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Luigi Squillante

I giorni del mare

 

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I GIORNI DEL MARE Copyright © 2010 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2010 Luigi Squillante ISBN: 978-88-6307-327-0 In copertina: Immagine fornita dall’Autore Finito di stampare nel mese di Novembre 2010 da Logo srl Borgoricco - Padova


A mia madre che me l’ha donata, a mia nonna che me l’ha raccontata, a O. F. che me l’ha spiegata, la vita.


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Erano centinaia, le guglie. Lo sguardo volava su ognuno di quei mille merletti che ornavano il Duomo salendo fino alla cima di ogni pinnacolo. Poi riscendeva, e risaliva, e declinava di nuovo per perdersi nelle sfumature dei grigi, dei bianchi, delle ombre che solcavano la pietra. E la gente scorreva veloce. Chi a piedi, chi in bici, tutti imboccavano svelti ogni direzione. Giravano l’angolo, si perdevano all’interno della Galleria, sbucavano dal corso, scendevano le scale del metrò. Io continuavo a fissare le guglie e a sentire il tuo odore. C’era tanto sole, e faceva caldo. Ogni tanto uno stormo di uccelli faceva capolino dai tetti dei palazzi. Roteavano rapidi in aria, aggiravano i pinnacoli e scomparivano dietro i tetti dal lato opposto a cui avevano fatto il loro ingresso. All’improvviso gli archi e le pietre del Duomo avevano iniziato a crollare. Alle persone non sembrava importare molto, e continuavano veloci per la loro strada, come se nulla stesse accadendo. Io ero completamente frastornata, sentivo l’angoscia salire dentro di me mentre pezzo per pezzo l’enorme cattedrale si disfaceva ai miei piedi. Non riuscivo a muovermi e non riuscivo a capire la logica di quel che stava avvenendo. D’un tratto scorsi un’ombra dietro le guglie a sinistra, una figura che si faceva sempre più grande e imponente e che sembrava venir fuori dal tetto. Fu allora che ti riconobbi. Eri lì, enorme, intento ad abbattere tutto. Sembravi un bambino che distrugge un castello di sabbia sul bagnasciuga. Pietra dopo pietra disfacevi prima il tetto, poi i costoloni e i contrafforti, poi continuavi buttando giù tutte le pareti. Le macerie si ammucchiavano tutt’intorno e in modo violento cascavano sulla piazza, distruggendo il lastricato. Mi accorsi all’improvviso che le persone erano scomparse. C’eravamo rimasti solo tu e io, ma a te non sembrava importare di nulla. Continuavi a buttar giù tutto, e continuasti finché del Duomo non fu rimasta che una colonna. Una sola colonna a fascio che si ergeva in mezzo alla desolazione di pietre e calcinacci. A quel punto mi sembrò che m’avessi scorta.


6 Dall’alto dei tuoi chissà quanti metri, perché eri davvero un gigante, desti le spalle alla colonna e, lentamente, ti dirigesti verso di me. Quando fosti a meno di cinque metri mi fissasti. Non ricordo neanche quanto fossi rimasto lì a scrutarmi. E mentre tu guardavi me, io osservavo te, le tue gambe, il tuo corpo, i tuoi occhi. Mi sembravi indifeso. Enorme ma indifeso. Guardavi me, le tue mani, le tue dita che quasi non credevano a cosa avessero potuto combinare. Poi un rumore giunse alle mie orecchie. Mi voltai istintivamente a sinistra. E vidi delle scarpine, e delle piccole gambe, e una maglietta, due piccoli occhi. C’era un bambino che correva sulle macerie facendo scricchiolare le pietre ad ogni suo passo. Non arrivò abbastanza vicino da farmi notare che i suoi occhi erano i tuoi occhi. E tu eri scomparso. Voltandomi di nuovo di fronte a me ora vedevo solo la colonna. Il bambino e la colonna. Quel bambino che mi fissava. E la colonna. Poi mi sono svegliata.


