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Il libro

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"IL MOSTRO A TRE BRACCIA" di Guido Pagliarino

Titolo: IL MOSTRO A TRE BRACCIA Autore: Guido Pagliarino Genere: Giallo Editore: Zerounoundici Edizioni Collana: Selezione Pagine: 100 Prezzo: 11,60 euro Acquista su Il Giralibro (-15%) Acquista su IBS

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Guido Pagliarino

IL MOSTRO A TRE BRACCIA I SATANASSI DI TORINO Due romanzi brevi

www.0111edizioni.com


www.0111edizioni.com www.ilgiralibro.com

IL MOSTRO A TRE BRACCIA 2008 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2009 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2009 Guido Pagliarino ISBN 978-88-6307-195-5 In copertina: immagine shutterstock.com

Finito di stampare nel mese di Giugno 2009 da Digital Print – Segrate (MI)


PREFAZIONE DELL’AUTORE

Avevo scritto questi due racconti lunghi, o romanzi brevi, di carattere poliziesco – fra loro connessi, perché entrambi basati sulle figure di Vittorio D’Aiazzo e Ranieri Velli – con attenzione a psicologie e ambienti, durante i primi anni ’90, anteriormente alla moda del giallo italiano; li avevo auto-stampati a computer e auto-rilegati, e avevo donato quelle poche copie inedite ad amici e ad alcuni cordiali critici, fra cui Giorgio Bárberi Squarotti al cui parere tenevo particolarmente. Avevo avuto approvazione. Non ero andato oltre nella “pubblicazione”. Ne erano e sono destinatari, in primo luogo, i lettori di narrativa in generale che non hanno gusti alla paprika e non disdegnano quei polizieschi che definirei umanistici, anche se posti sul piano del divertimento, un po’ come certi sceneggiati televisivi, “gialli” ma senza scene raccapriccianti, che sarebbero stati trasmessi alcuni anni dopo dalla RAI, ad esempio quelli sul maresciallo Rocca e su don Matteo. L’ambientazione è nella capitale subalpina, in un periodo ancora precibernetico, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60: una Torino dove, nell’area di Porta Palazzo e dintorni, che è centrale al primo romanzo, non abitavano ancora, come oggi, quasi soltanto extracomunitari, ma anziani piemontesi in pensione, originari della zona, e giovani famiglie dell’immigrazione meridionale; una città in cui arterie principali quali corso Vittorio Emanuele II e corso Regina Margherita vedevano, quasi, più mezzi di trasporto pubblici che privati. Fra i secondi, nelle vie e nei contro viali giravano molte biciclette, alcune a motore, mentre già si vedevano le prime auto 600 e 500, normalmente comperate a rate, con chili di cambiali, da qualche impiegato avanti nella carriera o occupato alla regina FIAT, signora più di oggi di Torino e cintura. Qua e là, poi, rombavano le automobili più costose, acquistate da esponenti dell’alta e media borghesia, come la FIAT 1400 e l’ALFA ROMEO 1900 – questa usata pure dalla Polizia: la cosiddetta pantera


– o come la fantasmagorica, per giovani figli di ricchi, LANCIA Aurelia Sport 1200, quella del film “Il sorpasso”, diretta concorrente dell’ALFA Giulietta spider 1300. Con le automobili e le biciclette circolavano vespe e lambrette assieme a qualche motocicletta di piccola cilindrata. Era quella un’epoca in cui non c’erano ancora il personal computer e il telefonino, tutte le famiglie avevano la radio ma pochissime la televisione, in bianco e nero, canale RAI unico: però senza pubblicità, a parte il simpatico e oggidì quasi leggendario “Carosello”. Una Torino, insomma, in cui un commissario all’antica poteva ancora esistere e operare quasi come i suoi colleghi dei gialli classici europei anni ’20-50. Guido Pagliarino


IL MOSTRO A TRE BRACCIA


Il mostro a tre braccia

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I

Vittorio D'Aiazzo se ne era arrivato in Questura radioso. Era il 20 maggio del 1959, nostro ultimo giorno alla Squadra Mobile di Genova. Da tempo non vedevo il commissario così raggiante: da quando sua moglie era fuggita con un altro, sul volto dell'amico non c'era stata che tristezza; ma finalmente avrebbe lasciato la città e l'appartamento che gli rammentavano ogni giorno "la traditrice", della quale era ancora cotto come un pollo arrosto: nessun dubbio che la sua richiesta di trasferimento a Torino avesse avuto il fine di distrarsene. Anch’io stavo per partire, con lui. Mi aveva chiesto tempo prima se volessi seguirlo e avevo senz’altro presentato domanda: la destinazione era la mia città. Per me, Ranieri Velli detto Ran, vice brigadiere e, nel poco tempo libero, poeta, era stata un'offerta da cogliere senz'altro, per la nostra buona amicizia e perché erano ancora vivi i miei genitori, ormai non più in piena salute, e avrei potuto aiutarli. Figlio unico, mio padre e mia madre erano i miei soli legami familiari: tutti gli altri parenti erano morti durante la guerra, chi al fronte, chi sotto le bombe, chi durante la lotta di Liberazione. Li avevo delusi, i miei: con molti sacrifici avevano sperato di farmi ingegnere e occuparmi in quella stessa FIAT in cui erano stati operai; ma io odiavo la matematica. Dopo studi incompiuti al liceo scientifico, ero entrato in Polizia, che allora si chiamava ancora ufficialmente Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza. Anche parte del pubblico diceva di noi le guardie, non gli agenti: “Badi, sa? che chiamo le guardie!”. Mi ero trovato quasi immediatamente agli ordini di Vittorio. Credo fosse diventato mio amico perché gli avevo salvato la pelle in un duello a fuoco; ma forse, più ancora, per il grande amore che portava come me alla poesia: un’amicizia che avevo ricambiato sùbito, avendolo sentito uomo sostanzialmente buono; e certo per amicizia aveva voluto che lo seguissi a Torino; anzi, penso che avesse chiesto proprio quella destinazione perché la sapeva la mia città e conosceva la solitudine dei miei genitori. D'altra parte non gli importava affatto della sede, purché fosse capoluogo e non si trattasse di Napoli, la sua città che, pur


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amando, aveva sempre evitato per passati contrasti con un famigliare originati, diceva, da abbietti motivi d'eredità; ma una volta si era lasciato sfuggire che lo sapeva coinvolto in traffici non chiari. Avevo supposto che non volesse tornare a Napoli per non trovarsi in imbarazzo e forse, un giorno, doverlo arrestare. Vittorio aveva allora quarant’anni. Si presentava come uomo piccolino e muscoloso, con una gran testa di capelli ricci neri. Eravamo assai diversi: io, biondo per chi sa quale antico antenato celtico, ero alto quasi un metro e novanta; insieme facevamo il classico il. Anche le nostre idee erano molto differenti, lui cattolico praticante e io, come mio padre, repubblicano storico ateo. Erano tempi, quelli, che non conoscevano le fotocopiatrici e normalmente ignoravano i computer, ancora rozze enormi macchine di poca memoria a disposizione di assicurazioni, eserciti, alcune grosse imprese; tempi in cui non si sapeva niente del DNA e la nostra Scientifica continuava ad affidarsi alla tradizionale chimica e alle impronte digitali. Gli investigatori scarpinavano, chiedevano notizie alle ancor numerose portinaie e ai vicini di casa, confidavano in un poco di fortuna. Accanto a una criminalità già efferata sopravvivevano tanti piccoli delinquenti normalmente disarmati. La maggior parte degli omicidi era di tipo passionale. Tempo della mia gioventù: avevo appena ventisei anni, in quel 1959. Occupavo una scrivania nell'atrio dell’ufficio di Vittorio: quella mattina, non appena mi aveva visto, mi aveva sorriso ampio e, secondo la sua abitudine di ricorrere talvolta al dialetto napoletano, mi aveva saettato: "Guaglio', t'aggio a dicere 'na bellissima cosa: nun se parte cchiù!". Era felice di restare? Possibile che io lo conoscessi così male?! Mi era scoppiato a ridere in faccia: "T'aggio pulcinellato! Si parte, si parte!" e mi aveva mollato un'affettuosa manata sulla spalla, da lasciarmi il livido. Giunto a Torino, avevo lasciato i bagagli nell'alloggio che i miei affittavano in via Giulio, nel centro storico, in una casa non molto distante dalla Questura, vecchia e con bruttissime scale; ma l'appartamento era confortevole perché la mamma lo aveva di molto curato; dall'interno, non lo si sarebbe immaginato in un palazzo ormai quasi cadente. Unico lusso per quei tempi, un frigorifero invece della ghiacciaia; naturalmente un FIAT, a prezzo scontato per dipendenti ed ex dipendenti.


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Non volendo importunare i genitori, avevo deciso che avrei cercato alloggio in una delle stanze per sottufficiali scapoli di una vicina caserma di corso Valdocco, presso il cui spaccio mia madre, come parente di un poliziotto, giĂ faceva, a minor costo che nei negozi, la spesa. Lo stesso pomeriggio del mio arrivo avevo chiesto udienza; mi avevano risposto che, al momento, non c'erano posti liberi se non in camerata, pur essendo previsto il trasferimento di un brigadiere; e mi avevano registrato, per primo, in lista d'attesa. Intanto, i miei si erano detti felicissimi di ospitarmi, anche per tutta la vita. L'amico D'Aiazzo, che giĂ  a quel fine era stato tempo prima a Torino, aveva affittato un appartamentino in via Cernaia, a due passi dalla Questura di corso Vinzaglio. Il 21 era considerato interamente giorno di viaggio; avevamo preso dunque servizio la mattina seguente il nostro arrivo.


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II

Era passata una settimana ed era circa mezzogiorno: "Ran, tu che sei di qui conosci la zona di Porta Palazzo, no?" mi aveva chiesto il D'Aiazzo dopo aver risposto all'interfono del nostro ufficio. "Sì, commissario": in quel tempo, e ancora per qualche mese, nonostante l'amicizia gli davo del lei, anche se in privato lo chiamavo Vittorio. "Va bbuo'! Le volanti son tutte occupate. Perciò ti prendi due uomini in divisa e con la nostra auto di servizio corri in via Cot-to-len-go: la conosci via Cottolengo? Ditta Mostro le Antichità. Ha telefonato 'na femmina che stanno, let-te-ral-men-te! ammazzandosi di botte. Il pranzo te lo fai dopo". Avevamo inserito la sirena della nostra Alfa Romeo 1900 senza contrassegni e l’avevamo tenuta fin all'ultimo, sperando che il suo urlo in avvicinamento intimorisse i violenti e li facesse desistere prima di un possibile epilogo tragico. Il negozio, un ampio oscuro magazzino al dettaglio e all'ingrosso di mobili e soprammobili usati, era prossimo alla piazzetta del Balon 1 , il mercatino delle pulci di Torino. "Polizia!". Prestavo servizio in borghese, ma essendo i due colleghi in divisa non avevo mostrato il tesserino. Un uomo sanguinante, il viso tumefatto, giaceva a terra supino, privo di conoscenza e forse moribondo. Qualcosa si agitava stranamente sotto la sua camicia. Avevo guardato con stupore quel movimento sul suo petto e avevo pensato che gli fosse uscito il cuore e continuasse a battere esposto sotto l'indumento anche se, come presto avrei realizzato, era un'idea assurda. A semicerchio attorno al morente stavano ferme, come indifferenti, quattro persone. "Cosa fate?! Le belle statuine? Chi è costui? e voi chi siete?". "Il padrone; e noi siamo i magazzinieri", aveva risposto una ragazza per tutti. "L'avete già chiamata, l'ambulanza?". 1

Pronuncia Balùn.


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"N...no", aveva balbettato. "Lei chi è?". "Mariangela". "Potrei denunciarvi per omissione di soccorso, lo sapete?!". Avevo chiesto a uno dei miei di chiamare un'autoambulanza per telefono, quindi avevo identificato i quattro. Si trattava di un uomo grande e grosso sulla trentina, un certo Alfonso, torinese, dal viso lungo pallidissimo e denti cavallini, che portava la fede nuziale, e di tre signorine sui diciassette, diciott'anni, tutte del sud, della prima immigrazione, e tutte molto belle, Mariangela, Jolanda e Annunziata, bionde ma, come denunciavano le loro sopracciglia e gli occhi neri, certamente tinte. Era giunta l'ambulanza, che aveva condotto il ferito al vicino Ospedale Istituto della Carità Cristiana. Avevo mandato un mio uomo assieme alla vittima, nel caso avesse ripreso conoscenza e pronunciato qualcosa a proposito dell’aggressione: inutilmente, come avrei saputo. Avevo chiesto ai magazzinieri di narrarmi i fatti. Mi avevano risposto sovrapponendo le loro voci, perciò, li avevo interrogati singolarmente. Era stata Mariangela a telefonarci; come mi aveva testimoniato per prima, un omone, mai visto prima, aveva fatto irruzione improvvisamente dalla strada, urlando rosso in viso: "Dov'è il mostro da baraccone? Vieni fuori, porco!". A gran passi era arrivato all'ufficio del titolare, Tarcisio Benvenuto, in quel momento seduto alla scrivania a fare conti. Qui aveva cominciato senza altre parole a prenderlo a pugni. Il proprietario, riuscendo a schermirsi con le braccia, aveva potuto alzarsi dalla sedia e scappare fin quasi all'uscita del negozio, sotto una tempesta di calci nel sedere, ma prima che potesse fuggire nella via l'altro lo aveva afferrato con la destra per il bavero e, tenendolo schiacciato contro il mobile della cassa, gli aveva mollato col pugno sinistro una grandinata di colpi sul viso e sulla testa fin quando la vittima non era crollata sul pavimento. Poi l'omaccio era senz'altro uscito, esclamando con accento piemontese: "Così per l'avvenire impara, 'sta merda!". Gli altri magazzinieri avevano confermato la versione. "Vi risulta che il Benvenuto avesse nemici?". "Credo che ne avesse un mucchio", aveva risposto per tutti Alfonso. Jolanda e Annunziata avevano approvato col capo. Mariangela, invece, mi aveva guardato dritto negli occhi, dischiudendo leggermente la bocca, come per pronunciare qualcosa; ma aveva taciuto.


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Proprio a lei avevo chiesto: "Avete qualche idea sul perché dell’epiteto mostro da baraccone?". "Perché... lo è, poveretto". "Poveretto?!" avevano fatto in coro gli altri tre, guardando Mariangela con disapprovazione. Poi la sola Annunziata aveva detto: "Ha il fisico giusto per il suo carattere". "Cosa intende dire?" mi ero incuriosito. "Intendo dire che ha un braccio in più, sul petto, che a intravederlo sotto i vestiti pare attaccato alla spalla destra, anche se non l'ha mai mostrato: al massimo, qualche volta, sono spuntate le sole dita, a far capolino tra i bottoni della camicia, dico in certi momenti in cui era più arrabbiato e non riusciva a frenarsi. "Inoltre", era intervenuta Jolanda, dalla parte destra ha una doppia fila di denti; e una suora che una volta venne qui ci disse che ha pure un pezzo di cervello in più. Certo è che, a volte, l'abbiamo sorpreso a farsi domande e a rispondersi da solo a bassa voce. Poi... c'è anche un'altra cosa... che non oso dire". "Un'altra cosa?". "Sì", aveva precisato Alfonso, "pare che tra le gambe... ne abbia due!" ed era scoppiato a ridere. "Chi ve l'ha detto? Sempre la suora?!" avevo domandato fra il contegnoso e il divertito. "No", aveva risposto Annunziata, "ce l’aveva detto Giulia". "Sarebbe?". "Una collega che è stata licenziata giorni fa: pare che il padrone le avesse fatto proposte... proposte di quel genere... mi ha capito, no?". "Veramente", si era intromesso Alfonso, "questo lei non l'ha detto; ma il fatto che sapesse dei due cosi fra le gambe fa pensare che Tarcisio glieli avesse fatti vedere"; e aveva riso più forte di prima. Avevo chiesto di descrivermi l'aggressore. Tutti erano stati concordi: si trattava di un uomo molto alto sulla cinquantina, occhi cisposi castani, senza sopracciglia e completamente calvo, grandi orecchi a sventola, grasso e grosso, collo corto possente, braccia da scaricatore e spalle larghe, schiena ricurva. Portava una cicatrice violacea orizzontale sulla fronte che l'attraversava quasi completamente e aveva il naso schiacciato dei pugili. La bocca era piccola, quasi senza labbra. "…e indossava delle scarpe che saranno state della misura cinquanta", aveva completato Mariangela.


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"Anche lui, come mostro, non sta male", avevo celiato con un breve sorriso. Poi mi ero fatto dare cognome e indirizzo della commessa licenziata e mi ero copiato dalle schede contabili le generalità di fornitori e clienti: dati incompleti perché, come avevo saputo da Alfonso, molte delle vendite al dettaglio, quelle dei soprammobili, erano verso ignoti passanti e la maggior parte degli acquisti veniva da privati, pagata in contanti senza che ne restasse traccia 2 . Era ormai l'una. Annunciando che forse sarei ripassato e che, comunque, loro sarebbero stati convocati per la testimonianza formale, avevo lasciato che i magazzinieri chiudessero il negozio e mi ero avviato verso la casa dei miei. Dopo qualche centinaio di metri, mentre imboccavo via della Consolata, mi aveva raggiunto la voce di Alfonso: "Brigadiere!". Mi aveva seguito, aveva soggiunto non appena vicino, per darmi una notizia all'insaputa di Mariangela: "Pare che quella criña 3 se la faccia col padrone. Si vede, aveva ghignato, "che le piace farsi fare in due modi nello stesso tempo! È per quello che sta dalla sua parte. Comunque... non so, sarà forse un'idea sbagliata, ma... e se fosse stato un suo parente a fraccare di botte il padrone?". "Mi avete detto che l'uomo aveva accento piemontese, mentre Mariangela è meridionale. Se fosse un suo parente..." "…potrebbero essersi imparentati qui, con uno dei nostri", aveva suggerito, calcando sulla parola nostri, come a intendere che di ben migliore stirpe si trattava, ed esprimendo di seguito una smorfia disgustata, manifestamente antimeridionale. "Va beh, controlleremo". "…ma mi raccomando..." "Non diremo nulla alle sue colleghe, stia tranquilla". C’eravamo stretti la mano: la sua era viscida.

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In quel tempo non era stato ancora istituito il registratore di cassa fiscale. Porca.


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III

Tornato in ufficio dopo una svelta pastasciutta dai miei, avevo stilato il rapporto per Vittorio. L'amico non c’era. Verso l'una e mezza se ne era andato alla stazione di Porta Nuova per attendervi un treno che doveva condurgli da Napoli un'ancella, come aveva pronunciato scherzoso. Si trattava, aveva precisato, di un'orfana diciannovenne appena alfabeta, Carmen, che gli era stata indirizzata da padre e madre, dopo debita scuola domestica per mesi due da parte di mammà, perché gli conducesse, su oneri sostenibili, la casa, impedendo così che, vivendo solo, continuasse a sciuparsi stomaco e fegato nelle trattorie. L'amico era arrivato in Questura verso le cinque del pomeriggio e con viso del tutto soddisfatto mi aveva detto: "Aggio mangiato bene, antichi sapori di casa mia! T'aggio a invitare, Ran"; ma quando aveva saputo della vicenda del mostro, si era abbuiato: "Al lavoro! Senti qua: questa sera, verso l'ora di cena, te ne vai a casa di 'sta Mariangela, inaspettato ospite, e mentre tutti son a tavola vedi se c'è qualcuno di loro con le caratteristiche dell'aggressore, ascolti, e... insomma, mi hai capito. Ma cerca di non sputtanare 'a guagliona davanti ai suoi, se vedi che è tutto regolare. Quando torni, mi riferisci". Mariangela e famiglia, tali Ranfi, vivevano in periferia, in una casa recente con citofono. Erano le 19 appena passate: "Sono il vice brigadiere Velli", avevo gridato spontaneamente, in quanto la voce maschile che aveva risposto mi era giunta appena udibile. L'uomo aveva replicato con insofferenza: "...ma cos’hai da gridare tanto?!" e aveva aggiunto un insulto volgare. "Pubblica Sicurezza!" mi ero adirato. "Cosa?!": la voce, questa volta, era allarmata. Ricordando che non avevo un mandato, mi ero contenuto e avevo replicato con calma: "Sono il vice brigadiere Velli. Mi facciano salire: devo parlare con la signorina Mariangela. È per l'aggressione". "Ah... sì: primo piano, scala B come Bologna".


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Stavo per entrare quando un uomo sulla cinquantina era uscito dal palazzo, guardando per terra. Era grosso, calvo, alto e aveva un accenno di gobba. Un lampo e l’avevo bloccato, mostrando il tesserino: "Documenti!". Forse avevano tardato ad aprirmi per consentirgli di uscire? Mi aveva chiesto spontaneo, in accento siciliano stretto: "Pe'cché mai, che fici?! Niente di niente fici!". "Non discuta: documenti!". Prudenzialmente, posando la destra su di un fianco, sotto la giacca, l’avevo avvicinata alla pistola che tenevo alla cintola mentre con la sinistra avevo preso la carta d'identità dell'uomo. Era risultato un commerciante ambulante, domiciliato nel palazzo. Il cognome, Gargiulo, non corrispondeva a quello di Mariangela; ma poteva trattarsi di un parente d’acquisto. "Mi conduca nel suo appartamento". "...ma commissario..." "Sono vice brigadiere. Non si preoccupi, stiamo conducendo un'indagine… Insomma, interroghiamo tutti nella zona". Si era calmato: “Guardi che noi siamo brava gente”. Secondo i dipendenti del Benvenuto, l'aggressore pronunciava con accento piemontese; ma sapevo ormai per esperienza quanto le testimonianze, tante volte, fossero fallaci, sia pur involontariamente. D'altronde, il picchiatore aveva detto pochissime parole. Oltretutto avevo notato una cicatrice sulla fronte dell'uomo, anche se molto corta e verticale, sopra il naso, non lunga e orizzontale. Non avevo alcun diritto di comportarmi così: avrei potuto solo controllare i documenti dell'uomo e lasciarlo poi andare per la sua strada. Avevamo preso l’ascensore fino al sesto piano. Una volta nell’alloggio, avevo chiesto di radunare tutti i membri della famiglia perché avevo qualche domandina da fare. I Gargiulo dovevano passarsela piuttosto bene; infatti un apparecchio televisivo, e addirittura di 21 pollici e non di 17, roba da ricchi nel 1959, faceva bella mostra nel tinello dove ci eravamo riuniti: io, il padrone di casa, la moglie, signora bassa e sfasciata sulla cinquantina, e tre ragazzi dai quindici ai vent'anni, coadiutori del padre nei mercati. "Ci siete tutti?". "Sì", aveva risposto la madre. "…e dei vostri parenti, quei Ranfi del primo piano, cosa mi sapete dire?". "Parenti?!" si era stupito l'uomo; "ma se non li conosciamo neppure!".


