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La caccia

Oggi, a Jacopo tocca il turno di notte. Nei dormitori della Zeta Group c’è un silenzio angosciante, tutti dormono. Nessuno ha voglia di scherzare o ridere. Il caso Olfi schiaccia le loro teste come una pesante pressa. I sensi di colpa li puoi leggere chiari nel loro silenzio. È duro dover sputare nel piatto in cui mangi, è meglio chiudere gli occhi e sognare, è meglio mettere in stand-by la vita e pensarci al risveglio. Jacopo nella sua branda non riesce a dormire. Sente dei tonfi provenire dal corridoio, sembra il rumore di una palla che rimbalza e scivola via. Si alza di scatto per andare a vedere. A piedi scalzi percorre la camerata. Si ferma davanti alla porta. Il buio inganna la vista, il corridoio pare un lungo tunnel nero senza pareti, senza soffitto, senza pavimento, senza uscita. Jacopo fa fatica a riconoscere le sagome, sembrano una donna e un bambino. Si sente immobilizzato, come sotto anestesia, in quell’attimo prima di perdere coscienza, quando il cervello è sveglio ma non riesci a muovere gli arti e sei in trappola. Le due figure si avvicinano velocemente. Sono a quattro metri da lui, a tre, a due, a uno. Finalmente le vede. È il piccolo Olfi, con la carne bruciata, tesa e schiacciata sulle ossa consumate del viso. Il bambino tiene per mano una donna dai capelli chiari, naso lungo e viso stretto. Jacopo è terrorizzato, ha riconosciuto anche lei. È il pranzo della

Zona infetta  

di Giustina Gnasso, horror

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