto. La ricerca è stata condotta sulla base della consultazione delle Carte topografiche in scala 1:25.000 dell’I.G.M., della Carta metallogenica della Sardegna in scala 1:250.000 dell’Ente Minerario Sardo, delle Carte geologiche in scala 1:100.000 dell’I.G.M. e dell’applicazione grafica tridimensionale Google Earth.

195


2.Distribuzione altimetrica.

Con l’istogramma alla fig. 1 si vuole illustrare la tendenza di dislocazione dei siti in esame in rapporto alle fasce altimetriche di appartenenza. Si evince una netta prevalenza di ubicazioni a quote comprese nell’intervallo tra gli 800 e i 1000 m s.l.m.; mentre il solo esemplare di Su Romanzesu toccherà quasi gli 800 m, seguito da quello di Oes collocabile nella fascia tra i 200 e i 400 m, e dagli apprestamenti di Serra Orrios e Malchittu posti a quote inferiori ai 200 m. Nello specifico l’altitudine massima è di m 998 s.l.m. del sito di Sos Nurattolos, la minima di m 111 s.l.m. del monumento di Malchittu, con una media altimetrica di m 596 (fig. 2).

Fig. 1 Distribuzione altimetrica

Come emerge dal diagramma circolare alla fig. 3 la distribuzione percentuale dei monumenti vede imporsi le collocazioni in siti di altura con il 56%, contro il 44% di edifici posti a quote inferiori ai 400 m, con la sola eccezione del già citato Su Romanzesu. Non pare rappresentata la fascia compresa tra gli 800 e i 400 m, ma si rimanda al proseguo delle ricerche l’eventuale scoperta di nuove strutture che possano colmare la lacuna; anche sulla base della considerazione che il carattere impervio dei siti d’altura dai quali provengono le maggiori informazioni abbia 196


verosimilmente contribuito alla loro preservazione, senza negare un’analoga diffusione a quote meno elevate e probabilmente maggiormente esposte ad alterazioni e danneggiamenti. SITO

ALTITUDINE

Sos Nurattolos

998 m s.l.m.

Domu de Orgìa

970 m s.l.m.

Gremanu

954 m s.l.m.

Sa Carcaredda

938 m s.l.m.

S’Arcu ‘e Is Forros

893 m s.l.m.

Su Romanzesu

773 m s.l.m

Oes

355 m s.l.m

Serra Orrios

190 m s.l.m.

Malchittu

111 m s.l.m.

Fig. 2 Altimetria

Fig. 3

Percentuale di distribuzione dei siti in relazione alle fasce altimetriche

197


3.Inquadramento Geo-Morfologico.

Lo studio delle caratteristiche geo-litologiche delle aree interessate dalla presenza di edifici a megaron è stato condotto sulla base della Carta dei Suoli della Sardegna e delle Carte dell’Istituto Geografico Militare, al fine di individuare i criteri di scelta locazionale dei siti in esame, sia in relazione all’eventuale sfruttamento del territorio ai fini della sussistenza, sia in rapporto alle possibili esigenze costruttive di questa tipologia di monumenti. Ogni paesaggio terrestre é espressione della propria conformazione geomorfologica originaria, ovvero di tutti quegli aspetti morfologici, litologici e strutturali del territorio anteriori ad ogni successiva colonizzazione vegetale e animale. Per questo motivo la conoscenza dei processi formativi, che attraverso l’evoluzione geologica determinano l’aspetto fisico attuale del territorio, può rivelarsi fondamentale per riuscire a distinguere e comprendere il quadro ambientale in cui si innestano le civiltà pre-protostoriche. La genesi dei litotipi presenti nell’area di studio è da ricercare nel periodo Carbonifero, quando si verificò la collisione di due placche continentali, con conseguente formazione della Catena Ercinica, della quale il basamento sardo-corso è un segmento. In seguito al corrugamento ercinico le formazioni sedimentarie di origine prevalentemente marina, datate al Paleozoico inferiore-medio, furono sollevate da sollecitazioni verticali ed impilate in falde di ricoprimento suddivisibili attualmente in tre regioni principali: Zona esterna (Iglesiente, Sulcis), Falde interne ed esterne (Barbagia), Complesso metamorfico di Alto Grado ( Sardegna settentrionale e Corsica). Gli sconvolgimenti tettonici del Carbonifero furono seguiti da una fase distensiva e di rilascio tettonico. Attraverso le direttrici tettoniche si avviò il processo di granitizzazione a carattere prevalentemente intrusivo che

198


interessò soprattutto la zona delle Falde interne ed esterne. Le formazioni rocciose del Paleozoico inferiore, di origine prevalentemente sedimentaria, dopo essere state sospinte verso l’alto, si sono trasformate in rilievi, che hanno poi subito una così intensa degradazione erosiva da essere quasi completamente asportate lasciando riemergere i granitoidi (Formazioni granitoidi della Sardegna centro-settentrionale), successivamente ridotti a penepiani. Gli ultimi eventi intrusivi si ebbero nel Permiano inferiore. La presenza di depositi carbonatici attribuibili a batimetrie man mano decrescenti testimonia l’emersione dell’isola durante il tardo Cretaceo. Nel basso Terziario il mare sommergerà di nuovo la Sardegna, mentre dal Pliocene medio riemergerà fino al livello attuale. La geologia delle zone sottoposte ad indagine è costituita prevalentemente da formazioni paleozoiche appartenenti al complesso metamorfico della Sardegna centrale, da rocce effusive acide e intermedie del Cenozoico e da rocce effusive basiche del Pliocene Superiore e del Pleistocene. Per quanto concerne la descrizione dei suoli, la valutazione è stata condotta basandosi sulla classificazione americana U.S.D.A Soil Taxonomy 1988. Nella fattispecie le informazioni pedologiche riscontrate per le aree in esame sono le seguenti:

UNITÀ DI PAESAGGIO A : riferibile al sito di Domu de Orgìa -

Unità cartografica 7

-

Substrato: Scisti, scisti arenacei, argilloscisti del Paleozoico e relativi depositi di versante

-

Forma: Da aspre a subpianeggianti al di sopra di 800-1000 m, con scarsa copertura arbustiva ed arborea

199


-

Descrizione dei suoli: Da poco profondi a profondi, da franco sabbiosi a franco argillosi, da permeabili a mediamente permeabili, subacidi, parzialmente desaturati

-

Suoli predominanti: Humic Cambisols; Dystric ed Eutric Cambisols; Eutric, Dystric e Lithic Leptosols

-

Classe di capacità d’uso: VI-VII-IV Suoli che presentano limitazioni severe, tali da renderli inadatti alla coltivazione e da restringere l'uso, seppur con qualche ostacolo, al pascolo, alla forestazione o come habitat naturale- Suoli che presentano limitazioni severissime, tali da mostrare difficoltà anche per l'uso silvo pastorale- Suoli che presentano limitazioni molto severe, tali da ridurre drasticamente la scelta delle colture e da richiedere accurate pratiche di coltivazione

-

Limitazioni d’uso: A tratti pietrosità elevata, scarsa profondità, eccesso di scheletro. Pericolo di erosione

UNITÀ DI PAESAGGIO B : riferibile al sito di Sos Nurattolos -

Unità cartografica 8

-

Substrato: Graniti, granitoridi, leucograniti del Paleozoico e relativi depositi di versante

-

Forma: Aspre e con pendenze elevate, prevalentemente prive di copertura arbustiva ed arborea

-

Descrizione dei suoli: Poco profondi, da sabbioso franchi a franco sabbiosi, permeabili, acidi, parzialmente desaturati

-

Suoli predominanti: Rock outcrop, Eutric, Dystric e Lithic Leptosols

200


-

Classe di capacità d’uso: VIII Suoli che presentano limitazioni tali da precludere qualsiasi uso agro-silvo-pastorale

