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A.D. MDLXII

U NIVERSITÀ DEGLI S TUDI DI S ASSARI F ACOLTÀ

DI

L ETTERE

E

F ILOSOFIA

___________________________

CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DEI BENI CULTURALI INDIRIZZO ARCHIVISTICO-LIBRARIO

GLI STUDENTI SARDI A SALAMANCA NEI SECOLI XVI-XVII

Relatore: PROF.SSA TIZIANA OLIVARI

Tesi di Laurea di: MARIA S ATTA

ANNO ACCADEMICO 2010/2011


A Salamanca; alla mia isola.


Facciata dell’Università di Salamanca

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INDICE

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INTRODUZIONE

CAPITOLO I I RAPPORTI FRA LA SPAGNA E LA SARDEGNA

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1. La Sardegna: una terra di “conquiste”

5

2. La dominazione “spagnola”: 400 anni d’influenze

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CAPITOLO II L’ISTRUZIONE SARDA NEI SECOLI XVI E XVII

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1. Collegi gesuitici e origini delle università

16

2. Gli Studenti sardi a Salamanca

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CAPITOLO III LA UNIVERSIDAD SALMANTINA

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1. Le origini

36

2. La vita studentesca nei secoli XVI e XVII

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CONCLUSIONI

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BIBLIOGRAFIA

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INTRODUZIONE

Il seguente lavoro è dedicato principalmente agli studenti sardi che nel XVI e nel XVII secolo frequentarono l’Università salmantina. È Stato possibile approfondire tale tematica grazie alle ricerche effettuate da Angelo Rundine negli archivi presenti a Salamanca. La tesi è suddivisa in tre capitoli. Il primo illustra il quadro storico generale della Sardegna, soffermandosi sulla dominazione “spagnola”, la quale incise notevolmente sulla cultura sarda.

Il

secondo capitolo tratta

dell’istruzione in Sardegna, dei primi collegi gesuitici e della nascita “sofferta” delle università di Cagliari e Sassari. Si arriva così al nucleo della tesi che, esamina gli studenti sardi presenti a Salamanca, i quali spinti dalla fama che la circondava, decisero di intraprendervi i propri studi al fine di trovare, una volta conseguito il grado, validi posti di lavoro. Gli studenti presi in esame, nell’arco di tempo che va dal 1580 al 1690, erano 72 e tutti frequentarono le facoltà di Leggi o Diritto canonico o entrambe. Vi fu chi ottenne un impiego nella Reale Udienza, chi nella Procurazione Reale, sino agli uffici minori, chi la cattedra nelle università sarde, e altri ancora si dedicarono all’attività religiosa, assumendo ruoli ragguardevoli. L’ultimo capitolo è dedicato alle origini dell’università, fondata nel 1218 da Alfonso IX, e alla vita studentesca salmantina, che si è cercato di approfondire tramite il diario di Girolamo da Sommaia, un fiorentino che studiò a Salamanca proprio nel periodo preso in esame.

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CAPITOLO I I RAPPORTI FRA LA SPAGNA E LA SARDEGNA

1. La Sardegna: una terra di “conquiste” La Sardegna, com’è noto, ha subìto, fin dalla notte dei tempi, diverse invasioni. Verso l'XI secolo si insediarono nell’isola i fenici, instancabili navigatori e mercanti, che rimasero sino al VI secolo, quando furono sostituiti dai cartaginesi, la cui dominazione, che si protrasse sino all’occupazione romana, fu rilevante soprattutto nelle regioni costiere. Ivi fondarono delle colonie quali: Nora, Karalis (Cagliari), Sulci (Sant’Antioco), Tharros (Oristano), Bosa, Bithia, Sirai1. I Cartaginesi, anche con l’aiuto degli Etruschi, difesero l’isola dai tentativi di colonizzazione dei Greci. Nel 238 a.C., dopo la fine della prima guerra punica, l’isola passò ai Romani, i quali vi rimasero sino al 476 a.C.. Essi imposero e diffusero la lingua latina, con la quale diedero finalmente ai sardi il mezzo indispensabile di comunicazione di cui mancavano2. La generale decadenza dell’Impero, fra il IV e il V secolo d.C., permise, nel 456 l’occupazione dei Vandali, popolazione germanica stanziatasi nel Nord Africa. Durante tale periodo l’isola fu unita amministrativamente all’Africa e incrementò i contatti con la cristianità africana. La Sardegna rimase 1

L. MACCIOTTA, La Sardegna e la sua storia. Dalle origini agli inizi della guerra 1915-1918, Cagliari, Editrice Sarda Fossataro, 1971, p. 56. 2 Idem, p. 71, a tal proposito scrive: «l’uso della lingua latina sopravvisse a lungo nell’isola, ed anche oggi nei dialetti delle regioni più interne è facilmente riconoscibile il tipico periodare la cadenza, la struttura delle parole, e vi si possono riscontrare intere frasi di sapore classico».

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sotto il dominio vandalico per circa ottanta anni, sino a quando, nel 534 d.C. entrò a far parte dell’esarcato africano di Bisanzio. Da tale momento venne a trovarsi nelle mani della Chiesa di Roma che, sopratutto ad opera di Gregorio Magno, fece il primo tentativo di riordino religioso e civile. In seguito all’espansione islamica si allentarono i legami con Bisanzio e dal 711, per tre secoli, le coste dell’isola diventarono teatro di frequenti saccheggi e massacri da parte dei Mori3. In quest’arco temporale venne a crearsi un vuoto di potere che portò alla nascita, dopo il 1000, dei quattro giudicati di Gallura, Cagliari, Arborea e Torres, vere e proprie entità statali autonome. All’inizio del XI secolo incominciò la penetrazione commerciale e politica di Genova e Pisa, tramite enti ecclesiastici ma anche casati nobiliari. L’ingerenza pisana interessò maggiormente i giudicati di Cagliari e Gallura, mentre Genova si concentrò sul giudicato di Torres. Una posizione più autonoma seppe conservare, invece, il giudicato d’Arborea. Nel 1297 papa Bonifacio VIII, istituì il Regnum Sardiniae et Corsicae e assegnò in feudo il regno di Sardegna a Giacomo II d’Aragona4. La dominazione aragonese, tuttavia, iniziò nel 1323 con l’arrivo di suo figlio, l’Infante Alfonso. Da questo momento inizia nel regno la dominazione catalana-aragonese prima e spagnola dopo.

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Idem, p. 88-90. Le quattro vittorie che si riportarono sugli arabi di Mugahid (1002, 1017, 1021, 1050), secondo alcuni scrittori, diedero origine allo stemma araldico della Sardegna, costituito da una croce rossa e da quattro teste nere bendate, significanti appunto tali vittorie. 4 G. G. ORTU, La Sardegna dei giudici, Nuoro, Edizioni Il Maestrale, 2005, p. 243.

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Avvenimento che incise notevolmente sulle sorti della Sardegna, fu la lunga guerra di successione spagnola (1701-1714), che vedeva protagoniste le potenze europee. Con la pace di Rastadt, infatti, la Sardegna passò per un breve periodo agli Asburgo d’Austria e in seguito, col trattato di Londra nel 1718, a Vittorio Amedeo II di Savoia, che prese reale possesso dell’isola nel 1720. I Savoia governarono per lungo tempo. La Sardegna ottenne la sospirata autonomia dopo le Guerre Mondiali con la Costituzione del 19485. Tutte queste “conquiste” lasciarono notevoli tracce sulla nostra isola.

2. La dominazione “spagnola”: 400 anni d’influenze Riguardo la dominazione, prima, catalano-aragonese e, poi, spagnola, durata circa quattrocento anni, gli effetti che provocò, non furono tutti negativi come spesso si pensa, ma, come afferma Fernando Pilia, “l’avvento aragonese nell’isola non è da ritenersi né trionfo né sconfitta, ma dolorosa nascita della Sardegna di oggi”6. La penetrazione dei catalano-aragonesi avvenne nel 1323, quando sbarcarono a Palmas, guidati da Alfonso d’Aragona, con l’obiettivo di liberare l’isola dalle influenze pisane e genovesi. Inizialmente conquistarono il Giudicato di Cagliari e poi si concentrarono sul resto della Sardegna.

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Cfr. La Piccola Treccani. Dizionario Enciclopedico, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, 1996, p. 749. 6 F. PILIA, Influssi della cultura catalana sulle tradizioni popolari sarde, in XIV Congresso di storia della Corona d’Aragona. La Corona d’Aragona in Italia (sec. XIII-XVIII). Incontro delle culture nel dominio catalano-aragonese in Italia. Cagliari, edizioni ETS, 1997, vol. 4, p. 431.

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La situazione, al loro arrivo, non era tra le più felici. L’isola era in preda ad una forte crisi demografica, infatti, a causa della peste e della malaria la popolazione andava via via decimandosi; inoltre erano frequenti le incursioni dei briganti e gli attacchi dei pirati magrebini. L’intervento catalano cercò di risollevare la situazione tramite una efficace politica di colonizzazione a Sassari e ad Alghero con l’immissione di pobladors, la riorganizzazione della proprietà fondiaria, l’intensificazione degli scambi commerciali. Nel campo dell’artigianato, giungono nell’isola, attraverso i porti di Alghero e di Cagliari, manufatti catalani di uso quotidiano come tessuti per l’arredo, per l’abbigliamento, attrezzi per i mestieri manuali e fuoriescono prodotti di mare (in particolare il corallo) e di terra (soprattutto grano, pelli, lana). In seguito arrivarono anche una moltitudine di uomini spagnoli con lo scopo di insediarsi per trovare lavoro. Essi diedero vita ad un’economia urbana più evoluta, basata sullo sviluppo locale della produzione manufatturiera. Ciò fu favorito dai gremi, corporazioni di mestiere formatesi sul modello barcellonese, vere e proprie scuole del lavoro e delle professioni che regolavano le attività con propri statuti. «Si vanno formando obrers, picapedres, platers, argenters, mestre d’axa ecc.»7. Altri ancora sono: i ferrers (fabbri e ferrai), i fusters (carpentieri), i sastres (sarti), i sabaters (calzolai)8.

