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"UN SOLO DESTINO. PRIMA GENERAZIONE" di Alessandra Paoloni

Titolo: UN SOLO DESTINO. PRIMA GENERAZIONE Autore: Alessandra Paoloni Genere: Fantasy Editore: Zerounoundici Edizioni Collana: Selezione Pagine: 144 Prezzo: 12,60 euro Acquista su Il Giralibro (-15%) Acquista su IBS

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Alessandra Paoloni

UN SOLO DESTINO Prima generazione

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UN SOLO DESTINO 2008 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2008 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2008 Alessandra Paoloni ISBN 978-88-6307-181-8 In copertina: immagine Shutterstock.com

Finito di stampare nel mese di Aprile 2009 da Global Print – Gorgonzola (MI)


Ai miei nipoti Matteo, Valentina e al piccolo Daniele. E a mia madre.


INTRODUZIONE

Ho trovato queste carte ingiallite un paio di anni fa, in un baule rosso carminio che giaceva tra le cianfrusaglie gettate alla rinfusa nel mio scantinato. Quando lo aprii mi trovai di fronte a vecchi documenti, che il tempo non aveva consumato. Trovai fogli su cui si leggeva “servizio dei conti correnti postali del 1958” oppure “cambiale di 40 mila lire” e ancora “libretto di controllo per i motori agricoli”. E infine...Per ultimi c’erano una pila di fogli ingialliti. Li recuperai, e li sfogliai velocemente. Erano stati battuti a macchina, forse da quella stessa Olivetti Lettera 35 che tengo esposta in camera mia. Lessi quegli scritti impiegando tutta la giornata, che trascorsi da sola in quella stanza caotica e chiusa. Quindi decisi di prenderli e portarli via con me. Provai a chiedere in famiglia se qualcuno sapesse chi avesse potuto scrivere quelle storie, poiché i fogli erano anonimi. Ma nessuno seppe darmi risposte complete e soddisfacenti. Forse qualche mio antenato poteva averle trovate e tenute esattamente come me, o acquistate per poche lire magari. All’inizio, delusa per le mie inconcludenti ricerche, non seppi cosa farne. Fui tentata di riporle di nuovo nel baule carminio; ma poi scartai subito questa idea. Quelle storie erano state rinchiuse per troppo tempo e, a mio modesto giudizio, non lo meritavano. Piacevoli e scorrevoli da leggere, decisi di dare loro una rilegatura più degna e mi accinsi a ricopiarle al computer tutte per intero. Fu un lavoro lungo, ma non privo di soddisfazione. E per dare un'ulteriore importanza e significato ai miei sforzi, ora io ho deciso di farvene dono. Queste sono le storie di quattro Generazioni di alchimisti (molto diversi da quelli che la Storia ci ha insegnato a conoscere), le quali mi piace immaginare siano state scritte da una mia antenata.


PREFAZIONE

L’anonimo afferma con assoluta certezza che queste generazioni discendono da un tale Agortos il quale, scomparso ancor prima della narrazione della Prima Generazione, ricorre molto spesso nelle memorie dei suoi discendenti. Tali quattro Generazioni appaiono distaccate le une dalle altre ma allo stesso tempo unite tra di loro, e non solo dal legame padre- figlio. Vi stupirete infatti di scoprire come alcuni dei personaggi tornino di frequente nella storia, ingannando il tempo e lo spazio. E a proposito di questi due elementi: sebbene abbia letto con attenzione i racconti, mi è del tutto estraneo il periodo temporale in cui essi sono avvenuti. Si parla di guerre per riconquistare la terra del Signore (le Crociate forse?), di un’epidemia (la peste del 1348, o del ‘600), di scoperte scientifiche e di persecuzioni religiose. Anche se l’anonimo non si addentra mai nei particolari. Ma i nomi dei luoghi e dei personaggi mi fanno pensare che possa essere tutta un’opera di fantasia (anche se la radice dei termini utilizzati riporta alla mente assonanze con termini greci). Eppure non è infrequente che la realtà e l’immaginazione si confondano. Pensate quindi a queste come a storie avvenute prima della nascita della moderna società, in un luogo magari non tanto lontano dal nostro. Perché sebbene le ere passino e i tempi cambino, la natura umana rimane ad ogni modo la stessa.


Prima Generazione Qui si narra delle figlie di Agortos che acquisirono la Conoscenza e si ripromisero di tramandarla


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DUE SORELLE

L’orizzonte era adombrato da un interminabile ordine d’alberi, e non permetteva alla vista umana di scorgere un breve sprazzo di cielo. La cortina d’alberi alti dal fusto sottile formava un groviglio all’apparenza impraticabile che annientava ogni forma di coraggio, e dissuadeva chiunque tentasse di sfidare quell’intrico complesso di faggeti, querce, abeti e pini. Riusciva a dissuadere chiunque, tranne Anika. Era uscita di casa presto quella mattina, non appena il sole aveva deciso di puntare di nuovo i suoi occhi sul mondo. Quello era il momento della giornata che Anika prediligeva, durante il quale ogni ombra si trasformava in cosa tangibile, i sogni rifuggivano come spettri e la realtà irrompeva fulminea. Il bosco non si trovava lontano da casa sua, qualche minuto ancora e le cime degli alberi sarebbero comparse davanti ai suoi occhi ricoprendo l’intero orizzonte. Il bosco non aveva un nome perché nessun essere umano si era mai preso la briga di dargliene uno, neppure suo padre. Ed Anika stessa non si decideva ancora a denominarlo: quel luogo silenzioso e disabitato dagli uomini, dove fin da bambina aveva trascorso gran parte del suo tempo, necessitava un nome mitico e leggendario che non riusciva proprio ad immaginarsi. Un gallo cantò in lontananza. Un piccolo stormo di uccelli si alzò in volo. Il soffio di un vento caldo le fischiò nelle orecchie, e Anika si sentì rinascere come parte di quel mondo di cui conosceva solo lo spazio circostante i colli Atrùgeti, perché mai vi era andata oltre. Si voltò a guardare il noce solitario che alla sua destra occupava, con il suo tronco tozzo e largo, un piccolo spiazzo annunciando così il bosco imminente. Lo salutò con un sorriso, come era solita fare, e parve che i rami ondeggiassero per ricambiarla. Una delle radici era fuoriuscita dal terreno, e Anika non si sarebbe meravigliata se il noce si fosse messo a camminare da un momento all’altro sulle sue gambe lunghe e contorte. “Gli alberi parlano e si muovono” queste parole aveva lette ripetutamente sul manoscritto dalla copertina di pelle marrone che il padre gli aveva, assieme ad altre svariate pergamene, lasciato come unica eredità. “Tutta la natura, dal più piccolo virgulto alla più grande delle rocce, vive sotto


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i nostri ciechi occhi.” Superato il noce solitario, il bosco si materializzò di fronte ad Anika come un’onda di acqua verde sprizzata dalle profondità della terra. La ragazza imboccò uno dei tanti sentieri che conosceva e che portava dritto al margine destro. In quel punto sapeva che gli alberi lasciavano entrare i raggi del sole affinché scacciassero via la penombra. Anika s’incamminò, stringendosi nelle spalle. Prima di giungere in quel punto, avrebbe dovuto attraversare un sentiero costeggiato da alberi altissimi; questi creavano, con le loro cime congiunte le une alle altre, un lungo e stretto tunnel ombroso al quale era abituata. Il terreno si sarebbe presentato accidentato e difficile per chi non lo avesse mai praticato, ma Anika in quel luogo si sentiva come a casa. Gli alberi non la sfioravano, i rami a terra non le erano da intralcio, gli animali restavano indifferenti al suo passaggio: Anika e la natura di quel luogo erano entrati perfettamente in simbiosi. Camminò indisturbata e in silenzio nella penombra, e neanche un rumore alle sue spalle che gli parve di zoccoli attutiti dal terreno la spaventò. Le vennero in mente ancora parole di suo padre: “e vidi creature metà uomini e metà cavalli”. Le ci volle del tempo prima di uscire dal tunnel ombroso. Avanzò svelta con le braccia strette al petto che reggevano una sacca intelaiata da pelle bianca e stoffa. I lunghi capelli biondi non le davano fastidio perché come ogni mattina li aveva raccolti in un drappo grigio, fermato saldamente sulla testa da un fermaglio di citrino giallo brillante; era stato suo padre a donarle quella pietra tantissimo tempo prima. Il tunnel s’interruppe, e Anika dovette socchiudere gli occhi perché la luce del sole l’accecò: si era all’improvviso fatto giorno. Nonostante fosse oramai abituata a quello spettacolo, la radura circolare la pietrificava ogni volta: un mantello di fiori colorati ed immobili accoglievano il visitatore invitandolo a tuffarsi come in un mare calmo e limpido, dove il fondo era la terra. Anika respirò a pieni polmoni: quei profumi erano corroboranti e rischiaravano la mente. Poi gli occhi le si posarono su un gruppo raccolto di piante verdi e basse; formavano un cespuglio aromatico al centro del manto colorato, una chiazza verde scuro attorno alla quale gli altri fiori sembravano far da corolla. Vi si diresse senza esitare ancora. Quando arrivò al centro del mantello colorato, si chinò per raccogliere le piante che le occorrevano. All’apparenza potevano sembrare tutte uguali, ma un occhio esperto ed attento come il suo sapeva oramai riconoscerle. Raccolse così con le dita qualche foglia di maggiorana. Un forte odore aromatico subito le


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riempì le narici. Aprì la sacca intelaiata e vi infilò le foglie, riponendole senza troppa cura; sapeva tanto che non le sarebbero servite intere. Quindi si rialzò e si guardò attorno. Un gruppo sparpagliato di mughetti bianchi si trovava esattamente alla sua sinistra. Aveva letto su uno dei libri di suo padre che i mughetti, se presi nelle dosi sbagliate, potevano rivelarsi dannosi per l’uomo. Eppure quei fiori dalle piccole campanelle bianche potevano essere allo stesso tempo preziosi per la salute di Ierèa, sua madre. Anika si chinò per raccoglierne alcuni. Li ripose nella sacca, ponendoli questa volta in uno scompartimento che aveva cucito sul davanti. Si rialzò nuovamente in piedi, e gli occhi le caddero su un gruppo compatto di primule bianche che crescevano a pochi passi da lei. “Il fiore incantatore” era solita chiamarlo, pericoloso quanto bello. Richiuse accuratamente la sacca, e si avviò per ripercorrere a ritroso il tunnel tra gli alberi. Pensò che sua madre doveva essersi svegliata oramai. L’aveva lasciata in compagnia di Feude, un’anziana donna priva di ogni altro legame famigliare, che da tempo si era offerta di prendersi cura di Anika e di sua madre in cambio di un solo pasto al giorno. Ierèa era da tempo malata: quella notte, sconvolta dalla tosse e da terribili convulsioni, non aveva quasi chiuso occhio costringendo Anika e Feude ad organizzare lunghi e faticosi turni per assisterla. Si andava lentamente spegnendo, neppure i rimedi naturali che fino ad allora erano stati efficaci sarebbero valsi più a qualcosa. Anika lo sapeva. Nessun fiore o pianta o roccia della terra, avrebbero salvato sua madre. Si arrestò di colpo a metà del tunnel naturale. Le parve di aver udito ancora uno scalpiccio tenue di zoccoli. Si voltò: l'oscurità del tunnel rendeva il manto colorato solo un ricordo. Il rumore non si ripeté, ed Anika si convinse di averlo solo immaginato. Tornò allora a camminare: era certa che sua madre la stesse aspettando già sveglia.

Non molto lontano dal bosco Airen, come sua sorella, si era alzata di buon’ora per assegnare disposizioni riguardo le faccende da sbrigare a castello. Le altre serve ascoltavano Airen di buon grado, non senza una nota d’invidia, mentre assegnava i compiti per le cucine per le camere e soprattutto per gli immensi saloni; sapeva che il suo signore voleva sempre che questi fossero in ordine e tirati a lucido ogni giorno, nel caso ricevesse qualche visita importante. Le donne ricevuti gli ordini si affrettavano subito ad eseguirli, correndo verso il luogo assegnato come


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tante api operaie e laboriose. Tutte erano ansiose di mettersi in mostra con servizi eccellenti, perché tutte desideravano un giorno ricoprire il ruolo che Airen occupava solo da pochi mesi. Si era distinta tra le altre per volontà e precisione tanto da divenire prima la serva prediletta del padrone, e poi la serva che impartiva gli ordini alle altre serve. Ora Airen poteva permettersi il lusso di comandare a bacchetta, e riposarsi senza fare nulla per gran parte della giornata se lo voleva. Ma se all’inizio aveva accettato con entusiasmo quel nuovo ruolo, con il passare del tempo questo sentimento era andato scemando. Il prezzo da pagare si stava rivelando davvero troppo alto. Andò nelle cucine separate dal castello da un piccolo cortile. In quelle stanze di pietra con fremente agitazione, secondo gli ordini dettati da lei stessa la sera prima, si stava preparando l’abbondante pasto d’inizio giornata del signore di quelle terre: quell’oggi Siderin sarebbe uscito per la sua consueta battuta di caccia. Il vassoio strapieno di cibi e bevande fu ultimato con estrema precisione proprio quando Airen varcò l’anta aperta della cucina. Tutti si fermarono a fissarla. Siderin aveva dato disposizione che fosse sempre lei a portargli il primo pasto della giornata, e già tra la servitù erano iniziate a serpeggiare chiacchiere strane ed ambigue. Airen intuì cosa tutti stessero pensando, e con aria risoluta ritta sugli scalini della cucina ordinò: - Trofed, porta tu oggi la colazione al padrone. Svelto, va! L’uomo esitò un istante colpito alla sprovvista da un simile inaspettato ordine, poi annuì afferrò il vassoio ed Airen si levò da una parte per farlo passare. Trofed si allontanò a grandi passi. In cucina intanto iniziò ad elevarsi un brusio sommesso, accompagnato da facce completamente allibite: la serva prediletta era appena venuta meno ad uno degli ordini del suo signore. Questo sarebbe stato argomento di pettegolezzi tra la servitù almeno per due settimane. Airen lasciò quel piccolo antro impregnato di odori, che era la cucina, senza aggiungere altro; mentre percorreva uno stretto viale di pietra che portava ai giardini interni, già poteva sentire dietro di sé esclamazioni di sgomento e risatine soffocate. Pensò allora, come tante volte aveva fatto in quell’ultimo periodo, che quella sua vita a servizio di Siderin iniziava a soffocarla. Siderin stesso la opprimeva con le sue continue provocazioni, e con tutte le attenzioni particolari che le riservava. Le diceva che per lui era come una figlia, ma le faceva carezze a dir poco amorose. A volte la sgridava rinfacciandole di averla nutrita e vestita


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fin da quando era bambina, in cambio di una fredda riverenza che oramai era evidente non gli bastava più. E alle volte il signore di quelle terre le faceva paura, perché tirava in ballo sua sorella e sua madre che, come tutte le donne e gli uomini del villaggio, erano in suo potere. Le diceva che se lo avesse contraddetto o abbandonato, avrebbe reso Anika e Ierèa le peggiori delle schiave. E ripensando a queste parole si pentì subito di quello che aveva appena fatto: e se Siderin si fosse così tanto arrabbiato non vedendola entrare con la colazione quella mattina? Airen si morse le labbra, e abbandonò subito l’idea che le era venuta di trascorrere qualche ora in solitudine in giardino. Fece una buffa giravolta su se stessa e corse a ritroso davanti alla cucina, verso la scalinata che rientrava a castello e risaliva su diritta nella camera del padrone, maledicendosi e pregando che non fosse troppo tardi. Il suo desiderio di essere lasciata in pace solo per una mattinata, poteva davvero costarle un prezzo troppo alto. Percorse velocemente due rampe di scale di pietra bianca, drappeggiate ai lati da pesanti tende rosse e vellutate. E fu proprio a causa di uno di questi drappeggi che quando svoltò verso destra, seguendo il percorso serpeggiante delle scale, non si accorse di Trofed che stava ridiscendendo con il vassoio ancora pieno. Si arrestò in tempo tanto da evitare di finire addosso all’uomo, e far rovesciare l’intera colazione; sarebbe stato un danno irreparabile per la delicata pietra bianca, che uno degli antenati di Siderin aveva fatto venire da chissà quale posto lontano. Quando Airen posò gli occhi sul vassoio immacolato trasalì, con la mente oscurata da funesti pensieri. Ma prima che potesse dire o fare qualcosa, il cuoco disse con assoluta noncuranza: - Il nostro signore deve essere uscito stamattina presto. Non è più nelle sue stanze. Airen senza accorgersene tirò un sospiro di sollievo. Poi però la curiosità la sopraffece; Siderin era solito avvertirla, quando lasciava il castello. - E dove può essere andato?- chiese più a se stessa che all’uomo. Trofed alzò le spalle. Airen allora si fece da parte e il cuoco, con mani visibilmente tremolanti sotto il peso del vassoio pieno, proseguì per ritornarsene in cucina. Airen restò ritta sulle scale ancora per un momento con la terribile sensazione che qualcosa fosse accaduta. Siderin, anche dopo aver fatto colazione, non lasciava mai il proprio letto per una battuta di caccia se il sole non era ancora alto nel cielo.


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Anzi: non lasciava mai le sue stanze di mattina presto; gli piaceva sonnecchiare tra le sue lenzuola, che dovevano essere rigorosamente cambiate ogni giorno. Airen si mosse svelta per correre verso la sua stanza. Un tempo dormiva con le altre serve in una camera comune accanto alle cucine; ora invece poteva vantare di averne una tutta per sé, con un letto un armadio e in più un comodo scrittoio. Attraversò con passi lesti un corridoio infinito, e solo quando si trovò a passare davanti alle stanze del nipote di Siderin, decelerò. Airen provò ad immaginare il giovane forse ancora dormiente nel suo letto, ed arrossì. Quest’ultimo era un ragazzo non tanto alto ma corpulento, con la passione per le lunghe cavalcate; alle volte si allontanava la mattina per far ritorno solo dopo il tramonto. Nessuno sapeva dove andasse per tutto quel tempo, ma c’era chi tra la servitù giurava di averlo visto frequentare spesso la taverna giù al villaggio. Airen sapeva che non era in ottimi rapporti con suo zio: l’aveva sentiti discutere più di una volta, e ricordava bene l’ultimo alterco tra i due che per poco non era finito alle armi. Sorpassò la stanza del giovane, imboccò un altro corridoio a sinistra ed arrivò finalmente davanti alla porta della sua stanza. Estrasse una piccola chiave dalla tasca del vestito. Una volta dentro fece scattare di nuovo la serratura: era una precauzione che aveva imparato ad adottare da quando sapeva che il padrone dormiva solo al piano inferiore. Si diresse verso l’armadio che sfiorava l’alto soffitto ricoperto per intero da un grande dipinto raffigurante una scena di caccia, ed aprì entrambe le ante; dentro vi giacevano preziosi abiti donati da Siderin, che non aveva mai avuto il coraggio di indossare. Ma non badò a quelli. Si piegò sulle ginocchia e cercò con le mani sul fondo dell’armadio un cofanetto di legno scuro. Quando lo trovò lo cacciò fuori, e senza curarsi di richiudere l’armadio si accomodò sul letto. Aprì il cofanetto e rovesciò tutto il contenuto sulle lenzuola: petali di fiori essiccati una penna d’oca, lo stesso fermaglio di citrino giallo che aveva sua sorella e tre pietre completamente diverse tra loro, formavano il suo contenuto. Afferrò subito una delle pietre, amorfa e verdastra. Un quarzo affumato. Così suo padre l’aveva denominata. Aveva letto qualcosa a riguardo nel suo manoscritto dalla copertina di pelle marrone, cose come “essa rappresenta tutto ciò che c’è di misterioso ed ignoto. Un fenomeno, un’idea, una situazione. Interrogarla significa fare chiarezza e togliere ogni dubbio.”


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Interrogarla. Cosa intendeva suo padre per interrogarla? Airen aveva più volte provato a parlare con la pietra, ma alla fine si era sentita ridicola e aveva rinunciato. Come poteva un pezzo di roccia risponderle? Eppure sapeva che reazioni di questo genere potevano avvenire, suo padre nel suo manoscritto lo aveva espresso chiaramente. Leggeva quelle pagine quando tornava a casa una volta al mese per qualche ora, a trovare sua sorella e sua madre. Non osava portare quel libro a castello, e non solo perché non riusciva ad immaginare cosa sarebbe accaduto se Siderin l’avesse scoperto; ma soprattutto perché sapeva che Agortos aveva sempre tenuta segreta quella sua passione per la natura mistica, ed il segreto doveva restare tale. Almeno per il momento. Airen afferrò la pietra e la fece volteggiare in aria. La scosse se la rigirò tra le mani la lanciò sul lenzuolo, ma niente. Questa non ebbe alcuna reazione. - Voglio sapere dov’è andato Siderin!- disse parlando alla pietra. Per un momento Airen credette di averla vista muoversi, ma in realtà era stata lei ad agitarsi sul letto spazientita. Sobbalzò; qualcuno aveva bussato alla sua porta. Airen, sbuffando irritata per l’interruzione, recuperò in fretta tutti gli oggetti e li ripose nel cofanetto di legno che fece scivolare sotto il letto. Il pugno sulla porta batté più violentemente. - Solo un attimo! Corse a girare la chiave nella toppa; per un momento immaginò che dall’altra parte ci potesse essere Siderin. Ma quando aprì di scatto la porta una delle serve, la più anziana e la più grassottella tra tutte, disse tutto d’un fiato ed atona nella voce: - C’è una donna giù all’entrata. Dice di correre subito a casa, perché tua madre sta morendo. Airen avvertì una vertigine. Credette di non aver capito bene. La serva anziana senza aggiungere altro si allontanò e lei sapeva che doveva seguirla, lasciare il castello e andare da sua madre, ma le gambe le si erano come incollate al pavimento e non volevano staccarsene. Doveva prendere il mantello, infagottare le sue cose o che altro? Che doveva fare? Con il cuore in subbuglio ed il respiro irregolare, si mosse veloce sbattendo la porta così violentemente che tutte le altre stanze ne rimbombarono. Si dimenticò di richiudere a chiave. Corse per corridoi scale e giardini senza mai fermarsi, senza incespicare nemmeno una volta, senza chiedere scusa se andava a sbattere contro qualcuno.


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Non se n’era accorta ma quando aveva chiuso con violenza la porta della sua camera Donamis, il giovane nipote di Siderin, si era affacciato in corridoio per capire la causa di tutto quel trambusto. E non appena aveva notato e riconosciuto la ragazza correre via come un fulmine impazzito, pensò subito a suo zio e al fatto che doveva averla di sicuro importunata di nuovo. Strinse i pugni, pensando che fosse davvero arrivato il momento di fare qualcosa.

Il monastero era situato più in alto rispetto al castello, là dove i colli Atrùgeti formavano una curiosa protuberanza che si curvava verso il cielo. Scolpito nella pietra tanto tempo prima da monaci eremiti, e per questa ragione luogo di antica e profonda sapienza, era adesso il centro pulsante della fede di quel pezzo di mondo. Da piccolo luogo rupestre ed isolato si era trasformato con il tempo in un punto nevralgico non solo per i fedeli, ma anche per chi desiderava apprendere antiche lingue e conoscenze. Eretta davanti alle antiche celle di pietra oramai in disuso, sorgeva una cattedrale la cui facciata modesta tradiva in realtà l’aspetto sfarzoso che celava all’interno; reliquie preziose e rifiniture d’oro rilucevano agli occhi del visitatore come ricche pietre miliari. E di fianco alla cattedrale era stata costruita una grande biblioteca, dove ragazzi di origini più che modeste apprendevano fin da giovani il latino l’oratoria e la grammatica. Ma quella mattina il luogo dove riposavano gli antichi manoscritti, fatta eccezione per Siderin che con le mani dietro alla schiena e con aria ancora assonnata misurava il pavimento musivo, era vuota. Imponente di statura, colpito da una calvizie precoce con viso sempre rasato e occhi chiari tutt’altro che bonari, l’uomo si chiedeva ripetutamente quale potesse essere il motivo di quella chiamata improvvisa da parte dell’abate superiore in un’ora così insolita. Che dovesse chiedergli un altro obolo? Di denaro al monastero Siderin n’aveva donato molto, troppo anche, tanto che poteva quasi definirsi il padrone di quel luogo. Gli stessi libri che si trovavano negli scaffali della biblioteca, erano stati acquistati con il suo denaro. Tutto attorno vigilava un silenzio abissale, non si avvertivano neppure le noiose nenie che scandivano i ritmi dei religiosi. Siderin si fermò e lanciò un’occhiata fuori dalla finestra: la giornata prometteva bene, nessuna nuvola a ricoprire il cielo. Il suo castello, per nulla visibile da quell’angolazione, doveva essersi destato senza di lui. Chissà cosa


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avrebbero pensato tutti della sua scomparsa; chissà cosa avrebbe pensato Donamis. Donamis. Solo al pronunciare nella mente quel nome, la rabbia gli ribolliva nello stomaco. Quel giovane così debole senza alcun interesse non poteva essere suo nipote, non poteva essere l’unico erede di tutti i suoi beni. Era stato costretto a prenderlo a castello da qualche anno; sua sorella aveva pensato bene di morire troppo giovane, e per di più già vedova. Così si era ritrovato un ragazzo timido ed insicuro tra i piedi, inesperto di armi e con la passione per la lettura e le taverne. Lo disprezzava come gli spettri rifuggono la luce. E dire che tutto ciò che ora era suo un giorno sarebbe stato di Donamis…..avrebbe preferito dare tutto alle fiamme. L’abate superiore entrò nella biblioteca strappandolo a quei ragionamenti; era seguito da preti e monaci riverenti e sottomessi, che però furono subito congedati. La curiosità di Siderin allora raggiunse il culmine: l’abate non lo aveva mai ricevuto da solo. Quando fu richiusa la pesante porta della biblioteca, la faccia rotonda e colorata di rosso sulle gote dell’abate si distese in un gran sorriso. - Ringraziamo il Signore per questo bellissimo giorno!- esordì con un gesto teatrale del braccio. Siderin inchinò il capo e si mosse verso l’abate che gli tese la mano; l’uomo la sfiorò con le labbra, chiedendosi se non fosse piuttosto l’abate a dover riverire lui per tutte le sue ingenti donazioni. - Mettiamoci comodi.- continuò l’abate che facendo svolazzare volutamente la sua ampia tonaca, prese posto su una poltrona intarsiata accanto al tavolo centrale messa lì appositamente per lui. Siderin obbedì. Si sedette di fronte all’abate che non portava quella mattina il suo solito buffo copricapo argentato, né il suo bastone placcato d’oro. - Ma non perderò altro tempo che il Signore ci ha donato!- iniziò sfregandosi le mani. Siderin notò che sia i movimenti sia la voce dell'uomo erano piuttosto eccitati. - Finalmente partiremo per riconquistare la terra del Signore!- rivelò tutto d’un fiato. Siderin annuì. Ma quella notizia non lo entusiasmò per nulla; le guerre non gli erano mai interessate, né aveva ora sufficienti uomini da mandare a combattere se era questo che l’abate stava per chiedergli.


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- La terra del Signore deve tornare al popolo del Signore.- continuò l’abate- Deve essere fatta giustizia divina sulla terra! Siderin annuì di nuovo. - Ma non è per lezioni morali che vi ho fatto chiamare, no. So che queste dissertazioni non v’interessano! E si lasciò uscire una risata argentina; Siderin notò, con un certo disgusto, che la pappagorgia penzolante sotto il mento dell’abate eseguiva una bizzarra danza quando lui rideva. L’uomo poi si rifece serio. - Vi ho fatto chiamare- disse sporgendosi con la faccia rotonda verso Siderin- perché le guerre sono combattute da uomini fedeli e valorosi. Ma con l’ausilio di denaro si intende. Perché non c’è guerra senza denaro, capite vero? Siderin annuì ancora. Monete e sempre monete; quell’uomo grasso non faceva che chiedergli altro. A quel punto decise di intervenire: - Il proposito di riconquistare la terra del Signore è davvero ammirevole e degno di lode- disse con voce il più possibile affabile e pacata- ma io sono veramente spiacente di doverle negare il mio aiuto economico perché…. - Ma io non parlavo del vostro denaro!- lo interruppe subito l’abate scuotendo la testa, e assumendo un’espressione contrariata come se Siderin avesse bestemmiato. Siderin si zittì. Richiuse la bocca e si chiese dove quell’uomo grasso volesse andare a parare questa volta. - Vedete- spiegò l’abate- questa guerra è stata dichiarata per tutti i credenti, per la loro fede, per il loro Signore. La guerra è per riconquistare il regno del Signore sulla terra, così da conquistare un giorno anche quello nei cieli. Fece una breve pausa. - Tutti meritano il regno dei cieli!- proseguì poi con voce autorevole come se stesse recitando un sermone- Ma tutti se lo devono guadagnare. Siderin scosse la testa. - Non capisco quello che intendete dire.- disse ora spazientito. - Tutti devono contribuire a questa guerra, e come ho già detto le guerre hanno un loro valore. E se tutti intendono conquistarsi un giorno il regno dei cieli, allora vuol dire che tutti devono prima contribuire a pagarsi quello sulla terra.


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L’abate fece di nuovo una breve pausa sperando che Siderin avesse compreso il fine ultimo di quel suo monotono discorso. Ma vista l’esitazione dell’uomo, l’abate fu costretto ad aggiungere: - Tutti, anche il più povero tra i contadini deve offrire un aiuto per questa guerra. “Contributo per la fede” lo chiameremo. - Una….. tassa? Sulla fede?- gli fece eco Siderin, completamente sorpreso. - Certamente. O preferisce cacciarli di tasca sua i fondi? Siderin si accorse solo ora di quanto fosse pericoloso e astuto quell’uomo. Aveva visto giusto nell’accattivarselo con donazioni continue e cospicue. - Emanerò un decreto che tutti gli uomini saranno costretti ad accettare.- disse ancora l’abate. - E se invece rifiutassero? L’abate rise ancora. - La gente del villaggio è ignorante, ma non è stupida.- rispose tornando serio- Pagheranno, pagheranno. Se facciamo leva sui giusti perni, pagheranno. Siderin annuì. Non voleva sapere quali fossero i giusti perni. Poi un’idea allo stesso tempo geniale e così logica, l’illuminò all’improvviso. Questa avrebbe potuto rasserenargli non solo quella giornata, ma anche tutte quelle a venire. - Avete bisogno di uomini, di un esercito numeroso.- disse senza accorgersi che il suo viso si era trasformato in un feroce ghigno. - Certo, anche di questo. Sapete indicarmi un valoroso combattente? Siderin a quella domanda assentì. Lanciò poi un’altra occhiata fuori della finestra: nonostante fosse stato tirato giù dal letto troppo presto e costretto a rinunciare alla sua battuta di caccia, quello era proprio un bel giorno.


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MORTE E PRINCIPIO

Quando Airen arrivò correndo come il più veloce dei venti con Feude che a stento in sella al suo asino riusciva a starle dietro, era oramai troppo tardi: sua madre era già morta. Trovò Anika seduta accanto al letto dove Ierèa giaceva immobile con gli occhi chiusi, le braccia abbandonate sulle lenzuola bianche e i capelli chiari sparsi sul cuscino; pareva che indossasse un’aureola dorata. A quella vista Airen si paralizzò. Aveva corso senza mai fermarsi per una distanza incalcolabile, ma tutto avvertiva fuorché la stanchezza. Poi trovò la forza per correre un ultimo tratto, e gettarsi ai piedi del letto dove scoppiò in un pianto pietoso. Anika non andò a consolarla. Restò seduta con gli occhi fissi sul viso pallido di sua madre a rimuginare sulle sue ultime parole dette, una sorta di confessione e allo stesso tempo di supplica. Ma non era quello il momento di raccontare tutto a sua sorella; la lasciò così sfogarsi indisturbata. Feude le chiese con voce roca e bassa se potesse fare qualcosa. - Faccio venire qui i monaci per darle l’estremo saluto?- domandò asciugandosi con le dita una lacrima prima che potesse scorrerle giù per la guancia rugosa. - No.- rispose laconica Anika con voce chiara e ferma. Guardò sua sorella: Airen teneva il viso rivolto al pavimento coperto dai capelli scuri, le spalle scosse da singhiozzi irrefrenabili. Aveva iniziato a dire frasi sconnesse, imprecazioni, e a battere i pugni a terra. Feude impietosita si accucciò su di lei e la cinse per le spalle, accarezzandole la testa. Anika continuò a restarsene immobile, incapace di agire e di pensare. Nella testa le rimbombavano solo quelle ultime frasi che sua madre aveva pronunciate con voce fioca e quasi impercettibile: - Voglio essere sepolta come vostro padre. Nel bosco, tra la terra. A primavera così io rinascerò. Anika era trasalita a quella rivelazione. Ignorava completamente che il corpo di suo padre si trovasse nel luogo che tutti i giorni frequentava; poteva aver addirittura calpestato le sue ossa senza essersene resa


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conto. E dire che aveva sempre fatto visita ad una tomba vuota nel cimitero comune del villaggio…… - Voglio essere sepolta nella terra. Senza alcuna cerimonia, senza alcun addio. Ogni primavera rinascerò. Feude aveva aiutato Airen a rialzarsi. Ora la ragazza non piangeva più, ma era evidente che riusciva a stento a reggersi in piedi e a camminare. Anika la guardò: anche in un momento così orribile non riuscì a fare a meno di pensare che ogni volta che la rivedeva le sembrava un’altra, così diversa da non credere di avere con lei un legame di sangue. - Tu e tua sorella- le aveva raccomandato sua madre- avete un compito comune. Non lasciate che l’amore mio e di vostro padre per la scoperta e la conoscenza muoia con me. Continuate là da dove noi abbiamo lasciato, e fate in modo che i vostri figli facciano lo stesso. Feude fece sedere Airen su una lunga panca, dove la ragazza si accasciò contro il muro come pietrificata da un sortilegio. Anika finalmente decise di alzarsi e andò a sederlesi accanto. A principio non seppe cosa dire, che cosa fare; poi allungò una mano per trovare quella di sua sorella che strinse con forza. Sentì le dita fredde ed esili di Airen ricambiare la sua stretta. Restarono in quella posizione, sedute sulla panca con le mani giunte, per tutto il resto della mattinata. Nessuna delle due parlò, né si scambiarono sguardi consolatori. Eppure un occhio attento avrebbe giurato che attraverso quel contatto, le due giovani stessero a modo loro comunicando.

Accesero nove candele tutte intorno al letto di Ierèa poggiandole su qualunque rialzo riuscissero a trovare, che esso fosse una sedia o una panca. - Accendete nove ceri attorno al mio corpo. Gli spiriti si contenderanno la mia anima, ma la luce mi proteggerà. Cospargetemi poi di petali di rosa affinché vostro padre, attraverso questo celestiale profumo, possa trovarmi. – aveva detto Ierèa. Anika ed Airen avevano seguito alla lettera tutte queste istruzioni. Anika possedeva le rose già in casa raccolte in precedenza, anche se per uno scopo diverso. Feude aveva preferito lasciare sole le due sorelle, immaginando che avrebbero avuto molte cose da dirsi. In realtà le due ragazze per tutto il tempo necessario ad attuare quelle ultime disposizioni di Ierèa, erano state in silenzio rivolgendosi solo qualche


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sguardo di complicità. Airen non aveva fatto obiezioni quando Anika le aveva riferito le parole di sua madre; e allo stesso modo si era a sua volta stupita nel sapere che suo padre giacesse in un luogo tanto solitario e selvaggio. Anche se nessuna della due in quel momento se la sentì di affrontare quell’argomento. Airen fissò il volto di sua madre e le parve quasi di vederla respirare. La pelle della fronte e delle mani era pallida, ma le gote si erano colorite di un rosa candido. Era incredibile, ma la morte non le aveva portato via la bellezza, come aveva fatto invece con la vita. Neppure la malattia era riuscita a scalfirle il sorriso; ogni volta che tornava in quella casa e vedeva sua madre immobile in quel letto il cuore le si stringeva, eppure Ierèa riusciva sempre a farla sorridere. L’unico rimpianto che Airen provava in quell’istante era quello di non aver trascorso più tempo con sua madre, quello di non essere stata presente per salutarla un’ultima volta. La vita al castello le aveva strappato via momenti che avrebbero potuto rivelarsi impagabili; Siderin l’aveva tenuta con sé per tutto quel tempo pensando solo a se stesso, senza voler mai capire le sue origini e i suoi desideri. E accanto al corpo morto di sua madre, senza alcuna vergogna, non si trattenne dal pensare che quell’uomo potente ed egoista doveva finalmente tirare le somme di tutto il male che le aveva inflitto. - Come faremo a portare la mamma nel bosco?- chiese Anika d’un tratto facendola sobbalzare. - Non lo so. Airen si voltò a guardare sua sorella. Si era sempre chiesta perché si ostinasse a portare avvolto sulla testa quel drappo grigio, che in questo modo le nascondeva i bellissimi capelli biondi ereditati da Ierèa. - Sai già dove seppellirla?- domandò- Tu conosci quel luogo meglio di me! - C’è un posto dove colgo spesso fiori; le sarebbe di certo piaciuto, ma in questo modo io non avrei più il coraggio di andarvi. Sarebbe come privarla dei fiori della sua tomba. - E cosa suggerisci allora? Anika restò un attimo in silenzio. Fissò il volto di sua madre e disse: - C’è una quercia solitaria nel bosco verso il margine sinistro, dopo un sentiero di foglie morte che si curva verso il basso. Sarà lì che la porteremo. - Posso chiederti il motivo?- le domandò Airen.