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La stanza era come l’avevo vista la sera precedente. Solo che ora la luce del giorno mi imprimeva negli occhi la sua decadenza. L’umidità aveva istoriato il soffitto di macchie scure, mentre negli angoli l’intonaco si era sgretolato a tratti. Il letto non aveva struttura, c’era una rete cigolante e un materasso che mi sembrava però pulito. Mi lanciai alla finestra, a spalancare le imposte e a far entrare l’aria del mattino. I tetti erano un tappeto marrone ed arancio, maculato del bianco delle parabole, che si estendeva da lì fino alla macchia boscosa che cingeva il monte. L’aria era umida, e mi spinsi subito dentro, le braccia strette in grembo. Mi sentivo ottimista. Sicura. Avevo deciso di trovarti e quella mattina ero certa che ripercorrendo i tuoi passi, seguendo le tue orme, prima o poi sarei giunta ovunque tu fossi arrivato. Mi riavviai i capelli e indossai sulla sottoveste la prima maglia presa dal borsone. Appena spinsi la porta un forte odore di fumo e caffè mi aggredì le narici. C’era tanta luce in cucina. Una ragazza dai capelli mossi era di spalle, alle prese con la caffettiera. «Ciao…» Si voltò. «Ehi, Ciao. Buongiorno!» mi disse sorridendo. Ora che era mattina potei osservare meglio il viso di Chiara. La prima cosa che chiunque l’avesse vista avrebbe notato erano le occhiaie. Scure. E grandi. Due borse livide di quelle che non dormi da giorni. Aveva una fronte ampia. I capelli le ricadevano secchi sulle spalle. E poi di quel rosso, anzi rame, anzi quasi biondo che riluceva di una luce strana al sole. Non si capiva se fossero tinti, o solo rovinati. O entrambe le cose. Le guance erano scavate; le labbra carnose; il naso fermo e sporgente. Chiara aveva ventisei anni, ma ne dimostrava almeno trentacinque. Non sapevo nulla di lei. Il primo contatto lo avevamo stabilito per telefono. Infatti tutto era partito dal suo numero.


8 Mi avevi chiamata da questa casa una delle ultime volte che c’eravamo sentiti. Quattro mesi fa. Mi avevi appena detto che avevi litigato di nuovo col caporedattore. E io avevo ribadito che non sempre puoi fare di testa tua, che se in redazione vogliono foto chiare dei luoghi e delle persone, tu non puoi metterti a ritrarre i particolari che ti colpiscono. Le foto artistiche servono alle mostre, non ai giornali. E allora mi avevi accusato di essere come tutti gli altri, cieca. Perché l’immagine del vaso di gerani infranto sull’asfalto, e la macchia di sangue pochi centimetri accanto può raccontare benissimo della rissa scoppiata fuori al baretto di periferia, in cui un ragazzo, anzi ragazzino, ha accoltellato un altro ragazzino perché aveva detto qualcosa sulla sua fidanzata, o forse si era azzardato a sfiorarla, salutarla. Non ricordo. Ricordo solo che quella foto me l’hai mandata a casa. Una busta bianca, l’indirizzo vomitato da una bic che non scriveva nemmeno bene, tanto che il cognome avevi dovuto ricalcarlo tre volte. Bellezza sconforto morte. Erano le tre parole segnate sul retro della foto. La guardavo. Vedevo la terra del vaso rovesciata di lato. Il ramo col fiore rosso disteso, accasciato, riverso sull’asfalto che ardeva sotto quel sole. E le gocce di sangue. Tre macchioline che affiancavano più a sinistra i cocci e i petali. E mi sembrava di vedere il ragazzino in quel fiore supino, nel suo ramo spezzato. Era il fiore che aveva perso sangue. Era lui il morto. I cocci infranti la sua vita infranta. E ricordo che avevo pensato che avessi ragione. Che doveva andarci quella foto per il pezzo. M’ero convinta che fosse talmente adatta, che il caporedattore era stato davvero un idiota a non pubblicarla all’interno dell’articolo, ed ero andata a fare una doccia. Quando ero tornata però avevo riletto le tre parole sul retro. E avevo capito che la foto doveva andare invece in una mostra, anzi nei libri, nei cataloghi di fotografia contemporanea. Perché, stampata sul giornale, non poteva scomparire accartocciata in un cestino al parco, o usata per pulire i vetri della signora del piano di sotto. Bellezza sconforto morte. Io ci avrei scritto Il nostro futuro. Ma poi m’ero asciugata, vestita ed ero andata a lavoro. E la foto l’avevo dimenticata. Non avevo dimenticato però il numero di telefono apparso sul display del cordless. Dopo che la nostra discussione era finita, l’avevo segnato. Non si sa mai. In casi d’emergenza avrei potuto rintracciarti lì visto che m’avevi detto che in quella casa ci rimanevi, quando occorreva. «Lo vuoi un poco di caffè? L’ho appena fatto.» «Sì, grazie… Ma lascia, me lo metto da sola.» «No, no, già fatto. Quanto zucchero?» «Niente zucchero, grazie.» Chiara parve accennare un’espressione disgustata.