7

Cfr. F. MANCONI, La Sardegna al tempo degli Asburgo. Secoli XVI-XVII, Nuoro, Edizioni Il Maestrale, 2010, p. 23, a questo proposito si vedano anche gli atti del convegno a cura di A. MATTONE, Corporazioni, gremi e artigianato tra Sardegna, Spagna e Italia nel medioevo e nell’età moderna, Cagliari, AM&D, 2000. 8 A. MATTONE, P. SANNA, (a cura di) Per una storia economica e civile della città di Alghero. Atti del Convegno“Alghero, la Catalogna, il Mediterraneo. Storia di una città e di una minoranza catalana in Italia, Sassari, Edizioni Gallizzi, 1994, p. 805; si veda anche F. PILIA, Influssi della cultura catalana, cit., p. 442.

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I quali avviarono un’interessante produzione artigianale

di stampo

barcellonese ma con novità della cultura sarda. I sardi appresero l’arte della tessitura, del ricamo, della metallurgia delle sculture di pietre, della pelletteria, della gioielleria dei lavori in sughero. Inoltre queste corporazioni organizzano eventi importanti tuttora, dal punto di vista culturale e sociale, basti pensare alla discesa dei Candelieri a Sassari, la Sartiglia ad Oristano e i riti della Settimana Santa.

Sul piano

artistico hanno assunto rilievo i retabli pittorici: la chiesa gotico-aragonese di San Francesco di Stampace di Cagliari ne conservava un ingente numero, che purtroppo in gran parte andò perduta col crollo della chiesa, lasciata per di più in abbandono dalle autorità. Oltre alla chiesa di San Francesco altre chiese di stampo catalano sono la chiesa di Bonaria e Santa Maria del porto, a Cagliari, il duomo di San Nicola e Santa Maria di Betlem, a Sassari. Dopo centocinquanta anni dalla caduta della rocca genovese dei Doria, avvenuta nel 1354, i rapporti tra la Spagna e Alghero si infittirono, provocandone la piena integrazione della città nell’ampio sistema economico, politico, militare e culturale della corona di Spagna9. I conquistatori iberici considerarono la Sardegna come una terra culturalmente vicina al loro mondo. Infatti l’isola costituiva una comunità ben definita, caratterizzata da una propria lingua, un’importante civiltà e da una propensione autonomistica: per questo tollerarono l’uso della lingua sarda e

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A. MATTONE, P. SANNA, (a cura di) Per una storia economica, cit., p. 738.

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mantennero in vigore anche l’uso della Carta de Logu, considerandola utile ed efficace nel governo del territorio. Non solo Alghero ma l’isola in generale poté usufruire di questi benefici. I contatti iniziali, come detto, furono soprattutto con la Catalogna, sia dal punto di vista politico-amministrativo, sia da quello culturale. Come testimoniano, l’architettura gotico-catalana, manoscritti e incunaboli catalani conservati nelle biblioteca universitaria di Cagliari e Sassari, le composizioni popolaresche, come ad esempio is goccius campidanesi o sos gosos logudoresi10. Ancora, alcune tradizioni provenienti dal mondo iberico legate alle festività: S’Incontru, da El Encuentro spagnolo, Su Scravamentu, da El Desanclavamiento de la cruz; la processione dell’Assunta a ferragosto; S’Incamisada, da los Descamisados, un corteo di maschere travestite con un camicione bianco che sfilano reggendo una fiaccola. Il culto dei santi iberici, col tempo, venne condiviso anche dai Sardi. I più venerati furono, Nostra Signora di Bonaria, Santa Maria di Navarra, la Madonna di Spagna, Nostra Signora della Mercede, la Madonna del Rosario (acclamata dopo la vittoria di Lepanto), Nostra Signora del Buon Cammino (adorata dai frati agostiniani spagnoli), Sant’Ignazio di Loyola (fondatore della Compagnia di Gesù), Sant’Isidoro di Madrid (protettore degli agricoltori) e molti altri ancora.

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F. PILIA, Influssi della cultura catalana, cit., p. 434-435.

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Influenze si ritrovano anche nel mondo culinario. Ad esempio, la prima colazione fatta dai contadini, soprattutto a base di formaggio, lardo, ricotta salata, salsiccia, cipolle, è detta su murzu, dallo spagnolo almuerzo. Oppure nei dolci popolari come is pabassìnas, is origlièttas (dallo spagnolo orilla, cioè orlo), is brugnòlus (dal catalano bunyol e dal castigliano buñuelo). Il vino più pregiato dell’isola, il cannonau, deriva sicuramente dal canonazo di Siviglia; o il torbato dal turbat di Murcia11. Non si può non menzionare l’influsso e le evidenti tracce della lingua catalana, che, ancora oggi, risultano più marcate nel dialetto della “piccola enclave linguistica” di Alghero ma presenti anche nelle altre parlate della Sardegna12. I documenti attestano che nel Seicento, ed addirittura nel Settecento, il catalano, nato come lingua dei mercanti e dei marinai, veniva ancora impiegato come lingua ufficiale nelle scritture pubbliche e negli atti notarili in alcune zone dell’isola. Il processo di “castiglianizzazione” non cancellò l’uso del catalano che continuava ad essere usato in particolar modo nella sfera istituzionale, quotidiana e nei rapporti di lavoro. Il castigliano, diffuso inizialmente dai gesuiti, si parlava, per contro, nell’ambito religioso e culturale (ad es. nella letteratura). Però nel contesto religioso, a fianco al castigliano si usavano anche il latino, l’italiano e il sardo. Un testo in sardo, stampato nel 1582, è Sa vida, su martirio et morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu

11 12

Idem, p. 435-439. F. MANCONI, La Sardegna al tempo degli Asburgo, cit., p. 24.

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et Gianuari, un poemetto storico in sardo logudorese del canonico di Bosa Gerolamo Araolla13. Lentamente il castigliano si diffonderà e diventerà la lingua ufficiale e di cultura. La continuità ininterrotta del dominio iberico (1326-1714) ha permesso la trasmissione di molte parole: sa buciàcca da butzaca (tasca); sa figu burdassòta dal catalano figa bordissot (fico); su calasciu dal catalano calaix (cassetto); sa cìccara dal catalano picara (tazzina); bentana dal castigliano ventana (finestra); abogàu da avocado (avvocato); obìspu dal castigliano obispo (vescovo), solo per citarne alcune.14 Si puntualizza che la storia della Sardegna spagnola si fa comunemente iniziare nel 1479, anno che segna l’unione delle due corone, Aragona e Castiglia, grazie al matrimonio di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, e di conseguenza la nascita della corona di Spagna in cui la Sardegna entra a far parte. Ferdinando d’Aragona, uomo di forte temperamento dai principi assolutistici, religiosi (istituì il tribunale dell’inquisizione spagnola) e militari ben saldi, fece di tutto per eliminare l’influenza lasciatavi dai Genovesi e Pisani. Si diffonde in questi anni un nuovo gusto artistico, detto dei Re cattolici, che vede insieme stile gotico, mudéjar e rinascimentale. Il gotico continuerà fino al XVII secolo a caratterizzare le architetture religiose e civili, coesistendo con la nuova ideologia importata dai gesuiti, nel 1559, e dagli ingegneri militari. 13

G. ARAOLLA, Sa vida, su martirio et morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu et Gianuari, in Caralis, por Franciscu Guarneriu istampadore de Don Nicolau Canelles, 1582, si veda anche T. OLIVARI, Libri e lettura nella Sassari del Cinquecento in La stampa in Italia nel Cinquecento, a cura di Marco Santoro, Roma, Bulzoni editore, 1992, p. 848. 14 F. PILIA, Influssi della cultura catalana, cit., p. 441.

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Alla morte di Ferdinando, il regno di Sardegna passò a Carlo V, suo nipote, con il quale attraversò un periodo non facile sul campo istituzionale, probabilmente per la mancanza di personale qualificato da impiegare nell’amministrazione regia. Egli abdicando nel 1555 lasciò il regno a suo figlio Filippo II, con il quale si compì definitivamente il processo di “ispanizzazione” dell'isola. Si impegnò principalmente nel riordino della giustizia nei confronti dei sardi ed emanò provvedimenti per la protezione dell’agricoltura e dell’economia in generale, ma il gesto più lodevole fu l’autorizzazione della fondazione dell’università di Cagliari, nel 1620, che evitava, finalmente, agli studenti di recarsi in Italia o in Spagna per conseguire i gradi15. Bisogna precisare che all’inizio del Cinquecento, l’isola appare come un regno di scarse risorse materiali ed umane e si trova inserita in una moltitudine di territori e di stati governati da un solo monarca. A riguardo scrive Antonio Lo Fraso: ‹‹en general la gente de la dicha isla son muy fieles y católicos Christianos, leales a su magestad, belicosos y de buenas condiciones, liberales y amigos de naciones estrañas mas de la Española››16. Non si tratta solo di fedeltà al sovrano spagnolo, in queste parole, infatti, sembra che l’autore si stia riferendo a quello spirito di universalità, di cosmopolitismo politico e culturale, che delinea la Spagna degli Asburgo e che tocca anche lo stesso regno sardo. «Fra sardi e spagnoli non c’è separazione e tanto meno contrapposizione o ripulsa. C’è, invece, una costante mescolanza, perfino in 15

L. MACCIOTTA, La Sardegna e la storia, cit., p. 211. F. MANCONI, Un mondo piccolo di un grande Impero, in La società sarda in età spagnola, a cura di F. MANCONI, Cagliari, Della Torre, 2003 p. 11.