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- Hai letto il manoscritto di nostro padre. Quindi credo che tu lo conosca. Le due sorelle si fissarono a lungo. Entrambe avevano gli occhi velati dalle lacrime, ma nessuna aveva intenzione di abbandonarsi di nuovo al pianto. Sentivano di dover portare a termine un compito preciso, l’ultimo volere di Ierèa. E solo quando l’avrebbero ricoperta di terra e lasciata nel bosco, forse si sarebbero abbandonate alla disperazione. Finché la donna era accanto a loro, pur inerme in quel letto cosparso di rose, questo significava che non se n’era ancora andata per sempre.

Airen fu costretta a far ritorno al castello. L’ora di pranzo era passata, e questo significava che gli ordini erano andati avanti senza le sue precise istruzioni. Si chiese perché nessuno fosse venuto a reclamarla, visto che era stata via un tempo così lungo senza peraltro aver avvisato nessuno. Ma non le importava se Siderin l’avesse sgridata; aveva per la mente un solo pensiero fisso, e già prima di rimettere piede a castello non desiderava altro che essere già nel bosco. Tornò in sella al mulo che Feude le aveva premurosamente prestato. Non le andava di camminare; all’improvviso si era sentita così stanca da non reggersi neppure seduta sul placido animale. Quando lo lasciò nelle stalle percorse a passo svelto e sicuro il cortile interno del castello, circondato tutto intorno da una serie infinita di busti marmorei raffiguranti i fieri antenati di Siderin. I membri della servitù che incontrava si fermavano a fissarla in silenzio, ma Airen non degnò nessuno della sua considerazione ed andò diritta alla ricerca del suo signore che non trovò né nella sala principale, né in una di quelle secondarie. Fu Siderin poi a trovare lei, che vagava ancora per i corridoi del castello come un fantasma irrequieto. - Mia cara Airen! Sei mancata a lungo!- esordì l’uomo avanzando verso di lei con le mani giunte dietro la schiena e lo sguardo raggiante.- Ho sentito che tua madre sta molto male! - E’ morta questa mattina!- rispose lei, lapidaria. Le lacrime le risalirono agli occhi così improvvise che le bruciarono. Non avrebbe mai pensato di trovare il coraggio di pronunciare quelle parole senza alcun balbettio o incertezza. Il volto dell’uomo tuttavia non mutò espressione. - Mi dispiace molto, cara. C’è qualcosa che posso fare per te?domandò fermandosi ad un passo dalla ragazza.


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Airen abbassò lo sguardo. - In verità si, mio signore. Vorrei che mi concedeste un giorno di libertà per stare accanto a mia sorella!- disse tutto d’un fiato. Siderin non rispose. L’aria nel corridoio parve congelarsi. Poi l’uomo iniziò a camminare avanti ed indietro senza staccare mai gli occhi dalla ragazza. - Un giorno di libertà?- ripeté- Non credo che questo facesse parte della convenzione stipulata tra me e tuo padre tanti anni fa. O sbaglio? - Io non…. Airen deglutì. Si sentì avvampare dalla rabbia. Cosa c’entrava con la morte di sua madre quella dannata convenzione che, come un patto diabolico, l’aveva strappata alla sua famiglia? Siderin non perdeva occasione per rinfacciarle quel documento, che tra l’altro lei non aveva mai visto. Era consuetudine, e questo accadeva nei colli Atrùgeti da quasi un secolo, che alcune delle famiglie contadine affidassero le figlie maggiori alle cure del signore di quelle terre affinché divenissero serve nel castello. In questo modo le famiglie contadine, provate da anni di continua carestia, si ritrovavano una bocca in meno da sfamare, e il signore dal canto suo aveva braccia in più per svolgere i lavori del castello; entrambe le parti quindi ci guadagnavano. - Io, mio signore...- continuò la ragazza sollevando un poco il viso per guardare l’uomo negli occhi- ho bisogno di stare con la mia famiglia in questo momento. Spero che voi….possiate capire. - Ma certo!- esclamò Siderin fermandosi- Credi che io non soffra per te? Airen deglutì di nuovo; si sentì beffata da quelle parole. Cosa poteva saperne quell’uomo del suo dolore, quando non provava nemmeno a capirlo? - La prego…- proseguì Airen, vergognandosi del suo tono supplichevole. Siderin le si avvicinò e le afferrò il mento con l’indice ed il pollice della mano sinistra. La costrinse a guardarlo. Il volto di Airen si era rigato di lacrime silenziose, ma l’uomo non sembrò prestarvi molta attenzione. - Un giorno di libertà!- ripeté ancora una volta come se non avesse capito bene- Questo ti costerà un prezzo da pagare. Capisci cosa intendo? Siderin fissò negli occhi il suo oggetto preferito che lo guardava di rimando. Chissà se l’uomo riusciva a captare i pensieri della giovane,


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tutto l’odio e il disprezzo che Airen covava nell’animo. Il desiderio ardente di vederlo morire agonizzante. Siderin godeva nel vedere la sua serva prediletta sottostare ai suoi capricci senza potersi mai difendere. In quei lunghi anni le aveva fatto solo qualche carezza, detto parole inopportune, costretta alle volte per suo puro piacere a svolgere lavori difficili e pesanti; ma mai era andato oltre. Perché non avrebbe mai mescolato il suo sangue con quello di una serva. Non l’avrebbe mai fatta entrare nel suo letto; questo avrebbe disonorato la sua nobiltà. E il gioco che intratteneva con Airen era quello di un cacciatore, che si diverte ad inseguire e punzecchiare la sua preda in una gabbia spaziosa ma comunque recinta dalla quale non si può fuggire. La ragazza era un animale bello e fiero; e questo rendeva l’inseguimento ancora più divertente. - Ma no!- disse poi staccandosi dalla giovane- Per questa volta ti lascio andare senza compensarmi di nulla. Raccogli le tue cose e vattene. Ma prima dell’imbrunire di domani dovrai essere di ritorno. Va, prima che io possa ripensarci! Airen non se lo fece ripetere. Lanciando un’ultima occhiata di disprezzo al suo padrone, si allontanò a grandi passi verso la sua stanza. Accelerò quando era certa che Siderin non poteva più vederla. Quindi si mise a correre. Non appena entrò nella sua stanza recuperò in fretta poche cose, tra cui il cofanetto di legno che si trovava ancora nascosto sotto il letto. Impiegò meno di qualche minuto per infagottare un abito di ricambio e alcuni oggetti personali per la toletta; dopodiché era già in corridoio, pronta a lasciare quel freddo e inospitale luogo. Pensò di passare per le scuderie e non solo perché doveva recuperare il mulo di Feude, ma soprattutto perché in questo modo non si sarebbe imbattuta di nuovo in Siderin. Imboccò così una scalinata di pietra stretta che girava su se stessa a spirale; questa si trovava dall’altra parte del corridoio dalla quale era venuta ed era praticata, in caso di stretta necessità, solo dalla servitù. Scese con cautela perché gli scalini erano levigati dal tempo e disuguali tra di loro. Aveva indossato sul vestito un mantello scuro fermato al collo da un fermaglio di citrino giallo brillante, lo stesso che Anika utilizzava per reggersi sulla testa il drappo grigio. Agortos aveva fatto loro dono di quelle pietre uguali, anche se Airen era stata costretta a tenere la sua chiusa nel cofanetto per paura che qualcuno potesse sottrargliela. Terminate le scale, fu costretta ad attraversare un corridoio stretto e buio. Airen si rimproverò per non


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aver portato con sé una luce; il citrino le donava la sua chiara luminosità, ma non era sufficiente a rischiararle i passi. Arrancando a fatica e aggrappandosi alla parete fredda, riuscì a superare quel tunnel non senza un certo timore. La sua mente complice l’oscurità le fece un brutto scherzo mostrandole, proprio come se l’avesse davanti agli occhi, l’immagine di sua madre morta nel letto che all’improvviso spalancava gli occhi per blaterarle qualcosa di insensato, e soprattutto per rimproverarla di non esserle stata vicina abbastanza. Airen si costrinse a farsi forza; scacciò quella terribile fantasia e quando finalmente intravide uno spiraglio di luce, affrettò il passo. Il tunnel buio era stato tappato dall’altra parte con della paglia ammucchiata che la ragazza facilmente tolse via. Le sembrò di liberarsi da una gigantesca ragnatela. Nelle scuderie non c’era nessuno, a parte i cavalli del signore ed il mulo di Feude che aveva legato in un angolo. Si affrettò a raggiungerlo. Ma avvertì subito un debole lamento, un mugolio che la fece sobbalzare. Si arrestò e si lanciò sguardi preoccupati attorno. Poi gli occhi le caddero su un paio di suole che spuntavano da un mucchio di paglia proprio davanti a lei. Indietreggiò allarmata. Qualcuno si era nascosto per aggredirla di sorpresa? O forse un membro della servitù si era sentito male? No, riconobbe che quelle erano suole di stivali troppo raffinate per essere indossate da un semplice stalliere. I piedi che calzavano gli stivali si mossero all'improvviso, facendole emettere un grido. Airen si portò le mani alla bocca, dopo aver fatto cadere a terra con un tonfo sordo il suo fagotto. Il padrone degli stivali allora si scostò la paglia da dosso come fosse una calda coperta, e si alzò faticosamente in piedi. - Ragazza, sei tu?- chiese Donamis barcollando su se stesso- Credevo fosse quel cane di mio zio! E rise. Il giovane si portò poi alle labbra una fiaschetta che teneva stretta nella mano, dalla quale bevve un lunghissimo sorso di quella che certamente non doveva essere acqua. Airen nel frattempo aveva accennato una goffa riverenza. - No, non t’inchinare di fronte ad un uomo morto!- disse il giovane staccandosi dalla fiaschetta. Venne avanti malfermo sulle gambe, tenendosi a stento in equilibrio. - Sono un uomo morto!- ribadì sorridendo- Si, un uomo…morto… E cadde sulle ginocchia. Airen allora corse ad aiutarlo. Si chinò, afferrò il giovane per le spalle e tentò inutilmente di rimetterlo in piedi.


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- Tra non molto, io sarò un uomo morto…- proseguì Donamis che si sdraiò a terra con la schiena rivolta contro il pavimento. Lasciò cadere la fiaschetta, che si svuotò di tutto il suo contenuto. Un odore penetrante di vino aromatico si diffuse presto nella stalla. Airen si rialzò in piedi, ma il giovane l’afferrò per una caviglia attirandola verso di sé. - Mio signore, ve ne prego….- disse Airen, ora spaventata. Donamis la lasciò subito andare. - Hai paura di me? Eppure io sono un uomo morto! L’immagine di sua madre inerme in un letto che l’aspettava per la sepoltura, le fece esplodere qualcosa nella mente. - Perché continuate a dire che siete morto, quando invece siete davanti a me e parlate e respirate anche?- gridò, prima che potesse accorgersene. Donamis si oscurò in viso. Si alzò sui gomiti. - Adesso respiro e parlo, ma tra qualche giorno non sarò più in grado di farlo!- rispose. Poi notò il fagotto di Airen abbandonato a terra. - Stai andando via?- domandò. E parve per un momento che l’effetto del vino fosse svanito. - Stai scappando? Mio zio cosa ti ha fatto ancora? E balzò in piedi così repentinamente che Airen indietreggiò. - Io….torno a casa per un giorno…. Ma non riuscì a rivelarne questa volta il motivo. - A casa?- ripeté Donamis con voce isterica- Potessi io tornare a casa! Invece sono costretto in questo posto con un perfetto estraneo che ora mi manda a morire in guerra! Perché sa che io non conosco armi, sa che perirò prima di scendere in battaglia! E si afferrò la testa con entrambe le mani, scuotendola violentemente. - Preferirei morire adesso per mano mia, che per spada di un nemico che non odio e conosco. Airen s’impietosì, ma non fece domande né si curò di quanto Donamis le aveva rivelato. Non riusciva neppure a rendersi conto di cosa potesse essere una guerra. - Io vi consiglio di riposare….- fece con tono timoroso. - Riposare? Donamis abbandonò le braccia lungo i fianchi. Poi con uno scatto improvviso afferrò Airen per i gomiti, stringendo forte. - Perché riposare ora quando tra non molto riposerò in eterno?


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Airen provò a divincolarsi dalla sua morsa, ma senza successo. Adesso il giovane le faceva davvero paura. - Voglio bere, giocare e divertirmi!- disse il giovane tornando a parlare con voce isterica. Poi, senza alcun preavviso, tirò a sé Airen. Prima che la giovane potesse impedirlo, Donamis appoggiò le labbra contro le sue in un bacio rude e violento che durò un brevissimo istante. Quindi il ragazzo, come se nulla fosse accaduto, la lasciò andare e si chinò a raccogliere la fiaschetta oramai vuota. - Dannazione!- urlò e la scaraventò di nuovo a terra. Alcuni dei cavalli nitrirono, spaventati. Airen restò impietrita. Il cuore il respiro e la mente le si erano come inceppati, e si sentì come se una lingua di fuoco l’avvolgesse da capo a piedi. - Perdonami.- disse Donamis che non osò guardarla in viso- Adesso va e lasciami solo. Donamis le diede le spalle, visibilmente imbarazzato. In quel momento giurò a se stesso, come aveva già fatto tante volte in realtà, che non avrebbe toccato più una stilla di vino. Airen tornò a muoversi lentamente. Raccolse il fagotto da terra e si diresse verso il mulo, che la guardava con occhi spenti e vacui; quell’animale era stato l’unico testimone di quanto era avvenuto, e Airen non aveva alcun dubbio che avrebbe mantenuto il segreto. Eppure non appena lasciò la stalla in totale silenzio, e temendo di essere richiamata indietro da Donamis, si guardò attorno sospettosa; se qualcuno della servitù li avesse visti, si sarebbe chiacchierato di quell’episodio per un tempo incalcolabile. E lei era stanca di essere bersaglio di occhiate cariche di invidia ed odio. Si allontanò veloce, trascinando dietro di sé il mulo che al contrario puntò le zampe anteriori a terra evidentemente contrariato per quella nuova partenza. Airen continuò a tirarlo con tutte le sue forze, e gli lanciò occhiate furibonde minacciandolo di lasciarlo lì dov’era. Uno degli stallieri passò in quel momento e ridacchiò divertito non appena vide quella scena. L’uomo entrò nella stalla ancora ridendo, e per poco non andò a sbattere contro Donamis che ne usciva proprio in quel momento; il giovane pareva che avesse ritrovato la lucidità perché si reggeva perfettamente in piedi senza mai vacillare. Lo stalliere tornò subito serio e fece un profondo inchino, anche se Donamis si accorse a mala pena della sua presenza. Airen sperò di diventare invisibile assieme al suo mulo testardo; si fece piccola accanto all’animale, che


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proprio in quell’istante si decise ad ubbidire incamminandosi senza aver ricevuto un nuovo strattone. E questa volta fu Airen a farsi guidare dall’animale senza opporre alcuna resistenza. Lanciò un’occhiata a Donamis: il giovane si stava allontanando verso i giardini con gli occhi incollati al terreno e le mani affondate nei pantaloni. Non la degnò di uno sguardo, sebbene le fosse passato a pochissimi metri di distanza. Quando Donamis scomparse dalla sua vista, Airen tornò a guardare davanti a sé la strada che si allontanava dal castello per scendere giù verso il villaggio e più in là verso casa sua. E soltanto quando vi fece ritorno e trovò ancora sua madre inerme nel letto, la realtà le ripiombò addosso catapultandola di nuovo nel dolore. Per un momento, per un brevissimo istante che era andato dal suo incontro con Siderin fino a quel bacio inaspettato, si era sentita lontana, come in un sogno.

Sua sorella era in un angolo della stanza, che trafficava in piedi davanti ad un tavolo ingombro di piante secche e pietruzze colorate. Le andò accanto cercando di non guardare il letto e il corpo di sua madre. - Che cosa fai?- le chiese Airen sbirciandole da sopra una spalla. Anika sobbalzò; per un attimo credette che fosse stata Ierèa a parlarle. - Queste sono foglie d’alloro.- spiegò tuttavia senza vogliaAllontanano gli spiriti maligni. Proteggeranno il corpo di nostra madre fino a quando non verrà sepolta. Airen annuì senza fare più domande. Con la coda dell’occhio guardò Ierèa: il suo viso si era fatto più bianco dall’ultima volta che l’aveva visto, mentre il letto era ricoperto tutto per intero da petali di rose; Anika doveva averne aggiunte delle altre quando lei era tornata a castello. - Ho mandato via Feude.- parlò Anika mentre sminuzzava le foglie di alloro in un recipiente di legno, colpendole con un oggetto di metallo a base rotonda- Dobbiamo essere sole quando lo faremo. Airen annuì di nuovo. Lanciò un’altra occhiata fuggevole a sua madre: quasi le parve che si fosse mossa. O più semplicemente si augurava che si muovesse, sperava che Ierèa si svegliasse rincuorandole e dicendo loro che era stata tutta una misera finzione. Airen scosse la testa a quel pensiero, e spostò gli occhi su una parte del tavolo; in un angolo giacevano completamente intatte sia la maggiorana che i mughetti colti


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quella mattina presto da sua sorella. Quelle piante non erano servite più a nulla: Ierèa era già morta al rientro di Anika dal bosco. -Ho terminato!- annunciò Anika- Ora dobbiamo inserire le foglie macinate….nella bocca di nostra madre. Airen credette di non aver sentito bene. Ma prima che potesse rispondere qualunque cosa, sua sorella si stava dirigendo già verso il letto della morta. Airen le andò dietro riluttante. - Dobbiamo tapparle la bocca in modo che gli spiriti maligni non possano entrare!- spiegò Anika. Guardò sua sorella e riconoscendo sul suo viso un'espressione spaventata e incredula aggiunse: - L’ho letto sul libro di nostro padre; non credo che lui scrivesse menzogne. Airen annuì di nuovo. Non se n’era ancora accorta, ma stava iniziando a tremare. Fissò la bocca rosea e serrata di sua madre. Come avrebbero fatto a riversarvi all’interno tutte quelle foglie macinate? - Mettiti dall’altra parte del letto- disse Anika- e cerca di aprirle la bocca. Un brivido corse su per tutta la schiena di Airen. Ma dopo una breve esitazione, ubbidì. Fece il giro del letto e quando si accostò al viso di sua madre, le lacrime le risalirono agli occhi ardenti come tizzoni di fuoco; per un attimo pensò che le avrebbero bruciato tutta la faccia. Tese le mani in avanti. Doveva afferrare con una la mandibola e con l’altra la parte superiore del viso, eppure le dita le restarono sollevate in aria come morte. Restò in quella posizione per un tempo che parve infinito. Poi ritirò le mani nascondendole dietro la schiena. - Non ce la posso fare!- si lamentò piagnucolando. Anika allora le passò il recipiente di legno. Airen esitò prima di afferrarlo. - Lo faccio io.- la tranquillizzò Anika- Tu resta pronta ad inserire le foglie! E con il recipiente stretto tra le mani e gli occhi velati dalle lacrime, Airen guardò sua sorella afferrare il volto di sua madre e aprirle la bocca con un gesto secco. Il corpo inerme di Ierèa collaborò senza fare alcuna obiezione. Senza che sua sorella potesse aggiungere altro, Airen prese tra le dita la maggior quantità di foglie sminuzzate e le portò alla bocca di sua madre. Cercò di dominare il tremolio delle sue dita, e neanche se ne accorse quando vi riuscì. Fece cadere le foglie nella


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bocca di Ierèa, fredda come una caverna di pietra. Poi ripeté l’operazione altre due volte finché il recipiente fu svuotato, e la bocca di sua madre ripiena di alloro. Quindi Anika le richiuse dolcemente le labbra, dalle quali spuntavano ora ciuffi di foglie verdastre. - Dobbiamo condurla nel bosco.- disse Anika che si portò alle guance le dita con le quali aveva tenuto fermo il viso di sua madre. E fu come se la donna le avesse rivolto un’ultima carezza.


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SEPOLTURA

Dopo averlo avvolto per bene nel lenzuolo del letto, caricarono il corpo di Ierèa sul mulo. Quell’impresa non fu facile, e non solo perché le membra senza vita della donna pesavano enormemente; ma soprattutto perché impiegarono molto tempo prima di convincersi a toccare quello che all’apparenza poteva sembrare solo un sacco bianco ed ingombrante. Anika si muoveva con maggior disinvoltura rispetto a sua sorella, che al contrario si rifiutò più di una volta di afferrare sua madre; diceva di temere di farle del male. Si avviarono verso il bosco che era quasi il tramonto. L’aria era immobile, non si avvertiva alcun rumore. Anika procedeva davanti tenendo il mulo per la corda, mentre Airen camminava dietro l’animale sforzandosi di non fissare il sacco bianco che dondolava sul dorso del mulo. E si chiese se quello che stavano facendo fosse giusto, se non sarebbe stato meglio seppellire Ierèa nel cimitero comune dopo una funzione religiosa. Era da tantissimo tempo che non andava nel bosco e l’idea di entrarvi ora, e per quella ragione, l'atterriva. Invidiò sua sorella che pareva essere immune da tutti quei pensieri e timori. Anche se in fondo, rifletté tra sé, lei era abituata a quei luoghi, era cresciuta tra piante e rocce tra la terra e gli alberi, lontana dalla quotidianità della vita a castello. Chissà cosa aveva provato nel toccare il viso freddo di sua madre….Il bosco si stagliò di fronte a loro come un’ombra gigantesca e amorfa che sembrava voler ricoprire tutta la terra. Il silenzio di quel luogo era paralizzante. Il mulo ragliò debolmente, come ad esternare anche lui le sue preoccupazioni. L’animale sbandò perché una delle zampe anteriori gli finì in una buca del terreno, ed il corpo di Ierèa si piegò da una parte pericolosamente. Con una mossa istintiva Airen si mosse in avanti per trattenerlo dal cadere. L’afferrò per le gambe, e quel contatto brusco ed improvviso con il corpo di sua madre le fece rivoltare qualcosa nello stomaco. Sentì l’odore di rose che le riempì le narici, e prima che potesse accorgersene stava piangendo. Continuò a camminare con le mani incollate alle gambe di sua madre, incapace di staccarsene. Anika non si voltò. Avvertiva i singhiozzi deboli di sua sorella, ma non fece


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nulla per calmarla. Dopo tutto era giusto così: prima dovevano adempiere alle ultime volontà di Ierèa, e solo in seguito si sarebbero consolate a vicenda pensando ai giorni a venire. L’ombra del noce solitario alla loro destra si allungava sul terreno, sparendo tra l’erba rada che vi cresceva attorno. Anika lo fissò per un momento e sembrò che un ricordo lontano volesse riaffiorarle alla mente: l'immagine di lei bambina che ascoltava vigile sotto quelle fronde le parole di suo padre. Ma la ragazza lo rifiutò: aveva ben altre faccende di cui occuparsi. Quindi tirò con attenzione il mulo verso un sentiero opposto a quello che aveva imboccato quella mattina. Solo allora Airen si staccò dal corpo di sua madre, incuriosita e allo stesso tempo preoccupata di quella variazione non preannunciata. Il sentiero di foglie morte in discesa che portava alla quercia solitaria e secolare, era stato percorso da Anika rarissime volte. Questo scendeva zigzagando tra alberi alti dal fusto sottile, e declinava sempre più in basso fino a raggiungere una piccola radura circolare ricoperta da una spessa cortina di foglie. E ancora più in basso la quercia solitaria occupava uno spiazzo tutto suo, che a fatica si era guadagnata combattendo con le sue enormi radici che spuntavano ora dal terreno formando archi tozzi e ruvidi. Quello sarebbe stato il posto ideale per seppellire Ierèa, silenzioso e come circondato da un alone magico. Si addentrarono nel bosco. Il mulo non fece alcuna opposizione, nemmeno quando rischiò di cadere di nuovo in una buca. Anika rallentò il passo ma non perché il sentiero si restringesse; tra i due margini vi era una notevole distanza, ma la minaccia veniva dai lati e dall’alto perché rami bassi e sottili, che si protendevano verso di loro come tante braccia nemiche, rischiavano di infilarsi nei capelli e nelle vesti delle due ragazze graffiandole. Quando poi uno dei rami tentò di accecare un occhio del mulo, l’animale si bloccò sulle zampe ragliando rumorosamente. Anika lo tirò verso di sé con tutte le sue forze, ma l’animale non si mosse. Anche Airen tentò di farlo camminare spingendolo per una coscia, ma per tutta risposta il mulo lasciò andare un peto maleodorante che la nauseò. - Andiamo, forza….- lo incoraggiava Anika tirando così forte la corda che questa rischiò addirittura di spezzarsi. Airen notò che alcuni rami bassi ed appuntiti cercavano di pungere il corpo di sua madre. Iniziò così ad allontanarli e romperli, ma queste operazioni già di per sé difficili lo furono ancora di più: il mulo non voleva proprio saperne di avanzare ed indietreggiava sollevando zolle


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di terra. Il lenzuolo bianco pendeva sul dorso dell’animale irrequieto, come un panno steso al sole che rischiava di essere trascinato via dalla furia del vento. - Qualcosa lo spaventa!- concluse Anika. Sentiva le braccia intorpidite per lo sforzo di trattenere l’animale e la pelle dei palmi delle sue mani tendersi violentemente, pronte a sanguinare. - Cosa facciamo adesso?- chiese Airen allarmata dalle parole di sua sorella. - Lasciamolo andare!- rispose Anika senza pensarci due volte- Non ci ubbidirà mai! - Lasciarlo….andare? E come pensi di…. Ma Airen conosceva già la risposta. Le due ragazze si fissarono un istante, poi insieme e senza parlare afferrarono il corpo di Ierèa per portarlo a terra. Lo stesero con delicatezza quasi maniacale, come se avessero il timore che potesse rompersi. Il mulo, non appena capì di essere libero, indietreggiò e scomparì veloce a ritroso per il sentiero. Airen ed Anika fissarono mute ed attonite il sudario bianco dalla forma umana che giaceva ai loro piedi. L’odore penetrante di rose continuava ad aleggiare tutto attorno come un’aurea invisibile. Un ramo si era impigliato tra i capelli scuri di Airen, ma lei non vi badò. - Quanto è distante la quercia?- chiese quest’ultima con voce che non le sembrava sua. - Non molto.- rispose Anika- Ma non è la distanza che mi preoccupa. E’ la discesa. - Allora…mettiamoci in cammino! Airen si chinò per prendere sua madre per le gambe. Anika invece l’afferrò per le spalle. Il corpo avvolto nel lenzuolo bianco pesava, ma non più di quella situazione. Le due ragazze si chiesero se sarebbero riuscite a portare il corpo di Ierèa fino al luogo di sepoltura. Non avevano fatto neppure dieci passi che erano già stanche, ma soprattutto era il contatto con il corpo morto a sfinirle. Toccare Ierèa così a lungo, quelle membra gelate dalla morte…..mai in vita avevano provato una così intensa vicinanza con la loro madre. Il sentiero si restrinse a metà cammino, e gli alberi cessarono di protendersi in avanti e di infastidirle. Anika procedeva con le spalle verso il sentiero, ma non temeva di cadere; il bosco, con le sue voci appena sussurrate, pareva indicarle la strada sostituendosi ai suoi occhi. Guardò sua sorella: Airen aveva sul


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viso un’espressione di dolore e stanchezza, che le cancellava i bei tratti delicati. I capelli scuri poi erano arruffati in ciocche disordinate, alle quali delle foglie si erano aggrappate; una di queste le pendeva vicino ad un orecchio, ed era evidente che la solleticava fastidiosamente. - Vuoi che ci fermiamo?- chiese Anika rallentando. Airen senza rispondere arrestò il passo. Posarono a terra il corpo di Ierèa, stando bene attente a non poggiarlo su sassi o rami spinosi. Tirarono entrambe un sospiro, esauste. Airen restò immobile a fissare il lenzuolo bianco mentre la foglia le pendeva ancora vicino all’orecchio. Anika allora le si avvicinò lentamente, e la levò via afferrandola con il pollice e l’indice. Ma Airen non rispose a quel breve contatto. Restò a fissare il corpo di sua madre assorta in pensieri che i suoi occhi riuscivano a celare bene. - Torniamo a camminare. Il declino è vicino.- disse Anika. Si stava facendo buio. Qualcuno stava spegnendo lentamente la lampada che illuminava il mondo. Ed il bosco pareva addensarsi e confondersi tra le sue ombre scure: la notte le avrebbe sorprese in quel luogo, sole ed indifese. Come aveva annunciato Anika, giunsero finalmente alla temuta discesa che come uno strapiombo si apriva su di un mare di tenebre. Se mai ci fossero state delle foglie morte le due ragazze non l’avrebbero mai saputo veramente, perché l’oscurità ricopriva il terreno sul quale avrebbero messo i piedi. Si fermarono di nuovo, questa volta tenendo il corpo di Ierèa sospeso a mezz’aria. Poi senza parlare si avviarono insieme giù per la discesa, mettendo avanti prima un piede e poi l'altro. La discesa le obbligava a tenere sollevato ancora di più il corpo per non farlo urtare contro il terreno che non era duro ed uniforme, ma molle e soffice. I piedi affondavano nelle foglie, che solleticavano le loro caviglie. Continuarono a scendere coordinando i passi ed i movimenti. Prestavano bene attenzione a dove mettevano i piedi, ma quasi non riuscivano a scorgere nulla sotto di loro. Poi una delle due, o tutte e due insieme, persero l’equilibrio. Barcollarono sulle gambe incerte e stanche fino a che accadde l’inevitabile: assieme al corpo di Ierèa, che furono costrette a lasciare, caddero sulle ginocchia e ruzzolarono giù per la discesa emettendo grida di dolore e rabbia. Sollevarono zolle di terra e si ricoprirono di foglie secche; una finì addirittura in bocca ad Anika che subito risputò disgustata. I tre corpi continuarono a cadere compiendo giravolte e capriole senza fermarsi mai fino ai piedi del declino, dove si arrestarono di colpo. Airen batté il


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fianco contro qualcosa, e il dolore la stordì per un breve istante. Anika invece si sollevò subito in piedi. Si guardò attorno nell’oscurità e nonostante questo riuscì subito ad individuare sua sorella. Corse da lei e l’aiutò a rialzarsi. Aggrappandosi l’una all’altra per farsi forza, cercarono con gli occhi il lenzuolo bianco. Lo trovarono seminascosto da un manto di foglie. Nonostante la tremenda caduta il corpo di Ierèa non si era liberato dal suo sudario che sembrava brillare nel buio, un sacco gettato lì e abbandonato nel bosco. Corsero a recuperarlo. Tolsero via le foglie e solo allora si accorsero che al contrario di quanto avevano pensato, un braccio fuoriusciva dal lenzuolo e giaceva inerme sul terreno. Un braccio sporco e ferito dalla caduta che però non sanguinava. A quella visione prima Airen e poi Anika scoppiarono in un pianto penoso, che non riuscì a mettere in fuga alcuni uccelli che guardavano la scena con occhi tondi e curiosi. I volatili emisero poi uno strano e acuto verso annunciando la loro presenza: se ne stavano placidamente appollaiati su uno dei rami della quercia solitaria.

Scavarono una fossa poco distante dall’albero secolare. Prima con le nude mani, poi aiutandosi con rami e pietre. Era oramai buio pesto, ma le loro percezioni e i loro occhi si erano abituati all’oscurità. La quercia alle loro spalle si stagliava enorme come un gigante che sovrintendeva al loro lavoro. Le fissava con i suoi infiniti occhi, e tra le sue radici profonde ed arcuate le due ragazze si sentivano protette. Nel bosco non si percepiva un rumore; era possibile che tutte le creature stessero riposando? Il corpo di Ierèa giaceva ora alla base dell’albero: una macchia bianca sotto ad un tronco diritto e tozzo che si confondeva con la notte. Anika ed Airen scavavano senza sosta da ormai molto tempo, ma non erano stanche. Le dita, anche se non riuscivano a vederle bene, sapevano che sanguinavano ricoperte di vesciche e tagli. Avvertivano la terra insinuarsi sotto le unghie, lungo le braccia, sui vestiti; ma non si sentivano sporche. Erano come in simbiosi con la Terra, “lei” che avrebbe presto accolto e custodito il corpo di Ierèa. Non importava quanto fosse profonda la tomba, ciò che contava era che questa fosse abbastanza larga in modo che la donna potesse riposare comodamente. Nessuna delle due ragazze parlava, perché anche solo disturbare o interrompere quel rito era per loro cosa sconvenevole e sacrilega. E quando finalmente la tomba fu giudicata da entrambe pronta, si


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risollevarono sulle gambe per rimirare il lavoro compiuto. Non riuscivano a distinguere i contorni della fossa, ma potevano vedere quella buca tinta di colori più scuri in mezzo al terreno e alle foglie. Si voltarono per recuperare di nuovo il lenzuolo bianco. Quasi si aspettavano di non ritrovarlo più lì dove l’avevano lasciato, trascinato via o fatto risorgere da chissà quale forza mistica del bosco. Ed invece Ierèa aspettava ancora alla base della quercia. La presero senza esitare e la condussero alla fossa. Lì la riposero come un cimelio antico e di valore che sta per essere nascosto agli occhi del mondo. Fissarono il corpo di Ierèa, quel sudario profumato che nonostante il viaggio e la caduta non si era sporcato nemmeno un po’. Airen congiunse le mani e pregò muovendo appena le labbra. Anika al contrario restò immobile ed in silenzio con se stessa. E fu lei la prima a chinarsi di nuovo per ricoprire la tomba. Airen la imitò quasi subito. In breve il corpo di Ierèa fu rivestito e scomparve sotto zolle di terra e foglie. Il lenzuolo bianco ora poteva divenire solo un ricordo, e Ierèa un fantasma e un doloroso rimpianto. La tomba fu ultimata. Ierèa giaceva ora nel luogo dove aveva desiderato riposare per sempre. - Torniamo a casa?- chiese Airen con voce appena percettibile. Sentiva il bisogno di riposare e piangere. Anika annuì. Lanciò un’occhiata alla quercia solitaria e disse in tono fermo e solenne: - Affidiamo a te, albero di saggezza, il corpo e l’anima di nostra madre! La sua voce risuonò per il bosco come amplificata. Airen si guardò attorno e rabbrividì stringendosi nelle spalle. Poi udì un rumore provenire da un lato della boscaglia che non riuscì però ad identificare. Uno scalpiccio di zoccoli, o almeno così le era parso. - Lo senti anche tu?- domandò avvicinandosi a sua sorella- Qualcuno ci ha seguite? E già immaginava Siderin a cavallo che era tornato prepotentemente per riprenderla e riportarla a castello. - Nessuno viene mai qui.- rispose Anika- Queste devono essere creature del bosco. - E forse…..faranno del male a nostra madre?- domandò Airen furiosa e allo stesso tempo disgustata, quando pensò che animali selvatici potessero dissotterrare il corpo di Ierèa per farne scempio. - No. Perché dovrebbero? Nostra madre conosceva questo luogo, e non ci avrebbe mai chiesto di seppellirla qui se sospettava di correre pericolo. O che noi corressimo pericoli!


