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"Guerre Sante" racconta delle guerre combattute in nome della religione, dall’antichità ai giorni nostri. La “guerra santa" non era nella tradizione cristiana. L’idea è partita dall’Islam, ma poi si è diffusa tra i cristiani, come una specie di virus. Un virus terribile, che poi ha portato i cristiani non solo a combattere le Crociate contro gli infedeli, ma anche a combattersi tra loro: cattolici contro ortodossi, albigesi, e protestanti. Antichi conflitti che sembravano sepolti ora riaffiorano. Perché? L'AUTORE: Francesco Dessolis è nato a Salerno il 2 Ottobre 1946. Laureato in ingegneria, ha lavorato per molti anni in società di progettazione di impianti petrolchimici. Dal 2002 alterna la sua attività d’ingegnere con quella di scrittore.

Titolo: Guerre Sante Autore: Francesco Dessolis Editore: 0111edizioni Collana: Gli Inediti Pagine: 282 Prezzo: 15,30 euro

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Francesco Dessolis

Guerre Sante

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GUERRE SANTE 2009 Zerounoundici Edizioni Copyright Š 2009 Zerounoundici Edizioni Copyright Š 2009 Francesco Dessolis ISBN 978-88-6307-217-4 In copertina: illustrazione di Annalinda Rossi

Finito di stampare nel mese di Settembre 2009 da Digital Print Segrate - Milano

A Laura che per prima ha letto queste pagine e mi ha incoraggiato. A Titta che mi ha spronato a continuare. E a Giuliana... perchÊ è Giuliana!

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Prologo Quando le guerre… erano solo guerre 1. Perché si fanno le guerre? Da quando l’Homo Sapiens ha incominciato a vivere in comunità, da quando sono state fabbricate le prime armi, le guerre hanno sempre avuto due obiettivi: ricchezza e potere. Denaro e potere sono sempre la causa di tutte le guerre. Prima di Maometto, a nessuno era venuto in mente di giustificare le guerre in qualche modo. Nessuno aveva pensato ad attribuire alla parola “guerra” degli aggettivi. Nessuno aveva parlato di Guerra Santa, Jihad, o Crociata… Le guerre non erano “sante”, ma si facevano lo stesso. Erano spietate e sanguinose. Non c’erano regole. Nessuno aveva pensato a crearle. Non aveva senso crearle. Chi perdeva sapeva che sarebbe stato ucciso o fatto schiavo, che moglie e figli non sarebbero stati risparmiati…. Il vincitore talvolta era magnanimo, se gli conveniva! Più spesso no! Naturalmente esistevano anche le guerre difensive. Ogni uomo adatto alle armi aveva il dovere di difendere la famiglia, la casa, la sua città. Ma com’è difficile distinguere tra guerra offensiva e difensiva! Non si difendevano gli abitanti delle città che facevano incursioni nei covi dei predoni che rubavano, uccidevano e facevano schiavi? E non difendevano le loro famiglie anche i “barbari” stremati da carestie che assalivano i popoli ricchi che rifiutavano ogni richiesta d’aiuto? Che cosa dicevano, agli albori della storia, i capi ai loro guerrieri per convincerli a combattere? Non avevano bisogno di raccontare balle. Dicevano solo che chi combatteva per loro avrebbe avuto bottino, donne e schiavi. Di solito era più che sufficiente. Al massimo parlavano d’onore: l’onore di chi ha combattuto e ha vinto. Tutto qui. A molti uomini piace combattere. A tutti piace vincere. Era vero all’età della pietra, ed è vero anche adesso. Certo il popolo che vince non si limita a depredare e imporre tributi. I vinti finiscono spesso per assorbire anche la cultura, la civiltà del vincitore. Ma non era questo lo scopo della guerra. Caso mai una conseguenza. Cultura e civiltà si possono diffondere anche pacificamente. Così come popoli con la stessa cultura e la stessa religione possono condurre tra di loro guerre lunghe e sanguinose. È successo spesso, succede ancora. Eppure, col diffondersi della civiltà, alcuni capi cominciarono ad accorgersi che ricchezza e potere, talvolta, non bastavano più a convincere la gente a combatte-

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re. Anche perché di bottino, al singolo soldato, spesso toccava ben poco, talvolta niente! Come si poteva convincere un pacifico contadino a lasciare terra, casa e famiglia solo per soddisfare le ambizioni del capetto di turno? Se non gli si voleva dare la sua parte di bottino, bisognava convincerlo in qualche altro modo. Quando si è cominciato a pensare a una “guerra santa”, una guerra che fosse sentita anche da chi non aveva niente da guadagnarci? A un ideale che facesse muovere anche gli indecisi, che desse una specie d’alibi morale anche alle più grandi atrocità? La Jihad è nata nel 622, anno 1 del calendario mussulmano. Ma anche le idee non nascono dal nulla. Se andiamo a frugare nei secoli precedenti, qualche precedente lo possiamo trovare. Facciamo qualche esempio.

2. Le guerre dei Greci Correva l’anno 1100 a.c. (circa) quando fu combattuta la guerra di Troia. Secondo il mitico Omero (e i poeti che raccontarono la storia parecchi secoli dopo) a scatenare quella guerra era stato il rapimento di Elena. Naturalmente, non è vero. Per mettere insieme una coalizione di città greche il ricco bottino di Troia doveva essere più che sufficiente. Eppure la leggenda di Elena è ripresa anche dalla tragedia “Ifigenia in Aulide”. Secondo Euripide, Ifigenia avrebbe accettato di immolarsi, solo per patriottismo. I “barbari” non si dovevano permettere di rapire le donne dei greci! Questa spiegazione non regge. Una guerra chiaramente offensiva è spacciata per una rappresaglia, una guerra difensiva! Tuttavia a molti guerrieri, indecisi se affrontare una lunga guerra, per un bottino incerto, forse è bastata! Artifici di questo tipo sono stati usati spesso nei secoli successivi. Si usano ancora. Non faccio esempi: non ce n’é bisogno! In ogni caso gli Achei non hanno mai pensato a giustificare la loro guerra con la religione. Secondo Omero, Greci e Troiani avevano gli stessi dei. Nell’Iliade, alcune divinità prendevano una netta posizione tra Greci e Troiani, arrivando addirittura a combattersi tra loro. Eppure i Troiani continuavano a fare sacrifici a Era e Athena, sfacciatamente filo-elleniche, mentre i Greci continuavano a onorare Apollo, anche quando si era messo lui stesso a trafiggere con le sue frecce i soldati Achei, colpevoli di avere disonorato la figlia di un suo sacerdote.

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Fantasie di un poeta? Naturalmente! Ma ci fanno capire qual era l’atteggiamento dei Greci arcaici nei confronti di guerra e religione. La mitologia greca è una favola bellissima in cui confluiscono leggende nate dopo guerre di cui si è perso il ricordo. L’Olimpo era pieno di dei e semidei imparentati tra loro. Alcuni di questi dei (come Apollo e Afrodite) forse erano onorati in Asia Minore prima dell’arrivo degli Achei, ed erano stati ”adottati”. Altri dei erano stati portati dai conquistatori e assimilati a quelli dei vinti. Zeus, probabilmente, era stato portato in Grecia dagli Achei, ma non era per lui che i guerrieri combattevano. Perché poi dovevano combattere per un dio libertino e capriccioso? I Greci temevano i loro dei, ma non li amavano. Avevano addirittura paura della loro invidia, quando le cose andavano troppo bene. Per i Greci la religione non è mai stata importante, anche quando combattevano contro i Barbari. Barbari (cioè stranieri), per i greci, erano anche i Persiani quando, due volte, invasero la Grecia. I Greci vinsero, a Maratona e a Salamina, anche se inferiori in numero e mezzi. Nessuno ha capito veramente come abbiano fatto, in pochi, e anche in disaccordo tra loro, a sbaragliare un esercito potente e ben organizzato. Certo, stavolta, la loro guerra era veramente difensiva! Forse hanno vinto soprattutto perché erano più motivati. Non certo dai loro dei, ma da sentimenti “laici”, come patria e libertà. Le città elleniche salvarono la loro cultura, e posero le basi per la civiltà occidentale. Ma la loro religione è rimasta solo nei poemi, nei vasi dipinti, nelle sculture. Anche contro i Cartaginesi, i Greci della Sicilia lottarono per anni, con alterne vicende. Ma non per la loro religione. I confini culturali tra i popoli allora non erano tanto chiari. La città siciliana di Segesta, per esempio, aveva, e conserva ancora, un tempio e un teatro greco… ma era alleata di Cartagine. Lì vicino, a Erice, c’era il santuario, frequentatissimo, di una dea che i Greci chiamavano Afrodite e i Fenici Astarte. Che importanza hanno i nomi? Nei popoli antichi era molto diffusa la convinzione che gli dei di tutti i popoli fossero più o meno gli stessi: immortali, capricciosi e praticamente indifferenti ai destini degli uomini. Non aveva senso fare una guerra per loro. Ma allora perché gli antichi continuavano a pregare i loro dei, e fare sacrifici? Forse per lo stesso motivo di chi oggi legge l’oroscopo sul giornale o va da una “maga” a farsi leggere le carte. I sacerdoti greci, fenici, babilonesi, egiziani sapevano essere molto convincenti, e nel momento del bisogno non si sta a guardare tanto per il sottile!

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3. Le guerre d’Egitto Molto prima dei Greci gli Egiziani avevano sviluppato una grande civiltà, costruendo monumenti grandiosi, tutti legati alla loro religione. Come in Grecia, ogni città aveva il suo dio. Ogni divinità aveva i suoi sacerdoti, ma dei e sacerdoti diversi convivevano pacificamente, senza rompersi le scatole. I faraoni regnarono come sovrani assoluti (anzi come dei!) per migliaia d’anni. La prima dinastia inizia intorno al 3000 a.c.! Il lettore mi scuserà se sono costretto a liquidare eventi di secoli in poche righe, ma altrimenti non arriverò mai al tempo in cui le Guerre Sante iniziarono veramente. Se ho incominciato da così lontano, è perché, forse, la prima guerra di religione c’è stata proprio nell’antico Egitto. Intorno al 1400 a.c. i faraoni erano già arrivati alla XVIII dinastia. Gli Egiziani avevano respinto l’ennesimo popolo invasore (gli Hyksos) ed erano passati al contrattacco, conquistando buona parte della Siria. Le scritte sui templi narrano le imprese gloriose di Thutmosis I, Thutmosis II, Thutmosis III: non per portare ai Barbari la loro religione e la loro civiltà, ma solo per la gloria e il bottino. Allora il dio più importante dell’Egitto era Ammone, dio del sole e protettore della capitale, nell’Alto Egitto, che più tardi i greci chiamarono Tebe. Quando la capitale era Memphis, nel Basso Egitto, Tebe era solo un villaggio, e Ammone era (naturalmente!) una divinità di poco conto. Nel Basso Egitto il dio del Sole era Ra. Ma che contano i nomi? Quando Tebe divenne capitale, i sacerdoti di Memphis e di Tebe si misero d’accordo, e si cominciò a parlare di Ammone/Ra… Poi Ammone, e i suoi sacerdoti, diventarono sempre più potenti, e prepotenti. Anche i faraoni, onorati come dei, li temevano. Un giorno arrivò un faraone che osò sfidarli: i posteri lo conoscono col nome di Akhnaton. Per la prima volta la religione fu causa di una guerra, anche se “solo” una guerra civile. Che cosa voleva veramente Akhnaton? Rafforzare il proprio potere contro i sacerdoti ribelli o fondare veramente una nuova religione? Probabilmente l’uno e l’altro. Un dio di nome Aton esisteva già prima di lui. Un piccolo dio, come tanti, legato (manco a dirlo!) al culto del sole. Contrapporlo al troppo potente Ammone poteva essere anche una saggia mossa politica. Akhnaton fece molto di più. Dichiarò Aton unico vero Dio. Cambiò il proprio nome da Amenothep ad Akhnaton. Spostò la capitale più a nord, lontano da Tebe, Ammone e i suoi sacer-

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doti. Tutto in Egitto sembrò cambiare: anche l’arte (più libera!), anche la scrittura (meno complicata!). Seguaci di Ammone e di Aton si affrontarono per la prima volta nella storia in nome di una religione. Forse fu questa la prima “guerra santa”. Almeno così dicono alcuni storici. Ma è proprio vero? Il fatto è di quello che è successo nel regno di Akhnaton sappiamo ben poco. Le nostri fonti sono le scritture e le pitture rimaste, sulle pareti e sulle tombe: le poche rimaste intatte, e quelle mal cancellate. Il primo a usare gli scalpelli (primo gesto d’intolleranza religiosa!) fu proprio Akhnaton che cominciò a cancellare il nome di Ammone dai templi di Karnak. Poi i successori di Akhnaton cercarono di cancellare tutto quello che aveva fatto scrivere lui! Quello che è rimasto lascia stupiti gli archeologi. La preghiera del faraone ad Aton, raffigurato come disco solare che con i suoi raggi raggiunge tutte le creature, fa pensare al Dio cristiano. Ma non siamo forse noi posteri a volere interpretare le vicende passate con la mentalità dei tempi moderni? Sicuramente i seguaci di Ammone e di Aton combatterono tra loro. Forse ci fu una rivoluzione: più probabilmente una lotta di potere all’interno della corte e della casta sacerdotale. Non sappiamo come morirono veramente Akhnaton, e la moglie Nefertiti, anche se più di un romanzo è stato scritto su quest’argomento! La riforma religiosa, comunque, non ebbe buon fine. Il successore di Akhnaton cambiò il nome in Tutanchamun, tornando alla vecchia religione. Questa “abiura” non gli impedì di essere assassinato: almeno così assicurano quelli che hanno fatto “l’autopsia” alla sua mummia. Dopo di lui il nome stesso di Akhnaton fu (quasi) dimenticato. Con la XIX dinastia, un nuovo faraone, Ramsete II, figlio di Ammone / Ra, potente, ma soprattutto particolarmente vanitoso, fece riempire l’Alto e il Basso Egitto dalle sue statue e da iscrizioni che vantarono sue vittorie vere o presunte, sui popoli vicini. In alcuni casi abbiamo potuto confrontare la sua versione dei fatti con quella dei suoi nemici Ittiti, e sappiamo ora che le sue vittorie erano state, come minimo, molto esagerate. In ogni caso le guerre di Ramsete furono guerre tradizionali non “guerre sante”… a meno che non sia stato proprio Ramsete II il faraone di cui parla la Bibbia, al tempo di Mosè. Ma qui dobbiamo fare un passo indietro.

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4. Le origini degli Ebrei Secondo la Bibbia, Dio si rivelò ad Abramo, quando si trovava ancora a Ur, città dei Sumeri, popolo antico almeno quanto gli Egiziani. Le divinità dei Sumeri erano tante ma, come quelle dei greci, non erano in concorrenza tra loro. La stessa cosa valeva per gli dei degli altri popoli dell’attuale Irak: Babilonesi e Assiri. I babilonesi, esperti astronomi, diedero ai pianeti i nomi dei loro dei. Noi invece li conosciamo con i nomi degli dei latini (Marte, Venere, Giove) a cui gli dei babilonesi furono poi assimilati. Insomma, la stessa storia! Cambiano solo i nomi! Alcuni storici si sono chiesti come il Dio degli Ebrei sia potuto nascere in una terra politeista come la Mesopotamia… ma torniamo alla Bibbia. Abramo lascia Ur e si trasferisce in Palestina. Dalla moglie “legittima”, Sara, ha un solo figlio: Isacco padre di Giacobbe, chiamato anche Israele. Dalla schiava Agar, Abramo ebbe invece un altro figlio, Ismaele, che poi abbandonò, con la madre. Molti secoli dopo, Maometto ha scritto che Ismaele è stato l’antenato degli Arabi, ma questa è un’altra storia. Gli Ebrei cominciarono a essere un popolo quando tutti i figli di Israele si trasferirono in Egitto. Secondo la Bibbia, i primi ebrei vennero al seguito di Giuseppe (figlio di Giacobbe), diventato, per la sua abilità a interpretare i sogni, uomo di fiducia del faraone. Chi era quel faraone? Alcuni storici pensano che gli Ebrei siano arrivati in Egitto al tempo degli Hyksos, stranieri e pastori, come loro. Probabilmente sono arrivati più tardi, forse al tempo di Akhnaton. A questo punto viene spontanea una domanda. Era Akhnaton il faraone al tempo di Giuseppe? Se fosse stato lui, quel faraone, Giuseppe potrebbe avergli parlato del suo Dio. E il faraone potrebbe avere identificato il dio degli Ebrei (unico e vero Dio!) con Aton … Attenzione! Dico “potrebbe” perché questa teoria non ha, né potrà avere alcun riscontro. La Bibbia non dice niente in proposito. Le scritture Egiziane non lo dicono, ma neanche lo smentiscono. Alcuni storici propongono un’altra ipotesi, completamente opposta. Dicono che, quando arrivarono in Egitto, gli ebrei erano un popolo politeista come tutti gli altri popoli della Mesopotamia, della Siria e della Palestina. Che gli ebrei divennero monoteisti solo quando, in Egitto, conobbero Aton. Che Aton “potrebbe” essere diventato Jahové!

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Anche questa teoria non ha, né potrà mai avere, alcun riscontro. Forse gli Ebrei con Akhnaton non hanno nessuna relazione… e allora torniamo alla Bibbia!

5. Le guerre dì Israele Siamo nel 1200 a.c. (più o meno: è difficile attribuire una data esatta agli episodi narrati nei primi libri della Bibbia!). Probabilmente l’Esodo degli Ebrei dall’Egitto avvenne non sotto Ramsete II (anche se questa è l’ambientazione preferita dai film americani) ma sotto uno dei suoi successori, forse Merneptha. Era un periodo di crisi: cattivi raccolti, disordini interni e gli eserciti Egiziani non controllavano più la Siria. Un nuovo popolo guerriero, i cosiddetti “Popoli del Mare” avevano distrutto l’impero ittita, e minacciava anche l’Egitto. Nei momenti di crisi le “minoranze straniere” ci vanno sempre di mezzo. Gli ebrei erano un piccolo popolo, che non dava fastidio a nessuno. Ma erano stranieri, e perciò si poteva prendersela con loro, costringerli a fare lavori da schiavi, anche ucciderli se si ribellavano. Per gli ebrei era la prima volta che venivano perseguitati, ma non sarebbe stata l’ultima! Evitiamo la tentazione di spiegare in qualche modo i miracoli di Mosè e le piaghe d’Egitto (troppi ci hanno provato!) e seguiamo il popolo eletto nel suo lungo viaggio verso la terra dei loro avi, la Palestina. Il viaggio fu lungo e faticoso. Nel loro estenuante giro, nel deserto del Sinai, i profughi furono spesso costretti a combattere, per acqua e cibo. Alla fine, gli ebrei arrivarono alla Terra Promessa. Purtroppo, per loro, era già abitata! La Bibbia elenca i popoli che vivevano in quelle terre. Filistei, Cananei, Etei, Gebusei… Non sappiamo se qualcuno degli antichi ebrei si è mai domandato se Filistei e Cananei non erano, anche loro, figli di Dio. Sicuramente però non appartenevano al Popolo Eletto! In ogni caso gli Ebrei gli diedero una sola scelta: andare via o essere sterminati! L’atteggiamento degli Ebrei di allora non era diverso da quello di qualunque altro popolo invasore (antico e moderno!). Lottavano per una terra e una casa; che non avevano: tutto qui! I Filistei, i Cananei, gli Etei, i Gebusei probabilmente avevano fatto la stessa cosa con quelli che abitavano la Palestina prima di loro. Qual era allora la differenza?

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Gli ebrei combattevano con più grinta perché avevano Jahové! Lui era il Dio degli Ebrei, l’unico vero Dio! Lui li guidava alla vittoria… anche se qualche volta vincevano e qualche volta no! In ogni caso Lui era il Dio degli Ebrei; non poteva essere anche il Dio dei Cananei e dei Filistei. Il culto di Jahové differenziava gli Ebrei dai popoli vicini. La religione era la forza che teneva assieme il popolo, che s’identificava col popolo. Accettare Jahové come vero unico Dio, farsi circoncidere, voleva dire entrare a far parte del Popolo Eletto. Per uno straniero non era impossibile diventare ebreo… ma quasi! Gli Ebrei non avevano nessun’intenzione di convertire i loro nemici all’unico vero Dio! Che cosa sarebbe successo se il re dei Cananei si fosse messo improvvisamente a pregare il dio di Israele e si fosse convertito con tutto il suo popolo? Più di un profeta sarebbe stato in imbarazzo! Ogni tanto qualche straniero “si convertiva” e chiedeva di entrare a fare parte del popolo d’Israele. Spesso era respinto, talvolta accettato, ma con molte riserve. I suoi discendenti sarebbero stati ammessi nel popolo d’Israele, ma solo dopo tre o quattro generazioni. Anche nell’attuale stato d’Israele non è facile diventare cittadini a pieni diritti, se non si è ebrei da parecchie generazioni. Ma bisognerebbe evitare di guardare eventi passati con l’ottica dei tempi moderni. In conclusione le guerre d’Israele erano guerre di religione? Erano “guerre sante”? Direi di no. Erano guerre… e basta! Torniamo alla Bibbia. Alla fine Davide riuscì a espugnare la capitale dei Gebusei, una città allora poco nota: Gerusalemme! Suo figlio Salomone vi costruì un tempio che fu più volte distrutto e ricostruito. Adesso c’è rimasto solo un muro. Il Muro del Pianto. E intorno, su una spianata, le moschee. Ma di questo parleremo dopo!

6. Da Nabucco ad Alessandro Nel 586 a. c. Gerusalemme fu espugnata dall’esercito di Nabuccodonosor, re di Babilonia. Allora la città era capitale solo di un piccolo stato (il regno di Giuda) che comprendeva solo due delle dodici tribù di Israele. Le altre dieci tribù, dopo la morte di re Salomone, avevano formato un altro stato (il regno di Israele) con capitale Samaria. Il regno d‘Israele era stato occupato, qualche decennio prima,

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dall’esercito degli Assiri. Quasi tutti i Samaritani furono deportati in altre terre, e di loro la Bibbia non dice più niente. Alcuni rimasero. Ne parleremo dopo. Gli ebrei di Gerusalemme furono deportati, a Babilonia. I loro sacerdoti, e i loro profeti, riuscirono a mantenere unito il popolo. Si continuavano a fare copie della Bibbia, e venivano aggiunti altri libri. Alla fine l’impero Babilonese finì per crollare. Nasceva l’Impero Persiano. I Persiani sapevano combattere, ma sapevano anche conservare quello che avevano conquistato, evitando di imporre tributi troppo gravosi, rispettando la cultura e la religione dei vinti, concedendo ai popoli soggetti anche una limitata forma di autonomia. La loro religione sorprese gli Ebrei perché era monoteistica (o quasi) e, sotto certi aspetti affascinante, anche per gli austeri profeti Giudei. Il profeta dei Persiani si chiamava Zoroastro. Il dio supremo era Ormazda, il dio del bene. Esistevano anche dei demoni il cui capo, Ahriman, era potente quasi quanto Ormazda. Ormazda e Ahriman erano in continua lotta tra loro. Ma il Bene alla fine avrebbe vinto! Persiani ed Ebrei andarono subito d’accordo. Ciro, primo re dei Persiani, diede agli Ebrei il permesso di tornare in Palestina. Era il 538 a.c. In Palestina gli Ebrei trovarono altri popoli discendenti dei Cananei, Filistei ecc. C’erano anche i Samaritani. Gli abitanti del regno d’Israele non erano stati deportati tutti: alcuni erano rimasti e si erano mescolati ad altri popoli arrivati dopo. Onoravano Jahové, ma facevano sacrifici anche ad altri dei. Gli ebrei “ortodossi” li odiavano più dei pagani, perché “eretici”. In qualche modo gli Ebrei, e gli altri popoli della Palestina, dovettero convivere, e dividersi le terre. I Persiani avevano accordato il permesso agli Ebrei di vivere in Palestina, non di creare un loro stato! Ogni tanto tra ebrei, e gli altri popoli della Palestina, c’erano vere e proprie guerre, ma l’arbitro di tutte le contese restava il Satrapo della regione, rappresentante dell’imperatore Persiano. Le regole dei persiani erano semplici: adorate gli dei che volete, governatevi secondo le vostre usanze, ma onorate l’imperatore, pagate le tasse….e non rompete le scatole! Le stesse regole avrebbero poi seguito altri imperi più recenti, dall’Impero Romano a quello Britannico. L’impero Persiano durò a lungo. Poi fu distrutto, in pochi anni, da un giovane re macedone, mezzo matto, che in seguito fu chiamato Alessandro Magno.

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7. Alessandro e l’Ellenismo La Macedonia era alla periferia della Grecia. I macedoni, per gli Ateniesi, erano “quasi” dei barbari. Ma essi si sentivano Greci (anzi Elleni!). Filippo, padre di Alessandro, non disse frasi tipo: la Grecia ai Greci, ma l’occupò lo stesso. Suo figlio Alessandro volle andare oltre, e trascinò i Greci contro il loro secolare nemico: i Persiani. Alessandro si era accorto che i soldati combattevano meglio, se avevano un ideale. Lui si proclamò alfiere della civiltà greca: civiltà “superiore”, e quindi meritevole di imporsi agli altri popoli. Si richiamò alle grandi tradizioni elleniche, al mito di Troia, alle prime guerre persiane. Fino a che punto avrà incantato qualcuno? Troia era una leggenda, e anche gli ideali di libertà degli antichi greci erano, ormai, lettera morta. Eppure… Alessandro aveva il genio dei grandi strateghi, e, soprattutto, un immenso carisma. Dire che suoi soldati lo adoravano era fin troppo poco. Alessandro era sinceramente convinto di essere figlio di Zeus. Molti gli hanno creduto, o hanno fatto finta di credergli. La sua non fu proprio una “Guerra Santa” ma i suoi soldati la combatterono con lo stesso fervore dei Crociati, e vinsero! Stavolta non fu una semplice vittoria militare. Alessandro non voleva solo conquistare il mondo. Voleva dominarlo, unire tutti i popoli in un’unica civiltà: la sua. Prima di morire c’era quasi riuscito. Gli egiziani lo avevano proclamato figlio di Zeus/Ammone/ Ra: che contano i nomi? Alessandro continuò la sua avanzata trionfale fino all’India, fino ai confini del mondo, ma morì giovanissimo. Il suo impero fu spartito tra i suoi generali. Nacquero i regni ellenistici e, soprattutto, la cultura Ellenistica! Il diffondersi così rapido della cultura ellenistica è sorprendente. Certo i vinti assorbono rapidamente la cultura dei vincitori. Chi vince ha sempre ragione, ma mai si era verificato prima un cambio così rapido di cultura, da parte di popoli che avevano già una civiltà antichissima. Pochi anni dopo la morte di Alessandro, tutte le persone di un certo ceto sociale (dalla Macedonia, all’Egitto, ai confini dell’India) parlavano greco, ammiravano l’arte greca, discutevano della filosofia greca, si "mantenevano in forma” nelle palestre. Certo si potrebbe osservare che il regime politico non era cambiato gran che, visto che di libertà e di democrazia, (tanto care agli antichi Elleni!) non si parlava nemmeno. Eppure la cultura ellenistica, laica e materialistica, come la cultura

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americana di oggi, s’insinuava dappertutto. La religione non era più presa sul serio: chi un po’ ci credeva lo nascondeva, per non passare per bigotto. Certo si continuava a fare sacrifici agli dei, anzi a tutti gli dei! Gli stessi re d’origine greca si facevano adorare come dei, per il popolino che ancora ci credeva. L’Ellenismo trionfava su tutte le altre culture senza incontrare resistenza…o quasi.

8. Ellenismo e integralismo In Palestina, sotto i Persiani, gli ebrei avevano una relativa autonomia. Alessandro, nella sua avanzata verso l’Egitto, non si fermò neanche, a Gerusalemme. Dopo la spartizione del suo impero, la Palestina fu governata, con la Siria, da Antioco, e i suoi successori. All’inizio agli ebrei dovette sembrare che un re straniero o un altro non facesse nessuna differenza, ma a poco a poco, anche a Gerusalemme, le cose cominciarono a cambiare. Così racconta la Bibbia, (Libro I dei Maccabei): “Allora costruirono a Gerusalemme una palestra… si rifecero i prepuzi…si allontanarono dalla Santa Alleanza”... I Maccabei, erano una famiglia di “integralisti” che guidarono il popolo d’Israele contro il re di Siria, colpevole di derubare continuamente il popolo d’Israele, non solo delle ricchezze, ma anche del suo Dio. Oh, i Greci non impedivano certo gli Ebrei di praticare la loro religione (purché pagassero le tasse, obbedissero al re ecc.), ma li guardavano con disprezzo e arroganza. All’interno della stessa Gerusalemme costruirono una “cittadella” abitata da Greci, o ebrei grecizzati. La Bibbia racconta che gli “integralisti” guidati dai Maccabei si ribellarono: dagli atti terroristici si passò poco alla volta a una vera e propria guerra tra il popolo d’Israele (o almeno la maggior parte di questo popolo) l’esercito del re di Siria, e tutti quelli che lo appoggiavano (inclusi gli ebrei “rinnegati”, i “collaborazionisti”). I greci non riuscivano a capire: che volevano questi barbari fanatici, male armati? Molti Maccabei morirono in battaglia, ma ogni volta un altro Maccabeo (fratello o figlio del precedente) prendeva il suo posto. Gli ebrei ortodossi cominciarono a riprendere coraggio. Anche i profeti parlavano un altro linguaggio. A chi moriva per il vero Dio, era promessa un’altra vita: la Resurrezione!

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Allora gli ebrei “rinnegati” tornarono alle vecchie tradizioni. Ripresero anche a circoncidere i loro figli, prima che i seguaci dei Maccabei li costringessero a farlo con la forza. Le guerre dei Maccabei assomigliano, molto di più delle prime guerre d’Israele, alle “guerre sante” di tanti secoli dopo. Per la prima svolta c’era uno scontro tra due culture: la cultura laica ellenistica e quella religiosa ebraica. Gli episodi più gravi d’intolleranza furono commessi dai Maccabei, ma gli eredi di Antioco chiedevano agli ebrei molto di più di un semplice tributo! La cultura ellenistica affascinava molti, anche tra gli ebrei, ma, giustamente, spaventava tanti altri. Alla fine in Israele, gli integralisti sembrarono avere la meglio. Inebriati dalla vittoria, i Maccabei cominciarono cercare alleati. Si rivolsero anche a una grande potenza, una città che aveva da poco sconfitto il re di Siria. Ai Maccabei era stato riferito che questa città era spietata con i nemici ma generosa con gli alleati. L’alleanza fu presto fatta: il popolo d’Israele divenne un alleato di…. ROMA! La narrazione biblica s’interrompe, volutamente, nel momento di massima gloria per i Maccabei. Giovanni Maccabeo, figlio di Simone era diventato capo di uno stato ebraico indipendente, e credeva di avere vinto la sua guerra... Invece, solo un anno dopo (nel 134 a.c.), Antioco VII riconquistò Gerusalemme, e Roma, il potente “alleato”, non mosse un dito. Solo molti anni dopo (nel 63 a. c.) un esercito Romano arrivò in Palestina, ma mise sotto assedio proprio Gerusalemme. A capo dell’esercito c’era un giovane generale, di nome Pompeo, che espugnò Gerusalemme senza troppa fatica, sfruttando anche la riluttanza degli ebrei a combattere il sabato. Poi la Palestina diventò una delle tante province dell’impero romano. Ma qui dobbiamo fare un passo indietro.

9. La cultura ellenistica - romana Le guerre di Roma furono tutte “guerre laiche”, con i soliti obiettivi: ricchezza e potere. Secondo la tradizione, Roma fu fondata il 21 Aprile del 753 a.c. Nel 146 a.c. Roma distrusse Cartagine e divenne padrona del Mediterraneo. Nello stesso anno fu distrutta anche Corinto, ultima città greca che aveva cercato di resistere. È la fine dell’indipendenza della Grecia, ma non della sua cultura. Grecia capta ferum victorem caepit. Per la prima volta nella storia, il vincitore fece sua la cultura del vinto.

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L’insinuarsi della cultura greca a Roma non avvenne senza resistenze, ma non come a Gerusalemme. Solo Catone il censore e pochi altri protestarono contro “la corruzione dei costumi”. Gli altri semplicemente si lasciarono corrompere, anche nel senso letterale del termine! Dopo tutto, greci e romani non erano poi tanto diversi. Gli dei romani furono subito assimilati a quelli greci: Zeus divenne Giove, Ares fu identificato con Marte, e così via! I romani finirono per dare alla cultura ellenistica un importante contributo. Nasceva la cultura ellenistica - romana, laica, progenitrice della cultura occidentale moderna. Roma s’ingrandì ancora: con Pompeo verso Oriente, con Cesare verso occidente. Tutte “guerre laiche”. Con Ottaviano/Augusto Roma divenne, anche formalmente, un impero, che continuò a ingrandirsi, arrivando “ai confini del mondo”. A nord dell’impero romano c’erano solo dei “barbari incivili” che poco alla volta si stavano, anch’essi, romanizzando. A Sud c’era solo il deserto (Hic sunt liones!).A Ovest c’era l’oceano, che i più ritenevano invalicabile. A Oriente, a contrastare Roma restava solo il regno dei Parti, eredi dell’antico impero Persiano, ma anche alla corte del re dei Parti si parlava greco, e la cultura ellenica era dominante. Roma e i Parti combatterono lunghe guerre. Solo Traiano riuscì a vincerli, nel 116, e a occupare l’odierno Irak. Poi le legioni dovettero ritirarsi. Anche i barbari del nord cominciarono a dare problemi. Iniziò la lunga decadenza dell’Impero Romano… In realtà l’impero cominciò a sfasciarsi dall’interno. La cultura laica ellenistico-romana non bastava più a tenerlo assieme. Nel popolo, ma anche tra gli intellettuali, si diffondevano nuove religioni. Dall’Oriente a Roma erano arrivati altri dei, come Iside e Mitra: tutti bene accolti, da ricchi e poveri. Anche l’ebraismo cominciò a diffondersi: non per nuove conversioni, ma per la diaspora degli ebrei, dopo la distruzione definitiva del tempio di Gerusalemme (a seguito di un’ennesima rivolta, nel 70 D.C.S.). La storia della ribellione, (descritta anche nei fregi dell’arco di Tito) è stata raccontata dall’ebreo Giuseppe Flavio, filoromano, e per questo inviso a tutti gli ebrei, antichi e moderni. Giuseppe ci ha raccontato anche la storia della fortezza di Masada, i cui difensori (appartenenti alla setta degli Zeloti) hanno preferito il suicidio di massa alla sottomissione a Roma. Il suicidio è contro la morale giudaica (e cristiana), antica e

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moderna. Eppure il gesto degli Zeloti è rimasto nella memoria storica degli ebrei come esempio di lotta, e d’eroismo. Altri, d’altre religioni, nei secoli successivi, utilizzeranno il suicidio come mezzo di lotta, senza badare chi altri ci va di mezzo: amici o nemici, soldati o bambini…ma questa è un’altra storia! Giuseppe, nella sua cronaca, scrive anche di un presunto Messia...

10. Impero e Cristianesimo Sappiamo che Cristo nacque sotto l’imperatore Augusto, nell’anno 1 (o più probabilmente qualche anno prima) e morì (intorno al 33 D.C.) al tempo di Tiberio. Gli storici romani cominciarono a parlare tardi dei Cristiani. Gli uomini di cultura li consideravano barbari e ignoranti. I filosofi greci snobbarono S. Paolo che parlava di “resurrezione”. Eppure i Cristiani diventavano, ogni giorno, più numerosi. Finalmente, i funzionari imperiali si convinsero che i seguaci di Cristo erano pericolosi. Perché? Perché non accettavano altri dei, neanche il divo Augusto? Male! Ma non lo accettavano neanche gli Ebrei! E quelli venivano, più o meno, tollerati. E allora? La persecuzione dei Cristiani è incominciata a Roma al tempo di Nerone, e continua ancora da parte degli islamici, e anche di molti laici occidentali. Sì, esistono anche gli “integralisti laici “, come i filosofi che sfottevano S. Paolo, e tanti storici moderni. Alcuni sono arrivati perfino ad affermare che le persecuzioni contro i primi Cristiani non ci sono mai state, che erano i Cristiani a perseguitare i pagani, e ad ammazzarsi tra loro. Niente di più falso! A differenza dell’Islam, il cristianesimo si è diffuso spontaneamente e pacificamente, favorito solo dalla rete stradale dell’Impero Romano, i continui traffici tra le varie province dell’impero, e la moltitudine delle comunità ebraiche in tante città dell’impero. All’inizio il cristianesimo era presente soprattutto nei ceti sociali più bassi, ma quando anche alcuni ricchi mercanti greci, o addirittura patrizi romani, cominciarono a diventare cristiani, anche gli intellettuali laici di allora furono costretti a riconoscere, almeno, la loro esistenza. Ai funzionari dell’impero, agli intellettuali, ai filosofi epicurei e stoici il cristianesimo non piaceva. Troppo semplice, e troppo complicato nello stesso tempo! Soprattutto non piaceva l’idea dell’uguaglianza degli uomini (almeno davanti a Dio!) ricchi e poveri, umili e potenti, colti o ignoranti.

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Infine i Cristiani erano delle comunità organizzate che tendevano a fare uno stato nello stato, che tendevano a ingrandirsi, a convertire più gente possibile. Cominciarono le persecuzioni: non organizzate, almeno all’inizio, ma non per questo meno feroci. Tanti davanti al patibolo accettarono il martirio, altri abiurarono, altri scapparono diffondendo il vangelo ai confini dell’impero e oltre… Durante le persecuzioni, i Cristiani non furono sempre uniti. L’interpretazione del messaggio di Cristo, fu troppo spesso causa di contrasto, ma le diverse fazioni evitarono di scontrarsi apertamente, finché l’impero perseguitava tutti i Cristiani. Le cose cambiarono, quando un imperatore riconobbe che i Cristiani erano diventati una potenza di cui bisognava tenere conto. E per la prima volta la Croce comparve su un campo di battaglia.

11. Cristianesimo e Impero Correva l’anno 312. L’impero romano non era più solo in decadenza: stava andando a pezzi! Due aspiranti imperatori, Massenzio e Costantino, si combatterono alle porte di Roma, nei pressi di ponte Milvio. Questa battaglia non era che un capitolo della lunga lotta tra i successori di Diocleziano. La grande differenza era che stavolta Costantino aveva fatto mettere alle sue legioni l’insegna della Croce. IN HOC SIGNO VINCES! Costantino vinse, e nel 313, emesse lo storico Editto di Tolleranza. Con la fine delle persecuzioni, la storia del Cristianesimo cambiò completamente. Gli “integralisti laici” dicono che ì Cristiani diventarono i persecutori. Non è esatto, Anche volendo, non avrebbero potuto! Costantino non era cristiano: si fece battezzare solo molti anni dopo, in punto di morte. Fino alla fine lui volle essere imperatore di tutti i cittadini romani, pagani e cristiani. Costantino però aveva capito che i cristiani, anche se ancora in minoranza, erano una comunità giovane, in espansione, l’unica forza che forse poteva salvare l’impero, sempre che fosse stata adeguatamente controllata. Costantino non proclamò mai il Cristianesimo religione di stato, ma, di fatto, incoraggiò i sudditi a convertirsi. Molti lo fecero solo per opportunismo. Oltre per l’Editto di Tolleranza Costantino è noto anche per avere spostato la capitale dell’impero da Roma a Bisanzio, che, allora era solo una piccola in città in

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una posizione strategica sul Bosforo, al confine tra Europa e Asia. Questa città ha poi cambiato più volte nome. Costantino la chiamò Nova Roma, i suoi successori Costantinopoli. Adesso si chiama Istanbul, ma questo lo vedremo dopo! Costantino volle anche intervenire nelle dispute tra cristiani, presiedendo lui stesso il Concilio di Nicea, in cui fu discussa l’annosa questione della natura di Cristo. Il concilio proclamò, una volta per tutte, che Cristo aveva una natura umana e una divina. Gli Ariani, che affermavano che Cristo era solo un uomo, non accettarono le decisioni del concilio: molti andarono a diffondere il loro credo al di fuori dell’impero. Così molti barbari diventarono cristiani, ma ariani! Per i barbari questa era la dottrina più semplice, ma questa differenza ritardò non poco la loro integrazione con i latini cattolici! Con i successori di Costantino, l’impero si divise tra Impero d’Occidente e Impero d’Oriente. L’Impero d’Oriente aveva come capitale Costantinopoli, dove gli imperatori interferivano sempre più spesso con le vicende delle chiese cristiane (per loro è stata inventata la parola “Cesaropapismo”). Col Concilio di Nicea, le discussioni sulla natura di Cristo non erano finite, anzi… Le cosiddette eresie si erano moltiplicate: c’era chi affermava che Cristo aveva solo la natura divina (monofisismo), e chi ipotizzava una strana via di mezzo (monotelismo). Oggi noi chiamiamo tutte queste distinzioni “bizantinismi”. Ma perché allora erano così importanti? Non entrerò in dettaglio su queste controversie che, tra l’altro, indebolirono la cristianità e diedero via libera all’Islam. Il punto era che la religione, nella società, era divenuta troppo importante perché gli imperatori la ignorassero. Un “eretico”, che professava una teoria non condivisa dalla maggioranza, diventava socialmente pericoloso. Per Costantino che vincessero Cattolici o Ariani era indifferente: l’importante era che alla fine fossero tutti d’accordo. Quando in Egitto, in Siria, in Armenia, sorsero chiese che predicavano dottrine diverse da quella ortodossa, gli imperatori pensarono che quelle province volessero staccarsi dall’impero. Forse avevano ragione. Egiziani, Siriani e Armeni, quando sostenevano la propria interpretazione del Cristianesimo, difendevano anche la propria autonomia. Nell’anno 476 D.C. l’Impero Romano d’Occidente è travolto dai barbari (tra l’altro ariani!).

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Unico punto di riferimento, per tutti i cattolici resta il vescovo di Roma, il Papa. A poco a poco anche i barbari impareranno il latino, diverranno cattolici, e daranno origine alla civiltà europea… ma ci vorranno secoli e secoli. In Oriente l’Impero (non più Romano ma Greco) resiste, nonostante le lotte tra cristiani, gli imperatori corrotti, le guerre civili. A un certo punto le lotte interne nell’Impero d’Oriente cessano. I cristiani, eretici e ortodossi, smettono di combattersi e si uniscono contro un nemico comune. Sta per essere combattuta una battaglia epica: l’ultimo capitolo della lotta tra Greci e Persiani!

12. Tra i due litiganti... il terzo gode! Nel 614 D.C. gli infedeli attaccano e conquistano Gerusalemme. Non sono gli Arabi… non ancora! Questa volta sono i Persiani. Sì, i Persiani, quelli che, sconfitti da Alessandro Magno, erano rinati col nome di Regno dei Parti. Dal 224 D.C. gli abitanti dell’attuale Iran si facevano chiamare di nuovo Persiani. Il loro nuovo re (fondatore della dinastia dei Sassanidi) si diceva discendente di Ciro, di Dario e di Serse. Il suo nome era Ardashir, ed era chiamato dai Greci Artaserse! Non era cambiato solo il nome. Se i Parti furono terribili nemici per Roma, i Sassanidi persiani lo furono ancora di più. Dopo la caduta di Roma, la guerra con loro fu continuata dall’Impero d’Oriente. Contro i Persiani combatté anche il grande imperatore Giustiniano, che li respinse a fatica. Sotto Khosroe I, il nuovo impero persiano raggiunse la massima espansione, a oriente e a occidente. Suo figlio Khosroe II tentò di dare un ultimo colpo a quello che restava dell’impero romano. Poco mancò che ci riuscisse. Le sue armate arrivarono fino al Bosforo, di fronte a Costantinopoli. L’ultima guerra tra greci e persiani non fu una “guerra santa”, ma ebbe anche una componente religiosa. Nel 600 D.C. il Cristianesimo era da molto tempo la religione ufficiale dell’impero bizantino, anche se varie chiese “eretiche” si opponevano alla religione ortodossa. C’erano molti Cristiani anche nell’impero persiano, soprattutto nell’attuale Irak. In Persia però la religione ufficiale era invece quella di Zoroastro, la stessa che aveva tanto colpito gli ebrei quando, mille anni prima, erano stati deportati a Babilonia. Tra Zoroastrismo, Ebraismo e Cristianesimo c’erano molte somiglianze. Erano nate anche “eresie” cristiane, come i Manichei, basate sulla continua lotta da Dio e Satana (per i persiani Ormazda e Ahriman).

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I re Sassanidi avevano voluto rilanciare lo Zoroastrismo, contrapponendolo al Cristianesimo in espansione, giudicato una religione straniera. Non era vero. Allora come adesso! Il Cristianesimo ha sempre avuto una vocazione universale, anche se tanti governanti hanno cercato di trasformarlo in senso nazionalista, a cominciare proprio da re bizantini. I re di Persia, invece, vollero fare dello Zoroastrismo una religione di stato: dei sudditi cristiani, evidentemente, non si fidavano! In ogni caso, quando i Persiani marciarono su Costantinopoli, non pensavano a convertire i Greci alla religione di Zoroastro. I motivi della guerra erano i soliti: ricchezza e potere. C’era anche una componente idealistica, ma non era la religione. Il re di Persia voleva vendicare lo smacco subito 900 anni prima da Alessandro Magno. Quando le truppe persiane saccheggiarono Gerusalemme, portarono via anche le reliquie della Vera Croce. Non certo per devozione, ma neanche per sfregio: per i Persiani era solo un trofeo di guerra! La caduta di Gerusalemme, (con la perdita della Vera Croce) fu considerata un grave smacco, per tutti i Cristiani. L’imperatore bizantino Eraclio, quando preparò la controffensiva, sicuramente fece appello anche ai valori cristiani, ma soprattutto cercò di risvegliare nei Greci il senso di Patria. Ricordò ai suoi soldati Milziade e Temistocle, Maratona e Salamina, e vinse! Eraclio sconfisse i Persiani nell’anno 627, a Ninive. Per i Persiani fu una disfatta totale. Eraclio forse poteva andare ancora avanti, distruggere di nuovo l’Impero Persiano. Ma anche il suo esercito era a pezzi! Nel 630 Eraclio stesso riportò a Gerusalemme la Vera Croce. Alcuni notabili palestinesi riferirono a Eraclio che, in Arabia, c’era “un profeta” dalle intenzioni aggressive. Eraclio, però, trovò inutile, impegnativa e costosa una campagna all'interno del deserto arabico per fermare, sul nascere, un "profeta", qualunque. Neanche i Persiani, impegnati a leccarsi le ferite, presero sul serio questo "profeta". Le “guerre sante” stavano per incominciare. Forse, se l’impero bizantino e quello persiano non si fossero tanto indeboliti lottando fra loro, i successori del profeta Maometto non sarebbero riusciti, in pochi anni, a trasformare quello che era l’Impero Romano d’Oriente in un piccolo regno, e a sottomettere quasi tutte le nazioni cristiane! Forse… ma è successo. Ne paghiamo ancora lo scotto!

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Capitolo I Jihad Atto Primo –Il Profeta e i suoi successori. (A.D. 622-661) 1. Il profeta Maometto Maometto abitava in una piccola città, sconosciuta a Roma e a Costantinopoli, di nome La Mecca, nell’attuale Arabia Saudita. In Arabia, intorno all’anno 600, c’erano anche dei Cristiani, ma non molti. Il Cristianesimo, partendo da Gerusalemme, si era diffuso soprattutto in direzione nord-ovest, seguendo le rotte commerciali dell’impero romano, e superandone i confini, fino all’Irlanda. Alcuni apostoli erano andati verso est: secondo la tradizione S. Tommaso sarebbe arrivato fino in India! A sud i Cristiani erano scesi, dall’Egitto, lungo il Nilo fino all’Etiopia… A sud-est il Cristianesimo era avanzato di pochissimo. La Mecca era a non più di duemila chilometri a sud-est di Gerusalemme, ma era abitata ancora da “pagani”, o “idolatri”. Nel tempio della Mecca, erano onorate almeno cento divinità, tra dei e dee. Viene spontaneo pensare a cosa sarebbe successo se qualche apostolo avesse portato il Vangelo verso sud-est, se fosse riuscito a evangelizzare gli Arabi… Naturalmente non si può fare la storia con i se: il passato non si può cambiare. Ma se provassimo a capire perché certi eventi sono successi, forse potremmo cambiare il futuro! Gli Arabi erano divisi tra varie tribù dedite alla pastorizia, all’agricoltura…e al brigantaggio (o come si preferiva dire da quelle parti, alle “razzie”). Gli Arabi si facevano da sempre guerre tra loro, e spesso attaccavano le civiltà urbanizzate (impero bizantino e impero persiano). In un certo senso, non erano molto diversi dai “barbari” dell’Europa settentrionale. La grande differenza fu che in Occidente, alla lunga, i barbari finirono per prendere la religione dei vinti. Gli Arabi no! Questa differenza la fece il profeta Maometto. La “Vita del profeta” è un libro canonico islamico. Quello che vi si legge, sul profeta, per i mussulmani dovrebbe essere edificante: per me no! Si legge che Maometto, impiegato nella piccola ditta gestita dalla (prima) moglie Kadigia, cominciò a meditare, ad avere delle visioni. Si convinse che la dottrina degli ebrei e dei cristiani era “quasi” quella giusta. La legge di Mosè e di Cristo poteva essere adottata anche dagli Arabi, ma con alcune “piccole precisazioni”, dettate proprio da Maometto, l’ultimo dei profeti!

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All’inizio Maometto iniziò la sua guerra religiosa solo contro gli “idolatri”, considerando ebrei e cristiani come fratelli e alleati. Nel 622 gli idolatri lo costrinsero a scappare nella vicina città di Medina. Così iniziò l’era mussulmana. A Medina c’era una numerosa comunità ebraica. All’inizio gli Ebrei appoggiarono Maometto, senza immaginare quello a cui andavano incontro! A poco a poco Maometto cominciò a dettare le sue leggi: verso dopo verso, nacque il Corano. Maometto non si accontentò di dettare dei principi morali: volle organizzare una società basata sulla religione. Preghiera cinque volte al giorno: in pubblico, e tutti si devono uniformare! Alle donne è imposto il velo: non solo per evitare la “concupiscenza maschile” ma soprattutto perché siano riconosciute da tutti come mussulmane. Le donne portano il velo con orgoglio: si sentono parte di una nuova grande comunità! Nasce il Ramadan: digiuno di giorno e festa di notte. Altro motivo d’aggregazione sociale. Nessuna religione aveva mai preteso di regolare ogni aspetto della vita, pubblica e privata: ci sono regole perfino su come si deve orinare! Maometto diede il via a molte piccole guerre, adesso apertamente definite come “sante”: non solo contro gli “idolatri” ma, sopratutto, contro gli ebrei, che non volevano riconoscere Maometto come un profeta. In Arabia c’erano molti ebrei, intere tribù. Chi erano? Discendenti di Israele? Arabi convertiti al tempo di Salomone e la regina di Saba? Non lo sappiamo. Sappiamo però che questi ebrei non si allearono tra loro, ma si lasciarono sconfiggere, uccidere, sottomettere: una tribù alla volta! Gli ultimi a essere uccisi e/o ridotti in schiavitù furono gli ebrei di Medina, che all’inizio avevano appoggiato Maometto. Il profeta li accusò di avere tradito e d’essere passarti dalla parte degli idolatri. Può anche darsi! Gli idolatri li lasciavano in pace… Maometto no! Liquidati gli ebrei, Maometto mosse l’attacco finale contro la Mecca. Nel 630 il profeta vinse gli idolatri, e il tempio fu svuotato di tutte le statue e dei simboli dei cento dei. Restò solo la “pietra nera”: Maometto disse che era stata portata sulla terra dall’arcangelo Gabriele! Maometto mandò ambasciatori all’imperatore bizantino e al re dei persiani invitandoli ad accettare la “vera fede”. Nella “Vita del profeta” è scritto che il re dei persiani non prese neanche in considerazione l’idea. Non stento a crederlo!

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Nella “Vita del profeta”, si dice anche che l’imperatore bizantino aveva quasi accettato di convertirsi, e avrebbe cambiato idea solo dopo le reazioni sdegnate dei funzionari della sua corte. Questo è poco credibile, ma può darsi che i bizantini, con la loro tradizionale doppiezza, abbiano voluto guadagnare del tempo, evitando di dire subito di no!

2. L’Islam all’attacco Il nemico non è molto numeroso. Ogni musulmano, però, è pari a cento dei nostri. Loro amano il martirio che li conduce direttamente in paradiso, noi invece siamo attaccati a questo mondo e ai suoi piaceri. Queste parole di un funzionario egiziano bizantino, prima della conquista araba, non hanno bisogno di commenti. Parole simili le abbiamo sentite recentemente: troppo recentemente! Già nel 629 Maometto inviò 3000 uomini alla frontiera con l’impero bizantino: furono sconfitti da 100,000 soldati greci, ma era solo l’inizio! Nel 632 Maometto andò a raggiungere Allah, ma prima di morire impartì istruzioni precise ai suoi successori: “il popolo arabo non può più aspettare, la religione islamica non deve essere riservata solo agli arabi, ma deve essere estesa in ogni direzione, in tutte le altre nazioni, eventualmente anche con la forza". Oggi sento talvolta dire, dagli Arabi moderati, che la Jihad sarebbe solo una guerra difensiva! Il fatto è che, dalla guerra di Troia alle guerre di Hitler, gli aggressori non hanno mai avuto problemi a spacciare guerre offensive come guerre difensive, quando gli faceva comodo! Maometto temeva che, dopo la sua morte, gli arabi si sarebbero messi a combattere tra loro. Non è successo. Almeno non subito. I successori di Maometto, (prima Abu Bakr e poi Omar) riuscirono a superare i contrasti. Nel 634 inizia la grande Jihad. Nel 635 cade Damasco, e buona parte della Siria. Anche l’Irak viene invaso. I persiani non sono in grado di difenderlo e gli Arabi dilagano verso est. Nel 636 i bizantini approfittano che gli Arabi sono occupati in Irak per rioccupare Damasco. Ma non per molto! Quando gli Arabi contrattaccano, oltre la metà dei soldati bizantini d’etnia araba (dicono 50.000 uomini!) passano dalla parte degli arabi. Da quel momento i bizantini non conoscono che sconfitte.

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Nel 638 cadono Gerusalemme, Antiochia, e l’intera Siria. Nel 642 cade anche l’Egitto. Le armate arabe occupano anche Alessandria e danno alle fiamme quello che restava della sua famosissima biblioteca con l’argomentazione: Se questi libri sono come il Corano, sono un’inutile copia, e quindi possono essere distrutti. Se sono contro il Corano, devono essere distrutti! Questo episodio ora viene negato, e declassato a leggenda, da molti storici laici occidentali, ora diventati tutti filoislamici! Eppure questa storia è stata raccontata da un mussulmano, di nome Ibn al Qifti, vissuto circa 500 anni dopo. Che interesse aveva lui a riportare un episodio che rivelava più d’ogni altro il rigore "fondamentalista" dei conquistatori, che negava la tanto proclamata “tolleranza” islamica? Dopo l’Egitto, le armate arabe si spingono ancora più occidente conquistando Cirenaica e Tripolitania. Nel 647 cade anche Cartagine, insieme all’antica Africa romana (oggi Tunisia). Nel 649 è occupata anche Cipro. Nel 654 cadono anche Rodi e Creta. Gli Arabi sono diventati anche una potenza navale, e ormai puntano addirittura a Costantinopoli. Nel 655, l'imperatore Costante II si pone al comando di una grande flotta Nella battaglia di Phoenix, centinaia di navi bizantine sono distrutte, ma pure le perdite degli arabi sono notevoli. Fortunatamente, per quello che restava della Cristianità, l’espansione araba ha una battuta d’arresto. Dopo l'assassinio del califfo Othman nel 656, sale al potere il genero di Maometto, Alì. Non tutti lo accettano come califfo, e nel modo arabo inizia un lungo periodo di lotte interne. Nel 661, anche Alì è assassinato, con una sciabola avvelenata. I suoi seguaci continueranno a lungo a combattere. Nel mondo islamico nasce l”eresia sciita”, che genera altre “guerre sante”. Le nazioni cristiane non sono in grado di approfittare delle divisioni dell’Islam. L’impero bizantino può solo leccarsi le ferite: ormai non è più neanche un impero! Nel 655 Costantinopoli controlla solo la Grecia, parte dell’Asia Minore, e alcune zone della penisola balcanica e dell’Italia. Gli Arabi e i barbari del nord (Slavi, Longobardi, Franchi e Normanni) avrebbero presto fatto diventare il regno bizantino ancora più piccolo. Ma com’è potuto succedere?

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Perché i bizantini hanno perso? Perché gli Arabi hanno vinto?

3. Perché i bizantini hanno perso? Rileggendo la storia dei bizantini (dall’imperatore Teodosio in poi) viene spontanea la domanda opposta. Come hanno fatto i bizantini a resistere tanto a lungo? Come mai l’Impero (ex) Romano d’Oriente non è caduto insieme all’Impero Romano d’Occidente? L’Impero d’Oriente era corrotto almeno quanto quello d’Occidente. Praticamente marcio. Gli imperatori erano spesso deboli, manovrati da una corte formata da piccoli e grandi ladri. Le donne, anche se rinchiuse nei ginecei, erano tutto tranne uno specchio di moralità. Nelle province, dalla Sicilia all’Egitto, funzionari esosi spremevano le popolazioni con tutti i tributi possibili e immaginabili. Gli imperatori volevano dettar legge anche nelle questioni religiose. Il capo nominale della chiesa bizantina era l’arcivescovo di Costantinopoli che, in teoria, riconosceva perfino la supremazia spirituale del papa di Roma. In pratica, in Oriente, da Costantino in poi, tutte le questioni di carattere teologico erano decise alla corte imperiale. E chi non si adeguava? Era considerato un ribelle, trattato come tale. Come si poteva pensare che Egiziani e Siriani combattessero per un imperatore che non solo rubava i loro soldi, ma pretendeva perfino di condizionare la loro coscienza? Eppure l’impero bizantino ha resistito a lungo. Nei momenti di crisi saltava sempre fuori un imperatore capace di ribaltare le situazioni più disperate. Come Giustiniano che non solo respinse i persiani e i barbari del Nord, ma conquistò anche l’Italia, la provincia di Cartagine e parte della Spagna. Come Eraclio che riuscì a galvanizzare i Greci esausti, e portarli alla vittoria contro i Persiani. Perfino Costante II (mediocre imperatore, e come vedremo, pessimo cristiano!) rischiò la propria vita per guidare di persona la flotta bizantina contro la neonata, ma già temibilissima, flotta araba. Anche più tardi, altri imperatori trovarono la forza di resistere alle sempre crescenti offensive dell’Islam. Che cosa sarebbe successo se Costantinopoli fosse caduta, prima del 622, distrutta da Goti, Bulgari o Persiani? Oppure nel secolo successivo, durante uno dei tanti attacchi degli Arabi? Lasciamo stare commenti idioti tipo “Se mia nonna avesse avuto le ruote…”. Senza Costantinopoli chi avrebbe potuto resistere agli Arabi in Europa?

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Gli Slavi sarebbero stati travolti e convertiti. Poi sarebbe toccato all’Occidente…e del Cristianesimo, e della cultura ellenistica romana, forse non sarebbe rimasto neanche il ricordo. Mi viene in mente in mente la frase paradossale che il (poco) cristiano Boccaccio fa dire, nel Decamerone, all’ebreo Abacuc: Se la vostra religione riesce a sopravvivere, e a prosperare, anche con i capi corrotti che ha… vuol dire che veramente Dio la protegge… Forse Costantinopoli aveva davvero la missione storica di proteggere dall’Islam quanto rimaneva della civiltà cristiana. E intanto evangelizzare Bulgari, Serbi e Russi che ne avrebbero raccolto l’eredità. A me piace crederlo. Penso che a ogni cristiano convenga crederlo, se non si vuole ritrovare prostrato con la testa rivolta verso La Mecca…o con la testa tagliata!

4. Perché gli Arabi hanno vinto? Un mussulmano risponderebbe senza esitazione che Allah li ha guidati alla vittoria. Ma, aggiungo io, non fino alla vittoria finale! Adesso ci stanno riprovando. Ma di questo parlerò più tardi… Dio lo voleva? Al Signore si possono attribuire tutte le intenzioni che si vuole, finché Lui stesso non li smentisce con i fatti. La realtà è che cristiani e mussulmani si sono affrontati per secoli, senza che Dio permettesse all’una o all’altra parte di cogliere la vittoria finale. Le cause della vittoria degli Arabi sono tante, oltre ai demeriti dei Bizantini. In primo luogo la loro determinazione, la loro convinzione di essere nel giusto. Certo anche gli Arabi che invadevano le ricche terre di Siria ed Egitto lo facevano soprattutto per il bottino, come i loro antenati “idolatri” avevano fatto per secoli, razzia dopo razzia. Adesso però avevano un profeta che diceva che il bottino era la giusta ricompensa per la loro missione, di estendere la religione islamica a tutti. In più Maometto diceva che una ricompensa ancora più grande lì attendeva dopo la morte! Più difficile è spiegare come gli Arabi riuscirono a consolidare le loro conquiste. Gli storici occidentali moderni non fanno che parlare della “tolleranza” degli Arabi. Non è esatto. Gli Arabi non sono mai stati tolleranti!

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Tra i conquistatori, d’integralisti ce n’erano tanti. Come quelli che appiccarono il fuoco alla biblioteca d’Alessandria. Molti capi arabi però, preferirono, almeno all’inizio, trovare un accordo con i vinti. In caso contrario ci sarebbero state rivolte. Molti cristiani avrebbero anche accettato il martirio! I morti non pagano tasse, non lavorano per i vincitori! Nelle province dell’impero bizantino appena occupate, il rapporto cristiani/mussulmani era almeno mille a uno: come potevano pretendere che tutti si convertissero subito? Certo molti lo fecero, soprattutto quelli d’etnia araba. Agli altri “infedeli” venne “solo” richiesta una tassa speciale, all’inizio non superiore a quella degli esosi bizantini. A poco a poco i mussulmani divennero sempre di più e, devo ammetterlo, non solo per opportunismo. Tanti pensarono, sinceramente, che se Dio aveva permesso ai mussulmani di vincere, voleva dire che avevano ragione! Chi vince ha sempre ragione! Man mano che le conversioni aumentavano, il reddito delle tasse diminuiva. Allora le tasse venivano aumentate… e aumentavano anche le conversioni: un serpente che si mordeva la coda! Poi c’erano gli ambiziosi: un cristiano non poteva mai ambire a un posto di potere! Spesso i siriani e gli egiziani convertiti rimanevano delusi, perché i posti di potere più importanti erano riservati agli arabi. Tanti arabi emigrarono in Siria e in Egitto, dove trovarono ricchezze che neanche erano riusciti immaginare. Si fecero costruire delle abitazioni lussuose, e divennero padroni di grandi estensioni di terra fertile che bisognava coltivare. Gli Arabi più lungimiranti cercarono la collaborazione dei vinti, e la trovarono! Tutti cominciarono ad arabizzarsi. Per capire il Corano era necessario sapere l’Arabo. Per trattare con i conquistatori bisognava parlarlo. In realtà a favorire non tanto la conquista, ma la stabilizzazione del regime dei califfi, fu l’abilità con cui gli Arabi seppero trattare con le popolazioni vinte. A differenza dei barbari d’origine germanica, (che impiegarono secoli a integrarsi con i latini) gli arabi impararono immediatamente i vantaggi della “civiltà”, e sapevano pagare bene quelli che lavoravano per loro. Anche adesso gli europei e gli americani lavorano per gli arabi…in cambio del “vile petrolio”. Anche oggi gli Arabi pagano bene, e tutti fanno a gara per aiutarli a sfruttare il loro petrolio e il loro gas, a costruire per loro case, moschee, centri commerciali. Lo scrivente lo sa per esperienza diretta: tra quelli che si sono “venduti”, ci sono anch’io!

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Gli arabi impararono in fretta da bizantini e persiani. Anche l’arte, la scienza, e la tecnologia. I beduini del deserto diventarono perfino abili navigatori, e poi temibili pirati: i famigerati Saraceni! Succede talvolta che un popolo giovane, quando viene in contatto con una civiltà più evoluta, ne assorbe la cultura, dando un nuovo impulso ad arti e scienze. È successo anche quando i Greci hanno conquistato l’impero persiano, e quando i Romani hanno occupato la Grecia. Grecia capta ferum victorem caepit! I bizantini sconfitti sperarono che anche gli invasori arabi si potessero grecizzare. Ma gli arabi non erano come i romani! La relativa “tolleranza” degli Arabi nei confronti dei vinti non piacque agli “integralisti” di allora. Molti cominciarono a mormorare contro la corruzione dei costumi, contro quelli che, per l’amore della ricchezza, avevano tradito il messaggio originale di Maometto. Questa fu una delle cause delle guerre civili e religiose tra gli Arabi, che portarono agli assassini dei califfi Othman e Alì, rallentando l’espansione dell’Islam. Rallentando, purtroppo, non fermando! Dopo l’affermazione dei Califfi Omhayadi, la Jihad ricominciò, più forte di prima!

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Capitolo II Jihad- Atto Secondo - Gli Omhayadi, (A.D. 661-750) 1. Verso Costantinopoli Nel 661, dopo l’assassinio d’Alì salirono al potere gli Omhayadi, che spostarono la capitale a Damasco. La dinastia degli Omhayadi diede all’Islam quattordici califfi, che governarono complessivamente per 90 anni. Con loro il califfato arabo, come unità politica, raggiunse la massima estensione. Le armate arabe portarono l’Islam verso l’Africa, l’India, addirittura la Spagna, ma non riuscirono a conquistare il loro principale obiettivo: Costantinopoli! Abbiamo visto come l’imperatore Costante, nel 655, aveva combattuto una sanguinosa, ma non risolutiva, battaglia contro la flotta araba. Il suo non era stato certo un successo, ma, in ogni caso, gli arabi si erano fermati. Mentre gli arabi erano impegnati a litigare tra loro, Costante pensò di riempire le casse dello stato con “tributi extra” da parte dei suoi sudditi italiani. A Roma l’imperatore fu accolto trionfalmente: Costante fece un pio pellegrinaggio nelle chiese più importanti… e subito dopo i suoi soldati portarono via dalle chiese tutto quello che c’era di valore! In Sicilia le truppe di Costante saccheggiarono a tutto spiano. I Siciliani cominciarono a pensare che forse gli Arabi sarebbero stati meno esosi: avrebbero avuto modo di fare il paragone molto A Siracusa l’imperatore si trovò così bene che s’installò in uno dei suoi bei papresto! lazzi, e non se ne voleva più andare! Alla fine i siciliani non ne poterono più, e trovarono un sicario. Correva l’anno 668. Mentre Costante si faceva il bagno, il suo servo gli insaponò bene la testa. Mentre l'imperatore teneva gli occhi chiusi, il sicario, con una brocca d'argento, gli fracassò il cranio. Dopo la sua morte a Costantinopoli fu nominato imperatore suo figlio Costantino, un ragazzo di quindici anni. Gli Arabi pensarono che fosse arrivato il momento giusto. Costantinopoli fu messa sotto assedio. Costantinopoli era ben protetta da mura imponenti, e aveva all'interno riserve di viveri, per sostenere anni l'assedio. Resistette. Gli arabi continuarono ad attaccare. Occuparono tutti i territori circostanti, e misero una base nella piccola città di Cizico, a due passi dal Corno d’oro. Costantinopoli continuò a resistere. Nel 678 gli arabi fecero un altro attacco che, nelle loro intenzioni, doveva essere quello finale. Per ironia della sorte, furono fermati… dal petrolio. Proprio da

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quella che, oggi, è l’arma più importante degli arabi! Allora lo chiamavano “fuoco greco”. Una miscela incendiaria che dalla costa era lanciata sulle navi nemiche. Era, in sostanza, una palla di catrame impregnata di petrolio, con zolfo, e altri elementi ancora non ben identificati. Prima di lanciarla sul nemico gli si dava fuoco: non si spegneva con l’acqua! Alla vista della flotta araba i bizantini iniziarono non solo a buttare le palle di fuoco, ma misero in mare anche dei brulotti in fiamme, che andavano incontro alle navi. Gli arabi pensarono a una stregoneria: l’acqua che brucia! Le navi arabe si misero in fuga, e incapparono anche in una tempesta. La cristianità, per questa volta, era salva! In conclusione, i bizantini erano corrotti, infidi, rapaci… e anche antipatici! Tuttavia, per secoli, sono stati l’ultimo bastione della cristianità. Almeno a oriente. Purtroppo, si stava per aprire un secondo fronte, a occidente!

2. Verso l’Africa Quello che oggi si chiama Maghreb, ai tempi dell’impero Romano, era diviso tra le province di Africa, Numidia, Mauritania. C’erano grandi e ricche città come Cartagine, Leptis Magna, Ippona, Cesarea, Tagaste. Nelle città c’erano fiorenti comunità cristiane che hanno dato i natali a Padri della Chiesa come Cipriano, Tertulliano, e soprattutto Agostino. Quelle comunità sono ora completamente scomparse. La colpa, stavolta, non è solo dei mussulmani, ma anche di una popolazione germanica che occupò la regione dopo la caduta dell’impero romano d’occidente: i Vandali. Non a caso oggi vandalo è un aggettivo spregiativo: i vandali saccheggiarono anche Roma! In Africa i Vandali (pagani o ariani) non si limitarono a sottomettere la popolazione latina cristiana: praticamente la sterminarono! Rimasero solo i berberi che vivevano, per lo più nell’interno: erano solo in piccola parte cristianizzati, e ancora meno romanizzati. Con Giustiniano, i Vandali furono finalmente sconfitti. Oggi sono quasi scomparsi: ne troviamo le tracce solo in alcuni Tuareg dagli occhi azzurri! Cartagine divenne una provincia bizantina, ma era ormai spopolata, e aveva conservato solo l’ombra dell’antica grandezza. Le altre città dell’Africa erano in rovina, molte addirittura abbandonate. Quando gli arabi occuparono Cartagine molti dei suoi abitanti di origine greca, o latina, preferirono scappare in Italia. Gli arabi non li trattennero. Restavano i berberi, che, all’inizio, fecero resistenza. Gli arabi capirono che non avrebbero mai potuto proseguire la loro avanzata senza mettersi d’accordo con loro. Ci riuscirono. Dopotutto, Arabi e berberi erano etnicamente e culturalmente

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simili. Forse qualche berbero sapeva qualcosa del Cristianesimo e trovò l’Islamismo simile, ma più semplice. In ogni caso, in breve tempo, i berberi furono islamizzati e divennero i più grandi alleati degli arabi. Berberi e Arabi occuparono le ultime città bizantine sulla costa africana. Fu occupato anche il Marocco. Infine gli Arabi arrivarono a quelle che un tempo erano chiamate le colonne d’Ercole…

3. Verso la Spagna All’inizio del 700, la Spagna era governata dai Visigoti. I Visigoti (Goti occidentali) erano originari, come i loro cugini Ostrogoti (Goti orientali) di un’isola della Svezia, che ancora oggi si chiama Gothland. I Goti sono stati particolarmente lodati da molti storici, soprattutto quelli nordeuropei. Molti oggi affermano che i Goti erano, tra i barbari, i più civilizzati. In realtà, non è certo ai Goti che si deve l’attuale civiltà europea. In Italia, il dominio degli Ostrogoti non è durato più del regno del mitico Teodorico. Dopo la sua morte, i Goti sono stati attaccati, e sconfitti, dai bizantini di Giustiniano. Forse, se gli Ostrogoti avessero avuto più tempo, sarebbero riusciti a integrarsi con la popolazione latina, e a creare uno stato nazionale italiano. Forse. Ma i latini preferirono i greci, a un popolo ritenuto, a ragione o a torto, ancora barbaro. In Spagna, i Visigoti invece hanno governato per ben 300 anni. Anche la Spagna fu attaccata dai bizantini di Giustiniano, ma i greci occuparono, temporaneamente, solo una piccola parte della penisola iberica. In ogni caso fecero abbastanza danni con la loro esosa “politica fiscale”, e soprattutto, creando divisioni politiche e religiose tra spagnoli di origine latina, greca o visigota. Alla fine i Visigoti erano riusciti a mandarli via. Potevano finalmente integrarsi con i latini e creare uno stato nazionale, come stavano facendo i Franchi in Gallia. Non ci riuscirono. La loro storia è una lotta continua tra ariani e cattolici, ed è piena di complotti tra nobili, e membri della famiglia reale. Quelle lotte nell’anno 711 erano ancora in corso. In più la Spagna aveva il problema degli ebrei. Nessuno ha saputo spiegare come mai ce n’erano tanti, da quanto tempo erano in Spagna, e da dove erano venuti. Intorno al 700 ci furono gravi atti d’intolleranza verso di loro. Si cominciò a dire che gli ebrei tramavano con i “Mori”, che sarebbero stati una specie di quinta colonna, se i Mori avessero invaso la Spagna... In effetti, poi è successo proprio così!

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All’inizio i Mori non pensavano a occupare la Spagna, ma solo a fare qualche razzia. Sul loro arrivo in Spagna circola una leggenda che vale la pena di riferire. Si racconta di un nobile, di nome Giuliano, che aveva una figlia bellissima. Durante una festa il re Roderigo mise gli occhi addosso alla ragazza. La ragazza disse di no, ma il re se la prese lo stesso. Il padre, umiliato, fuggì in Africa, e si unì ad Achila (il re precedente spodestato da Roderigo). Giuliano e Achila guidarono il capo berbero Ta'riq in Spagna con 7000 soldati, quasi tutti berberi. Nel 711, Ta'riq sbarcò sulla punta della Spagna che poi fu chiamata Gebel Ta'riq, e le Colonne d’Ercole furono da allora chiamate stretto di Gibilterra… E’ una storia vera? Nei particolari forse no. La storia dell’onore della figlia: ricorda troppo altre leggende greche e romane! Ma che le lotte interne dei Visigoti hanno favorito oltre ogni misura l’avanzata dei Mori non solo è verosimile: è evidente! Alla fine “il cattivo re Roderigo” fu sconfitto, e ucciso. I Mori avanzarono su Cadice, Cordova, Toledo, senza quasi incontrare resistenza, anzi talvolta accolti festosamente dalla popolazione! I più contenti furono gli ebrei, ma anche molti cristiani li accolsero come “liberatori”. Non c’è da meravigliarsi: gli opportunisti ci sono sempre stati! La troppo rapida conquista della Spagna prese di sprovvista anche l’emiro Musa, che aveva appena conquistato il Marocco. Come si permetteva Ta'riq, un berbero, un Moro, un ex schiavo, a conquistare una ricca regione senza nemmeno chiedergli il permesso? Musa organizzò in fretta un esercito di 18.000 uomini e, nel 713, passò anche lui in Spagna. L’emiro si diresse verso le città non ancora conquistate da Ta'riq. Merida e Siviglia all’inizio resistettero. Poi Musa propose loro una resa onorevole. Le città si arresero e Musa rispettò i patti. Non certo per motivi morali o religiosi (agli infedeli è lecito mentire!) ma perché sapeva che se si spargeva la voce della sua magnanimità altre città si sarebbero arrese senza combattere. Cosa che immancabilmente accadde! Infine Musa giunse a Toledo, dove fece un bel cazziatone al suo sottoposto Ta'riq. Poi anche lui fu richiamato “per consultazioni” a Damasco. Il califfo era stato preso in contropiede dalla troppo rapida conquista della Spagna. A Damasco erano preoccupati per l’impegno di truppe e mezzi che avrebbe richiesto l’occupazione stabile della Spagna, e anche dei problemi che sarebbero sorti quando Berberi e Arabi si sarebbero spartiti i territori. Avevano ragione. I berberi si lamentarono di avere avuto territori più poveri, e solo gli scarti del bottino. Purtroppo, le contese tra arabi e berberi non aiutarono i cristiani spagnoli. Anzi le singole città occupate preferirono schierarsi con gli uni o con gli altri, per ridurre i danni.

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Non tutta la Spagna fu conquistata. Rimase cristiana una piccola striscia di terra tra le montagne e l’Atlantico, nelle regioni che ora si chiamano Asturie e Galizia. In queste regioni, (le ultime a essere occupate, secoli prima, dalle legioni romane) si rifugiarono i resti dell’esercito dei Visigoti. Nel 718 tra le montagne di Covadonga ci fu uno scontro tra il re visigoto Pelagio e l’esercito dei Mori, e i mussulmani furono (per la prima volta!) sconfitti. La vittoria dei Cristiani fu attribuita nientedimeno che alla Vergine Maria, nota oggi come "Santina di Covadonga". Ancora oggi la grotta della Vergine è oggetto di pellegrinaggio. Era la prima volta che i Cristiani facevano appello alla religione, contro il nemico islamico. Vale la pena di rilevare che la stessa leggenda racconta che un mussulmano si sarebbe rifugiato in quella grotta e, per intercessione della Vergine, fu risparmiato. La madre di Cristo poteva servire da sostegno e conforto ai Cristiani barricati sulle montagne, ma non poteva certo, per la sua stessa natura, servire da guida ai Cristiani contro i loro nemici. I cristiani si erano rivolti a lei solo perché non sapevano “ a che santo appellarsi”! Questo santo (S. Giacomo) gli Spagnoli lo troveranno solo 80 anni dopo. Solo allora sarebbe iniziata la "Reconquista". Ci sarebbero voluti 700 anni! Settecento anni per riconquistare faticosamente, un pollice di territorio alla volta, quello che i Mori avevano conquistato in meno di dieci anni! Non fu tanto la resistenza degli ultimi visigoti (i primi veri Spagnoli!) a far desistere gli arabi ad avanzare in quelle regioni povere e impervie. I Mori semplicemente pensarono che non valesse la pena di perdere tempo tra quelle montagne: meglio dirigersi verso nordest, dove c’era la ricca regione della Gallia (che molti già chiamavano Francia). Se i Franchi fossero stati sconfitti facilmente come i Visigoti, le armate mussulmane avrebbero potuto persino proseguire verso l’Italia, e i Balcani, fino a prendere alle spalle Costantinopoli! Non credo che a Damasco ci sperassero veramente, ma qualche fanatico si!

4. Verso la Francia Nel 720 cominciarono le razzie di Arabi e Berberi in Francia. Il capo dei Mori, El Haur, conquistò Narbona. Cercò anche di passare e il Rodano, per proseguire verso Est. Stava veramente pensando di attaccare l’Italia e poi arrivare a Costantinopoli? Probabilmente no. Quando i duchi di Provenza gli

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sbarrarono la strada, El Haur non insistette. Preferì accontentarsi del bottino del sud della Francia, e tornare in Spagna. Le razzie continuarono. Nel 731 gli arabo-berberi, comandati dall’emiro Abd Ar Rahman, attaccarono l’Aquitania. Bordeaux fu saccheggiata e incendiata. Gli islamici avanzarono su Tours. Poco più a nord c’era Parigi, la capitale del regno dei Franchi. A differenza dei Visigoti, i Franchi si erano integrati abbastanza bene con la popolazione celtica - romana. Non avevano ancora creato uno stato nazionale, ma erano sulla buona strada, anche se erano spesso divisi da lotte interne. L’esercito dei Franchi, comandato da Carlo Martello, affrontò i Mori nella piana di Poitiers… Gli storici cristiani hanno per secoli celebrato la vittoria dei Franchi. Molti storici moderni (laici e filoislamici) recentemente ne hanno minimizzato l’importanza. Secondo me hanno torto. Certo i Franchi, quando combattevano, non sapevano di essere alfieri della fede cristiana. Loro non lo sapevano… ma noi adesso sì! I Franchi pensavano alle loro terre, alle loro famiglie. Sapevano che se permettevano ai Mori di installarsi in Francia gli invasori non se ne sarebbero andati più. Arabi e berberi si sarebbero divisi le loro terre e nella nuova Gallia Islamica Franchi e Provenzali sarebbero stati “tollerati” solo come schiavi. A Poitiers, i Mori incontrarono un esercito organizzato e ben motivato. La cavalleria berbera, illusa dalle facili vittorie in Spagna, attaccò la compatta fanteria franca. Non solo furono respinti, ma nella battaglia fu ucciso lo stesso emiro Abd Ar Rahman. Intanto si era fatta notte. La mattina dopo, i Franchi erano pronti a sbaragliare i nemici, ma i Mori non c’erano più. Erano scappati, con il bottino delle razzie dei mesi precedenti! I Franchi allora non capirono l’importanza di quella battaglia, quale pericolo aveva corso l’Europa. Lo capirono solo i loro discendenti, e giustamente, la celebrarono. La battaglia di Poitiers aveva dimostrato che bastava un esercito motivato e ben organizzato per sconfiggere le orde berbere. Sarebbe bastato anche in Spagna. Se i Visigoti avessero combattuto come i Franchi, i Mori se ne sarebbero tornati subito in Africa, accontentandosi anche di un modesto bottino. Gli Spagnoli si sarebbero risparmiati sette secoli di guerre sanguinose! Dopo Poitiers, gli Arabo - berberi continuarono ancora a combattere in Francia, ma negli anni successivi furono definitivamente cacciati via da Carlo Martello e suo figlio Pipino. Nel 759 gli Arabo - berberi abbandonarono le loro ultime basi a nord dei Pirenei. Nei secoli successivi i Franchi combatterono ancora contro l’Islam, ma mai più a casa loro!

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Il fronte Ovest della cristianitĂ  era tornato in Spagna. Purtroppo, si stava per aprire un altro fronte, a Sud!

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Capitolo III Jihad Atto Terzo – Gli Abassidi e i Saraceni. (A.D. 750-1055) 1. L’Islam degli Abassidi Correva l’anno 749, quando Abu l'Abbas (il cui nome significa "spargitore di sangue") invitò a un banchetto gli ultimi discendenti maschi della dinastia degli Omhayadi. Come pietanza, furono servite le carni dell’ultimo califfo Marwan II e dei suoi familiari. Poi, naturalmente, gli invitati furono trucidati anche loro. Finì così la dinastia degli Omhayadi e iniziò l’era degli Abassidi. Qualche anno dopo si sparse la voce che un nobile della famiglia degli Omhayadi (di nome Abd al-Rahman) si era salvato dal massacro, era fuggito attraversando a nuoto l’Eufrate, e si era rifugiato prima in Marocco e poi in Spagna. Non penso che gli arabi abbiano veramente creduto a questa storia, ma i berberi si! Abd al-Rahman era di madre berbera (uno di loro!) e in più di (presunto) sangue reale: motivo più che sufficiente per eleggerlo emiro e staccarsi dagli Arabi sfruttatori! Ma questo lo vedremo dopo. Con gli Abassidi finì l’unità politica dell’Islam. La Spagna, il Maghreb, e poi anche l’Egitto, si proclamarono indipendenti. Da allora ci furono parecchi stati islamici, talvolta in lotta tra loro, ma sempre pronti alla Jihad contro le nazioni cristiane. Sotto gli Abassidi rimase tuttavia un regno enorme, dall’Asia minore ai confini dell’India: il baricentro dell’impero si era spostato più a est. Fu costruita anche una nuova capitale, Baghdad, a due passi della mitica Babilonia, e da Ctesifonte, antica capitale di Parti e Persiani. Alla corte di Baghdad i ministri persiani erano molto influenti. Alla cultura persiana si devono i racconti sullo splendore di Baghdad, e persiane sono le favole delle “Mille e una notte”. La favolosa Baghdad di Harun ar-Rashid (il califfo delle “Mille e una Notte”) fu distrutta dai Mongoli nel 1258. Della sua grandezza è rimasto solo un confuso ricordo. La ricchezza e la cultura della corte di Baghdad sono state a lungo celebrate da tutti i mussulmani (comprensibile!), e dai laici moderni, che oggi non fanno altro che ricordare il grande splendore dell’arte e della scienza arabo-persiana. Questi signori non sanno però spiegare come mai, non molto tempo dopo, il progresso scientifico e culturale nei paesi islamici si è bloccato, per essere ripreso dai “barbari” dell’ovest. Adesso se lo chiedono anche molti mussulmani. Non sarà forse colpa della stessa dottrina islamica, che (almeno per com’è stata di solito

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interpretata) impedisce ogni “contaminazione” con altre culture, e quindi ogni progresso? Non per fare polemica ma... se loro sono così prevenuti, perché dovrei essere imparziale io? Durante l’era degli Abassidi la Jihad degli stati mussulmani contro le nazioni cristiane continuò su tre fronti: • A Sud nel Mediterraneo centrale, contro Sicilia, Sardegna, Corsica e le coste italiane e francesi. • A Ovest in Spagna. • A Est contro le isole dell’Egeo, l’Asia minore e Costantinopoli. Naturalmente nessuno a quei tempi aveva una “visione globale” delle “guerre sante” in corso, che coinvolgevano nazioni cristiane e mussulmane diverse. Senza i mass media odierni, il marinaio di Amalfi non poteva avere alcuna idea delle battaglie in corso in Catalogna, in Galizia, e nelle isole dell’Egeo. Anche i bizantini, che erano (ancora per poco!) coinvolti sue due fronti (Egeo e Sicilia), ricevevano con enormi ritardi le notizie dell’uno e dell’altro fronte. Solo il Papa di Roma era interessato a quello che succedeva su tutti i e tre i fronti, ma fu direttamente coinvolto solo nelle battaglie del “Fronte Sud”.