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qualche caso una completa compenetrazione nella società ispanica non solo di natura burocratica e culturale ma addirittura mentale» afferma Francesco Manconi17. A tal proposito, infatti, si verificò una notevole diminuzione delle truppe spagnole nel regno e la conseguente partecipazione attiva dei sardi nei confronti della loro Terra e, ancora di più, alle imprese belliche della Corona spagnola, con uomini e mezzi. Col tempo essi si erano abituati a considerare gli spagnoli, non più come dominatori, bensì come alleati, si sentivano orgogliosi di appartenere alla nazione dei conquistadores18. Sul modello delle città castigliane, anche in Sardegna la nobiltà assunse gradualmente un ruolo politico che prima le era precluso. Venne a formarsi un nuovo gruppo sociale, quello dei letrados, hombres de leyes, appartenenti alla media e piccola nobiltà, i quali avendo frequentato l’università di diritto, trovavano facilmente impiego nelle cariche pubbliche. L’influsso spagnolo sulla Sardegna si manifestò anche quando, al fine di contrastare il fenomeno della contaminazione, con elementi eretici, della religione cattolica, fu istituita nel 1478, per volere dei re cattolici, l’Inquisizione spagnola, ufficializzata da papa Sisto IV e introdotta poi nell’isola. Il Consejo de la Suprema y General Inquisición, più noto con il nome di Suprema, inizialmente impegnato nella lotta contro i conversos (i musulmani e gli ebrei rimasti nella penisola iberica), estese poi il controllo sul libro, considerato “ispiratore di eresie”19. Nel 1502 il re Ferdinando emanò

17

Ibidem. L. MACCIOTTA, La Sardegna e la storia, cit., p. 250. 19 A. RUNDINE, Inquisizione spagnola censura e libri proibiti in Sardegna nel ‘500 e ‘600, Sassari, Stampacolor, 1996, p. 7. 18

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alcune disposizioni sull’intero ciclo del libro riguardanti gli autori, le licenze di stampa, le tipografie, i librai, i lettori e il commercio. Furono fatte ispezioni nelle librerie, nelle università, nelle case private e nelle biblioteche, sia pubbliche sia private. Tra queste ultime si possono ricordare quelle del prelato sassarese Francesco Fara e del tipografo Nicolò Canelles. Anche le navi e le merci trasportate furono soggette a stretti controlli. I libri, insomma, «eran mirados con un temor casi demencial, como el mas peligroso de los articulos de comercio»20. Riguardo il forte legame tra la cultura “spagnola” e il popolo sardo, scrive Fernando Pilia: «Noi sardi stentiamo a ritrovare la nostra identità perché ci siamo allontanati (o, meglio, siamo stati allontanati) dal mondo catalano, aragonese, iberico»21.

20

Idem, p. 183, si veda anche H. C. LEA Historia de la Inquisición española, Madrid, Fundacion universitaria española, 1983. 21 F. PILIA, Influssi della cultura catalana, cit., p. 442.

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CAPITOLO II L’ISTRUZIONE SARDA NEI SECOLI XVI E XVII

1. Collegi gesuitici e origini delle università Il processo d’istruzione compiuto in Sardegna risultò abbastanza complesso e non privo di problemi. Sigismondo Arquer, letrado cagliaritano, il quale conseguì la laurea in utroque iure a Pisa e in teologia a Siena, parla di ritardi della società sarda. La documentazione d’archivio infatti conferma la presenza di questo ritardo culturale che colpì non solo i ceti rurali ma anche quelli urbani22. L’assenza di uno sviluppo culturale era la conferma dell’esistenza dei ritardi delle strutture educative pubbliche. Nelle principali città sarde erano presenti solo alcune scuole di grammatica, a Cagliari dagli inizi del cinquecento e a Sassari dagli anni trenta, le quali venivano sostenute dalle amministrazioni municipali e rette da maestri instabili e mal retribuiti. Però anche l’istruzione privata presentava difficoltà, infatti, neanche i ceti più agiati riservavano grande importanza alla formazione culturale dei propri figli, sia perché non ne vedevano la necessità sia perché le condizioni economiche a stento consentivano di ricorrere a lezioni private. Tuttavia non mancavano le famiglie più sensibili all’importanza della formazione dei figli, che venivano inviati

22

F. MANCONI, La Sardegna al tempo degli Asburgo, cit., p. 290-291.

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nella penisola iberica presso famiglie con cui avevano legami familiari o sociali. Coloro che avevano le possibilità economiche e intendevano proseguire gli studi universitari dovevano inevitabilmente dirigersi altrove, non essendovi, ancora, in loco università autorizzate a conferire i gradi. Inoltre fu proibito agli studenti sardi di trovare impiego negli uffici della monarchia se non al prezzo di una costosa e obbligata emigrazione verso le città universitarie della Spagna e dell’Italia. Di fronte a tale situazione Sassari si mobilitò e presentò al parlamento, nel 1543, la prima petizione per diventare sede dell’università dotata di tutte le facoltà. Gli amministratori sembravano decisi ad utilizzare nell’impresa le finanze cittadine, ma ribadivano che questo non sarebbe stato sufficiente senza l’aiuto finanziario del regno23. La petizione di Sassari si contrappose ad una simile richiesta di Cagliari. Iniziava tra le due città un conflitto destinato a durare per circa un secolo. Un conflitto che vide le città impegnate nel perseguire con perseveranza lo stesso obiettivo: ottenere il privilegio di ospitare nella propria città un’università statale costituita da tutti i corsi di studio. Ma la domanda delle due città non venne accolta dal parlamento, il quale riteneva l’isola una terra poco popolata in cui due studi generali sarebbero stati eccessivi. A questo si aggiungevano altri problemi: la debole realtà culturale e scolastica, l’insufficienza di mezzi economici, la difficoltà di mettere in piedi un’istituzione di elevata cultura, che necessitava edifici 23

R. TURTAS, La nascita dell’università in Sardegna. La politica culturale dei sovrani spagnoli nella formazione degli Atenei di Sassari e di Cagliari (1543-1632), Sassari, Chiarella, [1988], p. 15-16.

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adeguati e maestri validi, la rivalità tra le due città che impediva la concessione delle autorizzazioni. Davanti a queste impossibilità si fece ricorso alla soluzione più consona e semplice, ovvero, aprire un collegio gesuitico a Sassari. La città aveva accettato la proposta del letrado sassarese Alessio Fontana di offrire una rendita alla Compagnia di Gesù per la fondazione di un collegio. I gesuiti diffondevano le dottrine controriformistiche, promuovendo l’educazione morale e l’istruzione dei giovani di tutte le classi sociali. I loro insegnamenti erano pedagogicamente superiori a quelli impartiti nelle scuole pubbliche o private e inoltre erano gratuiti. A Sassari si occuparono dei finanziamenti dell’attività dei gesuiti il governatore regio Antiogo Bellit e l’arcivescovo Salvador Alepús. I primi padri giunsero nell’isola nel 1559. Positivo fu il primo approccio tra i giovani studenti e il padre portoghese Francisco Antonio, il quale espresse tutto il suo entusiasmo, riassumibile nella frase: «se è vero che qui domina sovrana l’ignoranza, i giovani sono per lo più buoni soggetti, hanno intelligenza sveglia e sono docili nell’apprendere virtù e lettere, senza dire che molti di loro sarebbero più che adatti ad essere accettati in Compagnia»24. A Sassari il primo collegio gesuitico fu fondato nel 1562 e a Cagliari nel 1564. Nei collegi si insegnavano i corsi di grammatica, umanistica e retorica, i corsi di arti o filosofia e di teologia. I giovani studenti traevano molto giovamento dagli insegnamenti dei gesuiti. Tra il 1562 e il 1634, ben