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Airen annuì un poco rincuorata. Lo scalpiccio si ripeté, più vicino questa volta. E un vento fresco ed improvviso scosse le fronde della quercia facendole ondeggiare. - Che succede? Anika... Le due sorelle istintivamente si strinsero per farsi coraggio. Erano proprio zoccoli quelli che si avvicinavano, e se all’inizio ne avevano sentiti solo un paio, adesso quella che stava per sbucare dal bosco sembrava una vera e propria mandria di cavalli impazziti. Il vento si ripeté e come tante mani invisibili nel buio, costrinse le due ragazze lontane dalla tomba. - Credo che dovremmo andarcene!- concluse Anika- Loro vogliono così! Airen non fece domande. Lanciò un’ultima occhiata alla fossa, che ora per qualche ignota ragione riusciva a distinguere perfettamente. Risalirono il declino velocemente senza mai voltarsi indietro, correndo mano nella mano senza mai cadere. Tutto intorno era buio ma loro riuscivano a vedere esattamente il sentiero, ed era come se i rami una volta protesi in modo minaccioso si fossero adesso ripiegati su se stessi consentendo loro di correre indisturbate. E nel frattempo nel bosco, alle loro spalle, avveniva un prodigio antico quanto la terra.


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DISCENDENZA

Nessuna delle due voleva riposare nel letto dove era morta Ierèa. Questo era ancora disfatto, con parte del lenzuolo che penzolava da una parte, alcuni petali di rose che giacevano sui cuscini e a terra. Feude aveva preparato loro del brodo di verdura, che lentamente andava raffreddandosi in un angolo del tavolo. Poi, dopo averle baciate entrambe sulla fronte, le aveva lasciate sole promettendo che sarebbe tornata la mattina seguente. Se n’era andata portando con sé il mulo, che era riuscito da solo a ritrovare la strada di casa; e lui fu l'unico testimone di quanto avevano fatto quella notte. Nessun altro doveva sapere della sepoltura segreta di Ierèa; gli uomini e le donne del villaggio non avrebbero mai capito. Per tutti loro Ierèa doveva giacere accanto ad Agortos nel cimitero comune, appena fuori i confini della terra di Siderin, sepolta dopo una cerimonia ristrettissima. Airen guardava il letto di sua madre con occhi assonnati e tristi. Pensava, una volta rientrata in casa, che sarebbe scoppiata a piangere ed invece non aveva versato neanche una lacrima. Spostò pigramente lo sguardo su sua sorella: Anika, seduta accanto al tavolo dirimpetto a lei, leggeva un manoscritto in totale silenzio; uno dei libri di suo padre, lo riconobbe subito. Non si erano scambiate una parola da quando erano uscite dal bosco. Neppure Anika aveva sfogato il suo dolore ed Airen si chiese cosa sua sorella stesse pensando, in quali antri malinconici si stessero addentrando i suoi pensieri. Ma in fondo, rifletté con amarezza, non erano più le sorelle indivisibili di una volta. Da quando Airen si era trasferita a castello il loro rapporto, com’era prevedibile, si era allentato. Erano cresciute in ambienti differenti, tra uomini e donne diversi, in mondi quasi incompatibili. Airen era rimasta comunque attaccata alle sue tradizioni e alla sua famiglia, ma mai quanto Anika che della natura si era cibata e della famiglia ne aveva fatto l’unico scopo delle sue giornate. Airen aveva incontrato donne di diversa età e strato sociale; Anika era rimasta in contatto solo con sua madre e con Feude, ignorando che al mondo potessero esistere altre persone oltre i confini della sua casa e del bosco. Eppure ad Airen pareva che sua


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sorella fosse più consapevole di quanto era accaduto, che sapesse dare una risposta alla morte di sua madre e non solo. Lei doveva sapere cos’era accaduto nel bosco dopo che se n’erano andate, doveva immaginare cosa fosse successo alla sepoltura di Ierèa. E non aspettò ulteriormente a chiedere. - Che cosa è accaduto questa sera?- domandò risvegliandosi dal suo torpore- Tu ne sei a conoscenza, non è vero? Anika alzò lentamente gli occhi dalle pagine che stava leggendo. Fissò sua sorella ed annuì. Airen aspettò una spiegazione che però non arrivò. Allora riprese: - Tu sai perché nostra madre ha espresso il desiderio di essere sepolta nel bosco, dico bene? Anika richiuse il libro che parve scricchiolare su se stesso. Se lo poggiò sulle ginocchia e si sedette meglio sulla sedia. Airen notò che non aveva liberato i capelli dal drappo grigio, nemmeno ora che se ne stavano chiuse in case da sole. E per un attimo si domandò se sua sorella avesse ancora i capelli lunghi e biondi che ricordava. - Credo che nel bosco abitino quelle creature che nostro padre ha descritto nel suo libro, sebbene non conosceva il loro nome.- disse. - Creature? Che genere di creature? Airen aggrottò la fronte perplessa e curiosa. - Creature….metà uomini e metà cavalli….non so bene come descrivertele. Airen annuì, sforzandosi di capire. - Tu non le hai mai viste?- chiese. - No, mai. Ma le ho avvertite spesso, mentre vagavo nel bosco. - E sono….. cattive? - Non credo. A me non hanno mai fatto del male. - E cosa volevano da nostra madre? Anika parve pensierosa. Poi disse: - Credo che abbiano portato via la sua anima. - Non spetta agli angeli questo compito?- domandò Airen, ripassandosi a mente gli insegnamenti ricevuti a castello da un’anziana serva molto religiosa. Anika si limitò ad alzare le spalle. - Nostro padre non ha scritto mai nulla in proposito?- domandò Airen disposta per qualche strano motivo a credere più alla versione della sorella che a quella della religiosa.


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- Solo accenni, nulla di particolare. Airen assentì di nuovo. Quindi nella stanza tornò il silenzio. Le due sorelle guardarono entrambe il letto di Ierèa ora vuoto, per abbassare subito lo sguardo. Non avrebbero mai avuto il coraggio di dormire tra quelle lenzuola. - Chi era nostro padre?- domandò d'un tratto Airen, sollevando gli occhi da terra. Anika le rivolse un’espressione sbigottita. - Intendo dire:- si corresse Airen- cos’era per amare così tanto la natura, il bosco…….per scrivere di queste strane creature che forse solo lui aveva visto…… Fece una breve pausa. Poi continuò: - Quando stipulò quella maledetta convenzione con Siderin, nostro padre mi lasciò un cofanetto di legno con all’interno pietruzze e foglie secche. E ancor prima di lasciarmi andare a castello, mi accennò di poteri delle pietre e delle piante. Per quale ragione lo fece? Anika guardò sua sorella e abbozzò un sorriso. - Non so “cosa” fosse nostro padre.- rispose alzandosi in piedi- So solo che è stato un uomo di grande ingegno e spirito. Prima che noi nascessimo viaggiò molto per questa terra, scoprì piante e rocce nuove, studiò gli animali e gli uomini anche. Credeva che fosse al mondo unicamente per conoscerlo ed entrare in stretto contatto con “lui”. Fece una pausa. - Ed io anche. - Come? Anika si diresse verso una madia bassa e tarlata. S’inginocchiò senza posare il libro che stringeva in una mano, e con l'altra aprì una delle ante. Airen, incuriosita, si alzò e la raggiunse. Sbirciò da sopra la spalla di sua sorella. Ciò che vide non le risultò nuovo: all’interno della madia c’erano piante e radici di ogni sorta, ampolle ripiene di liquidi e recipienti di ogni grandezza. Esattamente tutto quello che si poteva trovare alle volte in quella casa anche sopra il tavolo e in bella vista. - Non capisco!- fece allontanandosi. Anika si rialzò con una fialetta contenente un liquido verdognolo e denso. - Vedi questo liquido?- chiese. Airen notò che sua sorella stava sorridendo compiaciuta. Ed era la prima volta dopo tanto tempo che la vedeva sorridere.


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- E’ un potente veleno!- rivelò Anika. - Un…veleno? - Ottenuto con rimedi assolutamente naturali. Airen scosse la testa facendo cenno di non capire. - Non ti dirò gli ingredienti, così che tu non sarai costretta a riferirli.continuò Anika tenendo sollevata in aria la fialetta- Ma il punto è che se la natura ci mette a disposizione elementi che ci permettono di togliere la vita, allora sarà in grado di regalarci elementi capaci di farla rinascere. O quanto meno di migliorarla. Ed è questo che io osservo e studio. Nostro padre creò, mescolando diversi ingredienti e non dopo pochi tentativi, un liquido che uccide. Io scoprirò un liquido che farà vivere. In eterno. Airen tornò a sedersi. Credeva di non aver compreso a fondo tutte quelle parole. Pensò addirittura che la morte di sua madre avesse fatto impazzire sua sorella. - Continuerò gli studi di nostro padre.- proseguì in tono risoluto AnikaEd anche tu lo farai, perché è ciò che ci ha chiesto nostra madre. Non possiamo lasciare che le loro fatiche vadano perse. Airen si costrinse ad annuire. Le ci sarebbe voluto molto tempo per assimilare e comprendere bene il discorso di sua sorella. Poi balzò in piedi, illuminata da un pensiero che la tormentava da tempo. - Nostro padre mi diede tra le altre cose del quarzo affumato. – disse recuperando il fagotto riposto in un angolo, e cercandovi all’interno il cofanetto di legno scuro- Lessi nel suo manoscritto che esso rappresenta… - …..tutto ciò che c’è di misterioso ed ignoto?- finì Anika. Airen assentì. Trovò il cofanetto di legno e lo aprì cacciando fuori la pietra verdastra ed amorfa. - Nostro padre scrisse che bisogna interrogarla: tu sai come si fa? Anika posò il libro sul tavolo tenendo ben stretta la fialetta in una mano. Con l’altra afferrò il quarzo affumato che fissò con attenzione. - No, non so come s’interpretano le pietre. Ho sempre prediletto a queste le piante e i fiori! Anika restituì la pietra a sua sorella. - E nostro padre cosa prediligeva?- chiese Airen rigirandosi il quarzo affumato tra le mani. - Nulla. Lui amava tutte le cose.


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Airen annuì, tuttavia dispiaciuta che sua sorella non le avesse dato ulteriori spiegazioni. - Quello che vorrei io invece è sapere le cose prima che accadano.rivelò Airen- Se avessi saputo che nostra madre stava morendo, sarei giunta in tempo per salutarla…. Anika si mosse per riporre la fialetta nella madia; richiuse le ante e si sollevò in piedi lentamente. Si voltò di nuovo e fissò sua sorella, che a sua volta teneva gli occhi incollati sul quarzo affumato. - Non so quasi nulla riguardo le rocce.- disse- Ma mi sembra di aver letto sul manoscritto di nostro padre che masticare foglie di alloro prima di coricarsi rechi in sogno profezie e visioni future. Airen sollevò gli occhi dalla pietra. - Davvero?- domandò interessata- La stessa pianta che abbiamo…..infilata….. Non riuscì a dire “nella bocca di nostra madre”. - Esattamente. - E tu non hai mai provato a…. Anika scosse la testa. - Se sapessi cosa accadesse domani, non proverei più il piacere di alzarmi la mattina! Airen sorrise. Poi le due sorelle tornarono in silenzio. Anche se non potevano saperlo, si stavano chiedendo entrambe la stessa cosa: era giusto parlare di pietre e piante quando erano trascorse pochissime ore dalla particolarissima cerimonia funebre di Ierèa? Non sarebbe stato più corretto piangere l’una nelle braccia dell’altra parlando di cose accadute, ricordi d’infanzia, o magari dei giorni a venire? Non sarebbe stato più opportuno raccogliersi in preghiera, o peggio abbandonarsi alla disperazione?Forse. Eppure entrambe sentivano che Ierèa avrebbe voluto così. Era stata lei stessa ad affermare che una volta sepolta nel bosco, sarebbe vissuta in eterno. Ed era come se in fondo non avesse mai abbandonato quella stanza. Airen ed Anika guardarono il letto disfatto. No: nessuna delle due avrebbe mai dormito tra quelle lenzuola quella notte.

Il sogno la condusse su un prato sterminato di cadaveri. Un prato ricoperto da scheletri umani, che giacevano sotto un cielo plumbeo ed immobile. Alitava in quel luogo una brezza che sembrava cantare una


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nenia funebre. Ed Airen vide se stessa camminare tra i corpi ridotti ossa e polvere. Vide membra spezzate dalla battaglia e teschi ghignanti. Un furioso scontro doveva essere avvenuto lì un tempo, un odio feroce aveva condotto gli uomini alla morte. Airen non seppe distinguere insegne o stendardi: entrambi gli schieramenti nemici erano ora uguali nella stessa fine. La ragazza avanzava piano tra gli scheletri. Eppure non si sentiva gli arti inferiori, e le sembrava piuttosto di volteggiare sui cadaveri. E li fissava non disgustata o terrorizzata; ma con occhi vigili ed attenti. Sebbene non riuscisse a capire ancora, era arrivata in quel luogo per cercare qualcosa. E scrutava quel paesaggio funereo, fissando le vesti scure degli scheletri e le armi bagnate di porpora. E poi lo vide: si bloccò a mezz’aria sopra tre scheletri nudi. Sotto di essi, tra le ossa bianche, giaceva il corpo di Donamis con la schiena rivolta al terreno i vestiti laceri ed il volto coperto in parte dai lunghi capelli scuri. A differenza di tutti gli altri cadaveri il ragazzo aveva ancora la pelle attaccata alle ossa, come se fosse stato l’ultimo a morire su quel campo di battaglia. Ma come se avesse letto quel pensiero nella testa di Airen, il giovane che restò immobile e riverso sulla schiena sotto ai tre scheletri parlò: - No. Io sono stato il primo.- disse. Eppure le sue labbra non si mossero. Airen allora si voltò perché un improvviso spostamento d’aria la costrinse a farlo. Dietro di lei gli scheletri si erano rimessi in piedi riprendendo a combattere furiosamente. Tutti i cadaveri si erano rialzati. Tutti tranne quello di Donamis, che restò disteso a terra come unica vittima di quel conflitto.

A destarla fu il rumore di vetri infranti sul pavimento. Non appena Airen aprì gli occhi sobbalzando sulla sedia dove dormiva, vide sua sorella di spalle china a terra. Si stropicciò gli occhi con le dita e guardò fuori dalla finestra; il sole non era ancora sorto. Fece per chiedere ad Anika cosa stesse facendo ma il ricordo del sogno era troppo vivo nella sua mente, e le ci volle un lungo istante prima di tornare completamente alla realtà. Si voltò allora a guardare il letto di sua madre. Le foglie di alloro che aveva masticate e poi risputate, giacevano ancora sui cuscini. Quel sogno era stato il frutto di quella magica pianta? - Ti ho svegliata?- chiese Anika che si rialzò in piedi con i pezzi di vetro raccolti attentamente in una pezza.


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- Che stai facendo?- domandò Airen, sbadigliando. La ragazza si alzò lentamente dalla sedia, intorpidita e dolorante per come aveva dormito. - Dobbiamo tornare alla tomba di nostra madre.- rispose Anika che si avviò alla porta per gettare i vetri in un luogo dove non potevano rivelarsi pericolosi. Airen assentì senza fare domande. Gettò poi uno sguardo sul tavolo e sulla madia: sua sorella aveva cacciato fuori piante di ogni sorta ed ampolle di ogni dimensione. Non se n’era ancora accorta, ma sul fuoco del camino già acceso bolliva una pentola di pietra grigia fumante. Anika uscì lasciando la porta aperta. Airen si avvicinò al tavolo; c’erano dei fogli manoscritti sparpagliati un po’ ovunque e un libro aperto a metà. Non impiegò molto a capire e riconoscere che quella era la calligrafia ordinata ed elegante di suo padre. Si sporse per leggere a voce alta una riga a caso: “….e avvicinarli è pericoloso in quanto schivi e riservati. Se lo reputano degno e necessario saranno loro a presentarsi. Tuttavia una notte li spiai senza essere visto per gran lungo tempo…”Anika rientrò in casa chiudendo la porta. Airen sobbalzò e si allontanò dal tavolo sospettosa. - Che cosa hai in mente di fare?- domandò incrociando le braccia al petto. Anika non ripose e si avviò verso il camino per gettare ancora della legna nel fuoco. Poi mescolò il contenuto della pentola di pietra con un lungo bastone rotondo. - Non sei curiosa di scoprire chi sono le creature che abitano nel bosco?- disse senza distogliere gli occhi dal liquido inodore. - E dobbiamo tornare alla tomba di nostra madre per farlo? Anika si allontanò dal camino. - Ti ho sentita leggere.- disse- Continua! Airen ubbidì tornando alla pagina manoscritta che aveva interrotta: “…..senza accorgermi che mi trovavo esattamente nel punto medesimo dal quale li avevo spiati la sera prima. Ed un fenomeno simile era già accaduto. Dunque posso affermare con assoluta sicurezza che queste creature sono solite ricomparire nel luogo in cui le avevo vedute l’ultima volta.” Capì di aver letto abbastanza. - Pensi che queste “creature” adesso siano sulla tomba di nostra madre?- domandò conoscendo tuttavia la risposta.


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Anika assentì con la testa. - Puoi passarmi quell’ampolla vuota e rotonda che è sul tavolo, proprio accanto al libro che stai leggendo?- chiese. Airen ubbidì ancora. Quando passò l’ampolla a sua sorella quest’ultima, con un enorme mestolo di legno, cacciò del liquido bollente dalla pentola per versarlo dentro al recipiente vuoto con estrema attenzione. - Infuso di vischio e radice di pino.- spiegò Anika prima che sua sorella potesse chiederglielo- Ci aiuterà a trovare le creature nel caso nostro padre si fosse sbagliato. - L’hai letto su uno dei suoi manoscritti? Anika lasciò cadere il mestolo nella pentola, e fissò compiaciuta l’ampolla che aveva riempito fino all’orlo della pozione color terriccio. - No. Questa è tutta opera mia!- rispose sorridendo- Il pino appartiene alla sfera maschile e tutte le creature, come ha scritto nostro padre, sono per l’appunto dei maschi. Mentre il vischio rappresenta il tramite tra l’umano e il divino. - Vuoi dire che queste creature sono state mandate qui da Dio? - Non lo so con certezza. Ma è palese oramai che non possono essere umane! Airen scosse la testa che iniziava in verità a dolerle: con tutte quelle informazioni si sentiva confusa, quasi ubriaca. E non poté fare a meno di chiedersi di nuovo se la morte di Ierèa non avesse fatto impazzire sua sorella. Blaterava in continuazione di creature e pozioni. Poi il sogno dal quale si era allontanata solo poco tempo prima, le ritornò alla mente così nitido che quasi le fece male. Lanciò un’occhiata alle foglie di alloro riposte sui cuscini del letto ancora disfatto, e pensò che sarebbe impazzita anche lei. Anika dovette capire ciò che pensava perché domandò se le foglie di alloro avessero avuto l’effetto desiderato. Airen non seppe se rispondere la verità: sua sorella non sospettava neppure dell’esistenza di un giovane di nome Donamis, quindi non le sarebbe stata di alcun aiuto nel decifrare quel sogno. Anche se in realtà quelle immagini per quanto orribili parlavano piuttosto chiaro: Donamis sarebbe morto su un campo di battaglia, forse su quello stesso scenario di guerra al quale suo zio stava per spedirlo. - Ho visto la morte di un uomo!- rispose trasalendo. Sul volto di Anika si dipinse un’espressione di assoluto stupore. - Dici davvero? E di chi si tratta?


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L’episodio del bacio rubato ritornò alla memoria di Airen come uno schiaffo improvviso. - Un…un uomo del castello!- mormorò imbarazzata. - Se è così devi correre ad avvertirlo! Airen guardò sua sorella. Sapeva che aveva ragione, ma d’altronde in che modo e con quali parole presentarsi di fronte al giovane per confessargli di aver visto in sogno la sua fine? - Io…non so…potrei essermi sbagliata…- farfugliò. Eppure sul significato del suo sogno non poteva esserci alcun dubbio. - Devi correre al castello ed avvertire questa persona, o credo che tu la rimpiangerai per sempre!- continuò Anika seria in volto. Airen annuì con la testa. E stava quasi per convincersi ad andare, quando cambiò subito idea. - Se torno al castello adesso- disse- credo che il mio…signore mi tratterrà lì e non mi farà tornare tanto presto! E quelle….creature…. - Non preoccuparti di questo!- le rispose Anika afferrandola per un braccio- Il tuo sogno è più importante! Si fissarono per qualche istante. Poi Airen si staccò da sua sorella per recuperare il suo fagotto. Guardò il letto disfatto che era stato il luogo di malattia, sofferenza e morte di sua madre. Quasi invidiò quelle lenzuola bianche tra le quali Ierèa aveva spirato. Se solo avesse masticate prima quelle foglie di alloro….avrebbe saputo in tempo della morte di sua madre e le sarebbe stata accanto. O magari….l’avrebbe salvata, come stava cercando di fare adesso per Donamis. Anika, dopo aver posato l’ampolla con la pozione color terriccio sul tavolo, si avvicinò a sua sorella per allacciarle al collo un mantello scarlatto che profumava di pulito. L’aveva recuperato in una piccola panca nascosta sotto il letto. - Questo era di nostra madre.- spiegò- Ci sono altri abiti che non metteva e non metterà più. Quando farai ritorno ne sceglierai qualcuno. Airen ringraziò. Senza aggiungere altro si avviò verso l'uscita, e nella mente già pensava alle parole che avrebbe dovuto rivolgere a Donamis. Aprì la porta ma si bloccò sulla soglia. - Tu andrai lo stesso nel bosco?- chiese senza voltarsi. - Non potrei farne a meno.- rispose Anika. - Stai attenta! Airen uscì fuori che il sole aveva appena illuminato la strada, sorgendo lesto da est. Avrebbe dovuto risalire fino al castello a piedi questa volta


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quindi non poteva perdere tempo. Eppure si sarebbe soffermata volentieri a rimirare la natura assolata, quella natura che suo padre aveva amato tanto, quei fenomeni che aveva a lungo osservati. Quasi si meravigliò di come i primi raggi del sole proiettassero luce sulle foglie degli alberi, conferendo loro colori tanto cangianti e diversi. Tantissime tonalità dello stesso verde, tantissime varietà di gradazioni sfumate a seconda di una foglia o di un'altra. Un tripudio di toni profumi e riverberi. Un enorme calice dal quale succhiare conoscenza.


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SOGNI E CREATURE

Arrivò al castello dopo circa mezz'ora di cammino; nelle cucine c’era un andirivieni di serve e cuochi intenti già a preparare il pranzo di Siderin. Da come apprese subito, il signore era uscito per la sua battuta di caccia e non ne era ancora rientrato; quindi poteva cercare Donamis e parlargli in tutta tranquillità del suo sogno. O meglio: non gli avrebbe rivelato le immagini di quella notte; piuttosto l’avrebbe pregato di non partire inventando su due piedi una scusa plausibile che però ancora non era riuscita a trovare. Senza indugiare oltre, e soprattutto senza rispondere alle domande delle altre serve che con facce falsamente dispiaciute le chiedevano di sua madre ripetendole quanto fossero addolorate per la sua perdita, lasciò le cucine per risalire fino alla camera di Donamis. Sperava di trovarlo ancora là. Attraversò il corridoio in tutta fretta temendo di essere arrivata tardi: se il giovane fosse già partito, allora sarebbe stato perso per sempre. Non appena giunse davanti alla porta della sua camera, esitò prima di bussare; il ricordo di quanto era accaduto nelle stalle la fece arrossire all’improvviso, e quasi la dissuase da quanto stava per fare. Poi fece un profondo respiro, ripetendo a se stessa che non poteva permettersi di farsi prendere dall’imbarazzo proprio adesso. Così sollevò lentamente il braccio destro, e bussò con il pugno chiuso per tre volte consecutive. Per qualche inspiegabile ragione si aggiustò i capelli ed il vestito. Poi si passò una mano sullo stomaco: era dal giorno prima che non mangiava e la pancia iniziava a protestare. Il fagotto poi le penzolava ancora dalle spalle sopra al mantello scarlatto, ma aveva deciso che si sarebbe data una ripulita e avrebbe riempito la pancia solo dopo aver parlato con Donamis. Airen giudicava quella missione troppo importante per pensare ad altro. Dalla stanza non venne alcuna risposta. Airen allora bussò ancora, più forte questa volta. Ma nulla. Il giovane stava ancora dormendo? Era solito rincasare tardi durante la notte, Airen lo sapeva. Ma quella mattina doveva assolutamente tirarlo giù dal letto, non poteva aspettare oltre. Se la ragazza avesse rimandato il suo discorso, non avrebbe più trovato il coraggio in seguito per rivelargli ciò che


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aveva visto. Bussò di nuovo. E finalmente la voce di Donamis, chiara e seria più di quanto Airen si aspettasse, le venne come risposta invitandola ad entrare. La ragazza ubbidì. Girò il pomello della porta e l’aprì lentamente, con il cuore che iniziava a batterle nel petto. Aveva trovato almeno la frase con la quale iniziare il suo racconto; ma dimenticò improvvisamente anche quella. Nella stanza non erano ancora state tirate le tende, così tutto era in penombra. Airen lanciò subito un’occhiata verso il letto e nonostante la poca luce riuscì a vedere lo stesso che questo era vuoto. Le lenzuola giacevano lungo i bordi ciondolando verso terra. Uno dei cuscini poi era finito sul pavimento. Airen alzò lo sguardo ai vetri della finestra: Donamis se ne stava di spalle immobile e in piedi a fissare le tende chiuse. - Che cosa vuoi?- domandò il giovane senza voltarsi con voce atonaNon voglio la colazione, non ho fame! Airen deglutì. Da dove iniziare, con quali parole? - Io….- farfugliò. Ma si bloccò. Donamis dovette riconoscere comunque la sua voce, perché girò su se stesso lentamente. Ma la ragazza non riuscì a vederlo in volto: la penombra le impediva ancora di farlo. - Ho saputo dalla servitù della morte di tua madre.- disse- Sono addolorato, credimi! Airen non rispose. Non era l’argomento che si era ripromessa di affrontare con il giovane. - So che dovevi rientrare questo pomeriggio!- continuò DonamisPerché sei già qui? Airen balbettò di nuovo qualche parola. Il cuore era così impegnato a batterle forte che non le suggeriva nulla da dire che fosse sensato. Poi sentir parlare il giovane di sua madre, le aveva cucito addosso una tristezza mista a gratitudine che le bloccava ogni forma di pensiero. - Mio zio….è a caccia.- proseguì il giovane restando immobile nella penombra- Io stavo….preparandomi per partire. Tra non molto verranno a prendermi. Ed Airen forse non aspettava altro sennonché fosse Donamis stesso ad affrontare per primo quel discorso. - Non potete partire!- disse scattando in avanti- Se partirete, morirete! Donamis non ripose. Airen non poteva leggere l’assoluta espressione di meraviglia che si dipinse sul volto del giovane a quelle parole. Anche gli occhi gli si illuminarono di una singolare luce.


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- Morire? Certo che morirò!- disse poi sghignazzando - Vado in guerra, è inevitabile che io muoia! - No…..io intendevo dire….. - Che cosa? Questa volta fu Donamis a fare un passo avanti. I due giovani erano molto vicini ora eppure, sempre a causa della scarsa luminosità della stanza, non riuscivano ancora a guardarsi negli occhi. - Non sei tu a dovermi dire che morirò. Della mia fine ne sono già a conoscenza! Airen capì di dover essere più chiara; se fin dall’inizio aveva deciso di non rivelare il suo sogno, adesso quella le sembrava l’unica cosa giusta da fare. - Stanotte ho visto delle immagini in sogno,- disse abbassando il tono di voce- immagini orribili di battaglia e morte. Ed ho visto voi, signore, morire. Morire per primo in battaglia. Airen parlò velocemente senza fare pause temendo di non poter così proseguire. Pensò con la sua spiegazione di essere stata piuttosto esauriente. - Delle immagini in un sogno?- ripeté Donamis scettico. -E’ esattamente quello che ho detto!- ribadì Airen- I miei sogni….corrispondono sempre alla realtà! O dovrebbero.... - Davvero? Donamis indietreggiò di un passo. - Io non ho bisogno certo di sognare per capire che mio zio mi manda volutamente a morire in guerra per sbarazzarsi di me!- sbottò il giovane. Airen non lo vide, ma Donamis strinse i pugni fino a farsi diventare le nocche bianche e doloranti. - Ho visto che eravate morto,- continuò Airen- sepolto da scheletri terribili! Signore, non dovete partire! - Se tutto dipendesse dalla mia volontà….. Donamis sospirò. - Vai, adesso!- disse tornando a voltarsi di spalle- Ti sono grato per i tuoi avvertimenti, ma oramai tutto è stato deciso! - Ma, signore…. Airen sobbalzò quando lo sentì pestare un piede a terra. Quello era segno che il discorso era definitivamente concluso. La ragazza si avviò alla porta schiacciata dal peso dell’insuccesso; in fondo al cuore lo


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sapeva che non sarebbe stata mai creduta o per lo meno ascoltata. Ma prima che potesse lasciare la stanza Donamis disse: - Non raccontare a nessun altro quello che hai detto a me. Presto saranno emanate nuove e infrangibili regole dal monastero, ed i tuoi sogni potrebbero rivelarsi pericolosi per te. Io parto per la guerra, ma non lascerò per essa un posto più sicuro. Non c’è luogo al mondo che lo sia. Airen non comprese a fondo il significato di quelle parole. Lasciò la stanza senza dire nulla, ma quando richiuse la porta dietro di sé la colse l’inspiegabile sensazione che avrebbe rivisto Donamis prima di quanto si fosse aspettata.

Feude si mostrò preoccupata quando Anika le disse che sarebbe tornata nel bosco. - E’ un luogo poco adatto ad una ragazza sola….- andava dicendo-…e poi ora che non devi cercare più piante medicamentose per la povera anima di tua madre…. - Non stare in pensiero per me.- rispose la ragazza- Conosco il bosco quanto mio padre oramai! Anika ripose l’ampolla con la pozione color terriccio nella sua sacca intelaiata. - Tornerò presto!- disse uscendo dalla porta a passi veloci e sicuri. Feude la seguì, e si fermò sulla soglia a guardare la giovane allontanarsi verso il bosco con il cuore rigonfio di ansia. Anika era irremovibile quando si trattava di andare alla ricerca di piante e fiori. Non aveva mai avuto paura di quel luogo selvaggio, fin da bambina vi si era recata spessissimo. Ma Feude non capiva proprio perché la ragazza quella mattina avesse così fretta e desiderio di andarci. Era in ansia per lei poiché era trascorso solo un giorno dalla morte di Ierèa, e nonostante questo non l’aveva mai vista versare una lacrima. Anika, quando lo voleva, sapeva essere dura come la roccia ed impenetrabile come la notte più oscura. Si chiedeva di continuo quali potevano essere i pensieri che occupavano la sua mente sempre assente, o immersa in quelle strambe occupazioni durante le quali se ne stava per ore a leggere pergamene di suo padre, o a fissare le piante che giornalmente riportava a casa dal bosco. Feude l’aveva sempre considerata come figlia sua, l’aveva vista crescere e l'aveva accudita, soprattutto durante


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quegli ultimi mesi di lunga malattia di Ierèa. Eppure era completamente all’oscuro su quanto faceva Anika nel bosco. Se forse non avesse perso il padre da bambina…..Agortos aveva lasciato le sue donne troppo presto. Ed ora anche Ierèa l’aveva abbandonate. Airen avrebbe continuato a servire Siderin a castello, ma Anika cosa avrebbe fatto? Non poteva restare ad abitare sola in quella casa lontana da tutto il resto, sarebbe stata una preda troppo indifesa. Doveva convincerla a tornare al villaggio, a vivere tra la gente, a frequentare le altre persone e a lasciarsi alle spalle quella vita solitaria. Ma non sarebbe stato facile, lo sapeva. Le abitudini, le sue strane abitudini, sarebbero state difficili da superare. - Povera Anika!- si lamentò. Poi provò a figurarsi nella mente la figura di Agortos, ma non vi riuscì. E non arrivò a ricordare neppure il giorno della sua scomparsa, la causa che l’aveva strappato alla vita e alle sue figlie. Era sempre stato un individuo bizzarro, poco avvezzo alla discussione, sempre isolato nei suoi ragionamenti; questo invece lo rammentava bene. Era solito partire per settimane intere, verso luoghi della terra che Feude ignorava totalmente. Non gli era mai piaciuto, ed incolpava del carattere chiuso e schivo di Anika la sua cattiva educazione. - Povera Anika!- ripeté di nuovo. Sospirò portandosi una mano sul petto e fece per rientrare in casa, quando avvertì il rumore inconfondibile di zoccoli di cavalli al galoppo venire proprio in quella direzione. Lanciò un’occhiata al sentiero che aveva imboccato Anika: la ragazza non era già più visibile. I cavalli al contrario comparvero all’orizzonte spronati a folle velocità dai tre cavalieri che li montavano, e che parevano avere un nemico infernale alle spalle da seminare. Rallentarono solo quando notarono Feude ritta sulla soglia di casa. Allora due dei tre cavalieri si arrestarono di colpo, e solo uno di loro continuò la sua folle corsa. Quando fu a pochi passi dall’anziana donna, arrestò il cavallo e scese con un balzo tra uno sfarfallare di vesti e mantello. Sulla camicia portava ritratta l'Aquila Bianca in volo, stemma della casata di Siderin; i pantaloni neri terminavano all'interno di un paio di stivali scuri, la cui cinghia di cuoio luccicava lustrata a nuovo. Non era un bell'uomo, ma gli abiti cerimoniosi che indossava lo facevano apparire attraente. Feude restò come impietrita a fissarlo con occhi sgranati; aveva iniziato a tremare senza motivo. L’uomo le si avvicinò con passi pesanti; i suoi stivali


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scavavano profondi solchi nel terreno. Una massa incolta di capelli rossicci cerchiavano un viso rotondo e beffardo. Gli occhi sprizzavano un’odiosa aria di superiorità. - Questa è casa vostra?- chiese l’uomo fermandosi e prendendo a fissare dal tetto in giù la modesta abitazione. - No…voglio dire…si..- balbettò Feude stringendosi nelle spalle. - E’ casa vostra oppure no?- chiese di nuovo l’uomo puntando questa volta gli occhi chiari ed acerbi sulla donna. - S…si. Feude con la coda dell’occhio fissò il punto dal quale Anika era scomparsa. Quasi ebbe il timore di rivederla comparire: se la ragazza fosse tornata indietro proprio in quel momento si sarebbe imbattuta in quell’uomo che, glielo si leggeva in viso, non avrebbe avuto certo buone intenzioni. - L’abate superiore si affida alla vostra fede e alla vostra clemenzainiziò l’uomo- affinché aiutiate il suo esercito ad uscire vincitore sugli infedeli. Vi chiede di partecipare con qualunque mezzo per sostenere i suoi uomini in quella terra lontana. Vi rammenta ancora che prestare aiuto agli uomini che servono la fede in terra, vi aprirà le porte per la beatitudine del cielo. Aspetto il vostro contributo. Feude non afferrò il senso di quel lungo discorso recitato in fretta e in tono atono, pieno di parole di cui non conosceva il significato. Quindi non si mosse dall’uscio di casa. Notando allora la sua esitazione l’uomo mutò atteggiamento, e senza aggiungere una sillaba la costrinse a farsi da una parte con un gesto sprezzante del braccio ed entrò in casa. Anika prima di uscire aveva riposto tutte le erbe e le ampolle nella madia. L’uomo così trovò sul tavolo solo una pentola vuota e del pane stantio. Il letto di Ierèa era ancora disfatto. - Dove nascondi le monete, vecchia?- chiese l’uomo in tono stentoreo. Feude non rispose. Gli occhi le si riempirono di lacrime. L’uomo fece un giro per la stanza. Gettò a terra con un braccio sia la pentola sia il pane stantio. Poi sogghignando si diresse verso la madia. La donna tentò di scattare in avanti per fermarlo, ma le gambe le pesavano come due macigni. Chissà come avrebbe reagito quell’uomo trovandosi di fronte fiale di ogni sorta e radici di piante macinate…..Ma Feude questo non lo avrebbe mai saputo. Uno degli altri due cavalieri che si erano fermati poco più distanti, entrò in casa richiamando l’attenzione del compagno. Gli disse qualcosa che la donna, a causa dello stato di


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confusione e terrore in cui si trovava, non sentì. Quindi i due cavalieri lasciarono frettolosamente la stanza senza congedarsi, e lasciando la donna completamente allibita. Feude li sentì allontanarsi e risalire sui rispettivi cavalli, che furono lanciati al galoppo nella direzione dalla quale erano venuti. La donna tirò un sospiro di sollievo accasciandosi sulla sedia dove quella notte Airen aveva dormito. Quindi gli occhi le caddero sulle foglie di alloro masticate e riposte su uno dei cuscini. Fortuna che quell’uomo non le aveva notate…..E solo in quel momento di ritrovata pace e tranquillità, le venne alla mente una sola parola che credeva aver udito quando il secondo uomo era entrato in casa per richiamare l’altro. Ma la parola fuggito non le rievocava proprio nulla alla mente; né francamente le interessava.