2. Il Fronte Sud: dalla Sicilia a Roma Il fronte sud, nel Mediterraneo centrale, si era aperto subito dopo la conquista di Cartagine da parte degli arabi. Presto le coste africane divennero covi di pirati, e sempre più numerose furono le razzie di arabi e berberi, tristemente noti, in Italia, col nome di Saraceni. Nell’ottavo secolo, l’Italia era divisa tra Longobardi e Bizantini, che controllavano la maggior parte delle città costiere. La Sicilia, terra ancora relativamente ricca, era sistematicamente spogliata, sia dai pirati Saraceni, sia dai bizantini che dovevano difenderla. Gli abitanti delle città portuali italiane del continente riconoscevano l’autorità di Costantinopoli, ma avevano imparato a difendersi da soli. Nella laguna veneta era nata Venezia, che stava già organizzandosi come repubblica indipendente. Anche i duchi di Napoli si erano resi di fatto indipendenti di Costantinopoli. All’interno del ducato era emersa la piccola città di Amalfi, le

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cui navi spesso lottavano contro i saraceni, ma talvolta commerciavano proficuamente con loro. Nel 774 la situazione nel modo cristiano cambiò. Il re dei Franchi, Carlo Magno, sconfisse i Longobardi o occupò quasi tutta l’Italia settentrionale e centrale. Nella notte di Natale dell’anno 800 Carlo Magno fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. Il suo impero comprendeva, Francia, Germania, la maggior parte dell’Italia. L’Italia Meridionale restò divisa in tanti piccoli stati, di fatto indipendenti. La Sicilia restò sotto il pieno controllo dei bizantini, ma non per molto. La Jihad stava per colpire ancora, stavolta proprio in Italia. La Tunisia è una pistola puntata verso l’Italia! Era uno degli slogan di Mussolini, ma c’era qualcosa di vero. Dalla Tunisia la Sicilia è così vicina! Anche oggi, dall’Africa arrivano in continuazione “invasori” disperati, quasi tutti mussulmani, su barche che cadono a pezzi, che chiedono asilo, sfruttando i nostri buoni sentimenti. Poi, naturalmente, una volta sistemati nelle nostre città, questi signori cominciano ad avanzare diritti, a buttare i crocefissi dalle finestre, e a pretendere di trasformare l’Italia in una repubblica islamica! Ma torniamo al secolo nono. Dopo l’avvento degli Abassidi a Baghdad, i Berberi dell'Africa Settentrionale avevano fondato regni indipendenti. In Tunisia, nel nono secolo, regnava la dinastia degli Aglabiti. La storia dell’invasione della Sicilia assomiglia molto a quella della Spagna. Anche questa volta a guidare i berberi fu un rinnegato! Correva l’anno 820. Avevo già scritto del malgoverno bizantino in Sicilia. Dopo una delle tante ribellioni, un certo Eufemio, s’imbarcò su un piccolo peschereccio, e approdò in Africa nel territorio del principe degli Aglabiti, Alì. Eufemio gli chiese aiuto, e gli promise che se fosse tornato in Sicilia sarebbe diventato suo vassallo. Soprattutto gli fornì preziose informazioni sui presidi bizantini in Sicilia. Alì non perse tempo. Con 11000 uomini sbarcò nella città che poi fu chiamata porto (mars) di Alì: Marsala. L’esercito arabo sconfisse le truppe del governatore bizantino e puntò su Siracusa. La città resistette. Durante l’assedio fu ucciso anche il rinnegato Eufemio (un po’ di giustizia, finalmente!). Gli arabi tornarono a Marsala. Era finita l’invasione? Purtroppo no! Alì tornò in Africa a cercare rinforzi. Altri arabi rimasero.

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Nell'anno 827, settanta navi saracene approdarono a Mazara del Vallo. Gli arabi tornarono ad assediare Siracusa. Contro di loro l’imperatore bizantino chiamò anche i Veneziani, formalmente ancora suoi sudditi. Siracusa, anche stavolta, resistette, ma nel frattempo gli arabi occuparono Palermo e Agrigento. Nell’843, una flotta saracena conquistò Messina. All’assalto parteciparono anche alcune navi del duca di Napoli. Queste “alleanze trasversali”, tra cristiani e mussulmani, ci sono sempre state: la maggior parte dei cristiani non vedeva (e non vede!) oltre il proprio personale immediato tornaconto! Infatti… Improvvisamente il Fronte Sud si allargò. Nell’841, un altro contingente arabo occupò Taranto. L’anno dopo fu occupata anche Bari. Era iniziata l’’invasione dell’Italia continentale! Nell’846, i Saraceni attaccarono il loro ex- alleato napoletano! Occuparono il castello di Miseno, e poi si diressero verso la foce del Tevere. Gli invasori sbarcarono a Ostia, e poi puntarono su Roma. La Città Eterna era ancora difesa dalle antiche Mura Aureliane. Gli arabi non provarono nemmeno a espugnarle. Si “accontentarono” di saccheggiare le chiese di San Pietro e San Paolo, che erano fuori delle mura. Sapevano i Saraceni del significato simbolico che Roma aveva per tutti i Cristiani? Allora Roma era solo una piccola città, con grande passato. Forse i saraceni non sapevano chi era il papa, ma di San Pietro dovevano almeno avere sentito parlare Nella basilica, non solo rubarono tutto quello che poterono, ma oltraggiarono di proposito la tomba del santo. Questo episodio stranamente (ma non troppo!) oggi viene minimizzato, o passato sotto silenzio. I mussulmani non hanno mai chiesto scusa, anzi ne sono orgogliosi! Gli storici laici, sempre pronti a condannare con forza le nefandezze dei Crociati (250 anni dopo!), preferiscono ignorare questo “spiacevole episodio”. Io no! La Città Eterna dovette la sua salvezza solo alla divisione dei Saraceni. Molti si erano si erano imbarcati a Civitavecchia, con il bottino. Altri si erano diretti verso Sud, saccheggiando Fondi e assediando Gaeta. Finalmente arrivarono, in soccorso del papa, le navi dell’imperatore Ludovico, figlio di Carlo Magno. Le navi musulmane lasciarono Gaeta. Al largo trovarono una “provvidenziale” tempesta, e affondarono quasi tutte. Nell’849, una flotta Saracena si presentò di nuovo a Ostia. Stavolta fu sconfitta da una Lega, formata in fretta da Napoli, Amalfi, Gaeta e Roma. Non ci furono altri attacchi all’Urbe, ma nell’Italia meridionale la situazione rimase critica.

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Ormai tutti si erano accorti che il “Fronte Sud” della Cristianità era il più vulnerabile. Più di un capetto mussulmano cominciò a pensare che, forse, un esercito saraceno avrebbe potuto risalire la penisola italiana, passare nei Balcani, e infine prendere Costantinopoli alle spalle! Forse ci hanno pensato anche i bizantini, che non riuscivano neanche a difendere la Sicilia. In ogni caso tra gli arabi si era ormai sparsa la voce che in Italia si poteva fare un ricco e facile bottino. In Sicilia e in Puglia arrivarono avventurieri dalla Tunisia, dal Marocco, persino dall’Andalusia… Sì, anche dalla Spagna, dove il Fronte Ovest era bloccato. Anzi i Mori avevano anche fatto qualche piccolo passo indietro.

3. Il Fronte Ovest: dalla Catalogna alla Galizia Nel 759, Abd al-Rahman, di madre berbera ma (presunto) discendente degli Omhayadi, fondò a Cordova un emirato indipendente. Nel 929 l’emiro di Cordova Abd al-Rahman III, prese addirittura il titolo di califfo. Sulla grandezza, sullo splendore delle arti e delle scienze nella Spagna araba sono stati versati i classici fiumi d’inchiostro dai mussulmani, e anche da molti laici e cristiani. Non voglio entrare nel merito dell’esattezza o meno di queste storie. Mi limito a citare una frase di Glandi: Un popolo preferisce essere mal governato dai suoi conterranei che essere ben governato dagli stranieri. Se questo era vero per gli Indiani nei confronti degli Inglesi (o per gli Algerini nei confronti dei Francesi), era anche giusto, e sacrosanto, per gli Spagnoli (e i Siciliani) nei confronti degli Arabi. I Mori, per gli Spagnoli, erano, e sono, degli stranieri: diversi per razza, cultura e religione. Col tempo tutti se ne resero conto, e cominciò la lotta, lunga e sanguinosa, tra Mori e Cristiani. Ma non subito. Nel secolo ottavo i cristiani spagnoli erano ancora divisi, e indecisi. Dopo la salita al potere di Abd al-Rahman, non tutti i Mori accettarono la sua autorità. Alcuni capi locali si dichiararono fedeli al califfo di Baghdad. Altri cercarono di approfittare dell’occasione per rendersi indipendenti. Nel 778 il governatore di Saragozza, Ibn al Arabi, e quello di Barcellona, Solimano, si ribellarono all’emiro di Cordova. Prima d’essere sopraffati, chiesero

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aiuto a un re cristiano: Carlo Magno. Una volta tanto i cristiani potevano approfittare delle divisioni dei mussulmani, e non viceversa! Carlo Magno aveva da poco occupato l’Italia longobarda, con l’appoggio della popolazione latina. Aveva buoni motivi di ritenere in Spagna le cose gli sarebbero andate altrettanto bene. Non fu così. L’esercito dei franchi non partì pensando a una crociata. Attaccando le città spagnole, non fecero differenza tra cristiani (la grandissima maggioranza) e mussulmani. La prima città importante che incontrarono i Franchi fu Pamplona: fu rasa al suolo! Poi l’esercito franco marciò su Saragozza. Carlo Magno si aspettava l’aiuto del “suo alleato” Ibn al Arabi, ma la città gli chiuse le porte. Anche da Barcellona arrivarono cattive notizie: Solimano aveva cambiato alleato, ed era passato dalla parte dell’emiro di Cordova. Quanto al popolo spagnolo... La gente comune evita di prendere posizione tra due contendenti. Se è costretta a farlo, di solito, si schiera con chi ritiene il più forte. Carlo Magno non si era dimostrato più forte, e neanche, più magnanimo dei berberi di Abd al-Rahman. Gli abitanti di Pamplona potevano testimoniarlo! Carlo Magno era cristiano, ma anche lui era uno straniero. Per giunta si era alleato con due capi mussulmani che non erano affatto graditi alla popolazione spagnola. In conclusione, in Spagna, i Mori resistettero, e la popolazione locale non si ribellò. Carlo Magno era ancora bloccato davanti a Saragozza quando gli giunsero notizie di rivolte in Germania. L’esercito franco fece dietro-front e passò i Pirenei, a Roncisvalle. La battaglia di Roncisvalle è entrata nella leggenda. Tecnicamente fu un agguato dei Mori, con l’appoggio dei montanari baschi, alla retroguardia dell’esercito franco. Nella battaglia fu ucciso il margravio Roland di Bretagna, diventato poi, nei poemi che seguirono, il prode Orlando! Per i posteri Roncisvalle è diventata, come Poitiers, un simbolo dell’eterna lotta tra Cristianesimo e Islam. Recentemente i nazionalisti baschi hanno rivendicato al loro popolo il merito di quella vittoria, contro gli invasori francesi. Che i baschi, allora, hanno collaborato con i mussulmani è sicuro. Forse lo hanno fatto anche recentemente. La strage di Madrid dell’11 marzo 2004, all’inizio, fu attribuita, proprio ai baschi. Adesso sappiamo che quella strage è stata opera di terroristi mussulmani, ma in passato l’ETA ha ufficialmente rivendicato molti altri attentati sanguinosi. Non è impossibile che alcuni baschi abbiano fornito ai terroristi mussulmani almeno un appoggio logistico. Sarà mai possibile dimostrarlo? Torniamo alla fine del secolo ottavo.

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Dopo Roncisvalle Carlo Magno non tornò più in Spagna, ma il suo esercito si! Nel 796, alla morte dell’emiro Hisham I, si aprì la lotta di successione in Spagna. Uno dei contendenti chiese aiuto a Carlo Magno. Il re stavolta evitò di impegnarsi direttamente, ma consentì al duca Guglielmo di Tolosa, di attaccare la Catalogna. Stavolta la spedizione francese fu un successo, e Barcellona fu conquistata. La Catalogna fu in seguito incorporata nel Regno d’Aragona, che continuò per secoli la guerra contro i Mori. Oggi i catalani hanno una larga autonomia, nel regno di Spagna. Qualcuno di loro vorrebbe ancora la completa indipendenza, ma nessuno rimpiange la dominazione araba. Lo scrivente ha sentito una guida catalana affermare con orgoglio: In Andalusia gli Arabi ci sono stati più di 700 anni. In Catalogna solo 80 anni! Gli abitanti delle Asturie possono invece rivendicare che, da loro, gli Arabi sono stati sempre respinti! Al tempo di Carlo Magno, il re delle Asturie era Alfonso, uno degli ultimi re Visigoti. Alfonso era un fervente cattolico e cercò di fare un’alleanza con Carlo Magno in nome della cristianità. Non ci riuscì. I nobili gli si ribellarono, ma il popolo fu dalla sua parte e lo rimise sul trono. Poi anche un santo l’aiutò. Nella località oggi nota come Santiago di Campostela (in Galizia) alcuni contadini videro delle stelle che scendevano dal cielo, poi chiarori e lampi: assomigliavano a degli angeli! La mattina dopo, in quel campo dove erano scese le stelle (campo di stelle = Campostela) fu trovato il corpo di uno sconosciuto vestito come un santo, con ricchi paramenti. Qualcuno disse che era il Santo Apostolo Giacomo. Ma com’era arrivato S. Giacomo in Galizia? Poco importava. Tutti gridarono al miracolo. Miracolo quanto mai opportuno! Se non c’era bisognava inventarlo. Forse qualcuno l’ha fatto. E anche se fosse? Gli spagnoli avevano bisogno di un simbolo per la loro lotta, meglio se una reliquia. Re Alfonso fece costruire il Santuario di Santiago di Campostela. Da allora, Santiago, a cui fu dato il titolo di “Matamoros”, guidò gli Spagnoli contro i musulmani. Il regno d’Alfonso, nei due secoli successivi, s’ingrandì, annettendo alle Asturie, Galizia e Leon. Poi fu occupata anche una regione al centro della Spagna che gli spagnoli riempirono di castelli, dandole il nome di “Castiglia”. La Castiglia si estese poco alla volta a spese degli arabi, fino a imporre il suo nome al nuovo regno.

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Intorno all’anno mille, in Spagna, oltre al regno di Castiglia (con Asturie, Galizia e Leon) c’erano il regno di Navarra, e il regno d’Aragona (con Barcellona). Gli stati cristiani talvolta lottavano fra loro, ma spesso combattevano, con successo, contro i piccoli emirati in cui si era diviso il Califfato di Cordova. Al Santuario di Santiago di Campostela arrivavano pellegrini, e volontari. La "Reconquista" era cominciata!

4. Il Fronte Est: da Creta a Costantinopoli Durante il periodo degli Abassidi, le guerre tra Arabi e Bizantini continuarono. Molte città dell’Egeo vennero più volte saccheggiate, conquistate, riconquistate. Creta rimase a lungo non solo mussulmana, ma anche un covo di pirati, e di mercanti di schiavi. Rodi e Cipro furono più volte conquistate e saccheggiate. Persino i monasteri del Monte Athos furono “visitati”. Una volta gli Arabi si affacciarono anche sul Bosforo, quando, per la prima volta nella storia dell’impero bizantino, si trovò al potere una donna, la principessa Irene. Irene fu costretta a pagare la pace con gli Arabi con denaro contante. Ma erano soprattutto i soldi che i califfi di Baghdad volevano. Vale la pena di riferire che Irene ebbe un’interessante proposta di matrimonio. Non dal califfo, naturalmente, ma da un altro imperatore: Carlo Magno. Per i bizantini sarà parsa una “proposta indecente”, ma molti, almeno in occidente, sperarono veramente che si potesse realizzare il sogno di una cristianità finalmente unita, con un unico imperatore. A partire dal nono secolo, greci e latini si trovarono in disaccordo anche sulla religione. Costantinopoli non era più disposta a riconoscere, neanche solo teoricamente, il primato spirituale di Roma. Soprattutto dopo che il papa aveva consacrato imperatore un barbaro che si faceva chiamare romano! Una prima crisi ci fu già nell’863, quando il patriarca Fozio sfidò apertamente il vescovo di Roma. Volarono scomuniche…poi, stranamente, tornò la calma. Non ci furono spiegazioni, scuse o ritrattazioni: semplicemente Roma e Costantinopoli misero da parte i contrasti. Probabilmente le due Chiese preferirono evitare la rottura, in un momento in cui, cristiani dell’est e dell’ovest lottavano ancora, insieme, contro l’Islam. La guerra divampava soprattutto nell’Italia meridionale e in Sicilia. E i bizantini erano in piena crisi!

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5. Ancora Fronte Sud: le due Sicilie Correva l’anno 878. Proviamo a immaginare un messaggero bizantino che giunge trafelato a corte. Viene ricevuto dall’imperatore, e dice che ha due notizie dall’Italia: una buona e una cattiva! Naturalmente non è andata così, ma i fatti erano questi. La notizia buona era che gli Arabi erano stati finalmente cacciati da Bari e da Taranto. Dopo trent’anni di guerra, la Puglia era tornata una provincia bizantina. La notizia cattiva era che, in Sicilia, Siracusa, era stata conquistata dagli Arabi, dopo decine d’anni d’assedio. I Siracusani avevano resistito valorosamente fino all’ultimo, ma infine i Mussulmani erano dilagati nelle strade, e nelle chiese, massacrando uomini, donne e bambini. Settanta prodi resistettero fino all’ultimo in una torre: quando alla fine si arresero, furono tutti massacrati. Tra di loro, uno dei più valorosi era stato un certo Niceta da Tarso: lo scorticarono vivo, gli trafissero il petto con numerosi colpi di lancia e, strappatogli il cuore, lo dilaniarono. Gli altri uomini validi furono portati schiavi a Palermo. Ai bizantini, in Sicilia, era rimasta solo la città di Taormina. Cadde nel 902. Questa volta non furono fatti prigionieri. I difensori furono massacrati: tutti! Per conquistare completamente la Sicilia, i Saraceni hanno impiegato circa 80 anni. Per occupare la Spagna, i Mori ci avevano impiegato molto di meno, ma non per questo i bizantini avevano motivo d’essere orgogliosi. La lunga resistenza dei siciliani dimostra che “nonostante tutto” almeno una parte della popolazione ha combattuto eroicamente contro l'invasore: l’eco della lunga lotta contro i saraceni rimane ancora nella tradizione dell’isola, e anche nei “pupi siciliani”. Per vincere, i siciliani avevano bisogno di un esercito più agguerrito, e di un re più deciso del sovrano bizantino. Lo trovarono solo cento anni più tardi. La lotta tra Arabi e bizantini continuò in Calabria, che i bizantini ribattezzarono Sicilia Cismarina. Molti si saranno domandati qual era la seconda Sicilia del borbonico “Regno delle due Sicilie”. Era propria questa. Il nome, inventato dai bizantini, era rimasto nelle carte dei Borboni. Poco mancò che i bizantini perdessero anche la "seconda Sicilia". Reggio fu occupata, i suoi cittadini furono fatti schiavi. Gli arabi arrivarono fino a Cosenza! Fortunatamente, l'emiro Ibrahim fu preso da un malore e morì sul posto. I suoi uomini preferirono tornare in Sicilia: quella vera! Dalla Sicilia, e dall’Africa, le scorrerie dei Saraceni continuarono. Furono occupate anche la Sardegna e la Corsica.

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In Francia, nell’889, i Saraceni misero una base a Frassineto, sul golfo di St Tropez. Ci rimasero quasi cent’anni. Da Frassineto partirono le scorrerie verso la Francia (compresa l'abbazia di Cluny!) e l’Italia settentrionale. Nell’Italia meridionale (ancora divisa in tanti piccoli stati semi- indipendenti) i saraceni continuarono a fare razzie e a riempire i mercati di schiavi. Poi arrivarono gli uomini del nord, i Normanni! E la musica cominciò a cambiare!

6. Lo scisma d’Oriente Alla fine del decimo secolo, i Bizantini cominciarono a sperare di poter recuperare a oriente quello che avevano perso a occidente. Le crisi e le divisioni del sultanato Abasside permisero all’esercito e alla flotta di Costantinopoli di vincere qualche battaglia. Gli arabi fecero qualche passo indietro. Nel 961 fu riconquistata Creta. Nel 969, dopo tre secoli, i Bizantini ripresero anche Antiochia. Era una vittoria effimera, ma i bizantini non lo sapevano. Intanto le divisioni tra cristiani d’oriente e d’occidente erano ancora aumentate, dopo che, nell’Italia meridionale, anche le città pugliesi, con l’appoggio dei soldati normanni, si erano staccate da Costantinopoli. Ai bizantini, in Italia, era rimasta solo la Calabria. Persi i possedimenti italiani, che motivo c’era di mantenere buoni rapporti con Roma? La rottura definitiva tra Roma e Costantinopoli avvenne solo nel 1054. In quell’anno il papa era Leone IX, il patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario. Il pretesto fu un cavillo teologico, il più ostico dei “bizantinismi”. Non erano bastate le interminabili discussioni sulla natura di Cristo. Si era cominciato a litigare anche sullo Spirito Santo! La formula latina originale del Credo di Nicea diceva che lo Spirito Santo procedeva “dal Padre”. Alcuni aggiungevano “attraverso il Figlio” (Patre per Filium procedit). Che cosa vuol dire? Non lo so. Nessuno lo sa veramente! Al tempo di Carlo Magno cominciò a essere usata una forma leggermente diversa: lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio (Patre Filioque procedit). Che differenza c’è? Non lo so, ma a Oriente e Occidente si è discusso per secoli su questo cavillo. I bizantini, che avevano sempre sostenuto che lo Spirito Santo procedeva solo dal Padre, proclamarono che l’aggiunta Filioque non solo era inaccettabile, ma addirittura eretica. Probabilmente, a Costantinopoli, cercavano la lite. Volevano rompere con l’Occidente, ma non ammettere che la discordia era soprattutto sulla supremazia del vescovo di Roma: problema politico più che religioso. Stavolta la

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rottura fu definitiva. Papa e Arcivescovo di Costantinopoli si scomunicarono reciprocamente. I papi che seguirono cercarono invano di ricomporre quello che fu chiamato lo Scisma d’Oriente. Più di tutti Gregorio VII, che, dopo avere umiliato l’imperatore tedesco Enrico IV a Canossa, sperava di fare accettare, la sua supremazia, almeno spirituale, anche in Oriente. Gregorio VII trovò a Costantinopoli orecchie più attente perché, nel 1071 in Oriente erano cambiate molte cose… praticamente tutto!

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Capitolo IV Jihad a Est - Controffensiva cristiana a ovest (A.D. 1055-1095) 1. I Turchi Nel 1055, i Turchi entrano nella storia, come protagonisti. I Turchi Selgheucidi erano uno dei tanti popoli nomadi dell’Asia Centrale. Vivevano alla periferia del califfato di Baghdad ma si erano da qualche tempo islamizzati, e come i barbari al tempo dell’impero romano, si erano insinuati tra le truppe del califfato. Il califfo Al-Qa-Im, per liberarsi del rivale Basasiri, li chiamò a Baghdad. Il loro capo Toghrull Beg si fece nominare Sultano, e assunse i pieni poteri. Il califfo restò al suo posto, ma sotto la “tutela” del Sultano. È la fine della supremazia araba: adesso l’occidente dovrà vedersela con i Turchi. Negli anni successivi i Turchi si spostarono verso ovest. Nel 1064 fu occupata l’Armenia. Gli Armeni erano stati tra i primi a convertirsi al Cristianesimo, ed erano rimasti cristiani anche durante la dominazione araba. Rimarranno sempre cristiani, ma pagheranno un prezzo altissimo: saranno quasi sterminati! L’ultimo massacro d’Armeni è avvenuto all’inizio del ventesimo secolo. Ancora oggi gli abitanti della piccola repubblica (ex-sovietica) dell’Armenia lottano con i turchi dell’Azerbagian. Ma torniamo all’undicesimo secolo! Nel 1070 i turchi occuparono Gerusalemme, togliendola al regno egiziano dei Fatimiti, mussulmani sciiti che si dicevano discendenti di Fatima, figlia di Maometto. A Gerusalemme c’era ancora una piccola comunità cristiana. Gli arabi “tolleravano” la presenza del Patriarca di Gerusalemme e delle chiese cristiane, perché attiravano pellegrini, che erano regolarmente spremuti e, spesso, derubati di tutto. Con l’arrivo dei Turchi, più integralisti, i soprusi contro i cristiani aumentarono notevolmente. In occidente giunsero voci di centinaia di pellegrini sgozzati, di una badessa violentata, del Patriarca deriso e tirato per la barba… Gli storici filoislamici non negano questi fatti, ma ne minimizzano l’importanza. Dicono che, a quei tempi, questi episodi erano normali! Purtroppo è vero! Come oggi è normale che in nome dell’Islam siano rapiti, umiliati, e uccisi, uomini e donne colpevoli solo d’essere “infedeli”, e siano ammazzati a casaccio uomini, donne e bambini! Bisogna però ammettere che, nel 1070, le ultime chiese cristiane non furono chiuse, e alcuni cristiani non furono am-

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mazzati. Questo è il massimo della tolleranza che dai turchi ci si poteva aspettare! Intanto, dall’Armenia, i turchi avanzavano nel cuore di quella che allora si chiamava Asia Minore. I bizantini misero in insieme, in fretta e furia, un esercito di mercenari (mal pagati) e tentarono una controffensiva. Lo scontro decisivo avvenne nel 1071 a Manzicerta, nei pressi del lago di Van. Il Basileus Romano Diogene fu sconfitto e fatto prigioniero. I Turchi occuparono tutta l’Asia Minore. Non se ne andranno più! Gli invasori prenderanno, a poco a poco, il posto di greci e armeni. La pulizia etnica sarà completata all’inizio del ventesimo secolo, quando l’Asia Minore diventerà ufficialmente Turchia. Ormai l’Impero Romano d’Oriente aveva cessato di esistere. Persa l’Asia minore, persi i possedimenti Italiani, restavano sotto l’autorità del Basileus solo la Grecia e la Tracia orientale, e anche lì c’erano rivolte e invasioni! Nel 1079 salì al trono Alessio Comneno che con autorità e diplomazia riuscì a salvare il salvabile. Alessio prese anche contatti con papa Gregorio VII che cercava di convincerlo a fare cessare lo scisma. Alessio diplomaticamente fece capire che se il papa lo aiutava contro i Turchi forse… Gregorio VII cominciò a pensare a una “guerra santa”. Forse non portò avanti il progetto solo perché prima doveva risolvere altri problemi, con l’imperatore Enrico IV.

2. Il Sacro Romano Impero Dopo la morte di Ludovico, figlio di Carlo Magno, il Sacro Romano Impero si era diviso in tre regni: Francia, Germania, Italia. Ogni regno era a sua volta diviso in una miriade di marchesati e contee. Intorno all’anno mille, il re di Francia controllava, di fatto, solo Parigi e le zone limitrofe. Solo nei secoli successivi, i re estesero il loro “potere reale”, sottomettendo, poco alla volta, i loro feudatari. In Germania, invece, i feudatari divennero ogni anno più potenti, e sempre più riottosi a obbedire al loro re, che anzi si faceva chiamare Imperatore. Dal tempo di Ottone I, il re di Germania era anche re d’Italia, e si faceva incoronare dal papa “Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico”. L’Impero era ancora “Romano”, perché romana era la cultura dominante. In un certo senso, l’Impero era anche “Sacro”, perché l’imperatore era incoronato dal papa, e molti dei suoi vassalli erano anche vescovi.

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A quell’epoca, religione e politica erano talmente mescolate che poteri temporali e spirituali di papi e vescovi s’intrecciavano continuamente tra loro. Per difendere la propria autorità spirituale, il papa fu spesso costretto a difendere “a spada tratta” anche il proprio potere temporale. Siccome i vescovi erano anche “conti” (vassalli dell’imperatore), Enrico IV pretendeva di nominare tutti i vescovi. Papa Gregorio VII, naturalmente, non era d’accordo. Questa è stata, in poche parole, la ragione di quella che poi è stata chiamata la “Lotta per le Investiture”. Le lotte tra papi e imperatori non erano proprio “Guerre sante”, anche se, talvolta, il papa scomunicava un imperatore, e un imperatore pretendeva di deporre il papa. In ogni caso non erano guerre di religione: erano lotte per il potere, che hanno portato alla dolorosa nascita della civiltà europea moderna, in cui Chiesa e Stato sono finalmente divisi. Questo traguardo l’Islam non l’ha ancora raggiunto. Recentemente, uno dei tanti “ulema” iracheni ha confidato, candidamente, a un giornalista italiano: Mica vorrete che l’Irak diventi come l’Italia… dove il papa non conta più niente! Tornando all’undicesimo secolo, Gregorio VII fu un grande papa, che riformò la Chiesa, e la rese indipendente dal potere politico dell’imperatore. Alcuni suoi successori vollero fare di più. Vollero comportarsi essi stessi come imperatori, recando danno a impero e Chiesa. Ma questo avvenne molto più tardi… Nella sua lotta con Enrico IV, Gregorio VII ebbe uno scomodo alleato: un Normanno, che da comandante di un esercito mercenario era stato capace di diventare il capo di un nuovo stato, in Italia meridionale, sconfiggendo arabi e bizantini, papi e imperatori. Era valoroso e astuto. È passato alla storia come Roberto il Guiscardo!

3. I Normanni Gli Uomini del Nord, quando erano in Scandinavia, venivano chiamati Vichinghi. Allora erano “pagani” (i loro dei principali erano Thor e Odino) e feroci pirati. Sin dal tempo di Carlo Magno facevano incursioni contro l’Europa cristiana, e anche contro la Spagna mussulmana. Quando, finalmente, si convertirono al cristianesimo, il re di Francia permise che s’installassero nella regione che ora si chiama Normandia. Dalla Normandia partì Guglielmo il Conquistatore nel 966. Guglielmo fu l’ultimo, nella storia moderna, a invadere con successo l’Inghilterra, e a diventarne re.

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Dalla Normandia partirono anche molti soldati per l’Italia meridionale: vennero come mercenari al servizio di bizantini, longobardi, e delle città autonome del Sud. Roberto d’Altavilla, era sceso in Italia con cinque cavalli e trenta fanti. Suo padre e i suoi zii avevano combattuto prima per i bizantini, poi per ribelli di Bari, infine per se stessi. Molti degli Altavilla morirono giovani, lasciando il campo libero a Roberto, che per molto tempo era vissuto di brigantaggio, guadagnandosi il nome di “Guiscardo”: l’astuto. Nel 1057 Roberto il Guiscardo fu acclamato dai soldati normanni duca di Puglia e di Calabria. Dalla Calabria Roberto, col fratello Ruggero, si preparò a invadere la Sicilia. La Sicilia araba non fu mai l’isola felice che gli storici filoislamici ancora decantano. Nei quasi duecento anni di occupazione araba l’isola fu spesso devastata da lotte gli tra arabi siciliani e gli arabi tunisini, oltre alle normali lotte interne per il potere. Nel 1061 l’emiro Ibn-Thimna chiamò in aiuto, contro i suoi rivali, proprio i Normanni. Roberto non si fece pregare e passò lo stretto. Nel 1063 cadde Palermo. Nel 1091 tutta la Sicilia fu conquistata, e anche Malta, dove gli schiavi cristiani furono liberati. Finì così la “grande civiltà arabo-sicula”, tanto rimpianta dagli esuli arabi respinti in Africa (comprensibile!) e dai laici moderni (assurdo!). Forse il dominio arabo non è stato peggiore di quello bizantino. Forse veramente gli arabi apportarono qualche miglioramento tecnico all’agricoltura. Ma quanto al resto… Adesso il turista che gira per Palermo vede la chiesa di S. Giovanni degli Eremiti con le sue cupole rosse che fanno pensare all’oriente, ma è stata costruita, quasi tutta, dopo la conquista normanna. C’è poi il Palazzo dei Normanni (ex Alcazar), ma anche questo palazzo è stato completamente ricostruito da Normanni e Svevi. La sua attrazione principale è la Cappella Palatina, con i suoi mosaici dorati, che con la tradizione artistica islamica non hanno proprio niente a che fare! La Palermo che vediamo è quella dei Normanni. Fu quello il periodo d’oro della Sicilia, quando per la prima (e unica) volta nella sua storia, l’isola si trovò ad avere un suo re: straniero di nascita, ma fondatore di una dinastia, completamente indipendente dalle altre dinastie europee! Certo se i Normanni scelsero Palermo come capitale del loro regno (e non Salerno, Napoli o Bari) una ragione ci doveva essere, ma sicuramente i conquistatori migliorarono la città che gli Arabi avevano lasciato.

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Chi adesso gira per le strade di Algeri e Orano riconosce ancora le opere che hanno lasciato i francesi: i grandi viali, le palazzine stile liberty, i caffè, i teatri... ma tutto è spesso in fase di degrado. Un francese guarda questi i resti della colonizzazione, con comprensibile rimpianto. Non per questo dico che gli Algerini hanno fatto male a mandare via gli invasori francesi con un calcio nel sedere. Era un loro sacrosanto diritto! Così com’era diritto dei Siciliani, (e poi degli Spagnoli!) di rimandare in Africa gli invasori arabi e berberi. Dovrebbe essere evidente per tutti. Almeno per quelli tengono alla loro religione, alla loro cultura e (perché no?) alla patria! Roberto il Guiscardo, nel 1077, conquistò anche Salerno. Poi sottomise Amalfi, e il resto dell’Italia meridionale. Alla fine, Roberto trovò un accordo anche col papa. Il Guiscardo lasciò al pontefice Benevento, e il papa gli lasciò il resto del Sud, teoricamente come suo vassallo. Quando Gregorio VII fu assediato da Enrico IV a Castel S. Angelo, fu il Guiscardo a venirlo a salvare. Il papa morì a Salerno nel 1085, ospite del suo protettore. Roberto il Guiscardo avrebbe potuto continuare la lotta contro i mussulmani in Africa, ma preferì rivolgersi a Oriente, invadendo la Grecia. Forse Roberto voleva addirittura arrivare a Costantinopoli. In ogni caso non ci riuscì. Morì, forse di peste, nel 1085. A Costantinopoli ci arrivò, nel 1097, suo figlio Boemondo… ma con un esercito di Crociati!

4. La Spagna Nel 1056 Ferdinando I era diventato re di Castiglia. Il suo regno si era poi diviso, per riunirsi infine di nuovo sotto il re Alfonso VI (detto il valoroso). Nel 1086, re Alfonso s’impadronì di Toledo. Anche la regione di Toledo si riempì di castelli, diventando la Nuova Castiglia, il centro di quello che poi divenne il regno di Spagna. Sotto Alfonso VI, visse Rodrigo Díaz de Vivar, chiamato El Campeador (il campione) dai cristiani, ed El Cid (il signore) dagli arabi. El Cid fu un nobile valoroso che seppe guadagnarsi il rispetto dei suoi nemici e l’incondizionata fedeltà dei suoi amici. Forse era diventato troppo importante per il re Alfonso VI, che poi lo fece esiliare. Nella sua avanzata verso sud, il re di Spagna aveva occupato anche il nord dell’attuale Portogallo. Nel 1094, Alfonso VI donò al francese Enrico di Borgo-

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gna le contee di Porto e di Coimbra. Presto il Portogallo diventerà un regno indipendente, che avrà un ruolo importante, nelle future “guerre sante” cristiane. Dopo la conquista di Toledo sembrava che per i Mori, in Spagna, fosse finita. Lo temettero anche i capi dei tre regni mussulmani spagnoli, che chiamarono in aiuto i loro fratelli berberi del Marocco (guidati dagli Almoravidi). Naturalmente “i fratelli” non si fecero pregare. L’emiro Yusuf sbarcò in Spagna e sconfisse Alfonso in battaglia, a Zalaca. Pensavano veramente, i Mori di Spagna, che gli Almoravidi sarebbero tornati a casa loro dopo la vittoria? Naturalmente i nuovi arrivati rimasero, e occuparono tutta la Spagna ancora mussulmana. Nel 1090 Omar, uno degli ultimi arrivati, occupò Granada. La città rimarrà mussulmana fino al 1492! Metà della Spagna era tornata cristiana, ma la Reconquista aveva subito un arresto. Alla fine del secolo undicesimo, i cristiani spagnoli, temprati da tante battaglie, erano ansiosi di ributtare il nemico in Africa, ma contro gli Almoravidi capivano che sarebbe stata dura. Poi dalla Francia arrivò la notizia della Crociata…

5. Verso la Guerra Santa Nel 1088, fu eletto papa un francese, Ottone di Chatillon, che prese il nome di Urbano II. Il primo compito del nuovo papa fu la continuazione della lotta con Enrico IV, e l’antipapa che l’imperatore aveva nominato. Nel 1092, Enrico IV, tradito anche dalla moglie e dal figlio, fu sconfitto dalla coalizione promossa dal papa, sotto il castello di Matilde di Canossa. Nel 1094, Urbano II fece il suo ingresso trionfale a Roma, dopo la fuga dell’antipapa. Imperatore e antipapa non erano stati ancora definitivamente sconfitti, ma il papa pensava già al vecchio progetto di Gregorio VII: una guerra che unisse tutti i cristiani contro il nemico comune islamico. Urbano dirà poi: È ora che i cristiani la smettano di trucidarsi fra loro… poveri e ricchi devono egualmente prepararsi per una guerra giusta! Già nel 1088, Urbano aveva preso contatti col Basileus Alessio. Costantinopoli non correva più pericolo immediato, ma la situazione era sempre critica. Il sultanato turco si era diviso in tanti piccoli stati: uno di questi, il più pericoloso, aveva per capitale Nicea, a due passi dalla capitale bizantina. Nel 1095, Urbano convocò a Piacenza un concilio, per trattare varie questioni di disciplina ecclesiastica. A sorpresa si presentarono dei legati dell'imperatore A-

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lessio, per chiedere aiuto al Papa, e a tutto l'Occidente cristiano, contro i Turchi Selgiuchidi, che trattavano atrocemente i fedeli di Cristo e minacciavano di distruggere quanto restava dell'impero greco. Urbano non chiedeva di meglio, ma aveva bisogno di alleati. Li trovò soprattutto in Francia. Re Filippo non poteva prendere la guida di nessuna crociata, perché era stato appena scomunicato (per bigamia!), c’erano tanti altri nobili, più che disponibili! Sappiamo che il papa parlò direttamente con Raimondo di Saint-Gilles, conte di Tolosa, che aveva già partecipato alle lotte contro i mussulmani in Spagna. Forse inviati del papa presero contatto anche con altri nobili, in particolare Goffredo di Buglione, duca di Lorena. Goffredo era "Prode nelle armi e chiaro per senno", (come scrisse il Tasso) e, sembra, anche sinceramente devoto. Per riuscire ad armare il suo esercito crociato impegnò perfino una parte dei suoi beni! Urbano convocò un altro concilio, a Clermont Ferrand. All’ordine del giorno, c’erano alcune questioni ecclesiastiche, la scomunica del re di Francia, ”varie ed eventuali”. L’ultimo giorno del concilio, Urbano uscì allo scoperto e, a sorpresa, lanciò tuoni e fulmini contro l’Islam: “V’induco, anzi non sono io a farlo, ma è Dio che lo vuole, a persuadervi con incitamenti come banditori di Cristo, tutti, di qualsiasi ordine, cavalieri e fanti, ricchi e poveri, affinché accorriate a sovvenire ai cristiani per cacciare dalle nostre terre quella razza maligna". Ma non basta! Il papa aggiunge: Io lo dico ai presenti e lo comando agli assenti, ma è Dio che lo vuole, per tutti quelli che si metteranno in viaggio, se morissero lungo la strada o durante la traversata, in battaglia contro gli infedeli, vi sarà un’automatica remissione dei peccati… Il discorso del papa fu accolto con un entusiasmo che superò ogni previsione. Tutti acclamarono: Deus vult!…Deus le volt!…Dio lo vuole! Il concilio decretò che chiunque prendesse la croce (cioè avesse cucito sulla sopravveste una croce di stoffa rossa) doveva far voto di andare a Gerusalemme. Se

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poi non fosse partito, o fosse tornato indietro troppo presto, sarebbe stato scomunicato. Era la “guerra santa” cristiana: la Crociata! La data della partenza dei soldati fu fissata per il 15 agosto 1096, da Costantinopoli...

6. Una riunione che non c’è mai stata Prima di prendere la sua decisione, il papa ha sicuramente valutato il pro e il contro, sentito i suoi collaboratori, i vescovi più importanti … Naturalmente nell’anno mille non c’erano i mezzi di comunicazione di adesso: niente telefono, e-mail e fax. Anche i viaggi erano lunghi e pericolosi. Sarebbe stato impossibile indire una riunione con tutte le persone interessate… ma proviamo a immaginarlo! Immaginiamo papa Urbano II, cardinali, vescovi e patriarchi seduti intorno ad un moderno tavolo di riunione, magari con un monsignore che prende appunti sul suo computer portatile! Il papa prende la parola, e comunica che vuole indire la Crociata… Naturalmente anche allora c’erano i “falchi” e le “colombe”. Tra i “falchi” ci sono molti vescovi della Spagna, della Francia e della Germania. Gli spagnoli fanno presente le ultime vittorie cristiane, sotto la guida di Santiago, il Matamoros. Bisogna dare un colpo mortale agli infedeli, avanzare fino in Palestina! Tedeschi e francesi fanno notare che nel nord ci sono troppi cavalieri con tanta voglia di combattere e niente terre. Rischiano di scannarsi tra loro, oppure appoggiare l’imperatore germanico contro il papa. Non è meglio che combattano per la difesa della fede? Tra le “colombe” ci sono i patriarchi d’Antiochia e Gerusalemme. Ricordano al papa la massima evangelica: Se ti danno uno schiaffo, porgi l’altra guancia! I patriarchi fanno presente che la condizione dei cristiani in Siria e Palestina è già abbastanza grama. Se un esercito crociato arriva davvero in vista di Gerusalemme, rischiano di essere ammazzati tutti quanti! Meglio cercare, per l’ennesima volta, un compromesso. Con gli arabi, un modo di sopravvivere l’avevano trovato. Anche i turchi, prima o poi, si calmeranno… Davanti all’esplicito richiamo della parola di Cristo il papa ha un attimo d’esitazione. Guarda il patriarca di Gerusalemme, più volte umiliato, ma ancora

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pronto a perdonare, per salvare il suo gregge. Ma è giusto che i cristiani, con i mussulmani, si comportino sempre come pecore? Il papa ripensa a quando gli Arabi hanno saccheggiato S. Pietro, agli sfregi sulla tomba dell’apostolo. Ripensa ai massacri dei Saraceni, ai bambini venduti come schiavi, indottrinati all‘Islam e poi mandati a combattere contro i loro fratelli! Ripensa anche a quando gli arabi avanzavano in Calabria. Il papa di allora aveva implorato l’emiro Ibrahim di fermarsi. L’emiro, sprezzante, aveva risposto che sarebbe andato avanti fino a Roma, fino a Costantinopoli! Adesso i Turchi sono a due passi da Costantinopoli: fino a dove possono arrivare? Il patriarca d’Antiochia vede il papa esitare. Lo scongiura di rimandare, almeno, la Crociata. Lo invita ad avere pazienza! Il papa batte un pugno sul tavolo: Abbiamo pazientato 400 anni. Adesso basta!

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Capitolo V La Prima Crociata (A.D. 1095-1100) 1. Dio lo voleva? Tutti gridavano:

Deus vult!... Deus le volt!... Dio lo vuole!

Ma era vero? Nessuno avrà mai avuto il coraggio di fare a papa Urbano questa domanda. Qualcuno però potrebbe avergli ricordato (nella forma più rispettosa possibile) che Cristo (a differenza di Maometto!) non solo non aveva mai incitato i suoi fedeli a qualunque tipo di guerra santa, ma aveva detto esattamente il contrario: Ama il tuo nemico! Questo messaggio, in verità, la stragrande maggioranza dei Cristiani non l’ha ma rispettato, ma non l’ha nemmeno respinto. Se il nemico non vuole farsi amare, se cerca di sopraffarti, che bisogna fare? Qualche santo ha preso il messaggio evangelico alla lettera: ha porto l’altra guancia, ed è andato sorridendo incontro al martirio. È opinione diffusa che si può essere buoni cristiani senza diventare santi e martiri, ma l’esempio dei santi e dei martiri ha sempre condizionato il comportamento dei credenti. Nella natura umana c’è una forte aggressività di fondo: fa parte dell’istinto di conservazione! Le religioni normalmente cercano di neutralizzarne gli effetti. Perfino Maometto ha cercato di mettere dei limiti all’”esuberanza” dei suoi compatrioti. Non potendo (e non volendo!) impedirgli di fare la guerra, ha incanalato i loro istinti bellicosi verso la Jihad. Quattro secoli dopo papa Urbano ha cercato di fare la stessa cosa: ” V’induco… cavalieri e fanti, ricchi e poveri, affinché accorriate a sovvenire ai cristiani per cacciare dalle nostre terre quella razza maligna". Questo non era il linguaggio di Cristo, ma, almeno all’inizio, piacque a tanti. Piacque soprattutto a quelli che, fino a poco tempo prima, avevano dovuto sopportare, con cristiana rassegnazione, povertà e frustrazioni varie. Ora avevano trovato un bel nemico da combattere, con la benedizione del papa e del re! Deus le volt?

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Lo volevano il papa, i re…e soprattutto loro stessi! In conclusione, una guerra di tutte le nazioni cristiane contro l’Islam poteva essere politicamente giustificabile, in quel particolare momento storico. Un aiuto ai bizantini per riconquistare l’Asia Minore, e allontanare il pericolo turco dall’Europa, era non solo opportuno, ma addirittura doveroso. Anche la costituzione di uno stato cristiano in Palestina era auspicabile, come punto di richiamo per i Cristiani d’oriente e occidente, e come monito ai mussulmani perché lasciassero stare la Jihad. Insomma, una controffensiva cristiana poteva anche essere giusta… ma non santa! Purtroppo, le crociate furono organizzate male, condotte peggio, e sono finite nel modo più catastrofico. Quando le cose sono cominciate ad andare male, il messaggio “Deus le volt!” si è rivolto contro chi l’aveva lanciato. Perché Dio aveva voluto che i Crociati fossero sconfitti? Forse proprio perché era stato stravolto il messaggio di Cristo? Così almeno ha pensato S. Francesco, e, come vedremo, tanti altri suoi contemporanei. La guerra santa non era nella tradizione cristiana. L’idea è partita dall’Islam, ma poi si è diffusa anche tra i cristiani, come una specie di virus. Un virus terribile, che poi ha portato a combattersi tra loro anche cristiani di diverse confessioni: cattolici contro ortodossi, albigesi, protestanti... Gerusalemme fu conquistata il 15 luglio 1099. Quando un messaggero portò a Roma la notizia della liberazione della Città Santa, Urbano II era morto da pochi giorni. Se ci fosse stata la televisione, Urbano avrebbe fatto in tempo a vedere, in diretta, l’entrata trionfale dei Crociati in Gerusalemme, e anche assistere alla prima messa solenne davanti al Santo Sepolcro! Naturalmente la televisione non avrebbe trasmesso le scene del massacro di mussulmani ed ebrei. Dopo ci sarebbero state altre guerre, e altri massacri… Urbano non poteva nemmeno immaginare le conseguenze, a lungo termine, del suo discorso a Clemont Ferrand. Eppure già il movimento popolare, del 1095, poi liquidato frettolosamente come “crociata dei pezzenti”, avrebbe dovuto farlo riflettere…

2. La Crociata N° 0 Molti l’hanno chiamata “crociata dei pezzenti”. È il termine più pittoresco, e più usato. Non è giusto chiamarla così! È troppo offensivo, per tanti che, pur sbagliando, morirono per la loro fede. Altri storici l’hanno chiamata la “crociata del

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popolo”. Un po’ meglio, ma non è esatto: il popolo ha partecipato anche alle crociate successive. Nessuno ha voluto chiamarla “Prima Crociata”. Si è preferito chiamare “Prima Crociata” quella del 1097, la meglio organizzata, e l’unica che ha raggiunto gli obiettivi fissati. Io ho preferito chiamare la crociata di Pietro l’Eremita “ Crociata numero 0”. Di questa crociata gli storici non parlano volentieri, tranne quelli laici anticlericali, che colgono l’occasione per colpevolizzare la Chiesa. In questo caso, hanno ragione. Papa Urbano aveva detto: V’induco, tutti, di qualsiasi ordine, cavalieri e fanti, ricchi e poveri… In realtà il papa sapeva bene che il contributo della povera gente (senza armi e senza esperienza di combattimento) poteva essere ben poco utile nella lotta contro i Turchi. L’invito del papa era rivolto soprattutto ai nobili (capaci di arruolare un esercito qualificato), e ai “cavalieri poveri” che avevano solo un cavallo, un’armatura, e tanta voglia di menare le mani. Il papa era sinceramente convinto che la Crociata fosse una guerra giusta e sacrosanta, ma le guerre, se si vuole vincere, bisogna lasciarle fare a chi le sa combattere! Urbano II aveva bisogno che si creasse un’atmosfera d’entusiasmo popolare, che contagiasse tutti, ma non si aspettava neanche lui tanta voglia di combattere, da parte della gente comune. Il Concilio di Clermont aveva messo delle regole precise alla Crociata: • Gli ecclesiastici non avrebbero potuto partecipare senza l'approvazione del loro superiore. • I laici erano tenuti a consultare il loro direttore spirituale. • Non era permessa la partecipazione di donne, vecchi, bambini, e di uomini senz'armi. Norme chiare, utili e opportune…ma allora perché non furono fatte rispettare? Intanto preti e vescovi continuavano a ripetere le parole del papa: V’induco, tutti, cavalieri e fanti, ricchi e poveri… Tutti volevano partecipare: svendevano, o impegnavano tutto quello che avevano, e si armavano alla meglio. Molti partivano armati solo della loro fede! In Francia, e poi in Germania, si cominciò a parlare di Pietro l’Eremita: figura carismatica e ambigua, trascinatore di folle. Poi si scoprì poi che, al momento del

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pericolo trovava sempre il modo di defilarsi. Era il tipo “Armiamoci e partite!”. Ma aveva tanto l’aria del sant’uomo! Tanti lo seguirono. La “ Crociata numero 0” partì da Colonia. Quanti erano i primi crociati? 100.000? Nessuno lo sa. A molti storici (da Erodoto in poi) piace “arrotondare” le cifre in eccesso. In ogni caso erano tanti, soprattutto tenendo conto che allora l’Europa non era molto popolata! Perché il papa non fece nulla per fermarli? Forse non fu bene informato. Più probabilmente temeva che, se avesse trattenuto i “pezzenti”, avrebbe ritardato la partenza anche dei “Crociati veri” che indugiavano un po’ troppo nei preparativi. M’immagino Urbano che dice al “ritardatario” Raimondo di Tolosa: Non vedi che anche i miserabili hanno più fede di te? Un primo gruppo di “pezzenti” francesi era tanto ansioso di partire che si mosse da Colonia senza neanche attendere l’arrivo di Pietro l’Eremita: il loro “capo” è passato alla storia come “Gualtieri Senza Averi”. Un nome ridicolo, soprattutto nella traduzione italiana. Solo per il suo nome tutti pensano che si stato solo un avventuriero senza scrupoli. Naturalmente moltissimi “senza averi” partirono per questa crociata (e le successive!) solo per arricchirsi, ma non abbiamo nessuna testimonianza che Gualtieri è stato uno di loro. Anzi il suo comportamento, nei mesi seguenti, sembra quasi dimostrare il contrario. L”esercito” di Gualtieri attraversò l’Ungheria, diretto a Costantinopoli. Gli ungheresi guardavano quella “masnada di straccioni” con sospetto. Non sapevano che, quattrocento anni più tardi, i turchi sarebbero arrivati anche da loro. Ma anche se lo avessero saputo…avrebbe fatto differenza? I primi incidenti avvennero quando, poco prima di Belgrado, gli aspiranti crociati superarono il confine del regno bizantino. Era il mese di giugno del 1096. Nessuno era stato avvertito del loro arrivo. Il governatore della provincia bulgara, Nicetas, chiese istruzioni al Basileus, e il Basileus dovette mandare al papa un messaggio del tipo: Mi avevi detto che i Crociati sarebbero arrivati solo ad Agosto, e adesso arrivano questi! Ma chi mi hai mandato? Mentre aspettavano, gli uomini di Gualtieri, senza niente da mangiare, si arrangiarono rubacchiando quello che potevano nelle campagne. Poi arrivarono i soldati del Basileus, che li accompagnarono sotto scorta a Costantinopoli. Tutto sommato, il “Senza Averi” si comportò molto meglio di quanto il nome lasciava pensare.

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Pietro l’eremita, in Ungheria, fece molto peggio. Non sappiamo esattamente cosa è successo, quando il suo “esercito” arrivò a Zemlin (poco prima del confine bizantino). Forse gli ungheresi non ne potevano più di questi nomadi straccioni. Sembra che tutto sia partito da un litigio per la vendita di un paio di scarpe. In un modo o nell’altro, Zemlin fu messa ferro e a fuoco! Poi i crociati superarono il confine bizantino. Ci furono saccheggi anche a Belgrado, e in Bulgaria. Ormai i masnadieri avevano preso il sopravvento sulla massa degli aspiranti crociati. Sicuramente i pellegrini non avrebbero voluto che le cose andassero in questo modo, ma ormai si trovavano in mezzo alla bufera: cosa potevano fare? Infine l’esercito bizantino intervenne in forze. Molti furono uccisi. Gli altri furono perdonati e spediti sotto scorta a Costantinopoli. Urbano avrà ricevuto sicuramente una formale protesta dal re Coloman di Ungheria. In qualche modo anche il Basileus si sarà messo in comunicazione col papa. Se si fossero potuti parlare per telefono! Già m’immagino il papa che dice: Alessio, abbi pazienza! I Crociati veri stanno arrivando. E il Basileus che risponde: Santità, con il dovuto rispetto… con questi che ci faccio? Dove li sistemo? Intanto si era ad Agosto, ma i “crociati veri” non erano ancora arrivati. Goffredo di Buglione era appena partito dalla Lorena, con un forte esercito. Poco prima di lui, era partito anche Ugo di Vermandois, fratello del re di Francia. Il “bigamo” Filippo si era appena riconciliato col papa, aveva mandato via “la concubina”, e aveva spedito a Costantinopoli il fratello, con un piccolo esercito. Il papa avverte il Basileus: finalmente ci siamo! Bene! Ma questi altri dove li sistemiamo? Alessio decise di alloggiarli ai sobborghi di Costantinopoli, ma non erano ospiti graditi. Sicuramente non erano tutti ladri, ma in totale i “senza averi” erano decine di migliaia. Perfino una modesta percentuale di masnadieri era più che sufficiente a scombussolare la vita della ricca città di Costantinopoli. Certo anche alla corte bizantina di ladri ce n’erano tanti, ma di ben altro calibro!

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Infine Alessio fece traghettare gli aspiranti crociati dall’altra parte del Bosforo, in Asia. Forse il Basileus li ha anche ammoniti a non prendere iniziative, di non attaccare i turchi prima che arrivasse l’esercito regolare. Forse, ma in ogni caso non sarebbe servito a niente! L’unico che avrebbe potuto fermarli era il papa: non c’erano quelle belle regole del concilio di Clermont da rispettare? Il papa, invece, stava facendo pressioni sui nobili, perché si decidessero a partire. Partì finalmente Raimondo di Tolosa, con i francesi del Sud. Partì Roberto di Normandia, con un esercito di francesi del nord, e inglesi. Partì anche Boemondo di Taranto, vecchio nemico del Basileus, e adesso pronto a diventare suo alleato, anzi vassallo! Probabilmente Urbano li avrà sollecitati anche dicendo che a Costantinopoli c'era un “esercito del popolo” che li aspettava. Il papa (che sicuramente riceveva messaggi dai suoi legati) avrà almeno pensato al rischio che correvano quei poveracci? I “crociati di serie B” sono accampati nella piccola città di Civetot, dove avrebbero dovuto attendere i ”crociati veri”. A Nicea c’è il sultano Arslan. Le sue spie lo informavano in continuazione su quello che succedeva a Costantinopoli, ma non sapevano spiegargli chi erano i nuovi venuti, e che volevano. Non sembravano pericolosi. Ma erano tanti! Forse la maggior parte dei crociati avrebbe preferito aspettare a Civetot, dove potevano essere riforniti dalla flotta bizantina, ma i soliti turbolenti hanno voglia di menare le mani. Cominciano le razzie in territorio turco, anche se la maggior parte delle vittime sono greci cristiani. I “crociati di serie B” si montano la testa. Viene attaccata, con successo, una piccola guarnigione turca. È occupato anche il castello di Xerigordon. I “crociati di serie B” cominciano a pensare di poter dare una bella batosta ai turchi prima ancora dell’arrivo degli eserciti dei nobili. Che soddisfazione! E che bottino! L’illusione non dura a lungo. Il sultano Arslan contrattacca: il castello è facilmente rioccupato, e gli occupanti sono massacrati. Solo alcuni, che accettano di convertirsi all’Islam, sono risparmiati, e venduti come schiavi. Arslan medita adesso di liberarsi di tutti quei cialtroni in un colpo solo. Alcune sue spie, a Civetot, spargono la voce che i crociati di Xerigordon hanno occupato Nicea: La via è libera! Venite a “festeggiare”!

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Il trucco non riesce perché al campo arrivano alcuni superstiti di Xerigordon. Panico, rabbia! Pietro l’Eremita non era a Civetot: con qualche scusa era andato a Costantinopoli, ed era lì da settimane. Che fare? I più prudenti (come Gualtieri Senza Averi) propongono di aspettare almeno Pietro l’Eremita. I più sconsiderati vogliono partire immediatamente per vendicare i loro compagni. Come poteva finire? I crociati vanno incontro ai Turchi, e cadono in un’imboscata. Combattono valorosamente, ma che possono fare dei poveri sprovveduti contro dei feroci professionisti? È un massacro: tra i caduti anche Gualtieri Senza Averi, morto in Asia senza un soldo com’era arrivato, e senza nemmeno un soprannome decente! Poi i turchi irrompono nel campo di Civetot. Vengono massacrati, e fatti a pezzi, vecchi donne e bambini. Solo pochi fortunati sono salvati dalla flotta bizantina. Quando, alcuni mesi dopo, i “crociati veri “ arrivarono a Civetot, i poveri resti dei “crociati di serie B” erano ancora sparpagliati dappertutto. Le guerre, “sante” e non, non conoscono regole. La crudeltà, la ferocia, lo sfregio dei corpi sono un sistema di lotta. E talvolta paga! L’Islam li usa in abbondanza anche oggi: una testa mozzata, in un video su Internet, fa più notizia di un anonimo missile. Atti di pura ferocia terrorizzano il nemico, che talvolta fugge senza combattere. Spesso però provocano una reazione di rabbia, un desiderio di vendetta che poi diventa impossibile da controllare. I crociati avevano imparato la lezione, e ne faranno le spese proprio gli abitanti di Gerusalemme! Pietro l’Eremita si giustificò davanti al Basileus riversando la colpa ai “ ladri e briganti” che gli avevano disubbidito. Ma lui, che li aveva esaltati, illusi, guidati … dov’era? Alla corte bizantina lo guardarono tutti con disprezzo. Il papa, prontamente avvertito, mandò un messaggio che invitava a piangere, e vendicare, “i pellegrini barbaramente uccisi”. Era solo propaganda, naturalmente, ma le guerre si vincono anche con la propaganda! Arslan guardò soddisfatto i “resti dell’armata dei pezzenti”. Se tutti i crociati erano come quelli, il sultano non aveva niente da preoccuparsi. Aveva avuto la conferma che i cristiani erano tutti deboli e smidollati: Greci, Armeni, e anche “Franchi”. Anche i bizantini (i “Rum”) non erano certo un pericolo. Si sarebbe occupato di loro più tardi.

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Arslan aveva un nemico più pericoloso: l’emiro Danishamand che aveva sconfitto gli armeni presso la città di Malatia, e aveva occupato l’attuale Turchia orientale. Arlan lasciò la sua capitale, e si mise in marcia verso Malatia. A Nicea non tornò più! Sappiamo quella che è stata la posizione ufficiale del papa sulla conclusione della “Crociata N° 0”. Non sappiamo però quello che Urbano avrà detto, solo davanti a Dio, pregando per le anime dei “senza averi” massacrati. Spero che abbia detto, almeno: Mea culpa! Mea culpa! Mea maxima culpa! Urbano avrebbe potuto, e dovuto, fermare quel Pietro (sedicente Eremita, e autentico fanfarone e vigliacco!) prima ancora che cominciasse a far danni in Ungheria. Il papa avrebbe almeno potuto, mandare un suo delegato a Costantinopoli, (e a Civitot) col compito di confortare i pellegrini e calmare i più turbolenti. Quei “senza averi” non potevano vincere i turchi, ma potevano essere utilissimi per colonizzare la Palestina, dopo la conquista. Il papa avrebbe potuto (e dovuto!) salvarli, ma era troppo occupato a lusingare, e stimolare, conti e duchi. Urbano era tanto assorbito dai preparativi della “crociata vera” che il destino dei “senza averi” era stata l’ultima delle sue preoccupazioni. Spero che, almeno, solo, davanti a Dio, il papa l’abbia ammesso: Mea culpa! Mea culpa! Mea maxima culpa!

3. Da Nicea ad Antiochia Nel Maggio 1997, gli eserciti dei Crociati erano stati tutti traghettati in Asia, finalmente pronti a iniziare la prima Guerra Santa cristiana. La Crociata N° 0 non conta! Non era una vera crociata! Non vale! Ricominciamo da capo! Se ci fosse stata la televisione, la “cerimonia di apertura” sarebbe stata trasmessa in diretta in tutto il mondo cristiano. Probabilmente sarebbero state trasmesse anche delle “schede biografiche” dei capi crociati, con “immagini di repertorio”. Innanzi tutto appare Goffredo di Buglione. Come duca della Bassa Lorena doveva fedeltà all’imperatore Enrico IV, ancora in lotta col papa. Goffredo era anche un fervente cattolico, e quindi fedele alla Chiesa. Bel dilemma! Probabilmente Goffredo era partito per la crociata proprio

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per risolvere questo problema di coscienza. Goffredo era il crociato che più di tutti godeva la fiducia di Alessio, e per questo era riuscito (con molte difficoltà) a ricucire lo strappo che si era subito creato tra Franchi e Bizantini. Accanto a Goffredo c’è suo fratello Baldovino: intelligente, valoroso, ma, come vedremo presto, grandissimo bastardo! Ecco che viene inquadrato Raimondo di Tolosa. Era stato il primo a prendere la croce, e l’ultimo ad arrivare a Costantinopoli, ma con l’esercito più numeroso. Non sappiamo fino a che punto era religioso, ma almeno era una persona corretta. Voleva una contea in Oriente, ma rispettò fino all’ultimo il giuramento di fedeltà che il Basileus Alessio gli aveva estorto. Poi c’è Boemondo di Taranto. Era l’unico “italiano” dei capi crociati, ma di razza scandinava e di lingua francese. Chissà se parlava anche il dialetto pugliese! Boemondo era forte e astuto: degno figlio di Roberto il Guiscardo. Si era unito ai crociati solo per conquistare un principato. Ci riuscirà! Accanto a Boemondo c’è il nipote Tancredi. Era un gran bastardo come lo zio, ma, forse, non altrettanto intelligente. Torquato Tasso ha voluto dare il suo nome all’eroe della “Gerusalemme Liberata”, ma sicuramente non era bene informato. Tancredi, con quell’eroe, in comune ha solo il nome! Poi Ugo di Vermandois, Roberto di Normandia, Roberto di Fiandra, e tanti altri... Molti moriranno in battaglia, alcuni torneranno in patria da eroi. Pochissimi resteranno in Palestina. In quel periodo, al “dopoguerra” non ci pensava nessuno… e neanche adesso! Il Basileus Alessio fa un bel discorso lodando la ” disinteressata partecipazione” di tanti valorosi. Non manca di fare notare che la loro unica ricompensa sarebbe stata in Cielo: mica pensavano (i Crociati!) di tenersi per loro i territori conquistati! Non brama terrena, bensì desiderio di mercede celeste ha unito ad un fine solo il fior fiore di oriente e occidente… Nel mondo mussulmano l’inizio della Prima Crociata è praticamente ignorato. Se ci fosse stata la televisione Al Arabyia, la “cerimonia di apertura” non sarebbe neanche stata trasmessa: forse solo uno stralcio, con qualche commento ironico. Da quando in qua i cristiani fanno la guerra santa?

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Anche il sultano Arslan (impegnato a combattere con Danishamand a Malatia) ignora i messaggi del suo luogotenente a Nicea. I Franchi e i Rum, non sono un problema: i suoi uomini se la possono cavare benissimo da soli! Poi… Arslan riceve un messaggio allarmato. Questi Franchi non sono come quegli altri! Hanno pesanti armature, sono bene addestrati, e i Rum combattono con loro. Nicea è sotto assedio. Potrebbe cadere da un momento all’altro! Arslan fa in fretta e furia pace con Danishamand e corre a Nicea. Tenta qualche attacco, ma capisce che è troppo tardi, e abbandona i Niceti al loro destino. Preferisce conservare il proprio esercito per le battaglie future. Nicea si arrende, ma non ai Crociati. Una mattina, senza preavviso, i Franchi vedono sulle mura di Nicea le insegne del Basileus. I crociati gridano al tradimento! Non so in quale modo i capi Crociati fecero conoscere il loro “disappunto” al Basileus. Dubito che ci sia stato un incontro diretto, a porte chiuse. Il Basileus, oltretutto non era neanche tenuto a dare spiegazioni a quelli che erano, tecnicamente, suoi vassalli. Basileus e crociati poi… in che lingua parlavano tra loro? Non in greco o in francese. Forse in latino, ma non era questione di lingua! In ogni caso Alessio fece sapere che gli abitanti di Nicea, giustamente, avevano voluto consegnarsi al loro re. I capi turchi avevano fatto un accordo col Basileus, e avevano consegnato la città senza combattere, dietro la promessa che avrebbero potuto lasciare Nicea sani e salvi. Alessio aveva mantenuto la sua promessa, e aveva anche salvato la città dal saccheggio. Che volevano i crociati? Fare un massacro di cristiani? Già m’immagino Goffredo che annuisce di fronte alle spiegazioni del Basileus. II ragionamento era giusto, ma almeno i crociati dovevano essere avvisati delle trattative! Furiosi sono invece Raimondo, Boemondo, e Baldovino. Anche se Nicea apparteneva al Basileus, a loro spettava almeno il bottino! A questo punto Alessio apre i cordoni della borsa. Se è solo questione di soldi… ecco una carretta di preziosi regali per tutti! Davanti a “certi argomenti” gli animi si placano, e i crociati riprendono la loro marcia verso Sud. I crociati non sapevano che i “regali” di Alessio venivano dal tesoro che il sultano Arslan aveva lasciato nella sua (ex) capitale. Non sapevano neanche che, tra i nobili turchi portati in salvo dai bizantini, c’era anche la sorella del Sultano di Smirne, che fu spedita sana e salva dal fratello, con un messaggio del Basileus.

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Il Sultano di Smirne capì al volo: meglio i “Rum” che quei Franchi indemoniati! Smirne si arrese alla flotta bizantina senza neanche combattere, e il Basileus si trovò di nuovo padrone di tutta la costa asiatica dell’Egeo, oltre, naturalmente, Nicea. Alessio aveva già avuto più di quello che si aspettava, e ora, forse, temeva più i Franchi che i Turchi. I crociati si erano allontanati da Costantinopoli, e proseguivano la loro “guerra santa” nel cuore dell’Anatolia. Il Basileus probabilmente ha pensato: “Se i turchi ora li massacrano tutti… peggio per loro! Se vanno avanti… vedremo!” I crociati avanzano verso sud-est, in testa l’esercito di Boemondo. Presso Dorileo c’è un passaggio, in una gola montuosa, ideale per agguato. I turchi di Arslan li aspettano al varco. Piovono frecce sui crociati. Boemondo e Tancredi sono colti di sorpresa, ma resistono. I crociati combattono valorosamente. Le pesanti armature li proteggono… A un certo punto Arslan crede di aver vinto, e invece arriva il grosso dell’esercito crociato, con Goffredo, Baldovino e Raimondo. Molti turchi vengono massacrati. Arslan scappa con i superstiti sulle montagne. Dopo tutto, se i Franchi vanno veramente a Gerusalemme, tra poco lasceranno il suo territorio. Se la vedano con loro gli altri emiri! I crociati avanzano ancora, senza incontrare resistenza. Per breve tempo i Franchi si fermano a riposarsi a Iconio. Dov’è l’esercito bizantino? Perché Alessio non ha approfittato dell’occasione per occupare il regno di Arslan, lasciando via libera a tutte le successive crociate in Palestina? Come mai non è rimasto almeno un presidio bizantino a Iconio, dopo la partenza dei Franchi? Invece Iconio (Konya) diventerà la nuova capitale di Arslan! I bizantini non hanno potuto, o voluto, rioccupare completamente l’Anatolia. Si sono limitati a riorganizzare le zone di Nicea e Smirne, e a sorvegliare i Crociati, pronti a cogliere il frutto delle loro fatiche! Hanno preferito “fare i furbi”: ne pagheranno amaramente lo scotto! I crociati entrano nella Cilicia, da poco chiamata anche Piccola Armenia. La regione è abitata da armeni fuggiti dalla Grande Armenia, recentemente occupata dai turchi. Ci sono due possibili strade per Antiochia, e il gruppo dei crociati si divide. Gli eserciti di Tancredi e di Baldovino arrivano separatamente a Tarso (la città di

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San Paolo). Gli armeni accolgono festosamente i fratelli cristiani, ma poi restano allibiti vedendo Baldovino e Tancredi che si contendono il possesso della città! Penso che i “ragazzi terribili”, Baldovino e Tancredi, si saranno presi un bel cazziatone da Goffredo e Boemondo! In ogni caso presto l’”equivoco” è chiarito e l’esercito crociato va avanti… Alla fine, tutti i crociati si ritrovano davanti ad Antiochia: tutti… tranne il gruppo di Baldovino. Goffredo forse ha pianto il fratello credendolo morto, o prigioniero. Baldovino, invece, voleva un regno tutto per se, e aveva sentito dire che a est, oltre l’Eufrate, c’era una città cristiana, Edessa, bisognosa di “protezione”…

4. Da Antiochia a Gerusalemme Antiochia era stata la capitale della Siria Ellenistica e Romana. Dal 969 al 1087 la città era stata una specie di avamposto bizantino, in una terra da secoli mussulmana. Alessio la rivoleva! Appena i crociati furono in vista di Antiochia, l’emiro Yaghi Sian espulse immediatamente tutti i sudditi cristiani, considerati potenziali simpatizzanti dei crociati. Yaghi Sian pensava che la città, ben fortificata, poteva cadere solo con la complicità di un traditore. Aveva perfettamente ragione! Posso capire i sentimenti dei Cristiani di Siria. Greci e armeni erano stati sottomessi da secoli. Adesso si trovavano di fronte dei giganti biondi che parlavano una strana lingua, ma cristiani come loro. I Franchi non si facevano intimidire dai turchi, anzi ritorcevano il concetto di “guerra santa” contro gli stessi mussulmani. Deus le volt! E se fosse vero? L’aspetto di questi strani cristiani a tutti incuteva rispetto, ma ad alcuni paura. Alcuni cristiani erano talmente plagiati da secoli di umiliazioni che rimasero fino all’ultimo accanto ai loro padroni. Molti altri rimasero in disparte. Solo i più ardimentosi andarono a combattere a fianco dei nuovi arrivati, sognando di diventare valenti cavalieri come loro… I crociati accerchiano Antiochia, ma scoprono che gli assediati hanno più viveri di loro. I crociati fanno scorrerie tutto intorno, ma cominciano a soffrire la fame. Nelle battaglie intorno ad Antiochia tutti i crociati combattono valorosamente: in particolare Goffredo, Raimondo, e soprattutto Boemondo.

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Non ci sono soldati bizantini. L’inviato greco di Alessio aspetta solo che la città cada, per prenderla in consegna. Troppo comodo! Boemondo fa capire al greco che tutti ce l’hanno con lui: gli conviene squagliarsela! Il rappresentante di Alessio se la dà a gambe, tra le maledizioni di tutti. Boemondo chiede a Goffredo, e agli altri compagni, di promettergli che Antiochia, una volta conquistata, sarà data a lui, e non al quel greco cialtrone. I crociati promettono. Boemondo, più motivato che mai, rinnova gli attacchi alla città. Gli assediati sono in una situazione critica, ma le loro spie li informano sempre in anticipo delle mosse dei crociati. Boemondo prende allora un’iniziativa molto “discutibile”, ma che avrà il suo effetto! Fa ammazzare due spie di Antiochia, le fa arrostire, e annuncia che d’ora in poi mangerà carne di spie, a pranzo e cena! Di spie non se ne vedranno più! Intanto Baldovino era arrivato a Edessa. Baldovino “accetta” di difendere la città dai turchi, ma pretende di più di un semplice compenso. Il principe Thoros, senza figli, propone di adottarlo. Secondo la tradizione armena, il bambino adottato doveva essere fatto passare, nudo, sotto le vesti del padre e della madre adottiva. Baldovino non è più un bambino, ma accetta di sottoporsi lo stesso a questa strana cerimonia, tra le risa di tanti! Non c’è niente di ridicolo in quello che succede poco tempo dopo. Il popolo di Edessa si rivolta contro il suo signore, e i genitori adottivi di Baldovino sono linciati dalla folla. Non c’è nessuna prova che Baldovino sia stato implicato nella faccenda ma… Io, personalmente, ho cercato in tutti i modi una spiegazione ragionevole che scagioni il “conte di Emessa”: non sono riuscito trovarla! La creazione del primo stato franco in Asia è stata il frutto della prima collaborazione tra cristiani d’Asia e cristiani d’Europa. Avrebbe potuto essere preso come esempio da tutti, se Baldovino non avesse avuto tanta fretta di diventare conte! Non sappiamo cosa ha detto Goffredo, quando ha saputo che Baldovino, dato per disperso, era diventato signore di Emessa, usando i soldati, che aveva arruolato suo fratello! Eppure, senza volerlo, Baldovino ha dato anche lui, indirettamente, il suo contributo alla presa di Antiochia… Da Antiochia, l’emiro Yaghi Sian manda disperate richieste d’aiuto ai signori delle città mussulmane vicine, chiamandoli alla Jihad. Gli altri emiri accolgono il suo appello con riluttanza. Prima arriva Duqaq, l’emiro di Damasco: in uno scontro è sconfitto e si ritira. Poi arriva Ridwal, l’emiro di Aleppo, fratello di Duqaq, e suo acerrimo nemico. Ridwal aveva paura di questi giganti di cui tutti raccontavano il coraggio e la fe-

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rocia. Aveva ragione! Il suo esercito, superiore in numero e mezzi, è ignominiosamente sconfitto! Yaghi Sian chiede infine aiuto a Kerbuqa, emiro di Mossul: Kerbuqa è il più il più lontano degli emiri della zona (ed anche il più ambizioso!) ma Yaghi Sian non ha scelta! Kerbuqa accetta la sfida e lancia la Jihad. Spera di diventare il capo di tutta la regione, ma per strada sente dire che un esercito cristiano ha occupato Edessa. Che cosa succederebbe se lo attaccassero durante il viaggio? Nonostante le proteste degli inviati di Antiochia, il signore di Mossul decide di “passare per Edessa”. Arrivato davanti alla città armena, scopre che Edessa è ben difesa, ma i soldati di Baldovino sono poche migliaia: abbastanza da difendere per mesi la città, ma non tanti da poterlo attaccare con successo. Kerbuqa si decide a ripartire, ma ha perso tre settimane sotto le mura di Edessa. Quando arriva ad Antiochia, vede sulle mura le insegne dei crociati! Era stato un fabbro, un fabbricante di corazze, ad aprire una porta ai cristiani. Era di famiglia armena cristiana, ma poi era diventato mussulmano. Evidentemente il fabbro si era convertito all’Islam per opportunismo, ma non si era mai convinto. Quando l’armeno fu accusato, e multato, per avere praticato il mercato nero, improvvisamente gli venne il dubbio di avere scelto la religione sbagliata. La promessa di una lauta ricompensa da parte dei crociati lo fece diventare di nuovo un fervente cristiano! Appena vide i crociati entrare in città, Yaghi Sian fuggì, abbandonando sudditi, moglie e figli al loro destino. Non andò lontano. Un taglialegna armeno lo trovò solo in lacrime, e gli tagliò la testa. I cristiani stanno ancora festeggiando la vittoria, quando arriva l’esercito di Kerbuqa. Parecchi principi si erano uniti a lui: tra loro anche Duqaq, l’emiro di Damasco. I cristiani sono presi di sorpresa e fanno appena in tempo a chiudersi dentro Antiochia. La situazione dei Crociati è disperata: sono assediati, senza viveri, e hanno di fronte un esercito più potente del loro. Solo un miracolo può salvarli… e il miracolo arriva. “Miracolosamente” un monaco trova ad Antiochia una reliquia prestigiosa: la lancia che aveva trafitto Gesù! Molti capi cristiani hanno dei dubbi sull’autenticità della reliquia, ma l’entusiasmo dei soldati, il loro ritrovato ardore… non è anche questo un miracolo? L’esercito crociato parte all’attacco. Ora o mai più!

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Nel campo mussulmano invece sono in crisi. C’è chi rimprovera Kerbuqa per il tempo perso a Edessa, chi l’accusa di servirsi della Jihad per il proprio tornaconto… Duqaq teme che Kerbuqa voglia prendere anche Damasco, e sobilla tutto l’esercito contro l’emiro di Mossul. Quando i crociati attaccano, Duqaq e i suoi sono i primi ad abbandonare il campo. Tanti li seguono. Kerbuqa ordina la ritirata generale, anzi la rotta. A Mossul torneranno in pochi! Perché i Crociati hanno vinto? Per il loro valore? La loro fede? Le discordie dei nemici? Tutte queste cose. Comunque hanno vinto! Boemondo resta a presidiare la sua Antiochia. Goffredo, Raimondo e gli altri proseguono verso Gerusalemme senza incontrare ostacoli. Tutti gli emiri che incontrano sono pronti a offrire ai Franchi viveri e doni, purché si tolgano di mezzo. Ecco le mura di Gerusalemme… ma qui trovano un nemico che non hanno previsto. Prima che arrivassero i turchi, Gerusalemme apparteneva dal regno egiziano dei Fatimiti. Il visir Al Afdal era un alleato del Basileus. Si era perfino congratulato con lui dopo la presa di Nicea, e pensava che i crociati fossero solo mercenari alle sue dipendenze. Gli egiziani avevano proposto una spartizione della Siria: al Basileus la Siria del Nord, a loro la Palestina e la Siria del Sud. Proposta ragionevole… per Alessio, a cui della crociata importava poco o niente. Eppure emissari di Al Afdal erano stati anche al campo crociato, durante l’assedio d’Antiochia. Possibile che ad Al Afdal nessuno aveva riferito che i Crociati erano diretti a Gerusalemme? Sono sicuro che Al Afdal lo sapeva, e come! Ma era convinto che alla fine un accordo con i “Rum” l’avrebbe trovato. Dopo la caduta di Antiochia, Gerusalemme è rimasta quasi sguarnita dei suoi difensori: i migliori si erano uniti all’esercito di Kerbuqa e quelli che sono tornati sono esausti e sfiduciati. Al Afdal coglie l’occasione al volo e occupa Gerusalemme. Spera di mettere i Crociati davanti al fatto compiuto. Offre ai Cristiani “libertà di culto” e la possibilità ai pellegrini di entrare a Gerusalemme, a piccoli gruppi. Proposta indecente! Goffredo fa rispondere seccamente ad Al Afdal che a Gerusalemme i Crociati ci sarebbero entrati tutti assieme…

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I soliti storici filoislamici fanno osservare che quattro secoli prima gli arabi risparmiarono i cristiani di Gerusalemme. Il paragone non regge. Nel 638 Gerusalemme era stata occupata dopo Damasco e il resto della Siria. I bizantini l’avevano abbandonata, e il patriarca aveva trattato la resa con il califfo Omar. È prassi normale che i vinti, prima di soccombere, cerchino di venire a patti con i vincitori. I vincitori, di solito rispettano le promesse, e risparmiano i vinti che si arrendono. Se le promesse sono rispettate, altri vinti si arrenderanno. Non è solo questione di onore: è politica! Gerusalemme non si è mai arresa ai Crociati. I Fatimidi l’avevano conquistata, approfittando delle battaglie tra turchi e crociati intorno ad Antiochia, e se la volevano tenere! Il generale Ifthicar e i difensori di Gerusalemme guardano stupefatti i crociati in processione intorno alle mura della città. Dagli spalti i musulmani lanciano grida di scherno, mai poi arrivano le macchine d’assedio. I difensori utilizzano contro di loro il vecchio “fuoco greco”. Molte strutture di legno vanno a fuoco, ma l'attacco continua. Il 15 luglio 1099 viene aperta una breccia nelle mura. I franchi entrano in Gerusalemme… Ifthicar resiste in una torre: solo quando i Franchi hanno iniziato il saccheggio della città, il generale tratta la propria resa. Raimondo gli promette salva la vita. La promessa sarà mantenuta: Ifthicar potrà fuggire sano e salvo ad Ascalona. Naturalmente la promessa di Raimondo valeva solo per i pochi difensori che, alla fine, si erano arresi. Per gli altri, militari e civili, mussulmani ed ebrei, ormai era troppo tardi… Non ho nessuna intenzione di ignorare o minimizzare i massacri che ci furono quel giorno. Sento però il dovere di fare notare che ne sono responsabili anche il visir Al Afdal (che ha cercato fino all’ultimo di tenersi Gerusalemme!) e il generale Ifthicar, che ha pensato a salvare solo la propria vita, e non quella degli abitanti che avrebbe dovuto proteggere!