24

F. MANCONI, La Sardegna al tempo degli Asburgo, cit., p. 294-296.

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354 studenti che frequentavano i collegi gesuitici sardi furono ammessi nella Compagnia di Gesù. Altro compito dei gesuiti fu quello di imporre l’uso della lingua castigliana nell’insegnamento e nella predicazione, in base alla disposizione di Filippo II, del 1567, che si contrapponeva all’abitudine degli stessi gesuiti di predicare e insegnare nella lingua attuale della regione in cui operavano. Nei due collegi, quello di Sassari e quello di Cagliari, la disposizione venne subito applicata dando così l’avvio “a quel processo d’identificazione collettiva nella Monarchia degli Austria”25. Alla fine del Cinquecento il processo d’introduzione del castigliano nelle scuole (che durò dai 20 ai 25 anni) poteva considerarsi portato a termine. Nascono in questo periodo le prime tipografie. Quella di Cagliari fu fondata nel 1566 da Nicolò Canelles, il quale conseguì la laurea in utroque iure a Roma, divenne canonico, poi vicario della cattedrale di Cagliari, ed infine vescovo di Bosa26. Quella di Sassari, invece, fu fondata nel 1616 da Antonio Canopolo, arcivescovo di Oristano, il quale nel 1619 impiantò un collegio per l’educazione dei giovani, il Canopoleno27. Entrambe stamparono testi giuridici, grammatiche, libri liturgici e teologici, tanto da ricoprire il 25% della produzione libraria nella seconda metà del Cinquecento e il 77% nella prima metà del Seicento. I testi venivano stampati soprattutto in castigliano, mentre calava il numero di quelli in latino e spariva del tutto l’italiano, usato sino alla metà del Cinquecento. Quindi la stampa in Sardegna arrivò con notevole 25

Idem, p. 297. T. OLIVARI, Libri e lettura, cit., p. 846. 27 Idem, p. 853. 26

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ritardo rispetto alla Germania e alle altre parti d’Europa, essendo stata introdotta proprio in occasione della fondazione dei collegi gesuitici, la quale permise, tra l’altro, la formazione di una diffusa presenza studentesca (a Sassari nel 1568 gli studenti erano circa 400 e nel 1600 circa 500)28. Nell’esercizio dell’attività tipografica dovevano essere rispettate le norme sulla censura preventiva, introdotta da Ferdinando d’Aragona, l’8 luglio del 1502, e applicata anche in Sardegna con l’introduzione della prima tipografia. Nessun libro poteva essere stampato nei regni di Spagna senza l’apposita licenza rilasciata dalle istituzioni civili ed ecclesiastiche. Tale concessione era indispensabile ai tipografi e agli editori, per evitare le possibili pene: la morte per i trasgressori e il rogo per i libri stampati senza licenza29. Il collegio di Sassari aveva il diritto di concedere gradi in arti e teologia sia agli allievi gesuiti sia a quelli esterni. I successi perseguiti dall’Ordine costituirono un incentivo per trasformare il collegio in università. Tanto che all’inizio degli anni Settanta, quando in Spagna ormai si stavano fondando altre università, le due città in lite, sentirono nuovamente l’esigenza di istituire uno studio generale. Il re, però, continuava a prendere posizione e ad ignorare e rifiutare le richieste, anche quando Sassari nel 1583 propose insistentemente l’istituzione dell’università e l’attivazione delle cattedre di canoni, leggi e medicina a carico del bilancio del parlamento. La nuova proposta di Cagliari fu, invece, quella di creare una nuova istituzione universitaria completamente nuova, tutelata dalla Corona ma 28 29

Idem, p. 846-847. A. RUNDINE, Inquisizione spagnola, cit., p. 25-28.

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finanziariamente autonoma. Progetto, questo, che poté essere portato a termine grazie alle maggiori risorse su cui Cagliari poteva contare, che le consentirono di staccarsi dai gesuiti ed ottenere così, nel 1604, il consenso del re Filippo III. Altri motivi che andarono a favore di Cagliari come sede universitaria furono: la presenza del porto che facilitava gli scambi, il maggior benessere della popolazione, la presenza, al tempo, dell’unica tipografia dell’isola e un notevole commercio librario, indispensabile per gli studenti e i maestri. Lo studio generale di Cagliari nasce sul modello delle Università spagnole di Salamanca e di Lerida. Furono riconosciuti i collegi di Teologia, Leggi, Medicina, Filosofia e Arti e una scuola di Chirurgia. Sassari ottenne solo nel 1617, su iniziativa dell’arcivescovo Canopolo, il consenso del re Filippo III di conferire i gradi in filosofia e teologia. Il collegio sassarese venne formalmente eretto come università di diritto regio ma non ancora come Studio generale. Una vera e propria novità che spinse i gesuiti a rivolgersi ancora una volta alla monarchia per ottenere il titolo di università e di conseguenza poter concedere i gradi accademici in tutte le facoltà. Il re, però, concesse loro il solo potere di conferire i gradi nelle due facoltà sopraccitate. Questa per Sassari non fu una limitazione facile da accettare e peggiorò quando nel 1620 Filippo III concesse a Cagliari il privilegio di attivare tutte le facoltà nel suo Studio generale. Tuttavia Sassari non si arrese. Nel 1623 attraverso un suo rappresentante, Angel Manca, chiese nuovamente che il collegio potesse conferire i gradi in diritto canonico, civile e medicina. Ancora una volta la Corona rifiutò rilevando come non fosse sostenibile

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nell’isola la presenza di due università: «el reyno por su cortedad no era capaz de dos universidad»30. Manca allora chiese che venisse sospeso l’iter di fondazione dell’università di Cagliari, scatenando in tal modo la protesta della città. Il malcontento aumentò quando gli amministratori cagliaritani vennero a sapere che i gesuiti di Sassari spacciavano il loro collegio come fosse Università, aggiungendovi per di più il titolo di “primaria universidad” del regno31. Il 1° febbraio del 1626, si promulgarono le costituzioni dello studio generale di Cagliari. Da questo momento la città godeva a tutti gli effetti del titolo di università di diritto regio controllata dalla municipalità. Sassari decise allora di persistere nel suo obiettivo ma evitando nuovi contrasti con Cagliari. Il 18 ottobre del 1632, fu pubblicato per volere di Filippo IV, il privilegio reale che sancì formalmente, integrando quello precedente di Filippo III, l’ampliamento del collegio. Da questo momento anche Sassari, sotto la gestione dei gesuiti, assume le funzioni di università regia, ottenendo, finalmente, la potestà di conferire i gradi in tutte le facoltà. Gesuiti e gli amministratori civili, che nel frattempo rivendicavano il diritto ad un maggiore controllo istituzionale, stabilirono, nel 1634, un accordo, per il quale ai primi spettava il governo dell’università, ai secondi l’amministrazione dell’istituzione e il sindacato sulle eventuali modifiche delle costituzioni.

30

F. MANCONI, La Sardegna al tempo degli Asburgo, cit., p. 306. Idem, p. 307-308, a riguardo si veda anche R. TURTAS, I primi statuti dell’Università di Sassari, in R. TURTAS; A. RUNDINE; E. TOGNOTTI, Università studenti maestri. Contributi alla storia della cultura in Sardegna, Sassari, Chiarella, [1990], p. 11. 31

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La situazione degenerò a metà Seicento. Negli anni 1652-56 la città di Sassari subì un calo di popolazione dovuta alla grande pestilenza che provocò una considerevole diminuzione del corpo docente e degli studenti. Tra gli altri problemi vanno considerate le difficoltà economiche e la fragilità dell’istituzione accademica appena sorta. Anche Cagliari dovette attraversare un periodo di crisi. Nel 1686 la Corona rimproverò all’università di Cagliari l’assenteismo del corpo docente mal pagato e l’usura dei locali, adibiti a deposito di grano e ancor prima utilizzati come ricovero per la povera gente (giunta in città in seguito alla carestia del 1680). La decadenza si avvertì anche in Spagna. Gli uffici erano saturi perciò molti studenti scoraggiati dalle poche possibilità d’impiego abbandonarono gli studi. Richard Kagan, professore di storia moderna europea alla Johns Hopkins University (Baltimora), sostiene che i problemi dell’istituzione universitaria spagnola furono dovuti ad un minore interesse, nel seicento, degli studi di diritto, che invece godevano della priorità durante il secolo precedente32.

2. Gli Studenti sardi a Salamanca Mentre nella seconda metà del cinquecento, le università spagnole più frequentate erano quelle catalano-aragonesi, Valenza, Barcellona e Saragozza, a partire dagli ultimi due decenni del secolo, prevalsero quelle castigliane e in modo particolare Salamanca, una delle università europee di maggior prestigio

32

F. MANCONI, La Sardegna al tempo degli Asburgo, cit., p. 310.

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che permetteva di trovare un impiego con facilità. Infatti i primi studenti sardi che vi perseguirono il grado si videro già impegnati, agli inizi del seicento, nell’amministrazione del regno oppure ottennero la cattedra come professori nelle due università dell’isola. Professori come Antonio Canales de Vega a Cagliari, Paolo Ornano e Francesco Piquer a Sassari. La possibilità di studiare in questa università rappresentava un incentivo per gli studenti, i quali optavano per gli studi giuridici che garantivano loro validi posti di lavoro, come nell’alta burocrazia del Regno e della Chiesa, e per i “meno fortunati” erano sempre disponibili uffici minori. La presenza degli studenti sardi nell’università salmantina raggiunge il culmine nel periodo che va dal 1580 al 1690, con ben 72 studenti33. Una diminuzione del numero ci fu tra il 1600 e il 1610, probabilmente dovuta alla peste che colpì la Castiglia ma anche ai limiti posti dallo studio salmantino, il quale negava l’accesso in città agli studenti non provvisti della documentazione attestante la provenienza da zone non infette. Purtroppo mancando i libri di matricola di questi anni non è stato possibile indagare in modo preciso sul numero degli studenti. La maggior affluenza si verifica tra il 1620 e il 1650 e soprattutto tra il 1620 e il 1630 con 17 iscrizioni. Tra il 1630 e il 1650 le immatricolazioni si stabilizzano con 22 presenze. Dopo il 1650 ci fu un nuovo calo a causa della peste che colpì la Sardegna riducendo notevolmente il numero degli studenti. Chi aveva già iniziato gli studi li dovette interrompere lasciando Salamanca per 33

A. RUNDINE, La formazione dei «letrados» sardi, in XIV Congresso di storia della Corona d’Aragona, cit., p. 540, cfr. A. RUNDINE, Gli studenti sardi all’Università di Salamanca. (1580 - 1690) in Università studenti maestri, cit., p. 43-103.