9 «Mah, ma come fai? Così è un veleno.» «È l’abitudine…» «Sarà… Ma potresti addolcirlo un poco. Ti fa bene. Così amaro invece ti fa amara pure a te.» Risi. «Ma mica stai a dieta?» «Ma no…» «Ah, volevo dire! Già sei tanto secca. Se volevi pure fare la dieta…» Intanto osservai le gambe di Chiara e mi parvero scheletriche. Semmai la dieta l’aveva fatta lei. «Che buono che è il tuo caffè.» «Grazie.» Sorriso. «Almeno qualcosa di buono ogni tanto la riesco a fare.» Quando avevo cercato il nominativo di quel numero di telefono sul sito delle pagine bianche, m’era subito venuto fuori il nome di un tale, e l’indirizzo. Avevo chiamato. E m’aveva risposto una voce acuta, ma simpatica. M’aveva detto che era un po’, cioè quasi un mese, che non ti facevi vivo. Che, sì, ti conosceva. Che lei era l’affittuaria dell’appartamento del signore di cui non ricordo il nome. Non sapevo quanto fossi in confidenza con Chiara, ma m’ero lanciata subito nello spiegarle che non ti sentivo da tanto, che, insomma, eri scomparso. E che ti cercavo. Che lei era una delle tracce che avevi lasciato. Avevo intenzione di partire, di parlarle di persona. Di passare a casa sua a controllare se ci fosse qualcosa di tuo, se avessi potuto lasciare indizi su dove eri diretto. Chiara m’aveva confessato che non c’era nulla di tuo, ma se volevo potevo andare da lei. Anzi, visto che il viaggio era lungo e non potevo ritornare a casa mia immediatamente, potevo rimanere per la notte. Avrei potuto dormire nel tuo letto. E mi ero chiesta se fossi o meno anche tu un inquilino di quell’appartamento visto che avevi un letto tutto tuo. Nel giro di qualche ora avevo preparato tutto ciò che pensavo mi occorresse ed ero corsa in stazione. La grande struttura in ferro e vetro mi aveva accolta con qualche raggio di luce che filtrava dal tetto. Le grandi aquile scolpite nel marmo dell’enorme parete che dava le spalle alle banchine lanciavano come sempre il loro sguardo torvo alla folla. Neanche i piccioni, che affollavano la rete di fili sospesi, ne parevano intimoriti. C’era il solito via vai: turisti, ragazzi, gente in partenza e in arrivo. Ti rividi al binario 14 mentre mi abbracciavi frettolosamente e correvi svelto per non perdere il treno in partenza, che già fischiava, ansioso di lasciare la stazione. Avevi i capelli in subbuglio, il trolley alla mano destra e la macchina fotografica nella custodia che penzolava pericolosamente