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"Non mi vorrà mica dire che abitate nella stessa casa e non li avete mai visti?!". "Sì, visti sì", aveva risposto per lui la moglie, "ma così, buongiorno e buonanotte: ecché, male ficero?". "Prima, dove stava andando?" avevo chiesto al capofamiglia senza rispondere alla domanda. "Eh! e dove avevo da andare?! Dagli amici al bar, come sempre. Così... per quattro chiacchiere amichevoli e un aperitivo prima di cena". Avevo abusato anche troppo e avevo deciso di congedarmi. Avevo ancora detto, rivolto alla signora: "A proposito della sua domanda, i Ranfi non hanno fatto alcun male". Poi avevo ringraziato e avevo preso a scendere a piedi verso l'appartamento di Mariangela. "Scassaminchia", avevo sentito giungere dall'alloggio, ormai chiusa la porta: era la voce della donna. Era stato Nicola, il padre di Mariangela, a rispondere al citofono: grasso ma dall'aspetto sofferente, occhi segnati e viso esangue, era senza gambe e si spostava su di una seggiola a rotelle. Non appena sua moglie, Annachiara, mi aveva introdotto in cucina, l'uomo, che era ancora accanto alla pulsantiera, mi aveva detto in un fiato, come se non avesse aspettato altro in vita sua: "È la fabbrica che mi ridusse così: un incidente sul lavoro che si poteva evitare, se solo avessero..." "…son cose che al signore non interessano", lo aveva zittito la moglie, una donna piacente, alzando brevemente gli occhi al soffitto; poi, rivolta a me: "Possiamo offrirle un caffè, brigadiere?". "No, grazie: non ho ancora cenato". "Allora, un aperitivo". Aveva messo un'altra sedia a tavola e guardando per un attimo il marito mi aveva detto: "Se permette, brigadiere, adesso lui va di là a sentire la radio. Lei invece, si segga qui tra noi"; e senz'altro aveva preso la bottiglia dalla ghiacciaia, un aperitivo dozzinale, e aveva cominciato a versare mentre il coniuge iniziava ad allontanarsi, farfugliando: "Meno male che mi hanno dato la pensione d'invalidità! Se no, chi sa come farebbero qui in casa". "Meno male che mia figlia lavora e che io faccio le ore tutto il giorno", mi aveva sussurrato la padrona di casa, senza curarsi che il consorte, appena oltre la porta, potesse udirla; e porgendomi il bicchiere: "Modestamente, ce la passiamo abbastanza da signori".


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Mi ero accomodato, dopo aver stretto la mano a Mariangela che sedeva a tavola. Dovevano appena aver terminato cena perché i piatti coi resti della frutta erano ancora lì. "La famiglia è tutta qui?" avevo chiesto alla ragazza, mentre la madre si sedeva a propria volta. "Sì". "Altri parenti, qui a Torino?". "L'unico parente è mio marito", era intervenuta Annachiara. "Non capisco". "No, non nel senso che è mio marito, ma in quello che siamo lontani cugini. Venimmo su tanti anni fa". "Avevamo fatto il guaio!" si era intromessa dall'altra stanza la voce di Nicola che, evidentemente, stava ascoltando tutto: "Io avevo solo tredici anni, modestamente! e lei pure. Era il '41. Eravamo scappati dalla Puglia qui a Torino. Volevano ammazzarci, i suoi e i miei! Lei aveva già Mariangela nella pancia, capisce?". Era seguita una risatina stridula. La moglie era divenuta paonazza: "Non gli dia retta: dopo l'incidente è diventato un po'... strano". "Almeno", era di nuovo arrivata la voce del consorte, "non si era poi dovuto pagare per i festeggiamenti: matrimonio qui a Torino, una volta raggiunta l’età di legge. Matrimonio da poveri!". Annachiara aveva voluto precisare: "Tanti sacrifici, brigadiere. Dato che molte braccia erano al fronte, Nicola aveva trovato posto da un artigiano, senza contributi, naturalmente, e per poche lire. Io ero stata presa come cameriera della signora, soli vitto e alloggio. Quando si erano accorti che ero incinta, avrebbero voluto mandarmi via; poi avevano avuto compassione e…" "…no! gli conveniva continuare a sfruttarci": questa volta la voce dell’uomo era adirata. "Insomma, la padrona mi aveva aiutata a partorire, lasciando che tenessi con me la bambina invece di farmela affidare a un orfanotrofio. Nicola dormiva sopra una branda in un angolo del laboratorio, io con Mariangela nella soffitta di casa; ma c’era la guerra, di notte era quasi più il tempo in cantina per gli allarmi che quello a letto. L’abbiamo potuta riconoscere come nostra, la bimba, solo dopo il matrimonio. Per le pratiche ci aiutò l’avvocato di un sindacato, perché c’erano complicazioni, dato che non avevamo denunciato la nascita: si era basato su cose come la guerra, i bombardamenti e le famiglie divise".


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Si era intromessa ancora la voce del marito: "La guerra era finita appena in tempo, se no finivo soldato!". "Eravamo stati dall’artigiano ancora per molto, finché nel 1949 avevano preso mio marito nell’industria; e lì, quattro anni fa, gli è successa la disgrazia". Qui Annachiara era venuta al dunque: "Brigadiere, doveva chiedere qualcosa a Mariangela?"; poi si era messa senz'altro a sparecchiare: "Mi scusi, lavo subito i piatti e poi me ne vado a dormire, perché oggi è stata una giornata...". Sapevo ormai quanto mi interessava, ma per giustificare la mia visita avevo rivolto qualche domanda alla ragazza; e ne avevo avuto una sorpresa. "…dunque", avevo chiesto, "cosa sa dirmi, più di preciso, del suo datore di lavoro?". "Che è... un santo". "Addirittura!" mi ero meravigliato: "Pare che i suoi colleghi non siano molto d'accordo con lei". "Stamattina non ho osato dire niente: loro ce l'hanno con lui semplicemente perché è il padrone, e anche con me perché gli tengo un poco le parti". "Lo ha in simpatia?". Era rimasta un attimo interdetta, indirizzandomi gli occhi negli occhi; poi aveva abbassato lo sguardo: "Dipende da cosa intende con simpatia". La madre, che intanto aveva iniziato a lavare i piatti all'acquaio, si era bloccata e aveva guardato la ragazza con viso indagatore. "Intendo una normale simpatia umana verso le persone ammodo". Annachiara era tornata alle sue faccende. "Sì, in questo senso sì: è uomo che quando può fa il bene. Ha dato tante di quelle elemosine, sapesse! ed è anche un poeta. Se non avesse addosso quella disgrazia..." "Un poeta?": dunque, si trattava di un collega. "Sì, scrive poesie bellissime: anche su di me. Aspetti, vado a prenderne una". Era tornata con un dattiloscritto. Effettivamente si trattava di una lirica gradevole, in versi sciolti, dove l'autore, castamente, elogiava Mariangela per la sua bontà e la sua intelligenza. Avevo pensato che l'uomo potesse esserne innamorato, ma che mai avesse osato dichiararsi a causa della sua mostruosità. Avevo detto con un buon sorriso: "Insomma,


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se non fosse per quel suo... difetto, secondo lei sarebbe un buon partito?". "Oh, sì!" aveva convenuto, "anche se ha quasi undici anni più di me: ma questo non importerebbe, senza quel… difetto". Possibile che Mariangela gli volesse bene? Uno con una simile mostruosità! Forse si vergognava ad ammetterlo, magari anche con sé stessa? Penso che il mio sentire trasparisse perché la ragazza era venuta sui miei pensieri: "Non ci si può innamorare di uno come lui ma... si può volergli un po' bene; non so, come... quasi come a un fratello". "Capisco". Dunque avevo davanti una brava ragazza, non la sensuale perversa di cui mi aveva soffiato quel viscido di Alfonso.


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IV

Il commissario aveva preso a cuore il caso, anche se era secondario: quanto gli avevo detto di Tarcisio lo aveva commosso. Aveva dunque deciso di occuparsi delle indagini pure di persona: cose che in quegli anni potevano ancora succedere, specie se il commissario si chiamava Vittorio D’Aiazzo. Aveva telefonato all'ospedale: Tarcisio aveva ripreso conoscenza, miracolosamente, aveva precisato la suora; ma era ancora in prognosi riservatissima e giaceva in stato confusionale. Non potendo ascoltarlo, Vittorio aveva deciso di interrogare la commessa licenziata: "Magari, prima di andare a casa vado a farle una visitina. A quest’ora la gente è stanca e si lascia scappare cose". Poco prima delle 21 il commissario aveva sonato a Giulia. Si trattava, come mi avrebbe poi detto, di un alloggetto all'ultimo piano di un vecchissimo palazzo in corso Vercelli. La donna, sulla trentina, bruna, graziosa nonostante un trucco pesante che le sconciava il viso, era venuta ad aprirgli sorridente, in vestaglietta trasparente e slip rosa, senza reggiseno, tutta profumata di un'essenza volgare dolciastra, pronunciando, ancor prima di vederlo: "Vieni, caro"; ma il sorriso le era morto non appena aveva visto il D'Aiazzo: evidentemente aspettava qualcuno, ma di certo non lui. Vittorio, che nei primi tempi, a Roma, ancora vice commissario, era stato destinato alla Buoncostume, aveva fortemente sospettato che si trattasse di una prostituta: Giulia arrotondava così i suoi stipendi? Certo è che, non appena il mio amico si era qualificato, aveva avuto un sussulto. Vittorio l’aveva tranquillizzata, dichiarando che era lì soltanto per notizie sul Benvenuto, e la donna un poco si era confortata, anche se sarebbe rimasta per tutto il tempo in atteggiamento ansioso col dare fuggevoli sguardi alla porta, lasciata socchiusa. Non aveva invitato Vittorio ad accomodarsi. Si erano parlati in piedi, nell'ingresso. "Vengo per un pestaggio che ha subito stamattina il suo ex datore di lavoro". "Io non ne so niente".


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"A proposito di lavoro: ha già trovato un altro posto?". "Sì, da un fornaio qua vicino, il giorno stesso che mi licenziai". "Un momento: non fu licenziata?". "Sì e no: io avevo solo minacciato di andarmene e lui mi aveva risposto: Faccia come le pare: anzi, visto che lo vuole, se ne vada; tanto, non è all'altezza". "Io, questo, lo intendo come un licenziamento". "Io no: me ne sono andata con gran sollievo". Qui Vittorio si era fatto più attento: “Perché? Di preciso, cos’era successo?". "Un uomo impossibile, commissario! Un rimprovero dietro l'altro. L'ultima volta si era inventato che ero stata distratta durante la vendita di un tavolo e che per questo il cliente non aveva comperato. Si figuri un po': un mobile orrendo!". "Comunque il principale non era soddisfatto di lei, no?". "Non lo era di nessuno. Colpa della sua... menomazione. Lei sa che..." "…ne so qualcosa. Lei, di preciso, cosa ne sa?". "Un giorno, ero appena stata assunta, venne a visitarlo una suora del vicino Istituto della Carità Cristiana, suor Marisa mi pare, un'anziana che lo aveva allevato da bambino là dentro. Sa che ci tengono anche le persone mostruose, no?". "Sì, sono sante suore". "Non ne dubito. Anche un po' pettegole, però; almeno quella: poiché il padrone era fuori, ma sarebbe rientrato di lì a poco, lei lo attese e, intanto, si lasciò scappare, tutta sorridente, notizie su di lui". "Cioè?". "Pare che la sua mostruosità venga dall'unione di due fratelli, due gemelli siamesi. La suora disse che dell'altro erano nati, uniti in modo inscindibile al corpo di lui, solo un braccio e un pezzetto di cervello; ma precisò che quel pezzo non era un cervello individuale, per cui lui era uno solo, non due". A questo punto, senza remore, considerando niente affatto timida la persona che aveva davanti, Vittorio le aveva chiesto: "E inoltre ha due peni, non è vero?". "Mah! Questo la suora non lo disse". "Lo riferì proprio lei ai suoi colleghi! Il padrone glieli aveva fatti vedere?".


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"…ma commissario!" era esplosa in riso la donna, irrefrenabilmente, coprendosi gli occhi con falso pudore. "Dico davvero: ripeto che lo affermano i suoi colleghi". Si era rifatta seria: "No, guardi, sono solo dei cretini. Io l'avevo detto come battuta: non mi ha mai mostrato niente: aveva solo da provarci!". "Dunque fu una sua invenzione?". "S...sì, ma per scherzo". "Mi dica: le fece proposte oscene?". "No! Gli avrei mollato una di quelle sberle…". "Ho capito: allora si trattava solo di contrasti di lavoro, non di altro". "Sì, ma ripeto che sono stata ben contenta di andarmene". Qui il commissario era venuto alla domanda essenziale, mentre Giulia guardava per l'ennesima volta l'uscio: "Conosce un uomo sulla cinquantina, calvo, grasso, alto, con una cicatrice sulla fronte, gobbo e aspetto da pugile?". "Perché?" si era allarmata. "Perché voglio saperlo, guagliona, e tu mi devi rispondere". Al sentirsi dare del tu aveva abbassato gli occhi, e: "No che non lo conosco. Io nessuna persona frequento. La mia famiglia è veneta ed è rimasta al paese". Figuriamoci se nessuna persona frequenti! aveva pensato Vittorio maliziosamente; poi senz'altro si era congedato ed era uscito. Proprio in quella, era giunto al pianerottolo l’ascensore. Ne aveva visto uscire un anziano distinto che, nel vederlo a sua volta, si era bloccato, mentre Vittorio prendeva a scendere a piedi: con la coda dell'occhio, aveva scorto il vecchio, di certo il cliente che Giulia aspettava, entrare sveltamente nell'alloggio.


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V

Si trattava adesso di seguire la pista di clienti e fornitori dell'aggredito. I loro soli nominativi non bastavano, era indispensabile conoscere le loro posizioni contabili verso la ditta Benvenuto: punto focale, scoprire se alcuni di essi fossero commercialmente in dissidio con Tarcisio al punto da avere motivi di vendetta. Il mattino dopo il commissario mi aveva spedito al magazzino a sequestrare le schede contabili. Non era procedura perfettamente legale, ci sarebbe voluto un mandato del giudice, ma si sperava che i magazzinieri non lo sapessero. Mariangela, non appena ero entrato, mi aveva chiesto notizie sulla salute del proprietario. Alfonso le aveva coperto la voce con la sua: "Sì, perché noi qua non sappiamo bene cosa fare: non abbiamo istruzioni e nemmeno la delega in banca. Io ho le chiavi di riserva se no, ieri, nemmeno avremmo potuto chiudere, né riaprire poi". Il D'Aiazzo mi aveva imposto di dire a tutti, senza eccezioni, che la prognosi era riservatissima e, inoltre, che il ferito era in coma e, anche se non fosse morto, mai avrebbe riacquistato conoscenza: anche se la possibilità era remota, il commissario voleva evitare che il picchiatore cercasse di uccidere Tarcisio in ospedale per eliminarne la testimonianza. A ogni buon conto, il mio superiore aveva posto una guardia davanti alla camera del poveretto. Avevo risposto come mi aveva ordinato. Alla notizia Mariangela si era nascosta il viso tra le mani. Avevo detto ad Alfonso: "Per il vostro lavoro, vi consiglio di continuare, per il momento, come avete sempre fatto. Quanto agli incassi, li potete tranquillamente versare, perché in banca li accettano comunque, basta che ci sia uno scarabocchio sulla distinta di versamento 4 ; se fossero prelievi, ovviamente no. Annotatevi bene su di un taccuino tutti i movimenti di denaro, per dare poi rendiconto agli eredi del titolare, se

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Così era in quegli anni, ben prima delle norme antiriciclaggio.


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morirà, o all'amministratore che il Tribunale nominerà, se resterà vivo; in questo caso come un vegetale, purtroppo". "…e gli stipendi di dopodomani?" aveva quasi sospirato Alfonso. "Chiedete al vostro sindacato che vi faccia autorizzare dal giudice a prelevarli". Quel pomeriggio Vittorio e io avevamo esaminato le schede. Tutte erano risultate con le partite pareggiate o, per le contrattazioni a termine, con crediti e debiti ancora regolarmente da scadere: meno una. Era relativa a un cliente del settore ingrosso, titolare di un vicino negozio d'antiquariato, che aveva sulla scheda una lunga lista di insoluti e, al fondo, due annotazioni, scritte in rosso, una sotto l'altra: La prima: Gli ho minacciato fallimento. 30 aprile 1959. La successiva: 20 maggio 1959. Telefonato al delinquente che o paga entro fine mese, o senz'altro presento istanza fallimentare: lo mando in galera per acquisti fraudolenti! Evidentemente, proprio santo Tarcisio non era: un iracondo quanto meno, visto che era giunto ad annotare, senza dubbio per sfogo, i suoi propositi sulla scheda. "Forse ci siamo!" aveva esclamato il commissario: "Ran, prendiamo la nostra macchina con due uomini e andiamo da 'sto fallendo". Era un uomo sulla cinquantina, con moglie coetanea e figlia nubile ventenne, socie nella ditta. Erano solo le 6 del pomeriggio, ma avevamo trovato il negozio con le serrande abbassate. Poiché i titolari abitavano al piano superiore, Vittorio e io eravamo saliti lasciando i nostri uomini l'uno presso la macchina e l'altro innanzi al portone. Era stata la figlia, una ragazza insignificante lentigginosa, capelli trasandati rosso carota, ad aprire l'uscio con una brutta smorfia sulla faccia, dopo che ci eravamo qualificati: "Per cos’è?" aveva chiesto non appena aperto. "Per il fallimento", aveva tagliato corto Vittorio. Padre e madre erano seduti in salotto, l'uno accanto all'altra sopra un bel divano pozzetto Luigi XVI: non per nulla erano antiquari. La maggior parte dell'appartamento era però vuota di mobili e alle pareti restavano solo i segni dei quadri che vi erano stati appesi. Li avevano nascosti altrove? Come la figlia, entrambi i coniugi mostravano un'espressione tristissima. Dovevamo averli interrotti durante una discussione in famiglia sulla loro disperata situazione. "Quello là mi disse che avrebbe aspettato il 31", aveva emesso il padre verso di noi: "L'ha presentata prima, l'istanza? Mi ha denunciato? Sia-


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mo in trattative per vendere anche questi ultimi mobili e dargli un acconto. Purtroppo siamo solo in affitto, se no avrei venduto l'alloggio". L'uomo non corrispondeva alla descrizione dell'aggressore: era basso, magro, aveva folti capelli grigi e baffi bianchi. "Certo è che, al Benvenuto, voi non gli dovete volere molto bene", aveva attaccato il commissario. "Un uomo spietato!" aveva tranciato la signora, una donna minuta, ancora più magra del consorte: "Lui non si rende conto: una ditta può avere sì difficoltà, ma questo non vuol dire essere disonesti. Gli abbiamo chiesto ancora un po' di respiro, ma ha riempito mio marito d'insulti per telefono, dandogli del farabutto". Aveva sospirato: "Possibile che non capisca che siamo gente a posto?". Poi si era umiliata: "Lei, commissario, non potrebbe... convincerlo ad aspettare ancora?". "Ma vada al diavolo!" era sbottato il marito: "Sarebbe da strozzare quel mostro a tre braccia! Crepi!". Recitavano? Vittorio aveva bluffato: "Meglio per voi se ci date subito il nome. Dico dell'uomo che avete spedito a massacrarlo di botte". "Ma cosa dice?!": l'antiquario era parso esterrefatto. La moglie aveva spalancato gli occhi e la bocca. La figlia si era accasciata sulla vicina poltrona. "Non mi direte che non ne sapete niente?! Era sul giornale di oggi che l'hanno pestato a sangue riducendolo in fin di vita". "Ma cosa vuol mai che ne sappiamo!" si era arrabbiato lui ancora di più: "Oggi non l'abbiamo neppure letto, il giornale!". Aveva gli occhi umidi. Può darsi, aveva pensato il D'Aiazzo; ma aveva insistito, con voce che esprimeva grave rimprovero: "Volevate farlo uccidere a suon di pugni: così, morto lui, più nessuna richiesta di fallimento! Proprio perché sembrasse una morte preterintenzionale e non un omicidio volontario, il vostro picchiatore ha finto di volergli dare solo una lezione. Alla faccia della lezione! Botte a ripetizione sulla testa, da lasciarlo secco! Buon per voi che non è morto. Forza! Chi è l'esecutore?". Il commerciante, pallidissimo, dopo essere rimasto come paralizzato per tutti i secondi della tirata di Vittorio, si era alzato di colpo ed era corso alla finestra: "Basta, mi ammazzo!". Le famigliari erano scattate e lo avevano rincorso.


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Ero stato io a bloccarlo; e lui mi aveva tirato un pugno su una spalla facendomi male. "La dichiaro in arresto!" gli avevo esploso in faccia indispettito. "Siete pazzi!" aveva reagito la moglie. "Lasciateci in pace, maledetti!" aveva rinforzato la figlia. "Uehi!! Vi arrestiamo tutti e tre, capito?" li aveva minacciati Vittorio; ma l’espressione del viso non era adirata: "Datevi una calmata. Quanto a lei", si era rivolto all'uomo, "per questa volta non l'arresto; però la faccio ricoverare subito in ospedale perché è pericolosa per sé e per gli altri". "No”, l’aveva supplicato la moglie," ci pensiamo noi! Basta che...". "…che ce ne andiamo?" "S...sì". "…e va bene: ce ne andiamo". Avevamo preso la porta: spontaneamente li sentivamo innocenti; e d’altronde non avevamo alcuna prova per arrestarli: dopotutto, Alfonso non aveva forse testimoniato che Tarcisio era pieno di nemici? Un santo? Mah!


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VI

Eravamo nei pressi dell'Ospedale Istituto della Carità Cristiana e Vittorio aveva deciso di farci un salto: "Forse il Benvenuto è tornato in sé". Licenziata la macchina, c’eravamo avviati a piedi. Mostrato il tesserino alla suora portinaia, eravamo stati ammessi al reparto di Tarcisio, terzo piano; ma qui un'altra religiosa, la caposala, alla nostra richiesta di vedere il paziente aveva rifiutato e, poiché noi si insisteva, addirittura si era parata innanzi alla porta della camera del Benvenuto, a fianco dell'agente che Vittorio aveva messo di guardia: "Pubblica Sicurezza o no, il paziente non può essere disturbato; e comunque è ancora in semi anestesia. Anzi, già che siete qui, dite al vostro uomo che non si provi più a fumare: siamo in un ospedale, non in caserma". Il poliziotto, che aveva nascosto una sigaretta dietro la schiena, era divenuto grigioverde come la sua divisa 5 . Eravamo tornati all'ascensore, rassegnati; ma dopo una ventina di passi, mentre stavo per pigiarne il pulsante, avevamo udito un'esclamazione accorata. Era della caposala che, dopo la ramanzina all’agente, era entrata nella stanza di Tarcisio per un controllo. La suora era uscita di corsa e si era precipita al citofono del corridoio: "Il medico! Il paziente della numero 4 non dà segni di vita". "Un embolo ematico causato dal pestaggio", aveva sentenziato poco dopo il sanitario, uscendo dalla camera, "che nonostante gli anticoagulanti ha preso a circolare e a un certo punto gli ha bloccato il flusso sanguigno. Non c'è più nulla da fare". Ora si trattava di omicidio. "È deceduto in conseguenza di un reato", aveva detto Vittorio al medico, "e dev'essere eseguita autopsia dal medico legale. Lei stenda il certificato di morte con le più immediate osservazioni". Vittorio aveva ordinato al nostro agente di telefonare in Questura perché inviassero l'apposito furgone per il trasferimento della salma all'obitorio. Quindi era entrato nella stanza di Tarcisio, io dietro, e si era 5

Tal era il colore della divisa della Pubblica Sicurezza, come pure quello delle sue auto, non ancora blu e azzurro come oggigiorno.