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rientrare nell’isola. Come fece lo studente Pietro Quesada, il quale, nel 1652, rientrò in Sardegna a causa della morte del padre provocata dalla peste. Altri ancora subirono conseguenze economiche, come lo studente Ursoni, il quale si trasferì ad Avila, dove conseguire il grado non comportava enormi difficoltà, e si laureò in diritto canonico. Si verificò una ripresa nel decennio 1670-1680 con 8 iscrizioni. Si trattava di studenti che avevano già iniziato gli studi in Sardegna e si recarono a Salamanca solo per conseguire il grado. Tale fenomeno fu in parte dovuto al declino in cui si trovavano in questo periodo le università sarde. La situazione fu tale da indurre il procuratore dell’Ordine gesuita a rivolgersi al Consigliere Capo di Sassari con le seguenti parole: «no se han aun abierto las escuelas este año, ni han leydo aun los maestros, y catedrathicos por non tener que alimentarlos, y darles el sustento necesario»34. Il 76% degli studenti sardi presenti a Salamanca proveniva, soprattutto, da Sassari (47%) e da Cagliari (29%). Il rimante proveniva da Benetutti, Castelsardo, Iglesias, Ittiri, Narbolia, Ozieri, Orani, Paolilatino, Santulussurgiu, Sindia, Sorso, Tempio e Tortolì (19%)35. Dalla documentazione, riguardo le condizioni sociali delle famiglie, si suppone che gli studenti che si recavano a Salamanca appartenessero a famiglie abbienti con notevoli possibilità di finanziare gli studi dei propri figli per assicurare loro un buon futuro lavorativo. Le spese da sostenere erano parecchie, il soggiorno in una città come Salamanca e il viaggio per arrivarvi 34 35

Idem, p. 541. Idem, Gli studenti sardi, cit., p. 62-64.

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richiedevano cifre non indifferenti. Il viaggio non era affatto breve. Gli studenti sardi aspettavano nei porti dell’isola, talvolta anche per mesi, il momento della partenza. Vanno aggiunti altri fattori che scoraggiavano gli studenti dall’intraprendere il viaggio: la preparazione del viaggio, la lentezza delle comunicazioni, l’assenza di corse continue, la presenza di pirati nei mari, il rischio di possibili naufragi. “La Sardegna appariva veramente lontana”36. Essi sfruttavano le occasioni favorevoli, come quella che si verificò nel 1595, quando giunsero nel porto di Cagliari parecchie navi che permisero una maggiore affluenza di studenti sardi all’università di Salamanca (si immatricolarono 5 studenti in quello stesso anno). La durata del viaggio variava a seconda della stagione e dei mezzi impiegati. Una volta arrivati sulle coste iberiche lo studente poteva affittare un cavallo o un mulo, o, se aveva le possibilità economiche, prendere un carro a buoi, mentre, i meno agiati si avviavano a piedi. Gli studenti che sbarcavano a Barcellona impiegavano quattordici giorni col mulo o diciotto a piedi, invece, coloro che sbarcavano a Valenza impiegavano dodici giorni col mulo o quindici a piedi. Molti studenti inoltre preferivano intraprendere il viaggio via terra, piuttosto che via mare, soprattutto per ragioni di sicurezza, tenendo presente la variabilità dei venti e dei mari. A causa di tutti questi imprevisti e difficoltà, capitava spesso che gli studenti non riuscissero ad arrivare il giorno in cui iniziava l’anno scolastico. La durata del viaggio poteva ritardare anche di mesi l’iscrizione all’università, la quale andava effettuata (personalmente) 36

A. RUNDINE, Gli studenti sardi, cit., p. 50, cfr. R. TURTAS, Studiare, istruire, governare. La formazione dei letrados nella Sardegna spagnola, Sassari, Edes, 2001, p. 16-19.

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subito al fine di ottenere la qualifica di studente, e andava rinnovata ogni anno. Il segretario dell’università annotava, nel libro di matricola, il nome e il cognome, il luogo e la diocesi di provenienza, la facoltà scelta, il giorno, mese e anno di iscrizione, e il titolo nobiliare, se lo studente ne era provvisto. I corsi iniziavano dal momento dell’immatricolazione dello studente, il quale doveva pagare i derechos de matricola, per evitare che questa venisse annullata. Ogni libro, rilegato in pergamena e redatto in castigliano, veniva fatto iniziare il giorno di San Martino, in occasione dell’elezione del rettore. La prima pagina riporta come titolo “Matricola de todos los estudiantes desta Universidad de Salamanca desde el año de […], siendo Rector […]”37. Nei libri di pruebas, invece, oltre al nome e cognome dello studente, alla diocesi e luogo di provenienza, si riportavano i corsi che gli studenti avevano frequentato, i caratteri somatici di coloro che apparivano sospetti, soprattutto quelli che provenivano dalle Indie, dal Messico o dalla Sardegna, e altre imperfezioni fisiche su cui ricadeva l’attenzione del segretario. L’anno scolastico iniziava il 18 ottobre, giorno di San Luca, e terminava l’8 settembre. I mesi effettivi dei corsi erano sei, ma, poiché le numerose feste presenti durante il corso dell’anno riducevano i giorni utili di lezione, il claustro optò per aumentare a otto i mesi dei corsi, i quali furono, ben presto, riportati a sei a causa delle proteste dei professori e degli studenti. Questi ultimi avevano la possibilità di completare la preparazione durante i

37

Idem, p. 75.

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cursillos de verano, frequentati principalmente, proprio, dagli studenti sardi, che durante l’estate rimanevano a Salamanca. Una volta immatricolati si mobilitavano alla “non facile” ricerca di un alloggio, infatti, «alquilar una vivienda no era cosa tan sencilla»38. I giovani sardi solitamente formavano una piccola comunità e decidevano di vivere nella stessa casa, dando luogo alle cosiddette “republicas estudiantiles”, dove ognuno versava la propria quota39. Tale scelta era quella più economica e permetteva loro di essere indipendenti. Secondo las Costituciones stabilite da papa Martino V, nel 1422, era proibito che il proprietario contrattasse privatamente con gli studenti la cifra da pagare, questa doveva essere stabilita da due ufficiali nominati dall’università e altri due nominati dal cabildo, per evitare che essi ne approfittassero. Tali disposizioni furono applicate già dai tempi di Alfonso X, il quale, in merito ai problemi di speculazione sui fitti che si erano venuti a creare, stabilì una cifra limite che non poteva essere superata (17 maravedís). Dai libri di matricola risultava che su 72 studenti sardi, il 44% ha il titolo di “don”, il 7% sono ecclesiastici e il rimanente 49% non possiede alcuna qualifica. Se tra il 1580 e il 1620 su 20 studenti solo il 15% possedeva il titolo di “don”, tra il 1621 e il 1690 su 52 studenti questo titolo apparteneva al 57% di essi. Ciò avvenne durante il regno di Filippo IV e agli inizi del regno di

38

L. E. RODRIGUEZ-SAN PEDRO BEZARES, Estudiantes en Salamanca (1590-1625). El hospedaje (bachilleres de pupilos), in El pasado historico de Castilla y León, vol. 2., Burgos, [s.n.], 1983, p. 188. 39 Idem, p. 188-189.

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Carlo II, quando, per problemi finanziari della Corona, si concessero tantissime patenti di nobiltà, passando da 124 titoli nel XVI secolo a 169 nel seguente40. La facoltà che andava per la maggiore era quella giuridica. I graduati in diritto trovavano impiego nelle istituzioni sarde, accaparrandosi il titolo nobiliare. A Salamanca lo studente sardo generalmente iniziava e concludeva la sua formazione: su 42 studenti che dal 1580 al 1637 si immatricolarono a Salamanca il 72% si iscrive al 1° anno, il 28% al 2° e solo il 2% al 3°. Questo ci fa capire come la maggior parte degli studenti preferiva iniziare e portar a termine gli studi nella stessa università. La situazione degenerò dal 1638 al 1690, quando solo il 30% si immatricolava al 1° anno, il 70% al 2° o agli altri anni successivi dato che lo studente si recava a Salamanca solo per conseguire il grado, avendo iniziato la sua carriera universitaria nell’isola. Dai dati si viene a conoscenza che 10 studiarono a Cagliari, 9 a Sassari, 3 a Barcellona, e poi ancora Pisa, Huesca, Valenza, Saragozza e Lovanio, con uno studente ognuna. Altri, anche se in minoranza, abbandonarono l’università salmantina per recarsi altrove a conseguire i gradi. La meta preferita era Pisa, in cui si recò l’11% dei 72 studenti, come nel caso dello studente Francesco Piquer, il quale si gradua in diritto canonico a Salamanca e in utroque iure a Pisa41. Di 72 studenti, il 47% si immatricolava nelle facoltà di Diritto Canonico e Leggi. Gli studi giuridici duravano cinque anni. Chi sceglieva Diritto Canonico, durante il primo e secondo anno, doveva assistere ai corsi di 40 41

