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Il libro

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"JUSTIN DAVE E IL RAGAZZO VENUTO DAL FUTURO" di Mario De Martino

Titolo: JUSTIN DAVE E IL RAGAZZO VENUTO DAL FUTURO Autore: Mario De Martino Genere: Ragazzi (Fantascienza) Editore: Zerounoundici Edizioni Collana: Selezione Pagine: 120 Prezzo: 11,80 euro Acquista su Il Giralibro (-15%) Acquista su IBS

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Mario De Martino

JUSTIN DAVE e il ragazzo venuto dal futuro

www.0111edizioni.com


www.0111edizioni.com www.ilgiralibro.com

JUSTIN DAVE e il ragazzo venuto dal futuro 2008 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2008 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2008 Mario De Martino ISBN 978-88-6307-182-5 In copertina: immagine Shutterstock.com

Finito di stampare nel mese di Aprile 2009 da Global Print – Gorgonzola (MI)


A mia sorella Lucia, con immenso affetto.


Questo libro è unâ&#x20AC;&#x2122;opera di fantasia. Tutti i riferimenti a fatti realmente accaduti o a cose e persone realmente esistenti o esistite, sono puramente casuali.


Justin Dave e il ragazzo venuto dal futuro

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Capitolo 1

Cody McGraint era un ragazzo insolito e non ero il solo a pensarlo. Si era trasferito da poco in città e da qualche settimana frequentava la nostra scuola. Io non lo conoscevo personalmente, non ancora almeno, eppure mi aveva dato da subito una strana impressione. Aveva la mia stessa età, ma nel suo sguardo si celava un’autorità fiera, spettrale e alcuni avrebbero detto affascinante. La prima volta che lo vidi se ne stava seduto sulla panchina davanti l’ingresso della nostra scuola, intento a maneggiare la tastiera del suo portatile. Era alquanto bizzarro quel suo modo di essere e di porsi, poiché non dava confidenza a nessuno e se ne stava completamente appartato, chiuso in se stesso. A scuola era un genio. Questa era l’immagine che gli insegnanti si erano fatti di lui. Un genio vivente, o quasi, forse un ragazzino prodigio con un quoziente intellettivo al di sopra della media… ma fatemi il piacere! Forse per orgoglio o, magari, per invidia, non credevo ad una parola di ciò che dicevano. Per me era un ragazzino normale con non più qualità di quante ne avessi io. Cody McGraint è un asociale. Questo, invece, pensavano le ragazze di lui. Strano, poiché molte di quelle che ho conosciuto si ponevano sempre in maniera amichevole nei confronti dei nuovi studenti della classe e cominciavano ad osservarli con sguardo malizioso, forse indagatore. Eppure quello non era il caso di Cody. Io avevo un’amica… o meglio, l’ho ancora, ma all’epoca il nostro rapporto era notevolmente diverso. Eravamo più che amici, quasi fratelli. Si chiamava Brenda e abitava nel mio stesso isolato. Ci incontrammo casualmente un’estate di diversi anni prima e poi ci ritrovammo nella stessa classe all’inizio dell’anno scolastico. Forse fu un bene, poiché molto spesso le amicizie vanno a sfaldarsi fino a perdersi dopo molto tempo di mancati rapporti, ma per fortuna il tutto non mi riguardava.


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Brenda fu la prima a parlarmi di Cody. Mi disse che aveva partecipato ad un progetto di scienze la settimana precedente e che aveva conquistato il primo posto, battendo perfino Ivan Stendtler, il re dei secchioni della nostra scuola. Ma non oserei mai definire Cody un secchione… no, era solo intelligente, ma non uno di quelli che trascorrevano giornate intere sui libri. In classe lo osservavo riflettere molto spesso. Stava con la testa poggiata sul braccio e lo sguardo perso oltre i vetri della finestra a fantasticare e a pensare chissà a cosa. Avrei tanto voluto scoprire cosa gli passasse per la mente, indagare fino a carpirne i segreti più intimi… non so perché, ma mi faceva quell’effetto. La storia che voglio raccontarvi è una vicenda accaduta diverso tempo fa. Lo ricordo come se fosse ieri: avevo tredici anni e quella mattina di metà ottobre mi recai a scuola con la mia bici nuova. Mi era stata regalata per il mio compleanno il trenta di marzo e non l’avevo mai adoperata da allora, eccetto che per un giretto furtivo nel viale che aveva comportato anche una ruota bucata, ma lasciamo perdere. Oltrepassai il vialetto alberato e svoltai a destra, oltre l’incrocio. Ricordo il vento freddo del primo mattino che mi carezzava il volto e lo zaino alle mie spalle che mi pesava quasi a volermi tirare giù dalla sella. La strada che portava alla mia scuola era tutta un percorso cittadino poco entusiasmante. Dritta, con qualche curva e sempre le stesse cose da vedere. Le case, i negozi… ci avevo fatto l’abitudine. In cuor mio desideravo chissà quali innovazioni, fuggire lontano, distante, sicuramente in un’altra città, magari all’estero. Ricordo che non appena cominciai a fantasticare circa questi strani pensieri che mi affollarono la mente, intravidi il grosso e imponente edificio della Middle Stuart School. Serrai bene con il catenaccio la mia bici e mi diressi verso le scale. Quel giorno avevamo la verifica di Storia. Inutile dire che non ricordavo assolutamente nulla. L’argomento era alquanto complesso: la guerra dei cent’anni. Ma per quale ragione una guerra avrebbe dovuto durare cento anni? Perché non si decidevano a smetterla una buona volta? Avanzai lungo il corridoio sorridendo di me stesso e Brenda mi si precipitò letteralmente addosso. «Scusami! – fece – non ti avevo visto»


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«Davvero?» ribattei io «non sapevo di essere invisibile» Mi osservò con un’aria stralunata. «Simpatico» mi rispose, senza allegria e si avviò davanti a me con un libro sotto braccio. Era un manuale di Storia dalle dimensioni imponenti che quasi mi fece provare sgomento al solo guardarlo. «Non avrai trascorso l’intero pomeriggio su quel… coso! Non è vero?» «L’intero pomeriggio? Questa è buona! È una settimana che mi preparo per la verifica» Una settimana… una settimana? E io che credevo studiare tre ore al giorno fosse comparabile a un suicidio! Ma come si può non esaurirsi dopo una settimana di studio? Non feci in tempo a continuare la conversazione che ci eravamo trascinati in classe e il professor Barrow era già lì, alla cattedra, con i suoi occhiali spessi sul naso e gli occhi striminziti ridotti a fessure che scomparivano dietro le sopracciglia folte. Prendemmo posto assieme agli altri sedendoci vicini, come al solito. Dopo qualche istante entrò Cody. Volsero tutti uno sguardo fugace nella sua direzione prima di chinare nuovamente il capo. Lui non ci fece caso e si diresse al suo posto, poggiando lo zaino sulla sedia vuota al suo fianco. «Adesso che ci siamo tutti, credo sia l’ora di cominciare» Eccolo. Si avvicinava con i soliti fogli bianchi all’apparenza verso il nostro banco ed io che non avevo avuto nemmeno il tempo di appuntarmi qualcosa su un foglietto… Mi si piantò davanti con la sua espressione curiosa e accennò un sorriso. Feci altrettanto per non dare a vedere la mia fifa, ma lui se ne accorse. «Ha studiato, signor Dave?» Mi domandò. Io annuii e gli risposi con un filo di voce. «In tal caso non dovrebbe trovare alcuna difficoltà a svolgere questo compito elementare» E dalla pila che stringeva tra le braccia, estrasse uno dei tanti questionari e lo poggiò sul banco, dinanzi a me. «Buona fortuna» Aggiunse.


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*** «È stata una passeggiata!» Brenda uscì dalla classe con un’espressione divertita e pimpante. Pareva sprizzare gioia da tutte le parti. «Parla per te – feci io – è stato un disastro!» «Davvero? Bé, è solo un compito in effetti, ti rifarai con il prossimo» «Sì ma quello precedente non è che sia andato una meraviglia, tutt’altro! E chi lo dice ai miei genitori?» «Ti crei troppi problemi, Justin, credimi. Infondo non hai ancora avuto una valutazione, no?» Questi suoi tentativi di vedere il bicchiere mezzo pieno in tutte le cose, a volte, seppur raramente, riuscivano a tirarmi su di morale. Sapevo che quella verifica era andata da schifo, ma infondo era vero: non avevo ancora ricevuto una valutazione. Vidi Cody sgattaiolare fuori dalla classe qualche istante dopo di noi. Aveva scritto tutto assorto nei suoi pensieri, senza alzare lo sguardo dal foglio per l’intera durata della lezione. A mio parere non aveva potuto fare altro che una delle sue solite e semplici verifiche da A +, come quelle che solo McGraint e Stendtler sarebbero stati in grado di fare in tutto l’istituto. Brenda era tutt’altra cosa. Una ragazza così intelligente e simpatica difficilmente la si trova in giro. Amava anzitutto leggere e leggeva di tutto, dai libri che superavano le mille pagine alle etichette dei prodotti in vendita al supermercato. Credo di poterla identificare come la migliore amica che avessi mai avuto, anche se non eravamo affatto simili. Bé, tutto sommato quella non fu del tutto una giornata da dimenticare, anche se avrei preferito cancellare dai ricordi quel compito terribile che continuava ad assillarmi. “Ah, se solo si potesse tornare indietro!” Pensai. *** «Sei un pivello, Justin!» La bicicletta svoltò oltre l’angolo della strada proseguendo dritta lungo il marciapiede. Il ragazzo che la montava, grassoccio, con i capelli chia-


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ri e il volto tempestato di lentiggini, fece un cenno con la mano dietro gli alberi del limitare del parco, come ad attirare l’attenzione di qualcuno. In breve comparvero altre quattro biciclette. «Dove credi di andare?! Tanto ti prendiamo!» Bill Wilkerson e quei suoi degni compari erano letteralmente degli idioti. Ignoranti della peggior specie - così li definiva Brenda - avevano una missione, quella di rompere le uova nel paniere al prossimo fino all’esaurimento cronico, e tutto per il semplice piacere di farlo. Mi presero di mira dalle scuole elementari e da allora andò tutto in discesa per me e in salita per loro. Mi sorprendevano nelle situazioni imbarazzanti, facendomi spesso fare la figura dell’imbecille. Mi rinfacciavano anche i miei voti a scuola… nemmeno fossero stati dei geni, loro! Quella mattina me ne ero uscito per conto mio. Mi piaceva fare dei giri per la città per svagarmi e tentare di pensare ad altro, ma poi succedeva sempre di mettermi in qualche pasticcio. Qual giorno il guaio furono Bill e i suoi amici. Mi voltai spesso ad osservare alle mie spalle se avessero rinunciato all’inseguimento, ma sembrava fossero più agili di me nelle gambe. Tentai di accelerare o quanto meno di nascondermi dietro un albero, ma non trovai nessun riparo e cominciai a sudare freddo. Non avevo proprio voglia di perdere tempo con loro. Bill mi si piazzò davanti d’improvviso ed io nemmeno me ne accorsi. Era lì in tutta la sua immagine, con quel volto fiero da stupido che mi fissava con i suoi occhi verdi. «Fine della corsa, eh?» Avrei potuto investirlo e proseguire… sì, ce l’avrei fatta, ma chissà perché, mi fermai. «Si può sapere cosa volete da me, stavolta?» «Cosa vogliamo?» si abbandonò ad un ghigno beffardo «perché non provi a indovinare?» «Volete smetterla di rompermi le scatole? È da stamattina che…» «Tu sgancia e noi ce ne andiamo» Restai perplesso. «Tutto qui?» domandai «Mi avete fatto fare il giro della città per quattro spiccioli?»


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Misi le mani nelle tasche. Sarebbe stato umiliante, lo so, ma almeno avrei potuto sbrigarmi subito con quella faccenda e continuare il mio giro. Dovevo avere delle sterline da qualche parte… NO! Avevo cambiato i jeans quel giorno! Restai a fissarli con uno sguardo impietrito. «Allora? Cosa c’è?» «Temo di aver dimenticato…» «Dimenticato? Avete sentito? Il pivello “ha dimenticato la grana dalla mamma!”» E anche gli altri cominciarono a sghignazzare. «Non è divertente». «No? Bé, vediamo se ti diverte questo» Mi afferrò per il colletto della camicia, stringendo un pugno. Io serrai gli occhi e volsi il capo in tutt’altra direzione. Non so perché non mi difesi, infondo avevo anche studiato karate per qualche tempo, ma restai immobile. Bill mollò la presa. Di certo non ero stato io a fargli cambiare idea, ma una strana figura comparsa improvvisamente alle sue spalle. Era una cane, o almeno questo mi sembrò non appena lo vidi. Ringhiava con i denti bene in mostra, quasi a volermi difendere. «Va’ via, rabbioso!» Tuonò Bill, agitando le braccia, ma l’animale restò fermo a fissarlo con sguardo glaciale. Poi mosse le mascelle e abbaiò facendo ricadere sul terreno rivoli di bava appiccicosa. Non mi faceva paura come agli altri, anzi, lo vedevo quasi come un liberatore e accennai un sorriso. Non appena avanzai di qualche passo, Bill indietreggiò, visibilmente spaventato. Il cane si mosse a sua volta e continuò ad abbaiare e ringhiare, sempre scoprendo i denti. «Ok» fece il ragazzo, con delle gocce di sudore che gli scendevano dalla fronte «stavolta ti è andata bene ma non contare di…» Il cane abbaiò ancor più insistentemente e Bill e gli altri montarono sulle rispettive bici allontanandosi prima ancora che quello avesse potuto terminare la frase. Li osservai correre velocemente verso l’uscita del parco, uno dietro l’altro, in fila indiana. Gettai uno sguardo all’animale che aveva completamente mutato espressione e sorrisi.


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«Bravo, bello!» feci, cercando di accarezzarlo, ma quello sgattaiolò via, improvvisamente. Avevo avuto una strana sensazione nel toccarlo, sembrava quasi essermi svanito da sotto il palmo della mano. Lo scorsi rintanarsi dietro un albero, poco distante, dopodiché svanì. Restai fermo per qualche minuto e dallo stesso punto intravidi un ragazzo avanzare nella mia direzione. Aveva un’aria familiare e in effetti lo avevo visto molte altre volte prima di allora. Era Cody. «Anche a te capitano di queste seccature eh, Justin?» Era la prima volta che mi rivolgeva la parola. Io annuii. «Era tuo il cane?» «Quale cane?» Fece, con aria vaga. «Era qui poco fa, poi si è incamminato verso gli alberi e l’ho perso di vista» «Sarà stato un randagio – tagliò corto lui, sistemandosi qualcosa nella tasca destra dei pantaloni – dove abito non è permesso tenere animali. Comunque li hai messi in fuga. È questo che conta, no?» «Da quanto tempo è che…» «Tranquillo, non ti ho spiato. Sarei intervenuto prima, ma quelli stavano già dandosela a gambe. Succede anche a me, sai? Poveri illusi» «Chi? Loro?» «Non proprio. Credo siano davvero troppo stupidi per fare certe cose. Se solo sapessero» Aspettai che completasse quella frase, ma non aggiunse altro. «Che c’è? – mi chiese, con espressione ambigua – tutto bene?» «Certo» Tagliai corto io, quindi mi chinai ad alzare la bici da terra. «Ora dovrei andare – aggiunsi – facciamo la strada insieme?» Cody scosse la testa. «No. Ho delle faccende da sbrigare. Ci si vede a scuola» Gli accennai un sorriso senza aggiungere nulla e m’incamminai dove erano scomparsi gli altri. Non avevo mai avuto una conversazione con Cody, ma quella non fece che confermare le mie ipotesi: era davvero un tipo strano.


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Capitolo 2

La verifica fu un disastro, come c’era da aspettarsi. Non mi meravigliai per nulla quando il signor Barrow si accostò al mio banco aggrottando le sopracciglia e consegnandomi quella F… non era possibile! Succedevano tutte a me! Il compito di Brenda era andato bene e quello di Cody fin troppo. Era già la seconda volta che vedevo la mia amica uscire radiosa dall’aula e quasi cominciava a preoccuparmi. «Te l’avevo detto» Le dissi con aria persa. «Anch’io – fece – ti rifarai con il prossimo compito, non è mica la fine del mondo! Però ti do un consiglio» E mi si accostò all’orecchio: «Studia, la prossima volta». Restai immobile. Avrei potuto ribattere ma non me la sentivo. «Cody ha avuto una A – le dissi, cambiando argomento – come ti sembra?» «Cody è davvero bravo, questo è fuor di dubbio. È strano che abbia voti così alti data la sua scarsa attenzione in classe. Sembra quasi sappia tutto prima di tutti» «Ieri l’ho incontrato al parco» «Al parco? E che ci facevi dall’altra parte della città?» La osservai con lo sguardo che significava chiaramente: che fai? Mi prendi in giro? Non lo immagini? Ma poi cercai di apparire meno schietto. «Bill» Le dissi. «Ancora lui? Ma quando aspetti a mandarlo al diavolo?» «È lui che non manda al diavolo me! E poi si mettono di mezzo anche quei suoi… amici…» «Ok, lasciamo perdere. Che ti hanno fatto?»


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«Niente – tagliai corto – li ho messi in fuga» «Tu? E come?» Io mi strinsi nelle spalle con disinvoltura. «Con un cane» «Un randagio? – capì subito Brenda – hanno avuto paura di un randagio?» «Aveva dei denti impressionanti e ringhiava come una bestia assassina. Ho cercato di accarezzarlo, dopo, e mi ha anche dato una strana sensazione» «In che senso?» «Sembrava quasi mi scivolasse tra le mani, come se prendessi l’acqua… poi è corso lontano ed è sparito» Brenda annuì come a seguire ciò che stavo dicendo. «E che c’entra Cody?» «Lui è arrivato subito dopo. Aveva un’aria strana, come al solito. Abbiamo parlato per un po’» «E che ti ha detto?» «Niente… mi sembrava vago… piuttosto ambiguo» Improvvisamente avvertii una mano sulla spalla. Qualcuno mi aveva afferrato, costringendomi a guardarlo. Era il professor Barrow, con i soliti occhiali spessi sul naso e un’espressione ammonitrice. «Non mi è piaciuto per nulla al compito, Dave» Mi disse. Io lo fissai perplesso. «Faremo un’altra verifica la settimana prossima. Le conviene studiare o sarò costretto a convocare i suoi genitori e a riferire loro il suo rendimento scolastico. Mi sono spiegato?» Io annuii, colto alla sprovvista. «Sì, signore» «Ha ottime capacità, Justin Dave, ma si perde in un bicchier d’acqua. È già partito con il piede sbagliato. Non vorrà perdere l’anno, vero?» «No, signore» «Bravo» Mi poggiò nuovamente la mano sulla spalla, allontanandosi con disinvoltura. Tornai a fissare Brenda, anche lei con un’espressione ambigua quanto la mia. «Non ha tutti i torti, sai?»


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Mi disse. «Ho capito, non c’è bisogno che anche tu…» «Potresti farti dare delle ripetizioni da Cody McGraint. Siete amici adesso, no?» *** Amici. Come suonava strana quella parola riferita a Cody. Infondo avevo ascoltato la sua voce per cinque minuti il giorno prima, mi sembrava un po’ poco per definirci amici. Uscimmo di scuola subito dopo. Per favore, non venite a farmi sempre la solita predica: è intelligente ma non si applica. Mi metto a urlare, giuro! Con la mente altrove scesi le scale della scuola e lo trovammo lì, seduto sulla panchina con il suo portatile, come sempre. Se ne stava appartato all’ombra di un grosso albero, dandoci le spalle. Fui il primo ad avvicinarmi e Brenda mi seguì. «Ciao» Feci. Cody sollevò lo sguardo e mi fissò per qualche istante. «Ciao – rispose, illuminandosi – che fai qui?» «Voglio presentarti Brenda, una mia amica» «Tanto piacere» Fece lui, porgendole la mano. Brenda gliela strinse e accennò un sorriso. «Ti abbiamo interrotto?» «No – tagliò corto, chiudendo il computer – non facevo nulla di particolare» Prendemmo a fissarci. Stetti in silenzio, aspettando che qualcuno cominciasse una conversazione. «Come è andato il compito?» Domandai con voce flebile. Sapevo bene com’era andato ma in qualche modo dovevo pur dire qualcosa… Brenda se ne accorse e mi diede un pizzico al braccio. «Bene, benissimo. La Storia è una delle mie materie preferite. È sempre bello conoscere il passato, magari viverlo» «Come?» «Oh, niente, sto vaneggiando»


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Già, era strano. Come poteva piacergli la Storia? Un cumulo di battaglie e lotte per il potere, un ammasso di errori e incertezze… «Non per fare il maleducato, ma io dovrei andare» Ci disse, sorridendo. Annuii assieme a Brenda e lo vedemmo alzarsi e allontanarsi. Ci scambiammo un saluto con la mano, senza aggiungere altro. «Strano, eh?» Fece lei. Mi strinsi nelle spalle. «Sai dove abita?» «No» «Allora vieni» E mi tirò per la manica. *** Cody stava fermo alla fermata dell’autobus, desolata come al solito. Aveva il computer infilato nello zaino e una mano in tasca come a stringere qualcosa. Dopo circa un quarto d’ora il bus frenò e lui attese che un’anziana signora salisse per prima. «Proprio un bravo ragazzo» Commentò Brenda, con sarcasmo. Cody osservò intorno con circospezione e salì un attimo dopo. «Lo seguiamo?» Io annuii e uscii allo scoperto con il timore di perderlo di vista, ma mi arrestai improvvisamente. Mi sembrò di scorgere un’ombra e mi sporsi. Era proprio lui: Cody si trovava sul marciapiede di fronte. Magari era uscito dall’altra parte del bus… «Cosa c’è? Muoviti!» «No! Aspetta» La obbligai, trattenendola. L’autobus chiuse le porte e partì alzando una nuvola di polvere. Intravidi a malapena Cody inoltrarsi in un vicolo, proseguendo a piedi. «Ma che ha fatto? Non è salito?» «Sì – la corressi io – è salito ed è sceso. Qui c’è qualcosa che non quadra» Attraversai la strada, appiattendomi lungo il muricciolo di fronte, seguito da Brenda.


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Cody avanzava attraverso quel viottolo dimenticato che non avevo mai percorso prima di allora ma che la curiosità mi costrinse a scoprire. Brenda seguiva ogni mio movimento, imitandomi. Vedemmo Cody svoltare l’angolo e avanzare in una nuova direzione che dava in un vicolo ancora più stretto del marciapiede. Lo seguimmo fino all’ennesima svolta. Era avanti a noi di qualche metro e lo vedemmo girare percorrendo la via. Proseguimmo a passo svelto per timore di perderlo di vista e poi… era un vicolo cieco! Dinanzi ai nostri occhi si ergeva un muro di mattoni che ostruiva il passaggio, eppure di Cody non c’era alcuna traccia. Sembrava svanito nel nulla! Io e Brenda ci scambiammo delle occhiate fugaci e ambigue allo stesso tempo. Non poteva essere scomparso! Non l’avevamo perso di vista un istante! C’era davvero qualcosa che non quadrava in quella storia.


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Capitolo 3

CT8 sollevò la testa prendendo a fissarlo attraverso i suoi due piccoli oblò che fungevano da occhi, i quali emanavano una luce azzurra intermittente. Improvvisamente si scosse, calò il suo arto destro e si diede una spinta, scivolando sulle ruote che lo portarono ad avvicinarsi alla scrivania di legno. «Tutto a posto, signore?» Domandò, con voce metallica. L’individuo, nascosto nella penombra del suo studio, abbassò lo sguardo scambiandogli un’occhiata furtiva. «Ho una strana sensazione. Non potresti capire» CT8 era un robot, una macchina. Non avrebbe potuto comprendere nemmeno volendo. Era stata programmata per eseguire degli ordini, adempire a dei doveri, svolgere determinate mansioni. Non conosceva né odio né amore, né le passioni umane. Era semplicemente un oggetto dotato di un’intelligenza artificiale, null’altro. «Forse se vi spiegaste meglio, potrei…» «Mi sono sentito osservato. Non vorrei che…» «Chi avrebbe avuto la necessità di osservarvi lì, signore? Non credete sia assurdo?» «Non avrei dovuto inviare quell’ologramma l’altro giorno» «Quale ologramma, signore?» «Sai bene di cosa sto parlando. Non prendermi in giro» «Quell’ologramma signore? Bé, è stato di aiuto, no?» «Passare un guaio non significa essere di aiuto, CT8! E smettila di chiamarmi signore!» «Ma è andato tutto per il meglio, non è così, signore?» L’altro strinse i pugni, adirato. «Forse. Fatto sta che è già rischioso quello che faccio, ma mi è stato imposto» «E non dovreste essere voi a comandare?»