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messo a osservare il corpo con attenzione. Gli era apparsa sul viso un'espressione interrogativa: "Hmm...", aveva emesso, come sovente quando rifletteva: "Ran, perché non mi hai detto che era un tipo alto un metro e novanta e con una muscolatura da lottatore?". Avevo scortato la salma all'obitorio. Intanto il commissario aveva chiesto della suora che aveva allevato Tarcisio e saputo che continuava a prestare servizio al padiglione dei più poveri, come le religiose chiamavano il settore che ospitava persone gravemente malformate, un edificio separato dal resto dell'ospedale da una via aperta al traffico; e aveva deciso di porle alcune domande. La monaca di guardia al padiglione aveva però creato difficoltà: “Adesso suor Marisa ha molto da fare"; e poiché il commissario le aveva mostrato il tesserino, gli aveva chiesto decisa se avesse un mandato di perquisizione. "No, sorella, ma la mia visita ha un fine buono, rendere giustizia a un vostro antico ospite, il signor Benvenuto". "Tarcisio? Ah, povero uomo!". Senza altri commenti, la portinaia aveva chiamato al telefono la consorella, poi aveva fatto accomodare il mio amico in parlatorio. Poco dopo era giunta suor Marisa. "Son venuto per Tarcisio". La religiosa, una donna piccolina e magra sulla settantina, non sapeva ancora della morte del suo protetto. Credendo che il D'Aiazzo volesse sapere dov'era ricoverato, gli aveva detto spiccia: "È da noi, ma non qui. È di là nell'ospedale, al terzo piano". Il mio amico aveva pensato bene di tacerle il decesso: "Questo lo sapevo, ma ho chiesto di lei, sorella, perché può forse aiutarmi a capire chi l'abbia aggredito. Lui... non può darmi informazioni". "Lo so, son passata a trovarlo nel primo pomeriggio e non era ancora in sé. In particolare, commissario, cosa dovrei dirle?". "Il più possibile di lui". "Fu abbandonato neonato qui davanti. Era malformato: un terzo braccio e, come si vide in seguito, anche un pezzo di cervello in più; crescendo, pure molti denti oltre il normale. Tarcisio si mostrò presto di buona intelligenza e superò grazie ai nostri insegnanti i corsi elementari e le tre classi dell'avviamento artigianale. Gli fu insegnato, finché non fu falegname rifinito, il mestiere di San Giuseppe. Poi si specializzò in restauro nel nostro laboratorio: molto bravo! Inoltre aveva mostrato ben pre-


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sto di amare moltissimo la lettura: fin da bambino leggeva, e leggeva... ed è un poeta, sa? Una volta maggiorenne, a differenza di quasi tutti gli altri nostri ospiti, volle entrare nel mondo. Coi denari che gli avevamo pagato per i suoi primi lavori di restauro, cominciò da solo il mestiere di robivecchi, con cianfrusaglie e mobiletti sfasciati che metteva a nuovo egli stesso e vendeva in giro con un carretto, grazie a una licenza ambulante che gli avevamo procurato. Nei primi tempi usava il nostro laboratorio e veniva ancora a dormire qui. Poi, fatica su fatica, arrivò ad avere un bel banco qui vicino, al Balon, e, finalmente, a rilevare un negozio, sempre qui nei pressi". "…e come carattere? So che una sua commessa l'ha definito addirittura un santo". "Certamente è un uomo buono, sempre in vena di elemosine. Ha fatto testamento interamente a favore del nostro istituto. Lo custodisce la nostra economa. Sì, un buon cristiano, tanto più meritevole con la croce che porta! ma sono proprio questi poveri i prediletti del Signore. Tarcisio riesce addirittura ad accogliere le proprie malformazioni con un sorriso: con un gioco di parole, volle chiamare la sua azienda Mostro le Antichità". "Ho capito; e... mi perdoni, sorella: sempre a proposito della sua bontà, so invece di altri che l'hanno definito... assai diversamente". "Che sia un uomo buono è certo, anche se è verità che non ha mai avuto molta pazienza: ogni tanto va sulle furie e quando si arrabbia... ma ciò non significa che ne sia colpevole: non possiamo mai giudicare la coscienza degli altri". "Forse", aveva azzardato il commissario, "la causa della sua aggressività era soltanto fisica, vale a dire quel pezzo di cervello che aveva in più". "Che... aveva?". "Hm… sì, è... morto poco fa". La religiosa aveva chiuso gli occhi senza dire parola per secondi, e Vittorio aveva inteso che stava pregando e soffrendo insieme, ma che secondo la regola doveva contenersi, non mostrare il dolente sentimento quasi materno che certo provava per Tarcisio. Solo quando l’aveva vista riaprire gli occhi, il commissario aveva ripreso: "Ora è omicidio e io devo trovare il suo assassino. Posso continuare a chiedere, sorella?". "Può": la voce le tremava.


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"Non le parlò mai di nemici, soprattutto negli ultimi tempi? So che ogni tanto lei passava a trovarlo nel suo negozio". "Più sovente, veniva qui lui: almeno una volta alla settimana, per la messa domenicale in cappella. No, direttamente non mi disse mai nulla; ma c'è qualcosa che forse... Aspetti un momento". Si era allontanata, per tornare un paio di minuti dopo: tra le mani serrava un gran fascio di fogli. "Ecco", aveva detto, "sono le sue. Me le diede negli anni, via, via che le scriveva". Si trattava di copie a carta carbone di poesie: "Posso averle?". "Sì, ma... No, va bene, le prenda senz'altro". Vittorio aveva intuito che la suora voleva testimoniare a Dio il suo disinteresse per le cose del mondo, fossero pure le poesie del suo protetto: "Stia tranquilla, gliele restituirò", le aveva promesso. Stava ormai per congedarsi quando gli era balenato un pensiero molesto: Quella Giulia aveva presentato questa suora come una pettegola. Possibile?! L'ex commessa aveva forse avuto qualche motivo per diffamarla? O era semplicemente una pettegola ella stessa? Così aveva ancora chiesto alla religiosa: "Scusi la domanda, ma... Tempo fa lei passò nel magazzino di Tarcisio e si mise... a parlare coi magazzinieri delle sue malformazioni?”. "Mi ricordo, ma detta così sembra mormorazione: il magazziniere, un certo Alfonso se ho buona memoria, era evidentemente brillo, si capiva anche dal suo alito. Iniziò improvvisamente a ridere e a dileggiare la miseria fisica del suo principale, dicendo che era un mostro. Poi si fece serio e prese a dire che era un violento. Per questo fui costretta a far sapere a tutti delle sofferenze che Tarcisio aveva incontrato fin da piccolo a causa delle sue malformazioni; e li esortai a portare pazienza se, ogni tanto, poteva avere uno scatto d'ira, perché era buono anche se, come lei ha capito, aveva nel cervello una parte del suo gemello non nato che poteva, talvolta, confonderlo; ma non era colpa sua". "È proprio quello che volevo sentire", aveva sorriso Vittorio.


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VII

Come avrei saputo il giorno seguente, non appena a casa il commissario si era seduto a leggersi le poesie di Tarcisio, in attesa della cena; e finalmente se ne era uscito in un largo Aah! di contentezza. Si era alzato di scatto e si era precipitato al telefono, dicendo a sé stesso ad alta voce: "Speriamo ci sia ancora qualcuno!" e ricevendone dalla cucina la non pertinente risposta della sua giovane governante: "La cena è quasi pronta, dottore". Aveva chiamato a casa un giudice che ben conosceva e lo aveva pregato di fargli preparare i mandati di perquisizione del magazzino e dell'abitazione di Tarcisio: "Mandati urgentissimi", aveva precisato, "per evitare possibili inquinamenti di prove". Quindi aveva telefonato all'obitorio e in Questura chiedendo di non riferire alla stampa che il Benvenuto era morto. Finalmente si era messo tranquillo a tavola, liberando la mente dal lavoro. Erano le 10 della mattina seguente quando aveva avuto i suoi mandati. Aveva eseguito immediatamente le perquisizioni di persona, con l'aiuto di due agenti. Quand’era tornato in ufficio verso le 13, con alcuni documenti e una bobina audio magnetica nella cartella, l’avevo visto del tutto soddisfatto. Quella mattina, alla fine dell'ispezione, aveva convocato i magazzinieri nel suo ufficio per le quattordici; ma non aveva loro detto che il principale era deceduto. Puntualmente i quattro erano giunti in Questura. Li avevo riuniti nell'ufficio del commissario, lui presente. Per prima cosa, come Vittorio mi aveva chiesto, avevo detto loro della morte di Tarcisio. Seduto in un angolo, egli ne aveva osservato le reazioni. Mariangela aveva scosso la testa in un gesto di rifiuto, poi si era soffiata il naso. Gli altri tre avevano espresso dei formali mi spiace; Alfonso aveva aggiunto: “…ma adesso come andrà a finire per il nostro lavoro?!”.


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Senza mostrare di aver udito, gli avevo chiesto: "Mi dica tutto quello che vide del pestaggio, in ogni particolare". "Veramente", aveva risposto candido, "quanto a vedere, io non vidi nulla". "Cosa?!". Il D'Aiazzo aveva fatto un balzo sulla sedia. "Voglio dire che io ero al bar". "…ma allora", avevo alzato la voce, "cosa accidente mi testimoniò quel giorno?!". "Q...quello che mi aveva riferito Mariangela": era sbiancato. "Doveva dirmelo che non era una vera testimonianza! Si rende conto che potrebbe essere denunciata?". Aveva preso a sudare: "Non credevo di far male". Quindi vilmente aveva aggiunto: "…e poi, se lei denunciasse me, dovrebbe fare altrettanto per Annunziata e Jolanda, perché erano al bar pure loro". Le due erano impallidite come lui. Mentre la prima gli saettava uno sguardo d'odio; l'altra aveva cercato scuse con me: "Brigadiere, lei ci chiese solo di riferire quanto sapevamo, non se eravamo testimoni... come si dice?... diretti". "Oculari". "Sì, oculari: le assicuro che non avevamo nessuna cattiva intenzione!". "…e come mai eravate in tre al bar?". "Come tutti i giorni", aveva risposto per lei Alfonso: "Verso mezzogiorno noi tre si va sempre a berci un aperitivo e a mangiarci un panino, perché abitiamo lontano e prima del pranzo passa ancora un'ora buona. Il padrone era d'accordo, anche perché poi si portava ogni volta un aperitivo pure a lui. Infatti, se non l'ha notato, l'altro ieri c'era un vassoio posato sulla cassa". "Aperitivo che ogni volta si pagava lui", aveva precisato Mariangela "e che tante volte offriva anche a voi. Perché, da come hai detto, si poteva anche pensare che glielo pagassi tu"; poi gli aveva esploso in faccia con indignazione: "Tarcisio ci ha sempre trattati con umanità, ci ha sempre pagato gli stipendi puntualmente e voi... voi, invece, gli avete sempre fatto la forca!". Si era voltata e aveva nascosto il viso tra le mani. "Dei morti non si parla mai male", aveva replicato il magazziniere ambiguamente, passando lo sguardo da Mariangela a me e da me a Mariangela, come a ricordarmi quanto mi aveva confidato il primo giorno.


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Qui mi ero ricordato di una cosa: "Cosa mi dice dell'aperitivo di quel vassoio? Me lo rammento, sa? Il bicchiere era vuoto. Dunque, il vostro principale se l'era bevuto. Però lei dice che ritornaste quando il Benvenuto era già a terra senza conoscenza..." "No!" mi aveva bloccato: "Semplicemente lo bevvi io, subito dopo che Mariangela vi aveva telefonato e prima che arrivaste. Sa, lo spettacolo del cadavere mi aveva un po'... turbato. Oltretutto", aveva puntualizzato forse temendo chi sa quale mia accusa per furto d'aperitivo, "ogni volta gli anticipavo io i soldi e poi lui me li rimborsava, per cui... l'aperitivo era ancora mio". Mariangela l’aveva stilettato perforandogli gli occhi con lo sguardo: "La verità è che sei un ubriacone". "Va beh, a parte questo", avevo chiesto a lui senza più dare importanza al bicchiere e indirizzando alla ragazza un gesto della mano per significarle di tacere, "io vorrei capire, Alfonso, perché lei ha detto cadavere: il Benvenuto era ancora vivo". "Eh? Ho detto così?! U...un lapsus, brigadiere; ma le assicuro che, sulle prime, morto lo sembrava proprio! Non respirava. Non sospetterà mica che qualcuno di noi..." "Io non sospetto niente: sto solo approfondendo. Mi dica quanto tempo rimaneste fuori". "Cinque minuti, più o meno". Le altre avevano confermato. "…e lei, Mariangela, perché l'altro ieri non mi ha precisato che era l'unica testimone?". "Anch’io per... non so, per ignoranza", si era confusa. "Va beh; ma adesso mi dica di nuovo lei dell'aggressione, visto che è l'unica testimone oculare". "Sì". Si era umettata le labbra alzando un momento gli occhi nel vuoto, come per meglio ricordare; poi aveva riferito: "Loro tre erano usciti da poco quando entrò in negozio quello sconosciuto, sbraitando. Raggiunse Tarcisio in ufficio, lo prese a pugni, lo fece scappare a calci e poi lo bloccò vicino alla porta tempestandolo di colpi fino a quando cadde come morto. Infine se ne uscì, sbraitando di nuovo. Insomma, non posso che ripetere quanto già testimoniai l'altra volta". "Un momento", era intervenuto Vittorio: "È proprio sicura che sia stato colpito solo a pugni e calci?". "Mi pare di sì".


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"All'autopsia hanno trovato tracce di metallo in una ferita al capo". "Ah, aspetti... Sì, adesso ricordo che lo colpì anche una volta con un candelabro". "…e dov'è 'sto candelabro?". "In negozio". "Doveva dirlo, Mariangela: è corpo di reato! ". "M…mi spiace, commissario. Non l’ho fatto apposta". "Comunque, di preciso, lei cosa fece?". "Ero rimasta come paralizzata dietro al banco. Non appena quell'uomo fu sulla via, per prima cosa mi avvicinai al principale, che non si muoveva e sembrava davvero morto: è proprio vero che non respirava più! Posai meccanicamente il candelabro, che era rimasto a terra, sul tavolino dal quale il bruto lo aveva preso. Poi corsi all'apparecchio e vi telefonai". "Da quello del retro", si era intromesso Alfonso. "Hm... un momento, lo aveva fermato il D'Aiazzo, poi sento anche lei: mi dica, Mariangela: da quello del retro o da quello alla cassa?". "Del retro". Ero intervenuto io: "Perché, visto che lei era vicina al suo principale?". "Non capisco". "L'altro apparecchio è lì accanto, alla cassa: me lo ricordo bene”. "Ah, ho capito. Non so... ero confusa. Dovevo essere sotto shock e mi ero messa a camminare su e giù per il locale chiedendomi cosa fare. Correre al bar ad avvertire i colleghi? Oppure aspettare, perché tanto sarebbero giunti quanto prima? Infine, decisi di telefonare senz'altro a voi: in quell'attimo ero nel retro, e chiamai da lì". "Hai dimenticato che mettesti il gancio", le aveva ricordato Annunziata; poi si era indirizzata a me: "Quando tornammo, Alfonso, che era in testa, fece per aprire la porta del negozio ma la trovò chiusa col gancio interno". "Ah sì, è vero! Non appena quell'uomo uscì, mi chiusi dentro per paura che rientrasse. Adesso ricordo meglio: non appena chiuso il gancio, mi preoccupai di Tarcisio; poi mi chiesi cosa fare; quindi mi venne il pensiero che l'altro, trovando chiuso davanti, potesse rientrare dalla finestra che dà sul cortile e corsi dunque a sincerarmi che fosse chiusa: per questo, precisamente, telefonai dall'apparecchio del retro. Sentii i colleghi chiamarmi e, comprendendo che erano loro e non l'aggressore, andai ad aprire".


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"Interrompendo la telefonata?" aveva chiesto Vittorio. "No, dopo averla conclusa". "Allora chiedo a lei, Alfonso: come mai sa che Mariangela stava telefonando proprio dal retro, visto che ormai aveva riattaccato?". "No commissario", lo aveva difeso Mariangela: "Fui io a dirgli che avevo appena telefonato da lì". "Sia più precisa". "Loro non l'avevano ancora visto, Tarcisio per terra; cioè, ancora prima di entrare Alfonso mi domandò perché mai mi fossi chiusa e perché ci avevo messo tanto ad aprire. Così gli spiegai che ero nel retro e che avevo telefonato alla Polizia perché il principale era stato aggredito". "Ho capito". Era stato il mio turno: "Ancora una cosa, Mariangela: l'aggressore aveva davvero un accento piemontese?". "Sì, fortissimo". "Quanto a lei", avevo saettato al magazziniere, "invece di voler male a questa sua collega, dovrebbe ringraziarla! Senza la testimonianza di Mariangela, col fisico grande e grosso che lei ha avrebbe potuto essere il primo sospettato. Si capisce lontano un chilometro che lei odiava il Benvenuto". Avevo parlato d'impulso, solo per antipatia verso di lui e simpatia verso Mariangela, per accorare un poco quel viscido diffamatore, non perché avessi davvero dei sospetti su di lui. Il commissario aveva fatto una smorfia di disapprovazione. Alfonso era arrossito, aveva tossito più volte, poi aveva preso a balbettare: "No, no... per piacere... io non odio nessuno, era solo... il padrone: ogni lavoratore democratico ha il dovere...": qui gli era mancata la voce e gli aveva ceduto una delle gambe, tanto che era quasi caduto. Doveva essere un poco brillo, come si desumeva anche dal fiato vinoso. Vittorio aveva fatto un'altra smorfia. Alfonso allora, rivolto a lui, quasi gli aveva gridato: "Allora vi dico un'altra cosa che mi son ricordato proprio adesso!". "Uhei! Dove siamo? Allo stadio al derby Juve-Toro?! Parli con calma e mi dica tutto: siamo qui solo per sapere, non per accusare lei". Si era tranquillizzato un poco: "Dunque, il fatto... è questo: Mariangela forse non lo sa, perché non è mai venuta con noi, ma quando si va al bar durante la bella stagione io non entro e resto sulla porta a fumare, dopo aver dato i miei soldi alle colleghe; poi una di loro mi sporge cor-


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tesemente il bitter. Poiché l’altro giorno c'era una temperatura già tiepida, avevo fatto proprio così. Da lì davanti, saranno quindici metri, si vede benissimo la porta del nostro negozio. Ebbene: dichiaro che non entrò nessuno, in tutto il tempo da quando uscimmo a quando tornammo!". "Com’è possibile che se lo sia ricordato solo adesso, eh?" l’avevo intimidito. "No, la verità... è che non desideravo essere coinvolto; ma le ricordo una cosa, brigadiere: poiché non me la sentivo di non dirle niente del tutto… ebbene, proprio per questo l'altro giorno le venni dietro e le dissi... Si ricorda, no? Era per metterla comunque sulla pista". “Sarebbe da arrestare lo stesso per aver ostacolato la giustizia! Comunque mi dica: lei giudica che l'aggressore avrebbe potuto entrare proprio nel tempo in cui gli davate le spalle, mentre andavate al bar, senza essere notato da voi? Oppure lo ritiene impossibile, dato che il tragitto è breve?". Il D'Aiazzo mi si era intanto avvicinato. Mi aveva bisbigliato all’orecchio: "Ran, quando si tratta d'indagini, via ogni simpatia per le donne e ogni antipatia per gli alfonso, chiaro?"; poi si era rivolto lui al magazziniere: “Risponda". "Con la coda dell'occhio si intravede benissimo se qualcuno entra o esce. Anzi, era già successo in passato che entrassero in negozio due clienti assieme, mentre noi si andava al bar e dentro c'era solo Mariangela; e uno di noi era tornato indietro a servire. Non si può non accorgersene, c'è pochissima strada da fare". "È vero", aveva confermato Jolanda, mentre Annunziata approvava con la testa; "ed è pure vero che Alfonso rimase sulla via per tutto il tempo". "Nella vostra vista?" aveva chiesto Vittorio. "Sì, non si allontanò mai". Mariangela si era affrettata a giustificarsi: "Quell'uomo entrò dalla finestra che dà sul cortile, che in quel momento era aperta: nel cortile si arriva da un passo carraio che si imbocca più in là, dove la strada svolta, e che dal bar non si può vedere". "Hmm", aveva mugolato il commissario: "Va bbuo', Mariangela, adesso lei va un momento di là. Carloni!" aveva ordinato a uno dei due agenti che erano con noi, "conduci la signorina nell'ufficio in fondo".


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Quando la ragazza era stata fuori, Vittorio mi aveva preso da parte e mi aveva mostrato la fotocopia di una poesia di Tarcisio: bruttissima. Diceva: Il nibbio vola ancora su di me? Vuole il mio cuore per suo fiero pranzo? Angelo di Maria o Lilith-dàimon? Egli subisce il male e non lo vuole, o ëlla mi tradisce assieme a lui? Egli mi disse: "Lui, lui mi condusse con minacce di morte contro te e promesse funeste alla mia casa! Egli äma soffrire e per amore contro Dio stesso io mi costrinsi al male: per amore dell'Angelo! La camera nel mar era nascosta, solo Iddio ci vedeva! "Ebbene, Ran, cosa ne pensi?". "Che è una poesia orrenda, a parte forse gli ultimi due versi. Altro non saprei". "Tu alla perquisizione non c'eri. Ti dico dunque due cose: una, che quel nibbio ricattava Tarcisio, come risulta dalla bobina registrata che ho trovato nella cassaforte della vittima; l'altra, che la camera da letto del Benvenuto è tappezzata in carta azzurra con motivi di ancore e gomene, ci sono alle pareti due dipinti di velieri in navigazione e, per finire, al posto del lampadario c'è una lanterna autentica o presunta tale di nave antica. Allora, cosa cominci a capire?". Avevo tentennato il capo. "…e va bbuo', allora ti dico subito che ci sono due colpevoli e che uno di loro è Mariangela; per quanto riguarda l’altro, nonché il preciso movente, ti farò una sorpresa". Aveva sorriso compiaciuto ed era tornato dai tre magazzinieri: "Chi è il nibbio?". "Il nibbio?!" avevano fatto in coro. Poi Annunziata aveva detto: "Forse lei vuol dire...". Sulla sua voce, Jolanda aveva esclamato: "Il collega!". Alfonso, da parte sua: "Guardalo lì! Ecco chi è stato! Sì, non mi era mai piaciuto quello lì!". "Uno per volta!" aveva ordinato Vittorio: "Alfonso, cominci lei".


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"È il soprannome che il padrone aveva dato a Pietro, uno con un nasone a gancio che lavorò con noi fin a qualche tempo fa: glielo diceva sulla faccia: Nibbio! e l'altro in paga gli rispondeva: Imbecille! Così", aveva ghignato finalmente rinfrancato, "erano pari! Alla fine fu lo stesso Pietro a licenziarsi, un paio di mesi fa, ma non per gli insulti. Aveva predisposto così fin dall'inizio per prepararsi meglio agli esami da ragioniere che voleva dare come privatista: se è sempre di quell'idea, dovrebbe sostenerli fra poco. Al suo posto il padrone assunse Giulia. Pietro è uno che si crede molto intelligente, anzi, che si ritiene addirittura un genio, meglio di tutti gli altri; e ricordo che si vantava con noi, con gran disprezzo, di essere un tipo colto e che noi e il padrone eravamo degli ignorantoni. Povero balengo! Invece è un cretino violento che, tutto sommato, è meglio lasciare stare, uno capace di furie immotivate... anche peggiori di quelle del padrone. Credo che il Benvenuto restasse ben felice delle sue dimissioni; e penso che egli stesso fosse stato tentato più volte di mandarlo via, quando l'altro faceva il prepotente anche con lui". "Ne aveva paura?". "Non so, forse era solo una scusa ma, con noi, aveva sempre detto che voleva tenerselo fino agli esami per carità cristiana, cioè per consentirgli di pagarsi gli studi serali e diplomarsi. A me sembra un po' strano". "Sono proprio gli antipatici che un vero cristiano ha il maggior dovere di aiutare", aveva osservato Vittorio, ma più fra sé che con lui: "Altre cose?". "Un tipo alla Ercole: siamo stati assunti tutti forti e alti perché dobbiamo portare mobilia. Anche le ragazze sono alte e robuste perché a volte devono aiutare anche loro: prima di assumerle, il padrone tastava i muscoli pure alle donne". "Sì", aveva confermato Jolanda: "Mi ricordo ancora che quando andai al colloquio pensai che volesse da me... qualcos’altro; e avrei immediatamente preso la porta se Mariangela, che lavorava già lì, non me l'avesse spiegato". "Anche Mariangela, dunque, è forte". "Più di me, commissario". "Lei, Jolanda, come lo giudicava, 'sto Pietro?". "Eh, guardi...! Un mascalzone pazzo e deficiente. Una volta che eravamo giù in cantina... cercò persino di saltarmi addosso con la forza: riuscii a scappare su per miracolo".