10 dalla tua spalla sinistra. «Ti chiamo quando arrivooo!» m’avevi gridato mangiandoti in un balzo le scalette d’entrata al vagone. Sapevo che in quel momento ti stavo perdendo, ma ero felice. Avevi trovato un’agenzia a cui erano piaciuti i tuoi scatti, avevi tra le mani qualcosa che assomigliava a un ingaggio. E poi c’era la capitale. Quel posto che avevi sempre adorato. Ho pensato che fosse una sorta di richiamo della famiglia, un ideale da desiderare che scaturiva da tutte le storie che mamma e papà ci raccontavano da piccoli. Il legame inconscio con la nonna. I regali di Natale. I Natali. Non abbiamo passato un solo 25 dicembre a casa nostra da piccoli. Il 24 mattina ci alzavamo sempre quando fuori era ancora buio. Quatti quatti ci ritrovavamo a scendere le scale del condominio, e poi a imbottire il portabagagli della golf di borsoni e pensierini da portare alla nonna e agli zii. L’aria era sempre di cristallo. A me piaceva tanto quella luce. L’umido delle strade appena lavate dai camion della nettezza urbana. Poi la mattina della Vigilia faceva sempre tanto freddo e qualche volta nevicava. E tu ti divertivi a soffiare e soffiare, e vedere il vapore uscire dalle tue labbra e condensarsi in una nuvoletta di fumo. Allora la mamma correva a rinchiuderti nella giacca imbottita più di quanto non fossi già, ad annodarti la sciarpa e sistemarti il cappello. Io guardavo il cielo. Era così indistinto. Quando eravamo in autostrada da un po’, si colorava delle tinte arancio dell’alba. E ricordo che una volta (avevi quindici anni forse) te ne avevo parlato, mentre eravamo seduti dietro e mamma e papà parlavano di zia Eleonora che era incinta. «Sembra che i colori cambino ad ogni secondo.» «Come sono belli.» «Sono belli perché cambiano.» «Se rimangono fermi non sono più belli?» «Sì, ma è diverso.» «Che c’è di diverso?» «È diverso.» Mi avresti spiegato qualche anno dopo, con una foto, cosa c’era di diverso. Ma allora, come tante altre volte, non ti avrei concesso chissà quanta attenzione. Il mio treno intanto era partito e mentre ero in viaggio, guardando fuori dal finestrino, non rividi i cieli che vedevamo di solito. Tutto era diverso. Cambiato. Ma non pensai troppo neanche a questo. «Allora, io sto di nuovo qua verso le cinque, e poi ci facciamo una chiacchierata. Va bene? Ora devo scappare.» Chiara mi parlò mentre si allacciava le scarpe.


11 «Ma certo. Ti aspetto.» «Tu comunque fa’ come se fossi a casa tua. Questa è la cucina, il bagno te l’ho fatto vedere ieri.» «Ma si, si. In ogni caso penso di uscire anch’io. Faccio un giro.» «Ah… E per le chiavi come facciamo? Io ne ho una copia sola.» «Ma scherzi? Vorresti darmi anche le chiavi?» «Eh. sennò…» Chiara parve guardarsi attorno per trovare una soluzione che non c’era. «Ma sta’ tranquilla! Ritorno dopo le cinque. Cammino, pranzo… Ci vediamo stasera.» «Ma sei sicura?» Annuii mentre reggevo ancora tra le mani la tazzina di caffè. Allora Chiara mi sorrise. E uscì. Chiara faceva la cassiera in un ipermercato in periferia. Almeno così m’era parso di capire dalla breve conversazione che avevamo avuto la sera precedente. Ero alquanto sbalordita dalla sua ospitalità. M’aveva fatto entrare a casa sua, avevo dormito lì, poi m’aveva preparato il caffè, e ora si preoccupava anche di darmi le chiavi di casa. Dovevo ancora capire che tipo di persona fosse. In ogni caso non mi meravigliava il fatto che tu avessi potuto conoscerla e stringerci amicizia. Se solo di amicizia s’era trattato. Una così avrebbe potuto anche essere adatta a te. Raggomitolata sulla sedia, pensavo all’ultima volta che avevo avuto tue notizie. Mi avevi scritto un’email, in cui mi dicevi che avevi bisogno di tornare a casa per un po’. Che entro qualche giorno ti avrei ritrovato nell’appartamento al ritorno da lavoro. Ma ogni sera, al rientro, la casa l’avevo trovata immersa nel silenzio. Ogni sera ero andata in camera tua, e avevo spalancato la porta. Nessuno. Qualche sera avevo anche controllato dietro la porta e sotto il letto. È stupido, lo so. Ma speravo che volessi farmi qualche scherzo. Invece in casa era rimasto il silenzio. Non m’ero neanche accorta di quanta ansia ed entusiasmo avessi addosso quei giorni. Di quanto, ogni volta che giravo la chiave della porta di casa, mi venisse quel vuoto allo stomaco come quando aspetti il numero del biglietto vincente della lotteria. Avevo anche comprato il mascarpone per preparare il tiramisù, ma aspettavo di trovarti a casa per prepararlo, tanto lo sai che ci vuole poco. Dopo qualche giorno mi era arrivato un tuo sms. Scusa, ma ci vediamo la settimana prossima.