A. RUNDINE, Gli studenti sardi, cit., p. 65-66. Idem, p. 68.

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decreto e decretales; durante il terzo le lezioni di sexto e riprendeva con le decretales, che doveva seguire anche al quarto, e durante il quinto le lezioni di clementine. Chi invece, optava per la facoltà di Leggi, il primo anno seguiva le lezioni di instituta e il secondo quelle di codigo, corso frequentato anche durante il terzo in cui si seguiva pure digesto, impartito anche negli ultimi due anni. Nel 1594, il visitatore reale Zuñiga decise che, per evitare la fuga degli studenti in università meno rigorose, coloro che avevano ottenuto il grado in Diritto Canonico potessero graduarsi anche in Leggi dopo aver seguito due corsi di codigo o di digesto. Allo stesso modo quelli graduatisi in Leggi avrebbero dovuto seguire due corsi di decretali, sexto o clementine per ottenere il grado in Diritto Canonico42. I gradi nelle università tradizionali erano tre: Baccellierato, Licenza e Dottorato. Il titolo più importante, ma il meno conseguito, era quello di dottore. Gli studenti che superavano l’esame di dottorato, per tradizione, dipingevano, sui muri esteriori dell’Università, del Patio de Escuelas, de la calle de Libreros ecc. il Vítor rosso, simbolo di vittoria, con il sangue di un toro mischiato ad ocra, e al di sotto il proprio nome43. Il titolo più diffuso era quello di baccelliere, che abilitava all’esercizio della professione, raggiunto dal 39% dei 72 studenti sardi. La licenza, invece, permetteva di diventare docente universitario. Lo studente, per conseguire il

42

Cfr. A. RUNDINE, La formazione, cit., p. 546 oppure Gli studenti sardi, cit., p. 70. J. ÁLVAREZ VILLAR, La Universidad de Salamanca. Arte y tradiciones, Salamanca, Universidad de Salamanca, 1990, p. 205-208. 43

30


grado nelle facoltà giuridiche, doveva dimostrare di aver seguito i corsi assistendo alle lezioni per un certo periodo. Coloro che, dopo aver conseguito il grado, intendevano proseguire gli studi, venivano immatricolati come “baccelliere passante”, titolo che gli permetteva sia di completare gli studi giuridici, in tempi ridotti, sia di sostituire i professori con “lezioni straordinarie”44. Il conseguimento del grado abilitava i neo laureati all’esercizio delle professioni giuridiche esistenti in Sardegna. Gli uffici in cui potevano lavorare erano quelli della Reale Udienza (il tribunale supremo), della Reale Cancelleria, della Procurazione Reale, di responsabili del regio patrimonio, di avvocati e di procuratori fiscali, sino agli uffici minori. Trovarono impiego nella Reale Udienza: l’avvocato Giovanni de Andrada di Castelsardo, Antonio Canales de Vega e Stefano Aleman di Cagliari, Pietro Quesada e Diego Cano Binacarello di Sassari. Nella Procurazione Reale: Francesco Piquer e Andrea Rosso di Sassari. Canonici e prelati che studiarono a Salamanca furono: Cucuru Saturnino, canonico della cattedrale di Cagliari e Diego Denti, rettore di Dorgali. Alcuni letrados invece trovarono lavoro fuori dall’isola: Pietro Grasso, Leonardo Delfino e Sebastiano Cisne. Per concludere, il 47% degli studenti sardi presenti a Salamanca ha frequentato due università, il 7% una solo, due studenti hanno frequentato tre università, uno solo quattro e l’11% conclude gli studi in altre università. Del restante 30% non si hanno notizie.

44

A. RUNDINE, Gli studenti sardi, cit., p. 71.

31


I 72 studenti sardi che studiarono a Salamanca furono: 1. Coasina Leonardo. Sassari. Leggi. 2. Cadoni Miguel. Sardegna. Leggi. 3. De Andrada Juan. Castelsardo. Diritto canonico. 4. Pintor Gabino. Sindia. Diritto canonico. 5. Rava単eda De Antonio. Cagliari. Diritto canonico. Don. 6. De Leda Gavino. Sassari. Leggi. 7. Boy Juan Bauptista. Cagliari. Leggi. 8. Ledda Fundoni Francesco. Sassari. 9. Fondone Gavino. Sassari. Leggi. 10. Araola Gavino. Sassari. Leggi. 11. Castelvy Carlos. Cagliari. Diritto canonico. Don. 12. Choncha Lorenzo. Sassari. Leggi. 13. Manca Salvador. Sardegna. Diritto canonico e Leggi. 14. Rojo Andres. Sassari. Diritto canonico. 15. Cassagia Nicolas. Sassari. Leggi. 16. Usay Pablo Francisco. Tempio. Leggi e Diritto canonico. Don. 17. Chapino Augustin. Sassari. Leggi e Diritto canonico. 18. Cillara Juan Pedro. Sassari. Diritto canonico e Leggi. 19. Rojo Miguel. Sassari. Diritto canonico. 20. Mongena Augustin y Cillara. Sassari. Diritto canonico. 21. Canales de Vega Antonio. Cagliari. Leggi e Diritto canonico. 22. Paduano Pedro Pablo. Sassari. Leggi e Diritto canonico.

32


23. Piquer Francisco. Sassari. Diritto canonico. Don. 24. Sierra Juan. Sassari. Diritto canonico e Leggi. 25. Ornano Pedro Pablo. Sassari. Leggi, Diritto canonico e Teologia. 26. Roso Pedro. Sassari. Diritto canonico. 27. Taber Antonio. Sassari. Leggi e Diritto canonico. 28. Pirela Antonio. Cagliari. Diritto canonico e Leggi. Don. 29. Pi単a Salbador y Mano. Sorso. Diritto canonico e Leggi. Don. 30. Ferino y Carta Juan. Narbolia. Diritto canonico e Leggi. 31. Escharcioni Cosme. Cagliari. Leggi e Diritto canonico. 32. Denti Diego. Santulussurgiu. Diritto canonico e Leggi. 33. Rolando Andres. Cagliari. Leggi e Diritto canonico. Don. 34. Garau Joseph. Cagliari. Leggi. 35. Fontana Juan Gavino. Sassari. Diritto canonico e Leggi. Don. 36. Brunengo Estevan. Sassari. Leggi. Don. 37. Otger Juan Antonio. Iglesias. Diritto canonico. 38. Otger Pedro. Iglesias. Diritto canonico. 39. Freguerio Pedro Paulo. Orani. Diritto canonico e Leggi. 40. Aquena Gabino y Pilo. Sassari. Diritto canonico. Don. 41. Aleman Antonio Estevan. Cagliari. Leggi e Diritto canonico. Don. 42. Cao Luxorio. Cagliari. Leggi e diritto canonico. Don. 43. Arnal de Bolea Francisco. Cagliari. Leggi e diritto canonico. Don. 44. Cao Joseph. Cagliari. Leggi e Diritto canonico. Don. 45. Escharchoni Salbador. Sardegna. Leggi.

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46. Delfin Leonardo y Capuxedo. Sassari. Diritto canonico e Leggi. Don. 47. Vila Angel. Sassari. Diritto canonico e Leggi. Don. 48. Machin Ambrosio de Santujo. Cagliari. Diritto canonico e Leggi. Don. 49. Caroleda Giorgio. Sassari. Diritto canonico e Leggi. Don. 50. Sogia y Tola Francisco. Ozieri. Diritto canonico e Leggi. Don. 51. Cano Viancarelo Diego. Sassari. Diritto canonico e Leggi. Don. 52. Stante Francisco. Sassari. Diritto canonico. 53. Lay Diego. TortolĂŹ. Diritto canonico. 54. Frasso Pedro. Sassari. Diritto canonico. Don. 55. Cisne Sebastian. Ittiri. Diritto canonico. 56. Quesada Pedro. Sassari. Diritto canonico e Leggi. Don. 57. Urson Francisco. Sassari. Diritto canonico. Don. 58. AcorĂ y Figo Joseph. Cagliari. Diritto canonico. 59. De la Bronda Carlos Athanasio. Cagliari. Diritto canonico. Don. 60. Cucuru Saturnino Bonifacio. Cagliari. Diritto canonico. 61. Carta Miguel. Benetutti. Diritto canonico e Leggi. Don. 62. Serra Gavino. Sassari. Leggi. Don. 63. Vespano Juan. Diritto canonico. 64. Barangana Juan. Sassari. Diritto canonico e Leggi. Don. 65. Cugurra Gavino. Sassari. Diritto canonico e Leggi. Don. 66. Quesada Francisco. Sassari. Leggi. Don. 67. Carnicer Barryeso Gaspar. Cagliari. Diritto canonico e Leggi. Don. 68. Jaime Ignacio. Cagliari. Leggi.

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69. Vaca Demetrio. Paulilatino. Leggi. 70. Jaime Sequi. Cagliari. Leggi. 71. Aleman Pedro. Cagliari. Leggi e Diritto canonico. Don. 72. Sanjust Antioco. Cagliari. Leggi e Diritto canonico. Don45.

45

Per ulteriori notizie sui singoli studenti si veda il saggio di A. RUNDINE, Gli studenti sardi, cit., p. 77-103.