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"Anche con me una volta ci provò", calcò Annunziata: "Poi, per fortuna, girò le sue attenzioni su Mariangela che, diversamente da noi, mostrò di gradirle". "…e quando Pietro se ne andò via", aveva ridacchiato Alfonso, "Mariangela, a sua volta, girò le proprie attenzioni sul padrone". "A noi non risulta", aveva testimoniato Annunziata: "Non è vero, Jolanda?". "Mah, che lui avesse simpatia per Mariangela, sì: che ci fosse una relazione, non l'ho mai pensato: con quel braccio...". "…e lei, Alfonso, come fa a saperlo?" avevo chiesto io. "Lo so perché una volta, tornando da una consegna a un cliente andai in ufficio per dare al padrone la ricevuta e... la porta era chiusa a chiave dall'interno; e né il padrone né Mariangela erano in giro". "Solo per quello? O, per caso, lei spiò dal buco della serratura?". "Eh, beh, sa com’è: la curiosità! Insomma, lui le stava facendo… una porcheria. Ma non lo dissi a nessuno, perché non volevo grane". "Hm", aveva tagliato corto Vittorio, "va bbuo', adesso mi fornite i dati completi di 'sto Pietro, poi verbalizziamo tutto quanto ci avete detto e voi firmate e infine... non potete andarvene finché non ve lo dico; e non potete neppure chiedere di telefonare". "Ma perché?"; "Non possiamo andarcene?"; "Perché?" avevano chiesto i tre contemporaneamente. "Il perché lo so io! Tu, Monti", si era rivolto all'altro agente, "quando usciamo facci attenzione. Ran, appena hanno firmato sentiamo ancora Mariangela; ma a questo punto, anche se mancano alcuni dettagli di cui ti dirò, lo avrai già capito, che l’altro colpevole è il nibbio". Si stava divertendo: "Aggiungo solo che, come si sente nel nastro che ho sequestrato, la vittima lo aveva riconosciuto, anche se non ne aveva fatto espressamente il nome; ma dai commessi lo abbiamo saputo, che il nibbio è quel Pietro. Adesso vieni a sentire il preciso perché dell’omicidio, che è la parte più interessante". Mariangela stava discorrendo con l'agente. "Allora", le aveva chiesto Vittorio non appena le era stato davanti, "mi hai detto che l'assassino entrò dalla finestra; e naturalmente, visto che nessuno lo vide, uscì sempre di lì, non è vero?". "Eh... sì". "Prima avevi però detto che l'uomo uscì dalla porta, e l'altro giorno avevi riferito al brigadiere che ne era pure entrato; ma poiché Alfonso ha


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testimoniato che non lo vide, ti sei corretta e hai testimoniato che l'uomo passò dalla finestra lasciata aperta; ma hai pure detto che poi andasti a sincerarti che quella finestra fosse invece chiusa, perché temevi che l'assassino potesse rientrare da lì. Sei stata in evidente contraddizione. Potrei concludere semplicemente che quell'uomo non esiste e il principale lo ammazzasti tu dandogli di sorpresa una botta in testa con il candelabro e poi, quando era già svenuto, finendolo a pugni". Era sbiancata: "No, commissario... Io non lo toccai neppure". "…e allora chi lo toccò? Vuoi forse dirmi... che fu Pietro?". "Ah!”. "So tutto del tuo nibbio. Tu sei falsa e crudele come il serpente della Bibbia, ma non sei intelligente e non hai immaginazione. Se tu avessi supposto che qualcuno dei tuoi colleghi poteva amare l'aria fresca e, magari, restarsene per tutto il tempo fuori dal bar, avresti certo detto fin dall'inizio che la finestra era aperta e il bruto era entrato da lì e sempre da lì se ne era uscito. Sarebbe stato un po' strano, ma non impossibile: si sa, con certi matti aggressivi... Tu però non potevi saperlo che Alfonso era alla vista e nemmeno lo immaginasti, tant'è vero che neppure te ne sincerasti. Perciò parlasti della porta; e poi fosti costretta a contraddirti. Alle corte: abbiamo la bobina magnetica della vostra estorsione e pure altre prove: confessa! È l'unico modo per avere le attenuanti". "S...sì", aveva piagnucolato. "Mettiti alla macchina per scrivere, Ran". Mariangela aveva confessato tanto l'estorsione che l'omicidio: "…e non appena i colleghi furono fuori, io chiusi col gancio la porta per essere sicura che nessuno entrasse e aprii silenziosamente la finestra a Pietro. Il principale, come sempre a quell'ora, era nell'ufficio per i suoi conti. La scrivania è a un paio di metri dall'ingresso dell'ufficio e gli dà le spalle. Pietro si avvicinò alla porta in punta di piedi, poi si precipitò nella stanza e diede un colpo in testa a Tarcisio, prima che lui si rendesse conto". "Col candelabro?". "N...no, quello non c'entra: con una sbarra che si era portata dietro". "Poi?". "Poi Pietro si caricò Tarcisio sulle spalle, lo trasportò vicino all'ingresso e qui lo colpì ancora con pugni". "Tu no?”.


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"No, lo giuro! Fu lui solo a picchiarlo, finché non pensò che fosse morto". "Quindi uscì dalla finestra e tu la chiudesti". "Sì". "I tuoi colleghi tornarono, malauguratamente per te, un po’ prima del solito. Si misero a bussare mentre tu ci stavi ancora telefonando. Ho verificato la nostra registrazione della telefonata. Contrariamente a quanto fanno quasi tutti, ci avevi lasciato nome e cognome. Già, dando le tue generalità volevi assicurarti la parte dell'innocentina che voleva salvare il principale. Dicesti infatti che due uomini stavano prendendosi a botte. Invece l'opera era già compiuta. Ai tuoi colleghi, invece, dovesti dire per forza di aver telefonato dopo che l’uomo era già uscito e che tu avevi messo il gancio". "Cosa mi succederà?" aveva chiesto a questo punto la sanguinaria lazzarona, con voce flebile per l'ansia. "Grazie alla tua confessione potrai avere attenuanti. Però sarai condannata comunque a un bel po' di galera, cara farabutta! per estorsione e omicidio: anche se non l’hai ammazzato personalmente, la legge ti considera egualmente colpevole di omicidio. Senza confessione, invece… eh! A quel fetentone del nibbio poi, ergastolo sicuro". La ragazza si era terrorizzata del tutto: "Faccio tutto quello che mi dice, ma mi aiuti col giudice". "Va bbuo'. Ran, hai scritto tutto?". “Sì”. “Mariangela, hai solo più da firmare la tua confessione. Carloni, subito dopo me la metti in guardina". Quando la criminale era stata fuori, Vittorio mi aveva finalmente spiegato il resto: "Fino a poco fa sospettavo fossero stati quei quattro assieme ad ammazzare il principale e ad averti dato, tutti d'accordo, falsa testimonianza; e pensavo pure che il nibbio fosse quell'Alfonso. Buon per noi che tu l’hai provocato e lui ha riferito che nessuno era entrato o uscito dalla porta eccetera. Se no..." "…se no lo avrebbe di certo vomitato lo stesso, Vittorio... voglio dire commissario, non appena lei li avesse accusati tutti quanti dell'omicidio". "Beh, sì, d'accordo, ma... abbiamo fatto più in fretta! Comunque, a quel punto è stato chiaro non solo che, la prima volta con te, Annunziata e Jolanda si erano comportate da pappagallesse, cioè che ti avevano in-


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genuamente blaterato quanto aveva loro detto Mariangela, nemmeno si fosse trattato di una semplice chiacchiera da salotto; ma pure che Alfonso era invece in mala fede perché sapeva benissimo fin dall'inizio che dalla porta non era entrato e uscito nessuno: l'amico è uno di quegli egoisti che vogliono vivere tranquilli senza impicciarsi. Quando l’altro giorno tu interrogasti i magazzinieri, in faccia a Mariangela egli tacque, per non avere grane". "Sarebbe da arrestare anche lui". "Non lo farò, Ran: ha famiglia; e in qualche modo volle egualmente avvertirti, sia pure alla sua maniera: sapendo che Mariangela gli aveva mentito, ma non altro, dovette immaginarsi che ad aggredire Tarcisio fossero stati i parenti di lei, per vendicarsi della relazione amorosa tra Mariangela e il principale, magari dopo aver obbligato la ragazza ad aprire loro la finestra; e che questa li avesse poi coperti con la propria falsa testimonianza. Come sai, anche io, all'inizio, presi per buona l'ipotesi che potesse trattarsi di un parente vendicatore; ma finalmente, grazie alla poesia e al resto...". "…si è saputo del nibbio". "...e non solo. Vedi: Mariangela non aveva considerato di avere di fronte un poeta e che i poeti possono confidarsi nei loro versi. Con metafore, magari, o presentando degli alter ego. Invece", aveva scherzato, "per un frequentatore di carmi come me... Tieni qua, Ran, e leggi ad alta voce; e tra l'altro, nota che la lirica è datata il giorno prima dell'aggressione". Avevo letto: Il nibbio vola ancora su di me? Vuole il mio cuore per suo fiero pranzo? Angelo di Maria o Lilith-dàimon? Egli subisce il male e non lo vuole, od ella mi tradisce insieme a lui? Egli mi disse: "Lui, lui mi condusse con minacce di morte contro te e promesse funeste alla mia casa! "Fermati qui, Ran: quel lui del quinto e sesto verso è il nibbio. Quanto all'egli del quarto e sesto, si tratta di Mariangela, volta al maschile in Angelo di Maria e che, alternativamente, è pure Lilith-dàimon. E’ stato


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leggendo il terzo verso, Angelo di Maria o Lilith-dàimon, Lilithdemone, che avevo ipotizzato che la ragazza potesse aver a che fare con l'omicidio; ma come ti ho già detto, avevo creduto pure, sbagliando, che se c'entrava lei dovevano essere d'accordo anche i suoi colleghi, avendo tutti e quattro testimoniato la medesima cosa; ma continuiamo con la poesia: Lilith, che, come saprai, secondo tradizioni parallele d'Israele è la prima moglie di Adamo, poi mutata in una diavola eroticissima, nel quinto verso è l'ella che tradirebbe Tarcisio col nibbio. Il Benvenuto si chiedeva insomma: il nibbio e l'Angelo di Maria-Mariangela-Lilith sono complici contro di me, o la ragazza ne è la vittima dal debole carattere, ricattata con minacce di morte sia alla sua famiglia sia al sottoscritto che dice di amare? Angelo o Lilith-diavola? e a quel punto era logico che io mi chiedessi cosa mai, di preciso, fosse stato combinato contro Tarcisio; e con l'ispezione l’ho capito. Ho trovato nella cassaforte a casa del Benvenuto, le cui chiavi avevamo rinvenuto a suo tempo nei suoi abiti, la bobina del suo Gelosino 6 e una missiva anonima, scritta col solito sistema delle lettere ritagliate dai giornali. In entrambi si chiedevano dieci milioni di lire 7 per non spedire alla famiglia della ragazza una foto compromettente. Collegando con la poesia ho capito che si trattava di Mariangela. Inoltre nella lettera si minacciava di mandare copia della foto pure alla suora, di certo suor Marisa, foto che, a quanto era descritto dettagliatamente, riproduceva Tarcisio che fustigava la ragazza. Seguivano promesse di morte tanto a lui che alla famiglia di Mariangela, se avesse denunciato il ricatto". "Comunque, bel porco anche il morto!". "Aspetta: la poesia non è finita. Leggine gli ultimi versi". "Sì: Egli ama soffrire e per amore contro Dio stesso io mi costrinsi al male: per amore dell'Angelo! La camera nel mar era nascosta, solo Iddio ci vedeva!

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Il primo registratore magnetico a nastro italiano a prezzo relativamente popolare. 7 Considerando l’inflazione sono almeno 150.000 euro odierni.


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Cioè, commissario, lui l'Angelo, vale a dire lei Mariangela, sarebbe una masochista e il Benvenuto, diciamo per amore, si sarebbe costretto a trattarla con violenza?". "Così credeva Tarcisio. Può darsi invece che lei fingesse solo, in funzione del successivo ricatto; ma certo che una che prima va volontariamente con un bruto come il nibbio e poi ha lo stomaco di condursi con un pover'uomo a tre braccia... Mah! In ogni caso, quel poveretto cotto come una pera cotta doveva aver accondisceso con riluttanza a quella, presunta o vera, ma per lui certamente vera, depravazione di Mariangela e averne provato pentimento. Non dimenticare che dopo avere scritto la poesia la diede subito alla suora: come una mezza confessione. Credo avesse sperato inconsciamente che suor Marisa, che considerava come una mamma, capisse qualche cosa e venisse sul discorso: per averne consigli, pur non osando confidarsi con lei prima, a freddo. Probabilmente la monaca intuì davvero qualcosa visto che, saputolo morto, mi consegnò i suoi versi. Tra l'altro, ce n'è un mucchio d'amore per quella farabutta di Mariangela, pieni di casti sentimenti! Povero scem... Beh, lasciamo stare". "Poiché la poesia è del giorno precedente l'aggressione, io penso, commissario, che i sospetti siano sorti in Tarcisio solo allora. So per diretta esperienza che un poeta mette giù subito sulla carta le sue gioie e le sue sofferenze più grandi; salvo poi variare il primo getto". "Sì; e anche la telefonata dev’essere del giorno precedente l'aggressione. Quanto alla lettera, Tarcisio ne aveva conservato la busta: il timbro porta la data di tre giorni prima e, considerando quella sulla poesia, si può pensare che la vittima avesse ricevuto la missiva alla mattina e la telefonata nel pomeriggio. Forse il nibbio aveva ritenuto che in città la corrispondenza arrivasse normalmente in uno o due giorni. Nella lettera, bei cretini! è scritto che quanto prima sarebbe seguita telefonata per accordarsi sul modo e luogo del pagamento; e così, messo sull’avviso Tarcisio collegò il suo Gelosino al telefono". "Quanto invece alla foto, chi l’avrà scattata? Pietro?". "Non c'era bisogno di una foto, bastava che Tarcisio ci credesse". "Non capisco". "Durante la perquisizione noi non l’abbiamo trovata. Sì, Tarcisio avrebbe potuto distruggerla ma... perché descrivere la fetenzia tanto nei dettagli nella lettera, se la foto era allegata?! Per me, fu Mariangela a riferire a Pietro nei particolari cosa si era fatta fare da Tarcisio, perché


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il nibbio potesse darne la descrizione, senza dunque vero bisogno di una foto. Comunque il Benvenuto pensò che esistesse, ed è proprio su questo che cascarono gli asini! Proprio il fatto della fotografia mise la vittima in sospetto verso Mariangela: Chi mai se non lei, si chiese, avrebbe potuto piazzare la macchina fotografica a casa mia? "Scusi, perché proprio a casa sua? È scritto nella lettera? e perché proprio Mariangela?". "Non c'è scritto, Ran; ma ricorda gli ultimi due versi: La camera nel mar era nascosta, / solo Iddio ci vedeva!". "L'ultimo è chiaro, sottintende rimorso. Quanto al primo... Camera nel mare?!". "Già: si tratta certamente della sua camera da letto. Infatti, ma già te l’ho detto prima, no? è tappezzata in azzurro con disegni di gomene e ancore, alle pareti ha due dipinti di velieri e, per finire, al posto del lampadario c'è una lanterna di nave. La finestra si affaccia sul muro della casa davanti, cioè la casa del magazzino, tra un piano e l'altro perché questi sono sfasati: il palazzo di fronte ha infatti il pianterreno e il primo piano più alti di quello dell'abitazione. Dunque non ci sono balconi o finestre di fronte alla camera da cui fotografare dentro con un teleobiettivo, sempre che i due lasciassero le imposte aperte; e come ho verificato personalmente, dal di fuori anche in qualunque altro modo è impossibile. Dunque Tarcisio realizzò che lo avevano fotografato dall'interno della stanza, con una macchina collegata a un temporizzatore a orologeria, nascosta lì precedentemente; e che poteva essere stata solo Mariangela a operare, o piazzandola direttamente, o aprendo la porta di casa a qualcuno che la sistemasse. Tu non lo sai, ma durante l'ispezione del negozio ho chiesto ai magazzinieri se il titolare avesse una domestica. Mi hanno risposto, Mariangela compresa, che alle pulizie e alla spesa pensava proprio lei, nelle prime ore della mattina, e che nessun altro aveva le chiavi, a parte il Benvenuto. Dalla poesia si capisce che questi disse a Mariangela di considerarla complice e che di fronte all'evidenza la ragazza si vide costretta ad ammettere qualcosa: “...mi disse: 'Lui, lui mi condusse, / con minacce...' ”, cioè disse a Tarcisio che vi era stata obbligata; ma, come si capisce dalla solita poesia, senza riuscire a togliergli davvero i sospetti, anche se quel povero innamorato cercò probabilmente di convincersi che fosse la verità: infatti, purtroppo per lui, l'ultimo giorno lei era ancora al lavoro. Quanto all'omicidio, fu scatenato dal fatto che la vittima scoprì, per via del nastro, che il ricattatore era


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Pietro. La voce è in falsetto ma, come sai, non c'è la sola voce che consente di identificare una persona, ma anche l'uso di espressioni caratteristiche: a un certo punto si sente una bestemmia... assai fantasiosa, che scappa a quell'imbecille del ricattatore e che, quindi, deve essergli usuale; e subito dopo si ode la voce di Tarcisio: Nibbio! Mascalzone, falla finita o ti denuncio!". "Temendo che li denunciasse, sebbene lui l'avesse promesso nel solo caso che non si fosse smesso di ricattarlo, lo ammazzarono, inscenando maldestramente l'aggressione di uno sconosciuto". "Esatto, Ran. Si trattò di un delitto improvvisato, da sprovveduti che neppure avevano capito che Tarcisio non li voleva rovinare, così come da scemi avevano condotto l'intera faccenda". "Già, e non furono capaci nemmeno di verificare che fosse morto". "No, qui la cretineria non c'entra. Purtroppo per loro, lui aveva quel pezzo di cervello in più: caduto in catalessi, col cuore fermo, poi si riprese. La testimonianza dei magazzinieri dice che il padrone non respirava e lo credevano stecchito. Quando tu arrivasti, Tarcisio doveva avere appena ripreso le sue funzioni vitali di base, pur rimanendo in coma. Ormai agli aggressori non restava che una speranza, che morisse in seguito senza riprendere conoscenza". "Che carattere di ghiaccio quella delinquente, per fingere di dolersi della sua morte! e per non scoprirsi in tutti questi giorni, con l'ansia che doveva avere addosso!" avevo esclamato con una smorfia di disgusto. "La sera in cui andasti a casa sua, doveva essere talmente preoccupata che non osò chiederti nulla, temendo che ti nascessero sospetti, come succede a chi ha la coda di paglia; e fece la recita della dipendente devota. Quando tu te ne andasti via tranquillamente, dovette confortarsi nell'idea che non ci fossero sospetti su di lei, cioè che la vittima non avesse ripreso conoscenza: sino alla mattina dopo, quando non si trattenne più e ti domandò finalmente come stava l'aggredito; ma io per prudenza ti avevo chiesto, ricordi? di dire a chiunque ti chiedesse notizie che il Benvenuto era in coma irreversibile; e così, lei si rasserenò". "Sospettava già di lei?". "No, o meglio non più dopo che avevi verificato che non aveva parenti cinquantenni con la cicatrice eccetera. Non ti ricordi cosa ti avevo detto? Era stata semplice prudenza, nel caso l’assalitore avesse aggredito Tarcisio fingendo un impulso d’ira e invece col preciso scopo di ucciderlo e volesse riprovarci all’ospedale, perché non parlasse".


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"Sa cosa le dico? Probabilmente, nel descrivere l'aggressore Mariangela si ispirò inconsciamente a quel suo vicino di casa, sia pur con piccole varianti". "Lo penso anch’io. Va bbuo', prendi due uomini e va' a fermare il nibbio. Quei tre non li ho lasciati uscire per questo: non credo affatto che avrebbero motivo di avvertirlo ma... con quelle due pappagallesse dalla lingua sciolta, non si sa mai". "Dovrà dare l'addio al suo diploma di ragioniere, quel farabutto". "…e perché mai? Forse che i carcerati non possono sostenere pubblici esami? Il punto, semmai, è un altro". "Sarebbe?". "Che col cervellino che si ritrova, mi sa proprio che lo bocciano".


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I satanassi di Torino

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I

Verso le 22 una nostra camionetta del reparto Celere di ritorno in caserma si era imbattuta nel cadavere del commendator Verdi, ucciso, secondo la prima impressione, a botte in testa su cui presentava gravi ematomi. Il vecchio doveva essere stato accoppato da poco, perché il corpo era ancora tepido. Era steso prono sul marciapiede all’angolo tra corso San Maurizio e via Giulia di Barolo dove il defunto, come già sapevamo, aveva avuto domicilio. A causa del delitto, le cose per noi si erano complicate… …no, è bene che io torni indietro di qualche giorno: al 19 giugno 1961: A Torino c'era vento. La testa aveva preso a dolermi sin dalla notte, tanto che quasi non avevo dormito. Ero arrivato in Questura con un'espressione da zombi. "Vicebrigadiere Ranieri Velli!" aveva esclamato con finta severità l'amico e superiore Vittorio D'Aiazzo: "Tu si' 'a muorte che cammina; e che? si' 'nnamurato? Anche i freddi torinesi come te si struggono di mal d'amore? Ah, già", aveva sorriso con falsa sorpresa alzando un po' il mento, "dimenticavo che tu si' 'nu poeta!". "Emicrania: il vento", avevo risposto senza riuscire a restituire la battuta; e mi ero seduto alla mia scrivania, nell'atrio dell'ufficio dell'amico commissario, iniziando a scorrere i documenti lasciati la sera prima. Avevo come un chiodo ficcato nella tempia destra. Speravo proprio che quella giornata sarebbe stata tranquilla; e mi illudevo.


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II

Erano circa le 10 quando era arrivata una telefonata per Vittorio: dalle Carceri Nuove. Un detenuto in attesa di giudizio, la notte prima, era stato picchiato e brutalizzato analmente nella sua cella con uno scopetto da water, da due ergastolani che lui, contro ogni aspettativa, aveva poi denunciato alle guardie. Ora, ricoverato nell'infermeria del carcere, aveva chiesto di parlare col D'Aiazzo. In quei tempi ancora precibernetici, poteva succedere che un commissario si occupasse personalmente di un caso, invece di affidarsi ai computer lasciando il resto ai suoi dipendenti: "È 'nu giovane strunzo che avevo messo dentro l'anno scorso, mentre tu eri in licenza. Quasi un anno e aspetta ancora il processo! Bah, viva la giustizia! Comunque, andiamo a parlargli". "Cos’aveva fatto?" avevo chiesto senza molto interesse. Per fortuna il vento si era un poco attenuato, e pure l'emicrania. "Aveva sverginato con la forza una quattordicenne; e credo proprio che lo spazzetto non sia il primo compenso che gli dànno. I violentatori, là dentro, sai che fine fanno. Si vede che 'sta volta non ne ha potuto proprio più e li ha denunciati". "Gli han dato solo il fatto suo". "Hm... forse; ma avrebbero almeno potuto aspettare la sentenza, quegli altri strunzi. Comunque, se non lo chiudono in isolamento, quello là mica campa; eh, no". Le Carceri Nuove, corso Vittorio Emanuele, non sono lontane dalla Questura, corso Vinzaglio. C'eravamo avviati a piedi. Strada facendo, anche per richiamare a sé stesso le vicende di quell'individuo, tale dottor Carlo Verdi, ventinovenne, il commissario mi aveva raccontato: "È il figlio unico di un industrialotto meccanico, anzi più un artigiano che un industriale, con una quindicina di operai compresa la violentata; ma ora l'azienda è chiusa e il padre è finito in manicomio. È un vecchio sull'ottantina: aveva avuto il figlio già a una certa età, sposandosi la segretaria. Quanto a sua moglie, è morta investita da un'auto". "Famiglia fortunata".