-

Limitazioni d’uso: Rocciosità e pietrosità elevate, scarsa profondità, eccesso di scheletro. Forte pericolo di erosione

UNITÀ DI PAESAGGIO C : riferibile ai siti di Malchittu e Su Romanzesu -

Unità cartografica 9

-

Substrato: Graniti, granitoridi, leucograniti del Paleozoico e relativi depositi di versante

-

Forma: Da aspre a subpianeggianti, al di sotto di 800-1000 m con scarsa copertura arbustiva ed arborea

-

Descrizione dei suoli: Da poco a mediamente profondi, da sabbioso franchi a franco sabbiosi, argillosi, permeabili, da subacidi ad acidi, parzialmente desaturati

-

Suoli predominanti: Eutric, Dystric e Lithic Leptosols; Eutric e Dystric e Cambisols; Rock outcrop

-

Classe di capacità d’uso: VII-VI-IV Suoli che presentano limitazioni

severissime, tali da mostrare difficoltà anche per l'uso silvo pastorale- Suoli che presentano limitazioni severe, tali da renderli inadatti alla coltivazione e da restringere l'uso, seppur con qualche ostacolo, al pascolo, alla forestazione o come habitat naturale- Suoli che presentano limitazioni molto severe, tali da ridurre drasticamente la scelta delle colture e da richiedere accurate pratiche di coltivazione. -

Limitazioni d’uso: A tratti rocciosità e pietrosità elevate, scarsa profondità, eccesso di scheletro. Forte pericolo di erosione

201


UNITÀ DI PAESAGGIO D : riferibile ai siti di Gremanu, Sa Carcaredda, S’Arcu ‘e Is Forrus -

Unità cartografica 11

-

Substrato: Graniti, granitoridi, leucograniti del Paleozoico e relativi depositi di versante

-

Forma: Da aspre a subpianeggianti, al di sopra di 800-1000 m, con scarsa copertura arbustiva ed arborea

-

Descrizione dei suoli: Roccia affiorante, da poco a mediamente profondi, da sabbioso franchi a franco sabbiosi, permeabili, da subacidi ad acidi, parzialmente desaturati

-

Suoli predominanti: Dystric, Eutric, Lithic ed Umbric Leptosols; Dystric, Eutric e Humic Cambisols, Rock outcrop

-

Classe di capacità d’uso: VII-VI Suoli che presentano limitazioni severissime, tali da mostrare difficoltà anche per l'uso silvo pastorale- Suoli che presentano limitazioni severe, tali da renderli inadatti alla coltivazione e da restringere l'uso, seppur con qualche ostacolo, al pascolo, alla forestazione o come habitat naturale

-

Limitazioni d’uso: Rocciosità e pietrosità elevate, scarsa profondità, eccesso di scheletro. Forte pericolo di erosione

UNITÀ DI PAESAGGIO E : riferibile al sito di Appiu -

Unità cartografica 15

-

Substrato: Rocce effusive acide (andesiti, rioliti, riodaciti, ecc) e intermedie (fonoliti) del Cenozoico e loro depositi di versanti, colluvi

202


-

Forma: Da aspre a subpianeggianti, prevalentemente prive di copertura arbustiva ed arborea

-

Descrizione dei suoli: Poco profondi, da permeabili a mediamente permeabili, neutri, saturi

-

Suoli predominanti: Rock outcrop, Eutric e Lithic Leptosols

-

Classe di capacità d’uso: VI-VII-VIII Suoli che presentano limitazioni severe, tali da renderli inadatti alla coltivazione e da restringere l'uso, seppur con qualche ostacolo, al pascolo, alla forestazione o come habitat naturale- Suoli che presentano limitazioni severissime, tali da mostrare difficoltà anche per l'uso silvo pastorale- Suoli che presentano limitazioni tali da precludere qualsiasi uso agro-silvo-pastorale e che, pertanto, possono venire adibiti a fini creativi, estetici, naturalistici, o come zona di raccolta delle acque. In questa classe rientrano anche zone calanchive e gli affioramenti di roccia

-

Limitazioni d’uso: Rocciosità e pietrosità elevate, scarsa profondità, eccesso di scheletro, drenaggio lento. Forte pericolo di erosione

UNITÀ DI PAESAGGIO F : riferibile ai siti di Oes e Serra Orrios -

Unità cartografica 18

-

Substrato: Rocce effusive basiche (basalti) del Pliocene superiore e del Pleistocene e relativi depositi di versanti e colluviali

-

Forma: Da ondulate a sub pianeggianti e con pendenze elevate sull’orlo delle colate, prevalentemente prive di copertura arbustiva ed arborea

-

Descrizione dei suoli: Poco profondi, franco argillosi, permeabili, neutri, saturi

-

Suoli predominanti: Rock outcrop, Eutric e Lithic Leptosols

203


-

Classe di capacità d’uso: VIII-VII Suoli che presentano limitazioni tali da precludere qualsiasi uso agro-silvo-pastorale e che, pertanto, possono venire adibiti a fini creativi, estetici, naturalistici, o come zona di raccolta delle acque. In questa classe rientrano anche zone calanchive e gli affioramenti di roccia- Suoli che presentano limitazioni severissime, tali da mostrare difficoltà anche per l'uso silvo pastorale

-

Limitazioni d’uso: Rocciosità e pietrosità elevate, scarsa profondità, eccesso di scheletro, a tratti idromorfia dovuta al substrato impermeabile. Forte pericolo di erosione

Un primo esame del territorio mostra come la maggioranza dei siti sorga su rocce intrusive di tipo granitoide, preferenzialmente su aree dalla conformazione aspra o subpianeggiante poste a quote tra gli 800 e i 1000 m, fatta eccezione per gli insediamenti di Gremanu e di Malchittu, che presentano altitudini tra i 100 e i 300 m s.l.m., il primo posto sulle propaggini nord orientali del Gennargentu, il secondo in un avvallamento tra le montagne granitiche della Gallura. Seguono gli apprestamenti su rocce effusive basaltiche, con i due monumenti di Oes e di Serra Orrios eretti su terreni subpianeggianti a quote inferiori ai 400 m; Domo de Orgìa ancora su forme aspre in posizione elevata su metamorfiti del Paleozoico, e il complesso di Appiu posto su rocce effusive acide e intermedie su territorio subpianeggiante a quota di poco inferiore ai 500 m s.l.m. I suoli sono in prevalenza da poco a mediamente profondi, da sabbioso franchi a franco sabbiosi o franco argillosi, da permeabili a mediamente permeabili; con

204


limitazioni d’uso dovute essenzialmente alla rocciosità e pietrosità elevata, scarsa profondità, eccesso di scheletro e pericolo di erosione. Interessante sarà anche l’analisi delle capacità d’uso dei suoli che assegna ad ogni tipo pedologico una capacità d’uso generica che tiene conto di tutti i suoi parametri permanenti e non modificabili da interventi antropici. In particolare le classi di capacità maggiormente rappresentate sono la VI, la VII e l’VIII, proprie di suoli dalle limitazioni tali da rendere impossibile la coltivazione del terreno e da limitare l’uso, nella sola classe VI, al pascolo, seppur con qualche difficoltà. In sintesi ne consegue una scelta insediativa che privilegiando, a prescindere dalla quota, paesaggi inseriti in territori aspri o subpianeggianti e dalle forti limitazioni d’uso, sembra rispondere ad esigenze socio-politiche o strategiche piuttosto che di carattere economico e di sussistenza. Gli stessi territori che fornivano anche le materie prime necessarie per la costruzione degli edifici in esame.

205


4.Inquadramento Idrografico.