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CAPITOLO III LA UNIVERSIDAD SALMANTINA 1. Le origini L’università di Salamanca venne fondata verso la fine del 1218 dal re Alfonso IX di León, il quale la preferì alle altre città del regno per i seguenti motivi: il clima sano, la posizione geografica, gli ampi confini, il numero superiore di abitanti. Il re che, tuttavia, favorì maggiormente questa università fu Alfonso X, “el Sabio”, il quale nel 1254 attuò la prima organizzazione del Estudio per mezzo della concessione di un ampio statuto giuridico, creato seguendo il modello bolognese. Scrive così en las Partidas: «De buen aire e de fermosas salidas debe ser la villa do quieren establecer el Estudio, porque los maestros que muestran los saberes e los escolares que los aprenden vivan sanos en él e puedan folgar e recibir placer en la tarde cuando se levantaren cansados del estudio»46. Papa Alessandro IV, sollecitato dal re, confermò, il 6 aprile del 1255, la fondazione dell’università grazie al previo consenso del vescovo e del cabildo della città “con previo consejo y asentimiento del obispo y cabildo de la ciudad de Salamanca”47. L’11 giugno del 1255 concesse allo Studio

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V. BELTRÁN DE HEREDIA, Los orígenes de la universidad de Salamanca, Salamanca, Ediciones Universidad Salamnca, 1999, p. 31, Las Partidas, più compiutamente ley de las siete partidas, il Codice voluto dal re Alfonso X. 47 M. FERNÁNDEZ ÁLVAREZ; L. ROBLES CARCERO; L. E. RODRÍGUEZ SAN PEDRO BEZARES, La Universidad de Salamanca. Historia y proyecciones, Salamanca, Ediciones Universidad de Salamanca, 1989, p. 18.

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salmantino l’uso di un proprio sigillo; il 22 settembre la licentia ubique docendi, ossia la facoltà riconosciuta agli studenti, che avessero conseguito il grado nell’università di Salamanca, di insegnare in tutto il mondo, eccetto nelle università di Bologna e Parigi. Inoltre revocò la proibizione rivolta agli ecclesiastici, nel 1219 da papa Onorio III, di studiare e perciò, insegnare diritto civile, tale prassi fu opportuna dato che in questo periodo a Salamanca erano chierici la maggior parte degli studenti. Le autorità che si occuparono del funzionamento dell’università furono sopratutto el cabildo, il vescovo e il re, i quali «actuaron las más de las veces en buena armonía, tratando de proteger a la universidad…»48. Un’altra figura importante fu quella del rettore. Durante i primi anni dell’università ci furono due rettori, a imitazione dell’università di Bologna, uno probabilmente rappresentava il regno di León e l’altro quello di Castiglia. In seguito con le costituzioni di Benedetto XIII e Martino V, del secolo XV, si stabilì la presenza di uno solo. Nei primi due secoli el Estudio, non essendo dotato di edifici propri, chiedeva in affitto i locali appartenenti ai conventi e al cabildo della città, soltanto nel XV secolo avrà strutture proprie come, las Escuelas Mayores, las Escuelas Menores, el Hospital del Estudio, la Biblioteca e la Capilla. Un documento di grande valore a riguardo è la Carta Magna, il celebre diploma, concessa da Alfonso X all’università salmantina. Secondo il progetto del re, el Estudio general doveva comprendere almeno il trivium, ovvero un

48

Idem, p. 20.

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corso di grammatica, retorica e dialettica, le facoltà di leggi e di diritto canonico. Il documento regio stabilisce: due facoltà di diritto civile, tre di diritto canonico, due di fisica, intesa come facoltà di medicina, due di logica e due di grammatica, comprendenti anche la retorica e la poesia, ed infine la cattedra di musica. Riguardo quest’ultima Rashdall, poeta e critico statunitense, scrive: «Salamanca es la primiera Universidad que da grados en música, que no los dan ni París ni las universidades italianas. En Oxford no aparece hasta el siglo XV»49. Infine, un estacionario, che era, allo stesso tempo, il libraio e bibliotecario dell’università e aveva la sua estación, non dentro l’università ma, vicino alla cattedrale, il suo compito era quello di provvedere a conservare «todos sus exemplarios buenos e correctos»50. A Salamanca prevalevano le discipline giuridiche, sia per l’influsso che ebbe la Escuela compostelana sul Estudio salmantino, sia per la propensione del re Alfonso X verso queste materie e sia perché il re necessitava di personale competente per amministrare il regno. Per l’insegnamento del diritto civile ci si basava sul Corpus iuris civilis, invece il diritto canonico si spiegava tramite il Corpus iuris canonici. Non si sa la durata certa degli studi giuridici di questi anni, ma, probabilmente era la stessa che appariva nelle costituzioni di Martino V, ovvero sei anni per ottenere la licenciatura in diritto civile e sei per quella di diritto canonico, che una volta

49

V. BELTRÁN DE HEREDIA, Los orígenes, cit., p. 73, cfr. H. RASHDALL, The Universities of Europe in the Midlle Ages, Oxford, 1942, tomo II, p. 81. 50 S. DI LISO, Domingo de Soto nell’Università di Salamanca, in Domingo de Soto. Dalla logica alla scienza, Bari, Levante editori, 2000, p. 49, cfr. V. Beltrán de Heredia, Los orígenes, cit., p. 75-76.

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raggiunta, allo studente veniva concessa, come detto, la licentia ubique docendi. Durante i primi secoli, la maggior parte degli studenti proveniva dai regni della Castiglia e del Portogallo, e, in minime quantità, anche dalla Navarra e dall’Aragona. Un altro documento importante è la Historia de la Universidad de Salamanca scritta dal sacerdote Pedro Chacón nel 1569. Si tratta della prima storia dell’università salmantina di cui si ha notizia: un’opera storica preziosa, redatta con un castigliano scorrevole e corretto, scritta dall’autore sino al foglio 93, il quale trascrive gli aspetti più importanti di carattere «institucional, económico y docente»51. L’obiettivo principale, espresso chiaramente nel suo scritto, fu quello di spiegare l’importanza che l’università rivestiva e «como en ella más que en otra ninguna del mundo» si fossero conservate la lealtà politica e l’ortodossia religiosa, qualità che doveva

conoscere il Santo Padre in

maniera tale da concederle, con maggior volontà, il privilegio richiesto52. Purtroppo non si hanno notizie della versione originale. È bene precisare, infine, che l’intervento monarchico quanto quello papale permisero, sin dagli inizi, lo sviluppo del Estudio, gli statuti e le costituzioni,

quelle

di

Benedetto

XIII

e

di

Martino

V,

incisero

fondamentalmente sull’università salmantina.

51

P. CHACÓN, Historia de la Universidad de Salamanca hecha por el maestro Pedro Chacón, Salamanca, Ediciones Universidad de Salamanca, 1990, p. 12. 52 Idem, p. 19; 47.

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2. La vita studentesca nei secoli XVI e XVII Gli studenti che intrapresero gli studi a Salamanca comprendevano diversi gruppi, i principali sono: los generosos, ovvero i nobili e le dignità ecclesiastiche; los religiosos, appartenenti agli Ordini religiosi (domenicani, francescani, carmelitani e agostiniani); los colegiales ( membri de los Colegios Mayores, Menores e de las Ordenes militares) e infine los manteístas (pupilos, camaristas, compañeros de republicas de estudiantes)53. Quest’ultimo era il gruppo più numeroso, e los pupilos, tra tutti, erano coloro che appartenevano a famiglie agiate. Essi, soprattutto per desiderio dei genitori, vivevano nei pupilajes vigilati da un pupilero o bachiller (si trattava spesso di religiosi) che fungeva da maestro, padre e amministratore, il quale doveva essere un buon cristiano, di buoni costumi, doveva avere più di 25 anni e non poteva tenere più di venti pupilos nella sua casa. Si diventava bachiller sostenendo e superando l’esame “de moribus et vita et sufficientia”, davanti al maestrescuela e ai dottori cattedratici54. La vita del pupilo era regolamentata dagli statuti dell’università, con norme severe e una costante vigilanza, i pupilajes, infatti, venivano controllati due volte l’anno dai funzionari dell’università, i quali dovevano assicurarsi che le condizioni di vita al loro interno fossero favorevoli. I compiti che il bachiller era tenuto a svolgere erano svariati. Innanzitutto doveva controllare, al mattino, se gli studenti erano usciti dalle 53

M. FERNÁNDEZ ÁLVAREZ; L. ROBLES CARCERO; L. E. RODRÍGUEZ SAN PEDRO BEZARES, La Universidad, cit., p. 92-93. 54 L. E. RODRÍGUEZ- SAN PEDRO BEZARES, Estudiantes, cit., p. 188, cfr. F. J. ALEJO MONTES, La Universidada de Salamanca bajo Felipe II. 1575-1598, [Valladolid], Junta de Castilla y León, 1998, p. 305.

