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Giustina Gnasso

Zona Infetta

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ZONA INFETTA Copyright © 2010 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2010 Giustina Gnasso ISBN: 978-88-6307-337-9 In copertina: immagine Shutterstock.com Finito di stampare nel mese di Dicembre 2010 da Logo srl Borgoricco - Padova


Dedicato a tutti quelli che prendono la metro alle 8,30 del mattino.


Biografia

Nel 1980, fu selezionata un’equipe di scienziati per lavorare alla creazione di un’arma viva e biodegradabile: Giustina Gnasso. Oggi quella cosa, nell’attesa di un attacco alieno, lavora come addetta all’anticontraffazione dei bollini da Iper-Market.


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Introduzione

In seguito all’uso spregiudicato del conservante K222, da parte di una nota azienda dolciaria di nome Sfizietti Zuccherosi, inizia a svilupparsi fra la popolazione una strana forma di intolleranza alimentare che, agendo sul sistema nervoso, porta gli individui a una bulimica e feroce fame di carne umana. La Sfizietti Zuccherosi elimina dal mercato i prodotti che contengono il K222, ma è troppo tardi, poiché questo conservante si è accumulato per anni nel corpo delle persone e come un male dormiente si risveglia a distanza anche di decenni e non è possibile prevedere chi e quando colpirà. Un’azienda leader in disinfestazioni e derattizzazioni, la Zeta Group, fiuta l’affare e apre all’interno del proprio organico un nuovo reparto che si occupa di eliminazione degli inquinati, ossia gli uomini e le donne che hanno sviluppato l’intolleranza infettiva da K222.


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Zeta Group

Jacopo, con occhi sgranati, fissa il televisore mentre trasmettono uno dei soliti programmi di approfondimento. Beato, ravana nel naso neanche fosse una grotta immacolata e lui l’esploratore. Con le caccole estratte fa pallini di una sfericità che sfiora la perfezione, nobilitando il suo gesto quasi a una forma d’arte. “Dopo che le maggiori emittenti hanno reso pubblico il video shock della famiglia Olfi” dice la giornalista dallo schermo 14 pollici “oggi sono in migliaia a protestare davanti alla sede della Zeta Group, rivendicando diritti per gli inquinati. Come intendete reagire a questo malcontento popolare?” “Da vent’anni, la nostra azienda è leader in disinfestazioni, derattizzazioni e come ben sa, dopo la scoperta delle conseguenze del K222, anche in eliminazione degli inquinati” risponde un addetto alle pubbliche relazioni della Zeta Group “questo dovrebbe essere una garanzia di professionalità, soprattutto da parte dei nostri Executor, uomini scelti e addestrati per salvare migliaia di vite e abituati a rischiare in ogni missione la loro. Detto ciò trovo sconcertante il malcontento e lo sdegno che oggi ci viene rivolto contro.” “Ma come commenta il caso Olfi?” ringhia la giornalista. “Semplice. Penso che i media abbiano distorto la verità per aumentare l’audience. La famiglia Olfi era già morta, non l’abbiamo uccisa noi. Motivo per cui non comprendo l’etichetta di assassini spietati che ci viene affibbiata.” “Morta? In che senso morta? Siete voi che giudicate gli inquinati morti, è una vostra opinione. Nel video che tutto il mondo ha visto, gli Olfi non avevano niente di decomposto. Erano persone


9 spaventate che hanno pianto e supplicato di non essere ammazzate. La signora Olfi ha cercato di proteggere suo figlio fino alla morte, fino a quando non è stata bruciata con un lanciafiamme…” La donna sospira scossa. “Le ripeto che gli Olfi erano da considerare già morti. Il K222 ha solo agito in modo anomalo e gli inquinati hanno conservato ricordi, atteggiamenti ed espressioni di quando erano ancora in vita. Ma questo non deve ingannarvi: un inquinato è sempre un inquinato, quindi già morto. Gli Olfi hanno divorato, nel loro ristorante, più di trenta clienti. Io parlerei di questo. Il lanciafiamme è solo un particolare.” “Sì ma oggi la gente si chiede se gli Olfi potevano guarire o almeno non essere uccisi in modo tanto barbaro.” “Le ripeto per l’ennesima volta che erano già morti. Lo chieda ai parenti delle trenta vittime se c’era un modo per salvare gli Olfi. E ora, le faccio io una domanda: chi è che per dieci anni ha usato il K222 in biscotti, merendine, torte e budini senza preoccuparsi delle conseguenze che questo conservante avrebbe avuto sul sistema nervoso umano? Di certo non noi. Però nessuno fa mai il nome della Sfizietti Zuccherosi, o sbaglio?” Il volto dell’uomo diventa rosso come il naso delle renne di Babbo Natale e le sue piccole e sottili labbra mimano parole di rabbia. “Noi facciamo il lavoro sporco, ripariamo ai danni del K222 e sono i nostri Executor a rischiare la vita per ripulire tutto. E lo fanno anche per permettere a lei oggi di essere qui, non inquinata ma viva, a farmi queste sciocche domande e a cercare il capro espiatorio di turno. Quindi, e ora mi rivolgo a tutti i manifestanti e a tutte quelle persone che hanno sentito la loro sensibilità turbata” dice con tono sarcastico “se volete protestare contro qualcuno, dovete farlo contro chi ha


