Page 1


Collana LaBlu  Serie BIG‐C  Grandi Caratteri    La  serie  Big‐C,  Grandi  Caratteri,  grazie  all’alta  leggibilità  del  carattere  utilizzato  in  stampa  e  alle  sue  dimensioni  (generalmente  13  o  14),  propone  testi  di  agile  lettura  rivolti  in  particolare a lettori con problemi visivi (ipovedenti).  Assieme a questo libro e fino a esaurimento scorte, viene dato  in  omaggio  un  audiolibro  su  CD  che  permette  in  particolare  a  persone  non  vedenti  o  con  problemi  di  dislessia,  di  ascoltare  il  racconto  anziché  leggerlo.  Precisiamo  che  per  i  lettori  con  problemi  di  dislessia  sono  in  commercio  pubblicazioni  a  stampa  realizzate con caratteri e accorgimenti particolari, che i libri della  nostra serie non utilizzano. Tuttavia,  il carattere utilizzato nella  serie Big‐C (Candara) si presta comunque molto bene allo scopo.  La presente opera è stata realizzata SENZA alcun finanziamento  o contributo statale, pubblico o privato, ma esclusivamente con  il capitale della Casa Editrice.  Gli  audiolibri  forniti,  offerti  in  omaggio  a  scopo  promozionale  e  realizzati  in  collaborazione  con  l’Associazione  Servizi  Culturali,  sono narrati da non professionisti dalla voce chiara e gradevole. 


Grazie a una particolare e rivoluzionaria iniziativa, JukeBook, i CD  allegati ai libri possono essere scambiati con altri CD.  All’interno  del  CD  sono  presenti  tutti  gli  approfondimenti  sull’argomento.                      www.jukebook.it  www.labandadelbook.it  www.0111edizioni.com 


FRANCESCO LUPO           

CONTAGIO

www.0111edizioni.com


www.0111edizioni.com   www.labandadelbook.it                       CONTAGIO  Copyright © 2012 Zerounoundici Edizioni  ISBN: 978‐88‐6307‐425‐3  In copertina: Immagine Shutterstock.com        Finito di stampare nel mese di Marzo 2012 da  Logo srl  Borgoricco ‐ Padova 


Dedicato a  M.                 


7               12 maggio 2010. Ore 01.15 a.m.   

Mancava ormai  poco.  Era  una  fresca  notte  di  marzo  e  una  lieve  pioggerella  batteva  incessantemente  sui  vetri  dell'abitazione.  Seduto  nel  suo  studio,  stava  rileggendo  per  l'ennesima  volta  il  contratto  firmato  qualche  giorno  prima. Il rumore della pioggia si mescolava al martellante  ticchettio  dell'orologio,  che  all'interno  della  stanza  scandiva inesorabile lo scorrere del tempo. Era un vecchio  pendolo  che  stonava  con  l’arredamento  moderno  dell’appartamento, ma si trattava pur sempre di un regalo  di Clara, la zia che si era presa cura di lui quando, appena  bambino, aveva perso entrambi i genitori in un incidente  stradale.  La mezzanotte era passata da un pezzo, tuttavia l’uomo,  assorto  nei  suoi  pensieri,  sembrava  quasi  non  accorgersene.  I  suoi  occhi  si  erano  soffermati  su  una 


8 clausola del contratto, che rigirava ossessivamente tra le  mani:  “...I  membri  della  missione  non  potranno  in  alcun  modo  abbandonare  il  modulo  abitativo  per  i  tre  anni  pattuiti nel presente contratto, neppure per problemi fisici  o  di  natura  mentale.  Alla  scadenza  del  terzo  anno  un  dispositivo  automatico  provvederà  all’apertura  del  portellone di uscita…”.  Era  chiaro.  Per  conferire  realismo  a  una  simulazione  bisognava  valutare  attentamente  e  verificare  sul  campo  tutti gli eventuali rischi che ne sarebbero potuti derivare.  Era  chiaro  che  nel  peggiore  dei  casi,  se  qualcosa  fosse  andato storto, sarebbero potuti morire lì dentro.   Il  cosmonauta  lo  sapeva  bene,  ma  partecipare  a  quell’esperimento  costituiva  la  sua  occasione  della  vita.  Tre anni erano tanti ma che importanza poteva avere per  chi come lui non aveva ormai più nessuno ad aspettarlo a  casa?   Trentadue anni e una vita dedicata quasi completamente  alla carriera. Convinto di non avere tempo per le relazioni  sentimentali, all'amore aveva preferito il lavoro, una vera  passione  a  cui  si  era  dedicato  con  fervore  assoluto.  Inoltre  zia  Clara  era  morta  l’inverno  precedente,   lasciandolo  solo.  Pensava  a  quante  volte  aveva  cercato  una scusa per giustificarle la sua assenza... La missione in 


9 cui  si  stava  imbarcando  era  di  assoluta  segretezza  e  lui  avrebbe  preferito  non  mentire  alla  donna  che  lo  aveva  cresciuto come una madre. La sua scomparsa lo esentava  dal  raccontare  ulteriori  fandonie,  però  non  poteva  nascondere  a  se  stesso  un  cupo  dispiacere  per  quell’angosciante  solitudine  che  l’accoglieva  a  ogni  rientro  in casa. Posò il contratto per  scrutare le foto dei  quattro  cosmonauti  che  lo  avrebbero  accompagnato  durante quei tre anni sotto la sua diretta responsabilità.   Lucy Bin, nata a Bejing ma cresciuta a Londra, psicologa e  medico  sportivo;  il  tedesco  Henrik  Krass,  fisico  aerospaziale;  il  francese  Michael  Husson,  pilota  con  il  quale  aveva  già  condiviso  alcune  precedenti  missioni  spaziali  e  il  russo  Andrei  Zotoik,  ingegnere  con  il  pallino  della  biotecnologia,  uomo  tanto  geniale  quanto  eccentrico.   E  infine  lui,  Matthew  Allen,  semplicemente  Matt,  un  americano il cui volto lentigginoso e i folti capelli rossicci  lasciavano  intuire  le  sue  chiare  origini  irlandesi.  ‘Orso  Matt’    lo  chiamavano  gli  amici  più  intimi,  per  quel  carattere  schivo  e  quel  suo  parlare  a  monosillabi,  che  lo  avvicinava tanto al burbero plantigrado.    Se nel privato era decisamente goffo e privo di tatto, sul  lavoro  si  trasformava:  si  trattava  indubbiamente  di  un 