Suo padre doveva essersi sbagliato e forse sarebbe stata costretta a ricorrere alla pozione color terriccio. Era tornata nel luogo dove aveva sepolto sua madre, impiegando la metà del tempo che era occorso a lei e ad Airen per portarvi Ierèa. Si era nascosta tra i rovi di un cespuglio e lì aveva atteso che le misteriose creature tornassero. E invece ciò che Anika aveva fissato fino a quel momento era stata solo la tomba di sua madre, quel pezzo di terra più scuro che spiccava tra foglie e ciuffi di erba verde. Si era aspettata di trovarvi sopra chissà quale meraviglia; al contrario le creature non avevano portato modifiche o aggiunte alla tomba. Neppure un fiore, o un segno. Tant’è che Anika iniziò a sospettare delle loro intenzioni, e soprattutto della loro esistenza. Eppure suo padre aveva scritto, sebbene in maniera frammentata e confusa, più di una pagina riguardo quegli esseri “metà uomini e metà cavalli”. Ed Anika, accovacciata tra gli arbusti, provò ad immaginarsele. Dovevano essere incantevoli, n’era certa; sprigionare un fascino arcano e divino. Dovevano avere il corpo bianco e candido, magari con una coda fluente e setosa. Era impaziente di incontrarle. Agortos aveva scritto a proposito della loro volontà di non mostrarsi mai agli uomini; ma Anika sperava che per lei, che a lungo aveva frequentato il loro bosco senza mai importunarle, facessero un’eccezione. Ciò che le premeva di più era poter continuare a raccontare di loro come aveva fatto in precedenza suo padre, proseguire là dove lui si era interrotto. Un improvviso movimento la richiamò alla


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realtà. Si girò su un fianco puntando gli occhi alla sua sinistra, verso il punto dove credeva provenisse il rumore. Le era sembrato uno scalpiccio di zoccoli sul manto di foglie cadute; ma non ne era sicura, l’immaginazione poteva averle giocato uno scherzo. Mentre lei fissava un punto indefinito alla sua sinistra, qualcosa si mosse dietro di lei; ma prima che Anika potesse voltarsi e vederla quella era già scomparsa. Fremente d’eccitazione la ragazza prese a girare la testa in tutte le direzioni. Si sentiva osservata, ma non aveva paura. Sapeva che le creature erano lì tutte attorno a lei e che la fissavano senza farsi vedere. Le foglie della quercia secolare presero a muoversi; eppure non tirava un alito di vento, e gli alberi vicini erano immobili come pietrificati. Anika tornò a guardare la tomba di sua madre: quelli che riconobbe subito come petali di primule rosse, cadevano dalle fronde della quercia sulla fossa scavata da lei e da Airen. Scendevano lenti ed ordinati per posarsi sulla tomba, fino a formare quello che ad Anika parve la figura di un cerchio perfetto. Quell’immagine la meravigliò a tal punto che non resistette, e si alzò in piedi per osservare meglio. Uscì dal cespuglio e fece qualche passo in avanti, fino a che la pioggia di petali rossi si arrestò di colpo. Capì subito di aver appena commesso un errore. Si fermò e la sua espressione da meraviglia si tramutò in terrore. Avvertiva ancora gli occhi delle creature puntati addosso, ma questa volta poteva sentire inesorabile il loro crescente disappunto. Le avevano concesso di rimanere presente alla loro particolarissima sepoltura in onore di Ierèa a patto che, solo ora Anika se ne rendeva veramente conto, lei ne restasse fuori. La ragazza indietreggiò, amareggiata e spaventata. Provò a scusarsi, ma le parole le morirono in gola. Poi sentì di nuovo rumore di zoccoli, vicinissimi questa volta. La creatura era dietro di lei, era certa di percepirne addirittura il respiro. Cadde in ginocchio; le gambe avevano preso a tremolarle così violentemente che non riuscì più a reggersi in piedi. Per la prima volta nella sua vita, si pentì di essersi addentrata nel bosco. Lanciò un’ultima occhiata alla tomba di sua madre: i petali rossi avevano ricominciato a cadere lenti ed ordinati. Sussultò, ma si trattenne dal gridare: quattro zampe affusolate e bianche le erano appena comparse davanti agli occhi. Anika chinò la testa incapace di sollevare lo sguardo. In breve tempo le creature l’accerchiarono e la ragazza in quell’istante non poté fare a meno di pensare che, almeno questa volta, poteva riportare sulla carta parole e sensazioni che suo padre non aveva mai scritto.


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GLI UOMINI-CAVALLO

- Ho sempre sostenuto che mio nipote fosse tanto sciocco. Ma non immaginavo che la sua codardia l’avrebbe condotto fino a questo punto! Siderin mandò giù tutto il liquido rossastro contenuto nella coppa di cristallo. Era tornato stanco affamato ed assetato dalla sua battuta di caccia, eppure Airen non l’aveva mai visto euforico come quel giorno. L’uomo se ne stava nella sua camera, seduto comodo sulla sua poltrona ricoperta da una particolare stoffa azzurra fatta venire da un luogo lontano apposta per lui. Quello era il terzo bicchiere che beveva, ed Airen si chiese se non fosse venuto il momento di farglielo notare. Siderin era rimasto sorpreso quando, rientrando da una battuta di caccia copiosa e lunga, aveva trovato già la ragazza a castello sebbene le avesse concesso il permesso di far ritorno al tramonto. Ma senza porsi tante domande e senza chiedere nulla riguardo alla morte di Ierèa, l’uomo aveva comandato ad Airen di seguirlo con un abbondante pasto e con una bottiglia di buon vino rosso. A quanto pareva aveva molte cose da festeggiare. - Peccato solo che la sua fuga sia finita prima che Donamis si rendesse conto di quello che stava facendo. Non capisce che è un onore riservato solo a pochi quello di servire la propria fede! Airen se ne stava in piedi accanto alla porta aspettando l’occasione giusta per chiedere congedo. Teneva il viso nascosto dai capelli scuri in modo che Siderin non potesse vedere il suo viso corrucciato ed ansioso. Da quanto le era stato riferito dopo aver lasciato Donamis solo nella sua stanza il giovane aveva preferito, senza pensarci ulteriormente, calarsi giù dalla finestra e fuggire dal destino al quale lo zio l'aveva condannato. Sperava in questo modo di evitare la chiamata alla guerra, ma in realtà quell’azione scellerata aveva aggravato solo la sua situazione. Inoltre si era messo in ridicolo di fronte agli occhi di tutti manifestando le sue legittime paure. Le guardie di Siderin non avevano impiegato molto tempo a ritrovarlo e a riportarlo indietro, trattato e deriso come un qualsiasi prigioniero. Donamis era fuggito a piedi, e


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nascondersi nella vegetazione circostante il castello non gli era servito a niente. E proprio in quell’istante, mentre Airen guardava disgustata Siderin bere avidamente e rallegrarsi delle sue fortune, Donamis era in cammino scortato da una guardia che lo stava conducendo nel luogo dove un numero imprecisato di uomini si stava adunando per raggiungere il luogo di battaglia. Avrebbero impiegato solo qualche giorno di viaggio, ed Airen sperava che in tutto quel tempo il ragazzo trovasse un altro modo per sottrarsi a quell’impresa. - Tu partiresti per servire la tua fede?- chiese d'un tratto Siderin. Airen impiegò qualche istante prima di capire che l’uomo si era rivolto a lei, sebbene fosse l’unica ad essere presente nella stanza. Ma prima che potesse aprire bocca e rispondere, lui continuò: - Non dovrei parlarti di certe cose. Cosa vuoi che ne capiscano le serve di armi e battaglie? Airen restò ammutolita. In realtà avrebbe desiderato dargli una risposta, ma credeva allo stesso tempo che a Siderin non sarebbero piaciute le sue parole. Odiava quell’uomo più di ogni altra cosa; il disprezzo era arrivato a superare addirittura il dolore per la perdita di sua madre. Avvertiva un gran fuoco ribollirgli nello stomaco, come se questo fosse un calderone fumante pronto a rigettare fuori un potente veleno. Un potente veleno. Si ripeté nella mente quelle due parole una dozzina di volte. - Avvicinati!- comandò poi l’uomo accompagnando quelle parole con un gesto della mano. Airen esitò. Non voleva ubbidire, ma sapeva di doverlo fare. Non aveva altra scelta. Si mosse quindi molto lentamente, il viso ancora rivolto al pavimento. - Darò un banchetto nei prossimi giorni.- disse Siderin fissando il fondo della coppa vuota- Ti piacerebbe parteciparvi? Airen non rispose. Quando fu a pochi passi dall’uomo si arrestò. - Intendo come mia ospite.- aggiunse Siderin sollevando gli occhi sulla ragazza. Airen capì subito che si stava facendo beffe di lei. Come poteva un uomo ricco e rinomato come lui far sedere alla sua mensa una povera figlia di contadini! - Questo tempo mi sorride.- spiegò Siderin- Ed io mi sento l’animo leggero e generoso! Fece un profondo sospiro come a riempirsi i polmoni di aria pulita.


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- Cosa vuoi che io faccia per te? Chiedimi qualunque cosa! Airen non rispose neppure quella volta. Aveva una precisa richiesta da fare, ma sapeva bene che in quel modo avrebbe peggiorato solo le cose gettando sospetti anche su di lei. E poi Donamis era stato punito abbastanza. - Non c’è nulla che vuoi chiedermi?- domandò ancora Siderin. L’uomo allungò una mano per afferrare il polso di Airen. La ragazza restò impassibile. - Un abito nuovo? Dei gioielli? Siderin fissò il palmo della mano di Airen, come a cercarvi qualcosa. Poi la lasciò. La ragazza si chiese il perché di un simile gesto, ma era oramai evidente che il vino stava per fargli perdere ogni forma di giudizio. - Non vuoi nulla? E allora nulla ti darò!- concluse l’uomo. E si alzò di scatto; Airen fece qualche passo indietro. Poi Siderin gettò la coppa vuota sul pavimento, dove si ruppe in tanti piccoli pezzi. - Raccoglili!- ordinò con voce stentorea. Airen ubbidì. Doveva ubbidire. Si chinò e prestò attenzione a non tagliarsi, quando prese a raccogliere nel palmo della mano i pezzi di cristallo. Siderin allungò le dita e prese ad accarezzarle i capelli. - Possibile che non riesca mai a strapparti un sorriso, o una parola? Sei la mia prediletta, ti faccio dormire in lenzuola sontuose eppure tu non mi ringrazi mai. Non un gesto, o una risata. In fondo io sono tuo padre, io ti ho cresciuta e nutrita! Quelle parole la fecero raggelare. La sola idea che la figura di Siderin potesse sovrapporsi a quella di Agortos, la nauseò. Si affrettò a raccogliere gli ultimi pezzi di cristallo, poi si rimise subito in piedi. - Non ti ho detto che potevi alzarti!- la sgridò Siderin. - Ho finito di raccogliere…. - Ma non per questo ti dovevi alzare! Te l’ho forse ordinato? Airen restò immobile. Avvertiva l’alito pesante dell’uomo sulla sua spalla destra, e per poco riuscì a trattenere un conato. - Per questa tua disubbidienza non parteciperai più al mio banchetto!concluse agitando un dito in aria- Adesso vattene, ingrata! E le diede una poderosa pacca sul sedere. Airen desiderò con tutta se stessa infilzarlo con quei cocci appuntiti. E l’idea non le sembrò affatto spiacevole, né si vergognò di se stessa. A grandi passi, prima che l’uomo potesse dirle o farle qualcos’altro, lasciò la stanza. Non appena


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fu in corridoio, dopo essersi richiusa la porta alle spalle, batté un piede sul pavimento. Senza accorgersene aveva stretto troppo forte nel palmo della mano uno dei frammenti della coppa di cristallo, che le aveva provocato un taglio dal quale stava fuoriuscendo del sangue. Ma si sarebbe curata di questo più tardi. Le era appena venuta in mente un’idea, e sebbene sapesse che sua madre non sarebbe stata mai orgogliosa di lei per quanto stava per fare, Airen questa volta era decisa ad andare fino in fondo. Di nuovo le vennero alla mente quelle due parole: un potente veleno.

Le creature l’avevano immobilizzata. Non le avrebbero fatto del male, o almeno era quello che Anika sperava. La ragazza teneva ancora lo sguardo fisso a terra; non riusciva proprio a trovare il coraggio di alzare gli occhi e guardare quello che le creature stavano facendo. Avvertiva un lieve fruscio di fronde, eppure quella mattina era sicura non ci fosse vento. Davanti a lei quattro zampe bianche sostavano immobili e vigili ad ogni suo movimento. La tenevano bloccata addosso alla corteccia di uno dei piccoli alberi che circondavano la quercia solitaria. Anika se ne chiedeva il motivo, tuttavia senza rivolgere quella domanda ai diretti interessati. Le creature non le avevano rivolto la parola e ciò poteva significare solo due cose: o non conoscevano la lingua degli uomini o, nel peggiore dei casi, la consideravano indegna di entrare in contatto con loro. Se fosse stato davvero così, ed Anika pregava il contrario, non immaginava che cosa le creature le avrebbero fatto una volta ultimato il loro lavoro. Anche se non poteva vederla a causa di tutte le sue paure, Anika sapeva che gli esseri dalle zampe equine erano tutti raccolti attorno alla tomba di sua madre a completare un qualche misterioso rituale. Eccetto quello che le faceva da guardia e che proprio non riusciva a guardare in volto. Se mai avesse avuto un volto. Riuscì lo stesso a notare che dagli zoccoli più scuri delle zampe, uguali a quelli di un cavallo comune, spuntavano dei ciuffi grigi come erba incolta che ricadevano verso il basso zampillanti come una fontana. Risalendo poco più su con lo sguardo, notò un ginocchio ossuto dalla forma perfettamente ovale. Anika resistette al desiderio impellente di sfiorare quelle candide zampe, e si strinse con le braccia le ginocchia al petto e vi affondò la fronte. S’impose di non piangere; quelle creature, se conoscevano gli stati d'animo umani, dovevano aver intuito i suoi


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timori e la sua paura. Non voleva dimostrare di essere ulteriormente fragile. Pensò a sua madre e al suo desiderio di essere sepolta nel bosco. Ierèa doveva sapere cosa le sarebbe accaduto prendendo una simile decisione, doveva conoscere il rituale al quale sarebbe stata sottoposta la sua salma una volta ricoperta da quella terra. Doveva sapere quindi che le creature sarebbe giunte per darle il loro specialissimo saluto. Chissà se il corpo di Agortos aveva ricevuti gli stessi onori! Anika di questo ne era più che certa, perché aveva capito oramai che ogni essere umano sepolto in quel bosco veniva accolto dalle creature allo stesso modo. Anche chi non era consapevole e non sospettava nemmeno della loro presenza. E nonostante fosse adesso pietrificata dalla paura, Anika decise che anche lei un giorno avrebbe desiderato riposare in quel posto, accolta dalle misteriose creature. E il pensiero della morte le fu dolce in quel momento. Il rumore di fronde cessò. Il bosco ripiombò nel silenzio più profondo che Anika avesse mai ascoltato. Sollevò un poco la testa: le zampe bianche erano ancora immobili davanti a lei. Sapeva però che qualunque fosse stato il rituale delle creature, quello era appena finito. Cercò di prestare attenzione ad ogni rumore o scalpiccio. E dopo un istante nel quale parve che anche il suo respiro si fosse fermato, la creatura che le era davanti si allontanò lentamente. Anika riuscì a scorgere una coda candida e perfettamente ordinata svolazzare da una parte all’altra. Udì rumori di zoccoli sul terreno; le creature si stavano muovendo sempre più velocemente. Anika immaginò che se ne stessero andando perché il loro lavoro sulla tomba di Ierèa era concluso. E invece gli esseri dalle zampe equine si stavano disponendo ordinatamente in cerchio. Un cerchio dove lei ne era inconsapevolmente il centro. Quando le creature si furono sistemate a dovere, una nuova improvvisa folata di vento si alzò accarezzando il viso di Anika come a suggerirle di alzare gli occhi. La ragazza questa volta trovò il coraggio di sollevare la testa, e non appena lo fece sussultò dalla meraviglia. Davanti a lei, poco distanti dall’albero dove era rannicchiata, disposte a cerchio c’erano creature “metà uomini e metà cavalli”, esattamente come l’aveva descritti suo padre. Avevano il corpo equino ma là dove doveva esserci la testa del cavallo, partiva un busto nudo di uomo sul quale dei volti barbuti che sembravano tutti identici la guardavano fisso senza battere ciglio. Non sembravano arrabbiati; fissavano Anika con occhi privi di espressione, muti ed immobili. La ragazza si chiese se dovesse dire qualcosa e rompere il


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silenzio. Ma preferì attendere e continuare ad osservare quelle creature fantastiche che era sicura nessun uomo, eccetto suo padre, prima di lei avesse mai visto. E l’idea di essere l’unica persona al mondo che era venuta a contatto con le creature metà uomini e metà cavalli, la elettrizzò. Neppure sua sorella, pensò, sarebbe stata disposta a crederle. Poi alcune delle foglie morte, come sospinte da quel vento che proprio Anika non capiva da dove provenisse, si elevarono in aria. Dapprima scomposte e in maniera caotica, poi svolazzando su se stesse per compiere giravolte bizzarre; quindi presero a turbinare vorticosamente riunendosi in una sorta di spirale impazzita. Vennero a posarsi a terra ma non disordinatamente. Le foglie morte, cadute dagli alberi in tempi precedenti e diversi, si disposero in modo così preciso tanto da formare una coppia di parole. Anika a quella visione cambiò atteggiamento; si turbò aggrottando la fronte perché lesse con gli occhi la frase che il terreno, a caratteri grandi e chiari, recitava: Chi sei Anika non rispose a quella domanda, ma non perché volesse mancare di rispetto alle creature. Più semplicemente non trovò il coraggio. Uno degli uomini- cavallo, quello che le era proprio dirimpetto e l’unico che riusciva a guardare in volto, non sembrò apprezzare la sua esitazione. Anika lo vide sollevare il braccio destro, che poi piegò all’indietro per afferrare una freccia scintillante che estrasse da una faretra la quale la ragazza non immaginava neppure ci fosse. Quindi la creatura sollevò l’altro braccio, spalancò le dita e sventolò la mano in aria: un arco lucente subito si materializzò, come caduto velocemente dal cielo. Anika sussultò e si lasciò sfuggire un grido quando vide la creatura puntare la freccia contro di lei. Ma non riuscì ad alzarsi e scappare; pensò per un istante che sarebbe morta. Si coprì il volto con le mani, mentre la creatura schioccò la freccia scintillante che sprizzò per tutto il suo breve percorso una serie di scintille gialle e rossicce. La freccia percorse il tratto d’aria che separava la creatura da Anika, ma quando arrivò a pochi centimetri dal volto della ragazza si arrestò per esplodere e formare tanti guizzi luminescenti che la ricoprirono fino ai piedi. Anika avvertì tanti piccoli aghi conficcarlesi nella carne, ma non sentì comunque alcun dolore. Fu una sensazione nuova, e strana che era sicura non sarebbe mai stata in grado di descrivere. Si levò le mani dal


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volto rassicurata da quella prova: le creature non le erano ostili, solo chiedevano collaborazione. E senza pensarci ulteriormente la ragazza rispose in tono pacato e sincero: - Il mio nome è Anika. Quella che voi avete onorato è la tomba di mia madre, che ha espresso chiaramente il volere di essere sepolta qui nel bosco. Non aveva ancora finito di parlare, che le foglie ripresero a muoversi: si mescolarono tra di loro, vorticarono rasoterra per poi formulare una nuova frase: Che cosa ci chiedi recitava ora il terreno. Anika esitò di nuovo, sebbene sapesse fosse pericoloso sfidare di nuovo la pazienza delle creature. Esse la fissavano restando in cerchio ed aspettando una richiesta che la ragazza non sapeva dare. - Io non chiedo…nulla…- disse alla fine-….o forse…. La ragazza si alzò lentamente in piedi sostenendosi alla corteccia dell’albero per non cadere, poiché le gambe le tremolavano ancora. Le era venuta in realtà una richiesta da fare, ma non sapeva se le creature avrebbero capito oppure frainteso le sue intenzioni. Era una domanda che le sorse nella mente proprio in quell’istante, e se gli eventi non si fossero succeduti in quella maniera forse non si sarebbe neppure immaginata di esprimere un simile desiderio. - Io chiedo…- cominciò ancora titubante-….chiedo di poter trovare il corpo di mio padre, sepolto allo stesso modo in questo luogo nove anni fa! Recitò quella che le sembrò una formula magica tutto d’un fiato. Sospirò con il cuore in tumulto: le creature avrebbero mai capito la ragione di quella richiesta? Avrebbero mai compreso il suo desiderio di sapere i suoi genitori sepolti l’uno accanto all’altro nel medesimo luogo, anziché separati da una distanza che Anika non poteva e non sapeva calcolare? Le creature non accennarono un movimento. Le foglie non tornarono a vorticare su se stesse. Poi la creatura dotata di faretra ed arco schioccò con un movimento veloce ed improvviso del braccio bianco un'altra freccia contro Anika. La ragazza urlò e si pentì di quanto aveva detto. Ma non si coprì questa volta il viso, e guardò esterrefatta la freccia arrivarle di nuovo a pochi centimetri dal naso per


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esplodere in scintille abbacinanti che la costrinsero a socchiudere momentaneamente gli occhi. La freccia dorata si tramutò in tanti fili luminescenti, che volteggiando nell’aria presero a correre verso la quercia solitaria; la sorpassarono e si fermarono. Anika, senza aspettare che le creature le parlassero attraverso le foglie, capì che doveva seguire quelle manifestazioni luminose. Le avrebbero indicato la via. - Grazie!- disse quasi alle lacrime. La creatura che aveva schioccato le frecce parve sorriderle. Poi gli uomini- cavallo indietreggiarono rompendo il cerchio e permettendo così ad Anika di passare e seguire i fili luminescenti. La ragazza abbandonò la sacca intelaiata in quel punto poiché le sarebbe stata d'intralcio nella corsa. Lanciò un’occhiata alla tomba di sua madre quando vi passò accanto: e si stupì nel vedere come una distesa compatta di fiori bianchi fossero cresciuti sulla sua tomba così velocemente.


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IL PREZZO DELLA LIBERTA'

Donamis aveva tentato la fuga. Si era calato giù dalla finestra della sua stanza, incurante dell’altezza alla quale si trovava. Scese aiutandosi con i rami di una pianta rampicante che risaliva quasi per intero il perimetro del muro; ma questa si spezzò e Donamis si ritrovò ciondoloni ancora a parecchia distanza dal terreno, imprecando e maledicendo il nome di suo zio. I mattoni poi vennero in suo soccorso: quella parte del castello, forse più antica di tutte le altre, era formata da blocchi più scuri e spessi i cui angoli sporgevano come tante mani che parevano offrire aiuto. Si calò velocemente, si spezzò un’unghia, si scorticò il palmo della mano destra dal quale iniziò subito a scorrere del sangue caldo e scuro. E non appena toccò terra con la punta del piede sinistro, quasi si trattenne dal cacciare un urlo di giubilo: era riuscito nella sua impresa. Si voltò intorno per assicurarsi che nessuno l’avesse visto: ma non c’era anima viva. Quindi prese a correre inconsapevole di dove stesse andando: l’importante era scappare lontanissimo da quel luogo. Corse verso un piccolo boschetto dove sapeva suo zio era solito andare a caccia. Era una scelta pericolosa: le guardie di Siderin potevano trovarsi lì ad oziare placidamente, o a cacciare come lupi famelici. Ma Donamis non aveva altre possibilità: la vegetazione in quel punto era piuttosto fitta, dunque poteva sperare di non essere né visto né trovato. Avrebbe dovuto solo fare molta attenzione. E stava andando davvero tutto bene: il giovane si era nascosto mimetizzandosi tra gli alberi e i cespugli, così da evitare il passaggio di due guardie a cavallo. Ma poi la sua fuga era stata tempestivamente scoperta, ed una frotta di uomini armati inviati da Siderin stesso per la sua ricattura non impiegarono molto a ritrovarlo. Il giovane neppure si ribellò quando le guardie, schernendolo e deridendolo per il suo gesto da codardo, lo riportarono a castello. La fuga era durata così brevemente che Donamis non aveva neppure annusato l'odore di libertà. Ed ora cavalcava accanto ad un uomo sconosciuto armato di tutto punto che lo stava scortando, come un criminale qualunque, verso un raduno di guerrieri pronti a scendere in guerra. Siderin non aveva impiegato altri uomini: doveva aver pensato


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che il giovane, visto il suo precedente tentativo conclusosi così miseramente, non avrebbe più opposto resistenza. - Vuoi bere?- gli chiese d’un tratto l’uomo porgendogli una bottiglia scura. Donamis scosse la testa. Cavalcava accanto alla guardia senza mai guardarlo in volto. In fondo come poteva fissare negli occhi l’uomo con il quale aveva deciso di battersi? Donamis non si sarebbe arreso come pensava suo zio. Non voleva andare in guerra, non sapeva combattere e non voleva veder scorrere del sangue a causa di una guerra che non sentiva sua. E poi, a convincerlo definitivamente che doveva starsene lontano dalla battaglia, c’era stato il sogno di Airen. O meglio: Airen era la ragione per la quale non voleva lasciare il castello. Quella ragazza era sempre stata come una folata di vento fresco, che smorzava per un poco le fiamme infernali che lo attanagliavano. Non voleva lasciarla sola con Siderin; il solo pensiero che lo zio potesse farle del male durante la sua lunga, e molto probabilmente eterna assenza, lo pietrificava dalla rabbia e dall’odio. No: non poteva andarsene, no….Lanciò uno sguardo all'uomo che beveva dalla sua bottiglia scura un lunghissimo sorso di vino. - Posso bere adesso?- chiese Donamis- Ho la gola secca! La guardia, la stessa che aveva fatto irruzione in casa di Anika chiedendo a Feude monete e denari, si staccò la bottiglia dalla bocca. Sghignazzò. - Certo che hai sete! La tua fuga te ne ha messa tanta, non è vero? E rise sguaiatamente. Poi passò la bottiglia a Donamis. Il ragazzo la prese con una mano, mentre con l’altra tirava delicatamente le redini del cavallo che subito rallentò. La guardia non si accorse di quel movimento. Donamis si portò la bottiglia alle labbra per non dare troppo nell’occhio. Quindi prese a fissare la nuca della guardia, ricoperta da una folta capigliatura rossiccia e disordinata. Un solo colpo secco in quel punto e sarebbe stato libero. Donamis esitò con il cuore impazzito nel petto: non aveva mai colpito un uomo prima d’allora. Eppure quella era la sua unica speranza….Sollevò la bottiglia in aria e prima che la guardia potesse dire o fare qualcosa, era già caduta riversa inerme sul terreno. Il suo cavallo, spaventato da quella mossa improvvisa, si allontanò correndo e lasciò il suo padrone lì dov’era. Donamis lasciò cadere il pezzo di bottiglia che gli era rimasta in mano: non appena questa aveva toccato la nuca della guardia, si era


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frantumata a metà. Il giovane scese lentamente da cavallo: quella era la prima volta che atterrava un uomo armato, e volle vedere da vicino le conseguenze di quell’azione. La testa dell’uomo era già ricoperta di sangue: una ferita molto profonda doveva essersi aperta tra il collo e la nuca. Forse uno dei vetri gli si era infilato nella carne. Donamis ne fu disgustato; e dire che era stato lui la causa di quella morte. Fece per risalire a cavallo, quando dal corpo della guardia si elevò un debole lamento: l’uomo era ancora vivo. Donamis trasalì dalla sorpresa. E fu quel suo temporeggiare che rischiò di vanificare anche quel secondo tentativo di fuga. Prima che Donamis potesse voltarsi, la guardia era già tornata in piedi. Del sangue gli ricopriva anche le labbra ed il mento. - Non avresti dovuto farlo!- tuonò. Donamis senza perdere altro tempo risalì a cavallo, ma questa volta la guardia fu più lesta di lui: gli afferrò con una mano il mantello scuro che indossava e con l'altra un piede; con tutta la forza che aveva lo scaraventò all’indietro. Il cavallo di Donamis si impennò e per poco non calpestò il giovane che era caduto a terra. Quindi scappò come aveva fatto l’altro animale. La guardia intanto aveva afferrato il ragazzo per il collo e lo aveva costretto a rialzarsi. - Questa volta ti uccido!- ringhiò sputando sangue misto a saliva- Tuo zio mi darà una grossa ricompensa! E strinse le dita attorno al collo di Donamis, che subito si sentì mancare l’aria. Tentò di divincolarsi ma inutilmente. Poi trovò la forza per sollevare un ginocchio e sferrare un colpo all’inguine della guardia, che subito mollò la presa. Donamis ricadde a terra ma si sollevò subito sulle gambe. Prese a correre verso la direzione nella quale era scappato il suo cavallo. L'uomo lo rincorse e lo riacciuffò per un braccio. Lo strattonò e Donamis credette per un momento che gli avesse spezzato il gomito. Urlò dal dolore. La guardia lo gettò di nuovo a terra, e il mantello di Donamis si slacciò volando poco distante, mentre l'uomo tentò di strangolarlo ancora e questa volta con la forza di entrambe le mani. Donamis, che non respirava più, tastò il terreno attorno a lui alla ricerca di un’arma. La trovò. Afferrò un sasso e con la forza della disperazione ferì con quello la tempia del suo avversario. Il colpo stordì l’uomo, che allentò la morsa permettendo a Donamis di sgusciare via. Ma Siderin aveva comunque addestrato bene le sue guardie: l’uomo, nonostante il sangue e lo stordimento, inferse con un gomito un colpo diretto ai reni del ragazzo che ricadde nuovamente a terra esausto. Trovò lo stesso la


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forza di girarsi sulla schiena per vedere la guardia avanzare minacciosa verso di lui. Lo avrebbe ucciso. Poi la vide: gli occhi gli caddero su quella lama nascosta nello stivale della guardia. Sapeva che la sua sopravvivenza dipendeva dalla velocità che avrebbe impiegata nell’afferrare quell’arma prima che fosse l’uomo a farlo. Doveva farcela….su quel terreno un solo corpo sarebbe rimasto e non doveva essere il suo…La guardia si accostò a Donamis pronta a sferrare calci e pugni che lo avrebbero ucciso. In realtà il giovane non attendeva altro. Non appena l’uomo sollevò su di lui lo stivale, Donamis lo bloccò con entrambe le mani ma non per farlo ricadere all'indietro come pensò per un attimo la guardia. Gli sfilò il pugnale che, con una mossa secca, gli infilò nel polpaccio. L’uomo gridò più per lo stupore che per il dolore. Il ragazzo ritirò la lama insanguinata e la guardia barcollò finendo con la schiena a terra. Donamis sapeva che doveva finirlo. Ne valeva della sua libertà. Doveva completare il lavoro iniziato, non poteva fermarsi ora. E come una furia impazzita, si avventò sulla guardia per infliggergli il colpo finale: gli trafisse il cuore con una precisione da maestro.

Airen si svegliò di soprassalto; in realtà non ricordava neppure di essersi addormentata. Si trovava nel suo letto, nella sua camera, eppure non ricordava come vi fosse arrivata. Dopo aver lasciato Siderin, era corsa per il lungo corridoio del castello con un’idea precisa nella mente: tornare di nuovo a casa per recuperare qualcosa di estremamente importante. Poi si era fatto buio e non riusciva proprio a ricordare cosa le fosse accaduto. Forse era svenuta e qualcuno l’aveva portata lì. Forse un uomo della servitù o magari, cosa meno probabile, Siderin stesso. Ma poco durarono i suoi interrogativi perché se non si capacitava del come fosse giunta nella sua stanza, ricordava benissimo il sogno che aveva appena fatto. Nella sua visione aveva visto Donamis accoltellare un uomo. L’aveva osservato lottare e rischiare la vita mentre, come già accaduto nel sogno precedente, volteggiava a poca distanza da terra senza poter muovere un membro. Eppure le sensazioni che aveva provate non erano esattamente le stesse: se le immagini degli scheletri e della battaglia le erano sembrate intangibili e lontanissime, quelle che riguardavano Donamis al contrario erano state vere, reali. Donamis


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aveva ucciso un uomo, la guardia alla quale Siderin l’aveva affidato. Nessuno sapeva ancora di quel terribile avvenimento, e l’esserne la sola a conoscenza conferì ad Airen subito un obbligo al quale non poteva sottrarsi. Doveva aiutare Donamis, nascondere assieme a lui quel delitto o Siderin gli avrebbe fatto pagare quell’errore con la vita. In fondo non aspettava altro che un’occasione per sbarazzarsi definitivamente del giovane, e quella faccenda sarebbe stata per lui l’opportunità adatta per cancellarlo dalla sua vita e quindi dalla sua eredità. Si alzò dal letto così in fretta che la testa le girò. Non sapeva ancora come avrebbe agito ma doveva lasciare il castello, trovare Donamis e metterlo al sicuro. Prima o poi la verità sarebbe venuta a galla, e sarebbe stato meglio per il giovane nascondersi subito in un posto sicuro. Lasciò la sua stanza che si sentiva ancora stordita e confusa; ma non aveva tempo da perdere. Ripensò che Siderin le aveva dato la libertà fino al tramonto di quel giorno, quindi non avrebbe potuto rimproverarla se si fosse assentata di nuovo. Durante il tragitto incontrò alcuni membri della servitù che la guardarono sospettosi ed incuriositi. Airen non diede loro alcuna importanza, anzi. Avvertì un senso di superiorità che la fece ergere in tutta la sua statura: chi come lei in fondo poteva vantare di avere delle visioni di ciò che sarebbe accaduto, o che stava avvenendo proprio in quel momento? Nessuno poteva.

Donamis fissava il corpo della guardia distesa a terra con il petto squarciato senza essere in grado di distogliere lo sguardo. Stentava ancora a credere a quello che aveva fatto. Ricordava a mala pena le sequenze che si erano succedute così rapidamente da sembrare inverosimili: l’attacco la lotta l’uccisione. Quasi si augurava ora che l’uomo si risvegliasse. Provò a scuoterlo per un braccio, che si mosse sotto i suoi comandi privo di vita. Poi guardò le sue mani, che nonostante le pugnalate e la lotta erano pulite come se nulla fosse successo. E forse era davvero così: era accaduto ciò che doveva accadere. Se non avesse trovato il coraggio di uccidere quell’uomo, sarebbe stato a sua volta ucciso. Invece adesso aveva una seconda possibilità, un nuovo tentativo di fuga che nessuno questa volta avrebbe fermato. Suo zio lo sapeva oramai lontano verso il luogo di raduno per la battaglia; non sospettava neppure che Donamis sarebbe stato in grado di compiere un’efferata simile azione. Si alzò in piedi e si guardò


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attorno con il timore infondato che qualcuno lo stesse osservando; doveva essere la paura a dettargli quella sensazione. Poi la mente gli suggerì che sarebbe stato più opportuno cancellare ogni traccia di quello che era successo. In fondo Donamis non si riteneva colpevole: pensò tra sé che fossero state le circostanze a costringerlo ad agire in quella maniera, e quindi non voleva pagare una colpa di cui Siderin l’aveva obbligato a macchiarsi. Posò gli occhi su un cespuglio ingarbugliato di arbusti folti e verdi. Pensò che quello fosse il luogo più adatto: tempo per scavare una fossa non n’aveva. Magari sarebbe tornato per dare all’uomo una degna sepoltura, ma per il momento l’unica cosa che gli premeva era quella di fuggire lontano da quel luogo e da quel corpo. Ragionandoci su con calma e a mente fredda, gli sarebbe venuta di certo un’idea migliore per cancellare definitivamente quel delitto. Recuperò il suo mantello da terra, se lo riallacciò al collo e si mise all’opera.