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Lo fissò con aria severa. «Nessuno mi comanda, questo è certo. Mi è stato imposto dalla circostanza, non da qualcuno. Devo attenermi a delle faccende. Ma te l’ho detto: tu non puoi capire». Improvvisamente la porta si spalancò con un tonfo e nella stanza buia filtrò una scia di luce giallognola proveniente dall’esterno. Un individuo alto e dalle spalle grosse si fece strada verso la scrivania, mentre il robot si appiattì sotto la sedia del suo padrone, ritirandosi fino a divenire una scatola compressa. «Quante volte debbo ribadirvi di bussare prima di entrare?» «Si tratta di una questione di estrema importanza, comandante. L’hacker ha agito di nuovo» «Di nuovo? Cos’è successo stavolta?» «Il settore Nord H51 è caduto nel blackout per alcune ore e dopo tutti i dati sono stati cancellati e i computer non presentavano più memoria. Erano come formattati» «Siete riusciti ad identificare una fonte?» «Il segnale era flebile e indefinito. Stavamo per farcela, ma poi tutto è tornato tranquillo. Questi sono i risultati dei dati estrapolati dal computer centrale» Gli allungò un blocco di fogli riportanti delle cifre numeriche. CT8 si allungò con il collo flessibile oltre la scrivania per osservarli. «Non fate caso a lui» Fece quell’individuo, scorgendo la strana espressione assunta dall’uomo alla vista del robot. CT8 si ritirò nuovamente, quasi offeso. «Provvederò io a studiarli. Voi procedete come meglio credete» «Sissignore, sarà fatto» E detto questo gli diede le spalle e uscì. *** Quella dannatissima sveglia mi faceva impazzire! Quante volte avrei voluto distruggerla per risparmiarmi quel terribile suono di prima mattina, con le occhiaie che sembravo uno zombie… Mi alzai barcollando e urtai al comodino di fianco al letto, cosa che contribuì a svegliarmi. Ero solo in casa. I miei erano usciti la mattina presto e avrei dovuto sbrigarmela da solo con la colazione e tutto il resto.


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Mi lavai e vestii in un batter d’occhio. Quel giorno c’era la nuova verifica di Storia e non potevo permettermi di sbagliare, non per la seconda volta di fila! Per precauzione non avevo detto niente a mia madre circa l’andamento del primo compito: tanto avrei recuperato direttamente con quello successivo, no? Mi precipitai di corsa fuori di casa e presi la mia bici dal garage. Percorsi il viale, dritto lungo la strada che conduceva alla mia scuola e arrivai puntualissimo come non mai. Quella volta ero preparato, o quasi. Già perché ad ogni data storica il pensiero di Cody mi tornava di nuovo alla mente e finiva col distrarmi. In ogni caso mi sentivo incredibilmente pronto e quella volta dovevo dimostrare a me stesso che ce l’avrei fatta. L’insegnante entrò puntuale, come al solito. Brenda non sembrava affatto preoccupata. Volsi lo sguardo lentamente verso il banco di Cody per la curiosità di osservare cosa stesse facendo, ma non lo trovai. Era vuoto. Mi voltai, allora, per constatare che non stesse da qualche altra parte e quando ne fui certo richiamai l’attenzione di Brenda, tirandola per la manica. «Cosa vuoi?» Mi chiese. «Non c’è» «Chi non c’è?» «Cody – feci io – non è in classe» «E allora? Avrà fatto assenza. Anche lui è un essere umano dopotutto» «Niente distrazioni stavolta, mi raccomando!» Intervenne la voce del signor Barrow davanti a me, con il solito mucchio di questionari da smistare. Mi voltai ad osservarlo in volto, quasi sorpreso. Dopo che si fu allontanato gettai uno sguardo furtivo al foglio che mi aveva appena consegnato. Ci sarei riuscito, ne ero sicuro! *** Quella verifica fu il mio secondo disastro. Avevo studiato, mi sentivo pronto, ma ebbi quello che definivo il blocco dello studente che quando colpisce non riesce più a staccarsi di dosso.


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«Blocco dello studente, eh? – mi schernì Brenda – non per fare l’avvocato del diavolo, ma ti ricordo che questa è la seconda e ultima verifica prima di Natale. Il trimestre è praticamente terminato e non avrai più possibilità di recuperare fino all’anno nuovo» Ecco, quello era il bicchiere mezzo vuoto. «Non c’è bisogno che mi faccia la morale – sbottai brusco io – ho capito» «A me sembra di no – continuò – ma che ti è preso? Sapevi della verifica. Perché non hai studiato?» «L’ho fatto! Ma è stato più forte di me» «Cosa?» «Cody! Non riesco a capacitarmi riguardo a ciò che abbiamo visto ieri e poi stamattina era addirittura assente, assente ad una verifica! Non è da lui» «Mi sa che tu stia prendendo una malattia, Justin. Infondo cosa t’importa di quello che fa Cody? Saranno pure affari suoi, non credi?» «Sì, certo, ma perché non li fa alla luce del sole, allora? Che necessità aveva di nascondersi in quel bus e di scendere subito dopo?» «Non è andato in missione segreta, è solo sceso da un autobus!» «Sarà anche così ma non mi convince affatto» «Ma è proprio questo il punto, Justin! Non deve convincere te! Anzi, non ti dovrebbe importare un fico secco della sua vita privata! Nemmeno lui si intromette nella tua!» Non le risposi. La accompagnai all’armadietto e la aspettai per tornare a casa. Forse aveva ragione. Dopotutto a me cosa poteva importare di tutto quello? Avevo già i guai miei per la testa, senza bisogno di assumerne altri. *** «Nuove coordinate X40 - Y37, settore Nord, destinazione H13» La sua voce suonò sorda nella stanza, dinanzi al grande ologramma che si alzava dal pavimento e arrivava a sfiorare il soffitto. Nella semioscurità quello strano e ambiguo personaggio muoveva le mani sottili come se stesse maneggiando un computer di ultimissima generazione, quasi come se avesse avuto timore di compiere delle mosse affrettate.


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CT8 stava di fianco a lui e slittava sulle ruote avanti e indietro per la stanza. «Renditi utile - fece l’altro, voltandosi nella direzione del robot - prendimi dell’acqua» Quello non se lo fece ripetere e scomparve nella penombra per ritornare con un grosso bicchiere di vetro. L’altro lo afferrò e si abbandonò sulla sedia girevole in pelle, dietro la scrivania. «Sono esausto, ma devo sbrigarmi» «Per quale ragione non posso venire con voi, signore?» Gettò uno sguardo furtivo verso la macchina, quindi premette un tasto del suo computer e l’ologramma svanì. «Perché non posso permettermi di perdere tempo e qualcuno deve restare qui in mia assenza» «Ma signore… Il tenente Teador… è lui che provvede a sostituirvi» «Nessuno deve sapere del mio congedo. La tua presenza qui limiterà le chiacchiere, specialmente presso quella lingua biforcuta del tenente. E poi non posso nemmeno permettermi di compiere errori come quello della volta scorsa, CT8» Il robot chinò lo sguardo proiettando un flebile fascio di luce sul pavimento scuro. «Quando partirete?» «Immediatamente» Concluse, alzandosi. Si diresse nell’angolo ed estrasse un piccolo oggetto che somigliava ad un telefono cellulare. Ne sollevò l’antenna e premette un tasto. Dopo qualche istante la sua figura si affievolì fino a scomparire del tutto. CT8 restò a fissarlo con un’aria di malinconia - assai insolita per un robot - ma per nulla sorpreso. *** «Mamma, sono tornato!» Accostai la porta d’ingresso e mi ripulii le scarpe sullo zerbino prima di entrare. La casa sembrava esattamente come l’avevo lasciata; nulla era fuori posto, anzi, probabilmente non c’era nessuno. Mi avviai verso il corridoio e quindi in cucina. Effettivamente non potevo che essere solo.


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Salii le scale e mi diressi nella mia stanza ancora con lo zaino sulle spalle. Nella camera da letto dei miei la porta era socchiusa e quasi sobbalzai ad ascoltare delle voci. Poi compresi semplicemente che mia madre era rincasata prima di me e mi tranquillizzai. Feci per stringere il pomello e spalancare la porta, ma dovetti arrestarmi. «Dobbiamo dirglielo?» «Meglio ora che tra qualche tempo. Non vorrei cambiare idea» «Io non credo sia una buona cosa… parlaci tu» «È una decisione che abbiamo preso entrambi ed è giusto che ne parliamo tutti insieme» «Sì, forse hai ragione» Allontanai la mano dal pomello e sgattaiolai in camera mia, sbattendo la porta per avvertire loro del mio arrivo. Mi distesi sul letto, confuso. Cos’è che avevano deciso di dirmi? Perché tanto mistero? Non era la prima volta che i miei genitori si chiudevano in camera a discutere di chissà quali faccende, ma ero convinto che stessero parlando di me. Attesi per una buona mezz’ora prima che mia madre mi chiamasse per il pranzo dal piano di sotto. Scesi le scale con la volontà di sapere cosa stessero dicendo e mi precipitai in cucina come un razzo tentando, tuttavia, di nascondere tutta quella mia fretta. Mio padre prese posto davanti a me, come sempre. Sembrava andasse tutto bene. Per circa un quarto d’ora nessuno disse una parola e cominciavo a credere davvero che non l’avessero fatto per tutto il tempo. Poi mia madre posò la forchetta nel piatto vuoto e prese a fissarmi. Mio padre fece altrettanto, volgendo lo sguardo nella mia direzione. Mi sentivo un idiota con tutti quegli occhi addosso. «Dobbiamo parlarti» Mi dissero. Mia madre si tirò dietro la nuca un ciuffo di capelli biondi, assumendo un’espressione preoccupata. «Vedi… – fece, con voce balbettante – non è semplice, non so proprio da dove cominciare. Tu, ecco…» «Abbiamo sbagliato ad aspettare tutti questi anni per dirtelo, Justin» Aspettare? Aspettare per cosa? «Non è facile nemmeno per noi. Quello che la mamma sta cercando di dirti è che…»


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Si interruppe, deglutendo. Restai sorpreso, confuso. «Che sta succedendo?» Domandai. «Justin – intervenne mia madre – noi… noi continueremo ad essere mamma e papà, sempre! Ricordalo!» «Cosa significa?» Ripresi, in maniera ottusa. «Non lo siamo» … Come? Restai immobile. Ebbi un attimo di sconforto, poi mi ripresi. Sembrava non fosse reale. Accennai un sorriso. «È uno scherzo, vero? – dissi – se è per la verifica…» «No, Justin – e stavolta mi apparve più seria – so che sembra assurdo, ma la colpa è nostra per non avertene parlato prima. Tuttora non posso avere figli…» «Sono stato adottato?» Non mi risposero. Sgranai gli occhi, aprendo la bocca senza dire nemmeno una parola. «Sono stato adottato?» Ripresi. Mio padre annuì. «Abbiamo tentato in tutti i modi di avere un figlio. Poi, alla fine, abbiamo deciso che fosse la decisione migliore» «La decisione migliore? Come sarebbe…» «Justin…» «Non può essere vero, andiamo…» Osservai intorno, smarrito. «È… è così…?» «È stato un nostro errore tenertelo nascosto per tredici anni… non volevamo…» «Non volevate? E io sarei stato la vostra ultima spiaggia?» «No! – mia madre mi strinse la mano, addolcendosi in volto – non ti azzardare nemmeno a pensarlo!» Io mi ritirai. «Come… come avete potuto?» «Justin, figliolo, io…»


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«Non sono tuo figlio!» Sbottai. Mio padre si portò le mani al volto, incupendosi. Mi alzai tremante. «E tu non sei mia madre! Voi… non siete… non siete nessuno!» «Justin, per piacere, smettila» «NO!» Scattai, facendo precipitare la sedia che atterrò con un tonfo. Mi allontanai lentamente e quindi uscii dalla cucina. Mi sentivo smarrito, angosciato e soprattutto deluso. Con una breve rincorsa, mi precipitai alla porta con le lacrime agli occhi, l’aprii e uscii senza nemmeno pensare a cosa stessi facendo.


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Capitolo 4

Sfrecciai come un dardo nella fredda aria autunnale in sella alla mia bici. Mi sentivo solo, abbandonato. Per la prima volta non riuscii a comprendere me stesso, né chi fossi né cosa avessi intenzione di fare. Quella fuga improvvisa appariva ai miei occhi più psicologica che fisica. In effetti: dove stavo andando? Dove cercavo di fuggire? Cosa volevo raggiungere? Le lacrime mi scendevano sulle guance finendomi sulle labbra e lasciandomi un sapore amaro in bocca. Ad un certo punto chiusi gli occhi come per scacciare definitivamente quei pensieri dalla mia testa. Non avevo mai provato una sensazione del genere. Proseguii la corsa lungo il marciapiede, accelerando nella stessa direzione che avevo imboccato qualche giorno prima, presso il parco. Infine lo vidi. Non appena cercai di rallentare, osservai la flebile figura di Cody McGraint seduto su di una panchina, con lo sguardo perso nel vuoto. Non volevo farmi vedere da lui in quelle condizioni né raccontargli avvenimenti che riguardavano solo me stesso. Ad un tratto le parole di Brenda si fecero più chiare: non dovevo intromettermi nella sua vita, non se non volevo che lui s’intromettesse nella mia! «Justin!» Mi chiamò, dall’altra parte della strada. Io restai immobile e mi asciugai velocemente gli occhi con la manica della camicia, sforzandomi di cambiare espressione. Attraversai la strada velocemente, anche se a quell’ora del pomeriggio non c’era praticamente nessuno. Cody mi salutò, sorridendo. «Cosa ci fai qui? – fece – E cos’è quella faccia?». «Niente – tagliai corto io. Dovevo trovare un nuovo argomento e subito!


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«Come mai non eri a scuola, stamattina?» Domandai. «Ho avuto dei problemi e non ho proprio trovato il tempo di venire» Non avevo alcuna intenzione di riprendere la conversazione, ma lui continuava a fissarmi con il suo sguardo ambiguo. «E i tuoi genitori non hanno detto nulla a proposito?» Ripresi, tentando di restare in argomento. «I miei… ah, i miei genitori! – sbottò sorpreso – no, erano… erano d’accordo.» Ma quanto ci fosse di vero in quelle parole proprio non riuscivo a comprenderlo. «Ma che cos’hai? Ti vedo strano» «No – feci io – è tutto apposto, solo qualche problemino, ma niente di che. Credo che me ne tornerò a casa. Facciamo la stessa strada?» «No, temo proprio di no. Ne avrò ancora per molto, ma se devi andare vai pure. Ci si vede domani a scuola» «Domani è sabato – gli feci notare io – non c’è scuola» Cody sorrise di nuovo, con espressione assente. Alle volte sembrava provenire da un altro pianeta. Attraversai nuovamente e proseguii per la mia strada. Dopo nemmeno cinquanta metri mi fermai a riflettere con me stesso, osservandomi alle spalle. Il problema dei miei passò subito in secondo piano: lo avevo in pugno! Avrei potuto scoprire cosa facesse nelle ore buche come se niente fosse… insomma, era proprio lì, davanti a me. Mi appiattii al muro e feci finta di andarmene, continuando a spiarlo. Dopo un po’ Cody si alzò, dirigendosi esattamente nella direzione opposta. Cambiai verso anch’io e presi a pedinarlo, facendo attenzione a non farmi scoprire. La curiosità mi aveva colmato in una maniera indicibile. Ero sicuro che nessuno avrebbe potuto impedirmi di scoprire ogni cosa, quella volta, e senza accorgermene, accantonai i miei problemi. Cody svoltò in un viottolo stretto, certamente non adatto al transito di veicoli. Aspettai un po’ prima di inoltrarmi a mia volta, poi mi mossi. Lo vidi scomparire lentamente verso un viale e allora affrettai il passo. Era lì, non aveva vie di scampo!


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Si trovava nuovamente in un vicolo cieco, dietro una fila di villette a schiera che davano sulla strada principale. Non poteva di certo svanire nel nulla! Si osservò alle spalle muovendo il capo con circospezione. Ad un certo punto trattenni il respiro. Lo vidi estrarre un oggetto dalla tasca. Sembrava una specie di telecomando o quantomeno un cellulare. Premette un tasto e lo vidi chiaramente starsene immobile come una statua. Le gambe mi si erano impietrite, così come il respiro che si era fatto lento e affannoso. Osservai il suo corpo perdere carattere e forma… stava svanendo completamente sotto i miei occhi! Mi diedi una spinta, quasi a costringere me stesso a muovermi. Abbandonai la bici e mi accostai a lui, tentando di afferrarlo. Sembrava non poter vedere nulla di ciò che gli accadesse attorno e lo stesso successe a me dopo che mi fui avvicinato di qualche passo. La vista mi si annebbiò completamente e tutto divenne scuro. Eravamo solo io e Cody ed entrambi potevamo vederci senza poter muovere un muscolo. In alto, sopra le nostre teste, si era aperto un vortice composto da numeri. Volteggiava velocemente girando su se stesso e dopo breve parve investirci. Scivolammo in quell’immagine confusa per qualche secondo, poi tutto si fece luminoso. Era una luce indescrivibile e intensa che certamente non riuscirei a descrivere in alcun modo. Infine mi sentii precipitare e dopo qualche istante toccai il suolo. Caddi rivolto a pancia in giù poco distante da Cody che, invece, era atterrato in piedi. Il mondo attorno a me si mostrò lentamente e lentamente assunse una forma e un colore. Quando tutto divenne più nitido, riacquistai progressivamente ogni qualità fisica. Restai con lo sguardo perso e fissare il vuoto; quindi mi sollevai. «Che accidenti ci fai qui? – Cody mi osservava con espressione visibilmente adirata – Questo non è il tuo posto!» Lo guatai intensamente, quindi mi volsi intorno. Eravamo in un bosco, o almeno così sembrava. «Dove mi trovo?» «Devi andartene da qui. Non puoi starci!» «Dove sono?»


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Continuai con insistenza. «Sei nel posto sbagliato, questo è sicuro. Tu non puoi stare… non puoi sapere… oh mio Dio!» Si mise le mani fra i capelli, quasi come se avesse compiuto qualcosa di terribile e spaventoso. «Come si chiama questo posto? Sono in una specie di videogioco? Cos’è? Realtà virtuale?» «Se te lo dicessi non mi crederesti mai. Non è affatto gioco» «Siamo a Londra? È il parco?» Cody non rispose subito. «Non ho mai visto un luogo del genere…» «È la metà di ottobre, in un punto qualsiasi del pianeta Terra» «Come?» «Così come sarà nel 2298» *** Non potei far nulla per impedirgli di azionare nuovamente il suo strano aggeggio e riportarmi nella mia realtà. Nuovamente comparvero quegli elementi che avevo avuto modo di osservare poco prima, ma in maniera invertita. Dapprincipio scorsi la luce, la quale andò ad affievolirsi; quindi dai miei piedi si innalzò un vortice di numeri che svanì distante sulla mia testa. Infine mi ritrovai in un vicolo cieco con Cody al mio fianco. Tutto accadde in pochissimi istanti, tanto che credetti fosse stato un sogno ad occhi aperti. «Ma si può sapere come…» «Non avresti dovuto vedere quello che hai visto – mi zittì Cody, severo – ti chiedo solo di non raccontarlo in giro. Ne va della mia incolumità e forse anche della tua» Raccontare cosa? «Devi spiegarmi cosa diamine ci facevamo nel… come hai detto? Che anno era?» «Non ha importanza. È probabile che un giorno ti dirò tutto, ma ora basta. Tornatene a casa e non azzardarti a seguirmi. Ci si vede la settimana prossima e mi raccomando: non una parola! Ti prenderebbero per matto»


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E detto ciò premette nuovamente quel tasto e sbiadÏ fino a scomparire, sotto i miei occhi atterriti. Era accaduto tutto cosÏ in fretta che non riuscivo a capacitarmi di nulla. Avevo davvero paura.


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Capitolo 5

I giorni che seguirono furono i peggiori della mia vita. Non starò qui ad annoiarvi spiegandovi nel dettaglio la storia della mia famiglia. Vi basti sapere che trascorsi davvero dei momenti orribili a partire da quella sera, quando tornai a casa e rividi nuovamente quelle facce, stavolta spaventate. Non mi sentivo nemmeno più figlio loro. L’unica persona che avevo messo a conoscenza della mia storia era stata Brenda. A lei raccontavo praticamente ogni cosa di me e forse anche perché il rapporto che si era instaurato tra di noi somigliava più ad un legame fraterno che ad una semplice amicizia, o magari ancora a qualcosa di più. Le sue parole non servirono di certo a farmi star meglio, ma furono di conforto, questo è fuor di dubbio. Perché non me l’hanno detto prima? Perché doveva… doveva succede a me?! Queste erano le domande che le ponevo e lei tentava di rispondere nei più svariati modi possibili, ma allo stesso tempo riusciva a farmi capire che non avrei potuto praticamente farci nulla. Era quella la realtà… perché non accettarla? Alla mensa, due giorni prima di Halloween, me ne restai seduto con lo sguardo perso ad osservare la sala con le cuffie nelle orecchie. A differenza di quanto mi aveva assicurato, Cody non si era fatto vivo né il lunedì successivo né il giorno seguente. Più e più volte fui tentato di dire tutto a Brenda. La voglia di spiegarle praticamente ogni cosa era fortissima, ma mi tratteneva un po’ la mia convinzione di fare la figura dello stupido, un po’ quella specie di promessa che avevo stretto. Fatto sta che non riuscivo a capacitarmi circa quanto mi era stato detto. Viaggiare nel tempo è un’assurdità, una vera scemenza. Come si può pensare che qualcuno se ne vada a zonzo nelle epoche passate o future, andiamo…


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Infondo io cosa avevo visto? Dei numeri, della luce… sarebbe potuta essere realtà virtuale, proprio come avevo ipotizzato. Inutile dire che questa autoconvinzione nei confronti di me stesso non contribuì affatto a farmi cambiare idea. Nonostante ciò, più il tempo passava, più mi convincevo della sensazione di dover liberarmi da quei dubbi, anche perché Cody non si faceva vedere da una settimana o forse più. Quando mi convinsi a parlare, fu di nuovo lì, in classe, seduto al solito banco. Non appena entrai in aula mi scambiò un’occhiata di fuoco come se avesse voluto dire non azzardarti a fare quello che stai pensando e io non avevo più alcuna intenzione di farlo. Mi sedetti accanto a Brenda che parve accorgersi della mia espressione. «Cos’hai? – mi domandò – è ancora per i tuoi genitori?» «No – le risposi – stai tranquilla» Il signor Barrow manteneva il capo chino sull’elenco degli alunni mentre segnava delle annotazioni con la penna. Al suo fianco vi era una pila di fogli, certamente i nostri compiti. Quando si furono tutti sistemati, alzò lo sguardo e ci squadrò con i suoi occhietti indagatori. «Le verifiche sono andate decisamente meglio rispetto all’ultima volta – annunciò – mi dispiace che McGraint non abbia partecipato al nostro secondo questionario, ma con la valutazione ottenuta dal primo non credo sia un reato fare ciò che ha fatto. Ve lo segnalo per risparmiarvi commenti superflui circa i metodi di insegnamento» Effettivamente alcuni avevano cominciato a scambiarsi delle opinioni sul fatto che non fosse giusto eseguire due verifiche contro la sola di Cody, ma a me non importava. Ero felice. Finalmente un compito andato bene. Mi sentivo soddisfatto. «Ovviamente – riprese il signor Barrow – c’è l’eccezione che conferma la regola, come sempre. Ho detto che i compiti sono stati curati e dettagliati, tutti eccetto quello del signor Dave» Tombola! Naturalmente dovevo essere sempre io quello “diverso” o meglio, “l’eccezione che conferma la regola”. «Justin – riprese – desidero parlare con sua madre. Se continua di questo passo per tutto il secondo trimestre rischia di ripetere l’anno, confido che lei lo sappia»


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Io annuii confuso. Mia madre? Dopo l’inferno che si era scatenato a casa mia dovevo anche far andare mia madre a scuola a discutere con l’insegnante circa il mio rendimento scolastico? Improvvisamente un foglietto accartocciato mi sfiorò i capelli e andò a precipitare sul banco. Mi voltai aggrottando le sopracciglia e vidi Cody cercare di attirare la mia attenzione con un gesto della mano. «Dopo la lezione – mi sussurrò – vieni in palestra!» Brenda lo sentì a sua volta. Io acconsentii e mi voltai nuovamente. Feci come mi aveva richiesto. Cercai in tutti i modi di tenere Brenda alla larga ma sembrava avesse compreso le mie intenzioni e mi stette appiccicata per tutto il tempo. I corridoi erano come sempre pieni zeppi di gente. Scesi le scale con disinvoltura per non dare nell’occhio: non era consentito recarsi in palestra dopo la fine delle lezioni, o senza l’accompagnamento di un professore, ma cercai di essere il più sciolto possibile. Trovai Cody poggiato con le spalle alla parete degli spogliatoi. «E lei che ci fa qui?» Mi domandò, appena vide Brenda comparire al mio fianco. «Non chiedermelo. Non sono riuscito a staccarmela di dosso» Cody scosse la testa. «Che c’è? Hai vergogna di una ragazza?» Gli domandò Brenda, inarcando le sopracciglia. «Non le avrai detto…» «Tranquillo – feci io – non sono così idiota» «Mi dispiace, ma dovrai cercarti un altro posto. Si tratta di una questione di una certa importanza» «Un altro posto? Scusate, ma siete voi che state negli spogliatoi delle ragazze. Io dovevo semplicemente andare in palestra» Quindi si volse nella mia direzione, dopo aver constatato la nostra impassibilità. «E poi cosa ci sarebbe di così misterioso?» Cody le scambiò un’occhiata intrigante, quindi aggrottò le sopracciglia. «Non sono una stupida – riprese – ti ho visto quel giorno, sull’autobus. Ero anch’io con Justin» «Che… che significa…? – fece Cody, spaventato – ma allora sai…» «No! – feci io per difendere la mia posizione – non sa niente di…»