10 ottimo professionista che, poco più che trentenne, era già  considerato  uno  dei  migliori  astronauti  del  comparto.  Matt e i suoi futuri compagni erano stati selezionati dalla  compagnia  spaziale  cinese  per  il  progetto  Mars900,  ufficialmente  per  simulare  un  viaggio  su  Marte  ma  principalmente  ‐  secondo  Matthew  ‐    per  fornire  agli  scienziati informazioni utili su come fisico e psiche umani  avrebbero  reagito  alla  costrizione  fisica  e  all'isolamento  per  un  periodo  così  lungo,  testando  in  questo  modo  lo  stress di una forzata convivenza.  Si  rese  conto  dell’orario.  Posò  le  foto  sulla  scrivania  e  si  stiracchiò, tendendo prima le gambe sotto il tavolo, poi le  braccia al di sopra della sua testa. Incrociò le mani dietro  alla  nuca  e  rimase  ancora  per  un  attimo  immobile  a  pensare. Ma era stanco e sentiva le palpebre pesanti dal  sonno,  desiderose  di  lasciarsi  alle  spalle  quella  lunga  giornata.  Così  finalmente  decise  di  andare  a  riposare.  I  giorni  successivi  sarebbero  stati  ricchi  di  impegni  ed  era  fondamentale  essere  pronto  e  reattivo  per  affrontare  al  meglio  ciò  che  lo  aspettava.  Si  strofinò  gli  occhi  mentre  un  lungo  e  profondo  sbadiglio  gli  fece  letteralmente  sparire la metà inferiore della faccia. Spense l’abat‐jour e  lentamente si avviò a tentoni verso la sua stanza, dove si 


11 lasciò cadere sul letto abbandonandosi con un gemito sul  cuscino.   

***   01 giugno 2013. Ore 07.15 a.m.   

Finalmente arrivò il momento tanto atteso. Erano rimasti  sigillati  in  quella  struttura  per  quasi  un  triennio,  fronteggiando  le  tre  fasi  previste  dall'addestramento.  Nella  prima  avevano  dovuto  affrontare,  anche  se  solo  virtualmente, i duecentocinquanta giorni di viaggio verso  Marte. Poi cinquecento giorni articolati tra la simulazione  dello  sbarco  sul  pianeta  rosso,  l’esplorazione  di  una  superficie che replicava alla perfezione il suolo marziano e  una serie di test riguardanti numerose nuove tecnologie.  Infine  i  duecentoquaranta  giorni  del  viaggio  di  ritorno.  All'interno  della  Mars900  le  condizioni  di  vita  di  un  equipaggio  in  viaggio  da  e  verso  Marte  erano  state  emulate  fin  nei  minimi  dettagli:  pochi  contatti  con  l'esterno,  scorte  di  cibo  ed  equipaggiamenti  stivati  all'interno del modulo abitativo, doccia solo una volta alla 


12 settimana,  imprevisti  ed  emergenze  creati  ad  hoc  dal  controllo missione.   I  nervi  di  Andrei  ed  Henrik  erano  stati  i  primi  a  saltare.  Andrei  in  particolare  già  da  tempo  non  vedeva  l’ora  di  abbandonare  quel  dannato  modulo.  Per  Matthew,  come  capo dell’operazione, non era stato affatto facile gestire i  momenti  di  altissima  tensione,  specie  negli  ultimi  mesi.  Tuttavia  anche  lui  era  felice  di  aver  portato  a  termine  l’esperimento.  Ancora qualche minuto e tutto sarebbe finito.  Il simulatore stava procedendo con il rientro verso Terra e  a  momenti  sarebbero  entrati  nell’orbita  terrestre.  Nonostante  il  nervosismo  fosse  ormai  insostenibile,  ogni  membro  dell’equipaggio  assolveva  alacremente  i  propri  compiti,  eseguendo  le  complesse  procedure  d’atterraggio.   La  dottoressa  Bin,  davanti  al  terminale  della  sua  postazione, stava verificando gli ultimi dati. Il suo sguardo  si  soffermò  su  di  un  file  in  particolare.  Era  quello  che  aveva  trattato  con  maggiore  attenzione  in  quella  interminabile  e  impegnativa  avventura.  Aggrottò  la  fronte,  avvicinandosi  allo  schermo  per  vedere  meglio.  Scorreva  quelle  informazioni  con  espressione  seria  e  provata.  Ma  non  era  il  fisico  ad  aver  risentito 


13 maggiormente di quell’esperienza. Le condizioni di tutti i  componenti  erano  discrete,  considerando  che  erano  rimasti  in  uno  spazio  così  ridotto  per  oltre  novecento  giorni.  Avevano  svolto  continui  esercizi  fisici,  due  ore  al  giorno, un allenamento necessario per evitare i problemi  di  osteoporosi  dovuti  alla  prolungata  assenza  di  gravità,  oltre  che  per  scongiurare  una  rapida  perdita  della  forma  fisica e delle capacità motorie. Era stato invece lo stress il  nemico numero uno, lo dimostrava chiaramente quel file,  che  raccoglieva  le  informazioni  relative  a  quel  lungo  ‘viaggio’.  La donna iniziò ad annotare nervosamente gli ultimi dati,  utili  a  concludere  una  volta  per  tutte  il  suo  rapporto.  Perennemente  ossessionata  dal  lavoro,  si  era  lanciata  a  occhi chiusi nella missione spaziale. Se n’era però pentita:  dal  suo  punto  di  vista  professionale  il  progetto  si  era  rivelato un totale insuccesso, come dimostravano tutte le  ricerche che riempivano i suoi fascicoli. Era stanca, voleva  tornare a casa. Già assaporava il piacere di una vera cena   e  di  un  bel  bagno  caldo...  Sentiva  proprio  il  bisogno  di  rilassarsi  comodamente  per  qualche  giorno  nel  suo  grazioso  loft,  un  open  space  arredato  secondo  il  minimalismo dello stile orientale e di fare una passeggiata  per  Londra  assieme  alla  sua  amica  Alysha,  magari  dopo 