Le strategie insediative delle civiltà antiche dovettero in larga parte considerare quale componente fondamentale nella scelta ubicativa il vantaggio derivante dalla facilità di approvvigionamento idrico. Alla base di questa necessità vi furono verosimilmente aspetti utilitaristici legati al consumo domestico e all’economia di sussistenza, senza tralasciare la possibile relazione simbolica con le acque. I corsi d’acqua che compongono l’idrografia della Sardegna sono tutti a regime torrentizio, caratterizzati da piene importanti nei mesi tardo autunnali e da secche altrettanto notevoli nel periodo estivo. I soli a presentare un carattere continuativo sono il Coghinas, il Cedrino, il Flumendosa, il Liscia, il Temo ed il Tirso. Tenendo presente la possibilità di condizioni ambientali pregresse differenti e di eventuali variazioni nei tracciati fluviali antichi rispetto a quelli attuali, si propone l’inserimento dei siti in esame nel reticolo idrografico dei territori di riferimento, sia in relazione al corso d’acqua secondario che a quello principale, proprio al fine di assottigliare il margine di approssimazione. Ulteriori dati saranno riferiti sulla base dell’eventuale adiacenza alle sorgenti; così come sarà considerata la distanza dal mare, anch’esso tramite di risorse e di opportunità. Nell’istogramma alla figura 1 si illustra la dislocazione dei siti in relazione al corso d’acqua secondario, a possibile carattere stagionale, considerando sette intervalli da 100 m ciascuno. I siti sorgono prevalentemente a una distanza compresa entro 300 m dal corso d’acqua più vicino, e in ogni caso non superiore ai 700 m. Non si riscontrano esemplari compresi nell’intervallo tra i 335 e i 520 metri.

206


Fig.1 Distanza dal corso d’acqua secondario

Col grafico 2 si collocano gli insediamenti in relazione a quei corsi d’acqua per i quali è possibile ipotizzare una fruizione garantita durante tutto il corso dell’anno, ai fini di stabilire la lontananza massima da una fonte certa di rifornimento idrico.

Fig.2 Distanza dal corso d’acqua principale

207


In generale non si riscontra una vicinanza dei siti dai fiumi principali assimilabile a quella dai corsi secondari; la dislocazione appare abbastanza omogenea entro i 4 Km per poi spingersi fino ai 9,7 Km con un ambia intervallo tra i 5 e i 9,6 Km. Anche l’analisi delle distanze dalle sorgenti ha evidenziato una sostanziale lontananza, con valori medi intorno a Km 2,5, forse supplita dall’esistenza di falde acquifere sotterranee o comunque dalla prossimità ai corsi d’acqua secondari. In ultima analisi è stata considerato il rapporto tra gli insediamenti e il mare, valutandone l’accesso più vantaggioso quantomeno in linea d’aria. Fonte di approvvigionamento di risorse alimentari così come veicolo di culture e di eventuali dinamiche economiche. I dati rilevati tuttavia sembrano escludere un diretto coinvolgimento in iniziative di sfruttamento, registrando distanze importanti, fatta eccezione per il sito di Malchittu, collocabili tra i 10 e i 37 Km. Si rimanda alla figura 3 per cogliere la consistenza della situazione esposta.

Fig. 3 Distanza dal mare

208


5.Distribuzione dei Siti in rapporto alle zone minerarie.

Un ulteriore tentativo di inquadramento dei siti nel territorio, al fine di cogliere eventuali relazioni paleo-ambientali di natura economica, mira ad indagare la loro collocazione in rapporto alla distanza da giacimenti minerari. È infatti noto come la Sardegna, fin dalla più remota antichità, sia stata una delle mete privilegiate dei traffici commerciali del Mediterraneo occidentale proprio per la ricchezza dei suoi suoli. L’ubicazione dei giacimenti spesso motiva la fondazione di insediamenti che sovente sorgono in posizione strategica per il loro sfruttamento, riflettendo così un importante spaccato dell’economia preistorica e protostorica in cui l’attività estrattiva ricopriva un ruolo essenziale. Sulla base della Carta metallogenica della Sardegna alla scala di 1:250.000 è stata esaminata la distribuzione dei siti interessati dalla presenza degli edifici a megaron in relazione alla distanza dai giacimenti di rame e di ferro. Sono state ottenute così informazioni riassuntive, che evidenziano una distanza compresa tra 4 e 30 Km per quanto concerne i giacimenti di rame e tra 2,5 e 35 Km per i giacimenti di ferro. La distanza media per i primi è di 12,6 km, per i secondi di 13,2 Km. Si rimanda all’istogramma alla fig. 1 per percepire la distribuzione dei siti in esame in relazione ai giacimenti di rame e alla fig. 2 per quella in rapporto ai giacimenti di ferro, secondo una divisione in 6 fasce tra 0 e 35 Km. In particolare si può notare come in entrambi i casi si abbia una distribuzione prevalente tra i 2,5 e i 14 km di distanza dai depositi minerari, con il sito di Sos Nurattolos che presenta la maggior distanza totale e quello di Domu de Orgìa che appare invece il più prossimo ai giacimenti sia di rame che di ferro.

209


Il luogo di ubicazione dell’insediamento volto alla pratica mineraria doveva rispondere, oltre alle già discusse esigenze di vicinanza ai giacimenti da sottoporre ad estrazione

da

parte

delle

popolazioni

locali,

anche

alle

necessità

di

commercializzazione dei metalli e dei minerali, che verosimilmente richiedeva in prevalenza l’imbarco delle merci via mare. Potrebbe risultare quindi contributivo esaminare la distanza che separa il singolo sito dal mare e rapportarla successivamente alla relazione tra il medesimo insediamento e le aree di estrazione. Lo schema che ne consegue è quello riportato alla fig. 3; la cui analisi permette

Fig. 1 Distanze dei siti dai giacimenti di rame

di rilevare per il sito di Malchittu una sostanziale rispondenza alle necessità sia estrattive che commerciali sia del rame che del ferro. Solo tre siti presentano una distanza in linea d’aria dal mare compresa entro i 10 km, mentre i restanti sette sorgono in un intervallo tra i 22 e i 37 Km.

210


Fig. 2 Distanza dei siti dai giacimenti di ferro

In generale occorrerebbe esaminare le eventuali relazioni tra il sito considerato e gli insediamenti vicini per riuscire a cogliere la proiezione che esso poteva effettivamente avere sia sul mare che verso i giacimenti solitamente piĂš interni, e ricostruire gli spostamenti che il metallo estratto poteva compiere.

Fig. 3 Relazione tra la distribuzione dei giacimenti e la distanza dal mare

211


6.Distribuzione dei Siti in relazione agli insediamenti nuragici. Gli edifici a megaron sorgono isolati o in piccoli gruppi nell’ambito di insediamenti che possono presentare delle differenti associazioni strutturali. Mentre si trovano sempre connessi a strutture di villaggio, possono invece variare le relazioni con altri monumenti quali i nuraghe, le sepolture, i templi a pozzo o i complessi di fonti. Lo schema che ne consegue è il seguente:

Sito

N° Villaggio Nuraghe Sepolture Tempio a Fonti pozzo

Su Romanzesu

4

x

x

Serra Orrios

2

x

S’Arcu Is Forros

2

x

Oes

1

x

x

x

Gremanu

1

x

x

x

Domu de Orgìa

1

x

Malchittu

1

x

x

x

Sa Carcaredda

1

x

Sos Nurattolos

1

x

x

x

x x

Le differenze nel numero dei megaron presenti in ciascun sito, così come la presenza o meno di edifici complementari in relazione ad essi, potrebbero valere da indizio della loro finalità economica-culturale e definirne il valore, sia nell’ambito dell’insediamento di appartenenza che in relazione a quelli circostanti. Come si