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OGNI TASSELLO AL SUO POSTO

I fili dorati formavano una linea scintillante che tracciava un sentiero diritto nell’aria. Anika li seguiva senza guardare il terreno e su cosa metteva i piedi per paura di perderli. Il sentiero luminoso nell’aria correva tra rami di alberi pur senza farne cadere una foglia: pareva che le fronde non venissero neppure sfiorate dalle luminescenze; era come se queste le attraversassero. Anika incespicò più di una volta. Batté con la spalla contro il tronco di un albero e per poco non si ruppe una caviglia quando fece una pericolosa storta. Ma non accennò a rallentare; era restia a credere che gli uomini- cavallo le avrebbero concesso una seconda possibilità se solo avesse perso la prima. Intanto le era divenuto intollerabile respirare normalmente. I polmoni le si riempivano e le si svuotavano così rapidamente di aria che credette le sarebbero alla fine esplosi. Un ramo poi le si impigliò nel drappo grigio che indossava ancora sul capo: lo strappò via così velocemente e dolorosamente che il citrino giallo che lo fermava sulla nuca schizzò via perdendosi tra gli alberi. Non poteva fermarsi e raccoglierlo; se ne rammaricò, ma non aveva altra scelta. Così i capelli biondi furono finalmente liberi di svolazzarle attorno alla testa e sulle spalle. Anika notò poi che le luminescenze rallentarono la loro corsa, e pensò che lo avevano fatto perché si erano accorte delle sue difficoltà ad inseguirle. Aveva imparato già a ritenere i fili dorati come esseri pensanti ed autonomi. Ed invece questi svoltarono all’improvviso riprendendo la loro folle corsa tra gli alberi. Quella mossa inaspettata confuse la ragazza, che per un istante si chiese se dovesse seguirli ancora. Quindi ricominciò a correre girando sulla caviglia sinistra che per poco non la fece urlare dal dolore. Dove volevano condurla? Anika sapeva che da quella parte il bosco diventava più fitto e buio. Suo padre si trovava dunque in un luogo tanto impervio? Forse era per questo che non si era mai imbattuta nella sua tomba. Semmai Agortos avesse avuto una tomba. Anika finì con entrambi i piedi in un avvallamento del terreno, che la costrinse a fermarsi. Furibonda si maledì. Sollevò lo sguardo e vide che le luminescenze erano già lontane da lei. Riconobbe solo una


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luce gialla- rossastra brillare tra i rami e rischiarare la penombra del bosco; era come se uno spicchio di sole fosse caduto sulla terra. - Aspettatemi ve ne prego!- gridò esasperata. Ricominciò a correre sollevandosi la gonna della veste quasi fino alle ginocchia. Quando si accorse che le luminescenze non l’avevano ascoltata, gli occhi le si riempirono di lacrime. Le stava perdendo, l’unica possibilità che aveva di ritrovare il corpo di suo padre stava sfumando. Inseguiva ora una piccola luce lontana, come una lucciola nel buio. La vegetazione intanto si era fatta più intricata ed Anika fu di nuovo costretta a rallentare. - Perché mi fate questo?- domandò sperando che gli uomini- cavallo la stessero ascoltando- Non potete abbandonarmi in questo modo…..ve ne prego, aspettatemi…. Batté la fronte contro un tronco prima che potesse accorgersene e fermarsi. Gridò ma la sua voce fu assorbita dagli alberi e morì in quel punto. Anika pensò per un attimo che se fosse morta lì nessuno l’avrebbe mai più ritrovata, neppure sua sorella. Le venne dunque il sospetto di essere caduta in una trappola: gli uomini- cavallo potevano averla imbrogliata ed attirata in quel luogo a lei sconosciuto per qualche oscuro fine che ignorava. Che sciocca era stata a fidarsi di quelle creature soprannaturali! Suo padre non avrebbe mai commesso un errore simile. Ma le luminescenze ripresero a farsi più vicine e considerato che Anika aveva trasformato la corsa solo in una veloce camminata, dovevano essere state loro a rallentare. Avevano ascoltato il suo grido d’aiuto. Questo le bastò a cancellare ogni dubbio. Anika continuò ad avanzare verso di loro incespicando ed ansimando, spinta da una nuova forza. Il sentiero luminescente sfondò poi una parete vegetale per scomparire alla vista. Questa volta senza perdersi d'animo, Anika lo seguì oltrepassando la cortina d’alberi e scansando i rami con le braccia come se nuotasse. Era uscita dal bosco. I fili dorati volteggiavano di fronte a lei; l’avevano aspettata. Sostavano ora immobili su un sentiero che Anika non conosceva, anzi: non sapeva neppure che da quella parte si potesse lasciare quel luogo. Doveva trovarsi esattamente dal lato opposto al quale era entrata. Ma non ebbe il tempo per orientarsi: le luminescenze ripresero a correre. Anika fu costretta a seguirle, sebbene avesse per la mente una lunga ed infinita serie di domande. I fili dorati svoltarono di nuovo verso sinistra in un punto dove il sentiero curvava, ed investirono appieno Donamis che


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stava risalendo velocemente la strada verso il bosco. Lo ricoprirono dalla testa ai piedi costringendolo a gettarsi a terra. - Ma che cosa….- si lamentò il giovane che tentò inutilmente di liberarsi dalle luminescenze intangibili. Anika si lasciò sfuggire un’espressione sgomenta ed imbarazzata allo stesso tempo. Come avrebbe spiegato a quel giovane la presenza dei fili dorati? Quell’inconveniente rischiava di farle perdere del tempo prezioso. Sperò quindi che la luminescenza, che doveva essersi aggrovigliata al corpo del giovane perché l’aveva incontrato sulla sua traiettoria, lo abbandonasse per continuare ad indicarle la via. Ma ciò non accadde: i fili dorati fuoriusciti dalla freccia dell’uomo- cavallo parevano non voler mollare la presa. - Che succede?- chiese Donamis rimettendosi faticosamente in piedi. Continuava ad essere circondato dalle luminescenze che lo facevano luccicare dalla testa fino alle punte degli stivali. Guardò Anika che incapace di rispondere abbassò lo sguardo. Poi entrambi osservarono affascinati il fenomeno che stava avvenendo: i fili dorati abbandonarono finalmente il corpo del ragazzo per guizzare verso l’alto come una cascata di scintille rosse. Quindi queste esplosero in aria, dissolvendosi e scomparendo alla vista. A quanto pareva avevano trovato quello che stavano cercando. Anika si sentì disorientata per quanto era appena accaduto. Non capiva perché gli uomini- cavallo l’avessero condotta fino a quel giovane sconosciuto. Aveva chiesto di ritrovare il corpo di suo padre, e non trovava alcun collegamento tra il suo desiderio e quell’incontro. - Da questa parte dove si va?- chiese Donamis che aveva già archiviato il fenomeno del quale era stato suo malgrado il protagonista. Anika non rispose. Non sapeva neppure lei dove portasse quel sentiero. - Tu da dove vieni?- chiese ancora Donamis. - Dal bosco.- rispose la ragazza. Donamis la guardò come se non avesse capito bene. Si chiese per un momento se la ragazza gli stesse dicendo il vero. - E dove porta il bosco?- domandò ancora- C’è un villaggio al di là degli alberi? Anika si guardò attorno. Non riusciva proprio ad orientarsi da quella parte. Credette addirittura che non avrebbe più ritrovato la via di casa.


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- Io abito dall’altra parte del bosco.- spiegò poi- La mia casa si trova poco lontano dal villaggio che sorge attorno al castello di Siderin, signore di queste terre. Non appena udì pronunciare quel nome, Donamis rabbrividì. Anika dovette accorgersene perché gli chiese se si sentisse bene. Il giovane bofonchiò qualcosa in segno di riposta. Poi, senza aggiungere altro, si voltò per tornare sui suoi passi. Anika, prima che potesse accorgersene, lo fermò. - Non sapete dove andare?- gli chiese- Siete un viaggiatore, un mendicante? Con quegli abiti e con quel mantello elegante, Donamis non aveva di certo l’aria di essere un mendicante, ma in quel momento ad Anika non vennero altre domande da porgli. Il giovane si fermò. - Voglio lasciare queste terre.- disse senza voltarsi- Conosci una via poco praticata e discreta? - Non conosco di vie.- rispose Anika- Ma so che il bosco cancella ogni traccia di passaggio. Esso ha tre sbocchi: uno va verso il villaggio, l’altro…è questo, e l’ultimo dovrebbe portare verso la parte ovest, dietro i colli Atrùgeti. - Allora andrò lì. Donamis si voltò di nuovo. Anika l’osservò con attenzione, e ribadì a se stessa che il giovane non poteva essere un comune viaggiatore sebbene i suoi abiti eleganti fossero un poco malandati. Scappava da qualcosa o da qualcuno, questo lo capì subito. Solo un folle poteva avere il coraggio di lasciare la propria terra senza un cavallo e un fagotto per il viaggio, avventurandosi per di più nel bosco. Nessuno mai a parte Anika aveva rischiato di affrontare quel luogo; lei lo sapeva bene. - Io sarò costretta a seguirvi.- disse la giovane- Devo fare ritorno a casa. Donamis non rispose. Poi, con aria sospettosa, chiese: - Cosa ci facevi nel bosco? Perché ne vieni da lì? - Inseguivo qualcosa.- rispose Anika alzando le spalle. - E che cosa? - Qualcosa che ora ho perso. - Per colpa mia? - Non saprei rispondervi. Donamis sorrise. Tra tutte le persone nelle quali poteva imbattersi, quella era senz’altro la più gradita. Una graziosa ragazza uscita dal bosco: se l’avesse raccontato nessuno sarebbe stato disposto a credergli.


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- Qui la notte giunge prima che in qualsiasi altro luogo.- continuò Anika - E non potete affrontarlo privo di mezzi e conoscenze, o morireste. - Davvero? Donamis sorrise: iniziava a capire cosa la ragazza stava per chiedergli. - Io vi consiglio di seguirmi e attendermi in un luogo che riterrò sicuro.continuò Anika- Vi porterò delle provviste e vi suggerirò inoltre come uscire dal bosco. Donamis fu deluso da quelle parole: si era aspettato che la ragazza lo invitasse a trascorrere la notte a casa sua, prima di intraprendere il viaggio. - Perché lo fai? Non ho denari con me, non so come ripagarti!- disse comunque. Anika non rispose. Non poteva certo dirgli che lo aiutava perché per qualche oscura ragione gli uomini- cavallo avevano voluto quell’incontro. Era certa che un significato ci fosse, i fili dorati non potevano essersi sbagliati. Le creature le avevano spianato la strada, ma ora spettava a lei capirne la ragione.

Airen aveva fretta di allontanarsi dal villaggio per mettersi alla ricerca di Donamis, ma si fermò lo stesso a leggere: sulla porta di una delle case, quella che si incontrava non appena discesa la strada che portava al castello, era appeso un foglio di pergamena dove parole scritte con inchiostro nero recitavano la sentenza più incredibile che la ragazza avesse mai sentito: CONTRIBUTO PER LA FEDE vi si leggeva all’inizio. Airen stropicciò gli occhi credendo di aver letto male. Una donna anziana e zoppa, che si reggeva ad un lungo bastone, comparve alle sue spalle. - Cosa dice?- gracchiò con voce dura e arcigna- Perché appendono delle parole quando sanno benissimo che non possiamo capirle? Airen si voltò quel tanto che bastava per guardare in faccia la donna: lunghi solchi le rigavano il viso, e sul sopracciglio destro una cicatrice a forma di V la faceva sembrare ancor più severa. Nonostante l’età e il ba-


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stone che la sorreggeva, doveva avere una volontà ed uno spirito temprati da anni di duro lavoro. - Che cosa dice?- chiese di nuovo in tono se possibile ancor più aspro. Airen si sentì in dovere di ubbidire. Lesse: CONTRIBUTO PER LA FEDE consegnare denari ed ori per il Regno di Dio sulla terra - E cosa vuol dire?- chiese l’anziana donna. Nel frattempo una piccola folla di persone si era radunata attorno ad Airen. Uno degli uomini ripeté la stessa domanda, al quale fecero eco altre voci che reclamavano chiarezza. Airen non se n’era ancora accorta ma tutti guardavano lei, l’unica che sapesse leggere e quindi interpretare quelle parole. - Che cosa vuol dire?- domandò di nuovo l’anziana donna tirandola questa volta per un braccio. - Io…- balbettò Airen confusa ed irritata-…non saprei… - Al monastero!- esclamò poi uno degli uomini brandendo una vanga di legno. Ci fu un coro d’approvazione generale, e tutti si mossero per risalire la strada che portava alla cattedrale. Airen, che non aveva ancora compreso appieno la situazione, se ne stette immobile a fissare la pergamena. Rilesse con gli occhi più e più volte quel messaggio semplice e allo stesso tempo di difficile interpretazione. Poi si sentì di nuovo tirare per un braccio. - Che cosa c’è ancora?- esclamò indispettita. Ma non appena si voltò, gli occhi grandi e scuri di un bambino la guardavano sorridenti sotto una cascata di riccioli biondi. Sebbene non ricordava dove l’avesse visto, Airen aveva come l’impressione di conoscerlo. Si pentì subito di aver reagito in quel modo e stava per chiedergli scusa quando il bambino parlò: - Guardatevi da quella!- disse puntando il dito contro la pergamena. E poi aggiunse abbassando l’indice: - Il bosco: brucerà! Airen riaprì gli occhi: anche questa volta non si ricordava quando e come si fosse addormentata. Si ritrovò addossata alla porta,


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completamente sola; tra le mani stringeva il foglio di pergamena che doveva aver strappato quando era caduta o svenuta. Lo fissò ansante come se avesse corso. Un ragazzo che passava di lì in quel momento si fermò a chiederle se si sentisse bene, e si offrì di aiutarla a rimettersi in piedi. Airen ringraziò, ma quando il giovane si offrì di accompagnarla a casa lei volle tornare a camminare da sola. Portò con sé la pergamena gialla: doveva mostrarla a sua sorella e raccontarle delle visioni che continuava ad avere. Le foglie d’alloro dovevano avere la capacità di mostrarle il futuro anche di giorno, e non soltanto durante un lungo sonno notturno. Si era quasi dimenticata di Donamis. Si chiese perché allora una visione non le venisse in aiuto, così le sarebbe stato più facile ritrovarlo. Decise di tornare a casa e da lì partire per le ricerche. Cosa avesse voluto dirle quel bambino, non era in grado da sola di interpretarlo.

Quando arrivò a casa, trovò Anika seduta sul letto intenta a confezionare un grosso fagotto scuro. - Che stai facendo?- le chiese- Vuoi partire per caso? Anika, che non l’aveva sentita entrare, sobbalzò. La prima cosa che Airen notò di diverso in sua sorella, oltre al suo strano comportamento, erano i suoi capelli: liberati finalmente dal drappo grigio le cadevano ora sulle spalle ondeggiando ad ogni suo piccolo movimento. - Queste cose non sono per me!- rispose Anika senza sollevare lo sguardo. Stava infilando nel fagotto qualche tozzo di pane, una piccola borraccia d’acqua e un paio di pietre azzurre e trasparenti. Airen le si avvicinò e senza chiederle ulteriori informazioni su quanto andava facendo, le infilò sotto gli occhi la pergamena. - Leggi!- le comandò. Anika ubbidì. Lasciò il fagotto ancora incompleto, e lesse le poche parole scritte ordinatamente in nero. Non appena ebbe finito si alzò in piedi incapace di staccare gli occhi da quelle frasi. - Ma che significa?- domandò. Airen scosse la testa. - Non lo so. Attese qualche istante che le servì a prendere coraggio e ad organizzare il discorso. Poi rivelò:


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- Ho avuto altre visioni. Da sveglia questa volta. O meglio: ero sveglia ma poi mi sono addormentata o sono svenuta….non saprei spiegarti come sono andate esattamente le cose. Anika fissò sua sorella. I suoi occhi non tradivano alcuna espressione. - E cosa hai visto? Airen ritenne più opportuno raccontare per prima cosa del bambino che le aveva parlato rivelandole ciò che forse sarebbe accaduto al bosco; ma omise di dirle che aveva provato un inspiegabile senso di familiarità nei suoi confronti. - Ti ha detto che brucerà?- domandò Anika credendo di non aver capito bene- Il bosco brucerà? - Si. E ha detto di guardarci da questa! Ed indicò la pergamena che Anika teneva ancora stretta tra le mani. La ragazza la rilesse a voce alta, ma ancora una volta nessuna delle due seppe dare una spiegazione soddisfacente a quel messaggio. Poi Feude si catapultò nella stanza dalla porta lasciata aperta da Airen con il fiato grosso ed i capelli grigi tutti scarmigliati. - Siete qui....- cominciò a dire. E corse a sedersi su una sedia tenendosi il petto con una mano poiché respirava a fatica. Anika lasciò cadere la pergamena sul letto per accorrere l’anziana donna, che sembrava aver seminato un mostro infernale nella sua corsa. Airen l’imitò. - Che cosa è accaduto?- chiese Anika allarmata. - Stamattina….degli uomini….- cominciò a balbettare-…e non solo qui….cercavano denari…..rubarli…..giù al villaggio….l’abate…..un monaco …..vuol predicare…. Airen ed Anika si lanciarono uno sguardo interrogativo. La donna si zittì: il fiato corto le impediva di andare avanti, e quasi le due ragazze si aspettavano che svenisse per lo sforzo e la fatica che aveva impiegati per portare fino a loro quella notizia. Poi Anika si riscosse dalle sue perplessità e disse: - Va tu Airen al villaggio. Credo che quello che il monaco stia predicando centri qualcosa con le tue visioni. Io invece devo….. E guardò il fagotto. Prima che sua sorella potesse chiederle qualunque altra cosa, Anika le raccontò in breve quello che era accaduto nel bosco. Le parlò degli esseri metà uomini e metà cavallo, della freccia che le avevano scagliato contro, del sentiero dei fili luminescenti che era stata costretta a seguire. Ma non rivelò la richiesta che aveva fatto


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alle creature, non raccontò ad Airen di aver domandato di poter ritrovare le ossa di Agortos. Omise quella parte della faccenda per una ragione che non seppe definire neppure lei. Quello doveva restare un intimo segreto che aveva condiviso unicamente con gli uomini- cavallo. - Davvero li hai visti?- chiese Airen meravigliata- E come….come sono…..voglio dire….. - Ti parlerò di questo un’altra volta.- tagliò corto Anika, che voleva subito giungere alla parte del racconto che più la confondeva. Feude nel frattempo aveva ripreso fiato ed ascoltava ora Anika ora Airen senza intromettersi, pensando che tutte quelle pietre e quelle radici le avessero fatte impazzire entrambe. - Le creature mi hanno condotto sulla via di un giovane, che credo stia fuggendo da queste terre. – rivelò Anika- Ritengo che le creature vogliano che io l’aiuti a farlo! Airen passò dalla meraviglia allo stupore più assoluto. Il suo istinto le aveva già suggerito di chi si trattava, e non poté credere che quella fosse solo una semplice coincidenza. Anika aveva trovato, o meglio le creature le avevano fatto trovare, Donamis che per qualche ragione era riuscito a scappare di nuovo. Il destino del giovane s’incrociava ancora con il suo; non riuscì a fare a meno di esserne felice. Quando rivelò a sua sorella di conoscere il ragazzo fuggitivo che aveva nascosto nel bosco, ad Anika l’intera faccenda sembrava ora più chiara. - Le creature mi hanno condotta a lui perché io conducessi te da lui!concluse- Non potrebbe essere altrimenti. Anika notò lo strano scintillio che faceva brillare gli occhi di sua sorella al solo nominare il giovane. Sospirò. - Andrò io al villaggio.- disse sorridendo sorniona- Tu porta da mangiare al ragazzo. Non è difficile raggiungerlo, l’ho lasciato al limitare del bosco! Airen annuì. Poi accadde qualcosa di veramente inaspettato: la pergamena che Anika aveva lasciata sul letto poco distante dal fagotto scuro, prese fuoco. Le fiamme l’avvamparono sorte dal nulla ed inghiottirono le parole “contributo per la fede” prima che le due sorelle potessero intervenire per spegnerle. Quando la pergamena fu ridotta ad un insignificante ammasso di cenere scura e le fiamme si furono spente senza coinvolgere minimamente anche il lenzuolo del letto, le due ragazze si guardarono spaventate. Anche Feude aveva osservato il fenomeno terrorizzata, ma la paura che provava era differente da quella


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delle due giovani. Anika ed Airen sapevano in cuor loro che quello era un ulteriore avvertimento. Qualcosa si muoveva; qualcosa sarebbe accaduto di lĂŹ a poco.


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L'UOMO E' NEMICO DI SE STESSO

Airen seguì alla lettera le indicazioni di sua sorella: entrare nel bosco dal punto opposto attraverso il quale avevano condotto Ierèa per essere sepolta, proseguire diritta senza svoltare mai fino ad un punto dove uno degli alberi pareva fare da crocevia ed indicare con i suoi grossi rami due direzioni diverse. Giunta in quel luogo doveva svoltare a destra e proseguire ancora dritta davanti a sé. Uno spiazzo largo qualche metro delimitato da alberi nani le avrebbe bloccato il cammino. E presso uno degli alberi Anika aveva lasciato il giovane, sicura che lì niente e nessuno lo avrebbe disturbato. Per tutto il tragitto Airen aveva sentito il cuore battere all’impazzata, e non per la fatica del cammino. Era eccitata alla sola idea di rivedere Donamis sano e salvo fuori dalle mura del castello. Si chiedeva in continuazione cosa gli avrebbe detto, cosa gli avrebbe spiegato, in che maniera lui l’avesse accolta. E quando ripensò a Siderin si sentì in pena: e se l’uomo avesse scoperto il nascondiglio del ragazzo? Di certo avrebbe….bruciato tutti gli alberi fino a stanarlo. Era questo che il bambino della visione aveva voluto dirle? Airen tentò di non pensarci: stava per rivedere Donamis vivo, era questo che importava. Almeno una delle sue visioni fino ad allora non si era tramutata in realtà. Dunque l’alloro doveva mostrarle ciò che era già avvenuto, ciò che stava avvenendo e infine quello che poteva accadere. Si chiese quando l’effetto delle foglie sarebbe svanito. Non poteva permetterlo: le sue visioni si stavano rivelando troppo importanti. Donamis si era nascosto accovacciato tra gli alberi nani. Quando avvertì dei passi sul terreno, si mise all’erta. Poteva trattarsi della ragazza bionda che lo aveva aiutato, o nel peggiore dei casi di una delle guardie di Siderin. Ma nel momento in cui riconobbe la figura di Airen, quasi pianse dalla sorpresa. Senza pensarci due volte saltò fuori dal suo nascondiglio così repentinamente da costringere la ragazza ad emettere un grido di spavento. - Perdonami.. ma io….- si scusò. Poi gli venne istintivo stringersi Airen tra la braccia. La ragazza lo assecondò timida ed impacciata. Quando Donamis la lasciò tentò di non


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guardarlo negli occhi: non voleva che il giovane la vedesse con il viso paonazzo. - Ti ho portato del cibo e dell’acqua!- disse porgendo il fagotto. - Come facevi a sapere che ero qui? Airen sollevò un poco la testa. - Mia sorella me ne ha informata. - Tua sorella? Donamis provò a fare un veloce raffronto tra le due ragazze e si accorse subito che le due avevano davvero poco in comune. Calò un imbarazzante silenzio. Airen avrebbe voluto raccontare al giovane gli ultimi avvenimenti, e da parte sua Donamis aveva un’infinità di dubbi da chiarire; eppure nessuno dei due per un lungo istante parlò. Il bosco taceva con loro e l’oscurità iniziava a dominare già la luce. Anika aveva ragione: nel bosco la notte scendeva molto prima. - Non posso restare qui per molto.- parlò Airen. Donamis annuì con la testa. - Ti ho portato del cibo e dell’acqua!- ripeté poi la ragazza. Donamis afferrò il fagotto e ringraziò. - Cosa ci faceva tua sorella nel bosco?- chiese. - Lei…. Airen sapeva di non dovergli mentire. - ….lei stava cercando qualcosa… - E’ quello che ha detto anche a me! - Mia sorella ha incontrato…..delle…creature che gli hanno indicato la via per….giungere fino a te. - Delle creature?- ripeté Donamis che si stava sforzando di crederle. - Esattamente. Lei ha una sorta di…..potere….osserva la natura e poi… - Anche tu hai di questi poteri, dico bene? Airen annuì. - E quali poteri? - Vedo delle cose. - Nei tuoi sogni? Mi avevi visto morire in uno dei tuoi sogni, giusto? - Ho visto mentre uccidevi un uomo nel mio sogno. Donamis fu preso alla sprovvista da quelle parole. Si voltò, incapace di guardare Airen. Stava iniziando a credere che la ragazza fosse pazza; ma ora….. - Non volevo farlo. Mi ha costretto.- tentò di giustificarsi.


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E dire che aveva deciso di rimuovere per sempre quell’episodio dalla sua mente! Sarebbe stato come un peccato che solo Dio avrebbe poi un giorno giudicato; non si aspettava di dover affrontare quella colpa già da subito. - Lo so, ma non è questo il punto.- rispose Airen- Se Siderin dovesse scoprire ciò che hai fatto…. - Non accadrà! Ho nascosto il corpo e lui mi crede oramai lontano! - Non è finita, Donamis.- continuò Airen- Tuo zio non si fermerà davanti a niente fino a che non si assicurerà che tu sia morto! - Vuole brindare sul mio corpo!- sbottò Donamis. Calò di nuovo il silenzio. Donamis strinse i pugni furibondo, ma si trattenne da fare inutili scenate di rabbia. - Io però ho una soluzione.- rivelò Airen. Era da tantissimo tempo che avrebbe voluto pronunciare quelle parole. Si mosse per guardare Donamis in viso. Il ragazzo la guardò a sua volta negli occhi, ed Airen fu colta dalla convinzione di aver già visto quella stessa espressione in qualcun altro. - Siderin non brinderà sul tuo corpo. Se prima sarai tu a farlo. Donamis la fissò. Forse quella ragazza era davvero pazza; ma in fondo gli piaceva così com’era, un misto d’imprevedibilità bellezza e generosità. - Non ti sporcherai le mani ed io non….. - Conosco un altro modo. Donamis non volle saperlo. Airen lo lasciò senza aggiungere una parola, e il ragazzo non la richiamò indietro. La fissò mentre scompariva tra la vegetazione, chiedendosi cosa la ragazza avesse voluto dire con le sue parole. Airen percorse il sentiero a ritroso, con la mente funestata da una miriade di pensieri; primo fra tutti era lo sguardo di Donamis, gli occhi profondi e sinceri del giovane che si accorse così simili a quelli del bambino della sua visione…Che ci fosse un legame tra i due? Che ci fosse un legame tra lei e il bambino? Airen sorrise, poiché in cuor suo aveva già trovato una possibile risposta.

Era da tantissimo tempo che Anika non tornava al villaggio, eppure nulla era mutato dall’ultima volta. Sempre le stesse case di legno dai tetti di paglia, sempre la solita via trafficata da uomini donne bambini e carri trainati da asini e buoi. La stessa identica confusione. Ma in una


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piccola piazzola circolare era stato montato quel pomeriggio una sorta di palcoscenico di legno, che a prima vista sembrava in realtà dovesse crollare da un momento all’altro. Anika immaginò subito a cosa sarebbe servito: qualcuno stava per parlare al popolo del villaggio. Forse Siderin o l’abate superiore o qualcun altro in loro vece. E tutte le parole declamante da quel palco non avrebbero portato a nulla di buono, perché il villaggio non veniva interpellato mai se non per nuove leggi o ammonimenti ai quali tutti doveva incondizionatamente sottostare. - E’ per quella faccenda del contributo!- sussurrò Feude ad Anika. La ragazza annuì. Si chiese allora perché appendere pergamene alle porte delle case quando poi il contenuto sarebbe stato recitato a voce; ma forse l’unico scopo era quello di ricordare al popolo che non sapeva leggere, e che a causa della loro ignoranza tutti dovevano ubbidire senza fare domande o pretendere di opporsi. - Questa mattina…degli uomini sono venuti in casa tua, Anika!- rivelò Feude mordendosi un labbro. Avrebbe rivelato quell’episodio molto prima, se le due sorelle non si fossero messe a parlare di strane creature e roba simile. - Che cosa?- chiese la ragazza spaventata ed irritata assieme. Si infilarono tra la folla avanzando a spintoni e gomitate: la gente pareva impazzita, disorientata da una verità che non sapeva e di certo non avrebbe compreso. - Che cosa volevano?- domandò Anika che si sentì strattonare un braccio. Parlare in quelle condizioni era pressoché impossibile, ma Anika avrebbe urlato se necessario. Accalappiò Feude per un gomito: non voleva perderla in tutta quella baraonda. - Cercavano……non lo so….hanno detto qualcosa a proposito di denari…. - Si sono intrufolati anche in casa mia!- fece un uomo calvo alla sinistra di Anika che evidentemente stava ascoltando le due donne- Come se io avessi tesori nascosti! Anika a quelle parole sussultò: lei in realtà aveva da nascondere qualcosa in casa sua. - Ma non hanno trovato nulla, giusto?- domandò alla donna stringendo così forte il gomito che Feude si lamentò per il dolore. - No, nulla….Ora lasciami Anika: mi stai facendo male!


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La ragazza ubbidì ma non appena mollò la presa Feude, spinta e strattonata, si allontanò da lei come portata via dal riflusso di un’onda. Anika si ritrovò così da sola senza accorgersi che la folla la stava trascinando proprio alla base del palco di legno. E non appena vi giunse fece appena in tempo a non finirvi sotto; si aggrappò ad uno dei pali che reggevano la precaria costruzione, ed alzò lo sguardo: i sandali di cuoio di un uomo in saio le si pararono davanti agli occhi, come se egli fosse caduto dal cielo all’improvviso. L’uomo fece un gesto con la mano e tutto il baccano causato da urla e schiamazzi finì di colpo, come se agli uomini e alle donne fosse stata tagliata di netto la lingua. Anika lo guardò in viso: quell’uomo non gli piaceva. La tonsura e l’abito non avevano nulla a che fare con l’aria furba e meschina dei suoi occhi. E adesso capì perché il palco non era stato costruito con la doverosa attenzione: l’abate superiore o il signore di quelle terre non avevano avuto neppure il rispetto di parlare alla loro gente, inviando un monaco giovane ed ambizioso. - Gentile popolo dei colli Atrugèti!- iniziò in tono quasi teatrale- Sono qui oggi per offrirvi la salvezza! Anika fece una smorfia: tra tutti i monaci del monastero dovevano inviare proprio un attoruncolo travestito da profeta! Dalla folla si elevò un gemito di sorpresa. - Sarò breve con voi che anelate alla pace eterna!- continuò camminando su e giù per il palco gesticolando con le mani- La terra del Signore sulla terra sta’ per essere riconquistata! La terra del Signore! La folla cominciò a parlottare sommessamente. Anika sentì parole come “è meraviglioso” o “ è un miracolo”. Alcuni si fecero il segno della croce. - Ma…..- riprese il giovane monaco. Chissà per quale ragione Anika si aspettava quel ma. - Ma tutti dobbiamo contribuire. Tutti devono contribuire alla riconquista della terra del Signore, perché la terra del Signore è di tutti. E di tutti, in egual modo, è il paradiso! Anika pensò che quel giovane in saio ne aveva di strada da fare prima di potersi definire un buon oratore o predicatore: perse il conto delle volte in cui aveva ripetuto le parole “la terra del signore”. O magari quella poteva essere una strategia incisiva per arrivare al nocciolo della faccenda.


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- E’ stata emanata una nuova legge!- disse poi fermandosi a metà del palco che nel frattempo aveva iniziato a traballare- Che tutti offrano ciò che possiedono a questo fine, perché saranno aperte loro le strade del paradiso. Lui… E puntò un dito verso l’alto: - ….ci osserva....... Poi puntò il dito verso la folla che indietreggiò, e gli uomini si pestarono i piedi l’un l’altro. - Vi osserva. E volete voi farvi trovare impreparati? Volete farvi trovare peccatori che non hanno contribuito a conquistare il suo regno sulla terra? E’ dunque ciò che desiderate? Fece una pausa come se si aspettasse che qualcuno rispondesse. Ma la folla era muta e silenziosa. - No, non desiderate questo. Ed è per ciò che vi chiedo denari, monete, piccoli oboli. E in cambio per voi: la salvezza. E cacciò dal saio un foglio di pergamena arrotolato che spiegò sventolandolo in aria. - Il vostro lasciapassare per il paradiso!- esclamò. La folla si mosse in avanti come se tutti volessero afferrare la pergamena, considerata già come il vero e materiale ingresso per il regno dei cieli. Anika scosse debolmente la testa. A cosa miravano l’abate e Siderin in realtà? Quale altro prezzo avrebbero dovuto pagare oltre a monete, che nessuno tra il popolo possedeva? La risposta arrivò subito. - Ma attenzione!- proseguì il giovane monaco- Questi sono tempi duri per noi. Riavvolse velocemente la pergamena e si fece serio. - Attenzione, perché il demonio è in agguato! La folla sussultò, ora spaventata. - E’ tra di noi quell’infimo angelo caduto! E dunque attenzione a non finire nelle sue trame! Perché sarà fatta pulizia di seguaci del malefico e sarà premiato che li stanerà! La folla si guardò attorno intimorita, come se iniziasse già a vedere traditori della fede. Il monaco tornò a fare silenzio. Poi, concluso il suo monotono e fin troppo altisonante discorso, scese a passo svelto dal palco soprattutto perché questo aveva iniziato a cigolare pericolosamente. Si allontanò, mentre la folla gli faceva rispettosamente largo. Anche Anika ritenne più opportuno stare lontano


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da quella costruzione di legno. S’immerse nella folla ancora immobile per tornarsene a casa. Le parole del monaco non l’avevano benché minimo colpita o scossa. Credeva in Dio, e in lui solo poiché aveva tutta la natura che la circondava e che osservava a testimonianza di questo; le frasi sconnesse uscite dalla bocca di quel giovane era certa non lo rappresentavano. Uscì a fatica dalla folla, che aveva preso a parlottare e schiamazzare di dannazione eterna e di nemici della fede. Tra non molto, pensò Anika, avrebbero preso ad accusati a vicenda. Feude le si parò davanti, pallida in volto. - Dov’eri finita?- le chiese Anika felice di rivedere un volto amico. - Dobbiamo andare!- rispose in tono serio la donna afferrando Anika per una mano. - Ma….che cosa fai? Feude non si fermò né le spiegò le sue intenzioni. Anika si lasciò trascinare verso casa, mentre gli schiamazzi della folla si erano trasformati ora in grida e urla: il monaco aveva seminato, come sua intenzione, il seme della paura e della discordia.