14 aver  cenato  da  Hakkasan  ‐  il  suo  locale  preferito  ‐  un  ristorante situato in Hanway Place nel quartiere di Soho.  Quella  con  Alysha  era  un'amicizia  nata  ai  tempi  in  cui  studiava  alla  University  College  di  Londra.  Negli  ultimi  anni  si  era  gettata  a  capofitto  nel  lavoro  e  non  aveva  avuto  molto  tempo  da  dedicare  alla  cura  delle  relazioni  interpersonali. Alysha era una delle poche persone di cui  si  poteva  fidare  ciecamente.  Le  era  inoltre  stata  particolarmente vicina nei difficili giorni in cui aveva rotto  con Ryan, proprio qualche mese prima della partenza per  la  missione.  Non  vedeva  l'ora  di  fare  una  bella  chiacchierata  con  lei.  Le  relazioni  con  i  compagni,  rifletteva Lucy mentre perfezionava gli ultimi grafici, nate  inizialmente in un clima d’intesa e collaborazione, si erano  andate  deteriorando  a  poco  a  poco.  Anche  i  litigi,  che  erano  stati  una  costante  sin  dal    primo  anno  di  viaggio,  erano  ormai  cessati.  Solo  lei,  si  accorgeva  con  stupore,   talvolta  esplodeva  isterica,  stanca  dell’imprevedibilità  di  Andrei,  il  cui  stato  mentale  era  in  rapida  degenerazione.  In questa operazione Andrei aveva probabilmente pagato  a  caro  prezzo  la  prolungata  separazione  da  sua  moglie  Irina e dalle figlie Yulia e Anna. Tra le sue missioni spaziali  poteva  vantare  duecento  giorni  trascorsi  sulla  stazione  orbitante MIR, ma evidentemente tre anni chiuso in quel 


15 simulatore  per  lui  erano  stati  ben’altra  cosa.  Da  subito  il  suo  fare  saccente  aveva  creato  qualche  malumore  col  resto  dell’equipaggio.  Quando  era  in  atto  una  discussione,  poteva  andare  avanti  a  parlare  per  chissà  quanto tempo impadronendosi della scena e ostentando  le  sue  ragioni  fino  alla  nausea.  Era  senz'altro  un  uomo  geniale  ‐  laureatosi  col  massimo  dei  voti  presso  l’accademia  di  S.Pietroburgo  ‐  e  un  perfetto  solista  sul  lavoro,  ma  quando  si    trattava  di  cooperare  in  un  team  poteva  spesso  risultare  irritante,  soprattutto  visto  il  suo  modo  di  fare  estremamente  anticonformista.  La  comunicazione  tra  Matt  e  i  restanti  membri  del  gruppo  invece si era ridotta al minimo indispensabile. I primi veri  momenti  di  tensione  non  erano  però  imputabili  alle  artefatte  simulazioni  d’inconvenienti  tecnici,  ma  all’improvvisa  cessazione  dei  messaggi  dalla  base,  che  in  genere  ricevevano  almeno  una  volta  alla  settimana.  Già  da  tempo  gli  astronauti  avevano  avvertito  una  certa  apprensione  nelle  parole  del  loro  coordinatore  a  terra,  il  comandante  Pearl.  L’uomo  si  era  mostrato    sempre  più  scostante  in  ogni  contatto  con  il  gruppo,  ma  in  nessun  momento  aveva  lasciato  trapelare  la  possibilità  di  problemi  esterni.  Fino  a  quando,  improvvisamente,  non  avevano ricevuto più nessuna notizia. Negli ultimi cinque 


16 mesi quell’inspiegabile silenzio aveva innescato in loro un  forte  senso  di  angoscia  e  da  un  giorno  all’altro  si  erano  sentiti  ancor  più  soli  in  quell’angusta  dimora.  Tutti  i  loro  tentativi di collegamento con la base erano risultati vani.  Matthew  aveva  cercato  di  tranquillizzare  l’equipaggio:  “Probabilmente  avranno  voluto  rendere  la  prova   facendo  sparire  le  maggiormente  realistica,  comunicazioni...”  aveva  continuato  a  ripetere.  Un’eventualità  possibile  anche  se,  dentro  di  sé,  non  ne  era  del  tutto  convinto...  Soprattutto  vista  la  malcelata  preoccupazione sul volto tirato di Mr. Pearl.  Andrei  era  quasi  impazzito  all’idea  che  fosse  successo  qualcosa di grave e che quel maledetto portellone non si  sarebbe  mai  aperto.  Era  questione  di  poche  ore  e  avrebbero  scoperto  se  quella  simulazione  di  viaggio  su  Marte, i mesi trascorsi a effettuare test e passeggiate sul  Pianeta  Rosso,  vivendo  in  un  piccolo  modulo  abitativo,  sarebbe  stata  un  successo.  Li  avrebbero  accolti  come  degli  eroi?  O  tutto  era  stato  inutile  e  la  simulazione  un  fallimento?  Una  voce  calma  e  sicura  riportò  l'attenzione  di  tutti  alla  realtà,  informando  che  il  conto  alla  rovescia  sarebbe  cominciato entro trenta secondi. 


17 «Impatto  con  l’atmosfera  terrestre  tra  10,  9,  8...»  scandì  lentamente  Michael  dalla  consolle  di  comando  della  navetta.    

***  

Un contraccolpo,  seguito  da  uno  scossone  del  modulo,  indicò  l’impatto  col  suolo.  La  simulazione  d’atterraggio  era  avvenuta  senza  problemi.  Le  potenti  turbine  dei  generatori,  che  avevano  prodotto  un’incessante  ronzio  durante i tre anni di missione, avevano rallentato la corsa  e  quell’insopportabile  brusio  cominciò  ad  affievolirsi.  Matthew  e  i  suoi  compagni  si  guardarono  senza  parlare.  Poi, quasi a sorpresa, furono avvolti da una quiete che gli  apparve  surreale.  A  tutti  i  membri  dell’equipaggio  non  sembrò vero... Si erano fermate definitivamente, cedendo  il  campo  a  un  insolito  silenzio.  Andrei  si  slacciò  freneticamente le cinture, lanciandosi goffamente verso il  portellone.  Gli  altri  l’osservarono  rassegnati,  impossibilitati a trattenerlo da quella definitiva esplosione  di rabbia. 