212


deduce dalla rappresentazione alla figura1 gli edifici a megaron, fatta eccezione per l’esemplare di Oes, sorgono in aree a bassa densità numerica di insediamenti nuragici. Se si esclude il sito di Sos Nurattolos, che vede sorgere il primo apprestamento nuragico a 12 Km di distanza, gli altri si allontano dai successivi insediamenti mediamente di 2 Km. Rispetto ai nuraghi più vicini sei dei nove siti considerati sorgono ad una quota più elevata. Da segnalare anche la vicinanza tra l’insediamento di Sa Carcaredda e quello di S’Arcu ‘e Is Forros, distanziati di 2,5 Km ca.; mentre quest’ultimo dista dal sito di Gremanu meno di 13 Km. La tabella riassuntiva delle distanze, è la seguente:

Sito

Distanza dal più vicino insediamento nuragico

Sos Nurattolos

Km 12

dal Nuraghe Ruju

Su Romanzesu

Km 4

dal Nuraghe Raighina

Domu de Orgìa

Km 3,75

dal Nuraghe Sapar

S’Arcu Is Forros

Km 1,90

dal Nuraghe Lotzoracesa

Gremanu

Km 1,56

dal Nuraghe Delacana

Sa Carcaredda

Km 1,50

dal Nuraghe Buruntaccu

Malchittu

Km 1,23

dal Nuraghe Albucciu

Serra Orrios

Km 0,65

dal Nuraghe Oveni

Oes

Km 0,60

dal Nuraghe Banzalza

213


Fig.1 Rapporto tra la distribuzione dei siti

I dati descrivono dunque una varietà

e la densità degli insediamenti nuragici

strutturale

nell’ambito

della

stessa

espressione insediativa, in cui gli edifici a megaron, il cui numero può variare in relazione a stimoli che potranno essere supposti con il confronto dei dati storici e materiali, fanno sempre parte di un villaggio nell’ambito del quale la loro presenza è indipendente da quella del nuraghe o di qualsiasi struttura cultuale. Si inseriscono per la maggiore in aree apparentemente poco insediate, e in ogni caso a quote preferibilmente elevate poste a poca distanza da altri insediamenti nuragici, seppur di numero non elevato se non scarso. In generale mi sembra di poter ipotizzare una realtà piuttosto isolata, che non significa emarginarsi ma piuttosto distinguersi, in cui il megaron è l’elemento accentratore.

214


5. LE STRUTTURE A MEGARON DELLA SARDEGNA LE FORME ARCHITETTONICHE

1.L’architettura Egea tra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro.

Uno sguardo d’insieme alle forme architettoniche della Grecia preistorica e protostorica può rivelarsi utile al fine di rintracciare i precedenti di edifici o elementi

215


architettonici eventualmente rapportabili con gli edifici a megaron sardi oggetto di studi. Sarà proprio l’emergenza del megaron, presente fin dal Neolitico e considerato il diretto precedente dei templi greci, insieme a quella dell’edificio absidato, a condurci in questo breve viaggio attraverso le costruzioni greche, dal Neolitico fino ai “secoli bui” del Protogeometrico. Il primo impianto per il quale si attesta la presenza di un grande edificio a megaron si data al III millennio e corrisponde alla fase II del sito di Hissarlik-Troia, nell’Anatolia nord-occidentale292. L’edificio, lungo 40 m, è posto all’interno di un circuito murario, e le sue maggiori dimensioni rispetto alle abitazioni circostanti sembrano indicarne la funzione di rilievo (fig. 1). Degne di interesse sono per la fase dell’Antico Elladico II le cosiddette “case a corridoio”, riscontrate in Beozia,

a

Egina

e

nel

Peloponneso294. Si tratta di strutture Fig.1 Planimetria delle strutture di Troia

legate

alla

pratica

di

attività

amministrative, la cui planimetria

I,II,VI293

rettangolare è caratterizzata dalla presenza di corridoi nei quali erano installate le scale che conducevano al piano superiore. L’esemplare che vanta la maggior considerazione è la “casa delle tegole” di Lerna, che prende il nome dal rinvenimento delle tegole che dovevano costituire la copertura a falde, e che, sovrapponendosi all’analogo edificio BG di età precedente, sembra indicare il carattere unitario di questa tipologia architettonica per ciascun sito (fig. 2). 292

Blegen 1962 E. Lippolis 2007, p. 2 294 Shaw 1987, PP. 59-79 293

216


La grandezza delle Corridor House e il ritrovamento

in

associazione

di

grandi quantità di cretule, ha portato ad

interpretare

questi edifici come proto-palazzi;

Fig. 2 Lerna, Casa delle Tegole

espressione

di

un’organizzazione sociale destinata ad entrare rapidamente in crisi già prima della fine dell’Antica Età del Bronzo295. Nel Medio Elladico (2000-1600 a.C. ca.) fa la sua comparsa a Lerna la casa absidata con focolare centrale (fig. 3). È questa una tipologia abitativa che presenta talvolta la pianta a megaron, e che si trova soprattutto ad Orchomenos, Thermos, Olimpia, Lerna; mentre una forma rettangolare la si avrà in Attica e in Argolide. A Malthi sono state individuate case ad abside nell’Antico Elladico, rettangolari nel Medio Elladico e una casa a megaron nel Tardo Elladico III. La pianta rettangolare delle Corridor House del continente greco e quella delle corti centrali dei palazzi minoici del periodo successivo, compare anche in un edificio

295

Hiller 1986, pp. 85-89

217


rinvenuto

Fig.3 Lerna IV

sulla

collina

di

Kuphota, vicino a Haghia Photia, nella zona orientale di Creta; la cui regolarità costituisce un’eccezione nell’architettura domestica cretese, così come anche la cinta fortificata che attornia la collina su cui esso sorge296.

1.1I PALAZZI MINOICI

I principali palazzi dell’isola di Creta, Cnosso (fig. 3), Mallia e Festos, vennero edificati nel Medio Minoico IB (1900 a.C. ca.); mentre al Medio Minoico II (1800 a.C. ca.) viene attribuito il più piccolo esemplare di Petras, nella Creta orientale. Nel successivo periodo Neopalaziale (1700-1450 a.C.) si assiste alla ristrutturazione degli edifici sopracitati e alla costruzione dei palazzi di Zakros e di Galatas. La caratteristica comune è la presenza della corte rettangolare centrale con orientamento nord-sud; mentre l’evidenza della facciata monumentale aperta su di un piazzale occidentale, del vasto utilizzo di pietra squadrata e di intonaci dipinti, dell’organizzazione degli ambienti su due piani, ravvisabili negli ultimi palazzi, è presumibilmente un retaggio delle strutture protopalaziali (1900-1700 a.C. ca.). Delle quali tra l’altro si pongono in continuità d’uso anche per quanto concerne le finalità amministrative, cultuali e di immagazzinamento.

296

Lippolis 2007, p. 5

218


Fig. 3 Planimetria Palazzo di Cnosso297

Altri elementi ricorrenti

sono i bacini lustrali e i polythyra, un sistema di porte che determinavano la chiusura o l’accesso al vano. Per ciò che concerne l’origine di queste strutture, si dibatte tra il loro carattere autoctono o uno sviluppo da collegare alle influenze orientali proprie di quelle società palaziali con le quali la Creta preistorica intratteneva rapporti di carattere commerciale. Opinione corrente è che le corti centrali siano un’espressione monumentale degli spazi adibiti al consumo comunitario di pasti e bevande, cerimoniale conosciuto fin dalla preistoria egea298, che sottolinea un ruolo centrale nel palazzo anche nell’ambito religioso. Si avrebbe dunque nella piazza occidentale uno spazio cerimoniale pubblico, carattere semipubblico avrebbe invece la corte centrale; mentre le finestre dell’epifania, dalle quali si affacciavano i membri dell’élite, istituivano il legame tra il palazzo e il centro urbano299. Altre strutture connesse all’ambito palaziale sono le cosiddette “ville” e alcune abitazioni di grandi dimensioni, entrambe caratterizzate da opere murarie in opera isodoma con impiego di pietre squadrate, dalla presenza di bacini lustrali, di polythyra e di marciapiedi rialzati, e dall’utilizzo di affreschi per la decorazione delle stanze. Un’eccezione nel panorama palaziale minoico è la dislocazione delle attività amministrative e sacre a di fuori del palazzo, ben esemplificata dal Quartier Mu di Mallia, la cui distruzione si colloca intorno al 1700 a.C.