10 sperimentato il K222 sulla vostra pelle non preoccupandosi delle intolleranze che poteva scatenare dopo anni di continua assunzione. Attaccate chi non rispetta la vita e la morte, chi è la radice del problema e non la Zeta Group che pulisce i panni sporchi per il bene della comunità.” Jacopo spegne la TV, il suo volto si riflette nel monitor nero. Il viso è scavato, la barba incolta e i grandi occhi grigio topo sembrano guardare senza vedere. Annoiato, si passa le mani sul biondo cranio da skinhead. “fanculo” borbotta “nessuno in dieci anni si è mai lamentato della Zeta Group o si è mai preoccupato dei diritti degli inquinati, poi basta un video in televisione per risvegliare la coscienza popolare. L’italiano medio percepisce la realtà solo se la fanno passare in TV in prima serata, che merda!” Si avvicina allo stereo, spinge play e dalle casse si diffonde la voce di Frank Sinatra che canta L.O.V.E. La luce al neon ronza come una zanzara impazzita e riempie la stanza di una sbiadita tonalità di giallo. Jacopo ha ereditato il seminterrato dal padre che lo usava come deposito per la carne, faceva il macellaio. Trascinando i piedi, si avvicina al tavolo d’acciaio che troneggia al centro della camera. Sulla gelida e metallica superficie sta distesa una donna. Mani e braccia legate con una corda, incrociate, e bocca tappata con del nastro adesivo. I suoi occhi sono stretti e rossi per il pianto, le sopracciglia aggrottate per il terrore. Non avrà più di trent’anni: capelli biondi, occhi castani, naso lungo e viso stretto. Jacopo stringe nella mano destra un bisturi. Lo avvicina al collo della ragazza mentre fa la seconda voce di Frank. “L, is for the way you look at me. O, is for the only one I see.” I mugolii della ragazza battono in controtempo il ronzio del neon. Il ritmo della morte diventa sempre più incalzante. La lama affilata taglia la pelle, arrivando in profondità, neanche fosse burro.


11 “V, is very, very extraordinary. E, is even more than anyone that you adore can” canticchia Jacopo neanche fosse una casalinga indaffarata nelle pulizie della domenica. Il Sangue della donna tinge l’acciaio. Non si sentono più mugolii. Con mano ferma e leggera, lui poggia il bisturi su una mensola. Poi, afferra una motosega. La lama rotante stride come un neonato affamato. Al suo passare la carne si straccia, le ossa si grattugiano come tartufo pregiato e il sangue schizza con un’esplosione di colore. “Love is all that I can give to you. Love is more than just a game for two” vocalizza Jacopo portando il tempo con il piede mentre separa prima le braccia, poi le gambe, la testa e infine il tronco che divide in due parti. Prende dalla mensola la pellicola trasparente e come una massaia navigata avvolge la carne fumante e la ripone in un grande freezer da bar. “Two in love can make it” continua a canticchiare stonando “Take my heart and please don't break it. Love was made for me and you.” Jacopo tiene fuori un braccio e una gamba e li mette in una bacinella. Si avvicina alla cella frigorifera, regola il termostato sui tre gradi ed entra. Ad aspettarlo c’è un donna, il collo è legato con una lunga catena a un gancio nel muro. Il viso è pallido, bluastro e le labbra sono rosse, non di vita ma di sangue, di qualcun altro. I lunghi capelli biondi cadono arruffati e annodati su lembi di stoffa che si fingono vestito, sembra che si sia strappata gli abiti con le unghie. “Ciao Anna, ho alzato la temperatura. Perdonami piccola per tutto questo gelo, ma dicono che sei morta e il freddo, ho pensato, ti aiuterà a bloccare la decomposizione. Ma se esagero mi diventi carne da Iper-Market” sorride teneramente e le lancia la gamba e