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«Certo che lo so e faresti meglio a sbrigarti con questa tua dimostrazione. L’orario di lezione e passato da un pezzo» Ma com’era possibile? Ero io l’imbecille o c’era dell’altro? Ragionati un istante. Ovviamente Brenda non sapeva assolutamente niente. Solo dopo compresi che non si trattava altro che di strategie femminili anche piuttosto banali. Eppure io e Cody ci cascammo in pieno. Il ragazzo frugò nel suo zaino ed estrasse un telecomando con sopra un piccolo schermo. Stavolta l’oggetto era differente da quello adoperato per il suo “viaggio nel tempo”. Era di dimensioni modeste e di un colore metallizzato e scuro. «Che cos’è?» Domandai io. «È un proiettore – mi rispose – immagazzina immagini e le riproduce in tre dimensioni. Riesce anche a coordinare parola e movimenti semplicemente riproducendo file vocali. Un aggeggio di nuova progettazione, molto utile per la tua situazione» «La mia situazione?» «Ti faccio vedere come funziona» Pigiò un tasto. Il piccolo schermo si illuminò e comparvero diverse immagini. Cody selezionò quella di un cane e spinse un altro pulsante. Dal bordo del telecomando si sprigionò una luce azzurrina che colpì un punto qualsiasi del pavimento. Non appena si dissolse, al suo posto era comparso un animale estremamente reale. «Ma quello… – feci io, atterrito – quello è il cane dell’altro giorno al parco! Ma allora sei stato…» «Ok, lo ammetto, è colpa mia e forse non avrei nemmeno dovuto, ma dopotutto tu avresti fatto lo stesso, no?» Restai per un attimo sovrappensiero. Brenda restò a fissare quel cane che mostrava i denti e faceva colare della bava biancastra sulle sue zampe, quasi come se fosse stato un animale vero. «Ovviamente non lo puoi toccare. Non ha sostanza. Avrai come la sensazione di sfiorare un fantasma. Per tale ragione ho provveduto a farlo fuggire non appena hai tentato di accarezzarlo. È perfettamente innocuo, ma strategie simili, spesso, tirano fuori dai guai» Osservai l’ologramma con ammirazione. «Cosa dovrei fare esattamente?» «Oh, devi solo cercare di immortalare tua madre in una posizione qualsiasi. Deve essere una ripresa frontale, poi sarà il computer ad estrapo-


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lare i dati. Mi serve anche un file vocale, quindi falle dire qualcosa. Come risultato all’incontro con il signor Barrow ci andrà una perfetta riproduzione dell’originale!» Io sorrisi tanto da mostrare i denti. «Figo!» Gridai. Brenda sembrava quasi scandalizzata. Si volse verso di lui con espressione severa. «Chi o cosa sei?» Domandò, aggrottando le sopracciglia tanto da ridurre gli occhi a due fessure. «Come?» «Mi hai sentito – riprese con veemenza – non esistono oggetti del genere e non dirmi che è di tua fabbricazione perché non ci credo né ci crederò mai. Chi sei tu?» Cody comprese all’istante che le affermazioni precedenti della ragazza erano semplicemente campate in aria e non avevano alcun fondamento. «Ma allora ci hai presi in giro – sbottò – non è vero che sai…» «No, non so niente, quindi faresti meglio a spiegarmelo al più presto. Dove hai rubato quel coso?» Ci volle un po’ per convincerla del fatto che quel coso non era stato affatto rubato. In effetti la storia appariva stramba e bizzarra perfino a me che l’avevo vissuta in prima persona, ma non me la sentivo di smentire nulla, anche quando Cody, con voce smorzata da un timore che non riuscivo a comprendere, affermò di poter essere libero di viaggiare nel tempo, fino all’anno 2298. «Tu sei fuori di testa!» A quanto pareva Brenda la pensava come me, o quasi. A quel punto fui costretto ad intervenire ma la spiegazione non parve sollevarla, anzi, la sconvolse ancora di più. Ci prese per matti, ma non le davo torto. Improvvisamente si udì qualcosa precipitare dalle scale che conducevano alla palestra e il tonfo ci costrinse a voltarci. «Accidenti!» Esclamò una voce. Era un ragazzo. «Cos’è successo?»


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Domandò Cody. Mi sporsi appena in tempo per osservare un ragazzotto della mia stessa età prendere una rincorsa velocissima verso il corridoio. Naturalmente non era una nuova conoscenza. «Bill – feci io, con rabbia – e chi altri poteva mettersi a spiare sennò?» Cody si sbiancò per la paura e infilò il suo telecomando nella tasca dei jeans. «Secondo voi ci ha sentiti?» Io non mi appellai. Brenda scosse la testa, più per rassicurarlo che per trasmettergli una certezza. Restammo lì ancora per qualche tempo, poi ci decidemmo ad uscire e ognuno proseguì per la sua strada. Ero convinto che si fosse fatta un’idea alquanto bizzarra di noi.


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Capitolo 6

I suoi passi risuonavano sordi sul pavimento metallico. Oltre la grande vetrata del palazzo infuriava un temporale come se ne erano visti pochi in quei giorni. Lo strano personaggio se ne stava con le mani poggiate sui braccioli della sedia in pelle a fissare il vuoto. CT8 gli comparve dinanzi, allungando il collo meccanico fino a raggiungere la sua altezza. «Cosa avete, signore? Qualcosa non va?» «Tutto non va! – rispose – siamo stati scoperti. Chissà per quanto tempo riusciremo a tenere celati i nostri piani di azione. Non so perché, ma non riesco a controllare del tutto la mia mente quando…» «Avete bisogno di riposo, signore. Non potete permettervi di stressarvi in questo modo» «È l’hacker! Sta cancellando tutta la memoria dei computer principali dell’Organizzazione. Se anche il computer centrale dovesse essere infettato non so proprio come potremmo coordinare le nostre amministrazioni. Dobbiamo stanare quel pirata informatico e catturarlo prima che sia troppo tardi!» «Signore, mi spiegate il motivo dei viaggi che fate? A che scopo indagare sull’informatica di tre secoli or sono?» Quello lo fissò con espressione sorpresa. «A che scopo, dici? La Storia non l’ho fatta io. Saprai benissimo che dopo gli esperimenti sulle particelle tenuti dagli scienziati terrestri a Ginevra, la tecnologia del passato si è evoluta in maniera inconcepibile per quei tempi. I computer che furono realizzati allora hanno tutti un difetto, quello di registrare ogni singolo dato, avvenimento, file o quant’altro per semplice archiviazione. I computer moderni hanno poca memoria per permettere di catalogare sistematicamente dei dati. Non è possibile avere moderne tecnologie e molto spazio libero in RAM» «Continuo a non capire, signore»


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«Tutti i dati che vengono trasmessi attualmente, qualsiasi tipo di informazione informatica, viaggia attraverso la rete prima di giungere a destinazione in un altro computer. In altre parole, l’hacker deve inviare i virus per cancellare la memoria di un elaboratore elettronico e per giungere a destinazione, questi virus si muovono. La rete, però, non è collegata allo Spazio Tempo. I miei calcoli hanno confermato che se qualcuno inviasse un virus da qualsiasi parte della Galassia, il suo segnale verrebbe registrato da tutti i computer esistenti o… esistiti. Questo per l’annullamento del tempo nella rete – l’individuo sembrò riprendere fiato – come ti ho detto, i computer del duemila hanno la caratteristica di memorizzare i dati e non di segnalarli semplicemente per poi far perdere ogni traccia di essi come per gli elaboratori odierni. Basterà che l’hacker invii un virus nel mentre in cui sia impegnato con uno di questi miei viaggi. Allora sarà un giochetto coglierlo, memorizzarlo e scoprirne la posizione. E ti giuro che quell’individuo, chiunque sia, dovrà fare i conti con me!» *** Per la prima volta da quando erano cominciati tutti i miei problemi, mi sentivo felice. Cody aveva avuto davvero un’idea strabiliante nonostante tutte le puntualizzazioni di Brenda. Mi sedetti davanti al PC e accesi il monitor. Dovetti attendere un po’ prima di procedere. Sarebbe bastato aspettare che mia madre fosse entrata in camera, poi avrei provveduto ad accendere la webcam e a registrare qualcosa. Non avrei dovuto essere accurato: bastava anche una registrazione veloce, benché l’audio si ascoltasse in maniera dettagliata. Già, avrei dovuto aspettare mia madre… Non so voi, ma la mia stanza è sempre un caos perpetuo. Non per questo mi definisco un disordinato. So che può sembrare un controsenso, ma nel disordine, quando sono io a produrlo, mi ci trovo bene. So perfettamente dove trovare le mie cose mentre non appena qualcuno si azzarda a riordinare, mi ritrovo smarrito. Il difficile era spiegarlo ai miei. Quel giorno non mi sentivo particolarmente in vena di attaccare un dibattito e dal canto mio non vedevo l’ora che entrasse.


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Non appena spalancò la porta e avanzò nella direzione del letto per sgombrarlo da tutte quelle scartoffie che avevo lasciato, accesi la webcam e mi feci da parte. Stette in camera per diverso tempo ma non disse una parola. “Che le prende?” Pensai. “Di solito sbraita e comincia a minacciare rimproveri di tutti i tipi alla vista del disordine” e invece in quel momento non aveva fatto altro che starsene zitta senza dire nemmeno una parola. Dovevo trovare il modo di farla parlare... cosa potevo domandarle? «Che hai fatto stamattina?» «Come?» Da quando era accaduto sembrava un’altra persona. Quasi aveva timore di rivolgermi la parola. «Ti sei divertita al lavoro?» «Non dire sciocchezze. Quando mai qualcuno si diverte al lavoro, Justin? Tu, piuttosto, come è andata a scuola?» «Abbastanza bene» «E quel compito di Storia? Come è andata la verifica?» «Non lo so di preciso – mentii – l’insegnante ancora deve darci una valutazione» Non rispose, né mi pose altre domande. Mi arrossai in volto. «La prossima volta la tua stanza resta in disordine – fece, riacquistando fermezza – impara anche a tener cura di ciò che ti appartiene. Ah, prima che mi passi di mente… ho un appuntamento con una mia amica stasera e quindi non ci sarò per cena. Ti ho lasciato qualcosa nel forno» «Va bene» Tagliai corto io vedendola avviarsi alla porta. Non appena la richiuse alle sue spalle trassi un sospiro di sollievo. La conversazione era stata sbrigativa e anche un po’ sciocca ma in fin dei conti ero riuscito a riprenderla. Riavvolsi il video e verificai che tutto fosse andato per il verso giusto. L’indomani mattina portai con me a scuola la registrazione che avevo salvato su un cd. Non avevo idea delle operazioni da svolgere per immettere i dati in quella specie di telecomando che aveva Cody, ma infondo era lui il genio della situazione, no?


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Ci incontrammo nella sala computer, ovviamente di nascosto agli altri. Brenda aveva insistito nel venire con noi e aveva provveduto a richiudere la porta a chiave per non dare nell’occhio. Cody collegò quello strano aggeggio al computer e copiò il file della registrazione. Dopo aver salvato tutto, staccò i fili e si mise a spingere dei tasti direttamente sul telecomando. Quando ebbe finito rivolse a me e a Brenda un’espressione entusiasta. «Fatto!» Annunciò. «Dai, facci vedere!» Intervenni io. Brenda sembrava poco convinta. Cody spinse un tasto e si proiettò la stessa luce azzurrina del giorno precedente. Quando essa si dissolse mi comparve di fronte mia madre. Sembrava così reale che mi fece sobbalzare. «Fantastico!» Esclamai. Anche Brenda accennò un sorriso, visibilmente ammirata. «Puoi farle dire qualcosa?» «Posso farle dire quello che voglio… salvo complicazioni» «Complicazioni?» «Tranquillo, è praticamente impossibile sbagliarsi! Nel caso in cui non riesca ad inserire una frase posso farle dire ciò che ha già detto a te nella realtà, quando l’hai ripresa con la webcam. Non c’è niente di cui preoccuparsi» Cody premette nuovamente un tasto e l’ologramma mosse le labbra. «Spero per te che questa verifica sia andata bene!» Disse, imitando perfettamente il tono della sua voce. Anche in quel caso ebbi una strana sensazione. *** L’orario delle lezioni era trascorso da un pezzo quando il signor Barrow e mia madre si incontrarono. Ero nascosto assieme a Brenda e a Cody, che stringeva il telecomando, dietro la parete del corridoio. McGraint sembrava conoscere il fatto suo, sicché non lo pressai e lo lasciai fare. Vidi mia madre presentarsi al mio insegnante, ma quando quello fece per stringerle la mano, mi ricordai che non avrebbe mai potuto eseguire realmente quell’azione, quindi incitai Cody a farle cominciare la conversazione.


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«Perché mi ha fatto chiamare, professore?» Disse l’ologramma. L’altro ritirò il braccio. «Vede signora Dave, è da qualche tempo che suo figlio riporta un mediocre profitto scolastico. L’ultima verifica è stata un disastro, pertanto ho fatto ripetere il compito alla classe, ma i risultati sono stati gli stessi, almeno per lui» «Capisco. Provvederò io stessa a dirgliene quattro. Niente videogiochi per un mese!» Io pestai il piede a Cody. «Ti sembra una frase credibile detta a un insegnante?» Gli chiesi, sussurrando. «Non mi veniva in mente niente!» «Signora, capisco il suo punto di vista – riprese Barrow – ma credo che in questi casi sia più doveroso far comprendere all’allievo la necessità di impegnarsi a scuola piuttosto che proibirgli uno svago» «La prossima volta la tua stanza resta in disordine!» L’ologramma puntò il dito e il signor Barrow fissò mia madre con aria ambigua, quasi ottusa. Volevo morire! Cody cominciò a sudare freddo. «Che sta succedendo?» Domandai con un filo di voce. «Non lo so… si è inceppato! Non era mai successo prima!» «Scusi signora, temo di non capire» «Nulla, davvero… non ci faccia caso» Si corresse, per mia fortuna. «Tornando alla verifica, come le ho detto…» «E quel compito di Storia? Come è andata la verifica?» L’insegnante si aggiustò gli occhiali sul naso. «Stavo per dirglielo, signora, il compito è stato…» «Ho un appuntamento con una mia amica stasera e quindi non ci sarò per cena» “Uccidetemi!” Pensai. «Signora… sicura di sentirsi bene? Posso portarle qualcosa…» «Sto benissimo, grazie. Ti ho lasciato qualcosa nel forno» «Nel forno, signora?» Strappai di mano il telecomando a Cody, con foga. Dovevo fare qualcosa, ma finii col premere dei tasti a caso.


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«Ho detto forno? Oh, mi sarò confusa. Sa’, alle volte lo stress giornaliero, il lavoro…» «Ecco, credo proprio che sia il lavoro. Succede anche a me, purtroppo. Bé fortunatamente insegnare è stata una mia passione da ragazzino. Mi ci diverto quasi» «Non dire sciocchezze. Quando mai qualcuno si diverte al lavoro?» Il signor Barrow le scambiò un’occhiata perplessa. Brenda stava scoppiando dalle risate ma cercava di non farsi sentire. Io ero pallido come un fantasma e Cody sembrava essersi arrossato per la vergogna. *** Quella fu la più grande umiliazione della mia vita! Per l’ennesima volta Brenda aveva avuto ragione – cosa che mi fece notare a più riprese il giorno stesso – Ma com’era possibile? Come facevo ad essere così sfortunato? A dir la verità l’umiliazione era stata di mia madre, ma con quale faccia si sarebbe presentata alle prossime riunioni? Avrei voluto trovare Cody e strangolarlo, ma lui continuava a dire che non era stata colpa sua ciò che era successo. Benché mi aggrappassi sugli specchi per cercare di affermare il contrario, a mia volta fui costretto a dargli ragione. Dopotutto quel telecomando era un aggeggio meccanico e come tutte le cose meccaniche, prima o poi, aveva finito col rompersi. Nel mio caso si era rotto nel posto sbagliato al momento sbagliato. D’altra parte quell’avvenimento segnò la fine del Cody estraneo e l’inizio della nostra amicizia. Brenda ed io divenimmo gli unici suoi amici in tutta la scuola. Ci frequentavamo spesso e discutevamo del più e del meno. Contrariamente a quanto ci eravamo aspettati, Bill non fece nulla per metterci i bastoni tra le ruote. Magari non aveva neppure compreso l’oggetto di quella discussione in palestra qualche tempo prima. Brenda, tuttavia, sembrava ancora stentare a credere nella veridicità delle affermazioni di Cody. Ma, insomma… come si poteva anche solo pensare di provenire da un’altra realtà, da un futuro lontano…? Era semplicemente assurdo, inverosimile, pazzesco!


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Quando proprio non ne potemmo più, ci decidemmo a rivolgergli tutte le domande possibili e immaginabili. «2298 dici, eh?» Gli domandò Brenda, inarcando le sopracciglia. Cody annuì. «Come ti aspetti che noi ti crediamo?» Riprese. Quello sorrise. «Non me lo aspetto, infatti. Non sono stato io a costringervi ad indagare sulla mia persona e la necessità di spiegarvi la mia posizione si è rivelata qualche giorno fa e anche in quel caso siete stati voi a volerla scoprire a tutti i costi. Io non devo dimostrare niente a nessuno» Brenda non diede peso a quelle parole, ma io ero curioso di scoprire qualcosa, sicché intervenni. «E cosa accadrà in quest’arco di tempo? – domandai – cioè… tra noi e il 2298…» Ero sempre l’elemento chiave delle situazioni. Ci avevo creduto con molta superficialità e morivo dalla voglia di saperne di più. «In che senso, scusa?» «Ci saranno guerre? Chi sarà il nuovo presidente americano? Dove…» «No, aspetta, aspetta un attimo – mi interruppe con un gesto della mano – non posso sapere ogni cosa per filo e per segno. Dopotutto siamo nel 2008 e il 2008 per me è storia, storia antica di due secoli e mezzo! Stranamente la vita scolastica non è affatto mutata da allora» «E le guerre? – insistei – cosa puoi dirci al riguardo?» Cody restò per un istante sovrappensiero. «Quelle ci sono sempre state e sempre ci saranno. Intorno al 2100 accadrà il più grande conflitto, quello in cui…» «Cosa? – intervenne Brenda – la terza guerra mondiale? Ma fammi il piacere…» «No. Non ci sarà una terza guerra mondiale, ma un conflitto planetario certamente. Nel 2012 l’umanità verrà a conoscenza dell’esistenza di altre forme di vita nel cosmo e nel 2100 o giù di lì ci sarà il primo conflitto interplanetario. Tutti gli Stati del mondo si coalizzeranno contro un nemico comune e riusciranno anche a vincere se è questo che volete sapere. L’unico problema è che il pianeta Terra muterà completamente la propria politica e il proprio assetto» «Cioè? Cosa accadrà?»


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Cody si appoggiò con le spalle alla parete bianca. Brenda giocherellava con la matita, alzando gli occhi al cielo. «I governi del mondo cesseranno di esistere. Nel 2118 verrà firmato un trattato a Washington, subito dopo la guerra. Esso designerà la nascita di un unico ente politico e amministrativo a livello galattico: l’Organizzazione Planetaria» «Oh - Oooh!» Lo schernì Brenda, con espressione seria. «L’Organizzazione Planetaria? – ripresi io, distrattamente – cosa significa?» «Si tratta di una forma di governo un po’ atipica in questo presente. Tutta la Galassia dipenderà dalle decisioni di questa specie di Parlamento alla cui sovrintendenza verrà posto un capo. Solitamente l’identità di uomini così importanti vengono tenute segrete per evitare colpi di stato o attentati…» «E come hai fatto a venire qui? Perché sei…» «La macchina del tempo sarà una cosa scontata nel 2298 anche se i viaggi dovranno essere documentati per evitare distorsioni temporali o fraintendimenti. Sono qui con uno scopo, questo posso dirlo. Si tratta di un computer…» «Ho già sentito una storia simile qualche tempo fa, in Internet – intervenne Brenda – Il ragazzo venuto dal futuro o qualcosa del genere. Se non sbaglio ci hanno fatto anche un cartone animato o un film. Non ti sembra di esagerare? Ok, sei un ragazzo intelligente e sveglio… anche un po’ strano se me lo permetti, ma dire di provenire dal futuro… questa è follia!» «Follia? C’è chi dice che di folli e follie è pieno il mondo, potrei essere uno dei tanti. – quindi assunse un’espressione divertita – Ma se questa tua ostilità nei miei confronti è data dal semplice fatto di volermi mettere alla prova… chissà, forse potrei anche assecondarti» «Io non sto mettendo alla prova nessuno!» «Facciamo domani alle sei di sera ai Giardini di Kensington. Ci vediamo al monumento di Speke, ok?»


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Capitolo 7

La mia vita familiare era notevolmente peggiorata da quando era successo tutto quello. Mi sentivo costantemente nervoso e avverso nei confronti di tutti. Quante volte avrei voluto gridare e lasciare che qualcuno ascoltasse quel mio sfogo per liberarmi da chissà quale peso insostenibile, e invece… niente. Mi sentivo come chiuso in una gabbia. Già, così erano diventate le pareti domestiche, una gabbia! Non ce la facevo proprio più! Ero sul punto di esplodere! Quel pomeriggio mi rigirai nel letto più volte, con la mente altrove. Volevo davvero scoprire cosa avesse da mostrarci Cody, ma allo stesso tempo avrei tanto voluto soffermarmi a riflettere su altre faccende. E pensare che sarebbe potuto essere il momento più lieto e felice della mia vita… Quando mi decisi, mi infilai le scarpe da ginnastica e scesi al piano di sotto. Avvertii mia madre che sarei uscito senza soffermarmi troppo sul come o sul perché. Presi il giubbotto, lo indossai e chiusi la porta d’ingresso alle mie spalle. Avrei dovuto raggiungere l’altra parte della città, quindi il mio primo pensiero fu quello di prendere la bici. Non sapevo per quanto tempo sarei stato via, non avevo idea nemmeno della “dimostrazione” che avesse voluto proporci Cody. L’aria era fredda ma il cielo sereno. Il sole quasi del tutto tramontato, brillava in alto, oltre cirri sfumati che si perdevano all’orizzonte. Era una giornata decisamente invernale ma senza neve. Percorsi il viale lentamente: mi ci voleva sempre un po’ per scaldarmi e mettermi in moto. Non appena fui sulla strada, svoltai oltre l’incrocio e proseguii dritto, percorrendo la solita via. Fu allora che me lo ritrovai davanti, come al solito pronto a rompermi le uova nel paniere.


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Bill stava assieme al suo fedele amico, un certo Mike Spencer, su una bici dinanzi a me e mi fissava con sguardo minaccioso. Ero certo che non fosse stato un caso. Ci aveva spiati quel giorno e aveva atteso solo il momento opportuno per seguirci e sventare i nostri piani. Eppure suonava strano: noi che eravamo i diretti interessati stentavamo a crederci e lui che non c’entrava un bel niente era pronto per seguirci chissà dove. Accennò un sorriso sul suo volto lentigginoso e mi si accostò lentamente. «Pronto per il viaggetto con l’amichetto stupido?» Mi disse ghignando. Io inarcai le sopracciglia. «Cosa stai blaterando stavolta, Bill?» «So tutto di te e quello nuovo, come si chiama… McGraint, giusto? – sorrise assieme al suo amico – siete due sfigati!» «Qui l’unico sfigato sei tu, credimi. E ora fatti da parte» «Vuoi correre, Justin? Non ci metto niente a prenderti!» «Smettila di fare lo stupido e tornatene a casa!» Mi rimisi in sella, dandomi una spinta, forte. Lo superai e lui nemmeno se ne accorse. Dopo qualche istante me lo ritrovai alle calcagna seguito da Mike. «Non penserai di farla franca, vero? Te lo dico io dove finirai con quel tuo amichetto… in un bell’ospedale psichiatrico!» Non potevo dargli tutti i torti, ma non avevo certo l’intenzione d’incoraggiarlo! Proseguii cercando di aumentare la velocità delle mie gambe, ma più acceleravo più Bill faceva altrettanto. Dopo qualche minuto di inseguimento vidi finalmente l’entrata del parco. Senza nemmeno osservare in giro per tentare di scorgere Cody o quanto meno Brenda, mi inoltrai tra gli alberi, proseguendo per diversi metri. Per un istante credetti di averlo perso di vista e mi rallegrai. Tornai ad osservare dinanzi a me e riuscii a frenare poco prima di schiantarmi contro un pino. Cody era al mio fianco e mi scrutava con le sopracciglia inarcate. «Perché corri in questo modo?» Fece una voce alle mie spalle. Era Brenda.