18 «Vedete!  Non  si  apre  questo  fottuto  portellone!  Non  si  apre...  Non  si  apre!»  Urlò  battendo  vanamente  i  pugni  contro la spessa porta di ferro.  Aveva  gli  occhi  sbarrati,  mentre  continuava  a  lottare  come una furia contro il maniglione, ansimando a corto di  fiato  per  via  della  troppa  foga...Ma  si  dimenava  e  imprecava  inutilmente,  il  congegno  d’apertura  era  maledettamente  bloccato.  Stremato  da  quell’accumulo  d’inquietudine  e  tensione,  si  lasciò  cadere  a  terra  in  lacrime. S’inginocchiò con lo sguardo fisso sul pavimento  singhiozzando  nervosamente,  mentre  un  pianto  incontrollato prese a scorrergli giù per le guance.  Matthew  e  i  suoi  compagni  osservavano  inermi  quella  scena  di  isteria,  ma  proprio  mentre  Lucy  si  stava  lentamente  avvicinando  ad  Andrei  nel  tentativo  di  calmarlo,  spinta  da  un  ultimo  slancio  di  dovere  professionale,  la  luce  rossa  posta  al  di  sopra  del  portellone  diventò  verde,  accompagnata  dal  suono  lacerante  di  una  sirena  che  riecheggiava  a  tratti,  sincronizzata  al  lento  lampeggiare  della  spia.  Si  udì  un  sibilo,  poi  un  suono  meccanico  simile  allo  stantuffare  di  pistoni. Quando il suono fu cessato, la porta si aprì.  Andrei si alzò di colpo, scaraventando per terra la collega.  Si  affrettò  ad  afferrare  la  maniglia,  spingendo 


19 ansiosamente  la  massiccia  porta  metallica.  Non  appena  l’uscio  fu  rischiarato  da  uno  spiraglio  di  luce,  sentì  sulla  pelle  una  ventata  d’aria  che  da  tempo  sognava  di  respirare. Aria vera e non quella artificiale che per tre anni  aveva  dovuto  sopportare.  Finalmente  sarebbe  uscito  da  lì,  avrebbe  lasciato  quella  che  ormai  era  divenuta  una  prigione. Non sopportava più i suoi compagni d’avventura  o di sventura, come preferiva chiamarli.  Spinse  a  fatica  il  portello,  riuscendo  a  forzarlo  e  a  fiondarsi  all’esterno.  Nell’impeto  inciampò  e  cadde  per  terra.  Al  suo  seguito  uscirono  gli  altri,  abbandonando  definitivamente  il  container  ad  alta  tecnologia.  Il  simulatore  nel  quale  avevano  vissuto  tre  anni  era  composto  da  quattro  ambienti  interconnessi  tra  loro:  il  modulo  abitativo,  quello  utilizzato  per  riprodurre  l’ambiente marziano, il magazzino e l’unità medica, per un  volume totale di oltre ottocento metri quadri racchiusi in  un hangar.   Matt si guardò attorno, preoccupato. Strinse gli occhi e la  pelle del viso gli si tese. Seppure fossero all’interno di un  hangar,  quel  po’  di  luce  naturale  era  comunque  più  di  quanta ne avessero vista fino ad allora. Si portò la mano  sinistra  alla  fronte,  per  schermare  la  luce  del  sole  che  penetrava dai lucernai.  


20 Intorno a loro il nulla. E il silenzio più assoluto.   Alla loro partenza erano stati in molti gli addetti ai lavori  venuti ad assistere. Non si aspettava una festa nazionale,  ma  quell’immagine  di  vuoto  incondizionato  era  inquietante.  «Merde! Mais c’est pas vrai? Non c’è nessuno! Che diavolo  è  successo?»  Disse  Michael.  Il  pilota  ultimamente  quasi  senza accorgersene parlava spesso in francese, sua lingua  natia,    soprattutto  nei  momenti  di  forte  stress.  Ormai  i  suoi  colleghi  si  erano  abituati  e  anzi  quella  sua  melodica  parlata risultava loro gradevole.  «Non  lo  so...»  la  voce  di  Matt,  che  per  tutta  la  missione  aveva  cercato  di  trasmettere  sicurezza,  divenne  di  colpo  titubante.  L’enorme hangar dava evidenti segnali di abbandono. Un  raggio di sole che filtrava dall’ampio portone semi aperto  si rifletteva su una fitta quantità di polvere, che si librava  danzando nell’aria.   «Un  totale  insuccesso.  Ripudiati  senza  alcuna  spiegazione» Henrik  restò immobile, pensieroso.  «Forza,  avviamoci  all’uscita  e  vediamo  di  scoprire  cos’è  successo» decise infine Matt.  Si  tolsero  le  ingombranti  tute  spaziali  e  si  avviarono  all’interno  dell’aerorimessa.  Mentre  camminavano  a 


21 rilento,  sbalorditi  da  quell’assurda  accoglienza,  continuavano  a  guardarsi  attorno  cercando  di  cogliere  qualche elemento che li aiutasse a comprendere il perché  di  tanta  desolazione.  Anche  quando  erano  arrivati  tre  anni prima non c’era nulla all’interno dell’hangar, che era  stato  destinato  esclusivamente  a  contenere  il  fabbricato  per  la  simulazione.  Ma  a  differenza  di  allora,  oltre  alla  mancanza  inspiegabile  di  persone,  si  percepiva  un’opprimente sensazione di oblio.  Giunsero  innanzi  all’enorme  portone  ed  Henrik  cercò  di  azionarlo  tramite  un  display  che  ne  gestiva  la  movimentazione...  Ma  i  suoi  tentativi  si  dimostrarono  inutili.  «É fuori uso, non si riesce ad aprire» disse, prendendo in  mano alcuni cavi tranciati.  «Dovremmo  comunque  passare  dalla  fessura.  Presto,  usciamo  di  qui!»  ordinò  Matt,  che  voleva  al  più  presto  trovare risposte plausibili a quella strana situazione.  Uno  alla  volta  sgattaiolarono  fuori,  strisciando  con  difficoltà  nella fenditura creatasi fra i battenti. Una volta  all'esterno  fecero  fatica  a  mantenere  gli  occhi  aperti  e  socchiusero  all’unisono  le  palpebre  per  difendersi  da  quella  luce  troppo  violenta.  Un  sole  cocente  illuminava  già quella giornata.   