12 Allora ero finita a prepararlo comunque il tiramisù, e a mangiarlo da sola la sera stessa. E un tantino mi c’ero anche arrabbiata. Per la tua solita imprevedibilità. Allora avevo smesso di pensarti, m’ero di nuovo chiusa sul lavoro e avevo continuato la mia vita di sempre. Ma una mattina, appena dopo aver chiuso la porta, avevo sentito squillare il telefono all’interno. Istintivamente m’eri subito venuto in mente tu, e avevo anche pensato che fosse passata più di una settimana dal tuo messaggio. Riaprii e corsi a rispondere. Non era la tua voce quella che sentii all’altro capo del telefono, ma aveva a che fare con te. Era la redazione del giornale per cui lavoravi. Probabilmente una segretaria, mi diceva che avevi indicato anche questo numero come tuo recapito secondario, e quindi dopo aver ripetutamente e inutilmente provato a contattarti sugli altri numeri, s’erano decisi a chiamare anche a casa. Diceva che mancavano le foto che avevi promesso per due articoli, che non ti presentavi in redazione da due settimane ormai. Che volevano capire se eri intenzionato a continuare la collaborazione o se era meglio chiamare qualcun altro. Il tono insistente e altezzoso della ragazza mi irritò alquanto, ma non potei che dirle che tu non eri lì e non sapevo dove potesse rintracciarti. «In tal caso, gli faccia sapere che se per oggi pomeriggio le foto non ci sono, è inutile che torni in redazione.» E aveva riagganciato. Io, più che preoccuparmi per il tuo ingaggio al giornale, ebbi una strana sensazione. Che mollassi un lavoro così, di punto in bianco, avrei potuto aspettarmelo da te. Che non volessi battibeccare con una stupida segretaria era anche plausibile. Ma l’averti già aspettato inutilmente la settimana prima, avevo creato in me un senso di mancanza nei tuoi confronti. Un vuoto forte, che dopo la conversazione con quella voce era diventato un vuoto confuso, in cui tu apparivi sempre più distante. Ad ogni modo, m’avevi detto che saresti arrivato quella settimana. Quindi andai allo studio, e sperai davvero che entro i successivi tre giorni ti saresti fatto vivo. Ti scrissi soltanto un’email in cui ti dicevo che la segretaria aveva chiamato anche a casa e che minacciavano di licenziarti. Ma tanto sapevo che era inutile. Ero quasi certa che avessi deciso tu di non farti più vedere in redazione.