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«Quell’idiota di Bill – feci io – è assieme a Mike Spencer e mi sta inseguendo. Credo di averlo seminato» Scesi dalla bici. Ci trovavamo nel bel mezzo di una piccola radura nel parco. Sembrava stessimo ben distanti da occhi indiscreti e Cody infilò la mano nella tasca dei pantaloni, estraendo lo stesso telecomando che gli aveva consentito di sparire, qualche giorno prima. «Justin ha già fatto quest’esperienza – spiegò a Brenda – effettivamente non mi è permesso condurre persone in altre epoche, ma credo si possa fare un’eccezione, almeno per qualche istante, giusto per farvi rendere conto» “Altre epoche…” bisbigliò scettica la ragazza, ma la ignorammo. Cody spinse il tasto. Si udì una leggera vibrazione, poi più nulla. Il corpo del ragazzo stava cominciando a sbiadire e così pure il mio e quello di Brenda. Chiusi gli occhi per lo spavento e mi sentii afferrare alle spalle. Scorsi Bill e lo udii emettere un gemito mentre Mike lo osservava atterrito poco distante. La ragazza assunse un’espressione sconvolta mentre Cody era già svanito nel nulla per poter dire o fare una qualsiasi cosa. Fui investito dalla stessa spirale di numeri che avevo avuto modo di osservare al tempo della mia prima esperienza del genere. Avrei voluto gridare, ma i muscoli mi si erano come immobilizzati e dalla mia bocca non uscì alcun suono. Quando la spirale scomparve sotto di noi e il paesaggio si illuminò di una luce indescrivibile, riuscii finalmente a mormorare frasi confuse. Infine tutto divenne nitido. Atterrammo gli uni sugli altri in un grande prato verde. Aprii gli occhi e diedi una spinta a Bill con veemenza. Quello mi fissò con espressione vuota. Gli ci volle un po’ per riprendersi, quindi cominciò a fissare me e Cody allo stesso tempo. «Cosa è successo? – mormorò – dove… dove siamo?» «Sei un perfetto idiota! – feci io – ma cosa ti è saltato in mente?!» Cody si portò davanti al volto il telecomando che aveva adoperato per il viaggio. Sembrava non avesse attutito l’urto in quanto fuoriuscivano alcuni meccanismi dei quali ignoravo completamente la funzione. «Fine della corsa – sbottò con calma apparente – per tutti»


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«Che intendi dire?» Intervenne Brenda quasi balbettando. «Il telecomando si è rotto nella caduta. Mi ci vorrà un po’ per ripararlo; dovremmo arrangiarci nel frattempo – quindi si rivolse a Bill – sei stato tu a voler venire, quindi ne subirai le conseguenze» «Venire dove?» Lo ignorammo. Cody mi sembrava rilassato. L’ultima volta pareva fosse accaduta una tragedia e invece in quel momento se ne stava fermo senza battere ciglio, quasi soddisfatto di se stesso. «Cosa facciamo?» Domandai io senza distogliere lo sguardo dal volto stupito e allo stesso tempo atterrito di Bill. «Ci conviene proseguire. Non possiamo restare qui in eterno» «Dove siamo?» Domandò Brenda osservando intorno. «Ho impostato le coordinate di Washington DC. Un giorno qualsiasi del novembre dell’anno 2298» Bill deglutì. *** Il paesaggio che di lì a breve si presentò dinanzi ai nostri occhi aveva dell’incredibile. Quell’enorme giardino terminò di botto lasciando spazio ad una veduta completamente vuota. Mi fermai appena in tempo per osservare in basso cosa stesse verificandosi. Ci trovavamo sul terrazzo di un imponente grattacielo. Sotto di noi, l’edificio si protendeva per parecchi metri, tanto che le persone che camminavano in strada sembravano delle formiche, come viste da un aeroplano in volo. «Ma è un palazzo!» Constatai io a gran voce. «Siamo nel quartier generale del centro viaggi crono spaziali» Spiegò Cody. «Il crono… che?» Bill aveva assunto un’aria palesemente interrogativa. Cody non indugiò sulle sue parole.


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«Statemi vicino. Ci sono cose in questo presente che non potete nemmeno immaginare». E aveva ragione. Improvvisamente mi sentii smarrito. Quella terrazza era enorme e dinanzi a noi stava una specie di entrata, una porta scorrevole come quella dei centri commerciali, con un’ampia vetrata a specchio sormontata dalla sigla CVCS, stante forse per Centro Viaggi Crono Spaziali, come ci aveva spiegato Cody poco prima. Accedemmo in un atrio avente le pareti completamente metalliche. Sembrava fossimo entrati in un’astronave, o qualcosa di simile. L’interno del palazzo, o almeno quel piano, pareva completamente vuoto. «Come mai non c’è nessuno?» Domandai io. Cody continuò a camminare senza voltarsi. «Questo è il punto di arrivo dei viaggiatori temporali – mi rispose freddamente – vedi viaggiatori?» Scossi la testa senza rispondergli. «Dov’è che stiamo andando di preciso?» «Vi ho promesso di provare la veridicità delle mie affermazioni e lo farò» E detto questo sollevò una leva sporgente dalla parete e indietreggiò di qualche passo. Le mura si spalancarono lentamente rivelando un immenso hangar con al centro quello che sembrava a tutti gli effetti un disco volante. «Vi porto al quartier generale dell’Organizzazione Planetaria» Concluse, osservando le nostre facce stupite.


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Capitolo 8

Il soffitto dell’hangar si aprì in due parti consentendoci la vista di un cielo colorato di un azzurro intenso. L’aeromobile si sollevò lentamente producendo una vibrazione silenziosa e rilasciando del fumo scuro che andò a riempire completamente il luogo. L’interno era piuttosto ampio e Cody si era messo ai comandi. Vi era più di un computer a bordo e anche dei congegni che non riuscii affatto ad identificare. Oltre il banco di guida una grande vetrata permetteva una vista ampia quasi in tutte le direzioni. Brenda stava osservando intorno cercando di scoprire le funzionalità dei diversi oggetti mentre Bill restava fermo, quasi atterrito. L’aeromobile si sollevò di qualche metro e nemmeno ce ne accorgemmo. Quando il soffitto dell’hangar si fu spalancato del tutto, Cody aumentò la velocità. «Reggetevi forte!» Gridò, azionando una leva. Cercai un qualsiasi appiglio per tenermi, ma non riuscii a trovarlo, sicché nel mentre in cui ci sollevammo di qualche altro metro, la velocità improvvisa mi costrinse a schiacciarmi contro il pavimento. Non appena fummo abbastanza alti, il velivolo si arrestò e restammo sospesi in aria per qualche istante. «Come hai fatto ad avere la licenza per pilotare oggetti simili alla tua età?» Domandò Brenda, inarcando un sopracciglio. Cody premette altri tasti e si voltò. «Il mondo cambia in due secoli e mezzo – disse – ma non è questo il punto. Non a tutti è consentito pilotare aeromobili del genere. Ci avete fatto caso a quello?» Alzò il braccio puntando il dito verso uno strano disegno che si trovava sull’entrata della sala comandi.


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Raffigurava quello che identificai come Saturno, con i suoi anelli e lo Spazio che lo circondava. Era racchiuso in un cerchio azzurro e sotto di esso riportava la sigla OP e le parole we can. «Noi possiamo – lessi io con interesse – cosa significa OP?» «È la sigla dell’Organizzazione Planetaria. Come vedi non è un oggetto qualunque, questo» «E a te è dato il permesso di pilotarlo?» Cody sorrise senza aggiungere altro e si voltò nuovamente verso i comandi. L’aeromobile era rimasto sospeso nel vuoto per diverso tempo, fermo, un po’ come gli UFO extraterresti dei film americani… Improvvisamente il tragitto riprese ad una velocità considerevole. Sotto di noi la città e le persone si facevano sempre più piccole. Anche il grattacielo da cui eravamo partiti appariva in miniatura visto da quel punto e alla dovuta lontananza. Washington conservava comunque gli aspetti di una megalopoli. Sembrava che il tempo avesse provveduto a far crescere la città più in altezza che in larghezza. I grattacieli abbondavano ed assumevano dimensioni impressionanti. Cody sembrava abituato alla loro vista e non batté ciglio per tutta la durata del viaggio che, contrariamente a quanto mi fossi immaginato, fu sorprendentemente breve. Dinanzi a noi intravedemmo un palazzo altissimo che si distingueva in quel panorama di edifici futuristici. Restai a bocca aperta nell’osservarlo. Immensi giardini lo circondavano e sulla cupola che sormontava il tetto troneggiava un’antenna dalle dimensioni imponenti. «Quello è il quartier generale dell’Organizzazione, proprio dove siamo diretti» Io, Brenda e Bill – che era rimasto in silenzio per tutto il tempo – fummo colti da una sensazione di smarrimento, sentendoci improvvisamente nullità rispetto a quanto avevamo di fronte. La navicella planò lievemente verso una terrazza sporgente all’altezza media della torre. Quindi cominciammo a scendere lentamente su di una piattaforma, come un elicottero che atterra su di un territorio completamente sgombro. Quando toccammo il pavimento, Cody attese qualche istante, poi spense i motori. Restammo immobili per una frazione di tempo, quindi ci decidemmo ad uscire.


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«Dove credete di andare?» Ci domandò con un sorriso. Restammo a fissarlo perplessi. «Voi cosa pensereste di un tizio che gira in città vestito con un abito del settecento?» Inarcai le sopracciglia. «Se vi mostrerete in pubblico con vestiti vecchi di tre secoli, sembrerete dei fenomeni da baraccone! E comunque non potrete di certo entrare vestiti “normalmente”. Dovrete cambiarvi» «E cosa dovemmo indossare?» «Questi andranno benissimo – aprì lo sportello di un armadietto al suo fianco che prima non avevo scorto. Estrasse tre tute grigiastre – Come vi sembrano? » «Ridicole – tagliò corto Brenda – e tu, invece?» «Io ho il mio abito da cerimonia» E ci mostrò una giacca nera completa di bottoni dorati e targhetta riportante il nome. Restò a guatarci per qualche istante, quindi si smosse. «Ora possiamo andare» Concluse. *** L’interno del quartier generale dell’Organizzazione Planetaria rispecchiava perfettamente le atmosfere degli interni futuristici che avevo avuto modo di osservare nei film di fantascienza o nelle vignette dei fumetti. I mobili erano pochissimi mentre computer, schermate e monitor, abbondavano. Molti tecnici erano impegnati al lavoro e nessuno sembrò accorgersi della nostra presenza. Giungemmo dinanzi ad una porta interamente di ferro, sormontata dallo stesso logo dell’Organizzazione presente all’interno dell’aeromobile. Cody poggiò il dito in quello che definì un rilevatore di impronte digitali e ci fu concesso il passaggio. Ci trovavamo all’interno di uno studio. Era davvero ampio e spazioso e presentava nel fondo una vetrata ad altezza d’uomo dalla quale si godeva una vista spettacolare sulla città di Washington.


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Non appena fummo tutti dentro, Cody serrò la porta d’ingresso e si avviò verso una scrivania in legno che dava le spalle a quella vista panoramica; quindi prese posto sulla poltrona dietro di essa. «Questo è il mio studio» Affermò con un sorriso. «Il tuo studio? Ma come… lavori?» «In un certo senso…» «E dove sono i tuoi genitori? – intervenne Brenda, sospettosa come al solito – non mi dirai che sei solo qui» «Per quanto narcisista possa apparire, io non ho bisogno di una compagnia perché, vedete, sono io che comando, come ho sempre fatto – fece una pausa – non ho mai conosciuto mia madre, ma mio padre morì qualche anno fa lasciandomi erede di un impero non indifferente. Non a tutti è consentito varcare quella soglia, sapete?» E volse lo sguardo ad osservare la porta dalla quale eravamo appena entrati. «E in cosa consiste il tuo lavoro?» Domandai, curioso. «Io sono ministro supremo dell’ente di governo galattico. – rispose – In altre parole – aggiunse, osservando le nostre facce perplesse – non sono altri che il capo dell’Organizzazione Planetaria» Quindi i suoi occhi brillarono di un lampo d’orgoglio.


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Capitolo 9

Com’era possibile che un ragazzino di tredici anni avesse potuto essere il capo di un ente politico così importante? Se era vero ciò che diceva, cioè che l’identità dei capi di governo venisse mantenuta segreta, allora era chiaro che nessuno avrebbe mai osato intentare un attentato ai suoi danni: dopotutto chi avrebbe sospettato di un ragazzo? Improvvisamente molte cose mi furono chiare. Compresi tutta l’ambiguità di Cody ogni volta che guardava gli altri e li etichettava come stupidi solo perché “non sapevano” chi in realtà fosse… non l’avevo mai vista sotto questo aspetto: Cody McGraint capo dell’Organizzazione Planetaria. Mi sembrava così assurdo. Improvvisamente qualcosa strisciò lungo il pavimento mostrandosi davanti ai miei piedi. Era una specie di oggetto cilindrico, privo di zampe, che si muoveva senza che nessuno azionasse comandi. Restò fermo dinanzi a me. Sembrava stesse annusandomi. Infine fece un giro su se stesso e mutò di aspetto. Comparvero due braccia, un lungo collo, delle rotelle al posto dei piedi e un volto quadrangolare con due specie di oblò in posizione degli occhi. «Salve signori – parlò, accennando un inchino e proiettando un flebile fascio di luce sulle mie scarpe – piacere di conoscervi» Restai immobile a fissarlo. Certamente mi aveva sorpreso, ma non riusciva a farmi paura. «Lui è CT8 – ci spiegò Cody, intervenendo e incamminandosi nella nostra direzione – è un robot. Qui nel quartier generale e anche fuori è pieno di roba simile. Aiutano la gente e sono molto utili. Ti ricordi quella volta al parco, Justin?» Si volse verso di me. Io annuii. «Il telecomando che mi ha permesso di mostrare l’ologramma è di sua fabbricazione» «CT8 al vostro servizio» Riprese la macchina con voce amichevole.


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Osservai Bill stringere i pugni e avanzare di qualche passo. «Ok – riuscì a dire con un filo di voce; ci voltammo tutti verso di lui – ok mi hai convinto. Provieni davvero dal futuro, è reale tutto quello che hai raccontato, non lo metto in dubbio… ma ora basta. Ripara quel dannatissimo aggeggio e riportaci a casa!» Cody s’incupì in volto e restò in silenzio per un istante, poi aggrottò le sopracciglia. «Temo di non poterlo fare» Disse, quindi si allontanò nuovamente da noi. Da quando avevamo messo piede nel 2298 mi era sembrato un’altra persona. Era più chiuso e introverso di quanto lo fosse stato nella nostra epoca ma, cosa ancora più assurda, sembrava avere cupe manie di potere. «Vedete, io non affido mai nulla al caso – riprese una volta che si fu seduto alla sua scrivania – se ho intrapreso dei viaggi nel vostro presente avrò avuto le mie buone ragioni, così come voi non siete qui per semplici fatalità» Brenda sorrise amaramente. «Non si è rotto quel telecomando, vero? – sbottò con voce rabbiosa – funziona benissimo, non è così?» Cody annuì, distratto. «Certo non basta un semplice viaggetto spazio temporale per mandare in tilt un elaboratore del genere, ma non è giunto ancora il momento per voi di tornare a casa. Mi aiuterete a svolgere un compito, prima» Improvvisamente mi sentii nervoso. Quasi non riuscivo a controllare la mia rabbia. Ma chi era lui per darci un ordine? «Quindi, in conclusione, ci hai usati!» Feci con espressione improvvisamente mutata, avvicinandomi. «Non vederla in questo modo, Justin. All’inizio non avevo alcuna intenzione di dividere con quelli del vostro tempo le mie conoscenze, ma poi mi sono chiesto perché no e ho confidato in te. Sei stato il mio unico vero amico e ora ho bisogno del tuo aiuto – quindi si rivolse a Brenda – quando anche tu, poi, hai insistito per intrometterti in questa faccenda ho colto la palla al balzo, mentre per quanto riguarda te…» Bill deglutì. «Non so nemmeno perché tu sia qui. La curiosità non è peccato ma bisogna sapersi contenere per evitare di scoprire amare verità. Ormai ci sei dentro e ne uscirai quando e come disporrò io»


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Nessuno osò aprir bocca. «In altre parole – sbottò Brenda dopo un po’ – vuoi tenerci prigionieri!» Cody scosse la testa. «Ma che ti salta in mente?! Certo che no! E a che scopo, poi? Ho solo bisogno del vostro aiuto perché sicuramente saprete come funziona un computer del duemila meglio di me. Poi potrete anche tornarvene a casa per quanto me ne importa» D’improvviso vidi la faccenda sotto un’altra ottica. Magari aveva davvero bisogno di noi... «Cosa c’è che non va? – domandai – perché non ci spieghi che cosa vuoi e la facciamo finita una volta per tutte?» CT8 avanzò di qualche metro, squadrandoci con il suo collo allungabile. Sembrava davvero interessato e la sua aria ottusa ispirava simpatia. Cody premette una sequenza di tasti sulla tastiera del computer che aveva di fronte. Le imposte alle vetrate si richiusero con un tonfo e dal soffitto cominciò a scendere fino al pavimento un ologramma colorato. Cody si alzò e avanzò verso di esso, invitandoci a fare altrettanto con un gesto della mano. «Vedete queste cellette nere?» Disse, mostrandoci una serie di rettangoli scuri ai quali se ne affiancavano altri di una tinta giallognola. «Ogni cella sta ad indicare un preciso elaboratore elettronico in un raggio di settemila chilometri. Quelle che vedete colorate di nero sono state attaccate da un virus e ora non sono più in funzione» «E allora? – feci io – i virus sono comuni anche nella nostra epoca» «Sì ma si limitano ad intaccare i dati fino a rendere inutilizzabile il sistema operativo. Nel mio caso i virus è come se rubassero i file immagazzinati nella memoria dei computer per trasportarli chissà dove. I sistemi non risultano intaccati, solo… vuoti!» «Ma un virus non agisce in maniera intelligente – intervenne Brenda – i virus sono… sono dei dati…» «Ed è per tale ragione che non credo affatto che dietro questa storia ci sia un semplice danno o errore del sistema. Penso piuttosto che sia qualcuno che si diverta ad inviare i virus per metterci in ginocchio» «Un pirata informatico!» «Un hacker, precisamente. Sì, è questo che ho pensato. Ma chi mai avrebbe la necessità di immagazzinare tutti questi dati… a che scopo, insomma?»


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«Forse stanno effettuando degli studi scientifici e prelevano i dati senza nemmeno accorgersene…» «Ogni cosa prodotta in tutta la Galassia non viene mai né studiata né analizzata e quindi quantomeno riprodotta senza il mio beneplacito – mi spiegò Cody – è assolutamente da scartare quest’ipotesi» «Io ancora non capisco – intervenne Bill, alle sue spalle – perché sei arrivato nel nostro tempo?» «I computer di oggi hanno la bizzarra abitudine di non registrare mai i nuovi file – riprese, senza voltarsi – e questo perché la memoria è quella che è, e i dati in sovrabbondanza. I virus arrivano, agiscono e se ne vanno senza lasciare traccia se non il vuoto totale nella RAM. Nel vostro tempo, invece, gli elaboratori elettronici registrano ogni cosa, senza tralasciare nulla. Voi non lo sapete ancora… ma è così» Quindi mi fissò, cambiando argomento. «Hai presente la conversazione dell’ologramma di tua madre col signor Barrow, l’altro giorno? – riprese – quella è stata la volta buona. Il telecomando non ha funzionato a causa di un virus informatico inviato nel mio tempo che ha finito col riflettersi nel vostro. Qualche giorno fa, infatti, ho calcolato che se qualcuno inviasse un qualsiasi dato corrotto in questa linea temporale, esso si ripercuoterebbe anche nel vostro presente, venendo catalogato e accuratamente segnalato dal sistema. Basta essere nel posto giusto al momento giusto» «Ma se il posto giusto è la nostra epoca… cosa ci siamo venuti a fare qui?» Chiesi io d’improvviso, ponendo la domanda che in fin dei conti balenava nella mente di tutti. «Perché ho già tutti i dati alla mano. Ho rilevato il virus che ha impedito il corretto funzionamento dell’ologramma, insomma… il suo sistema di provenienza. Eppure ho bisogno del vostro aiuto per un’interpretazione più accurata» «Che intendi dire? Noi di sicuro ne sapremo meno di te sull’argomento! Tutti questi file stanno facendomi girare la testa!» «Il sistema che ha inviato il virus è molto particolare e preciso, adoperato solo dalle forze militari e politico – amministrative e non dai civili. Prendendo i dati alla lettera, tutto ciò non può che significare una sola cosa ed è per questo che temo di aver sbagliato, perché non è possibile…» «Cosa non è possibile?»


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Bill sembrava impaziente. «L’hacker ha agito direttamente dal quartier generale dell’Organizzazione Planetaria!»

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Capitolo 10

CT8 scivolò velocemente sul pavimento, accostandosi alla porta. I suoi occhi proiettarono un tenue fascio di luce biancastro e parve mettersi sul attenti. «Il tenente Teador sta arrivando, signore» Cody incrociò lo sguardo con quello della macchina. «Teador?! Questa non ci voleva! – quindi si rivolse a noi – andate tutti dietro l’ologramma e non dite una parola» Infine si alzò. Facemmo quanto ci era stato detto, senza comprendere. Vista da quella parte la proiezione non era affatto differente da quella che ci aveva mostrato Cody, solo che sembrava riflessa allo specchio. L’ologramma era lucido e non riuscivamo a vedere attraverso benché fosse composto di sole emanazioni luminose. Restammo in silenzio ad osservare Cody che si era diretto alla porta. Improvvisamente quella si aprì e CT8 si fece da parte. «Ho altre notizie da darle, signore» Intervenne il tenente, un uomo alto e grosso, con i capelli unti tirati dietro la testa. Si fece strada da solo verso la scrivania, osservando l’impassibile Cody alle sue spalle. «L’hacker ha reso inutilizzabili tutti i computer del settore A3. Credo che di questo passo potrà dirigersi senza troppi intoppi direttamente alla memoria centrale dell’Organizzazione Planetaria» «Il sistema è amministrato da una I.A. Non potrà mai essere danneggiato» Fece, aggrottando le sopracciglia. «Credo sia meglio premunirci. Posso attivare l’antivirus del computer centrale e…» «E staccare l’alimentazione di tutti i sistemi operativi presenti in questa torre? No, mi dispiace, preferisco che se la sbrighi la I.A.» «Ma se dovesse corrodere i dati dell’elaboratore centrale…»


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«Non accadrà, statene pur certo. Un hacker non attacca mai il proprio computer, ma sempre quello degli altri» Teador inarcò le sopracciglia. Avevo capito cosa intendeva dire con quelle parole. Dopotutto il pirata proveniva dalla sede dell’Organizzazione, no? Quindi a che scopo avrebbe dovuto intaccare i computer dell’Organizzazione stessa? «Faccia come meglio crede, signore. Nel caso cambiasse idea sa dove trovarmi» Si congedò con una certa aria di disgusto impressa sul volto. Dopo che fu uscito, la porta si richiuse automaticamente alle sue spalle. Restammo ancora per qualche istante in silenzio, quindi uscimmo allo scoperto e osservammo Cody riflettere dubbioso poggiato contro il muro. «Cercano di difendere i computer di questa sede – spiegò – ma perché la gente è così ottusa? A che scopo salvaguardarne uno e perderne cento? Dobbiamo scoprire l’identità dell’hacker e il motivo delle sue azioni, null’altro» Restai per un attimo sovrappensiero, poi mi smossi. «Che cos’è una I.A.?» Domandai. «Come?» «Poco fa parlavi di una I.A.… che cos’è? Un antivirus?» Cody sorrise tentando di nascondere la sua espressione, ma non vi riuscì. «No, non è un antivirus. Con tutti i computer presenti in questa sede sarebbe praticamente impossibile riuscire a gestirli contemporaneamente, pertanto il sistema centrale è affidato all’amministrazione di una I.A., un’Intelligenza Artificiale» Brenda lo osservò perplessa; Bill non fu da meno. «Intelligenza artificiale? – sbottò – come quella del film di Steven Spielberg?» «Chi?» «Lascia perdere» Si affrettò a dire. «Non ho idea di cosa intendiate. Le I.A. sono un insieme di dati, privi di volto proprio, ma modificabile a piacimento. È possibile dialogare con esse, per il resto, nulla le differenzia dai comuni droidi» “Comuni”? Questa sì che era bella…


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Bill prese ad osservare intorno, cercando di scoprire qualcosa di più su quel luogo che l’affascinava. «Ma è davvero tutto tuo questo posto?» Domandò. Cody lo osservò con aria interrogativa. «È il mio studio, ve l’ho detto. I miei appartamenti sono all’ultimo piano» «Chi era quell’uomo che è entrato?» Lo interruppe Brenda, cambiando argomento. «Il tenente Teador. È il comandante delle forze militari dell’Organizzazione Planetaria. Un uomo che sa il fatto suo ma che se fosse dipeso da me si sarebbe già ritrovato a vendere bottoni» «Perché?» «È un pallone gonfiato. Crede di essere il capo di tutto, a volte penso metta in discussione la mia stessa autorità. Povero illuso…» «Come mai così giovane sei già un capo politico? – intervenni io – insomma, non è poi così normale che un tredicenne…» «Mio padre era il capo dell’Organizzazione Planetaria. Morì qualche anno fa in un tragico incidente. Mia madre non l’ho mai conosciuta. Sono cresciuto in questo mondo calcolatore, fatto di cifre e governo, e qui intendo restare. Mi sono guadagnato ogni onore al merito e oggi mi ritrovo in questa posizione. Teador era il miglior amico di mio padre, nonché suo compagno di corso. Mi è sembrato doveroso concedergli un’onorificenza speciale dopo avermi seguito per tutto il tempo, pertanto è ancora tenente, nonostante siano trascorsi abbondantemente i cinque anni del suo mandato» Io annuii. “Ecco qualcuno che sta messo peggio di me!” Pensai. Eravamo nella stessa condizione, ma, infondo, io i genitori li avevo avuti, anzi, li avevo ancora in un certo senso… Bill lo fissò per un istante. «Non credo che risolveremo qualcosa standocene qui a discutere dei fatti nostri! – intervenne – diamoci una mossa!» «Certo, ma prima...» Strinse il pugno, portandosi il braccio davanti. «Qualsiasi cosa accada staremo uniti sempre e nessuno diserterà. Né ora né mai»


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Restammo a fissarlo per qualche secondo. Cos’era? Un giuramento? Dopo un po’ facemmo lo stesso, osservandoci gli uni con gli altri. «Uniti!» Dicemmo in coro, quindi per la prima volta vidi Cody sorridere, strano per un gesto semplice e improvviso come quello... eppure ero convinto che non fosse un’espressione di circostanza. *** Trascorremmo il resto della giornata in quello stesso ufficio. Dalle vetrate si godeva di una vista mozzafiato: pareva quasi di essere a bordo di un aereo e le persone sembravano minuti puntini scuri che si accalcavano tra i palazzi, i quali assumevano le sembianze di figure geometriche confuse nella lontananza. Cody non avrebbe mai finito di sorprendermi. Il suo carattere sembrava completamente mutato. Era freddo, distaccato, ancor più che a scuola. Nei suoi occhi brillava l’orgoglio stesso dell’essere e dai suoi gesti s’intuiva che non era affatto un ragazzo qualunque. Sembrava avesse tutto sempre e costantemente sotto controllo. Bill ed io ci scambiammo lunghe occhiate confuse. «Mi dispiace» Disse poi, d’improvviso. Io presi a fissarlo: «Di cosa?» «Di cosa? – a quanto pareva doveva essere più confuso di me – mi dispiace per averti trattato sempre come una nullità e di averti fatto passare le pene dell’inferno» «Oh – risposi, inarcando le sopracciglia – grazie per avermelo fatto notare» «Ok, ho sbagliato, lo ammetto. Ora siamo sulla stessa barca a quanto sembra» «Già» Constatai io, distogliendo lo sguardo. Improvvisamente il mio volto si era colorato di un rosso intenso. «Amici?» Mi disse, protendendomi la mano. Esitai per qualche istante, poi mi convinsi e accennai un sorriso. «Amici»


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Conclusi. CT8 continuava ad andare avanti e indietro per la stanza facendo piroette e allungando i suoi arti per mettere in ordine ogni cosa gli capitasse a tiro. «Ma si può sapere che cos’ha?» Domandai a Cody quando proprio non ne potei più di vederlo fare tutte quelle movenze. «Non gli badare, fa sempre così, dopotutto è una macchina» Quello si bloccò all’istante e mosse lo sguardo verso il ragazzo. «Io sono un robot, signore, non una macchina – precisò – sono stato progettato per assistervi e seguirvi ed è mio dovere constatare che tutto sia perfettamente in ordine e che…» «Dacci un taglio! – lo interruppe Cody – potrei disattivarti in qualsiasi momento!» «Non credevo fossi così idiota, McGraint» Brenda sembrava indignata. L’altro si voltò ad osservarla, cupo. «Non darti tutte queste arie – continuò la ragazza – dopotutto non è che sei in grado di fare qualsiasi cosa, altrimenti non avremmo nemmeno la necessità di essere qui» Cody sorrise. «Lasciamo perdere che è meglio» Si diresse verso la sua scrivania, sedendosi dinanzi al computer.