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loro camere per andare a lezione o, in caso contrario, svegliarli; vigilare se studiavano, e ciò anche, di notte, in tal caso, infatti, doveva dare ad ognuno una candela che durasse almeno tre ore; doveva mangiare insieme a tutti i suoi pupilos, ai quali era vietato assolutamente mangiare nelle loro camere, eccetto quando erano ammalati. Ancora, doveva controllare se andavano a messa; se giocavano a carte o a dadi, essendo loro proibito; chiudere la porta a chiave, ad una certa ora, e non aprirla ai pupilos qualora non avessero rispettato il “coprifuoco”, e se questo succedeva, alla quarta volta, il bachiller doveva informare il maestrescuela. Gli statuti proibivano, inoltre, che nello stesso pupilajes ci fossero studenti di diverse facoltà, potevano stare insieme solo i giuristi con i canonisti e i teologi con artisti e medici, in modo tale che si creasse un ambiente di studio e convivenza omogeneo55. Nel XVII secolo i pupilajes non erano più tanto frequenti come nel secolo precedente e gli studenti decidevano di vivere in «republicas»56. Secondo lo statuto del 1561, gli studenti dovevano indossare «loba, manteo y bonete», si trattava di un’uniforme semplice, di lana o lino, costituita da una sorta di veste, un cappello e un cappotto, il manteo, da cui deriva l’appellativo di manteístas. Erano proibiti i materiali sontuosi come la seta e gli ornamenti preziosi di oro e argento. Per di più era loro proibito portare qualsiasi tipo di arma «ofensivas ni difensivas»57.

55

Idem, p. 191. M. FERNÁNDEZ ÁLVAREZ; L. ROBLES CARCERO; L. E. RODRÍGUEZ SAN PEDRO BEZARES, cit., p. 141-142. 57 Idem, p. 95. 56

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Per quanto riguarda la vita studentesca in questi anni si può ricorrere al Diario del fiorentino Girolamo Da Sommaia, il quale intraprese gli studi di diritto, civile e canonico, all’Università Pontificia di Salamanca, tra il 1599 e il 1607. Purtroppo si conserva solo una parte del diario, riguardante gli ultimi quattro anni. Il suo diario era principalmente uno strumento di ricordo, in cui l’autore riportava il vissuto quotidiano e i dettagli più intimi della sua vita, con un linguaggio misto (usava il toscano, il castigliano italianizzato, il latino ecc.) che rifletteva l’ambiente poliglotta in cui viveva. Da Sommaia, di famiglia nobile, poté permettersi di vivere in una casa individual, che apparteneva alla cattedrale o al priore a cui pagava l’affitto. Si trattava di case poste sotto il controllo di una padrona di casa aiutata dalle sue domestiche come in questo caso: «Le servían el ama Martinez, que gobernaba la casa ayudada por una series de criadas; un servidor entre mayordomo y secretario, Irazábal hasta 1605, y luego Juan de Arralde, un cocinero y el camarero Antonio Tello»58. Egli rispettava assiduamente i doveri religiosi, assistendo spesso alla messa, soprattutto durante la quaresima. Oltre alla vita religiosa, conduceva una attiva vita sociale, molti furono gli incontri sessuali e le relazioni che intrattenne con gli amici (italiani, inglesi, irlandesi e alcuni tedeschi e polacchi), con i quali si incontrava per giocare a carte, i giochi più comuni erano: «bazzica», «banco

58

G. HALEY, Diario de un estudiante de Salamanca, Salamanca, Universidad de Salamanca, 1977, p. 44.

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fallito», «primiera», «traversar a pichetto», «quinze», «al parare», «chinola»59. Altri rapporti li coltivò con professori, monaci e frati. Amava i libri, la poesia castigliana, la storia di Spagna e i classici, soprattutto Seneca, di cui lo affascinava la sua concezione del tempo, espressa in una delle epistole indirizzata all’amico Lucilio, al quale consiglia di farne buon uso che spesso viene sprecato inutilmente: «omnia aliena sunt, tempus tantum nostrum est»60. Accanito bibliofilo quindi e frequentatore delle biblioteche della città. Un’altra sua grande passione era il teatro, molto vivo a Salamanca tra il 1603 e il 1607, quando si rappresentarono 188 commedie61. Il teatro, durante il barocco, era una delle attività che suscitava notevolmente l’interesse degli studenti. Il diario evoca in ogni momento l’ambiente, gli abitanti e le usanze della città. Salamanca con i suoi dintorni si focalizza negli angoli, monumenti e vie che Da Sommaia era solito percorrere: «la plaza de San Martín, la calle de Scoto y la de Zamora, el Hospital, los conventos de San Francisco, de San Augustín, de Jesús, el palacio de Monterrey, el huerto del Deán y el de los Zúñigas, la Vega, el Desafiadero, el río»62.

59

Idem, p. 46. Idem, p. 38. 61 L. E. RODRÍGUEZ-SAN PEDRO BEZARES, La Universidad Salmantina del Barroco, periodo 1598-1625. III. Aspectos sociales y apendice documental, Salamanca, Ediciones Universidad de Salamanca, 1986, p. 427. 62 Idem, p. 81-82. 60

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CONCLUSIONI

Con questo lavoro si è cercato di far capire in che modo la dominazione “spagnola” abbia influenzato “gli usi e i costumi” dei sardi. L’età spagnola che spesso si ritiene un’epoca di decadenza per la Sardegna, rappresentò, invece, un’età fiorente per ciò che concerne, in particolar modo, la diffusione di nuove idee e di uomini, gli scambi commerciali, culturali e artistici. L’obiettivo principale, tuttavia, è stato quello di far conoscere la realtà studentesca sarda, nei secoli XVI e XVII, che optava di studiare in un’università come quella di Salamanca, in cui predominavano gli studi del diritto, il cui motto era, sin dagli inizi del Rinascimento, «Salmantica docet»63. L’importanza dell’istruzione era un fenomeno già diffuso allora, anche se arrivato tardi nell’isola, e, come visto, gli studenti sardi ambivano a frequentare un’università prestigiosa, nonostante tutte le difficoltà e i costi che si presentavano per arrivare in una città così lontana. Questo lavoro ha suscitato in me molta curiosità e interesse. Avendo fatto l’Erasmus proprio in questa città, è stato piacevole venire a conoscenza delle origini dell’università, della vita sociale e studentesca che si svolgeva nella Salamanca di “qualche” secolo fa. Tutt’oggi Salamanca rimane una meta ambita dagli studenti di tutto il mondo e non meno da quelli sardi. Basti pensare che nella mia classe di 63

P. CHACÓN, Historia de la Universidad de Salamanca, cit., p. 17.

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spagnolo, su 15 studenti, 3 eravamo sardi, ma ci tengo a precisare che durante il mio soggiorno salmantino ho avuto modo d’incontrarne tanti altri. Studenti propensi nel far conciliare studio e divertimento! «Salamanca è un gioiellino di città», questo è quello che ho da subito pensato. Culturale, viva e a misura d’uomo. Passeggiare per le sue vie, così caratteristiche, dava la sensazione di vivere in un’altra epoca. E che dire della piazza, Plaza Mayor, il salotto per eccellenza, hermosa, luminosa, accogliente, con il suo orologio, era un comune punto d’incontro. Mai mi scorderò queste parole: «nos vemos bajo el reloj». Potrebbe diventare il nuovo motto di Salamanca! E poi ancora la ranita de la suerte, “il portafortuna degli studenti”, che si trova nella facciata dell’Università, fremevo dalla curiosità di trovarla. La magnificenza della Cattedrale e della facoltà di Filologia; la Casa de las Conchas; le cicogne; i tramonti sul Tormes; il ponte romano; mis compañeros de piso; las tapas; la cioccolata con churros; el jamon serrano; i buñuelos con nata; le feste; la gente muy loca… e più il tempo passava e più la sentivo “mia”. Mi sorprendeva scoprire che ci fossero parecchie cose che la accomunano alla nostra isola. Soprattutto quando venivo a conoscenza di parole molto simili al sardo, o addirittura uguali, mi sentivo fortunata e orgogliosa! Parole come gana, acabar, feo, cara, barato. Ogni giorno era un nuovo giorno per imparare qualcosa, qualcosa che mi porto dentro, qualcosa di indelebile.

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Ho imparato tanto e non parlo solo degli esami, di quello che ho studiato, ma mi riferisco a qualcosa di più profondo…Salamanca è stata la mia maestra di vita!

Un consiglio: «Quien quiere aprender que venga a Salamanca».

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RINGRAZIAMENTI

Vorrei ringraziare: La professoressa Olivari per la sua disponibilità e gentilezza. I miei genitori che mi hanno dato l’opportunità di studiare e hanno creduto in me. I miei laureati di fiducia: Seba e M.Giorgia… Grazie per i preziosi consigli! Nonno: sono contenta di condividere questo momento tanto importante anche con te. Nonna che da lassù mi protegge…mi manchi! Silvia che mi è sempre vicina. Ylenia che a dicembre ha addolcito questo momento. Tutti i miei familiari… Le mie colleghe/i che hanno reso le lezioni ancora più interessanti. P.S. ci aspetta un altro viaggio stile quello fiorentino. Le mie coinquiline, Silvia, Claudia, Noemi, Sara, Maria, con le quali ho condiviso risate, pianti, confidenze, vicini alquanto strani, karaoke, cene a base di pollo e bastoncini di zio Beppe, per non parlare dei famosi dgirol de banca…grazie per i bei momenti! I miei amici, quelli vecchi che continuano a far parte della mia vita, i nuovi che contribuiscono ad arricchirla.

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Chi durante il primo periodo del mio Erasmus mi ha dato fiducia e coraggio per continuare il “viaggio”…ne è valsa la pena! Infine un ringraziamento speciale va a tutti i miei compañeros

salmantinos che hanno reso questo Erasmus indimenticabile!

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Gli studenti sardi a Salamanca nei secoli XVI e XVII  

Il seguente lavoro è dedicato principalmente agli studenti sardi che nel XVI e nel XVII secolo frequentarono l’Università salmantina. È Stat...

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