12 il braccio mentre Frank continua la sua serenata. La donna corre urlando verso la preda morta. Affonda i denti nei tendini e nei muscoli, inzuppandosi bocca e capelli di sangue. Jacopo con la mano destra le tira un bacio. “Tesoro mangia tutto, ci vediamo dopo, ora vado a lavorare. Ti amo Anna.” La donna non alza la testa dal suo pranzo e avida rosicchia le ossa sottili. “Io non ti abbandono piccola” le sussurra mentre va via a testa bassa. Jacopo torna nella stanza con il tavolo d’acciaio, in un angolo c’è un box doccia. Si sfila la T-shirt sporca di sangue e tira giù i jeans. Dalla tasca dei pantaloni prende il portafogli, lo apre e osserva una foto. Ci sono lui che sorride mentre abbraccia la donna bluastra che però ha qui un colorito roseo da bambola di porcellana. Sbuffa mentre ripone tutto a terra, con cura. Gira la manopola dell’acqua calda e quella dell’acqua fredda, cercando l’equilibrio perfetto. Il getto cancella le tracce di sangue e peccato. Si asciuga frettolosamente. Da una sedia, prende la tuta nera in vinile e pelle, perfetta per proteggerlo dai morsi degli inquinati. Da otto anni porta questa divisa. La divisa della Zeta Group, reparto Executor. Prima di diventare un Executor, Jacopo aveva fatto una lunga gavetta con le disinfestazioni e le derattizzazioni. Per tre anni, topi, blatte e parassiti di ogni genere erano stati il suo pane quotidiano. Poi un giorno gli fu offerta dall’azienda l’occasione di frequentare un corso di specializzazione per rispondere all’emergenza inquinati. Lui accettò, ma solo per lo stipendio più alto.


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La caccia

Oggi, a Jacopo tocca il turno di notte. Nei dormitori della Zeta Group c’è un silenzio angosciante, tutti dormono. Nessuno ha voglia di scherzare o ridere. Il caso Olfi schiaccia le loro teste come una pesante pressa. I sensi di colpa li puoi leggere chiari nel loro silenzio. È duro dover sputare nel piatto in cui mangi, è meglio chiudere gli occhi e sognare, è meglio mettere in stand-by la vita e pensarci al risveglio. Jacopo nella sua branda non riesce a dormire. Sente dei tonfi provenire dal corridoio, sembra il rumore di una palla che rimbalza e scivola via. Si alza di scatto per andare a vedere. A piedi scalzi percorre la camerata. Si ferma davanti alla porta. Il buio inganna la vista, il corridoio pare un lungo tunnel nero senza pareti, senza soffitto, senza pavimento, senza uscita. Jacopo fa fatica a riconoscere le sagome, sembrano una donna e un bambino. Si sente immobilizzato, come sotto anestesia, in quell’attimo prima di perdere coscienza, quando il cervello è sveglio ma non riesci a muovere gli arti e sei in trappola. Le due figure si avvicinano velocemente. Sono a quattro metri da lui, a tre, a due, a uno. Finalmente le vede. È il piccolo Olfi, con la carne bruciata, tesa e schiacciata sulle ossa consumate del viso. Il bambino tiene per mano una donna dai capelli chiari, naso lungo e viso stretto. Jacopo è terrorizzato, ha riconosciuto anche lei. È il pranzo della


14 sua Anna. Le braccia della ragazza si staccano dal tronco con un leggero scricchiolio e così anche le gambe. Il busto cade e lei inizia a urlare; il bambino spaventato piange torcendo le manine carbonizzate. “Aaaaaaah…” grida Jacopo “Calma, calma. Stavi sognando. Calma, è tutto a posto.” Jacopo è nella branda, di fianco a lui c’è Luca, un suo collega, che lo fissa con i grandi occhi nocciola mentre, con tono da Nonna Papera, cerca di tranquillizzarlo. “Che ore sono?” chiede Jacopo. “È ora di farti una doccia e tornare a casa. Tra dieci minuti abbiamo finito il turno e grazie al cielo senza nessuna fottuta chiamata” risponde il socio. “Quindi sono le otto?” “Sì, vai a casa a rilassarti, hai una faccia!” esclama Luca. “E tu copriti quelle braccia cazzo! Me la devi proprio sbattere in faccia la tua tossicodipendenza?” “Non rompere le palle! Ti ho sentito urlare e sono saltato giù dalla branda e nella fretta ho dimenticato di mettermi la maglia.” “Cerca di stare più attento che se ti vedono la merda che hai lì ti cacciano a calci in culo.” Luca lo guarda con occhi di sfida e nervosamente si spettina i capelli ossigenati. Non gli piace quando la gente vuole dargli delle lezioni, soprattutto se riguardano la sua tossicodipendenza. Jacopo si alza, per lui la giornata non si è conclusa. Anzi il peggio inizia adesso. Si aprono le danze della caccia al cibo. È l’ora del suo macabro rituale. Infila velocemente gli anfibi. Ha dormito con la divisa. È obbligatorio alla Zeta Group. Ignorando totalmente Luca, si avvia verso la porta e correndo scende le scale. Arrivato all’uscita osserva il palazzo di vetro e acciaio che domina la città. Sembra quasi la sede di una banca. Pulita, sterile, ordinata, vuota e seria. Dalla tasca prende le chiavi della macchina. Entra, mette in moto