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Capitolo 11

Improvvisamente rimase a bocca aperta. Il monitor lampeggiava e mostrava delle immagini confuse e in movimento. Si udì un rumorio leggero, poi più nulla. Cody sgranò gli occhi e restò immobile ad osservare le sequenze d’immagini. «Che ti prende?» Sbottò Bill. Il ragazzo distolse per un istante lo sguardo dal computer per calarlo, poi, nuovamente su di esso. Ci avvicinammo alle sue spalle. Sul monitor era comparsa quella che sembrava a tutti gli effetti una carta topografica. All’interno vi era un pallino rosso lampeggiante che si muoveva lentamente. «È il sistema di sorveglianza del palazzo – ci spiegò – ma quella zona è reclusa al pubblico…» «Che significa?» «È lì che vengono immagazzinati i dati… insomma, nessuno a parte me ha il diritto di accedervi e in fin dei conti, nessuno potrebbe… occorre un riconoscimento vocale» «Forse è la piantina sbagliata» Feci notare io. «No – concluse brusco – c’è sicuramente qualcosa che non quadra in questa storia» Quindi si alzò e osservò intorno con circospezione. «Devo andare a controllare di persona» «Ma…» «Non preoccupatevi, nessuno vi riconoscerà con le tute che indossate. Tu invece vieni con me» E si voltò verso CT8 che calò la testa. Brenda gli lanciò un’occhiata di fuoco. «Per favore»


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Aggiunse tra i denti. *** Decidemmo di seguirlo comunque. Le sale della torre sembravano uscite da un film di fantascienza. Pareva fossero composte da mura di ferro e, infatti, non avevano pareti di cemento. Non v’era mobilia alcuna ma solo monitor giganteschi e strani oggetti meccanici oltre a delle telecamere che ruotavano in una direzione e poi in quella esattamente opposta, seguendo i nostri movimenti. «Non avete nulla di cui temere – ci rassicurò Cody – le immagini delle riprese vengono mostrate solo a me nel mio studio, come vi ho fatto notare poco fa» Quindi avanzò a passo spedito e noi non fummo da meno. V’erano molti tecnici in camice bianco e pochissime donne. Sembravamo gli unici ragazzi della nostra età, eppure nessuno fece caso a noi mentre alcuni si limitavano a rivolgere un cenno del capo a Cody, null’altro. Scendemmo una lunga rampa di scale e arrivammo dinanzi ad una parete liscia con una spaccatura circolare proprio nel mezzo. Di fianco vi era un piccolo schermo e una telecamera che aveva le caratteristiche di un occhio umano a tutti gli effetti. Dopo averci squadrato per qualche secondo, si ritirò. Una voce femminile e meccanica si udì da un altoparlante conficcato nella parete. «Identificazione in corso – fece – inserire codice vocale» Cody si accostò al monitor e una frequenza di suoni cominciò a rimbalzare sulla schermata. «4RH33» Seguì un istante di silenzio. «Elaborazione codice vocale in corso – riprese il computer – comparazione frequenza effettuata. Elaborazione codice vocale completata. Accesso consentito» Improvvisamente dalla spaccatura circolare si alzò una grossa porta della stessa forma, rivelando un passaggio. Quando si fu aperta del tutto, entrammo in fila indiana, dietro Cody.


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L’interno della nuova sala era ampio e spazioso. Non ricordava affatto lo studio di Cody, né gli altri luoghi che avevamo attraversato fino ad allora. Era una stanza chiusa e senza finestre, ma altissima. Dinanzi a noi v’era uno schermo gigantesco, quasi il doppio o forse il triplo di quello usato per proiettare i film nei cinema. Tutt’intorno v’erano attrezzature di vario genere e congegni che non avevo mai visto prima. «Dovrebbe essere nei dintorni» Ci informò Cody, avanzando. Osservavamo tutti intorno con la volontà di scovare qualcuno e allo stesso tempo con la speranza di non riuscire a trovarlo. Chi sarebbe potuto essere? Si trattava davvero dell’hacker o di un semplice buontempone? Cody si accostò al computer e restò a fissare lo schermo. «Codice di attivazione 27498000 – fece – Intelligenza artificiale I.A. 294, riesci a sentirmi?» Il monitor cominciò a proiettare delle immagini sfocate, quindi rimase stabile. «Risposta automatica Z235Y. Attivazione effettuata» Sulla schermata comparve Cody. Sembrava proprio una sua fotografia, giganteggiata in maniera impressionante. «Ragazzi – fece, distogliendo lo sguardo da quell’immagine; noi ci sforzammo di fare altrettanto – vi presento l’Intelligenza Artificiale di cui vi parlavo» CT8 sollevò il collo meccanico per poter osservare da sopra le nostre teste. Restammo tutti a bocca aperta. «Ma quello sei tu!» Feci io. Cody sorrise. «No, è solo una riproduzione in 3D. Ho voluto darle le mie sembianze – quindi si rivolse direttamente al monitor – Dimmi, è passato qualcuno di qui?» Il Cody digitale annuì. «Un uomo adulto – spiegò con voce metallica – ha sbrigato un lavoro con il computer centrale» «Puoi mostrarmelo?»


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L’Intelligenza Artificiale si mosse da una parte all’altra dello schermo. Improvvisamente si ridusse ad un’icona e il resto del monitor fu occupato da dati e numeri che mi sforzai d’interpretare, senza riuscirci. «Si tratta di un codice – sbottò Cody – ed è il codice del virus!» «Il sistema non ha subito alcun danno» Gli tenne presente il computer, mostrando nuovamente la figura del ragazzo nella sua integrità. «Riesci a fornirmi un’immagine olografica dell’uomo che ha inserito quel codice?» Il Cody digitale annuì di nuovo. Al nostro fianco si sollevò un fascio di luce intensa che lentamente andò ad assumere le dimensioni di un uomo. Era alto e grosso, con una mascella imponente e le spalle larghe. Aveva occhi sottili e labbra carnose. Al vedere quell’immagine sobbalzammo tutti. «Ma quello è Teador!» Gridò Brenda. Restammo in silenzio e Cody aggrottò le sopracciglia, sospettoso. *** Teador, il tenente delle forze militari dell’Organizzazione Planetaria. Com’era possibile? Eppure i dati parlavano chiaro. «I.A.! – gridò Cody – mostrami subito la posizione del soggetto all’interno di questa torre!» Sembrava davvero furioso. Il ragazzo digitale si fece nuovamente da parte e al suo posto comparve la piantina della sala. Un puntino rosso che emanava una luce intermittente avanzava proprio nella nostra direzione. Sobbalzammo alla vista di quello e ci voltammo verso l’entrata. Teador era lì e proiettava la sua ombra in contrasto con la fioca luce che filtrava attraverso la porta da cui eravamo accessi. «Quante cose può far scoprire un semplice errore di distrazione, non è vero? – fece con amarezza – una stupida telecamera… avrei dovuto prestare maggiore attenzione, ma non fa niente. Imparerò dai miei errori» «Tu…? Sei… sei stato tu?» Cody non voleva credere a ciò che aveva appena ascoltato.


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«La tecnologia è un bene per tutti. Il progresso scientifico aiuta la civiltà a progredire e avrei dovuto immaginare che mi avresti messo i bastoni tra le ruote, stupido ragazzino. A quanto pare hai chiesto rinforzi…» «Tu… tu ci hai traditi tutti!» «Traditi? Che parolona… no, non voglio uscire in tal modo da questa storia. Sai, in questa torre si annidano tanti pericoli… con tutti questi cavi in giro i bambini potrebbero farsi male… prendere la scossa…» Si avvicinò ghignando verso di noi. «Stammi lontano! – sbottò Cody con disprezzo – se sei ancora qui lo devi a me e a mio padre che…» «Che cosa? Tuo padre? Questa sì che è buona. Io ero il comandante dell’Organizzazione. Quel titolo spettava a me! Ero stato io a condurre le armate galattiche alla vittoria, ero stato io a concedere un’onorificenza speciale a tuo padre… William McGraint – assunse un’espressione amareggiata – dopotutto non avrei mai potuto lasciarlo lì da solo, non dopo la sua disperazione per la perdita della moglie… poi la situazione mi è sfuggita di mano e lui ne ha approfittato, facendosi riconoscere quale unico capo dell’Organizzazione Planetaria. E ora? Un ragazzino con un potere incommensurabile tra le mani… no, questo non posso concepirlo!» «Non c’era bisogno di organizzare questa farsa! Se tu mi uccidi non vivrai mai abbastanza da…» «Ucciderti? No, questo mai. Non voglio passare per un volgare assassino. Il mio nome verrà ricordato per tutt’altre cose, non di certo per aver ucciso un bambino» Cody strinse i pugni mostrando i denti. «Che ti prende? Sapevi che era solo questione di tempo prima che qualcun altro avesse potuto prendere il tuo posto. Non puoi farci nulla» «Tu sei uno solo e per di più sono io a comandare qui dentro. Un mio cenno e tutto…» «Tutto cosa? Nessuno potrà aiutarti, non qui» «Ma come hai fatto a scoprire…» «Io so tutto di te, Cody McGraint. Non crederai che una mossa del genere venga organizzata in qualche ora! No, è molto di più che aspetto questo momento» «Ma perché rubare i dati dei computer? A che scopo…»


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«Hai mai sentito parlare di RH17? – lo interruppe. Cody sgranò gli occhi – occorre tanta memoria per metterlo in funzione, non di certo qualche dato estrapolato dai nostri database…» «RH17? Cosa sai tu di RH17?» «C’ero anch’io quando venne progettato. Il Consiglio e tuo padre decisero di mettere da parte quei piani… poveri stolti, non sapevano ancora a cosa sarebbe servito in futuro. Ebbene, quel giorno è arrivato e come ti ho detto, tu non puoi farci nulla e con te anche questi altri ragazzini!» «Non te lo permetterò!» Teador estrasse un pistola, o meglio, qualcosa di molto simile ad essa. Cody non sembrava spaventato. Noi sobbalzammo. «Cos’è che intendi fare? Spedirci in qualche parte remota?» «No, trovereste sempre il modo per tornare. Vi mando lì dove nessun essere umano è mai stato, almeno finora» «Non dire sciocchezze, Teador! Questa è la realtà!» «Già, e vedremo come ve la caverete con la vostra di realtà!» Premette il grilletto. Un raggio di luce biancastro ci investì tutti. Noi che eravamo rimasti in silenzio per tutto il tempo udimmo un fischiettio intenso nelle orecchie, poi ogni cosa sfumò come oscurata dalla sagoma di una nube gassosa. Vidi Brenda scivolare lontano e Bill e Cody perdersi alla mia sinistra. Precipitai nel vuoto finché non avvertii un dolore forte alla testa e d’un tratto persi conoscenza.


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Capitolo 12

Non ricordo bene cosa provai in quel momento. So solo che il forte dolore al capo non accennava ad affievolirsi e le forze mi erano venute meno improvvisamente. Tentai di muovere gli arti, ma sembravano essersi pietrificati e non riuscivo ad emettere nemmeno un confuso sussurro. Poi mi svegliai. I caldi raggi del sole investirono il mio volto tanto intensamente e senza alcun preavviso che mi costrinsero a portarmi una mano davanti agli occhi per ripararmi dalla luce. Al mio fianco v’erano Brenda, Bill e Cody. Non so come riuscirei a descrivere l’ambiente che mi circondava, era… era strano… Anzitutto mi trovavo nel mondo reale, o meglio, nel mio presente. Avevo riconosciuto subito quelle abitazioni e la stessa strada. Non mi trovavo più a Washington; ero a Londra. Tutto ciò che ci circondava, tuttavia, aveva un colore bizzarro. Il cielo era bigio benché fosse completamente sgombro da nubi, così come l’erba del prato su cui ero disteso non appariva come avrebbe dovuto. Mi sollevai a fatica e osservai Cody squadrare severo il paesaggio. «Siamo tornanti a casa…?» Domandai io, esitante. Mi scambiò un’occhiata ammonitrice, quindi sospirò. «Non lo so. Non ne ho idea» «Questo è il parco giochi dietro casa mia! – gridò Brenda osservando due altalene e uno scivolo nella lontananza – lo riconosco!» «Ma cos’è questo strano alone…?» «Dai, muoviti con quella palla!» Un ragazzino corse improvvisamente dalla nostra parte, calciando un vecchio pallone di cuoio. Indossava una maglietta a mezze maniche, un po’ insolita visto che il Natale doveva essere ormai prossimo.


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«Ehi – gridai io – stai attento con quella…» Ma mi bloccai a bocca aperta osservando la scena. Bill fece altrettanto. Il ragazzino, che non aveva affatto prestato attenzione a quanto gli avevo detto, calciò fortemente la palla, colpendo in pieno Brenda, rimasta immobile e sbigottita. L’oggetto non le aveva procurato il minimo danno, anzi, le era passato attraverso, atterrando sull’erba alle sue spalle. Io emisi un gemito. «Cosa… che diavolo…» Cody chiuse gli occhi e si portò la mano destra sulla fronte. «È tutta colpa mia – fece con un filo di voce – avrei dovuto tenervi fuori da questa faccenda» «Che intendi dire? – s’intromise Bill – siamo dei fantasmi? Siamo morti?» L’affermazione suonava alquanto stupida ma non mi sentivo di dargli torto. «Allora? Siamo morti?» «No! – riprese Cody, osservandolo – quell’arma… ha copiato i nostri dati…» «Non ne posso più con tutta questa dannatissima tecnologia! – sbottò Brenda, calpestando il suolo con foga – che cavolo significa? Cosa ci è successo?» «Teador ci ha, come dire… scannerizzati…» «Scannerizzati? Significa che esistono due noi?» «No, non esattamente, almeno. Ci ha trasferiti in un mondo digitale creato dalla nostra mente…» «Vuoi dire che tutto questo non è reale?» «Ma è logico! – intervenni io – come può un cielo così esistere nella realtà?» «Conosco l’arma che ha usato. Ha alterato le nostre percezioni visive e ci ha condotti in un mondo costruito dai nostri ricordi… in altre parole siamo nella nostra stessa mente, ma in qualità di intrusi» «Nella nostra mente? Questo significa che…» «Che tutto quello che vedrete non è affatto nuovo. Fatti, cose o persone sono stati riadattati in questo contesto, ma sono concreti. Insomma, li avete visti almeno una volta» Mi volsi ad osservare nuovamente quel ragazzino. «Ma quello laggiù non l’ho mai incontrato, io…»


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«Non puoi certo ricordarti tutta la gente che vedi per strada, Justin! Ti basti sapere che almeno uno di noi ha incrociato il suo sguardo magari anche per un solo istante almeno una volta nella vita» «Bando alle spiegazioni – intervenne Bill – come facciamo ad uscire da questo posto?» «Anzitutto non dobbiamo alterare la realtà in cui ci troviamo, in alcun modo. Porteremo la nostra mente agli sconvolgimenti più gravi e resteremo intrappolati qui per sempre. Per quanto riguarda i piani di fuga… non ho proprio idea di come potremmo cavarcela stavolta» Non sapevamo né dove stessimo andando né cosa avessimo potuto fare. Ci sembrava tutto completamente inverosimile. Eravamo all’interno di una realtà che non riuscivamo a concepire e non potevamo farci nulla! Le abitazioni sembravano sprofondare in una nebbia fittissima, così come tutte le cose che ci circondavano. In tutta la mia vita non avevo mai visto Bill Wilkerson così seriamente preoccupato. Anche Brenda sembrava aver perso fiducia in se stessa. Infondo eravamo tutti sulla stessa barca, tutti senza uno scopo, a vagare in un luogo che non potevamo conoscere e che, invece, inconsapevolmente avevamo finito per creare proprio noi stessi, con i nostri ricordi. Vidi anche la mia casa, nascosta dagli alberi del vialetto. Sembrava un’abitazione da film dell’orrore vista in quell’atmosfera. Gettai nella direzione opposta una lunga occhiata, quindi trasalii. C’era qualcuno laggiù e mi somigliava, anzi… ero io! Davanti a me un ragazzo stava pedalando sulla sua bici, proseguendo nella direzione opposta a quella che stavamo percorrendo. Non potevo essermi sbagliato! «Sei un pivello, Justin!» Ascoltai, dopo un po’. Un nuovo Bill sfrecciò davanti al mio sguardo, come quella volta sulla strada per il parco. Restai a bocca aperta. «Come posso avere ricordi di me stesso? – domandai, confuso – non è possibile che abbia visto la mia persona» «Quello che vedi è la materializzazione di ciò che hai vissuto, e poi chi ti dice che sia un tuo ricordo?» Mi suggerì Cody. Io non risposi. «Toglimi una curiosità – aggiunsi – per quale ragione ti sei finto uno studente? Perché non ti sei limitato a fare le tue indagini per conto tuo?»


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«E rischiare di dare nell’occhio a mezza popolazione? Non potevo permettere questo» «E perché proprio Londra? – intervenne Brenda, sospettosa – come mai non sei rimasto a Washington?» «Perché avevo intenzione di tornare alla mia scuola» Sgranai gli occhi. «La tua scuola?» Cody annuì. «Sì, lo è stata quando vivevo in Inghilterra, prima di rivestire il mio incarico. Nel 2200 diventerà un college storico di una certa importanza» Restai sorpreso e un po’ deluso dal fatto che quel dannatissimo palazzo sarebbe sopravvissuto per circa tre secoli. «Ho sfruttato la connessione a Internet della sala computer tramite collegamento wireless. Ho dovuto necessariamente fingermi uno studente. Non mi andava di fare la figura dell’infiltrato» «Ma come hai fatto ad iscriverti alla nostra scuola? Insomma, tu non risulti… esistere…» Cody aggrottò le sopracciglia. «Ma che cos’è? Un interrogatorio? – sorrise – io lavoro con l’informatica venti ore al giorno e si tratta di tecnologia avanzata di circa tre secoli rispetto alla vostra. Credete non sappia manomettere un semplice computer del duemila? Andiamo…» «Hai capito il nostro genio? – Bill sorrise attirandosi attenzioni – e noi che cercavamo un hacker senza sapere di averlo sotto il naso» Non trovammo quella battuta molto divertente, ma ci sforzammo di sdrammatizzare la situazione. Anche Cody non fu da meno. Era un davvero bizzarro: nel suo tempo era sembrato freddo e calcolatore, insomma, quasi un uomo d’affari più che un ragazzo. In quel momento, invece, parve essere tornato normale, o quasi.


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Capitolo 13

L’ombra strisciò velocemente sul pavimento, nascondendosi dietro un grosso tubo di ferro dalla forma allungata. I suoi occhi proiettarono un fascio di luce biancastro lungo di esso. Dopo breve la visione fu chiara. «RH17 è pronto ad entrare in funzione, signore» Teador, seduto sulla poltrona dietro quella che era stata la scrivania di Cody, sorrise. CT8 restò immobile. «Crede davvero che sia la scelta giusta?» «Scelta giusta? Oh, è giusta per me, senza dubbio. Il pugno di ferro è l’unica soluzione in determinate circostanze e questa non si discosta affatto da esse» «Ma, signore, la popolazione potrebbe allarmarsi, senza contare i danni che ne deriverebbero se…» «Danni? È una settimana che il Comando Supremo continua a rifiutare di credermi. Cody McGraint non è morto, dicono. Come se importasse. Devo far comprendere loro chi è che comanda e sono pronto a tutto pur di riuscirci» Quindi sollevò il bicchiere di champagne che teneva stretto nella mano destra. «Ad un nuovo Impero» Fece con un ghigno beffardo. L’uomo dinanzi a lui si sforzò di fare altrettanto, quindi accennò un inchino ed uscì. *** «Che cos’è l’RH17?» Ce ne stavamo seduti sul muretto a fissarci l’un l’altro. Quella domanda mi era affiorata alla mente d’improvviso e non riuscivo a darne una risposta. «RH17 è un codice, no? – intervenne Brenda – un codice numerico»


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«È così – fece Cody – è il nome che è stato attribuito ad un asteroide. Gli scienziati avevano previsto una collisione con il nostro pianeta entro l’anno 2036. Fortunatamente i governi di allora riuscirono a sventare la catastrofe. Nella vostra epoca viene ancora chiamato 99942Apophis. Qualche anno prima del 2298, invece, l’Organizzazione denominò in questo modo un droide, un oggetto gigantesco simile ad un aeromobile della più avanzata tecnologia, il quale avrebbe dovuto affiancarci nell’ultimo conflitto intergalattico. Allora mio padre era al potere e riuscì a non far attuare quei piani. I droidi di questo tipo sono macchine ancora complesse perfino per la nostra gente. Alcuni hanno intelligenza propria, altri, come l’RH17 appunto, necessitano di qualcuno che stia a sovrintenderne la guida. Fortunatamente si evitò il peggio. Poi la guerra finì e tutti i dati vennero archiviati e mai più ripresi. Il tutto è stato custodito come un segreto dell’Organizzazione Planetaria, ma Teador ha partecipato alla sua costruzione e temo che finirà per utilizzare quei piani contro di noi» «Che scopo avrebbe di distruggere le città, scusa? – lo interruppe Brenda – Lui vuole il comando, no?» «Non credo sia così semplice. Ho molti alleati personalmente e una guardia di difesa efficientissima. Non credo che si rassegneranno al dire che il loro capo è morto accidentalmente senza nemmeno uno straccio di prova. Ma se dovesse scoppiare un conflitto… avrei dovuto immaginare a cosa servissero quei dati…» «E così Teador avrebbe sabotato i computer di mezzo mondo solo per mettere in funzione un droide? Non avrebbe potuto agire con altri mezzi? Che so… una bomba o altro…» «La Terra non vede una bomba dal 2100. Le armi si sono perfezionate da allora e non di poco, te lo assicuro» «Il mondo del futuro si basa interamente sulla tecnologia e un minimo danno comporta il crollo di tutto ciò che si era edificato precedentemente – feci io – come ha fatto l’uomo a basare il principio di se stesso nelle macchine, me lo spieghi?» «L’umanità ha cominciato a dettare le basi di un futuro tecnologico a cominciare dalla vostra epoca. Con il trascorrere del tempo la situazione si è accentuata ancor più. Nel 2298 non esisterà essere vivente che non abbia mai visto un ologramma o quanto meno un robot!» Bill mutò espressione e rimase a bocca aperta. «Un robot? – sbottò – ehi, aspettate un momento…»


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«Cosa c’è?» «Quel… coso… come si chiama…? Quello che stava nel tuo studio, quella specie di robot intelligente. Che fine ha fatto?» «CT8! – gridai io – era con noi quando Teador ha sparato il colpo!» «CT8?! – fece Cody – ma certo! Quell’affarino è un autentico genio, ragazzi!» S’infilò la mano nella tasca ed estrasse lo stesso telecomando con cui aveva azionato il viaggio temporale la volta precedente. «Con questo dovremmo localizzare la sua posizione e magari stabilire un contatto! Se tutto andasse per il verso giusto potremmo riuscire a far ritorno nel punto esatto da cui siamo partiti!» Quel dannato congegno non dava nemmeno una vaga impressione di funzionare. Continuava ad emettere strani rumorii soffusi ma null’altro. Cambiammo più volte la nostra posizione alla ricerca di quello che Cody aveva definito segnale, ma niente. Quando stavamo, ormai, per rassegnarci, improvvisamente la piccola luce rossa sulla sua sommità prese a lampeggiare. Sullo schermo comparve una piantina. «Evvai!» Gridai io. Gli altri sorrisero. Cody spinse qualche tasto cercando di far visualizzare la schermata desiderata. Infine comparve la medesima cartina che aveva troneggiato sul maxi schermo in quella strana camera dove si trovava l’Intelligenza Artificiale. «Non c’è nessuno – notò Cody con delusione – il posto è praticamente deserto!» «Prova a visualizzare qualche altro luogo della torre – intervenne Brenda – magari si è spostato» L’altro non se lo fece ripetere. Comparvero numerosi pallini in movimento che Cody associò alle diverse equipe che lavoravano all’interno della sede dell’Organizzazione Planetaria. Di CT8, tuttavia, non v’era alcuna traccia. «Magari lo hanno scoperto – fece Bill, con amarezza – e… disattivato» Ci fermammo ad osservarlo, ma non ce la sentimmo di ribattere. In fin dei conti la pensavamo tutti allo stesso modo. «No! – gridò Cody, d’improvviso – aspettate!» Ingrandì la piantina con un comando palmare.