22 “É  veramente  fantastico  il  calore  trasmesso  dal  sole  sul  corpo”  pensò  Matthew.  Inspirò  l’aria  del  mattino  che  soffiava  sul  deserto  e  per  un  attimo  quella  piacevole  sensazione  spazzò  via  le  preoccupazioni.  Ma  fu  solo  per  un  istante.  Dovevano  raggiungere  il  quartier  generale  e  non sarebbe stato facile: la base si estendeva su un’area  vastissima.  Si  trovavano  nei  pressi  di  alcune  piste  di  atterraggio, delle quali solo alcune erano ancora utilizzate  per  il  trasporto  del personale  civile  impiegato  nel  centro  aerospaziale.  Gran  parte  di  quella  zona  era  usata  come  deposito  e  qualche  chilometro  più  avanti  vi  erano  i  laboratori  di  ricerca.  Dietro  gli  edifici  in  lontananza,  si  alzava la torre di controllo, ma all’orizzonte non si vedeva  nessun  segno  di  vita.  Erano  piombati  di  colpo  in  un’immensa area dismessa.   Un silenzio mortale li avvolgeva.  Quella  che  un  tempo  era  stata  una  base  spaziale  d’avanguardia a livello mondiale, nonché la più grande in  assoluto  dell’intero  globo,  ora  appariva  in  completo  disuso. Almeno per quello che riuscivano a scorgere fino a  quel momento. 

*** 


23

Matthew camminava  in  testa  al  gruppo  lungo  la  pista  d’atterraggio. Stavano procedendo a fatica verso il centro  di  ricerca,  il  calore  che  l’asfalto  cocente  rilasciava  era  infernale.   Michael guardava a destra e a sinistra, ma lo scenario era  ovunque  desolante.  Da  un  lato  le  recinzioni  metalliche  che  delineavano  quell’ala  della  base,  separandola  dall’immensa  distesa  arida  del  deserto  di  Taklamakan...  Quel  panorama  gli  appariva  come  un  grande  mare  di  sabbia, un oceano di rena e dune dal fascino inquietante e  privo  di  ogni  traccia  umana.  Dall’altro  la  base  stessa,  sconfinata  e  in  uno  sconcertante  stato  di  abbandono.  Hangar  vuoti,  qualche  automezzo  abbandonato  alla  rinfusa,  senza  alcuna  logica.  Di  fronte,  lungo  la  pista  d’atterraggio,  l’arsura  costante  che  lungo  l’asfalto  generava  un  tremolante  effetto  fata  morgana.  A  dare  segnali  di  efficienza  era  rimasta  soltanto  una  cosa,  ed  effettivamente  così  era  stato  fino  ad  allora:  l’impianto  elettrico  fotovoltaico  da  5  Mega  Watt,  costruito  appositamente per alimentare l’hangar e che grazie a uno  speciale  sistema  di  accumulatori  aveva  garantito  l’elettricità  anche  nelle  ore  notturne.  Seppure  i  pannelli  fossero  ricoperti  di  sabbia  e  visibilmente  a  corto  di  manutenzione,  adempivano  ancora  al  proprio  dovere. 


24 Una  sgradevole  sensazione  d’inquietudine  si  fece  improvvisamente  viva  in  Michael.  Se  fosse  mancata  l’elettricità,  il  dispositivo  di  apertura  automatica  non  avrebbe funzionato... Sarebbero restati chiusi nel modulo  al  buio  a  delirare,  fino  al  sopraggiungere  di  una  morte  lenta e angosciosa. Quel pensiero gli fece accapponare la  pelle,  ma  al  momento  era  necessario  trovare  delle  risposte, “Meglio non pensare a quello che sarebbe potuto  accadere” pensò tra sé e sé.  «Je  ne  comprends  pas!  Certo  che  è  assurdo!»  disse  passandosi  una  mano  sulla  fronte  e  sui  folti  capelli  ricci  «Che  senso  aveva  lasciarci    impazzire    là  dentro  se  a  nessuno gliene importava più un accidente!»   «Basta!  Non  ne  posso  più!»  con  un  grido  Andrei  iniziò  a  correre  all’impazzata  verso  il  centro  di  ricerca,  distante  ancora qualche chilometro.  «Ormai  è  inutile  cercare  di  calmarlo»  disse  rassegnata  Lucy «Lasciamolo correre... Questa situazione anomala ha  aggravato il suo stato in modo irreparabile.»   Matthew  scrutava  Andrei  allontanarsi  rapidamente  da  loro,  mentre  urlava  come  un  folle  a  pieni  polmoni  nel  tentativo  di  attirare  l’attenzione  di  qualcuno.  Gli  sembrava impossibile che potesse disporre di tutte quelle  energie,  dato  il  caldo  insopportabile  e  lo  stress  emotivo 


25 che  stava  affrontando.  Ma  così  era  e  in  breve  la  sua  smaniosa  galoppata  l’aveva  condotto  nei  pressi  dell’ingresso.  «Si vede che era un vero atleta...» affermò in tono ironico  Henrik.  Da  ragazzo  Andrei  aveva  praticato  atletica  leggera  con  discreti  risultati,  correndo  i  duecento  metri  in  tempi  che  per  poco  non  l’avevano  fatto  entrare  nel  giro  della  Nazionale.   Lo videro ansimante, chino con le braccia distese fino alle  ginocchia,  intento  a  riprendere  fiato.  Il  silenzio  spettrale  che li circondava fu rotto da un flebile rumore, che con lo  scorrere  dei  secondi  si  fece  più  nitido.  Dal  retro  del  palazzo  sbucò  un  furgone,  che  dopo  avere  affrontato  la  curva in sbandata sfrecciò sulla pista a grande velocità. Il  vecchio  Volkswagen  inchiodò  accanto  ad  Andrei.  Matt  e  gli  altri  lo  osservavano  agitarsi,  gesticolando  violentemente  contro  l’autista.  Dal  retro  del  veicolo  comparve  una  persona  d’aspetto  minuto,  forse  un  ragazzo, che cercò di afferrare Andrei. Ma lui si divincolò,  spintonando  via  il  giovane  che  continuava  a  volerlo  condurre  con  sé  sul  furgone.  L’autista  fece  un  cenno  muovendo velocemente il braccio fuori dal finestrino e il  ragazzo si precipitò sul retro del furgone, sparendo dalla 