1.2I PALAZZI MICENEI

297

Lippolis 2007, p.6 Wright 2004 299 Lippolis 2007, pp. 9-10 298

219


Allo stato attuale delle ricerche i palazzi micenei meglio conosciuti sono quelli di Micene, Tirinto e Pylos (fig. 4), per i quali ci è pervenuta la configurazione che essi assunsero nel corso del XIII secolo a.C. Tuttavia risulta problematico individuare la genesi di queste strutture, delle quali sono stati individuati indizi già nelle case a corridoio dell’Antico Elladico300. Elemento peculiare del palazzo, così come delle case, è il megaron, che è appunto già presente nelle case dell’Elladico Antico, mentre nei palazzi farà la sua comparsa nell’Elladico Tardo IIIB; un ritardo forse dovuto alla distruzione dei palazzi più antichi che non ci ha permesso di attestarne l’eventuale più antica esistenza. Esclusivo dei palazzi è invece il propileo, dove costituisce l’entrata monumentale ad un cortile o recinto, così come la presenza della sala del trono e la decorazione dei pavimenti e delle pareti tramite affreschi ed intonaci. Nei palazzi di Micene, Tirinto, Pylos e Dimini, la sala del trono appare duplicata in ambienti di minori dimensioni, i “piccoli

megara”,

forse

destinati ai lawagetas301, alti ufficiali preposti

letteralmente a

guidare

il

popolo in armi”. Un’ulteriore

caratteristica

dell’architettura micenea è la costruzione fortificate Fig. 4 Planimetria del Palazzo di Pylos

300 301

di in

cinte tecnica

“ciclopica”, ovvero tramite

Lippolis 2007, p. 14 Lippolis 2007, p. 15

220


l’impiego di grandi massi lapidei; la cui costruzione prestò sempre attenzione all’assicurare il valido approvvigionamento idrico per gli abitanti dell’acropoli. Per quanto riguarda le case, nell’Antico Elladico sono testimoniate alcune strutture circolari a Eutresis, Orchomenos e sotto il palazzo di Tirinto, la cui destinazione è ancora incerta, mentre solitamente le abitazioni hanno forma rettangolare e presentano poche stanze. Ad Askitariò, in Attica, alla fine dell’Antico Elladico compaiono case la cui pianta è a megaron, con un ingresso che congiunge la corte con il vestibolo dal quale si accede al vano quadrato. Le unità abitative contemporanee dei palazzi sono poco conosciute, se si escludono quelle all’interno delle mura di Micene e di Tirinto. Si conoscono assai poco le città che circondavano le cittadelle (fig. 5). Queste ultime sorgevano in posizione elevata e facile da difendere, attorniate da mura; mentre le città che le attorniavano non erano protette da cinte. Solitamente questi centri sorsero laddove già esistevano rocce fortificate o piccoli insediamenti, spesso risalenti all’inizio dell’Età del Bronzo. Per quanto concerne l’architettura religiosa, essa prevede l’esistenza di edifici di culto all’interno dell’abitato e separati dal palazzo, la cui struttura non mostra il ricorso a particolari espedienti strutturali quanto piuttosto la presenza di banchine, focolari e altari.

221


Fig. 5 Ricostruzione della Cittadella di Micene

Di particolare interesse è l’edificio G-G1 del “centro di culto” di Micene (fig. 6), la cui planimetria evidenzia un vano quadrato preceduto da vestibolo, al centro del quale si colloca un altare a forma di ferro di cavallo. Stessa tipologia la si ritrova nello stesso periodo anche a Creta, forse per influsso miceneo, come si può rilevare dal sacello H di Haghia Triada, e anche nel monumentale megaron B di Eleusi302. L’architettura funeraria ha nelle tholoi la sua espressione più monumentale; una camera circolare è sormontata da copertura a pseudo volta e preceduta da un corridoio di accesso ottenuto nella roccia. Alla fine del Tardo Elladico IIIB2, nel 1200 a.C., si data la fine della civiltà palaziale micenea, anche se sono note evidenze di ristrutturazioni e continuità d’uso successive.

1.3IL PROTOGEOMETRICO

302

Lippolis 2007, p. 18

222


L’età protogeometrica si colloca tra il 1050 e il 900 a.C. ca., e spesso viene descritta quale riflesso di una società impoverita ed egualitaria che le vale la reputazione di “Dark Age”; un’inattività che conoscerà una reazione nel IX secolo e una ripresa solo nell’VIII. L'edificio absidato è la costruzione caratteristica di questo periodo. Attualmente non sono molti gli esemplari noti, così come è incerta la loro finalità e il loro ruolo. Il primo grande monumento del mondo ellenico risale a questo periodo, è stato rinvenuto a Lefkandi nell’isola di Eubea, e presenta proprio questa tipologia planimetrica (fig. 6). Si tratta di una costruzione in legno e argilla cruda, impiantata in posizione isolata su un promontorio prossimo ad un abitato, rispetto al quale emerge per la sua notevole estensione, assolutamente maggiore di quella delle abitazioni contemporanee. Il monumento, sviluppato in lunghezza attraverso una serie di vani comunicanti, conosce una storia edilizia che lo vede sorgere intorno al 950 a.C. ed evolvere in un secondo verso

momento funzioni

sepolcrali,

per

poi

essere successivamente trasformato grande

in

un

tumulo

funerario. Quali fossero gli

iniziali

intenti

costruttivi e a quali

Fig. 6 Edificio absidato di Lefkandi

finalità mirassero, è in verità difficile da stabilire, si trattava forse di un’abitazione destinata poi ad

223


accogliere la sepoltura di chi l’aveva abitata, o forse una tomba già dal principio, o ancora uno spazio dedicato al culto eroico da cui prendere il nome di heroon. In realtà tutta una serie di accorgimenti architettonici e di organizzazione degli spazi, farebbe protendere per l’identificazione con la casa di un basileus dell’Età del Ferro. Alla morte del proprietario, che coinvolse anche la donna che giace accanto a lui, l’abitazione dovette presumibilmente cambiare destinazione e trasformarsi in una tomba “eroica”, dalla quale si svilupperà successivamente una piccola necropoli. Un altro edificio analogo è stato rinvenuto a Mitrou, sulla costa settentrionale del Golfo di Eubea, in un insediamento la cui estensione doveva aggirarsi intorno ai 3,6 ettari, più grande delle cittadelle micenee di Tirinto e di Atene e leggermente più piccolo di Micene,che rimanda al mondo delle élites anche sulla base dei rinvenimenti di cultura materiale ad esso associati. E ancora si deve citare il megaron B di Thermon (fig. 7), edificato nell’XI secolo a.C. e distrutto alla fine del IX, così come il sito di Toumba a Salonicco, nel nord della Grecia.