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Un fioco puntino luminoso e pulsante brillava all’angolo di un corridoio. «Eccolo! – fece con il sorriso sulle labbra – si direbbe stia spiando qualcuno» «Riesci a contattarlo?» Intervenni. Il ragazzo spinse nuovamente dei tasti. La piantina si oscurò e al suo posto comparve una schermata nera. «CT8 – fece Cody, scandendo bene le parole – riesci a sentirmi?» Restammo in attesa. Per circa un minuto nessuno rispose. L’altro inviò per la seconda volta il suo messaggio vocale e attendemmo fiduciosi ancora un po’. Improvvisamente si udì una voce smorzata. «Schiariscila!» Intervenne Bill e quel suo invito suonò come un ordine. Cody fece quanto dettogli e il messaggio fu ripetuto nuovamente, in maniera, molto più chiara. «CT8, risposta automatica, signore» Fece quello. La nostra espressione mutò visibilmente. «Stammi bene a sentire – spiegò Cody – occorre che tu faccia ritorno nel punto esatto dove Teador ci ha sparati. Devi inserire un codice» «Il passaggio è sorvegliato, signore. Il tenente Teador ha disposto che ogni cosa fosse…» «Devi farlo, CT8! – gridò lui – devi farlo per noi!» La risposta tardò un po’ a giungere e in ogni caso non prima che Cody avesse terminato con le indicazioni. «Devi farlo per me!» *** Il robot strisciò lentamente lungo il percorso, appiattendosi al muro. Nella penombra riuscì a sgattaiolare oltre un corridoio, evitando di mostrarsi ad un paio di sentinelle che stavano a guardia dello stesso. Allungò il suo collo meccanico per osservare oltre. Via libera! Fece ancora un paio di metri, poi si arrestò. Ritirò i suoi arti e il capo, riducendosi ad una scatola che andò poi ad assumere le dimensioni e le sembianze di un piatto.


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Uno scienziato dell’Organizzazione gli passò di fianco, senza accorgersi di nulla. CT8 sollevò lo sguardo con cautela e non appena l’altro fu sparito nella stanza adiacente, si alzò e riprese a dirigersi di nuovo per la sua strada. Dopo qualche altro metro fu costretto a fermarsi. Dinanzi aveva la porta sbarrata della sala centrale, quella dove Teador ci aveva sorpresi. «Zona reclusa, signore» Informò. Cody restò per qualche istante sovrappensiero. «Come potrà inserire la tua voce nell’identificatore?» Gli domandai. «CT8 – riprese – avvicinati allo schermo e cerca di smontarlo. Devi staccarlo dalla parete!» Bill aggrottò le sopracciglia. «Affermativo» Rispose il robot, accostandosi al muro e tentando di tirare a sé il monitor. Il vetro scivolò tra le sue braccia meccaniche senza la minima fatica. «C’è un sistema di fili, signore. Che devo fare?» «Collega il cavo rosso con quello azzurro!» Spiegò. CT8 fece altrettanto. «Affermativo» «Ora tira in su la leva arancione che trovi in alto a destra» «Affermativo» Ripeté. «E infine separa nuovamente il cavo rosso da quello azzurro!» Non appena il robot eseguì l’operazione, scoppiò una scintilla. Il computer, che non aveva detto nemmeno una parola, si azionò improvvisamente. «Accesso consentito» Disse. L’ingresso della sala si spalancò dinanzi ai suoi occhi meccanici. Attese che il passaggio gli si aprisse completamente, quindi si avviò all’interno. «Aziona l’I.A. e segui le mie indicazioni» Riprese Cody. «Subito, signore»


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Il ragazzo sospirò. «Devi battere un codice sulla tastiera. Ci vorrà del tempo per attendere la barra di caricamento, mi raccomando, fai attenzione!» CT8 si avviò verso il computer e lo mise in funzione. Il Cody digitale gli scambiò un’occhiata ambigua. «92R45762Y9 – cominciò il ragazzo – ctrl alt + 4S291 invio» Attese qualche secondo. «Estrapola i nostri dati dal circuito centrale e avvia il caricamento. Non arrestarlo per nessuna ragione!» «Affermativo!» Ci bloccammo ad osservare Cody con aria stralunata. Dalla sua fronte scendevano grosse gocce di sudore. «Perché sei così spaventato? – intervenne Brenda – stiamo per…» «Sto cancellando i nostri dati in questa dimensione e riassemblandoli nell’altra. Non avete idea di ciò che potrebbe accadere se il caricamento venisse interrotto, non è vero? Resteremo bloccati per metà nel mondo futuro e per metà in questo!» Io spalancai gli occhi. «Dici… dici sul serio?» Cody annuì. Davanti a noi era parcheggiata una station wagon nera come la pece. Calai lo sguardo sulle mie scarpe da ginnastica. Stavano sbiadendo! «Caricamento avviato, signore – fece il robot – 15 % completato» La stessa cosa accadde anche agli altri, sicché non me ne meravigliai affatto. Osservai invece un uomo avanzare dalla mia parte e proseguire in maniera disinvolta. Restai sorpreso: aveva un aspetto familiare, ma non ricordavo di averlo mai visto prima di allora. «25 % completato» Era giovane, sui trent’anni, o almeno così mi era parso di primo acchito. Nella vettura parcheggiata era seduta una donna; indietro, un bambino di circa quattro anni appannava il vetro del finestrino con il suo fiato, per poi scarabocchiarlo con le dita. «40 % completato» Lo osservai sgranare un sorriso evidente nell’osservare quell’individuo. Per un istante ebbi una sensazione di dejà vu. Conoscevo quel ragazzino! Ero… ero io… «55 % completato»


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Mettendo da parte la voce robotica che continuava ad insistere con il resoconto della sua impresa, osservai il mio corpo, ormai sbiadito fino alla cintola. Cosa ci facevo in quell’auto? Non potevano essere i miei quelli… L’uomo si sistemò alla guida e tentò di accendere il motore. L’automobile impiegò più del dovuto a partire, con un boato sonoro. Volsi d’istinto lo sguardo alla mia sinistra. Un grosso camion stava procedendo per quella stessa strada, controsenso. «70 % completato» Ma cosa diamine stava facendo? E perché era partita proprio in quell’istante? Udii un clacson insistente, poi un rombo sordo e un frangersi di vetri. Il bambino era sul marciapiede opposto, disteso a terra con del sangue che gli pendeva dal braccio. Deglutii nell’osservare l’automobile compiere un balzo da terra e infrangersi frontalmente contro la vettura. L’uomo si coprì il volto con le braccia e la donna emise un grido lacerante. «80 % completato» Sollevai il braccio, allungando lo sguardo. Intravidi nella luce soffusa la stessa cicatrice che ricordavo avere da sempre. Quel giorno scoprii in che modo fossi riuscito a procurarmela. La station wagon giaceva a qualche decina di metri da me, insieme al camion, rovesciato. Del fumo scuro si era alzato improvvisamente. «99 % completato» Trasalii. Erano i miei genitori… i miei veri genitori. Erano morti sotto i miei occhi! Li avevo visti... ero scampato miracolosamente… per quale ragione avevo aperto la portiera dell’auto? Se non l’avessi fatto… «Operazione completata» Concluse la voce. Sollevai lo sguardo appena in tempo per vedere Brenda scomparire in una luce biancastra e intensa con espressione abbattuta. Avvertii uno strano formicolio e tutto intorno a me scomparve. Mi sentii precipitare nel vuoto e fui investito da un senso di sbandamento. Infine chiusi gli occhi e mi arresi a quella condizione.


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Capitolo 14

Stavolta l’atterraggio fu morbido. Toccammo terra praticamente in piedi, materializzandoci progressivamente. Ero ancora sconvolto. Mi portai le mani agli occhi, come a voler impedire che gli altri mi scorgessero. Ricordo che Cody mi lanciò uno sguardo indagatore e tentò di dire una parola, ma Brenda lo zittì. Bill invece restò in silenzio, con lo sguardo basso, ma non gliene feci una colpa. «Calmati, Justin – mi sussurrò la mia amica, che aveva capito ogni cosa – a che serve, infondo?» «Come è potuto succedere?! – gridai – come diavolo ho fatto a…» «Sei qui! È questo che importa!» «No! – sbottai – loro erano i miei veri genitori! E io nemmeno li conoscevo!» «Smettila di fare lo stupido! Chi credi ti abbia allevato per tredici anni? I tuoi sono persone fantastiche!» Calai lo sguardo, smarrito nei miei pensieri. L’inerzia di quei momenti era riuscita a logorarmi. Non credevo fosse stata la realtà. Era accaduto tutto così velocemente… avevo quattro anni… possibile che non ricordassi nemmeno i loro volti? Cody mi poggiò una mano sulla spalla e Bill accennò un sorriso. «Mi dispiace» Disse, l’altro annuì, tentando di confortarmi. «No – aggiunsi io – scusatemi, ho… ho sbagliato. Mi sono comportato in maniera infantile» «Non hai niente di cui scusarti, Justin. Non sei tu ad aver sbagliato, ma smettila di riaprire ferite chiuse da tempo!» Annuii, quindi trassi un sospiro. «Ora basta – ripresi – abbiamo faccende importanti a cui pensare, non è così?» Gli altri accennarono un sorriso.


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Alle mie spalle si era accostata la figura di CT8, comparsa nella penombra. Si muoveva lentamente verso di noi, chinando lo sguardo. «Mi è sembrato scortese interrompere» Fece, con voce metallica. «Hai fatto un ottimo lavoro – aggiunse Cody – sono fiero di te!» Il robot non rispose, ma i suoi occhi lanciarono dei deboli fasci di luce giallognola lungo la parete. «Credo che fareste meglio a sbrigarvi, signore. È accaduto qualcosa durante la vostra assenza» «Quanto tempo siamo stati via?» «Sette giorni, signore» «Sette giorni?! – intervenne Bill – ma se non è trascorsa nemmeno mezza giornata!» «Il tempo reale scorre in maniera differente che nella nostra immaginazione – spiegò Cody, per nulla sorpreso – in una settimana può essere accaduto di tutto… dove sono gli altri?» «La torre è sorvegliata dalle truppe del tenente Teador, signore. Non potete immaginare cosa stia accadendo là fuori» «Fuori dove?» «La ribellione è scoppiata, signore. I vostri alleati stanno difendendovi con tutte le loro forze ed io per primo» «Dopo quello che hai fatto non permetterti mai più di chiamarmi signore, CT8 – aggiunse il ragazzo, sorridendo – io sono Cody, Cody e basta» *** Uscimmo dalla sala con cautela. I corridoi erano tutti sorvegliati e fummo costretti a percorrere vie alternative, trovandoci a salire anche lungo scale antincendio fuori della torre stessa. Tentammo di accedere allo studio di Cody, ma il passaggio era sbarrato dalla figura di una sentinella grossa quanto un armadio, cosa che ci costrinse a tornare sui nostri passi. Scendemmo con circospezione le scale che conducevano al piano ove ci trovavamo, sgattaiolando nella direzione dell’ascensore e serrandoci all’interno.


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«Dobbiamo uscire di qui! – fece Cody, scambiandoci un’occhiata ambigua – mai avrei creduto che sarei stato costretto, un giorno, a dover fuggire da casa mia, per di più dal migliore amico di mio padre» «Chi era davvero, Cody? – fece Brenda, schiacciando il tasto del piano terra – tuo padre, intendo, non l’individuo che ci ha descritto Teador, vero?» «Per quale ragione gli errori dei genitori dovrebbero ricadere sui figli? – rispose – Mio padre non era certo un esempio da seguire, ma ogni suo traguardo lo ha raggiunto con il sudore della fronte, questo è sicuro. Era lui il capo dell’Organizzazione Planetaria, prima di me» «E posso chiederti come è morto?» Il ragazzo incrociò il suo sguardo, aggrottando le sopracciglia. «È stato un incidente, qui, alla base. Mio padre stava progettando delle nuove apparecchiature quando fu investito in pieno da una scossa. Non avrebbero dovuto funzionare, ma qualcosa andò storto… fui affidato a Teador e quindi rivestii il suo ruolo nel governo. Ammetto di essere stato autoritario e calcolatore, questo sì, ma spero riusciate a comprendere la mia posizione» «E tua madre?» Intervenne Bill. «È morta quando avevo cinque anni. Un male incurabile avevano detto i medici. Me la ricordo ancora e qualche volta mi sembra di vederla… venirmi in contro… abbracciarmi…» Quindi si poggiò sulle ante dell’ascensore e restò in silenzio, stringendo i denti per qualche istante. «Credo di non essere mai riuscito a piangere per lei – riprese, con il volto solcato da lacrime flebili – fino ad ora» Brenda restò sconcertata ed io con lei. Raramente avevo visto Cody sorridere, ma di certo mai aveva cacciato una lacrima. Restammo a fissarlo stupiti, forse per il fatto che nel giro di qualche minuto si era raddoppiato il numero di disperati. «Ma adesso ho io il potere – riprese, serrando i pugni – e non sarà certo Teador a mettermi da parte! Ho fatto degli errori, lo ammetto. Saprò rimediare!» L’ascensore si fermò di botto. Aveva impiegato diverso tempo per giungere al piano terra, ma d’altronde il livello su cui ci trovavamo era situato ad un’altezza considerevole.


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Uscimmo uno dietro l’altro e CT8 fu l’ultimo. Era rimasto in silenzio per tutta la durata della discesa, senza dire nemmeno una parola. Quando fummo fuori non trovammo anima viva a sbarrarci la strada e proseguire fino all’esterno fu sorprendentemente facile. Non appena giunti nell’ala opposta della torre, in uno spiazzale completamente deserto che ricordava vagamente il primo luogo del futuro che avevamo avuto modo di ammirare una volta approdati in quel bizzarro 2298, restammo sconcertati. Grosse nubi di fumo s’innalzavano lentamente dalla megalopoli dinanzi a noi. Fino a quel momento sembrava fossimo stati in un altro mondo, completamente diverso, ma adesso tutto era chiaro. La città era in fiamme, o quasi. Già perché nulla lasciava ad intendere tutto ciò: non vi era nemmeno una tenue e tremolante lingua di fuoco, solo nubi grigiastre che si sollevavano da terra. Fissammo Cody come a cercare risposte, ma non fummo in grado di dire nulla. «Troppo tardi» Tagliò corto senza incrociare i nostri sguardi. «Come sarebbe a dire – feci io – perché è tardi?» «RH17 è stato messo in funzione» «Come fai ad esserne così sicuro?» Il ragazzo alzò lo sguardo al cielo, senza rispondermi. D’istinto feci altrettanto e gli altri con me. Ciò che si presentò dinanzi ai nostri occhi aveva dello sconcertante. Sulle nostre teste, a parecchi metri dal suolo, vi era una specie di astronave, un aeromobile dalle dimensioni gigantesche che ricordava vagamente una delle macchine extraterrestri che avevo visto in tv nella serie di X-Files. Eppure quello non era un oggetto alieno proveniente da altri mondi, né ci trovavamo su un set cinematografico! «Che… – feci io, con voce smorzata – che diavolo è?» Cody strinse i denti. «È l’unica cosa che non avrebbe mai dovuto esistere! – fece, con rabbia – ma se crede di farla franca così si sbaglia di grosso!» Improvvisamente si alzò velocemente una nuova nube di fumo che ci costrinse a ripararci con le braccia. La vista ci si era appannata e non riuscivamo a scorgere null’altro che polvere, tutt’intorno.


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Quando quella specie di tornando sembrò dileguarsi senza procurare alcun danno, un grattacielo prese a crollare dinanzi ai nostri occhi. Non vi erano fiamme, sembrava tutto così naturale… Mi riportò alla mente ciò che era accaduto l’11 settembre a Manhattan, eppure ci trovavamo a notevole distanza, ben 297 anni più tardi! Restai perplesso, spalancando la bocca. «Come ci è riuscito? – intervenne Bill sgomentato – come ha fatto a…» «Perché colpisce i civili? – lo interruppe Brenda – a che scopo prendersela con la popolazione?» «Non è la popolazione che lo preoccupa. Spara alla cieca tentando di coglierli!» «Di cogliere chi?» Cody sollevò il braccio indicando una flottiglia di aeromobili più piccoli che avanzava velocemente in quella direzione. «Cosa sono?» Il ragazzo sorrise. «È l’armata dell’Organizzazione Planetaria. A quanto pare esiste ancora qualcuno con abbastanza sale in zucca da non credere alla mia morte» CT8 parve intimorirsi alla vista di ciò che stava accadendo nel cielo sopra le nostre teste e cominciò a volteggiare avanti e indietro, visibilmente preoccupato. Cody non sembrava più lo stesso. Il suo umore era notevolmente mutato. Da che appariva colmo di orgoglio e vendetta, ora sembrava completamente furioso e adirato verso tutto e tutti. Restammo a fissarlo per un po’, finché non lo vedemmo fare dietro front e dirigersi a passo svelto verso quella che sembrava essere l’entrata secondaria della torre. «Dove stai andando? – fece Brenda – sei impazzito?» «Non più di quanto lo sia stato Teador decidendo di mettersi contro di me!» «Ma il passaggio è sorvegliato, è impossibile entrare senza essere scoperti…» «C’è ancora gente che mi sostiene, no? E poi per quale ragione dovrei avere timore ad entrare nella mia proprietà?!» Bill corse dalla sua parte, trattenendolo per un braccio.


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«Forse mi riterrai uno stupido – gli disse – ma non lo sono abbastanza da non capire che stai per compiere la più grande scemenza che si possa fare» «Quale scemenza? Cercare di riprendere ciò che è mio?» «E vorresti farlo esponendoti al nemico? Curioso il tuo modo di vedere le cose» «Tu non puoi capire» «No, infatti – tagliò corto Bill – spiegamelo tu» Cody inarcò le sopracciglia e si fermò di scatto. Restò immobile per un istante, quindi sorrise. «Hai qualche altra idea per la testa? Se sì dimmi pure, altrimenti lasciami fare!» «Ci hai chiesto tu di stringere un patto, ricordi? E ora vorresti essere il primo a infrangerlo?» Cody non rispose. «Avremmo dovuto prendere tutti insieme le nostre decisioni, ebbene, così faremo!» CT8 si avviò velocemente verso di lui, chinando lo sguardo. «Forse ha ragione, signore» Fece, con flebile voce meccanica. Cody annuì. «Va bene – sospirò – lo ammetto, ci occorre un piano. Se qualcuno ha anche solo una vaga idea si faccia avanti» «Sei tu l’esperto, qui. Come è possibile rendere inutilizzabile quel… coso lassù?» Intervenni io, avvicinandomi e trascinandomi dietro Brenda. «Non può essere disinnescato… non è una bomba ad orologeria o un’astronave… è un droide, o almeno una specie» «Che cos’ha di tanto speciale?» «Anzitutto le dimensioni, quindi la capacità distruttiva. Ebbene, non è messo in funzione da alcun motore, ma gestito direttamente da un super computer al suo interno» «Un’altra Intelligenza Artificiale?» Domandò Brenda. «No – spiegò Cody – le I.A. si autogestiscono, mentre RH17 ha bisogno di un conduttore e certamente Teador è lì dentro. Tutti quei dati rubati dai computer del mondo sono serviti alla sua memoria. Non credo sia facilissimo mandarlo in tilt»


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«In tilt? – intervenni – perché invece non proviamo a rubare quei dati a nostra volta? Sei riuscito a manomettere i computer della scuola, potresti fare lo stesso anche con quel…» «Un semplice computer adoperato da un dirigente scolastico del XXI secolo paragonato ad una macchina da guerra del 2298? Non è la stessa cosa, credimi» «Ma allora come potremmo anche solo pensare di…» Fui costretto a interrompermi. Alle spalle di Cody era comparso qualcosa, o meglio, qualcuno. Una figura imponente stava ferma dinanzi ai miei occhi, sovrastandoci con il suo sguardo di fuoco. Restai a fissarla atterrito e gli altri fecero lo stesso. Il ragazzo si voltò con aria sospetta e mosse un passo in avanti prima di essere stretto da una mano tozza. «Allora è vero – disse quell’individuo, con voce grave – non sei morto» «Lasciami!» L’uomo mollò subito la presa. «Oh, non è mia intenzione farti del male… non ancora almeno e comunque non senza l’esplicito ordine del capo dell’Organizzazione» Sogghignò. «Infame traditore» «Ora voi verrete con me in attesa di nuove istruzioni» «Non vi smentite mai voi, eh? I soliti burattini nelle mani del più grande!» «Adesso basta – e ci puntò contro una grossa pistola – seguitemi in silenzio» Fummo costretti a rientrare nuovamente all’interno dell’edificio e ad avanzare velocemente attraverso quei corridoi desolati. Il piano terra era praticamente deserto. L’uomo ci condusse nuovamente nello studio di Cody, costringendoci all’immobilità e al silenzio assoluto con il dito indice premuto contro il grilletto della sua arma. Non avevo mai visto Brenda preoccupata in quel modo. Era diventata improvvisamente pallida e così anche Bill, che non osò muovere un muscolo.


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Quando l’ascensore si fermò permettendoci di uscire, fummo costretti ad entrare nuovamente nello studio. Eravamo solo noi e quell’uomo di cui non conoscevamo nemmeno l’identità. «Ora ve ne starete buoni qui fino al mio ritorno» Disse, con voce grave. «Cos’è la tua? – intervenne Cody – imbecillità o che altro?» «Credo faresti meglio a tenere a freno la linguaccia che ti ritrovi, ragazzo… Anzi, renditi utile» Si avviò verso la scrivania, cercando qualcosa nei cassetti. «Immobilizza i tuoi amici» Gli tirò tra le mani una vecchia corda logora in più punti, ma ancora sorprendentemente resistente. «Cosa?» Domandò Cody con voce smorzata. «Hai capito bene, non posso permettermi di lasciarli fuggire» «È me che vuole Teador, non loro! E poi non farei mai una cosa simile!» «Non sei tu a decidere cosa fare, purtroppo! – gli si accostò con la pistola puntata alla tempia – legali!» Brenda lanciò un gemito. «Fai… fai come ti dice!» Intervenne, con gli occhi spalancati. «Ma io…» «Sbrigati, ragazzo!» Riprese l’uomo, con pressione. Le corde non permettevano nemmeno il più piccolo movimento, anche perché tutto si era svolto sotto l’attento sguardo di quello che, a sua volta, aveva contribuito ad immobilizzare lo stesso Cody. Quando si allontanò verso la porta, scomparendo oltre l’uscio, restammo nella semioscurità, rotta solo dai fiochi raggi solari che filtravano dalle imposte socchiuse alle finestre. Cody assunse un’espressione colpita e a dir poco amareggiata. «Non è stata colpa tua!» Fece Bill, con foga. Il ragazzo, però, non sembrava pensarla allo stesso modo. «Smettiamola di cercare qualcuno a cui affibbiare una colpa e diamoci da fare per fuggire da qui!»