26 loro  vista.  Il  mezzo  ripartì  in  sgommata  e  lo  stridere  dei  pneumatici sollevò una nube di fumo sull’asfalto rovente.  Andrei lo seguì con lo sguardo, continuando ad agitarsi. A  metà  strada  tra  loro  e  Andrei  il  furgone  sembrò  voler  svoltare  ma  l’autista,  probabilmente  accortosi  della  presenza  di  altre  persone,  corresse  la  traiettoria  e  continuò  la  corsa  in  loro  direzione.  Matthew  incrociò  lo  sguardo degli altri e notò in tutti un'espressione in cui si  mescolavano  choc,  sfinimento  e  incredulità.  Il  furgone  stava arrivando. Come fatto in precedenza con Andrei, si  arrestò inchiodando sull’asfalto.  «Presto,  lo  dico  per  il  vostro  bene!  Montate  immediatamente  su,  dobbiamo  andare  via  da  qui!»  Dal  posto  di  guida  apparve  un  cranio  calvo  luccicante,  un  uomo di origine asiatica che si era espresso in tono teso e  preoccupato,  dimostrando  una  buona  padronanza  dell’inglese.  «Vi  spiegheremo  tutto  dopo,  non  fate  come  quel  pazzo  laggiù  seguiteci!  Presto...»  lasciò  la  frase  in  sospeso, fissando le persone davanti a lui con una smorfia  che metteva in mostra la bocca sdentata.  Si  guardarono  nuovamente  tra  loro  e  Matt,  vedendo  lo  sconcerto  generale,  decise  di  ascoltare  il  suo  istinto  e  si  pronunciò per primo: «Facciamo quello che ci dice...»  Nessuno sembrò obiettare. Solo Henrik aggiunse: 


27 «Tanto, peggio di così che altro ci può capitare?»  Dal  retro  del  furgone  intanto  era  sbucato  un  ragazzino  anch’egli  asiatico,  poco  più  che  adolescente  all’aspetto,  che gli rispose:  «Ma no sapere nulla? No immagina neanche cosa terribile  può capitare... Presto salire su!»  Matthew  salì  per  ultimo  guardandosi  alle  spalle,  mentre  una  mano  lo  aiutava  a  tirarsi  su.  In  quel  momento  vide  uscire  qualcuno  dalla  porta  del  centro  di  ricerca.  Prima  una,  poi  un  paio  di  persone.  Procedevano  rapidamente  con  un’assurda  andatura  che  ricordava  un  branco  di  predatori affamati. I pochi vestiti addosso erano stracciati  e lasciavano intravedere arti rigonfi e grigiastri.  Scorse Andrei girarsi verso di loro, immobile a osservarli.  Poi con uno scatto iniziò a correre, ma le persone uscite  dal  centro  lo  raggiunsero  in  fretta  scaraventandosi  con  violenza su di lui e facendolo rovinare a terra. Il portone  del  furgone  si  chiuse  una  volta  che  Matt  fu  a  bordo  e  immediatamente ripartì a tutta velocità. Grida di terrore e  disperazione, le urla di Andrei restarono sospese nell’aria  per un tempo che a tutti sembrò infinito.  «Chi erano quelle persone?» chiese in tono esasperato al  ragazzo  che  stava  con  loro  sul  retro  del  furgone.  Il 


28 giovane  assunse  un’espressione  seria  e  contrita  che  non  lasciava trasparire niente di buono.  «Paura... Morte...»  Qualsiasi  cosa  stesse  cercando  di  spiegare,  fu  interrotto  dalla  voce  ispessita  dall’ira  proveniente  dal  posto  di  guida.  «Che  succede?»  chiese  rivolto  all’autista  scostando  lo  sguardo da Matt.  «Merda! Una fottuta trappola, ecco dove siamo finiti!»   Quell’affermazione  lasciò  tutti  interdetti,  senza  parole.  Poi  si  scossero  e  guardarono  attraverso  il  parabrezza:  si  stavano  avvicinando  a  un’entrata  del  polo  tecnologico  che  però  pareva  ostruita  da  un’autocisterna  posta  di  traverso.  «E ora che fare?» chiese il giovane dal retro del furgone.  «Non  lo  so  Ming,  non  lo  so...»  rispose  l’altro  a  denti  stretti. Poi aggiunse:  «Sentite, voi siete di questa base, non so cosa ci facciate  in  giro  ma  dobbiamo  uscire  di  qui!  L’uscita  ovest  è  bloccata  e  questa  sembra  nelle  stesse  condizioni.  Non  possiamo scendere, verremmo senz’altro assaliti. Vedete  là  in  fondo?  Sicuramente  attorno  alla  cisterna  vi  sono  appostati dei mutanti.»  «Quoi? Dei… Cosa?» Gridò Michael perplesso. 


29 «Dopo!  Dopo!  Ora  ditemi  una  cosa,  qualcuno  di  voi  sa  pilotare  un  aereo?  Dove  vi  abbiamo  recuperati  ce  n’era  uno... Se la fortuna ci assiste potrebbe essere funzionante  e carico di benzina!»  «Io  sono  un  pilota»  rispose  Michael  «Che  aereo  avete  vis...»   Non riuscì a finire la frase, udirono un colpo sul furgone,  che sobbalzò per l’urto facendo sbalzare Henrik dalla sua  precaria  seduta.  L'impatto  di  una  massiccia  forma  tondeggiante era apparsa contro la parete deformando la  lamiera del mezzo.  «Ci  vengono  addosso,  sono  inferociti!»  gridò  l’autista  «Non so che aereo fosse, ma se sei un pilota è fantastico,  chissà che oggi la fortuna non sia dalla nostra parte! Forse  possiamo  uscire  da  questa  merda!»  Rispose  con  una  grassa  balbettante  risata  isterica  e  Michael  pensò  che  quell’uomo non fosse molto sano di mente.   «Pronti  per  il  volo  allora!»  Urlò  sterzando  di  colpo  e  controllando  la  sbandata,  mentre  le  ruote  grattavano  nuovamente  sull’asfalto.  Avevano  girato  a  qualche  centinaio  di  metri  dall’uscita  bloccata  e  ora  in  fondo  alla  pista  si  scorgeva  un  Boeing.  Giunti  davanti  al  velivolo,  l’autista scese per primo.  «Dov’è il pilota? Presto vieni qui!»  


30 Michael,  nonostante  non  capisse  da  chi  e  da  cosa  stessero scappando, si affrettò comunque a raggiungerlo.  «Dimmi che può volare...» disse, guardandolo dritto negli  sbarrati, magnetici occhi verdi.  Michael  cominciò  a  ispezionarlo  rapidamente.  Nel  frattempo gli altri erano scesi dal furgone e si guardavano  intorno con crescente preoccupazione.   «Loro stare arrivando!» Gridò pieno di terrore il ragazzino.  Michael,  che  intanto  era  salito  sull’aereo,  si  affacciò  dal  portellone d’ingresso.  «Non  posso  garantire  nulla...  Ma  almeno  il  livello  di  carburante sembra essere buono.»  «Allora  andiamo!»  tuonò  l’autista,  sbracciandosi  verso  il  gruppo e invitandoli a salire «A bordo saremo al sicuro!»   Michael  corse  nuovamente  all’interno  della  cabina  per  completare i preparativi del decollo.   Cominciarono  velocemente  l’imbarco  lungo  la  rampa  di  accesso,  mentre  i  motori  del  velivolo  iniziavano  a  rombare,  producendo  un  fragore  che  diventava  sempre  più regolare e potente.  Lucy,  che  fino  ad  allora  aveva  mantenuto  il  suo  caratteristico  sangue  freddo,  sembrava  ipnotizzata  dalle  figure  che  si  stavano  avvicinando  speditamente. 