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"Già, comunque ripeto che il figlio è anche 'nu strunzo; e dire che ha una laurea... in psicologia mi pare, o qualcosa del genere. A farla breve: con la scusa degli straordinari serali, che poi per la giovane età non poteva nemmeno farle fare, se l'era tenuta in ditta dopo la chiusura, la quattordicenne, e se l'era strombazzata. Solo che la ragazza non ne aveva avuto nessuna intenzione, e così era venuta da noi con papà e mammà a denunciarlo. Lo avevamo arrestato a casa sua come uno scemo, verso l'una di notte, in pigiama. L'industria, lasciata al genitore che nel frattempo aveva dato i numeri per la vergogna, aveva chiuso dopo pochi mesi". "Pochi mesi sono pochi perché una ditta chiuda". "Mah, va' a sapere". "Forse la ditta traballava già dapprima". "Non so; ma, scusa, di questo, a noi, che ce ne fotte?".


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III

"Abbiamo chiamato la Questura", si era quasi scusato con Vittorio il maresciallo che comandava il braccio infermeria, "perché il detenuto ci aveva detto di avere nuove rivelazioni, ma che ne avrebbe parlato solo con lei": il D'Aiazzo aveva potuto aderire perché non c'era ancora, in quel tempo, l'obbligo della presenza di un magistrato agli interrogatori. "E quelli che l'hanno brutalizzato?" aveva chiesto. "Quei due hanno continuato a insistere che il Verdi si era picchiato e poi sderenato da solo col manico dello spazzetto, davanti ai loro occhi. Hanno aggiunto che pensavano fosse impazzito. D'altra parte in cella c'erano solo loro tre e, una volta accusati, che altro avrebbero potuto inventarsi? Adesso sono in isolamento stretto". Carlo Verdi giaceva al fondo dell'infermeria, in una zona isolata con sbarre fino al soffitto: "Grazie, commissario, di essere venuto", aveva esordito quando ci aveva visto, prima ancora che il maresciallo ci aprisse. "Spero che ce ne sia motivo". "Sì; ma parlerò solo a quattr'occhi". "Diciamo a sei, perché il mio aiutante deve prendere appunti. Maresciallo, ci vuole lasciare?". Non appena il custode si era allontanato, il prigioniero aveva esclamato: "Ribadisco che sono innocente". "Uh! e mi avresti chiamato solo per questo?!": Vittorio aveva alzato gli occhi; poi, tirando un uff e preso l'unico sgabello, si era accomodato. "No", aveva intanto negato l'altro: "Per dirle che, sin a ora, non me l'ero sentita di parlare; ma adesso non ce la faccio più: il processo non arriva mai! Quell'avvocatino d'ufficio non vale una cicca e ormai ne va della mia vita, se non verrò liberato al più presto. Inoltre, qui dentro soffoco". "Starai anche peggio dopo, in stretto isolamento. Per proteggerti ti metteranno in cella d'isolamento, no?". "Sì, me l'hanno promesso; e pazienza per la mia quasi-claustrofobia". "Insomma, cosa avresti da aggiungere?"


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"Mi conceda di andare con ordine, per piacere". Vittorio aveva fatto un cenno di assenso, e il Verdi aveva iniziato: "Dopo la laurea, Pedagogia con indirizzo psicologico, volevo impiegarmi nell'assistenza sociale" – mi era proprio venuto un ghigno, mentre Vittorio era rimasto serio – "ma papà non era più in piena salute mentre la mamma non era all'altezza di dirigere la ditta. Dunque, molto malvolentieri, avevo accettato di entrare in fabbrica, cosa cui i miei tenevano moltissimo: l’azienda era tutta la loro vita. D'altronde dovevo a loro il mio benessere e mi pareva giusto ricambiare". "Grande altruismo!" non si era trattenuto il commissario, con un sorriso non buono. "La prego..." "Va bbuo', continua". "Dicevo che ero entrato in ditta. Avevo imparato in fretta, per fortuna: di lì a non molto, a mio padre erano state trovate cellule cancerose alla prostata. Non c’erano metastasi e, tolto l’organo si era ristabilito; ma aveva sempre avuto terrore del cancro e ne aveva subìto un tale shock che, per molti mesi ancora dopo l’intervento, era stato depresso. Si era fatto fare visite e analisi continue da medici diversi, senza venire in azienda. Intanto, con la procura legale che mi aveva dato, avevo fatto cambiamenti: la contabilità meccanizzata con le Audit 8 e la modifica della linea di produzione, su consiglio di un ingegnere. Inoltre avevo licenziato due impiegate, non addestrate alle macchine contabili, assumendone un’altra sola, esperta; in più avevo mandato via due operai, grazie ai nuovi impianti più produttivi. Da quattordici, i dipendenti si erano ridotti a undici. Questi all'inizio erano stati scontenti finché, vedendo che non si chiedeva loro nessun lavoro in più, avevano smesso di mugugnare. La ditta, modestamente, non era mai andata così bene. Circa un anno e mezzo fa mio padre era finalmente venuto in azienda, e subito aveva preteso di riprendere tutto in mano e di tornare all’antico. Visto che mi ero opposto, per prima cosa mi aveva tolto la firma. Poi, come se non fosse bastato, forse per farmi un infantile dispetto aveva assunto altri operai e quella dattilografa che mi ha rovinato, Giuseppina. Lo shock gli aveva sballato la testa; o forse gli sarebbe capitato comunque, per l'età. In ogni caso, non sembrava più lui. Avevo capito a 8

Macchine elettriche contabili e per scrivere ideate dalla Olivetti verso la fine degli anni '50 per la contabilità in partita doppia delle piccole aziende.


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un certo punto che mio padre era giunto addirittura a odiarmi: pensi che, a differenza di mia madre che, finché ha avuto vita, è passata a trovarmi soventissimo, lui mai si è degnato di entrare qui dentro, neppure nei primi tempi, quando non era ancora del tutto arteriosclerotico. A parte questo, la ditta aveva cominciato a perdere colpi, quindi a peggiorare velocemente. Il mio desiderio era stato dunque di abbandonare tutto, e l'avrei fatto se non fosse stato per la mamma: non volevo che lei pure finisse male per colpa di quel poveretto. Avevo stretto i denti. Avevo cercato, per quanto potevo, di oppormi alle iniziative assurde di papà, di obbligare i nuovi assunti a licenziarsi da soli, col trattarli male. Mi ero attirato dunque l'odio del personale: coglione prepotente mi chiamavano, e neppur tanto di nascosto; e aggiungevano cose come viziato buono a nulla. Erano incoraggiati dal fatto che papà mi lanciava anche lui insulti, davanti a loro, come malvagio e gran porco, e che dava sempre ragione a loro contro di me". "Vorrei capire dove vuoi arrivare. Forse, vorresti farmi credere che era stato un qualche tuo dipendente lazzarone, o addirittura tuo padre ottantenne e senza prostata, e non tu! a violentare la dattilografa?". "No, assolutamente. Semplicemente, Giuseppina non era stata violentata". "Andiamo! Le avevano trovato i segni freschi all'ospedale!" aveva esclamato Vittorio con irritazione. "N...no, senta commissario, è questo che volevo dire: che qualcuno, certo, l'aveva sverginata; ma non in ditta". "…e perché mai la ragazza avrebbe accusato proprio te?". "Giuseppina per vendetta, la sua famiglia per chiedermi un risarcimento: cento milioni! Pensi lei, il valore di dieci appartamenti". "Inutile richiesta, visto che tu non ha più un soldo". "Già, ma non era ancora così; e anche adesso pensano che i soldi, io ce li abbia, nascosti da qualche parte: così mi ha detto il mio legale. A parte questo, in ditta Giuseppina si era mostrata fin dall'inizio un'incapace, che prendeva ogni insegnamento per un rimprovero. Così, più volte, l'avevo sgridata sul serio, e aspramente. Aveva preso a odiarmi, come mostrava il suo viso ogni volta che mi guardava. Quanto al Corsati, suo padre, è una specie di mascalzone, il bullo del suo quartiere, come a suo tempo avevo saputo da un cliente che ha il negozio vicino a loro: conosceva di fama la famiglia e mi aveva confidato che anche i figli maschi erano teppa".


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"E chi l'avrebbe violentata, la ragazza, secondo te?". "Non lo so; ma non escludo che possa essere stato addirittura il padre; o i fratelli. So dall’avvocato che era stato usato un preservativo: evidentemente, chi l’aveva violentata si era premurato che non restasse incinta. Io li considero tutti colpevoli di una macchinazione contro di me, per chiedermi un ingiusto risarcimento e come vendetta di quella disgraziata per i miei rimproveri. La gente malvagia esiste! Basta leggere, per capirlo, il vecchio ma sempre attuale saggio Psicologia della folla di Gustave Le Bon". "Va beh, ma a parte 'sto Le Bon, perché non me le avevi dette prima, 'ste cose?". "Perché ne andava della vita dei miei. Quella sera, una volta a casa dopo aver chiuso la ditta alla solita ora, e preciso che Giuseppina era già uscita..." "Piano, era uscita con gli altri? Qualcuno può testimoniarlo?". "Purtroppo no, aveva chiesto di poter andare via un po' prima, per un appuntamento dal dentista, così aveva detto, e nessun operaio l'aveva vista andarsene perché era uscita dalla porticina dell'ufficio, che dà direttamente sul corso. Non vedendola con loro, potevano benissimo aver pensato che fosse rimasta con me". "Hm... e gli impiegati dell'ufficio? Neppure loro l'avevano vista uscire?". "Solo mia madre e mio padre lavoravano in ufficio, oltre a me e Giuseppina. I miei tornavano sempre a casa un'ora prima della chiusura. C'era stata, fino a pochi mesi prima, anche un'altra impiegata, Pina, ma era andata in pensione. Ormai mi occupavo io della contabilità, dopo aver seguito il relativo corso: per ridurre un po' i costi della ditta, capisce? Quando Giuseppina era uscita, in ufficio c'ero solo io". "Ho capito. Continua". "A casa, poco prima di mettermi a tavola coi miei, avevo ricevuto una telefonata di minaccia contro la loro vita: una voce in falsetto, non so se di uomo o di donna. Avevo pensato a uno scherzo e ai miei avevo detto che era stato uno sbaglio di numero. Non sapevo ancora nulla della violenza a Giuseppina. Era seguita un'altra telefonata verso mezzanotte, stessa voce che mi intimava di lasciarmi accusare se non volevo che i miei venissero assassinati. Di nuovo non avevo compreso, ma avevo iniziato a preoccuparmi; però neppure allora avevo riferito ai miei geni-


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tori. Quando, di lì a non molto, erano venuti ad arrestarmi, avevo capito che non si era trattato affatto di uno scherzo". "Dopo l'avrai detto ai tuoi, no?". "Mai. Mia madre, ora, lo saprà dal paradiso, ma mio padre non sa ancora nulla. Mamma era una persona molto impressionabile, diciamo. Quanto alle condizioni di papà, lei le conosce. Non volevo, insomma, che si impaurissero". "Hm... avanti". "Lo stesso giorno che ero entrato qui, avevo avuto un messaggio intimidatorio, scritto con lettere di giornale. Sporgeva da sotto il cuscino della mia branda. Un altro l'avevo trovato in tasca il giorno dopo, infilato da chi sa chi: sempre scritto con ritagli. Dicevano praticamente la stessa cosa, che tanto mio padre che mia madre sarebbero stati uccisi se avessi denunciato qualcuno". "Quei due biglietti che fine hanno fatto?". "Li ho distrutti, così mi si imponeva, pena la morte dei miei: li ho buttati nel water". Qui il commissario era passato spontaneamente al lei: "Dunque avrebbe preferito la galera piuttosto di far correre un rischio di morte ai suoi; ma se quando l'avevo interrogata, sùbito dopo il fermo, lei me l'avesse detto, delle due telefonate, i suoi non lo avrebbero corso, quel rischio. Li avrei fatti proteggere; e non si può escludere che lei avrebbe avuto la libertà provvisoria". "Ne dubito. Lei mi avrebbe davvero creduto?! e poi, commissario, io ho un carattere... come quello di mia madre, facilmente impressionabile. Anche per questo avevo studiato psicologia: per cercare di migliorare me stesso. Non sa quanto mi fosse costato essere duro in azienda! e a mia mamma volevo un bene... infinito. Mai avrei rischiato, anche minimamente, che le facessero del male". Qui il Verdi era stato colto da tosse nervosa. L'uomo era un biondastro minuto, che sotto le coperte si indovinava non molto alto. Era pallidissimo, a parte le zone peste: faceva un po' pena, in quello stato. Bevuto un poco dell'acqua che aveva accanto sopra un tavolinetto, aveva ripreso: "Poi mia madre è morta lo stesso, investita da un'auto che è fuggita senza soccorrerla: un incidente, visto che io avevo taciuto. Quanto a mio padre, come saprà è in manicomio, il che è peggio della morte; e comunque non penso che là corra rischi. I delinquenti non potevano prevederlo! Allora mi sono confidato col mio avvocato, per ottenere un supplemento d'istruttoria; ma...


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non ne ho avuto nulla. Un vero incapace, quell'individuo. Intanto, le violenze punitive contro di me, nelle docce, erano cessate, anche se quasi nessuno mi rivolgeva la parola; ma sono riprese stanotte per opera di due ergastolani che qualcuno qui dentro, certo complice dei Corsati, ha trasferito nella mia cella. Prima ero da solo. Io credo... sì, credo che questa volta abbiano voluto intimidirmi e non, diciamo, punirmi. Purtroppo, mi ero lasciato sfuggire durante l'aria che mia madre era morta e mio padre in manicomio. In qualche modo, il padre di Giuseppina doveva averlo saputo; e ha trovato modo di far trasferire nella mia cella quei due delinquenti e buttarmeli addosso". "Lei è proprio certa che, questa volta, lo scopo fosse d'intimidirla e non semplicemente di farle del male?". "Sì, perché, come le ho detto, da tempo le lezioni erano finite. Inoltre, mentre mi brutalizzavano mi dicevano: Impara a stare zitto o finirai anche morto!". "…ma probabilmente", mi ero intromesso, "si riferivano alla violenza stessa". "Sì, più che probabile", aveva approvato il commissario: "Proprio lei, dottor Verdi, ha dichiarato di essere un impressionabile. Resta tutta da dimostrare che volessero farla rinunciare al supplemento d'istruttoria. Se no gliel'avrebbero detto chiaramente, mi pare". "La prego, commissario, ormai cercheranno di uccidermi! I Corsati mi hanno fatto violentare perché mi impaurissi e continuassi a tacere, ma immagino che abbiano tenuto nel conto che avrei potuto invece esasperarmi e denunciare la violenza, e aver previsto di farmi allora uccidere qui dentro: lei capisce che il mio omicidio apparirebbe causato proprio dalla mia denuncia contro quei due, non da altri motivi; i miei violentatori sono pluriergastolani che non hanno più nulla da perdere". "Mi sembra un po' troppo macchinoso, francamente. Che quei due abbiano da perdere o no, non vedo perché dovrebbero prestarsi ai comodi dei Corsati". "No, guardi, le mie ipotesi tengono nel debito conto l'umana psicologia. Non c'è dubbio che quei due abbiano qualcosa da guadagnare. Cosa non saprei: forse, i Corsati hanno promesso soldi alle loro famiglie". "Mah! e dove li prenderebbero i soldi i Corsati? Anche se, come suppongono, lei avesse nascosto molto denaro, facendola ammazzare come farebbero a ottenerlo?".


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"Direi da mio padre, che diventerebbe mio erede, debiti compresi; o meglio dal suo commercialista, che è adesso il suo tutore. Se... i denari ci fossero". "Invece non ci sono". "No, non ci sono. Solo che i Corsati pensano di sì. Insomma, commissario, io le ho detto quanto so: il resto è solo un mia ipotesi. Quel che davvero importa è questo, che stanotte io son arrivato alla conclusione che solo lei può salvarmi, riaprendo le indagini e intanto facendomi dare la libertà provvisoria". "Ma non sarebbe stato meglio", aveva commentato Vittorio a questo punto, "di mandarmi a chiamare prima, quando aveva capito che il suo avvocato non aveva ottenuto niente?". "… e lei sarebbe venuta, se non si fosse commossa? Se non corressi ora il rischio di essere ucciso? Solo un uomo ridotto alla disperazione fa una simile denuncia in carcere, giocandosi la vita. La violenza è stata provvidenziale, o... almeno lo spero". Su queste ultime parole, aveva guardato Vittorio con occhi di cane implorante. "Hm... insomma... dovrei riaprire le indagini per il suo proscioglimento: è così?". "Sì; e subito informarne il giudice istruttore, perché mi conceda la libertà provvisoria". "Non lo so. Nel complesso mi sembra debole quanto mi ha detto. Potrebbe benissimo aver inventato tutto, lo sa? ed essersi picchiata e sodomizzata da sola con lo spazzetto, per commuovermi; e poi, delle mezze calzette come quei Corsati avrebbero complici qui dentro?! Addirittura guardie che trasferiscono apposta nella sua cella, per farla brutalizzare, degli ergastolani? Idioti sì, ma non necessariamente complici". "Le giuro..." "Uh, mi giura! Figurarsi un po’". "Commissario", ero intervenuto, " 'ste guardie complici non potrebbero essere semplicemente, che so, amici del Corsati o dei figli? Guardie e ladri, per così dire, arrivano tante volte dagli stessi quartieri". "Lascia stare", mi aveva intimato lui, senza neppur voltare la testa verso di me; poi, ancora al Verdi: "Da una parte mi chiedo perché lei mi avrebbe incomodato se non fosse stata la verità: sapeva che avrei indagato; anzi, è proprio lei che me lo chiede. D'altra parte però, qualcosa non mi convince. Tra l'altro, se le cose stanno davvero come dice... beh, lei


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nel difendere i suoi ha avuto finora una forza di volontà addirittura eroica, e ciò mi pare in contraddizione con la sua dichiarata impressionabilità". Il detenuto aveva chiuso gli occhi e si era nascosto il viso tra le mani, tacendo per alcuni secondi; poi, scoprendo la faccia aveva emesso: "Scusi, non si offenda, ma... lei non ha studi di psicologia, commissario; e la pregherei ancora di una cosa, di intervistare Pina Fortin, la nostra ex impiegata: precisamente si chiama Agrippina, Pina è un diminutivo: ella sa bene che io sono un galantuomo e che Giuseppina è una schifosa e ve lo dirà di sicuro". Vittorio non aveva risposto e lì il colloquio si era chiuso. Non appena fuori, il commissario mi aveva detto: "Il presunto piano dei Corsati sembrerebbe davvero un po' troppo macchinoso". Avevo considerato: "Col pretesto della violenza carnale non hanno rischiato molto: legale risarcimento dei danni. La parola di una povera vittima adolescente contro quella del Verdi e quest'ultimo con un'accusa infamante. Oltretutto, un tipo odiato dal personale, a parte forse quella Fortin, e persino dal padre. Ricordiamoci poi che c'è il riscontro medico della violenza". Vittorio mi era parso un po' più propenso a credere al Verdi che a non credergli: "Inoltre, le telefonate non sono dimostrabili, e neppure gli scritti con ritagli di giornale, anche se scoperti prima di essere distrutti, sarebbero stati prove contro i Corsati: lo stesso Verdi avrebbe potuto comporli per depistare, ché in carcere i giornali arrivano. Fino a un certo momento non c'era pieno rischio per i ricattatori. È il dopo che non mi convince. I Corsati si sono preoccupati perché era morta la madre del Verdi e il padre era finito in manicomio e il figlio non era più ricattabile? C'è il riscontro ospedaliero sulla giovane, l'accusa è infame e Carlo Verdi è considerato un violento dai suoi stessi dipendenti a parte, forse, forse, quella Fortin". "A patto però che i Corsati abbiano nervi saldi e buona testa". "Anche questo è vero. Comunque, non so, sento che qualcosa non quadra; e tu, Ran, scoprirai che cosa". "Ah!": il vento era montato di nuovo e l'emicrania pure.


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IV

Quello stesso pomeriggio, Vittorio mi aveva spedito da Pina Fortin. Donna attorno ai cinquantacinque ancora piacente, carnagione pallidissima, occhi cerulei, piuttosto alta, magra e dai lunghi capelli biondotinti raccolti in uno chignon, mi attendeva: per non rischiare di non trovarla, avevo prima telefonato. Abitava col marito al secondo piano d'un palazzo di via Bologna: un appartamento non grande ma ben arredato con mobili in stile. Avevano il televisore, un lusso in quegli anni. Il marito era impiegato, come mi aveva detto ella stessa nel farmi accomodare nel saloncino, e in quel momento era al lavoro. Aveva aggiunto che, purtroppo, non avevano avuto figli. Per questo, avevo pensato, possono permettersi una certa agiatezza. "Anche a lei piace l'antiquariato?" mi aveva chiesto la Fortin notando il mio sguardo fissarsi su di un tavolo tondo: "Son tutti mobili originali, sa? Tanti sacrifici, ma la casa... è la casa". Già in quel tempo io ero un appassionato, tuttavia ero ben lontano dal potermi permettere simili cose, sebbene, almeno per il periodo '800, i prezzi non fossero quasi inaccessibili come oggigiorno. Solo adesso, tanti anni dopo e cambiato ormai lavoro da un pezzo, posso godermene anch’io nella mia casa, cominciando dalla scrivania Impero su cui sto scrivendo. Ero andato istintivamente vicino al tavolo e ne avevo ammirato la superficie, in legno scuro intarsiata con figure in legno chiaro: alcune, più piccole e di apparenza angelica, facevano cerchio al centro, dove imperavano le grandi figure di un cavaliere a cavallo con la spada sguainata e di un drago. "San Giorgio e il drago", mi aveva sorriso la signora. "Splendido", mi ero complimentato. Ci eravamo seduti su di un divano Luigi XV ma, mi aveva detto la Fortin, rifatto nei primi dell'800; ed ero venuto finalmente al mio incarico: "Immagino che lei, signora, sappia quant'è successo al dottor Verdi".