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Dissi io, attirandomi le attenzioni degli altri. «E come? – intervenne Cody - non riusciamo a muovere un muscolo!» «Deve pur esserci un tagliacarte o qualcosa del genere, no?» «Sono decenni che non si usano più i tagliacarte! L’unica soluzione sarebbe il laser» «Sarebbe? Perché sarebbe?» «Si tratta del sistema di sicurezza. È silenzioso, ma micidiale. Viene azionato da fotocellule che seguono i movimenti dell’intruso. Una mossa falsa e…» «Dov’è questo laser?» «Ma dico, sei impazzito? Se dovesse colpirti…» «Tu credi che Teador ci lascerà andare dopo averci catturato?» Domandai. Cody non rispose, si limitò a fare un cenno con il capo. «E allora cosa abbiamo da perdere?» Il ragazzo sospirò confusamente, quindi chiuse gli occhi. «Lo si può azionare lì, nell’angolo. Devi abbassare la leva e si alzerà dal pavimento» «Ingegnoso…» Feci, cercando di rompere quell’attimo di tensione. «Mi raccomando – riprese – stai attento!» Mi avvicinai a quella specie di interruttore trascinandomi dietro la sedia. Lo spinsi in giù, riuscendo ad osservare un lungo fascio rossastro comparire progressivamente da sotto i miei piedi. Mi accostai lentamente, avvertendo una strana sensazione di calore sulla pelle. Le corde mi stringevano i polsi fino a farmi male mentre tentavo di spingermi il più avanti possibile. Avvertii uno strappo forte e intenso e del fumo nero accompagnato da una strana puzza di bruciato. «Ci sei quasi!» M’incoraggiò Bill, mentre mi diedi una spinta verso il basso. Caddi a faccia in giù, riuscendo a sostenermi con le mani. Ero libero! Brenda mi lanciò un’occhiata sollevata e sorrise. In fretta e furia riuscii a liberare tutti, allentando e quindi sciogliendo le corde spesse e gettandole sul pavimento. Cody mi osservò aggrottando le sopracciglia e massaggiandosi i polsi. «Grazie» Disse, con un sorriso.


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Stavamo osservandoci l’un l’altro quando, improvvisamente, ci accorgemmo di qualcosa, o meglio, mi accorsi. «CT8! – sbottai, volgendo il capo in tutte le direzioni senza che nessuno incrociasse il mio sguardo – è riuscito a scappare un’altra volta!» Cody restò impassibile. «Non abbiamo tempo di pensare a che fine abbia fatto. Cerchiamo, invece, di uscire di qui» Si avviò verso la porta, riuscendo ad aprirla con il solito comando vocale. I corridoi erano sempre deserti. Non c’era anima viva in tutto il piano, né ostacolo, quindi, che avesse potuto sbarrarci la strada. «Via libera!» Informò, con un filo di voce. Avanzammo cautamente appiattendoci contro le pareti bianche, temendo che qualcuno avesse potuto sorprenderci. Riuscimmo a proseguire inosservati finché non fummo costretti ad arrestarci poco prima di svoltare nuovamente per l’ascensore. Lo stesso uomo che ci aveva condotti lì stava avanzando dalla nostra parte con sguardo severo. Deviammo di scatto il nostro percorso, correndo con tutta la forza che avevamo nelle gambe senza osar dire una sola parola. Ci rintanammo in uno stanzino buio e chiudemmo la porta nella speranza di averlo seminato. «Non tarderà a scoprire della nostra fuga» Aveva detto Cody osservando intorno con circospezione, senza però riuscire a scorgere alcunché. «Dobbiamo uscire di qui!» Intervenne Bill, battendo un pugno sul muro. Improvvisamente si udì un ronzio, come se con quel gesto avesse messo in funzione qualche strano congegno. Una luce intensa andò lentamente intensificandosi. Proveniva dal soffitto, cosa che ci portò istintivamente a sollevare lo sguardo. Eravamo in un hangar. Un hangar molto simile a quello che avevamo visitato la prima volta. Il soffitto stava spalancandosi proprio dinanzi ai nostri occhi stupiti, facendo entrare una luce intensa. «Non è uno stanzino, allora – fece Brenda, ammirata – è un hangar!»


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Osservammo con stupore la grossa aeromobile parcheggiata in uno spiazzo vastissimo e sorridemmo all’unisono. «Eccola – cominciò Cody, mostrandoci l’oggetto, anch’esso dalla forma di un disco volante – la nostra via di fuga!» Si avviò verso di esso, invitandoci a seguirlo con un gesto della mano.


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Capitolo 15

“Avanti, Justin… l’abbiamo già fatto una volta! Di cosa hai paura, adesso?” Eppure non riuscivo a convincermi nonostante quelle parole continuassero a vorticarmi confusamente nella testa. Cody era un esperto pilota e aveva avuto modo di dimostrarlo. Infondo non avevo avuto affatto paura la prima volta, eppure in quella circostanza mi sentivo diverso. Cominciarono ad assalirmi timori ingiustificati e quasi stentavo a credere che saremmo riusciti a scamparcela. L’uomo avrebbe scoperto la nostra fuga, saremmo caduti come topi in trappola e tutto sarebbe finito così… a circa trecento anni di distanza da casa mia! Brenda mi osservò sorridendo. «Che cos’hai? Ti vedo strano» Disse. Mi sforzai di sorriderle a mia volta. «Non starai pensando ancora a…» «No – la bloccai. Sapevo a cosa stesse alludendo e non me la sentivo di riprendere ancora la conversazione – davvero» «Partiamo!» Informò Cody, spingendo una sequenza di tasti sul pannello che aveva di fronte. Si udì un rumorio intenso, poi più nulla. Come a bordo di un aereo, ci sentimmo sollevare da terra improvvisamente, finché la situazione andò stabilizzandosi. L’aeromobile uscì perfettamente dall’apertura sul tetto, levitando a mezz’aria. Infine prese ad accelerare fortemente, fino a portarsi ad una velocità di molti chilometri orari. All’interno, tuttavia, sembrava fossimo rimasti immobili. «Cos’hai intenzione di fare?» Domandò Bill a Cody, sedendosi al suo fianco.


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«Andremo in direzione dell’armata. Deve pur esserci un modo per annientare Teador una volta per tutte e lo troveremo, stanne certo!» Non impiegammo che pochi minuti a scorgere le navicelle dell’Organizzazione Planetaria. Avrebbero dovuto essere circa due dozzine, delle stesse dimensioni dell’aeromobile su cui ci trovavamo. Non potemmo, ovviamente, non scorgere anche la sagoma dell’RH17, dalla forma allungata, in posizione stazionaria. Sembrava davvero un gigantesco robot dormiente sospeso nel cielo, completamente immobile. «Secondo te cosa starà facendo?» Domandai a Brenda, ma fu Cody a rispondermi: «Sta meditando sul piano più adatto da portare a termine. Ma noi agiremo per primi!» Virò di scatto proprio sul droide, cambiando improvvisamente direzione. Vidi Cody assumere un’espressione severa. Poche volte l’avevo visto in quel modo e mai aveva significato qualcosa di buono. Improvvisamente si allontanò dai comandi e si voltò verso di noi. «Non ho la benché minima intenzione di starmene qui a guardare e aspettare che qualcun altro si muova al posto mio» Disse. «Noi siamo soli – gli fece notare Brenda – e là fuori c’è un’intera armata in attesa di un movimento sospetto…» «Quelli mi credono morto. E poi aspettare che siano altri a fare la prima mossa mi sembra davvero eccessivo» «E cosa proporresti di fare? – intervenni io – irrompere in quella navetta e sorprendere Teador alle spalle?» Mi fissò con un’espressione ambigua, tenendo le braccia incrociate sul petto; quindi sorrise. «Potrebbe essere un’idea» Concluse. L’aeromobile sulla quale ci trovavamo scese lentamente fino a fermarsi di fianco all’RH17. Brenda osservava il paesaggio oltre il vetro del finestrino che appannava con il suo respiro. «È una pazzia! – disse, quasi indignata – andare di propria spontanea volontà verso il nemico… ma siete impazziti?!»


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«Risparmiaci le prediche – intervenne Cody, acido – ora abbiamo altro a cui pensare» Un tonfo intenso ci scosse tutti d’improvviso. Venni scaraventato in avanti e sfiorai il pavimento con le mani. Brenda si mantenne al bordo dell’aeromobile, evitando di precipitare. «Cos’è stato?» Domandò Bill, confuso. Cody si mosse verso i comandi, sospettoso. «Ci siamo fermati proprio sopra la nave di Teador. Credo faremmo meglio a sbrigarci» «Sbrigarci?» Domandai in maniera ottusa. «La nostra presenza non passerà di certo inosservata. Dobbiamo trovare un modo per fermare…» «Ah, questa è buona – sorrise Brenda con tono sarcastico – quella dannatissima macchina è una fortezza blindata! Come possono pensare dei ragazzini di entrare e mettere a tacere uno che ne sa di gran lunga…» «Non sei più nella tua epoca, Brenda – spiegò Cody, con voce grave e minacciosa – io non sono più il ragazzo tutto studio e compiti di scuola. Qui sono Cody McGraint, capo supremo dell’Organizzazione Planetaria: non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno. Ormai lo scontro è cominciato. Sta a noi decidere a chi attribuire la vittoria» Si aprì la porta scorrevole dalla quale eravamo entrati. «Ve l’ho detto, vi ho già coinvolti troppo in questa storia, quindi non vi presserò più di tanto. Chi vuole mi segua» E si avviò per primo. Mi volsi ad osservare gli altri. Incrociai lo sguardo di Bill e quindi quello di Brenda, rimasta immobile. Avanzai di qualche passo con cento pensieri che mi si affollavano in mente. Non so perché mi mossi, ma lo feci, e Bill mi imitò. Brenda restò a fissarci esitante per una frazione di istanti che parve non avere fine, quindi tirò un sospiro. S’incamminò nella nostra direzione, stringendosi nelle spalle e serrando i pugni. La porta si richiuse lentamente alle sue spalle. ***


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Un vento forte e impetuoso ci scompigliava i capelli mentre avanzavamo sull’ampia piattaforma metallica del dorso dell’RH17. Eravamo a parecchi metri di altezza e solo l’osservare l’immensa città di Washington sotto di noi ci incuteva un timore indescrivibile. Chissà cosa sarebbe accaduto se fossimo precipitati da quell’altezza…? Cody era l’unico sicuro di sé. Sembrava cecamente convinto su ciò che si dovesse fare per entrare all’interno ed era l’unico a non mostrare alcuna sensazione di sgomento. Brenda mi si accostò senza dire una parola, né io accennai a porle domande. Dopo qualche istante di fermo, l’aeromobile si scosse nuovamente. Una piccola botola si era aperta dinanzi ai nostri occhi. Sembrava tutto così assurdo, quasi un invito ad entrare. Cody ci obbligò a fermarci con un gesto della mano e aggrottò le sopracciglia, cercando di scorgerne l’interno. Era buio. «Ha in mente qualcosa» Disse serio. «Secondo voi si è accorto della nostra presenza?» «Sai che m’importa! – sbottò brusco – avanti, entriamo!» «Lì dentro? E se fosse una trappola?» «È sicuramente una trappola ma non abbiamo altra alternativa, quindi tanto vale approfittare delle circostanze» E prima che potessimo inventarci qualcosa per fargli cambiare idea, lo vedemmo avviarsi verso quel punto con sguardo autoritario. Noi lo seguimmo. A poco a poco che scendevamo la scala di ferro, la luce andava sfumando sempre più alle nostre spalle. L’ambiente non era poi così diverso da quello della nostra navetta: la struttura si presentava interamente metallica e strani congegni erano poggiati quasi ovunque. Cody non si meravigliò affatto di tutto ciò che aveva davanti, mentre noi restammo a dir poco allibiti, come bambini alle prime esperienze. Non appena fummo tutti dentro, la botola si richiuse sopra le nostre teste. «Siamo spacciati!» Fece Bill, con la fronte sudata. «Non dire sciocchezze!» Lo ammonii io, poco convinto.


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Improvvisamente l’oscurità fu rotta dalla luce intermittente di un monitor a malapena visibile nella lontananza. Avvertimmo un ronzio, poi le frequenze andarono stabilizzandosi. Era un videomessaggio. «Sapevo che sarebbe stata solo una questione di tempo, ma arrivate tardi!» Fece una voce. Le immagini divennero più nitide e sullo schermo comparve il volto di Teador. «RH17 è un gioiellino della robotica. Presto questo droide giocherà la sua parte nella mia ascesa al potere» «Aspetta che la mia armata cominci ad attaccarti e vedremo chi…» «La tua armata? Mi dispiace deluderti, ma tu non hai più nessuna armata. Per tutti tu sei… come dire… morto!» Si abbandonò ad una risatina priva di allegria. «Aspetta che mi vedano, allora!» «E come pensi di uscire di qui senza il mio lasciapassare? Ormai non sei più tu a detenere il potere, ragazzino. Tuo padre avrebbe dovuto intuirlo… gran brava persona…» Sorrise nuovamente. «Che c’entra mio padre? – grugnò Cody, stringendo i pugni e facendosi rosso in volto – parla!» «Un tragico incidente, non è vero? La gente non vuole troppe spiegazioni. Meno sa e meglio è. Lo hai capito a tue spese, non è vero?» «Sei… sei stato tu…?» «I piani di azione non si preparano in un giorno. Ci vuole tempo, pazienza, volontà di mettersi alla prova… e quando si può è sempre meglio eliminare ostacoli indesiderati» «Maledetto!» Lo vedemmo sfrecciare verso il monitor mentre l’altro sorrideva nuovamente. Cominciò a sganciare contro di esso dei pugni sordi, fino a infrangerlo del tutto. «Avresti dovuto aspettartelo – riprese Teador – ormai è finita!» La connessione s’interruppe. Continuava a piangere come un bambino a cui qualcuno aveva sottratto ciò che di più prezioso potesse avere. I suoi occhi si erano fatti rossi un po’ per la rabbia, un po’ per le lacrime.


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Spinto da chissà cosa, fui l’unico a muovermi e a fermarmi a pochi passi da lui. Feci per appoggiargli la mano sulla spalla e aprii la bocca senza riuscire a cavar fuori una sola parola. Poi mi convinsi. «Cody… io…» Avvertii un dolore folgorante alla guancia e fui scaraventato in terra da una forza che non saprei descrivere. Cody era ancora lì, con lo sguardo severo e il braccio teso. Quindi sgranò gli occhi, chinò il capo e si abbassò alla mia altezza. «Scusami – fece – non so cosa mi sia preso… ti giuro… non volevo…» «Non fa niente – gli risposi, sforzandomi ad accennare un sorriso, con la guancia ancora dolorante – è tutto apposto» Mi aiutò ad alzarmi. «Adesso però non possiamo continuare in questo modo; dobbiamo cercare di fare qualcosa» «Mai avrei creduto che Teador sarebbe arrivato a tanto. Questo dannato droide contiene tutti i file dei più potenti computer della Terra. Nel caso dovessimo fallire con le buone… giuro che lo ucciderò con le mie mani!» Ma non era una frase fatta. Osservandolo dritto negli occhi intuii che ne sarebbe anche stato capace. Bill e Brenda restarono fermi ad osservarmi, senza dire una parola.


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Capitolo 16

Restammo in silenzio ad attendere. Infondo non potevamo fare nulla più di tutto ciò che avevamo già fatto. Ci osservammo dritti negli occhi con la speranza che qualcuno proponesse per primo qualche nuova idea improvvisa o piano d’azione. Dopo qualche minuto le pareti metalliche della navicella-droide in cui ci trovavamo cominciarono a vibrare. Mi sembrò di provare le stesse sensazioni di quando, a bordo di un aereo, si avverte la partenza e lo slancio verso l’alto, dapprima lento, poi sempre più veloce. Il tutto durò una manciata di minuti, poi ci arrestammo bruscamente. «Secondo voi dove siamo?» Domandai, leggendo l’espressione preoccupata stampata sul volto degli altri. «Sicuramente non più nello stesso posto – intervenne Cody, chinando lo sguardo – e ormai lontani da qualsiasi forma di aiuto possibile» Improvvisamente lo schermo infranto dal ragazzo cominciò a brillare. Era una luce fioca che andava spegnendosi e riaccendendosi a più riprese. Fui il primo a scorgerla e la mia attenzione fu attratta a tal punto da spingermi ad avanzare da quella parte. «Dove stai andando?» Domandò Bill. Io lo ignorai e calai lo sguardo sul monitor, sorprendentemente acceso. «Ehi, ragazzi! – feci, aggrottando le sopracciglia e tentando di mettere a fuoco l’immagine sfocata – che cos’è questo?» Cody e Brenda comparvero alle mie spalle. «Qualcuno sta cercando di contattarci – informò Cody – sembra che non ci sia abbastanza energia da permettere una buona riproduzione» «Teador?» Domandò Brenda. «Forse no… ci occorre un po’ più di energia…»


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Quindi prese a fissarmi. Assunsi un’aria interrogativa e lo osservai a mia volta. «Che c’è?» «Hai qualcosa che contenga una batteria… di qualsiasi tipo?» «Ho un lettore cd» Intervenne Bill, frugando nelle sue tasche. «Non è niente di che… però ha le pile» «Andrà benissimo» Concluse, prendendolo in mano e smontandolo. Prese a rigirarsi le batterie tra le mani, sorridendo. «Un po’ rudimentali» Disse a se stesso con un filo di voce, quindi si calò verso una serie di cavi che sporgevano dal pilastro che reggeva il monitor. «La prossima volta vacci piano coi pugni» Scherzò Bill calando lo sguardo. «Devo solo far fare contatto con questo cavo qui… ecco… ci siamo quasi…» Brenda ed io prendemmo ad osservaci in volto. «Ditemi se è cambiato qualcosa sullo schermo!» «Sì – intervenni io – le immagini ora sono più chiare, ehi, aspetta un attimo!» «Cosa vedi?» «C’è… c’è…» «Chi?» Domandò Cody, sollevandosi nuovamente. «CT8!» Esclamammo in coro, osservando il volto robotico intermittente sul monitor graffiato. «Sto contattandovi dalla sede dell’Organizzazione, signore!» Parlò, con la solita voce metallica. «Noi siamo come imprigionati in questo stanzino! – spiegò Cody – è Teador a comandare tutto qui!» «Se me ne dà l’autorizzazione, signore, posso intromettermi nel sistema centrale con la mia RAM» «Come?» «Posso entrare nel computer attraverso i dati che sono contenuti nella mia memoria, signore. Posso liberarvi io, interagendo con l’elaboratore dell’RH17»


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«Ma sei matto? Ti scoprirà subito!» «Avrò almeno il tempo di sgombrarvi il passaggio» «E se spegnesse il computer? Cosa faresti? Resteresti intrappolato lì dentro!» «Non spegnerà il computer: rischierebbe di auto disattivarsi. Non impiegherò che pochi istanti a trasferire la mia memoria. Mi lasci provare, signore» Cody si massaggiò il mento con espressione pensierosa. Infine annuì. «Al minimo errore annullo il trasferimento dei dati, ti avverto» Il volto di CT8 scomparve dal monitor e al suo posto si mostrò una barra di caricamento che andava lentamente colorandosi di un verde acceso. Sotto di essa la segnalazione della percentuale completata andava progressivamente aumentando. Dopo qualche minuto si caricò del tutto e il monitor si spense da sé. «Cos’è successo?» Domandai subito io. Cody osservò intorno, quindi si voltò dalla mia parte. «Non lo so – disse – sembra che…» Ma non riuscì a completare la frase. Distante pochi metri da noi, una striscia di luce aveva cominciato a filtrare e a mostrarsi dalla nostra parte. Una porta metallica stava finalmente aprendosi, come se qualcuno fosse riuscito a sgombrarci il passaggio. «Presto! – incitò Cody – Muoviamoci!» Lo seguimmo senza obbiettare. Finalmente liberi! O almeno così credevamo. Già, perché non eravamo all’esterno, bensì in una sala attigua. Non saprei dire se l’illuminazione fosse stata davvero più intensa o se ciò non fosse stata altro che la mia suggestione, dato il tempo trascorso nella semioscurità. Ci trovavamo in un lungo corridoio curvo con un’ampia vetrata che seguiva la direzione dello stesso. Restai di stucco scorgendo oltre i vetri ciò che si trovava là fuori. Non eravamo più sulla Terra. Oltre non v’era altro che lo sconfinato e primordiale abisso dell’Universo, con le stelle maestose e splendide che emanavano i loro bagliori a molti anni luce di distanza. Cercai di muovere lo sguardo per osservare altrove, finché non scorsi il pallido contorno del nostro pianeta e della sua atmosfera. Eravamo nello Spazio,


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proprio come nei film di fantascienza, a bordo di una specie di astronave. Mentre osservavo sbalordito, un oggetto sfrecciò proprio di fianco all’RH17. Si mosse così velocemente che non riuscii a constatarne le caratteristiche. Attesi qualche istante e poi ne comparve un secondo e un altro ancora. «Deve essere stato quel movimento brusco di prima – fece Cody – non ci siamo semplicemente spostati… siamo usciti dalla nostra atmosfera!» «Cosa sono quelli?» Indicai con la mano, osservando altri oggetti sfrecciare velocemente sotto di noi. «Missili» Concluse quello, con assoluta tranquillità. «Missili?» Fece Bill con gli occhi sgranati. Cody lo ignorò. «Dobbiamo trovare Teador e riuscire a salvaguardare il computer di bordo. CT8 è lì» Non ci eravamo mossi da soli nello Spazio. Dietro di noi si trovava l’intera armata dell’Organizzazione Planetaria. Teador ci aveva mentito dicendoci che avevano ormai abbandonato i loro piani… era lì, schierata in assetto da combattimento. Avanzammo per quei corridoi illuminati a giorno con la convinzione di essere al cinema, da protagonisti di una puntata della serie Ai confini della Realtà. Strani macchinari occupavano tantissimo spazio e numerosi cavi erano collegati con altrettante apparecchiature che non avevo mai visto prima di allora. Non fu particolarmente difficile proseguire: gli ambienti erano decisamente più ampi e spaziosi e non sbarrati da alcun ostacolo. L’unica cosa che ci impediva di avanzare in maniera completamente autonoma e sicura era il fatto di doverci confrontare, prima o poi, con ciò che Teador aveva maturato nella sua mente, e tutto questo non prometteva nulla di buono. Improvvisamente fummo scaraventati in terra da un movimento brusco dell’RH17. Non stavamo proseguendo, né muovendoci di un centimetro: eravamo stati colpiti da qualcosa. I rumori erano praticamente as-


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senti, ma una grossa esplosione si poté scorgere oltre le vetrate imponenti che, tuttavia, non si scalfirono nemmeno. Quello fu solo il primo di una lunga serie di tamponamenti che ci impedì anche solo di muovere un muscolo. «Cosa diavolo sta succedendo?» Gridò Bill, tenendosi stretto ad un appiglio metallico. «Hanno cominciato a scontrarsi! – fece, stringendo i denti – Dobbiamo sbrigarci prima che sia troppo tardi! Non sanno che noi siamo qui: il loro obiettivo è quello di tentare di distruggere l’RH17. Non immaginano che potrebbero ucciderci!» «Dov’è Teador? Perché resta fermo e non reagisce?» Terminai quella frase, quindi dovetti rimangiare le mie parole. All’RH17 bastò lanciare un missile, uno dei tanti che avevo visto, ma di gran lunga più potente, per far saltare in aria una delle navi dell’armata dell’Organizzazione. Restai atterrito. Non avrei mai creduto che avesse potuto abbatterle così facilmente. Dopo di ciò, i tamponamenti s’arrestarono. Brenda fu la prima ad alzarsi, seppure a fatica e con la testa che le doleva. Io avvertivo una sensazione di vuoto allo stomaco. «Hanno… hanno finito?» «No – tagliò corto Cody – credo che i nostri abbiano capito che non possono nulla contro gli attacchi di Teador. L’unica soluzione sarebbe impedirgli di fare altro… immobilizzarlo…» «Sbrighiamoci a trovarlo, per prima cosa!» Fece Bill. Noi annuimmo. Quella non era stata affatto una bella esperienza. Sembrò che la situazione ci fosse sfuggita di mano. Ci sentimmo praticamente impotenti di fronte a tutto ciò che stava accadendo. Ormai non eravamo più noi a disporre, neppure Cody, considerato da tutti il detentore del potere assoluto quale capo dell’Organizzazione Planetaria… ora erano solo due ad avere il comando: l’armata e Teador, e della prima non eravamo più tanto sicuri. Ricordo perfettamente ciò che accadde dopo, anche perché non ci costò una chissà quale fatica scovare Teador. Sembrava stesse aspettandoci, seduto ai comandi, proprio come quando era stato Cody a pilotare la sua aeromobile.


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Pensammo di entrare in un nuovo reparto adiacente e invece ci ritrovammo all’interno della sala comandi. Teador era lì, a darci le spalle, consapevole della nostra presenza. «Game over» Disse, con un sorriso privo di allegria. Noi, ancora sorpresi di ritrovarcelo davanti, trattenemmo il respiro per qualche istante… tutti, eccetto Cody, il quale assunse un’espressione minacciosa. «È stato più semplice del previsto scovarti qui, eh? Dopotutto ci troviamo in una macchina… quante difficoltà avremmo potuto incontrare nel sorprenderti?» «Credete sia così stupido? Se siete qui è solo perché io vi ho consentito l’accesso. Voglio che osserviate la fine definitiva del vecchio ordinamento, e la nascita di un nuovo mondo» Finalmente si degnò di osservarci. Gli occhi di fuoco di Cody s’incrociarono con i suoi. Lessi in quello sguardo una volontà di cominciare una disputa più fisica che teorica e faceva davvero trasparire un certo senso di vendetta e rivalità. «Questa è diventata una faccenda personale, Teador – disse calmo – non m’importa più di niente, ormai. M’importa solo di noi due» «Arrivi tardi con queste tue ambizioni, purtroppo. Li vedi i tuoi uomini? Mi è bastato spaventarli per far interrompere lo scontro. Sai cosa potrebbe succedere se solo volessi?» «Hai azionato questo droide con dati rubati da altri computer. Non hai le capacità di controllarli» «Mettimi alla prova» Lo sfidò, inarcando un sopracciglio.