15 e via. I parcheggi sotterranei dei centri commerciali sono il luogo perfetto per andare a caccia. A quell’ora di solito non c’è molta gente ed è facile trovare donne sole. Arrivato, posteggia la macchina. Scende. In mano stringe una siringa di ketamina, anestetico per cavalli e droga per adolescenti. Gliela procura Luca e questa è l’unica cosa che li unisce. Jacopo vede una ragazza che sta riponendo i sacchetti della spesa nel cofano. Via libera, non c’è nessuno oltre loro. Si avvicina. “Salve, vuole una mano?” “No grazie, ho fatto.” Lei è molto bella e molto giovane. Gli ricorda la sua Anna. L’Anna della foto e non quello che è diventata. Con gesto deciso e veloce la siringa penetra la carne e l’anestetico scorre nel muscolo senza intoppi. È una dose massiccia. La donna gli cade fra le braccia. Anche oggi Jacopo ha fatto il suo dovere. Ora ha un bel po’ di cibo fresco e per una settimana potrà dimenticarsi della caccia. Sul suo volto non una smorfia, non una ruga di pentimento. Ha fatto e visto di peggio lui. Lui che ha scelto un lavoro del cazzo. Uno di quelli che ti fa sentire figo ma anche una merda. Uno di quelli che ti fa campare ma che mette a rischio chi ami. Che infetta chi ami. Che uccide chi ami. Che ha ucciso Anna e che non ha ucciso lui. Tutta colpa di un morso, un attimo di distrazione e poi solo tanta paura. E l’infezione? No, in lui non si è sviluppata, per una sconosciuta ragione è immune. Forse doveva dire ad Anna del morso? E perché farla preoccupare? Era troppo felice di essere vivo e quella sera per festeggiare ha fatto l’amore con la sua donna, con


16 passione. Per l’ultima volta. Il virus, il contagio, l’anomalia o quello che è, sarà passato attraverso lo sperma, forse. Quella cazzo di infezione che si è preso dalle troie inquinate del Banana Club: crudele, veloce, senza pietà.


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Il mondo di Andy

“Andy, mi svuoti il vaso da notte?” Per la maggior parte delle persone la mattinata inizia con l’aroma del caffè e la dolce voce di una moglie o di una mamma o anche solo della radiosveglia. Ma per Andy non è così. Per lui ci sono le urla della zia e la puzza delle sue feci. I genitori sono morti in un incidente stradale quando non aveva ancora dieci anni. Da allora, è stata la cara zietta a prendersi cura di lui. Lo avrebbe voluto prete o dottore, ma per fortuna Andy non era mai stato una cima a scuola e così dopo essere stato cacciato dal seminario e dopo aver provato mille volte e senza successo i test per entrare a medicina, è finito a lavorare alla Zeta Group. “Sì zia vengo! Un attimo, vado in bagno e sono subito da te.” “No, vieni adesso, non sopporto più questa puzza.” La zia da due settimane è bloccata a letto. Si è rotta la gamba destra cadendo dalle scale della chiesa e il povero Andy, che di norma già le fa da schiavo, ora deve farle anche da infermiere. Andy ha trentanove anni, fisico asciutto e baffi alla John Holmes. Non è mai stato sposato, solo qualche storia, ma mai niente di serio. Forse, l’aver vissuto tanto tempo con un essere spregevole come