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"Sì, poveretto: l’avevano messo sul giornale, che l’avevano arrestato; e ho letto tempo fa della morte della madre e che il commendatore era finito... in ospedale". "Ne ha di nuovo parlato la stampa?". "Sì, qualche settimana fa, richiamando le vicende del figlio in un'inchiesta sulle violenze carnali; ma lei, brigadiere, non lo sapeva che il commendatore era finito..." "Sì, l'ho saputo da un mio superiore": prima non ci avevo pensato, ma lo stesso D'Aiazzo doveva aver avuto le notizie della morte della signora Verdi e del ricovero del marito dai giornali. A me erano sfuggite o, meglio, non dovevo averci fatto caso, dato che non avevo avuto parte nella vicenda: "Scusi, signora, lei ha detto poveretto. Dunque lo ritiene innocente". "Sì, brigadiere; e se pure, in teoria, eh? perché è innocente di sicuro! non fosse così, sarebbe stata quella gran sporcacciona a provocarlo". "Si spieghi". "Sì, Giuseppina era la porcellona dell'azienda: una volta, ad esempio, l'avevo pescata nello spogliatoio tutta eccitata che mostrava le gambe a un operaio tenendosi su la gonna, con la scusa di far vedere le calze nuove". "Comunque, trattandosi di una minorenne, sarebbe stata lo stesso violenza carnale". "Per me, lui non l'ha toccata nemmeno. Era lei, semmai. Nei primi tempi cercava di sfiorarlo o si appoggiava prona alla scrivania quando lui passava dietro, protendendosi in avanti come per cercare qualcosa dall'altra parte e invece per mostrargli il sed... beh, mi ha capito, immagino; e, quand'egli le era vicinissimo, girava la testa e lo fissava dritto negli occhi; ma il dottore, niente! Anzi, una volta mi aveva guardato facendo una smorfia, come per dirmi: …ma guarda tu 'sta bambinetta! Insomma, la ragazza, sentendosi ignorata, aveva cominciato a volergli male. Avrebbe dovuto vedere, brigadiere, che razza di sguardi d'odio gli lanciava". "Ho capito. Tutto questo, però, non è ancora un alibi. Più precisamente, che sentimenti aveva il Verdi verso Giuseppina? Forse la odiava a sua volta? In un raptus, potrebbe averla violentata per spregio". "Io lo escludo: un giovane colto e buono, non un bruto semianalfabeta come quella là! Lei non sa quanti denari dava a un prete che era stato


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suo compagno di scuola. No, non ci crederei neppure se la vedessi, a una violenza". "Una famiglia religiosa, dunque". "Hm... veramente… no, solo il figlio, devo dire: forse proprio grazie a quell'amico prete, un missionario. Invece padre e madre... due atei. Brave persone però, sia chiaro". "Ci mancherebbe!". "Ah, sì!" si era corretta imbarazzata, comprendendo che non ero credente, "per quello, niente da dire, anzi... c'è gente che va a messa e poi ne combina a più non posso; ed è pur vero l'esatto contrario". Qui aveva espirato sonoramente e quindi, tirata una breve inspirazione e socchiusi gli occhi, aveva allargato un brutto sorriso malizioso: "Ad esempio, c'è una coppia di giovani sposi religiosissimi al piano di sopra, glielo dico in confidenza, che tutte le notti..." "Scusi", l'avevo bloccata, "si tratta di gente in contatto col Verdi?". "Mah... no, dicevo... per dire". La signora Fortin si era mostrata delusa, stringendo la bocca, voltandola all'ingiù e girando per un attimo la testa di lato: evidentemente, non le sarebbe dispiaciuto fare un bel pettegolezzo; ma io, per carattere e, in più, con la mia emicrania, proprio non me la sarei sentita. Avevo chiesto: "…e quel prete amico del Verdi, sa mica come si chiami?": "Padre Snelli. Veniva a trovarlo in ditta qualche volta. Sa, il dottore gli regalava i soldi in quelle occasioni. È un ometto sulla trentina, alto poco più di un metro e cinquanta, magrissimo; quello che a Torino chiamano un frisìn; ma deve avere un carattere di ferro. Comunque, non credo che sia in Italia. L'ultima volta, saranno quasi due anni, si era accomiatato dal dottore dicendo che stava partendo per la giungla del Brasile e non sapeva se sarebbe tornato". "Ho capito; e adesso vorrei che mi parlasse dei Corsati". Pina Fortin aveva riflettuto per qualche secondo, poi aveva risposto: "Non vorrei avere dispiaceri: sa, con certa gente..." "Non si preoccupi, è un'inchiesta confidenziale, per tentare, come le ho detto al telefono, di aiutare il dottor Verdi; se è innocente, ben inteso". "Va bene, ma... mi raccomando, brigadiere! Se quelli là vengono a sapere che ho parlato di loro... guardi, non so proprio". "Le ho detto che non c'è pericolo".


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"Sì, ma... e va beh: io e mio marito siamo venuti ad abitare qui poco più due anni fa e abbiamo conosciuto i Corsati, che affittavano qui dapprima di noi. Nei primissimi tempi li consideravo inquilini come tanti altri, buongiorno e buonasera. Luciana, la mamma, mi pare comunque una persona a posto. Insomma, una volta, saranno stati due mesi che eravamo qui, l'avevo incontrata in latteria. Lei doveva aver saputo che lavoravo all’Opificio Verdi e mi aveva chiesto se, per caso, c'era un posto per la figlia dattilografa. Io, presa alla sprovvista, avevo promesso che avrei chiesto. Il commendatore mi aveva detto subito di sì e Giuseppina era stata assunta. Solo dopo, purtroppo, avevo saputo che razza di mascalzoni fossero quel Dante, il padre dico, e i suoi due figli maschi; e avevo anche capito che Giuseppina era una sporcacciona. Se no, si figuri se l'avrei presentata. Guardi, ne ho proprio il rimorso". "Non è colpa sua", avevo detto tanto per dire: "Piuttosto, avrebbe qualcosa di più preciso da riferirmi? Noi per adesso sappiamo solo che sono incensurati". "…e invece non dovrebbero esserlo! Voglio dire che sono prepotenti che picchiano la gente e vanno al bar qui sotto e non pagano e se il gestore, che è un povero vecchio, si lamenta, menano le mani: cose così, insomma. Inoltre sono legati a un altro bullo della zona, un tale Carlo, ma non ne so il cognome. Può anche darsi che quell'altro non sia incensurato, non lo so, questo dovrebbe vederlo lei; e poi padre e figli certe notti stanno fuori, e pensi che i ragazzi hanno solo quattordici e quindici anni: il più grande è gemello di Giuseppina. A quanto ne so io, potrebbero anche andare a rubare, perché solo la madre lavora stabilmente, come cameriera; e come fanno, secondo lei, a tirare avanti?". Mi ero ripromesso di domandare di quel Carlo al gestore del bar: "Lei non lo sa, per caso, dove lavora la signora Corsati?" avevo chiesto intanto alla Fortin, senza convinzione. Invece lo sapeva: "Sì, perché me l'aveva detto quella volta in latteria, credo come indirette referenze per sua figlia: è cameriera nella famiglia Barin de Chambery Bertrand: lui è marchese ed è architetto. Pare che siano ricchissimi e che stiano in un villone stupendo su in collina". Non avevo altro da chiedere e mi ero congedato. "Mi raccomando", aveva di nuovo emesso la signora.


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V

Quel Carlo, trentasette anni, di cognome faceva… Verdi: era del tutto omonimo dell'accusato. È un patronimico abbastanza diffuso in Italia ma piuttosto raro a Torino. Avevo dunque voluto accertare se fosse parente dello psicologo, soprattutto perché entrambi si chiamavano Carlo: un nonno o un bisnonno in comune? Quanto alla fedina penale, anche lui era poi risultato incensurato. A detta del barista, si trattava di un gregario di scarsa intelligenza, dal fisico potente e sempre pronto a menare le mani a un ordine dei Corsati. Ufficialmente vivacchiava scaricando ai Mercati Generali e aiutando ambulanti di un mercato di via Bologna a mettere e togliere banchi. La mattina seguente ero passato dalle Nuove per chiedere al dottor Verdi se il suo omonimo fosse un parente. Era la via più diretta. Aveva negato, almeno a quanto ne sapeva. Gli avevo allora domandato se Carlo fosse il nome di un qualche antenato. "Non mi risulta", aveva risposto. Una volta tornato in Questura, avevo telefonato ai Carabinieri di Noceto per avere notizie sulla famiglia Verdi: come avevo saputo dall'anagrafe torinese, era in quel paese in provincia di Parma che il padre del dottor Verdi era nato; e da lì, all’inizio degli anni '20 si era trasferito a Torino, occupandosi come operaio alla solita FIAT. Poi, già prima della guerra, era riuscito a mettersi in proprio, impiantando un piccolissimo opificio che, via, via negli anni, egli aveva accresciuto. Saputo, sempre dall'anagrafe, che il teppista, figlio unico, abitava con la madre, nubile e di cui portava dunque il cognome Verdi, avevo verificato, anche stavolta tramite i carabinieri di Noceto, se la sua mamma fosse una parente degli altri Verdi; e avevo saputo non solo che ella proveniva a sua volta da quel paese, ma pure che era una cugina del commendatore; ma era pure risultato che nessuno degli antenati dell'uno e dell'altra si chiamava Carlo. Parallelamente avevo voluto risalire anche al passato di Dante Corsati. Era originario di Marina di Grosseto e, come risultava dagli archivi del Distretto militare, dopo l'8 settembre 1943, sergente, era stato catturato


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dai tedeschi in Jugoslavia insieme a tutto il battaglione e internato in Germania. Per avere libertà aveva prestato giuramento alla Repubblica Sociale Italiana arruolandosi addirittura nelle Brigate Nere torinesi. Avevo voluto conoscere gli eventuali trascorsi militari pure del teppista Verdi e avevo saputo che anche lui, durante la guerra, aveva militato nelle medesime Brigate a Torino, città dov'era nato. Avevo avuto la quasi certezza che proprio in quei reparti fosse nata la conoscenza fra i due. Avevo informato di tutto Vittorio, ma lui non aveva mostrato entusiasmo: "Mi pare che 'sta pista non abbia molto a che fare con la violenza carnale; però già altre volte la tua intuizione ti ha condotto bene e perciò continua; ma cerca pure altre vie, ammesso che ci siano; e in fretta: quanto ti ha detto la Fortin mi fa ritenere più probabile che il dottor Verdi sia innocente e non si può lasciarlo marcire là dentro. Però ci vuole almeno un indizio, se non una prova, per ottenergli la libertà provvisoria: sùbito. Non so fino a che punto la sua vita sia al sicuro là dentro. Chiaro, Ran?". A dire “subito” si fa in fretta, avevo pensato. "Sarà fatto", avevo promesso.


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VI

“I giornali esagerano sempre”, mi aveva detto il primario del manicomio, “soprattutto quando c’è di mezzo un figlio accusato di reati infamanti: Paolo Verdi adesso sta abbastanza bene e, comunque, neanche prima era uno psicopatico, in parole povere non era matto, era solo esaurito a causa dello stress sofferto: egli stesso aveva chiesto il ricovero volontario 9 da noi. L'elettroshock l’ha tirato fuori dalla sua non grave depressione. Le concedo perciò d'intervistarlo: alla mia presenza, però”. Aveva citofonato al caposala e ordinato di fargli condurre il paziente. L'ex industriale era arrivato quasi subito, accompagnato da un infermiere. Il primario aveva ordinato al paramedico di attendere fuori. Papà Verdi, nonostante i suoi ottant'anni, era uomo di passo lesto e dal portamento diritto. Aveva mostrato decisione nello stringermi la mano. Sebbene avesse liquidato la propria attività e il figlio fosse sotto accusa disonorevole, e nonostante la propria condizione di segregato manicomiale, era riuscito a sorridermi; poi si era rivolto al medico: "Ormai sto proprio bene, dottore: è stato solo un periodo di debolezza e le assicuro che mi sento pronto a uscire"; quindi si era indirizzato a me: "Pagàti i debiti, mi è rimasto ancora il mio bell'alloggio. Uscito di qui, l’affitterò e parallelamente prenderò in locazione per me un monolocale in periferia, così intascherò la differenza tra le pigioni; inoltre ho la pensione d'artigiano. Me la caverò senz’altro. Tra parentesi, non è vero quello che avevano scritto i giornali, che io ero stato interdetto e che il mio commercialista era stato nominato mio tutore: sono perfettamente in grado d’intendere e di volere; e quello che voglio adesso", aveva guardato allegro il primario, " è tornarmene a casa". Il medico aveva cautamente osservato: "Quanto a dimetterla, Verdi, ci sono buone possibilità; ma ora, se lo vuole, può rispondere ad alcune

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Siamo assai prima della cosiddetta legge Basaglia, in un periodo in cui i ricoveri manicomiali, di solito, avvenivano coattivamente, mentre del tutto eccezionali erano quello richiesti dagli stessi pazienti.


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domande del brigadiere qui presente; sia però ben chiaro che, come ricoverato, lei non ne ha legalmente alcun obbligo". "Sì", ero intervenuto, "ma sappia che si vuole aiutare suo figlio: forse, è innocente". Era restato senza parola per alcuni secondi: "G...grazie", aveva quindi balbettato. Gli avevo chiesto dell'altro Carlo Verdi. Si era abbuiato e aveva esclamato: "Il passato!". "Si spieghi". "Carlino, come lo chiamavo da piccolo, è il mio primo figlio, avuto con una cugina, Adelaide. Avevo poi dato lo stesso nome anche al mio secondogenito". "Qualche antenato?". "No. Penso che fosse per... senso di colpa, diciamo; quanto so è che mi era venuto spontaneo di dargli lo stesso nome che Adelaide aveva imposto al mio primogenito. Vede, brigadiere, mia cugina era orfana di entrambi i genitori. Me l'ero fatta venire a Torino quando mi ero sistemato, con l'idea di mantenerla e che lei mi facesse, in paga, i servizi di casa, anzi era un'idea che aveva avuto ella stessa. Adelaide era stata per anni ricoverata in un orfanotrofio di Parma. Ogni tanto ero andato a trovarla, un paio di volte anche dopo il mio trasferimento a Torino. L’ultima, lei era ormai quasi maggiorenne, mi aveva chiesto di venire a vivere da me una volta compiuti gli anni, aggiungendo che avrebbe contribuito al proprio mantenimento tenendomi la casa e facendo ricami per terzi; là a Parma, nell'istituto, faceva appunto la ricamatrice, ma i proventi andavano all'orfanotrofio. Non appena aveva compiuto i 21 anni 10 , me l'ero portata qui, nel bilocale che affittavo e dove lei vive ancor adesso con Carlino. Lui era nato per un infortunio. Non lo avevo voluto io. Mia cugina si era innamorata, anzi penso che lo fosse fin dai tempi dell'orfanotrofio, ma a me era del tutto indifferente. Sa, una di quelle ragazze bruttine che a parte il corpo... di faccia non attraggono. Sennonché una notte mi era saltata nel letto, mentre ero semi addormentato, e... in qualche modo era stata lei a fare tutto. Così era venuto fuori Carlino. Io mi ero rifiutato di riconoscerlo. Forse ero stato egoista, non lo so, ma sicuramente non era stata colpa mia: ero nel dormiveglia e il mio fisico aveva fatto tutto da solo. Insomma, poco per volta, ve10

La maggiore età non si compiva ancora a 18 anni, ma solo a 21.


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dendo che continuavo a non voler riconoscere il figlio, lei aveva preso a mal volermi e poiché, per reazione, talvolta la trattavo male, e capitava pure che prendessi a sberle Carlino, che era un piagnone isterico..." "…non voleva bene al bambino?". "Per la verità, no", aveva ammesso senza remore: "Era anche un po' tardo, come può capitare ai figli di parenti. Comunque, Adelaide era giunta a odiarmi. Alla fine, Carlino aveva appena compiuto i 9 anni, me ne ero andato; avevo infatti iniziato da diverso tempo l'attività in proprio, che rendeva, e potevo permettermi l'acquisto di un appartamento. Mia cugina, facendo la ricamatrice, guadagnava benino; comunque, io volevo darle un contributo mensile; ma lei lo aveva rifiutato con rabbia". "L'aveva rivista ancora?". "Sì, ero andato a visitarla dopo un paio di settimane, ma tanto lei che il bambino mi avevano assalito non appena mi ero presentato alla porta. Lividi e graffi. Durante l'occupazione tedesca avevo ancora visto Carlino una volta: mi si era presentato in fabbrica in divisa fascista, insieme a un suo superiore, ed entrambi si erano messi a fare i prepotenti. Mio figlio mi aveva buttato addirittura a terra con una spinta. Così avevo dovuto tirare fuori la tessera fascista, senza la quale allora non si lavorava. Avevo minacciato di denunciarli ai superiori con cui, mi ero inventato lì per lì, ero in rapporti stretti. Se ne erano andati e, dopo non molto, era giunta la Liberazione. Avevo poi saputo che Carlino si era nascosto e che si era fatto rivedere in giro solo dopo la normalizzazione politica". "…e quel fascista che era con suo figlio? Rammenta mica come si chiamasse?". "No, non si era presentato". "Non avrebbe potuto essere il padre di quella Giuseppina? Lei lo conosce?". Aveva allargato la bocca; poi: "Sì, lo conosco, era venuto un paio di volte a prendere la figlia in ditta... Francamente però... non saprei. Quell'altro aveva i baffi e una barbetta alla Italo Balbo 11 ed era magro,

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Importante gerarca fascista, morto in guerra sul suo bombardiere nel 1940, che, provenendo dal Corpo degli Alpini, aveva continuato a portarne la barbetta d’ordinanza.


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mentre lui è grasso e rasato; ma pensandoci... non si può escludere. Il tempo cambia le persone e i peli mascherano". "La denuncia contro il suo secondogenito potrebbe aver avuto un secondo fine: la vendetta di Carlino. In un colpo solo, una fortissima richiesta di risarcimento danni, la vendetta del primo figlio e quella di Giuseppina: lei lo sapeva che la ragazza si considerava maltrattata dal suo secondogenito? Pare che lei gli avesse fatto avances amorose e che lui l'avesse respinta". "N...no. Non lo sapevo". "Il difficile, non glielo nascondo, è però trovare prove certe; e adesso... voglio sapere perché lei voleva male anche al suo secondo figlio". La domanda lo aveva agitato: "Come?! Io lo escludo!". "Pare che lo insultasse davanti al personale". "È vero, ma così... quando avevo i nervi. Gli davo anche qualche calcio nel sedere, ma... Sa, la ditta era una grande famiglia: un figlio non deve offendersi..." "…ma gli altri prendevano tutto questo per disprezzo, purtroppo. Lei non capiva il male che gli faceva?". "Mi aveva scassato l'azienda, caro lei, durante una mia assenza per malattia. Dopo anni di lavoro, mi aveva rivoluzionato ogni cosa, e poi voleva anche aver ragione lui e farmi intendere che io non ero più all'altezza. Comunque, io gli voglio bene, a mio figlio". "Lui dice invece che l'azienda non era mai andata così a gonfie vele come dopo che l'aveva presa in mano lui. Non crede, Verdi, che la sua potesse essere semplice invidia verso suo figlio che l'aveva superata?". "Guardi, ho la contabilità in casa, perché per legge si deve conservare dieci anni: quando uscirò di qui, potrà controllare". "Non escludo di farlo. Comunque, che lei volesse male a suo figlio è dimostrato: a differenza di sua moglie, anche quando lo poteva mai era andata a trovarlo in carcere; e non aveva neppure cercato di prendergli un buon avvocato: l'aveva abbandonato a un avvocatuccio d'ufficio". Era rimasto muto per un momento; poi, con veemenza: "Non c'erano quasi più liquidi! È un miracolo che si sia riusciti a pagare tutti. Io non stavo già più bene, ero a malapena riuscito a chiudere con onore la ditta; poi... mia moglie mi era morta e io ero finito qua dentro". Le ultime parole erano state sospirate. "Basta così", mi aveva intimato il medico. Aveva richiamato nella stanza l'infermiere, ordinandogli di condurre via il paziente.


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Quando erano stati fuori, mi aveva rimproverato: "Cosa voleva? Ricacciarmelo in depressione?!".


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VII

Chi sa, avevo pensato uscendo, se in psicanalisi esiste anche il complesso di Saturno, il dio che mangiava i figli per non rischiare d'esserne detronizzato? Ecco che, come nella Grecia classica, sortiva dagli eventi stessi la figlia della Notte, Nemesi: Paolo Verdi abbandona l'amante e il primogenito e rovina la reputazione del secondogenito, e Nemesi fa andare la sua dipendente Fortin ad abitare nel palazzo del Corsati, che per le vicende della guerra è amico del primogenito del Verdi; e la Fortin fa assumere dal commendatore quella Giuseppina che sarà la rovina del dottor Verdi. Quanto all'industriale, proprio distruggendo l'onore del figlio in azienda fa venire al padre di Giuseppina e a Carlino l'idea di approfittare. Mostruoso l'orgoglio di quel vecchio! e preferire i soldi a un avvocato per il figlio! Classica la punizione: la perdita della posizione economica per colpa della sua stessa superbia, la moglie morta, il figlio probabilmente innocente in galera. Ebbene, Nemesi avrebbe colpito ancora, e più duramente. Come avevo anticipato, alcune notti dopo, il commendator Verdi era stato trovato per strada bocconi e senza vita. Si era saputo il dì successivo che era stato dimesso dal manicomio da un paio di giorni. Come i suoi vicini avevano dichiarato, da sempre egli era uso, dopo cena, uscire per una passeggiatina in zona, per favorire la digestione prima di coricarsi; tornato a casa dall’ospedale, aveva ripreso quell’abitudine. Del tutto spontaneo era nato in noi il sospetto, data la quasi immediatezza dell’evento luttuoso, che autori dell’omicidio fossero stati i Corsati e Carlone: "Ran", mi aveva detto il giorno successivo il D'Aiazzo, dopo aver parlato col magistrato inquirente, "si va a fermare tutti quanti per presunto omicidio del vecchio Verdi, oltre che per tutto il resto. Ah, il giudice mi ha detto che concederà presto al giovane Verdi la libertà provvisoria: il tempo materiale per le pratiche". Credevo che la soluzione del caso fosse ormai prossima. "Quanto ai due pluriergastolani", aveva seguitato Vittorio, "il magistrato li ha inquisiti: hanno ripetuto che il Verdi si era picchiato e violentato da solo col manico del nettawater; e poiché il giudice ha chiesto se la


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ritenevano una cosa logica, hanno risposto quello che già avevano detto a suo tempo, che cioè avevano creduto che egli fosse impazzito, nel vederlo agire così; ma resta ovvio che non potevano trovare altra scusa, chiusi in cella come erano, loro tre soli: o era colpa dei due o era colpa del Verdi". "Ci sarebbe una cosa, commissario. Ci ho pensato su e... insomma, di solito i detenuti non violentano carnalmente? Per sfogarsi, dico. Cosa c’entra, insomma la spazzetta?". "Non è affatto detta, sai? Non è la prima volta che qualche stupratore, per maggiore spregio, viene punito proprio in quel modo, col nettawater nel sedere; e d'altronde non tutti, là dentro, divengono omosessuali. C'è anche chi preferisce sfogarsi da solo; e forse, chissà! c’è pure qualche casto. Per ora restiamo nell'ipotesi che il Verdi non abbia mentito, come d'altronde pensa il giudice; e adesso senti: per essere sicuri di trovarli tutti, li fermiamo all'alba, a casa loro. Tu ammanetti Carlino Verdi. Ci vai con una sola macchina, perché in tre dovreste bastare. Io invece, con auto e furgone cellulare, pesco e porto qui i Corsati: è soprattutto sull'interrogatorio della guagliona che faccio conto. Malauguratamente abbiamo solo indizi, non prove".


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VIII

Una volta tornati in Questura col pescato, avevamo iniziato gli interrogatori. Per primi avevamo inquisito i Corsati maschi, mettendoli a confronto. Giuseppina, la madre e Carlino, invece, li avevamo fatti chiudere in camere di sicurezza, separate, per interrogarli dopo, uno alla volta e nello stesso ordine. Dal Corsati e dai figli non si era cavato nulla. Avevano insistito che erano stati assieme per tutto il giorno, in giro per bar e sale bigliardi, e che in diversi li avevano visti, compresi molti del mercato: potevamo controllare. Il padre aveva quindi esclamato per tutti: "Chi sa mai chi l'ha ammazzato, quello là!". Poiché Vittorio insisteva, si era messo a sbraitare e il commissario aveva dovuto ricorrere a una delle sue urlatacce per calmarlo. Per quanto riguardava invece il presunto ricatto al dottor Verdi, avevano tutti giurato che quell'uomo era un porco e un gran bugiardo e che loro si erano limitati a chiedere un giusto risarcimento per la violenza a Giuseppina: era la loro parola contro quella del dottor Verdi, al momento senza vere prove né da una parte né dall'altra. Li avevamo fatti rinchiudere in camera di sicurezza, ed era stata la volta della ragazza. "Vi giuro che Carlo mi ha violentata!" era scoppiata in lacrime Giuseppina non appena le avevamo parlato del ricatto; e immediatamente era caduta a terra e aveva preso a dimenarsi in un'apparente crisi epilettica. Tuttavia, che avesse finto oppure no, dopo non molti secondi, prima ancora di poterla soccorrere, era stata di nuovo in sé, si era rialzata da sola e si era messa a urlare, come in una crisi isterica: "Sono stata violentata! Sono stata violentata! Era da mesi che me ne faceva di tutti i colori! Un mucchio di schifezze! e l'ultima volta mi ha anche rovinata! Avete capito, eh?! Avete capito?!". "O 'sta Giuseppina ha un carattere d'acciaio e recita come 'na vecchia bagascia, oppure..." mi aveva sussurrato Vittorio all'orecchio; e l'aveva fatta condurre via.