224


In

Fig. 7 Megaron B di Thermon

generale

si

riconosce

un

abbandono delle forme complesse delle costruzioni micenee, mentre sembra riaffiorare la forma rettangolare regolare presente in Grecia dall’Età del Bronzo. Diversi edifici a Micene, ad Antissa, a Solygeia, e anche a Nichoria (fig. 8) in Messenia, mostrano vani comunicanti nel senso della lunghezza preceduti da un portico e con terminazione absidata303. La costruzione dei monumenti prevede zoccoli in pietra e alzati in mattoni crudi, e si avvaleva di sostegni lignei; il taglio del materiale litico non è regolare e spesso veniva utilizzato quello che si trovava in natura già frammentato. La diffusione della forma absidata durante

il

periodo

Protogeometrico non può essere trascurata; tuttavia, la spiegazione della sua popolarità non è così facile. È stato sostenuto che questa

tipologia

planimetrica

rispecchi misere condizioni di vita, e che sia stata sviluppata mediante l’utilizzo di materiali da costruzione Fig. 8 Edifici absidati, Nichoria

di

basso

livello

qualitativo, con i quali sarebbe

stato più facile costruire una struttura absidata piuttosto che rettangolare. Per avvalorare questa tesi è stato messo in evidenza come questa forma ricorra prevalentemente nei periodi successivi a cambiamenti culturali.

303

Lippolis 2007, p. 42

225


In realtà la maggior parte di questi edifici sembra aver servito funzioni di rilievo; mostra accuratezza nella costruzione, dimensioni monumentali, la cui costruzione richiede un notevole sforzo della comunità, e una collocazione in posizioni sopralevate. Anche gli orientamenti danno delle informazioni importanti, indicando con la loro uniformità una dislocazione affatto casuale. I primi edifici sono orientati NO-SE/NE-SO, mentre in un secondo momento volgeranno verso N-S. Per quanto riguarda le strutture sacre collettive le prime informazioni attendibili risalgono soprattutto alla seconda metà dell’VIII secolo a.C., mentre per i periodi precedenti mancano delle indicazioni sicure, con dinamiche di continuità di frequentazione che si rivelano solo in limitatissimi casi. Questo lungo silenzio ha suggerito che l’attività sacra durante la Dark Age fosse legata all’ambiente naturale, piuttosto che consacrare spazi architettonici organizzati. L’origine della diffusione della forma absidata porta ancora a discutere sul possibile retaggio di forme tradizionali greche, o piuttosto sull’azione di influenze provenienti dall’esterno, in particolare dall’Anatolia. Anche l’individuazione di una precisa funzionalità porta con sé tutte le sue difficoltà, considerato il riconoscimento di una destinazione civile, sacrale, funeraria a seconda degli esemplari. A ciò si aggiunge anche l’ulteriore possibilità di un’implicazione nella pratica del banchetto rituale collettivo successivo al scarificio, che potrebbe condurre all’identificazione di case collettive. In conclusione è possibile che l’edificio aristocratico della Dark Age provvedesse all’elaborazione

di

funzioni

diverse,

solo

successivamente

all’amministrazione collettiva di una comunità esterna304.

304

E. Lippolis 2007, p. 42

226

destinate


1.4Confronti.

Un solo edificio, quello di Malchittu, può ascriversi con certezza all’Età del Bronzo, con una plausibile collocazione tra il Bronzo Medio e il Bronzo Recente305. La planimetria dell’edificio richiama infatti quella di altri monumenti sardi del Bronzo Medio I per l’andamento ellittico del perimetro con angoli arrotondati o fondo absidato306. A tal proposito si propone a titolo esemplificativo, nelle figure 1 e 2, il raffronto tra l’andamento planimetrico della tomba dei giganti AioddaNurallao307 e quello dell’esemplare di Malchittu. Il ritrovamento di tazze carenate e di frammenti ceramici con decorazione a corti cordoni sembra confermare un’attribuzione dell’edificio di Malchittu alla facies di Sa Turricula, o al massimo a quella di Monti Mannu308.

305

Ferrarese Ceruti 1964 Ugas 2005, p. 84 307 Sanges 1996, pp.36-38 308 Ferrarese Ceruti 1992, pp.56-63 306

227


Fig.1 Tomba dei giganti di Aiodda309

Fig.2 Malchittu

La differenza sostanziale tra i due monumenti è costituita dalla presenza del vestibolo in antis nell’esemplare di Malchittu, che trae le sue origini da tradizioni costruttive ravvisabili nel Mediterraneo orientale310.

Come si è avuto modo di

appurare, l’emergenza del megaron fa la sua comparsa almeno dal III millennio a.C., allorquando lo si trova inserito nei moduli costruttivi di Troia I-II311 (fig. 3), per poi

309

Ugas 2005, p. 130 Werner 1993 311 Blegen 1962 310

228


Fig. 3 Troia, Fasi costruttive

giungere

alla

sua

piena affermazione nel corso del II millennio a.C. con l’edilizia palaziale cretese e micenea. Nel Medio Elladico (2000-1600 a.C. ca.) fa intanto la sua comparsa la casa absidata con focolare centrale, la cui planimetria presenta talvolta l’emergenza del megaron, circostanza nota soprattutto per gli insediamenti di Lerna (fig. 4) , Thermon312, Orchomenos e Olimpia. È proprio con le longhouse elladiche che ritengo possano riscontrarsi i maggiori punti di contatto con l’edificio di Malchittu, la cui datazione lo pone in rapporto alla comparsa in Sardegna dei più antichi apporti egei, testimoniati dalla circolazione della ceramica micenea IIIA-IIIB. Il confronto, condotto sulla base planimetrica, e supportato dalla valutazione delle eventuali presenze di elementi guida chiarificatori della funzionalità del monumento, traccia un’ipotesi ricostruttiva della destinazione d’uso alla quale quest’ultimo sarebbe stato preposto. Nessun riferimento sembra condurre peraltro ad un carattere sacrale del monumento, né la presenza di particolari arredi di culto, né alcun ritrovamento di cultura materiale riferibile alla sfera cultuale. Così, come le case allungate elladiche rientrano nell’ambito di un contesto abitativo privato, allo stesso modo si può riconoscere un’analoga finalità per il nostro edificio.

312

Soteriades 1902, pp.172-181

229


Fig. 4 Lerna IV, longhouses-megara ad abside

Fig.5 Malchittu

La differenza planimetrica del monumento di Malchittu rispetto alle altre unità abitative contigue, e la sua posizione a una quota maggiore rispetto a queste, unita all’asperità del terreno su cui sorge, ne escludono tuttavia un coinvolgimento nella comune struttura insediativa. Esso non appare in rapporto diretto con lo sfruttamento del territorio, ma bensì assume appunto un ruolo distinto per forma e collocazione. Forse a questo punto potrebbe essere utile ricordare le caratteristiche socioeconomiche di una Sardegna che appare ormai contraddistinta da un’organizzazione gerarchizzata, che esercita il controllo e la gestione del territorio e delle sue risorse, inserita nel circuito di ricerca, trasmissione e lavorazione dei metalli e capace di manifestazioni architettoniche di notevole impegno. L’edificio di Malchittu potrebbe forse rappresentare allora un ulteriore tentativo di differenziazione sociale consona all’affermazione predominante di una classe e di un capo, e che tuttavia non si rivela ancora abbastanza maturo per potersi diffondere estesamente così come avverrà invece alcuni secoli dopo con la comparsa quantitativamente più rilevante di quegli edifici a megaron di cui forse può considerarsi il precursore.