Mentre Anika era intenta ad ascoltare incredula le parole del giovane monaco, sua sorella aveva fatto ritorno a casa. E non appena vi entrò, posò subito gli occhi sul letto di Ierèa che nessuno aveva ancora trovato il coraggio di rifare. Il lenzuolo sgualcito e bianco se ne stava ammucchiato da un lato attendendo di essere nuovamente riutilizzato. Il punto dove poco tempo prima la pergamena gialla aveva inspiegabilmente preso fuoco era immacolato come il resto del letto, tant’è che Airen si chiese se quell’episodio fosse accaduto veramente. Di fatti incredibili ne stavano succedendo da qualche giorno a quella parte! Ma la ragazza si sentiva in qualche modo destinata a proseguire per quella strada misteriosa e irta di pericoli….Sua sorella e Feude dovevano trovarsi ancora al villaggio, ed Airen giudicò quello un vero colpo di fortuna. Come avrebbe spiegato loro altrimenti ciò che stava per fare? Anika non avrebbe mai capito, non conosceva Siderin e la vita a castello, non poteva comprendere la sua frustrazione e l’odio che covava per quell’uomo. Airen si diresse senza perdere tempo prezioso alla madia bassa e tarlata. Sperava che quello che le occorreva fosse ancora lì. Aprì entrambe le ante con il cuore in tumulto; eppure le mani non le tremavano, andavano sicure alla ricerca della fialetta contenente


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il liquido verdognolo e denso. Non appena la scorse, nella parte più bassa e profonda della madia, sorrise. Si accucciò per recuperarla. Quando la sollevò in aria per guardarla meglio, scoppiò in una risata fragorosa per poi mutare profondamente la sua espressione che si trasformò da folle gioia a tristezza. Senza accorgersene Airen scoppiò a piangere. Chi l’avesse vista in quel momento, avrebbe giurato che il suo viso avesse assunto tutte le emozioni umane in una volta sola. Senza rendersene conto si andò a sedere sulla sponda del letto disfatto; con una mano continuava a reggere la fialetta, mentre l’altra se l’era portata alla bocca per reprimere i singhiozzi. Ricordò allora le parole che sua sorella le aveva rivolte poco tempo prima: “nostro padre ha trovato un liquido che uccide”. E chissà, si chiese Airen, se Agortos aveva mai portato a termine quella sua intenzione, o se invece aveva ricavato dalla natura quel veleno perché in fondo sapeva che ad una delle sue figlie un giorno sarebbe servito. Forse suo padre aveva lasciato quel liquido apposta per lei……


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VENDETTA ODIO E TRADIMENTO

Airen risalì la strada per il castello con il volto ancora bagnato dalle lacrime. Non passò per la via del villaggio, ma per una strada secondaria più ripida e poco frequentata; non che questa fosse più breve, ma la sola idea di incontrare sua sorella la rendeva inquieta. Non voleva coinvolgerla in quanto stava per fare. Siderin doveva bere quella pozione prima che chiunque altro venisse a conoscenza del suo piano. Doveva farlo quella sera stessa o il trascorrere anche di una sola notte, le avrebbe fatto cambiare idea. Doveva vendicarsi. Pensò che nella vendetta non ci fosse nulla di male, che il suo desiderio era più che legittimo. Vendicarsi di un torto subito non era peccato, ma giustizia personale che tutti alla fine avrebbero compreso. Non si sarebbe dannata l’anima, la morte di Siderin avrebbe arrecato a tutti più bene che male. La gente del palazzo, e soprattutto quella del villaggio, avrebbe festeggiato la fine di un tiranno. Airen aveva il fiato corto: nonostante la salita ripida correva come se qualcosa la inseguisse. Forse il rimorso che era sopraggiunto ancor prima di compiere quell’atroce punizione? I suoi pensieri oscillavano tra ciò che era giusto e ciò che era sbagliato. Uccidere un uomo era di certo sbagliato, ma uccidere per liberarsi di un carnefice poteva essere giusto. Ma lo era davvero? Airen si passò una mano tra i capelli scuri come a distendere e calmare la sua mente. Lanciò uno sguardo alla fialetta che brandiva in una mano come un’arma tagliente con la quale stava per assediare il castello. Poteva essere pericoloso farsi vedere con quel liquido, ma questo pensiero non la sfiorò neppure. Poi, senza che se ne rendesse conto, senza avvisaglie o giramenti di testa che la informavano che il sonno profetico la stava per cogliere di nuovo, cadde a terra battendo la testa. La mano inerme lasciò andare la fialetta, che rotolò giù per la discesa senza produrre il minimo rumore. S’incagliò in un ciuffo d’erba che la trattenne per un brevissimo attimo, quindi riprese a rotolare finché incontrò nel suo percorso un piccolo sasso appuntito. Lì si arrestò di nuovo e si scagliò da un lato. Il liquido verdognolo e denso prese quindi a fuoriuscire molto lentamente, gocciolando sul terreno. Lì accanto tre ciuffi di erba


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bassa e verde si colorarono subito di nero, per poi polverizzarsi e svanire come se mai esistiti. Giù per l’esofago e nello stomaco di un uomo, quel veleno avrebbe avuto effetti davvero devastanti ed inimmaginabili…..

- Dobbiamo far sparire tutto, fiale radici sassi…. Feude lasciò andare Anika solo una volta giunte a casa. La sua voce era severa, e le sue intenzioni chiarissime. - Non lo farò!- rispose Anika contrariata- Non eliminerò ogni ricordo di mio padre solo perché un monaco blatera di fede, giustizia e premi divini! L’anziana donna la guardò come se avesse imprecato. - Ma non ti accorgi del pericolo al quale vai incontro?- proseguì Feude i cui occhi esprimevano ansia e paura. Anika se ne stette in silenzio, ma non perché non sapesse come controbattere: aveva notato che le ante della madia erano entrambe spalancate. Cercò di ricordare se fosse stata lei a lasciarle aperte prima di scendere giù al villaggio, ma poteva giurare di averle viste chiuse quando se ne era andata. - Torneranno a chiedere denari e quando scopriranno ciò che nascondi…… Anika non ascoltava più: si era diretta alla madia e si era chinata per accertarsi con i suoi occhi di ciò che mancava, poiché le era venuto un terribile sospetto. - Lo immaginavo!- esclamò poi a voce alta, tornando in piedi. Feude si oscurò in volto, come se fiutasse già nell’aria la tempesta che si avvicinava. - Cosa? Cosa immaginavi?- chiese allarmata. Forse ciò che temeva di più era già accaduto. - Airen ha preso la fialetta!- rispose Anika guardandosi attorno come a cercare qualcos’altro che mancasse in casa. - Fialetta? Quale fialetta? Airen? E dov’è adesso? Anika fulminò l’anziana donna con uno sguardo severo: non aveva proprio bisogno in quel momento delle sue domande; era già piuttosto in pena. Nessun altro a parte sua sorella sapeva del veleno e dunque, se in casa mancava solo quello, poteva essere stata lei a prenderlo senza chiederne il permesso e senza dare spiegazioni.


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- Devo andare nel bosco!- esclamò Anika- Quel ragazzo ne saprà certo più di me! - Ragazzo? Ma di quale ragazzo del bosco parli?- sbottò la donna che si portò le mani rugose tra i capelli- Che cosa mi nascondi, Anika? In nome di Dio, rispondimi! Anika la fissò con la fronte corrucciata. Sebbene Feude avesse trascorso la maggior parte del tempo in quella casa negli ultimi dieci anni, non conosceva affatto il segreto della sua famiglia e la ragazza era certa che non si sarebbe mai sforzata di capirlo. - Tieni un ragazzo nascosto nel bosco?- chiese Feude, che naturalmente si stava facendo un’idea del tutto sbagliata dell’intera faccenda. Feude non era mai stata una donna curiosa; sapeva che Anika andava nel bosco per cogliere piante medicinali per Ierèa, ed ogni volta che la ragazza tornava non le chiedeva mai cosa facesse o cosa vi avesse trovato. E quell’improvviso desiderio di conoscere i fatti, pensò Anika, doveva nascondere necessariamente qualcosa. - Non posso spiegarti ora.- rispose la ragazza tagliando corto- Credimi: non sto facendo nulla di sbagliato! Devi avere fiducia in me. - Prima della morte di tua madre, non avevi mai parlato di strane creature e...di ragazzi nascosti nel bosco. Anika a quelle parole s’irritò a tal punto che si voltò a richiudere di scatto le ante della madia, facendola addirittura tremolare su se stessa. - Mia madre è morta e quindi non sei più tenuta a darmi alcun aiuto!disse Anika a voce alta. Quelle parole uscirono dalla sua bocca prima che potesse accorgersene. Calò un imbarazzante e teso silenzio. Anika si era già pentita di quanto aveva detto. Feude aveva fatto molto per lei in quegli anni, soprattutto durante la malattia di Ierèa; non trovò corretto rivolgersi all’anziana donna in quel modo. Ma non per questo si scusò. - Tu non puoi capire.- fece poi scuotendo la testa- I miei genitori mi hanno lasciato un compito da portare a termine. - Fa quello che ritieni più opportuno.- concluse la donna- Ma non farti scoprire, questi saranno tempi orribili! Avevano ritrovato entrambe un tono di voce calmo e basso, anche se non riuscivano a guardarsi ancora negli occhi. Anika sospirò. La donna aveva ragione, eppure tutto oramai era iniziato: lei aveva preso contatti con le creature, sua sorella aveva avuto visioni causate dai poteri dell’alloro; e c’era poi quel giovane: i loro destini si erano incrociati per


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una ragione ben definita ma ancora tutta da scoprire. Ed era come se ogni cosa fossa stata già prestabilita; come se qualcun altro avesse tracciato la loro strada, come se quei segni dovessero condurre le due sorelle ad un fine nascosto che ignoravano, ma che erano costrette ad accettare. Feude, in là con gli anni oramai e poco incline ad afferrare quei concetti forse troppo pagani, non sarebbe mai stata in grado di comprendere. - Devo tornare nel bosco!- disse ancora la ragazza. E si avviò verso la porta. - Ma tra poco farà buio! Feude tentò di fermarla. L’afferrò per un braccio, ma Anika si divincolò senza alcuno sforzo. Le lanciò un’occhiataccia, ed uscì di casa a passi veloci. La donna restò sola. Si portò una mano sul petto: il suo cuore stanco aveva sopportato troppe emozioni quel giorno. Poi si guardò attorno: non c’era nulla di visibile che potesse far intuire le misteriose occupazioni di Anika, ma quando puntò gli occhi sulla madia l’immagine di radici e pietruzze di svariata natura le si figurò nella mente. E poi sapeva ci fosse quella cassapanca vicino al letto di Ierèa: anche lì ci dovevano essere ampolle e strani oggetti naturali. Doveva far sparire tutto. Se Anika si fosse rifiutata ancora di nascondere i suoi esperimenti, avrebbe dovuto imporglielo con la forza. Oppure….. C’era un’altra soluzione molto più facile, che subito però scacciò dalla mente. Quindi si mise al lavoro iniziando proprio dalla madia; doveva sbrigarsi o Anika sarebbe tornata bloccandola di nuovo. Aprì le ante e vi guardò all’interno: ampolle, pietre, radici essiccate, petali e gambi di fiori…….quanti oggetti da far scomparire in pochissimo tempo! E l’altra soluzione tornò ad imporsi così prepotentemente che Feude se ne stupì. - Ma certo!- esclamò a se stessa- E’ l’unico modo per salvarla! Richiuse le ante della madia, e lasciò anch’essa la casa.

Airen riaprì lentamente gli occhi e si guardò attorno. Riconobbe subito la sua stanza: per una ragione che ancora ignorava era tornata al castello. - Hai preso un brutto colpo alla testa!- parlò una voce femminile al suo fianco.


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Airen quasi si aspettò che fosse stata sua madre a parlarle. Poi quando voltò la testa da un lato riconobbe una delle serve del castello, quella grassottella che tante volte le aveva parlato di religione e di fede. - Perché stavi ritornando per quella brutta via?- le domandò la donnaFortuna che Trofed passava di lì in quel momento, o chissà cosa ti sarebbe accaduto! Airen non ascoltava le parole della donna; cercava di ricordare come fossero andate le cose. Aveva avuto un’altra visione, n’aveva il sentore. Eppure non riusciva a visualizzarsi il nuovo sogno nella mente. Doveva trattarsi però di qualcosa di importante, di qualcosa d'imminente. Forse le foglie d’alloro stavano perdendo la loro efficacia; doveva masticarne delle altre se voleva continuare a vedere quello che sarebbe successo ed evitare spiacevoli eventi. Doveva tornare da sua sorella o farla venire a castello, se lei non poteva più tornare a casa….Sua sorella. La visione le aveva mostrata sua sorella, adesso iniziava a ricordare. Ricordava come un’immagine sfocata ed effimera il volto di Anika che….. No, non le veniva alla mente nient’altro. - Bevi questo!- le disse la donna porgendole un bicchiere colmo d’acqua fresca. Airen sobbalzò sul letto. - Il vele…. La donna la guardò con occhi interrogativi e preoccupati. Senza badare a cosa le avesse detto, Airen prese a guardarsi attorno; doveva ritrovare la fialetta con il liquido verdognolo prima che a farlo fosse qualcun altro. Come avrebbe spiegato altrimenti la presenza di quella pozione? Si alzò in piedi e prese a girare per la stanza come un’ossessa. La donna grassottella la guardava a bocca spalancata senza dire nulla. In fondo, pensò, quella ragazza era stata sempre strana. Airen non trovò il liquido verdognolo. Quindi si decise a darsi per vinta, e tornò ad accasciarsi sul letto. - Sarà meglio chiamare un medico!- concluse la donna che lasciò la stanza posando il bicchiere d’acqua sullo scrittoio. Non appena si fu richiusa la porta alle spalle, Airen scoppiò a piangere: non solo non aveva portato a termine il suo piano ma aveva perso la fialetta e, fatto ancor più grave, dimenticato il sogno profetico. Poi gli occhi le caddero sul suo fagotto scuro, adagiato addosso alla parete dirimpetto al letto. Balzò in piedi per recuperarlo. L’aprì con dita incerte e recuperò la pietra verdastra: il quarzo affumato.


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“Essa rappresenta tutto ciò che c’è di misterioso ed ignoto. Un fenomeno, un’idea, una situazione. Interrogarla significa fare chiarezza e togliere ogni dubbio.” - Per favore…ti prego…- iniziò ancora piangendo- ….mostrami il sogno….. Ma come previsto non accadde nulla. Poi una serie di pensieri turbinarono nella sua testa, conducendola ad un'unica soluzione. Pose la pietra sul pavimento e si asciugò gli occhi con il dorso della mano. Quindi si guardò attorno: le serviva un oggetto pesante ed appuntito. Lo trovò subito: il candelabro d’argento faceva al caso suo. Sfilò i moccoli delle candele consumati e si sedette sul pavimento. Esitò un istante prima di agire: come le era già capitato di fare si chiese se quella fosse la soluzione giusta. Poi, senza ulteriori ripensamenti, si decise a battere la base del candelabro sulla pietra che si scagliò subito. Questa lasciò cadere sul pavimento minuscoli frammenti verdastri. Airen aveva pensato che se le foglie d’alloro una volta masticate potevano mostrarle il futuro, allora anche la pietra usata allo stesso modo poteva conferirle quel dono. Mangiare una pietra…..era sempre meglio che vivere nel dubbio e nella paura di quanto poteva accadere, con la consapevolezza che lei avrebbe potuto evitarlo. E poi la situazione peggio di così non poteva andare…..Batté il candelabro sulla pietra ancora tre volte, finché decise che poteva bastare. Quindi provvide a polverizzare le scaglie di pietre ottenute. La serva grassottella aveva lasciato sullo scrittoio il bicchiere colmo d’acqua, e di questo Airen l’avrebbe poi ringraziata. Si alzò per prendere il bicchiere e solo allora si accorse che l’acqua emanava un odore aromatico; ma non badò a quel particolare. Recuperò con le dita le scaglie sul pavimento, che nonostante i suoi sforzi non era riuscita comunque a sminuzzare perfettamente. Le gettò nell’acqua aromatica. - Devi mostrarmi di nuovo il sogno!- ordinò parlando al bicchiere. E stava per portarselo alla bocca, quando l’acqua prese a girare su se stessa. Airen posò il bicchiere a terra per nulla spaventata: qualcosa d’incredibile stava avvenendo. Aspettò con il fiato sospeso: era riuscita ad interrogare il quarzo affumato finalmente! L’acqua aromatica contenente le scaglie di pietra vorticò ancora un poco per esplodere in aria. L’acqua bagnò il vestito di Airen ed il pavimento, ma non ebbe altre reazioni. La ragazza attese ancora qualche istante, ma l’acqua aromatica e le scaglie di pietra non provocarono l’effetto che aveva a


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lungo desiderato. Le uniche conseguenze di quel suo fallito tentativo erano state quelle di aver bagnato il pavimento, scalfito il candelabro d’argento e rovinato il quarzo affumato. Airen restò un momento immobile ed in silenzio. Non trovava la forza per ammettere di aver fallito di nuovo. E la sua arrendevolezza la costrinse a pensare che in fondo la visione non doveva tornarle alla mente, e che gli avvenimenti dovevano succedersi senza che lei potesse intervenire. O forse doveva, ma non era sufficientemente brava per farlo. Ed era persa ancora in quei pensieri, quando sentì bussare alla porta. Senza curarsi di rimettere in ordine, andò ad aprire con fare stanco e rassegnato. Ma se fino a quel momento aveva creduto che le cose non potessero ulteriormente peggiorare, adesso sarebbe stata costretta a ricredersi.

E mentre sua sorella si risvegliava al castello dopo l’ennesimo svenimento, Anika nonostante l’oscurità aveva raggiunto Donamis nel bosco. Il giovane si era sdraiato a terra accomodandosi come meglio poteva sul suo mantello; aveva più volte tentato inutilmente di prender sonno. I suoi pensieri e le sue preoccupazioni lo tenevano sveglio: l’odio verso Siderin, l’assassinio della guardia, le intenzioni ancora oscure di Airen. E quando avvertì dei passi leggeri sul terreno, udibili senza alcuno sforzo a causa dell’assoluto silenzio del bosco, balzò in piedi brandendo i pugni. - Mia sorella ha preso la fialetta con un potentissimo veleno.- esordì senza mezzi termini Anika- Tu ne conosci la ragione? La ragazza sembrò sbucare fuori dal tronco di un albero, tanto che Donamis pensò fosse una splendida creatura di quel luogo. - Un veleno? Donamis abbassò i pugni. Sebbene non volesse ancora ammetterlo, conosceva la risposta alla domanda della giovane. - Un veleno.- ripeté ancora. - Se conosci le intenzioni di mia sorella, devi dirmelo!- proseguì Anika con enfasi e avvicinandosi di più al giovane perché l’oscurità le impediva di vederlo in volto- Potrebbe causare un danno irreparabile del quale si potrebbe pentire per sempre! Donamis sghignazzò: aveva giudicato quella soluzione estrema davvero ingegnosa. L’odio che covava nei confronti di suo zio era davvero così


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profondo, che non gli faceva vedere la realtà con occhi critici ed obiettivi. Il sospetto che la ragazza potesse trovarsi in pericolo portando a termine quella sua missione, ancora non lo coglieva. Siderin meritava la morte; questa era la cosa che gli stava più a cuore in quel momento. - Tu non puoi capire!- riprese Anika- Il veleno che ha creato mio padre porta a conseguenze gravissime! Come ha scritto lui stesso, esso “provoca la dissoluzione istantanea del corpo e condanna lo spirito”! Chiunque venga ucciso da quel liquido verrà polverizzato, e la sua anima si sgretolerà per sempre vagando senza meta e perseguitando il suo assassino! Donamis si rabbuiò. Aveva immaginato suo zio annientato all'istante e ne aveva gioito in un modo perverso, ma quando aveva sentito quelle ultime parole il suo atteggiamento era mutato. - Che vuoi dire?- chiese. - Non siamo noi a decidere della vita degli altri uomini, per quanto possiamo desiderare di assumere il controllo della vita altrui! Donamis abbassò il capo. Pensò al corpo della guardia che aveva sepolto con cura sotto un cespuglio, e rabbrividì. - Vuoi dirmi ora che cosa ha in intenzione di fare mia sorella?- chiese di nuovo Anika in tono stentoreo questa volta. - Immagino che voglia usare il veleno per togliere di mezzo mio zio!rispose alla fine Donamis in tono insicuro- Siderin, il padrone del castello e del villaggio! A quelle parole Anika si raggelò. Sua sorella era forse impazzita? Non solo voleva avvelenare un uomo, ma voleva uccidere l’uomo più importante di quelle terre! Se qualcuno l’avesse scoperta a compiere il fatto….. - Com’è arrivata a questo?- domandò poi con voce bassa ed atona. - Mio zio non è certo un uomo amabile. - Questo non giustifica la sua decisione. Airen potrebbe essere in pericolo. Andrò subito al castello! Donamis non rispose. Sapeva che quello era compito suo, ma allo stesso tempo non voleva lasciare quel nascondiglio sicuro. Se suo zio l’avesse visto, gli avrebbe rivolto tantissime domande alle quali non avrebbe saputo trovare una risposta. Gli avrebbe chiesto perché era tornato indietro, dove fosse finita la guardia che lo scortava e infine l’avrebbe rispedito di nuovo lontano. E forse a morire per mano di un suo servo fidato questa volta. No, non poteva tornare a castello.


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- Non so ancora perché le creature mi abbiano condotta a te.- aggiunse poi Anika prima di voltarsi- Ma spero solo che io non debba odiarle per questo! Donamis restò in silenzio. Sentì i passi della giovane allontanarsi; oramai era buio pesto e si chiese se fosse mai stata in grado di ritrovare la via di casa. Ma più che per lei, Donamis era in pena per Airen. Se il suo piano fosse fallito e Siderin avesse scoperto le sue intenzioni, non avrebbe usato clemenza. E poi tentare di assassinare il signore di quelle terre, come era risaputo dal più nobile al più povero del villaggio, era motivo di sicura condanna a morte. Così tutto il suo perverso entusiasmo di sapere suo zio morto avvelenato, scemò di colpo. Iniziò a camminare avanti ed indietro su un terreno che non riusciva a vedere, tant’è che gli sembrava di passeggiare nel vuoto, sospeso nelle sue insicurezze. Doveva prendere una decisione, non poteva restarsene lì nascosto a rimuginare su quanto aveva fatto, o su quanto avrebbe potuto fare per salvare Airen. Sperò solamente di riuscire a lasciare il bosco senza perdersi, e sebbene sapesse che ciò sarebbe stato quasi impossibile si avviò verso la direzione dalla quale era certo si fosse allontanata Anika.


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- La tua e la sua ricompensa sarà nei cieli!- aveva esclamato l’abate superiore in tono trionfale. Aveva raggiunto il monastero camminando velocemente come a fuggire ogni possibile ripensamento. Lì fu accolta da un monaco barbuto ed esile, che vedendo l’anziana donna ansante e sfinita, le chiese premurosamente quale era la pena che la perseguitava. Feude rispose balbettando che voleva vedere subito l’abate per confessarle un terribile peccato. Il monaco barbuto all'inizio le negò quella richiesta, mettendo come scusa che fosse troppo tardi e che l'abate stesse già riposando. Ma di fronte all'insistenza della donna, che fece appello a tutto il suo coraggio per persuaderlo, acconsentì e l’accompagnò dall’abate superiore sostenendola per un braccio. Quest’ultimo, al contrario di quanto aveva affermato il monaco, non aveva ancora lasciato la biblioteca e sonnecchiava placidamente su un vecchio libro sacro miniato. Feude gli si presentò di fronte con sguardo basso e carico di devozione. - Questa pia donna vuole parlarle.- disse il monaco barbuto prima di andarsene. L’abate superiore, si ridestò di soprassalto; in realtà non aveva molta voglia di ascoltare quella vecchia, perché in quel momento aspirava solo ad un lungo riposo. Quindi le chiese in tono stentoreo cosa volesse, e perché aveva disturbato le sue riflessioni. - Sono…molto…dispiaciuta….- farfugliò la donna con il capo chino e le mani giunte sul petto che tremolavano vistosamente. Mai prima di allora si era ritrovata di fronte ad un uomo tanto importante. - Io……vorrei….c’è una ragazza, che è come una figlia per me…..lei deve essere salvata… L’abate superiore, che se n’era stato seduto sulla sua poltrona con aria insonnolita, a quelle parole si riscosse dal suo torpore. Richiuse con un tonfo il libro miniato, e lo posò sul tavolo vicino. Il viso paffuto si allargò in un sorriso.


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- Inizio a capire!- disse- Siete qui per denunciare una nemica della fede! Da tempo aspettava un simile momento. Troppo a lungo la vecchia torre del monastero, luogo di meditazione e penitenza soprattutto per chi disubbidiva alle leggi della chiesa, era rimasta vuota. - Ne…nemica..? Non è che Anika sia...una nemica…. - Si rifiuta di pagare il contributo per la fede per liberare la terra del Signore?- domandò l’abate con sguardo falsamente bonario. - In realtà….. E Feude raccontò, balbettando ed interrompendosi più di una volta per ricominciare a parlare e ribadire gli stessi concetti, degli strani interessi della ragazza verso le piante e le pietre, riferendo poi di strane creature ed infine qualcosa a proposito di un ragazzo che teneva nascosto nel bosco. L’abate aveva ascoltato senza molto interesse quel discorso frammentato. A lui erano bastate le intenzioni della donna, più che i suoi racconti. Feude, non appena ebbe finito di parlare, tirò un sospiro di sollievo. Credeva che non ce l’avrebbe mai fatta. Adesso poteva ricominciare a sperare che Anika tornasse ad essere una ragazza come tante; forse era rimasta segnata dalla morte prematura del padre ed ora da quella di sua madre, ed era per quelle ragioni che si comportava in maniera tanto strana. Ma se l’abate l’avesse aiutata a superare quel momento, Anika sarebbe stata salva ed Airen non avrebbe mai seguito l’esempio di sua sorella. - Non preoccuparti più di quella ragazza, pia donna!- disse l’abate alzandosi dalla poltrona- La tua e la sua ricompensa sarà nei cieli! E si sfregò le mani come faceva ogni qual volta era eccitato per qualcosa. Feude sentì di aver fatto la cosa giusta.

Airen aprì la porta della sua stanza. Sobbalzò: Siderin le stava di fronte con le mani giunte dietro la schiena. Prima che la ragazza potesse chiedergli qualunque cosa, l’uomo le rivolse un laconico: - Seguimi. Airen ubbidì. Per qualche ragione inspiegabile aveva iniziato a tremare. Che Siderin avesse scoperto dove si nascondesse Donamis? Era così stanca e confusa che al momento non riuscì a pensare ad altro. Siderin la condusse in una piccola stanza privata adiacente alla sua camera, nella quale Airen era stata rarissime volte. Non appena furono entrati, Siderin richiuse dietro di sé la pesante porta bianca. Airen si sentì come


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in trappola. L’uomo le si piazzò davanti e restò a fissarla per un lungo istante con occhi impenetrabili, come il luogo più impervio di quella terra. Airen si chiese perché non si decidesse a parlare; quell’attesa la stava logorando. - Tua sorella sarà presto arrestata!- rivelò Siderin- Contro di lei gravano pesanti accuse! Quelle parole non solo la sconvolsero, ma le fecero tornare alla mente la visione che credeva di aver dimenticato. L' immagine di Anika sofferente in un angolo angusto di una stanza di pietra fredda, le si pararono davanti agli occhi tanto repentinamente che le fecero girare la testa. - Sapevi delle strane abitudini di tua sorella?- chiese Siderin che parve non curarsi del fatto che Airen avesse assunto un colorito biancastro. La ragazza non rispose. Era come se il cervello non mandasse più segnali alla bocca né a qualsiasi altra parte del corpo, come se fosse morta ed avvertisse le gambe leggere, come quando sorvolava tra i cadaveri della sua prima visione. Siderin ripeté la sua domanda. C’era nel suo tono di voce un segnale appena percettibile che la invitava a negare tutto. Forse perché non voleva perdere il suo oggetto preferito, o più semplicemente perché l’uomo non desiderava essere al centro di scandali e pettegolezzi. Avrebbe di certo perso stima da parte di molti se si fosse venuto a conoscenza che il signore di quelle terre nascondeva nel suo castello una nemica della fede. Ed Airen fece ciò di cui si sarebbe pentita fino alla morte. Come desiderava il suo signore, la ragazza riuscì a trovare quel filo di voce e quel coraggio che bastò a farle negare tutto, a farle ammettere che lei era completamente estranea alle abitudini di sua sorella. - Perfettamente.- concluse Siderin soddisfatto. Airen al contrario avvertì un vuoto nello stomaco. Forse perché sentiva di aver appena venduto la sua anima.

Quando uscì dal bosco con l’intenzione di raggiungere il castello, Anika non poté fare a meno di notare dei fuochi di luce danzare nell’oscurità proprio davanti alla porta della sua casa. Che gli uominicavallo avessero inviato di nuovo un loro segno luminescente? No, riconobbe subito che quelle torce infiammate appartenevano agli uomini, non alle creature del bosco. Anika avvertì subito una strana


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sensazione. Qualcosa le suggerì di scappare, di allontanarsi da quel posto perché ne sarebbe valso della sua vita. Eppure non ubbidì a quell’ammonimento, che forse era stata la paura a bisbigliarle. Camminò lentamente verso casa, mentre avvertiva distintamente un pugno pesante bussare contro la sua porta. Si augurò che Feude non ci fosse. Riuscì a distinguere le sagome di quattro uomini rischiarati dalla luce fioca delle torce; erano vestiti di scuro e portavano il capo coperto da pesanti cappucci a punta. - Aprite, in nome della fede!- ordinò uno di loro bussando di nuovo. Non si erano ancora accorti che Anika sopraggiungeva alle loro spalle, lenta e silenziosa. La ragazza pensò di nuovo che sarebbe stato meglio scappare, eppure anche questa volta non lo fece. Andò diritta verso gli uomini a fronte alta, convinta che non avesse fatto nulla di male. Qualunque cosa gli uomini le avessero detto o fatto, lei era orgogliosa di poter affermare di servire un fine più grande delle leggi dell’abate. - Eccomi. Io sono qui.- disse. Solo uno dei quattro uomini la sentì. Si voltò un poco e parve sussultare non appena vide la ragazza. Anika riconobbe nell’uomo il monaco giovane che aveva pronunciato il discorso monotono quel pomeriggio al villaggio. Quest’ultimo richiamò l’attenzione degli altri che si voltarono a loro volta. Ma il giovane monaco fu l’unico ad andarle incontro. - Tu sei Anika?- le chiese con voce che faticava ad essere gentile. - Si, sono io.- rispose subito la giovane. Arrestò il passo. Era a poca distanza dal monaco, la cui luce della torcia ondeggiava sul viso disegnando bizzarre espressioni. Poi il monaco si tolse il cappuccio dalla testa. - Devi seguirci.- ordinò - O la tua anima sarà condannata in eterno! E dicendo questo fece ondeggiare la torcia che teneva nella mano. Le fiamme si mossero compiendo in aria una sorta di cerchio infuocato. - Non ho bisogno di essere salvata.- rispose Anika- Almeno non da voi! E tornò a camminare verso casa. Due degli altri uomini incappucciati allora la fermarono, sbarrandole la via con le rispettive torce. Era evidente che volevano spaventarla con il fuoco, mettendo come pretesto che la sua anima ne sarebbe stata avvolta per l’eternità. Ma Anika non aveva paura. Quell’atteggiamento le sembrava ridicolo. - Devi seguirci!- ribadì il monaco che fece un cenno con la mano all’altro uomo.


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Quest’ultimo si fece avanti ed accalappiò Anika per un gomito. Strinse forte senza curarsi del fatto che poteva farle del male. - Ci seguirai al monastero!- aggiunse il monaco che si ricoprì la testa con il cappuccio. L’uomo che la teneva per il braccio la strattonò e la costrinse a muoversi. Anika non oppose resistenza. La comitiva si avviò lentamente: il monaco alla testa di quella singolare processione, seguito subito da Anika e dall’uomo che le stringeva il braccio in una morsa dolorante; seguivano infine gli altri due incappucciati che facevano da retroguardia, brandendo le torce come spade affilate pronte ad infilzare la ragazza se solo avesse tentato la fuga. Donamis osservava la scena nascosto dietro un albero; non potevano vederlo, l’oscurità lo copriva meglio del tronco largo che lo mimetizzava con la notte. Aspettava il momento giusto per balzare fuori, e colpire almeno uno degli incappucciati con il bastone grosso e corto con il quale si era armato. Era riuscito ad uscire dal bosco nonostante la notte, ed era arrivato giusto in tempo per vedere Anika mentre veniva portata via. Non ne conosceva il motivo, né sapeva in quali guai si trovasse la ragazza; ma non poteva lasciare che la prelevassero senza nemmeno intervenire. Forse era sua la colpa; Siderin aveva scoperto il suo omicidio, e sapeva che Anika l’aveva aiutato a nascondersi. Non avrebbe mai permesso che la giovane fosse accusata di crimini dei quali era completamente estranea. Sollevò il bastone sulla testa: la comitiva stava passando proprio accanto all’albero che lo nascondeva. Doveva colpire l’ultimo uomo per prendere di sorpresa anche gli altri, che non si sarebbero mai aspettati in quel momento un attacco. Donamis si vide sfilare davanti il monaco giovane, quindi Anika e l’uomo che la teneva per il gomito. Era vigile ed attento a colpire nell’attimo giusto e la persona giusta. Ma Anika dovette averlo visto o per lo meno aveva intuito la sua presenza, perché si voltò verso di lui guardandolo dritto negli occhi e scuotendo lievemente la testa. Come la ragazza avesse saputo che se ne stava lì nascosto pronto ad intervenire, Donamis non lo avrebbe mai saputo. Restò con il bastone sollevato sopra la testa a fissare con occhi vacui la comitiva sfilare e poi allontanarsi. La ragazza non voleva essere salvata, il suo messaggio era stato chiaro. Il giovane quindi abbassò lentamente le braccia, facendo cadere il bastone a terra che andò a sbattere contro un sasso. Uno dei due uomini che faceva da retroguardia avvertì il rumore che l’arma di


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legno produsse, e si arrestò voltandosi indietro. Donamis si appiattì contro il tronco dell’albero, facendosi un tutt’uno con l’oscurità. L’uomo con la fiaccola scrutò nel buio, ma non riuscì a distinguere nulla se non sagome indefinite; quindi tornò a camminare, convinto che quello fosse stato solo un rumore della notte. Donamis sospirò. Restò ancora qualche istante nascosto poi, quando fu certo che la comitiva fosse scomparsa dalla sua vista, si staccò dall’albero. Doveva raggiungere il castello, fermare il folle piano di Airen e tornare a nascondersi nel bosco prima che sorgesse l’alba. Non avrebbe potuto fare nulla per Anika: qualunque fosse il suo destino, la ragazza l’aveva oramai accettato.

Raggiunsero il monastero passando per il villaggio, affinché tutti vedessero quale fosse la sorte di chi veniva scoperto essere un nemico della fede. Gli abitanti del villaggio, destati dalle parole del giovane monaco che ricominciò a blaterare a voce alta di salvezza e fiamme infernali, abbandonarono i loro letti comuni per affacciarsi sugli usci delle porte. Fissavano Anika con pietà mista a terrore. La ragazza camminava in silenzio senza mai abbassare lo sguardo. Poi si elevò un grido: - Lo sapevo che lei era una figlia del male!- urlò un uomo che uscì in strada vestito solo di una calzamaglia bianca rattoppata in più puntiConoscevo suo padre: era un pazzo che serviva il demonio! Anika non l’ascoltò. Ripensò ad Agortos e un nodo le strinse la gola. Ma non doveva mostrarsi fragile, o avrebbe dimostrato in questo modo di aver già ceduto. Capì che la stavano usando; non era nient’altro che un capro espiatorio per gli uomini del monastero. Un esempio per tutti coloro che si fossero rifiutati di pagare quel maledetto contributo per la fede. Poi oltre all’uomo in calzamaglia uscì in strada anche Feude. Anika le abbozzò un sorriso che stava a dirle di non preoccuparsi. Ma la donna le andò vicino e prese a camminarle accanto. Nessuno degli incappucciati la scacciò, né tanto meno la degnarono di uno sguardo. - Mi dispiace.- disse l’anziana donna avvolta in uno scialle rosso che la copriva dalla frescura della notte- Io dovevo salvarti! Anika si arrestò così bruscamente che uno degli uomini che le stava dietro con la torcia in mano per poco non le mandò a fuoco i capelli.


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- Non ti fermare!- urlò quello che la teneva per il braccio dandole un furioso strattone, che rischiò di romperle il gomito. Anika gelò con lo sguardo l’anziana donna che per tanti anni aveva come fatto parte della sua famiglia. Avrebbe voluto gridarle contro tutto lo sgomento e la disapprovazione per quanto aveva fatto, ma non si lasciò uscire una sillaba. La rabbia e la meraviglia per quell’inaspettato tradimento la confusero e la stordirono. - Mi hanno promesso che non ti faranno nulla!- continuò la donna piangendo- Tra non molto tornerai a casa guarita! Anika si sforzò di non sentire. L’unico pensiero che aveva in quel momento era rivolto a suo padre e a sua madre sepolti assieme nel bosco. Se non era riuscita a portare a termine i loro studi, se non aveva scoperto quella pozione che “prolungava” la vita come si era ripromessa fin da principio, aveva almeno fatto in modo che i genitori riposassero entrambi nello stesso luogo.