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Il portone aveva scricchiolato pesantemente mentre si richiudeva alle mie spalle. Poi un tonfo sordo, quasi stesse per scardinarsi. Ma era rimasto al suo posto. Il lastricato di basalto è scomodo per camminarci su, ma non era certo una novità per me. Eppure le strade erano messe molto peggio di quelle a cui ero abituata. Le pietre erano in gran parte disconnesse, c’erano fossi ovunque, per non parlare delle toppe d’asfalto stese a caso. La sera prima non ci avevo neanche fatto caso. Il taxi mi aveva lasciato proprio davanti al portone d’entrata del condominio di Chiara. Invece adesso, ancora una volta, la luce del giorno mi mostrava più distintamente la realtà che avevo attorno, in tutto il fascino e la fatiscenza che tradiva. C’era un gran trambusto ovunque. I vicoli brulicavano di persone, ma era diverso da casa. Qui era tutto più confuso. Il disordine regnava. Solo che qui il caos sembrava essere diverso. C’era più scompiglio in strada, nel traffico, nell’aria, nel chiasso della gente per le vie. Erano quasi le undici. Avevo dormito davvero troppo quella notte, e lo attribuivo alle sei ore e mezza di treno del giorno prima. Dovevo rimanere fuori fino alle cinque. Chiara mi aveva promesso che al rientro dal lavoro avremmo parlato di te. La sera precedente era troppo stanca, m’aveva detto, e doveva alzarsi presto. Così m’era venuto in mente che nel frattempo sarei potuta passare in redazione, al tuo giornale, a raccattare qualche informazione. Avevo l’indirizzo, ma nessuna idea su dove si trovasse letteralmente il posto. Il mio obiettivo principale era trovare una mappa della città, ma intanto passeggiavo e osservavo. Di tempo ne avevo. A volte mi inquietavano gli sguardi delle persone che incrociavo per caso. Alcuni sembravano cupi, offesi se tentavi di scrutare cosa potevano trasmettere i loro occhi. Sembrava quasi che si vergognassero di loro. Che fossero gelosi di qualcosa che non potevano permettere a nessuno di rubare. E mi rendo conto che involontariamente forse tentavo di penetrare dentro ognuno di loro per scovare briciole di te, che potevi aver lasciato lungo la strada. Inconsciamente tentavo di rubare i loro sguardi che potevano averti visto camminare per gli stessi vicoli che stavo percorrendo ora. Mi colpivano le donne sedute fuori dalla porta di casa. Erano


14 imbalsamate. Immobili sulla loro sedia impagliata. Una l’avevo sorpresa a lavorare a maglia. Alcune incrociavano il tuo sguardo e ti seguivano, finché non scomparivi fuori dal loro campo visivo. Altre invece (ed erano loro a infondermi soggezione) ti guardavano attraverso. Fissavano il vuoto, sedute. Altre volte invece gli sguardi incrociati erano dolci. C’era chi mi sorrideva. Quando avevo incontrato gli occhi vispi di una ragazza all’interno di un’edicola, c’ero entrata e avevo finalmente ottenuto una cartina. Mi aveva mostrato il punto in cui ero finita, e le avevo chiesto di indicarmi dove si trovasse invece la redazione. La strada distava abbastanza. Avrei fatto prima in metropolitana, ma volevo girare per la città, non rinchiudermi quattro metri sottoterra. E di prendere un autobus non se ne parlava. Me l’aveva detto anche la ragazza. «Potresti aspettarlo per ore». Ci sarei andata a piedi, senza il rischio di perdermi, ora che stringevo la mappa tra le mani.


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Bip. «Sono venticinque e quaranta.» E ora? Chissà che vuole, ora, questa da me. Ho capito che ti va cercando. Manco se lo sapessi dove sei finito… «Signora, non li tenete spicci?» Però pure tu, André, sparire così. Senza nemmeno dirmi ciao. Cazzo, io prego solo che stai ancora bene. Non è facile fare la bella faccia con tua sorella. Ma che le dico? Che le dico oggi, quando torno? Da dove inizio? Mi sembra tutto così assurdo. E inutile, come sempre. No, André, io non reggo. Ecco. Me ne devo andare. Ma come faccio? No, no. Devo rimanere impalata qua ancora per molto. Sono solo le undici… «Michelaa! Ce l’hai da cambiare una cento?» Non ce la faccio. No, non ce la faccio proprio. Forse ho sbagliato a farla venire a casa. Come mi è venuto di fare tanto la gentile? Certo che puoi venire. Ma perché non resti? Il viaggio è lungo. No, Stamattina mi guardava con una faccia! Lo so che voleva sapere qualcosa. Qualunque cosa. Forse dovrei partire dall’inizio. Da quando ci siamo visti per la prima volta. Anzi, quando mi hai vista per la prima volta. Che poi, nemmeno mi ricordo bene come è stato. Mi ricordo solo quello che mi hai detto tu. Tanto cosa volevo capire in quello stato? E meno male. Se riuscissi a guardarmi, a essere consapevole, a vedermi, mentre sto fuori di brutto, credo che non reggerei. Forse arriverei a farmi schifo più di quando non riesco a farlo quando sono cosciente. Ma comunque, lo sai che i particolari che mi mancano me li posso immaginare benissimo. Me la posso immaginare la scena. Io che sto lì, seduta al centro di una fila di sedili vuoti, mentre la metropolitana sta arrivando a chissà quale fermata. E come al solito, quando fa notte, non c’è quasi nessuno nei vagoni. E se pure c’è qualcuno, è come se non ci fosse. Se c’è, o fa finta di non guardarti, o cambia posto. Lui ha paura. Tu hai paura. Tutti hanno paura. La città della paura mi sembra! Però io la paura la sento solo i primi momenti, quando il cuore inizia a battermi veloce, quando sembra che non ce la fa più tanto che batte, e che vorrebbe esplodere e liberare tutta quella paura, distruggerla, accerchiarla e ingoiarla. Poi non lo so