5. Gerusalemme liberata Canto l'arme pietose e 'l capitano che 'l gran sepolcro liberò di Cristo. Molto egli oprò co 'l senno e con la mano, molto soffrí nel glorioso acquisto

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Questi sono i versi che scrisse il Tasso più di quattrocento anni dopo. C’è un po’ di retorica, ma è quasi tutto vero. Discutibile è solo l’espressione “armi pietose”: le armi “pietose” non lo sono mai! M’immagino il pio Goffredo che cammina per le strade di Gerusalemme, ancora sporche del sangue di cristiani, mussulmani ed ebrei… Per i morti, “il capitano” ormai non può fare niente di più che pregare. Requiem eternam… Goffredo pensa piuttosto ai vivi! Dopo l’ultima grande battaglia, molti sono tornati in Europa. Boemondo è rimasto nel suo principato di Antiochia. Baldovino è nella sua contea di Edessa. Raimondo sperava re di Gerusalemme, ma i cavalieri gli hanno preferito Goffredo. Deluso è partito per cercarsi un’altra contea in Siria. Goffredo ha respinto il titolo di re di Gerusalemme, e ha preferito farsi chiamare “Protettore del Santo Sepolcro”. Dei tanti crociati, in Palestina sono rimasti solo lui, Tancredi, e poche centinaia di cavalieri. La guerra santa continua. Il regno di Gerusalemme ha assolutamente bisogno di uno sbocco al mare, per ricevere rinforzi dalle navi delle repubbliche marinare italiane (Pisa, Genova e Venezia). Goffredo aveva solo il porto di Giaffa: doveva almeno conquistare Acri, (la futura “S. Giovanni d’Acri”). Il Protettore del Santo Sepolcro ha chiesto uomini e mezzi per la colonizzazione della Palestina. In Europa si stanno formando altre spedizioni di “senza averi”. Una di queste sarà la “crociata dei lombardi”. Per loro Verdi scriverà il coro “ O signor che dal tetto natio…” Goffredo non li vedrà arrivare. Né nessun altro… Goffredo morì il 18 luglio del 1100, a poco più di quarant’anni. Nessuno sa come: forse avvelenato, forse di tifo. Naturalmente fu sepolto nella Chiesa del Santo Sepolcro. Il suo personaggio è entrato subito nella leggenda. Sarà vero che, una volta, ha tagliato a metà, con un sol colpo di spada, un turco a cavallo? Sarà vero che, ha salvato un suo soldato, lottando a mani nude con un orso? Lasciando stare la retorica possiamo dire, con sicurezza, che Goffredo fu un soldato coraggioso, un discreto politico, e un buon cristiano. È giusto che anche i cristiani di mille anni dopo lo prendano come esempio. Quanto a molti suoi compagni di avventura nella Prima Crociata: Boemondo, Baldovino, Tancredi… Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che, in più di un’occasione, si sono comportati da gran figli di buona donna!

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Però sapevano combattere! Solo con soldati come loro si possono vincere le guerre, sante e non!

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Capitolo VI Il regno di Gerusalemme e l’Europa (A.D. 1101-1199) 1. L’alba di un nuovo secolo Suonavano le campane a Gerusalemme per annunziare un nuovo anno e un nuovo secolo. Il dodicesimo secolo dell’era cristiana sembrava essere iniziato nel migliore dei modi. Il lutto per la morte del “Protettore del Santo Sepolcro” non era durato a lungo. Baldovino, il fratello scavezzacollo di Goffredo, era arrivato da Edessa, ed era stato solennemente incoronato re di Gerusalemme! Suonavano le campane anche a Palermo e Toledo, città in cui, non molti anni prima, si sentiva solo ripetere “Allah akbar!” dall’alto dei minareti. Suonavano a festa le campane, a Roma. Il papa legittimo, Pasquale II, si era definitivamente liberato dell’antipapa. Enrico IV era ancora vivo, ma era stato abbandonato da tutti. Presto sarebbe stato imprigionato, e sostituito, dal figlio, Enrico V. Suonavano le campane anche a Costantinopoli. Alessio aveva ricevuto con onore il crociato Raimondo, che aveva conquistato, in nome del Basileus, la città siriana di Laodicea (Latakia). Raimondo si aspettava che il Basileus gli affidasse la città come feudo. Ricevette solo un grazie, e una pacca sulle spalle! Il secolo, dicevo, sembrava essere iniziato nel migliore dei modi, per i cristiani. Non però per Boemondo d’Antiochia, che languiva prigioniero nel carcere di Niksan (Turchia orientale), prigioniero dell’emiro Danishamand, ex rivale di Arslan, e ora suo alleato. Come Boemondo sia stato fatto prigioniero, non è chiaro. Forse è successo durante una delle tante scorrerie che Boemondo faceva intorno ad Antiochia. Forse aveva tentato addirittura una spedizione per “aiutare” gli Armeni di Malatia. In ogni caso Raimondo era prigioniero di Danishamand, e gli era stato chiesto un pesante riscatto, che il nipote Tancredi (reggente di Antiochia) non poteva (o non voleva) pagare. *** Nell’anno 1101 giunge a Costantinopoli, un’altra carovana di “senza averi”: la “crociata dei lombardi”. Pochi sono i combattenti, moltissimi sono semplici pellegrini, e aspiranti coloni, con donne e bambini. Alessio è infastidito, tanto più che ha saputo che altre due carovane come quella sono in arrivo. Il Basileus inca-

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rica il suo “amico Raimondo” di guidare questi “cari fratelli” in Terra Santa. Il sultano Arslan li attende al varco… Lo sapeva Raimondo che la strada attraverso l’Anatolia, da Dorileo in poi, non era libera? Che gli si chiedeva di guidare una carovana con donne e bambini, per migliaia di chilometri in territorio nemico? Alessio e i Franchi, quando avevano dato il via alla Prima Crociata, non avevano fatto programmi per il “dopoguerra”. Il Basileus pensava che ci fosse poco da discutere. Le nuove conquiste sarebbero state sue: punto e basta! In realtà Alessio non si aspettava nemmeno che sarebbero arrivati davvero a Gerusalemme. Quando i crociati avevano preso Antiochia, Alessio si era subito precipitato a reclamarla. Ma come poteva pensare che i crociati gliel’avrebbero consegnata spontaneamente, dopo tanto sangue e fatiche? Oltretutto come avrebbe fatto Alessio a difenderla, senza l’aiuto di Boemondo? Se c’era un po’ di buona volontà, da entrambe le parti, una soluzione si poteva trovare. Boemondo avrebbe potuto chiedere ad Alessio di avere Antiochia come feudo ereditario. Può anche darsi che, di nascosto, l’abbia fatto. Sarebbe stato un compromesso ragionevole, ma non adatto alla tortuosa mentalità bizantina. Il punto era che Alessio non voleva i Franchi tra i piedi. Non avrebbe neanche voluto il regno di Gerusalemme. L’ha solo subito! Torniamo alla carovana dei lombardi che avanza verso Est. Arslan li aspetta sulla strada dei primi crociati, e invece scopre che i lombardi hanno occupato Ancyra (Ankara). I lombardi, contro il parere di Raimondo, si sono diretti verso Niksan, per liberare Boemondo! Arslan tende loro un agguato sulla nuova strada. È un massacro! I lombardi non rivedranno mai più “il tetto natio”, e nemmeno la Terra Promessa. Si salva solo Raimondo con pochi altri, riuscendo a raggiungere la costa del Mar Nero, e poi Costantinopoli. Le altre due carovane di “senza averi” arrivate a Costantinopoli sono immediatamente traghettate da Alessio in Asia. Gli aspiranti coloni prenderanno sin dall’inizio la strada “giusta”, quella dei primi crociati, via Iconio. Nessuna sorpresa quindi per Arslan che li aspetta… Immagino il ghigno del sultano: questi cristiani sono dei pazzi! No! Quei poveracci non erano pazzi, ma quelli che li hanno mandati avanti, sena protezione, per liberarsene, avranno almeno avuto qualche rimorso? Mea culpa! Mea culpa! Mea maxima culpa! In realtà qualcuno si salvò: molte donne furono fatte schiave, ed entrarono negli harem dei sultani e degli emiri. Non mi meraviglierei se, molti anni dopo, un

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crociato abbia visto sotto le mura di San Giovanni d’Acri un turco gigantesco, con gli occhi azzurri…

2. Piccole guerre (sante?) Boemondo in qualche modo riuscì a trovare i soldi del riscatto, fu liberato, e, nel 1103, e tornò ad Antiochia, con gran disappunto di Tancredi. Il principato d’Antiochia si era però ridotto ai minimi termini, a causa dei Turchi, e anche dei Bizantini, che continuavano a occupare Laodicea. Nel 1104 Boemondo partì per l’Europa a cercare aiuti, lasciando di nuovo la reggenza a Tancredi. Non tornò più. Il principe d’Antiochia andò in Francia, (dove sposò una figlia di re Filippo), e poi tornò in Puglia. Morì nel 1111. Suo nipote Tancredi morì poco dopo, nel 1112, forse avvelenato. Raimondo di Tolosa, tornato da Costantinopoli, si mise di nuovo alla ricerca di una contea. In quel periodo la città più importante della costa Libanese era Tripoli, che finora aveva resistito agli attacchi dei crociati. Raimondo occupò i dintorni della città, la mise sotto assedio e si fece nominare conte di Tripoli. Morì in combattimento, nel 1104, senza essere riuscito a occuparla. Ci riuscirà solo suo figlio (nel 1109), con l’aiuto di una flotta genovese, diventando conte di Tripoli, di nome e di fatto. Poco dopo saranno occupate anche Beirut e Sidone. Baldovino, regnò per 18 anni, ingrandendo il regno di Gerusalemme (nel 1104 occupò anche S. Giovanni d’Acri), e rafforzandolo. Le navi Genovesi, Pisane, e Veneziane scaricavano nei porti della Palestina armi e pellegrini. La maggior parte dei pellegrini ripartiva, ma qualcuno rimaneva. Per molti la Palestina era come l’America, per gli Europei di secoli dopo. Se ci fosse stata un'emigrazione di massa, forse una Palestina cristiana esisterebbe ancora. Purtroppo i noli esosi che pretendevano Pisani e Genovesi (sarà nata a quei tempi la loro fama di “parsimoniosi”?) impedirono a molti di pagarsi il viaggio. Spedizioni di coloni via terra, dopo i disastri del 1101, non se ne organizzarono più! Baldovino dovette difendere il regno con pochi uomini, ma ci riuscì con successo. Sorsero imponenti castelli, fatti apposta per essere difesi anche da pochi soldati. Si cercò la collaborazione dei cristiani siriani e armeni, e ci furono molti matrimoni misti. Molti mussulmani continuarono a vivere nel regno cristiano, “tollerati” meglio di come lo erano i cristiani sotto il governo arabo. Un visitatore mussulmano segnalò questo fatto con sdegno e preoccupazione. Non poteva capire come dei mus-

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sulmani potessero inserirsi, e prosperare, in un contesto sociale così diverso da quello degli emirati vicini. Ci furono tante piccole guerre tra gli stati cristiani e quelli mussulmani, ma furono solo lotte per il potere, che videro spesso “alleanze trasversali” tra cristiani e mussulmani. Baldovino ebbe un paio di mogli (anche contemporaneamente!), qualche problema con il papa e il patriarca di Gerusalemme, ma riuscì sempre a cavarsela brillantemente. Il regno di Gerusalemme rimase sempre uno stato laico, e la dipendenza del re dal papa fu sempre solo formale. Baldovino morì nel 1118, dopo avere osato addirittura una spedizione contro l’Egitto. Si vantò di avere fatto il bagno nel Nilo. Forse si prese un’infezione perché morì di una strana febbre, subito dopo il ritorno. Baldovino non è entrato nella leggenda, come il fratello. Non c’è bisogno di chiedersi il perché! Vale la pena, però, di segnalare che i mussulmani l’hanno sempre indicato come “il più terribile nemico dell’Islam”. Credo che questo sia per lui il migliore degli epitaffi! I successori dei primi crociati non furono all’altezza dei fondatori degli stati cristiani. I franchi si abituarono in fretta ai lussi dell’oriente, e s’integrarono fin troppo nella realtà locale. Continuarono piccole lotte tra stati cristiani e mussulmani. Ogni emirato era gelosissimo della propria autonomia, ed era pronto anche ad allearsi con uno stato cristiano, se si sentiva in pericolo. E viceversa! Tra arabi e crociati si era creato una specie di “modus vivendi” basato su piccole razzie, rapimenti con riscatti, rappresaglie: lotte per il potere che esistevano prima dell’arrivo dei crociati, e cui i cristiani si erano rapidamente abituati. A cercare di mantenere lo spirito della crociata c’erano solo i nuovi ordini di “monaci armati”. C’erano i Giovanniti (detti anche Ospitalieri): all’inizio si occupavano solo della gestione degli ospedali, ma poi iniziarono a proteggere, armi in pugno, le strade dei pellegrini. Poi vennero gli austeri, e terribili, Templari. Poche centinaia di loro potevano tenere alla bada migliaia d’infedeli: spesso lo hanno dimostrato! Tra i mussulmani, ogni tanto, saltava fuori qualche “integralista” che tentava di spingerli alla Jihad. Già nel 1099 una delegazione di “rifugiati palestinesi” si presentò al califfo di Baghdad (noto anche come “principe dei credenti”) chiedendogli di fare una Jihad per “liberare Gerusalemme” città sacra anche per i mussulmani, perché “visitata” da Maometto, anche se solo in sogno! Il califfo diede loro solo parole di conforto: aveva altro da pensare! Il “principe dei credenti” da qualche tempo aveva solo una specie di “autorità spirituale”. Il potere

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effettivo apparteneva al Sultano, ma anche lui aveva difficoltà a imporre la sua autorità, al di fuori dell’attuale Irak. Le cose cambiarono quando Zenki, inviato del sultano, da Mossul mosse verso Aleppo. Le città mussulmane si allarmarono. Damasco chiese perfino aiuto agli stati cristiani! Aleppo fu occupata e diventò la capitale di Zenki. Il re di Gerusalemme si agitò, e cercò l’aiuto dei bizantini, anche a costo di “restituirgli” Antiochia. Il Basileus Giovanni (detto il Buono) arrivò, prese possesso di Antiochia, e se ne andò. Poco dopo Zenki attaccò Edessa… Quando Baldovino era diventato re di Gerusalemme, la contea di Edessa era passata a un suo cugino, diventato poi, nel 1118, anche lui re di Gerusalemme, col nome di Baldovino II. Dopo di allora c’erano stati altri conti d’Edessa, tutti imparentati con i re di Gerusalemme! Edessa era una città armena governata da Franchi. I rapporti tra franchi e armeni, dopo quella famosa “adozione” di Baldovino, non erano stati sempre armoniosi. Alla fine però le due comunità si erano mescolate, e i franchi si erano integrati nella realtà locale, più che negli altri stati cristiani. Quando Zenki attaccò, il conte Jocelin era fuori città. Jocelin cercò di intervenire ma, alla fine, fu imprigionato e accecato. Intanto la città era caduta, con i soliti massacri. Era l’anno 1143. La notizia arrivò a Roma, e il papa pensò a un’altra crociata.

3. La seconda Crociata Nel 1145, il papa Eugenio III chiamò i Cristiani alla Crociata. Il monaco Bernardo di Chiaravalle lo appoggiò con infuocati discorsi. Si organizzarono eserciti in Francia e Germania. Stavolta parteciparono addirittura due re: Luigi VII di Francia e Corrado III di Germania. Intanto, il re di Sicilia, Ruggero II, faceva una piccola crociata per conto suo in Africa. Nel 1146, le navi siciliane entrarono nel porto di Tripoli. Poi fu occupata Mehdia, nell’attuale Tunisia. Se Ruggero avesse proseguito in quella direzione, avrebbe creato un nuovo “fronte sud” della cristianità in Africa. Forse il cristianesimo sarebbe tornato nella terra di S. Agostino, e l’Italia (meridionale) avrebbe avuto la sua colonia in Libia con 750 anni d’anticipo!Invece il re di Sicilia si limitò a mettere in Africa delle basi militari, che furono presto perdute. In realtà, per Ruggero, il nemico più importante era l’imperatore bizantino, Manuele Comneno. I bizantini erano stati padroni di Puglia e Calabria, e ancora tramavano contro Ruggero, fornendo finanziamenti ai signorotti locali…

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Nel 1143, si era tentato di fare una pace perpetua tra i due regni con un matrimonio tra la sorella di Manuele Comneno e il figlio di Ruggero. Il matrimonio saltò perché, nella bozza di trattato proposta dai siciliani, si chiedeva, nelle cerimonie, parità di trattamento tra re di Sicilia e Basileus. Proposta indecente! Sembra che gli ambasciatori siciliani furono addirittura messi in carcere! Nel 1147, Ruggero decise di far passare la boria a quel “fituso”. Una flotta siciliana s'impadronì di Corfù. Un esercito normanno invase la Grecia continentale: furono saccheggiate anche le antiche Tebe e Corinto. Nel 1149, una flotta siciliana attaccò addirittura Costantinopoli! Solo nel 1150, il papa Eugenio III riuscì a fare firmare la pace tra Ruggero II e Manuele Comneno, ma ormai ogni possibilità di alleanza tra bizantini e cristiani d’occidente, era svanita. L’ostilità del Basileus nei confronti dei Normanni, e di tutti gli occidentali, spiega in parte l’atteggiamento dei bizantini durante la Seconda Crociata. Nel 1147, l’esercito di Corrado III passa per Costantinopoli, dopo avere creato vari “incidenti” con i sudditi serbi e bulgari del Basileus. Manuele non riceve neanche Corrado. Lo fa passare, senza perdere tempo, in Asia. Poi arriva Luigi VII, che si porta appresso anche la moglie, Eleonora d’Aquitania. Il re di Francia è addirittura umiliato: durante una riunione di corte, gli viene riservato un misero sgabello! L’esercito francese passa il Bosforo e incontra l’esercito tedesco, o meglio i suoi resti. I tedeschi sono stati decimati dai turchi in un agguato presso Dorileo: proprio nello stesso punto in cui erano stati attaccati i primi crociati! I turchi potevano muoversi liberamente in Anatolia. Il Basileus non solo aveva fatto pace con loro, ma gli aveva perfino concesso di usare le sue fortezze. Presto Manuele avrà modo di pentirsi del suo atteggiamento, e i suoi successori ancora di più! Infine un esercito franco-tedesco arriva in Palestina. Sono molti di meno di quelli che sono partiti ma, uniti all’esercito del re di Gerusalemme, potrebbero ancora dare una bella batosta ai mussulmani… In un consiglio di guerra i capi cristiani decidono chi attaccare. Ad Aleppo c’è ora Noraldino (Nur al Din, figlio di Zenki) che controlla anche Edessa. Che fare? Liberare Edessa? Attaccare Aleppo? Corrado III e Luigi VII non hanno mai sentito parlare né di Edessa né di Aleppo. Propongono invece di attaccare Damasco, dove Cristo apparve a S. Paolo. Il giovane re di Gerusalemme, Baldovino III, è perplesso: l’emiro di Damasco è un alleato dei cristiani, ha paura come lui di Noraldino. Però… che colpo sarebbe se Damasco diventasse davvero cristiana!

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Quando l’Emiro di Damasco vede arrivare i crociati, non riesce a crederci, si sente perduto. Già i suoi sudditi mugugnavano contro di lui: Amico dei cristiani! Collaborazionista! Adesso l’emiro è costretto a chiamare in aiuto il nemico Noraldino, ma farà in tempo ad arrivare? L’Emiro prova a prendere contatto con i suoi vecchi amici cristiani. Manda un messaggio del tipo: Noi siamo vecchi amici. Voi state qui da cinquant’anni, e quindi siete Siriani come me! Che cosa succederà se questi nuovi arrivati prendono Damasco? Non è chiaro quello che è successo dopo. L’attacco a Damasco dei Crociati fu condotto talmente male da far sospettare un tradimento. L’esercito fu perfino portato in una pianura, dove mancavano i rifornimenti d’acqua! L’esercito crociato dopo pochi scontri si ritirò. Fu veramente tradimento? Paura dell’esercito di Noraldino che arrivava? Semplice inettitudine? In ogni caso l’esercito crociato non ritentò più nessuna offensiva. I crociati tornarono a casa. Uno dei tedeschi (allora un ragazzo) molti anni dopo ritornerà per la terza crociata: sarà chiamato Federico Barbarossa! *** Voglio chiudere il capitolo dedicato a questa sfortunata crociata, con un evento positivo sul fronte ovest della Cristianità. Nel 1139, Alfonso Enriques, conte di Porto e di Coimbra, aveva proclamato la sua indipendenza, staccandosi dalla Castiglia. Nel 1147, il conte intraprese una spedizione contro gli arabi che si erano rifugiati a Lisbona, una città difficile da espugnare per la sua posizione strategica sul mare. Alfonso sconfisse i musulmani a Portocalis, e divenne re del Portogallo, con capitale Lisbona. Alla presa di Lisbona parteciparono anche dei soldati fiamminghi e frisoni. Dovevano andare alla crociata, ma la loro nave era stata portata da una tempesta sulle coste portoghesi. Gli aspiranti crociati decisero allora di affrontare questi altri infedeli… È stata l’unica vittoria cristiana della seconda crociata!

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4. Il “feroce Saladino” Il fiasco della seconda crociata aveva demoralizzato i cristiani, e ringalluzzito i mussulmani. Pochi anni dopo Noraldino occupò anche Damasco. Ormai tutta la Siria mussulmana era unita. Il re di Gerusalemme, Baldovino III, cercò di venire a patti con il Basileus Manuele Comneno. L’alleanza fu sancita col matrimonio di Baldovino III con Teodora, figlia di Manuele Comneno. Lo stesso Basileus venne a Gerusalemme ad accompagnare la sposa. L’esercito bizantino servì almeno a tenere a bada per un po’ di tempo Noraldino. Nel 1059, Manuele Comneno, s’imparentò lui stesso con i crociati, sposando Maria di Antiochia, figlia di Costanza d’Altavilla. Il matrimonio del Basileus con una “normanna” non andò giù a molti, e Manuele fu accusato, di essere diventato troppo “filo-occidentale”… I cristiani palestinesi ormai sapevano che non potevano ricevere aiuti né da Costantinopoli, né dall’Europa. Eppure tentarono ancora delle offensive. Non contro Aleppo e Damasco (controllate da temibile Noraldino) ma contro l’Egitto! La dinastia dei Fatimidi era arrivata alla fine. Noraldino voleva occupare l’Egitto, e i Fatimidi (mussulmani sciiti) cercarono l’alleanza con Gerusalemme. Ci furono varie spedizioni dei re di Gerusalemme in Egitto. Ogni volta i cristiani tornarono a casa con un discreto bottino, ma senza avere ottenuto nessun risultato politico. Nel 1164, in Egitto, ci fu una disputa tra due aspiranti visir, uno appoggiato da Damasco, e uno da Gerusalemme. Il re di Gerusalemme, Amalrico, occupò Il Cairo, ma fu cacciato dall’inviato di Noraldino, l’emiro Shirkuh. Insieme all’emiro c’era un promettente ufficiale, figlio di un capo curdo. Si chiamava Salah al Din: in italiano Saladino! Nel 1171 Salah al Din divenne sovrano d’Egitto, dando inizio alla dinastia degli “Ayubiti”. Nel 1182 il Saladino regnava anche su tutta la Siria, inclusa Aleppo. Gli stati cristiani erano accerchiati! Nel 1187, fu messa sotto assedio Gerusalemme… Gli storici filo-islamici non mancano mai di fare notare che 1187 non ci furono i massacri del 1099. Le stesse fonti islamiche però raccontano che, dopo un’inutile resistenza, i capi cristiani chiesero la resa al Saladino, in cambio della promessa di avere salva la vita. Il Saladino rifiutò: voleva la resa “incondizionata”! I difensori cristiani (comandati da Baliano d’Ibelin) giocarono il tutto per tutto, e gli dissero pressappoco così: Se la metti in questo modo, combatteremo fino all’ultimo.

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Moriremo tutti, noi e le nostre famiglie, ma prima uccideremo tutti i prigionieri mussulmani, e distruggeremo tutti i luoghi santi mussulmani, compresa la Moschea della Roccia! Stavano bleffando? Non credo, e non lo pensò neanche il Saladino. In ogni caso Salah al Din era spietato contro i suoi nemici, ma non “feroce” di natura. Il Saladino era soprattutto una persona pratica. Molti suoi uomini avrebbero voluto un massacro, e anche la distruzione del Santo Sepolcro, ma proprio la minaccia dei Cristiani di distruggere i luoghi santi dell’Islam valse a vincere le velleità degli “integralisti” più fanatici. Fu preparato un dettagliato piano di resa, con le condizioni per l’evacuazione dei cristiani, e anche il riscatto per ogni prigioniero: dieci dinar. Difficile dire quanti sarebbero in euro: corrispondevano a 40 grammi d’oro. Per i più poveri avrebbero dovuto pagare i ricchi, e gli ordini religiosi. Molti furono riscattati, ma molti altri, che non potevano pagare, furono ridotti in schiavitù. Le condizioni di resa furono scrupolosamente rispettate. Anche il Patriarca lasciò di Gerusalemme, con gli arredi sacri e il suo tesoro, pagando solo dieci dinar. Se avesse scucito i cordoni della borsa, molti altri poveri cristiani sarebbero stati riscattati: forse tutti! Saladino era un uomo di parola, e sapeva che la sua magnanimità sarebbe stata ricompensata. Infatti, nello stesso anno furono conquistate molte altre città cristiane, tra cui Acri, Tiberiade, Beirut, Sidone, Laodicea. Tutte si arresero alle stesse condizioni di Gerusalemme. Nel 1190 rimanevano in possesso dei Cristiani solo tre città: Antiochia, Tiro e Tripoli. Come se non bastasse, c’erano due aspiranti alla corona (ora solo virtuale) di Gerusalemme: Guido da Lusignano, da molti considerato un incapace, e Corrado di Monferrato, che per combattere il rivale si schierò perfino dalla parte del Saladino! Nello stesso periodo, in Anatolia, il sultano d’Iconio, Arslan II, aveva cominciato ad attaccare le postazioni bizantine. Manuele si mosse contro i turchi e, nel 1176, fu ignominiosamente sconfitto a Misiocefalo. Forse il Basileus avrà rimpianto di non avere fatto azione comune con francesi e tedeschi nel 1047. O forse no! Per i greci una vera alleanza con i barbari dell’ovest era inimmaginabile! Di fatto, d’allora in poi, i bizantini rinunciarono a ogni tentativo d’espansione a est, resistendo solo sulle coste dell’Asia Minore. Naturalmente i cristiani di Palestina avevano chiesto aiuto anche al papa: ma in Europa la situazione era piuttosto complicata.

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5. La Terza Crociata Il papa Urbano III era morto nel 1187: forse d’infarto, dopo aver ricevuto la notizia della caduta di Gerusalemme. Il suo successore Gregorio VIII morì meno di due mesi dopo la sua elezione. Infine fu letto Clemente III, che chiamò subito tutti alla Crociata. Stavolta aderirono l’imperatore germanico, i re di Francia e d’Inghilterra, e un bel po’ di principi e duchi, tra cui Leopoldo d’Austria. L’imperatore era Federico Barbarossa, che, da ragazzo, che aveva partecipato alla seconda crociata. Federico fu uno degli ultimi grandi imperatori che cercarono di mantenere unito il Sacro Romano Impero. Nel 1190 l’Impero era un po’ meno Romano, molto meno Sacro, ma esisteva ancora. Federico si era fatto incoronare in pompa magna, ma aveva passato la vita a lottare contro i nobili tedeschi, contro papa, e soprattutto contro i Comuni italiani: in particolare contro Milano da cui, nel 1176, era stato sconfitto nella battaglia di Legnano. La pace di Costanza aveva formalizzato lo status quo: i Comuni italiani erano, di fatto, indipendenti, anche se soggetti all’autorità nominale dell’imperatore. Quando fu proclamata la crociata, Federico Barbarossa aveva superato i sessant'anni, ma era ancora in piena forma, e desideroso di concludere la sua “carriera” con l’impresa più clamorosa. I “re crociati” erano Filippo Augusto di Francia, e Riccardo Cuor di Leone. Riccardo oltre che re d’Inghilterra, era signore dell’Aquitania, della Normandia, e di molte altre contee della Francia. Riccardo e Filippo avevano già combattuto insieme: erano stati amici (i maligni dicono più che amici!), e poi acerrimi rivali. A Costantinopoli regnava Isacco II Comneno. Nel 1180, dopo la morte di Manuele Comneno, c’erano stati vari disordini. Il figlio del Basileus, Alessio II, aveva dodici anni, ed era stata nominata reggente sua madre, Maria d’Antiochia. Molti nobili bizantini vedevano di malocchio la “normanna”, accusata di favorire gli “occidentali” (qui chiamati “latini”) che vivevano a Costantinopoli: veneziani, genovesi, francesi, e fiamminghi. Gli stranieri, troppo ricchi, erano considerati sovvertitori dell’ordine sociale! Ci fu una rivolta. Si scatenò “la caccia al latino”. I quartieri latini furono incendiati. Molti stranieri furono uccisi. Si fece avanti un cugino di Manuele, Andronico, che i reazionari nominarono Basileus: Alessio II e la madre furono strangolati! Andronico si rivelò un pessimo imperatore, e attirò anche la vendetta dei Normanni di Sicilia, che invasero la Grecia, arrivando fino a Tessalonica. Ci fu un’altra rivolta, e Andronico morì linciato dalla folla. Il nuovo imperatore, Isacco II, riuscì in qualche modo a respingere i Normanni.

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Fatte queste premesse, si può facilmente capire che Isacco II non era (né poteva essere!) “filo-occidentale”. Quando seppe che Federico Barbarossa stava venendo, con un fortissimo esercito, si alleò addirittura con i Turchi. Oltre a tutto, il figlio di Federico aveva sposato Costanza d’Altavilla: un’altra maledetta Normanna! L’esercito di Federico Barbarossa attraversò Ungheria, Serbia e Bulgaria chiedendo “aiuti” alle popolazioni: trovò, letteralmente, terra bruciata! Federico marciò allora contro Costantinopoli. Isacco II venne a più miti consigli: consegnò a Federico tutte le vettovaglie di cui aveva bisogno, e gli diede i mezzi per attraversare il Dardanelli. L’imperatore poté così arrivare in Asia senza passare per Costantinopoli, e il Basileus tirò un respiro di sollievo. Federico avanzava implacabile verso Sud-est. Era già stato in Asia da ragazzo, e non si faceva mettere in trappola. Il Saladino era terrorizzato alla prospettiva del suo arrivo. Aveva chiesto aiuti a tutto il mondo islamico! Poi ci fu il colpo di scena! Federico era quasi arrivato nella Piccola Armenia, quando morì annegato nel piccolo fiume Salef. Nessuno sa com’è successo. L’acqua era poco profonda, e probabilmente l’anziano imperatore si era sentito male. Dopo la morte di Federico, l’esercito germanico si dissolse, e solo pochi raggiunsero Acri, dove l’inetto Guido da Lusignano continuava l’assedio. Tra i tedeschi che arrivarono in Palestina, c'erano anche quelli che costituirono l'ordine monastico dei Cavalieri Teutonici. La maggior parte di loro non rimase in Oriente, ma si trasferì in Prussia, dove combatté i "pagani" baltici, ma anche i cristianissimi polacchi! Nel 1191 arrivarono in Palestina, via nave, prima l’esercito francese di Filippo II e poi quello inglese di Riccardo Cuor di Leone. Riccardo ci aveva messo un bel po’ ad arrivare. Il re si era fermato anche a Cipro: aveva avuto qualche “divergenza d’opinioni” col governatore bizantino e aveva occupato l’isola. Riccardo Cuor di Leone prese la direzione delle operazioni, e Acri alla fine fu espugnata. Non furono fatti prigionieri: tutti i difensori furono uccisi! Sembra che Riccardo fosse chiamato “Coer de Lion” perché era coraggioso, e, soprattutto, spietato! Filippo tornò in Francia subito dopo la conquista d’Acri, e approfittò dell’assenza di Riccardo per occupare molti domini della corona inglese in Francia.

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Riccardo iniziò le trattative col Saladino, facendo anche amicizia con suo fratello Al Aladil. Arrivò addirittura a proporre un matrimonio tra Al Aladil e sua sorella Giovanna! Diceva sul serio? Il Saladino volle prenderlo in parola, e accettò. Riccardo si tirò subito indietro, dicendo che sua sorella si era rifiutata di sposare un mussulmano. Dubito che sorella di Riccardo abbia mai avuto alcuna voce in capitolo. Ma allora Riccardo che cosa aveva in mente? Probabilmente era solo un sottile gioco diplomatico. Intanto la guerra continuava. I cristiani avevano rioccupato la fascia costiera tra Tiro e Giaffa ma il Saladino teneva bloccata la strada per Gerusalemme. Riccardo aveva fretta di tornare in patria, e fu fatta la pace. Ognuno si teneva i territori che aveva conquistato, e veniva garantita libertà di culto, e di pellegrinaggio a Gerusalemme. Riccardo non andò a Gerusalemme. Voleva entrarci da conquistatore, non da pellegrino! Nel 1192 Riccardo lasciò la Palestina, ed entrò nella leggenda. Il merito fu soprattutto dei romanzieri inglesi, che lo associarono a Robin Hood. Per secoli Riccardo è stato visto, probabilmente a torto, come il classico eroe coraggioso (bello e buono!), in contrapposizione al fratello Giovanni Senza Terra (brutto e cattivo!). Se lo giudichiamo dai fatti, dobbiamo ammettere che lui fu l’unico a tenere testa al Saladino, con la forza e la diplomazia. Grazie a Riccardo i crociati sarebbero rimasti sul litorale palestinese per altri cento anni… Il Saladino morì poco dopo la partenza di Riccardo, dopo essere diventato l’eroe di tutto il mondo mussulmano. In Occidente oggi sarebbe considerato un interlocutore privilegiato, per un negoziato di pace: era una persona leale e ragionevole! Riccardo cercò invano di incontrarlo. Saladino gli fece sapere che: I re s’incontrano solo dopo aver fatto la pace. Non è bello che prima cenino insieme e poi tornino a combattersi! Saladino sapeva bene che, allora, una vera pace non era possibile. E adesso?

6. Uno sguardo a Occidente In Spagna nel XII secolo la Reconquista non fece molti progressi. Il successo più importante (oltre alla presa di Lisbona) fu la conquista di Almeria, e Tortosa, fatta con il concorso dei Genovesi, che ne guadagnarono importanti vantaggi commerciali.

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A lottare contro i Mori c’erano i regni d’Aragona (con Barcellona), Castiglia (con capitale Toledo), Navarra (capitale Pamplona), e Portogallo con la sua nuova capitale Lisbona. I mussulmani di Spagna erano di nuovo uniti, e resistevano senza fatica agli assalti dei cristiani. Nel 1145 gli Almoravidi erano stati sostituiti dagli Almohadi. La dinastia degli Almohadi aveva la capitale a Marrakech e dominava la Spagna meridionale e l'intero Maghreb. In questo periodo visse, tra Cordoba e Marrakech, il famoso filosofo Averroé, che cercò di conciliare Islam e filosofia aristotelica. Averroé fu molto apprezzato nel mondo cristiano. Dante lo metterà nel Limbo! Dove lo metterebbero gli integralisti mussulmani moderni?

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Capitolo VII Le ultime crociate (A.D. 1200-1299) 1. La crociata della vergogna Nel 1198 era salito al trono di Pietro Innocenzo III, un papa che voleva fare anche l’imperatore! Dopo la morte del marito, Enrico V, Costanza d’Altavilla affidò al papa il piccolo Federico, re di Sicilia. Nel 1210 il papa lo fece diventare imperatore del Sacro Romano Impero, col nome di Federico II. Il papa considerava Federico una sua creatura. Si sbagliava. Molti considerano Innocenzo III un grande papa. Sicuramente lo fu, ma il suo pontificato dovrebbe essere giudicato dai risultati ottenuti. Secondo me, Innocenzo III fece più danni alla cristianità del Saladino! Mentre il piccolo Federico cresceva alla corte di Palermo, Innocenzo III organizzò, insieme a molti piccoli nobili francesi, e alla repubblica di Venezia, una “guerra santa” che i libri di storia chiamano “Quarta Crociata”, ma che tutti i cristiani, d’Oriente e d’Occidente, dovrebbero chiamare “La crociata della vergogna”. Il capo dei crociati era Bonifacio da Monferrato, ma tutte le decisioni più importanti furono prese dal doge di Venezia, Enrico Dandolo. Oggi Venezia è una romantica città turistica, ma allora era un’animatissima città commerciale. Per Venezia la crociata era solo un affare. I crociati stipularono un contratto per il nolo delle navi: una cifra enorme, che non avevano. Qual era l’obiettivo originario della crociata? Sicuramente non la Palestina. Papa e nobili pensavano piuttosto all’Egitto, molto più ricco! Naturalmente c’era sempre la scusa che gli infedeli Egiziani erano padroni di Gerusalemme, e quindi vinti loro, la presa di Gerusalemme sarebbe stata cosa fatta! A molti aspiranti crociati, che ardevano dalla voglia di andare in Terrasanta, l’idea dell’Egitto non piacque per niente. Poi corse la voce che la prima tappa della crociata sarebbe stata… Zara! Zara (oggi Zadar) era una città della Dalmazia, (cattolicissima!) che per molto tempo era stata dominio veneziano, e poi aveva proclamato la sua indipendenza, appoggiandosi al re d’Ungheria. I Veneziani chiesero ai crociati, in cambio di una parte del loro debito, di aiutarli a riprendere Zara. Già m’immagino il crociato che, sventrando il cittadino di Zara, gli dice: Niente di personale! È solo questione di “business”!

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Possibile che, alla partenza della flotta, il papa non sapesse niente? Tanti crociati furono scandalizzati. Molti disertarono. Il papa si limitò a mandare una scomunica. A cose fatte! Se lo faceva prima, Venezia poteva ignorarlo? Oppure (proposta indecente!), se era solo questione di soldi… non poteva anticipare il papa stesso la somma richiesta, magari diventando azionista della “Quarta Crociata SpA”? Forse Innocenzo III fu preso in contropiede dagli avvenimenti, e non seppe, o non volle, prendere una posizione chiara. Alla fine ritirò anche la scomunica! Finito il “lavoro” a Zara, la flotta stava per ripartire, quando successe un evento “ inaspettato”, che il doge Enrico Dandolo sicuramente aveva organizzato. Nel 1195 il Basileus Isacco II era stato spodestato (e accecato!) dal fratello. Il figlio d’Isacco, Alessio, si presentò a Zara, facendo, a crociati e veneziani, una “proposta a cui non si poteva dire di no”. Se i crociati lo avessero rimesso sul trono, Alessio avrebbe pagato tutte le spese della spedizione, e avrebbe anche mandato navi bizantine per il proseguimento della crociata. Tanti crociati non erano d’accordo: erano appena stati scomunicati e poi assolti! I capi, invece, accettarono con entusiasmo. Ormai, dopo Zara, tutto sembrava lecito! E il papa? Innocenzo III, forse, fu avvertito solo quando le navi erano già in viaggio per Costantinopoli. Sicuramente non fece niente per fermare la spedizione. Forse il papa pensava che, alla fine, i crociati in Palestina ci sarebbero arrivati davvero! All’inizio, a Costantinopoli le cose sembrarono andare nel migliore dei modi. L’usurpatore scappò via, e Alessio fu rimesso sul trono. Le navi crociate rimasero a Costantinopoli aspettando che Alessio rispettasse i suoi impegni: gli affari sono affari! I soldi non arrivarono. Ci fu, invece, la rivolta contro “i latini”. Alessio e Isacco furono uccisi. I “crociati” andarono a prendersi i loro soldi, saccheggiando, uccidendo e stuprando. La parola vergogna è troppo poco! Il turista che guarda la facciata di Piazza S. Marco, sa che i quattro cavalli, da poco restaurati, prima “stavano a Costantinopoli”, ma non pensa al prezzo di sangue che è stato pagato, per farli arrivare a Venezia. Anche molti altri tesori di San Marco “stavano a Costantinopoli”, per non parlare delle reliquie. Il saccheggio delle reliquie nelle chiese è stata forse la cosa più raccapricciante. Dopo, naturalmente, l’uccisione di donne e bambini... Molti anni dopo, papa Giovanni Paolo II, ha chiesto perdono. I greci, e tutti gli ortodossi, non hanno ancora perdonato!

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Correva l’anno 1204. Naturalmente la crociata era finita. Un nobile gradito a Veneziani, Baldovino, fu nominato “Imperatore Latino d’Oriente”, ma la sua autorità non andò mai oltre i dintorni di Costantinopoli. La Grecia, fu spartita tra i nobili franchi e la repubblica di Venezia, che, oltre annettersi varie isole (tra cui Corfù, Creta e l’Eubea), acquistò enormi privilegi commerciali in tutto l’ex impero bizantino. A Nord, Serbi e Bulgari approfittarono della nuova situazione per rendersi indipendenti. A Est i Greci scampati si riorganizzarono formando un piccolo stato in Asia Minore, con capitale Nicea. Il papa si mostrò indignato: forse lo era veramente! Innocenzo III, però, finì per pensare che da un male poteva nascere un bene, Innanzi tutto, finalmente, la chiesa greca sarebbe stata riunita a quella latina. Poi i bizantini avrebbero smesso di boicottare le crociate, e il nuovo impero latino sarebbe stato in grado di difendere l’Europa dai Turchi. È successo esattamente il contrario!

2. Una vergogna dopo l’altra Durante il pontificato d’Innocenzo III ci furono altre due crociate, se possibile, ancora più vergognose di quella a Costantinopoli! La prima fu in Francia. In Provenza si era sviluppato un movimento (come tanti altri) che cercava una riforma della Chiesa, e un ritorno alla povertà evangelica. I suoi aderenti erano chiamati Catari, o Albigesi. Tra Cattolici e Albigesi erano nate molte divergenze di carattere teologico, ma furono motivi politici a far nascere la “guerra santa”. Non è ben chiaro se l’iniziativa della “crociata” partì dal papa o dal re Filippo di Francia. In ogni caso il re e il papa si misero subito d’accordo. Nel 1209 l'esercito cattolico espugnava la città di Bèziers. Gli “eretici” erano solo una parte della popolazione: come distinguere gli Albigesi dai Cattolici? Sembra che il legato pontificio Arnaldo abbia pronunciato la frase: Uccideteli tutti! Poi Dio riconoscerà i suoi! Molti ritengono che questa “crociata” fu promossa dal re di Francia, con l’unica intenzione di sottomettere la Provenza, differente, per lingua e cultura dalla Francia del nord. Oggi la cultura provenzale è praticamente scomparsa, e la “Lingua d’Oc” dei trovatori rimane ora solo in alcuni “dialetti” francesi. ***

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Un’altra crociata avvenne nel 1212, ed ebbe per protagonisti ragazzi tra i 12 e 16 anni! I disastri delle crociate precedenti avevano fatto pensare a tanti che il messaggio evangelico doveva essere diffuso con l’amore, e non con la guerra. Tanti ragazzi partirono a piedi per la Terrasanta. Arrivati al mare, alcuni trovarono un armatore “benefattore” disposto a portarli in Palestina gratis: li vendette tutti come schiavi, ad Algeri e ad Alessandria. Alcuni di loro, diventati adulti, furono riscattati da Federico II, quando si decise a fare la sua crociata. Che fine avranno fatto gli altri? Sembra che da questa triste storia sia derivata la favola del pifferaio magico di Hamelin.

3. Crociata sul Nilo Nel 1216, diventa papa Onorio III, che è stato anche precettore di Federico II. Il papa cerca di convincere Federico a guidare una crociata, ma il re perde tempo. Alla fine la crociata parte senza di lui, verso l’Egitto. Molti volontari, da tutta l’Europa, si uniscono all’esercito di Giovanni, re (virtuale) di Gerusalemme. Nel 1218 l’esercito cristiano attacca la città di Damietta, importante porto, da cui si poteva risalire il Nilo fino al Cairo. L’intenzione dichiarata era di prendere Damietta, per poi puntare su Gerusalemme. I fatti che seguirono mi fanno invece pensare che proprio l’Egitto era l’obiettivo principale della missione, e la presa di Gerusalemme era considerata da molti solo un “effetto collaterale”. Per la presa di Damietta furono impiegati uomini e mezzi, in quantità enorme. Ho il legittimo dubbio che per prendere Gerusalemme ne sarebbero bastati molti di meno. Mentre i crociati assediano Damietta, il sultano Al Aladil muore. Il nuovo sultano Elkamil propone di restituire Gerusalemme, se i crociati lasciano l’Egitto. Il legato del papa, lo spagnolo Pelagio risponde sprezzantemente: no! Nel 1219, i Crociati prendono finalmente Damietta e avanzano verso Il Cairo. Elkamil propone allora di restituire Gerusalemme e tutta la Palestina. Giovanni, impaziente di diventare re effettivo di Gerusalemme, vorrebbe accettare, ma Pelagio risponde ancora: no! Era sincera l’offerta di Elkamil? In ogni caso, mentre erano ancora in posizione di forza, i Cristiani avrebbero potuto costringere Elkamil allo scambio. Invece Pelagio spinge i Cristiani verso Il Cairo, dove sono bloccati dalla (prevedibilissima!) piena del Nilo. Perché?

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Tutti gli storici, cristiani e mussulmani, danno la responsabilità della sconfitta soprattutto a Pelagio: forse lo spagnolo sperava di ripetere grande vittoria che pochi anni prima i suoi conterranei avevano ottenuto contro i Mori a Las Navas de Tolosa. Ma Pelagio era il legato di papa Onorio IV. Quali erano state le istruzioni del papa? Prendere Gerusalemme o occupare l’Egitto? Io opterei per la seconda ipotesi… In ogni caso, alla fine, i cristiani furono sonoramente sconfitti. Dovettero ringraziare Elkamil di poter lasciare il Cairo, e Damietta, sani e salvi: almeno la maggioranza di loro! La “crociata sul Nilo” era finita! Tra i pellegrini arrivati con i crociati c’era un frate allora poco conosciuto, ma che presto sarebbe diventato S. Francesco. Francesco, di sua iniziativa, lasciò il campo dei crociati, si fece catturare, e chiese di parlare con il Sultano. Sembra che Elkamil abbia parlato a lungo con Francesco, che gli proponeva una visione del Cristianesimo molto diversa da quelli che combattevano intorno a Damietta. Probabilmente il Sultano ne fu colpito abbastanza da capire che, se veramente avesse permesso a Francesco di predicare in Egitto, molti sarebbero stati i suoi seguaci, tra cristiani copti e mussulmani. In ogni caso, qualsiasi forma di proselitismo cristiano nei paesi mussulmani era (ed è tuttora!) sempre e rigorosamente vietata! S. Francesco fu riportato al campo cristiano con la benedizione di Allah. Il suo martirio non sarebbe stato utile ai mussulmani. Sarebbe stata una pessima propaganda, e le guerre si vincono anche con la propaganda!

4. La crociata dello scomunicato Federico II era figlio dell’imperatore Enrico V e di Costanza d’Altavilla, sorella dell’ultimo re normanno Guglielmo II. Come italiano del XXI secolo, non riesco a capire come un re, siciliano da parecchie generazioni, abbia potuto fare sposare Costanza al figlio dell’imperatore Federico Barbarossa, che inevitabilmente, avrebbe unito Sicilia e Italia meridionale, al Sacro Romano Impero Germanico. D'altra parte un italiano del XIV secolo, Dante Alighieri, guardò con favore quel matrimonio, mettendo Costanza in Paradiso. A quei tempi era ancora viva l’idea dell’impero universale, e Federico II cercò di risollevare l’Impero facendo proprio quello che i papi più temevano: prendere in una morsa lo stato pontificio, attaccandolo da nord e da sud!

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Come molti ragazzi educati nelle scuole religiose, Federico II era, in cuor suo, un feroce anticlericale. Come tutore Federico aveva avuto addirittura papa Innocenzo III, e, come precettore, il futuro papa Onorio III. Ai due papi, Federico aveva promesso di tutto. Nel 1220, Federico II promise di fare una crociata, ma tergiversò a lungo. Si decise a partire solo quando il papa lo scomunicò. Nel 1228 lo scomunicato arrivò in Palestina, dopo avere avuto un lungo scambio di corrispondenza con il sultano Elkamil. Elkamil era una persona colta, e, probabilmente, non era più mussulmano di quanto Federico era cristiano. Federico era cresciuto alla corte di Palermo dove (lì si!) i mussulmani colti non erano solo tollerati, ma protetti e incentivati. Federico parlava l’arabo, ed era appassionato d’arti e scienze. Elkamil propose a Federico un'alleanza. Promise anche che gli avrebbe ceduto Gerusalemme. Poteva farlo senza problemi perché in quel periodo la città non era più sua, ma del fratello, Al Muazzam, che gli si era messo contro! Federico arrivò in Palestina, convinto di fare una passeggiata a Gerusalemme (tanto per fare contento il papa!) e poi tornare ai suoi affari d’imperatore. Purtroppo, per Federico, nel frattempo Al Muazzam era morto, e suo figlio An Nasir era debole. Elkamil aveva già occupato Gerusalemme: perché cederla a Federico? I due eserciti marciarono uno contro l’altro (probabilmente fu solo una messinscena), ma, prima dello scontro, Federico ed Elkamil si misero d’accordo. Nel 1229, Elkamil cedette a Federico Gerusalemme e una striscia di terra che la collegava ad Acri. Gerusalemme però non poteva essere fortificata, e i luoghi santi mussulmani rimanevano sotto il controllo d’Elkamil. Questo “trattato di pace” fece scandalo in tutto il mondo mussulmano. An Nasir tuonò nelle moschee di Damasco contro lo zio. Subito dopo Elkamil occupò Damasco, e la Siria: l’accordo con i cristiani gli garantiva mano libera! Quando Federico visitò le chiese (e le moschee) di Gerusalemme, molti mussulmani trovarono, come minimo sconcertante, l’atteggiamento di Federico verso i simboli della sua religione, e verso i suoi stessi correligionari, da lui definiti “porci”. “Porci” era il termine, spregiativo, con cui i mussulmani indicavano i cristiani: se Federico lo usava, voleva dire che lui era un ateo, cioè peggio che cristiano! Lo scrivente ha potuto costatare che un mussulmano credente ha più rispetto per un cristiano che per un ateo. Un dialogo tra le due religioni è possibile, fino a che non si arriva alla conclusione:

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Se le nostre religioni sono equivalenti perché tu non ti converti alla mia? Anche nel mondo cristiano si gridò allo scandalo. Come avrebbero potuto i cristiani difendere Gerusalemme priva di fortificazioni, dopo la partenza dell’esercito di Federico? Questo all’imperatore non interessava. Tornato in Italia, riuscì a farsi togliere la scomunica dal papa, e poi s’interessò solo d’Italia e Germania. Gerusalemme rimase cristiana solo per 15 anni. Dopo la morte d’Elkamil ci furono nel mondo mussulmano lotte di successione e disordini. Nel 1244 una tribù di turchi “Choreshemi”, attaccò e occupò Gerusalemme. Ai cristiani fu concesso di lasciare la città, ma poi furono assaliti lungo la strada. Pochi arrivarono ad Acri… L’accordo che fu allora concluso tra Federico II ed Elkamil assomiglia molto ad altri che, nel ventesimo secolo, sono stati proposti per Gerusalemme. Se c’è la buona volontà, da entrambe le parti, qualunque trattato può funzionare. Se c’è la buona volontà, e la possibilità di fare rispettare l’accordo da tutti! Chi potrebbe farlo adesso?

5. Le crociate del re santo Nel 1248 partì per la crociata re Luigi IX di Francia, il santo. Forse il re era veramente un fervente cattolico, ma le sue crociate sono state un disastro. La sua prima crociata sembra una fotocopia della “crociata sul Nilo” di 25 anni prima. 1. 2. 3. 4. 5.

Assedio di Damietta Conquista di Damietta Proposta di scambio con Gerusalemme Rifiuto Sconfitta finale

Ci sono due eventi che vale la pena di far notare. • Durante il momentaneo successo francese fu deposto l’ultimo sultano della dinastia degli Ayubiti e salì al potere un ex schiavo turco, che diede inizio alla dinastia dei Mamelucchi. Un loro sultano caccerà definitivamente i crociati dall’Asia.

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• Alla fine della crociata il re stesso fu fatto prigioniero e riscattato, in cambio di Damietta, e un favoloso riscatto! Una volta liberato, Luigi IX andò ad Acri, dove restò quattro anni, cercando di riorganizzare le sfiduciate truppe cristiane. Ci fosse venuto quando ancora aveva un esercito! Ormai il disfattismo era nell’aria. Gli stessi templari avevano perso la loro grinta… Tornato in Francia, il re continuò a pensare a crociate. Nel 1270, Luigi IX sbarcò col suo esercito… presso Tunisi. Che c’entrava la Tunisia? Sembra che l’idea a Luigi l’abbia data suo fratello Carlo d’Angiò, da poco re di Napoli e di Sicilia. Era lui che voleva espandersi in Africa: ci avevano provato anche i Normanni! In ogni caso, questo tentativo di spostare il fronte sud della Cristianità in Africa finì prima ancora di cominciare. Luigi IX morì (forse di tifo) subito dopo lo sbarco. L’esercito francese si sbandò, e la Francia dovette aspettare seicento anni per creare il suo impero coloniale!

6. La crociata gialla Alcuni l’hanno chiamata così, ma le guerre dei Mongoli non sono mai state "guerre sante"! I mongoli erano feroci guerrieri, in maggioranza atei, che seminarono il terrore dalla Siberia all’Europa, dalla Cina alla Siria. In Europa furono fermati a stento in Polonia, ma solo perché avevano perso gran parte del loro slancio, dopo la morte di Gengis Khan. Anche arabi e turchi ebbero a che fare con loro. Nel 1255 occuparono Baghdad distruggendo la città delle “Mille e una notte”, che non si riprese più! Tra i mongoli c’erano anche dei cristiani: erano Nestoriani (una delle tante “eresie” sulla natura di Cristo) scappati dall’impero bizantino secoli prima, e arrivati fino in Cina. Forse a Roma si erano addirittura dimenticati della loro esistenza. In ogni caso, eretici o no, erano fratelli, quando faceva comodo! Il papa promosse missioni presso i Mongoli, pensando anche a un’alleanza con loro contro i mussulmani. I loro viaggi sono stati raccontati da Giovanni del Pian del Carpine, Guglielmo di Rubruck, e soprattutto, da Marco Polo. Con i Mongoli non fu possibile nessuna trattativa. I frati inviati si resero presto conto che i guerrieri tartari erano tutto tranne che cristiani. Non accettavano alleati: solo vassalli!

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Dopo avere occupato Baghdad, i mongoli, guidati da un generale cristianonestoriano, espugnarono anche Damasco e Aleppo. Gli stati cristiani, stretti tra egiziani e mongoli, non seppero nemmeno trovare una posizione comune. Antiochia, Tripoli, e la piccola Armenia si schierarono con i Mongoli. Acri rimase neutrale. Nel 1260 i Mamelucchi Egiziani attraversarono il territorio di Acri per andare a combattere i Mongoli. Il re “virtuale” di Gerusalemme li fece passare indisturbati. I Mamelucchi vinsero ad Ain Gialud, e la cosiddetta “crociata gialla” ebbe termine. Ormai i Mamelucchi Egiziani erano il più forte stato della regione, e in pochi anni liquidarono le ultime città cristiane. I cristiani non ricevevano più aiuti dall’Europa, ed erano demoralizzati. Nel 1268 cadde Antiochia, nel 1289 Tripoli, nel 1291 S. Giovani d’Acri. Quelli che poterono fuggirono sulle navi. Il re (virtuale) di Gerusalemme fuggì a Cipro, dove si fece chiamare “re di Cipro e di Gerusalemme”. Tanti altri furono massacrati. Alcuni scapparono nelle montagne: sono gli antenati dei cristiano-maroniti di oggi!

7. La crociata spagnola In questo tredicesimo secolo (tristissimo per la Cristianità!) l’unica crociata che ha avuto successo è quella di Spagna. Correva l’anno 1211. Alfonso VIII di Castiglia era impegnato in una spedizione a sud, quando un esercito degli Almohadi attaccò e conquistò il Castello di Salvatierra al confine della Castiglia, avanzando verso Toledo. Alfonso VIII temette il peggio e chiese al papa di proclamare una crociata. Alla “cruzada” parteciparono anche molti cavalieri francesi e tedeschi, che così almeno furono distolti dalla “Crociata contro gli Albigesi”. Accanto ad Alfonso VIII di Castiglia, si schierarono anche Sancho VII di Navarra, e Pedro II d’Aragona. Un primo successo fu la presa della fortezza di Calatrava: la guarnigione mora si arrese, e secondo i patti, fu risparmiata. Come in Palestina anche qui ci furono contrasti, tra nativi e forestieri. Molti dei crociati “ultramontanos” tornarono indietro, ma gli Spagnoli proseguirono l’avanzata verso sud. Ripresa Salvatierra, gli spagnoli trovarono i mori arroccati nelle montagne della Sierra Morena. Sembra che un pastore guidò i cristiani indicando un’antica via

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romana che permise ai crociati di aggirare le difese mussulmane. Lo scontro decisivo avvenne nella piana di Navas de Tolosa, dove l’esercito dei Mori fu completamente distrutto. La vittoria di Navas de Tolosa è considerata, da tutti gli Spagnoli, il più importante momento della Riconquista, anche perché fu ottenuta con il concorso di quasi tutti gli iberici, compresi molti volontari portoghesi. Dopo quella battaglia i Mori passarono di sconfitta in sconfitta. Nel 1238 gli Aragonesi occuparono definitivamente Valencia (era già stata conquistata dal Cid, ma poi ripersa). Furono occupate anche Murcia, e le isole Baleari. Anche i portoghesi approfittarono della debolezza dei Mori occupando l’Algarve, portando il Portogallo ai confini attuali. I Castigliani occuparono anche parte dell’Andalusia: nel 1236 fu occupata Cordova, nel 1248 Siviglia, nel 1262 Cadice. L’ultimo stato mussulmano rimasto in Spagna era il regno di Granada (dal 1232 sotto la dinastia dei Nasiridi) che comprendeva solo l’estremo sud della Spagna. I tempi sembravano maturi per la cacciata definitiva dei Mori dall’Europa. Ci vorranno altri duecento anni!

8. Il nuovo fronte est Dopo la caduta di San Giovanni d’Acri, il fronte est della cristianità era ritornato in Asia minore e nel mare Egeo. Gli stati cristiani, che avevano preso il posto dell’antico impero bizantino, erano tanti, e spesso in lotta tra loro. Il cosiddetto “Impero latino d’oriente” non solo non era capace di difendere la cristianità, ma neanche se stesso! Re Baldovino, sconfitto e fatto prigioniero dal nuovo “zar” di Bulgaria, non regnò neanche un anno. I suoi successori non faranno di meglio. Nella Grecia continentale, i franchi avevano creato, il ducato di Atene, e il Principato di Morea, mentre la maggior parte delle isole greche era sotto il dominio diretto di Venezia. A Nicea, i greci superstiti tentarono di organizzare un “impero” (?) greco. Nel 1208 Teodoro Lascari fu incoronato “imperatore”. Nel 1211 riuscì anche a sconfiggere i turchi, ma il suo regno copriva solo una piccola parte dell’Anatolia. A complicare la situazione in Asia Minore arrivarono i Mongoli che combatterono indifferentemente turchi e greci. I greci pagarono la pace con denaro contante! I turchi si ritirarono nelle montagne.

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Nel 1261 il Basileus Michele Paleologo, appoggiato da Genova (contro Venezia) occupò Costantinopoli, mettendo fine all’Impero latino d’oriente. Michele riprese la Tracia Orientale, e parte della Grecia settentrionale, ma dovette lottare contro gli ultimi stati “latini”, i bulgari, e soprattutto contro il nuovo re di Napoli (e Sicilia) Carlo d’Angiò, che si era impadronito anche del principato di Morea. Per affrontare una coalizione promossa da Carlo d’Angiò, Michele Paleologo cercò perfino di diventare amico del papa, realizzando (per pochissimi anni!) addirittura l’unione della chiesa greca e latina. In tutte queste vicissitudini, Michele a tutto pensava tranne che ad affrontare i mussulmani, e i turchi ne approfittarono per rioccupare quasi tutta la Turchia asiatica. Insomma ormai lo spirito delle crociate si era perso da un pezzo, e cristiani d’oriente e d’occidente pensavano solo a combattersi tra loro. Michele Paleologo morì nel 1282, lo stesso anno in cui in Sicilia scoppiò la rivolta dei Vespri Siciliani che cacciò gli Angioini (francesi) dalla Sicilia. Una specie di leggenda dice che la sigla del motto degli insorti “Morte Alla Francia Italia Anela” sia diventata MAFIA!

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Capitolo VIII Scisma a ovest- Invasione a est (A.D. 1300-1399) 1. Papi e re Nel 1300, papa Bonifacio VIII celebrò il primo giubileo. In realtà per la cristianità c’era poco da giubilare, visto che l’unica delle crociate del secolo precedente andata buon fine era quella spagnola. Ormai Gerusalemme era definitivamente persa, e i pellegrini d’Europa erano stati invitati a spendere i loro soldi a Roma. Esclusi i greci ortodossi, naturalmente! Il papa si aspettava che la grandiosità delle celebrazioni del giubileo sancisse la supremazia del papa sull’imperatore, e sui re. In effetti, l’imperatore contava ormai pochissimo. Dopo la morte di Federico II, nessuno degli imperatori nominati dai sette “grandi elettori” era riuscito a imporre realmente la sua autorità sui feudatari tedeschi e sui comuni italiani. Nell’Italia meridionale, si era installata, con la benedizione del papa, la nuova dinastia degli Angioini, imparentati ai re di Francia. Dopo i Vespri, la Sicilia era diventata un regno indipendente, sotto una nuova dinastia, la stessa dei re d’Aragona. Il resto dell’Italia era diviso in centinaia di comuni. Solo in Francia, il re era riuscito ad affermare la sua supremazia sui grandi feudatari del paese. Il re di Francia era sempre stato il miglior alleato del papa, fino a che… Nel 1302, Bonifacio VIII emise la Bolla "Unam Sanctam" riaffermando categoricamente il potere della Chiesa su tutti i territori governati da re e imperatori. Il re di Francia, Filippo il Bello, non solo respinse il contenuto della bolla, ma mise il papa sotto accusa, accusandolo d’eresia, simonia e ogni sorta d’infamità. L’episodio culminante dello scontro tra papa e re avvenne ad Anagni, dove sembra che l’inviato del re (o forse il principe Colonna, suo alleato) mollò al papa un sonoro ceffone. Bonifacio, umiliato, morì poco tempo dopo. Il suo successore, Benedetto XI, abrogò tutti i decreti emessi contro il re di Francia, ma a Filippo il Bello non bastò. Poco dopo il papa morì, forse avvelenato… Filippo si era ormai convinto che doveva scegliersi il papa lui stesso. Ci riuscì! Nel 1305 fu eletto papa Bertrand de Got, col nome Clemente V. Il nuovo papa andò a farsi incoronare a Lione, e poco dopo trasferì la corte ad Avignone. Non è chiaro se questa sia stata una mossa concordata con Filippo sin dall’elezione, oppure Clemente abbia preferito non tornare a Roma per paura dei tanti nobili romani antifrancesi. In ogni caso i papi rimarranno ad Avignone fino al 1377!

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Clemente V seppe ben ripagare il suo “protettore” Filippo. Il re di Francia aveva bisogno di soldi e pensò di trovarli nelle casse di quella che era stata una grande congrega di monaci cavalieri, ma poi era diventata un’organizzazione misteriosissima, e, soprattutto, ricchissima: i Templari!

2. Templari e Giovanniti Dopo la caduta di S. Giovanni d’Acri, gli ultimi templari si rifugiarono, col loro tesoro, a Cipro. Avrebbero potuto continuare la lotta contro gli infedeli, o dedicare le enormi ricchezze raccolte in opere di bene. Invece… I Templari preferirono trasferire il loro tesoro nel Tempio di Parigi (al sicuro, credevano!), e misero insieme un impero finanziario senza precedenti, facendo anche i banchieri per la Santa Sede. Le regole impedivano al singolo templare di possedere denaro, ma non di vivere nel lusso, godendo delle ricchezze del proprio ordine. Fu proprio la ricchezza, la rovina dei templari, oltre la naturale diffidenza di tutti i governi verso organizzazioni potenti, che tendono a fare “uno stato nello stato”. Una notte d’ottobre del 1307, la polizia francese fece un blitz del Tempio, e arrestò il Gran Maestro dell’Ordine e tutti i capi. I Templari furono accusati di tutto: dalle messe nere alle peggiori perversioni sessuali. Tutti, sotto tortura, confessarono. L’atteggiamento del papa fu ambiguo: certo non li difese. L’ordine fu sciolto. Che fine abbia fatto il tesoro, e come fu spartito, non si è mai saputo. Il Gran Maestro dell’Ordine, che aveva ritrattato la sua confessione, morì nel 1314: non in combattimento, come i suoi predecessori, ma sul rogo! Trentasette giorni dopo il supplizio, moriva Clemente V. Otto mesi dopo, lo seguiva il Re. Qualche superstizioso ha pensato che, forse, non è stata una coincidenza! L’ordine dei Templari non è stato più ricostituito, ma innumerevoli storie sono state raccontate sul loro conto, e la leggenda è rimasta fino a oggi. Tante organizzazioni sorte nei secoli successivi si sono ispirate ai templari: una di queste ha nominato di recente “cavaliere” anche un ex ostaggio dei terroristi iracheni! Stiamo per andare veramente incontro a un'altra crociata? A differenza dei Templari, i Giovanniti (detti anche Ospitalieri), continuarono a combattere i mussulmani per secoli. Nel 1306 i turchi attaccarono l’isola di Rodi, che i bizantini non erano in grado di difendere. I Giovanniti difesero l’isola con successo e ne fecero un loro stato, diventando i Cavalieri di Rodi. I Cavalieri di Rodi difesero la loro isola per più di 200 anni e furono sempre in prima linea nella lotta contro i turchi, insieme agli ultimi bizantini, e i Veneziani, anche se non sempre in accordo con loro.

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Mentre in occidente i cristiani erano tutti assorti nelle loro beghe interne, il fronte est della cristianità si stava animando di nuovo. La Jihad turca era ricominciata…

3. L’impero ottomano Nel 1301, Othman I diventò il sultano di un piccolo stato all’interno dell’attuale Turchia. È difficile capire come abbia potuto questo sultanato crescere fino a diventare il più grande stato mussulmano, e a occupare mezza Europa! I turchi ottomani erano della stessa razza dei turchi selgheucidi. Sconfitti dai mongoli, erano risorti come stato, e, approfittando delle continue lotte tra greci, slavi e latini, avevano rioccupato, a poco a poco, tutta l’Asia minore. Nel 1330 anche Nicomedia e Nicea caddero in mano dell’invasore. Ormai, in Asia, a combattere i turchi erano rimasti solo gli armeni della Cilicia, che si arresero definitivamente solo nel 1375. In occidente, sembra che il re di Francia, Carlo IV, avesse elaborato, un piano per una crociata, che doveva fare una prima tappa proprio in Cilicia. Il suo successore, Filippo VI, avrebbe dovuto metterlo in pratica, ma il Papa Benedetto XII convinse il re, a desistere. Non credo che il papa abbia fatto molta fatica convincerlo! In realtà, a occidente nessuno si rendeva conto del reale pericolo del nascente impero ottomano. I turchi, oltre ad avere un temibile esercito, erano molto efficienti nell’amministrazione dello stato. Con i sudditi cristiani, che si sottomettevano, esercitavano la solita politica di “tolleranza”, ma con una “piccolo tributo” in più, con cui era stato creato lo speciale corpo dei Giannizzeri. Tutte le famiglie cristiane dell'Impero dovevano dare un figlio maschio al serraglio del Sultano, quando era ancora bambino. I bambini erano sottoposti alla più ferrea delle discipline, ed erano educati alla fede mussulmana in un modo più fanatico di quelli che nascevano mussulmani… alla faccia della tolleranza! Nel 1344 una coalizione cristiana riuscì ad ottenere un successo, sul mare. Davanti alle coste dell'Eubea, una flotta con galee di Venezia, Cipro, Rodi e perfino del Papa, sconfisse la flotta turca. Poi fu occupata anche la città di Smirne, che rimase, fino alla fine del secolo, l’ultimo avamposto cristiano in Asia. Intanto, però i Turchi erano arrivati in Europa. Nel 1354 occuparono Gallipoli attraversando lo stretto dei Dardanelli. Costantinopoli non era stata occupata (non ancora!) ma aggirata. Chiusi fra le mura di Costantinopoli, i Greci abbandonarono agli Slavi la difesa della Tracia. Il sultano Murad I s’impossessò di Adrianopoli e, nel 1362, entrò a Sofia.

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Serbi e bulgari, in passato, avevano già subito le spedizioni crociate (regolari e irregolari) che avevano attraversato il loro territorio, dalla crociata N° 0 in poi. Nel XIV secolo si trovarono loro stessi a dover combattere i turchi, e invocarono invano l’aiuto dell’Occidente. Nel 1389 l'esercito turco del sultano Murad I si spinse fino al Kossovo, dove avvenne un‘epica battaglia, rimasta nella memoria storica di Serbi e Albanesi, ma quasi ignorata nell’Europa occidentale, fino alla fine del ventesimo secolo! Il comandante dell’esercito cristiano era il principe serbo bosniaco Lazar, e ad affrontare i turchi fu un’alleanza di serbi, bosniaci, albanesi e rumeni. Fu una disfatta totale, una catastrofe, per tutti i popoli balcanici. Il principe Lazar morì nella battaglia. Morì anche il sultano Murad I, ma questo non rallentò l’avanzata turca. I Serbi di oggi considerano quella battaglia quasi una vittoria morale, per giustificare i loro diritti sul Kossovo… dimenticando che (allora!) gli albanesi combattevano assieme a loro. Bayazid I, figlio di Murad, continuò la guerra sottomettendo la Bosnia, la Valacchia, la Bulgaria, la Macedonia e la Tessaglia. Ai serbi rimase solo roccaforte di Belgrado. Gli albanesi continuarono la guerra nelle loro montagne. In Occidente si ricominciò a parlare di crociata. Stavolta il promotore fu il re Sigismondo d'Ungheria, il primo dei paesi attraversato dalla crociata dei “senza averi”! In Francia aderì solo il duca di Borgogna, Filippo l’Ardito, che inviò suo figlio Giovanni, detto poi “Senza Paura”. Giovanni, sotto le mura di Nicopoli, combatté valorosamente, tanto da guadagnarsi il suo bel soprannome, ma questo non gli impedì di essere sconfitto e fatto prigioniero: fu liberato solo dopo il pagamento di un enorme riscatto. Ormai i turchi erano padroni di quasi tutta la penisola balcanica. Resistevano solo Costantinopoli, Salonicco e, nella Grecia meridionale, il ducato d’Atene (sotto la signoria degli aragonesi), e la Morea, (divisa tra bizantini e veneziani). La repubblica di Venezia, prima responsabile della caduta dell’impero bizantino, ora era costretta a combattere contro i turchi per difendere le sue colonie in Grecia, e, soprattutto, i suoi interessi commerciali. La civiltà cristiana era minacciata, a oriente, come non lo era mai stata, dal tempo degli Omhayadi. Purtroppo i cristiani d’occidente pensavano solo a combattersi tra loro.

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4. La “Guerra dei cento anni”e il Grande Scisma Nel 1337, iniziò ufficialmente tra Francia e Inghilterra quella che poi fu chiamata “Guerra dei cento anni”. In realtà questa guerra durò 116 anni! Ne parlerò solo brevemente, perché non può certo essere considerata una “guerra santa”. La contesa tra i re di Francia e d’Inghilterra era il possesso dell’Aquitania, regione al sud ovest della Francia, di fatto annessa all’Inghilterra, dopo il matrimonio di Eleonora d’Aquitania con Enrico d’Inghilterra, padre di Riccardo Cuor di Leone. Eleonora d’Aquitania era stata prima sposata a Luigi VII di Francia (l’aveva anche accompagnato in Palestina durante la seconda crociata!) ma poi il matrimonio era stato annullato, e l’Aquitania era diventata inglese. Il re di Francia voleva riunirla al suo regno. Il re d’Inghilterra, invece, voleva tenersela, e vantava perfino diritti sulla corona inglese. La guerra andò avanti tra grandi battaglie, e brevi tregue, fino alla fine del secolo, senza che nessuno dei contendenti ottenesse una vittoria risolutiva. Una conseguenza dei primi settant’anni di questa guerra fu quella di distrarre la Francia (la nazione più importante d’Europa) dalle vicende balcaniche, ignorando ogni appello a crociate. La guerra non impedì invece i re francesi di interferire nelle vicende della Chiesa Cattolica. Al contrario, con i papi ad Avignone, le interferenze dei re di Francia condizionarono talmente l’operato del Vicario di Cristo, da rischiare di far perdere alla Chiesa ogni vocazione di universalità. In Germania, e soprattutto in Italia, tanti guardavano con sempre maggior distacco a quel vescovo di Roma… che a Roma non andava mai! Alla fine se ne rese conto anche papa francese Gregorio XI che, nel 1377 (esortato da Caterina da Siena) riportò la sede del papa a Roma, mettendo termine alla “cattività avignonese”. Gregorio XI morì l’anno dopo, e già durante il conclave riesplose il contrasto tra cardinali italiani e francesi. I francesi erano in grande maggioranza, e volevano eleggere papa uno di loro. Gli italiani erano abbastanza numerosi da bloccare un candidato da loro sgradito… Nelle strade di Roma, la folla rumoreggiava. Molti temevano il nuovo papa riportasse la sede della Chiesa in Francia. Dicono che alcuni facinorosi arrivarono addirittura a scoperchiare il tetto della sala del Conclave gridando: Romano lo volemo…almanco italiano! Il “suggerimento” della folla alla fine fu accolto, e i cardinali elessero un italiano, l’arcivescovo di Bari, che prese il nome di Urbano VI.

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Il nuovo papa forse fu scelto dai francesi proprio perché non era cardinale, e quindi estraneo alle beghe della corte papalina. Probabilmente pensavano che avrebbe potuto essere imparziale, mediando le contese tra cardinali italiani e francesi. Riuscì invece a fare scontenti gli uni e gli altri! Urbano VI probabilmente era animato dalle migliori intenzioni. Cercò di avviare una campagna moralizzatrice della Chiesa che, nel lusso d’Avignone, sembrava aver dimenticato completamente il messaggio evangelico. Il suo principale torto fu probabilmente quello di voler fare tutto subito, con un atteggiamento autoritario e intollerante che spaventò tutti, anche i cardinali italiani. I cardinali rimpiansero amaramente di avere eletto proprio lui. Ci furono consultazioni, alleanze, complotti... forse anche lo zampino del re di Francia! Infine si arrivò a una conclusione clamorosa. I cardinali dichiararono il papa decaduto, e ne elessero un altro, un francese, che prese il nome di Clemente VII e s’insediò ad Avignone. Non era la prima volta che la Chiesa era divisa tra un papa e un antipapa. Questa volta però “l’antipapa” non era stato nominato da un re o un imperatore, ma da un collegio di cardinali: gli stessi che avevano eletto il papa, che adesso volevano deporre! Per credenti, di tutte le nazioni, c’era un problema di coscienza. Un papa regolarmente eletto, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, non poteva essere deposto, ma i cardinali sostenevano che erano stati costretti a eleggere Urbano VI dalla folla romana, e non dallo Spirito Santo! Col papa d’Avignone, si schierarono subito, naturalmente, il re di Francia e il re di Napoli, suo cugino. Tutti gli altri (vescovi, preti, semplici fedeli) non sapevano a chi obbedire. Presto fu chiaro che non era più solo in discussione la sede del papato ma il suo stesso ruolo. Molti invocarono un Concilio. Ma poteva un Concilio imporsi legittimamente a un papa…anzi a due?

5. La Spagna Nel secolo XIV la Riconquista fece alcuni piccoli ma importanti progressi. Nella penisola iberica, ormai lo stato più importante era la Castiglia, che, dopo avere riassorbito il regno del Leon, e occupato il porto di Cadice, circondava completamente il Portogallo. Ormai i Portoghesi non erano più tanto ansiosi di combattere i Mori. Talvolta, non disdegnavano di allearsi con i mussulmani, contro il loro troppo potente vicino. Un altro stato importante della regione era il regno d’Aragona, che occupava la maggior parte della costa orientale della Spagna. L’Aragona era diventata una

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potenza navale mediterranea: un re aragonese regnava anche in Sicilia, e una compagnia aragonese controllava il ducato d’Atene. I mussulmani resistevano nel regno di Granada, che comprendeva la maggior parte dell’Andalusia. Era uno stato piccolo, ma i Mori potevano sempre contare sull’aiuto dei loro vicini in Marocco. Nel 1340, il Sultano Alì riuscì a spostare le sue truppe dall'Africa oltre lo stretto di Gibilterra e cinse d'assedio la città di Tarifa, con un grande esercito. Il re di Castiglia, Alfonso XI, avanzò contro i musulmani, cercando la battaglia. Sulle rive del piccolo fiume Salado, nei pressi di Tarifa, Alfonso riportò una grande vittoria contro i nemici, e un enorme bottino. Nel 1342, Alfonso XI mise sotto assedio Algeciras, con l'aiuto di volontari genovesi, inglesi, francesi e tedeschi. La città cadde nel 1344. Le truppe cristiane avevano ormai occupato tutta la sponda spagnola dello stretto di Gibilterra, bloccando il flusso d’invasori musulmani dall'Africa. Tuttavia il piccolo stato mussulmano di Granada resisteva. Il sultano continuava a regnare nel suo palazzo dell’Alhambra, che, con i suoi giardini, oggi rappresenta forse quanto di più bello realizzato finora dall’arte islamica. Ormai per i regni cristiani, Granada non era più una minaccia, ma era sempre uno stato straniero, il simbolo di una secolare oppressione… I Castigliani erano ansiosi di cancellarne l’esistenza, ma non erano in grado di scacciare completamente i Mori dalla Spagna senza stipulare un’alleanza stabile con i loro vicini Aragonesi. Ci riusciranno solo cent’anni dopo!

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Capitolo IX Disfatta a est -Vittoria a ovest (A.D. 1400-1499 ) 1. La fine dello Scisma Nel giubileo del 1400, i pellegrini a Roma, erano molti di meno di quelli del secolo precedente. Il mondo cattolico era sempre diviso. C’erano ancora due papi (uno a Roma e uno ad Avignone) ognuno con la sua corte e il suo collegio di cardinali. La situazione sembrava bloccata: era la fine della Chiesa Universale? Nel 1408, alcuni cardinali, di Roma e d’Avignone, per risolvere lo scisma, s’incontrarono, con altri vescovi, in un Concilio, a Pisa. Il papa Gregorio XII e l’antipapa Benedetto XIII respinsero il tentativo di riconciliazione: anzi non si presentarono nemmeno! A Pisa, i conciliari convenuti fecero una clamorosa scelta. Deposero papa e antipapa ed elessero, in pieno accordo, Pietro Filarete, col nome di Alessandro V. Poteva un concilio deporre un papa? Contava più il papa o il concilio? Intanto di papi ce n’erano tre, e nessuno ormai poteva affermare con sicurezza chi era il papa, e chi l’antipapa… Le divisioni tra cristiani (vescovi, preti o laici) ormai andavano di là delle divisioni nazionali. Molti approfittarono dell’occasione per chiedere una drastica riforma della Chiesa, a direzione collegiale. Chiarissima era solo la posizione del re di Francia: voleva il papa in territorio francese… oppure un papa con poteri così ridotti che la sua sede non avesse più nessuna importanza! Nel 1415 in un altro concilio, a Costanza, i vescovi riaffermarono la superiorità del concilio sul papa. Ma chi doveva essere il papa? Gregorio XII, il papa romano? Benedetto XIII, il papa avignonese? Oppure Giovanni XXIII, eletto papa, dai conciliari di Pisa, dopo la morte d’Alessandro V? Alla fine i vescovi trovarono un compromesso. Giovanni XXIII fu deposto dallo stesso concilio che lo aveva eletto. Oggi tutti lo considerano solo un antipapa, ma, per evitare equivoci, nel XX secolo, Angelo Roncalli ha scelto di farsi chiamare Giovanni XXIII, per rilevare l’illegittimità del suo lontano predecessore. Papa legittimo oggi è considerato solo Gregorio XII, ma solamente perché a Costanza accettò di dimettersi, e di riconoscere la legittimità del concilio. Benedetto XIII continuò a proclamarsi papa, ma fu abbandonato da tutti, anche dal re di Francia! Il nuovo papa, Martino V, convocò un altro concilio, a Basilea. Doveva essere il Concilio della Riforma della Chiesa (magari lo fosse stato!), ma le cose andarono molto diversamente.

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Nel 1431, Martino V morì, e il suo successore, Eugenio IV, non volle accettare la supremazia del concilio sul papa. Nel mondo cattolico tornò la discordia. Molti vescovi volevano resistere, ma il papa decise di adottare la linea dura, e convocò un altro concilio a Ferrara. Una parte dei vescovi, per amor di pace, obbedì, e lasciò Basilea. Molti altri rifiutarono ed elessero un antipapa. Un nuovo scisma? No! Almeno non per molto! I vescovi di Basilea non trovarono appoggi politici, e a poco a poco il loro numero cominciò a diminuire. Nel 1449, il concilio si sciolse da solo. L’antipapa finì per ritirarsi in buon ordine. Eugenio IV aveva vinto: la Riforma della Chiesa era rimandata al secolo successivo, ma sarebbe stata molto più di una Riforma! Col senno di poi, possiamo affermare che la traumatica spaccatura della Chiesa tra cattolici e protestanti, del secolo XVI, ha avuto origine proprio dalla mancata soluzione dei problemi che il Grande Scisma aveva reso evidente. Eugenio IV voleva passare alla storia come il papa che aveva reso possibile l’unità di tutti i cristiani. Cercò di annullare anche lo Scisma d’Oriente, e, per un breve periodo, ci riuscì! Nel 1439 il Concilio, trasferito a Firenze, proclamò anche la riunione della Chiesa Greca con la Chiesa Latina. I Greci Ortodossi accettavano la supremazia del Papa di Roma! Il clamoroso annuncio fu accolto con entusiasmo in tutta l’Europa Occidentale, rendendo possibile l’organizzazione di una nuova Crociata. Purtroppo, riconciliazione e crociata non servirono a niente. Ormai era troppo tardi!

2. Da Costantinopoli a Istanbul Da 800 anni i Mussulmani puntavano su Costantinopoli. Gli Arabi non erano riusciti a prenderla. I turchi selgheucidi nemmeno. I turchi ottomani erano riusciti ad aggirarla, e a conquistare quasi tutto quello che rimaneva dell’impero Bizantino. Stavano per lanciare l’attacco finale su Costantinopoli, quando arrivarono in Turchia i mongoli di Tamerlano, che nel 1402 sconfissero i turchi vicino l’odierna Ankara, facendo addirittura prigioniero il sultano Bâyâzid. I bizantini potevano approfittare della situazione, e allearsi con gli altri popoli balcanici per cacciare i turchi dall’Europa. Come al solito preferirono temporeggiare, e venire a patti col nuovo sultano, accontentandosi di riprendersi Salonicco. L’impero di Tamerlano cadde rapidamente come si era formato. I sultani Maometto I e Murâd II, in poco più di vent'anni, ripresero il controllo della Turchia asiatica. Nei Balcani, i turchi tornarono all’offensiva, contro i Serbi, contro gli

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albanesi, e soprattutto contro Costantinopoli. L’esercito turco avanzava verso la città (in greco “eis ten polin”, storpiato dai turchi in Istanbul). Costantinopoli non era più il baluardo della cristianità (i turchi l’avevano già aggirata), ma se i turchi la conquistavano, chi avrebbe potuto fermarli? Una delegazione di vescovi “moderati” fu inviata al concilio di Firenze. Greci e Latini discussero di tutto, anche sullo Spirito Santo! Stavolta i greci sembravano disposti al compromesso. Alla fine convennero che affermare che lo Spirito Santo procedeva “dal Padre e dal Figlio” oppure “dal Padre attraverso il Figlio” non faceva differenza. Le due espressioni erano equivalenti… purché il papa si decidesse a proclamare la crociata contro i Turchi. La crociata fu annunciata subito, ma a rispondere fu solo Ladislao III Iagellone, re di Polonia, ed anche di Ungheria, lo stato cattolico più direttamente minacciato. Ungheresi e polacchi attraversarono nel 1443 il Danubio. Con loro c’erano i cavalieri serbi e valacchi di Janko Hunyadi e di Giorgio Brankovich, mentre il condottiero albanese Scanderbeg guidava la lotta di liberazione contro i turchi nel Kossovo. L’esercito cristiano avanzò attraverso la Bulgaria occupata, raggiungendo, a Varna, il Mar Nero… La battaglia di Varna, per i cristiani, fu una disfatta, anzi una carneficina. Il re Ladislao caricò con la guardia polacca il centro dell'esercito turco. Circondato dai giannizzeri, fu ucciso e la sua testa esposta su di una picca. Morì anche, con la spada in pugno, l’inviato del papa, il cardinale Cesarini. Hunyadi fuggì con il resto dei suoi uomini e, fu fatto prigioniero da Vlad III, signore della Moldavia, chiamato dai romeni Drakul Cepelush (oggi noto come “Conte Dracula”!). Fu rilasciato solo dopo il pagamento di un enorme riscatto! Il grosso dell’esercito turco era arrivato a Varna via mare. Come mai i bizantini, (e soprattutto i Veneziani!) non avevano impedito alle navi turche il passaggio del Bosforo? Se Venezia e Genova aderivano alla crociata, la storia d’Europa poteva essere differente. Invece le navi veneziane negarono perfino l’asilo ai pochi cristiani scampati! Ormai nessuno poteva fermare l’esercito ottomano. I turchi avanzavano, poco alla volta, “verso la città”. Forse un massiccio aiuto dell’occidente poteva ancora salvarla, ma la maggior parte dei greci aveva respinto anche l’accordo che i loro vescovi avevano firmato a Firenze. Continuavano a gridare: “Meglio il fez dei turchi, della mitria dei latini” Furono accontentati!