La cattedrale, avvolta dal buio delle tenebre di quella notte fresca e senza luna, si confondeva con l’oscurità che ne disperdeva i contorni di pietra. Pareva come un gigante nascosto e pronto a balzare fuori lentamente non appena il sole sarebbe sorto. Ed Anika si chiese in quale luogo avrebbe aspettato il mattino, se avrebbe osservato come era solita fare i primi raggi schiarire e scacciare le ombre notturne. Il monastero era distaccato di qualche distanza dalla cattedrale, anch’esso una sagoma scura e senza forma. Ed Anika non poteva ancora vederla, né sospettava della sua esistenza: dal lato ovest del vecchio edificio religioso si ergeva verso l’alto una rettangolare e stretta torre di mattoni scuri, che terminava in una sorta di cornice merlata sulla quale nessuno saliva più da decenni. In un passato molto remoto quello era stato il luogo di meditazione e penitenza degli uomini di fede, anche se adesso si apprestava a divenire un carcere solitario ed inespugnabile. La torre aveva solo una stanza piccola e quadrata; la si raggiungeva salendo gli scalini logori di una scala a chiocciola, della quale pareva non si riuscisse mai a scorgerne la fine. Più Anika lasciava dietro di sé la terra e più le sembrava si essere elevata verso l’alto, verso il cielo. E chissà se la torre non lambisse davvero le nuvole; forse era questa la sua originaria funzione per gli uomini che in essa cercavano la verità, la giustizia e la fede. Quando arrivarono nell’angusta stanza quadrata e


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spoglia di ogni mobilio, Anika ebbe come la sensazione che le avessero tolto l’aria. C’era un’unica finestrella che permetteva il ricambio d’ossigeno, ma questa era troppo in alto e in più era sbarrata da grate di ferro arrugginite. - Resta qui e medita sulle tue azioni!- la invitò il giovane monaco. La sua voce si era fatta ora più gentile e bassa. Gli altri incappucciati avevano ricevuto l’ordine di aspettarlo alla base della scala a chiocciola e così, in cima a quella torre dove nessuno poteva né vederlo e né sentirlo, poteva finalmente togliersi di dosso la maschera dell’inquisitore. - Nessuno vuole farti del male!- spiegò il monaco- Devi solo rispondere correttamente a tutte le domande che ti verranno poste. Se collaborerai sarai a casa tra un paio di giorni illesa e guarita. Mi hai capito? Anika assentì con la testa. Il giovane monaco si fece il segno della croce, borbottò qualche parola in latino, e poi accarezzò la testa della ragazza. Si voltò per andarsene. - Perché ubbidite?- chiese Anika. Il monaco parve immobilizzarsi. - Voi non credete a tutto quello che vi viene detto!- continuò la ragazzaSiete solo uno strumento nelle mani dell’abate superiore! Di cosa avete paura? L'uomo non accennò un movimento. - Fingete di credere a parole delle quali non comprendete neanche voi il significato.- proseguì Anika- Perché vi sottomettete in questo modo? Il monaco senza voltarsi ripeté: - Se collaborerai sarai a casa tra un paio di giorni illesa e guarita. - Ma io non sono malata. Il monaco parve aggiungere qualcosa; ma poi lasciò la ragazza sola nella piccola stanza, richiudendo la porta di legno con un chiavistello forse troppo grande e pesante per quella serratura vecchia. Anika si guardò attorno alla ricerca di un cantuccio comodo dove poter passare il resto della notte, e scelse del pagliericcio sparso in un angolo. Si accucciò sul pavimento con la schiena rivolta alla parete. Accanto a lei, sulla sua spalla destra, si accorse che delle parole scritte in neretto con una calligrafia a dir poco elegante ma ancora leggibile recitavano: “La verità rende liberi”


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UOMINI DI FEDE

Airen era sdraiata sul suo letto, a fissare il vuoto davanti a sé. Tentava inutilmente di rimettere assieme i tasselli della sua esistenza, ma la testa iniziò a farle così male che dovette rinunciarvi. Che cosa ne era stato della sua vita, delle sue abitudini, della sua tranquillità? Perché si era giunti fino a quel punto? Dove aveva sbagliato? Non doveva farsi coinvolgere da sua sorella, questo era quanto avrebbe dovuto fare per non trovarsi in quella situazione. Non avrebbe dovuto dar credito alle sue parole: portare a termine gli studi di suo padre! In quel momento di assoluto sconforto iniziò addirittura a dubitare dalla salute mentale di Agortos. E soprattutto della sua, di tutto ciò che aveva pensato in quegli ultimi giorni. Voleva uccidere un uomo. Avvelenarlo. Rabbrividì a quel pensiero. Si alzò a sedere. Fissò il candelabro poggiato sullo scrittoio, quello stesso che aveva utilizzato per frantumare il quarzo affumato. Se qualcuno si fosse accorto della sua base scalfita, avrebbe dovuto inventare una scusa più che plausibile per giustificare quel danno. Pensò a Donamis, solo e nascosto nel bosco. Poi ad Anika che era stata condotta, come era riuscita a sapere da Siderin stesso in seguito ad un breve incontro con l’abate, sulla torre del monastero. Quindi la mente la riportò al luogo di sepoltura di sua madre, alla quercia solitaria. Quando aveva chiesto a sua sorella perché avesse scelto proprio quell’albero del bosco, Anika le aveva risposto semplicemente che anche lei ne conosceva il motivo. Ma si era sbagliata: Airen non sapeva nulla, non aveva mai saputo nulla. Si alzò lentamente. Posò i piedi nudi a terra e un brivido la percorse tutta; il pavimento di marmo era molto freddo e quando immaginò sua sorella in un luogo più gelido di quelle stanze, le lacrime le salirono subito agli occhi. Si chiese di nuovo dove avesse sbagliato, cosa avrebbe potuto fare per evitare quella situazione. Se solo le fosse venuta un’altra visione…Scosse energicamente la testa. Quelle visioni erano state la sua rovina. L’avevano scaraventata in un abisso senza fondo, privandola della coscienza, facendola quasi impazzire. Non c’era nulla di positivo nel conoscere le cose che erano accadute, quelle che stavano avvenendo o che sarebbero successe. L’alloro non


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era una pianta divinatoria; le sue foglie erano avvelenate dalla follia. Fortuna che il suo effetto era oramai svanito del tutto. Visioni, veleni, strane creature magiche….. Airen sperò per un momento di aver sognato ogni cosa. - Povera mamma…..- bisbigliò a se stessa- …..se vedesse come ci siamo ridotte….. Scoppiò in singhiozzi. Desiderò che Donamis fosse lì al suo fianco per consolarla e proteggerla, perché iniziò ad avere paura di tutto quello che fino ad allora aveva considerato come magico e meraviglioso per lei. Iniziò, se le era concesso, a temere anche sua sorella. Airen non voleva essere coinvolta in quella faccenda, sebbene ne avesse fatto parte. Desiderava aiutare sua sorella, tirarla fuori da quella torre anche se non ne conosceva il modo; ma allo stesso tempo sperava che Anika non la rendesse sua complice. Era quasi sicura che una volta conclusa quella storia, avrebbero archiviato per sempre le strambe idee e gli innaturali propositi che si erano ripromesse di portare avanti. Tornò a stendersi, asciugandosi il viso con le mani. Sospirò profondamente e fu di certo la frustrazione a condurle il sonno. Un sonno questa volta, dopo tanto tempo, tranquillo e senza sogni.

Airen risollevò le palpebre: non riuscì a calcolare per quanto tempo avesse dormito. Si svegliò perché era certa che qualcuno stesse bussando alla sua finestra. La ragazza si mise in ascolto: era forse possibile, o magari l’aveva solo immaginato? La sua camera si trovava piuttosto elevata dal terreno, e non sarebbe stato facile raggiungerla. Ma avvertì di nuovo come il suono di nocche che battono ripetutamente contro un vetro. Si alzò lentamente dal suo letto, e si avvicinò alla tenda scura che impediva alla flebile luce della notte di entrare. La scostò titubante da una parte, e quando il viso amico di Donamis le comparve davanti agli occhi sussultò per lo stupore. - Cosa ci fai tu qui?- gli chiese aprendo i vetri. Il ragazzo senza rispondere balzò all’interno della stanza. - Tua sorella è stata arrestata!- esordì Donamis, ansante per l’arrampicata. Sebbene non sapesse maneggiare bene una spada né combattere in battaglia, poteva almeno vantarsi di essere diventato un ottimo scalatore


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di mura di castelli in quegli ultimi tempi.....Airen abbassò la testa e tornò a sedersi sul letto. - Lo so.- rispose con voce rotta per l’emozione. - Credo che l’abbiano portata nella vecchia torre del monastero.continuò Donamis- Ma non so se riuscirò ad arrampicarmi anche fin lassù. Airen non seppe trattenersi e scoppiò in singhiozzi. Per un attimo arrivò addirittura a disprezzare il giovane che aveva interrotto il suo sonno; nell’incoscienza ogni cosa si era allontanata da lei, ogni preoccupazione, ogni timore le era diventato estraneo. Donamis le si sedette accanto e le cinse le spalle con un braccio. - Non preoccuparti. Non le faranno nulla!- andava dicendo per tranquillizzarla. In realtà quelle parole non convinsero neppure lui. - Ma non sono solo qui per tua sorella.- proseguì il giovane mutando decisamente tono di voce- Voglio sapere se hai avvelenato mio zio, perché non voglio che tu lo faccia. E' più sicuro per te stare lontana da quella che deve essere la mia vendetta. Lo capisci? Airen si asciugò gli occhi tentando di calmare il pianto. - Non dovevi venire fin qui. E se qualcuno ti avesse visto? - Siderin non lascia molte guardie fuori dalle mura la notte.- rispose Donamis- Non avrebbe motivo di farlo. Ma ti prego, adesso dimmelo: hai o non hai offerto da bere il veleno a mio zio? Airen balzò in piedi e prese a camminare su e giù per la stanza torturandosi le mani e mordendosi le labbra. - No, ma ho fatto una cosa ancor più grave!- rivelò. Donamis si accigliò: che avesse tolto di mezzo Siderin in altra maniera? Ripensò alla guardia che aveva ucciso, e la sola idea che la ragazza si fosse macchiata di una colpa simile lo nauseò. - Che cosa hai fatto?- le chiese alzandosi a sua volta. Airen continuò a vagare per la stanza in silenzio, finché Donamis non la costrinse a fermarsi afferrandola per le braccia. - Che cosa hai fatto a mio zio?- domandò ancora, incapace di aspettare ulteriormente una verità che stava consumando i suoi nervi già scossi. - Non a tuo zio! A mia sorella!- spiegò Airen. Donamis si aspettò che la ragazza ricominciasse a piangere e invece questa volta riuscì a dominarsi.


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- Io l’ho tradita!- rivelò a voce bassa, quasi non volesse udire se stessa pronunciare quelle parole. - Tradita? Io….non capisco… Dei passi in corridoio li costrinsero a fare silenzio. Donamis fissò la porta come un condannato che guarda con pallore e tremore la gogna. Pensò che fosse stata davvero una scelta avventata quella di tornare di nascosto al castello. Poi i passi parvero allontanarsi per morire in un punto lontano. Ma solo quando il giovane si fu accertato che fosse tornato il silenzio riprese a parlare. - Tradita come? Sei stata tu a denunciarla all’abate superiore? Senza accorgersene Donamis aveva stretto così forte le mani attorno alle braccia della ragazza da lasciarle dei segni sotto al vestito. - Denunciata?- rispose Airen, offesa alla sola idea che il giovane potesse pensare una cosa simile- Denunciata? Airen riuscì a divincolarsi da quella che era divenuta oramai una morsa stretta e dolorante. - Io l’ho rinnegata!- disse tornando ad accasciarsi sul letto- Ho rinnegato lei, mia madre e mio padre. Ho tradito la mia famiglia per salvarmi dalla prigionia, perché è questo che sarebbe accaduto se avessi rivelato a Siderin che anch’io ho delle….strane abitudini, come tutti qui le chiamano. Donamis a quella verità si tranquillizzò un poco. In realtà, anche se non l’avrebbe mai confessato, era felice che le cose fossero andate così; sarebbe morto distrutto dalla pena se avesse solo immaginato Airen rinchiusa in una torre e condannata a chissà quali castighi. - Credo invece che tu abbia fatto la scelta giusta.- disse- Anika avrebbe voluto così. E ripensò al suo tentativo di salvare la giovane dagli uomini che l’avrebbero condotta poi alla sua prigione. Era stata la ragazza stessa ad impedirgli di immischiarsi in quella faccenda, ed era certo sperava che sua sorella si fosse comportata esattamente allo stesso modo. Tornarono a farsi sentire dei passi in corridoio. E questa volta sembrava proprio che venissero verso la stanza di Airen. O meglio: qualcuno stava per bussare alla porta di Airen. Quando questo accadde, Donamis si catapultò verso il primo nascondiglio che gli venne alla mente: si rintanò dietro alla pesante tenda scura confidando nella scarsa illuminazione della stanza. Si appiattì contro i vetri della finestra, e


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tentò addirittura di non respirare. Airen, quando si fu assicurata che il giovane si fosse ben nascosto, andò ad aprire ed impallidì. - Stavi dormendo?- domandò la voce autorevole di Siderin. - No, mio signore. Non ancora.- rispose Airen tentando di dominare la sua irrequietezza. Siderin senza chiedere il permesso, entrò nella stanza. Nonostante la stoffa della tenda fosse piuttosto pesante, Donamis riuscì comunque a intravedere la figura dello zio. L’odio gli ribollì nelle vene e fu costretto a stringere i denti ed i pugni. Gli balenò nella testa un’idea. Siderin era lì, a pochi passi da lui e non sospettava affatto della sua presenza nella stanza. Poteva balzare fuori e soffocarlo stringendogli la tenda attorno al collo. Poteva…..No che non poteva. Assalire il tiranno in casa sua era come firmare una condanna al sicuro fallimento. Quindi decise di starsene immobile a dominare a fatica la rabbia. Ma se solo l’uomo avesse provato a sfiorare Airen…… - Sono qui per dirti che domani mattina avrai un colloquio con tua sorella.- disse Siderin che si era piazzato al centro della stanza con le mani sui fianchi.- Sarà sottoposta ad un primo interrogatorio. Poi incontrerà te, e tutti confidano che tu riesca a convincerla a ritrattare tutto ciò che ha detto e ha fatto. L’abate vuole un pentimento firmato entro domani notte. Se l’interrogatorio ed il vostro incontro non avranno esito positivo, allora saremo costretti a ricorrere ad altri mezzi di persuasione. Siderin fece una pausa. Si accostò ancora di più ad Airen, tanto che Donamis si tenne pronto a balzare fuori. - Tua sorella non ha altra via di scampo, dunque perché non contribuire alla sua salvezza? – continuò- Fa in modo che firmi quella pergamena, o credo che rimarrai sola al mondo, ragazza mia. Airen non osò aprire bocca. Siderin restò qualche istante a fissarla sperando in una sua reazione, ma quando vide che la ragazza non accennò né un movimento né una parola decise di lasciare la stanza. L’uomo si augurava in realtà una supplica, sperava che Airen gli chiedesse di aiutarla a tirare fuori sua sorella da quella brutta situazione e lui avrebbe acconsentito ad ogni sua richiesta forse. In cambio di qualcos’altro naturalmente. Ma la giovane era decisa a mantenere intatto il suo orgoglio, non si sarebbe mai dimostrata fragile di fronte all’uomo che più detestava al mondo. Non appena Siderin si fu richiuso la porta alle spalle, Airen corse alla finestra.


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- Devi andartene!- disse a Donamis, che ancora nascosto dietro alla tenda ingoiava saliva e rabbia- Qualcuno potrebbe scoprirti e allora sarebbe la tua fine. Forse posso salvare mia sorella, ma non riuscirei in alcun modo ad aiutare te...... La ragazza gli si buttò tra le braccia. - Sta attento a non farti scoprire! Airen sollevò un poco il viso, cosi che le sue labbra incontrarono inevitabilmente quelle di Donamis. La ragazza si immobilizzò trattenendo il respiro e socchiudendo gli occhi, timorosa. Donamis le cinse forte i fianchi con le braccia piacevolmente muscolose, e si strinse il corpo caldo della giovane al petto premendo la bocca contro la sua. Mentre la baciava le fece scorrere lesto una mano tra i capelli come un fiume contrario che risale alla sorgente, per poi scivolare di nuovo lentamente verso il basso, verso la vita sottile e coperta solo dalla stoffa consumata del vestito che le si incollava, modellandolo, perfettamente al corpo. Airen, pur non intuendo le intenzioni del giovane, sussultò e si ritrasse. - Devi andare prima che qualcuno ti scopra!- sussurrò. Donamis annuì a malincuore, e allo stesso modo si staccò dalla giovane. Quindi si voltò e scavalcò con una gamba il parapetto della finestra. Stava per aggiungere qualcosa, ma la ragazza era già sparita dall’altra parte della tenda. Quindi, sospirando, si apprestò a ridiscendere cautamente la parete. Airen, disorientata e svuotata da ogni pensiero, si sfiorò le labbra; sorrise per un brevissimo istante. Poi si rifece seria, riflettendo su quanto sarebbe accaduto l’indomani nella torre.

Trascorse la notte. La terra attorno ai colli Atrùgeti si ridestò lentamente sotto un cielo terso spoglio di nubi. E sotto quel cielo immacolato, avvenne il primo e unico interrogatorio di Anika. La ragazza si era svegliata infreddolita e dolorante in più punti del corpo. Dalla finestrella in alto entrava una luce tenue e filtrata dalle sbarre arrugginite, tanto da sembrare che stesse per tornare di nuovo il tramonto. Più volte quella notte si era destata, ed ogni volta aveva dovuto fare uno sforzo smisurato per ricordarsi dove si trovasse. Quando avvertì un vociare provenire dalle scale a chiocciola, balzò in piedi come una fiera pronta all’attacco. Sentì qualcuno armeggiare con


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il chiavistello, e una voce profonda e maschile maledire quell’antica porta che gli opponeva resistenza. Poi il chiavistello cedette e la porta si aprì, lasciando entrare tre uomini incappucciati. Anika si appiattì contro la parete, pronta a scattare in avanti e difendersi se ce ne sarebbe stato bisogno. Uno degli uomini si tolse il cappuccio dalla testa. Anika non l’aveva mai visto: era un monaco sulla cinquantina dalla pelle chiara, gli occhi scuri e severi, con un grande crocifisso appeso al collo che gli penzolava sul saio scuro. Quest’ultimo fece un cenno ad un altro uomo, che subito si fece avanti posando sul pavimento un fagotto marrone. - C’è del pane benedetto lì.- parlò il monaco senza cappuccio- Prendilo e mangialo. La sua voce risuonò austera per la stanza rimbalzando da una parete all’altra. Anika non rispose. Né si mosse. Il monaco non insistette. Fece qualche passo in avanti. - Collabora e sarai salva!- disse ancora- Dimmi: da quanto tempo hai scoperto di essere una nemica della fede? Anika restò in silenzio. Come rispondere ad una domanda simile? - Dimmi: da quanto tempo hai scoperto di essere una nemica della fede?- ripeté il monaco a voce più alta. Anika restò chiusa nel suo mutismo. - Rispondi! - Io non mi sono mai dichiarata nemica della fede.- si decise a parlare Anika- Ma non per questo credo alle fandonie che declamate con tanta facilità e sicurezza. La salvezza si raggiunge con la fede, non con il denaro! Il monaco non si aspettava una simile risposta. Lo rivelò la sua assoluta espressione di sbigottimento e stupore. Ma si riprese subito. - Dimmi: hai mai adorato demoni, figli del demonio, o fatto sortilegi per ottenere l'amore di uomini e donne? Anika represse a stento una risata a quelle parole: come si poteva solo immaginare di compiere quelle azioni? No, non l'avrebbero accusata di crimini da lei mai commessi; se volevano un esempio per dimostrare a tutti cosa sarebbe accaduto in caso di mancato pagamento del contributo per la fede, avevano decisamente sbagliato persona. Rimuginando ancora sulle assurde accuse a lei rivolte, scoppiò a ridere. Il monaco restò a fissarla a bocca spalancata, incapace di dire qualcosa. Poi sbottò: - Ma questa è....è....blasfemia!


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Quindi indispettito ordinò ad uno degli uomini incappucciati di recuperare il fagotto che conteneva il pane benedetto. - Morirai di fame!- aggiunse. Fece cenno ai suoi compagni di andarsene. - Voglio discorrere con lei in privato- si giustificò. Gli uomini incappucciati ubbidirono subito, lasciando Anika e il monaco soli nell’angusta e fredda stanza della torre. Sapevano entrambi che non avrebbero mai persuaso l’altro a confessare verità nelle quali non credevano. - E così tu ritieni di essere nel giusto e accusi noi uomini di fede di predicare il falso.- iniziò il monaco portandosi le mani dietro la schiena- Ho capito bene? - Io sostengo di essere prigioniera di menzogne. Anche se vestite un abito sacro non avete il diritto di obbligarmi a credere in concetti che non mi appartengono. Chiedere denari per conquistare la salvezza è un furto il quale voi, uomini di fede, non dovreste commettere. Il monaco pestò un piede a terra. Non riuscì a fare a meno di pensare che quella semplice contadina utilizzava la lingua davvero molto bene. E ciò lo indispettì ancora di più. - Come ti permetti?- gridò - Hai appena bestemmiato contro la fede perché noi uomini di fede siamo la fede! - Ma è proprio della vostra esistenza come uomo di fede che dubito. Io seguo le mie inclinazioni, credo nella natura e nell'energia del mondo. Non dovrei essere rispettata per questo, anche se ciò in cui credo è diverso da ciò in cui credete voi? - Attenta a quello che dici!- sibilò il monaco colpito ora nell’orgoglioStai affrontando un sentiero troppo pericoloso per te! - Ebbene: io non ho paura di cadere.- rispose prontamente Anika. Il monaco sghignazzò. - Dunque hai deciso di non collaborare.- disse - Credo che tu abbia appena firmato la tua condanna. Non ci sarà salvezza per te. - Io non ho bisogno di essere salvata. Il monaco scosse la testa. Senza aggiungere altro lasciò la stanza, richiudendo il pesante chiavistello alle sue spalle. Anika tirò un sospiro di sollievo. Il cuore le aveva battuto all’impazzata per tutta la durata di quell’incontro, che non si era aspettata in realtà così breve. Non l’aveva dato a vedere, ma la paura l’aveva accompagnata per tutto il tempo. Tornò a rannicchiarsi sul pagliericcio. Si chiese ora che cosa sarebbe


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accaduto. L’avrebbero sottoposta ad altri interrogatori, o forse a qualcosa di peggiore...Poi si rialzò subito in piedi perché aveva sentito dei rumori entrare dalla finestrella in alto. Si pose in ascolto e non impiegò molto a capire e riconoscere che quelle voci caotiche appartenevano alla gente del villaggio, la quale era arrivata fin sotto la torre per gridarle insulti e frasi sconnesse. La chiamarono “strega”, “figlia del demonio”, “nemica della fede”. Ma nessuno degli insulti l’offese quanto la frase che risaltò tra tutte come una provocazione: uno degli uomini del villaggio, forse quello stesso con la calzamaglia rattoppata, urlò una frase che offese la memoria di suo padre. Le disse: “figlia di quel diavolo di Agortos che ora giace all’inferno.” Proprio lui, che era stato il più grande tra tutti gli uomini, e le aveva insegnato ad amare la Natura e tutta la Magia del mondo....


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IL PRECIPITARE DEGLI EVENTI

Airen venne condotta su per la scalinata della torre dal monaco giovane che aveva tenuto il discorso nella pubblica piazza del villaggio. Quando la ragazza si era svegliata all’alba, aveva pensato per prima cosa a quell’incontro per poi far ritorno con la mente alla sera precedente. Donamis doveva essere tornato nel bosco senza alcun problema, o altrimenti avrebbe già appreso la notizia della sua ricattura. Camminando dietro al monaco, che era venuto di persona a prelevarla dal castello, Airen non poteva fare a meno di pensare che non era mai stata in un posto più tetro e desolato di quello. La torre aveva al suo interno un sola stanza e luogo quindi più solitario non poteva esserci al mondo. Anche il bosco, sebbene non fosse frequentato dagli uomini, risultava più accogliente. - Fa in fretta.- comandò il monaco non appena giunsero davanti alla porta della prigione. Prese ad armeggiare rumorosamente con il chiavistello. - Falle firmare quel documento.- continuò il monaco- Devi convincerla. Ti è chiaro questo? Airen assentì con la testa. Si chiese perché quel giovane in saio ci tenesse così tanto a ripeterglielo. Sapeva esattamente che cosa doveva fare; il problema stava nel persuadere sua sorella senza offenderla o deluderla. - Fa in fretta.- disse di nuovo il monaco che aprì la porta invitandola ad entrare. Airen varcò la soglia e si ritrovò nell’angusta stanzetta scarsamente illuminata. Sentì la porta richiudersi dietro di lei con un tonfo sordo, e non appena posò gli occhi in un angolo della stanza vide una sagoma accovacciata ed immobile. Se quella era sua sorella pensò per un momento che potesse essere morta. - Anika!- chiamò in un debole sussurro. Temette che non avrebbe ricevuto risposta. Quella che le era parsa all’inizio solo una figura senza vita si mosse e parlò: - Sapevo che ti avrebbero mandata!


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La voce di Anika era stanca ed assonnata. - Anika, mi dispiace tanto!- riuscì a dire Airen prima che la gola le si chiudesse. Ripeté a se stessa che non doveva piangere in quel momento, o avrebbe passato quel breve tempo che le era stato concesso in compagnia di sua sorella ad asciugarsi le lacrime. Quindi si tolse dalla schiena una sacca nella quale aveva ricevuto il permesso di infilare un tozzo di pane e dell’acqua. - Ti ho portato qualcosa……- disse. Airen si accorse che le sue mani tremolavano senza controllo. Non avrebbe mai confessato a sua sorella di averla abbandonata al suo destino, perché in quell’istante era questo che la terrorizzava. E ringraziò la penombra: le avrebbe in parte celato il volto di Anika, nascondendone la sua espressione quando le avrebbe chiesto di firmare quella pergamena. - Il ragazzo del bosco come sta?- chiese Anika sollevandosi in piedi. - Lui sta benissimo. Ti porto i suoi saluti. - E la fialetta di nostro padre?- domandò ancora Anika che non riuscì a nascondere la sua ansia. - L’ho perduta in realtà. Non è mai arrivata a castello. Airen poté giurare di aver sentito sua sorella tirare un sospiro di sollievo. - Non avercela con Feude.- riprese poi Anika- Lei ha fatto solo ciò che credeva giusto per me. Airen non credette di aver capito bene. - Feude ti ha denunciata?- chiese facendo un balzo in avanti. Se l’anziana donna le fosse stata di fronte in quel momento, le si sarebbe di certo avventata contro. - Abbiamo tante cose di cui parlare…..- riprese Anika. Ma Airen la bloccò. Recuperò dalla sacca la pergamena e senza tanti altri preamboli disse: -Scrivi il tuo nome qui e tutto questo finirà. Per favore. Sebbene volesse restare ancora del tempo con sua sorella, in quell’istante Airen desiderava ardentemente lasciare quella torre scendere al villaggio e cercare Feude. Finalmente aveva trovato un facile bersaglio verso il quale indirizzare tutta la sua frustrazione. - Abbiamo tante cose di cui parlare- riprese Anika- ma preferirei scriverle esattamente come faceva nostro padre.


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Airen finse di non ascoltare. - Firma questo documento, Anika. Fallo per me, ti prego! - Torna più tardi con una nuova pergamena e scriverò il mio pentimento. Te lo prometto. - Non so se sarà possibile…..ma proverò a rivolgere questa tua richiesta all’abate superiore. - Qualunque cosa accadrà, sappi che ho fatto tutto in buona fede e che ho creduto in tutto quello che ha scritto e detto nostro padre.- disse Anika che tornò a rannicchiarsi nel suo cantuccio.- Vattene adesso, lasciami sola. Airen non si era aspettata che l’incontro con sua sorella sarebbe andato in quella maniera. Il suo atteggiamento schivo e noncurante l'avevano poi spiazzata. Anika non voleva parlarle perché forse aveva capito che l’aveva rinnegata. Senza che se ne rendessero conto erano tornate ad essere le sorelle di una volta, quelle che non comunicavano e che appartenevano a due mondi differenti. Senza aggiungere una parola, Airen voltò le spalle e bussò alla porta facendo segno di voler uscire dalla stanza. Il giovane monaco le aprì subito. E quando ridiscese la scalinata della torre con il monaco che a fatica dietro di lei riusciva a tenere il suo passo, capì che quello che Anika voleva sottoscrivere non era il suo pentimento. E sentiva come se stesse per mandare a morte sua sorella.

Spronava il cavallo affinché aumentasse la sua corsa: il castello di Siderin era oramai vicino. Un’importante notizia portava con sé il messo viaggiatore, abbigliato di un profondo rosso porpora sopra la pesante cotta di maglia come se dovesse da un momento all’altro scendere in guerra, un’informazione che il signore di quelle terre aspettava con ansia da qualche giorno a quella parte. Superò il villaggio tra gli sguardi meravigliati e curiosi degli abitanti: stavano avvenendo davvero tantissimi fatti singolari, che avevano completamente sconvolto la loro quotidianità. Risalì la via per il castello urlando ad alcune serve, che facevano la strada a ritroso, di farsi da una parte se non volevano essere schiacciate dagli zoccoli del suo stallone scuro. Il cavaliere non appena scorse il castello rallentò e mandò il cavallo al trotto. Aveva cavalcato per tutta la notte, concedendosi solo brevissime soste per abbeverare il suo animale. Come messo aveva il dovere di


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riferire le informazioni che gli venivano affidate, e che doveva tenere bene a mente come un sermone senza chiedere ulteriori spiegazioni. Ma poco gli importava: quella missione gli avrebbe fruttato parecchi denari, molti in più del solito. Vide uno stalliere incuriosito farglisi incontro. - Devo riferire un vitale messaggio al signore di queste terre, l’illustre Siderin!- disse il messo viaggiatore. - Egli sta per pranzare!- rispose lo stalliere. - Allora sono spiacente di importunarlo!- insistette l’uomo che scese con un balzo da cavallo. Il suo mantello rosso, in netto contrasto con la sua chioma scura, volteggiarono simultaneamente compiendo una danza comune. - Ditegli che gli porto notizie dal luogo del raduno. Egli capirà! Lo stalliere si decise ad annuire, afferrò le redini del cavallo che il messo gli porgeva e lo invitò a seguirlo.

Airen ottenne dall’abate superiore il permesso di ritornare da sua sorella con un foglio di pergamena nuovo ed un calamaio. Non fu difficile convincere l’uomo, che in realtà desiderava ora solo porre fine subito a tutta quella faccenda: la cattura di Anika aveva portato alle conseguenze sperate perché tutti gli abitanti del villaggio si erano convinti già a pagare un obolo in monete per procurarsi la salvezza eterna. La ragazza imprigionata nella torre era diventata adesso, e prima di quanto l’abate potesse immaginare, solo un intralcio fastidioso del quale liberarsi. Fu di nuovo il giovane monaco ad accompagnare Airen su per la scalinata della torre, e quando la ragazza entrò nell’angusta stanzetta la trovò più illuminata rispetto alla sua prima visita. Vide così sua sorella accovacciata sul pagliericcio, e le parve che la sua figura fosse più esile e trasandata; il cuore le si strinse in una morsa di compassione. - Hai portato con te quello che ti ho chiesto?- chiese Anika prima che la sorella potesse aprire bocca. - Si. Ma Airen si trattenne ancora dal consegnarle la pergamena. - Non vuoi scrivere il tuo pentimento, dico bene?- domandò sperando che la risposta non fosse quella che immaginava. - Sai benissimo ciò che voglio scrivere.


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Airen scosse energicamente la testa. - No! Credi che io sappia ciò di cui parli ma ti sbagli!- gridò esasperata ed esausta. Anika si alzò dal suo cantuccio e fece un passo in avanti. Allungò una mano. - Consegnami ciò che ti ho chiesto.- disse. Airen non si mosse. - Giurami di scrivere che sei pentita, che non farai più nulla di insolito, che non andrai più nel bosco, che non incontrerai più strane creature, che non….. - Consegnami ciò che ti ho chiesto!- ripeté Anika a voce più alta e dura. Airen esitò ancora. - Tutto quello che pensi e fai è…..sbagliato, è… - Nostro padre si vergognerebbe di te.- sentenziò Anika irata- E’ questo che hai deciso? Credere nelle fandonie degli uomini piuttosto che nelle verità di nostro padre? Hai scelto di tradire la sua memoria, i suoi studi, tutto ciò in cui lui confidava? Ogni uomo e donna sceglie in cosa credere, Airen. Airen non aprì bocca. Chinò lo sguardo a terra, imponendosi di non piangere. - Io ho scelto liberamente di continuare gli studi di nostro padre.riprese Anika in tono più pacato- Se tu non vuoi seguire il mio esempio, rispetto la tua decisione. Ma tu altrettanto devi aver riguardo per la mia. Adesso dammi quella pergamena. Airen questa volta ubbidì. Senza alzare lo sguardo, sollevò flemmaticamente il braccio per passare a sua sorella prima il foglio di pergamena e poi il calamaio. Fu inevitabile per le due sorelle non sfiorarsi le dita, e quando questo avvenne avvertirono entrambe una singolare sensazione, come una vibrazione che le scosse e le fece pensare contemporaneamente che quella forse poteva essere l’ultima volta che si toccavano e vedevano in quella vita. Anika tornò ad accucciarsi nel suo cantuccio per segnare con le sue parole la fine della sua storia e l'inizio di tutte le altre.


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Siderin ricevette il messo viaggiatore senza prendersi il disturbo di lasciare il suo pranzo, e quando il cavaliere entrò nella sala trovò il signore di quelle terre intento a divorare un grosso coscio di maiale affumicato. - Le porto notizie dal luogo del raduno, mio signore!- esordì il messo facendo un profondo inchino. Siderin si affrettò a masticare e ad inghiottire la carne che aveva in bocca. Quindi si sciacquò per bene le dita intingendole in una piccola tinozza, che una serva in piedi accanto a lui prontamente gli porse. L’uomo poi fece cenno con una mano a tutta la servitù radunata attorno al tavolo di lasciare in fretta la stanza. Ci fu un rumore veloce e pesante di passi di uomini e donne che si allontanavano, come di cavallette in fuga; poi la stanza tornò in silenzio. - E quali notizie mi portate, caro il mio messaggero?- domandò Siderin che decise comunque di proseguire con il suo pasto, riponendo il maiale nel piatto e afferrando da un recipiente al centro del tavolo un grappolo d’uva bianca. - Non quelle che speravate purtroppo, mio signore! Siderin restò con la bocca aperta e l’uva a mezz’aria. - Mi hanno detto di riferirvi che vostro nipote non ha mai raggiunto il luogo del raduno, mio signore. Siderin non si mosse dalla singolare posizione che aveva assunto, neppure quando un chicco d’uva si staccò dal grappolo che teneva sospeso per ruzzolare a terra e finire accanto alla punta dello stivale del messo. - E questo che significa?- chiese con voce bassa ed aspra. - Vostro nipote non ha mai raggiunto il punto stabilito da voi e dall’uomo incaricato di ucciderlo, mio signore.- recitò il messo viaggiatore. - Dunque mio nipote non è ancora morto? Siderin lasciò cadere il grappolo sul tavolo, dove si disfece e si ruppe in tanti piccoli chicchi autonomi che presero ad andare in ogni direzione.


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- Non solo: mi è stato detto di informarvi che inoltre vostro nipote è come svanito nel nulla. I suoi aguzzini lo stanno cercando ma è come se lui si fosse dissolto. Forse è scappato verso terre lontane. Siderin si alzò in piedi trascinando la sedia sul pavimento; quello che ne venne fuori fu un rumore sgradevolissimo, che quasi costrinse il messaggero a portarsi le mani alle orecchie. L’illustre signore di quelle terre non poteva credere a quanto sentiva. Ogni volta che pensava finalmente di essersi sbarazzato di quel ragazzo qualcosa andava storto, e Donamis restava in vita costituendo ancora un pericolo per lui e per la sua eredità. Se da principio aveva solo pensato di inviare il giovane in guerra e lasciare a questa l’onore di ucciderlo, si era poi ricreduto ritenendo invece più opportuno che non arrivasse mai in battaglia. La guardia che lo scortava doveva condurlo non al luogo di raduno dove cavalieri di tutte le terre si stavano adunando per la guerra, ma in un posto diverso e più vicino dove un paio di aguzzini lo stavano aspettando travestiti da banditi. Nessuno si sarebbe meravigliato di quell’attacco: in fondo essere assaliti ed uccisi da briganti di strada accadeva di frequente. Ed invece… - Cosa significa che è svanito nel nulla, che si è come dissolto?domandò a denti stretti Siderin, che tentava inutilmente di soffocare la sua ira- Come può un uomo dissolversi? - Non saprei, mio signore.- rispose il messo- Questo è quanto mi hanno detto di riferirvi. Siderin si lasciò uscire una risata. Tutto ciò era davvero assurdo, il giovane era come destinato a scampare ad ogni suo piano. Si grattò nervosamente una tempia dove la vena aveva iniziato a battere inspiegabilmente. - Svanito nel nulla…..- disse prima di ridere ancora. - Posso avere adesso il mio denaro?- chiese il messaggero, che concluso il suo compito aspettava ora il ricco compenso che gli era stato promesso. Siderin a quelle parole tornò a farsi serio. - Ma certo. Fissò gli occhi sul lungo e affilato coltello che era servito a tagliare il coscio di maiale. Giaceva sporco accanto al suo piatto. Siderin, sull’orlo oramai dell’esasperazione, l’afferrò e prima che il messo viaggiatore potesse accorgersi del colpo e pararlo si ritrovò la lama conficcata nello stomaco.