16 come fa, ma sento che ci riesce a ingoiarla anche se non esplode. Perché a un certo punto tutto si calma e io trovo la pace. Non conta più quello che succede fuori. In quel momento ci sono solo io, nella mia testa, e la paura è scomparsa. Non conta che fuori, e anche dentro di me, da qualche parte, sto male. Io non sento più nulla. E mi fa bene. Tu sei entrato. E ti sei seduto quasi senza fare caso a me. È questo che mi avevi detto, se non mi ricordo male. Poi, dopo qualche minuto, hai visto una che stava seduta al centro di una fila di sedili vuoti. Hai visto che aveva la testa piegata su un lato, nascosta dai capelli che le ricadevano addosso. Hai cominciato a vedere che iniziava a ondeggiare. A spostare la testa avanti, e poi a lato. Che la testa non seguiva più i movimenti delle spalle e del corpo. Hai visto che iniziavo a oscillare, e non riuscivo quasi a reggermi su quel sedile che non la smetteva di muoversi e di ingrandirsi e di ingoiarmi. Le gambe tremavano, ma non le sentivo. Le braccia rimanevano aggrappate al sedile, ma non sentivo neanche quelle. Quando sei fatto, che vuoi sentire più? È come rimanere sempre nell’attimo prima che ti viene un brivido, o un orgasmo. O nell’attimo di uno sbadiglio, quando le orecchie si tappano e gli occhi si socchiudono. Non capisci un cazzo. Però tu, dopo avermi guardata, hai capito benissimo quello che mi era successo. E certo la paura non ce l’avevi. Non hai cambiato vagone e non hai fatto finta di non vedermi. Forse dopotutto non ti facevo così schifo. Cosa mi hai chiesto? Eh, e chi se lo ricorda. No, forse non mi hai chiesto proprio niente. Tanto lo sapevi che non ti rispondevo. Mi avrai presa, sorretta, e trascinata fuori di lì, da quell’aria calda. Non mi ricordo se mi reggevo in piedi, cioè se ti bastava semplicemente tenermi per i fianchi dopo avermi messo un braccio intorno al tuo collo, o se mi hai presa proprio in braccio. Ma ci pensi alla scena vista da fuori? Tu che piano piano esci dalle scale della metro, con me tra le braccia. Tu con la tua barba non fatta e gli occhi incazzati come sempre, e io in quelle condizioni, che sembravamo usciti dall’ultimo film di guerra. Ci mancava solo la pioggia. Ma tanto poi è arrivata pure quella perché mi ricordo che man mano, mentre riprendevo conoscenza, mi sentivo la faccia bagnata. Ma quanti schiaffi mi hai dato? Oltre alla pioggia iniziavo a sentire pure quelli. Lo so che mi volevi svegliare, ma potevi anche renderti conto che iniziavi a farmi male. E poi come ci siamo finiti sul lungomare? No, ricordare pure questo è chiedere troppo. Mi facevano male i piedi, ancora non riuscivo a mantenermi e mi sedevo sempre. E c’è stato quel momento che avevo finito di stare bene, e che mi veniva da vomitare. Mi ero seduta alle spalle del muretto e credo che tu avessi continuato a fissarmi e a