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Tra gli ultimi difensori della città ci furono alcune centinaia di soldati veneziani e genovesi, che morirono combattendo. Difficile dire se quei soldati furono inviati dalle repubbliche rivali per un tardivo ripensamento, o, più probabilmente, combatterono per loro scelta personale, in un sussulto d’orgoglio e di fede. In ogni caso era troppo tardi. Costantino XI, l’ultimo “imperatore romano d’oriente”, morì in combattimento. Nel 1453, il sultano Maometto II entrava a Costantinopoli, che cambiava immediatamente il nome in Istanbul. Anche la cattedrale di Santa Sofia divenne una moschea. L’arcivescovo di Costantinopoli accettò di collaborare con i turchi, rinnegando tutti i precedenti accordi con Roma. Ormai Costantinopoli non esisteva più: adesso c’era Istanbul, la nuova capitale dell’Impero Ottomano. Il 1453 è indicato dagli storici come l’anno della caduta dell’Impero Romano d’Oriente. In realtà lo stato bizantino non era più Romano già dai tempi di Giustiniano, e aveva cessato di essere un Impero dopo che i successori di Maometto avevano conquistato la maggior parte delle sue province. Il colpo di grazia, Costantinopoli l’aveva ricevuto dai “Crociati” nel 1204. Eppure anche allora i bizantini avevano ritrovato il loro orgoglio, e, sotto la dinastia dei Paleologi, erano riusciti a resistere altri duecento anni. I bizantini sono sopravvissuti quasi mille anni alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. A loro va il merito di avere resistito da soli per secoli all’Islam, e il demerito di avere, anche nei momenti peggiori, conservato la loro boria di nobili decaduti, rifiutando ogni alleanza alla pari, e snobbando le nazioni d’occidente… che alla fine li hanno travolti, molto prima dei turchi! La Chiesa Ortodossa è sopravissuta. Greci, Bulgari, Romeni e Serbi, in grandissima maggioranza, hanno conservato la loro fede resistendo alle continue vessazioni del “tollerante” impero ottomano. Anche Ucraini e Russi conservarono la loro chiesa ortodossa, respingendo gli accordi del Concilio di Firenze. Molti anni dopo (nel 1596) una parte degli ucraini trovò un accordo con Roma dando origine alla Chiesa Greco Cattolica Ucraina, nota oggi come Uniate. Altre chiese greco - cattoliche sono state poi riconosciute da Roma, mantenendo la propria struttura, e le proprie tradizioni. Purtroppo, la maggior parte degli ortodossi moderni (greci, serbi, russi…) respinge ogni accordo con i cattolici, rinfacciando ancora, alla Chiesa di Roma, “la crociata della vergogna” del 1204. Naturalmente, l’atteggiamento degli ortodossi d’oggi è dovuto soprattutto a motivi più vicini nel tempo: la guerra tra Serbi e Croati nell’ex Iugoslavia, il ritorno della Chiesa Uniate in Ucraina, la paura della Chiesa Russa di perdere la sua e-

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gemonia, dopo il massiccio arrivo, nell’ex Unione Sovietica, di “missionari” cattolici e protestanti… Neanche oggi, con il ritorno della Jihad islamica, i cristiani riescono a trovare una posizione comune!

3. La guerra dei cent’anni diventa santa All’inizio del XV secolo, dopo settant’anni di guerra, francesi e inglesi erano praticamente al punto di partenza. Gli inglesi tenevano ancora saldamente l’Aquitania, ma il re di Francia non era assolutamente disposto a rinunciare ai suoi diritti su quella regione. A un certo punto la guerra sembrò volgersi decisamente a favore degli inglesi. In Francia si era scatenata una guerra civile fra Borgognoni (comandati da Giovanni Senza Paura, tornato dalla sfortunata crociata nei Balcani) e “Armagnacchi” (il partito del principe d’Orleans). Nel 1420 Carlo VI di Francia (detto, non a caso, il Pazzo!) accettò di dare in sposa sua figlia Caterina, al re d'Inghilterra Enrico V. Stipulò anche un trattato che assicurava la successione al trono di Francia ai due sposi e ai loro eredi. Nel 1422 morirono, uno dopo l’altro, Carlo VI ed Enrico V. Il figlio del re d’Inghilterra, il piccolo Enrico VI, divenne “Re di Francia e d’Inghilterra”. In realtà, Carlo VI aveva già un figlio (Carlo VII), rinnegato dal padre, perché creduto, forse non a torto, figlio adulterino. Di fatto l’aspirante re controllava solo il sud della Francia. Il nord del paese, Parigi compresa, era controllato dagli inglesi, e dai loro alleati Borgognoni. Gli inglesi avanzavano, irresistibili, verso sud. Carlo VII, disconosciuto dal padre, umiliato dalla madre, sembrava aver perso perfino la voglia di combattere: la Francia stava per diventare inglese! Un giorno, improvvisamente, una contadina, Giovanna d’Arco, trasformò la Guerra dei Cent’anni in una “guerra santa”. Giovanna d’Arco non solo diede voce al nascente nazionalismo francese, ma addirittura proclamò che Dio voleva (Deus le volt!) che gli Inglesi fossero cacciati dalla Francia. Giovanna dichiarò di avere avuto delle visioni d’angeli, infiammò il popolino con discorsi esaltati, guidò addirittura un esercito per liberare Orleans dall’assedio degli inglesi. Infine Giovanna e Carlo VII s’incontrarono. Non si sa bene cosa si dissero, ma da allora il re di Francia riacquistò tutta la sua grinta. Nel 1429, Carlo VII si fece incoronare re a Reims, e le sue truppe cominciarono a ricacciare gli inglesi verso nord.

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Nel 1430, “la pulzella d’Orleans” fu catturata dai Borgognoni, che poi la “vendettero” agli inglesi. Nel 1431, a Rouen, iniziò il processo contro Giovanna d'Arco. Alle accuse d’eresia, incantesimi e possessione del diavolo, Giovanna si difese sostenendo sempre che le sue azioni erano ispirate dal Cielo. Il 30 Maggio, nella piazza del Mercato Vecchio di Rouen, Giovanna fu bruciata viva. Carlo VII non fece nulla per salvare la “Pulzella d’Orleans” ma, dopo avere occupato Rouen, ordinò la revisione del processo. Nel 1456 Giovanna fu riabilitata. Da viva Giovanna era imbarazzante per molti. Una volta morta, lei è diventata un perfetto simbolo nazionale, per i francesi di tutti i tempi. Nel 1920, “la pulzella d’Orleans” fu addirittura fatta santa! A mio avviso la sua beatificazione è stata ingiusta, quasi quanto la sua messa al rogo. È naturale che i francesi la esaltino come eroina nazionale, ma non è giusto che Dio sia chiamato in causa in una guerra di predominio tra due nazioni, oltretutto cristiane! Dopo la morte di Giovanna, la “Guerra dei Cent’anni” ritornò una “guerra laica”. I soldati francesi, dopo avere ritrovato l’orgoglio nazionale, non ebbero più bisogno dell’aiuto del Cielo per cacciare gli inglesi dalla Francia. Nel 1437 Carlo VII entrò trionfalmente a Parigi. Nel 1453 i francesi occuparono anche Bordeaux, con tutta l’Aquitania. La “Guerra dei Cent’anni” era finita! Nel 1461 moriva Carlo VII e il suo successore, Luigi XI completava l’unificazione della Francia sconfiggendo gli ultimi feudatari ribelli. L'ultimo a combattere fu il duca di Borgogna Carlo il Temerario, nipote del crociato Giovanni Senza Paura (tutti coraggiosi in famiglia!). Carlo il Temerario era signore d’estesi territori tra Francia e Germania (compresi Belgio e Olanda). Cercò di riunirli in un unico grande regno, ma nel 1477 morì in battaglia. Luigi XI ne approfittò per occupare la Borgogna. È molto dubbio che la vittoria della Francia sull’Inghilterra sia stata un bene per il resto dell’Europa, e tanto meno per la Cristianità. Tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, gli eserciti francesi, hanno messo a ferro e fuoco tutta l’Europa, in particolare i piccoli (e ricchi) stati italiani, e tedeschi. Paradossalmente, alla lunga, proprio per l’Inghilterra, la sconfitta è stata, forse, un bene. Scacciati dal continente europeo, gli inglesi hanno scoperto la loro vocazione marittima, e costruito oltreoceano, quello che è stato il più grande impero di tutti i tempi. Quanto ai cristiani dell’est... ai sovrani dell’Europa Occidentale interessavano ben poco. Il tempo delle crociate era finito da un pezzo!

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4. I Turchi avanzano ancora Dopo la conquista di Costantinopoli, gli ultimi resti, di quello che era stato l’impero bizantino, caddero uno dopo l’altro nelle mani dei turchi. Nel 1461 cadde anche il piccolo regno di Trebisonda, sul Mar Nero. Il suo ultimo re, David, fu decapitato dai turchi, insieme a tanti altri! In pochi anni furono occupate le città bizantine del Peloponneso: ultimi a cadere furono i presidi Veneziani d’Argo e Nauplia. Interessante notare che proprio da Nauplia partirà la rivolta che porterà all’indipendenza della Grecia, quasi quattro secoli dopo. Per la Grecia questi quattro secoli di dominazione ottomana non furono solo un periodo d’oppressione politica e religiosa. Furono secoli bui, che fecero rimpiangere a molti anche il periodo dei signori “latini", e della dominazione veneziana. La Repubblica di San Marco era ormai costretta sola combattere i turchi. Gli ottomani conquistarono, una a una, quasi tutte le isole che di cui si era impadronita Venezia dopo la “crociata della vergogna”. In compenso, nel 1489, i Veneziani occuparono Cipro, dopo che si era estinta la dinastia di Lusignano (gli ultimi “re di Gerusalemme”). Il titolo (ormai doppiamente virtuale!) di “re di Cipro e di Gerusalemme” continuò a essere usato solo da una dinastia, imparentata con i Lusignano: i Savoia! L’ultimo sovrano a far scrivere sulle sue monete, “re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme” fu Vittorio Emanuele II. Cipro, Rodi e Creta erano ormai gli ultimi avamposti Cristiani nel mediterraneo orientale. I turchi per il momento li lasciarono da parte. Il sultano Maometto II aveva un obiettivo più ambizioso: dopo Costantinopoli voleva occupare… Roma! Impossibile? Perché? Gli arabi, nell'anno 846, avevano già saccheggiato S. Pietro. Potevano farlo anche i turchi ottomani, alla fine del secolo XV. Se nessuno li avesse fermati, invece della nuova basilica, Michelangelo avrebbe progettato una Moschea! La via più breve tra Costantinopoli (anzi Istanbul!) e Roma era l’antica Via Egnazia, che passava attraverso le montagne dell’Albania. Fu un albanese a salvare Roma. Il suo nome era Giorgio Castriota, in arabo Iskender Bey, meglio noto come Skanderberg, il “bey della frontiera”. Skanderberg era stato fin da ragazzo allevato dai turchi, nel corpo dei Giannizzeri. Il padre era stato costretto a cederlo al sultano, per essere cresciuto da mussulmano. Come a tanti altri ragazzi cristiani (albanesi, serbi e bulgari), gli era stato fatto una specie di lavaggio del cervello. Nel suo caso non funzionò! Castriota

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seppe fingere molto bene. Combatté addirittura contro gli ungheresi (probabilmente fece il doppio gioco) e riuscì a farsi assegnare i territori che erano del padre. Nel 1443, Skanderberg gettò la maschera, si riconvertì al cristianesimo e si fece incoronare principe d’Albania. Skanderberg avrebbe dovuto raggiungere i Polacchi e gli Ungheresi di Ladislao Iagellone a Varna. Fu ritardato dai Serbi (incerti se unirsi o no all'alleanza!) e poi tornò indietro quando seppe della disfatta. Forse fu meglio per lui, e anche per l’Albania, perché negli anni successivi, con una tattica di guerriglia sconfisse tutti gli eserciti turchi che gli furono mandati contro. Nel 1448, i turchi riuscirono a conquistare la fortezza di confine di Sfetigrad. Skanderberg cercò invano di riprenderla. Non sapendo a che santo appellarsi, Skanderbeg narrò ai suoi soldati di aver sognato San Giorgio, protettore d'Albania, che gli donava una spada e lo esortava a difendere la sua terra e la cristianità. Il “sogno” servì almeno a galvanizzare i suoi. La guerriglia continuò, e i turchi furono più volte sconfitti. Il papa fece avere a Skanderberg, oltre alla sua solenne benedizione, aiuti sostanziosi in denaro. Anche il re d’Aragona (che controllava anche Sicilia e Italia meridionale) inviò uomini e armi. Nel 1457, Skanderberg attaccò il pascià Isac Daut di sorpresa, riportando una clamorosa vittoria. Nel 1461 fu firmata una precaria pace. Skanderberg fu costretto a ricambiare i favori del re d’Aragona, combattendo per lui in Italia, contro gli Angioini. Nel 1462, Skanderberg tornò in Albania. Pio II aveva organizzato una crociata, e aspettava, ad Ancona, una flotta comandata da Venezia. Il papa morì aspettando questa fantomatica flotta. Non arrivò mai. Contro Skanderberg arrivò invece un ennesimo esercito turco comandato da Ballaban, un rinnegato albanese. Otto capitani albanesi furono catturati. Rifiutarono di convertirsi e furono scorticati vivi. Gli albanesi reagirono con rabbia. Ballaban fu ucciso in battaglia e i suoi uomini furono massacrati perché, si disse: Non gli pareva doversi usare misericordia verso infedeli nemici, ma quelli in pezzi tagliare. Ci furono tante altre battaglie sanguinose, ma, finché l’eroe fu vivo, gli albanesi resistettero. Skanderberg morì nel suo letto, nel 1468. La sua capitale, Kruja cadde nel 1478. Maometto II ordinò di massacrare gli uomini, facendo schiave le donne (e i bambini). Nel 1479 anche Venezia fece la pace con i turchi, conservando (non per molto) solo Durazzo.

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Intanto migliaia di disperati albanesi attraversavano l’Adriatico, su ogni tipo di barca, cercando rifugio in Italia. Storia destinata a ripetersi! Ancora oggi, in molti comuni d’Italia, vivono alcune comunità d’origine albanese, che hanno conservato la loro lingua e i loro riti. Recentemente, si cercato di inserire alcuni degli ultimi immigrati albanesi in queste comunità, ma con scarso successo. Gli albanesi d’oggi sono molto diversi da quelli di ieri, dopo secoli d’oppressione, pulizia etnica, incroci con altre popolazioni. Molti albanesi, oggi, sono musulmani. Quelli del Kossovo combattono contro gli antichi alleati serbi. Nel 1480 Ahmed Gedik pascià sbarcò in Italia e conquistò Otranto, massacrandone la popolazione. Dopo otto secoli i mussulmani erano ritornati in Puglia! Una delle carneficine più terribili avvenne nella cattedrale, dove tutto il clero e molti civili furono sterminati. L'arcivescovo e il comandante della guarnigione furono letteralmente segati vivi. Il pascià si preparava a marciare su Roma, non appena avesse ricevuto i rinforzi promessi. Il Papa pensava già di fuggire, ma Maometto II morì nel 1481. L’Italia fu salvata dalla lotta per la successione dei figli di Maometto II. Sin dai tempi della battaglia del Kossovo tra i sultani ottomani si era affermata la “tradizione” del fratricidio, avallata perfino dagli “ulema”. Una massima del Corano asseriva che "la sedizione è peggiore del delitto". Lo stesso Maometto II avrebbe detto: A chiunque dei miei figli passerà il Sultanato, gioverà che, per l'ordine del mondo, sopprima i suoi fratelli. Cosa che immancabilmente avvenne! Gedik Ahmed Pascià appoggiò subito il nuovo sultano Bayazid II e gli chiese supporto per la spedizione in Italia. Bayazid, non fidandosi di lui, lo richiamò a Costantinopoli, dove lo fece imprigionare, e poi assassinare. Nel 1481 Otranto fu riconquistata dalle truppe aragonesi. L’Italia, e Roma, erano salve! Maometto II aveva mandato i suoi eserciti anche verso nord ovest. Nel 1456 i turchi furono momentaneamente fermati da serbi e ungheresi, guidati da Janko Hunyadi, vicino a Belgrado. Purtroppo Hunyadi morì nella battaglia e i serbi erano divisi tra loro. Alla fine prevalse la fazione cercava una soluzione di compromesso con i turchi. Nel 1459 i musulmani entrarono in possesso della fortezza di Semendria, non conquistandola, ma ricevendola dalle mani della fazione filoturca, che aveva aperto loro le porte. La Serbia divenne uno stato vassallo dell'impero ottomano,

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ma molti serbi non accettarono di sottomettersi, e continuarono a combattere, insieme con gli ungheresi. Nel 1485, i turchi fecero scorrerie fino in Austria e in Boemia, attaccando perfino il Friuli! Il figlio di Hunyadi, Mattia Corvino, respinse a fatica i turchi dall’Europa centrale. Il re d’Ungheria cercò di avere dall’imperatore Federico III d’Asburgo il riconoscimento del possesso dei territori conquistati, ma l’imperatore tergiversò, aspettando la morte di Mattia, per cederli poi al figlio Massimiliano. Intanto, nel 1490, gli Asburgo avevano messo la loro capitale a Vienna. Presto proprio gli Asburgo dovranno difendere l’Europa dall’Islam, ma questi sono avvenimenti del secolo XVI…

5. I Re Cattolici Nel 1469, a Valladolid, ci fu quello che oggi sarebbe chiamato “il matrimonio del secolo”: le nozze di Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia, sorella ed erede del re Enrico IV. Naturalmente questo matrimonio non fu un caso, e tanto meno un matrimonio d’amore. Fu una precisa scelta degli sposi, e delle loro famiglie: quella di unire i regni d’Aragona e Castiglia nel futuro regno di Spagna. Nei primi decenni del XV secolo, i regni cristiani di Portogallo, Aragona e Castiglia avevano combattuto più tra loro che contro i Mori. Solo il Portogallo aveva ottenuto un piccolo successo contro i mussulmani del Marocco, conquistando la città di Ceuta, sulla sponda africana dello stretto di Gibilterra. I Portoghesi avevano poi occupato anche le isole del Capo Verde, e avevano continuato a espandersi verso sud, seguendo de coste dell’Africa, e ponendo lungo la rotta delle basi commerciali. Nel 1489 le navi portoghesi avevano raggiunto il Capo di Buona Speranza: la prossima tappa sarebbe stata l’India. Gli Aragonesi avevano continuato la loro politica d’espansione nel mediterraneo, e dopo la Sicilia erano riusciti a occupare anche il regno di Napoli. La Castiglia era il più grande stato della penisola iberica, quella che più sentiva la tradizione della “Riconquista”, ma non poteva portare a termine la cacciata dei Mori dalla Spagna senza l’appoggio degli Aragonesi. Il matrimonio d’Isabella con Ferdinando rese finalmente possibile l’impresa. Nel 1476 Isabella divenne regina di Castiglia, avendo la meglio (con l’aiuto del marito) sulla sorella Giovanna, appoggiata dai Portoghesi. Isabella e Ferdinando erano chiamati “i Re Cattolici”. Cosa voleva dire? Non erano cattolici anche i re di Francia e d’Inghilterra?

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Sì… ma Isabella e Ferdinando lo erano di più, molto di più! Una guerra civile all’interno del regno di Granada diede loro il pretesto per un intervento nel paese degli infedeli. Oggi c’è chi fa notare che il piccolo regno di Granada non era più una minaccia per i regni cristiani. Affermazione molto discutibile! Certo, in quel periodo, il regno mussulmano era debole, ma altre volte, nei secoli passati, gli stati mussulmani spagnoli avevano ricevuto rinforzi da correligionari del Marocco, ed erano passati al contrattacco. Alla fine del secolo XV i mussulmani africani erano divisi in piccoli stati (in lotta tra loro) ma, a oriente, i turchi ottomani, si stavano espandendo anche verso la Siria, l'Arabia e l'Irak. Presto avrebbero offerto il loro "appoggio" anche ai fratelli mussulmani dell'Africa settentrionale. In ogni caso la presenza stessa di uno stato mussulmano in Spagna era, per i Re Cattolici, molto di più di un fastidio. Chi se la sente di dargli torto? La guerra tra i re cattolici e gli ultimi mussulmani spagnoli durò dieci anni. Il regno di Granada non trovò alleati (i turchi erano impegnati altrove) e finalmente (dopo settecento anni di guerre sante!) i mussulmani furono definitivamente sconfitti. Nel 1487 cadde Malaga. Nel 1489, si arrese la fortezza d’Almeria. Nel 1492 Boabdil, l’ultimo sultano di Granada, aprì le porte dell'Alhambra ai soldati spagnoli. Dicono che non volle che il suo splendido palazzo fosse distrutto dai cannoni degli assedianti. In ogni caso ottenne salva vita (e proprietà!), per sé e per i suoi sudditi. Ai mussulmani fu dato un tempo di tre anni per decidere se emigrare in Africa, con i loro beni, o restare. Condizioni, a mio parere, molto ragionevoli. Ai mussulmani di Granada è andata molto meglio dei cristiani d’Otranto, di Costantinopoli, e di S. Giovanni d’Acri! Isabella e Ferdinando furono più generosi anche del tanto celebrato Saladino, con gli abitanti di Gerusalemme! I Re Cattolici non potevano promettere libertà religiosa, (e pari diritti) a tutti i loro sudditi cristiani, ebrei e mussulmani. A quell’epoca sarebbe stato inconcepibile! Purtroppo, anche adesso, una situazione simile è difficile da realizzare, negli stati con forti minoranze mussulmane… e praticamente impossibile dove i mussulmani sono in maggioranza! La stragrande maggioranza dei “Mori” scelse di tornare nella terra da dove i loro antenati erano venuti secoli prima. Certo, in teoria, mussulmani ed ebrei, potevano rimanere in Spagna, contribuendo alla prosperità di un nuovo paese "multietnico". La stessa situazione si è verificata, nel ventesimo secolo quando gli europei sono stati costretti a lasciare le loro colonie. In teoria, anche i coloni francesi potevano rimanere in Algeria, gli italiani in Libia, gli inglesi in India… ma solo in teoria!

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Intanto Filippo e Isabella si godevano il loro trionfo. Il fronte ovest della cristianità era stato cancellato! La Spagna sembrava destinata a espandersi nel Mediterraneo e in Africa settentrionale. Già nel 1497 gli spagnoli avevano occupato, in Marocco, la città di Melilla, che è tuttora, come Ceuta, un’enclave spagnola in Africa. Negli anni successivi furono occupati altri porti in Africa settentrionale. I Re Cattolici pensavano a un’espansione in Marocco, Algeria, Tunisia… forse fino a Gerusalemme! La politica estera spagnola prese un’altra direzione a causa di due eventi assolutamente imprevedibili. Il primo fu la scoperta dell’America. Nel 1492, subito dopo la conquista di Granada, Isabella decise a concedere a Cristoforo Colombo tre caravelle che cambiarono la storia del mondo. Negli anni successivi migliaia di spagnoli si riversarono nel nuovo, ricco, continente, i cui abitanti, oltretutto, si rivelarono molto più facili da sottomettere dei secolari nemici mussulmani! Il secondo evento fu un incidente dinastico, che portò alla corona di Spagna, un fiammingo, che divenne imperatore col nome di Carlo V.

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Capitolo X Jihad, Riforma, e Controriforma, (A.D. 1500-1599) 1. Il ritorno del Sacro Romano Impero All’inizio del XVI secolo, l’imperatore del Sacro Romano Impero era Massimiliano d’Asburgo. Da molto tempo il titolo d’imperatore era diventato solo simbolico. Veniva assegnato da sette grandi elettori, (tre vescovi e quattro "laici") in rappresentanza dei tanti stati (grandi e piccoli) in cui era divisa la Germania. Essere imperatore dava, in ogni caso, sempre un grande prestigio, e gli Asburgo ne avevano approfittato per estendere i territori della loro famiglia. Nel 1500, il dominio degli Asburgo comprendeva gli attuali stati d’Austria e Slovenia, e si estendeva, oltre le Alpi, fino a Trento e Trieste. In più (per varie parentele) la famiglia vantava diritti anche sulle corone di Boemia e d’Ungheria. In effetti, gli Asburgo avevano ingrandito il loro territorio più con matrimoni vantaggiosi, che con le armi. Nell’ambito di questa "politica matrimoniale", Massimiliano d’Asburgo aveva sposato Maria di Borgogna, figlia di quel “Carlo il Temerario” che aveva combattuto contro Luigi XI. Alla morte del padre, a Maria erano rimasti importanti possedimenti, come Belgio, Olanda, e altri territori tra Francia e Germania. Massimiliano e Maria ebbero un figlio: Filippo, detto poi “il Bello”. Anche lui fece un “ottimo matrimonio”, che cambiò la storia del mondo. Filippo sposò una figlia di Filippo e Isabella di Spagna: si chiamava Giovanna, poi detta (non a caso) “la pazza”. C’è chi dice che Giovanna impazzì proprio a causa della morte prematura del bel marito, di cui era innamoratissima, e gelosissima. In ogni caso Giovanna e Filippo fecero in tempo ad avere un figlio: Carlo d'Asburgo. Il matrimonio di Giovanna e Filippo era stato combinato solo per favorire un’alleanza tra Spagna e Austria, non la loro unione. Le conseguenze politiche andarono oltre ogni previsione, perché gli altri figli dei Re Cattolici morirono giovani, e senza eredi. Dopo la morte d’Isabella, Ferdinando si trovò a dover pensare alla sua successione, ma, di fatto, non aveva scelta: l'erede non poteva essere che, suo nipote Carlo! Nel 1516, alla morte di Ferdinando, Carlo d'Asburgo divenne re di Spagna. Nel 1519 ereditò (dal nonno Massimiliano) anche l’Austria. Nel 1520 riuscì a farsi nominare, dai grandi elettori "Imperatore del Sacro Romano Impero", col nome di Carlo V.

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Per avere la nomina Carlo dovette pagare i grandi elettori con un bel po' di denaro contante, indebitandosi fino al collo con i banchieri Fuegger. Secondo lui ne valeva la pena! Il titolo d'imperatore, in mano ad un principe che già controllava direttamente vastissimi territori d’Europa (e anche d’America!), era molto importante. Il re di Francia, Francesco I, se n’era reso conto, e aveva reclamato invano il titolo per se stesso. Adesso la Francia si trovava circondata, e Francesco I guardava con sospetto al nuovo imperatore, che, oltretutto, si chiamava Carlo, come il suo bisnonno, Carlo il Temerario, e anche come Carlo Magno! Carlo V, a vent’anni, era già signore di un impero “in cui non tramontava mai il sole”, esteso dall'Austria al Messico, dall’Olanda alla Sicilia. Era abbastanza logico che cominciasse a pensare a un impero universale cristiano. L'imperatore era nato e cresciuto nelle Fiandre, e aveva nonni tedeschi, spagnoli e francesi. Era molto portato per le lingue: affermava che parlava italiano con gli ambasciatori, tedesco con i soldati, francese con le donne, inglese con i cavalli… e spagnolo con Dio. Carlo V era un sovrano perfetto per un’Europa unita. Poteva anche diventare la guida della cristianità contro l’Islam, nell’Europa orientale, e nell’Africa settentrionale. Forse lo sarebbe diventato, se non avesse avuto la sfortuna di scontrarsi contro tre grandi personaggi del suo tempo, che gli impedirono di coronare il suo sogno. Il primo fu Francesco I di Francia. Il secondo fu il sultano turco Solimano, detto il Magnifico, con cui Francesco I non esitò ad allearsi, rinnegando la tradizione "crociata" della Francia, da Carlo Martello a Luigi IX. Il terzo era un monaco tedesco, noto in Italia, come Martin Lutero…

2. Molto più di una Riforma Durante il Grande Scisma d'Occidente, molti vescovi avevano auspicato una profonda riforma della Chiesa. Dopo lo scioglimento del concilio di Basilea, i papi successivi erano riusciti ad affossare tutte le istanze riformatrici, ma il dissenso rimaneva vasto, soprattutto nell'Europa del nord. La politica dei papi, allo scorcio del XV secolo, contribuì a fare precipitare la situazione. Tristemente famoso è papa Alessandro VI (al secolo Rodrigo Borgia), colpevole, tra l'altro, di avere condannato al rogo, a Firenze, il frate riformatore Savonarola, molti anni dopo riabilitato! Famoso è anche Giulio II (papa dal 1503 al 1513), che dedicò la maggior parte delle sue energie a rafforzare, e ingrandire,

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lo Stato della Chiesa, dimenticando completamente la sua missione di pastore d'anime. Intanto Roma diventava più grande e più bella, arricchendosi d’opere d'arte. Era iniziata anche la costruzione della nuova basilica di S. Pietro, per la quale erano necessarie quantità sempre più grandi di denaro, che i papi cercarono con tutti i mezzi, leciti e illeciti. Chi avrà avuto per primo l'idea di vendere le indulgenze? Di lottizzare Purgatorio e Paradiso? Certo nessun papa si sarà sporcato le mani, ma tutti dovevano sapere quello che tanti religiosi promettevano, in cambio di denaro contante. Alcuni avevano preparato perfino dei dettagliati "tariffari". Per modiche cifre, era possibile spurgarsi da ogni colpa, e mandare in Paradiso anche i parenti defunti più "scavezzacolli". La denuncia di questo malcostume divenne il cavallo di battaglia dei futuri Protestanti, che arrivarono poi a negare l'esistenza stessa del Purgatorio. In più c'erano le solite tendenze separatiste, che tendevano a contestare le autorità religiose sovranazionali. Molti non riuscivano ad accettare un papa straniero, che spendeva i soldi dei suoi fedeli per il proprio lusso, o per realizzare opere d'arte illustri, ma in una terra lontana! Quando Martin Lutero si convinse che la Chiesa Cattolica non era più "riformabile", che era necessario un taglio netto con Roma? Martin Lutero sapeva bene che la corruzione non era dovuta solo a "Roma ladrona": molti dei soldi delle indulgenze restavano nelle tasche di rapaci vescovi, di tutte le nazionalità. Nel 1517 il monaco indirizzò una lettera ai prelati tedeschi più compromessi, i vescovi di Magonza e Brandeburgo. Lutero allegò una copia di quelle che poi furono chiamate "le 95 tesi", che furono anche esposte, sulla porta della chiesa del castello di Wittemberg. Martin Lutero arrivò ad affermare, senza mezzi termini, che "il papa non può rimettere alcuna colpa": né lui, né nessun altro! Tanti teologi, e semplici fedeli lo appoggiarono. La Riforma divenne presto una vera e propria Rivoluzione, con tanto di risvolti sociali e politici. Nel 1513, era stato eletto papa Giovanni de Medici, col nome di Leone X. Leone non si rese conto subito della gravità della situazione, e mandò in Germania degli emissari cercando di raggiungere un accordo con i fautori della Riforma, a cui si erano uniti anche alcuni importanti feudatari, come. Federico di Sassonia. Il tentativo del papa fallì, e Lutero assunse posizioni sempre più radicali. Il papa intimò a Lutero, di ritrattare tutte le sue tesi eretiche. Come risposta, il monaco bruciò in piazza la bolla del papa, e fu scomunicato.

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Carlo V cercò di mediare tra papa e "eretico". L'imperatore era cattolico, ma di mentalità aperta, ed era anche amico del teologo "riformista" Erasmo di Rotterdam. Nel 1521, si tenne la dieta di Worms, a cui Lutero partecipò con un salvacondotto speciale dell'imperatore. Ogni tentativo di conciliazione fu inutile e Lutero si rifugiò presso il suo protettore, Federico di Sassonia. Ormai la "Riforma", anzi la "Rivoluzione", protestante era diventata inarrestabile. Alla corte del papa s’incominciò a parlare d’altri ribelli, come Zwingli, e Calvino. Quanto a Carlo V… Nel 1521 l'imperatore fu costretto a mettere da parte le beghe religiose dei suoi sudditi tedeschi, per combattere una "guerra laica" con un altro re cattolico: Francesco I.

3. "Guerre sante" e "guerre laiche" Nelle intenzioni di Carlo V nessuna delle tante guerre del suo regno voleva essere una guerra santa. Carlo combatté semplicemente per rafforzare, e se possibile ingrandire, i domini che aveva ereditato. Come re di Spagna, Carlo si trovava a capo dell'esercito più forte d'Europa, temprato da secoli di guerre contro gli infedeli. In più poteva contare sulle truppe tedesche e fiamminghe, e sulle ricchezze che cominciavano ad arrivare dal Nuovo Mondo. Pensò veramente a diventare imperatore di un'Europa cristiana unita? Carlo aveva sborsato un'enormità per avere il titolo d’Imperatore del Sacro Romano Impero, ma come si poteva dare un vero significato a quel titolo, se la Francia rimaneva un regno separato? Carlo avrebbe dovuto, prima di tutto, conquistare la Francia ma, dopo la Guerra dei Cento anni, il regno Francese si era ingrandito e rafforzato. In ogni caso Carlo V non attaccò la Francia: fu il re Francesco I, ad attaccarlo per primo. Tipico caso di una guerra preventiva! Nel 1521, Francesco I invase la Navarra spagnola e il Lussemburgo. Forse il re di Francia contava sull'effetto sorpresa, e sui problemi che Carlo aveva in Germania. Aveva fatto male i suoi conti! Carlo non solo respinse le truppe Francesi, ma occupò anche Milano, che di recente i Francesi avevano occupato, togliendolo all'ultimo duca, della famiglia degli Sforza. L'occupazione della Lombardia era, strategicamente importante. Inoltre Milano in passato era stata la capitale del regno d'Italia, ed era quindi importantissima per il restauratore del Sacro Romano Impero! Nel 1522, morì papa Leone X. Il suo successore, Adriano VI, era olandese, anzi era stato addirittura precettore di Carlo V. Coincidenza a dir poco sospetta! La

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curia pontificia, la nobiltà, e il popolo romano non gradirono per nulla questo papa straniero, troppo austero, e amico dell'imperatore. Oh del sangue del Cristo traditore ladro collegio, che il bel Vaticano alla tedesca rabbia hai posto in mano, come per doglia non ti scoppia il cuore? Adriano VI fu papa solo per un anno, e del suo pontificato sono rimaste famose soprattutto le tante rime che erano scritte contro di lui, sotto la famosissima statua di Pasquino. Spesso le "pasquinate” non erano una manifestazione dei sentimenti del popolo. Nella maggior parte dei casi la satira, in rima o in prosa, era opera di letterati pagati dagli oppositori politici del papa, che erano tanti! Adriano VI era contrario al lusso sfrenato della corte romana, quasi quanto Lutero. Forse se Adriano VI e Lutero avessero potuto incontrarsi… Il papa olandese morì prima che avesse potuto avviare la minima riforma. Il suo successore, Clemente VII, fu un altro rappresentante della famiglia Medici, più interessato all’arte che alla religione. Intanto l'imperatore, aveva ripreso a combattere contro Francesco I. Nel 1525, a Pavia l'esercito francese fu completamente distrutto, e il re stesso fu fatto prigioniero. Dicono che Francesco I abbia pronunciato la famosa frase: "Tutto è perduto, fuorché l'onore" Se veramente Carlo V avesse voluto restaurare l'impero di Carlo Magno, avrebbe potuto marciare su Parigi, ma forse ci sarebbe stata un'altra Giovanna d'Arco a fermarlo. In ogni caso Carlo fu generoso col re vinto: chiese a Francesco I solo la rinuncia al ducato di Milano, e la restituzione della Borgogna, la terra di Carlo il Temerario, il suo bisnonno. Francesco I, prigioniero a Madrid, accettò tutto, ma, appena liberato, si rimangiò tutte le promesse. Il re “perse l'onore”, ma riconquistò la Borgogna, e ricominciò la lotta contro l'imperatore, più determinato di prima. Nel 1526, a Cognac, fu stipulata una lega tra Francia, Inghilterra, Venezia, Firenze, e lo stesso papa. Furono presi contatti perfino con il sultano ottomano, che stava per invadere l'Ungheria. Francesco I aveva detto chiaramente che era pronto anche ad allearsi col diavolo. Clemente VII, probabilmente, fece finta di non sapere… La lega non diede i risultati sperati. I francesi furono ancora una volta sconfitti, gli altri si tirarono indietro, e alla fine il prezzo più alto lo pagò proprio il papa.

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Nel 1527, un esercito di ottomila mercenari “Lanzichenecchi” (Bavaresi, Svevi e Tirolesi) si diresse verso Roma. La maggior parte di loro erano luterani, e quindi vedevano Roma come la “nuova Babilonia” corruttrice. L’imperatore voleva “dare una lezione al papa”, ma la “spedizione” andò ben oltre le sue intenzioni. I saccheggi, e i massacri, che subì Roma nel Maggio 1527, non furono inferiori a quelli avvenuti durante le invasioni barbariche, e le incursioni dei saraceni, nel millennio precedente. Ai tedeschi si unirono anche banditi italiani, e soldati senza padrone, di ogni nazionalità. I Luterani pensavano, forse, che il bottino fosse la loro giusta ricompensa. Gli altri non avevano nemmeno questo “alibi morale”, ma non per questo erano meno pronti a rubare e uccidere. Il papa stesso si salvò a stento, rinchiudendosi dentro Castel S. Angelo. A salvarlo fu un presidio di soldati regolari mandati proprio da Carlo V, che espresse il suo “profondo rammarico” per quello che era successo. Il papa lo perdonò, e, soprattutto, “imparò la lezione”. Nel 1528 i Francesi attaccarono di nuovo in Lombardia, e furono ancora una volta sconfitti. Anche la flotta di Genova, comandata dal patrizio Andrea Doria, passò dalla parte dell’imperatore, dopo avere avuto garanzie sull’indipendenza della repubblica ligure. Francia e Spagna firmarono finalmente una tregua. Nel 1530, Carlo V si fece incoronare, dal papa, imperatore del Sacro Romano Impero. La cerimonia d’incoronazione avvenne a Bologna (non a Roma!), ma fu imponente come quella di Carlo Magno e Ottone il Grande. Alcuni, probabilmente, pensarono che si trattasse della rinascita dell’Impero Universale Cristiano. Invece era l’ultima volta che un imperatore era incoronato da un papa! Perché Carlo V aveva insistito a fare celebrare quella cerimonia, che ad alcuni sembrava già anacronistica, un residuo del Medio Evo? Innanzi tutto per sancire la sua nuova alleanza col papa, e poi per rafforzare il suo predominio in Italia. Carlo ormai controllava direttamente Italia meridionale, Sicilia, Sardegna, e ducato di Milano. Come imperatore, dominava anche gli altri piccoli stati italiani, inclusi Liguria, Toscana, Piemonte, e lo stesso Stato pontificio. Completamente indipendente era ormai solo la Repubblica di S. Marco, ma anche Venezia aveva dovuto allearsi con l’Impero, contro i Turchi, che, in Europa Orientale, erano tornati all’attacco….

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4. Il ritorno dell’Impero Ottomano Nei primi anni del XVI secolo, l’impero ottomano era diventato ancora più forte, ingrandendosi verso oriente. Il sultano (detto, non a caso, Selim il crudele!) aveva occupato Siria, Palestina, Arabia, e infine l’Egitto, sconfiggendo gli ultimi sultani Mamelucchi, che avevano cercato invano l’alleanza di Spagna e Venezia. Ormai l’impero ottomano dominava buona parte dei territori mussulmani, (ad eccezione della Persia, mussulmana sciita) e ambiva a diventare l’unico “Impero universale”. Nel 1526, mentre Carlo sconfiggeva i Francesi, i turchi, comandati dal sultano Solimano il Magnifico, attaccarono ancora una volta l’Ungheria. Centomila soldati mussulmani si scontarono a Mohacs contro 25.000 soldati cristiani, comandati da Luigi II Iagellone, re di Boemia e di Ungheria, cugino di Carlo V. L’esercito cristiano fu completamente distrutto, e anche re Luigi morì in battaglia. Le truppe di Solimano misero a ferro e fuoco Buda e, nel 1529, marciarono su Vienna. Ormai Impero Ottomano e Sacro Romano Impero si affrontavano direttamente: il più grande stato musulmano contro il più importante stato cristiano. La maggior parte degli storici moderni minimizza il pericolo corso allora dalla cristianità. In realtà gli ottomani avrebbero potuto sfruttare le divisioni politiche e religiose dei cristiani conquistando tutta l’Europa occidentale, e magari anche l’America appena scoperta. Impossibile? Altre imprese, apparentemente impossibili, erano riuscite a eserciti mussulmani nei secoli passati. Stavolta però era in pericolo l’Europa del Rinascimento, in cui fiorivano arti e scienze, mentre i valori religiosi erano già in declino. Il punto era che l’impero ottomano era un'unica grande entità statale, con un esercito ben addestrato e sorretto da una ferma fede in Allah, e nella Jihad. L’Europa era invece un insieme di grandi e piccoli stati, formalmente cristiani ma disposti ad allearsi tra loro solo nel momento che erano direttamente minacciati. La Francia si sentiva minacciata dagli Spagnoli, non dai turchi, e quindi continuò ad appoggiare gli ottomani. Toccò a Carlo V la missione di salvare la Cristianità, combattendo su tre fronti: contro turchi, francesi… e gli stessi suoi sudditi, che avevano aderito alla Riforma. Nel 1529, alla Dieta di Spira, Carlo V fece un accorato appello all’unità di tutti i Cristiani contro i mussulmani. L’imperatore riuscì ad ottenere, da molti stati tedeschi, un finanziamento per un esercito contro i Turchi, ma non la solidarietà

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dei Luterani. Gli aderenti alla Riforma risposero con una formale “protesta”, diventando, appunto, Protestanti! Nel 1532 Solimano, ormai formalmente alleato con i francesi, si spinse di nuovo verso Vienna. Ad affrontarlo fu un esercito cristiano guidato da Ferdinando d’Asburgo, fratello di Carlo, che ambiva al trono d’Ungheria. Questa volta ai soldati tedeschi, ungheresi e spagnoli si unì anche un esercito di mercenari italiani, guidato da Ippolito de Medici, nipote del papa Clemente VII. Il papa stesso finanziò l’impresa, con 50.000 ducati. Non deve essere stato facile, per l’imperatore, fare aprire i cordoni della borsa a un Medici! Questa piccola alleanza non fu sufficiente a respingere i turchi, ma contribuì almeno a fermarli. La campagna militare fu poi spacciata da papa e imperatore come una grande vittoria. In realtà ci fu solo una serie di scaramucce, senza nessun grande scontro campale. Lo capì anche il famoso “Pasquino” che scrisse che l’imperatore aveva ottenuto la sua presunta vittoria “senza avere tolto al turco una bandiera”. Vienna e la Cristianità furono salvate, più dalle difficoltà di rifornimento dell’esercito turco (reso problematico dalla piena del Danubio) che dal valore dei soldati cristiani. In ogni caso Solimano rinunciò alla sua avanzata verso nord ovest. Il fronte finì per stabilizzarsi nel 1533, quando Solimano trovò un accordo con Ferdinando, lasciando agli Asburgo un terzo del regno d’Ungheria. In realtà i territori “ungheresi” passati agli Asburgo fanno ora parte degli stati di Slovacchia, Slovenia e Croazia. Tuttavia, la loro occupazione bastò per permettere agli Asburgo di portare la corona d’Ungheria, e a diventare gli alfieri della lotta contro i turchi nei secoli successivi. Il dominio turco avrà effetti nefasti per tutta la regione balcanica. Intere popolazioni furono tagliate fuori dal Rinascimento Europeo, e le conseguenze si sentono ancora oggi. I più fortunati furono gli ungheresi, che restarono sotto il giogo turco “solo” per 150 anni, e sotto l’impero “austro-ungarico” ebbero di nuovo momenti di gloria. Più travagliate furono le vicende dei serbi, che conservarono la religione cristiana ortodossa. La maggior parte di loro rimase nella loro terra d’origine, riuscendo ad ottenere una limitatissima autonomia. Altri preferirono trasferirsi nelle zone governate dagli Asburgo (nell’attuale Croazia), dando origine a regioni autonome dette “kraijne”. Serbi ortodossi e croati cattolici, finché ebbero il nemico mussulmano comune, riuscirono a convivere nelle stesse regioni, combattendo gli uni accanto agli altri. Poi le cose cambiarono… Peggio ancora andò a Bosniaci, Albanesi, Macedoni, che restarono per più tempo sotto il dominio ottomano, vittime di prepotenze d’ogni tipo, e continue “pulizie

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etniche”. Molti di loro accettarono alla fine di convertirsi all’Islam: una decisione “utile” per i neoconvertiti, ma carica di pesanti conseguenze per i loro discendenti del ventesimo secolo! La lotta tra Cristiani e Mussulmani si svolse anche nel Mediterraneo occidentale. All’inizio del secolo gli spagnoli avevano occupato varie città della costa africana, tra cui Orano, Bugia, e, per breve tempo, anche Algeri. Le popolazioni berbere dell'Africa Settentrionale chiesero aiuto ai turchi, e l’impero ottomano finì per estendersi anche a Libia, Tunisia e Algeria. Algeri fu presto occupata da Khairad-din, detto il Barbarossa, e anche Algeri divenne un grande covo di pirati. Dall’Algeria, partirono incursioni, contro Spagna e Italia, che nulla ebbero da invidiare alle antiche razzie dei Saraceni. Numerose città, e intere isole come Lipari e Ponza, furono messe a ferro a fuoco. I loro abitanti furono sterminati, o portati via come schiavi. Carlo V cercò di reagire con la flotta Spagnola, che spesso fece fronte comune con la flotta genovese, comandata da Andrea Doria. I covi dei pirati sulla costa africana furono attaccati, e in parte, neutralizzati. Il successo più importatane fu la distruzione della base algerina di Cercel, ma Algeri resistette. Nel 1535 una flotta imperiale riuscì perfino a occupare Tunisi, ma non riuscì a tenerla a lungo. Le incursioni contro le coste italiane e spagnole diminuirono, ma non cessarono… Naturalmente, a differenza degli antichi Saraceni, le navi turche si guardavano bene dall’attaccare le coste francesi. Francesco I rimase il principale alleato di Solimano, fino al 1547, anno della sua morte. Francesco non aveva avuto scrupoli ad “allearsi col diavolo”, ma forse un tardivo scrupolo di coscienza lo spinse a farsi nominare, dal Sultano, “protettore” dei cristiani residenti nell’impero ottomano, in particolare dei cristiani maroniti del Libano. Da allora, molti cristiani libanesi (discendenti degli antichi crociati!) cominciarono a chiamare i loro figli “Francesco”, e a interessarsi alla cultura francese. I loro discendenti accolsero festosamente i soldati francesi, quattrocento anni dopo!

5. Cattolici e Protestanti Carlo V combatté Francesco I, (e il suo successore Enrico II) per tutta la vita, vincendo quasi tutte le battaglie, e riuscendo a scacciare i Francesi dall’Italia. Non riuscì invece il tentativo di Carlo di ridare l’unità a quello che era il regno di

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Germania, unendo tutti i piccoli e grandi stati della regione sotto un unico imperatore, e un'unica fede. Carlo, cattolico, ma non bigotto, all’inizio aveva cercato di evitare lo scontro frontale con Lutero. Nel 1530, alla Dieta d’Augusta, fece un altro tentativo di conciliazione. Su richiesta di Carlo, i protestanti prepararono un documento da discutere con i cattolici, noto poi come "confessione d’Augusta". L’autore del documento fu da Philip Schwarzerd, (noto anche come Filippo Melantone) considerato da molti un “moderato”, e forse propenso alla riconciliazione con la chiesa cattolica. Purtroppo, ormai le posizioni di Cattolici e Protestanti erano diventate troppo distanti. Martin Lutero ormai aveva messo in discussione tutto: la validità dei sacramenti, l’autorità di papa e vescovi, l’idea stessa del sacerdozio… L’anno dopo, nel 1531, scoppiò la prima “guerra santa” tra cattolici e protestanti, mentre ancora era in corso quella contro i turchi! I protestanti si riunirono nella lega di Smacalda: tra loro i principi di Sassonia, Assia, Würtemberg, e molte città libere tedesche. Carlo tentò ancora una volta la via del compromesso. Nel 1541, riuscì ad avviare colloqui tra il “moderato” protestante Filippo Melantone e il cardinale Gaspare Contini, legato del papa. Durante questi “colloqui di Ratisbona” sembra che veramente le due parti siano state vicine a un punto d’intesa: fu persino raggiunto qualche accordo su questioni minori, ma i motivi di dissenso erano troppi. Carlo fece pressioni sul papa perché convocasse un concilio. Il papa esitava (pensando ai concili di Costanza e Basilea del secolo precedente) ma l’imperatore lo convinse, nel 1545, ad aprire il concilio a Trento, città sotto il dominio degli Asburgo, e punto d’incontro tra italiani e tedeschi. Il concilio di Trento doveva portare alla riconciliazione tra tutti i cristiani, ma i protestanti rifiutarono perfino di parteciparvi! Carlo non poteva certo sopportare quest’affronto (al papa e, soprattutto, a se stesso!), e la guerra santa tra cattolici e protestanti ricominciò. All’inizio, la vittoria arrise a Carlo V. Nel 1547, a Mühlberg, i protestanti furono clamorosamente sconfitti, e molti principi ribelli furono fatti prigionieri. Poteva una semplice vittoria militare mettere fine a uno scisma religioso che si allargava ogni giorno di più? Naturalmente no! Ma forse, con una giusta politica di “conciliazione nazionale”… Carlo cercò mettere pace e ordine al suo impero. Fece perfino alcune “concessioni provvisorie” ai protestanti (tra cui il permesso ai sacerdoti di sposarsi) nell'attesa dell’esito del concilio. Questi sforzi furono vanificati da papa Paolo III, che aveva spostato il concilio a Bologna, città saldamente sotto il controllo del papa.

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Nel concilio prevalsero i cattolici più integralisti, e non fu fatta nessuna concessione alle tesi di Lutero e Melantone. Il concilio fu definitivamente chiuso nel solo nel 1563, da papa Pio IV. Le conclusioni possono essere riassunte nei seguenti versi del solito “Pasquino”: Ma dunque la Riforma? Zitto! Pare che dorma! Ormai era chiaro che con i protestanti tedeschi ogni accordo era impossibile: tanto valeva bollarli definitivamente come eretici, e cercare di evitare che altri seguissero il loro esempio. Alla Riforma fu contrapposta la Controriforma, origine d’altre guerre sante… Intanto, in Germania, ducati e città protestanti si erano di nuovo alleati contro il dominio degli Asburgo. Sotto certi aspetti non era altro che la continuazione della lotta secolare che i feudatari tedeschi avevano sempre fatto per difendere la loro autonomia, contro l’imperatore di turno, ma con una giustificazione religiosa in più! I principi protestanti furono anche appoggiati dal re di Francia Enrico II, formalmente cattolico ma, come il padre, prontissimo ad allearsi con protestanti, turchi… e anche diavoli, se necessario! La guerra andò avanti, con enorme spargimento di sangue, fino al 1555, quando, ad Augusta, le due parti raggiunsero il famoso compromesso “cuius regio, eius religio”: i sudditi erano obbligati a seguire la religione del loro signore! Questo principio in realtà non era nuovo: i signori avevano sempre preteso l’unità religiosa all’interno dei propri domini. La novità era che questo principio era ora applicato non all’impero nel suo complesso ma ai singoli ducati tedeschi. A ogni principe era ora formalmente permesso di scegliere una religione diversa da quella dell’imperatore. Era la fine del Sacro Romano Impero!

6. La fine di un sogno Nel 1555, Carlo V decise di rinunciare alla corona… anzi a tutte le sue corone! Il suo sogno di dare un nuovo impulso al Sacro Romano Impero, trasformandolo in un’Europa unita “dalle comuni radici cristiane” (come qualcuno vorrebbe dire oggi!) era miseramente fallito. A spingerlo ad abdicare fu senza dubbio, lo scoramento dovuto all’inutile spargimento di sangue nelle battaglie tra cattolici e protestanti, ma anche, dicono, l’impatto psicologico che ebbe su di lui la morte della madre (Giovanna la pazza!) a cui era rimasto molto legato.

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In più c’erano le sue cattive condizioni di salute: Carlo soffriva di gotta (dicevano che già a colazione si faceva servire un cappone cotto nel latte con zucchero!) e d’epilessia. In ogni caso era amareggiato e deluso. Non faccio fatica a immaginarlo quando, rivoltandosi nel letto, si domandava: Dove ho sbagliato? Tornando al vecchio gioco che a tanti dà fastidio (quello della “storia con i se”!), forse, il più grande errore, Carlo lo fece nel 1526, quando volle credere alle promesse di Francesco I, e lo rimise in libertà. Se Carlo voleva veramente diventare signore di un'Europa unita, avrebbe dovuto marciare su Parigi, e farsi incoronare re di Francia, con una scusa qualsiasi. Probabilmente Carlo quest’ipotesi non l’ha mai presa in considerazione. Se avesse osato… Forse sarebbe saltata fuori un’altra Giovanna d’Arco … ma forse no! Altri errori? Direi di no! Nonostante le enormi divisioni all’interno del suo impero, Carlo V era riuscito a vincere quasi tutte le sue battaglie contro francesi, turchi e principi protestanti. Quando Carlo lasciò il potere, l’impero che aveva ereditato era intatto, anzi addirittura ingrandito col Ducato di Milano, la Boemia, parte dell’Ungheria. Dopo tutto Carlo aveva cacciato i Francesi dall’Italia, respinto (almeno!) i turchi, fatto tutto quello che poteva per evitare in Germania lo scisma religioso… E il sacco di Roma? Come cattolico, Carlo non se lo poté mai perdonare, ma papa Clemente VII ne era responsabile, almeno quanto l’imperatore. Durante tutto il suo pontificato Clemente aveva completamente ignorato i suoi doveri di capo della Cristianità, pensando solo a conservare il suo piccolo stato nell’Italia Centrale… e non era riuscito neanche a difendere la sua capitale! E il Sacro Romano Impero? Carlo decise di lasciare il titolo al fratello Ferdinando, cresciuto in Austria, e quindi più accettabile per principi tedeschi, (cattolici e protestanti) del figlio Filippo (spagnolo al 100%, e cattolico integralista). Da allora il titolo d’imperatore rimase in possesso della famiglia degli Asburgo, fino al 1806. In ogni caso, già nel 1555, il Sacro Romano Impero non era più né Romano, né Sacro.

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Carlo lasciò al figlio Filippo la maggior parte dei suoi domini: Spagna, metà dell’Italia, Paesi Bassi, e colonie americane. Carlo forse sperava che Filippo, senza la palla al piede che rappresentava la Germania, poteva ottenere la vittoria finale che era sfuggita al padre, contro i turchi (infedeli!), e i francesi (rinnegati!). Filippo era ansioso di combattere. Altre guerre (più o meno sante!) erano all’orizzonte… Carlo V morì solo due anni dopo la sua abdicazione, nel 1558. Dicono che prima di morire pronunciò la frase: Ya es tiempo! Con lui morì anche il sogno di un’Europa cristiana unita, almeno per qualche secolo.

7. Protestanti e Anglicani Dopo Lutero molti altri predicatori insorsero contro Roma, sostenendo la libera interpretazione delle Sacre Scritture e il rifiuto di qualunque autorità religiosa sovranazionale. Sorsero centinaia di “Chiese Protestanti”, spesso in lotta di loro. I più estremisti s’ispiravano alle idee di Giovanni Calvino, che sosteneva, fra l’altro, “l'assoluta predestinazione degli eletti". Chiese calviniste cominciarono a formarsi in Germania, Olanda, Svizzera, Gran Bretagna, Francia… I re di Francia cominciarono a rivedere la loro politica favorevole ai protestanti. Potevano forse tollerare che, all’interno del loro regno, dei facinorosi si valessero della dottrina cristiana per negare lo stesso diritto divino dei re? Gli stessi timori li aveva anche il re d’Inghilterra Enrico VIII, che si oppose in tutti i modi, al diffondersi delle idee della Riforma, guadagnandosi dal papa il titolo di “defensor fidei”… che i re d’Inghilterra portano ancora. Il papa aveva buoni motivi per ritenere che la Riforma in Inghilterra non avrebbe mai attecchito. Forse così sarebbe stato, se una serie d’eventi, assolutamente casuali, non avesse cambiato la storia del mondo… Enrico VIII era sposato a Caterina d’Aragona, figlia dei re cattolici Ferdinando e Isabella, e quindi zia di Carlo V. Stranamente, il matrimonio tra Enrico e Caterina era stato un matrimonio d’amore. Enrico si era subito invaghito di lei, e aveva insistito a sposarla, giovanissimo, anche se Caterina era già stata sposata al fratello maggiore d’Enrico, Arturo, morto ancora adolescente.

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Enrico, come tutti i re, voleva un erede, e Caterina aveva fatto di tutto per accontentarlo. La regina aveva messo alla luce vari figli, ma l’unica superstite delle tante gravidanze era la figlia Maria. Intanto Caterina, più vecchia d’Enrico, aveva perso la sua bellezza, e dopo tante gravidanze, anche la salute. Ormai si dedicava solo alla religione e alle opere pie. Il popolo (forse) l’amava… ma il re non più. Una delle amanti d’Enrico, Anna Bolena, riuscì a convincere il re a chiedere l’annullamento del suo matrimonio con Caterina. Non fu difficile trovare un pretesto: Enrico si appellò a una dubbia interpretazione di un libro della Bibbia, che sembrava proibire il matrimonio tra cognati. Caterina si oppose con tutte le sue forze, e si appellò al giudizio del papa. Il problema era molto delicato. Di solito per annullare il matrimonio di un re ogni pretesto era buono, ma stavolta l’ingiustizia contro la regina era troppo evidente. “Last but not least”, Caterina non era una nobildonna qualunque, ma la zia dell’imperatore Carlo V! Il papa Clemente VII cercò di perdere tempo. La povera Caterina subì pressioni d’ogni tipo per ritirarsi senza far storie: dal marito, dal papa, forse anche dal nipote Carlo. La regina lottò con le unghie e con i denti per i suoi diritti, e quelli della figlia Maria. In altri tempi papa e re, in un modo o nell’altro, si sarebbero messi d’accordo, ma quelli erano tempi di Riforma. Enrico VIII odiava i protestanti, ma non tollerava che un papa straniero impartisse ordini ai vescovi del suo paese, e decidesse chi lui stesso poteva sposare! Nel 1533 Enrico prese la drastica decisione di imporre ai vescovi inglesi di annullare il suo matrimonio con Caterina, e di celebrare il suo matrimonio con Anna. Caterina fu relegata in un castello, con la figlia Maria. Alcuni anni dopo, morì, abbandonata da tutti. Fu così che, nel 1534, nacque la Chiesa Anglicana, chiesa che ancor oggi si fa chiamare cattolica, con la stessa dottrina, e gli stessi riti, della Chiesa Romana ma avente come capo il re d’Inghilterra. I beni della Chiesa di Roma (immensi!) furono requisiti, e tutti i vescovi obbligati a scegliere tra il proprio re e il papa. Alcuni, quelli simpatizzanti della Riforma, accettarono con entusiasmo il distacco da Roma. Molti altri si piegarono, per paura o convenienza. Quelli che si rifiutarono di obbedire al re, persero, letteralmente, la testa. Il più noto, tra le vittime della nascente guerra santa tra Chiesa Anglicana e Chiesa Romana, fu Tommaso Moro, ex uomo di fiducia del re. Enrico VIII è passato alla storia per avere avuto, nell’arco della sua vita, sei mogli: record ancora ineguagliato per un monarca cristiano!

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La seconda moglie, Anna Bolena, fu capace di dargli solo una figlia, Elisabetta. Anche Anna, come Caterina, rifiutò di fare annullare il suo matrimonio, difendendo i diritti suoi, e della figlia. Enrico la condannò a morte, accusandola (forse ingiustamente) d’adulterio. Anna Bolena fu decapitata nel 1536, pochi mesi dopo la morte della “rivale” Caterina! Solo la terza moglie d’Enrico, Jane Seymour, riuscì, nel 1537, a dargli un figlio maschio, Edoardo, ma morì di parto. Le altre tre mogli d’Enrico non valgono la pena di essere qui nominate: non ebbero figli, e non furono coinvolte in “guerre sante”. Alla morte d’Enrico (nel 1547) salì al trono suo figlio, Edoardo VI. Edoardo era di salute cagionevole. Aveva solo nove anni, quando il padre morì, e la reggenza fu affidata al “Lord Protettore” Edward Seymour, zio del re. Durante i sei anni del regno d’Edoardo, la Chiesa Anglicana cominciò a differenziarsi da quella di Roma, anzi sembrò evolversi decisamente verso il Protestantesimo. Il “Libro delle preghiere” della nuova Chiesa fu più volte rivisto: tra gli ispiratori dell’ultima versione ci fu lo stesso Calvino! L’evoluzione della Chiesa Anglicana verso il Calvinismo non piacque agli ambienti conservatori, nemici dei Seymour. Quando la malattia d’Edoardo si aggravò, iniziarono le manovre per la successione… Enrico aveva solo altre due figlie: Maria, ed Elisabetta. Quando, nel 1553, Edoardo morì, la fazione filocattolica portò al potere Maria: la figlia di Caterina, che il padre, (facendo annullare il suo primo matrimonio) aveva fatto diventare una bastarda, ma era invece unica figlia legittima per i cattolici. Naturalmente, uno dei primi atti di Maria fu la riunione della Chiesa d’Inghilterra a Roma. Nella Restaurazione, all’inizio la regina si comportò con prudenza, ma presto la situazione le sfuggì di mano. Troppi erano i suoi nemici! Troppe le umiliazioni che avevano subito lei e sua madre! Cominciarono a volare le teste. Maria vedeva complotti dappertutto, e probabilmente aveva ragione! Maria è passata alla storia come “Maria la Sanguinaria”: ancor oggi è chiamato “Bloody Mary” un cocktail a base di succo di pomodoro. Non credo che Maria abbia fatto tagliare più teste del padre, o della sorellastra Elisabetta, ma sono stati i protestanti inglesi e americani (i vincitori!) a scrivere la storia, e quel soprannome, a ragione o a torto, le rimarrà appiccicato per sempre! In realtà la maggior parte degli inglesi (che ricordava con affetto sua madre Caterina) all’inizio guardò con simpatia la giovane regina, finché, nel 1554, Maria decise di sposarsi. La sua scelta lasciò allibiti tutti gli inglesi: lo sposo era nientedimeno che… suo cugino Filippo, figlio di Carlo V, erede al trono di Spagna!

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8. Filippo e Maria Filippo era nato nel 1527, dal matrimonio di Carlo V con Isabella di Portogallo. Il principe era biondo con gli occhi azzurri. Fisicamente assomigliava agli Asburgo, ma, a differenza del padre, per l’educazione che aveva ricevuto, era spagnolo fino al midollo delle ossa. Filippo era un fervente cattolico: più del padre Carlo, ancora di più dei “re cattolici” Ferdinando e Isabella, i suoi bisnonni. Il re era convinto di essere stato designato a guidare il mondo cattolico contro infedeli ed eretici, di poter prendere ordini solo da Dio! Carlo V aveva organizzato il matrimonio del figlio con Maria d’Inghilterra, per favorire l’alleanza tra Spagna e Inghilterra contro il comune nemico francese, non per annettere l’isola al suo impero. Forse Filippo la pensava diversamente. In ogni caso accettò di sposare Maria, non bella, e più grande di lui (la regina aveva quasi 40 anni e Filippo 27), solo per calcolo, ma non ne ricavò nessun vantaggio. Non è chiaro se Maria sposò Filippo, perché affascinata dal bel principe, o per le comuni idee cattoliche integraliste. In ogni caso rimase amaramente delusa. Innanzi tutto Filippo non riuscì a darle un figlio: forse il principe non ci provò con abbastanza impegno! Neanche l’alleanza militare con la Spagna diede alcun vantaggio all’Inghilterra. Anzi, nella guerra contro la Francia, gli inglesi persero Calais, l’ultimo possedimento inglese sul continente europeo. Il marito spagnolo, alla regina, procurò solo nemici. Oggi anche gli storici protestanti ammettono che Maria era una fervente patriota. La regina non permise mai al marito di interferire nelle vicende del suo regno, ma, allora, tantissimi la accusarono di volere consegnare il suo paese a una potenza straniera. Si moltiplicarono i complotti, e continuarono a volare teste. Gli oppositori di Maria cominciarono a guardare a Elisabetta, figlia d’Enrico VIII e Anna Bolena. Maria si convinse, forse a ragione, che la sorellastra fosse coinvolta in più di un complotto contro di lei. Elisabetta temette per la sua vita, ma “Maria la Sanguinaria” la fece solo imprigionare nel castello di Woodstock. Quando toccherà a Elisabetta regnare, lei non sarà altrettanto clemente! Intanto il marito di Maria era diventato re di Spagna, col nome di Filippo II. Con re Filippo le truppe spagnole, ben addestrate e meglio armate (i loro archibugi erano il prodotto della migliore tecnica del secolo) avevano avuto definitivamente la meglio su quelle francesi. Nel 1559 l’Italia era ormai tutta, sotto il dominio, diretto o indiretto, della Spagna. Filippo voleva ora espandersi in Europa settentrionale, ma proprio nel nord subì le sue più gravi sconfitte…

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9. Filippo e Elisabetta Lo scenario europeo cambiò completamente nel 1558, quando Maria morì, e salì al trono Elisabetta I, la figlia “bastarda” d’Anna Bolena. A Filippo l’Inghilterra non piaceva, ma ormai la considerava già sua. Anche dopo la morte della moglie, non voleva lasciarsela scappare! Fu così che Filippo propose alla “cognata” Elisabetta, un’alleanza, da suggellare con un altro matrimonio. Certo, neanche Elisabetta era bella. Per i cattolici, poi, era addirittura una “bastarda”, ma Filippo era pronto a tutto, pur di aumentare il suo potere. Elisabetta non prese mai in considerazione questa “proposta indecente” ma, astutamente, non disse subito di no. Riuscì a guadagnare del tempo prezioso. La regina tentò anche un approccio col papa, proponendo la riconciliazione definitiva tra Chiesa d’Inghilterra e Chiesa di Roma, se il papa riconosceva i suoi diritti al trono. Ci furono molte discussioni, e intanto Elisabetta rafforzava la sua posizione. Infine la regina si proclamò “Governatore Supremo” della rinata Chiesa Anglicana, di nuovo separata da Roma. Anche il “Libro delle preghiere” fu di nuovo corretto. Il compromesso non accontentò né cattolici né protestanti, ma alla fine Elisabetta trionfò sugli uni e su gli altri. Nel 1570, papa Pio V, scomunicò la regina, sciogliendo i suoi sudditi dal vincolo dell’obbedienza: ottenne esattamente l’effetto contrario. Come si permetteva il vescovo di Roma di intervenire nelle vicende interne inglesi? Intanto Elisabetta faceva rafforzare la sua flotta, e basi commerciali inglesi cominciarono a sorgere in tutto il mondo, in concorrenza con spagnoli e portoghesi. Sotto il regno d’Elisabetta, nel 1585, venne anche fondata la prima colonia inglese nell’America settentrionale, che, in onore della “regina vergine” fu chiamata Virginia. La virginità d’Elisabetta è, naturalmente, solo un’ipotesi. Certo la regina rifiutò sempre di sposarsi. Forse alcuni dei suoi consiglieri furono anche suoi amanti, ma nessuno di loro riuscì a influenzare la sua linea politica, e molti finirono per perdere la testa, per complotti veri o presunti. Gli inglesi hanno perdonato a Elisabetta anche la decapitazione (nel 1587) della cugina Maria Stuarda, la regina cattolica di Scozia scacciata dai suoi sudditi (calvinisti), rifugiata in Inghilterra, e tenuta per anni prigioniera. L’esecuzione di Maria era, sotto certi aspetti, “un atto dovuto” perché l’ex regina di Scozia era considerata, dai cattolici, unica erede legittima al trono d’Inghilterra. Probabilmente Maria Stuarda fu vittima delle circostanze, e morì

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per colpe non sue. La sua storia è stata raccontata in tanti romanzi, opere teatrali, e film, che ormai è difficile distinguere la realtà dalla fantasia. In ogni caso la morte di Maria Stuarda fece un gran clamore in Europa, e convinse Filippo ad affrettare i suoi preparativi d’invasione dell’Inghilterra. Nel 1588 fu allestita quella che fu chiamata, troppo ottimisticamente, “Invincibile Armada”. La flotta partì da Lisbona che, dal 1580, con tutto il Portogallo, era entrata a far parte dei domini di Filippo II. Alla spedizione parteciparono 132 navi e più di 30000 uomini tra marinai e soldati. Altri 30000 soldati avrebbero dovuto imbarcarsi dai Paesi Bassi Spagnoli, con la protezione della flotta, per l'invasione dell'Inghilterra… La spedizione, mal preparata e peggio condotta, fallì miseramente. Le navi spagnole furono sconfitte dai più piccoli, ma più maneggevoli, velieri inglesi, e lo sbarco in Inghilterra non fu neppure tentato. Solo un terzo delle navi e degli uomini riuscì a tornare in Spagna! Con il senno di poi, possiamo dire che la catastrofe era prevedibile. L'invasione, con condizioni del mare migliori, poteva anche riuscire. Dopo lo sbarco, la potente fanteria spagnola avrebbe potuto anche sbaragliare l’esercito inglese… ma come poteva Filippo sperare che poi gli inglesi (cattolici e protestanti) diventassero suoi fedeli sudditi? Dopo la distruzione della flotta spagnola, le navi inglesi passarono al contrattacco assalendo i porti spagnoli e portoghesi. Nel 1590 una flotta inglese cercò addirittura di occupare Lisbona, ma nel frattempo Filippo aveva imparato la lezione. Il re aveva fatto migliorare le fortificazioni sulle coste del regno e costruire navi più efficienti. L'attacco inglese fallì, e il Portogallo rimase unito alla Spagna. Forse Spagna e Portogallo sarebbero ancor oggi un unico stato, se i successori di Filippo avessero seguito una politica diversa, ma questi sono avvenimenti del XVII secolo... Filippo ed Elisabetta rappresentano le due facce dell’Europa Cristiana, nella seconda metà del tumultuoso XVI secolo: lui cattolico e lei protestante, ma entrambi ambiziosi, intolleranti, spietati! Entrambi morirono dopo un lungo regno, intorno alla fine del XVI secolo (Filippo nel 1598, Elisabetta nel 1603) pianti dai loro sudditi, e maledetti dai propri nemici. Il giudizio degli storici su Elisabetta è fin troppo positivo! I suoi meriti, indiscutibili, sono quelli di avere salvato l’indipendenza del suo paese, e di avere fatto diventare l’Inghilterra la più grande potenza navale del mon-

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do. I mezzi con cui Elisabetta ha raggiunto questi obiettivi sono stati però… piuttosto spregiudicati. Centinaia di navi “corsare” inglesi aggredirono i galeoni spagnoli con l’oro del Nuovo Mondo, ma anche pacifiche navi mercantili di tutti i paesi. Molte città spagnole e americane furono depredate, e nei saccheggi non furono certo risparmiati vecchi, donne e bambini. Davanti alle più evidenti atrocità la regina faceva finta di non vedere. Il più feroce dei pirati inglesi, Francis Drake, ricevette addirittura il titolo di Sir, “per meriti speciali” verso la nazione. Elisabetta II darà, quattrocento anni dopo, lo stesso titolo ad altri “plebei” come i Beetles: per meriti diversi, ma altrettanto speciali! La propaganda ha fatto sempre apparire, nei romanzi e nei film dei secoli successivi, i capitani delle navi dei “corsari” inglesi come prodi gentiluomini, mentre i “cattivi” erano sempre e soltanto gli spagnoli! Sono sempre i vincitori che scrivono la storia, soprattutto quella romanzata! Il giudizio degli storici su Filippo II è controverso. Certo il fiasco dell’“Invincibile Armada” (ancora ampiamente celebrato dalla storiografia anglo-americana) rimane una macchia indelebile sul regno di Filippo. Un altro insuccesso di Filippo fu la guerra contro l’Olanda, dove i ribelli calvinisti sconfissero ripetutamente le truppe spagnole. Alla fine Filippo riuscì a conservare solo il Belgio, (che rimase cattolico), mentre l’Olanda divenne un regno indipendente, e poi anche una grande potenza coloniale. Tuttavia non bisogna dimenticare i successi del re di Spagna, che furono tanti! Filippo II ha, al suo attivo, la sconfitta della Francia, l’Unione col Portogallo (durata 60 anni, dal 1580 al 1640), e la costruzione di un immenso impero coloniale in America. Alcuni fanno osservare che il periodo di supremazia spagnola nel mondo, iniziato col suo regno, durò più di 150 anni. Non è poco! La maggior parte dei grandi imperi è durata di meno (compreso l’impero britannico), e nessun governante fa i suoi programmi pensando a quello che potrebbe succedere duecento anni dopo! In ogni caso a Filippo II va almeno il merito di essere stato il promotore della coalizione che conseguì la prima grande vittoria cristiana contro l’impero ottomano. I conflitti tra cattolici e protestanti avevano fatto dimenticare ai cristiani la minaccia dei musulmani, ma poi i turchi ottomani avevano ripreso la loro avanzata, per terra e per mare…

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10. Guerra santa sul mare Nel 1522, i cavalieri Giovanniti dopo sei mesi di combattimenti contro i Turchi, lasciarono definitivamente Rodi. Sulle navi di quelli che erano “i Cavalieri di Rodi”, sventolava un drappo bianco con l'immagine della Vergine e la scritta: Afflictis Tu spes unica Tra i cavalieri, gli ultimi che avevano conservato quello che c’era di buono nello spirito delle crociate, c’era tristezza, ma non rassegnazione. L’Ordine si trasferì temporaneamente a Viterbo, continuando a gestire i suoi ospedali sparsi in tutta l’Europa, ma continuò prendere contatti con le nazioni cristiane perché li aiutassero a riconquistare Rodi, o almeno cedessero loro un’altra isola, da cui continuare la lotta contro l’Islam. Dopo lunghe trattative, nel 1530, Carlo V accettò di concedere ai cavalieri l’isola di Malta. Malta aveva (e ha ancora) un’importante posizione strategica nel Mediterraneo, ma era rocciosa, inospitale, difficile da fortificare. Che le fortificazioni esistenti fossero insufficienti si capì già nel 1547, quando il corsaro turco Dragut fece uno sbarco a sorpresa nell’isola, facendo schiavi trecento maltesi. Era un’azione dimostrativa, o la prova generale per un’invasione? S’intensificarono le incursioni turche contro l’Italia. Nel 1558 furono attaccate a sorpresa, dal famigerato Dragut, anche Massa Lubrense e Sorrento. Oltre a rubare e uccidere i pirati si portarono via almeno 2000 prigionieri: ne furono poi riscattati, a caro prezzo, meno di centocinquanta. Navi turche si spinsero fino alla foce del Tevere, come ai tempi dei Saraceni. Fu allora che nacque la famosa frase: Mamma, li turchi! I Giovanniti (ora chiamati “Cavalieri di Malta”) misero in guardia le potenze cristiane contro le ambizioni di Solimano. Se cadeva Malta, la prossima tappa sarebbe stata la Sicilia…poi, forse, Roma! Il papa cominciò a prendere sul serio la minaccia turca. Le altre potenze cristiane tentennavano. La Spagna era più interessata a combattere i ribelli olandesi che a difendere le sue ultime fortezze nell’Africa settentrionale. Venezia preferiva commerciare con gli ottomani che combatterli. Non era possibile una “coesistenza pacifica” con gli ottomani? Molti accusavano i Cavalieri di Malta di essere degli allarmisti, dei guerrafondai!

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Nel 1565 il temuto attacco a Malta arrivò. La flotta turca era composta di 500 navi e 40.000 uomini. Era evidente che gli ottomani non avevano Malta come unico obiettivo. Una volta neutralizzata la base dei Cavalieri, i turchi sarebbero sbarcati in Sicilia… e poi chissà? Contro l’armata ottomana, il Gran Maestro dell’Ordine, Jean Parisot de La Vallette, poteva schierare solo 470 Cavalieri, 5000 soldati maltesi, 1600 mercenari… I turchi attaccano immediatamente la più importante fortezza dell’isola: il forte di S. Elmo. Dopo un mese di feroci combattimenti, e pesantissime perdite, i mussulmani riuscirono a conquistare il forte. I turchi pensavano che il resto dell’isola sarebbe immediatamente caduto nelle loro mani, ma si sbagliavano. Cavalieri e Maltesi continuarono a difendere l’isola metro per metro. Poi arrivarono poche centinaia di soldati cristiani dalla Sicilia, avanguardia, (dicevano!) di una grande spedizione di soccorso. I difensori ripresero coraggio. Intanto si era arrivati alla fine dell’estate. L’ammiraglio ottomano Pialì temeva che la sua flotta fosse sorpresa da una tempesta e distrutta contro gli scogli. L’esercito del generale Mustafà era decimato e demoralizzato… L’otto Settembre 1565 (festa della Vergine) la flotta ottomana lasciò l’isola, e fece vela per Istanbul. Malta (e la Sicilia) erano salve, per il momento. Il pericolo corso convinse (finalmente!) le nazioni cristiane a un’alleanza. Mentre a Malta si ricostruirono le fortificazioni (nella località che, dal nome del Gran Maestro sarà poi chiamata La Valletta), furono presi contatti tra Filippo II e papa Pio V. La nuova alleanza fu chiamata “Lega Santa”: vi aderirono anche Genova, Firenze, il duca di Savoia, i cavalieri di Malta, e, soprattutto, Venezia. Per tanti (troppi!) anni la Repubblica di San Marco aveva assunto un atteggiamento ambiguo verso i turchi, anteponendo spesso gli affari alla difesa della Cristianità, e del suo stesso territorio. Venezia fu costretta a cambiare politica quando nel 1570 i turchi attaccarono Cipro. Il rapporto di forze tra attaccanti e difensori era stavolta ancora superiore che a Malta. Dicono che i turchi misero in campo otre 250.000 uomini, contro poco più di 7000 ciprioti e veneziani. I difensori resistettero eroicamente per un anno, ma questa volta fu tutto inutile. L’ultima città a capitolare fu Famagosta, che ora fa parte della repubblica turco-cipriota! Il comandante veneziano Marcantonio Bragadin negoziò la resa. I turchi promisero salva la vita ai difensori. Di solito queste promesse sono rispettate: stavolta no! Il Pascià Mustafà fece ammazzare tutti i veneziani. A Bragadin furono prima tagliate le orecchie, poi fu scorticato vivo. Il ricordo degli orrori del 1571 è anco-

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ra vivo tra i greco - ciprioti, che adesso sono costretti a dividere la loro isola con i discendenti dei turchi invasori. Lo scontro finale tra la Lega Santa e la flotta ottomana avvenne il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto, nel golfo di Corinto, pochi mesi dopo la caduta di Famagosta. Le navi turche erano poco di più (230 galee contro 210, la metà veneziane), ma la flotta turca fu completamente distrutta. Papa Pio V, raggiante, diede il merito della vittoria alla Vergine Maria. Molti storici moderni fanno osservare che già allora il divario tecnologico tra la dinamica Europa del Rinascimento e lo statico Impero ottomano cominciava a farsi sentire. Le armi da fuoco europee erano di qualità superiore, e le navi, incluse le sei imponenti galeazze veneziane, erano più facilmente manovrabili. In realtà, in tutte le guerre (sante e non) sono i più determinati e motivati a vincere: questa volta furono i cristiani, finalmente uniti! L’importanza della battaglia di Lepanto, nella storia dell’umanità, è stata ampiamente celebrata nei secoli passati, e poi fortemente ridimensionata da molti storici moderni: i soliti integralisti laici! Interessante è la frase che avrebbe detto un funzionario turco all’ambasciatore veneziano. A Lepanto l’impero ottomano ha perso solo la barba: ricrescerà più folta di prima. Con Cipro invece Venezia ha perso un braccio: non ricrescerà più! In effetti, la Lega Santa si sciolse subito dopo la battaglia di Lepanto. Gli spagnoli tornarono alla loro folle politica d’espansione nell'Europa settentrionale. Se invece avessero inviato le navi dell’”Invincibile Armada” nel Mediterraneo! Neanche i Veneziani riuscirono a sfruttare la vittoria, rinunciando anche a riconquistare Cipro. Dopo pochi anni i turchi ricostruirono la loro flotta, e ripresero a minacciare gli ultimi possedimenti veneziani in Grecia: Creta e le isole Ionie. I turchi non avevano perso neanche un pezzetto di territorio, ma i mussulmani avevano subito, almeno, una battuta d’arresto. Lepanto fu per i cristiani la prima importante vittoria dai tempi delle Crociate. Ormai tutti sapevano che i turchi non erano invincibili. Purtroppo, questa convinzione spinse molti ad abbassare la guardia. Leghe Sante contro l’Islam non ce ne furono più, per i cento anni successivi. Vale la pena di far notare che, alla battaglia di Lepanto, parteciparono tutte le nazioni cristiane del Mediterraneo, tranne la Francia, che continuava la sua politica filo-turca. Questa volta, almeno, i francesi non approfittarono dell’occasione per attaccare alle spalle gli spagnoli e i loro alleati. Probabilmente erano troppo im-

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pegnati a risolvere i loro problemi di politica interna. La lotta tra Cattolici e Protestanti si svolgeva ormai all’interno del loro stesso paese!

11. Riforma e Controriforma Dopo la chiusura, nel 1563, del concilio di Trento la guerra (non solo dottrinale!) tra cattolici e protestanti diventò, se possibile, ancora più accesa. La Germania era diventata un mosaico di stati. Cattolici e protestanti erano costretti a convertirsi o emigrare, secondo i capricci dei loro governanti. Luterani erano diventati anche i re scandinavi (con i loro sudditi) e i Cavalieri Teutonici, che dalla Prussia, si espandevano verso l’est per “convertire” slavi e baltici. I Calvinisti (d’accordo con i Luterani solo nell’odio contro Roma) erano diventati la maggioranza in Olanda e in Scozia, e si erano diffusi anche in Svizzera e in Francia. La Controriforma era guidata dai Gesuiti, l’ordine fondato da Ignazio di Loyola, nel 1535. Nel 1542 era stata istituita anche la famigerata Santa Inquisizione, con lo scopo di mantenere incontaminata da errori la fede cattolica, punendo chi persisteva nell’eresia. All’inizio (dicono) questo tribunale era relativamente clemente, ma poi con l’acuirsi della lotta tra cattolici e protestanti, nessuno scritto, nessun atteggiamento “anticonformista” fu più tollerato. In Italia la vittima più illustre fu il filosofo Giordano Bruno, finito sul rogo proprio alla fine del secolo. Non fu l’unico. Al tempo di papa Pio V, il solito Pasquino scriveva: Quasi che fosse inverno Brucia cristiani Pio siccome legna Per avvezzarsi al fuoco dell’Inferno In Spagna l’Inquisizione era gestita direttamente dal re, ed erano presi di mira soprattutto gli Andalusi d’origine mussulmana o ebrea: quelli (più o meno sinceramente) convertiti. Nell’Europa centrale la lotta tra Cattolici e Protestanti era più accesa, e, in molti casi, il contributo dei Gesuiti alla causa cattolica fu decisivo. I successi più importanti furono ottenuti in Polonia (paese in continua guerra con la Prussia luterana e la Russia ortodossa) dove la fede cattolica ha finito per identificarsi col senso d’identità nazionale.