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Era stata la volta della madre. La donna, una friulana, era verso la quarantina. Era robusta e in altezza superava di dieci centimetri buoni il D'Aiazzo. Si esprimeva in un linguaggio corretto sebbene avesse solo la terza elementare. Immagino l'avesse appreso nella famiglia dove lavorava. Il suo tono era deciso ma rispettoso: "Signor commissario, mia figlia è stata certamente violentata da quel criminale; e il commendator Verdi, che interesse potevano avere i miei uomini ad ammazzarlo? No, guardi, era buono e comprensivo: è il figlio che è un mascalzone, un sadico che godeva a far soffrire i dipendenti; e con Giuseppina era arrivato addirittura alle vie di fatto". "Il commendatore era buono e comprensivo, ma aveva abbandonato il primo figlio", aveva buttato lì il D'Aiazzo. "Lo so". "Carlino Verdi odiava il padre, non è vero?". "Carlino?". "Carlo Verdi, diciamo, l'amico di suo marito; voglio dire non il secondo figlio del Verdi ma il primo". "Veramente noi lo chiamiamo Carlone perché è grande e grosso. No, guardi, a me non risulta che odiasse il padre. So che quando veniva da noi non ne parlava mai. Lo avevo saputo da Dante che Carlone era figlio del commendatore, non da lui". "Dunque, per lei 'sto commendatore era una brava persona?". "Sì. La moglie invece, nominandola da viva, un po' meno; ma il peggiore era il figlio". "Queste cose da chi le ha sapute?". "Da Giuseppina, naturalmente". Si era animata: "Le giuro che noi si vuole solo il giusto risarcimento e che quel mascalzone se ne stia in galera a marcire. Verdi padre l'ha ammazzato chi sa chi, cosa vuole che c'entriamo noi?!". Gli occhi azzurri della donna si erano incattiviti. A differenza del marito e dei figli era di certo una persona molto intelligente. Mi ero chiesto se non fosse lei il capo della banda. Il D'Aiazzo aveva alzato la voce con falsa ira: "Mi dica chiaramente una cosa: come fate a mangiare, visto che i suoi non lavorano?". La donna non aveva mostrato timore: "Io sono domestica dai marchesi Barin de Chambery da più di vent'anni: lavoro da mattina a sera, a parte la domenica, e guadagno abbastanza bene". "Ci fate una vita d'oro, con quel solo stipendio, no?".


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"Eh, una vita d'oro! Magari". La voce le si era abbassata: "Oltretutto adesso Giuseppina è senza impiego. No, commissario, i miei uomini lavorano, anche se saltuariamente. I ragazzi li assumono in qualche bottega, poi magari litigano perché son bravi ragazzi ma un po' nervosi; allora li prende qualcun altro... insomma, sa com’è". "No che non lo so: a noi risultano da sempre disoccupati". "Perché nessuno li ha mai tenuti in regola coi libretti!". "…e adesso che fanno?". La signora aveva nominato un sarto e un barbiere: "Il primogenito va a stirare e a far consegne, un paio di volte alla settimana; il secondo, spazzola e scopa e pure, a volte, gli shampoo: solo di sabato, ma ha le mance. "Fa' verificare", mi aveva ordinato Vittorio; poi aveva chiesto ancora: "… e suo marito?". "Mio marito fa il commesso occasionale di un ambulante di formaggi”. "Nome?". "Si chiama Gennaro Patanò. Ci va soprattutto al sabato, perché c’è più clientela; e a volte scarica ai Mercati Generali". "Come quel suo amico Carlone?". "Sì, ci vanno assieme: siamo tutti onesti, signor commissario". Avevo ordinato a un mio agente di controllare telefonicamente col sarto e col barbiere le dichiarazioni della donna, che di lì a poco erano state confermate. Poi il mio uomo si era recato di persona al banco dell'ambulante, e circa un'ora dopo avremmo saputo non solo che il Corsati lavorava davvero con lui ma pure che, il giorno prima, mentre il commendatore veniva ammazzato, in diverse persone lo avevano visto girovagare coi figli per il mercato, attaccando discorso con diversi commercianti; ma avremmo avuto anche conferma che erano proprio quegli attaccabrighe di cui mi avevano detto il giovane Verdi, la signora Fortin e il barista. Intanto: "Bel guaio!" aveva esclamato Vittorio non appena Luciana Corsati era stata condotta via: "Questi qua sono un'unica fortezza. Ci resta solo da sperare che cada Carlone, lo scemo del gruppo. Per ora sembrano avere ragione tutti. Da una parte, potrebbe essere vero che il dottor Verdi ha approfittato più volte della ragazza in modi, diciamo così, non ortodossi, e infine, gran finale! un bel giorno se l'è pure sverginata; e, per impietosirci, potrebbe essersi poi inflitto da solo la violenza anale, come giurano i suoi presunti brutalizzatori, ed essersi in-


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ventata tutta la storia che ci ha raccontato, telefonate, biglietti eccetera: per tentare di uscire provvisoriamente dal carcere e tagliare la corda da qualche parte; ma perché ha aspettato un anno, se non erano vere le minacce contro i suoi genitori? Forse che l'idea gli è venuta solo all'ultimo? e perché mai la Fortin l'ha elogiato? Perché è ignara di un altro lato del suo carattere? Inoltre, perché si sarebbe inventata che Giuseppina provocava sessualmente il principale? I bugiardi potrebbero dunque essere i Corsati. Tuttavia, se gli uomini di casa sono dei violenti, forse che questo basta per organizzare un piano ricattatorio e addirittura ammazzare in modo premeditato? e a quale scopo uccidere il commendatore? Perché avevano improvvisamente saputo che il dottor Verdi era senza soldi e che così, almeno, avrebbe ereditato l'appartamento del padre e avrebbe potuto risarcirli in parte? Hmm...; e poi, non avevano forse capito che ammazzando il commendatore si sarebbero resi altamente sospetti? Luciana è di sicuro persona intelligente. D'altra parte, ammesso e non ancora concesso che il vecchio Verdi l'abbiano ammazzato gli uomini Corsati e quel Carlone, o quel Carlone da solo, la donna era al corrente del piano? Se lo fosse stata, essendo intelligente non li avrebbe forse fermati? Invece, se non lo sapeva... Comunque, ora tentiamo con 'sto Carlone e vediamo se ammette di averlo ammazzato lui, suo padre, mentre gli altri se ne andavano a farsi vedere in giro per mercati e bar". Troppo tardi: l'uomo si era impiccato in camera di sicurezza con la propria camicia. Suicidio sicuro, dato che egli era solo. Era dunque lui l'assassino?! Se sì, non avrebbe più potuto confessarlo.


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IX

Vittorio mi aveva ordinato di avvertire la madre del morto: "Fallo personalmente e vedi se, intanto, riesci ad avere qualche altra informazione". Quando quella mattina io e i miei le avevamo fermato il figlio, Adelaide Verdi non aveva fatto nulla per opporsi. Non avevamo detto né a lui né a lei che l'accusa era di omicidio, solo che si trattava di accertamenti su di un furto; solamente in Questura Carlone avrebbe conosciuto la vera accusa. Dal momento in cui avevamo infilato le manette al figlio, la madre era rimasta muta, lo sguardo vivo durissimo, ma come impietrita. La donna era piccola e ossuta, con occhi infossati e un lungo naso sottile appuntito che doveva averla imbruttita anche da giovane. Aveva capelli bianchi, radi ma puliti e ben ravviati; e lindo era l'abito liso che indossava, di un color verdazzurro. Quanto all'appartamento, era poverissimo, una mansarda bilocale in un vecchio palazzo, così com’era povero l'essenziale arredamento con, unico lusso, un radiogrammofono in un angolo. C'era un vago odore di muffa, forse per una perdita in uno dei muri. Quando mi ero ripresentato a casa sua con un agente, Adelaide mi aveva chiesto: "Posso portargli biancheria e abito di ricambio?": doveva aver ricevuto in orfanotrofio una discreta educazione perché, come avevo già notato quella mattina, si esprimeva fluentemente e senza errori. Non serve più, ero stato quasi per dirle, ma avevo solo scosso la testa. Allora mi aveva domandato: "Perché me lo avete arrestato? Qual furto avrebbe commesso?". "Non per furto, ma per l'omicidio del commendator Verdi". Le si era sospeso il respiro per un paio di secondi; poi aveva esclamato veemente: "Non crederete davvero che abbia ammazzato suo padre!". "Non sarebbe il primo", si era intromesso il mio uomo. La poveretta aveva iniziato a tremare e si era abbandonata su di una vicina sedia.


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Mi ero fatto forza, cacciando la pietà in fondo al cuore: "Il commendatore mi aveva detto che lei e vostro figlio lo avevate preso a botte dopo che vi aveva lasciati. Inoltre Carlino, quando era nelle Brigate Nere, lo aveva minacciato con quel suo amico Dante e lo aveva pure buttato per terra; e forse avrebbe fatto di peggio, se il padre non avesse vantato conoscenze potenti. Il rancore cova, cova e poi… Come escludere che l’abbia infine ucciso?!". "Io lo escludo! Lo escludo io!" aveva urlato la povera donna, che in quel poco tempo doveva aver meglio realizzato la gravità dell'accusa. L'agente era andato all’acquaio e aveva riempito d’acqua un bicchiere per lei. "Non lo voglio", aveva rifiutato la Verdi quando glielo aveva porto; poi si era rivolta a me: "Adesso vi dico tutto quello che so, ma voi mi promettete di aiutare mio figlio, invece d'accusarlo; e me lo trattate bene". "Parli". Mi aveva detto: "Intanto, quell'altro non era Dante, ma un giovanissimo capo manipolo 12 , ed era stato lui, quando aveva sentito dire a mio figlio che era stato abbandonato dal padre da piccolo, a convincerlo ad andare da Paolo per dargli una lezione; non c'era stato però in nessuno dei due l'intenzione di accopparlo, solo di mettergli paura, un poco per gioco e un poco per giustizia: una di quelle... come si dice? bullaggini..." "…bravate". "Sì, bravate. Carlino mi aveva raccontato, quando era finalmente tornato a casa mesi dopo la fine della guerra, era l’agosto del '45, che il giorno della Liberazione lui, Dante e quell’ufficialetto si erano trovati insieme di servizio all’ingresso della loro caserma, che ospitava il comando della 1a Brigata Nera intitolata, ricordo, a un certo Ather Capelli; Carlo faceva parte della guardia mentre Dante, che era un capo squadra 13 , era in servizio d’ispezione e il capo manipolo era di picchetto. Tutti e tre non conoscevano ancora bene la situazione, benché si sapesse che la partita stava ormai per essere persa e sebbene quella mattina i loro capi, dai centurioni 14 in su, non fossero venuti in caserma. Insomma, l’ufficialetto aveva sentito un gran vociare avvicinarsi alla caserma e, affacciatosi, aveva visto arrivare una marea di gente agitata, di cui 12

Come tenente nell’Esercito. Come sergente maggiore nell’Esercito. 14 Il grado corrispondeva a quello di capitano nell’Esercito. 13


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moltissimi armati. In quel momento lui era quello di grado più alto e, per altoparlante, aveva ordinato a tutti di abbandonare la caserma, poi si era precipitato a cercare scampo pure lui, con dietro il mio Carlino e Dante che, per amicizia, aveva detto a mio figlio di seguirli. Tutti e tre erano arrivati fin alle autorimesse e poi, sopra una motocarrozzetta lanciata a tutta velocità dall’ufficialetto, si erano aperti la strada fra quella massa di persone, che stava ormai per entrare in caserma e gridava di voler giustiziare tutti: mio figlio mi avrebbe poi detto che tanto lui che Dante avevano sparato addosso a quella gente senza tanti complimenti, coi mitra, e poi, allontanandosi, si erano tirate dietro bombe a mano facendo un putiferio: Carlino stava sul sellino dietro e Dante era nel sidecar. Solo per un miracolo, però, della Santissima Ausiliatrice cui io son devota tantissimo, ce l'avevano fatta a sfuggire quella folla, credo anche investendo qualcuno. Insomma, avevano oltrepassato il Po, non so più su quale ponte, e poi si erano buttati a piedi su in mezzo alla boscaglia in collina, dove l’ufficialetto aveva un protettore, uno zio". "Sa come si chiamava quel protettore?". "Sì. È ancora vivo, è un marchese, Barin de Chambery si chiama. So che la moglie di Dante lavora a casa sua. Il proprietario li aveva nascosti per qualche mese, fin a quando i partigiani avevano smesso di dar la caccia sistematica ai fascisti; e ad agosto, tanti saluti". "Un aiuto a un parente e a due camerati, insomma; e il marchese ha ancora quelle idee, immagino, come pure suo figlio, no?". "No, brigadiere, noi due siamo socialisti, non fascisti! Invece quello là della collina non so proprio come la pensi, so che mio figlio non ha più avuto a che farci, e neppure con l’ufficialetto". "...e dunque la signora Corsati era poi diventata la cameriera dei marchesi Barin". "No, ci lavorava già. Anzi, era stato là nella villa che Dante l'aveva conosciuta. In quel tempo lei ci dormiva pure, perché era a servizio pieno, non di giorno soltanto come dopo il matrimonio; e insomma, lui le era entrato in camera e, con la forza dicono, l’aveva… capito? In conclusione, l’aveva messa incinta. Comunque lui si era affezionato e, non appena era stato possibile, passata la bufera delle giustizie sommarie, i due si erano sposati. "Il nipote del marchese come si chiama?".


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"Bruno Barin de Chambery. È il figlio del fratello minore del marchese e Carlino lo chiamava anche il contino. Forse lo conosce di nome, brigadiere, perché ha fatto trasmissioni alla radio, e noi una l’avevamo ascoltata, sentendo dire il suo nome" – aveva fatto un gesto verso il vecchio radiogrammofono d'angolo – "ma era stata una cosa pesante, per la verità, su diavoli, fantasmi eccetera, per cui le altre volte avevamo lasciato perdere". Avevo cambiato argomento, venendo freddamente al dunque: "Denunciare il figlio del commendatore è stata un'ignobile vendetta! Più laida ancora perché aveva pure scopo d'estorsione". "Carlino non c'entrava!" si era impennata: "Era stata un'idea dei Corsati e il mio ragazzo non c'entrava proprio per niente"; quindi, senza lasciarmi replicare aveva continuato: "Io ve li faccio condannare con la mia testimonianza e voi liberate mio figlio che è un bravo ragazzo". "Comunque, un poco almeno è coinvolto, se non altro perché, evidentemente, sapeva le cose, dato che le aveva riferite a lei, e non aveva denunciato i Corsati; ma lasciamo stare: su questo si potranno chiudere gli occhi, se..." "Va bene, le ho già detto che parlo. Intanto, dell'idea che lei mi ha detto, d'ammazzare Paolo, mio figlio non ne sapeva proprio niente, se no, col suo carattere, me l'avrebbe detto subito, non ha mai saputo tenermi segreti, ha ancora la testa di un bambino; e poi, dopotutto, era suo padre, no? Per il resto, a quanto so le cose sono andate così: Giuseppina si era innamorata del dottor Verdi e non ne aveva fatto mistero in casa. I suoi l'avevano incoraggiata, sperando in un buon matrimonio, ma quell'altro non ci pensava affatto. Così in Giuseppina l'amore era diventato odio: Vorrei vederlo in galera, diceva di continuo; e dillo una volta, dillo un'altra... nei Corsati era sorta quell'idea". "Era stata la madre a ideare il piano?". "No, Carlino dice che era stato il padre; ma tutta la famiglia era d'accordo". "…e dunque, suo figlio si era prestato a sverginare Giuseppina, come ben sappiamo", avevo finto. Silenzio. "Ascolti: è vero che per queste cose ci può essere un po' di galera, ma se accusiamo Carlino dell'omicidio..." "Sì, era stato lui, a casa dei Corsati". "Cosa non si fa per i soldi!" era intervenuto il mio agente.


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"No, signora guardia, l'aveva fatto perché la ragazza gli piaceva e solo per questo: non aveva voluto niente. L'ho già detto che è un bambino". "Poi Carlino aveva telefonato minacce al dottor Verdi, è vero?". "No che non è vero!". "Erano stati i Corsati? e da dove, dall'ospedale dove avevano fatto visitare la figlia?". "Non ne so niente di telefonate: Carlino non me ne ha mai parlato e questo vuol dire che non ne sa niente neppure lui". "Ho capito; e chi fu a passare i biglietti di minaccia?". "Non so niente neppure di biglietti. Se no, le direi anche questo": pareva sincera. Avevo trascritto tutto sul mio taccuino: "Firmi", le avevo ordinato porgendole la biro, anche se non ne avevo nessun diritto. Lei aveva firmato. "Adesso... quanta prigione gli daranno?" aveva domandato sommessa, guardandomi negli occhi. "P...poca. Forse niente". Ricordo che avevo trangugiato saliva. La madre aveva intuito qualcosa. Aveva sbarrato gli occhi: "Non gli sarà mica successo qualcosa?!" ed era balzata contemporaneamente in piedi. L'agente mi aveva guardato e io gli avevo fatto un cenno affermativo: "Si è impiccato", le aveva detto con indifferenza.


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X

Adelaide Verdi aveva avuto un collasso. Avevamo chiamato un'ambulanza e atteso che la caricasse. Avevo chiesto a quale ospedale sarebbe stata condotta. Come si era poi saputo telefonando, si era ripresa, ma era stata ricoverata in osservazione. Intanto il commissario D'Aiazzo aveva di nuovo interrogato Giuseppina e, un'altra volta, lei non aveva ceduto; anzi, senza esitazione aveva giurato di essere stata costretta dal dottor Verdi, per tre mesi, a pratiche schifose: secondo la ragazza, tutto quanto si poteva fare a una donna senza romperle l'imene le era stato fatto, sino al gran finale: "Quell'ultima volta lui non si era trattenuto più. Finché non mi aveva rovinata, ero stata zitta; ma a quel punto avevo dovuto dirlo ai miei". "Va bbuo', intanto tornatene per un po' in guardina". Arrivato io in Questura, avevo sùbito riferito a Vittorio la testimonianza della povera Adelaide. Egli, espirando un grande Ah! soddisfatto, aveva mandato a riprendere Giuseppina: "Sappiamo ormai per certo che ti ha deflorata Carlo Verdi", le aveva detto soavemente, non appena ella era entrata nel suo ufficio. "Finalmente mi crede", si era illuminata. "Già, ma non quel Carlo Verdi; l'altro: Carlone!" le aveva urlato in faccia Vittorio cambiando in un amen atteggiamento e divenendo color porpora: doveva essere indignato davvero. La giovane era svenuta. Il commissario aveva fatto chiamare la madre e non appena Giuseppina si era ripresa, davanti alla ragazza aveva saettato a Luciana: "Abbiamo le prove che la bella impresa l'ha fatta Carlone: forse, il meno lavativo di tutti voi". La donna aveva chinato la testa in silenzio; ma aveva parlato Giuseppina: "La bella impresa l'ha fatta Carlone perché io potessi avere giustizia: tutto il resto che le ho detto è vero; ogni quindici giorni, sempre di venerdì, mi facevano quelle cose nauseanti".


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"Hm... Facevano, dici? Più di uno?". "Sì e le giuro che è la verità: un mucchio di gente, non solo lui; e non in ditta. Mi conducevano in una casa in collina dove c'era gente mascherata, tutti travestiti da diavoli e da streghe. I miei credevano che lui mi portasse a cena e poi al cinema; speravano in un matrimonio. Non sapevano che invece... quei maiali mi facevano le loro porcate. Quando mi ero confidata in casa, i miei avevano deciso di denunciare il dottore, e per essere sicuri, dato che ero ancora vergine, mi avevano fatto prendere da Carlone; e io avevo detto di sì perché volevo vendicarmi! Poi si era corsi al pronto soccorso a far verificare la violenza ai medici e al poliziotto di guardia. Quindi eravamo venuti qui in Questura". "Perché avevate denunciato solo lui?". "Non li conoscevo, gli altri: le ho già detto che avevano maschere; e alla casa quel porco mi portava bendata, con la sua macchina. Voglio dire di preciso che, arrivati a un certo punto, oltre il Po, in una stradina buia, salivano una donna e un uomo mascherati che mi bendavano e mi facevano mettere la testa sulle ginocchia. Non dicevano neanche una parola. Prima di giungere, l'auto faceva un bel po' di giri in su e in giù, per disorientarmi: più in su che in giù, per cui la casa deve essere in alto sulla collina. Ad ogni modo, il porco era il più responsabile di tutti, perché mi aveva reclutata, ed era giusto farla pagare almeno a lui; e c'è anche un'altra cosa... " "Forza". "Avevo capito che era gente molto più importante di lui: a qualcuno una volta era scappato verso un vicino la parola senatore. Anche se io avessi saputo i loro nomi, li avremmo certo lasciati perdere". "Sì", aveva confermato la madre. "Giuseppina, tu mi hai detto che eri bendata; dunque non sapresti riconoscerla, 'sta casa?". "Dentro sì, perché mi sbendavano, ma non so arrivarci". "... e lei", si era rivolto a Luciana, "non ha pensato che potrebbe trattarsi della villa in collina dove lavora di giorno?". "No, è impossibile che sia la stessa: mi ero portata dietro mia figlia sul lavoro, qualche sabato pomeriggio, come quando c'erano le pulizie di Pasqua; ben inteso, i marchesi la pagavano. No, non è quella la villa, l'avrebbe riconosciuta; e poi i marchesi sono religiosissimi. Vogliono sempre farmi votare Democrazia Cristiana, ma noi siamo socialisti. Io però dico sempre di sì per non contrariarli".


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"…ma il loro nipote, quel nobiluomo Bruno Barin, è sempre fascista, no?". "Non lo so. A suo tempo lo era e non come il mio uomo, ma proprio convintissimo". "Lo zio marchese invece ha cambiato bandiera, a quanto pare, anche se durante la Liberazione, no? era stato lui a salvare il nipote e gli altri". "Non ha cambiato bandiera, lui era uno dei dirigenti del C.L.N. 15 del nord Italia e per questo, essendo insospettabile, aveva potuto aiutare il nipote e, per forza di cose, anche mio marito e Carlone che erano con lui. Diceva che l’aveva fatto per carità cristiana perché si era già sparso troppo sangue, ma io penso che, anzitutto, lui avesse aiutato quel Bruno perché era figlio di suo fratello". "Ho capito. Tu invece, guagliona, dimmi 'na cosa: perché continuavi ad andarci, in quella casa? Almeno dopo la prima volta lo sapevi bene che cosa t'aspettava, no?". "Perché... altrimenti lui mi licenziava". "Solo per questo? Per conservare un posto una si fa fare tutte quelle cose? Non ci credo". "Io... all'inizio lo amavo. Aveva promesso di sposarmi, se obbedivo". "Aveva solo quattordici anni!" aveva esclamato la madre con forza: "In più, l'avete visto, è debole di nervi". "…e dimmi, Giuseppina", mi ero intromesso, "quanti soldi ti davano, ogni volta?". La ragazza era sbiancata. "Te li davano, no?". Era esplosa in singhiozzi aggrappandosi alla madre, che mi aveva lanciato uno sguardo di gravissimo rimprovero. "I nervi della guagliona hanno ceduto del tutto", mi aveva sibilato all'orecchio il commissario. Aveva chiamato gli altri membri della famiglia, senza allontanare le donne, e quindi aveva fatto ripetere a Giuseppina il racconto davanti a loro. "Anche voi confermate?", aveva chiesto al termine. Avevano confermato, ma aggiungendo di non aver affatto intimorito i genitori del Verdi né indirizzato al figlio biglietti minacciosi in prigio-

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Comitato di Liberazione Nazionale, che comprendeva esponenti dei diversi partiti democratici.