31 Quell’assurda  situazione  aveva  preso  il  sopravvento  anche su di lei che, intontita, si attardò nel salire.  «Lucy!»  Matthew  cercò  di  scuoterla  dal  suo  stato  di  apatia, chiamandola più volte.  «Vado a prenderla!» disse infine rivolgendosi agli altri.  Ma proprio mentre pronunciava quelle parole due uomini  si  lanciarono  repentinamente  su  di  lei.  Erano  comparsi  all’improvviso  da  sotto  l’aereo,  probabilmente  erano  ormai accerchiati... Altri ne stavano giungendo da tutte le  parti.  Lucy quasi non reagì. Non capiva chi fossero quegli esseri  dai  volti  deformati  che  le  si  avvicinavano  urlando  minacciosi.  “Una  nuova  razza  umana.  Una  scoperta  scientifica eccezionale” pensò. Ma che importanza poteva  avere a questo punto?    “Che stupida!” mormorò tra sé. Non avrebbe più ricevuto  i tanto ambiti riconoscimenti, per i quali si era lanciata in  quella  folle  impresa.  In  fondo non  le  importava  granché:  era  stanca,  voleva  solo  tornare  a  casa,  cenare  e  farsi  un  bagno  caldo.  Questi  furono  i  suoi  pensieri  prima  che  quella  informe    massa  urlante  prendesse  il  sopravvento  su di lei, avvolgendola in una stretta infernale.  Matthew  vide  comparire  delle  macchie  di  sangue  sui  vestiti  di  Lucy,  in  un  attimo  le  avevano  strappato  e 


32 lacerato  maglietta  e  pantaloni.  I  fiotti  di  sangue  che  sgorgavano dalle ferite stavano già formando una pozza  sull’asfalto,  mentre  quegli  esseri  rabbiosi  si  dimenavano  su di lei come cani inferociti che lottano per un pezzo di  carne.  Non  riusciva  a  credere  che  quell’orrore  fosse  reale... Non poteva essere vero, la stavano sbranando. La  donna  urlò  e  dalla  sua  bocca  proruppe  un  suono  gorgheggiante,  liquido,  mentre  cercava  stremata  di  respingere i selvaggi aggressori. Era l'urlo di chi è ormai in  fin  di  vita.  Matthew  rimase  impietrito,  inchiodato  dall'orrore  a  guardare  quella  scena  irreale  comparsa  davanti ai suoi occhi.  «Tu torna dentro! Ormai non possiamo più nulla fare per  lei!» Il ragazzo scostò Matthew dal portellone e si sporse  all’esterno  per  chiuderlo.  Si  allungò  per  agguantarlo  e  afferratolo,  cercò  immediatamente  di  serrarne  l’accesso.  Ma  uno  dei  loro  inseguitori  aveva  iniziato  a  correre  sulla  rampa  d’imbarco,  mentre  il  fragore  dei  motori  cresceva  d'intensità  e  lentamente,  molto  lentamente,  l’aereo  aveva cominciato a muoversi lungo la pista. Quella figura  famelica  si  lanciò  dalla  scala  in  direzione  del  portellone  riuscendo ad afferrare il giovane e facendolo fracassare a  terra.  Matthew  si  riportò  davanti  allo  sportello  e  questa  volta,  con  l’aereo  in  movimento  e  senza  possibilità  per 


33 altri di salirvi sopra, riuscì finalmente a chiuderlo. Guardò  dal finestrino con sconforto e disperazione la persona che  gli  aveva  appena  salvato  la  vita,  mentre  si  dimenava  cercando  di  liberarsi  dalla  ferocia  di  quegli  essere  imbestialiti. Ma non ce l'avrebbe mai fatta, erano in troppi  e  animati  da  una  violenza  disumana.  Il  ragazzo  era  precipitato  in  una  situazione  senza  speranza.  Quelle  creature  iniziarono  ad  azzannare  il  suo  corpo  scosso  da  spasmi e nell'aria sprizzarono fiotti di sangue scuro... 

***   

Erano tutti sconvolti da quella violenta fuga improvvisa e  dalla  brutalità  delle  immagini  che  avevano  visto,  orribili  scene  rimaste  indelebilmente  impresse  nei  loro  occhi.  Soprattutto a Matt, che non riusciva a togliersi di mente  la    drammatica  aggressione  alla  dottoressa  Bin...Gli  sembrava  di  sentire  ancora  le  grida  terrorizzate  della  donna. E il ragazzo, Ming, così lo aveva chiamato l’autista  durante  quei  frenetici  momenti,  morto  nel  tentativo  di  chiudere il portellone. Un improvviso conato di vomito gli  risalì  in  bocca  e  fu  costretto  a  correre  in  bagno.  Ciò  che  aveva  visto  era  troppo  anche  per  lui,  uomo 


34 apparentemente  tutto  d’un  pezzo,  ma  che  dentro  di  sé  portava  le  cicatrici  di  una  vita  dispensatrice  di  brutte  sorprese.  Dopo  qualche  minuto  tornò  a  sedersi,  percorrendo  il  corridoio  a  capo  chino.  Rimase  con  lo  sguardo  fisso  sul  pavimento,  sconvolto  e  incapace  di  pronunciare qualsiasi parola.   L’uomo  che  li  aveva  condotti  fuori  dalla  base,  sedutosi  nella  cabina  di  pilotaggio  con  Michael  durante  il  decollo,  raggiunse  Matthew  ed  Henrik.  Entrambi  avevano  un’aria  decisamente  turbata.  Henrik  interruppe  quel  silenzio  surreale, un silenzio che fino ad allora era stato spezzato  solo dal rombo dei motori.  «  Adesso  vuoi  dirci  che  diavolo  sta  succedendo?  Cosa  è  accaduto  alla  base?  Chi  erano  quegli  esseri?»  Disse  guardandolo con aria sconvolta.  «Venite  nella  cabina  di  pilotaggio,  vi  spiegherò  tutto.»  Rispose  lasciandosi  sfuggire  una  smorfia,  agitando  la  mano come per calmare la valanga di domande. Fece un  cenno  col  capo  ai  due  uomini,  invitandoli  ancora  a  seguirlo. Raggiunsero Michael nella cabina e non appena  si furono riuniti, l’asiatico si rivolse nuovamente a loro.  «Però  prima  ditemi  voi,  cosa  ci  facevate  in  quella  base  infernale? 