230


Ben diversi sono i fermenti storico-culturali che scuotono la Sardegna nel passaggio dall’Età del Bronzo all’Età del Ferro, quando l’isola diventerà lo scenario delle evoluzioni delle strutture economiche e sociali in seno ad un’emergente struttura aristocratica313; quando la difformità di classe e l’incremento della specializzazione produttiva creeranno una consapevolezza dei propri connotati tradizionali, ma allo stesso tempo un’apertura volta alla ricezione di componenti esterne, tra le quali Cipro svolgerà l’importante ruolo di tramite per la frequentazione fenicia e greca dell’isola314. Un’evoluzione quella dei rapporti con il mondo extrainsulare che si sviluppa a partire dal XIII secolo a.C. con i primi contatti tra i ciprioti e i sardi, definiti da uno scambio di risorse funzionale alle rispettive tecnologie metallurgiche e dall’immissione nel meccanismo del dono di beni di lusso315; per poi proseguire all’inizio del XII secolo a.C. con l’arrivo, tramite Cipro, di componenti egeo-orientali316, tra le quali si distingue la presenza filistea317 dal XII-XI secolo, seguita dall’arrivo tra l’XI e il X secolo dei fenici e dei greci318. Nel IX-VIII secolo a.C. saranno invece gli Eubei ad approdare sull’isola o a fornire i loro apporti alla comunità nuragica avvalendosi del vettore fenicio-cipriota, e la loro presenza si legherà ad evidenze materiali attribuibili alla sfera simposiaca319, riconducibili dunque ancora una volta all’ambito delle manifestazioni ideologiche, proprie di un rapporto tra società aristocratiche. Intorno al 1000 a.C., mentre la Sardegna è caratterizzata da un’intensa vivacità culturale, nell’area egea e nel Vicino Oriente si assiste agli sforzi di ristabilizzazione successivi al crollo dei palazzi micenei e delle città-stato vicino-orientali. Si può 313

Lilliu 1985, p.77-87 Bernardini 1991, pp.18-22 315 Bernardini 1993, pp.29-34 316 Vagnetti 1986, pp. 217-243 317 Bunnens 1984, pp.227-258 318 Dominguez Monedero 2003 319 Castia 1996, pp. 37-39 314

231


ragionevolmente supporre che in questo momento, accanto agli elementi di cultura materiale, giungano nell’isola, in relazione al trasferimento dei gruppi umani extrainsulari, anche forme architettoniche forse anch’esse contenenti valenze ideologiche, accolte dalle comunità nuragiche ormai pienamente gerarchizzate e arricchite dal commercio internazionale dei metalli. È dunque in questo contesto che potrebbero aver fatto la loro comparsa i “tempietti” in antis, la cui origine può forse essere ricercata indirizzando l’attenzione verso il riconoscimento dell’emergenza del megaron, che li contraddistingue, nelle aree egeo-orientali, dai quali abbiamo visto provenire quei prospectors che delineano il panorama sardo di quest’epoca. Emerge l’evidenza di una continuità nella presenza delle strutture a megaron nel paesaggio egeo dell’estrema fine dell’Età del Bronzo e della prima Età del Ferro, nelle fasi cosiddette del “submiceneo” e del “protogeometrico”, che vanno ad inserirsi in alcune soluzioni architettoniche e nell’organizzazione dello spazio insediativo proprie della Dark Age320. Sulla base di questa lettura, un ruolo importante, avvalorato dalla componente cronologica e dalle affinità architettoniche, potrebbe esser rivestito dal vettore euboico, la cui frequentazione del Vicino Oriente, e successivamente dell’area occidentale e atlantica, abbiamo visto collocarsi tra il X e il IX secolo a.C. In Sardegna si segnala un aumento nella presenza di ceramica euboica, a Sulci è stato addirittura ipotizzata la presenza di una piccola enclave greca nella metà dell’VIII secolo a.C.; mentre allo stato attuale delle ricerche la testimonianza più antica è lo skyphos di S. Imbenia, collocabile nel Medio Geometrico (850 a.C. ca.). Per di più le strutture insediative indigene tra la fine dell’Età del Bronzo e gli inizi dell’Età del Ferro, presentano soluzioni planimetriche e di impianto che richiamano esperienze post-palaziali egee, sub geometriche e proto geometriche.

320

Lippolis 2007, pp.31-33

232


Potrebbe dunque ipotizzarsi una diffusione dei “tempietti” a megaron in un arco di tempo compreso tra il 1000 e l’850 a.C., corrispondente in area egea alla Dark Age, da interpretarsi come il risultato dell’apporto di componenti extrainsulari, che sulla base di considerazioni cronologiche e affinità strutturali potremmo riconoscere nell’elemento euboico, e che accanto ai prodotti ceramici di pregio importano nell’isola anche strutture architettoniche con finalità ideologica. La casa di Lefkandi (fig.1), in Eubea, datata intorno al 950 a.C., presenta dal punto di vista planimetrico l’abbandono delle forme complesse dei palazzi e delle abitazioni micenee, e sembra volgere piuttosto verso il ritorno ad una struttura rettangolare compatta e unitaria321. L’assenza di elementi relativi alla sfera del culto sembra escludere la funzione sacra dell’edificio, per il quale si riconosce invece una frequentazione abitativa, con buona probabilità propria della dimora di un basileus. Dalla corte esterna si giunge attraverso un portico d’accesso al vestibolo, dal quale si giunge in una grande sala che inizialmente doveva rappresentare il megaron di rappresentanza destinato al ricevimento. Successivamente si incontra l’ambiente riconducibile all’area domestica, e nella parte finale absidata i vani preposti alla funzione di deposito. Il ritrovamento di un altro edificio similare a Mitrou, nella vicina Locride, è un chiaro

indicatore

della

possibile diffusione di questa tipologia residenziale. Anche in questo caso si tratta di una grande

struttura

attribuibile

al

absidata periodo

protogeometrico, e che in parte Fig.1 Lefkandi, planimetria dell’edificio protogeometrico

321 322

Murray 2001, pp.25-27 Lippolis 2007, p.37

233

322


poggia su una costruzione tardo-micenea. Ad un periodo compreso tra l’XI e la fine del IX secolo a.C. si riferisce anche il megaron B di Thermon (fig. 2), che in questa prima fase doveva ricoprire il ruolo di grande dimora e non di edificio di culto. Tutti questi monumenti sono caratterizzati da una concatenazione di ambienti nel senso della lunghezza, così come si verifica anche nell’andamento di alcuni tempietti a megaron sardi, quali quello di Domu de Orgìa (fig. 3) e di S’Arcu ’e is Forros (fig. 4). Anche negli insediamenti di Micene, Antissa, Solygeia e Fig.2 Thermon, megaron B323

Nichoria, sono emersi linguaggi architettonici e funzionali affini. Il sito di Nichoria324

conosce un breve abbandono nella fase successiva all’Età del Bronzo, per poi proseguire con la sua frequentazione nella fase protogeometrica. Particolarmente interessante è la capanna IV di Nichoria (fig. 5), per la quale si distinguono due fasi; la I da porsi tra il

323 324

Lippolis 2007, p.505 McDonald 1983

234


Fig.3 Domu de Orgìa

Fig.4 S’Arcu ’e is Forros

975 e l’850 a.C., la II tra l’850

e l’800 a.C. La struttura presentava un unico vano, al centro del quale si apriva un focolare, mentre addossato alla parete di fondo è stato riconosciuto un altare325. Nella seconda fase di vita l’edificio, prima rettangolare, viene ingrandito mediante la costruzione dell’abside. Il procedimento di ampliamento del monumento ricorda quello operato nella parte anteriore del tempietto A di Romanzesu (fig. 6) durante la III fase di vita dell’edificio, datata al X-IX secolo a.C. La pianta absidata di dimensioni assai maggiori rispetto alla consuetudine, propria delle abitazioni aristocratiche, così come la presenza dell’altare, rendono l’edificio di Nichoria un unicum in tutta la Messenia.