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ne, e di non aver assolutamente nessun complice alle Carceri Nuove; anzi, Dante aveva chiesto: "Le attenuanti ce le daranno, non è vero?!". Il commissario non gli aveva risposto. Verbalizzate e fatte firmare le deposizioni, aveva rimandato tutti in guardina: a nuova precisa domanda, Giuseppina aveva negato di essere stata pagata; e uscendo, già quasi sulla porta, voltando la testa verso di me aveva ribadito: "... e ripeto che nessuno mi pagava! Prima ho pianto perché non ce la facevo più". Quando eravamo stati soli, Vittorio mi aveva detto: "Il caso continua a essere ambiguo. Può essere vero quanto hanno raccontato su festini diabolici e porcherie varie, ma invece potrebbero essersi preparata la storia a suo tempo, per cercare attenuanti se il loro ricatto fosse stato scoperto: dimora misteriosa introvabile, fantasmatici senatori; e in questo caso neppur esisterebbero i compensi puttaneschi a Giuseppina, perché nulla sarebbe successo davvero. Il dottor Verdi potrebbe non aver fatto nulla di male: niente festini diabolici, niente atti di libidine: un puro piano criminale dei Corsati, senza che la ragazza fosse mai stata toccata da qualcuno prima del bel servizio fattole da Carlone. Uno sverginamento contro i cento milioni che avevano chiesto: come un primo premio alla lotteria nazionale! L'unica violenza carnale sicura è quella. Per meglio corroborare il piano, i Corsati, anche se lo negano, avrebbero minacciato il giovane Verdi, con telefonate e poi con biglietti, di uccidergli i genitori; e se i biglietti erano reali, almeno un complice alle Nuove ci sarebbe. Quanto al commendatore, potrebbe averlo ammazzato personalmente Carlone colpendolo più volte in testa con un martello, come ha rilevato la scientifica, e aver ucciso non per vendetta ma per ordine dei Corsati, dopo che essi avevano saputo da quel complice che il figlio si era confidato con noi: come ulteriore minaccia, pur se da sprovveduti; e, perché no? anche per far ereditare al giovane l'alloggio del padre e ottenerlo poi in risarcimento: pur sempre una ventina di milioni di lire, direi, perché è un bell’alloggio grande. Oppure quel povero semi deficiente potrebbe aver ammazzato il padre di sua iniziativa, come tardiva punizione per l’abbandono, pur se in questo caso, secondo la madre, si sarebbe prima confidato con lei; ma la donna potrebbe averci mentito per coprirlo e scaricare la colpa sui Corsati. Carlone, o Carlino che dir si voglia, potrebbe essersi dunque impiccato per non farsi l'ergastolo a causa dell’omicidio e anche, chi lo sa, per il tardivo rimorso d’aver ammazzato il commendatore, che dopotutto gli era genitore. Oppure potrebbe non aver ammazzato nessuno, ma non aver


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retto all'idea di farsi anni di galera per complicità in estorsione e, peggio, per stupro con susseguenti violenze, com’è nell’uso, da parte di compagni di galera". "D'altra parte", avevo completato io, "i festini satanici potrebbero esserci stati sul serio, per i quali la ragazza avrebbe potuto anche essere pagata: consenziente ma, come minorenne, comunque vittima, per legge, di atti di libidine e di stupri, oltretutto, a quanto ci ha fatto capire, contro natura. Se è così, è improbabile che i Corsati abbiano quel complice in carcere e che abbiano indirizzato al Verdi le telefonate e i biglietti anonimi. Quanto avevano poteva loro bastare: il Verdi era infatti costretto a tacere perché le violenze a Giuseppina, anche se senza sverginarla, le aveva fatte pure lui, ripetutamente, e in più, prima, l'aveva reclutata. Semmai, potrebbero essere stati i suoi potenti complici satanassi a telefonargli e a fargli avere i biglietti, e poi a farlo brutalizzare in carcere, come per dirgli: Guarda cosa ti sta già capitando! Prova a dire delle orge e vedi dove vai a precipitare. Siamo potenti, sai? noi parlamentari, e lì dentro ti facciamo fare quel che vogliamo. Vedìtela coi Corsati, ormai che hanno avuto la brutta idea di denunciarti, e lascia in silenzio che ti condannino. Alla fine, dopo un anno di detenzione, non facendocela proprio più a stare recluso, anche perché, a quanto ci ha detto, soffre di claustrofobia, il Verdi potrebbe averci chiamato lo stesso, ma attribuendo ai Corsati, per paura dei potenti, le minacce e le violenze subite. Però, ai senatori demoniaci questo potrebbe non essere bastato, ed ecco che gli hanno fatto ammazzare il padre da qualcuno prezzolato, come ultimissimo avvertimento, dato che, essendo in isolamento e sorvegliato, poteva essere difficile, per il momento, far ammazzare lui: a quel punto infatti, se fosse stato fattibile, assassinarlo sarebbe stata la cosa più logica, per farlo stare zitto per sempre. Però perché mai, prima, farlo brutalizzare dagli ergastolani, visto che fino a quel momento se ne era stato zitto?! e se semplicemente quei due l'avessero fatto per loro conto, per sadico divertimento? Comunque, se quegli adepti di Satana esistono davvero, almeno uno il Verdi lo deve conoscere bene: il padrone della casa, o villa che sia, dove avvenivano le orge". "Eh sì, Ran, se trovassimo quell'individuo... e magari riuscissimo a far confessare il Verdi..." "Altrimenti... così è (se vi pare)". "...e ci mancava pure Pirandello!"; e invece, un paio di ideuzze io le avrei, dove posare l'indagine... u' ben s’impingua, se non si vaneggia".


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"...e ci mancava pure Dante".

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XI

Il D’Aiazzo aveva chiesto al magistrato istruttore due mandati di perquisizione. Li aveva avuti celermente, l'indomani mattina. Il nostro progetto era azzardato, ma il giudice si era lasciato convincere e, intanto, aveva bloccato il provvedimento di libertà provvisoria per il Verdi. La sera prima Vittorio mi aveva presentato una sua ipotesi, che nondimeno aveva definito un poco azzardata, cioè che il padrone della casa dei festini fosse Bruno Barin de Chambery e che la Fortin fosse una delle demoniache. Gli avevo chiesto stupito il motivo della supposizione. Mi aveva detto: "Tu lo sai che quel Barin aveva condotto un trasmissione alla radio?". "Sì, lo so, su qualcosa che riguardava il diavolo: me l’aveva detto la madre di Carlino: l’avevano ascoltata per curiosità, conoscendone il conduttore". "Già, si trattava proprio di una trasmissione para religiosa con particolare riguardo al diavolo. L'avevo ascoltata per caso anche io, una volta: Barin si presentava come uno studioso, diceva di avere una libera docenza all'università, e inoltre diceva di essere cristiano; ma aveva pur affermato qualcosa di contraddittorio, che egli attendeva cioè in serena pace di andare nel paradiso-nirvana del nulla. Ebbene, l'inferno si definisce proprio come eterna caduta nel nulla, male assoluto senz'alcun bene. Inoltre, Barin diceva il nostro Signore ma non nominava mai Gesú Cristo. Chi è il vero suo signore?! Poi c'è un'altra cosa: l'altro giorno mi avevi parlato dei bei mobili della Fortin e mi avevi detto di un tavolo a tre gambe con le figure di San Giorgio e del drago, e avevi precisato che 'sto drago era rappresentato in volo mentre incombeva sul santo cavaliere; e io aggiungerei come se stesse per vincerlo. Non è così che i cristiani raffigurano quella lotta: per noi San Giorgio è sempre rappresentato mentre uccide la bestia. Insomma, penso che a quei due là non sarebbe male fare una visitina".


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"Però", gli avevo fatto notare, "la Fortin avrebbe potuto aver acquistato quel tavolo semplicemente perché le era piaciuto e senza rendersi conto del significato diabolico dell'immagine" "Vero, ma speriamo di avere un po' di fortuna, no?". Così la mattina dopo, avuti i mandati, avevo preso con me cinque uomini e, con due macchine in vista della successiva visita, ero anzitutto andato da Bruno Barin. Avevamo accertato che era celibe e giornalista pubblicista in un foglio di estrema destra e, inoltre, che insegnava storia e filosofia in un liceo privato. La sua casa, sulla collina di Moncalieri, era una villotta che si alzava di un solo piano e, come stavo per vedere, questo era adibito ad abitazione del proprietario, mentre il pian terreno era diviso fra due autorimesse e un locale piuttosto grande, del tutto vuoto, che in passato doveva essere stato la portineria. "Mandato di perquisizione!" gli avevo lanciato non appena ci aveva aperto. Egli non portava più la barbetta alla Balbo e si presentava con una corporatura ormai pesante. Era totalmente calvo. Aveva naso aquilino e labbra sottili. Gli occhi, piccoli e grigi, erano sprofondati nelle orbite. "Per quale ragione?" mi aveva interrogato ansioso. "Ordine del Tribunale". "Sì, ma per che cosa? Per le mie idee politiche?! C'è democrazia o no? È obbligatorio essere comunisti, ormai?! Noi altri, almeno, la Polizia l'abbiamo sempre sostenuta!". Non avevo risposto. Avevamo iniziato a frugare e in una delle camere del primo piano avevamo trovato una collezione di oggetti demoniaci. Fra l'altro, il Barin teneva in bella mostra sopra un tavolinetto una mano mummificata. Avevo scoperchiato un calice: conteneva ostie, immagino consacrate per essere poi utilizzate in messe nere. Avevo trovato anche pubblicazioni naziste, fra cui il solito Mein Kampft hitleriano. "Lei è in stato di fermo", avevo comunicato al nazista. Egli allora, avvicinata la bocca al mio orecchio, a voce tanto bassa da poterla udire solo io, aveva proposto: "Se finge di non avere trovato quelle cose e non mi ferma, in quel cassetto ci sono cinquecentomila lire in contanti, per lei e per i suoi uomini". Erano come tanti e tanti miei stipendi mensili! Lo confesso: un'ombra era passata sulla mia coscienza; ma dopo pochi secondi era prevalsa la luce: "Fingo di non avere sentito"; e nonostante le proteste del Barin, avevo ordinato a tre dei miei di portarlo ammanettato in Questura con


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una delle macchine, insieme alle pubblicazioni naziste. Sulla seconda auto, mi ero avviato con gli altri due agenti a casa Fortin. Era ormai l'ora di pranzo e anche il marito della donna era in casa. Mentre i miei li tenevano a bada, grazie al mandato avevo potuto ispezionare l'appartamento; e pure qui avevo trovato, in un angolo della camera da letto, oggetti chiaramente demoniaci nonché pubblicazioni naziste. "Siete entrambi in stato di fermo", avevo comunicato ai Fortin; e avevo aggiunto: "Bravi, belle porcherie facevate a Giuseppina! Comoda l'ex portineria del Barin per fare i satanici, no? ". Lei aveva taciuto, l'uomo aveva tentato di negare: "Satanici? Cosa intende dire?". "È inutile! Vi piaceva, eh? bendare Giuseppina e farle fare tutti quei giri in macchina col Verdi, per poi... Abbiamo saputo ogni cosa dalla ragazza e", avevo bluffato, "dal Barin. Sono già tutti in guardina e ci mancate solo voi; ma se parlate… beh, per voi ci saranno le attenuanti". Silenzio di entrambi. "Ecco perché lei elogiava tanto Carlo Verdi", avevo ancor detto alla donna, durante il tragitto in auto, "pura menzogna demoniaca, tra colleghi". Poco prima di giungere, avevo affermato con noncuranza: "...e il vecchio Verdi l'avete ammazzato voi due, ovviamente". "Ah, questa poi no!" avevano esclamato in coro, terrorizzati. "…ma almeno il resto sì, come ormai sappiamo dagli altri. Confessate le violenze a Giuseppina e avrete attenuanti". Ci erano caduti e, non appena in Questura, avevano spifferato tutto.


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XII

Avevamo condotto Giuseppina nella villotta del Barin e la ragazza aveva riconosciuto il locale portineria quale luogo dei riti satanici. Messo dunque a confronto con la ragazza e coi Fortin, anche Bruno Barin era crollato, rivelando pure i nomi dei partecipanti ai festini, compresi quelli di un senatore e di un deputato. Né il Barin, né i Fortin, né i Corsati avevano tuttavia confessato di aver ammazzato o fatto ammazzare il commendatore. A quel punto aveva preso le redini il giudice istruttore, convocando per un confronto i fermati e il Verdi. Era dunque venuto in chiaro che questi, persona debole e autolesionista, studente universitario del primo anno, aveva seguito lezioni sul paranormale di Bruno Barin, il quale aveva davvero una libera docenza in filosofia, e ne era stato conquistato. Entrato in confidenza con lui, aveva aderito alla sua chiesa demoniaca, di cui facevano già parte i coniugi Fortin. La moglie in quel momento era disoccupata e Carlo l'aveva assunta in ditta come impiegata. Se ne era addirittura acceso, nonostante la gran differenza d'età, perché lei era un'abilissima lasciva. Sapendo di attrarre Carlo e avendo capito che Giuseppina era innamorata di lui, d'accordo col Barin, la Fortin aveva chiesto al Verdi di portare l’adolescente alla setta, della quale Pina, o meglio Agrippina, era una delle sacerdotesse. Così il debole Carlo era stato l'unico fra i demoniaci a scoprirsi con la ragazza. Anche altre giovani avevano partecipato nel corso del tempo alle scelleratezze, ognuna reclutata da un membro di second'ordine della setta, l'unico, rispettivamente, che ciascuna di loro conoscesse. Tutte, Giuseppina compresa, avevano avuto la qualifica di apprendiste con la prospettiva di entrare poi nella chiesa come maliarde e ottenerne ricchezze dal diavolo; questo dopo un triennio di riti osceni d'apprendistato: solo allo scadere del terzo anno ogni ragazza sarebbe stata ritualmente sverginata dal caprone nero Bruno Barin e quindi i membri della setta si sarebbero fatti riconoscere togliendosi le maschere. Giuseppina però, che non aveva avuto tanto di mira di farsi maliarda quanto di essere sposata dal Verdi, vedendo che al di fuori dei riti il


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principale l'ignorava, aveva mutato l'amore per lui in odio. Dopo tre mesi si era rifiutata di partecipare ancora alle orge, si era confidata coi genitori e, su loro ispirazione, aveva detto seccamente a Carlo Verdi che avrebbe denunciato la setta se non fosse stata risarcita. Allora i compari demoniaci del giovane avevano minacciato telefonicamente di morte lei e gli altri membri della famiglia Corsati e, nello stesso tempo, le avevano dato, col tramite materiale del dottor Verdi, un compensoliquidazione di duecentomila lire, l'equivalente di circa sette mesi del suo stipendio di dattilografa. Il denaro di quei parsimoniosi era stato giudicato del tutto insufficiente. Dunque, essendo tutta la famiglia d'accordo, Giuseppina era stata sverginata da Carlone e i Corsari aveva denunciato il Verdi: solo lui, perché avevano paura della setta, oltretutto sapendo che ne facevano parte politici. La mamma Corsati aveva precisato al giudice che avevano fatto questo ragionamento: denunciando personalmente il solo Carlo Verdi e tacendo della setta, questa avrebbe avuto, tutto sommato, convenienza a starsene tranquilla e a non molestarli, per non scoprirsi da sola; quanto al giovane, avrebbe avuto interesse a lasciarsi condannare per non coinvolgere i suoi compari, che avrebbero potuto vendicarsene, e pure per non peggiorare la propria posizione, dato che un conto era una deflorazione individuale e un altro la pratica sistematica di violenze carnali di gruppo. Nei primi tempi il conto si era rivelato giusto: Carlo si era limitato a negare la violenza senza aggiungere altro. Anch’egli, come i compari, aveva fatto assegnamento sulla paura dei Corsati verso la setta, sperando che la denuncia per violenza carnale e atti di libidine continuasse a essere indirizzata solo a lui, rassegnandosi all’idea di dover scontare la probabile pena. Lo stesso conto di restare l’unico imputato aveva fatto quando, chiedendoci un supplemento d'indagini col raccontarci le bubbole delle telefonate e dei biglietti anonimi, aveva tentato di uscire di galera in libertà provvisoria per poi, sicuramente, provare a fuggire dall’Italia con l’aiuto dei potenti compari. Tuttavia, contro le speranze del Verdi, a un certo punto a Giuseppina era venuta una tal crisi di nervi che ella non aveva più taciuto e aveva denunciato al commissario quei demoniaci. Invece non era stata inventata la sadica brutalizzazione del Verdi da parte degli ergastolani, trasferiti nella sua cella da qualche guardiano incosciente. Era stata l'ultima e ormai insopportabile goccia di un torrente di umiliazioni: contrariamente a quanto ci aveva detto Carlo, queste erano andate avanti in realtà senza interruzione, anche se non sem-


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pre accompagnate da botte, ad esempio gli avevano orinato più volte addosso nelle docce e, a un certo punto, avevano preteso e ottenuto, con minacce di morte, che egli mangiasse le feci di altri detenuti. Lui, che oltretutto soffriva di una, sia pur leggera, forma di claustrofobia, non era proprio più riuscito a sopportare e aveva tentato il tutto per tutto per uscire. Quanto alla Fortin, ovviamente ci aveva fornito la sua ipotesi innocentista per solidarietà fra demoniaci, solidarietà che, però, non era arrivata al punto di pagargli tutti assieme la ricca parcella di un qualche avvocato valente; forse avevano pensato che, comunque, sarebbe stato condannato. Il missionario padre Snelli esisteva davvero, non era mai più tornato in Italia e, da noi interpellato tramite l’Interpol, aveva dichiarato esterrefatto che era sempre stato del tutto ignaro delle idee sataniche dell'ex compagno di scuola. Per quanto riguardava il commendatore, si era saputo dal figlio e dalla Fortin che il pover’uomo aveva saputo da tempo che essi erano adepti di una setta satanica, e pure quanto andavano facendo a Giuseppina. Infatti un giorno li aveva sentiti accennarne fra loro in ufficio, non visto. Aveva preso a disprezzare il figlio e aveva licenziato l'impiegata che. avendone già l'età 16 , era andata in pensione. Non aveva però detto nulla a Giuseppina, e tanto meno aveva pensato di risarcirla lui adeguatamente. Si era limitato a tenersela come dattilografa. Quanto a suo figlio, il commendatore aveva preso a insultarlo e addirittura a calciarlo pubblicamente sul deretano; e non aveva voluto pagargli un avvocato quando era stato arrestato, ritenendo giusto che fosse punito. Tuttavia, doveva aver pensato alla fine che egli avesse scontato abbastanza, visto che si era mostrato contento quando gli avevo detto della possibile innocenza del figlio. Tutto questo era stato dunque chiarito e il fermo del gruppo era stato mutato in arresto. Per quanto riguardava però l’omicidio del commendatore, anche davanti al giudice istruttore ciascuno aveva continuato a negare con incrollabile fermezza di averlo ucciso. Era stato presente al confronto anche il commissario D'Aiazzo che, alla fine, appena prima che le guardie carcerarie conducessero via il Verdi, gli aveva detto: "L'idea di fare schifezze ti piaceva, no? sia con una che poteva essere tua madre, complesso di Edipo, no? sia con le quattordicenni!".

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In quel tempo le donne potevano pensionarsi a 55 anni.


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"No, commissario", aveva replicato l'altro, con voce stanchissima, "era l'aspetto psicologico che mi attraeva. Sono solamente gli sprovveduti che entrano nella nostra chiesa per motivi sessuali o per chiedere ricchezze a satana: per noi eletti, cose come il sesso anale son mezzi per onorare il nulla in cui crediamo, e anche per meglio scavare nel nostro io...” "...dunque il vostro io ce l'avete nel sedere", se ne era uscito spontaneo il D'Aiazzo e senza sorridere". "No, commissario, lei non lo sa, ma c'è una parte della mente che lo Jung chiama l'Ombra, è questo il profondo più profondo del nostro io: un'ombra, un diabolus che è in ciascuno di noi. Peraltro... ebbene, come le avevo detto, io ho uno spirito impressionabile, insicuro: come avevo scoperto analizzandomi, era stato il carattere di ferro di mio padre a ridurmi così. Essere nella nostra chiesa mi dava sicurezza. Era una debole anche mia madre, poveretta... come me; e una vittima di mio padre. Son certo che sotto quella macchina si era buttata lei, non riuscendo più a sopravvivere". "Tuo padre era un uomo durissimo, di sicuro egocentrico, ma... a suo modo onesto, anche se aveva abbandonato il primo figlio e la cugina. Un tipo forgiato nel ferro. Forse solo all'ultimo era stato contento che tu potessi uscire di galera: un anno di punizione gli era potuto sembrare sufficiente". "Commissario, è verità che avrei voluto fare l'assistenza sociale e che ero entrato in ditta solo per altruismo verso i miei genitori: nessun essere umano è del tutto bianco o del tutto nero: la luce e... l'Ombra". "L'ombra te la continuerai a godere in gattabuia".


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Tornato in Questura, Vittorio mi aveva riferito. Avevo chiosato che restava tuttavia irrisolto l'omicidio del commendator Verdi. Era stato verso le 16 e mezza che, squillato il telefono interno del nostro ufficio, l’ultimo nodo si era sciolto: "Bene!" si era compiaciuto il commissario dopo aver ascoltato. Riagganciato, mi aveva detto: " Per quanto riguarda i Verdi, il nostro compito è compiuto". "…e l'assassinio del commendatore?!". "Ah già! Hai proprio ragione, Ran!" si era divertito con espressione ilare; poi, seriamente: "Tutto risolto, guaglio'!". "Tutt..." "Sissignore: la telefonata di un attimo fa era del maresciallo Fratti, dell’ufficio reati contro il patrimonio. Li hanno presi loro, gli assassini, che alle strette hanno confessato: è gente che per sistema entra ed esce di prigione, due grassatori che lavorano in coppia, sempre in giro col buio a far danni ai passanti. Stavolta l’hanno fatta molto più grossa, divenendo assassini. Hanno aggredito il commendatore a pochi passi dal portone di casa sua, probabilmente mentre stava rientrando, per cui bisogna dire che è stato proprio sfortunato quel pover’uomo; comunque, col caratteraccio che aveva, lui deve aver reagito; quant’è comunque sicuro è che gli altri l’hanno martellato sulla testa, io penso per stordirlo, invece facendolo secco. In quel momento non doveva esserci nessun altro passante, ché come mi ha detto il Fratti, il modus operandi di quei due consiste nel derubare a piedi una persona isolata e immediatamente dopo nello scappare su di un motociclo lasciato parcheggiato vicino, a motore acceso. Fatto è che non solo hanno preso al Verdi il portafogli, che è stato poi trovato vuoto nei dintorni, ma pure un orologio d'oro di gran marca che egli aveva al polso, che è poi l'oggetto che li ha fatti prendere, dopo che i colleghi hanno arrestato un ricettatore ambulante che stavano già tenendo d'occhio e che, come è presto risultato, aveva comprato per due soldi l’oggetto da quei due balordi; ed essi son stati identificati quali autori dell’omicidio perché sulla cassa dell’orologio è


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Guido Pagliarino

incisa una dedica, Dai dipendenti al commendator Verdi: gli operai dovevano averglielo donato in occasione della commenda, e dovevano davvero ben volerlo, quell’uomo. Insomma, caro Ran: quando io ti dico che tutto è risolto, è proprio tutto risolto; a parte le solite ingiustizie, ovviamente". "Cioè?". "Tu credi davvero che i parlamentari satanassi faranno la fine degli altri? Uh! Prima dell’autorizzazione a procedere del Parlamento, chi sa in quale angolo oscuro del Sud America saranno iti quegli onorevoli! Comunque, non siamo qui per fare i moralisti: fine della pausa e al lavoro. Dopotutto, il nostro compito è, es-sen-zial-men-te! di mandare dentro gente come i disonorevoli Giuseppina e Carlone": le ultime parole dell’amico erano uscite roche.


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Il mostro a tre braccia, di Guido Pagliarino  

Sono due racconti lunghi, o romanzi brevi, fra loro connessi, perché entrambi basati sulle figure del commissario Vittorio D’Aiazzo e del vi...

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