35 Matthew  si  riscosse  dal  suo  stato  catatonico  e  iniziò  a  raccontare senza troppi giri di parole, com’era suo tipico.  «Siamo  un  gruppo  di  élite  internazionale  di  astronauti,  selezionati  per  un  ambizioso  progetto»  si  fermò  un  istante, come se stesse per ricacciare indietro le lacrime.  Ma  subito  dopo  si  riprese  «Io  sono  Matt  Allen,  e  questi  sono  i  miei  colleghi  Michael  Husson  e  Heinrik  Krass.  Si  trattava di un test... Per simulare una missione su Marte.   Sognavamo  di  essere  il  primo  equipaggio  a  spingersi  sul  pianeta  rosso  e  questo  ci  ha  convinto  a  partecipare  all’esperimento  nella  base  spaziale,  qui  nel  deserto  di  Taklamakan.  Avevamo  accettato  di  non  poter  abbandonare la missione durante i tre anni del contratto,  neppure  se  la  nostra  condizione  fisica  o  mentale  fosse  diventata  pericolosa  per  la  nostra  stessa  sopravvivenza.  Ma negli ultimi mesi le trasmissioni... I messaggi periodici  verso  quella  che  in  gergo  chiamavamo  la  missione  ‘A  terra’, si sono interrotti. Già da tempo avevamo avvertito  una  certa  preoccupazione  quando  riuscivamo  a  comunicare.  Forse  avrebbero  voluto  liberarci,  o  forse  no  visto quello che ci attendeva all’esterno, resta il fatto che  un  dispositivo  automatico  bloccava  l’impenetrabile  portellone del bunker nel quale si svolgeva la simulazione.  Al  termine  dei  tre  anni,  vale  a  dire  proprio  oggi,  il 


36 portellone  si  è  aperto...  Poi  abbiamo  incontrato  voi.  Ora  dicci tu cosa è successo.» 

***    La  monumentale  terrazza,  situata  a  corona  di  un’ampia  sala del castello, si affacciava su tutta la valle. La fortezza  era  posta  su  una  collina,  il  paesaggio  però  non  era  più  verde e rigoglioso come una volta; il grigio persistente del  cielo,  dovuto  agli  innumerevoli  incendi  divampati  ovunque,  ne  aveva  modificato  l’aspetto.  Ai  piedi  della  collina  sorgeva  una  cittadella,  edificata  qualche  anno  prima.  Case  piccole  e  bianche  con  giardino  ben  curato  all’inglese,  tutte  uguali  tra  loro  si  ripetevano  in  successione  regolare,  a  formare  quella  che  tra  i  suoi  abitanti  era  denominata  la  ‘Città  Modello’.  Invece  i  sopravvissuti la chiamavano ‘Città della Morte’ e il motivo  era semplice: nessuno era mai uscito vivo da quella che a  tutti  gli  effetti  assomigliava  a  una  prigione,  confortevole  certo ma pur sempre una prigione. In gergo era per tutti  la  CM  e  il  primo  a  parlarne  era  stato  un  giornalista  della 


37 rete conosciuto come @firepress, ma  da qualche tempo  la sua voce sembrava essersi spenta.   «Price,  mettimi  in  contatto  con  Spencer,  vediamo  come  procede  la  sua  missione...»  Una  voce  chiara  e  dal  tono  controllato si rivolse all’assistente.  «Immediatamente, mio Altissimo.»  L’uomo  gli  si  avvicinò  immediatamente  e  in  maniera  oltremodo servizievole, senza però guardarlo negli occhi.  Tutti temevano il suo sguardo, la malignità si percepiva in  modo  netto,  incrociando  anche  per  un  solo  istante  quei  gelidi  occhi  celesti.  Era  un  bell’uomo,  senza  dubbio  di  grande  fascino,  non  ancora  quarantenne  e  dal  fisico  atletico. Ma  nonostante  il  viso  pulito,  i corti capelli  color  del  carbone  e  il  vestire  elegante,  il  suo  sguardo  aveva  sempre  un  qualcosa  di  malvagio,  con  quelle  ciglia  semi  aggrottate  che  gli  conferivano  un  tono  a  dir  poco  demoniaco. Era ‘La Bestia’, così chiamato da tutti.  Poco  dopo  il  suo  assistente  aveva  fatto  ritorno  sul  terrazzo,  recando  un  palmare  avviato  in  una  video  chiamata.  «Ecco a lei...» disse l’uomo servilmente.  Le  comunicazioni  sul  pianeta  erano  praticamente  impossibili,  la  relativa  tecnologia  si  stava  avviando  al  degrado,  ma  nel  castello  e  nella  cittadina  sottostante 


38 tutto  era  ancora  perfettamente  integro  e  funzionante.  Sul  display  comparve  un  uomo  dal  volto  grigio  e  insignificante,  cerchiato  da  un  paio  di  occhiali  dalla  pedante montatura metallica.  «Mio  Altissimo...»  l’uomo  chinò  il  capo  in  segno  di  rispetto.  «Come procede il tuo compito?   «Sono  riuscito  in  quello  che  mi  aveva  ordinato,  ora  sto  procedendo  con  la  seconda  parte  del  piano.»  Disse  con  tono  tremolante,  ma  la  voce  faceva  trapelare  la  soddisfazione di aver portato a termine la prima parte del  compito.  «Bene,»  sogghignò  «Ora  concludi.  Ci  aggiorneremo  nuovamente.  Così  dicendo  interruppe  la  comunicazione,  senza  dare  all’uomo il tempo di replicare.  Si  avvicinò  al  bordo  del  terrazzo  e  quando  fu  vicino  al  davanzale  aprì  le  braccia,  chiuse  gli  occhi  e  inspirò  profondamente  una  boccata  d’aria,  come  a  voler  assaporare a fondo l’odore di morte che l’impregnava.  

***  FINE ANTEPRIMA. CONTINUA...

Contagio  

Francesco Lupo, Cyberpunk

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you