Fig.5 Capanna IV, Nichoria

Fig.6 Tempietto A, Romanzesu

In sostanza si assiste nell’area egea all’emergere di un modello insediativo proprio di una società complessa, in cui le esigenze dei clan aristocratici condizionano 325

McDonald 1983, pp.19-42

235


l’organizzazione degli spazi abitativi. Laddove gruppi di famiglie allargate erigono le loro case secondo schemi atti a marcare le differenze sociali, in cui gli spazi aperti contigui e intermedi fungono da elementi di rispetto e di autonomia. Tornando agli edifici a megaron sardi, un’analoga situazione la si potrebbe cogliere nelle effettive differenze che contrappongono questi edifici alle altre strutture contigue, laddove sorgono solitamente in posizioni elevate e presentano accorgimenti planimetrici del tutto peculiari; si caratterizzano per un’emergenza, quale quella del megaron, che nel coevo ambito egeo è propria delle sale di rappresentanza; vedono la definizione di spazi di circoscrizione intorno ad essi tramite la costruzione di grandi recinti che li isolano dal resto dell’abitato. Ad una definizione della loro destinazione d’uso potrebbe contribuire l’osservazione di quegli elementi apparentemente slegati dalla semplice funzione abitativa, quali i banconi presenti lungo le pareti, il focolare che spesso compare nel vano principale e i ritrovamenti di cultura materiale ad essi associati. La relazione tra queste componenti sembra poter indicare la possibile identificazione degli edifici a megaron quali case collettive per la consumazione del pasto rituale; così come anche i rinvenimenti materiali, definiti da un’abbondanza di fogge ceramiche comprendenti tazze, olle, tegami, ciotole e brocche. Di fatto l’occasione del pasto cerimoniale poteva essere una delle attività svolte in questi monumenti, nell’ambito di una destinazione polifunzionale connessa anche al deposito di offerte preziose e verosimilmente alla risoluzione e all’organizzazione delle esigenze della vita quotidiana di comunità gerarchizzate e complesse.

236


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237


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239


CONCLUSIONI

L’analisi delle variabili ambientali, sotteso alla comprensione delle logiche che possono aver guidato l’uomo del passato ad operare determinate decisioni insediative, ha rivelato il ricorrere di alcune caratteristiche che ci consentono di elaborare il modello rappresentativo di una società, nell’ambito della quale, nel nostro caso, si inserisce l’emergenza del megaron. È questo l’elemento accentratore, il riferimento fisso che ha condizionato le nostre scelte d’indagine. Non si intende comunque uniformare i siti considerati entro categorie generalizzate imprescindibili, quanto indicare le linee di tendenza generali maggiormente ricorrenti. Potremmo dunque affermare che la società, nell’ambito della quale si affermò l’adozione dell’edificio a megaron, non erige i propri siti in relazione diretta a fini economici di alcuna natura, essendo essi ubicati in paesaggi inseriti in territori aspri o subpianeggianti caratterizzati da forti limitazioni d’uso che ne escludono uno sfruttamento di carattere agro-pastorale. Anche la lontananza dai giacimenti minerari, così come dagli eventuali approdi costieri, sembra escluderne il coinvolgimento diretto in dinamiche estrattive e commerciali. Restano dunque da tenere in

240


considerazione esigenze di tipo ideologico, sia nell’ambito socio-politico che in relazione alla sfera del sacro, tali da condizionare l’ubicazione di interi villaggi in siti privi di valenza economica, nei quali l’emergenza dei megaron potrebbe innestarsi quale probabile manifestazione del processo di gerarchizzazione

in seno alle

comunità nuragiche intorno al 1000 a.C. Gli altri dati ottenuti parlano di una collocazione in aree a bassa densità di insediamenti nuragici, prevalentemente a quote maggiori rispetto agli apprestamenti più prossimi; e di una tendenza a sorgere ad una sostanziale distanza dalle fonti, ma comunque in aree in cui l’approvvigionamento idrico doveva essere garantito dai vicini corsi d’acqua secondari e dall’eventuale presenza di falde sotterranee. Emerge dunque un carattere sostanzialmente isolato dei villaggi interessati dall’inserimento delle strutture a megaron, nell’ambito del quale occorre comprendere mediante quali espressioni vi possano essere confluite la grande vitalità e la complessità sociale della società nuragica tra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro. La Sardegna è ormai contrassegnata da un’organizzazione gerarchizzata, capace di esercitare il controllo e la gestione del territorio e delle sue risorse, e soprattutto protagonista del circuito di ricerca, trasmissione e lavorazione dei metalli, dal quale deriva il contatto con il mondo extrainsulare. Dal confronto con le espressioni architettoniche del mondo egeo-orientale sono state tratte le considerazioni che, senza alcun intento apodittico, ma esclusivamente a titolo di proposta di indagine, suggeriscono una valutazione in merito alla datazione e alla sfera di destinazione dei “tempietti a megaron” sardi. In particolare si propone una collocazione dell’edificio di Malchittu nel Bronzo Medio, in relazione alla comparsa in Sardegna dei più antichi apporti egei. Il confronto con le manifestazioni architettoniche del mondo greco, mi conduce ad

241


ipotizzare uno stretto legame con le longhouse elladiche, dal quale emerge un’ipotesi ricostruttiva della destinazione d’uso dell’edificio di Malchittu che lo pone in relazione con esigenze insediative proprie di una classe dominante. Si suggerisce dunque che si tratti di un ulteriore tentativo di differenziazione sociale, che tuttavia non si rivela ancora abbastanza maturo per una più ampia diffusione, così come avverrà invece alcuni secoli dopo con una comparsa quantitativamente più rilevante degli edifici a megaron. Nel passaggio tra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro si ritiene invece che possano essere collocati gli altri megara sardi, espressione di una società in cui l’emergere di una struttura aristocratica, e di una più marcata specializzazione produttiva, determinano una consapevolezza dei propri connotati tradizionali, ma anche una disponibilità alla ricezione di componenti esterne. In particolare si propone una collocazione dei tempietti a megaron sardi tra il 1000 l’850 a.C., allorquando insieme ai gruppi umani extrainsulari, sarebbero giunti non solo elementi di cultura materiale ma anche forme architettoniche. Sulla base dei confronti planimetrici è stato osservato il perdurare della presenza delle struttura a megaron nel paesaggio egeo dell’estrema fine dell’Età del Bronzo e della prima Età del Ferro, nelle fasi cosiddette del “submiceneo” e del “protogeometrico”, che vanno ad inserirsi in alcune soluzioni insediative proprie della Dark Age. Si assiste nell’area egea all’emergere di un modello insediativo proprio di una società complessa, in cui gruppi di famiglie allargate adottano per le proprie case scelte strutturali e

planimetriche volte a

marcare le differenze sociali. Un’analoga situazione la si potrebbe cogliere nel mondo sardo, laddove gli edifici a megaron si inscrivono nel panorama insediativo circostante secondo schemi atti a valorizzarne la diversità rispetto alle strutture contigue. Per quanto concerne la destinazione d’uso si considerano, quali ulteriori indicatori, gli elementi strutturali propri di queste espressioni architettoniche e apparentemente fuorvianti dalla 242


funzione abitativa, quali i banconi presenti lungo le pareti, il focolare che spesso compare nel vano principale e i ritrovamenti di cultura materiale ad essi associati. Sulla base dell’osservazione dei rapporti tra queste componenti, e delle considerazioni effettuate sugli impianti ideologici e strutturali del mondo egeo, si suggerisce un’identificazione degli edifici a megaron quali case collettive per la consumazione del pasto rituale, il quale poteva inserirsi in più variegato ambito di attività, proprie di una destinazione polifunzionale dei monumenti. Indipendentemente dall’eventuale chiarezza dei ragionamenti proposti, resto consapevole del carattere limitato della realizzazione finale, che dipende da una serie di fattori, quali principalmente la mancanza di dati accurati sui quali effettuare un’analisi rigorosa; ma proprio per questo incline ad essere approfondita con ulteriori ricerche e studi che mi propongo di proseguire in futuro, affascinata da questo campo di indagine vasto e stimolante.

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