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Presto Cattolici e Protestanti cominciarono ad affrontarsi anche in Francia, dove i Calvinisti erano chiamati “Ugonotti”. In molte regioni, i protestanti erano diventati addirittura alla maggioranza, e “Ugonotti” erano diventati anche molti principi: tra questi anche Enrico di Borbone (discendente di un ramo cadetto dei Capetingi), lontano cugino del re di Francia. Potevano cattolici e protestanti convivere pacificamente? Nessuno lo credeva possibile: i protestanti non erano meno intolleranti dei cattolici! Nel 1562 scoppiò una guerra civile senza quartiere tra la fazione protestante e quella cattolica, comandata dal duca di Guisa. Nel 1570 i protestanti, comandati dall’ammiraglio Gaspard de Coligny, sembrarono avere la prevalenza, e fu stipulata una tregua. Il re di Francia Carlo IX assisteva sempre più preoccupato alle lotte di religione, che avvenivano all’interno del suo stesso regno. Al re (cattolico, ma non troppo) non interessava tanto che vincesse una fazione anziché un’altra: il suo principale interesse era mantenere l’unità del paese. Che cosa sarebbe successo se i principi protestanti avessero chiesto che fosse applicato anche in Francia il principio “cuius regio eius religio”? Probabilmente le regioni protestanti sarebbero diventate stati indipendenti, e il regno di Francia avrebbe fatto la stessa fine del Sacro Romano Impero. Molti principi ribelli probabilmente avevano proprio quest’obiettivo: le controversie religiose spesso erano solo un pretesto per giochi di potere e complotti. Nel 1572 il re convocò a Parigi i capi delle fazioni cattoliche e protestanti. L’occasione era il matrimonio del principe protestante Enrico di Borbone con la sorella del re Margherita di Valois (nota poi come “regina Margot”). Sembrava un “tentativo di conciliazione” tra le due parti, ma le intenzioni del re (e soprattutto della regina madre, la tristemente famosa Caterina de Medici) erano ben altre! La notte tra il 23 e il 24 agosto 1572 è passata alla storia come “la notte di S. Bartolomeo”. L’ammiraglio Coligny e tutti altri capi protestanti furono brutalmente assassinati. Il principe Enrico di Borbone riuscì a stento a salvarsi con la fuga. Naturalmente l’esecuzione dei principi protestanti fu giustificata come una “misura preventiva” per salvare re, e regina, da un complotto. Forse il complotto c’era veramente. In ogni caso papa Gregorio XIII decise di crederci, e fece celebrare un “Te deum”. Il papa affidò al Vasari l’incarico di affrescare, nella Sala Regia del Vaticano, accanto alla “Battaglia di Lepanto “, anche la “Notte di S. Bartolomeo”. Un accostamento che oggi fa riflettere: meno di un anno dopo la battaglia di Lepanto, i cristiani erano tornati a scannarsi (letteralmente!) tra loro!

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La morte dei principali capi protestanti non mise fine, naturalmente, alla lotta tra ugonotti e cattolici, anzi gli scontri diventarono ancora più frequenti e sanguinosi. I protestanti erano decisi a difendere la loro fede e la loro libertà, non solo religiosa! D’altro canto i cattolici, in Francia, erano ancora la maggioranza. In più la lega cattolica era appoggiata, e finanziata, dal papa e dal re di Spagna… La situazione si complicò ulteriormente dopo che, per una serie d’imprevedibili circostanze (tubercolosi, veleno o pugnale) morirono il re Carlo IX, il fratello Enrico III, e quasi tutti gli altri membri della casa reale. Inaspettatamente si ritrovò erede al trono di Francia il principe Enrico di Borbone: uno dei capi della fazione protestante! Per la storia d’Europa si era arrivati a un punto critico. La Francia stava per diventare un paese protestante? Il papa e il re di Spagna si misero in allarme: papa Gregorio XIV scomunicò Enrico, e Filippo II moltiplicò gli appoggi alla lega cattolica… A un certo punto il papa si rese conto che questi appoggi stranieri rischiavano di avere l’effetto contrario, com’era successo in Inghilterra. I francesi erano (e sono) ancora più nazionalisti degli inglesi, e la Chiesa Francese ha sempre avuto una posizione autonoma rispetto a Roma. La gerarchia cattolica francese non avrebbe mai accettato un re fantoccio appoggiato dalla Spagna. Lo stesso papa Clemente VIII era tutt’altro che favorevole allo strapotere del pur cattolicissimo Filippo II, in Europa. Oltretutto, Enrico (a differenza d’Elisabetta d’Inghilterra) era, anche per la Chiesa Cattolica, un erede legittimo al trono. In più il principe era intelligente e pragmatico: Il suo unico “difetto” era la sua religione. Un difetto a cui si poteva rimediare… Iniziarono contatti segreti tra Roma e Parigi. Nel 1593 Enrico di Borbone, a St. Denis, annunciò clamorosamente la sua conversione al cattolicesimo. La scomunica fu immediatamente sciolta, e il principe di Borbone venne proclamato re di tutti i Francesi, col nome d’Enrico IV. Il papa era raggiante: la Francia era tornata una potenza cattolica, che poteva fare di contrappeso alla troppo potente Spagna. Dicono che, dopo la sua “conversione” Enrico IV abbia pronunziato la famosa frase: Parigi vale bene una messa! Se non l’ha detto, sicuramente l’ha pensato. Nel 1598 Enrico IV proclamò l’Editto di Nantes che, pur ristabilendo il culto cattolico in tutta la Francia, riconosceva, formalmente (sia pure a certe condizioni) la libertà di culto agli ugonotti.

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L’”Editto di Tolleranza” di Nantes rappresenta il primo caso, da quando sono nate le “guerre sante”, di un principe che concede una certa libertà religiosa ai suoi sudditi. Non era la fine delle guerre di religione, ma era comunque un primo passo nella direzione giusta! Enrico IV fu assassinato nel 1610, da un “integralista cattolico”, il frate Ravaillac. Gesto di un fanatico o complotto? Non lo sapremo mai, come non scopriremo mai chi sono stati i mandanti di tanti omicidi eccellenti, antichi e recenti!

12. Le guerre sante nel Nuovo Mondo Nel XVI secolo, il mondo si era improvvisamente allargato. Non era ancora la "globalizzazione" ma ormai gli Europei erano venuti in contatto con molti altri popoli, e culture, di cui prima ignoravano perfino l'esistenza. All'inizio, a "dividersi il mondo", furono solo Spagnoli e Portoghesi, che come mediatore, scelsero addirittura il papa. Ancora oggi, alcuni gridano allo scandalo, per il modo in cui papa, Alessandro VI, nel 1494, divise il mondo in due parti, assegnando a Spagnoli e Portoghesi, terre abitate da millenni da altri popoli… o addirittura ancora da "scoprire". In realtà il papa non fece altro che un arbitrato tra Spagnoli e Portoghesi, stabilendo i meridiani con i limiti tra due zone d’influenza. Le sue "decisioni" erano vincolanti solo per Spagnoli e Portoghesi. In ogni caso, nella definizione delle “sfere d’influenza”, si tenne conto soprattutto dello stato di fatto. Gli Spagnoli avevano scoperto l’America, e quindi il continente era loro. Nel Nuovo Mondo, ai portoghesi fu lasciata la terra che poi fu chiamata il Brasile, ma nel 1494 non si sapeva nemmeno se c’erano veramente terre americane, a est del meridiano fissato come confine tra la zona spagnola e quella portoghese. I portoghesi, invece, avevano già il monopolio del commercio con Africa e Asia. Se riuscivano a conquistarle... facessero pure! Le guerre che accompagnarono la colonizzazione europea dell’America furono guerre di conquista, dettati da soliti vecchi motivi: ricchezza e potere. Le popolazioni originarie del Nuovo Mondo furono sopraffatte dagli Europei, soprattutto per l’enorme divario tecnologico tra indigeni e nuovi arrivati. I “conquistadores” spagnoli combattevano con spade d’acciaio, cannoni, e archibugi. Gli indigeni (inclusi Aztechi, Maya, e Incas) avevano solo armi di legno e ossidiana. Gli unici metalli che gli Aztechi conoscevano erano il rame (non adatto per fare armi) e l’oro, che attirò la cupidigia degli europei! Gli spagnoli non erano solo trascinati dalla fame d’oro, ma anche da un autentico fervore religioso. Perfino Colombo era convinto di essere predestinato, per il suo

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stesso nome, Cristoforo, a portare il messaggio di Cristo agli “indiani”. Solerti missionari affiancarono i soldati spagnoli sin dalle prime spedizioni nelle isole dei Caraibi, e i “selvaggi” furono immediatamente convertiti, con le buone o con le cattive. Un vero e proprio scontro tra religioni ci fu però solo nel 1521, quando Hernan Cortez, con settecento soldati sbarcò sulle coste del Messico che allora faceva parte del sanguinario impero degli Aztechi. Gli Aztechi (o Mexicatl) erano un popolo che, da una regione del nord, si era trasferito nell’altopiano dove oggi sorge Città del Messico, sottomettendo tutti gli altri popoli della zona. Prima che arrivassero gli Aztechi, altre civiltà avevano dominato il Messico, ma della loro storia sappiamo ben poco. Sappiamo che un misterioso popolo, i Toltechi, fece costruire (circa cinquecento anni prima dell’arrivo degli Spagnoli) imponenti monumenti, tra cui le “Piramidi del Sole e della Luna”, ancora oggi meta di tanti turisti. La religione dei Toltechi comprendeva moltissime divinità: il dio più importante era Quetzalcoatl, spesso raffigurato sotto la forma di “Serpente piumato”. Una leggenda affermava che Quetzalcoatl, aveva la barba, e la pelle chiara. Un giorno sarebbe ritornato “dal paese dell'aurora”, e sarebbe iniziata una nuova era. Quetzalcoatl era onorato anche dagli Aztechi, ma il loro dio principale era il sanguinario Huitzilopochtli, che esigeva in continuazione sacrifici umani. L’usanza di offrire vittime agli dei era diffusa in Messico. I Maya avevano l’abitudine di buttare uomini in pozzi sacri. I sacerdoti Toltechi amavano danzare vestiti della pelle delle loro vittime. Solo con gli Aztechi però cominciò a essere praticato il cannibalismo, non solo rituale. Nei templi aztechi il sangue scorreva, letteralmente, a fiumi. Migliaia di vittime erano immolate ogni anno, e la loro carne era venduta ai “fedeli” dai sacerdoti, e a caro prezzo! Molti aztechi si erano abituati al gusto della carne umana, almeno quelli che se lo potevano permettere! Le vittime erano prigionieri, catturati in una delle tante guerre con cui gli Aztechi avevano esteso il loro dominio. Talvolta gli Aztechi facevano delle guerre al solo scopo di catturare prigionieri da sacrificare, (anzi macellare!). I Mexicatl le chiamavano “Guerre dei fiori”. Quando gli Spagnoli sbarcavano nel continente americano, gli Aztechi avevano sottomesso quasi tutto il Messico, ma continuavano a fare “Guerre dei fiori” con alcune tribù, in modo che continuassero a fornire il loro “tributo” di sangue. Molti storici si lamentano che la “civiltà” degli Aztechi sia stata completamente distrutta. Io no!

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Questa era la situazione in Messico, quando sbarcarono Cortez e i suoi compagni. Gli spagnoli avevano la barba, e la pelle chiara. Avevano armi “miracolose” e sapevano spostarsi velocemente con i cavalli, animali che in America non si erano ancora visti. I messaggeri aztechi che riferirono all’imperatore Montezuma l’arrivo dei misteriosi stranieri, (uomini o dei?) conoscevano bene la leggenda del “Serpente Piumato”. Anche l’imperatore non poté fare a meno di domandarsi se, per caso, Cortez fosse proprio Quetzalcoatl, redivivo. Invece di combattere gli invasori, i guerrieri aztechi li scortarono fino alla città del re, Tenochtitlan… Ferdinando Cortez era sbarcato in Messico (senza neanche il permesso del viceré spagnolo) in cerca d’oro. Lungo la strada, Cortez ebbe modo di parlare con messaggeri dei popoli sottomessi dagli aztechi, che non sopportavano più di essere solo “carne da macello” e chiedevano a “Quetzalcoatl” di liberarli dalla tirannia azteca. Cortez sapeva bene di non essere un dio, ma capì subito che quella leggenda gli poteva essere molto utile. In ogni caso Quetzalcoatl poteva anche essere assimilato a Cristo. Cortez si convinse di essere l’inviato di Cristo, scelto per combattere, e redimere, quegli infedeli cannibali. Quando gli spagnoli arrivarono a Tenochtitlan, Montezuma si rese conto che Cortez e i suoi erano solo degli avventurieri, avidi d’oro. Fortunatamente erano pochi! Per liberarsene il re “regalò” a Cortez tutti gli ornamenti d’oro del suo tesoro, purché se ne andassero al più presto. Non se ne andarono! L’avidità degli spagnoli non aveva limiti, e molti erano sinceramente convinti che l’oro fosse la giusta ricompensa per il loro impegno nella diffusione della Vera Fede. Da quando gli spagnoli erano arrivati, molti messicani si erano già fatti battezzare, più o meno convinti. Un grande tempio azteco fu ripulito dalle immagini degli idoli, e trasformato dagli spagnoli in cattedrale, dove si celebrò la prima grande messa solenne a Tenochtitlan. I sacerdoti aztechi organizzarono una rivolta. La notte successiva (poi chiamata dagli spagnoli “la noche triste”) si scatenò la ribellione contro gli stranieri e i “collaborazionisti”. Lo stesso Cortez si salvò a stento. Il dominio spagnolo pareva finito prima ancora di cominciare, ma Cortez, con l’aiuto delle tribù ostili agli aztechi, riprese presto il controllo della capitale, e dell’intero Messico. Poi dalla Spagna arrivarono altri avventurieri, missionari, coloni… Oggi nella piazza principale della città che ieri era Tenochtitlan, e oggi è Città del Messico, una lapide ricorda gli avvenimenti di quegli anni, terminando con la frase:

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Non fu né un trionfo né una sconfitta. Fu la dolorosa nascita di un popolo meticcio che è il Messico di oggi. Gli spagnoli portarono in America anche le immagini del santo che li aveva guidati nella Riconquista: Santiago, il “Matamoros”! Alcuni missionari cercarono di proteggere gli indigeni dalle violenze dei conquistadores, ma altri (troppi!) si mostrarono solo docili servi del potere costituito, opprimendo i vinti, e tormentando anche i neoconvertiti (di dubbia sincerità) nei tribunali dell’Inquisizione. In realtà a convertire definitivamente i messicani non fu il “Matamoros”, ma la Vergine Maria, nota in Messico come la Madonna di Guadalupe. La Vergine Maria era già comparsa, ottocento anni prima, nella storia delle “guerre sante”, col nome di “Santina di Covadonga”. Nell’ottavo secolo, la Vergine fu invocata dai cristiani a protezione dai Mori, che avevano occupato quasi completamente la Spagna. Nel XVI secolo, Maria intervenne per ricordare ai conquistadores che il loro compito era evangelizzare gli indios, non schiavizzarli. In realtà la Vergine non si rivolse agli Spagnoli, ma direttamente agli indios. L’indio Quauhtlatoatzin, battezzato col nome di Juan Diego, vide per la prima volta la vergine nel 1531. Il vescovo spagnolo all’inizio non gli volle credere, e chiese a Juan Diego una prova. La prova fu un’immagine miracolosa che ancora è onorata nel Santuario di Guadalupe. Naturalmente ai miracoli ci crede solo chi vuole farlo. Quello che tengo a rilevare è che la Madonna di Guadalupe è diventata la madre di tutti i poveri e i derelitti del Messico, in particolare indios e meticci. Gli spagnoli di “sangue puro” all’inizio la guardarono con diffidenza... ma la Madonna è sempre la Madonna! Più tardi l’immagine della Madonna di Guadalupe fu portata anche fuori del Messico. Nel 1564 raggiunse le Filippine. Nel 1570 fu portata al re Filippo II. Una copia della sacra immagine era anche nella nave dell’ammiraglio Doria, nel 1571, durante la battaglia di Lepanto. Così il Nuovo Mondo venne in soccorso del Vecchio, e i nuovi cristiani d’occidente fornirono un aiuto, almeno morale, ai cristiani europei.

13. Guerre sante in Africa Le regioni africane a nord del Sahara erano, da secoli, occupate da popoli mussulmani. Nel 1578, re Sebastiano I di Portogallo tentò di espandersi anche nel vicino Marocco, riesumando lo spirito delle crociate. I sogni di gloria del re furono infranti nella battaglia di Alcacer-Quibir. Il re Sebastiano non solo fu sconfitto, ma morì

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nella battaglia. Il suo corpo non fu mai ritrovato e questo ha dato origine a varie leggende, riprese da molti letterati portoghesi. Alla morte di Sebastiano, il re di Spagna Filippo II approfittò dei disordini nel paese per occupare il Portogallo. In Marocco gli spagnoli si limitarono a difendere le loro basi di Ceuta e Melilla. Guerre sante in Africa settentrionale non ce ne sono state più. *** L'Islam si era esteso anche nell'Africa sub-sahariana. Furono i mussulmani a iniziare quella che fu poi chiamata la “tratta degli schiavi”. I giovani africani mussulmani erano attirati nelle navi dei negrieri con la promessa di un pellegrinaggio alla Mecca! Poi arrivarono i portoghesi, che dirottarono il traffico degli schiavi nelle colonie americane. All’inizio, i portoghesi considerarono l'Africa solo una tappa per raggiungere l'India, ma poi tutte le coste del "continente nero" furono disseminate di basi commerciali. Le colonie portoghesi più importanti furono installate in Angola, Mozambico, e sulla punta meridionale dell'Africa, che i portoghesi, in viaggio per l'India, avevano chiamato Capo di Buona Speranza. Insieme ai portoghesi arrivarono anche i missionari che cominciarono a convertire gli indigeni. Ancora oggi Angola e Mozambico sono, in Africa, tra gli stati più cristianizzati. Ma troppo spesso gli europei hanno inteso le parole”cristianizzazione” e “civilizzazione” solo come dei mezzi per estendere il loro dominio. *** In Africa c'era già un grande regno cristiano: l'Etiopia. Gli Etiopi erano cristiani da più di mille anni, anche se aderivano alla fede copta, una delle tante "eresie" sulla natura di Cristo, diffuse negli ultimi tempi dell'Impero Romano. Dopo la conquista turca dell'Egitto, la situazione dei Cristiani diventò critica. Nel 1527, Ahmed Ibn Ibrahim al Ghazi detto Graqn (il Mancino) scatenò la jihad contro i cristiani. Nel 1541 Il negus Lebna Dengel chiese, e ottenne, l'aiuto dei portoghesi. Per la prima volta "cristiani bianchi" e "cristiani neri" lottarono insieme contro i mussulmani. Nel 1543, gli invasori furono respinti. Naturalmente i portoghesi, in cambio del loro aiuto, pretesero delle contropartite, non solo di carattere commerciale. Con i portoghesi arrivarono anche i Gesuiti, che fecero pressioni, sulla chiesa etiope, per una riunione con Roma. Nel 1622, i gesuiti portoghesi s’illusero di avere centrato il loro obiettivo. Il negus Susenyos

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si convertì dichiarando il Cattolicesimo "religione di Stato". Nel 1626, la chiesa etiope e quella di Roma furono formalmente unite. Solo adesso, i gesuiti moderni, ammettono che, allora, “furono commessi degli errori”. Altro che errori! I gesuiti pretesero di latinizzare completamente la chiesa africana: gli etiopi dovevano addirittura essere ribattezzati, e i preti riordinati. Come se non bastasse, fu nominato, come Patriarca della Chiesa Etiopica, il Gesuita Portoghese Alfonso Mendez. Un europeo a capo di una chiesa africana, indipendente da secoli! Non erano ancora maturi i tempi per un patriarca cattolico di pelle scura? La reazione degli etiopi fu violenta. L'Etiopia non era disposta a diventare una colonia europea: non lo sarà mai! Nel 1632 a Susenyos succede il figlio Falisades che espulse Mendez, e tutti i gesuiti, dal paese. L’Etiopia resterà chiusa all’attività cattolica, per i successivi 200 anni: un‘occasione persa, di cui solo ora la Chiesa Cattolica si rende conto!

14. Dalla Persia all'India La maggior parte dell'Asia apparteneva all'area d’influenza portoghese. Il continente però era già abitato, da popoli di millenaria civiltà, anche se non cristiani. L'Asia occidentale era quasi completamente mussulmana, divisa tra sunniti e sciiti. Nel 1509, l'attuale Irak entrò a far parte dell’impero persiano, in cui regnava la dinastia dei Safavidi, ma i persiani non vi rimasero a lungo. Nel 1535 il sultano ottomano, Solimano il Magnifico, occupò anche Bagdad, con tutto l’Irak. Le guerre tra impero ottomano (sunnita) e impero persiano (sciita) assunsero spesso il carattere di "guerre sante". In Persia, sotto la dinastia dei Safavidi, "l'eresia sciita" era diventata religione di stato, e simbolo dell'identità nazionale persiana. Anche in Irak allora (come oggi) gli sciiti erano molto numerosi. Tra il Tigri e l'Eufrate si trovano anche molte "città sante sciite", che i persiani hanno cercato spesso di riconquistare… fino ai giorni nostri! Nelle guerre contro gli odiati sunniti, i persiani non ebbero alcuno scrupolo a stringere accordi con potenze europee cristiane: Austria, Venezia, e Russia. La lontananza tra i potenziali alleati impedì tuttavia una vera azione comune tra Europei e Persiani. *** A est dell'Impero persiano si stendeva l'impero Mogol.

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Gli imperatori Mogol erano mussulmani, e venivano dall'Afghanistan. Nel 1525 sconfissero il sultano di Delhi, e crearono un grande stato che copriva l'attuale Pakistan, e l'India settentrionale. Nell'India del nord molti si erano convertiti all’Islam. La maggioranza degli indiani però era rimasta fedele all'Induismo: una religione con tre divinità principali e un sistema sociale con una rigida divisione in caste. Nell’impero dei Mogol gli induisti erano tollerati, ma solo finché rimanevano “al loro posto”. Il sud dell'India era diviso in tanti stati, quasi tutti di religione induista. Nel Malabar c'era anche una piccola comunità cristiana. Secondo la tradizione, il cristianesimo sarebbe stato portato in India dall'apostolo S. Tommaso, che sarebbe stato martirizzato a Malaipur. Sappiamo che, nei primi secoli dell'era cristiana, ci furono vari contatti tra cristiani indiani e cristiani egiziani. In occidente, se n’era perso il ricordo, fino all'arrivo in India dei Portoghesi. Le prime navi europee arrivarono in India, nel 1498. Nel 1510, i Portoghesi s’insediarono a Goa, e vi rimasero, per più di quattro secoli. Con i mercanti, e i soldati, arrivarono anche i missionari, in particolare i Gesuiti. Presto gli indiani si accorsero che i cristiani europei erano ben diversi dai pacifici cristiani del Malabar. I portoghesi si dimostrarono aggressivi quanto i mussulmani del nord. Erano pochi ma determinati, e avevano navi, armi da fuoco, e tecnologia più avanzata. Anche i contatti tra cristiani portoghesi e cristiani indiani non furono facili. Passato l'entusiasmo iniziale per i "fratelli ritrovati", presto gli europei si resero conto delle differenze tra la chiesa indiana (di rito siriano) con quella latina, e cominciarono a dare più importanza a quello che li divideva che a quello che li univa. I cristiani portoghesi volevano una Chiesa Cattolica di rito latino, e non tolleravano dissidenti. Un triste episodio, nella storia della Chiesa, fu quando un giovane arcivescovo, Aleixo de Menezes di Goa, nel 1599, sbarcò a Cochin con un esercito, ordinò 100 preti da lui scelti, e convocò un sinodo. C'erano anche dei preti Siriani guidati dal loro arcidiacono, che capivano poco il portoghese. I cristiani del Malabar firmarono un decreto che poneva fine all’indipendenza della loro chiesa, decreto poi più volte contestato. Forse proprio queste sterili diatribe tra Cristiani, insieme alle prepotenze dei soldati portoghesi, impedirono al Cristianesimo di attecchire profondamente in India. …

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15. Estremo Oriente Intanto le navi portoghesi avevano raggiunto l'Estremo Oriente. Nel 1509 i portoghesi arrivarono in Malesia creando una base commerciale a Malacca. Nel 1513 le prime navi europee raggiunsero la mitica Cina, inaugurando una nuova rotta commerciale, in alternativa all'antica via della seta, percorsa anche da Marco Polo. Nel XVI secolo la Cina era un grande impero, dominato dalla dinastia Ming. Ai Cinesi non piacevano gli incontri con i barbari stranieri, ma, visto che gli europei erano disposti a pagare con oro e argento la loro seta e il loro tè, perché rinunciare a dei facili guadagni? Il primo insediamento portoghese in Cina fu a Macao, poco distante dalla grande città cinese di Canton, che divenne il centro più importante del commercio tra il "celeste impero" e l'Europa. Nel 1557 Macao fu ceduta definitivamente (in affitto) ai portoghesi, che ebbero anche il lucroso monopolio del commercio tra Cina e Giappone. Con i portoghesi arrivarono anche i missionari gesuiti (tra i primi S. Francesco Saverio) che cercarono di convertire il paese pacificamente. In Cina, oltre al buddismo, era diffusa la dottrina confuciana, una specie di morale laica basata sull'assoluta obbedienza all'autorità civile, rappresentata dall'imperatore della dinastia di turno. I Gesuiti, dopo avere studiato dottrina confuciana, giunsero alla convinzione che non era incompatibile col cristianesimo… anzi! Molti alti prelati Gesuiti cominciarono a presentare la dottrina cristiana ai letterati cinesi, i "Mandarini". Tra i Gesuiti si distinse, in particolare Matteo Ricci che diventò famoso alla corte dell'imperatore e, tra i mandarini, e pubblicò anche saggi in cinese, diffondendo in oriente la cultura europea. Molti tra i mandarini e la gente comune chiesero il battesimo. I gesuiti accettavano anche che i convertiti partecipassero alle cerimonie in onore di Confucio e degli antenati, considerate semplici cerimonie laiche, e quindi compatibili con la religione cristiana. È sorprendente che i gesuiti, così rigidi nell'interpretazione della dottrina cattolica in Europa, avessero quest'atteggiamento così aperto in Estremo Oriente. Francescani e Domenicani non erano dello stesso avviso: per loro i cosiddetti “riti cinesi” erano "pagani", e quindi da condannare. Questa discordia, all'interno dello stesso mondo cattolico, ostacolò non poco la diffusione del cristianesimo in Cina, che pure, alla fine del XVI secolo, sembrava molto bene avviata, e senza bisogno di "guerre sante"! Sembrava! ***

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Ancora più promettente sembrava, all'inizio, la diffusione del cristianesimo in Giappone, dove i mercanti portoghesi, accompagnati dai soliti missionari gesuiti, cominciarono ad arrivare, a partire dal 1542. Nelle isole giapponesi regnava una dinastia, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, e i cui discendenti regnano ancora oggi. L'imperatore (detto "mikado") era considerato una specie di dio (come i faraoni dell'antico Egitto) ma, già dal 1192, il potere reale era detenuto dal capo dell'esercito che aveva il titolo, ereditario, di "shogun". Quando arrivarono i primi europei, lo shogunato era esercitato dalla famiglia degli Ashikaga, ma gli ultimi shogun erano deboli, e il paese era diviso tra i grandi daimyo (simili ai principi feudali europei) che, di fatto, avevano creato degli stati indipendenti. Nel XVI secolo nel Giappone convivevano due religioni: lo "shintoismo" (religione "pagana" che aveva come capo supremo il mikado) e il buddismo, arrivato dalla Cina. Alcuni monasteri buddisti dominavano vaste zone del paese, ed erano dotati di veri e propri eserciti. Probabilmente all'inizio il cristianesimo fu scambiato da shogun e daimyo per una nuova forma di buddismo, o almeno una religione simile, capace di contrastare le sette buddiste diventate troppo potenti. A differenza dei cinesi, i giapponesi si dimostrarono subito interessati alle nuove idee arrivate dall'Europa, come pure le nuove tecniche, come le armi da fuoco. Alla fine del XVI secolo Nagasaki, (il porto più importante dell'isola meridionale di Kyushu) era diventata una città a maggioranza cristiana, dove gli Europei erano ormai di casa. I cristiani divennero presto centinaia di migliaia. Anche molti daimyo si fecero battezzare. Alla corte dello shogun molti si convinsero che i cristiani giapponesi ritenevano la legge di Cristo più importante di quella dell'imperatore, e, soprattutto, davano troppo credito ai loro preti stranieri… Nel 1573 Yoshiaki, ultimo degli shogun Ashikaga, fu deposto. Dopo una lunga guerra civile, nel 1584, il potere andò a Toyotomi Hideyoshi, figlio di contadini che assunse il titolo di "Kampaku" (reggente imperiale), ridusse i daimyo all'obbedienza, e riunificò il Giappone. Per rafforzare il proprio potere, Hideyoshi prese alcuni provvedimenti contro "l'influenza destabilizzante" dei missionari cristiani. Emanò anche degli editti, in una forma ambigua, che ottennero l'effetto di spaventare i Gesuiti, ma, di fatto, furono pochissimo applicati. Nel 1592, Hideyoshi trascinò l'esercito nipponico in una guerra con la Corea. L'invasione fu un fallimento ma la guerra continuò fino al 1598. La morte di Hideyoshi provocò una nuova lotta per la successione, tra i daymio. Non è chiaro se portoghesi e gesuiti abbiano cercato di inserirsi nella guerra, per favorire il contendente più favorevole al cristianesimo. Se lo fecero, non ci riu-

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scirono, perché nessuno dei daymio cristiani era abbastanza potente da poter mirare a diventare il successore di Hideyoshi. Nel 1600, a Sekigahara ci fu una grande battaglia tra i daymio occidentali, guidati da Ishida Mitsunari, e i daymio orientali guidati da Tokugawa Iyeyasu. Non fu una "guerra santa": non ancora! I daimyo cristiani non si schierarono tutti dalla stessa parte. Nessuno dei due contendenti, al contrario dell'imperatore romano Costantino, si dichiarò amico dei cristiani. Il vincitore fu Tokugawa Iyeyasu che, nel 1603, assunse l'antico titolo di shogun. Il nuovo shogun, all’inizio, assunse un atteggiamento tollerante verso i cristiani. I Gesuiti si convinsero che il nuovo ordine in Giappone avrebbe favorito il diffondersi del cristianesimo: successe esattamente il contrario! *** A est del continente asiatico si trovava l'altro meridiano che divideva la metà del mondo "spagnola" da quella "portoghese". In realtà calcolare esattamente la longitudine, nel XVI secolo, era difficilissimo. Senza contare che sia gli spagnoli sia i portoghesi tendevano ad aggiustare i conti come gli faceva più comodo. In ogni caso la parte dell'Asia attribuita agli spagnoli era piccolissima. L'unico possedimento importante spagnolo era l'arcipelago delle Filippine, dove le navi di Magellano approdarono durante la prima circumnavigazione del mondo. Le Filippine si convertirono rapidamente al cristianesimo, e sono tuttora il più importante paese a maggioranza cattolica in Asia. Ancor oggi la patrona delle Filippine è la stessa del Messico: la Madonna di Guadalupe! Intanto, i portoghesi, si erano insediati nelle vicine isole Molucche. Anche in altre isole dell'Indonesia i portoghesi misero delle basi commerciali. La più importante fu nell'isola di Timor, dove arrivarono anche i soliti missionari gesuiti… Molucche e Timor Est sono ancora oggi a maggioranza cristiana, che stenta a sopravvivere nell'Indonesia mussulmana!

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Capitolo XI Guerre sante… ma non troppo! (A.D. 1600-1699) 1. L'Europa del Seicento All'inizio del XVII secolo, l'Europa era più divisa che mai, politicamente e religiosamente. Nelle tante guerre che si sono svolte, dal 1600 in poi, c'è stata spesso una componente religiosa, ma è difficilissimo capire, se, e fino che punto, i contendenti erano veramente convinti di fare una "guerra santa". Negli ultimi due secoli, l'Europa si era "laicizzata", e la religione contava molto, molto meno! Eppure, l'avvento della Riforma aveva riacceso il fervore religioso di molti. I protestanti avevano tradotto la Bibbia nelle loro lingue e avevano cominciato a leggerla in pubblico e in privato. Anche i cattolici, per non essere da meno loro avversari, erano diventati, all'inizio, più “praticanti". Il fanatismo religioso alla fine del XVI secolo, era la regola, per cattolici e protestanti… ma fino a che punto un fanatico è veramente religioso? Prima della Riforma, le nazioni dell'Europa occidentale, tutte cattoliche, si facevano la guerra lo stesso. Che cosa animava di più un soldato nel Seicento: la religione o il sentimento d’appartenenza alla propria nazione, o regione, o città? Non per caso, popoli già nemici si sono ritrovati poi ad avere anche una religione diversa. Spagna cattolicissima contro Inghilterra e Olanda Protestanti. Polonia cattolica, contro Prussia protestante, e Russia ortodossa. Persino territori vicini, divisi da antiche rivalità regionali e commerciali, come Belgio e Olanda, finirono per abbracciare religioni diverse. Nelle Isole Britanniche, le diversità regionali hanno avuto un peso notevole nella scelta della confessione religiosa. In contrapposizione all’Inghilterra "anglicana", la Scozia scelse la fede calvinista, mentre l'Irlanda rimase cattolica… Un caso particolare è quello della Francia che aveva nemici sia cattolici sia protestanti, e teneva (forse per questo) una posizione ambigua. Il re di Francia favoriva gli stati protestanti tedeschi contro gli Asburgo ma all'interno (nonostante l'editto di Nantes) continuava a contrastare gli Ugonotti, che, per salvaguardare la loro autonomia, cominciarono ad appoggiarsi all'Inghilterra protestante… Ancora più complicata era la situazione nell’Europa centrale, dove gli Asburgo, che avevano ancora il titolo d’imperatore, cercavano di estendere il loro dominio effettivo.

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Nel 1612, divenne imperatore Mattia d'Asburgo che era anche re di Boemia e d’Ungheria. La corona dell'Ungheria (ancora sotto il dominio turco) era solo virtuale, ma i territori controllati dagli Asburgo erano comunque molto estesi: da Trento a Vienna, da Praga a Trieste… In Germania si erano formate due leghe: una di ducati cattolici e l'altra di stati protestanti. I protestanti cercarono appoggio dall'Inghilterra e dall'Olanda (e anche della Francia!), mentre i principi cattolici erano i naturali alleati degli Asburgo. Gli Asburgo erano cattolici, ma nei loro territori i protestanti, più o meno tollerati, erano tanti. La comunità protestante più numerosa era in Boemia dove, ancore una volta, la lotta religiosa finì per diventare una guerra di liberazione nazionale. I Cechi non gradivano di far parte di un impero dominato dagli Austriaci. Nel 1618, i protestanti boemi assaltarono il Castello di Praga e buttarono giù dalla finestra tre rappresentanti dell'imperatore. Questo episodio, noto come "la defenestrazione di Praga", diede inizio a quella che poi fu chiamata la "Guerra dei trent'anni". Questa guerra, lunga e sanguinosa, fu (almeno!) l'ultimo conflitto tra nazioni cristiane che può essere, almeno in parte, definito come "guerra santa".

2. La Guerra dei trent'anni Mattia d'Asburgo morì poco dopo lo scoppio della ribellione della Boemia. Il suo successore fu suo cugino Ferdinando II, che si trovò ad affrontare non più una semplice rivolta, ma una grande guerra che metteva in pericolo l'esistenza stessa del suo impero. A favore dei boemi si schierarono tutti i principi tedeschi protestanti, in particolare Giovanni Giorgio Elettore di Sassonia, e Federico, Elettore del Palatinato, che fu nominato dagli insorti, re di Boemia al posto dell’imperatore Ferdinando. Gli eserciti protestanti marciarono su Vienna, e la misero sotto assedio. Ferdinando II cercò allora degli alleati. In Germania, ottenne l'appoggio di Massimiliano di Baviera, capo della Lega cattolica. Un altro importante alleato fu Filippo III di Spagna, che con le sue truppe attaccò il Palatinato. Nel 1620 le truppe austriache e bavaresi marciarono all'interno della Boemia. I ribelli tentarono un’ultima resistenza in quella che poi fu chiamata la "battaglia della montagna bianca", vicino a Praga. È la fine dei protestanti boemi, ma anche dell'indipendenza dei Cechi, che rimasero sotto gli Asburgo fino al 1918. Rimaneva aperta la questione del Palatinato, invaso dalle truppe bavaresi e spagnole. Federico, sconfitto, e abbandonato anche da molti principi protestanti, era disposto a rinunciare a ogni pretesa sul trono di Boemia, ma l'imperatore aveva

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promesso, lo stesso Palatinato a Massimiliano di Baviera. Ogni promessa è debito! Nel 1623 l'imperatore cedette il titolo d’elettore del Palatinato a Massimiliano… Tutte le potenze protestanti si opposero a quest’atto di forza: Inghilterra, Olanda, Svezia…ma nessuno si decideva a mandare truppe. L’unico a intervenire, fu re Cristiano di Danimarca, ma non fu di nessun aiuto. Nel 1626 l'esercito di Cristiano fu clamorosamente sconfitto a Lutter, e la stessa Danimarca fu invasa. Il re fu costretto a promettere a Massimiliano che si sarebbe per sempre tenuto fuori dalle "faccende interne" dell'impero. La guerra sembrava volgere in favore dei cattolici… anzi dell'Imperatore che cominciava a credere di poter ridare significato al Sacro Romano Impero. Poi nel conflitto intervennero altre due potenze (Svezia e Francia), e la guerra prese un andamento completamente diverso. Nel 1629, la Svezia, con la mediazione della Francia, aveva terminato una lunga guerra contro la Polonia, annettendosi vasti territori sul Baltico. Re Gustavo Adolfo di Svezia voleva di più. Intendeva approfittare della guerra in Germania per espandersi verso sud. Naturalmente anche Gustavo Adolfo assunse il ruolo di "difensore della fede protestante". Questo non gli impedì di prendere accordi (all’inizio solo finanziari) con il re di Francia, Luigi XIII, e il suo primo ministro, il cardinale Richelieu, che, nel 1628, aveva sconfitto i protestanti che occupavano la fortezza della Rochelle. Nel 1632, Gustavo Adolfo sbarcò in Pomerania, e, con l'appoggio dei principi di Sassonia e Brandeburgo, avanzò verso sud, fino a Monaco e a Praga. L'unico in grado di resistergli era il generale Wallestein che riconquistò la Boemia e avanzò verso la Sassonia. Nella battaglia di Lutzen ci fu uno scontro di esito dubbio: la vittoria è attribuita agli Svedesi ma re Gustavo Adolfo morì in battaglia, ed entrambe le parti ebbero gravissime perdite. .. La guerra continuò con continui capovolgimenti di fronte. Presto fu chiaro che l'obiettivo primario della Svezia era l'annessione dei territori tedeschi sul Baltico, in particolare la Pomerania. Questo fece nascere tensioni tra la Svezia e gli stati tedeschi del nord, Sassonia e Brandeburgo. Nel 1635 l'imperatore fece la pace con Sassonia e Brandeburgo (pace di Praga). I principi protestanti tedeschi fecero la pace con l'imperatore cattolico in cambio del riconoscimento della loro autonomia, e della libertà religiosa. Gli interessi di parte avevano preso definitivamente il sopravvento su ogni scrupolo religioso… ***

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Nel 1635, la Francia entrò direttamente in guerra contro gli Asburgo d'Austria e di Spagna. La lunga guerra per il predominio in Germania ormai non era più santa, ma continuava, più sanguinosa di prima. Il contributo dei francesi si rivelò decisivo, mentre la Spagna cominciò a entrare in crisi. Nel frattempo morirono molti dei protagonisti della guerra. Nel 1637 morì l'imperatore Ferdinando II: al suo posto salì al trono Ferdinando III. Nel 1642 morì il cardinale Richelieu: al suo posto Luigi XIII nominò il cardinale Mazzarino.Nel 1643 morì anche il re Luigi XIII: Mazzarino divenne il tutore del piccolo Luigi XIV. Infine arrivò la pace…. Nella "pace" di Westfalia, (1648) finalmente fu ammesso il principio della tolleranza religiosa. Per la prima volta il culto privato delle minoranze religiose fu consentito. Il principio del "cuius regio eius religio” fu abbandonato: cattolici e protestanti poterono finalmente professare la loro fede senza seguire i capricci del loro principe. I grandi Elettori del Sacro Romano Impero diventarono otto... ma elettori di che cosa? Il Sacro Romano Impero era finito da un pezzo ma gli Asburgo continueranno a fregiarsi del titolo per altri 150 anni. Gli Asburgo conservarono però la Boemia, oltre all'Austria e a parte dell'Ungheria: un regno di dimensioni tutt'altro che disprezzabili! Nei secoli successivi le ambizioni espansionistiche della dinastia si sposteranno in direzione sud (l'Italia!), e sud-est (Ungheria), turchi permettendo! Chi trasse più vantaggio, dalla pace di Westfalia, furono le potenze entrate per ultime in guerra: la Svezia, (che ottenne il dominio sul Baltico), e la Francia, che conquistò l'Alsazia e altri territori di confine. L'Olanda guadagnò solo qualche pollice di territorio, mentre la Spagna iniziò la sua lunga decadenza.

3. Francia in salita… Spagna in discesa! La pace di Westfalia non segnò la fine delle ostilità tra Francia e Spagna. Spagna e Francia stipularono la sospirata pace solo nel 1659 (Pace dei Pirenei). La pace fu coronata dal matrimonio tra Luigi XIV e Maria Teresa, figlia del re Filippo IV. L'impero spagnolo stava andando a pezzi. La Spagna aveva dovuto cedere alla Francia ampi territori. Perfino nella penisola iberica ci furono rivolte, in Catalogna e in Portogallo. Nel 1688, dopo una lunga guerra contro l’Inghilterra, la Spagna dovette accettare l'indipendenza del Portogallo, e anche la supremazia inglese sui mari. Alla Spa-

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gna restavano ancora enormi territori (America centro-meridionale, Belgio e Italia), ma gli spagnoli non erano più capaci a difendere il loro impero. Che cosa aveva ridotto in questo stato il grande impero di Filippo II? Gli storici protestanti ne danno la colpa all'influenza della religione cattolica, troppo conservatrice, che avrebbe frenato il progresso della Spagna, e di tutte le nazioni cattoliche (Italia compresa, naturalmente!). Al contrario la dinamica dottrina calvinista favorirebbe una politica di libero mercato, e le stesse libertà democratiche! Questa teoria è accettata come un dogma nei paesi anglosassoni (i vincitori). E’ giusto che la prendano per buona anche i paesi di cultura cattolica? Secondo me no! Per trovare una relazione tra la dottrina calvinista della predestinazione con il mercantilismo (o addirittura la democrazia!) bisogna arrampicarsi sugli specchi! Gli inglesi, e gli olandesi, probabilmente, hanno solo voluto conciliare la loro secolare vocazione mercantilista con la loro religione. Potevano farlo senza problemi, visto che non c'era un papa a contraddirli! Non dimentichiamo che anche la Francia (potenza egemone in Europa per i due secoli successivi) è sempre stata a maggioranza cattolica. Non sono stati certo gli Ugonotti (sempre in minoranza) a guidare la Francia! Più giustamente si potrebbe invece far notare che in tutti gli imperi, soprattutto in quelli troppo ricchi, i dominatori tendono a rilassarsi, e inizia la decadenza! La decadenza spagnola è stata affrettata dalla cattiva politica, e dalla debolezza, dei re Filippo III e Filippo IV, che con Filippo II avevano in comune solo il nome. Filippo III, in particolare, ebbe la pessima idea di cacciare dalla Spagna i "Moriscos" (mori convertiti), per una stupida politica discriminazione razziale, mettendo l'economia spagnola in ginocchio. Filippo III, sprecò anche enormi risorse per un secondo tentativo di invadere l'Inghilterra. Come poteva il re sperare in un successo quando non riusciva a difendere dagli inglesi neanche le coste di Spagna e Portogallo? Nel 1665, morì Filippo IV e salì al trono Carlo II: un bambino di quattro anni, di salute cagionevole. Luigi XIV, e gli Asburgo d'Austria cominciarono a discutere su come spartirsi l'impero spagnolo, ma Carlo II riuscì a restare al trono fino al 1700.

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4. La rivoluzione inglese, e la questione irlandese Il primo popolo europeo a tagliare la testa al proprio re fu quello inglese. Il parlamento inglese fece decapitare Carlo I più di un secolo prima che Luigi XVI salisse sulla ghigliottina. Tra rivoluzione inglese e rivoluzione francese ci sono delle analogie, ma anche importanti differenze. Una di queste è la spinta religiosa dei rivoluzionari inglesi, originata da gruppi protestanti che si facevano chiamare "Puritani". I Puritani erano una setta calvinista, che criticava la Chiesa Anglicana perché assomigliava troppo a quella cattolica. I Calvinisti avevano fortemente criticato la regina Elisabetta, per come aveva organizzato la Chiesa inglese, ma erano ancora più ostili ai re Stuart, giudicati troppo teneri con i cattolici, o come dicevano loro "papisti" (molti inglesi e americani usano ancora questo termine spregiativo!). La situazione si aggravò quando salì al trono Carlo I, passato alla storia come un tiranno, nemico delle libertà parlamentari inglesi. Troppi, oggi, danno per scontate le equazioni: Protestantesimo = Libertà Democratiche Cattolicesimo = monarchia assoluta Nel XVII secolo, tutte le monarchie erano assolute, anche nei paesi scandinavi luterani, o nei principati tedeschi calvinisti… per non parlare della Russia ortodossa! La religione cattolica non ha mai impedito ai comuni italiani, o alle città libere tedesche, di creare delle piccole repubbliche con ampia partecipazione del ceto medio mercantile: questo era quanto di più vicino alla democrazia che sembrava possibile, fino alla Rivoluzione Francese! Inoltre Carlo I non era cattolico. Carlo semplicemente proseguì la politica di Enrico VIII e di Elisabetta, cercando di imporre la religione anglicana (cioè una Chiesa obbediente al re) a tutti i suoi sudditi, compresi i puritani inglesi, i presbiteriani scozzesi, e i cattolici irlandesi. Re Carlo tentò di affermarsi come sovrano assoluto, ma anche in questo non era diverso dai suoi predecessori. Tutti i re di Inghilterra, prima di lui, avevano cercato di evitare ogni forma di controllo da parte del Parlamento inglese. I poteri del Parlamento, oltretutto, non erano ben definiti. Gli inglesi erano solo riusciti ad affermare il principio che ogni nuova tassa dovesse essere approvata dall'assemblea. Nel 1628 il re Carlo I si rivolse al Parlamento per chiedere autorizzazione per nuove tasse. Per uno strano scherzo del destino queste tasse servivano a finanziare la causa protestante, in Francia: i soldi erano destinati agli Ugonotti asserra-

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gliati a La Rochelle. Carlo I combatteva i calvinisti inglesi, ma appoggiava i protestanti francesi! Il re d'Inghilterra era convito che quest’approvazione fosse solamente un atto formale, perché i puritani inglesi avrebbero dovuto essere più che favorevoli! Invece incontrò ostacoli… Con gran disappunto, Carlo I fu costretto a venire a patti col Parlamento. Il re dovette accettare (in cambio delle tasse) un nuovo atto, poi noto come "Petition of Rights", che non solo riconfermava i diritti del Parlamento in materia fiscale, ma limitava notevolmente i poteri del re, in materia di libertà individuali dei cittadini. Per Carlo era un affronto. Il re sciolse il parlamento, ma non era finita! Carlo I fu costretto a convocare, di nuovo, il Parlamento nel 1640. C'era bisogno d’altre tasse per pagare le spese della guerra contro i ribelli calvinisti scozzesi. Questa volta, l'opposizione del parlamento fu ancora più dura. Il Parlamento cominciò ad avanzare pretese che andavano molto al di là della politica fiscale del re. Nell’assemblea c'erano degli estremisti (i "levellers" e i "diggers") che chiedevano riforme come il suffragio universale, e addirittura una specie di comunismo "ante litteram". Si sparse la voce (vera o no) che Carlo I volesse fare assassinare i capi dell'opposizione, che lasciarono in tutta fretta il Parlamento. Era la guerra civile. Fu una "guerra santa"? Non proprio, anche se i partigiani del re erano (naturalmente!) fautori della Chiesa Anglicana, mentre gli oppositori Puritani erano calvinisti. I Puritani, guidati da un piccolo proprietario terriero, Oliver Cromwell, alla fine sbaragliarono le truppe del re. Carlo I scappò in Scozia. I presbiteriani lo vendettero (letteralmente!) al Parlamento Inglese. Il Parlamento era diviso: molti avrebbero preferito un accordo col re. Carlo I tergiversò, poi cercò di scappare. Fu ripreso, arrestato, e decapitato. Oliver Cromwell fu nominato Lord Protettore della nuova repubblica inglese. Oggi Cromwell è diventato un mito per inglesi e americani. Tuttora è osannato dagli storici protestanti (i soliti vincitori!). Il “Lord Protettore” governò Inghilterra, Scozia e Irlanda con pugno di ferro, manovrando, (e anche sciogliendo!) il parlamento, e rivelandosi un dittatore ancora più spietato di Carlo I. Cromwell cercò di realizzare una repubblica borghese, mettendo da parte i "levellers" e i "diggers" a cui si era prima appoggiato. Ma voleva veramente una repubblica? Il “Lord Protettore” rifiutò il titolo di re (lo fecero anche Cesare e Napoleone), ma pretese che la sua carica fosse ereditaria! Alla sua morte (nel 1656) si riaprì la lotta per il potere. Alla fine, nobili e borghesi accettarono di rimettere sul trono il figlio del re decapitato, Carlo II, a con-

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dizione che mantenesse le “riforme della rivoluzione”, ossia la supremazia del Parlamento. Nel 1660, Carlo II fece il suo ingresso trionfale a Londra. *** Con la restaurazione finì la repubblica inglese, ma non i conflitti religiosi e politici in Inghilterra. Alla morte di Carlo II (nel 1685) salì al trono il fratello Giacomo II che aveva un terribile "difetto": era cattolico, un “papista”! Il parlamento aveva tollerato la sua salita al trono solo perché Giacomo non aveva figli maschi, e le sue figlie (Maria e Anna) erano protestanti. Giacomo promosse una politica di "riconciliazione nazionale". Proclamò la libertà religiosa per tutti: anglicani, calvinisti e cattolici. Sarebbe rimasto sul trono, se non avesse fatto un “terribile errore”: ebbe un figlio maschio, cattolico! Che scandalo! Una dinastia cattolica in Inghilterra! Nel 1688, il parlamento detronizzò Giacomo II che fu costretto a fuggire in Francia. Il nuovo re fu Guglielmo III, marito di Mary Stuart, figlia di Carlo II. Guglielmo era "protestante DOC": apparteneva alla famiglia degli Orange, l'attuale casa reale olandese! La salita al trono di Guglielmo III è celebrata oggi, dagli storici inglesi e americani, come il trionfo della democrazia calvinista contro l'assolutismo cattolico. In effetti, con Guglielmo d’Orange la democrazia inglese fece un importante passo avanti. Guglielmo doveva il suo trono al Parlamento, e (appunto per questo!) fu costretto ad accettare il "Bill of Right", che ancor oggi è il fondamento della monarchia costituzionale inglese. È anche vero però che Giacomo II aveva concesso libertà religiosa per tutti, mentre con Guglielmo III i cattolici (gli odiati papisti!) tornarono a essere perseguitati… *** I cattolici erano in gran maggioranza in Irlanda. Solo in Irlanda del Nord c’erano molti protestanti, ma solo per la politica di “pulizia etnica” promossa dai re d’Inghilterra e, soprattutto, da Cromwell, che aveva assegnato a coloni inglesi e scozzesi le terre migliori. Giacomo II cercò di recuperare, almeno, il trono d’Irlanda. Nel Marzo 1689 Giacomo II sbarcò a Kinsale, e marciò verso Dublino, dove il parlamento irlandese lo riconobbe come re, e decretò la restituzione delle terre espropriate ai cattolici. Poi Giacomo marciò verso nord, e mise sotto assedio Derry, che oggi è chiamata Londonderry.

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Derry riuscì a resistere fino all’arrivo delle navi di Guglielmo d’Orange, nel Luglio 1689. Cattolici e protestanti si affrontarono nella battaglia sul fiume Boyne, avvenimento che ancora oggi gli estremisti “orangisti” festeggiano ogni anno, il 12 Luglio. Questa battaglia segnò la fine delle ambizioni di Giacomo II, ma anche delle speranze degli irlandesi, di vedere riconosciuta la loro identica etnica, e la loro religione. Da allora, in Irlanda, tra cattolici e protestanti, fu, per secoli, “guerra santa”. Ancora adesso l'Irlanda del Nord è l'unico posto al mondo dove cattolici e protestanti combattono tra loro!

5. L’Italia sotto la dominazione spagnola L’Italia (con la Spagna) è l’unico paese europeo dove c’è stata la Controriforma, senza la Riforma! Nei domini spagnoli, e nello Stato Pontificio, l’Inquisizione era sempre in agguato, pronta a colpire chiunque desse il minimo segno di “dissidenza”. La Spagna controllava Lombardia, Italia meridionale, Sicilia e Sardegna. La situazione della Lombardia, è perfettamente descritta dal Manzoni, nei "Promessi Sposi". Ancora peggiore era la situazione a Napoli, dove ci fu la nota rivolta del popolano “Masaniello”. La Toscana era un granducato indipendente, governato dai Medici. In Toscana c’era una relativa libertà, che permise a Galileo di portare avanti i suoi studi, che sarebbero stati alla base della fisica moderna. Purtroppo, anche lo scienziato cadde sotto le grinfie dell’Inquisizione, quando, nel 1630, pubblicò “Il dialogo dei massimi sistemi” in cui sosteneva la teoria eliocentrica. Fu costretto a ritrattare tutto, e ad accettare il “dogma aristotelico” (non cattolico!) che la terra era al centro dell’Universo. Sembra che poi disse: Eppur si muove! Questa frase riassume lo stato d’animo di un cattolico, costretto a scegliere tra scienza e fede: almeno per come la fede era intesa dalla corte pontificia, in quel periodo. Tre secoli dopo, la Chiesa Cattolica ha chiesto scusa… Nello Stato Pontificio i papi erano sempre più isolati, e impotenti. Nel 1605 salì al trono di Pietro, col nome di Paolo V, il cardinale Camillo Borghese, che rimase famoso, come promotore di tante opere d’arte, ma anche per il suo nepotismo. Scriveva il solito Pasquino:

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Dopo i Carafa, i Medici, e i Farnese, or si deve arricchir casa Borghese. Paolo V ebbe la chiara dimostrazione di quanto poco ora contasse il papato quando la repubblica di Venezia negò al papa l’estradizione di due sacerdoti, rei di delitti comuni. Il papa colpì con ” l’Interdetto”, il divieto, cioè, di celebrare ogni cerimonia religiosa nell’intera Repubblica di S. Marco. Era una misura estrema e spropositata, che papa Innocenzo III, quattro secoli prima, si era ben guardato di usare, durante la “Crociata della vergogna”. L’Interdetto a Venezia fu completamente ignorato: i preti continuarono tranquillamente a celebrare messa, alla faccia del papa! Fu “guerra santa”, ma, come si disse allora, solo “guerra di penne”. Dal nord dell’Europa arrivarono inviti a Venezia ad aderire alla Riforma, ma alla fine tutto si rimise a posto: i veneti rimasero cattolici, ma a modo loro! Un papa dopo l’altro, Roma si arricchiva d’opere d’arte, ma perdeva influenza politica. Nel 1655, papa Alessandro VII invitò a Roma Cristina di Svezia, la figlia di Gustavo Adolfo che si era convertita alla religione cattolica, e aveva rinunciato al trono. Il papa contava sull’effetto propagandistico della conversione dell’ex- regina. Di fatto Cristina animò la vita mondana e i salotti letterari romani, ma non recò nessun vantaggio alla Chiesa Cattolica. Intanto i turchi si erano fatti di nuovi minacciosi contro Venezia, che si trovava, di nuovo, costretta a fare con loro una “guerra santa”, invece che i soliti affari. Del resto gli affari di Venezia non andavano più tanto bene. Ormai tutto il commercio con l’Oriente era in mano a Portoghesi, Olandesi e Inglesi. La Repubblica di San Marco non era più una grande potenza commerciale, e tanto meno militare. Nel 1645 i turchi sbarcarono nell’isola di Creta, veneziana da più di quattro secoli. L’isola (che i Veneziani chiamavano Candia) era forse la colonia in cui era avvenuta la migliore integrazione tra greci e veneziani. Nell’isola era anche fiorita un’interessante letteratura in lingua neo-greca, ma tutto era destinato a finire. La “guerra di Candia” fu lunga e sanguinosa. Vi presero parte anche truppe dello stato pontificio. Il papa riuscì perfino a convincere il “re sole” a mandare un modesto contingente, ma sotto le bandiere del papa, non quelle della Francia. Luigi XIV ufficialmente continuava a essere alleato dell’impero ottomano, contro il vecchio nemico asburgico. Nel 1669, nonostante gli eroici sforzi dei difensori, la città di Candia (oggi Hiraclion), cadde in mano dei turchi. Come spesso succede, anche stavolta ci furono

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alcuni che accolsero l'invasore come "liberatore". Dopo i primi massacri, anche quei pochi ebbero il modo di disilludersi. Ci furono varie rivolte, ma l'isola rimase turca per più di due secoli. Alla notizia della caduta di Candia papa Clemente IX morì di crepacuore. Il solito Pasquino scrisse, con ironia discutibile, il suo epitaffio: Tu che cerchi il suo tumulo sappi che giace qui Clemente nono. Per Creta fu mutato in polvere.

6. L'ultima crociata Nel 1648, salì al potere il sultano Maometto IV, che aveva ancora il sogno di far diventare l'impero ottomano un impero universale. Dopo la conquista di Creta, le truppe turche intensificarono gli attacchi verso nord, in Ucraina (contro la Polonia) e in Ungheria (contro gli Asburgo).Nel 1683 i turchi giunsero, ancora una volta, alle porte di Vienna. La situazione era talmente critica che l'imperatore Leopoldo I abbandonò la sua capitale, rifugiandosi a Linz, dove sperava di ricevere rinforzi dalla Germania. Papa Innocenzo IX mobilitò tutta la cristianità per quella che fu " l'ultima crociata". I turchi erano più forti di quanto erano mai stati, e gli Asburgo, da soli, non erano in grado di fermarli. Erano in gioco le sorti di tutte le nazioni cristiane, e anche della nascente civiltà europea moderna. Questa volta al papa risposero in tanti: innanzi tutto il re di Polonia, Giovanni III Sobieski, ma anche molti principi tedeschi, cattolici e protestanti. I più riluttanti erano l'Elettore del Brandeburgo (che nel frattempo era anche diventato re di Prussia), e naturalmente Luigi XIV, che continuava la sua politica filo turca. La diplomazia del papa riuscì a fargli assumere almeno un atteggiamento neutrale. Gli Asburgo fecero aggiungere nelle insegne imperiali l'immagine della Madonna. Ancora una volta i cristiani si rivolgevano alla Vergine, nei momenti più critici. Il 12 settembre 1683, l'inviato del papa, dopo aver celebrato la Messa, (servita dal re di Polonia!) benedisse l’esercito cristiano. Poco dopo a Kalhenberg, presso Vienna, 65.000 cristiani affrontarono, in battaglia campale, 200.000 ottomani. La battaglia durò tutto il giorno e terminò con un’epica carica all’arma bianca, guidata da Sobieski in persona, che provocò, finalmente, lo sfacelo dell’Armata ottomana. Il 13 settembre Leopoldo rientrò a Vienna da trionfatore. Il vero vincitore, Giovanni Sobieski, inviò al papa le bandiere turche catturate, accompagnandole con le parole:

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Veni, vidi, Deus vicit! Come successe a Lepanto, il papa diede il merito della vittoria alla Vergine Maria. Anzi il 12 Settembre è diventa la festa del "Nome di Maria”. *** Dopo la battaglia di Vienna, il generale Qara Mustafà fu fatto decapitare dal sultano. In seguito lo stesso Maometto IV fu deposto. Nel 1684, contro i turchi in fuga, fu proclamata la "Lega Santa". Quanto era Santa quella Lega? La verità era che adesso che l'impero ottomano era in crisi, tutti si affrettavano a trarne profitto. Il maggior guadagno lo ebbero gli Asburgo che occuparono tutta l'Ungheria (di cui l'imperatore prese la corona, non più solo virtuale), insieme alla Transilvania. I serbi delle "Kraine" si mobilitarono contro i turchi, ma gli Asburgo non avevano alcun interesse a creare uno stato serbo indipendente. Tutti i territori conquistati rimasero agli Asburgo d’Austria. La resa dei conti tra Serbi e Austriaci, sarebbe arrivata molto più tardi… La Repubblica di Venezia colse l'occasione per rifarsi delle sue ultime sconfitte. Nel 1688, dalle isole Ionie, le truppe veneziane sbarcarono in Morea (che oggi è tornata a chiamarsi Peloponneso) occupando poi anche Corinto e Atene. Poteva essere la nascita della Grecia moderna, ma quando le truppe veneziane salirono sull’Acropoli d’Atene, per issarvi lo stendardo con il leone alato, trovarono il Partenone distrutto dai loro stessi cannoni. Quello che era stato il tempio d’Athena Parthenos (il simbolo della Grecia antica) era diventato prima una chiesa, e poi una moschea. Negli ultimi tempi era caduto in rovina, e i turchi l’avevano adibito a deposito delle polveri da sparo. Forse la distruzione del Partendone fu il primo motivo di contrasto tra greci e veneziani. I veneziani si dimostrarono governanti molto migliori dei turchi, ma, per i greci, erano lo stesso dei “padroni”, degli stranieri! Non rimarranno a lungo, in Morea. La Polonia recuperò (per breve tempo) la parte dell’Ucraina che i turchi avevano ultimamente occupato, ma non trasse nessun altro frutto dalla vittoria sui turchi. Giovanni III Sobieski fu il suo ultimo grande re. Dopo di lui, i nobili litigiosi ridussero lo stato polacco in rovina.

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Nel secolo successivo la Polonia sarebbe addirittura scomparsa dalle carte geografiche, spartita tra Russia, Prussia, e la stessa Austria, che Giovanni Sobieski aveva salvato! La Russia sottrasse ai turchi la città d’Azov, ottenendo così il suo primo porto sul Mar Nero. Era un piccolo ma significativo successo, per l’ultimo stato di religione ortodossa ancora indipendente. Presto i russi (impegnati allora soprattutto contro svedesi e polacchi) cominceranno anche a espandersi verso sud. La pace di Carlowitz del 1699 tra i turchi e la "Lega Santa" segnò l’inizio della lunga decadenza dell’Impero ottomano, che sarebbe durata fino al 1918. Ormai le nazioni cristiane si erano convinte che i turchi non erano più un pericolo per l’Occidente, e stavolta avevano ragione. Non ci furono più “Leghe Sante”, e, negli anni successivi, Veneziani, Austriaci, e Russi, combatterono contro i turchi badando solo al proprio tornaconto. Chi ne pagò lo scotto furono le popolazioni cristiane dei Balcani, che rimasero ancora a lungo sotto il giogo ottomano… ma di loro ai vincitori di Carlowitz importava ben poco!

7. L’America del Seicento Le guerre che gli Europei hanno combattuto tra loro nel XVII secolo, hanno avuto un contraccolpo anche in America, dove spagnoli e portoghesi si scontrarono con i nuovi colonizzatori, inglesi e olandesi. All’inizio del Seicento la Spagna (unita con il Portogallo) controllava ancora tutta l’America del Sud, più il Messico e la Florida. Gli spagnoli e sfruttavano vergognosamente gli indios, ma spesso i preti presero le parti degli indigeni, e la Chiesa Cattolica divenne l’unico baluardo degli indios contro le prepotenze dei coloni “creoli”. Non erano forse tutti uguali di fonte a Dio? O alcuni erano più “uguali” di altri? Interessante è un “esperimento” che i Gesuiti tentarono in Paraguay, dove nacquero molte comunità d’indios amministrate direttamente dall’Ordine. In queste "Reducciones" non c’era proprietà privata, ma gli indigeni avevano turni di lavoro ragionevoli, vitto decente, e alloggi confortevoli, almeno secondo gli standard dell’epoca. Gli indios avevano anche una relativa libertà. Potevano anche lasciare le comunità… ma per andare dove? I latifondisti vicini non erano d’accordo, e fecero tutte le pressioni che potevano per fare chiudere le comunità. Ci riusciranno solo nel secolo successivo.

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*** Gli olandesi s’installarono nei Caraibi (Antille olandesi), e in Guyana. Dopo l’unione del Portogallo con la Spagna, gli olandesi attaccarono anche il Brasile (mal difeso), imponendo il loro dominio ai coloni portoghesi. Gli olandesi non pensavano certo a fare una guerra santa. Pensavano solo al profitto, anche se dominare (e sfruttare) gli odiati cattolici dava loro qualche piccola soddisfazione in più! Quando il Portogallo ritornò un regno indipendente, i coloni portoghesi si ribellarono e, con l’aiuto degli inglesi, il Portogallo tornò in possesso della sua colonia più importante. Nel 1623, gli olandesi s’insediarono anche in America settentrionale comprando dagli “indiani” (in cambio di pochi “gioielli” da quattro soldi) l’isola di Manhattan dove fondarono una città, che chiamarono “Nuova Amsterdam”. *** Gli inglesi erano stati i primi a installarsi nel nord dell’America. I primi coloni sbarcarono in Virginia, nel 1584. Nel 1620, sulla nave “Mayflower” arrivarono in Massachussets i “Padri Pellegrini” calvinisti, antenati dei futuri “Yankees”. Cominciarono presto gli scontri con gli indiani. Non furono guerre sante, perché i coloni non avevano nessun’intenzione di convertire gli indigeni: volevano solo la loro terra. Una leggenda racconta che un capo indiano, inviò ai coloni una simbolica minaccia: un fascio di frecce avvolte in una pelle di serpente. I coloni risposero inviando una pelle piena di pallottole! Presto gli indiani furono cacciati da tutta la costa orientale dei futuri Stati Uniti. I coloni inglesi erano quasi tutti protestanti, per lo più calvinisti, riparati in America per sfuggire alle persecuzioni della Chiesa Anglicana. Unica eccezione era il Maryland, colonia creata da inglesi cattolici, anche se presto i protestanti divennero la maggioranza. Per due secoli il Maryland fu l’unica località americana in cui cattolici e protestanti potevano vivere gli uni accanto agli altri con pari diritti, o quasi. Nel 1664 gli inglesi conquistarono anche Nuova Amsterdam, che divenne New York, e gli olandesi furono cacciati dall’America settentrionale. Questo fu solo un capitolo della guerra che inglesi e olandesi combatterono in Europa, Asia e America. Una guerra tra nazioni protestanti (un tempo alleate contro la Spagna cattolica) in lotta per i soliti vecchi motivi: ricchezza e potere!

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*** I primi coloni Francesi sbarcarono in Canadà, nel 1608. Anche i francesi, naturalmente, dovettero combattere con gli indiani, ma i rapporti tra indigeni e nuovi arrivati furono, in genere, migliori che nelle colonie inglesi. Tra le due comunità furono stesi vari trattati, in genere rispettati. I coloni francesi erano tutti cattolici. Le autorità francesi non si fidavano di mandare in America degli Ugonotti, per paura che facessero lega con i “fratelli calvinisti” del vicino Massachussets. Con i Francesi arrivarono anche i Gesuiti, che istituirono varie missioni tra gli indiani. I missionari gesuiti presero spesso posizione a favore degli indiani, denunciando i trafficanti che corrompevano i loro convertiti con l’alcol. I più importanti successi i gesuiti li ottennero con la tribù degli Uroni. Altri missionari cercarono invano di convertire i più feroci Irochesi andando incontro al martirio. Oggi sono onorati dalla Chiesa Cattolica col nome di Martiri Canadesi.

8. L’Asia del Seicento In India, nel XVII secolo, l'impero mussulmano Mogol entrò in crisi, mentre in molte regioni del centro-nord cominciò ad affermarsi il regno Maratha, di religione indù. I capi Maratha originariamente combattevano per i sultani musulmani indiani. La situazione cambiò, quando Shivaji, si ribellò al sultano del Bijapur, e formò nella regione del Pun uno stato indipendente. Nel 1674, Shivaji si fece incoronare "raja". Quando morì, nel 1680, il regno Maratha era ancora un piccolo stato, ma nel secolo successivo sarebbe diventato un impero. La guerra tra Maratha e i regni mussulmani assunse spesso caratteri di "guerra santa". Nel secolo successivo l’ostilità tra indù e mussulmani diverrà ancora più aspra, e porterà, nel ventesimo secolo, alla nascita del Pakistan, e ad altre guerre sante. Intanto nella penisola indiana avevano cominciato a installarsi anche inglesi, olandesi, e francesi. Il potere britannico in India fu inizialmente esercitato dalla Compagnia delle Indie Orientali, che creò una stazione commerciale a Surat, nel Gujarat, nel 1612. Nel 1690 gli inglesi si stabilirono anche a Calcutta, nel Bengala. Gli inglesi consideravano l'India essenzialmente come una risorsa economica e non si occupavano minimamente della cultura, e delle religioni del suo popolo.

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Nell’India portoghese, i Gesuiti fecero gli stessi “errori” che in Etiopia. Nel 1599, sotto la presidenza dell'arcivescovo di Goa, Alessio de Maneses, si celebrò il sinodo di Diamper, in cui, di fatto, ci cercò di "latinizzare" completamente la chiesa indiana. Tra i cattolici latini e gli eredi di S. Tommaso c'erano differenze dottrinali (legate ad antiche divergenze sulla natura di Cristo) ma soprattutto formali (organizzazione gerarchica e riti differenti). Oggi la Chiesa Cattolica riconosce alle Chiese Orientali un'ampia autonomia: allora no! Come in Etiopia gli indigeni si ribellarono, e, nel 1653, si arrivò a uno scisma. Il papa inviò in India il vescovo carmelitano Sebastiani. Sebastiani era quasi riuscito ad arrivare a una conciliazione, quando arrivarono gli olandesi. Nel 1662 gli olandesi occuparono Cochin, (l'ultimo baluardo portoghese) e una delle loro prime azioni fu l'immediata espulsione dei missionari Poi cominciarono a distruggere le chiese e i monumenti cattolici…. Infine anche i calvinisti più arrabbiati capirono, che era più conveniente (economicamente!) cercare un "modus vivendi" con cattolici della regione. Gli olandesi autorizzarono anche la permanenza in India ai carmelitani scalzi, purché non appartenessero al Patronato portoghese. Adesso molti indiani della regione sono tornati al cattolicesimo. Sono divisi in molte comunità, ognuna gelosissima della sua autonomia… *** Nel 1644 i Mancesi invasero la Cina, deponendo l’ultimo imperatore Ming e dando inizio a una nuova dinastia, i “Ching”. Nella millenaria storia della Cina molte dinastie avevano tenuto il trono del Celeste Impero da Confucio in poi. La tradizione confuciana imponeva di obbedire all’imperatore, solo finché aveva “il Mandato del Cielo”. Se una dinastia era sconfitta, voleva dire che “il Mandato del Cielo”, era passato ad altri (cinesi, o anche stranieri). I cinesi del nord non tardarono a convincersi che i Ching avevano ottenuto “il Mandato del Cielo”. Nel sud, invece, gli ultimi fedeli dei Ming tentarono una rivolta contro l’invasore. Gli europei all’inizio non sapevano con chi schierarsi. I Gesuiti avevano ottimi rapporti con i Ming. Molti mandarini, a Pechino, si erano convertiti al cristianesimo. Molti erano i cristiani anche a Macao e Canton. Perfino alcuni pretendenti al trono dei Ming si erano fatti battezzare!

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La situazione fu chiara solo nel 1681, quando i ribelli furono completamente sconfitti. Allora anche i Gesuiti si convinsero che Dio era dalla parte dei Ching, e cercarono di riconquistare le posizioni perdute. Alcuni missionari riuscirono a entrare alla corte dell’imperatore Kangxi. I Gesuiti riuscirono a impressionare Kangxi, con le loro conoscenze scientifiche astronomia, e anche medicina. Alcuni missionari curarono anche l’imperatore, colpito da malaria, con una nuova medicina: il chinino! Da allora il cristianesimo in Cina fu tollerato, ma non riuscì mai a espandersi, come in Europa speravano. A ostacolare i Gesuiti furono anche i: Domenicani e i Francescani, che protestarono col papa per i “riti cinesi” che i Gesuiti avevano promosso, da Matteo Ricci in poi. Col senno di poi, oggi possiamo dire che l’idea di adattare le forme esteriori del culto alla cultura locale era stata una mossa giusta. Magari i Gesuiti l’avessero fatto in Etiopia e in India! Purtroppo, i sacerdoti non avevano potuto (o voluto) andare fino in fondo, favorendo la formazione di una chiesa cinese, cattolica, ma non legata agli interessi dei coloni europei… Nel 1700 tutte le future potenze coloniali avevano basi in Cina, e il divario scientifico e tecnologico tra Europa e Asia aumentava. Le armi degli europei erano già nettamente superiori a quelle dei cinesi, ma non tanto da permettere a poche migliaia d’avventurieri di dominare un impero con centinaia di milioni d’abitanti. Non ancora! *** Nel 1603, in Giappone, Tokugawa Iyeyasu si fece nominare shogun, e stabilì la sede del suo governo a Yedo (l'odierna Tokyo). Lo shogun mise tutti i daimyo sotto il suo controllo, costringendo i loro parenti a vivere alla sua corte come ostaggi. La stessa corte imperiale fu sottoposta alla sorveglianza costante dei funzionari dello shogun, delegati a Kyoto. Iyeyasu era favorevole al commercio e alle nuove idee. Non perseguitò i cristiani che accettavano la sua autorità… almeno non subito! Lo shogun cercò invece di creare rapporti con altri europei (olandesi e inglesi), per contrastare l’eccessivo potere dei portoghesi. Da inglesi e olandesi, Iyeyasu imparò che non tutti i cristiani erano uguali, e che era possibile metterli uno contro l’altro, e intanto imparare da loro. D’altra parte, le idee cristiane, (ed europee in genere), potevano sovvertire l’ordine sociale che Iyeyasu aveva ripristinato. Sotto certi aspetti i protestanti potevano essere ancora più pericolosi dei cattolici.

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Nel 1623, salì al potere lo shogun Iemotsu, che decise di isolare il Giappone dal resto del mondo. Cominciarono a piovere decreti d’espulsione contro gli stranieri, e i missionari in particolare. Solo pochi mercanti cinesi e olandesi (confinati nell'isola di Deshima, in prossimità di Nagasaki) furono ammessi a commerciare, e solo attraverso funzionari shogunali, in veste d’intermediari. Nel 1637, scoppiò nella penisola di Shimabara una rivolta dei giapponesi cristiani. Contro la fortezza ribelle di Hara furono inviate imponenti forze di terra (forse 200.000 soldati) e di mare (navi giapponesi e cinesi). Le cannonate arrivarono anche da un mercantile olandese! L’assedio durò mesi. I cristiani resistettero eroicamente, ed ebbero la peggio solo quando cominciarono a mancare cibo e munizioni. Fu la prima (e unica) guerra santa in Giappone, e terminò con lo sterminio di 37.000 insorti. Il capo della rivolta (un ragazzo di neanche diciotto anni!) si chiamava Amakusa Shiro: la sua testa fu poi portata come trofeo a Nagasaki. Da allora nessun giapponese osò dichiararsi pubblicamente cristiano. Solo nel XIX secolo, dopo il ritorno degli occidentali in Giappone, alcuni discendenti di quei cristiani osarono avvicinarsi agli europei, chiedendo se anche loro credevano in Cristo, alla Madonna, e al papa! Oggi i discendenti dei “cristiani dimenticati” sono poche migliaia, ma la loro stessa esistenza fa riflettere. A tanti non piace la storia con i se… ma cosa poteva diventare, oggi, un Giappone cristiano? Oggi Amakusa Shiro è ricordato con una statua nel castello di Hara, ma molti giapponesi lo conoscono soprattutto come un personaggio di una serie di videogiochi!

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Capitolo XII Lumi a ovest- Buio pesto a est (A.D. 1700-1788) 1. L'Europa del Settecento Il Settecento è spesso definito il "Secolo dei lumi", ma questo non vuol dire, che prima di allora, in Europa, regnavano solo "le tenebre dell'ignoranza". Il risveglio della scienza era iniziato due secoli prima con Leonardo, e continuato con Galileo. Nel Settecento però nacquero la teoria della gravità di Newton, la macchina a Vapore di Watt, la pila di Volta, perfino la prima macchina volante: la mongolfiera! C'erano tutte le premesse per la rivoluzione industriale del secolo successivo. L'"Illuminismo" settecentesco fu un movimento molto complesso, che investì tutti i campi del sapere, e soprattutto, la politica. L'alfiere dell'Illuminismo fu Voltaire che nel 1729 pubblicò le sue famose lettere, che dettarono lo scompiglio in tutto il modo accademico, e non solo! Il Parlamento di Parigi ordinò subito di bruciarle pubblicamente perché: "scandalose, contrarie alla religione, alla morale, al rispetto per l'autorità". Contrarie alla religione lo erano di sicuro. E ancora di più al rispetto dell'autorità! Era negato non solo il diritto divino dei re, ma anche ogni fondamento filosofico laico dell'assolutismo monarchico. Voltaire aveva cominciato con alcuni libelli satirici, per cui era finito addirittura alla Bastiglia. Poi era stato in Inghilterra, e aveva costatato, e apprezzato, la libertà di pensiero che l'Inghilterra offriva agli uomini di cultura. Nel 1763, Voltaire pubblicò il " Trattato sulla tolleranza" in cui prese posizione contro l'intolleranza e il fanatismo religioso. In realtà Voltaire fu il primo degli "integralisti laici" dell'età moderna, arrivando ad affermare che una religione, come quella cristiana, impediva addirittura all'uomo di servirsi della propria ragione. In altre parole: chi è religioso… è un deficiente. Bell’esempio di tolleranza! Voltaire si fece sempre beffe delle religioni organizzate, da lui giudicate tutte come "superstizioni". Il letterato era odiato da tantissimi, ma molto apprezzato in quell'ambiente esclusivo d’intellettuali che tanti guardavano (e guardano!) con rispetto e invidia. Voltaire ricevette attestati di stima anche da sovrani assoluti come Maria Teresa d’Austria, Federico di Prussia e Caterina di Russia. Molti sovrani amarono chia-

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marsi "illuministi" convinti di poter fare delle riforme liberali conservando immutata la propria autorità. Nell'Europa cristiana, il sentimento religioso, ora apertamente irriso da nobili e intellettuali, era in netto declino. I papi trovavano ben poco credito, nelle corti, e tutti i re volevano mantenere uno stretto controllo sulla Chiesa del proprio paese, e facevano i primi passi per la laicizzazione dello stato. Non a caso proprio nel XVIII secolo fu soppresso quella che era stata l'arma della Controriforma: l'Ordine dei Gesuiti. I sovrani cattolici europei li espulsero tutti, uno dopo l'altro, per vari motivi. I Portoghesi li criticavano per la loro posizione a favore degli indiani in Brasile. Gli Spagnoli non accettavano la loro opera nelle "Reductiones" del Paraguay. Dominicani e Francescani li accusavano per i "riti cinesi". Tutti erano maldisposti verso i gesuiti, per il loro eccessivo potere, e per la loro ingerenza nella politica. Soprattutto, nell'"età della ragione", gli "integralisti cattolici" erano "fuori moda". Nel 1774, l’Ordine dei Gesuiti fu soppresso. Rinascerà solo nel secolo successivo, come reazione alla nuova ondata d’integralismo laico nata dalla Rivoluzione Francese. Nel "Secolo dei lumi", in Europa, nessuno parlò di "guerre sante". Le crociate erano "fuori moda"! Di guerre "laiche" invece ce ne furono tante: in particolare le Guerre di successione, Guerra di Nord, e Guerra dei sette anni. I motivi erano i soliti: ricchezza e potere. Carl von Clausewitz scriveva: La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Per gli europei anche i conflitti contro l'impero ottomano erano guerre come tutte le altre. Per i mussulmani, invece, la guerra contro gli infedeli era sempre Jihad. Per loro i "Lumi" non erano ancora arrivati. Gli islamici restavano ancora nelle" tenebre dell'ignoranza", ma la maggior parte di loro preferiva queste "tenebre" al fuoco dell'inferno. Sarebbero rimasti "al buio" ancora a lungo se (nel secolo successivo) le potenze europee (ormai più laiche che cristiane) non avessero deciso di "illuminarli" col fuoco dei loro cannoni!

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2. Le guerre di successione La prima guerra del XVIII secolo è stata la Guerra di Successione Spagnola. Non è stata assolutamente una "guerra santa" ma non posso fare a mano di darne almeno qualche cenno, per gli effetti che avrà, negli eventi futuri. Nel 1700, quando si aprì il testamento del re di Spagna Carlo II, i sovrani d'Europa ebbero la sorpresa che, l'unico erede al trono era Filippo di Borbone, nipote di Luigi XIV! Il più stupito fu proprio il Re Sole, che da anni discuteva con gli Asburgo d'Austria su come spartirsi l'impero spagnolo. Lo sapeva anche Carlo II, che aveva preferito fare questo velenoso "regalo" a Filippo, e a suo nonno, pur di salvare l'unità dell'impero spagnolo. Luigi XIV esitò: si aspettava di annettere alla Francia solo alcuni domini spagnoli (forse il Belgio, la Lombardia, e qualche colonia americana), ma perché accontentarsi di una parte quando poteva avere tutto? Il Re Sole convinse Filippo ad accettare il trono, promettendogli tutto il suo appoggio. Luigi XIV arrivò a pronunciare, pubblicamente, la frase: "Non ci sono più Pirenei!" Queste parole fecero sobbalzare le corti di tutta Europa. Veramente Luigi XVI aveva intenzione di lasciare a Filippo anche la corona di Francia? Lo scenario della Guerra di Successione Spagnola fu subito chiaro: Francia e Spagna (ora alleate) contro il resto d'Europa (Austria, Inghilterra, Olanda, Prussia, la maggior parte degli stati tedeschi). All’alleanza antifrancese si unì all'ultimo momento (dopo un ennesimo voltafaccia), anche il duca Vittorio Amedeo di Savoia, che sperava di annettersi la Lombardia spagnola. La guerra fu aspramente combattuta, e alla fine, per il Re Sole, fu una disfatta. Non solo la Francia non s’ingrandì, ma dovette restituire molti dei territori, al confine con la Germania, che Luigi XIV aveva occupato nelle tante guerre del secolo precedente. Quando, nel 1715, il Re Sole morì, il suo regno (dopo decenni di costosissime guerre) era quasi uguale a quello che aveva ricevuto dal padre Luigi XIII e dal tutore italiano Mazzarino. A meno che non sia stato proprio Mazzarino il suo vero padre (come molti hanno malignato!)... ma questo nessun francese lo ammetterà mai! Filippo di Borbone rimase sul trono di Spagna, ma nonno Luigi dovette impegnarsi a mantenere separate le corone di Francia e di Spagna. Quando il Re Sole

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morì, il trono di Francia andò a un suo pronipote, un bambino che prese il nome di Luigi XV… Vittorio Amedeo di Savoia non occupò Milano, ma divenne re. All'inizio fu nominato re di Sicilia, ma poi fu costretto a scambiarla con la Sardegna. Un "regno di sassi" ma pur sempre un regno! Vittorio Amedeo, forse, non avrebbe avuto né Sardegna né Piemonte, se non fosse stato per il sacrificio di un oscuro soldato di nome Pietro Micca. Nel 1706, dopo il disinvolto cambio d’alleanze di Vittorio Amedeo, i francesi avevano invaso il Piemonte e assediato Torino. L'esercito francese stava per entrare in città, da una galleria della fortezza. Pietro Micca si fece saltare in aria, insieme ai francesi e alla galleria. Primo esempio di "kamikaze" in una guerra tutt'altro che santa! Non sappiamo i motivi del suo gesto: patriottismo? Devozione al suo duca? Un momento d’euforia? In ogni caso salvò dai Francesi la futura capitale d'Italia! Carlo d'Asburgo non divenne re di Spagna (come pretendeva, in quanto parente degli Asburgo spagnoli) solo perché durante la guerra era diventato imperatore, col nome di Carlo VI. I suoi alleati (Inghilterra, Olanda, Prussia) non potevano permettere che Carlo VI si trovasse a dominare gli stessi territori che aveva il suo progenitore Carlo V! In compenso gli Asburgo d'Austria ebbero Belgio, Lombardia, e per breve tempo, anche l'Italia meridionale, che poi diventerà un regno indipendente sotto Carlo di Borbone. I conflitti che seguirono (Guerre di Successione Polacca e Austriaca) modificarono alcuni confini in Italia e Germania, ma non apportarono grandi cambiamenti agli equilibri in Europa. Intanto però la guerra contro l'Impero Ottomano era ripresa.