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- Mi hai rovinato il pranzo!- si giustificò Siderin lasciando cadere l’uomo a terra. Poi chiamò la servitù ordinando di portare via il corpo, che nonostante la feroce pugnalata respirava ancora. Siderin, come se quell’ultimo avvenimento non fosse accaduto, si ritirò in camera sua a meditare. Donamis era sfuggito alla sua imboscata ma non era tornato a castello. Dove poteva trovarsi in quel momento? Perché non era mai giunto al luogo dove l’attendevano i suoi aguzzini? Che avesse immaginato qualcosa? Il pensiero di quel ragazzo in libertà era così frustrante che avrebbe subito mandato degli squadroni a setacciare ogni angolo della terra per riportarlo a castello. Questa volta l’avrebbe ucciso con le sue stesse mani per accertarsi finalmente che fosse morto. - Un momento!- esclamò d’un tratto. L’abate superiore, quando l’aveva convocato al monastero per discutere sulla soluzione da adottare con la ragazza denunciata, gli aveva riferito per puri motivi di procedura ogni particolare che Feude gli aveva raccontato. In quel momento tutte le accuse gli erano sembrate irrilevanti, parole sconnesse pronunciate da un’anziana donna superstiziosa che blaterava di creature del bosco e di un ragazzo nascosto nel bosco. - Un ragazzo…..nascosto….nel bosco…… Che fosse solo una coincidenza? Che la donna avesse inventato tutto? C’era una sola cosa che il signore di quelle terre potesse fare: rivolgere quelle domande alla ragazza sulla torre, alla sorella della sua servetta preferita. Siderin non aveva nulla a che fare con gli uomini di fede; lui le mani poteva sporcarsele senza avere rimorsi nei riguardi dell’abito che indossava. Airen non ebbe il tempo di leggere ciò che sua sorella aveva scritto sulla pergamena, perché non appena lasciò la stanzetta della torre il giovane monaco gliela strappò di mano: aveva ricevuto l’ordine di portarla subito dall’abate superiore. La ragazza così ridiscese la scalinata, muta e a mani vuote. Non si era mai sentita inconsolabile come in quel momento; tutti gli eventi accaduti in quell’ultimo periodo la facevano sentire completamente svuotata. Aveva voglia di scappare, di vendicarsi, di urlare tutto il suo dolore. E si ritrovò a pensare, per un brevissimo momento, che era stata una sciocca a non utilizzare il veleno su se stessa; aveva avuto tra le mani un siero che avrebbe potuto


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alleviarle tutte le sue sofferenze e non ne aveva fatto buon uso. Ma scosse subito la testa rimproverando se stessa: pensare di morire per scappare dalle proprie paure e preoccupazioni sarebbe stata un’azione vile. Quando uscirono dalla torre, abbandonarono dietro di loro l’oscurità della scalinata. Entrambi impiegarono qualche secondo prima di abituarsi alla luce del giorno e in questo modo, quando si ritrovarono di fronte una sagoma che al contrario voleva risalire su per il vecchio edificio, sobbalzarono stupiti e spaventati. - Torna su con me!- ordinò la voce di Siderin, che accalappiò Airen per un gomito. La ragazza fu presa alla sprovvista da quel gesto, e non ebbe il tempo sufficiente per ribellarsi. Senza che se ne rendesse conto era rientrata nella torre, trascinata a forza da Siderin che era evidentemente molto alterato. Il monaco, senza fare alcuna domanda, aveva preferito non immischiarsi in quella faccenda e proseguire per la strada verso il monastero. Salivano gli scalini logori due a due. - Mio signore, ma che succede……?- provò a chiedere Airen, allarmata da un simile comportamento. Siderin non rispose. Prima che la ragazza potesse accorgersene, era tornata davanti alla porta della prigione di sua sorella. - Apri!- le comandò Siderin perentorio. - Io…non….. Di fronte all’esitazione della ragazza, Siderin la spinse da un lato per tirare con uno scatto secco il chiavistello; la porta produsse una sorta di lamento come se fosse viva e l’uomo le avesse strappato via un arto. Quindi riacciuffò la ragazza per un braccio e la spinse dentro, dandole un poderoso spintone che la fece cadere. Anika, richiamata da quel frastuono, si era sollevata subito dal suo giaciglio per correre in aiuto della sorella. Siderin si catapultò nella stanza e prima di dire qualunque cosa, si chinò sulle due ragazze per afferrare Anika per i capelli; la costrinse ad alzarsi. La ragazza emise un urlo soffocato. L’uomo poi, senza alcun preavviso, le schiaffeggiò una guancia e la scaraventò addosso alla parete facendole subito uscire del sangue dal labbro inferiore. Airen a quella visione fu accecata dall’odio, e tornata in piedi si avventò alle spalle dell’uomo saltandogli sulla schiena. Voleva stringere e soffocarlo, ma Siderin possedeva una forza maggiore alla sua e non impiegò molto a scrollarsela di dosso. Senza badarle si rivolse ad Anika brandendo un pugno.


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- Dimmi chi è il giovane che nascondi nel bosco, strega!- urlò minaccioso e sputando saliva. Anika non aprì bocca. L’uomo allora le sferrò un pugno nello stomaco che la fece piegare in due. Airen prese ad urlare in preda alla furia, ma impotente. - Dimmi chi è!- ribadì Siderin pronto a colpire ancora. Airen tentò di assalirlo nuovamente alle spalle, ma questa volta l’uomo fu più lesto di lei e si levò da una parte. La ragazza così finì addosso al muro accanto a sua sorella, che si reggeva lo stomaco con entrambe le mani. Siderin, ben lontano dal rassegnarsi, tornò ad ad accalappiare Anika per i capelli costringendola a piegarsi sulle ginocchia; nonostante tutto la ragazza continuava ad essere silenziosa, pronta ad incassare colpi ma convinta a non aprire bocca. - Lasciala!- gridò Airen che provò a staccare il braccio di Siderin dalla testa di sua sorella affondandovi le unghie. - Dimmi chi è!- comandò di nuovo l'uomo. Era chiaro che non avrebbe usato clemenza fino a che la verità non fosse saltata fuori. Ma Anika continuava a non voler parlare. Airen urlava disperatamente piangendo e imprecando contro Siderin. Sapeva che non poteva nulla contro la sua forza, sapeva che avrebbe picchiato sua sorella e poi lei senza alcuna pietà. Quindi senza pensare a quanto stava per fare e ancora gridando disse: - Io so chi è il giovane nascosto nel bosco! Siderin a quelle parole mollò subito la presa, lasciando cadere Anika riversa sul pavimento. - Che cosa hai detto?- ringhiò l’uomo. Poi senza alcun preavviso sferrò un calcio ad Anika, colpendola sulla schiena. - Dimmi chi è o ucciderò tua sorella!- comandò pronto a colpire ancora. Airen si trovò nella miserevole situazione di dover decidere tra il ragazzo che amava e sua sorella. In altre circostanze avrebbe impiegato chissà quante energie e forze in quella terribile scelta; ma in quel momento la soluzione a quel dilemma fu più facile del previsto. - E' Donamis, vostro nipote!- rivelò con il cuore che le si frantumava in tanti minuscoli pezzi. Siderin non attese altre specificazioni. Tornò ad arpionare Airen per lasciare la stanza. La ragazza lanciò un ultimo sguardo alla sorella


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ancora riversa bocconi a terra. Quando Siderin la costrinse a voltarsi e a camminare, Anika sussurrò con voce debole ma udibile: - Perché l’hai fatto? Io non avevo più nulla da perdere….

Per far ritorno al castello Siderin costrinse Airen a seguirla a piedi mentre lui trottava soddisfatto e pensieroso sul suo cavallo bianco. Non le aveva più rivolto né uno sguardo né una parola dalla sua rivelazione. L’uomo aveva per la mente un unico obiettivo: sapeva dove si nascondeva suo nipote e a lui adesso non rimaneva altro che prenderlo alla sprovvista, stanarlo ed ucciderlo. - Sei davvero una serva devota, mia cara Airen!- parlò Siderin senza guardare la ragazza che a fatica riusciva a stargli dietro. Ma più che nel corpo Airen, era esausta nella mente e nell’animo. A distanza di un giorno aveva rinnegato sua sorella e tradito Donamis, le due persone che al momento erano le più importanti della sua esistenza, quelle per le quali credeva che avrebbe dato la vita. Si vergognava di se stessa, di quello che era diventata. Non era riuscita in alcun modo a salvare Anika, ed ora rischiava di perdere anche Donamis. Avvertì il sangue ribollirle nelle vene e appannarle la vista. Rallentò il passo tanto da distanziare il cavallo di Siderin. - Non pensare di farlo!- disse subito l’uomo che sebbene fosse di spalle aveva intuito perfettamente le sue intenzioni- Non ti servirà a nulla scappare! Mi sei stata di grandissimo aiuto e per questo riceverai un premio. Ne sei contenta? - Io vi odio.- sussurrò Airen. - Come? - Io vi odio!- ripeté a voce leggermente più alta. - Come dici? Siderin tirò le redini del cavallo. Si voltò a fissare Airen, divertito. - Coma hai detto? - Ho detto che io vi odio!- gridò la ragazza fermandosi e serrando i pugni. - Sarei stupito del contrario. E’ normale per una serva odiare il proprio padrone, che mondo sarebbe altrimenti? - Io vi ucciderò!- aggiunse Airen, che aveva ridotto gli occhi a due fessure dalle quali uscivano solo disprezzo ed ira.


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Siderin a quelle parole scoppiò a ridere. Poi comandò al suo animale di riprendere a camminare. Airen al contrario restò ferma dov’era. - Non fare la sciocca! Cammina!- comandò Siderin che pareva avere occhi anche dietro la nuca. - No. Io non vi seguirò. Siderin fermò nuovamente il cavallo. Si era rifatto serio e severo. - Cammina! Voltò il cavallo. Airen si tenne pronta a scappare. Indietreggiò lentamente. - Io andrò nel bosco.- disse- Uccidetemi assieme a vostro nipote! Siderin smontò da cavallo. Airen continuò ad indietreggiare quando vide che l’uomo le si stava avvicinando. - Sgualdrina!- disse Siderin scuotendo la testa- Ti ho cresciuta ed allevata ed è in questo modo che mi ripaghi? Sei stata come una figlia per me! Airen fu nauseata da quelle parole. - Io andrò nel bosco. Non sono più la vostra serva. Vi sfido a fermarmi! Airen mentre indietreggiava finì con il piede contro un sasso. Con una mossa lesta si chinò a raccoglierlo. Non era certo un sasso molto grande con il quale potersi difendere, ma in quel momento ogni cosa in mano a lei poteva diventare una pericolosa arma. L’odio e il ribrezzo contro quell’uomo le conferivano una forza d’animo che le avrebbe permesso di affrontare un esercito intero. O almeno era quello che si augurava. - Non vi avvicinate!- urlò sollevando in aria la pietra. Airen posò poi lo sguardo su quest’ultima: di colore bruno- rossastro aveva una bizzarra forma cruciforme. E nella testa parve scoppiarle qualcosa, come un lampo fulmineo. Capì che era ancora sotto il controllo delle foglie d'alloro, che questa volta non le fecero perdere coscienza, ma le mostrarono esattamente ciò che sarebbe accaduto se solo avesse provato a lanciare la pietra che teneva stretta nella mano. Fu una visione istantanea, durante la quale le parve che la mente le si staccasse dal corpo dilaniandolo. - Non vi avvicinate!- ripeté sibilando, mentre riacquistava il controllo di sé. - Adesso mi hai stancato, Airen. Non ho voglia di giocare con te. Siderin scattò in avanti, ed Airen gli lanciò contro la pietra. Questa lo colpì su una gamba, rimbalzò e tornò a terra. Parve che non l’avesse neppure sfiorato. Non accadde nulla. Airen si rabbuiò, delusa da quella


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che credeva una visione e si voltò per fuggire. Ma Siderin ancora una volta fu più veloce di lei, e quando l’afferrò per una spalla Airen si convinse che questa volta era veramente finita. L’uomo aveva vinto; come sempre. - Torniamo al castello!- comandò Siderin, intenzionato questa volta a far montare la ragazza sul suo cavallo per brandirla come una delle fiere che catturava durante le sue battute di caccia- Niente più premi per te! E dicendo questo le mollò uno schiaffo dietro la nuca. Airen scalciò non appena l’uomo la issò per metterla sul cavallo, ma questo fu un ulteriore motivo di scherno da parte di Siderin che ne approfittò per pizzicarle una coscia che rimase scoperta quando le si alzò la gonna del vestito. Siderin si lasciò andare una fragorosa risata. - Una volta al castello solo per me ci saranno premi!- sghignazzò. Poi si fece d'un tratto serio. Airen lo guardò seduta sulla sella del cavallo, e giurò di non avergli mai visto un’espressione simile sul volto: dolore. Per qualche ragione Siderin stava provando una pena misteriosa. Airen lo vide poi correre con le mani ad una gamba dei pantaloni. La ragazza sgranò gli occhi per lo stupore: il pantalone stava fumando. Di lì a poco la gamba di Siderin sarebbe andata a fuoco ed Airen ne capì subito la ragione: la pietra che gli aveva lanciata, come gli aveva suggerito l'alloro, possedeva una sua particolare forza. E tutto le fu finalmente chiaro: Anika e suo padre avevano sempre avuto ragione poiché ogni cosa in natura ha un suo potere, basta scoprirlo ed utilizzarlo al momento opportuno. E quello per lei era stato davvero un gran bel colpo di fortuna, o forse no; quella pietra si trovava esattamente dove doveva essere in modo che lei potesse scappare e compiere il suo destino. Il suo solo e unico destino. - Ma che cosa….succede… Dalla gamba di Siderin si sprigionò una scintilla, e poi si elevò una fiamma. L’uomo spaventato tentò inutilmente di battere con le mani sul fuoco per spegnerlo. Airen senza perdere altro tempo spronò il cavallo al galoppo; se non si fosse mossa adesso, non le si sarebbe più ripresentata una simile occasione. Tuttavia si fermò per recuperare la pietra cruciforme che le aveva salvato la vita. Siderin nel frattempo prese ad urlare di fermarsi e di tornare indietro, mentre si gettava a terra strappandosi i pantaloni e rotolandosi sul terreno. Chi lo avesse visto in


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quel momento non avrebbe mai immaginato che quello potesse essere l’illustre e terribile signore di quelle terre. Airen, ignorando le grida dell’uomo, incitò il cavallo in direzione del bosco. Sapeva che non appena Siderin si fosse ripreso e fosse tornato a castello, la sua vendetta sarebbe stata implacabile.

La torre dov’era imprigionata sua sorella non era lontana; riusciva a vederne benissimo la vetta quadrata da dove si trovava. Eppure Airen sapeva di dover correre nel bosco ad avvertire Donamis di essere stato scoperto. Se avesse cercato di liberare sua sorella avrebbe perso del tempo prezioso. E ancora una volta si ritrovò a dover scegliere: fece per comandare al cavallo di voltarsi verso la direzione della torre, ma subito cambiò idea. In un certo senso Anika sarebbe stata al sicuro là in cima; Siderin avrebbe desiderato in quel momento solo la morte del nipote e la sua morte. Per quanto Airen poteva saperne, il signore di quelle terre si era già dimenticato della ragazza imprigionata e si preparava a concentrare tutte le sue energie sui due giovani. Non si sarebbe fermato fino a che non li avrebbe visti morire entrambi. Spronò di nuovo il cavallo al galoppo, in direzione del bosco. Il cavallo parve non volerle ubbidire a principio: scalciò e scosse il muso energicamente, come se avesse intuito dove la giovane lo stesse portando e si rifiutasse per questo di ubbidirle. - Andiamo, avanti…… Poi Airen ripensò a ciò che era accaduto al mulo di Feude quando lei e sua sorella lo avevano portato nel bosco per seppellire Ierèa: l’animale era fuggito spaventato da qualcosa, lasciandole con il compito di trasportare da sole il corpo della donna. Dunque c’era da pensare che le creature metà uomini e metà cavalli atterrissero gli altri equini per una ragione che le era del tutto sconosciuta. O magari ciò che gli altri animali provavano nei confronti delle strane creature era semplicemente timore dettato da una sorta di rispetto riverenziale. Airen si voltò indietro; le pareva di aver udito delle voci, anche se lontane. Che Siderin avesse già sguinzagliato le sue fedeli guardie? - Andiamo stupido animale……- supplicò Airen dando dei furiosi calci al cavallo. L’animale per tutta risposta piazzò le quattro zampe sul terreno, deciso a non muoversi più. La ragazza allora fu costretta a smontare.


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- Sei più testardo del mulo di quella traditrice di Feude!- lo rimproverò. Airen lasciò il cavallo dov’era e si mise a correre facendo scivolare la pietra cruciforme nella tasca del vestito. Il bosco non era visibile da quel punto, e se solo fosse arrivata troppo tardi….. Non lanciò un’ultima occhiata alla torre, altrimenti ogni altra piccola esitazione le avrebbe fatto cambiare idea. - La pergamena!- gridò d’un tratto rallentando la sua corsa. Siderin era piombato così all’improvviso che le aveva fatto dimenticare il foglio scritto da Anika. Il monaco lo aveva portato dall’abate che di certo doveva averlo già letto. Cosa Anika potesse avervi scritto, lei non lo immaginava neppure lontanamente. Non aveva chiesto una pergamena e dell’inchiostro per scrivere il suo pentimento o parole nelle quali non credeva; di questo ne era più che certa. Ma ora non avrebbe avuto più modo di leggere le ultime parole di Anika; sapeva bene che non poteva far ritorno mai più al castello, né al villaggio, né alla torre. Quell’esistenza se la stava lasciando per sempre alle spalle. Allora le venne un altro pensiero per la testa. Ricominciò a correre lasciando dietro di sé piccole nuvole di polvere. Prima di andare nel bosco aveva un’ultima cosa da fare. Arrivò al villaggio e percorse la strada principale tutto d’un fiato senza mai fermarsi, neppure quando Feude vedendola in quello stato la richiamò indietro. Non voleva proprio affrontare in quel momento la donna, perché sapeva che le avrebbe rivolto parole ed imprecazioni sprezzanti. Oltrepassato il villaggio, con la milza dolorante ed il cuore che le era salito in gola, corse fino a casa sua. Una volta raggiunta la porta serrata l’aprì di scatto, e non si fermò a riprendere fiato una volta dentro. Lanciò un’occhiata al letto di Ierèa: era ancora disfatto. Ma non si soffermò a crogiolarsi in ricordi dolorosi. Cercò una sacca; ne trovò una abbastanza grande nella cassapanca accanto al letto. Anika le aveva detto, in un giorno che le sembrava in quel momento lontanissimo, che alla base della panca nascosti tra i vestiti di Ierèa, c’erano alcuni dei libri di Agortos. Scavò così tra i mantelli e le gonne e ne trovò alcuni, compreso quello dalla copertina di pelle marrone che aveva più volte letto in quegli ultimi giorni. Lo infilò nella sacca. Quindi ripiegò anche alcune pergamene. Poi si diresse alla madia e l’aprì. Afferrò le prime pietre che le capitarono sotto mano e infilò anch’esse nella sacca. Lanciò un ultimo sguardo alla stanza prima di lasciarla. Poi uscì fuori richiudendosi la porta alle spalle delicatamente, come se non volesse


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disturbare i ricordi che vi abitavano all’interno. Riprese a correre verso il bosco e non appena passò a poca distanza dal noce solitario, le venne istintivo salutarlo come per tanti anni aveva fatto sua sorella. Intanto il bosco si era materializzato davanti a lei come sorto in quell’istante dalla terra. Con la sacca sulle spalle e la pietra cruciforme che le danzava nella tasca del vestito, vi si addentrò. Ricordava perfettamente le istruzioni per arrivare nel punto dove Donamis era nascosto, ma ancor prima di raggiungerlo iniziò a gridare il nome del ragazzo. Donamis riconoscendo la sua voce le si fece incontro sbucando fuori da una cortina d’alberi nani. - Che ci fai tu qui?- le chiese meravigliato e preoccupato assieme. - Dobbiamo scappare! Siderin sa che sei qui! Sono stata io a dirglielo, mi dispiace tantissimo! Uno scalpiccio di zoccoli li costrinse a fare silenzio. - Sono loro…..- sussurrò Airen- …..gli uomini- cavallo…… La ragazza si voltò a guardare il giovane: Donamis aveva delle profonde borse sotto agli occhi, mentre l’aspetto malandato e l’odore che emanava erano segni che non si dava una ripulita da giorni. Eppure non l’aveva mai visto così bello. - Non l’avverti anche tu?- gli chiese addolcendo il tono di voce. Donamis la guardò con aria interrogativa. - Che cosa? - La pace.- rispose Airen sorridendo- Mio padre aveva ragione su questo posto, sulle creature....su ogni cosa....Adesso lo so. Udirono ancora degli scalpiccii di zoccoli sul terreno. Poi dei sibili che parvero spezzare e scuotere l’aria. Una delle chiome degli alberi distanti da loro alcuni metri prese fuoco. E poi ancora un’altra, e un’altra.....Donamis ed Airen capirono all’istante di doversi muovere da lì: Siderin doveva essere arrivato già con i suoi uomini per ardere al suolo tutto il bosco. La ragazza ripensò al bambino della visione, quello dagli occhi familiari che le aveva annunciato quella catastrofe. - Vieni, dobbiamo fuggire da qui o moriremo!- gridò Donamis mentre i sibili delle frecce infuocate iniziavano a riempirgli le orecchie. Prese per mano Airen ed imboccò la direzione opposta alle chiome infuocate, che nel frattempo avevano formato una sorta di cerchio che cingeva quasi tutto il margine esterno del bosco. I due giovani corsero tenendosi per mano tra tronchi di alberi e cespugli spinosi. Non si voltarono mai indietro per vedere dove fossero arrivate le fiamme,


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perché il calore che iniziavano ad avvertire alle loro spalle bastava ad indicare che il fuoco era più vicino di quanto non immaginassero. Non sapevano dove conducesse il sentiero che avevano imboccato, anche se in realtà quello dove stavano mettendo i piedi non poteva proprio considerarsi una via praticabile. Zigzagavano tra gli alberi con l’unico intento di raggiungere la parte del bosco che non fosse già andata in fiamme.


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IL PRINCIPIO DELL'INIZIO

Siderin osservava compiaciuto lo spettacolo che avveniva davanti ai suoi occhi. Aveva inviato alcuni uomini al limite del bosco per appiccare il fuoco con delle grandi fiaccole, mentre una squadra di arcieri faceva schioccare dall’esterno frecce infuocate che raggiungevano distanze anche notevoli. Tra non molto di tutto quello non sarebbero rimasti altro che radici fumanti e resti di tronchi piegati dalla sua vendetta. Donamis e la sua sgualdrina, perché era così che aveva preso a chiamare Airen, sarebbero morti asfissiati o nel migliore dei casi bruciati vivi. Non avrebbero avuto scampo, sarebbero morti nel loro covo senza poter implorare alcuna pietà. - Forza con quelle frecce!- gridò eccitato dalla vista delle fiamme che salivano al cielo- Più svelti, più svelti se non volete che vi frusti! Siderin sorrideva estasiato; era da tanto che non ricordava una giornata così felice. Riusciva a distinguere le chiome degli alberi mentre il fuoco passava ad una ad una senza mai arrestarsi. Il fumo poteva cominciare a vedersi anche dalle terre lontane, anzi sperava che questo accadesse affinché tutti potessero constatare di cosa era capace l’illustre Siderin quando veniva provocato. I suoi uomini lanciavano frecce ad una velocità sorprendente alternandosi come api operaie, e quando un gruppo usciva dal bosco tossendo un altro ne entrava brandendo bracieri accesi in entrambe le mani. Il bosco tra non molto sarebbe divenuto una nube rossastra ed incandescente. Se si fosse elevato un vento nemico il fuoco si sarebbe allargato ai territori vicini arrivando addirittura al villaggio; ma a questo Siderin non aveva pensato e né voleva farlo adesso mentre assaporava il gusto della vendetta, aspirando il fumo a pieni polmoni come un aroma benefico. Nel frattempo, di fronte ad uno degli uomini che era entrato nel bosco pronto a gettare tra gli arbusti indifesi i suoi bracieri, comparvero delle zampe equine e bianche. L’uomo, non appena sollevò gli occhi posandoli sulla creatura, tentò di urlare per il terrore ma uno zoccolo lo colpì sul volto uccidendolo all’istante. La creatura metà uomo e metà cavallo si fece avanti tra le fiamme, che si scostarono al suo passaggio. Attaccò alle


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spalle altre due guardie di Siderin, lasciandone scappare tre che urlanti abbandonarono il bosco con i bracieri ancora in mano. Siderin, non appena vide i suoi uomini fuggire senza fermarsi al suo comando, fissò il punto del bosco dal quale erano usciti. Fece qualche passo avanti per vedere meglio, mentre le frecce gli sibilavano sulla testa ininterrottamente. - Chi c’è là?- gridò. Ma la sua voce fu coperta dal frastuono che facevano le sue guardie per darsi il cambio e appiccare il fuoco. Vide qualcosa muoversi tra gli alberi, incurante che questi stessero andando a fuoco. Riuscì a scorgere quelle che gli sembrarono zampe di cavallo, e poi un braccio sollevarsi in aria. Siderin si avvicinò ancora un poco, ancora un poco……Il braccio che gli sembrava di scorgere tra le fiamme lasciò andare qualcosa che subito lo investì in pieno senza che se ne potesse rendere conto. Abbassò gli occhi per guardarsi il petto squarciato da una freccia che sprizzava lampi luminescenti. Urlò per lo stupore. Alcune guardie si fermarono per osservare la macabra scena che stava avvenendo. Siderin stava andando a fuoco ma non dall’esterno; bensì dall’interno. Pareva che le fiamme dovessero esplodergli dalla bocca e dagli occhi. L’uomo di divincolò, provò a strapparsi la freccia dal petto, si gettò a terra stramazzando e gridando. Oramai tutte le guardie si erano arrestate per osservare impotenti il loro signore preda di convulsioni inarrestabili. Siderin si contorse, batté la testa più volte sul terreno, parve aprire la bocca per gridare qualcosa. Poi la sua agonia cessò, e le fiamme lo avvolsero completamente. Sul terreno non rimase altro che il suo corpo carbonizzato. Gli uomini si guardarono l’un l’altro chiedendosi con gli occhi cosa fosse avvenuto. Non erano state di certo le loro frecce a provocare quell’orribile morte. Restarono immobili a fissare quello che ne era rimasto del corpo di Siderin, a rimirare intenti la misera fine di un tiranno.

Il bosco oramai bruciava senza rimedio. Le fiamme si propagavano inarrestabili. Airen era esausta e quando si vide accerchiata dalle fiamme che li avevano senza fatica raggiunti, rallentò la sua corsa. Donamis fu costretto a fare altrettanto. Si voltò a guardare la ragazza. - Non fermarti adesso! Siamo quasi arrivati! - Arrivati? Arrivati dove?- domandò Airen riprendendo fiato.


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Anche la calura iniziava ad essere insostenibile. - Lì giù!- rispose Donamis indicando un punto lontano- Lì c’è….un’uscita…. Airen sapeva che il giovane in realtà voleva solo consolarla: non c’era nessuna uscita in quel punto, né tanto meno da un’altra parte. - Non c’è via…di scampo…..- rispose la ragazza ansimando e tossendo. Donamis la prese tra le braccia e la strinse a sé. Pensò che morire al fianco della ragazza che amava sarebbe stato mille volte più dolce e giusto che in un campo di battaglia, in una guerra lontana. Ma prima che potessero iniziare a disperarsi sentirono e videro dei cavalli giungere, correndo proprio da quella parte. Airen aguzzò la vista e riuscì a scorgere tra le fiamme un busto nudo di un uomo armato di un arco dorato. - Gli uomini- cavallo!- sussurrò staccandosi un poco da DonamisFinalmente li vedo anch’io! Il giovane spalancò la bocca e sgranò gli occhi. Le creature avanzarono veloci quasi come volassero sul terreno. Le loro zampe, riuscì a valutare Donamis, erano molto più agili ed esili di quelle di un cavallo comune. Gli uomini- cavallo raggiunsero i due giovani che restarono immobili ad attenderli. Due delle creature li investirono in pieno, ma Airen e Donamis non avvertirono nessun male. Poi i due giovani, semi svenuti per il colpo inferto inaspettatamente dalle creature, furono caricati da queste e condotti via lontano dalle fiamme, lontano dal bosco. Airen, prima di perdere del tutto i sensi riuscì a guardare per un’ultima volta quel luogo, tomba dei suoi genitori e casa dove sua sorella era cresciuta. Poi, sulla groppa di una delle creature, con la mente annebbiata dal fumo e completamente esausta, svenne.

Anika era rannicchiata nel suo cantuccio, dolorante per i pugni che aveva incassati senza difendersi. Non era triste; sapeva di aver fatto la cosa giusta e se l’uomo avesse continuato a picchiarla, lei l’avrebbe lasciato fare irremovibile com’era dalle sue decisioni. Forse, pensava, sarebbe tornato il monaco giovane quell’oggi per sottoporla ad un nuovo breve interrogatorio, perché era certa che quello che aveva scritto sulla pergamena non sarebbe affatto piaciuto all’abate superiore. Ma ancora una volta era fermamente convinta di aver agito correttamente. Si accarezzò la schiena con una mano: poteva ancora


Un solo destino. Prima generazione

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sentire l’orma del piede di Siderin scolpita nella carne. E dire che suo padre aveva affidato a quell’uomo la sua figlia maggiore! Anika ricordava benissimo quel giorno tanto lontano: tre uomini a cavallo ben abbigliati ed armati di spada, erano arrivati di buon mattino per prelevare la piccola Airen che allora aveva solo otto anni. Anika, di un solo anno più piccola, guardò sua sorella andar via su un cavallo bianco. In quel momento l’aveva invidiata perché era parsa ai suoi occhi come una nobile principessa che stava per essere scortata a castello. Ma quel giorno, conoscendo e appurando la falsa magnanimità di Siderin, si accorse di quanto fosse stata sciocca da bambina. Sorrise a quel ricordo. Poi ripensò che da allora le cose erano molto cambiate, Airen era tornata di rado a casa dalla sua famiglia e per Anika per molti anni fu come non avere più una sorella maggiore. Sospirò. Lo stomaco le brontolò furiosamente. Si chiese quando tutto quello si sarebbe concluso, che cosa le avrebbero fatto adesso che si era categoricamente rifiutata di collaborare con i monaci. Siderin sarebbe tornato per picchiarla ancora? Rabbrividì al solo pensiero di quell’uomo che le metteva di nuovo le mani addosso. E la rabbia l’assalì quando immaginò che sua sorella poteva aver avuto una simile punizione a castello. - Se solo potessi uscire da qui e combinare qualche ingrediente…..sussurrò a se stessa. Sollevò di scatto la testa e si mise in ascolto. Non poteva essere, di certo si era sbagliata. La mescolanza di fame stanchezza e pugni ricevuti dovevano averle alterato le percezioni, provocandole delle strane allucinazioni uditive. Poteva aver sentito degli zoccoli fuori dalla porta? No, la presenza delle creature in quel luogo era fuori discussione. Eppure lo scalpiccio si ripeté. Anika si sollevò in piedi a fatica. Avanzò cauta verso la porta e allungò un braccio. Ora il rumore degli zoccoli si fece più forte e nitido. La ragazza sorrise. - In cuor mio sapevo che mi avreste trovata!- disse. Il vecchio chiavistello cedette sotto il colpo netto di uno zoccolo e la porta finì a terra, sollevando una debole nuvola di polvere. Anika riconobbe subito la creatura che le aveva indicato la via verso Donamis con le sue luminescenze dorate. Era venuta a liberarla. Era arrivata a portarla via da quel luogo, assolvendola dalle colpe di cui gli uomini l’accusavano. E la ragazza ebbe come l’impressione che fosse stato Agortos in persona ad inviarle quel liberatore. Senza aspettare che la


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creatura le desse un segno, lei le si avvicinò. I suoi occhi la fissavano senza battere ciglia, poiché in realtà ne erano privi. La profondità di quello sguardo, assieme bonario e autorevole, avrebbe accompagnato Anika per tutta la vita. La lucentezza del corpo della creatura, era così simile a quella che tante volte aveva notato nel cielo di notte, così magnificamente rischiarato dalla luna. I muscoli del torace e delle spalle erano tesi come funi colorate d’avorio, mentre al contrario quelli del viso umano erano rilassati in un’espressione mansueta. Poi la creatura fece un cenno con la testa, piegandola lievemente da un lato e accennando quello che ad Anika sembrò un sorriso. E lei capì subito che da quell’oggi in poi sarebbe appartenuta a loro. Abbandonava per sempre il mondo e le leggi degli uomini, separandosi di nuovo da sua sorella che era convinta questa volta non avrebbe più rivisto.

L’abate superiore lasciò cadere la pergamena a terra. Non ancora soddisfatto con una mossa stizzita la pestò con un piede. - Parole di una contadinotta miscredente!- commentò prima di lasciare la biblioteca. Il giovane monaco restò solo con la pergamena a poca distanza dai suoi piedi. L’abate non gli aveva dato comandi quindi si trovò indeciso se raccoglierla o lasciarla dov’era. Poi però la curiosità prevalse. Si avvicinò con cautela al foglio manoscritto, guardandosi ogni tanto le spalle per accertarsi che non sopraggiungesse nessuno. Si chinò su di esso, lo raccolse e lo lesse. Più volte. La calligrafia era grande e chiara, il messaggio non molto lungo. Tra le altre cose la ragazza della torre aveva scritto di bellissime creature metà uomini e metà cavalli nelle quali si era imbattuta nel bosco. La ragazza diceva di aver trovato loro un nome: “e poiché essi colpiscono con frecce dorate io do loro il nome di centauri; ed anche se portano armi non arrecano alcunché di pericoloso. Ed essi, se non disturbati, possono considerarsi più pacifici degli uomini stessi”. Il giovane monaco arrotolò la pergamena e se l’infilò nella veste. Quindi con aria furtiva lasciò la biblioteca, per richiudere la pesante porta alle sue spalle.


RINGRAZIAMENTI

Un doveroso e caloroso ringraziamento a..... Aida Giosi, che mi ha seguita anche questa volta nella mia scrittura. A mia sorella Elide, che mi ha regalato come portafortuna il vestito della presentazione del mio primo libro; e me ne ha portata tanta. A Cinzia Picistrelli, amica e consigliera durante gli anni difficili del liceo. Ai mie amici e alle mie amiche con i quali ho trascorso momenti indimenticabili e che mi sono stati accanto in quelli difficili; un particolare ringraziamento alla mia migliore amica Silvia. E infine un pensiero a tutti i miei amici “virtuali” che passano giornalmente nel mio blog, in modo particolare al “club degli scrittori” e alle ragazze del forum di Twilight; senza saperlo mi aiutano tenendomi molta compagnia.


UN AIUTO A COLPI DI PENNA &

IL CLUB DEI LETTORI Grazie! TI RINGRAZIAMO PER AVERE ACQUISTATO QUESTO LIBRO, con il quale hai contribuito ad aumentare il fondo di “UN AIUTO A COLPI DI PENNA”, che a fine anno sarà devoluto a scopo benefico a favore di ASSOCIAZIONE DYNAMO CAMP ONLUS terapia ricreativa per bambini con patologie gravi e croniche (www.dynamocamp.org) Vota! INOLTRE, SE VOTERAI ONLINE QUESTO LIBRO parteciperai gratuitamente al concorso IL CLUB DEI LETTORI (www.clubdeilettori.serviziculturali.org) Soddisfatto o “Sostituito” Se la lettura di questo libro non ti avrà soddisfatto, potrai sostituirlo con un altro libro che potrai scegliere dal nostro vastissimo catalogo. (informazioni su www.ilclubdeilettori.com)

Le iniziative sono promosse da: => Zerounoundici Edizioni (www.0111edizioni.com) => ASSOCIAZIONE SERVIZI CULTURALI, che promuove la letteratura italiana emergente ed esordiente (www.serviziculturali.org)



Un solo destino