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Capitolo 17

Un nuovo colpo giunse improvvisamente, facendo tremare le pareti dell’RH17. Teador non si scompose. «Sta a vedere!» Disse e si voltò a premere una sequenza di tasti sul pannello di controllo. «Che hai intenzione di fare?» Sbottò Cody, stringendo i denti. Uno strano oggetto dalla forma di un sigaro si staccò dal velivolo e avanzò velocemente nel vuoto dello Spazio silente. Subito dopo si poté scorgere una grande esplosione luminosa. «È come una partita a scacchi – fece Teador, sorridendo beffardo – quando ormai si è capaci di mangiare tutte le pedine» «Stavolta non la passerai liscia, te lo assicuro!» Avanzò velocemente nella sua direzione. Teador non si mosse e restò a fissarlo. «Credi di farmi paura, non è vero? – fece – sei solo un ragazzino» Cody strinse i pugni e si bloccò. Restai a fissarlo con la gola secca, incapace di deglutire. Sapevo che sarebbe successo qualcosa, ma non riuscivo ad immaginarmi nulla. Cody alzò lo sguardo verso il monitor del computer che aveva davanti e che mostrava le coordinate del punto specifico in cui ci trovavamo in quel momento. Sorrise. «L’RH17 è schermato, non è vero?» Domandò, cambiando discorso. Teador restò a fissarlo perplesso, quindi assunse un’espressione severa. «Cosa intendi dire?» Domandò. «Nessuno può attaccarti dall’esterno, insomma, è come cercare di espugnare una fortezza di acciaio con armi di legno. È questo il tuo fattore di forza, non è così?»


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«Dove vuoi arrivare con questo?» «Le difese esterne possono essere indebolite. La schermatura può essere infranta spingendo una semplice sequenza di tasti» Il volto dell’altro fu invaso da un’espressione divertita. «Forse non ti sei accorto che qui comando io, ragazzino. Tu non puoi muovere un dito» «Io no – concluse brusco l’altro – ma l’RH17 non è un semplice mezzo di trasporto. È un droide… una macchina… un robot!» «Un robot che non possiede una memoria propria, però! Sono io a disporre. Io e nessun altro!» «Non ne sarei così sicuro» E stavolta fu lui a ridere. Sul monitor del computer era comparsa una scritta rossastra. A grandi caratteri, in quel momento, troneggiavano delle strane parole, almeno per la circostanza: riduzione schermatura completata. Teador restò a bocca aperta. «Come… come hai fatto a…» «La magia non esiste, tenente Teador – ed accentuò le ultime parole in segno di scherno – non crederai che sia un mago, vero? Chissà, forse qualcuno ti sta ripagando con la tua stessa moneta» L’uomo grugnì, adirato. «Adesso mi hai davvero stufato, piccolo…» Cody si mosse agilmente, scansando le mani dell’altro, pronte ad afferrarlo. I due si ritrovarono faccia a faccia, proprio davanti a noi che facevamo da spettatori imparziali. «Il computer non risponde ai tuoi comandi – riprese Cody – forse sei stato attaccato da un virus informatico, magari inviato da un hacker più furbo di te!» Assunse uno sguardo arcigno. «Un hacker capace di controllare autonomamente l’RH17!» Sul monitor del computer comparve una nuova scritta e una voce femminile prese a leggerla in sequenza: Difese esterne annullate. Operazione completata. «Se dovessero colpirci e questo coso saltasse in aria – fece Teador – anche voi non avrete alcuna possibilità di fuga. Non so come siate riusciti ad intromettervi nel computer centrale, ma vi assicuro che non avrete vie di scampo!»


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In quel momento avvertimmo un urto. Qualcosa ci aveva colpiti e non ne eravamo usciti affatto illesi. Fummo scaraventati sul pavimento da una forza esterna e cademmo gli uni sugli altri. «Voi ragazzini vi siete intromessi in maniera eccessiva in questa storia, una storia che non vi appartiene! Non permetterò che altri mi sottraggano il potere! Vogliono la guerra? L’avranno!» E a fatica si riportò ai comandi. Era davvero adirato e ce ne accorgemmo subito. Cominciò a premere una sequenza di tasti in maniera così veloce che non riuscimmo a scoprire cosa avesse intenzione di fare prima che fosse riuscito a portarla a termine. Subito dopo non poté scorgersi più nulla oltre le vetrate infrangibili che ci circondavano: del fumo scuro come la pece impediva completamente la visuale. Fummo costretti a subire quella situazione a lungo, finché il fumo stesso non si dissolse e ci mostrò ciò che era accaduto nel frattempo. Alcune delle navi dell’armata erano state abbattute, mentre altre apparivano ancora integre e dirette verso di noi. Io, Brenda e Bill ci scambiammo occhiate furtive. «Chi è stato ad eliminare la schermatura?» Mi domandò il ragazzo. «Chi vuoi che sia stato? – Sussurrò Brenda al mio posto – CT8, immagino» «In questo momento non è altro che una macchina vuota – ripresi – la sua memoria è finita nel computer di bordo dell’RH17. È come un corpo inerte e senza anima» Un nuovo urto ci scosse nuovamente. Sembrava stessimo rannicchiati in una trincea, nel bel mezzo di una battaglia. Cody si era tenuto saldamente al pannello dei comandi. «Va bene – concluse Teador, serrando gli occhi – all’RH17 non basta che un ultima mossa per vincere questo scontro. Ti concedo comunque la possibilità di impedirla, McGraint. Arrenditi e tutto finirà qui» «Arrendermi? Lasciarti campo libero per i tuoi piani? Sei tu che mi hai iniziato a questa vita, Teador! Credevi fosse stato facile, un giorno, deporre un semplice ragazzino. La storia ci insegna che non è così. Mai sottovalutare il proprio avversario» «Concordo – ribatté – non vorrai compiere tu l’errore» «Ora che sanno che non sono morto non potrai tornare a Washington! Ti arresteranno e finirai i tuoi ultimi giorni ad Albatros!»


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«Non se prima riesco ad evitarlo!» Non ebbe il tempo di reagire. Teador l’aveva già afferrato e stava minacciandolo con un pennino puntato alla gola. Un breve raggio laser uscì dalla punta. «Riuscite a sentirmi?!» Gridò, osservando il monitor. «Un passo falso, uno solo, e il vostro caro comandante ci lascerà davvero, stavolta!» Nessuna risposta. Cody cominciò a dimenarsi, serrando i denti. «Lasciami andare, maledetto!» Teador sorrise. «Voglio che sgombriate il campo. Adesso sono io a disporre. Allontanatevi tutti!» Ancora nessuna risposta. «Riuscite a sentirmi?!» Mi mancò il fiato. Cody era stato il nostro unico punto di riferimento. Era lui a conoscere tutto, a saperci tirare fuori dalle situazioni più intricate. Non potevamo nulla senza il suo consiglio e stavolta eravamo noi a dover fare qualcosa per aiutarlo. Ma… cosa? Dal computer giunse una frase confusa che andò a ripetersi più volte e sempre più chiaramente, finché non poté udirsi del tutto. «Non aggravare la tua posizione compiendo mosse avventate – fece una voce maschile – ormai non puoi più nulla contro di noi. Un passo falso e saremo costretti ad aprire il fuoco!» «Non siete voi ad essere nella posizione di disporre e decidere cosa devo o non devo fare! Allontanatevi dalla mia visuale e non gli sarà fatto alcun male!» «Le tue difese si sono abbassate! Non resisterai a lungo» Teador strattonò Cody. «Devo ripeterlo?» Fece. Nessuna risposta. Sapeva che in qualche modo ce l’avrebbe fatta. Ne era sicuro e cominciavamo a crederlo anche noi. «Non dici più niente ora, eh?» Continuò, rivolto al ragazzo. Quelli lo osservò con sguardo ammonitore. «Non so come tu abbia fatto, ma adesso rimedierai ai tuoi danni! Rialza le difese!»


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L’espressione di Cody si fece di ghiaccio. «Ora basta!» Mi alzai. Brenda emise un gemito, cercando di trattenermi, ma io la respinsi, bruscamente. «Voi tre non contate nulla – sbottò Teador – non fate parte di questa realtà, l’ho capito dalla prima volta che vi ho visto. Non costituirete alcun pericolo e non costringetemi ad usare la forza!» «Scommettiamo?» Ero fuori di me. In quel momento gli sarei saltato addosso senza alcun timore. La schermata del monitor era ancora accesa, segno che qualcuno, dall’altra parte, stava ascoltando in silenzio. «Non fare l’eroe, ragazzino! Stai cominciando a stancarmi anche tu!» «Ah, davvero? Sai quanto me ne importa? – continuai, con voce fredda – io non ho nulla da perdere» Mossi innanzi a me la sedia girevole sulla quale stava seduto Teador ai comandi. La scaraventai con tanta forza che riuscii a colpirlo in pieno. Il laser si mosse verso la pelle di Cody, il quale mi osservò con espressione preoccupata e deglutì. Quindi osservai un rivolo di sangue colargli sugli abiti. «Justin!» Gridarono Brenda e Bill all’unisono. «Per carità, Justin…» Riprese Brenda. «Non hai spaventato né me né lui – feci – se lo uccidi non sopravvivrai tanto a lungo da riuscire nel tuo intento; se non lo uccidi… bé, credo accadrà la medesima cosa. Come vedi, non hai vie di scampo, Teador!» L’uomo prese a sudare freddo e io me ne accorsi. «Oh, sì, invece!» Scaraventò Cody in terra, muovendosi a premere dei tasti sul pannello di controllo che aveva davanti. «Il computer non mi sarà comunque di aiuto grazie ai vostri giochetti» «Ma è impazzito! – tuonò Bill, l’unico ad aver compreso la situazione, al di fuori di Cody, troppo indaffarato a tossire e a massaggiarsi la gola per rispondere – È un suicidio!» Inspirai, tentando di mantenere la calma, ma non vi riuscii. Avrebbe disattivato il computer… sarebbe stata la fine!


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Con tutta la mia forza mi abbattei su di lui, senza intendere cosa stessi facendo. Dovevo farlo e basta, ma ne ignoravo la ragione. Teador si accasciò sul pannello davanti, batté la testa e prese a fissarmi con uno sguardo stralunato; quindi perse conoscenza. La comunicazione con l’armata si era interrotta e l’RH17 perdeva progressivamente energia. Cody, dolorante, si alzò a fatica e si portò ai comandi. Teador era come caduto in un sonno profondo. Ero sicuro di non averlo ucciso… come avrei potuto, d’altronde? L’altro non mi degnò di un’occhiata. Tentò di accendere nuovamente il computer, ormai quasi del tutto disattivato, ma non vi riuscì. Incrociai il suo sguardo tentando di cavargli qualche parola di bocca, ma invano. Era come se provasse un astio nei miei confronti… certo, avevo esagerato, ma gli avevo pur sempre salvato la vita, no? Improvvisamente anche la luce venne a mancare e una nuova scossa c’investì, pur se non proveniente dall’esterno. «Non appena la memoria sarà disattivata del tutto – spiegò Cody con un filo di voce – i dati immagazzinati andranno perduti. CT8 compreso» Sgranai gli occhi e con me anche Bill. «Cosa?» «Non c’è nemmeno abbastanza energia da reggerci in piedi. Saremmo fortunati a tentare un atterraggio di emergenza… a tentare, non riuscire» «Ma non possiamo…» «Reggetevi forte!» Fece, sovrastando la mia voce. Si interruppe tutto e il computer si spense. Capimmo subito che non c’era più niente da fare… anche le ultime schermate presero a sfumare fino ad oscurarsi completamente. I file di CT8 erano andati cancellati insieme a tutto il resto. Restai allibito per qualche istante. Era stato lui a salvarci in tutte le situazioni. Noi non avremmo potuto far nulla senza il suo aiuto, eppure era venuto a mancare così, d’improvviso. Questi pensieri mi si affollarono in mente, ma non riuscii a prestare ad essi maggiore attenzione.


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In effetti non feci nemmeno a tempo a trovare un appiglio che fui scaraventato in terra e così anche Bill. L’RH17 virò velocemente verso una visione splendida che avevo avuto modo di ammirare solo in fotografia e in pochi documentari trasmessi dalla tv. Il pianeta Terra era davanti a noi… la nostra meta, la nostra destinazione. Un gigantesco geoide color cobalto con splendide macchie verdastre che si ergevano da un oceano sconfinato. Era quello il mio mondo e mai avevo avuto modo di apprezzarlo come allora. Continuavamo a precipitare come un pezzetto di ferro attratto da un magnete gigantesco. L’atmosfera prese a svanire e perdersi sopra di noi, così come le nubi, comparse d’improvviso, scemavano lievemente dapprima impedendoci la visuale, poi dileguandosi rischiarando un paesaggio meraviglioso. Sotto di noi, Washington stava velocemente assumendo carattere. Ero letteralmente atterrito. Vedevo tutto concretizzarsi così velocemente, tutto ciò che ricordavo, o meglio, che credevo di ricordare, mi compariva dinanzi in maniera tanto sbrigativa da incutermi timore. “Questa è la fine”. Pensai. Si udì un botto, forte e intenso, poi una lunga strusciata su di un terreno che non saprei descrivere. Il tutto durò diversi minuti, durante i quali non saprei dire se il mio respiro si fosse fatto più lento o fosse cessato del tutto. Infine ogni cosa si fermò, improvvisamente. *** L’armata arrivò dopo di noi. Avevamo armi di tutti i tipi puntate contro. L’aria che si respirava era fresca e il vento che ci carezzava il volto aldilà del descrivibile con semplici parole, specialmente dopo aver trascorso tutto quel tempo segregati all’interno di una macchina. Gli sguardi di molti presero ad incrociare il nostro. I fucili non contribuirono affatto ad alleviare le nostre preoccupazioni. «Allora? – domandò Cody – vi è tanto difficile concepire il fatto che non sia morto?» Qualcuno calò la sua pistola senza dire una parola, altri non si mossero. «Ha perso i sensi – aggiunse Bill, confuso – è dentro»


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Mario De Martino

Due uomini ci superarono, entrando all’interno del velivolo attraverso la porta principale. «Riponete le armi – riprese Cody, severo, riacquistando l’autorità di un tempo – è un ordine e non voglio ripeterlo» Avanzò di qualche passò, facendo allontanare chi gli stava davanti. Quindi si voltò verso di noi. «Mi dispiace – disse, tirando un sospiro – mi dispiace di avervi coinvolto in questa storia di peso. Non avrei mai dovuto farlo, ma mi rendo conto che non sarei riuscito a nulla senza il vostro aiuto» La sua espressione si fece improvvisamente seria nell’osservarmi, quindi si massaggiò nuovamente il collo, con la mano insanguinata. Improvvisamente l’alzò verso di me e mi schiaffeggiò sulla guancia in un momento in cui non me lo sarei mai aspettato. Improvvisamente si addolcì e sorrise. «Hai esagerato nel fare l’eroe, Justin – mi disse, cercando di mantenere un tono serio nonostante la sua espressione, ma poi non resse – avrebbe potuto uccidermi. Bé, infondo la pensiamo allo stesso modo noi due. Mi hai salvato la vita. Grazie» Mi protese il braccio. Ero ancora scombussolato. Dopotutto mi aveva colpito due volte e per entrambe ne ignoravo le motivazioni. Non compresi all’istante, ma alla fine finii col sorridere a mia volta. Quel giorno non strinsi la mano ad uno qualunque, ad un ragazzo brillante con ottimi voti a scuola, ad un capo politico del 2298, ad uno, certamente, più sfortunato di me… quel giorno strinsi la mano a lui, lui soltanto, senza il suo corredo di attributi. Quel giorno conobbi davvero il mio amico Cody.


Justin Dave e il ragazzo venuto dal futuro

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Conclusione

Solo una cosa era certa: il signor McGraint altro non era che un giudice cieco dalla legge comprensibile solo a se stesso. Il suo comportamento e temperamento autoritario tornò nuovamente a farsi sentire. Il governo dovette ammettere che quel ragazzo non fosse affatto morto in circostanze misteriose e fu costretto a piegarsi a tutte le sue ordinanze da quel momento in poi. Il tenente Teador fu recluso nel carcere di massima sicurezza di Albatros, a circa trecento chilometri da Washington, sorvegliato a vista ventiquattro ore al giorno. Allo stesso modo ordinò ai suoi tecnici di dedicarsi al recupero dei dati smarriti nella memoria del relitto dell’RH17. Il motivo era semplice: CT8 non poteva essere abbandonato a se stesso, non dopo quello che era accaduto. Ma non seppi se i tecnici riuscirono mai nell’impresa. Cody predispose tutto per la partenza e non restammo più di un paio di giorni nel 2298. Finalmente era arrivato il momento di tornare a casa. *** Abbandonammo il 2298 semplicemente, proprio come ci eravamo arrivati, anche se in maniera del tutto stravagante e bizzarra. Bé, infondo di bizzarro c’era tutto in quella storia e non me ne meravigliai più di tanto, cominciavo ad abituarmi, infondo. La nostra cara, vecchia Londra, non era mutata di una virgola. Da quel giorno, tuttavia, cambiarono tante altre cose. Justin Dave, il sottoscritto, non fu mai più il piccolo pivello della scuola, o almeno non per tutti. Non dimenticherò mai il giorno in cui Bill mollò un sonoro pugno sul naso a Mike Spencer per avermi definito in quel modo… se ci penso mi viene ancora da ridere!


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Mario De Martino

Mi ci volle un po’ per tornare alla mia vecchia vita, anche se furono altri a ricordarmela. Anzitutto il signor Barrow, con tutte le sue F e la mia stessa famiglia, ma non ho voglia di parlarne. Bé, una cosa positiva posso anche dirla: Londra innevata è uno spettacolo! Non accadeva spesso, anzi, a parte la pioggia, posso dire di aver visto poche volte la neve nella mia vita, ma quel panorama bianco era davvero fantastico! Il Natale era alle porte, ma chissà perché non respiravo più la stessa atmosfera degli anni precedenti. Mi sembrava tutto così assurdo, la mia stessa realtà. Anche i giardini di Kensington mi apparivano sotto un altro occhio. «Ci stai ancora pensando, non è vero?» Brenda mi scambiò un’espressione di conforto. «A cosa?» Le chiesi io. «Sai benissimo a cosa, andiamo. Forse faresti meglio a non crucciarti troppo, insomma, lo stato d’animo non può di certo cambiare le situazioni» «Sì, qualche volta ci penso. Sembra ancora strano essere tornati qui, d’improvviso, e non poter raccontare niente a nessuno» «Raccontare? Ma di che stai parlando?» La osservai con espressione ambigua. «Di Cody, ovviamente» Lei mi squadrò per qualche istante, poi sorrise. «Già, Cody… – fece, divertita – io mi riferivo alla tua famiglia» «Ah, sì… bé, anche quella» Silenzio. Infondo cosa potevo aggiungere? «E comunque non è proprio da matti la nostra storia – sbottò – perché non potremmo raccontarla in giro? Un nostro compagno di classe proveniva dall’anno 2298 e ci ha condotti nel futuro a combattere un pazzo con manie di potere nello Spazio fuori della nostra atmosfera» Io inarcai le sopracciglia. «Ok, è da matti, hai ragione» Cercai di trattenere una risata ma non vi riuscii e lei se ne accorse. «Sei stato un grande quella volta, con Teador, lo sai?» Ero confuso.


Justin Dave e il ragazzo venuto dal futuro

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«Io..? Bé…» «Anche se credo che Cody abbia fatto bene a reagire come ha fatto. Come facevi a sapere che non l’avrebbe, insomma, ucciso…?» Scossi la testa. «Non… non lo so. Non sempre si pensa prima di agire, giusto?» «Io non ci sarei mai riuscita. Bé, infondo Cody nasconde tante di quelle sorprese… è riuscito a cancellarsi dai registri della scuola col pretesto di aver cambiato città. In un certo senso è vero, però…» «La scuola non sarà più la stessa senza di lui, te lo assicuro. Credo che per gli altri sarà solo un banco vuoto in più… ma per noi?» Brenda calò lo sguardo e con esso il tono della sua voce. «Due – disse – due banchi in più» Aggrottai le sopracciglia. «Eh?» «Non ti ho fatto venire qui con questo freddo solo per discutere del più e del meno, Justin – il suo tono di voce si fece più severo – mia madre ha trovato una nuova occupazione a Edimburgo» «Tua madre… cosa?» «La settimana prossima dovremo trasferirci e non credo ci rivedremo così spesso» Aprii la bocca, ma non riuscii ad emettere alcun suono. «È stata una decisione improvvisa – informò – andremo a stare dai miei zii prima di trovare una residenza stabile» «Ma così noi non potremo… insomma…» «Volevo solo salutarti di persona prima di partire, e… – quindi sorrise – e c’è una cosa che vorrei fare prima che mi penta di essermene andata senza averla mai fatta» Restai immobile. La vidi avvicinarsi, con il volto sorridente e i capelli mossi che le scendevano fin sulle spalle. Non riuscivo a muovere un muscolo: ero come pietrificato su quella panchina. Continuò a fissarmi con i suoi occhi profondi, quindi mi baciò sulle labbra e si allontanò. Il mio volto era diventato rosso, improvvisamente. Lei si alzò. «Buon Natale, Justin» Concluse. ***


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Mario De Martino

Questa è la mia storia. Fu così che persi due amici nel giro di pochi giorni. Ricordo ancora l’automobile che percorreva il viale e si allontanava nel grigiore cittadino portando via non solo la migliore amica che avessi mai avuto, ma anche tutti i ricordi che avevo di lei. Quell’anno trascorsi il Natale in compagnia di Bill Wilkerson, ma ci pensate? Insomma, l’avrei definita fantascienza fino a qualche settimana fa! Cody era solo un ricordo; il simpatico CT8 ci aveva lasciati e nessuno sembrava essersene accorto; Brenda aveva cambiato città ed io mi ritrovavo solo con quella che avevo finito con l’accettare quale mia vera famiglia. Non appena tornai a casa mi sentii una persona nuova. Quell’esperienza mi aveva giovato, e non poco. Abbracciai i miei genitori con il sorriso sulle labbra. Ancora oggi, quando sono un po’ giù, fantastico sulla mia esperienza, sul dolore che provai allora e su un amico che conoscevano in pochi. Chissà se l’avrei rivisto, Cody McGraint. Cercai di convincere me stesso. Forse sarebbe accaduto prima o poi, chissà. «Non è detta l’ultima parola!» Dissi, convinto, ma la mia perseveranza dovette spegnersi presto. «Lo spero» Conclusi.


Ringraziamenti

Questa è la storia di Justin, un ragazzo come tanti, senza troppe aspettative. Scrivere di Fantascienza è una sfida. Si finisce sempre con il narrare avvenimenti misteriosi, sotto certi aspetti inverosimili. Il difficile sta proprio nel non scadere nell’impossibile. Non so se ci sono riuscito. Una cosa, almeno, è certa: un libro non nasce mai da solo. Vorrei usufruire di queste ultime righe per ringraziare chi davvero ha contato qualcosa per la sua realizzazione. Anzitutto la mia famiglia, con il suo sostegno, mia sorella e i miei genitori. Poi Vittorio, il mio amico, il quale, ormai, è finito col diventare il mio suggeritore personale. A lui devo la nascita di CT8 e forse di qualche altro accorgimento che non sto qui a descrivere per risparmiare spazio. Ringrazio, naturalmente, anche i lettori che hanno speso parte del proprio tempo a leggere queste pagine. Sperando di non avervi annoiato, vi dico ancora grazie, a tutti. Mario De Martino


UN AIUTO A COLPI DI PENNA &

IL CLUB DEI LETTORI Grazie! TI RINGRAZIAMO PER AVERE ACQUISTATO QUESTO LIBRO, con il quale hai contribuito ad aumentare il fondo di “UN AIUTO A COLPI DI PENNA”, che a fine anno sarà devoluto a scopo benefico a favore di ASSOCIAZIONE DYNAMO CAMP ONLUS terapia ricreativa per bambini con patologie gravi e croniche (www.dynamocamp.org) Vota! INOLTRE, SE VOTERAI ONLINE QUESTO LIBRO parteciperai gratuitamente al concorso IL CLUB DEI LETTORI (www.clubdeilettori.serviziculturali.org) Soddisfatto o “Sostituito” Se la lettura di questo libro non ti avrà soddisfatto, potrai sostituirlo con un altro libro che potrai scegliere dal nostro vastissimo catalogo. (informazioni su www.ilclubdeilettori.com)

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Justin Dave e il ragazzo venuto dal futuro  

Chi è Cody McGraint? Un ragazzo brillante con ottimi voti a scuola? Un capo politico dall'oscuro passato? Un semplice adolescente che vive t...

Justin Dave e il ragazzo venuto dal futuro  

Chi è Cody McGraint? Un ragazzo brillante con ottimi voti a scuola? Un capo politico dall'oscuro passato? Un semplice adolescente che vive t...

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