3. Guerra santa nei Balcani Nel 1714 l'Austria, ringalluzzita dai successi della guerra di successione spagnola, pensò di potere completare il regolamento di conti con l’impero ottomano. Gli Asburgo convinsero a entrare in guerra anche Venezia, ma, per la Repubblica di San Marco quest’alleanza fu un pessimo affare. Forse Venezia pensava che l’impero ottomano fosse ormai in rovina… forse sperava che i greci avrebbero combattuto compatti a fianco dei Veneziani… La guerra dimostrò che la potenza militare turca era ancora temibile. In ogni caso, la decadente repubblica di San Marco non era in grado di affrontarla. I turchi

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rioccuparono rapidamente Atene, Corinto, e tutto il Peloponneso. Tentarono perfino di occupare Corfù! I greci non seppero (o non vollero) aiutare i veneziani. Più tardi se ne pentirono amaramente! I turchi erano (relativamente) tolleranti, solo se i cristiani rimanevano sottomessi, ma al minimo accenno di ribellione non avevano pietà… I veneziani riuscirono a stento a salvare Corfù, e le altre Isole Ionie. Nella pace di Passarowitz (1718) Venezia rinunciò definitivamente alla Morea. Da allora la Repubblica di San Marco si guardò bene da partecipare ad altre guerre (sante e non!), fino a quando il governo dei dogi fu travolto dalle truppe di Napoleone (1796). Il turista che oggi si fa portare nei canali in gondola, non pensa alla grande potenza commerciale che Venezia era fino al sedicesimo secolo. Nessuno pensa più al doge Enrico Dandolo, promotore della “Crociata della vergogna”, o meglio la “Quarta crociata S.p.A.”. Pochi ricordano ancora il comandante veneziano Marcantonio Bragadin, scorticato vivo dai turchi a Cipro, o le galeazze veneziane della battaglia di Lepanto. Tutti invece pensano alla Venezia decadente e spensierata delle commedie di Goldoni, alle grandi feste di Carnevale, e soprattutto alle “Memorie” di Giacomo Casanova. Casanova è oggi il veneziano più famoso al mondo: le sue “imprese” ricordano il motto “Non fate la guerra! Fate l’amore!” che sarà lo slogan dei “figli dei fiori” del XX secolo. Quando pubblicò le sue memorie, Casanova era vecchio e stanco. Stava per morire anche la Repubblica di San Marco, lasciando in tanti più di un rimpianto. *** La guerra con i Turchi, agli Austriaci andò meglio, almeno all’inizio. Le truppe d’Eugenio di Savoia, affiancate dai Serbi delle Kraine, sconfissero ripetutamente gli ottomani. Nella pace di Passarowitz furono assegnate agli Asburgo vaste zone della Serbia e della Bosnia, ma non per molto. Gli austriaci non erano in grado di amministrare con giustizia quello che era ormai un impero multinazionale. Ci furono rivolte di serbi, boemi, e soprattutto di ungheresi. Poi ci fu la “Guerra di Successione Polacca" (1733-1738) che impegnò le migliori truppe austriache in Italia e in Germania. Con il trattato di Belgrado, del 1739, gli austriaci dovettero rinunciare a tutti i territori a sud della Sava e del Danubio. Il confine tra lo stato asburgico e l’impero ottomano rimase inalterato per più di cent’anni. I Serbi delle Kraine dovettero aspettare ancora a lungo la loro rivincita…

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4. La "Santa Russia" Fino adesso, in queste pagine, ho solo accennato marginalmente alla Russia. Nel Medio Evo, i Russi erano stati convertiti alla religione cristiana, dai preti ortodossi. Dopo la caduta di Costantinopoli, la Russia era rimasta l’unico stato di religione ortodossa ancora indipendente, e quindi poteva proclamarsi come unico erede della civiltà bizantina. La vocazione dei Russi a rappresentare tutti i popoli ortodossi non si manifestò subito. Da Gengis Khan in poi, i Russi combatterono soprattutto contro i Mongoli. Dopo secoli di lotta, i russi non solo guadagnarono l'indipendenza, ma si espansero in Asia, fino a raggiungere (alla fine del XVII secolo) le frontiere della Cina. In Europa, i nemici principali dei russi furono i polacchi, che avevano occupato gran parte dell’Ucraina. Proprio in opposizione agli odiati polacchi cattolici, i Russi erano riusciti a convincere i “fratelli ucraini” ad accettare la supremazia del patriarca di Mosca. I Russi cominciarono a combattere con successo gli Ottomani solo alla fine del secolo XVII. Dopo la conquista di Azov (nel 1699) i Russi avrebbero potuto proseguire la conquista delle coste del Mar Nero. Uno sconsiderato tentativo d’invasione del re di Svezia Carlo XII (luterano) costrinse lo zar Pietro I a spostare le truppe russe verso nord. Nella guerra contro svedesi e turchi (alleati!) i Russi persero Azov, ma conquistarono i territori delle attuali repubbliche d’Estonia e Lettonia. I confini degli stati in Europa Orientale non cambiarono fino al 1773, quando Austria, Russia e Prussia si misero d’accordo per la "prima spartizione della Polonia". Molti intellettuali e religiosi europei gridarono allo scandalo. Come potevano i re dividersi le terre, senza tenere in nessun conto i desideri dei popoli che le abitavano? Giusto! Ma questo è vero dopo ogni guerra, santa o no! Protestarono soprattutto i francesi, (che non avevano potuto prendere parte al banchetto!), ma ormai il destino della disgraziata Polonia era segnato. La spartizione dei territori polacchi fu completata nel 1799. La maggior parte degli Europei, distratti dalla Rivoluzione Francese, non ci fece neanche caso. Consolidati i confini a ovest, i russi ripresero la loro espansione verso sud, stavolta spacciandola per "guerra santa". Dopo avere ripreso Azov, i Russi attaccarono in forza gli ottomani e allestirono una flotta sul Mar Nero, cogliendo le prime vittorie navali contro i turchi.

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Nel 1783, i Russi erano padroni di tutta l'attuale costa ucraina, compresa la Crimea. Già guardavano alla Russia i romeni ortodossi della Moldavia e della Valacchia, principati semi-indipendenti all’interno dell'Impero ottomano. Presto anche gli altri popoli dei Balcani avrebbero accettato la "Santa Russia" come loro protettrice… Nella loro espansione verso Sud, i russi arrivarono anche nella regione (tristemente famosa) che oggi si chiama Cecenia. I russi intervennero nel 1770, chiamati dalla popolazione cristiana, della Cecenia occidentale (oggi Inguscezia) contro i vicini mussulmani. Poi finirono per sottomettere anche la Cecenia mussulmana, incontrando, già allora, molte resistenze da parte degli islamici, che invocarono la Jihad. Il capo della rivolta fu il predicatore musulmano Mansur Ushurma, che cercò di spingere contro la Russia cristiana tutti i popoli mussulmani del Caucaso. La rivolta fu repressa, ma l'odio per i russi è rimasto a covare sotto la cenere, fino ai giorni nostri. Vale la pena di far notare che, questa politica espansionista russa ("integralista ortodossa") è stata portata avanti dalla "Grande Caterina", tedesca e protestante di nascita. La zarina era anche simpatizzante dell’idea illuminista (cioè laica!), e la sua vita privata non è stata esattamente esemplare: le attribuiscono almeno 21 "favoriti"! Insomma, Caterina non era esattamente la persona più adatta a guidare una “guerra santa”. Forse non poteva essere diversamente, nelle guerre "pochissimo sante" del secolo XVIII!

5. La laica America Quando, nel corso degli umani eventi, si rende necessario a un popolo sciogliere i vincoli politici che lo avevano legato a un altro e assumere tra le potenze della terra quel posto distinto e uguale cui ha diritto per legge naturale e divina… Così inizia la "Dichiarazione di Indipendenza" di Thomas Jefferson, approvata dai rappresentanti delle tredici colonie americane il 4 luglio 1776, oggi noto come Independence Day. Molto ci sarebbe da scrivere sul "corso degli umani eventi" che portarono gli Americani a "sciogliere i vincoli" con l'Inghilterra, ma questi eventi hanno poco o nulla a che fare con la religione. Per tutta la prima metà del Settecento, i coloni americani avevano combattuto a fianco degli inglesi contro gli indiani, e i Francesi. Nel 1700, i Francesi avevano fondato una colonia alla foce del Mississippi, che, in onore di Luigi XIV, aveva-

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no chiamato Louisiana. Poi i francesi avevano risalito il Mississippi, da New Orleans a St. Louis, fino a raggiungere la zona dei grandi laghi. L'obiettivo della Francia era, evidentemente l'unione della Louisiana al Canadà, circondando e conquistando le colonie anglo-americane. Successe esattamente il contrario! Durante la Guerra dei Sette Anni (dal 1756 al 1763) mentre Federico di Prussia sbaragliava Austriaci e Francesi in Germania, i suoi alleati inglesi sconfissero più volte i francesi, fino a conquistare l'intero Canadà. Per l'Inghilterra doveva essere il trionfo. Invece il "corso degli umani eventi " trasformò i coloni angloamericani (in pochi anni!) da sudditi leali, in acerrimi nemici della madre patria. Già nel 1776 gli americani rivendicarono il loro posto tra "le potenze della terra"… anche se Thomas Jefferson non poteva certo immaginare quale potenza la nuova nazione americana sarebbe diventata. La Dichiarazione d'Indipendenza diceva anche che: "tutti gli uomini sono stati creati uguali… dotati dal loro Creatore di taluni inalienabili diritti… la vita, la libertà, la ricerca della felicità". Proprio tutti? Certo, ma alcuni uomini sono sempre "più uguali"di altri! Non erano uomini anche gli "indiani"? E gli schiavi negri? Molti erano i riferimenti di Jefferson al "Creatore", ma in modo sfumato. Forse si voleva cercare di accontentare i fedeli di tutte le chiese a cui aderivano gli americani: anglicani, puritani, battisti, quaccheri, senza contare i cattolici del Maryland! Nelle nuove banconote da un dollaro fu poi inserito il motto "In God we trust". I maligni diranno poi che c'era un errore di stampa. Il motto giusto sarebbe stato "In Gold we trust"! In realtà l'unico motivo di quella della Guerra d’Indipendenza Americana, fu proprio il denaro. Gli americani erano semplicemente stufi di pagare le tasse per finanziare il re di un paese lontano, che non sentivano più come il loro. Il re d'Inghilterra allora era Giorgio III di Hannover, tedesco di nascita e cultura, solo lontanamente imparentato con gli Stuart. Il Parlamento Inglese aveva preferito dare la corona a uno straniero protestante, invece che a un discendente cattolico dell'ultimo re Stuart. Anche "Nel secolo dei Lumi" i pregiudizi contro i "papisti" restavano. Oggi alcuni storici inglesi e americani cercano di dare all'intransigenza del re la colpa della lunga guerra "tra popoli fratelli". In realtà re Giorgio, perché straniero, non osava prendere nessuna decisione contraria ai voleri del Parlamento. Sono stati i parlamentari inglesi a rifiutare di dare alle colonie americane una com-

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pleta "autonomia fiscale". Perché prendersi la pena (e le enormi spese!) di fondare colonie in altri continenti, se poi i coloni vogliono tenersi tutti gli utili? A fare iniziare la rivolta degli americani fu un'ennesima tassa, sul tè. Il re rifiutò di abrogarla, ma, anche se l'avesse fatto, la Guerra d'Indipendenza Americana ci sarebbe stata lo stesso. Strana guerra dove: • Gli "indiani" erano alleati agli inglesi: meglio loro che i coloni! • Gli americani (protestanti e "liberali") combattevano accanto agli ex nemici francesi (cattolici e "assolutisti"). • I franco-canadesi (cattolici) rimasero neutrali: molti pensavano che gli anglicani inglesi fossero meglio dei puritani fanatici del Massachussets! Guerra pochissimo santa… ma i capi dei contendenti, invece di parlare di tasse e profitti, preferivano usare parole come libertà, lealtà, patria. "Mi dispiace di avere una sola vita da dare alla patria!" Parole di un "ribelle" che tutti gli studenti americani hanno imparato a memoria. I più smaliziati, oggi, aggiungono che sicuramente "gli dispiaceva", ma fu impiccato lo stesso! Il grande "eroe" della Guerra d'Indipendenza, il generale (e futuro presidente) Giorgio Washington, ora sta sulle banconote da un dollaro. Sempre il dollaro! Le battaglie della Guerra d'Indipendenza Americana non saranno descritte in questo libro. Esiste già un'ampia letteratura su quest’argomento, e un'infinità di siti su Internet. Aggiungerò solo che i coloni americani erano ampiamente più motivati delle "giubbe rosse" inglesi, e fu questo a fare la differenza! In ogni caso nessuno cercò di spacciare quella guerra come "santa". Del resto nessun americano ha mai pensato di combattere per motivi diversi dall'orgoglio nazionale, almeno fino all'11 settembre 2001! Il trattato di pace tra l'Inghilterra e le sue (ormai) ex-colonie fu firmata a Parigi nel 1782. L'anno successivo l'Inghilterra fece pace anche con Francia e Spagna, restituendo loro parte delle terre conquistate nella guerra dei sette anni. Gli Spagnoli non riebbero Gibilterra (non la riavranno mai più!) ma ripresero la Florida. I Francesi non recuperarono il Canadà (che rimase all'Inghilterra), ma riebbero la Louisiana. I soldati del marchese La Fayette, che avevano combattuto a fianco degli americani, tornarono a Parigi, accolti trionfalmente dal re e dal popolo. Portarono con

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loro trofei di guerra, e tante "idee pericolose": almeno per il regime assolutista di Luigi XV!

6. La "mistica" India All'Inizio del Settecento, l'Impero mussulmano dei Mogol era in piena crisi, soprattutto per l’ostinazione degli ultimi sovrani a gestire l'impero come se fosse uno stato interamente mussulmano. Gli Indù erano appena tollerati, ma questa "tolleranza" non impedì all'imperatore Aurangzeb di distruggere molti templi indù. Aurangzeb era un mussulmano "devoto". Secondo la sua interpretazione del Corano anche la musica era proibita… ma non, evidentemente, le lotte (letteralmente) fratricide che lo portarono al trono, a danno dei fratelli maggiori. Aurangzeb fu l'ultimo dei grandi imperatori Mogol. Morì nel 1707 (a novant’anni) pianto da tutti i mussulmani devoti, ma maledetto dai suoi sudditi indù, che erano la maggioranza! La religione induista è più antica dell'Islam, del Cristianesimo, e anche del Buddismo. Per i mussulmani, gli indù erano "idolatri": peggio dei cristiani e degli ebrei! Il sistema sociale indù, con la divisione delle caste, non era in nessun modo compatibile con lo stato islamico. I non mussulmani avevano (come sempre!) solo due possibilità: convertirsi o sottomettersi. Molti mantennero la loro religione, arrendendosi al "karma" avverso con mistica rassegnazione. Altri ebbero il coraggio di ribellarsi, appoggiandosi al nuovo stato indù dei Maratha, che, dopo la morte del primo raja, Shivaji, si era ingrandito, fino a diventare un impero. I Maratha fecero appello alle antiche tradizioni indiane, dalla divisione in caste, al rispetto delle vacche sacre, diventando i primi "integralisti indù". L'intolleranza chiama intolleranza: anche i cristiani, secoli prima, avevano reagito alla Jihad con le crociate… I Maratha combatterono i Mogol in nome di Brama e Visnù… e vinsero! Nel 1738 arrivarono addirittura alle porte di Delhi, costringendo i Mogol a cedere la provincia di Malwa. L'impero Mogol era a pezzi, e i Maratha si erano fatta la fama d’invincibili. Nel 1739, Delhi fu attaccata di nuovo, stavolta dai Persiani, mussulmani sciiti. In Persia, era salito al potere Nadir, un pastore del Korassan. Dopo la caduta della Dinastia dei Safavidi il paese era stato invaso dagli afgani, e poi dai turchi ottomani. Lo Shah Nadir non solo sconfisse tutti i suoi nemici ma volle attaccare anche l'India.

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Guerra santa? Non so se i persiani consideravano gli indiani "infedeli", ma Delhi fu saccheggiata, e fu un massacro. Nel 1757 Delhi subì un altro saccheggio, sempre da parte di mussulmani. Questa volta furono gli afgani, guidati da Ahmad Shah Abdali, che occuparono il nord dell'odierno Pakistan. I Mogol (mussulmani) chiesero aiuto proprio agli (ex) nemici Maratha. A chiedere l'aiuto dei Maratha fu anche la piccola ma agguerrita comunità Sikh, nata intorno al 1550. I Sikh avevano credenze in comune con i mussulmani (un unico dio) e con gli indù (trasmigrazione delle anime), ma erano detestati dagli uni e dagli altri. Come nelle crociate, anche in India ci furono "alleanze trasversali". Nel XVIII secolo, i Maratha erano comandati non da un re ma da un "Peshwa", carica corrispondente a quella europea di "Primo ministro", o forse, a quella giapponese di "Shogun". Per il Peshwa sembrò l'occasione di prendere il controllo di tutta l'India, come capo di un’alleanza tra tutti gli indiani: induisti, Sikh, e anche mussulmani. Nel 1761, il Peshwa mosse contro gli Afgani, e li affrontò nella battaglia di Panipat. Nell’esercito dei Maratha c’erano anche delle divisioni mussulmane: erano state messe nelle retrovie, perché i Maratha non si fidavano di loro. Avevano ragione! Gli afgani avevano invocato la Jihad, e i mussulmani indiani erano più sensibili al richiamo della religione che a quello di una patria indiana, in cui pochi potevano riconoscersi, nel XVIII secolo. Nel momento cruciale della battaglia, i soldati mussulmani si ribellarono ai Maratha, e la battaglia volse rapidamente dalla parte degli Afgani. Per i Maratha Panipat fu più una disfatta. Durante la fuga lasciarono nelle mani degli afgani anche le loro donne e i loro bambini, che furono uccisi, o fatti schiavi. I Mogol fecero poi pace con gli afgani, e riuscirono a salvare il trono, per il momento. I Maratha non si ripresero più. Il loro stato si divise in cinque regni, e non furono più in grado di affrontare con successo né i mussulmani né, tanto meno, il nascente impero inglese. *** Nel 1708, era nata la "Compagnia delle Indie" che amministrò i sempre più estesi domini inglesi in India, per più di 150 anni. La Compagnia aveva, all'inizio, "soltanto" il monopolio del commercio con l'India. I profitti erano immensi, e, per garantirli, gli inglesi furono chiamati a campagne militari che portarono a costi-

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tuire basi sempre più numerose, e a istituire dei veri e propri protettorati, su molti regni indiani. La "Compagnia delle Indie" guardava solo al profitto. Nessuno si poteva muovere all'interno dell'India senza il suo permesso: nemmeno i missionari anglicani! L'esercito inglese cominciò a ingrandirsi, arruolando reparti sempre più numerosi di "sepoy", soldati indiani che avevano imparato l'uso delle armi moderne, e, soprattutto, si erano adattati alla ferrea disciplina dell'esercito inglese. Durante Guerre di successione, gli inglesi combatterono i francesi anche in India, e riuscirono a cacciarli da tutti i loro possedimenti. Rimase francese solo la città di Pondicherry. Alla fine del Settecento gli Inglesi erano padroni del Bengala, di Madras, di Benares, e anche del Malabar cristiano, dominato prima da Portoghesi e Olandesi. Stava per nascere il "laicissimo" impero britannico…

7. L'Estremo Oriente L'Indonesia è, oggi, il più popoloso stato mussulmano del mondo. Nel 1700 le isole dell'arcipelago erano divise in piccoli e grandi sultanati, prevalentemente di religione islamica. L'Islam era arrivato, a Giava e Sumatra, intorno al 1100, portato dai mercanti arabi, e si era diffuso pacificamente, non con la Jihad. Forse per questo, allora, i mussulmani dell'Estremo Oriente non erano molto integralisti. Nel 1500, con i Portoghesi, in Malesia e in Indonesia, arrivarono anche i missionari cristiani. A Malacca soggiornò anche S. Francesco Saverio, ma poi le colonie Portoghesi, a Malacca e a Giava, furono occupate dagli olandesi. Gli olandesi guardavano solo al profitto, e costituirono la "Compagnia delle Indie Orientali", organizzata in modo simile alla Compagnia delle Indie inglese. Fino alla fine del XVIII secolo i possedimenti olandesi avevano un'estensione molto limitata, ma il potere economico della "Compagnia delle Indie Orientali", era immenso. I sudditi malesi e indonesiani del re d'Olanda rimasero mussulmani: la loro conversione avrebbe perfino potuto intralciare gli affari della Compagnia! *** In Cina, nel XVIII secolo, la dinastia Ching mantenne stabilmente il "Mandato del Cielo". Il Celeste Impero raggiunse la sua massima estensione, comprendendo anche Tibet e Mongolia.

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In tutto il secolo, gli Europei, per la Cina, furono solo un modesto fastidio. I più pericolosi erano i russi della Siberia; ma gli zar, allora, erano più interessati a espandersi intorno a Occidente. Inglesi e Francesi (che si combattevano tra loro in tutti i continenti) s’impegnarono poco in Cina, limitandosi a rafforzare le loro missioni commerciali. Costruirono anche qualche chiesa, ma più che altro per motivi di prestigio. I Portoghesi, a Macao, avevano rinunciato alla diffusione del cristianesimo. I "riti cinesi", dopo infinite discussioni, erano stati proibiti. Dopo che anche la Compagnia di Gesù fu sciolta, nessuno tentò più la diffusione di un cristianesimo più vicino alla cultura cinese. Rimasero cristiani solo i cinesi che avevano rapporti con l'Occidente. Molti poveri, che vivevano degli aiuti delle missioni, erano spesso chiamati, ironicamente, "cristiani del riso". Nel secolo successivo il loro numero era destinato ad aumentare… *** Intanto gli Europei avevano "scoperto" un altro continente: l'Australia. Già nel XVII secolo l'olandese Tasman aveva visitato le coste d’Australia, Nuova Zelanda, e Tasmania, l'isola che porta il suo nome. Queste terre, apparentemente poco ospitali, non destarono molto interesse negli olandesi. Più lungimiranti furono gli inglesi che, nel 1786, cominciarono a colonizzare l’Australia. I primi "coloni" furono gli indesiderati: criminali comuni, ma anche dissidenti politici e religiosi, come gli eterni ribelli irlandesi. L'Australia era già abitata, ma gli aborigeni erano ancora più arretrati degli indiani americani, e per giunta meno aggressivi. La guerra con loro (tutt'altro che santa!) fu fin troppo facile!

8. Verso la Rivoluzione Nel 1778 morirono i personaggi più importanti dell'Illuminismo: Voltaire e Rousseau.Raccontano che quando Voltaire fu in punto di morte un oscuro abate volle venire a confessarlo. Dicono che tra Voltaire e il prete ci sia stato questo scambio di battute: Chi vi manda, signor abate? Dio stesso! Sta bene signore…e dove sono le vostre credenziali?

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Sembra però che Voltaire abbia poi chiesto di confessarsi, a un altro abate di suo gradimento. Il prete pretese che lui "si pentisse" e facesse, per iscritto, una professione di fede cattolica. Voltaire rifiutò: forse, in punto di morte, si sentiva di nuovo cristiano, ma a modo suo! A Voltaire fu negato un funerale cattolico, ma i suoi amici lo portarono fuori Parigi, dove trovarono un prete disposto a seppellirlo in terra consacrata. Questo episodio dimostra che Voltaire ha conservato fino all'ultimo prontezza di spirito, e senso dell'umorismo, ma fa anche riflettere sullo strano comportamento di Voltaire (e dei suoi amici) tipico di molti intellettuali "integralisti laici": sempre pronti a deridere la Chiesa, salvo poi pretendere che i suoi ministri si adeguino ai loro desideri. Spesso, alla fine, l'hanno vinta: da vivi e da morti! Dopo la morte di Voltaire e di Rousseau, l'Illuminismo non morì, ma iniziò a trasformarsi in un movimento più radicale, che portò poi alla Rivoluzione. Il re di Francia Luigi XV avrebbe detto: "Dopo di me il diluvio!". Fu accontentato. La Rivoluzione travolse tutte le nazioni europee, risparmiando solo l'impero ottomano, in decadenza, ma restio a ogni tipo di riforma. In Europa cominciarono a chiamarlo "l'uomo malato". In realtà il "malato ottomano" visse ancora a lungo, soprattutto per merito dei tanti medici al suo capezzale. Erano le potenze europee che non riuscivano a mettersi d'accordo su come spartirsi la sua eredità! Con la Rivoluzione Francese nacque, a ovest, un nuovo tipo di guerra santa: quella tra "integralisti laici" (o, come si diceva un tempo, "liberi pensatori") e chi invece alla religione credeva ancora. Gli ideali Liberté…Egalité…Fraternité erano perfettamente compatibili con il Cristianesimo, ma molti pensarono il contrario. I credenti d’idee liberali si trovarono spesso ad affrontare dei gravi problemi di coscienza, e furono costretti a schierarsi, da una parte o dall'altra, in una guerra che mai avrebbero voluto. Una guerra che si combatte ancora!

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Capitolo XIII Rivoluzione a ovest- Uomo malato a est (A.D. 1789-1856 ) 1. Rivoluzione e Controrivoluzione Il 5 maggio 1789 ci fu la seduta inaugurale degli "Stati Generali". Il re di Francia, Luigi XVI, avrebbe fatto volentieri a meno di convocarli (non si riunivano più dal lontano 1618!), ma i suoi ministri gli avevano riferito che quello era l'unico modo per introdurre le nuove tasse, necessarie per coprire l'enorme deficit del bilancio dello stato francese. Un secolo prima, Carlo I d'Inghilterra aveva convocato il Parlamento per lo stesso motivo. Se Luigi XVI avesse conosciuto la storia, forse avrebbe evitato di fare gli stessi errori del suo collega inglese, e la sua stessa fine! Gli Stati Generali comprendevano rappresentanti di Nobiltà, Clero, e Terzo Stato (tutti gli altri!). Alcuni rappresentanti del basso clero si schierarono, all'inizio, con la borghesia liberale: la maggior parte di loro, poi se ne pentì amaramente! La Rivoluzione francese iniziò ufficialmente il 14 luglio 1789, quando la famigerata Bastiglia fu assalita e conquistata "a furor di popolo", e poi distrutta. Molti turisti oggi la cercano inutilmente a Piazza della Bastiglia! Gli eventi successivi sono noti a tutti. Chi vuole rinfrescarsi la memoria ha a disposizione un'infinità di libri su cui documentarsi. Meno noto è che non tutti applaudirono alla Rivoluzione. Ci furono molti oppositori anche nel "popolo", vale a dire tra le classi meno abbienti, che tutti gli intellettuali (di destra e di sinistra) chiamano "plebaglia ignorante". Il motivo principale fu proprio il carattere antireligioso che la Rivoluzione, sulla scia dell'Illuminismo, assunse sin dal principio. Nel 1790 furono soppressi gli ordini religiosi. Fu proclamata anche la "Costituzione Civile del Clero" che obbligava i preti a giurare fedeltà alla Costituzione. Molti rifiutarono, e pagarono con la vita. Nel 1793 gli ideali della Rivoluzione si trasformarono nel "Terrore", e la nuova macchina delle esecuzioni, la ghigliottina, funzionò a pieno regime. Non furono colpiti solo il re e i nobili ma anche molta gente comune, spesso colpevole solo di non avere rinnegato la fede religiosa. Vennero ghigliottinate anche statue della Madonna, e ci furono moltissime processioni blasfeme, in onore della "Dea Ragione". La reazione popolare si fece sentire soprattutto nelle campagne, e sfociò in rivolta nella Vandea… Gli storici danno sempre ragione ai vincitori. In questo capitolo io voglio invece dire qualche parola di difesa di chi ha avuto il coraggio di andare controcorrente.

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I contadini della Vandea non erano solo degli zotici ignoranti! La Rivoluzione non aveva dato loro nessun vantaggio. I terreni sequestrati alla Chiesa erano stati acquistati (a un prezzo irrisorio) da privati, che si erano rivelati padroni ancora più esosi. Le continue guerre della Francia (rivoluzionaria) contro i vicini (reazionari) avevano costretto il governo francese a introdurre la leva obbligatoria: ma allora chi avrebbe coltivato i campi? Infine la rivoluzione voleva togliere ai diseredati anche il conforto della religione: come si permettevano quei cittadini di mettere in ridicolo tutto quello in cui avevano sempre creduto, liquidandolo come sciocche superstizioni? Per i contadini di Vandea, la rivolta contro il regime ateo di Parigi fu senza dubbio una "guerra santa". I contadini si facevano benedire dai sacerdoti "refrattari" prima di lanciarsi contro i soldati "azzurri" della Rivoluzione. Certo agli "zotici" non faceva certo piacere lottare accanto ai nobili che li avevano oppressi per secoli, ma sapere che quegli aristocratici (con la puzza sotto il naso) adesso erano costretti ad appoggiarsi a loro… forse dava loro una piccola soddisfazione in più! In Vandea ci fu una guerriglia sanguinosa, a cui segui una rappresaglia terribile. I ribelli furono sterminati a migliaia. Furono martiri? Nel 1794 il terribile Robespierre fu a sua volta ghigliottinato, e i "moderati" del Termidoro cercarono un accomodamento con i "reazionari". Ai ribelli fu garantita la libertà religiosa, e l'esenzione dalla ferma obbligatoria. La rivolta si attenuò, ma il governo repubblicano poté riprendere il controllo della Vandea solo nel 1796. Intanto i soldati francesi avevano portato le idee della Rivoluzione ben oltre i confini della Francia…

2. Rivoluzione o oppressione? So' venute li Francise! Aite tasse c'hanno mise. Liberté... Egalité... Io arruobbo a te Tu arruobbe a me Questa strofa del "Canto dei Sanfedisti" riassume molto bene l'atteggiamento dei Francesi in Italia. Portavano la Libertà… ma portavano via tutto quello che potevano! Le idee "giacobine" trovarono molti sostenitori nella borghesia milanese, già preparata dalla politica "illuministica degli Asburgo". Tra gli aderenti alla rivo-

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luzione, all'inizio, ci fu anche l’anziano poeta Giuseppe Parini. Parini fu anche chiamato a far parte del consiglio municipale, ma si dissociò immediatamente quando vide che, nella sala del consiglio, i francesi avevano fatto togliere il crocefisso. Il poeta (che era anche abate!) disse che dove non c'era posto per Cristo non ci poteva essere posto neanche per lui. La collocazione del crocefisso nei luoghi pubblici è ancora un problema attualissimo, in Italia! In Italia Settentrionale, la maggior parte della popolazione accolse i francesi come liberatori, chiudendo un occhio sulle loro ruberie, e anche sul loro laicismo. Ben diverso fu il caso dell’Italia meridionale… A Napoli, molti borghesi che aderirono, "nonostante tutto", all'effimera Repubblica Partenopea, pagarono addirittura con la vita. Molti conoscono la storia di Luisa Sanfelice, diventata "eroina" della rivoluzione svelando un complotto borbonico a un suo amante repubblicano. Morì sul patibolo: per amore, non per la libertà! Meno nota è la storia dell'ammiraglio Caracciolo che, con le poche navi della Repubblica Partenopea, osò affrontare la potente flotta inglese dell’ammiraglio Nelson… e che proprio dall’”eroe” Nelson, senza tanti complimenti, fu fatto impiccare! Tristemente noto è il cardinale Ruffo che istigò le masse contadine (e anche i briganti!) contro gli invasori e i "giacobini senzadio". La fine della repubblica partenopea può essere riassunta da questa strofa, inneggiante al re borbonico: Viva tata maccarone ca rispetta a religione. Giacubbine iate a mare che v'abbrucia lu panare. A Roma i francesi trovarono ancora meno sostenitori. Il popolo romano spesso criticava aspramente i papi, ma i Francesi non solo avevano occupato Roma, ma avevano addirittura portato via prigioniero il papa, Pio VI. Senza contare le solite razzie di opere d'arte. Celebre è questa battuta di Pasquino: È vero che tutti i Francesi sono ladri? Tutti no…ma Bona parte si! In realtà, in quel periodo, Napoleone Bonaparte non era a Roma. Anzi, Napoleone, a Roma, non c'è mai stato! Nel 1798, Bonaparte era ancora solo un giovane generale, ed era impegnato in una strana spedizione, contro gli inglesi, in Egitto!

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La “Campagna d’Egitto” fu l'unica guerra di Napoleone contro dei mussulmani. Questa guerra fu combattuta nelle stesse località toccate dalle antiche crociate, e solo per questo vale la pena di raccontarla, in queste pagine.

3. Una crociata senza croce Nel 1797, l'Inghilterra, dopo che l’Austria aveva firmato con Napoleone il trattato di Campoformio, era rimasta sola a combattere contro i francesi. Allora la Francia era governata da un "Direttorio", che propose al vittorioso generale Bonaparte di guidare una spedizione per l'invasione dell'Inghilterra. Napoleone fece presente che il piano non aveva alcuna possibilità di successo (verissimo!), ma propose al Direttorio un’alternativa (a mio parere) ancora più velleitaria: colpire l'Inghilterra nel suo impero coloniale, con una spedizione… in Egitto! Il Direttorio probabilmente accettò solo per togliersi di torno un generale troppo ambizioso. Forse Napoleone era solo in cerca di gloria, sulle orme d’Alessandro Magno. Oltretutto, il cuore del nascente impero britannico era in India. Per andare nell’Oceano Indiano le navi non potevano passare per l'Egitto, perché il canale di Suez non c'era ancora. E poi, se le navi francesi non erano capaci di superare la Manica, come potevano affrontare la flotta inglese nel Mediterraneo? In effetti, solo una serie di fortunate circostanze permise alla flotta francese di sfuggire all’ammiraglio Nelson e ad arrivare, nel Giugno 1798 a Malta, sede dei Cavalieri Giovanniti. I Cavalieri avevano difeso l’isola dagli ottomani per più di due secoli. Dopo che l’impero ottomano era entrato in decadenza, le difese dell’isola si erano allentate: tragico errore! Napoleone chiese al Gran Maestro dell'Ordine, Ferdinando von Hompesch, di entrare nel porto per rifornire d’acqua le sue navi. Il Gran Maestro rispose, correttamente, che la neutralità dell’Ordine era regolata dal trattato di Utrecht. In tempo di guerra tra stati cristiani, soltanto quattro navi per volta potevano essere ospitate nei porti maltesi. Napoleone rispose, con un proclama alle sue truppe: Il Gran Maestro ci rifiuta l'acqua di cui abbiamo bisogno. Domani, allo spuntar del giorno, l'armata sbarcherà su tutta la costa per andarla a prendere. I Giovanniti si trovarono costretti rapidamente una dolorosa decisione.

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L’isola era ancora ben fortificata. Una resistenza era possibile…ma per quanto tempo? E a quale prezzo? Certo, nel 1565, il rapporto di forze tra i difensori dell’isola e gli aggressori era ancora peggiore. Questa volta però gli aggressori erano cristiani. L’Ordine non aveva mai combattuto contro altri Cristiani. Non lo fece neanche in quest’occasione. I Giovanniti trattarono la resa con i francesi, che occuparono l’isola. Liberté... Egalité... Io arruobbo a te Tu arruobbe a me! In seguito Malta fu occupata dagli inglesi, e mai più restituita ai Cavalieri. Oggi l’Ordine dei Cavalieri di Malta è a Roma, e gestisce un’importante rete d’ospedali in tutto il mondo. I Giovanniti sono tornati alla loro attività (“socialmente utile”) originaria. La sede dei Cavalieri di Malta gode ancora dell’extraterritorialità, e la particolare situazione giuridica dell’Ordine permette al Gran Maestro di dispensare altisonanti onorificenze, ancora molto ambite. Ultimi residui delle antiche crociate! *** Napoleone, dopo avere fatto rifornimento d’acqua, ripartì per l’Egitto. L’Egitto, formalmente faceva parte dell’Impero Ottomano, ma, di fatto, era governato dai Bey Mamelucchi: gli stessi che governavano l’Egitto, prima della conquista ottomana. I sultani turchi avevano preferito lasciare a loro l’amministrazione dell’Egitto. Dopo quasi tre secoli, i Mamelucchi erano ancora al potere. Anzi, con la decadenza dell’impero ottomano, si erano resi “semi indipendenti”. Probabilmente Napoleone non sapeva che proprio i primi Mamelucchi avevano sconfitto l’ultimo esercito francese che si era avventurato in Egitto: quello del re Luigi IX. Napoleone non aveva la fede di Luigi IX, ma aveva armi moderne ed efficienti e un esercito disciplinato. Soprattutto, era proprio il grande stratega che agli antichi crociati era sempre mancato! L’esercito francese sbarcò nei pressi d’Alessandria, e marciò attraverso il deserto verso Il Cairo. La battaglia più importante avvenne nei pressi delle Piramidi di Giza. Dall’alto delle Piramidi 40 secoli di storia vi guardano…

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Queste parole, che Napoleone disse ai soldati prima della battaglia, dimostrano che il generale preferiva ricordare i grandi faraoni, e non i crociati, che avevano perso! Napoleone, invece, vinse alla grande. Più difficile fu il “dopo guerra”. Nei mesi che seguirono, i francesi tentarono di accreditarsi come “liberatori “della popolazione egiziana dal giogo dell’Impero Ottomano. Il trucco era riuscito in Italia e in Germania, ma con i mussulmani era più difficile. Bonaparte iniziò anche una riorganizzazione del sistema legislativo egiziano. A differenza degli antichi crociati, i francesi mostrarono per le tradizioni e la religione mussulmana, un rispetto maggiore di quello che avevano avuto per i cattolici italiani. Un generale si convertì addirittura all’islamismo, ma non convinse nessuno. I mussulmani di solito preferiscono degli autentici cristiani agli atei… e agli ipocriti! Liberté... Egalité... Io arruobbo a te Tu arruobbe a me! Mentre era al Cairo, Napoleone ebbe due brutte notizie: l’ammiraglio Nelson aveva distrutto la flotta francese nella baia di Abukir, e un esercito turco, con alcuni reparti inglesi, stava arrivando dalla Siria. Napoleone cercò di prevenire gli inglesi marciando verso la Palestina. Nel 1799 l’esercito francese mise sotto assedio l’antica S. Giovanni d’Acri, come seicento anni prima. Allora gli inglesi di Riccardo Cuor di Leone erano alleati ai francesi. Adesso, invece, i britannici erano alleati dei turchi! Napoleone finì per abbandonare l’assedio. Tornò in fretta in Francia, per trovare in Occidente la gloria che gli era sfuggita in Oriente. *** E i bei progetti per sgominare gli Inglesi in India? Almeno una persona ci aveva creduto: un piccolo sultano indiano, di nome Tippoo, che cercava dappertutto alleati, contro lo strapotere inglese in India. Scrisse anche alla “sorella repubblica francese”, firmandosi “il cittadino sultano Tippoo”. Pochi sanno che Napoleone gli scrisse: Io vengo sul Mar Rosso con un esercito innumerevole, invincibile; accorro impaziente di liberarti dalla ferrea mano dell'Inghilterra...

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Le manovre di Tippoo ebbero come unico risultato quello di scatenargli contro gli inglesi, che, in quell’occasione, si allearono con i Maratha. Il “cittadino sultano” Tippoo morì nel 1799, combattendo davanti alla sua capitale Seringapatam. Il suo regno fu diviso tra i vincitori. Liberté... Egalité... Oggi a te domani a me!

4. Da un impero all’altro Nel 1804, a Parigi, si fecero le prove per il più grande spettacolo del secolo (appena incominciato): l’incoronazione di Napoleone a “Imperatore dei Francesi”. Dopo il suo ritorno dall’Egitto, Bonaparte aveva “salvato” la repubblica francese dagli invasori, vincendo cento battaglie, e organizzando colpi di stato, fino a trasformare la repubblica in un impero. Napoleone aveva fatto pace anche col papa: nel 1801 era stato firmato un Concordato che fissava la rigida divisione tra Stato e Chiesa. Non era proprio quello che il papa Poi VII voleva, ma era il massimo che, ormai, la Chiesa poteva ottenere. In cambio il papa aveva dovuto recarsi lui stesso a Parigi per l’incoronazione, a Notre Dame. Non c’era la televisione, ma oggi noi possiamo vedere l’evento con gli occhi del pittore Isabey. Con gran sorpresa dei presenti, Napoleone prese la corona dalle mani del papa e se la mise sulla testa. Ma allora il papa che ci stava a fare? Poi VII subì anche quest’umiliazione. Napoleone aveva restaurato l’impero di Carlo Magno! Ormai le guerre napoleoniche avevano perso ogni significato idealistico, e tanto meno religioso. Napoleone era, per il papa e i monarchi europei, un sovrano come gli altri: anche il suo alone rivoluzionario era, se non scomparso, certo molto sbiadito. Francesco d’Asburgo fece sposare a Napoleone addirittura sua figlia Maria Luisa. C’era il “piccolo dettaglio” che l’imperatore era già sposato. In passato c’era stato uno scisma per questo motivo! Invece la moglie Giuseppina si mise, graziosamente da parte, e il primo matrimonio di Napoleone fu annullato a tempo di record. Ormai Bonaparte in Europa poteva fare il bello e il cattivo tempo. Arrivò anche ad annettere Roma al suo impero, e a portare il papa prigioniero in Francia. Niente di nuovo: altri re e imperatori l'avevano fatto prima di lui! Nel 1813 il papa, prigioniero a Fontainbleu, ricevette una strana visita: era Napoleone che si diceva "pentito". L'imperatore era reduce dalla sua disastrosa cam-

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pagna di Russia. La Francia stava per essere invasa, ma il papa non lo sapeva. Napoleone riuscì a estorcere a Pio VII un altro Concordato, con cui sperava di guadagnarsi le simpatie dei cattolici francesi. Il papa fece celebrare un "Te deum" per festeggiare la pace tra Chiesa e Impero. Scrisse il solito Pasquino: Te deum laudamus E in te speriamo Ma in Bonaparte Non ci crediamo La pace col papa non aiutò Napoleone, che perse tutte le sue corone, e finì prigioniero, prima all'Elba, e poi a S. Elena, dove morì nel 1821. Era il 5 Maggio, data ricordata da Alessandro Manzoni in un'ode, che molti ragazzi italiani hanno poi imparato a memoria. Manzoni si domanda: Fu vera gloria? Noi posteri possiamo rispondere, senza esitazioni: Sì! L'impero di Bonaparte non durò molto, ma ha lasciato tracce indelebili nell'Europa moderna. L'attuale Unione Europea si richiama a Napoleone, molto più che a Carlo Magno o Carlo V. L'impero napoleonico rimane il simbolo di uno stato ben amministrato, efficiente e giusto… anche se non precisamente democratico. Nel 1815, il Congresso di Vienna cercò di cancellare ogni traccia di Napoleone e della Rivoluzione, ma niente poteva essere più come prima! Il Manzoni afferma che, in punto di morte, Napoleone si riavvicinò alla religione. È molto probabile. Anche Voltaire ne fu tentato, e Napoleone non è mai stato dichiaratamente ateo. La religione (cristiana o mussulmana) per il generale giacobino è stata un ostacolo, per l'imperatore uno strumento di potere. Per il prigioniero amareggiato, forse, è stata un conforto.

5. Rivoluzione e Jihad Nel 1830 uscì, dal carcere dello Spielberg, un oscuro precettore milanese di nome Silvio Pellico. Il Pellico aveva trascorso dieci anni in carcere per soli "reati d’opinione": si era fatto trascinare "dalle cattive compagnie", aderendo a una setta che era chiamata Carboneria. Dopo dieci anni di sofferenze, privazioni (e lavaggio del cervello) Silvio Pellico era sinceramente pentito di avere aderito a un’organizzazione se-

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greta, non contraria apertamente alla Chiesa (c’erano anche degli ecclesiastici) ma sicuramente antiaustriaca, e l’imperatore d’Austria si proclamava allora il campione del cattolicesimo. Sollecitato dal suo confessore, Silvio Pellico scrisse il libro "Le mie prigioni", che gli austriaci diedero il permesso di pubblicare, convinti che sarebbe stato di monito per tutti i potenziali ribelli. Il libro fu un "best seller", ma, anche per il suo tono dimesso, suscitò rabbia e indignazione, non solo tra i “liberali”. La sua pubblicazione fu sicuramente una "cattiva propaganda". Il primo ministro austriaco Metternich affermò che quel libro aveva danneggiato l'Austria più di una battaglia perduta. Intanto, dal 1820 al 1830, i moti rivoluzionari si erano estesi a tutta l’Europa. In Francia, Spagna, Italia, e Impero Austriaco si lottava per la per la fine della monarchia assoluta, invocando una Costituzione. In Europa orientale, ancora sotto il giogo ottomano, Serbi, Romeni e Greci lottavano per la loro libertà e la loro fede. I Serbi avevano cominciato a ribellarsi già dal 1804, ma solo nel 1827 la Turchia riconobbe alla Serbia una certa autonomia, e il diritto di essere governata da un "voivoda" nazionale. Anche i romeni della Moldavia e della Valacchia si ribellarono, e, nel 1822, riuscirono a scacciare i governatori turchi, (i Fanarioti) mettendo al loro posto dei principi nazionali, anche se sempre sotto la tutela ottomana. Nel 1821 scoppiò l'insurrezione anche in Grecia. La rivolta partì dal Peloponneso, (ex Morea veneziana) e gli insorti misero a Nauplia la capitale provvisoria del nuovo stato ellenico. Nel 1822 il "congresso di Epidauro" proclamò l'indipendenza della Grecia. La repressione dei turchi fu terribile. Più di 20.000 Greci furono uccisi, e 50.000 donne e bambini venduti come schiavi. Anche il patriarca greco ortodosso di Costantinopoli fu impiccato. Le atrocità turche smossero l'opinione pubblica europea. I russi riscoprirono il loro ruolo di protettori dei cristiani ortodossi. In Europa occidentale i greci trovarono le simpatie di molti intellettuali, amanti della Grecia Classica. L'interesse degli inglesi per l'antica Ellade si era recentemente manifestato con un’iniziativa che ancora oggi è causa di tensione tra Grecia e Gran Bretagna. Nel 1816 gli inglesi "comprarono" dal governo turco "alcuni pezzi di marmo lavorato": erano i più importanti bassorilievi del Partenone che oggi sono ammirati dai visitatori del "British Museum", a Londra. Gli insorti greci del 1821 probabilmente non lo sapevano. Anche se lo avessero saputo, allora avrebbero fatto finta di niente. Avevano troppo bisogno dell'aiuto degli inglesi!

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Chissà cosa avranno pensato i Greci, quando hanno visto arrivare la nave "Hercules" del poeta Byron! Lord Byron era un nobile di antico lignaggio (i suoi antenati avevano combattuto alle crociate!), ma in Inghilterra era noto come il più grande poeta romantico del suo tempo, oltre che per i suoi "scandalosi" amori. Byron morì di febbre (a Missolungi, nel 1824) senza aver partecipato neanche a un’azione militare, ma il suo esempio ebbe un grande effetto propagandistico. Inglesi, Francesi e Russi trovarono un accordo, e mossero insieme contro l'impero ottomano. Il sultano ottomano Nahmud II, fu costretto a chiedere l'aiuto al pascià d'Egitto Mehemet Alì, che, in teoria, avrebbe dovuto essere un suo vassallo. Mehemet Alì (di origine albanese) era stato mandato a governare l'Egitto per conto del sultano. In Egitto, la breve permanenza delle truppe di Napoleone era bastata per creare nel paese un movimento indipendentista, di cui proprio Mehemet Alì si fece portavoce. Il pascià ormai si considerava sovrano dell'Egitto, e accettò di aiutare il sultano solo in cambio del riconoscimento della sua autorità. Nel 1827, la flotta egiziana (guidata da Ibrahim, figlio di Mehemet Alì), insieme a quella turca, si scontrò, nel golfo di Navarrino, con una squadra navale anglofrancese: in poche ore, fu completamente distrutta! La battaglia di Navarrino dimostrò, una volta per tutte, che l'impero ottomano era veramente "malato": se fossero state d'accordo, le potenze europee avrebbero potuto dargli immediatamente "l'eutanasia". Invece il "malato" trovò compiacenti "dottori" (Francia e Inghilterra) che, spaventate dall'eccessiva potenza della Russia, fecero di tutto per prolungare l'esistenza dell'Impero Ottomano, ignorando gli appelli dei cristiani sottomessi, perseguitati e massacrati. Inghilterra Francia e Russia trovarono un accordo solo sulla Grecia, che divenne un regno indipendente. Nel 1837 le grandi potenze assegnarono ai Greci un re tedesco (Ottone di Baviera), che all’inizio regnò solo sulla Grecia del sud. Ottone si ritrovò con un regno dal passato glorioso ma poverissimo, e destinato a combattere ancora a lungo contro i turchi, che occupavano ancora la Grecia del nord, e molte isole. L'"uomo malato" vivrà ancora a lungo… e anche dopo morto troverà la forza di risorgere!

6. Imperialismo e Jihad Dopo la caduta di Napoleone sul trono di Francia era salito Luigi XVIII di Borbone, che cercò di atteggiarsi a re illuminato, tollerando anche la presenza di un parlamento, sul modello inglese, ma con limitatissimi poteri. Alla sua morte, salì

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al potere, suo fratello, il dispotico Carlo X, che pensò di distrarre i francesi dagli innumerevoli problemi interni per coinvolgerli in una guerra coloniale. Durante le guerre napoleoniche, la Francia aveva perso (come Spagna e Olanda) buona parte delle sue colonie, a vantaggio dell'Inghilterra. Nell'America del nord Napoleone aveva anche "venduto" la Louisiana agli Stati Uniti. Carlo X pensò che fosse inutile cercare colonie lontano quando, appena al di là del Mediterraneo, c'era la vasta regione che oggi si chiama Algeria. Dai Normanni a Carlo V, gli europei avevano già cercato di insediarsi nell’Africa settentrionale da cui, oltretutto, continuavano a partire scorrerie di pirati sulle coste europee. All'alba del XIX secolo la situazione era ben diversa: la supremazia militare europea permetteva delle imprese inimmaginabili, ai tempi delle Crociate. L'Algeria era una facile preda. In teoria, il paese era un possedimento dell'"uomo malato" ottomano. In pratica, Algeri era governata da un "dey" (che rappresentava il Sultano) mentre l'interno del paese era diviso tra piccoli capi locali. Nel Luglio1830, le truppe francesi sbarcarono ad Algeri. Il dey si arrese dopo tre settimane. Carlo X non ebbe neanche il tempo di festeggiare la vittoria, perché il popolo francese nel frattempo era insorto al vecchio grido Liberté…Egalité…Fraternité. Questa volta, i borghesi francesi decisero di salvare la monarchia, mettendo sul trono Luigi Filippo d'Orleans, lontano cugino di Carlo X. Il nonno di Luigi Filippo aveva aderito alla rivoluzione, e si era fatto chiamare Filippo Egalité. Quest’atteggiamento non bastò a salvargli la testa, ma forse il suo ricordo aiutò suo nipote a diventare re. Luigi Filippo fu proclamato "re dei francesi" e regnò come "monarca costituzionale”: per volontà del popolo, e non "per grazia di Dio". In Algeria non cambiò niente. Luigi Filippo era fautore della "grandeur" della Francia, almeno quanto il suo predecessore, e l'invasione continuò. I francesi occuparono presto tutta la costa, poi proseguirono verso l'interno. La maggior parte dei capi locali venne a patti con i vincitori, ma ci fu anche chi resistette eroicamente. Per i Francesi era solo una guerra di conquista, ma per i mussulmani era sempre Jihad. Jihad e resistenza all'invasore, per molti, divennero una cosa sola. Il campione della resistenza algerina fu lo sceicco Abdelkader che per anni tenne in scacco i francesi. Nel 1847 anche Abdelkader, si arrese, e finì nelle prigioni francesi. In seguito gli fu permesso di andare a stabilirsi in Siria. Abdelkader è, giustamente, giudicato dagli Algerini moderni come un eroe. Non posso però fare a meno di notare che, Abdelkader, come Silvio Pellico, ha potuto raccontare "le sue prigioni". L'arcivescovo greco di Costantinopoli (impiccato dai turchi pochi anni prima) non è stato altrettanto fortunato!

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Un’altra nota interessante: le incursioni dei pirati algerini sulle coste europee cessarono completamente solo dopo l’occupazione francese! Intanto cominciava l'afflusso di coloni francesi in Algeria. Era una colonizzazione di un paese già abitato, da un popolo di lingua, cultura, e religione differente. Col tempo l'Algeria assimilerà la lingua e la cultura francese (che conserva ancora, accanto a quella araba) ma conserverà la sua religione. I francesi non avevano lo slancio missionario degli spagnoli, specialmente dopo Illuminismo e Rivoluzione. La diffusione del cristianesimo non fu neanche incoraggiata. Solo alcuni preti provarono a diffondere il vangelo, e trovarono dei seguaci tra le popolazioni berbere della Cabilia. I loro discendenti ora affollano le ambasciate dei paesi europei per un visto d’ingresso, esibendo il certificato di battesimo… con la speranza che serva a qualcosa! La conquista dell'Algeria non aiutò neanche Luigi Filippo, che, nel 1848, fu travolto da un'altra rivoluzione che proclamò la "seconda repubblica". Il presidente della repubblica si chiamava Carlo Luigi Napoleone. Pochi anni dopo, questo Napoleone (come suo zio) trasformò la repubblica in Impero, prendendo il nome di Napoleone III. Intanto i "moti del '48" aveva travolto tutta l'Europa, anche l'Italia.

7. Patriottismo e Religione O Signore, dal tetto natio Ci chiamasti con santa promessa, Noi siam corsi all'invito d'un pio, Giubilando per l'aspro sentier In Italia i patrioti (caso unico al mondo!) s’incontravano all'Opera. In Italia, si era creata una specie di "coscienza nazionale", al tempo di Napoleone. Napoleone I aveva creato anche un “regno d’Italia”, di cui lui stesso si era proclamato re. Era un regno che comprendeva meno della metà dell’Italia, ma pur sempre un grande stato italiano, che molti rimpiangevano. Con la Restaurazione, l’Italia era tornata a essere un’accozzaglia di tanti piccoli stati, con Lombardia e Veneto sotto il controllo diretto dell’Austria. Per il cancelliere Metternich, l'Italia era solo "un’espressione geografica" ma, anche alla corte di Vienna, molti si rendevano conto del pericolo che la parola stessa Italia rappresentava, per l’impero degli Asburgo...

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Le Opere di Giuseppe Verdi erano diventate un importante punto di riferimento, per il nascente movimento per l'unità dell'Italia. Quando Verdi aveva scritto il coro dei "Lombardi alla prima crociata", sapeva che sarebbe stato letto dai patrioti italiani, in chiave antiaustriaca, ma non pensava a come sarebbe stato interpretato il verso: Noi siam corsi all'invito d'un pio… I patrioti cattolici affermarono che il "pio" era addirittura… il papa Pio IX! Anzi molti addirittura cantarono: Noi siam corsi all'invito di Pio… In realtà papa Pio IX non aveva invitato nessuno! Appena eletto, il papa aveva fatto, nel suo stato, solo qualche timida riforma: un'amnistia per i detenuti politici, e l'istituzione di una “Consulta”, che aveva solo una vaga somiglianza con i Parlamenti inglese e francese. Eppure questo era bastato per farlo passare come "il papa liberale"! Si poteva essere patrioti e cattolici? Questo problema si poneva solo per gli Italiani, che avevano l'onore (e l'onere!) di avere il papa a casa. Per Francesi, Spagnoli e Inglesi Dio e Patria erano sempre andati di pari passo. Anche i tedeschi, con Napoleone, avevano trovato una coscienza nazionale: cattolici e protestanti! In Italia invece i patrioti avevano la fama di giacobini e mangiapreti. Molti carbonari lo erano. I seguaci di Giuseppe Mazzini lo erano. Lo era anche “l’eroe dei due mondi”, Giuseppe Garibaldi, anche se in modo appena più sfumato… Tanti cattolici praticanti però si sentivano anche Italiani. Sarebbero diventati ferventi patrioti, se non fosse stato per le ammonizioni del papa. Negli ultimi secoli, i papi avevano perso molto del loro peso politico, ma erano rimasti attaccati al loro piccolo stato in Italia Centrale, che ritenevano ancora una garanzia indispensabile per l'indipendenza della Chiesa. Chi voleva un’Italia unita, era considerato automaticamente nemico della Chiesa, finché... Nel 1846, un prete "anticonformista", Vincenzo Gioberti, pubblicò il suo libro: "Del primato morale e civile degli Italiani". Il titolo dell'opera fa sorridere gli italiani di oggi, fin troppo smaliziati. C'è un po' di retorica, e tante esagerazioni… ma perché soltanto noi italiani dobbiamo parlare unicamente dei nostri difetti, mentre gli altri (francesi in testa) non fanno che auto-esaltarsi? Gioberti sostenne che il binomio Dio/Patria era possibile anche per l'Italia, e ipotizzò una confederazione di stati italiani, con la presidenza proprio del papa! Era una soluzione impraticabile (il cattolico Manzoni non ci ha creduto neanche per

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un attimo), ma questa ipotesi bastò per avvicinare molti credenti alla causa italiana. Quando salì al potere Pio IX, gli atteggiamenti ambigui del papa illusero molti. Alcuni pensarono che il“liberale” Pio IX potesse diventare la guida della confederazione auspicata da Gioberti. Altri sperarono che un altro sovrano cattolico potesse diventare re d’Italia, con la benedizione del papa… *** L’unità d’Italia sembrò potesse realizzarsi nel 1848. La rivoluzione liberale aveva sconvolto tutta l'Europa, e in particolare l'impero austriaco. Ungheresi, Slavi, e Italiani reclamavano l'indipendenza (o almeno una certa autonomia). Tutti pretendevano una Costituzione. In Italia la rivoluzione cominciò con le “Cinque Giornate di Milano”. Sotto la spinta dei liberali di tutta Italia, il re Carlo Alberto di Sardegna (dopo aver promulgato una Costituzione) dichiarò guerra all'Austria. Le truppe piemontesi avanzarono, con l'appoggio di volontari di tutta Italia, fino alle roccaforti austriache di Mantova e Verona. Si ribellarono anche Venezia, Padova e Vicenza, che votarono l’annessione al Piemonte. Per un breve periodo sembrò che tutti gli italiani potessero unirsi contro l’Austria, per un’Italia libera, indipendente e unita, indipendentemente dalle loro convinzioni religiose... Lo stesso Pio IX diede il suo appoggio alla “Prima Guerra d’Indipendenza” italiana, inviando, contro l’Austria, un esercito piccolo, ma di enorme significato simbolico. Noi siam corsi all'invito di Pio! Travolto dall’entusiasmo dei suoi sudditi, nemmeno il Re delle Due Sicilie poté esimersi dallo schierarsi a fianco dei piemontesi, contro l'Austria. Le truppe napoletane si spostarono verso nord con esasperante lentezza… ma poi si fermarono, prima di passare il Po. Si fermarono perché Pio (IX) aveva cambiato idea. Il papa aveva richiamato indietro le truppe che aveva inviato contro l’Austria, e il re di Napoli fu ben lieto di seguire il suo esempio. Pio IX si era "ricordato" che un papa non poteva prendere parte a una guerra tra cattolici. Giustissimo… ma come mai il papa non ci aveva pensato prima? Da Carlo Magno in poi, tutti i papi avevano sempre combattuto, per conservare, e ingrandire, lo Stato Pontificio, schierandosi, in tutte le guerre, anche tra cattolici, secondo il loro tornaconto. Pio IX, probabilmente, si tirò indietro proprio a causa dei primi successi del re di Sardegna, che aveva già quasi unificato l’Italia

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Settentrionale. Il papa forse avrebbe accettato di presiedere la Confederazione Italiana auspicata da Gioberti, ma non intendeva cedere neanche una delle sue province a un altro sovrano, nemmeno a un re cattolicissimo come Carlo Alberto. I patrioti romani accusarono il papa di tradimento, e proclamarono la Repubblica romana. Pio IX fu costretto a fuggire a Napoli lasciando la Città eterna nelle mani del più intransigente degli integralisti laici: Giuseppe Mazzini! La Prima Guerra d'Indipendenza continuò, ma l'entusiasmo era passato. La frattura che si era ricreata tra laici e cattolici, contribuì non poco alla sconfitta dei patrioti. La fine fu quando arrivarono in Italia le truppe austriache del famigerato maresciallo Radetzky, noto (oltre per la marcia che conclude oggi il concerto di Capodanno a Vienna) per le terribili repressioni che si abbatterono in Lombardia e Veneto. Radetzky salvò l'Impero austriaco. Re Carlo Alberto, vinto due volte, fu costretto ad abdicare, a favore del figlio Vittorio Emanuele II. Anche la Repubblica Romana ebbe vita breve. A distruggerla non furono gli Austriaci, ma proprio i “liberali” francesi: laicissimi a casa loro, ma sempre pronti ad appoggiare il papa, per proteggere i propri interessi nazionali. Pio IX tornò a Roma, ma pochi lo applaudirono. L'Italia unita si fece lo stesso (12 anni dopo), ma a dispetto del papa, che continuò a difendere il suo "potere temporale", a colpi di scomuniche, armi spuntate da secoli! Gli anatemi di Pio IX ebbero come unico effetto, quello di allontanare dalla Chiesa molti credenti, a mettere in crisi le coscienze di tanti altri. Fortunatamente, molti hanno continuato a credere in un’Italia Cattolica, convinti che, alla fine, l'atteggiamento dei papi sarebbe cambiato. E’ successo, ma solo moltissimo tempo dopo! All’inizio del XXI secolo, Pio IX è stato fatto santo! Ignoro i motivi teologici che hanno spinto la curia pontificia a portare questo papa, tanto discusso, sugli altari. Capisco invece i motivi politici, ma non li condivido. Senza entrare nel merito dei problemi della Chiesa di oggi, come storico (anche se non convenzionale) non posso fare a meno di notare che Pio IX ha provocato degli enormi danni all'Italia, allontanando molti cattolici dalla vita pubblica. Oggi la canonizzazione di Pio IX mi sembra un oltraggio alla memoria di quelli che erano "corsi all'invito di Pio", e che morirono scomunicati, senza neanche il conforto della religione. ***

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Pio IX morì nel 1878, in una Roma diventata capitale d’Italia. In quel momento il prestigio della Chiesa Cattolica ha forse segnato il suo punto più basso. Negli ultimi anni del suo lungo pontificato, il papa commise errori su errori, condannando aspramente, con le sue encicliche e il Suo Sillabo, non solo il Regno d’Italia ma tutti i regimi liberali europei. Le scomuniche del papa turbarono le coscienze dei credenti, ma non ebbero nessun effetto sui governanti, che, semplicemente, le ignorarono. Molti anni dopo Stalin fece la domanda provocatoria: Quante divisioni ha il papa? In realtà, neanche nel Medio Evo i papi avevano un grande esercito, ma la loro influenza politica era enorme. Con Pio IX, la Chiesa Cattolica aveva quasi completamente perso il suo prestigio. Lo ha ritrovato solo con papa Giovanni XXIII!

8. La guerra di Crimea Nel 1853 i Russi invasero le regioni romene Moldavia e Valacchia, col pretesto di liberarle dal giogo turco. In realtà lo zar aveva l’intenzione di annettere altre province al suo impero, avanzando fino a Costantinopoli. Inghilterra e Francia non avevano nessuna intenzione di permettere alla Russia di diventare una potenza mediterranea. Preferivano che "l'uomo malato" restasse ancora in vita, anche se questo andava contro le aspirazioni dei popoli cristiani dei Balcani. In Francia l'imperatore Napoleone III voleva per sé la gloria del suo illustre zio. L'Inghilterra voleva mantenere l'equilibrio tra le potenze europee, per consolidare il suo impero oltremare. Francia e Inghilterra attaccarono la Russia in Crimea. L'Austria rimase neutrale. Avrebbe gradito una fetta dell'impero ottomano, ma non voleva che la Russia diventasse troppo potente. Inoltre, l'imperatore Francesco Giuseppe temeva che Lombardi e Veneti si ribellassero ancora, con l'aiuto di Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, e aspirante re d'Italia. Il primo ministro piemontese era Camillo Benso, conte di Cavour. Cavour, da molto tempo, cercava di convincere Napoleone III a schierarsi con il Piemonte contro l'Austria. Napoleone III cercava, invece, di spingere l'Austria a combattere al suo fianco. Visto che Francesco Giuseppe diceva di temere il Piemonte (!), l'imperatore pro-

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pose a Cavour di mandare contro i russi (a pagamento) un contingente simbolico, solo per convincere l'Austria che il Piemonte non aveva intenzioni ostili nei suoi confronti. Cavour propose invece di mandare un esercito piemontese, "gratis", a patto la Francia accettasse il piccolo Piemonte come alleato, alla pari. Napoleone accettò. Quando il piccolo contingente di bersaglieri s’imbarcò per la Crimea, ci furono acclamazioni, ma anche molte contestazioni. Che cosa sarebbe successo se l'Austria avesse accolto l'invito di Napoleone III, diventando alleata anche del Piemonte? In ogni caso, che aveva da guadagnare il Piemonte da questa guerra? Oltretutto, la guerra di Crimea era una "Guerra Santa "alla rovescia. Piemontesi, francesi e inglesi si erano alleati con i terribili Turchi, gli stessi che ancora opprimevano le popolazioni cristiane dei Balcani. Per secoli, le loro navi avevano devastato anche le coste italiane! Mamma li turchi! La guerra di Crimea finì con un nulla di fatto… a parte qualche centinaio di migliaio di morti (mussulmani e cristiani), la maggior parte per un’epidemia di colera! Napoleone III non ci guadagnò niente. Cavour ottenne solo di partecipare, insieme ai rappresentanti delle grandi potenze europee, al Congresso di Parigi del 1856, dove fece un bellissimo discorso sulla “situazione disperata dell'Italia”, oppressa dall'Austria, e tanti piccoli tiranni. Era un po' poco. Ma dopotutto il Piemonte aveva avuto “solo” 16 morti in combattimento (più altri 2000 per il colera). Al Congresso di Parigi, Cavour poté guadagnare la simpatia di Napoleone III, ma gli ci vorranno altri tre anni di estenuanti trattative, prima di farlo scendere in guerra contro l'Austria. In conclusione… Viene spontaneo il paragone con altre guerre, e ad altri congressi, a cui l'Italia ha poi partecipato. Nella prima Guerra del Golfo, Andreotti ha voluto imitare Cavour inviando 10 (dieci!) aerei italiani in Irak, con risultati molto deludenti. Senza contare le tante "missioni di pace", fatte solo per motivi di “prestigio”. Lo stesso risultato del Congresso di Parigi fa riflettere. Tanti primi ministri italiani (da Crispi a Mussolini, fino a Craxi e Berlusconi) si sono fatti un punto d’onore di partecipare alle riunioni dei “grandi della terra”, sedendo al loro stesso tavolo. I diplomatici stranieri ci hanno più volte deriso per questa “diplomazia del sedere”. I nostri ministri dovrebbero riflettere che, alle riunioni, bisogna soprattutto dire le cose giuste, e poi far seguire i fatti alle parole.

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Insomma l’importante non è partecipare: è vincere! Questo è vero in pace e guerra, santa e non!

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Capitolo XIV L'Europa conquista il mondo. (A.D. 1857-1913) 1. Il congresso di Berlino Nel 1878, i capi delle potenze europee si riunirono in un altro importante congresso per definire il nuovo assetto della penisola balcanica. In vent’anni l’Europa era completamente cambiata. Il congresso si teneva a Berlino, perché la Germania, unificata dalla Prussia, era diventato lo stato più forte d’Europa. Il primo ministro Bismark non era direttamente interessato ai Balcani ma, come padrone di casa, intendeva fare da “onesto mediatore”. La Francia era ritornata una repubblica, e aveva dovuto cedere Alsazia e Lorena al rinato Impero Germanico. In una guerra disastrosa, Napoleone III aveva perso tutto… anche l’onore! L’Impero d’Austria adesso si chiamava Impero Austro-Ungarico. Gli ungheresi dividevano il potere con gli austriaci, e il nuovo stato sperava di guadagnare a oriente quello che aveva perso nel Lombardo- Veneto. L’Italia, nata solo grazie agli sforzi diplomatici di Cavour, era (allora come adesso) una potenza di secondo piano che cercava di guadagnare un po’ di prestigio. Il primo ministro Cairoli aveva in ogni modo insistito per partecipare al congresso, inaugurando “la diplomazia del sedere”! La Russia… Era proprio la Russia, la causa della crisi che il congresso cercava di risolvere. Lo zar Alessandro II aveva ripreso la politica anti-turca dei suoi predecessori, riassumendo il suo ruolo di protettore dei cristiani ortodossi, stavolta con migliore fortuna. Nei suoi ultimi decenni di vita, l’impero ottomano aveva perso ogni parvenza di tolleranza verso i suoi sudditi cristiani. Più vedevano sfaldarsi il loro impero, e più i turchi diventavano oppressivi! Gli ultimi a farne le spese erano stati i Bulgari, che nel 1877 (sotto la guida del loro eroe Hristo Botev) si erano ribellati. La repressione era stata terribile. Dopo l’ennesimo massacro, i Russi erano intervenuti… Una delle battaglie tra cristiani ortodossi (russi, romeni, serbi e bulgari) e mussulmani fu proprio a Nicopoli, dove 500 anni era stato sconfitto l’esercito cristiano di Giovanni Senza Paura. Stavolta però l’esercito ottomano fu completamente distrutto. I turchi firmarono la pace di S. Stefano riconoscendo l’indipendenza di un grande stato bulgaro, dal Danubio al Mare Egeo. La “guerra santa” era finita prima

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che le altre potenze europee potessero reagire. Oltretutto come avrebbero potuto appoggiare i turchi contro tutti gli ortodossi, insorti a fianco dei fratelli russi? A pace fatta, la solidarietà cristiana cominciò a vacillare. Serbi, greci e romeni cominciarono a guardare con sospetto la Bulgaria, divenuta di colpo lo stato egemone della regione. La divisione degli stati di fede ortodossa fu sfruttata da Austria, Francia e Inghilterra, che temevano che la Bulgaria desse ai russi l’accesso al Mediterraneo. Il congresso di Berlino cambiò sensibilmente i termini della pace di S. Stefano. Russi e Bulgari, che avevano vinto la guerra, finirono per perdere la pace. Il nuovo stato bulgaro divenne molto più piccolo. La Romania divenne un regno indipendente, ma dovette cedere alla Russia la Bessarabia (attuale Repubblica Moldava). Chi ci guadagnò di più fu l’impero austro-ungarico, che, senza colpo ferire, ebbe “in amministrazione” la Bosnia- Erzegovina. L’Inghilterra ebbe “in amministrazione” Cipro, ritornando in quest’isola sempre contesa, settecento anni dopo Riccardo Cuor di Leone. L’Italia, naturalmente, non ebbe niente. Il ministro Corti aveva provato a chiedere all’Austria almeno il Trentino, come compensazione per il nuovo dominio in Bosnia- Erzegovina… e gli avevano riso in faccia! Il ministro austriaco gli aveva invece consigliato, caso mai, di prendersi la Tunisia. Corti avrebbe reagito chiedendo: Volete farci litigare con la Francia? L’intenzione era proprio quella! Bismark, a Berlino, aveva sussurrato al collega francese: Non vorrete lasciare Cartagine in mano ai barbari! La Francia colse a volo il suggerimento. Nel 1881, i francesi occuparono (praticamente senza combattere) anche la Tunisia, allora sultanato semi-indipendente sotto la tutela dell’impero ottomano. Gli Italiani ci rimasero malissimo. All’epoca il flusso degli emigranti andava dal nord al sud del Mediterraneo. L’Italia non aveva né i mezzi, né la volontà, per una guerra coloniale, ma in Tunisia c’erano, molti italiani, e tanti interessi economici in gioco. Una più accorta diplomazia poteva almeno portare a una soluzione di compromesso tra Francia e Italia. Invece…

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Il nuovo primo ministro italiano Crispi cercò recuperare qualche altra colonia, ma ormai Inghilterra e Francia avevano già occupato la maggior parte di Asia e Africa, lasciando alle altre nazioni europee solo i territori più poveri.

2. L’impero Britannico L’Impero Britannico nacque formalmente nel 1877, quando la regina Vittoria fu nominata “Imperatrice dell’India”. Di fatto, un grande impero coloniale inglese esisteva almeno dal 1815, quando il Congresso di Vienna sancì le conquiste coloniali che l’Inghilterra aveva acquisito, durante le guerre napoleoniche, a danno di Francia, Spagna e Olanda. Alla fine del XIX secolo l’Impero Britannico si estendeva su cinque continenti: dall’Irlanda a Cipro, dal Canada al Sud Africa, dal Kenia alla Nuova Zelanda. In Asia gli inglesi avevano occupato Hong Kong, la Malaysia, la Birmania e, soprattutto, l’India. L’India: era la gemma della corona inglese! I soldati indiani (i “sepoy”) erano più numerosi di quelli britannici, e accompagnavano gli inglesi anche in Africa ed Estremo Oriente. Erano fedeli, efficienti e disciplinati. Eppure, proprio dai sepoy partì, nel 1857, una rivolta che rischiò di troncare sul nascere il dominio inglese nel subcontinente indiano. L’origine della rivolta fu di natura religiosa. Il pretesto fu un nuovo tipo di cartucce che i soldati dovevano spuntare con i denti, prima di essere inserite nel caricatore. Le cartucce erano unte di grasso… Grasso di vacca? Sacrilegio per gli indù! Grasso di maiale? Inammissibile per i mussulmani! I sepoy avevano molti altri motivi per ribellarsi: erano il nerbo dell’esercito inglese, ma qualunque bellimbusto, appena arrivato dall’Europa, contava più del migliore dei loro. Lo scontento era presente in molti reparti, e quelle inopportune cartucce unirono nella protesta (per la prima volta) mussulmani e indù. Quando, a Meerut, i primi sepoy furono imprigionati per insubordinazione, scoppiò la prima rivolta. I ribelli liberarono i prigionieri, e marciarono su Delhi. La guarnigione inglese fu colta di sorpresa e scappò sulle colline vicine, dopo aver fatto saltare la polveriera. I sepoy, dilagarono nella città, massacrando tutti gli europei che trovavano, ed elessero come loro capo Bahadur Shah, il vecchio imperatore Mogol. Bahadur non si aspettava niente di simile… ma come non approfittare dell’occasione? L’imperatore proclamò la Jihad. Alle proteste degli indù, Baha-

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dur chiarì che la guerra santa era “solo contro gli inglesi”. Dubito che molti indù ci abbiano veramente creduto! Intanto la rivolta si era estesa in tutta la pianura del Gange. Nella regione dell’Ohud, gli indù scelsero come capo Nana Sahib, il figlio adottivo dell’ultimo Peshwa dei Maratha. Anche Nana Sahib si ritrovò capo della rivolta senza volerlo, e come Bahadur Shah, non fu all’altezza del suo ruolo. Una figura simbolica della rivolta fu invece Lakshmi Bai, la rani di Jhansi, definita dagli inglesi, per il suo coraggio, “l’unico vero uomo tra i ribelli”. Gli indiani d’oggi celebrano la rivolta dei sepoy, come una guerra d’indipendenza, che ha dato origine alla coscienza nazionale indiana. Gli stessi nazionalisti indiani devono però ammettere che la rivolta è stata domata, soprattutto perché la maggior parte degli indiani non si è unita agli insorti. Durante la rivolta, rimasero sotto il pieno controllo inglese intere regioni a maggioranza mussulmana come Punjab e Bengala. Nell’India del Sud la rivolta non arrivò nemmeno! Nella pianura del Gange non ci fu abbastanza coordinamento tra i ribelli, forse anche perché indù e mussulmani, formalmente alleati, non si fidavano veramente gli uni degli altri. Gli inglesi ebbero la possibilità di contrattaccare e le città ribelli caddero una a una. Nel 1858, gli inglesi riconquistarono anche Delhi: l’imperatore Bahadur Shah II fu esiliato in Birmania e i suoi figli furono assassinati a sangue freddo da un ufficiale inglese. Nana Sahib riuscì a scappare in Nepal, e di lui non si seppe più niente. La fine più gloriosa fu quella della “Giovanna d’Arco indiana”. La rani Lakshmi Bai morì in battaglia cercando di difendere la roccaforte di Gwalior. Dopo la rivolta dei Sepoy, la Compagnia delle Indie fu sciolta. L’India passò sotto il diretto controllo del governo britannico e l’inglesizzazione dell’India fu accelerata. Gli inglesi presero sul serio la loro “missione civilizzatrice”: proibirono il “sati” (sacrificio “volontario” della vedova sulla pira del marito) e combatterono sette sanguinarie come i Thugs, che tutti i lettori di Salgari ricordano. Molti indiani lottarono per difendere le loro tradizioni (buone e cattive) ma altri si lasciarono attirare dal modello di vita inglese. Tanti indù e mussulmani delle classi più elevate andarono a studiare nelle scuole inglesi. Alcuni addirittura ipotizzarono la trasformazione dell’impero britannico in una confederazione multinazionale di popoli liberi, in cui gli indiani sarebbero stati la maggioranza.

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Tanti asiatici, militari e civili, seguirono i colonizzatori inglesi in Africa, diventando una classe intermedia, tra africani ed europei. Col tempo, nelle colonie africane, gli indiani furono odiati dagli indigeni più ancora dei padroni inglesi, e insieme ai britannici sono stati cacciati, quando le nazioni africane sono diventate indipendenti. Oggi i discendenti degli indiani d’Africa vivono nelle città industriali dell’Inghilterra del nord, dove spesso gli asiatici sono in maggioranza: scomodo ricordo di un impero glorioso!

3. Guerre sante sul Nilo L’Egitto fu il primo stato islamico a cercare di creare uno stato laico e moderno. Mehemet Alì aveva tratto il giusto insegnamento dalle riforme iniziate da Napoleone, e aveva aperto il paese alla cultura europea. Nel 1869, il Kedivè Ismail (figlio di Mehemet Alì) diede il via alla solenne cerimonia dell’apertura del canale di Suez. Per l’occasione fu commissionata un’opera lirica al più famoso compositore dell’epoca: Giuseppe Verdi. Le note della marcia trionfale dell’Aida celebrarono la passata grandezza dell’Egitto e, soprattutto, il nuovo periodo di gloria che sembrava iniziare per il paese. Ismail pensava che l’Egitto sarebbe diventato più ricco e più potente, grazie ai traffici delle navi nella nuova via di comunicazione, tra mar Rosso e Mediterraneo: successe esattamente il contrario! Il canale di Suez era stato costruito da una società francese, e francesi erano la maggior parte delle azioni della “Compagnia del Canale”. Ismail aveva il 40% delle azioni, ma si era indebitato fino al collo, e fu poi costretto a vendere la sua intera quota del Canale all’Inghilterra. Una cattiva gestione delle risorse del paese, le grandi spese del Kedivè, e le manovre occulte di Francia e Inghilterra fecero il resto. Inglesi e Francesi s’impadronirono a poco a poco di tutte le risorse del paese. La reazione degli Egiziani non si fece attendere. Nel 1882 ci fu una grande rivolta nazionalista, guidata dal bey Arabì: un leader coraggioso e astuto, ma privo di mezzi, e senza una grande preparazione militare. La rivolta fu rapidamente domata e lo stesso Arabì fu consegnato da alcuni traditori agli inglesi, che lo deportarono a Sri Lanka. Gli inglesi poi nominarono Kedivè il più docile Tewfik, e l’Egitto divenne, di fatto, un protettorato inglese. I francesi lasciarono agli inglesi l’egemonia politica del paese, pur conservando le loro azioni della Compagnia del Canale ed enormi privilegi di carattere commerciale.

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La conquista dell’Egitto, sfuggita ai crociati di Luigi IX e Riccardo Cuor di Leone, era stata finalmente ottenuta dai loro discendenti, ma non in nome del Dio Cristiano (Uno e Trino)… ma del Dio Quattrino! Nel paese dei Faraoni tornò la pace, ma la ribellione islamica si riaccese più a sud, proprio nel paese di Aida: l’antica Nubia! *** Nel 1881, il Sudan era, formalmente, sotto il dominio congiunto anglo-egiziano. In realtà gli Egiziani avevano colonizzato l’antica Nubia fin dai tempi dei Faraoni. Il kedivè aveva cominciato a occupare la parte settentrionale del Sudan, all’inizio dell’Ottocento, e presidi egiziani erano sorti sulle rive del Nilo fino a Khartoum. Poi erano arrivati anche gli “alleati” inglesi. Le truppe Egiziane, con pochi reparti inglesi, si erano spinti fino alle sorgenti del Nilo. Un giorno arrivò un nuovo profeta che proclamò la Jihad: il suo nome era Muhammad Ahmad, ma si faceva chiamare il “Mahdi” (il Messia!). Per il Mahdi, tutti gli invasori erano dei miscredenti. Gli Egiziani erano "gli ipocriti" o " i falsi credenti" del Corano. I “guerrieri di Dio” attaccarono per primi gli avamposti egiziani, che caddero uno a uno. Il Kedivè Tewfik chiese l’aiuto dei “protettori” inglesi… Nel 1882 la rivolta in Egitto era finita, e il primo ministro inglese Gladstone non aveva alcuna voglia di infognarsi in un'altra guerra in un territorio inospitale. Tewfik non ricevette rinforzi e i seguaci del “Mahdi” continuarono a massacrare i "falsi credenti" del Corano. Attaccarono anche alcuni reparti inglesi del sud. Un governatore inglese, di nome Slatin, per salvarsi la vita, si convertì addirittura all’Islam! Infine Gladstone consentì a mandare in Sudan il generale Gordon, con pochissimi mezzi, e la raccomandazione di non impegnarsi in qualunque impresa militare per conto degli egiziani. Gordon era un buon soldato ma amava agire di testa sua. Era ammirato dalla regina Vittoria e detestato dal primo ministro. Gordon vinse alcuni piccoli scontri, ma poi fu costretto a rifugiarsi a Khartoum, assediato da 100.000 dervisci. Il generale chiese rinforzi… Gladstone, sollecitato dall’opinione pubblica inglese, fu costretto ad allestire una spedizione di soccorso, ma i preparativi furono lunghissimi. Quando i primi rinforzi giunsero in vista di Khartoum, la città era caduta da due giorni. Poiché non c’era più nessuno da salvare, gli inglesi tornarono indietro! Il neo-mussulmano Slatin raccontò poi che Gordon morì da eroe, ma sicuramente non fu un martire cristiano.

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Il Mahdi morì di tifo nel 1885, all'età di soli quarantacinque anni. Il suo successore Abdallah continuò la guerra, spingendosi fino ai confini dell’Etiopia, dove i cristiani copti si trovarono di nuovo ad affrontare i nemici mussulmani. Il negus Giovanni VI morì in battaglia. Solo il negus Menelik, appoggiato dalle truppe italiane in Eritrea, riuscì, almeno, a fermarli. Nel Sudan i seguaci introdussero un regime integralista islamico, che non aveva nulla da invidiare a quello, più recente, dei talebani in Afganistan. " I falsi credenti" del Corano furono massacrati. Le donne e bambini furono fatti schiavi… Agli europei di ieri (come a quelli di oggi!) dei Sudanesi importava ben poco… ma che cosa sarebbe successo se l’integralismo islamico fosse arrivato in Egitto, fino al canale di Suez? La controffensiva inglese arrivò nel 1894, dopo che il primo ministro liberale Gladstone fu sostituito dal conservatore lord Salisbury. Un esercito di 10.000 uomini bene armati, guidato dal generale Kitchener, avanzò lentamente lungo il Nilo, affiancato da un gran numero di egiziani, smaniosi di una rivincita. Gli inglesi avanzarono sistematicamente, respingendo senza sforzo le cariche furibonde dei seguaci di Abdallah. I dervisci caddero a migliaia, e la loro fiducia in Allah cominciò a vacillare. Cominciarono ad arrendersi, implorando pietà, ma gli egiziani non erano disposti a perdonare… Nel 1899 furono uccisi anche Abdallah e i suoi fedelissimi. Il Sudan divenne di nuovo un dominio anglo egiziano, ma lo spirito del Mahdi resta ancora nei governanti del Sudan moderno. I cristiani neri del sud ne fanno ancora oggi le spese!