18 sua zia gli deve aver fatto, in un certo senso, odiare tutto il genere femminile. Da qui, la decisione di aspettare da single che la zia crepi per poter vivere finalmente da solo, in santa pace e con i suoi soldi. Quando, due settimane prima, l’aveva vista rotolare giù dalle scale della chiesa, per un attimo aveva esultato nella sua testa, sperando in tragiche conseguenze. Ma che ci volete fare, le donne del 1942 sono state progettate per sopravvivere alla guerra mondiale e sono di ottima fattura e grande resistenza. Andy va nel covo dell’ape regina. Il vaso da notte azzurro è accanto al letto. Il piscio giallo scuro ha impestato tutta la stanza. C’è una puzza simile a quella dei bagni della Stazione Centrale. “Grazie caro, mi dispiace doverti recare tanto disturbo.” Col cavolo che le dispiace, pensa Andy. La zietta non sembra per niente affranta, anzi pare che provi un insano godimento nel comandarlo a bacchetta. Come se si volesse vendicare su di lui di tutti gli uomini che l’hanno rifiutata. Non tradita e abbandonata, ma proprio rifiutata. Il sesso maschile l’ha sempre scansata come sifilide, tanto che Andy è convinto che sia un bocciolo mai colto: un’acida vergine dalla figa chiusa e grinzosa. Con la pazienza e la rassegnazione di un martire, prende il putrido vaso da notte e in apnea lo porta in bagno per svuotarlo. “Caro mi prepari il latte e i biscotti” raglia zietta dalla camera da letto “e mi raccomando sciacquati bene le mani prima di servirmelo. Però sbrigati, che il dottore tra un po’ sarà qui per visitarmi e non sta bene che mi trovi a fare colazione.” Andy, con la classe di un maggiordomo storpio, tiene in equilibrio il vassoio. “Grazie tesoro, come farei senza di te” grugnisce da sotto i baffi la vecchia strega “Ma che schifo! Il caffé è bruciato, è possibile che alla tua età non hai ancora imparato a fare un caffé decente? Eppure tua mamma, pace all’anima sua, era napoletana; dovresti avercelo nel sangue!”


19 Zietta allunga la sua bianca e rachitica manina sul comodino, dal bicchiere prende la dentiera umida di acqua e bave. La inserisce nella bocca da tartaruga e afferra un biscotto. Dà un morsichino. “Questi biscotti sono vecchi, ma quante volte devo dirti di chiudere bene la busta che diventano stantii!” Glin glon… Finalmente il dottore, finalmente un uomo e sotto i settanta, pensa Andy rincuorato. “Tieni, porta via il vassoio e corri ad aprire, muoviti su! Non farlo aspettare.” Andy galoppa verso l’ingresso come uno stallone senza fantino e apre la porta. “Salve.” “Salve, come sta sua zia?” Andy risponde con un mezzo sorriso. “Ottimo, mi porti da lei, è in camera da letto?” Lo conduce dalla vecchia megera. “Salve dottore, come sta?” dice la zia. “Bene signora, lei piuttosto?” “La mia gamba, mi duole tanto e a furia di stare seduta in questo letto mi sono venute delle vesciche” sorride imbarazzata “ehm… delle vesciche sul sedere. Mi scusi ma non sapevo come altro dirglielo.” “Ma scherza signora, sono un dottore non deve aver timore e poi quello che le è capitato è del tutto normale” fruga nella sua borsa in pelle marrone “ecco, deve spalmare questa cremina due volte al giorno, può mettergliela suo nipote che da sola di sicuro non riesce.” “Sì, sì per lui non sarà un problema” risponde la zia.


20 “Bene, ora su, mi faccia vedere le sue analisi e la radiografia che le dico come sta. Andy prende la cartelletta e la porge all’infame dottore. “Ottimo, la gamba sta guarendo in maniera eccellente ma deve stare a letto ancora per due settimane e poi dovrà fare fisioterapia almeno per un paio di mesi prima di ritornare in pista come prima” scruta con attenzione le analisi “Signora, lei ha una salute di ferro. Tutti i valori sono ottimi, ora si scopra il braccio che le misuro la pressione.” Il dottore rifruga nella borsa delle meraviglie e tira fuori l’aggeggio per la pressione, oggetto dei desideri di ogni anziano. “Bene, bene. Anche la pressione è a posto. A questo punto, signora cara, la saluto e ci vediamo la prossima settimana.” “Arrivederci dottore e grazie. Andy che fai lì impalato, accompagna il dottore alla porta.” Arrivati sull’uscio, il dottore lo guarda con occhi pieni di speranza. “Lei è fortunato, sua zia gode di ottima saluta, camperà altri cento anni.” Andy avrebbe preferito sentirsi dire con occhi colmi di lacrime che l’ora della zia era giunta e che sarebbe stato solo un accanimento terapeutico tenerla in vita ma purtroppo la storia è un’altra. Chiude la porta. Nella sua testa rimbomba l’eco infinita di quella maledetta frase “altri cento anni, altri cento anni, altri cento anni…” FINE ANTEPRIMA CONTINUA...


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