4. La spartizione dell’Africa Nel 1898 a Fashoda, un piccolo villaggio del Sudan appena riconquistato, i soldati inglesi provenienti da nord scoprirono con orrore una guarnigione francese. Poco mancò che scoppiasse una guerra tra Francia e Inghilterra. Forse l’Africa non era abbastanza grande per tutte e due? La Francia repubblicana, alla fine dell’Ottocento, aveva un grande impero coloniale. Dall’Algeria i Francesi avevano esteso il loro dominio a Sud del Sahara, fino alla foce del Congo, dando origine a quelle che sono state a lungo chiamate “Africa Occidentale Francese” e “Africa Equatoriale Francese”. I francesi incontrarono le maggiori resistenze nei paesi a maggioranza mussulmana come il Senegal e il Marocco. Più facile fu la penetrazione nelle zone equatoriali, dove le popolazioni, di religione animista, spesso accettarono, inge-

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nuamente, il loro “protettorato”. Accanto ai regolari soldati francesi militavano volontari di tutta Europa, inquadrati nella mitica “Legione Straniera”, nata durante la guerra d’Algeria. L’esercito che aveva occupato Fashoda aveva la missione di arrivare fino alla colonia francese di Gibuti, sul Mar Rosso, tagliando l’Africa in due. Gli inglesi intimarono ai francesi di ritirarsi. Dopo un lungo lavoro delle diplomazie, a Londra e a Parigi, i francesi fecero marcia indietro. Sembra che in cambio gli inglesi abbiano promesso, ai francesi, mano libera in Marocco. In ogni caso, da allora in poi, inglesi e francesi agirono di comune accordo, nella divisione del mondo. *** In Africa gli inglesi occupavano una lunghissima striscia di terra che andava dall’Egitto al Sudafrica. Pensavano di consolidare il loro dominio costruendo una ferrovia da Alessandria a Città del Capo. Questa ferrovia non fu mai completata, perché il suo percorso avrebbe dovuto attraversare il Tanganica, che, nel 1900, era una colonia tedesca. Colonie tedesche erano anche Togo e Camerun, confinanti con l’Africa occidentale francese, e le colonie inglesi della Nigeria e della Costa d’Oro. Le truppe del Kaiser controllavano anche l’Africa del Sud Ovest (attuale Namibia), da cui incoraggiavano la rivolta dei coloni boeri olandesi, contro il dominio inglese. La rivalità tra inglesi e tedeschi incominciò proprio in Africa: l’impero coloniale tedesco non era eccezionale, ma abbastanza grande da dare fastidio agli inglesi, soprattutto con una grande potenza economica come la Germania alle spalle. Ai primi del Novecento, quasi tutta l’Africa era stata occupata da stati Europei. Perfino il piccolo Belgio (grazie alle astute manovre del suo re Leopoldo) si era assicurata l’enorme colonia del Congo! Con i governi di Crispi anche l’Italia aveva cominciato a reclamare il suo “posto al sole”… *** Dopo l’occupazione francese della Tunisia, Crispi aveva stretto un’alleanza con Germania e Austria, ma i suoi alleati non lo aiutavano in nessun modo ad allargare le misere colonie italiane in Eritrea e Somalia. Tra i diplomatici Europei circolava la battuta: Gli italiani hanno grandi appetiti ma deboli denti!

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In effetti, la maggior parte degli italiani non si rendeva conto che inglesi e francesi, per conquistare le loro colonie, avevano dovuto combattere, spesso con pesanti perdite. Per la poverissima Eritrea ne valeva la pena? Nel 1896 la clamorosa sconfitta ad Adua del piccolo esercito italiano contro il numeroso, e agguerrito, esercito del negus Menelik (messo sul trono proprio dagli italiani!) diede ragione ai “pacifisti”. Gli italiani si rassegnarono alla sconfitta, almeno fino al 1935! *** La conquista europea dell’Africa avvenne per i soliti motivi: ricchezza e potere. I governi europei cercarono, però di dare una giustificazione morale (non religiosa!) parlando di “missione civilizzatrice”. Per i mass media di allora, gli africani erano dei “selvaggi” che dovevano essere “guidati” sulla via del progresso. La gestione “laica” delle colonie però non impedì però l’arrivo dei missionari. Le autorità coloniali all’inizio li favorirono (considerandoli un altro strumento di potere) ma poi finirono per entrare in contrasto con molti religiosi, “colpevoli” di avere preso troppo sul serio il messaggio di Cristo. Spesso preti cattolici, e pastori protestanti, presero le parti degli indigeni convertiti, opponendosi alle prepotenze degli Europei, meno cristiani di loro. Nelle colonie, i missionari riscoprirono l’essenza del messaggio cristiano, che in Europa, sempre più laica e agnostica, stava sparendo. Gli sforzi dei missionari hanno permesso al Cristianesimo di sopravvivere ai colonizzatori. Oggi la Chiesa Africana, è in continua espansione, in concorrenza con l’Islam. Forse alcuni missionari di allora l’avevano previsto, ma molti, troppi “bianchi” si sono comportati come se la supremazia europea dovesse durare in eterno!

5. La fine dell’Impero Cinese In Cina, la dinastia Ching aveva perso il “mandato del cielo”. Almeno così pensavano tanti sudditi del Celeste Impero, vedendo gli Europei comportarsi da padroni nelle loro città. Alla fine dell’Ottocento, in Cina regnava solo il caos! Già nel 1842 gli inglesi avevano sconfitto e umiliato la Cina, costringendo l’imperatore togliere ogni limitazione al commercio, inclusa la vendita dell’oppio: altro che guerra santa! Dal 1854, su tutte le coste cinesi cominciarono a sorgere le “Concessioni”, aree urbane con amministrazione indipendente e sotto il controllo delle legazioni europee: inglesi, francesi, e poi anche tedesche. In più c’erano i Russi che avevano

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occupato estese regioni dell’impero (a ovest e a nord) e i Giapponesi, che, nel 1895 avevano occupato Taiwan, ma avevano ben altre ambizioni! Nel 1861, il trono del Celeste impero fu occupato da una donna: cosa inaudita in Cina! L'imperatrice Cixi formalmente era soltanto una reggente. Era arrivata a corte come semplice concubina, ma era stata l’unica a dare all’imperatore un erede maschio. L’imperatore era morto quando il figlio aveva solo due anni. Cixi aveva assunto il potere, e con vari intrighi riuscì a conservarlo per più di quarant’anni. Molti cinesi cominciavano a pensare che la Cina dovesse modernizzarsi, come aveva già fatto il Giappone. Altri rifiutavano ogni cambiamento. Cixi si schierò dalla parte dei più reazionari. I progressisti invitavano l’imperatrice ad armare una flotta da guerra per combattere gli Europei. Cixi, per burla, fece costruire una sola nave…di marmo! I turisti la possono ancora ammirare, nel laghetto del Palazzo d’Estate di Pechino! Intanto il malcontento dilagava in tutta la Cina, e molti attribuivano la colpa proprio alla corte imperiale. Cixi pensò di poter ribaltare la situazione incoraggiando lo sviluppo di un’organizzazione, xenofoba e anticristiana, che gli inglesi chiamarono “i Boxer”, dal termine cinese “yihequan”: pugno di giustizia e fratellanza. Nelle intenzioni dell’imperatrice, i Boxer dovevano essere un mezzo per indurre gli Europei a più miti pretese, intimorendoli con lo spettro di una rivolta generale e incontrollabile. I Boxer erano per lo più giovani fanatici, delle classi più povere, come i moderni “Mojaidin”. Solo che non erano islamici. Non erano nemmeno buddisti. Non si aspettavano un premio nell’aldilà. I Boxer credevano nei valori della “Vecchia Cina”. Molti disdegnavano perfino l’uso delle armi da fuoco, preferendo le antiche “arti marziali”. I Boxer odiavano “i diavoli stranieri”, e i cinesi che collaboravano con loro, in primo luogo i cristiani. I cristiani erano presenti in Cina da più di trecento anni, da quando i Gesuiti di Matteo Ricci avevano cercato “una via cinese al cristianesimo”. Poi in Cina erano arrivate anche molte altre missioni, cattoliche e protestanti. I missionari non diffondevano solo la religione, ma anche la cultura degli Europei. I cinesi delle scuole cristiane crescevano con una mentalità più aperta e auspicavano una Cina moderna, che potesse confrontarsi alla pari con le nazioni europee. I religiosi svolgevano importanti attività umanitarie. Molti cinesi si convertirono spontaneamente, e lavorarono con i missionari per migliorare le condizioni di vita del loro popolo. Naturalmente ai tradizionalisti (cinesi, ma anche europei!) questo non andava a genio…

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I Boxer cominciarono ad attaccare sistematicamente le comunità cristiane. Ai cristiani gli “integralisti cinesi” chiedevano l’abiura. Bastava dire: “Pei chiao!” (rinuncio alla religione) per salvarsi, ma pochi lo fecero. Molti affrontarono il martirio, altri si rifugiarono nelle “concessioni” europee, altri ancora si trincerarono nelle missioni, organizzando la resistenza. Nel 1900, la rivolta dei Boxer si estese dall'originario Shandong sino alla capitale Pechino. La situazione precipitò dopo l’assassinio dell’ambasciatore tedesco. Le legazioni furono assediate. L’imperatrice negò alle truppe straniere il permesso di entrare a Pechino per proteggere i connazionali. Si arrivò a una dichiarazione di guerra delle nazioni europee alla Cina. Guerra santa…o quasi! Nel quartiere delle legazioni vi erano circa 500 soldati e vi si rifugiarono anche circa 3.000 cinesi cristiani. Un altro nucleo di resistenza si formò presso la cattedrale di Pechino. Europei e Cinesi cristiani resistettero eroicamente, fino all’arrivo di una “forza internazionale” comandata dal generale tedesco Von Waldersee: tra loro c’era anche un contingente di bersaglieri italiani. I soldati europei (circa 16.000) non si limitarono a liberare gli assediati. Sono rimaste famose le parole del Kaiser Guglielmo: Non ci sarà perdono! Nella capitale cinese successe di tutto: saccheggi, stupri e massacri indiscriminati. Ci andarono di mezzo anche molti cinesi che non avevano avuto niente a che fare con i Boxer, oltre naturalmente la corte imperiale. L'imperatrice Cixi fu costretta a firmare una pace umiliante, e a pagare una fortissima indennità di guerra. La dinastia Ching era arrivata alla fine. Cixi morì nel 1908. L'ultimo imperatore (un bambino di nome Pu Yi) fu deposto nel 1911. Il primo gennaio 1912 fu proclamato Presidente della Repubblica Cinese, Sun Yat-sen, oggi riconosciuto da tutti i Cinesi (nazionalisti e comunisti) come padre della Cina moderna… Esaminando gli episodi della “Rivolta dei Boxer”, con l’ottica dei giorni nostri, notiamo molte analogie colle “guerre sante moderne”, ma anche molte differenze. I Boxer si richiamavano alla tradizione contro la civiltà occidentale, come oggi gli integralisti islamici. Al contrario dei Boxer, però, i Mojaidin, hanno imparato fin troppo bene l’uso delle armi moderne! I Boxer non erano religiosi, ma erano fanatici come gli integralisti islamici. Religione e fanatismo non vanno quindi di pari passo.

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Nel 2000 papa Giovanni Paolo II ha proclamato beati 120 cinesi, per la maggior parte vittime dei Boxer. La santità di questi martiri è ineccepibile: a loro sarebbe bastato dire “Pei chiao!”, per salvarsi la vita. Purtroppo, il gesto del papa è stato male inteso. I governanti della Cina comunista l’hanno considerato addirittura una provocazione! Oggi, il dialogo, tra Vaticano e Cina, è ripreso. I fedeli della Chiesa Cattolica clandestina cinese pregano i loro santi perché la riconciliazione abbia finalmente luogo…

6. Impero Russo, Impero Giapponese, e “Impero Americano” Nel Settembre 1905 fu firmato il trattato di pace che mise fine alla guerra tra Russia e Giappone per il predominio nel Pacifico. La pace fu firmata nella cittadina di Portsmouth, New Hampshire, USA. Gli Stati Uniti si erano proposti come mediatori: per porre fine a un conflitto in una zona tragicamente importante per loro, e soprattutto, per limitare gli effetti delle clamorose vittorie Giapponesi. Il piccolo Impero del Sol Levante aveva non solo vinto, ma stravinto l’immenso’impero degli Zar. Gli inglesi, alleati dei giapponesi, non nascondevano la loro soddisfazione. *** Negli ultimi anni del secolo XIX, i russi erano stati gli unici a ostacolare seriamente l’espansione dell’Impero Britannico. La “Santa Russia” si era ingrandita in Asia centrale, annettendosi vaste regioni a maggioranza islamica come Kazakistan, Kirghisistan, e Usbekistan. Per i russi furono solo guerre d’espansione, vinte per merito delle loro armi più moderne, e delle nuove ferrovie, inclusa la mitica Transiberiana. Per gli islamici era stato inutile invocare la Jihad. In Estremo Oriente, invece, i russi erano stati sonoramente battuti. I giapponesi avevano completamente distrutto la loro flotta, e occupato Port Arthur, il loro principale porto in territorio cinese. L’Impero del Sol Levante avevano attaccato senza preavviso la flotta russa, prima che i russi avessero il tempo di reagire. I giapponesi useranno la stessa tattica nel 1941, a Pearl Harbour. Questo gli americani non potevano prevederlo, ma già allora diffidavano dei giapponesi, rimpiangendo di essere stati loro stessi a costringere il Giappone ad aprirsi al progresso.

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*** Tutto era iniziato nel 1853, quando il comandante americano Matthew Perry, era entrato con le sue navi nella baia di Tokyo e aveva imposto al governo dello shogun l'apertura di due porti per il rifornimento delle navi americane. Nel 1867 l’ultimo shogun aveva ceduto i suoi poteri all’imperatore ed era incominciata la modernizzazione del paese. I giapponesi erano decisi a recuperare in fretta il tempo perduto, dopo il forzato isolamento imposto dagli shogun Tokugawa. Furono copiate le tecniche occidentali, e anche le istituzioni politiche, adattandole all’antica etica dei samurai. In Giappone arrivarono anche missioni cristiane. Molti giapponesi si convertirono, ma non tanti come trecento anni prima. La maggior parte dei Giapponesi continuò a frequentare i templi buddisti e scintoisti, ma con meno fervore di prima. Dagli Occidentali i Giapponesi hanno imparato anche l’agnosticismo. Ricominciò anche l’espansione dell’impero, partendo dalla conquista della Corea: impresa iniziata tre secoli prima da Hideyoshi, e rimata incompiuta. Una massima giapponese diceva: Il sole che non sale, discende. La luna che non è crescente, è calante… *** Gli americani sostenevano di non essere interessati ad avere colonie, essendo stati loro stessi una colonia. Di fatto, gli USA erano già un Impero. Nel 1823 il presidente Monroe aveva formulato una teoria, che potremmo (semplificando un po’) riassumere con la frase: l’America agli Americani! Il punto era che per “America” Monroe intendeva l’intero continente, dall’Alaska alla Patagonia. Gli “Americani”, invece, erano solamente i cittadini degli USA. La “dottrina Monroe” fu proclamata, la prima volta, per “proteggere” le colonie ribelli dell’America Centromeridionale da ogni tentativo di riconquista da parte della madre patria spagnola. Da allora gli stati dell’America latina sono stati sempre sotto la pesante tutela americana. Chi ne ha pagato maggiormente le spese, è stato il Messico, che, nel 1848, dopo una breve guerra, (tutto meno che santa!) è stato costretto a cedere agli USA un terzo del suo territorio, compresi gli attuali stati di Texas e California. L’espansione degli Usa fu solo rallentata dalla Guerra di Secessione del 1861. Qualcuno ha voluto chiamata “Crociata Antischiavista”. E’ un termine sicuramente improprio, anche se contro gli stati secessionisti del Sud combatterono, per motivi idealistici, molti volontari europei.

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Il presidente Lincoln cercò di convincere anche Giuseppe Garibaldi, offrendogli il grado di generale. L’eroe dei due mondi rifiutò. Garibaldi era un idealista, ma non uno sprovveduto. Aveva intuito che, dietro la nobile causa antischiavista, si nascondevano interessi economici e intrighi, che non intendeva assolutamente avallare. Nel 1898 gli Stati Uniti occuparono le ultime colonie americane rimaste alla Spagna: Cuba e Portorico. Fu un’altra breve guerra, giustificata moralmente dalla necessità di proteggere dei “popoli oppressi”. In quella stessa guerra, gli USA occuparono anche le Filippine, continuando la loro espansione nel Pacifico… *** Nell’incontro di Portsmouth del 1905, tra sorrisi e strette di mano, russi, giapponesi e americani si preparavano al grande conflitto nel Pacifico, di quarant’anni dopo, nell’ambito di quella che sarà chiamata Seconda Guerra Mondiale: guerra tutt’altro che santa, nemmeno nelle intenzioni. Gli americani non si sarebbero mai sognati di essere coinvolti in una guerra legata alla religione… fino all’inizio del XXI secolo.

7. Ultimi sussulti dell’Impero Ottomano All’alba del XX secolo, Asia e Africa erano, quasi completamente, sotto il controllo europeo. Le popolazioni di religione islamica si ritrovarono ad avere un governo straniero ma “laico”. I re delle nazioni europee continuavano a chiamarsi cristiani, ma a loro, della religione dei sudditi, importava ben poco! La legge islamica restava solo nell’Impero Ottomano. L’impero che in passato era stato il più grande nemico della Cristianità e della civiltà europea viveva ancora. A Istanbul la corte del Sultano era poco cambiata dai tempi di Solimano il Magnifico: stessi intrighi, stessa corruzione, stesso esercito di Giannizzeri. Proprio l’incapacità dell’impero di rinnovarsi aveva causato la sua decadenza, peraltro lentissima. In Europa, l’Impero ottomano occupava ancora Albania, Macedonia, Creta, Tracia Orientale. A Creta, nel 1897, ci fu una grande rivolta, soffocata col sangue. Gli Europei intervennero mandando nell’isola un contingente internazionale, a cui partecipò anche un corpo di spedizione italiano: prima “missione di pace” italiana all’estero!

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In Asia, i turchi dominavano, oltre all’attuale Turchia, anche Arabia, Siria, Palestina e Irak. I popoli sottomessi erano diventati insofferenti al dispotico governo ottomano, ma gli stessi turchi chiedevano delle Riforme. Nel 1908 il movimento dei “Giovani turchi” riuscì a strappare al Sultano una Costituzione. Non fu l’inizio di una democrazia. Il nuovo movimento si dimostrò invece ancora più insofferente con tutte le minoranze, etniche e religiose. I popoli sottoposti (cristiani, ma anche mussulmani) si domandavano quando “l’uomo malato” sarebbe mai morto. Stranamente, un colpo decisivo all’impero, lo diede la più insignificante delle potenze europee, l’unica che era riuscita a farsi sconfiggere da una nazione africana. Proprio l’Italia! *** Poco più a sud delle coste siciliane, si trovavano i territori di Tripolitania e Cirenaica, che, almeno formalmente, facevano ancora parte dell’impero ottomano. Erano terre povere e desolate (il deserto arrivava a due passi dalla costa) ma era l’unico tratto della costa nordafricana rimasto “libero”! Ai primi del novecento, il primo ministro italiano Giolitti cercò un riavvicinamento con la Francia, pur rimanendo alleato con Germania e Austria. Il cancelliere tedesco Bernhard von Bulow parlò ironicamente di “giri di valzer”. Il vecchio Bismark non sarebbe stato d’accordo! In ogni caso, durante uno di questi “valzer”, Giolitti strappò al collega francese la promessa di non opporsi a un’espansione italiana in Libia. Durante altri “giri di valzer” l’Italia strappò la stessa promessa alla Russia, e all’Inghilterra. Tanto meno potevano opporsi le “alleate” Germania e Austria. Tutti d’accordo quindi… tranne la Turchia. Giolitti tentò di occupare pacificamente Tripolitania e Cirenaica, ma la Turchia boicottò sistematicamente ogni iniziativa italiana, in tal senso. Finalmente il primo ministro italiano si rese conto che la Libia poteva occupata solo con un conflitto armato: una guerra che l’Italia, dopo l’umiliazione di Adua, non poteva assolutamente permettersi di perdere! Giolitti preparò gli italiani al conflitto con un’accorta propaganda. Non fece alcun riferimento alle antiche crociate, ma cercò di risuscitare, in Italia, almeno un po’ orgoglio nazionale. Molti ricordano ancora le parole di una canzone dell’epoca: Tripoli! Bel suon d’amor... Nel 1911, Giolitti mandò un ultimatum alla Turchia. Le richieste italiane furono respinte, e fu la guerra. Gli Italiani sbarcarono a migliaia a Tripoli e a Bengasi.

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Naviga, o corazzata Sicuro è il vento, e dolce la stagion. Tripoli! Terra incantata! Sarai italiana al rombo del cannon! Era tutta propaganda! La Tripolitania non era una “terra incantata”. Non era molto meglio dell’Eritrea, ma almeno era vicinissima alle coste italiane. Per gli italiani non fu una guerra santa, ma per le tribù beduine della Libia sì, e anche per i turchi. I combattimenti furono accaniti, ma Giolitti riuscì a controllare i “mass media” in modo che gli italiani non si rendessero conto quanto sangue costava quel pezzo di deserto. In ogni caso la superiorità militare italiana era tanto forte che presto le coste libiche furono occupate, e le truppe italiane cominciarono ad avanzare lentamente verso l’interno… Giolitti era convinto che la Turchia avrebbe presto lasciato le popolazioni libiche a se stesse. Non aveva già rinunciato ad Algeria, Tunisia ed Egitto? Invece la Turchia, non voleva accettare il fatto compiuto: forse per un tardivo richiamo della Jihad, forse per un rigurgito di nazionalismo. Probabilmente i francesi facevano il doppio gioco, e incitavano di nascosto la Turchia a resistere. Il sospetto lo ebbe anche Giolitti, quando la marina italiana bloccò due mercantili francesi con, a bordo, militari turchi. Tra Francia e Italia scoccarono scintille, ma la diplomazia italiana decise, saggiamente, di minimizzare l’importanza dell’episodio. Giolitti lo catalogò: come “causa da pretura.”! In ogni caso la guerra andava troppo per le lunghe. Per piegare il sultano ottomano, lo stato maggiore italiano propose di colpire i turchi nell’Egeo, attaccando Rodi. La Francia non era d’accordo, ma re Vittorio Emanuele III ottenne il permesso dall’alleato tedesco, il kaiser Guglielmo II. Nel 1912, tre secoli dopo la capitolazione dei Cavalieri Giovanniti, le navi italiane sbarcarono a Rodi, e nelle isole vicine. Le truppe italiane furono ben accolte dai cristiani greci dell’isola, e non trovarono opposizioni neanche nelle comunità mussulmane ed ebree. L’occupazione doveva essere “provvisoria”, ma l’isola rimase italiana per trent’anni. Infine Germania e Austria convinsero la Turchia a chiedere la Pace. Libia e Rodi divennero italiane. Gli Italiani avevano guadagnato una striscia di terra, tra mare e deserto, più un pugno d’isole. Soprattutto avevano ritrovato il rispetto di se stessi, dopo la vergognosa sconfitta di Adua.

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Col senno di poi, si fa presto a dire che le colonie furono per l’Italia un pessimo investimento. Nel 1900 le colonie erano una questione di prestigio. Dopo la conquista della Libia, l’Italia cominciò a contare qualcosa. Molti italiani decisero di cercare fortuna nell’Africa italiana, invece che in America. Fu una pessima scelta… ma questa è un’altra storia! *** La guerra con l’Italia aveva dimostrato la debolezza della Turchia, e i paesi balcanici pensarono di approfittarne. Nel 1912 Serbia, Montenegro, Grecia, e Bulgaria attaccarono quello che restava dell’impero ottomano, con l’intento di cacciare i turchi dall’Europa. I Serbi occuparono il Kossovo, e con i Bulgari, la Macedonia. I Greci occuparono l’Epiro e Salonicco, oltre, naturalmente, Creta. I bulgari arrivarono fino a pochi chilometri da Istanbul… La Turchia fu salvata dalla discordia dei paesi cristiani che non trovarono un accordo per la spartizione della Macedonia. Serbia e Grecia entrarono in guerra contro la Bulgaria, e la Turchia ne approfittò per respingere i bulgari lontano dalla sua capitale. Nel 1913 le potenze europee (inclusa, ora, anche l’Italia) mediarono la pace. L’Impero ottomano conservò in Europa solo la Tracia orientale: in altre parole il territorio dell’attuale Turchia Europea. L’Albania divenne uno stato indipendente, ma le fu imposto un re tedesco: Guglielmo di Wied. Serbia, Grecia e Bulgaria s’ingrandirono, ma rimasero insoddisfatte. Il fatto era che quattrocento anni di dominazione turca avevano trasformato i Balcani in un groviglio di nazionalità e di religioni. In Albania e in Kossovo, dopo secoli di soprusi e “pulizia etnica”, molti albanesi avevano aderito alla religione mussulmana, pur conservando la lingua degli antichi Illiri. La Macedonia era abitata da slavi e greci, (di religione ortodossa) ma c’era una forte minoranza di mussulmani, turchi e albanesi… Il problema delle minoranze etniche e religiose degli stati balcanici è stato causa d’altre guerre nel XX secolo, e non è ancora stato risolto! *** Mentre gli italiani combattevano in Libia, i francesi (insieme agli spagnoli) occupavano il Marocco.

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I discendenti degli antichi “Mori” non avevano perso il loro spirito bellicoso, e avevano lottato a lungo prima di arrendersi alla supremazia militare degli “infedeli”. In più i francesi avevano dovuto ricorrere ad acrobazie diplomatiche per avere il consenso delle altre potenze europee. La Germania si era opposta fino all’ultimo, e aveva accettato il protettorato francese sul Marocco, solo in cambio di alcuni territori africani al confine con Togo e Camerun. Nel 1913 la spartizione del mondo, tra gli Europei, era terminata. Restava indipendente solo l’Impero ottomano. Per dargli il colpo di grazia, sarebbe stata necessaria un'altra grande guerra… anzi la “Grande Guerra”!

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Capitolo XV Guerre Mondiali (A.D. 1914-1946) 1. Verso la Grande Guerra Molti hanno provato a spiegare i motivi che hanno trascinato i popoli europei nel conflitto che allora fu chiamato Grande Guerra, e poi Prima Guerra Mondiale. I motivi principali di tutte le guerre (antiche e moderne) sono sempre i soliti: denaro e potere. Spesso però entrano in campo altri fattori, che rendono poi problematica la risoluzione d’ogni controversia, in maniera pacifica. Da un punto di vista strettamente economico, oggi, possiamo costatare che la Prima Guerra Mondiale è stata un pessimo affare, anche per i vincitori. Si poteva prevederlo? Forse no, ma se qualcuno avesse cercato di dimostrarlo ai potenti di allora, cifre alla mano, non sarebbe stato nemmeno ascoltato. Non era solo una questione di soldi! Il potere allora? Certo i sovrani, i presidenti, e i ministri europei volevano averne di più, o avevano paura di perdere quello che avevano. Eppure l’imperatore Francesco Giuseppe, il Kaiser Guglielmo, lo zar Nicola, il re d’Inghilterra Edoardo (imparentati tra loro!) si lasciarono trascinare in guerra, un passo alla volta, quasi senza accorgersene. Neanche i tanti gruppi di potere che guidavano la politica di re e presidenti provocarono direttamente la guerra, anche se poi cercarono di trarne il massimo profitto. I soldati della Grande Guerra erano convinti di combattere per ideali “laici”. La religione, stavolta, non c’entrava. Gli europei combattevano per la “patria”. L’orgoglio nazionale, rinfocolato da un’accorta propaganda, riuscì a mobilitare, in tutti i paesi, uomini e risorse come non era mai successo prima, neanche ai tempi delle crociate. Il fatto è che a tanti, troppi, uomini piace combattere. Dopo che la spartizione del mondo era stata completata, i baldi soldati (e i piantagrane) delle nazioni europee non si potevano più sfogare contro “selvaggi” male armati. Adesso potevano solo combattere tra loro! Ogni paese europeo aveva interessi economici, e ambizioni, difficilmente compatibili con quello degli altri. Ci vollero molti anni perché si formassero delle alleanze, e quindi gli schieramenti. I francesi, da molti anni, cercavano alleati per vendicarsi della sconfitta del 1870 con la Germania. Nel 1894 la Francia aveva stipulato la Duplice Intesa con la Russia. Nel 1904 era stata definita la Cordiale Intesa tra Francia e Inghilterra. Nel 1907, con la media-

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zione francese, Russia e Inghilterra stipularono un’altra Intesa, definendo le loro sfere d’influenza, in Iran e Afghanistan. Francia, Inghilterra e Russia non avevano mai firmato un’Intesa a tre, ma, già nel 1907, si era già formato uno schieramento contro l’impero del Kaiser, troppo potente e invadente. La Germania poteva contare, come alleata sicura, solo l’Austria. In teoria anche l’Italia era alleata a Germania e Austria… ma solo in teoria! I tedeschi trovarono un nuovo alleato nell’Impero Ottomano. L’amicizia tra Turchia e Germania era iniziata nel 1898, dopo la visita del Kaiser Guglielmo II, a Gerusalemme, a cui Federico Barbarossa non era riuscito nemmeno ad avvicinarsi. Poi erano arrivati gli uomini d’affari tedeschi che, tra l’altro, avevano promosso la ferrovia Istanbul Baghdad. La Turchia temeva l’Inghilterra che occupava l’Egitto, dominava la Persia, e si era insediata anche in Kuwait e negli Emirati del Golfo Persico. Anche i Russi, secolari nemici della Turchia, avevano superato il Caucaso e miravano a uno sbocco sul Mediterraneo… La scintilla, che fece scoppiare la Grande Guerra, fu l’assassino dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo a Sarajevo, da parte di un “terrorista” serbo. La vittima non era stata scelta a caso: Massimiliano era un fautore dell’integrazione degli Slavi nell’Impero Austro-Ungarico. La Serbia amava definirsi “Il Piemonte dei Balcani”, ed era un punto di riferimento non solo per i Serbi della Bosnia, ma anche per i Croati e gli Sloveni. L’Austria pensò di cogliere l’occasione per “dare una lezione” alla Serbia. Il Kaiser Guglielmo si comportò in modo ambiguo: da un lato dava il suo appoggio all’Austria, dall’altro mandava messaggi amichevoli allo zar Nicola, il cugino “Niki”. “Niki” rispose altrettanto amichevolmente al “cugino Willy”, ma intanto ordinò la mobilitazione generale del suo esercito. In realtà allo zar interessava ben poco la sorte dei “fratelli ortodossi serbi”. Una bella guerra patriottica poteva far dimenticare ai russi la vergognosa sconfitta contro il Giappone, ma i russi non erano interessati a Belgrado, e tanto meno a Vienna o Berlino! Ci furono febbrili trattative tra russi, francesi e inglesi. Infine allo zar fu promesso l’accesso al Mediterraneo, e soprattutto la città di Istanbul, che gli europei continuavano a chiamare Costantinopoli. Nell’estate del 1914 il Kaiser “Willy” era in vacanza in Norvegia. Non è chiaro come e perché la Germania finì per dichiarare guerra a Francia e Russia. Probabilmente i tedeschi si sentirono accerchiati, e pensarono di colpire per primi… Il piano tedesco era di annientare la Francia nei primi mesi di guerra. Il piano fallì perché le truppe dello zar attaccarono in forze nella Prussia orientale, e i tede-

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schi furono costretti a richiamare dalla Francia una parte del loro esercito per fermare i Russi. La Grande Guerra, contro ogni aspettativa, divenne una guerra di trincea, in cui milioni di soldati si massacrarono per pochi metri di terreno. Da una parte: Francia Russia, e Inghilterra. Dall’altra: Germania, Austria, e Turchia. La Turchia entrò in guerra nel Novembre 1914. Il sultano Mehemet V chiamò a raccolta i “credenti” per una nuova Jihad… La prima guerra mondiale fu quindi una guerra santa, per molti mussulmani, ma non per gli europei. Papa Pio X fece tutto quello che poteva per impedire la guerra. Papa Benedetto XV appoggiò ogni tentativo per una pace “senza annessioni e senza indennità”, anche a costo di passare per filo-tedesco. Eppure… Per i Russi (ancora cristiani ortodossi) Costantinopoli aveva un significato mistico che andava molto di là della sua posizione strategica, e della sua importanza commerciale. Per Inglesi e Francesi (che ancora si dichiaravano cristiani) Gerusalemme era ancora più importante. L’esercito anglo-francese, che dal canale di Suez avanzava verso nord-est, non portava croci, ma nessuno aveva dimenticato le battaglie che si erano combattute per Gerusalemme nei secoli passati. Gerusalemme ha avuto, e ha ancora, un richiamo che riesce a trasformare la più meschina delle guerre in “guerra santa”! In conclusione la Grande Guerra non è stata una guerra santa, ma molti, sul fronte turco, l’hanno combattuta come se lo fosse. Nei capitoli successivi, ignorerò quindi le battaglie sulla Marna e sul Piave, dando rilievo invece, ai combattimenti in Asia minore e in Medio Oriente. La guerra degli europei contro i turchi può essere, forse, definita l’ultima delle guerre sante antiche… o forse la prima delle guerre sante moderne!

2. Nazionalismo, Jihad, e genocidio La rivolta dei “Giovani turchi” del 1908, aveva fatto sperare a molti che l’Impero ottomano potesse divenire uno stato federale, in cui tutte minoranze etniche e religiose potessero convivere, in condizioni di pari dignità. Questa speranza non durò a lungo. Nel 1909, ci fu un tentativo di controrivoluzione, da parte dei fedeli del sultano Abdul Hamid, con l’appoggio anche della tribù curda Milli. La rivolta fallì. Abdul Hamid fu sostituito da Mehemet V, tutte le opposizioni furono messe a tacere, e il regime divenne ultranazionalistico. A farne le spese furono le minoranze etniche e religiose, prima greci e armeni, più tardi anche i curdi.

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L’impero ottomano aveva sempre sfruttato le rivalità tra i popoli sottomessi, secondo l’antica massima romana “Divide et impera!”. Greci e Armeni erano entrambi cristiani, ma di Chiesa, lingua e tradizioni diverse. Quando, nel secolo XIX, ci furono i primi massacri dei Greci, gli Armeni, prudentemente, si tennero in disparte. Più tardi, toccò agli Armeni… e i Greci, naturalmente, non mossero un dito. Più complessi erano i rapporti tra Armeni e Curdi. I Curdi erano (e sono) mussulmani come i turchi, ma di lingua e tradizioni differenti. I Curdi erano (come oggi) divisi tra loro. Molti si ribellarono più volte al governo ottomano, reclamando la piena indipendenza. Altri erano disponibili a un’intesa con i turchi, in nome delle comuni radici islamiche. Tra questi i cavalieri dell’Hamadiye, il reggimento curdo di cavalleria che presidiava il confine con la Russia. Gli scontri tra curdi e armeni erano di normale amministrazione. Le rivalità tribali erano amplificate dalle diverse tradizioni religiose, ma, in genere, le due comunità si rispettavano. Il sultano pensò di sfruttare la rivalità tra Armeni e Curdi per una grande operazione di pulizia etnica, con l’intenzione di liberarsi degli uni e degli altri. I primi massacri d’armeni avvennero tra il 1894 e il 1895. Gli armeni erano sempre stati sudditi fedeli dell’impero, ma avevano il doppio torto d’essere cristiani, e di avere la “protezione” dello zar di Russia. Le tribù curde furono aizzate dai turchi contro gli infedeli e, come rappresaglia, gruppi d’armeni incominciarono ad attaccare i nemici curdi, rifugiandosi poi oltre il confine russo. Nel 1894, a Sassoon, gli armeni arrivarono a una vera e propria rivolta, che fu subito ferocemente domata. Gli armeni morti furono quasi duecentomila, ma non era che l’inizio. Nel 1915, le truppe russe invasero l’Armenia turca, spingendosi fino al lago Van. Gli Armeni furono immediatamente accusati di essere dei traditori, e di favorire l’avanzata dei russi. I militari armeni che combattevano nell'esercito ottomano, furono allontanati dal fronte, e poi fucilati a gruppi. Poi cominciarono le deportazioni di massa della popolazione civile armena. Gli uomini validi, generalmente, venivano uccisi in piccoli gruppi al momento della cattura, così che le colonne di deportati erano formate quasi esclusivamente da donne, vecchi e bambini. Gli armeni erano spediti in zone deserte dell’Irak o della Siria, ma quasi tutti morirono molto prima di raggiungere la destinazione finale, uccisi dagli stenti, e da bande d’irregolari mussulmani (turchi, curdi e arabi) aizzati contro di loro. Le deportazioni furono giustificate dal governo turco, con l’esigenza di proteggere

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una zona di guerra da potenziali ribelli, ma presto furono estese alla Cilicia (la “Piccola Armenia”), regione molto lontana dal fronte. Quest’ultima Jihad provocò una “caccia al Cristiano”, come non c’era mai stata, neanche ai tempi delle Crociate. Gli armeni morti furono almeno un milione. Si salvarono solo quelli che riuscirono a rifugiarsi nelle zone controllate dai Russi, e pochi altri che riuscirono a nascondersi fino alla fine della guerra. La reazione delle nazioni europee si limitò a proteste e accuse. Reagirono, a parole, anche i diplomatici di Germania e Austria … ma intanto i tedeschi cominciarono a valutare l’utilità delle deportazioni di massa, come metodo di guerra. Forse ne presero nota per la guerra mondiale successiva! Vorrei poter dire che il genocidio armeno non è stato di nessun aiuto ai turchi nella loro guerra contro i russi. Vorrei, ma non posso. Il delitto spesso paga! Il richiamo alla Jihad servì a galvanizzare le truppe mussulmane. Le truppe dello zar furono prima fermate e poi, respinte. I Russi non poterono impegnarsi al massimo sul fronte turco perché erano impegnati a contenere l’offensiva di tedeschi e austriaci in Polonia e Ucraina. Di fatto, nel 1916, l’offensiva russa in Armenia si bloccò, e il peso della guerra contro la Turchia fu poi sostenuto soprattutto dagli inglesi.

3. Promesse e tradimenti. La chiamata alla Jihad del sultano Mehemet V ebbe ben pochi effetti nella guerra contro gli inglesi. Il kedivè d’Egitto, cercò di approfittare del richiamo della religione per liberarsi degli inglesi, ma fu immediatamente deposto. L’Egitto non si ribellò, e, dal canale di Suez, gli inglesi cominciarono ad avanzare verso nord-est. Nell’Aprile 1915, inglesi e francesi sbarcarono a Gallipoli con l’intenzione di forzare i Dardanelli, e poi puntare su Costantinopoli. L’offensiva fallì, ma forse spinse l’Italia a rompere gli indugi e a entrare in guerra, il 24 Maggio, a fianco di Francia e Inghilterra. Re Vittorio Emanuele III voleva dall’Austria Trento e Trieste, ma sperava anche di partecipare alla spartizione dell’Impero ottomano. I tedeschi smisero di ironizzare sui “giri di valzer” dell’Italia, per parlare, senza mezzi termini, di “tradimento”… In realtà, durante la Grande Guerra, gli Italiani non furono gli unici a “tradire”. Gli inglesi, in particolare, promisero tutto a tutti, ma poi fecero solo i loro interessi raggiungendo tutti i loro obiettivi. Anche il tradimento spesso paga… basta farlo con stile!

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Le manovre più subdole, gli inglesi le fecero con Arabi ed Ebrei. Nel 1915 gli inglesi presero contatti con Hussein Ibn Ali, della dinastia degli Hascemiti promettendogli un grande regno arabo. Hussein guidò la ribellione degli Arabi contro i turchi occupando, nel 1916, La Mecca, mentre i suoi figli Abdallah e Feisal combattevano i turchi sul mar Rosso e in Siria. I contatti tra Arabi e Inglesi furono tenuti dal colonnello Thomas Lawrence, noto poi come “Lawrence d’Arabia”: Lawrence ancora oggi è citato come esempio di collaborazione e amicizia, tra Arabi ed Europei. Contemporaneamente altri inglesi trattavano anche con Abdul Aziz Ibn Saud, rivale di Hussein, primo re dell’attuale dinastia dei Sauditi. Anche a lui fu promesso un grande regno… Alla fine della guerra, tutti i nodi vennero al pettine, ma intanto gli inglesi erano riusciti a vanificare il richiamo della Jihad, e a realizzare delle “alleanze trasversali” che facevano impallidire quelle che c’erano state ai tempi delle Crociate. Negli accordi cogli Arabi, gli inglesi avevano lasciato volutamente in sospeso il problema di Gerusalemme, anche perché stavano prendendo altri impegni con gli Ebrei. Gli Ebrei avevano cessato da secoli di essere una nazione. Nel 1900 erano un insieme di comunità, (sparse in Europa, Asia, Africa e America) che, avevano ben poco in comune tra loro. Gli ebrei più ricchi e potenti (tipico esempio la famiglia Rothschild) vivevano in Europa occidentale, dove, da qualche tempo, le differenze religiose contavano poco. Diverso era il caso dell’Europa orientale, dove gli ebrei erano più numerosi. Il risveglio delle nazionalità, negli imperi austro-ungarico e russo, aveva alimentato l’ostilità tra le popolazioni slave verso le comunità ebree. Tra l’altro gli ebrei polacchi e ucraini parlavano “Yiddish”, una lingua di ceppo tedesco oggi quasi scomparsa: quelli che la parlavano sono stati sterminati nei Lager della II Guerra mondiale, o sono emigrati in America e Israele. Le persecuzioni degli ebrei (i “pogrom”) in Polonia e Ucraina incominciarono intorno alla metà del secolo XIX. Molti emigrarono negli Stati Uniti ma alcuni seguirono l’invito del nuovo movimento “Sionista” andando a stabilirsi in Palestina. Nel 1914, gli ebrei sionisti erano circa trentamila. Erano stati accolti dai turchi e arabi prima benevolmente (per i capitali che portavano), poi con preoccupazione… Nel 1917, Lionel Rothschild, presidente onorario della “World Zionist Organisation”, concesse agli inglesi un grosso finanziamento. Il Ministro degli Esteri inglese, Lord Arthur Balfour, promise di favorire la creazione di una “National Home” ebraica in Palestina. L’espressione “National Home” era volutamente ambigua. Gli inglesi, ancor oggi, puntualizzano che non vuol dire “stato naziona-

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le”, ma tutti sapevano che solo in un loro stato, gli ebrei avrebbero potuto sentirsi veramente “at home”: a casa! Insomma gli inglesi avevano fatto un’altra promessa che non potevano mantenere, senza venir meno agli impegni che già avevano preso con gli Arabi. In realtà, gli inglesi avevano l’obiettivo di prendere il controllo di buona parte del Medio Oriente, di cui avevano capito per primi le enormi potenzialità economiche. I Britannici avevano stipulato accordi di spartizione anche con i Francesi, i Russi, e gli Italiani. Nel 1917, tutti gli accordi dovettero essere rivisti quando arrivò la notizia di un altro “tradimento”: la Russia aveva fatto una pace separata!

4. La disfatta della mezza luna Il ritiro della Russia dalla Guerra era stato causato dallo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre, che aveva portato al potere i Bolscevichi di Lenin, noti poi come Comunisti. Il crollo del fronte russo ebbe effetti drammatici in Italia e in Francia. Gli austriaci arrivarono fino al Piave, i tedeschi fino alla Marna... Meno devastanti furono le conseguenze sul fronte turco. I turchi strapparono ai Russi l’attuale Azerbajan, ma non poterono andare oltre perché dovevano affrontare gli inglesi, che avanzavano in Irak e Palestina. Nel Marzo 1917, i britannici avevano occupato Bagdad. Nel Novembre 1917, era stata presa la storica S. Giovanni d’Acri. Poi fu la volta di Gerusalemme. Il 9 dicembre 1917, la città santa fu occupata da un esercito composto d’inglesi, francesi, e anche italiani! Può stupire che Vittorio Emanuele III abbia mandato truppe italiane in Palestina quando gli Austriaci erano a due passi da Venezia. Probabilmente il re d’Italia si era ricordato di avere (per la sua antica parentela con i Lusignano) anche la corona, virtuale, di re di Cipro e di Gerusalemme. Insomma, le solite questioni di prestigio, che lasciano il tempo che trovano! Il titolo di re di Gerusalemme poteva, casomai, essere rivendicato dal re d’Inghilterra, che occupava anche Cipro… ma quali vantaggi ne avrebbe avuto? Re Edoardo non aveva nessun’intenzione di fregiarsi di un titolo altisonante, ma, forse, di cattivo augurio. Oltretutto gli inglesi avevano ottenuto i loro più importanti successi, grazie alle armi dei guerriglieri arabi... e ai soldi degli ebrei. Ogni richiamo alle antiche crociate doveva assolutamente essere evitato! La Grande Guerra continuò fino al Novembre 1918, e finì soprattutto per esaurimento delle risorse di Germania, Austria e Turchia.

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Nel 1918 anche Francesi, Inglesi e Italiani erano allo stremo, ma potevano contare sul supporto degli Stati Uniti d’America, entrati in guerra solo nel 1917, con truppe fresche, e soprattutto nuove armi, e mezzi quasi inesauribili. La Russia non aveva fatto in tempo a ricevere gli aiuti degli americani. Nel 1918, era in piena guerra civile… ma questa è un’altra storia! Per quanto riguarda il fronte turco, solo nel Settembre 1918 le truppe inglesi sfondarono in Siria, ricongiungendosi poi con l’esercito arabo del principe hascemita Feisal. Nel frattempo gli inglesi avevano completato anche l’occupazione dell’Irak e avevano già preso i primi accordi con i ribelli curdi. Altre promesse che non saranno mantenute! Il 30 ottobre 1918 i turchi chiesero l’armistizio. Ormai l’esercito turco controllava solo il territorio dell’Anatolia, attuale Turchia Asiatica. Costantinopoli era stata occupata da Inglesi, Francesi, e anche Italiani. L’impero ottomano, che per secoli aveva minacciato l’esistenza stessa dell’Europa cristiana, era finalmente crollato. Nel 1918 tutte le nazioni islamiche erano sotto il dominio (o il “protettorato”) di una nazione Europea. Era il trionfo dell’Occidente, ma non della Cristianità. Inglesi, Francesi e Italiani, avevano ormai una cultura laica in cui a fatica si potevano riconoscere le “comuni radici cristiane”. La cultura islamica era sconfitta, ma non distrutta. La sua rinascita partirà proprio dalla Turchia…

5. La rinascita della Turchia Dopo l’armistizio con la Turchia, incominciarono le trattative tra le nazioni europee su come sarebbe stato diviso l’ex impero ottomano. Il presidente degli Stati Uniti Wilson voleva che i confini dei nuovi stati fossero tracciati sulla base dei popoli che vi abitavano: turchi, armeni, curdi, e arabi. Le intenzioni di Wilson erano lodevoli, ma le nazionalità erano molto mescolate tra loro, e le operazioni di “pulizia etnica” dei turchi avevano terribilmente complicato la situazione. Poi c’erano le pretese della Grecia. Degni eredi dei bizantini, i greci erano rimasti neutrali per quasi tutto il conflitto, ma pretendevano una buona parte dei territori ex-ottomani: tutta la Tracia orientale, compresa Costantinopoli, la regione di Smirne, e tutte le isole dell’egeo, compresa Rodi! All’Italia era stata promessa la regione tra Smirne e Konya. I diplomatici italiani finirono per rinunciarci, ma chiarirono che avrebbero ceduto Rodi solo se e quando gli inglesi avessero lasciato Cipro: un argomento che gli Inglesi trovarono molto convincente!

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Nel 1920 i diplomatici furono costretti a firmare il trattato di Sevres, in cui erano cedute alla Grecia quasi tutta la Tracia orientale e la zona di Smirne. Costantinopoli sarebbe rimasta turca, ma soggetta a un regime internazionale. L’Armenia doveva diventare uno stato indipendente. Il Kurdistan sarebbe dovuto diventare una regione autonoma, all’interno della Turchia. Il trattato di Sevres fu poi chiamato “il trattato di porcellana”, perché si dimostrò fragile come le porcellane della città in cui fu firmato. Già prima della firma del trattato i militari turchi, che controllavano ancora l’Anatolia, si erano ribellati al governo del sultano. Il loro capo era il generale Mustafa Kemal, già distintosi nel 1915 sui Dardanelli, e nel 1916 in Palestina. Nel Maggio 1919, Mustafa Kemal sbarcò nel poro di Samsun, sul Mar Nero per guidare la rivolta contro gli invasori della Turchia. I Greci erano sbarcati in forze a Smirne, e avevano occupato le città greche dell’Egeo. Poi avevano avuto la pessima idea di avanzare verso l’interno… Per descrivere quello che successe dopo può bastare il monumento che i turchi hanno eretto, per celebrare la loro vittoria, ad Afyon, città diventata poi famosa per i papaveri dell’oppio. Molto realistica è l’immagine del gigante turco (una specie di Golia) che abbatte il greco ferito (che ricorda gli eroi di Fidia). Lo scrivente non ha potuto trattenere un moto di simpatia per il guerriero sconfitto. Certo i Greci se l’erano andata a cercare. Invece di difendere le loro città sulla costa, si erano andati a cacciare nella tana del lupo! Nella guerra contro i turchi, i greci moderni avevano cercato il riscatto di secoli di schiavitù, e forse il ritorno all’antica gloria dell’Ellade. Furono amaramente delusi: i tempi di Alessandro Magno erano finiti da un pezzo, e anche quelli delle crociate. La guerra greco-turca durò tre anni e, per i Greci, fu una disfatta completa. I Greci forse speravano che i vincitori della Grande Guerra imponessero ai Turchi il rispetto del trattato di Sevres. Ma Inghilterra e Francia erano occupate a dividersi il Medio Oriente, e con l’Italia la Grecia era entrata in contrasto, per via di Rodi. Le potenze europee intervennero solo, nel 1922, a guerra finita. L’ultimo atto di questa moderna “tragedia greca” fu l’occupazione turca di Smirne, che fu messa, letteralmente, a ferro e fuoco. Centinaia di migliaia di greci affollarono il porto cercando una qualunque via di fuga. La maggior parte dei profughi fu portata in salvo da navi da guerra inglesi e americane… Oggi la città, che si vanta di avere dato i natali a Omero, ha il nome turco di Izmir. Nel 1923, il trattato di Sevres fu sostituito dal trattato di Losanna, e alla Turchia furono assegnati i confini attuali.

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I turchi espulsero dal loro nuovo stato un milione e mezzo di cristiani greci. Per contro, settecentomila mussulmani turchi furono costretti a lasciare il territorio della Grecia. Gli ultimi cristiani armeni si rifugiarono in Russia o in America. La Turchia divenne un paese completamente mussulmano, e di lingua turca… a parte i curdi, che ancora oggi difendono la loro lingua e le loro tradizioni. Nel 1923, Mustafa Kemal divenne presidente della nuova repubblica turca, e ricevette il titolo di “Ataturk”: padre dei Turchi. Ataturk, per i turchi di oggi, è ancora un mito, molto più di un eroe nazionale. A Mustafa Kemal va almeno il merito di aver cercato di modernizzare il paese, avvicinandolo alla cultura europea, senza rinnegare le “radici islamiche”. La Turchia poteva diventare un esempio per gli altri paesi mussulmani. Così non è stato… Oggi l’integralismo islamico ha fatto anche in Turchia la sua ricomparsa: perfino a Costantinopoli /Istanbul, unica città turca in cui vivono ancora importanti minoranze cristiane! La Turchia recentemente ha chiesto di entrare nell’Unione Europea. Molti vedono favorevolmente l’ingresso della Turchia in Europa, anche per evitare che l’unico paese mussulmano laico sia travolto dall’integralismo religioso. Altri hanno chiesto che i turchi esprimessero almeno il loro rammarico per i massacri degli armeni del 1915/1916. Questa richiesta è stata nettamente respinta. Molti turchi negano che ci sia stato il genocidio armeno. Altri minimizzano… Oggi milioni d’emigranti turchi lavorano nelle città europee, soprattutto in Germania. Finora i lavoratori turchi non hanno creato grossi problemi, ma il fondamentalismo islamico rischia di contagiare anche loro. Senza contare il ricordo di quando l’impero ottomano ha rischiato di travolgere l’intera Europa. Mamma li turchi!

6. Il gran pasticcio del Medio Oriente Alla fine della Grande Guerra i francesi riuscirono a farsi affidare dalla neonata “Società delle Nazioni” un “mandato” su Siria e Libano. In Libano, la Francia aveva iniziato la sua penetrazione culturale sin dai tempi di Francesco I, a cui il sultano Solimano aveva concesso di diventare “protettore” dei suoi sudditi cristiani. Del resto molti cristiani maroniti erano, almeno in parte, discendenti degli antichi crociati franchi. In ogni caso, sotto i francesi, il Libano ebbe un risveglio culturale, e un decollo economico senza precedenti. I cri-

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stiani maroniti impararono a parlare francese meglio dell’arabo, e riscoprirono le capacità mercantili dei loro antenati fenici... Per un breve periodo il Libano fu chiamato“la Svizzera del Medio Oriente”. Era un paese relativamente ricco, dove sembrava che mussulmani e cristiani avessero finalmente imparato a convivere in pace. Sembrava! In Arabia le città sante della Mecca e Medina furono a lungo contese tra Hussein Ibn Ali, e Abdul Aziz Ibn Saud, entrambi ex alleati degli inglesi! Alla fine La Mecca fu occupata da Ibn Saud che divenne il primo re dell’Arabia Saudita. Gli inglesi trovarono allora un regno anche per due figli di Hussein: Feisal e Abdallah. Feisal divenne re dell’Irak, mentre Abdallah (bisnonno dell’attuale re Abdallah II) si dovette accontentare di un piccolo pezzo di deserto tra Arabia e il fiume Giordano, che fu chiamato Transgiordania, e poi Giordania. L’Inghilterra si fece assegnare dalla Società delle Nazioni anche un “mandato” sulla Palestina. Gli inglesi sapevano che la Terrasanta era “un paese difficile”, ma erano convinti che un’amministrazione “laica”, ma prudente, con mussulmani e cristiani, avrebbe permesso all’Inghilterra di continuare a dominare gli uni e gli altri. In Palestina però c’erano anche gli ebrei: i pochi che erano sempre vissuti in quel paese, e i “sionisti” a cui era stata promessa la “National Home”. Quando Lord Balfour, aveva preso il suo impegno con Rothschild, probabilmente pensava che il sionismo fosse solo un capriccio d’alcuni eccentrici ebrei ricchi. In condizioni normali ben pochi ebrei avrebbero lasciato i loro paesi per un futuro incerto in Palestina… ma le condizioni dell’Europa negli anni ’20 e ’30 non erano normali! Nella giovane nazione polacca i non-polacchi erano un terzo della popolazione. Gli ebrei di lingua yiddish erano milioni: presto molti furono costretti a fare le valigie! La situazione non era molto migliore in Cecoslovacchia, in Ungheria, in Unione Sovietica. Gli ebrei dovettero costatare che i nuovi stati nazionali erano più intolleranti con le minoranze etniche e religiose degli imperi degli Asburgo e degli Hollenzollern. Dopo l’avvento al potere d’Adolf Hitler, anche gli ebrei tedeschi (fino allora più tedeschi che ebrei) cominciarono a essere oggetto di persecuzioni. Non erano persecuzioni religiose, ma vero e proprio razzismo, che allora non si vergognava a presentarsi come tale.

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Gli ebrei in fuga sceglievano, per lo più, gli Stati Uniti. Solo i più coraggiosi, o forse i più disperati, giungevano in Palestina. Gli ebrei sionisti arrivarono nella “Terra Promessa” con lo stesso spirito dei loro antenati, guidati da Mosè e Giosuè. Come allora gli ebrei erano un popolo senza terra… ma la Palestina non era una terra senza popolo. Al posto dei Filistei ora c’erano i Palestinesi, di lingua araba, e, in gran maggioranza, mussulmani. Ancora nel 1919, il principe Feisal dava il benvenuto agli ebrei che si andavano stabilendo in Palestina, auspicando “un futuro comune sviluppo delle due comunità in spirito di concordia”. Molti s’illusero che la cosa fosse possibile. I sionisti compravano a caro prezzo le terre aride, e (a differenza dei loro antenati) erano pronti a collaborare cogli “indigeni” arabi, per farle fruttare. Negli anni precedenti alla Prima Guerra mondiale, in Palestina ci fu un continuo afflusso di lavoratori arabi, dai paesi vicini, forse addirittura superiore a quello dei coloni ebrei. Eppure… Gli arabi, con gli ebrei avevano vissuto in pace per secoli, ma gli ebrei palestinesi erano pochi, e, soprattutto sapevano stare “al loro posto”. I sionisti, invece, erano tanti, e, soprattutto, erano diversi. Fisicamente assomigliavano di più agli inglesi che ai loro correligionari palestinesi. Anche la loro cultura era europea, e il loro atteggiamento era troppo simile a quello dei coloni francesi in Algeria, o dei Boeri in Sud Africa. Gli arabi cominciarono a metterli sullo stesso piano dei colonialisti europei… anzi peggio, perché i sionisti erano arrivati per restare, come gli antichi crociati! La pacifica convivenza tra ebrei e mussulmani era possibile, ma a quali condizioni? I profughi ebrei non volevano più essere solo una minoranza “tollerata”. I sionisti incominciarono a organizzare le prime comunità rurali (i “kibbuz”), e le loro città (la prima fu Tel Aviv). Il loro obiettivo non poteva che essere uno stato nazionale! Gli inglesi stentavano a capire questi strani ebrei, che parlavano (in maggioranza) una specie di tedesco, ma si sforzavano di esprimersi in ebraico antico. Come gli antichi romani, i britannici cercavano di conservare il loro impero approfittando delle divisioni dei popoli soggetti. Da un lato la crescente ostilità tra ebrei e arabi favoriva l’occupazione inglese. Dall’altro… Presto cominciarono gli attacchi degli arabi contro le comunità ebree: talvolta spontanei, più spesso pilotati dai notabili palestinesi, che vedevano minacciato il loro potere. Gli inglesi si resero conto che non erano più capaci di mantenere l’ordine, e cercarono di bloccare l’immigrazione degli ebrei in Palestina. L’afflusso dei profughi continuò, ma nella clandestinità. Gli ebrei cominciarono a organizzarsi per difendersi, da arabi e inglesi. L’organizzazione militare più importante ebraica era l’Haganah, ma non era l’unica. C’era anche

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un’organizzazione ancora più estremista, guidata dall’ebreo tedesco Avram Stern, che s’ispirava agli antichi Maccabei e prendeva di mira, con attentati terroristici, soprattutto i soldati inglesi. Stern arrivò addirittura a cercare accordi con la Germania nazista! È fin troppo facile oggi affermare che la Palestina (con tutto quello che gli ebrei ci hanno investito!) poteva mantenere decorosamente sia la comunità araba sia quell’ebrea. Non era solo questione di soldi! Ormai la guerra tra ebrei e arabi era diventata una “guerra santa”, e come tale veniva combattuta. Ed era solo l’inizio…

7. L’Europa tra una guerra e l’altra Nel 1918, mentre a Parigi, si discutevano i trattati di pace, molti, tra i vincitori e i vinti, auspicarono un mondo migliore, in cui non ci sarebbero state più guerre. In realtà la pace durò così poco, che oggi c’è chi dice che le due guerre mondiali sono state in realtà due fasi della stessa guerra! I trattati di pace scontentarono tutti, vinti e vincitori, e i tentativi del presidente americano Wilson di fissare i confini degli stati, tenendo conto delle differenti delle popolazioni, finirono per creare nuove ostilità tra le nazioni europee, i cui effetti si sentono ancora oggi. Il problema più grande fu la divisione dell’impero austro-ungarico in cui convivevano (più o meno pacificamente) tanti popoli di lingua e di religione differente, mescolati tra loro. La Serbia riuscì a diventare veramente “il Piemonte dei Balcani”, riuscendo a convincere Croati, Sloveni e Bosniaci a entrare nel nuovo regno di Jugoslavia. Difficile capire oggi cosa abbia convinto Croati e Sloveni (cattolici, e di cultura mitteleuropea) a unirsi ai Serbi (ortodossi) e ai Bosniaci (in gran parte mussulmani). Forse, nel 1918, a tenerli insieme fu solo l’ostilità verso l’Italia, a cui contendevano Fiume, Zara (da cui partì la crociata della vergogna!) e la Dalmazia (ex veneziana). Il presidente americano Wilson si schierò apertamente dalla parte degli slavi, e la Francia fece addirittura un’alleanza con la Yugoslavia. Il compromesso che fu raggiunto alla fine scontentò tutti, e le proteste italiane per la “vittoria mutilata” favorirono, nel 1922, la salita al potere di Benito Mussolini.

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La Germania pagò la sconfitta con pesanti mutilazioni territoriali, e una gravissima crisi economica, che fu risolta solo quando, nel 1933, salì al potere un demagogo austriaco, con i baffetti. Adolf Hitler promise ai tedeschi di farli tornare all’antico splendore. Per un breve periodo, ci riuscì… Nel 1922 la Russia prese il nome d’Unione Sovietica. Il nuovo stato comprendeva quasi tutto il territorio dell’Impero degli Zar. Le regioni a maggioranza mussulmana divennero “Repubbliche Sovietiche” con una limitatissima autonomia… almeno fino al 1990! All’interno dell’Unione Sovietica le differenze religiose non contavano. Le religioni erano tutte malviste, anche se non espressamente proibite. La religione ortodossa era tollerata solo perché più accondiscendente col regime comunista. Altre Chiese, come la cattolica, furono ridotte a vivere nella clandestinità. La Chiesa Cattolica Uniate sembrava scomparsa, ma sorprendentemente è rinata dopo la fine del regime comunista. Quanto ai mussulmani... l’ostilità del regime era di tipo nazionalista, non religioso. Nelle “Repubbliche Sovietiche” dell’Asia Centrale fu favorito l’afflusso di coloni Russi, e l’insegnamento della lingua russa andava di pari passo con l‘indottrinamento politico. Anche la cristiana Armenia divenne una Repubblica Sovietica, almeno la piccola parte di Armenia che era stata occupata dalla Russia, e in cui molti Armeni si erano rifugiati. Si chiamava Repubblica d’Armenia, ma non era uno stato indipendente: non ancora!

8. Piccole Guerre Sante: Polonia, Irlanda, Spagna. Nell’Europa laica e materialista del Novecento sembrava non esserci posto per guerre sante. Invece, tra le due guerre mondiali ci furono tre conflitti in cui la componente religiosa ebbe una grande importanza. La prima fu tra la rinata Polonia cattolica e la nuova Unione Sovietica, comunista e atea. I Polacchi avevano sempre identificato la patria con la religione, ma questa volta avevano sperato di ingrandirsi in Ucraina, approfittando della guerra civile russa. Nel 1920, i polacchi arrivarono a occupare Kiev ma poi furono respinti dall’Armata Rossa, e ricacciati quasi alle porte di Varsavia. I polacchi allora chiesero aiuto all’Occidente. Papa Poi XI naturalmente li appoggiò, ma anche le nazioni capitaliste laiche di Francia e Inghilterra inviarono aiuti. Volontari (cattolici, protestanti e laici) accorsero dappertutto, e alla fine i polacchi fermarono i russi. L’Unione Sovietica fu costretta a riconoscere

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l’indipendenza della Polonia, e soprattutto a rinunciare a esportare la rivoluzione leninista nell’Europa occidentale... per il momento, almeno! È da notare che, per la prima volta nella storia i fautori delle libertà democratiche combatterono accanto ai partigiani della fede. Purtroppo, la nuova Polonia finì per avere un regime autoritario, e intollerante verso le minoranze (in primo luogo gli ebrei) come le vicine Germania e Russia. I polacchi si sentivano ancora minacciati, stretti tra due nazioni che per secoli avevano combattuto. Alcuni arrivarono a pensare che tedeschi e russi potessero mettersi d’accordo per una “quarta spartizione della Polonia”: cosa che, nel 1939, puntualmente avvenne! *** All’inizio del XX secolo ci furono anche due “guerre sante”, o quasi: guerre civili combattute anche in nome della religione. La prima fu in Irlanda, dove ancora nel XX secolo i cattolici erano oggetto di discriminazioni. Per secoli la religione cattolica era stata per gli irlandesi un segno di distinzione dagli inglesi. Il cattolicesimo era diventato legale in Inghilterra solo nel XIX secolo, e in Irlanda i cattolici erano ancora considerati “papisti”. Il movimento cattolico più radicale era l’Irish Republican Brotherood (IRB) che auspicava un’Irlanda indipendente e repubblicana. I combattenti dell’IRB aderivano all’Irish Republican Army, vale a dire l’IRA, sopravvissuto, come organizzazione terroristica, fino ai giorni nostri. Nel 1916, l’IRA organizzò una rivolta in tutta l’Irlanda, approfittando dell’impegno degli inglesi contro i tedeschi nella Grande Guerra. I tedeschi del Kaiser fornirono addirittura armi agli insorti: strana alleanza tattica tra luterani e cattolici! La ribellione fu immediatamente domata e gli inglesi reagirono contro tutti i fautori della causa irlandese. Il risultato fu che tutti i cattolici irlandesi finirono per chiedere l’indipendenza dall’Inghilterra, mentre in Irlanda del Nord i contrasti tra Cattolici e Protestanti si trasformarono in una vera e propria guerra civile. Era veramente “guerra santa”? “Orangisti” e “papisti” erano quasi uguali: parlavano la stessa lingua, avevano lo stesso brutto carattere, e soprattutto intendevano la religione “nello stesso modo”. Da Guglielmo d’Orange in poi, tra la comunità cattolica e quella protestante si era creato un solco che ancora oggi non è stato colmato. Nel 1921 l’Irlanda riuscì a diventare un “Dominion” (quasi) indipendente, all’interno dell’interno dell’Impero britannico, ma l’Irlanda del Nord rimase

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all’interno del Regno Unito, con un regime speciale, in cui i cattolici erano ancora più discriminati. Solo nel 1947 l’Irlanda è diventata una repubblica indipendente. Come bandiera ha adottato un tricolore, simile a quello italiano, ma, con, al posto del rosso, il colore arancione, per dare soddisfazione alla minoranza protestante “orangista”. In Irlanda del Nord, invece, “papisti” e “orangisti” hanno continuato a combattere per tutto il ventesimo secolo, e solo oggi sembrano vicini a un accordo! *** Un’altra guerra civile (l’ultima delle tante “guerre locali” che insanguinarono l’Europa, tra una guerra mondiale e l’altra) fu la guerra di Spagna, nata dopo l’“Alzamiento”, dell'Union Militar Española contro la Repubblica. La guerra del 1936 fu solo l’ultima delle tante guerre civili che insanguinarono la Spagna, dall’invasione di Napoleone in poi. Negli ultimi due secoli gli spagnoli sono rimasti neutrali nelle guerre europee, ma hanno combattuto aspramente tra loro, per motivi politici, e anche religiosi. Gli spagnoli più conservatori appoggiavano il ramo della dinastia borbonica dei “Carlisti”: assolutisti, ma anche fedelissimi alla Chiesa. Per contro i Borboni “Cristini” erano più liberali, e meno legati alla gerarchia cattolica. Sicuramente “laica” era la repubblica spagnola nata nel 1931. Tutti gli storici moderni fanno, giustamente, notare che l’“Alzamiento” promosso da Francisco Franco fu un colpo di stato militare contro un governo democraticamente eletto. Tutti condannano l’aiuto dato dal governo fascista italiano al movimento falangista di Franco, e soprattutto, l’intervento nella guerra di reparti della Germania nazista, che sperimentò in Spagna le “armi di distruzioni di massa”, denunciate anche nel quadro di Picasso “Guernica”... Tutto questo è la verità... ma solo una parte della verità. Quello che molti preferiscono tacere è che, per molti spagnoli, quelli che combatterono dalla parte “sbagliata” (?), la guerra civile è stata una “guerra santa”, anzi molti vescovi spagnoli la chiamarono addirittura “Cruzada”. I contrasti religiosi in Spagna iniziarono, quando, caduta la monarchia, fu instaurata la Repubblica Democratica dei Lavoratori. Fin dai primi giorni il governo, guidato dal massone Manuel Azaña y Díaz, permise manifestazioni anticlericali che portarono alla distruzione di un gran numero d’edifici religiosi. In seguito furono emanate leggi che requisivano i beni della Chiesa, trasformavano radicalmente le scuole cattoliche, addirittura proibivano manifestazioni religiose pubbliche! A nulla serve, ora, sostenere che la reazione anticlericale è stata la conseguenza di secoli di dominio della gerarchia cattolica in Spagna. In ogni caso questi

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provvedimenti provocarono lo schieramento di tutte le forze cattoliche con l’opposizione di destra. L’avvento al potere, nel Febbraio 1936, del Fronte Popolare fece temere a molti il peggio. Dal febbraio al luglio del 1936, gli assalti alle chiese e ai conventi si moltiplicarono. Il governo “popolare”, dominato dai comunisti, dimostrò, nei confronti dell’opposizione monarchica e cattolica, la stessa “tolleranza” che i loro nemici fascisti avevano dimostrato pochi anni prima in Italia. Il culmine delle aggressioni fu, nel luglio 1936, l’assassinio del parlamentare monarchico José Calvo Sotelo: una specie di Matteotti spagnolo, ma alla rovescia! Pochi mesi dopo l’Alzamiento, molte regioni della Spagna erano in mano agli insorti, e l’Europa si divise tra i fautori del “governo legittimo” e i falangisti. Durante la guerra civile furono commesse enormi atrocità, da entrambe le parti. È impossibile dire chi ne ha commesse di più... ma ha veramente importanza? I comunisti spagnoli combatterono la Chiesa cattolica, con ancora maggior impegno dei loro colleghi dell’Unione Sovietica. Furono uccisi migliaia di sacerdoti e suore, e anche dodici vescovi. Molti morirono gridando: Viva España, viva Cristo Rey! Nel 1987 i martiri spagnoli sono stati proclamati beati. Alcuni hanno criticato la loro beatificazione come ”politicamente inopportuna", rispolverando, secondo me a torto, l’antica polemica fascismo - antifascismo. I cattolici spagnoli hanno avuto il torto di essere stati alleati di Hitler e Mussolini. Colpa gravissima naturalmente, ma i comunisti spagnoli avevano come alleato il non più “rispettabile” Stalin, poco gradito, allora, anche a inglesi e francesi. Gli ultimi anni della guerra videro anche lotte interne alla sinistra: comunisti “ortodossi” contro trozkisti e anarchici. Erano guerre tra atei, ma combattute con la stessa passione delle “guerre sante”! La vittoria finale di Francisco Franco fu dovuta ai contrasti all’interno del Fronte Popolare, ma anche al tentativo di comunisti e anarchici di liquidare in pochi anni la religione cattolica, che per secoli era stata il simbolo stesso della nazione spagnola. La conclusione è stata la dittatura, quasi quarantennale, di Francisco Franco, benedetta anche dal discusso papa Pio XII. Per la Spagna è stato, un periodo nero, ma, in ogni caso, ne è uscita in condizioni migliori delle nazioni excomuniste dell’est europeo.

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9. La crisi del colonialismo Nel periodo tra le due guerre mondiali, l’egemonia europea in Asia e Africa era arrivata al suo punto più alto, e stava già iniziando il suo declino. Questo naturalmente lo possiamo dire col senno di poi, ma anche in quel periodo ci furono dei politici previdenti che cominciarono, per tempo, a prepararsi per la fase “post coloniale”, concedendo ai loro “territori d’oltremare” una limitata autonomia. Del resto in Europa non si faceva altro che parlare di libertà e democrazia. Questi valori valevano solo per gli Europei? Naturalmente no, e quindi proprio i cittadini delle “colonie” asiatiche e africane più “occidentalizzati” divennero i capi dei movimenti indipendentisti dei loro paesi. Già all’inizio del Novecento, la Corona Inglese aveva concesso a Canadà, Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa (insomma ai territori governati da “bianchi”!) lo status di “Dominion", con ampia autonomia amministrativa. Nel 1931 la brutta parola “Dominion” scomparve, e le ex-colonie divennero stati (quasi) indipendenti, sotto la corona inglese, come membri del “Commonwelth” britannico. Gli inglesi erano molto meno propensi a concedere autonomie ai loro sudditi “di colore”… All’India, che reclamava l’indipendenza, fu concessa una limitata autonomia, nel 1919. L’Indian Act scontentò tutti, anche agli indiani più inglesizzati che avrebbero voluto, almeno, essere equiparati ai sudditi “bianchi” di Sua Maestà. Tra i capi del movimento indipendentista indiano si distinse presto la figura di Mohandas Karamchand Gandhi (detto poi “Mahatma”) che promosse contro il governo inglese, una campagna di disobbedienza civile: una ribellione “non violenta”, ma non per questo meno efficace. La repressione fu sanguinosa, ma ebbe come unico risultato quello di unire tra loro tutti i gruppi indipendentisti. Gli inglesi sostenevano che solo il loro governo era in grado di mantenere l’equilibrio tra le tante comunità etniche e religiose del sub-continente indiano. In un certo senso avevano ragione! Il governo inglese era duro, ma relativamente giusto. Durante la dominazione britannica, l’India aveva avuto un periodo di pace, e relativa prosperità, mai conosciuta in passato. Gandhi non lo negava, ma faceva giustamente notare che i popoli preferiscono essere mal governati da loro rappresentanti, che essere ben governati da stranieri. Come tutti i leader politici indiani, Gandhi aveva studiato in Inghilterra. La sua famiglia era di religione indù, ma il “Mahatma”, sebbene profondamente religioso, era tutt’altro che integralista: anzi era quasi un agnostico. Gandhi cercò di

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coinvolgere nella lotta non-violenta contro gli inglesi tutti gli indiani, per costruire un unico grande stato, dove indù, mussulmani, sikh e cristiani, potessero convivere, in condizioni di pari dignità. I mussulmani accettarono di allearsi con gli indù, ma la loro fu solo una scelta tattica. I fatti che seguirono hanno dimostrato che i futuri “Pakistani” erano incapaci di accettare uno stato che non fosse governato dalle leggi dell’Islam. La lotta degli indiani contro gli inglesi continuò, violenta e non! Nel 1935, gli inglesi proclamarono un altro “Indian Act” in cui l’India diventava una federazione di stati, sotto il controllo della Corona inglese ma con una maggiore autonomia. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, molti politici inglesi si erano resi conto che l’Impero Britannico non avrebbe potuto durare a lungo, senza profondi cambiamenti. L’ultima speranza dei britannici era ormai il nuovo “Commonwealth”: un’associazione delle ex colonie in cui l’Inghilterra avrebbe conservato la supremazia, almeno per un po’ di tempo! *** I francesi erano meno lungimiranti degli inglesi, e non erano disposti a rinunciare neanche a un pollice del loro impero coloniale. Anche nelle colonie africane francesi c’erano movimenti d’indipendenza. Perfino in Algeria (francese già da un secolo) c’erano segnali di rivolta. La Francia era costretta a mantenere nelle colonie un esercito sempre più numeroso, ma il mito della “Legione Straniera” resisteva. Molti, in Francia, pensavano che i tutti i cittadini dei "territori d’oltremare" (mussulmani e cristiani) potessero aspirare a diventare dei veri francesi. Il problema si poneva soprattutto in Algeria, la cui classe dirigente aveva completamente assorbito la cultura francese. Molti algerini avevano studiato in Francia, e combattuto nella Grande Guerra. L’unica cosa che li distingueva ormai dai francesi era la religione. La religione contava ancora qualcosa nel laicissimo ventesimo secolo? Moltissimi “cristiani”, in Europa, erano diventati atei, o agnostici. Anche molti mussulmani sembravano avviati sulla stessa strada. Eppure... In Algeria i coloni di origine europea (i“Pieds Noirs”) erano quasi un quarto della popolazione. I “Pieds Noirs” erano solo in parte francesi. Molti erano di origine spagnola, italiana, maltese. I coloni avevano in comune solo il loro complesso di superiorità sulla popolazione araba e berbera. Anche la religione cristiana, era da loro sentita soprattutto come un elemento d’identità culturale, che li differenziava dagli “indigeni”.

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Ai “pieds noirs” cristiani avevano finito per unirsi gli ebrei: anche quelli che vivevano in Algeria da secoli, dopo essere stati cacciati dalla Spagna dei re Cattolici. I potenti ebrei francesi erano riusciti a portare tutti gli israeliti dalla loro parte. Agli ebrei algerini non sembrava vero, una volta tanto, di fare parte della classe dominante. Col tempo scopriranno di avere fatto la scelta sbagliata! I “pieds noirs” difendevano con le unghie e con i denti i loro privilegi nei confronti dei mussulmani. Gli algerini che tornavano nel loro paese, imbevuti di cultura francese, erano costretti a costatare che loro non erano veramente francesi, che per i "pieds noirs” non lo sarebbero stati mai. Fu così che ebbe inizio il movimento di rinascita islamica in Algeria... *** L’Italia fascista non si accorse nemmeno della crisi del colonialismo, e creò il suo piccolo impero proprio quando gli inglesi si stavano preparando ad abbandonarlo. Intorno al 1930, gli Italiani completarono la riconquista della Libia, (l’avevano quasi persa, durante la prima guerra mondiale!) liquidando poco alla volta le ultime tribù ribelli. Il simbolo dell’Italia colonialista divenne il generale Graziani, che, nel 1931, domò la rivolta della Cirenaica facendo impiccare il capo dei ribelli, Omar el-Muktar. Omar el-Muktar è il protagonista del film propagandistico "Il leone del deserto", fatto girare, molti anni più tardi, dal colonnello Gheddafi. Questo film stravolge completamente il solito cliché “italiani bravi gente”, che a Mussolini del resto non piaceva. In ogni caso gli italiani non fecero niente di diverso da quanto avevano fatto gli inglesi in Sudan dopo la ribellione del Mahdi. Per i ribelli libici fu “guerra santa"; per gli italiani solo il biglietto d’ingresso al “club delle grandi potenze”. Nel 1935, Mussolini decise infine di vendicare la vecchia sconfitta d’Adua, occupando l’Etiopia, unico stato africano rimasto indipendente. Molti dicono che la diplomazia italiana ha avuto via libera da Francia e Inghilterra. È probabile, ma i “trattati segreti” si possono sempre smentire! Quando le truppe italiane attaccarono l’Etiopia, la pubblica opinione europea (divenuta improvvisamente anticolonialista) insorse contro l’aggressione a uno stato libero, e per giunta cristiano. Inglesi e francesi si affrettarono a condannare pubblicamente l’Italia fascista, e fecero approvare dalla Società delle Nazioni delle sanzioni economiche contro l’Italia, che Mussolini definì pubblicamente come “inique”.

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Più che inique, le sanzioni si rivelarono controproducenti, perché la propaganda fascista riuscì a utilizzarle per far nascere in molti italiani un po’ d’orgoglio nazionale. Perché doveva essere negato all’Italia l’impero che Inghilterra e Francia avevano già? Per tenere su la vacillante economia italiana fu creato un regime di “autarchia”, e le “inique sanzioni” non funzionarono, anche perché pochi, alla fine, le rispettarono! Nel 1936 l’Etiopia, che aveva respinto per secoli invasori mussulmani e cristiani, fu conquistata. Le truppe del generale Badoglio entrarono ad Addis Abeba, e Mussolini poté annunciare con orgoglio il “risorgere dell’impero sui colli fatali di Roma”. La maggior parte degli italiani accolse con entusiasmo la notizia. Molti coloni partirono per la Tripolitania, la Cirenaica e l’Etiopia in cerca di un “posto al sole”. L’opposizione antifascista aveva, come unica arma, la satira. Non molto tempo dopo, cominciò a circolare, sottovoce, questa filastrocca: Quando Vittorio Emanuele era re, Una volta c’era il caffè! L’hanno fatto imperatore, C’é rimasto solo l’odore! Abbiam preso l’Albania E anche l’odore è andato via! Se prenderemo degli altri stati Se ne andranno pure i surrogati!

10. La Seconda Guerra Mondiale La Seconda Guerra Mondiale è stata il più sanguinoso conflitto di tutti i tempi. Non è stata assolutamente una “guerra santa”, neppure di nome, per nessuno dei contendenti. Nel 1939, la religione contava poco per gli italiani, pochissimo per gli inglesi, i francesi, e gli americani... praticamente niente per i tedeschi (nazisti), i russi (comunisti) e i giapponesi (nazionalisti agnostici). Questa constatazione dovrebbe smentire, da sola, il “dogma” degli “integralisti laici” (da Lucrezio in poi) che la religione è la causa di tutti i mali! Molti dei soldati, che si combatterono sui tanti fronti, si consideravano cristiani. Alcuni si convinsero anche che Dio era favorevole alla loro causa.

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I cattolici tedeschi combattevano contro i comunisti russi senzadio, come pure gli italiani dell’ARMIR, e i volontari spagnoli in Russia. D'altra parte anche l’esercito russo era pieno di cristiani. Stalin aveva chiesto, e ottenuto, l’appoggio della Chiesa ortodossa russa, e i pope erano tornati a benedire i soldati. La Chiesa cattolica, durante la guerra, non prese una posizione chiara. Non fu proclamata nessuna crociata, né antinazista, né anticomunista. Papa Pio XI aveva più volte condannato nazismo e comunismo, entrambi sicuramente avversi i valori cristiani. Negli ultimi anni il papa aveva preso le distanze anche dal regime fascista italiano, con cui pure, nel 1929, aveva firmato I Patti Lateranensi, facendo nascere la” Città del Vaticano”. Pio XII continuò la politica del suo predecessore, ma con alcune sfumature differenti, condannando “gli opposti estremismi” ma dando, di fatto, più risalto all’anticomunismo che all’antifascismo. Molti hanno rimproverato a Pio XII la sua politica troppo “prudente”, soprattutto negli ultimi anni della guerra quando le atrocità naziste erano ormai chiare a tutti. I suoi difensori fanno presente che quella “prudenza “ evitò al papa stesso di essere deportato in un lager, e salvò migliaia di rifugiati, politici ed ebrei, che si nascosero in Vaticano. Questo è un fatto innegabile, ma sul papa è rimasto l’alone del sospetto, che gli ha impedito di diventare beato, insieme a Papa Giovanni XXIII. Motivi politici spesso (giustamente) hanno peso nelle canonizzazioni. Appunto per questo trovo assurdo che al posto di Pio XII abbiano preferito fare beato Pio IX, le cui colpe politiche sono state molto maggiori! Quando la guerra cominciò ad andare male per la Germania, anche molti cristiani dell’Asse cominciarono ad avere il dubbio di stare combattendo dalla parte sbagliata. Molti fascisti diventarono di colpo di colpo pacifisti. Tanti, dopo l’8 Settembre, abbandonati da re e generali, se la squagliarono al grido: "Tutti a casa!" Altri ebbero il coraggio di cambiare bandiera, come anche molti preti partigiani. Ci furono quelli che rischiarono la vita per proteggere gli ebrei dall’olocausto, ma anche quelli che li denunciarono per trarne profitto. In ogni caso la Seconda Guerra Mondiale fu una guerra sporca come nessun’altra. Nel Maggio 1945, le truppe russe entrarono a Berlino. La Germania era a pezzi, ma il resto dell’Europa non stava molto meglio. L’Inghilterra, era la grande vincitrice, ma era uscita dalla guerra molto indebolita. La Francia era distrutta dopo anni di occupazione nazista. Quanto all’Italia... è meglio non parlarne!

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La Seconda Guerra Mondiale aveva completamente distrutto la supremazia europea. Le nuove grandi super-potenze erano diventate gli Stati Uniti d’America, e l’Unione Sovietica. La vecchia Società delle Nazioni si trasformò nella nuova Organizzazione delle Nazioni Unite, a cui aderirono, poco alla volta, anche le ex-colonie di Asia e Africa diventate indipendenti. Presto nell’ONU i paesi afroasiatici divennero la maggioranza... e molti di loro erano mussulmani!

11. Gli islamici e la Seconda Guerra Mondiale L’atteggiamento degli islamici nei confronti dei contendenti fu perlopiù filotedesco. La Turchia all’inizio fu favorevole alla Germania, ma i successori di Ataturk, a differenza di Mussolini, ebbero il buon senso di aspettare a prendere posizione. Cambiarono atteggiamento dopo le prime disfatte tedesche, arrivando perfino a dichiarare guerra ala Germania, negli ultimi giorni di guerra! Alcuni Arabi furono più impazienti... *** Nel 1941 Italia e Germania avevano occupato quasi tutta la Grecia e le truppe italo-tedesche comandate da Rommel sembravano marciare sull’Egitto. Molti arabi erano ostili agli inglesi. Se Rommel fosse veramente arrivato ad Alessandria, avrebbe avuto un’accoglienza trionfale! Per il trasferimento delle truppe indiane in Egitto gli inglesi usavano le loro basi in Irak. L’Irak era, in teoria, un regno indipendente, ma “ospitava” numerose basi militari inglesi. I britannici controllavano poi completamente l’economia del paese, e soprattutto, il petrolio. Lo scontento tra i militari iracheni cresceva. Il capo dei ribelli, il generale Rashid Alì, prese accordi con italiani e tedeschi, che promisero appoggio aereo. Nell’Aprile 1941, con un colpo di stato (primo di una lunga serie, in Irak!), il re fu deposto, e l’esercito iracheno attaccò in forze le basi inglesi… I fatti dimostrarono che il colpo di stato era stato mal preparato, e peggio condotto. Germania e Italia non furono in grado di fornire l’appoggio richiesto, e i ribelli furono presto sopraffatti. Gli inglesi furono di nuovo padroni dell’Irak e del suo petrolio, ma il rancore in Irak contro gli inglesi rimase... anzi rimane!

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Erano i primi segni del risveglio del nazionalismo arabo, ma la rivolta del 1941 non avvenne in nome della fede islamica: non ancora! *** In Iran, dal 1925, era al potere Reza Khan, primo (e penultimo!) scià della dinastia dei Pahlevi. Reza Khan aveva portato avanti una politica di laicizzazione dello stato simile a quella di Kemal Ataturk, ma con minore fortuna. Lo scià aveva cercato di ridurre la tutela economica degli inglesi affidando importanti appalti a società tedesche e italiane. Come manifestazione d’indipendenza non era molto, ma per gli inglesi era fin troppo! In Iran, all’inizio della guerra, lo scià Reza Khan proclamò la sua neutralità, ma agli inglesi non era abbastanza. I britannici chiesero allo scià l’espulsione di tutti i cittadini tedeschi e italiani. Lo scià si oppose, facendo presente che sarebbe stata la rovina dell’economia iraniana. Bastò questo rifiuto per rendere lo scià, agli occhi degli inglesi, un filo-nazista! Gli inglesi non potevano correre il rischio che in Iran ci fosse un’insurrezione come in Irak. L’Iran era importante, non solo per il petrolio ma anche perché, attraverso il territorio persiano, era possibile fare transitare truppe e mezzi di rifornimento per la Russia, invasa da Hitler. Nell’Agosto 1941 gli inglesi inviarono allo scià un ultimatum, imponendogli di permettere a Russi e Inglesi di occupare alcune regioni del paese, per garantire il passaggio d’uomini e mezzi dall’Oceano Indiano al confine russo. Lo scià rifiutò, ma inglesi e russi occuparono ugualmente il paese. Le truppe iraniane fecero una resistenza poco più che simbolica. Sembra che lo scià volesse solo dimostrare a tutti, e soprattutto ai tedeschi, che la neutralità dell’Iran era stata violata. Non credo che Reza Khan si aspettasse veramente che le truppe tedesche superassero il Caucaso e arrivassero in Iran, ma nel caso... Reza Khan fu deposto, e sostituito dal figlio Reza, secondo (e ultimo!) scià della dinastia. Questa ennesima spartizione dell’Iran tra inglesi e russi ha lasciato brutti ricordi nel paese. I Russi se n’andarono, di mala voglia, solo nel 1946. Gli inglesi ritirarono le loro truppe, ma mantennero la supremazia economica, finché poterono! *** Più complessa era la situazione in Palestina, dove da anni gli inglesi erano costretti a combattere contro ebrei e mussulmani.

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I mussulmani erano convinti che gli inglesi fossero a favore degli ebrei, e molti non nascondevano simpatie filonaziste. Gli inglesi invece facevano di tutto per non scontentare la maggioranza mussulmana, e arrivarono a rimandare indietro le navi dei profughi ebrei che fuggivano dall’Europa occupata. Nonostante tutto, la maggior parte degli ebrei, finì per schierarsi dalla parte degli inglesi. Solo il “Maccabeo” Stern (nel suo furore antibritannico) appoggiò la Germania. Per questo Ben Gourion (il futuro capo dello stato d’Israele) fornì agli inglesi le informazioni per farlo catturare, insieme con molti dei suoi seguaci. Stern morì nel 1942, ma la cosiddetta “Stern Gang” gli sopravvisse, e diede un grosso contributo nella guerra contro gli arabi del 1947. Molti ebrei considerano ancora Stern un eroe. Almeno quelli più estremisti... Man mano che venivano scoperte le atrocità dell’Olocausto, gli inglesi si trovarono di fronte a una difficile scelta: mantenere la loro politica filo-araba (come richiesto dalla ragion di stato) o permettere agli scampati dei campi di concentramento nazisti di sbarcare in Palestina, come reclamato a gran voce da tutta la pubblica opinione europea. In fine l’Inghilterra propose una spartizione della Palestina tra arabi ed ebrei. Soluzione che si dimostrerà molto difficile da attuare!

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Capitolo XVI Dalla Guerra Fredda alla Nuova Jihad (A.D. 1946-2001) 1. La Guerra fredda Può essere santa una “Guerra fredda”? Perché no? Dopotutto anche tra Europa e Impero ottomano ci sono stati lunghi periodi di “quasi pace”: solo qualche scaramuccia, e tante incursioni piratesche! Dopo la Seconda Guerra Mondiale in Europa era calata la “cortina di ferro”. I paesi dell’Europa Orientale erano diventati “satelliti” dell’Unione Sovietica: comprese la luterana Germania orientale, le cattoliche Cecoslovacchia e Ungheria, e la cattolicissima Polonia. Le chiese cristiane dell’Europa Orientale cercavano invano un modus vivendi con il regime comunista dominante. In Polonia, la chiesa cattolica era divenuta la principale forza d’opposizione. In Romania e Bulgaria la chiesa ortodossa aveva dovuto, come in Russia, completamente asservirsi al regime ateo dominante. In Iugoslavia e Albania non c’erano più differenze tra cattolici, ortodossi e mussulmani: il regime comunista sembrava avere cancellato ogni religione. Anche l’Italia ha rischiato di essere governata dai comunisti. Per sconfiggerli, Papa Pio XII è perfino ricorso all’arma medioevale della scomunica. Non sappiamo quanto ciò abbia influito sulla vittoria della Democrazia Cristiana alle elezioni del 1948, ma il papa, in Italia, contava ancora qualcosa. In Asia c’era la “cortina di bambù”. In Cina i comunisti di Mao Tze Tung si erano impadroniti del potere, e i cristiani avevano ripreso a essere perseguitati. Il comunismo si era esteso anche in Corea del Nord e al Vietnam del Nord... La Russia di Stalin si era messa alla guida di un movimento che doveva rovesciare i regimi capitalisti dell’Ovest e instaurare un nuovo ordine mondiale dove i poveri e i diseredati avrebbero finalmente avuto giustizia. In Italia era divenuta popolare la frase: Adda venì Baffone! Il comunismo non è mai stato una religione, ma molti l’hanno vissuto con questo spirito.

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La “religione comunista” ha avuto anche i suoi eretici. Nelle prigioni di Stalin i “dissidenti” hanno avuto un “trattamento” simile a quello inflitto, quattro secoli prima, dalla famigerata Inquisizione spagnola, ma più raffinato ed efficace. Agli accusatori non bastava che il condannato confessasse, e accusasse amici e parenti: volevano che si “pentisse”. In molti casi, il “reo” si pentiva davvero. Chi sopravviveva, nei “gulag” della Siberia, spesso era convinto di stare scontando la giusta pena! Come nel Rinascimento, molte “eresie” nacquero per permettere l’autonomia dello stato “satellite” nei confronti dello stato dominante. Così Tito creò il “suo” comunismo (un tantino più “liberale”) in Iugoslavia, Mao il “comunismo contadino” in Cina, Dubcek il “comunismo dal volto umano” in Cecoslovacchia. Perfino la piccola Albania trovò la sua “via nazionale al socialismo”! Adesso tutto questo è storia. Ai più giovani sembra addirittura storia antica! Lo storico del XXI secolo tende ora a considerare il periodo dei regimi comunisti solo come una lunga parentesi, e a dare più rilievo al risveglio, dei paesi africani e asiatici, dal 1946 in poi, soprattutto di quelli di religione mussulmana. Questi paesi allora erano chiamati “terzo mondo” ed erano considerati solo delle pedine nella lotta tra capitalismo e comunismo. In molte ex-colonie i russi subentrarono a inglesi e francesi, o almeno ci provarono. L’Unione Sovietica (dove gli islamici avevano ancora meno diritti dei cristiani) si proclamò paladina dei popoli oppressi, offrendosi di “guidarli” nella via del socialismo. Molti stati africani e asiatici fecero finta di crederci, e accettarono i finanziamenti sovietici, pur di sganciarsi, almeno in parte, dai vecchi colonizzatori. I paesi mussulmani, quando accettarono “ l’amicizia” sovietica, furono attenti a mantenere le distanze. I credenti sapevano bene che Comunismo e Islam non potevano andare d’accordo. Gli “integralisti” cominciarono a proporre una “terza via” che non era nient’altro che un ritorno al passato, alle tradizioni islamiche, alla Jihad. A molti sembrava un’assurdità, eppure...

2. La Lega Araba e lo stato d’Israele La Nuova Jihad è cominciata in Palestina. Nel 1946, la Francia fu costretta a concedere la piena indipendenza a Siria e Libano.

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In Libano Cristiani e mussulmani trovarono un accordo per creare uno stato multiconfessionale, con una Costituzione complicatissima che avrebbe dovuto mantenere l’equilibrio tra le tante religioni del paese: cattolici maroniti, cristiani ortodossi, mussulmani sunniti, sciiti e drusi. Per circa trent’anni sembrò che il sistema potesse funzionare, e il Libano fu citato come esempio di “coesistenza pacifica” tra gente di religione diversa. Siria e Libano aderirono alla nuova “Lega Araba” insieme agli altri stati arabi allora indipendenti: Arabia Saudita, Transgiordania, Irak ed Egitto. La Lega Araba doveva essere il primo passo per un grande stato mussulmano che ritrovasse lo splendore e la gloria degli antichi califfati. In realtà l’unica cosa che univa gli arabi era la religione mussulmana, e proprio l’Islam venne da molti invocato come forza d’aggregazione, contro gli “infedeli”. Ma chi erano gli infedeli? Sicuramente gli Inglesi e i Francesi, colonialisti e cristiani, ma soprattutto gli Ebrei che avevano avuto “la faccia tosta” di creare nella Palestina araba un loro stato nazionale! Fino al 1918, anche la maggioranza degli ebrei considerava il Sionismo un’utopia, perfino quelli che lo finanziavano. Le persecuzioni naziste, culminate nell’Olocausto, fecero diventare per molti l’emigrazione, una necessità. Quelli che poterono andarono ad accrescere la ormai numerosa (e potente) comunità ebraica americana. Altri trovarono solo l’aiuto delle organizzazioni sioniste, e partirono con entusiasmo verso la “Terra Promessa”. Nel 1946 i sionisti erano, circa, seicentomila. Poco importava, a chi aveva conosciuto il nazismo, che quella terra fosse già abitata. Il problema non se l’erano posto neanche gli ebrei di Giosuè, ma, nel XX secolo, la Palestina non era abitata da "idolatri" ma da fedeli di un’altra grande religione, pronti a combattere non solo per la propria terra, ma anche per il proprio Dio. Dicono che lo stesso Ben Gourion abbia, una volta, detto: “Se fossi arabo, io stesso mi opporrei all’arrivo degli ebrei in Palestina!”. Forse... ma lui non era arabo: era il capo di una nazione di profughi incattiviti dalle avversità, che avevano imparato a combattere. Gli ebrei d’Israele non volevano più essere una minoranza “tollerata”: pretendevano un loro stato! Era veramente possibile la convivenza tra Ebrei e Arabi? Già prima della fine della Seconda Guerra mondiale gli inglesi si erano resi conto che il loro “Mandato” sul territorio palestinese era impossibile da mantenere, e avevano cominciato a studiare una soluzione di compromesso tra Arabi ed Ebrei.

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Nel 1947, fu approvata, a larga maggioranza, una risoluzione delle Nazioni Unite che divideva la Palestina in due stati: uno a maggioranza ebrea, e l’altro a maggioranza araba. Gerusalemme (inclusa la “la città nuova”dove abitavano molti ebrei immigrati) avrebbe dovuto avere uno statuto internazionale. I due stati avevano frontiere complicatissime. La risoluzione dell’ONU prevedeva che i due stati avessero legami politici ed economici molto stretti: perfino la stessa moneta! Se ci fosse stata la buona volontà, da entrambe le parti, il sistema poteva anche funzionare... ma la buona volontà non c’era! Gli ebrei accettarono la risoluzione dell’ONU, anche se con molte esitazioni. Gli arabi rifiutarono con sdegno: non solo i Palestinesi, ma anche gli stati della Lega Araba, che si dichiararono tutti pronti a combattere per i “fratelli palestinesi”. Così, 850 anni dopo la caduta della città franca di San Giovanni d’Acri, la “guerra santa” tornò a infiammare il suolo della Palestina. Nel 1948 Ben Gourion proclamò la nascita del nuovo stato d’Israele. I confini non furono dichiarati. Sarebbero stati fissati sui campi di battaglia... sempre che lo Stato d’Israele fosse riuscito a sopravvivere! Ci riuscì. Nessuno riesce ancora oggi a spiegarsi come. Volontà divina? O forse incapacità degli arabi di fare un’efficace azione comune? Gli scontri tra le comunità ebree e quelle mussulmane furono feroci. Fecero molto scalpore i morti di Deir Yassin, (un villaggio palestinese vicino a Gerusalemme) uccisi dagli estremisti “Maccabei”, noti anche come “Stern gang”. Forse vi fu implicato anche l’“Irgun” del futuro primo ministro israeliano Begin. Gli arabi cercarono di trarre dai loro morti il massimo vantaggio, in termini di propaganda, cercando di far passare tutti gli israeliani come dei mostri. Ci riuscirono fin troppo bene! Centinaia di migliaia d’arabi lasciarono le città di Giaffa, di Haifa, e di tutto il territorio controllato da Israele. I fratelli arabi d’Egitto e Siria li incoraggiarono a lasciare le loro case: tanto sarebbero ritornati presto! All’inizio, gli ebrei se la videro veramente brutta. Furono cacciati da Gerusalemme vecchia. Poco mancò che perdessero anche Gerusalemme nuova, completamente circondata. Tutti gli stati arabi avevano mandato i loro eserciti in Palestina: Egitto Siria, Transgiordania... perfino il Libano!

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In realtà, tutti i capi di stato arabi volevano sfruttare la Jihad a proprio beneficio. Gelosie e le diffidenze reciproche impedirono anche un’effettiva collaborazione tra gli eserciti arabi e i reparti palestinesi. Re Abdallah di Giordania ebbe anche degli incontri segreti con gli Israeliani… Nel 1948, a fare vincere gli israeliani, furono gli aiuti massicci dei loro fratelli europei e americani, ma soprattutto la determinazione di chi non ha più niente da perdere. L’esercito d’Israele occupò un territorio più esteso di quello che era stato assegnato agli ebrei dall’ONU, e i paesi arabi furono costretti a una tregua. Le trattative tra Arabi e Israeliani furono effettuate tramite “negoziati indiretti”, perché i paesi della lega Araba si rifiutarono di riconoscere l’esistenza stessa dello stato d’Israele. I confini tra Israele e i paesi arabi furono fissati con un armistizio, a cui non fece seguito nessun trattato di pace. La Transgiordania s'ingrandì oltre il Giordano, e cambiò il nome in Giordania. Il confine tra Israele e Giordania attraversava la città di Gerusalemme, lasciando a re Abdallah la città vecchia, e agli israeliani i quartieri ebrei nuovi. L’Egitto ottenne solo la striscia di Gaza. La creazione di uno stato arabo palestinese fu rimandata “sine die”… *** Gli israeliani erano riusciti finalmente ad ottenere il loro stato nazionale. Nel 1948 erano ancora in pochi, e quindi incoraggiarono gli ebrei di tutto il mondo a stabilirsi in Israele. Ne arrivarono tanti, dall’Europa orientale ma anche dai paesi dell'Africa Settentrionale, dove ormai gli arabi odiavano tutti gli ebrei, sionisti e non! E i palestinesi? I più fortunati, forse, sono stati proprio i pochi rimasti in territorio israeliano. Almeno loro salvarono le loro case, anche se dovettero subire l’umiliazione di essere governati degli infedeli ebrei, che per secoli, i mussulmani avevano appena “tollerato”. Gli altri (allora già più di un milione) rimasero nei campi profughi, dove erano stati “provvisoriamente” alloggiati. Così è cominciata la “questione palestinese"... Oggi si può senz’altro affermare che con tutti i soldi che sono stati spesi per le guerre da ebrei e mussulmani, si sarebbe potuto trovare una sistemazione più che dignitosa sia per gli israeliani sia per i palestinesi: in Palestina o in altri luoghi di loro gradimento. Vero! Ma non è solo questione di soldi, quando si tratta di “guerre sante”!

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L’Europa, nello stesso periodo, era piena di profughi: italiani dall’Istria e della Dalmazia, tedeschi dai Sudeti e dalla Prussia, polacchi dall’Ucraina. Dopo un periodo di sbandamento, tutti i profughi europei sono stati riassorbiti dai paesi ospiti. Perché i palestinesi no? Eppure i palestinesi sono arabi e mussulmani come i loro vicini Egiziani e Siriani. Molti di loro sono colti, industriosi, ottimi lavoratori… Il fatto è che senza di loro non ci poteva essere la “guerra santa”, la “Jihad”. Gli arabi avevano bisogno di loro per continuare la guerra contro Israele. Ormai era una questione di principio: gli ebrei dovevano essere ricacciati in mare, come gli antichi crociati. Dai campi profughi della striscia di Gaza, del Libano, della Giordania, le incursioni di palestinesi in territorio israeliano continuarono. I coloni ebrei rispondevano con determinazione: disperati contro disperati. Gli ebrei erano più forti e meglio organizzati, ma anche per loro la vita nella Terra Promessa era una lotta continua. Vale la pena di fare notare che, in questa prima fase della lotta tra arabi ed ebrei, l’Unione Sovietica non intervenne in nessun modo. In quel periodo, Stalin era già abbastanza occupato ad allargare l’influenza sovietica in Europa. Forse i russi avranno anche pensato che una situazione instabile in Palestina avrebbe potuto, in futuro, creare delle condizioni favorevoli per un intervento sovietico... e così fu! Nel 1954 in Egitto salì al potere un generale di nome Abdel Gamar Nasser...

3. La crisi del 1956 Nel 1956, gli occhi di tutto il mondo erano puntati sull’Ungheria, dove la popolazione era insorta contro i Russi. Il cardinale Jòzsef Mindszenty, Primate d'Ungheria era alla testa della rivolta: libertà di religione e democrazia erano al primo posto, alla pari, nelle aspirazioni degli insorti. Gli ungheresi contavano sull’aiuto dell’Occidente, ma Francia e Inghilterra erano impegnate altrove… *** La crisi di Suez, nel 1956, a molti sembrò solo un capitolo della “guerra fredda” tra Unione Sovietica e Occidente. Solo oggi, che l’Unione Sovietica non esiste più, cominciamo a vedere questa guerra con l’ottica della Jihad. In realtà la

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“Guerra del Canale” fu una guerra “laica” tra europei e arabi, in cui Unione Sovietica e Stati Uniti intervennero solo in un secondo tempo. Inghilterra e Francia stavano perdendo i loro imperi coloniali, ma non si erano ancora rassegnate. La Francia era stata costretta a dare l’indipendenza a Tunisia e Marocco, ma resisteva ancora in Algeria. L’Inghilterra aveva lasciato l’India, ma sperava di trasformare il suo ex impero in un “Commonwelth” in cui avrebbe conservato la supremazia economica. L’Egitto non era mai stato, formalmente, una colonia inglese, ma sin dall’apertura del Canale di Suez gli inglesi (con i francesi) vi avevano fatto dai padroni. La situazione cambiò quando, dopo la caduta del regime di re Faruk, salì al potere Abdel Gamar Nasser. Per gli Arabi Nasser è ancora una figura carismatica, e da molti è stato paragonato al Saladino. Anche lui era d’umili origini, aveva un grande carisma, e voleva liberare la nazione araba dai suoi nemici europei... ma le analogie finiscono qui! Nasser aveva un’educazione europea, ed era mussulmano solo per tradizione, e per convenienza. Voleva l’indipendenza economica del proprio paese. Per finanziare i suoi progetti, cominciò a nazionalizzare le banche e le società inglesi e francesi. Il suo progetto più importante fu la costruzione della diga d’Assuan: un’opera “faraonica” che le banche europee e americane si rifiutarono di finanziare, almeno fino a che uno statista “poco affidabile” come lui era al potere. Nasser allora nazionalizzò anche la Compagnia del Canale di Suez, di proprietà anglo-francese, guadagnandosi il plauso di tutto il modo arabo, la simpatia dell’Unione Sovietica, e naturalmente l’ostilità d’Inghilterra e Francia. Per l’ultima volta nella storia moderna, la Gran Bretagna prese, un’iniziativa senza consultarsi con gli Stati Uniti, ed elaborò, con la Francia, un piano per l’occupazione del Canale. L’alleato naturale per quest’operazione era il nuovo stato d’Israele… Da quando avevano ottenuto il loro stato nazionale, gli ebrei non avevano fatto altro che combattere: contro la natura, dissodando e irrigando il deserto, e soprattutto con i vicini arabi. Ai confini d’Israele, dai campi profughi, i palestinesi facevano incursioni contro le colonie ebraiche, colpendo e fuggendo. Nella striscia di Gaza (già sovrappopolata) la vita era insostenibile. Quelli che potevano scappavano in paesi più ricchi come Kuwait e Arabia. Talvolta ottenevano una vita migliore, ma mai la cittadinanza: restavano sempre solo “palestinesi” senza patria, anche i loro figli e i loro nipoti! Gli israeliani si difendevano, ma l’Egitto restava il loro principale nemico. Quando Inglesi e Francesi li invitarono ad attaccare, gli ebrei non se lo fecero dire due volte. In pochi giorni gli Israeliani occuparono Gaza, attraversarono il Si-

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nai, e arrivarono nei pressi del canale di Suez. L’eroe israeliano fu un uomo con l’occhio bendato: il generale Moshe Dayan che, novello Sansone, sconfisse i discendenti dei Filistei e dei Faraoni. Subito dopo gli israeliani, arrivarono sul Canale i paracadutisti inglesi e francesi, con la scusa di separare i contendenti. Questo pretesto non ingannò nessuno. Non l’ONU in cui già molti erano stati afroasiatici (ex colonie). Non l’Unione Sovietica che minacciò addirittura di usare armi nucleari contro Londra e Parigi. E nemmeno gli Stati Uniti: il presidente Eisenhower, prese le distanze dai “bambini cattivi” inglesi e francesi, e diffidò anche gli israeliani. Inglesi, Francesi dovettero ritirarsi, con una perdita di prestigio enorme. Gli israeliani si ritirarono, sui confini precedenti. Ottennero solo di poter di usare il loro porto di Eilat, sul Mar Rosso, prima bloccato dai cannoni di Sharm el Sheik. Nasser ebbe tutto: le società nazionalizzate, il Canale di Suez e anche la diga di Assuan, costruita poi con i soldi russi. Come contropartita, l’Egitto entrò nella zona d’influenza sovietica. Gli americani preferirono non forzare la mano. Inglesi e francesi capirono che le grandi potenze, ormai, erano solo due! *** L’Unione Sovietica approfittò del momento favorevole per liquidare in pochi giorni anche la rivolta Ungherese. Ci furono grandi proteste in Europa e America, ma niente di più. Le guerre sante non interessavano gli europei: a loro bastava che il Canale fosse riaperto al più presto per avere benzina a costi più bassi. Nasser invece capì la debolezza dell’Occidente. Il richiamo all’Islam aveva funzionato, e il nuovo Saladino si autonominò capo della nazione araba, pronto a guidare nuove Jihad. Nasser si credeva invincibile. Eppure la facilità con cui l’esercito israeliano aveva occupato il Sinai avrebbe dovuto insegnargli qualcosa! Riprenderò più tardi la storia del Medio Oriente. Prima devo parlare delle “guerre quasi sante” nel resto del mondo, dove il colonialismo è ormai finito.

4. La fine del colonialismo in Asia Durante la Durante la Seconda Guerra mondiale, gli indiani si erano schierati ancora una volta dalla parte degli inglesi. Le truppe “sepoy” furono spesso decisi-

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ve, nelle battaglie contro tedeschi e giapponesi. Con la pace gli indiani “presentarono il conto”, e stavolta gli inglesi furono costretti a pagarlo. Furono avviate trattative per l’immediata indipendenza del paese, ma a questo punto i musulmani reclamarono un loro stato che vollero chiamare “Pakistan”. Il nome sembra che sia nato unendo le iniziali delle varie province del paese (Punjab, Afganistan, Kashmir), ma in lingua urdu vuol dire “terra dei puri”. I “puri” non volevano vivere accanto agli “impuri” indù. L’avevano fatto al tempo dell’Impero Mogol, ma allora comandavano loro! Invano Gandhi cercò convincere i musulmani a confluire in un unico stato multiconfessionale. Sapeva che una divisione del paese, dove indù e mussulmani vivevano da secoli gli uni accanto agli altri, non sarebbe stata indolore. Infatti, fu la guerra... anzi guerra santa! Nel 1947, l’India e Pakistan diventarono indipendenti, e i confini tra i due stati furono immediatamente contestati. Mussulmani e indù ricordavano ancora la battaglia di Panipat, di due secoli prima: per i primi era un ricordo glorioso, per i secondi era una tragedia che si sarebbe potuta ripetere. Infatti... La guerra santa divampò su tutta la frontiera, dal Punjab al Bengala orientale. Anche Calcutta, divenuta città di frontiera, fu teatro di sanguinosi scontri tra indù e musulmani, che solo Gandhi, a fatica, riuscì a far cessare. I morti furono centinaia di migliaia. Milioni di profughi si spostarono da Pakistan a India, e viceversa. Nel 1948 Gandhi si recò a Delhi, capitale della nuova India, dove la maggioranza indù si scontrava con la minoranza mussulmana. Il “Mahatma” cercò di utilizzare il suo prestigio per mettere pace, ma morì assassinato, da un "integralista” indù. La sua tragica morte mise fine a ogni speranza di pace tra mussulmani e indù, che continuarono la guerra per il possesso del Kashmir, tuttora diviso in due. Dopo il 1948 ci sono state altre guerre tra mussulmani e indù. Le più importanti sono state quelle del 1965 (che lasciò i confini tra India e Pakistan praticamente invariati), e quella del 1971 in cui gli indiani hanno favorito l’indipendenza del Bangladesh (ex Pakistan orientale), a maggioranza mussulmana ma meno oltranzista dell’attuale Pakistan. Ancora oggi Indiani e Pakistani non hanno trovato un accordo sul Kashmir, ma si può ragionevolmente sperare che gli attuali contrasti non sfocino in una nuova guerra. Oltretutto, ora, India e Pakistan dispongono entrambi di armi nucleari: una “guerra santa” nucleare non avrebbe molto senso!

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Gli integralisti indù ci sono ancora: l’integralismo islamico li ha rafforzati e scontri tra comunità indù e mussulmane, per un tempio o una moschea, sono tutt’altro che rari. Tuttavia l’India rimane, uno stato laico, dove i mussulmani (sono ancora tanti) hanno pieni diritti. In Pakistan, invece, i “puri” hanno preso la via dell’integralismo. La legge islamica è rigidamente applicata. Cristiani e indù rischiano, ogni giorno, la vita… Oggi gli estremisti pakistani hanno esteso il loro raggio di azione, ben oltre il subcontinente indiano… ma questa non è ancora storia: è cronaca! *** Durante la Seconda Guerra mondiale, l’Islam si risvegliò anche in Asia Orientale. Le truppe giapponesi avevano occupato anche l’Indonesia, ultima grande colonia olandese, dove avevano creato un governo locale. Quando i giapponesi furono cacciati da inglesi e americani, gli indipendentisti continuarono a governare il paese, e alla fine anche l’Olanda dovette riconoscere l’indipendenza del più popoloso stato mussulmano del mondo... Negli anni successivi, anche le altre “colonie” dell’Asia divennero indipendenti: le cattolicissime Filippine, la mussulmana Malaysia, e gli stati dell’ex Indocina francese (Laos, Cambogia e Vietnam). In Vietnam i francesi restarono finché poterono. L’ultima base a cadere nelle mani dei comunisti di Ho Chi Min fu la famosa Dien Bien Phu. Il Vietnam del Nord, buddista, ma con una forte minoranza cattolica, divenne una Repubblica Popolare, dove non ci poteva essere posto per nessuna religione. La maggior parte dei cristiani preferì emigrare nel Vietnam del Sud dove resisteva un regime “neo coloniale”, con l’appoggio americano, ma non durò a lungo! Il Vietnam (dopo la Corea) fu per molti anni il principale terreno di scontro tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Sembrava che destino del mondo si dovesse giocare nelle risaie del Mekong! Adesso Saigon si chiama Ho Chi Min City, tutto il Vietnam ha un regime comunista, ma la cosa non interessa più a nessuno. I vietnamiti hanno ripreso gli affari con gli USA. I monaci buddisti (i “bonzi”) che, per protesta, si facevano bruciare vivi, e la persecuzione dei cattolici dell’Indocina, per molti sono solo “fastidiosi ricordi”, da cancellare.

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5. La fine del colonialismo in Africa Tra il 1952 e il 1964, quasi tutte le “colonie” africane sono diventate stati indipendenti. La prima fu la Libia, poi Tunisia, Marocco, e tutte le altre colonie inglesi e francesi. La carta geografica dell’Africa cambiò completamente, ma pochi si rendevano conto di quelle che erano le conseguenze per le popolazioni. I confini degli stati erano stati fissati dagli Europei senza tenere affatto conto delle etnie, delle tribù e delle tradizioni africane. Gli europei erano convinti che i nuovi stati avrebbero continuato a subire l’egemonia della nazione che aveva “graziosamente” concesso l’indipendenza. Dopo tutta la classe dirigente dei nuovi paesi aveva studiato in Inghilterra o in Francia, e aveva interesse a mantenere lo status quo. In realtà il cosiddetto “neocolonialismo” durò solo pochissimi anni. Questo sia per i vari colpi di stato, che in ogni paese facevano salire al potere uomini nuovi, sia per il desiderio di molti “colonizzati” di rompere completamente col passato. Alcuni stati chiesero (e ottennero!) la protezione dell’Unione Sovietica. Altri paesi, a maggioranza islamica, pensarono di rifarsi alle tradizioni preesistenti all’arrivo dei colonizzatori. Poco importava che anche arabi e turchi avevano “colonizzato” tutta l’Africa Settentrionale nei secoli precedenti, che proprio i mussulmani avevano iniziato a dominare (e spesso schiavizzare) le popolazioni africane di pelle scura. Dal Marocco alla Nigeria, dal Sudan alla Somalia, l’Islam rialzò la testa, anche nei paesi in cui sembrava essere stato messo in disparte, come l’Algeria. *** In 130 anni di dominazione, gli Algerini avevano preso molto dai francesi: la loro tiepida religiosità, il senso della laicità dello stato, e soprattutto il loro nazionalismo. Molti algerini si sentivano francesi, volevano diventare veramente francesi. Soldati algerini avevano combattuto accanto ai francesi, nelle due guerre mondiali, e anche in Vietnam. In Francia molti erano disponibili a dare agli Algerini pari diritti. In Algeria no! I coloni francesi, i “pieds noirs” difendevano con le unghie e con i denti i loro privilegi. Quando il governo centrale francese decise di dare anche agli algerini mussulmani la piena cittadinanza era troppo tardi. Gli indipendentisti avevano scatenato

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una guerriglia, che metteva a dura prova l’esercito francese e la Legione Straniera. Il sentimento religioso islamico si era risvegliato. Chi prima era tiepido o agnostico si riscopriva mussulmano, per poter essere un vero algerino. Una nazione algerina allora non esisteva nemmeno. I capi algerini decisero di crearla appigliandosi alla religione mussulmana, e alla cultura araba, anche se ben pochi in Algeria parlavano l’arabo classico. Nel 1958 tornò al potere in Francia il generale Charles de Gaulle. Dopo pochi anni il generale si rese conto, suo malgrado, che l’unico modo di uscire dalla crisi algerina era di dare la piena indipendenza al paese. Nel 1962 L’Algeria divenne indipendente e “i pieds noirs” s’imbarcarono per la Francia. L’Algeria si è islamizzata in fretta, e nelle scuole ora si studia l’arabo. La cultura francese però è rimasta. Molti, nelle classi più colte, oggi rimpiangono un’Algeria che non è mai esistita, ma forse un giorno potrebbe diventare: islamica nello stesso modo in cui la Francia è cattolica, di lingua mista araba, francese e berbera, completamente integrata nella Comunità Europea. *** Vale qui la pena di accennare ad altri due grandi paesi africani dove convivono (e combattono) cristiani e mussulmani.: Nigeria e Sudan. In entrambi gli stati esiste una maggioranza mussulmana a nord, cristiana a sud. Le analogie però finiscono qui. La Nigeria è una nazione creata dagli inglesi mettendo insieme province di tradizioni diverse. La scoperta del petrolio ha creato ricchezza per pochi, e disordine e violenza per tutti. Nelle province del nord i governi regionali hanno voluto introdurre la legge islamica, (la Sharia) per punire più severamente i criminali comuni. Troppo tardi si sono resi conto che la Sharia impone anche pene oggi inaccettabili, come la lapidazione delle donne che hanno un figlio fuori del matrimonio... Adesso i Nigeriani mussulmani moderati non sanno più comportarsi. Ogni volta che l’opinione pubblica internazionale segnala il caso di una donna accusata d’adulterio, le autorità nigeriane cercano di trovare una”interpretazione” (o meglio un inghippo!) per salvarla Nessuno però ha il coraggio di ammettere che la Sharia oggi è inapplicabile, o almeno di dare direttive precise per la sua ”interpretazione”.

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Diverso è il caso del Sudan (ex anglo-egiziano) dove i mussulmani del nord hanno imposto il loro giogo ai cristiani e agli animisti del Sud. Nel 1956, partiti gli inglesi, il potere è tornato agli arabi del nord. I più integralisti si richiamano all’antica rivolta del Mahdi, e i cristiani sono tornati a essere perseguitati. Il problema è oggi molto più grave del passato, perché il Sudan comprende anche alcune regioni mai toccate dall’Islam, dove i missionari hanno convertito al cristianesimo la maggior parte della popolazione. Come se non bastasse, da pochi anni si è scoperto che le regioni del Sud sono ricchissime di petrolio. Il passato dimostra che una “guerra santa” può essere alimentata anche da motivi tutt’altro che santi. Intanto in Sudan la Jihad continua, nella quasi indifferenza del resto del mondo!

6. Pacem in terris Pio XII, il papa della guerra fredda, morì nel 1958. Nel conclave che seguì, dicono che il dibattito tra conservatori e riformisti fu molto acceso. Alla fine, com’è spesso successo in passato, si decise di eleggere un cardinale anziano, Angelo Roncalli, che sembrava ideale come “papa di transizione”. Giovanni XXIII fu eletto papa a 77 anni. Il suo pontificato fu breve (come previsto) ma sufficiente a dare una svolta alla storia della Chiesa Cattolica. Papa Giovanni fu il primo pontefice a scoprire, e utilizzare, la potenza dei “mas media”. Fu il primo a fare conferenze stampa, a viaggiare, a rendersi visibile a tutti, a sfruttare la sua immagine di “papa buono”. In breve divenne popolarissimo in tutto il mondo. Le sue encicliche erano tradotte in tutte le lingue, e ampiamente pubblicizzate. La più famosa, la “Pacem in terris” fu scritta nel 1961. Era un invito alla fine di tutte le guerre, sante e laiche, fredde e calde. Memorabile fu anche l’invito del papa al “laicissimo” Kruscev a ritirare i missili russi da Cuba, in nome della Pace. Questo monito, appunto perché non politico, potrebbe avere avuto il suo peso per la decisione finale del premier russo. Vale la pena di notare che, allora, la maggior parte dei “pacifisti” dava la colpa della crisi al solo presidente Kennedy. Papa Giovanni riuscì a ricevere consensi anche di molti cristiani non cattolici: ortodossi e protestanti. Perfino dagli ebrei, e da molti islamici, era guardato con simpatia.

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In compenso fortissime furono le contestazioni da parte del mondo cattolico conservatore. Giovanni XXIII mantenne la condanna al materialismo ateo, ma senza espliciti riferimenti al comunismo, in quanto tale. In ogni caso la scomunica ai comunisti di Pio XII fu lasciata cadere. Lo scrivente, che all’epoca era un ragazzo, ricorda di essere rimasto molto perplesso davanti al “papa buono”, giudicato da molti “troppo buono”. Faceva pensare a un nonno benevolo, non al padre autorevole (e autoritario) che era stato Pio XII. Adesso so che mi sbagliavo. Del resto quel papa “pacioccone” aveva tratto in inganno anche molti cardinali che lo avevano votato. Sembra che Papa Giovanni abbia detto. “La Chiesa deve essere un giardino da coltivare, non un museo d’antiquariato.” Giovanni XXIII fece una scelta irreversibile convocando il Concilio. Forse il papa ci aveva già pensato, quando ha scelto il suo nome: lo stesso dell’antipapa del concilio di Costanza. Facendosi chiamare Giovanni XXIII il papa negava la legittimità del suo predecessore, ma si richiamava a un Concilio, da cui doveva partire la Riforma della Chiesa, poi bloccata. Nel 1962 si aprì il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo. Vi parteciparono come osservatori anche sacerdoti ortodossi e pastori protestanti. I protestanti allora furono chiamati “fratelli separati”. Separati erano, e separati rimasero. Quello che cambiò, da allora, fu il loro atteggiamento nei confronti della Chiesa Cattolica: più morbido, e più tollerante, fatta eccezione per pochi “integralisti”, come i nord-irlandesi. Con gli ortodossi la riconciliazione fu ancora più netta, con la revoca delle scomuniche dei secoli passati. Molti sperarono, addirittura, in una clamorosa riunificazione. Alcuni lo sperano ancora… Giovanni XXIII morì nel 1963 e subito il popolo lo proclamò santo. La beatificazione ufficiale arrivò quasi 40 anni dopo. Il ritardo non fu solo dovuto a “motivi tecnici”. Il fatto era che non si voleva dare alla beatificazione una valenza politica. Per dare “un colpo al cerchio, e un colpo alla botte” si pensò di beatificare insieme con lui Pio XII. Poi si preferì Pio IX, ma su questo argomento ho già espresso la mia opinione. ***

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Il successore di papa Giovanni, Paolo VI, mantenne la linea riformatrice del suo predecessore, ma con molta più prudenza. Il concilio si chiuse nel 1965 con molte novità liturgiche, ma con risultati inferiori alle attese. Paolo VI è rimasto famoso soprattutto per i suoi viaggi, primo papa a visitare i fedeli di tutti i continenti, nell’intento palese di proclamare che il papa non era solo il vescovo di Roma ma il capo di tutta Cristianità. Il primo viaggio del papa fu a Gerusalemme, allora divisa tra Giordania e Israele. Più tardi Paolo VI andò anche in Turchia, dove incontrò, e abbracciò, Atenagora, patriarca di Costantinopoli. Fu un momento commovente, ma alla riconciliazione, non seguì nessuna riunificazione. Anche se Atenagora avesse deciso di dimenticare la “crociata della vergogna” del 1204, il patriarca di Costantinopoli aveva un’autorità solo nominale sulla chiesa greca, e nessuna su quella serba, romena, bulgara, e russa. Le chiese ortodosse erano (e sono) gelosissime della loro autonomia. Oltretutto, allora, molte erano anche condizionate dai regimi comunisti. In Turchia, il papa fece un gesto fin troppo conciliante con gli eredi dell’impero ottomano, restituendo le bandiere conquistate a Lepanto. Sarebbe stato giusto aspettarsi dai turchi un gesto altrettanto conciliante. Non potevano certo restituire la pelle scuoiata di Marcantonio Bragadin, ma la Turchia è piena di trofei strappati ai cristiani... Niente di tutto questo! Più tardi anzi (nel 1974), i turchi invasero per l’ennesima volta Cipro: la guerra santa, tra Turchia e Cristianità, non era ancora finita! Paolo VI sperava in una riconciliazione con tutti, anche con gli islamici, anche con i “senza dio”. A far la pace però bisogna essere in due. Un pacifismo ad oltranza di solito non porta non alla pace ma, più semplicemente... alla sconfitta! È successo agli spagnoli, nella prima invasione islamica, ai cristiani nelle ultime crociate, fino agli europei con Hitler, e agli americani in Vietnam! Intanto l’Islam si riarmava. Allora il bersaglio principale era lo Stato d’Israele, e il nuovo Saladino si preparava a ributtare gli ebrei in mare.

7. La fine del Saladino Nel 1958 il prestigio di Nasser aveva raggiunto il punto più alto. L’Egitto aveva riavuto il Canale e l’indipendenza economica. La diga d’Assuan era in costruzione.

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In più, come un tempo il Saladino, Nasser era riuscito a unire la Siria all’Egitto in una Repubblica Araba Unita. L’Unione tra Egitto e Siria non durò neanche tre anni, ma Nasser continuò ad adoperarsi per riunire tutti gli Arabi sotto un’unica bandiera. Nasser avrebbe potuto utilizzare i proventi del Canale, e le ricchezze confiscate agli Europei, per risollevare le sorti del suo paese. Invece spese tutto in armi (gentilmente fornite dall’Unione Sovietica) convinto che, per convincere gli altri arabi ad accettarlo come nuovo Saladino, ci voleva una bella guerra: una guerra santa! Israele era sempre lì, a dividere l’Egitto dalla Siria. I profughi di palestinesi di Gaza erano esaltati dalla propaganda contro gli infedeli. Ben poco potevano le truppe delle Nazioni Unite che erano state mandate a mantenere la pace. In Cisgiordania la situazione non era molto migliore. I profughi palestinesi reclamavano la guerra, acclamando Nasser, e forzando la mano a re Hussein di Giordania che (come il nonno Abdallah) faceva negoziati segreti con Israele, ma ufficialmente continuava a schierarsi con gli altri paesi arabi. In Siria, dalle alture di Golam, i cannoni bombardavano i kibbutz Israeliani presso il lago di Tiberiade. In Libano i palestinesi dei campi profughi (rimasti sempre esclusi dalla “Svizzera del Medio Oriente”) continuavano a fare incursioni in Galilea. Gli arabi non nascondevano affatto di prepararsi a una guerra... alla Guerra Santa. Lo dicevano a chiare lettere le televisioni di Egitto, Siria, e Giordania. Nel 1967, Nasser chiese, e ottenne immediatamente, il ritiro delle truppe ONU da Gaza. Poi impedì agli israeliani di usare il loro porto di Eilat, bloccando l’accesso del golfo con i cannoni del forte di Sharm El Sheik. La sproporzione di forze tra Israele e gli arabi era enorme. Nasser però voleva che fosse Israele ad attaccare per primo. Fu accontentato! Subito dopo l’attacco israeliano, le radio arabe cominciarono a proclamare: Il nemico è caduto nella trappola! Colpite! Uccidete! Non sapevano che gli israeliani avevano già vinto! La “Guerra dei Sei Giorni” è stata la più umiliante sconfitta subita dagli islamici in tutta la loro storia! Nelle prime ore di guerra gli israeliani distrussero completamente l’aviazione egiziana, siriana e giordana. La maggior parte degli aerei non ebbe neanche il modo di alzarsi in volo. La sconfitta era senza giustificazioni, né attenuanti. L’attacco degli israeliani era stato a sorpresa, ma era ampiamente prevedibile: gli arabi l’avevano addirittura volontariamente provocato!

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Quello che successe dopo era inevitabile. Le truppe arabe, senza più copertura aerea, crollarono sotto la pressione del galvanizzato esercito israeliano. In meno di tre giorni gli israeliani occuparono Gaza e il Sinai, giungendo fono al canale di Suez. Contemporaneamente fu occupata anche Gerusalemme Est e tutta la Palestina, fino al fiume Giordano. Gli ultimi tre giorni di guerra furono utilizzati da Israele per respingere anche l’esercito siriano, occupando le alture del Golam. A questo punto gli ebrei potevano tranquillamente accettare l’invito, tardivo, dell’ONU a fermare i combattimenti: la guerra era vinta, anzi stravinta! Egiziani, Siriani, Giordani, e tutti gli arabi accolsero la notizia con incredulità. La folla egiziana inferocita circondò le ambasciate di Stati Uniti e Gran Bretagna presunte alleate d’Israele. In realtà gli Israeliani avevano fatto tutto da soli, con i loro aerei Mirage, comprati dalla Francia, con denaro contante. Gli israeliani diffusero perfino un nastro con una conversazione telefonica, in cui Nasser e re Hussein discutevano su come dare la colpa di tutto agli Stati Uniti. Che importava? La gente crede solo a quello a cui vuole credere! Arabia Saudita, Kuwait, Irak... tutti i paesi arabi, e mussulmani si schierarono contro Israele, Stati Uniti ed Europa. Furono anche bloccati, per breve tempo, i rifornimenti di petrolio. La chiusura del canale di Suez fece aumentare il costo della benzina. Fu solo un anticipo di quello che sarebbe successo negli anni successivi, ma già allora gli arabi cominciarono ad accorgersi che la loro arma più potente era il petrolio. Qualcuno si sarà senz’altro chiesto cosa sarebbe potuto succedere se l’attacco a sorpresa d’Israele non fosse riuscito, se gli ebrei fossero stati effettivamente ributtati a mare. Qualche “pacifista” europeo l’avrà anche sperato. Magari avrà anche pensato che, eliminato il problema d’Israele, sarebbero finite anche le ragioni della Jihad islamica... e l’Europa avrebbe potuto continuare a prosperare col petrolio arabo! A smentire i “pacifisti a oltranza” basterebbe ricordare quello che è successo dopo le Crociate. I mussulmani hanno iniziato l’attacco a Costantinopoli, e all’Europa Orientale, poco dopo la caduta di S. Giovanni d’Acri! *** Alla notizia della sconfitta, Nasser fece finta di dare le dimissioni, salvo poi ritirarle immediatamente quando dimostrazioni popolari, abilmente orchestrate, lo “supplicarono” di restare.

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Intanto i profughi palestinesi erano diventati milioni. Quelli che poterono si rifugiarono negli stati arabi ricchi (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati del Golfo). Gli altri s’insediarono in campi profughi sul canale di Suez, sulle rive del Giordano, e in Libano. Tra loro si affermò un nuovo capo carismatico, Yasser Arafat, che diventò il capo indiscusso (o quasi!) dei Palestinesi. Molti lo riconobbero come presidente dello Stato Palestinese, allora solo virtuale. Nasser rimase al potere fino al Novembre 1970 quando morì di un attacco cardiaco. Aveva mandato in rovina il suo paese, tolto ogni speranza a milioni di profughi, mandato in crisi tutto il mondo arabo... eppure da morto fu onorato come il Saladino! Lo piansero in Egitto, nella Siria che aveva rifiutato il suo governo, e anche nella Giordania, invasa dai profughi. Le immagini del suo funerale furono trasmesse anche a Gerusalemme e negli altri territori occupati da Israele. Perfino in Europa, molti lo compiansero come “promotore della pace”! Molti lo consideravano addirittura un “moderato”, paragonato ad altri, come il capo palestinese Arafat. Solo in Israele, parlando del futuro capo dell’Egitto, ci fu chi ebbe il coraggio di dire: Peggio di Nasser non può essere... e deve essere diverso!

8. Guerra santa e petrolio Il successore di Nasser fu il suo vice, Anwar as-Sadat, allora considerato una figura di secondo piano. Dicevano che lo stesso Nasser lo aveva definito “ un paio di baffi sul nulla”. I fatti hanno dimostrato che Nasser non era capace di giudicare le persone. In breve tempo Sadat liquidò i suoi oppositori interni, e iniziò le manovre per risollevare le sorti di un Egitto demoralizzato, senza più i proventi del Canale, e pieno di debiti. In Europa subito lo considerarono un “moderato”. Più semplicemente era una persona ragionevole. Sadat sapeva che, anche se Israele fosse stato disponibile a restituire pacificamente tutti i territori che aveva occupato, al suo popolo non sarebbe bastato. Per risollevare il morale degli egiziani ci voleva un’altra Jihad, ma stavolta bisognava vincere! Sadat ottenne armi dall’Unione Sovietica, e finanziamenti da Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Del Golfo. La Siria si dichiarò pronta a entrare in guerra a fianco dell’Egitto. Anche l’Irak promise di mandare un contingente contro Israele. Solo Re Hussein di Giordania prese tempo, memore del disastroso esito

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dell’ultima guerra, e, soprattutto, della sua lotta contro i palestinesi durante il “Settembre nero”. L’alleato più scomodo di Sadat era Yasser Arafat. Dopo il “Settembre Nero” il capo dell’OLP si era trasferito in Libano, ospite tutt’altro che gradito, soprattutto per i cristiano maroniti. Nel 1972, alle Olimpiadi di Monaco, Arafat aveva iniziato la serie dei grandi attentati terroristici. All’inizio l’obiettivo degli assalti erano gli israeliani, e i loro simpatizzanti, ma poi il raggio d’azione si era esteso, in sostanza, contro tutti. Sadat era contrario al terrorismo, soprattutto perché gli allontanava le simpatie di tanti possibili sostenitori, e finanziatori! Nel Novembre 1973 tutti erano pronti per la guerra. Gli israeliani se lo aspettavano, ma stavolta non potevano essere loro a fare un attacco preventivo. Sadat attaccò di sorpresa durante la festività ebraica del Kippur, periodo in cui la vigilanza israeliana era, per forza di cose, ridotta. Il console romano Pompeo, duemila anni prima, era riuscito a vincere gli antichi ebrei con lo stesso stratagemma, attaccando di sabato. Sadat non vinse la guerra, ma, almeno, nei primi giorni, mise in gravi difficoltà Israele. Gli egiziani varcarono il Canale, e avanzarono nel Sinai. I siriani attaccarono sulle alture del Golam, con l’aiuto di reparti Irakeni. Intanto i paesi arabi avevano bloccato le esportazioni di petrolio. L’economia dell’Europa entrò in crisi. In Italia girava una canzoncina che diceva: Sadat, Arafatte ma che guaio avite fatte! Quando i rifornimenti finalmente ripresero, il prezzo del petrolio era salito alle stelle, e da allora è sempre rimasto ad alti livelli. Più saliva il prezzo del petrolio, e più aumentavano in Europa gli estimatori dell’Islam. Emiri e Sceicchi si trovarono con una quantità incredibile di “petrodollari” da investire. Li utilizzarono per palazzi di sogno, grandi moschee (anche a Roma!), e anche per qualche piccola “jihad”: Ben pochi di quei dollari andarono al popolo arabo, e ancora meno ai popoli mussulmani più poveri! Nella prima settimana di guerra, Israele rischiò veramente di cessare di esistere. Poi la situazione si capovolse, e un commando israeliano riuscì a superare il Canale, isolare l’armata egiziana nel Sinai, e portare la guerra in pieno territorio egiziano, a meno di 100 chilometri dal Cairo. Oggi sappiamo che gli Israeliani sono stati salvati solo dall’afflusso massiccio d’aiuti americani, tramite un ponte aereo. L’aiuto del presidente Nixon non fu

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dovuto solo all’intercessione degli ebrei americani. Si dice che Israele abbia minacciato di usare, contro gli arabi, armi nucleari. Era un bluff? Forse, ma funzionò! Il fronte egiziano si stabilizzò, e iniziarono i negoziati di pace. Il protagonista delle trattative fu il segretario di stato americano (d’origine ebrea) Henry Kissinger che riuscì a farsi benvolere anche dagli Egiziani. Le trattative furono lunghe ma portarono, nel 1979, a un vero trattato di pace tra Egitto e Israele. Sadat riebbe il Sinai, il Canale di Suez... e tanti aiuti economici dagli Stati Uniti. Le reazioni degli altri paesi arabi furono immediate. I Siriani, gli Iracheni, e soprattutto i palestinesi di Arafat, dissero che Sadat era un traditore, che aveva barattato Gerusalemme per un pezzo di deserto. Come Sadat era stato paragonato al Saladino, così Sadat fu paragonato al sultano egiziano Elkamil, che aveva ceduto, senza combattere, Gerusalemme a Federico II. Il paragone non regge. Era stato Nasser, non Sadat, a far perdere, agli Arabi, Gerusalemme. Sadat, invece, era riuscito a far riaprire il canale di Suez, e a recuperare il Sinai, in cui gli Israeliani avevano scoperto pozzi di petrolio, e, soprattutto, enormi potenzialità turistiche. Oggi Sharm El Sheich è nota per le sue spiagge, i suoi alberghi, e i fondali del suo mare che attirano i sub di tutto il mondo... terroristi permettendo! L’unica cosa che avevano veramente in comune Sadat ed Elkamil era un sincero desiderio di pace. La pace con Israele fece avere a Sadat un premio Nobel, ma gli costò la vita. Un integralista islamico lo uccise, nel 1981. Molti mussulmani esultarono: lo piansero solo i suoi ex-nemici! Nel 1995 anche il presidente Rabin, fu ucciso da un “integralista ebreo”, per avere cercato la pace con i palestinesi. La pace in Palestina è ancora lontana...

9. Altre guerre sante: Cipro, Timor, Iran. Intanto la Nuova Jihad si era estesa fuori della Palestina. Nel 1974 si aprì un nuovo focolaio di guerra in un’isola da sempre contesa tra Islam e Cristianità. L’isola di Cipro, nel 1960, era diventata uno stato indipendente. La maggior parte della popolazione cipriota è sempre stata greca, ma, negli ultimi tre secoli, si era formata nell’isola una forte minoranza di lingua turca e religione mussulmana. I turchi garantivano ben pochi diritti alle minoranze. Gli inglesi, più agnostici che cristiani, vollero dare ai mussulmani tutte le garanzie possibili. La costitu-

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zione della nuova repubblica di Cipro faceva dei turchi una minoranza ampiamente tutelata, quasi privilegiata. Il primo presidente della repubblica di Cipro fu l’arcivescovo greco-ortodosso Makarios. Era una strana scelta per uno stato laico multiconfessionale, ma i mussulmani lo accettarono, sia pure affiancato da un “vice” di etnia turca. Questo non impedì vari scontri tra greci e turchi, in molte località dell’isola. Forse la situazione si sarebbe stabilizzata se i greci, nel 1974 non avessero fatto un tragico errore… In quel periodo in Grecia c’era una dittatura militare, nota come “il regime dei colonnelli”. Sembra che furono i “colonnelli” ad aizzare alcuni rappresentanti della maggioranza greca a fare il colpo di stato che depose l’arcivescovo Makarios. Forse ci fu anche lo zampino della CIA americana. In ogni caso il colpo di stato fu immediatamente bloccato dall’arrivo dei turchi, che invasero tutto il nord dell’isola. Ci furono massacri, e centinaia di miglia di profughi, greci e turchi... ma molti più greci che turchi! Europa e Stati Uniti non intervennero. L’Europa occidentale era ostile ai “colonnelli greci”, e sempre più dipendente dal petrolio islamico. Gli Americani tenevano troppo all’amicizia dei turchi, loro alleati, nella NATO, contro la sempre più aggressiva Unione Sovietica. La guerra tra Islam e cristianità era ricominciata, e, ancora una volta, le discordie tra i paesi di tradizione cristiana avevano favorito i mussulmani. I turchi, che erano il 20 % della popolazione cipriota, si trovarono a controllare il 40 % dell’isola. Trent’anni dopo, la situazione è ancora la stessa: una repubblica greco-cipriota a sud (ora integrata nella comunità europea), e una repubblica turco-cipriota a nord. Adesso tutti i turchi vorrebbero unirsi all’Europa... ma a quali condizioni? *** Nel 1975 ci fu un’altra guerra tra Cristiani e mussulmani, praticamente ignorata dal resto del mondo. Successe nella parte orientale dell’isola di Timor, per secoli colonia portoghese, di religione cattolica, circondata dall’Indonesia mussulmana. I portoghesi erano stati gli ultimi liquidare il loro impero coloniale. Anche Timor doveva diventare indipendente ma fu occupata dalle truppe indonesiane, nella completa indifferenza delle grandi potenze. Gli americani, appena usciti dalla disastrosa esperienza del Vietnam, consideravano l’Indonesia un alleato. In più, c’era anche il non trascurabile fatto che l’Indonesia era un importante produttore di petrolio!

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La dominazione indonesiana, e il tentativo di imporre l’Islam a tutta l’isola, provocò una guerriglia che costò centinaia di miglia di morti, sempre nell’indifferenza generale. Alla fine i cristiani hanno vinto, almeno per ora, ma un prezzo altissimo! Nel 1999, gli abitanti di Timor est sono riusciti ad avere il loro piccolo stato indipendente, il secondo stato asiatico a maggioranza cattolica. L’ONU garantisce la sua sovranità. Almeno dovrebbe! *** Nel 1979, è iniziata un’altra guerra santa, all’inizio solo civile, in un paese mussulmano a cui Europa e Stati Uniti erano molto più interessati. Nell’Iran regnava lo scià Reza Pahlevi, noto, in Europa, soprattutto come marito della bella Soraya, poi sostituita dalla più giovane, e prolifica, Farah Diba. Invece di preoccuparsi tanto di avere un erede, lo scià avrebbe fatto meglio a consolidare il suo regno, in modo da poterlo veramente lasciare in eredità a qualcuno! Così non è stato. Reza Pahlevi aveva continuato la politica del padre Reza Khan nell’occidentalizzazione del paese, e aveva fatto costruire grandi opere pubbliche. Tehran era diventata una città moderna, dove gli occidentali, e gli iraniani abbienti, conducevano una vita piacevole... gli altri no! I proventi del petrolio che non finivano nelle tasche di pochi privilegiati, erano usati per comprare, dagli Stati Uniti, le armi più sofisticate. Reza Pahlevi era il più grande alleato dell’America nella regione. Lo scià era chiamato il “gendarme dell’Asia”, e gli americani contavano sul suo esercito per tenere a freno i più inquieti Irak, e Siria, oltre, naturalmente, la confinante Unione Sovietica. Oggi sappiamo che Reza Pahlevi fece molti errori. Più difficile è cercare di ipotizzare, anche col senno di poi, come lo scià avrebbe potuto trasformare il suo paese in uno stato con un minimo di democrazia e, soprattutto, giustizia sociale. Lo scià aveva a disposizione gli enormi profitti del petrolio, ma aveva al suo fianco dei “nobili” che, come desiderio di lusso, non avevano nulla da invidiare ai loro “colleghi” francesi nel 1789. Il “clero”, invece, in Iran si schierò col popolo, e preparò la “rivoluzione islamica”. Nel 1979, l’ahiatollah Khomeini prese il posto dello scià. Poco tempo dopo l’ambasciata americana fu invasa da “studenti” inferociti che presero in ostaggio i diplomatici, con l’esplicito appoggio del nuovo governo iraniano. Quest’umiliazione costò il posto al presidente americano Carter. Gli iraniani ritardarono di proposito il rilascio dei prigionieri, favorendo la clamorosa elezione del “falco” Reagan.

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Intanto l’Iran aveva cambiato completamente rotta. L’opposizione laica allo scià, che aveva appoggiato Khomeini, vide con sgomento il ritorno alla legge islamica più intransigente, all’obbligo dello "chador" per le donne, al ritorno a un passato che credevano dimenticato. I proventi del petrolio crollarono... e in ogni caso i religiosi si rivelarono non meno avidi dei laici! Nel 1980, il presidente dell’Irak pensò di approfittare dello stato di caos in cui si trovava l’Iran, per annettersi alcune regioni confinanti, ricche di petrolio. Il suo nome era Saddam Hussein...

10. Jihad e Crociata in Libano Beirut fu l’ultima città abbandonata dai crociati, nel 1291, poco dopo la caduta di S. Giovanni D’Acri. Proprio a Beirut si riaccese, nel 1975, la guerra santa tra cristiani e mussulmani. All’inizio gli arabi cristiani (di tutte le confessioni) erano completamente solidali con i mussulmani contro gli ebrei. Anche i cristiani di Gerusalemme erano per lo più dalla parte dei palestinesi, anzi si sentivano palestinesi. Clamoroso fu il caso di un vescovo melchita condannato da Israele per favoreggiamento al terrorismo. In Libano, la situazione cambiò quando i profughi palestinesi divennero tanti da cambiare completamente il fragile equilibrio del paese. Nel 1970 anche Arafat, dopo il Settembre Nero, si trasferì in Libano. A questo punto l’ostilità tra cristiani maroniti e palestinesi divenne guerra aperta. I maroniti sono la più numerosa comunità cristiana del Libano. Sono cattolici (riconoscono la sovranità del papa) ma hanno i loro riti e le loro tradizioni: molti preti maroniti, tra l’altro, sono sposati. Molti maroniti si vantano di discendere dagli antichi fenici, e anche dai crociati. In parte è vero. Sono sopravissuti anche grazie a Francesco I, che mentre combatteva Carlo V, si era fatto nominare dal Sultano ottomano “protettore” dei cristiani di Siria e Libano, ponendo così le basi per la dominazione francese di 400 dopo. In ogni caso, già prima del 1918, molti maroniti parlavano francese. Il potere politico ed economico del Libano era in mano a poche famiglie, per lo più di confessione maronita. I maggiorenti locali si tenevano il loro potere ben stretto: non volevano cederlo a nessuno, cristiano o mussulmano. I mussulmani erano divisi, tra sunniti, sciiti, e drusi. Poi c’erano i palestinesi, quasi tutti mussulmani, che in ogni caso facevano partito a sé. Gli altri mussulmani li consideravano intrusi, perché erano uno stato nello stato.

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Com’è incominciata la guerra civile? Chi ha fatto il primo massacro? Da quanto mi risulta, tutto sarebbe iniziato, nell’Aprile 1975, da una raffica di mitra sparata contro una folla di fedeli che assistevano alla consacrazione di una Chiesa, ad Ain Remmaneh, un quartiere di Beirut. Ci furono 4 morti e 7 feriti. Gli assassini avrebbero gridato "Siamo combattenti palestinesi”. Ci furono immediate ritorsioni dei “falangisti” maroniti, e altri assalti palestinesi a comunità cristiane. Il più importante (ma pochissimo pubblicizzato) fu il massacro palestinese nel villaggio cristiano di Damour, nel Gennaio 1976. Le vittime cristiane furono probabilmente migliaia. Quello che più sconvolge sono i dettagli del massacro: famiglie intere sterminate, donne e bambini smembrati, uomini mutilati ritrovati con i genitali in bocca. Tra i morti ci furono i familiari, e la fidanzata del capo falangista Elias Hobeika, che giurò vendetta. La guerra civile in Libano, tra le cento fazioni cristiane e mussulmane, continuò sempre più aspra. La stessa Beirut era divisa in due: Beirut est cristiana, Beirut ovest mussulmana. Europa e Stati Uniti assistevano impotenti. Gli europei erano sempre sotto il ricatto petrolifero arabo, gli americani erano timorosi di un intervento sovietico, e in ogni caso erano più interessati al destino d’Israele. Alcuni falangisti arrivarono alla conclusione che l’unico modo di vincere la guerra contro i palestinesi fosse proprio l’alleanza con Israele. Gli israeliani, da molto tempo, combattevano contro i palestinesi in Libano, da dove partivano continui attacchi dei Palestinesi contro la Galilea. Nel Libano meridionale Israele si era già alleata ad alcune milizie cristiane, nell’intento di creare una "zona cuscinetto” tra Libano e Israele. Nel 1982 scattò l’operazione “pace in Galilea” che portò le truppe Israeliane a Tiro, a Sidone e infine a Beirut Ovest dove si fermarono, proprio al confine della zona cristiana. Iniziarono le trattative per un formale trattato di pace tra Israele e il Libano, rappresentato dal presidente cristiano Bechir Gemayel. Bechir fu assassinato poco tempo dopo, e sostituito dal fratello Amin. In realtà anche all’interno della falange maronita c’erano discordie. Il leader falangista più legato a Israele era Elias Hobeika che colse l’occasione per vendicare il massacro di Damour con la strage di Sabra e Chatila (feroce come di quella di Damour, ma molto più pubblicizzata) eseguita dai maroniti, ma con la connivenza dell’esercito israeliano. Finalmente Europa e Stati uniti intervennero: fu inviata una forza di pace, composta di americani, francesi, e, per la prima volta, italiani. Il contingente italiano era l’unico venuto solo per mantenere la pace, oltre che per i soliti motivi di prestigio. Forse per questo gli italiani furono (quasi) rispar-

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miati dai continui attentati che colpirono invece americani e francesi, che invece erano venuti per difendere i loro interessi. Ho fatto varie ricerche su Internet. Moltissimi Siti parlano di Sabra e Chatila, pochissimi di Damour. Io personalmente sono incline a credere sia ai palestinesi sia ai maroniti, quando denunciano i crimini dei loro avversari... il che, naturalmente non giustifica quelli compiuti da loro stessi! La guerra in Libano è stata forse l’unica “guerra santa”che ha visto la strana alleanza di ebrei e cristiani contro mussulmani. In realtà i motivi politici ed economici erano talmente intrecciati con quelli religiosi che ci furono molti cristiani, mussulmani, drusi che si schierarono contro i loro correligionari, o cambiarono spesso bandiera. Nel 1982, Arafat fu costretto a lasciare il Libano, per trasferirsi in Tunisia. Tre anni dopo gli Israeliani lasciarono definitivamente il Libano. I Siriani sono rimasti. Tanti (cristiani e mussulmani) hanno accettato la presenza militare della Siria come il male minore, perché la “pax siriana” aveva fatto cessare guerra civile, e massacri indiscriminati. Oggi (2005) mussulmani e cristiani libanesi chiedono, insieme, il ritiro completo della Siria dal Libano. Qualunque sarà lo sviluppo degli eventi, la situazione della comunità cristiana (almeno di quello che ne rimane!) resta molto precaria. Forse un giorno il Libano potrà anche tornare “la Svizzera del Medio Oriente”, ma solo quelli che hanno molta fede osano sperarlo!

11. La fine della Guerra fredda Nel 1978, finì il pontificato di Paolo VI, iniziato con tante speranze ma concluso con una riforma lasciata a metà, lasciando scontenti, dentro e fuori la Chiesa Cattolica, sia i conservatori sia i progressisti. Il suo successore, Giovanni Paolo I, è rimasto in carica solo per un mese. Probabilmente sarà ricordato solo per avere usato il doppio nome di Giovanni Paolo, dichiarando di volere essere un riformatore come papa Giovanni, ma prudente come papa Paolo. Alla sua morte, il conclave elesse, a sorpresa, l’arcivescovo di Cracovia Karol Woityla, che scelse di essere chiamato col nome di Giovanni Paolo II. Sembra chiaro oggi che i cardinali, scegliendo un polacco, avevano voluto affermare che la Chiesa Cattolica non era solo italiana, e non si voleva più disinteressare dei cristiani dell’Est. Papa Giovanni Paolo II si dimostrò una vera spina nel fianco del comunismo europeo. Nel 1981, il papa subì un clamoroso attentato, proprio in Piazza S. Pietro,

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per mano del turco Ali Agca, che solo per un caso (o un miracolo!) non ferì mortalmente il papa. Molti accusarono l’onnipotente KGB, allora comandato da Yuri Andropov, futuro leader dell’Unione Sovietica. Le prove del coinvolgimento diretto del KGB non sono state trovate (e non si troveranno mai!), ma oggi ben pochi hanno il minimo dubbio su chi sono stati i veri mandanti. Papa Giovanni Paolo II (come i suoi predecessori) non aveva “divisioni” ma aveva il carisma di Giovanni XXIII, e la grinta di Pio XII. In ogni caso il papa diede speranza ai polacchi che si ribellavano (con Lech Valesa e “Solidarność“), e fece ritrovare a molti la fede perduta. Giovanni Paolo II fece il suo primo viaggio nella natia Polonia, e poi visitò tutto il resto del mondo incontrando ovunque un’accoglienza trionfale, che nessun papa aveva mai avuto. Karol Woityla trovò consensi anche tra ebrei e mussulmani. La visita del papa alla sinagoga romana è stata un evento storico. Più complicati sono stati i rapporti con lo Stato d’Israele, per il tentativo di Giovanni Paolo II di arrivare a una riconciliazione anche con i mussulmani, che dopo la rivoluzione iraniana, assumevano un atteggiamento sempre più integralista. L’atteggiamento del papa era probabilmente dovuto alla consapevolezza che, nell’età moderna, il pericolo più grande per la Chiesa Cattolica non è l’influenza delle altre religioni, ma il materialismo ateo, ampiamente diffuso a Oriente e a Occidente. Difficile dire fino a che punto l’opera di Karol Woityla sia stata decisiva, nella caduta del Comunismo Europeo. Tutti fanno notare che la crisi dell’Unione Sovietica è avvenuta soprattutto a ragioni economiche. L’enormi spese militari non permettevano alla Russia di essere un paese potente come gli Stati Uniti, e nello stesso tempo, assicurare ai propri cittadini un decoroso tenore di vita. Il fatto era che il comunismo sembrava capace di dare il pane, ma non il companatico. Una volta raggiunti i limiti minimi di sussistenza, la gente ha cominciato da un lato a cercare il benessere promesso dalle televisioni europee e americane, dall’altro a dare più importanza a esigenze di carattere spirituale. Mi piacerebbe poter dire con sicurezza che religione e libertà sono state più importanti di Coca Cola e TV a colori... ma purtroppo non ci posso mettere la mano sul fuoco. Poco è mancato, (quando al potere c’era Yuri Andropov) che l’Unione Sovietica, prima di soccombere, scatenasse la III Guerra Mondiale. Forse l’avrebbe fatto, se non ci fossero stati i missili nucleari americani, che sotto il presidente Reagan, si erano moltiplicati.

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Nel 1985, salì al potere Michail Gorbaciov che promosse la distensione con l’Occidente, e tentò qualche riforma interna. I suoi oppositori sostenevano che qualunque tentativo di riforma avrebbe mandato in rovina l’Impero Sovietico. I fatti hanno dimostrato che avevano ragione! Nel 1990, tutte le nazioni dell’est Europee avevano liquidato i regimi comunisti, il muro di Berlino era crollato, e la Germania era stata riunificata. Anche all’interno dell’Unione Sovietica, le “Repubbliche Socialiste” reclamarono, prima una maggiore autonomia, poi l’indipendenza. Un fallito colpo di stato militare fece precipitare la situazione, e tutte le repubbliche (ex) sovietiche divennero indipendenti. Nel mondo tutti dovettero rendersi conto che di Superpotenza ormai ce n’era una sola. Michail Gorbaciov aveva lasciato mano libera all’America su tutte le principali questioni internazionali, e non si era opposto neanche quando il presidente George Bush (Senior) aveva fatto approvare la prima risoluzione contro l’Irak, da dove Saddam Hussein aveva lanciato un’ennesima guerra, stavolta contro il Kuwait.

12. Le guerre di Saddam Il “rais” Saddam Hussein era diventato presidente dell’Irak nel 1979, dopo un ennesimo colpo di stato. Nel 1979 l’Irak era un paese moderno relativamente ricco, e con un‘economia in espansione. Saddam Hussein veniva da una famiglia di religione mussulmana sunnita, come tutti i governanti iracheni del XX secolo. In realtà Saddam si atteggiava a mussulmano solo quando gli faceva comodo. Uno dei principali collaboratori di Saddam era Tarek Aziz, di famiglia cristiana. Probabilmente Tarek Aziz non era più cristiano di quanto Saddam Hussein era mussulmano, ma, finché il ministro cristiano fu al potere, i suoi correligionari furono, almeno, lasciati in pace. Le guerre di Saddam furono combattute per i due classici motivi: denaro e potere. Di denaro Saddam ne aveva già tantissimo, e ne avrebbe avuto ancora di più se avesse sfruttato adeguatamente le sue riserve petrolifere. Il potere invece non è mai abbastanza. Siccome l’Irak non era abbastanza grande per lui, Saddam cercò di occupare alcune regioni dell’Iran appena oltre il Tigri e lo Shatt el Arab, ricchissime di petrolio. Oltretutto, quelle regioni erano anche abitate da popolazioni di lingua araba. Il caos in cui trovava l’Iran, nel 1979, indusse il “rais” a credere che la guerra sarebbe stata breve e facile.

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In realtà proprio la guerra con l’Irak finì per rafforzare il regime di Khomeini, trascinando l’intero paese in una guerra nazionale, e anche religiosa. Per gli Iraniani, sciiti, la guerra con gli iracheni divenne una Jihad, la continuazione delle lunghe guerre che gli scià degli ultimi secoli avevano condotto contro l’impero ottomano sunnita. Negli anni dal 1980 al 1986 gli iracheni furono all’attacco, ma gli iraniani resistettero. Dopo cinque anni, e migliaia di morti le sorti della guerra Saddam Hussein propose all’Iran di fare la pace, tornando ai confini del 1979. Troppo tardi! Adesso erano gli iraniani che volevano continuare la “guerra santa”. Dicevano che volevano arrivare fino a Gerusalemme, passando per Bagdad! Il rais allora si cosparse il capo di cenere e chiese aiuto ad Arabia Saudita, Emirati, Kuwait... perfino agli Stati Uniti. Tutti lo aiutarono. L’Iran integralista e sciita di Khomeini faceva paura a tutti. Gli anni dal 1986 al 1989 videro alleanze trasversali che non si erano mai viste durante le Crociate. Gli Americani fornivano armi e mezzi a Saddam... e alcune di queste finivano a Yasser Arafat, di cui Saddam era diventato il principale alleato. Solo Israele, nemico di Iran e Irak, non faceva sconti a nessuno: clamoroso fu il raid israeliano sulla prima centrale nucleare irachena, prima che fosse troppo tardi! Nel 1989 Iran e Irak firmarono la pace. Tutto come prima! Non era “successo niente”... a parte centinaia di migliaia di morti, e l’economia di Iran e Irak allo sfascio. Saddam Hussein avrebbe dovuto aver imparato la lezione. Almeno così pensava, nel Luglio 1990 l’ambasciatrice americana a Bagdad, prima di partire per le ferie. Pochi giorni dopo l’esercito iracheno aveva invaso il Kuwait. Così iniziò la “Guerra del Golfo”: Irak contro il resto del mondo. Persino l’Italia di Andreotti mandò dieci aerei: è stata l'unica azione di guerra condotta dall’Italia dopo la seconda Guerra mondiale. Saddam cercò di farsi passare come alfiere dell’Islam contro gli infedeli, ma quasi tutti gli stati mussulmani si schierarono contro di lui, inclusi Arabia, Emirati e Siria. L’Iran rimase neutrale, ma non nascose la propria soddisfazione, quando gli americani cominciarono a bombardare le città irachene. L’unico a schierarsi a favore di Saddam fu Yasser Arafat. A rimetterci furono, come al solito, i Palestinesi. La comunità palestinese in Kuwait era molto numerosa. Come gli altri emigrati mandavano avanti l’economia del paese, ma senza avere diritti politici. Molti di loro pensarono che Saddam e Arafat potevano dare loro la possibilità di un riscatto. Quando gli americani liberarono il Kuwait, tutti i

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palestinesi (a ragione o a torto) furono accusati di collaborazionismo, e tornarono a essere profughi. La vittoria di Gorge Bush (senior) fu “facile facile”, ma il presidente non ebbe il coraggio di completare il lavoro, eliminando Saddam Hussein. Ci penserà suo figlio!

13. La nuova Jihad Arrivato a questo punto, mi rendo conto quanto è difficile raccontare avvenimenti troppo recenti, mantenendo il distacco che uno storico dovrebbe avere. Dal 1990 in poi ci sono state molte guerre, e altre sono in corso mentre scrivo. Cercherò di riassumere gli ultimi avvenimenti che si possono ricondurre a questa storia delle “guerre sante”: antichi conflitti che sembravano sepolti e invece ora riaffiorano. *** Lo sfasciamento dell’Unione Sovietica ha fatto nascere molti nuovi stati, alcuni di lingua turca e religione mussulmana. Settant’anni di comunismo ateo avevano quasi annullato le differenze religiose tra le varie comunità, ma adesso sono riesplose. In tutte le repubbliche ex-sovietiche sono nati movimenti mussulmani integralisti. La Repubblica Federale Russa comprende molte piccole i “repubbliche autonome” a maggioranza mussulmana. La più nota è la Cecenia occupata dai Russi più di duecento anni fa. Il primo presidente russo, Boris Eltsin, aveva finito per concedere alla regione una notevole autonomia, quasi l’indipendenza. Ai governanti ceceni non era bastato, anzi avevano cominciato a diffondere la Jihad nelle regioni vicine, a cominciare dal Daghestan. Il risultato è stata la reazione armata dell’esercito della nuova Russia, di Vladimir Putin. Gli americani hanno cercato di fare pressioni sul governo russo per aprire trattative con gli insorti. Forse sarebbe stato possibile giungere a un nuovo compromesso, ma poi gli integralisti hanno incominciato una campagna d’attentati, di una tale ferocia, da fare passare, anche al pacifista più ostinato, ogni simpatia per la causa cecena. Dopo la strage (ripresa in diretta TV) di centinaia di bambini, in una scuola dell’Ossezia, i Russi hanno avuto mano libera in Cecenia. Il resto del mondo non sa: non vuole sapere!

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*** Nel 1991 c’è stata anche la dissoluzione della Jugoslavia. La nascita dei nuovi stati di Croazia e Bosnia ha riaperto vecchie ferite, e fatto rinascere secolari conflitti. Serbi, Croati e Bosniaci, parlano la stessa lingua: fino a pochissimo tempo fa era chiamata serbo-croata. A dividerli, apparentemente, c’era solo la religione. Possibile che le differenze religiose siano ancora importanti, dopo quarant’anni di comunismo ateo? In un certo senso sì! I Serbi sono di religione ortodossa. Credenti o no, si sentono diversi dai croati cattolici, e ancora di più dai bosniaci mussulmani. I serbi avevano combattuto per secoli contro i turchi: erano stati sconfitti ma mai domati. La Jugoslavia era un loro stato: vivere come minoranza, in Croazia e in Bosnia, era, per loro, inaccettabile. Le guerre nell’ex- Jugoslavia sono state le prime in Europa, dal 1945. I mussulmani bosniaci chiesero aiuto ai fratelli asiatici. Ne arrivarono fin troppi: Arabi, Afgani, Pakistani... I nuovi arrivati erano tutti integralisti, ansiosi di combattere per la Nuova Jihad, ma anche di “convertire” i troppo tiepidi (e per loro rammolliti!) “fratellastri” europei. In Bosnia, sono stati molto più pubblicizzati i massacri dei Serbi e dei Croati che quelli dei mussulmani. Sicuramente hanno incominciato i Serbi. Il massacro di Srebenica ha, giustamente, scosso le coscienze di tutto il mondo, ma ha anche mobilitato i combattenti della Jihad. Le conseguenze non si sono fatte attendere. Nell’ultima fase della guerra ci sono stati scontri anche tra mussulmani e croati cattolici (prima alleati!). Molti croati preferirono consegnarsi ai nemici serbi, piuttosto che cadere nelle mani degli “alleati” mussulmani! *** La questione palestinese è ben lontana dall’essere risolta. Nel 2000, l’israeliano Barak e il palestinese Arafat sembravano essere quasi arrivati a un accordo. Quando i confini tra la nuova Palestina e Israele erano quasi stati tracciati, (e si discuteva anche dello status di Gerusalemme) Arafat ha tirato fuori la vecchia questione dei profughi palestinesi. I discendenti dei profughi (dispersi in tutto il mondo) erano ormai milioni: secondo Arafat sarebbero dovuti tornare tutti nel territorio ora israeliano!

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Il negoziato si è immediatamente bloccato. Gli Israeliani accusarono Arafat di non avere mai voluto la pace. Probabilmente avevano ragione! Lo scrivente ha avuto modo di osservare di persona la situazione in Palestina nel Dicembre 2005. In quel momento la situazione era “relativamente calma”. Si parlava di nuovo di Pace, ma nessuno si faceva molte illusioni. Particolarmente pesante è la situazione dei cristiani palestinesi, stretti tra gli occupanti israeliani e gli integralisti islamici. A Gerusalemme è diventato difficile perfino fare la “Via Crucis” lungo la tradizionale “Via Dolorosa”, ora affollata di bancarelle, e di mussulmani che lanciano spesso frasi irriverenti, o veri e propri insulti. La frase che più mi ha colpito è stata: Quattro crocefissi cinque euro! Un padre francescano mi ha detto che lui sopporta con cristiana rassegnazione. Dopotutto Cristo ne ha passate di molto peggio! Come se non bastasse, i cristiani sono ancora divisi tra loro. La Chiesa del Santo Sepolcro contiene settori amministrati da greci ortodossi (la maggioranza), latini, armeni e copti. Nella parte greca sono state perfino eliminate le lapidi (e i resti) di Goffredo di Buglione e dei re crociati. I discendenti degli antichi bizantini hanno cercato di cancellare anche il ricordo del regno “latino” di Gerusalemme: l’unico periodo storico in cui la Cristianità è stata all’offensiva! *** Ormai la lotta per Gerusalemme è solo una delle tante Jihad in corso. Perfino in estremo oriente i mussulmani dell’Indonesia hanno cominciato a perseguitare i Cristiani: prima a Timor Est, poi nelle Molucche, a maggioranza cattolica. Nelle isole meridionali delle Filippine i mussulmani sono in minoranza, ma si sono ribellati chiedendo un loro stato: integralista islamico naturalmente! Piccole “guerre sante” sono in corso anche in Sudan, in Armenia, in Somalia, in Afganistan... e naturalmente in Irak! *** Nei primi secoli della Jihad avevamo individuato tre fronti tra Islam e Cristianità. Il “fronte ovest” ha cessato di esistere con la “Reconquista” di Granada, nel

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1492. Il “fronte sud” è finito con l’occupazione dell’intera Africa, da parte delle potenze europee. Unico “fronte storico” rimasto è il “fronte est” che ora parte dalla Turchia Europea, corre a est delle isole del mar Egeo, e taglia in due Cipro. Oggi questo è il “fronte” più tranquillo, ma resta il ricordo di massacri antichi e recenti: Mamma li turchi! Oggi i conflitti religiosi non avvengono più lungo determinati fronti. Cristiani, ebrei e mussulmani convivono in molti paesi del mondo. Dovunque ci sono incontri... e scontri! *** Gli americani hanno sempre avuto una cultura laica. Dicono di confidare in Dio, ma l’hanno scritto sui biglietti da un dollaro! Tutto è cambiato nel fatidico 11 settembre 2001, quando due aerei “kamikaze” hanno trasformato le “Twin Towers” di New York in “Ground Zero”. L’organizzatore degli attentati fu presto identificato in Osama Bin Laden, rampollo cadetto di una ricchissima famiglia araba. Osama, dopo avere fatto per lungo tempo il playboy, si era poi convertito alla causa della Jihad: una specie di S. Francesco alla rovescia! Da qui le guerre “quasi sante” in Afghanistan e Irak. Ma questa non è ancora storia: è cronaca! Oggi gli americani sono considerati da molti islamici come gli antichi crociati. Molti statunitensi si comportano veramente come se stessero combattendo una crociata: non in nome del Cristianesimo ma di valori come libertà e democrazia. Il fronte ovest è rinato, in America!

Ringraziamenti dell’Autore Ringrazio anzitutto Franco Gonzato, per la sua bella recensione nel sito w.ww.Cronologia.leonardo.it, che raccomando a tutti gli appassionati di storia, che ancora non lo conoscono. Un ringraziamento speciale all’Ordine dei Cavalieri di Malta, per il loro contributo (in passato) alla difesa della Cristianità e, (recentemente) alla mia salute, quando ero ospite di un loro ospedale, nel reparto della dottoressa, e amica, Rachele Zimmerman. Ringrazio infine Annalinda Rossi per il disegno della copertina, amici e parenti per il loro incoraggiamento a scrivere e, naturalmente, mia moglie Giuliana.

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