17 guardarmi gli occhi. Vuoti. Io in realtà sentivo che doveva venirmi tutto su e continuavo a fissare le scritte sul muro. Mi ero persa nelle curve sbombolettate sul cemento. E ci siamo rimasti per molto là, finché non ho vomitato. Avevo bevuto prima di farmi. Sì, poi ricordo che ho iniziato a sentire la tua voce. «Ti senti meglio? Stai bene ora?» Ma che cazzo vuole questo? «Via, fanculo! Chi cazzo sei?» Avevo sputato fuori qualche parola insieme alle ultime gocce di saliva. E non penso proprio di averti fatto una buona impressione. Ma andiamo, che sciocchezze! Ormai un’idea di me te l’eri fatta molto prima. Avevo i capelli incollati alla faccia. Ero fradicia. Ma lo eri anche tu. Eri a terra con me. Mi stavi ancora vicino e io da vicino ti fissavo con occhi meno vuoti di prima. Ma non riuscivo a tenerli fermi quegli occhi, e le palpebre continuavano a riabbassarsi da sole. Schiaffo. «Ehi, ma ti riprendi?» Schiaffo più leggero. «Mi senti? Ci sei? Ma me lo dici che ti sei fatta?» Io ero rimasta immobile, con la testa inclinata di lato. E tu avevi sospirato. Non so se l’avevi fatto con un tono di rassegnazione, o di rabbia. Ti stavi per alzare. E ricordo che in quel momento l’unica cosa che volevo era che non lo facevi. Allora ho alzato le braccia – sì, le muovevo – e ti ho abbracciato. E tu sei ricaduto davanti a me. Forse avrò bisbigliato qualcosa come un “no”, o comunque una cosa incomprensibile. Ma tu sei rimasto. Forse non avevi proprio un cazzo da fare. No, non è vero, lo so che sei rimasto perché non potevi lasciarmi lì, da sola. Ti conosco, André… «Ti senti meglio, allora...» Avevo fatto di sì con la testa. «Allora andiamo, che sei tutta bagnata. A ucciderti ci pensi già da sola, è meglio evitare l’intervento della polmonite. Ce l’hai una casa?» Avevo fatto di sì con la testa. «E dove sarebbe?» Avevo tentato di alzarmi e c’ero riuscita. Certo, col tuo aiuto. Allora avevo cacciato le mani nelle tasche del giubbotto e ti avevo piazzato in mano le chiavi. E tu c’eri rimasto un po’ strano. Ma poi avevi capito che davvero non era il caso di lasciarmi là. C’eravamo fatti strada tra i vicoli, con la luce che iniziava a uscire. Dopo che ti avevo dato ogni tanto qualche indicazione, e dopo che tu eri riuscito a capirle, eravamo arrivati sotto il


18 portone. Avevi preso la chiave, quella grande, e l’avevi aperto. Mi hai accompagnata fino all’ascensore e io mi sono fiondata sul pulsante del terzo piano. Mi hai aperto la porta di casa, e io senza dirti niente me ne sono andata sul letto in camera mia. A quel punto non lo so quello che hai pensato. Forse sei rimasto sorpreso anche tu di come era andata la notte. Forse hai pensato che in redazione non ci dovevi passare e che avevi sonno, visto che era l’alba e non avevi dormito per un solo minuto. Forse hai aperto la porta della seconda stanza, quella col letto vuoto e non hai pensato più a niente. Quando mi sono alzata per ora di pranzo, quasi non mi ricordavo di te, e di come ero arrivata a casa quella notte. Sono passata dritta fino in cucina, ho messo su il caffè e mentre andavo verso il bagno, dalla porta socchiusa della seconda stanza ti ho visto che dormivi. Eri steso sul letto, con il cappotto che ti copriva. Forse avevi avuto freddo. Quella, la casa, è un po’ umida. Un po’ mi sono spaventata e un po’ mi sono ricordata di quello che era successo. Che ne sapevo di chi eri e che volevi? Ma dopotutto non eri pericoloso. Speravo. Anzi, a guardarti meglio, la tua faccia non sembrava proprio pericolosa. Respiravi piano, muovendo una ciocca di capelli che dalla fronte ti arrivava al naso. Decisi che dovevo preparare il pranzo, e in frigo non c’era niente. Mi sono infilata le scarpe e sono andata a comprare qualcosa. Ma probabilmente quando sono uscita, hai sentito sbattere la porta e ti sei svegliato. Quando sono tornata su non c’eri più. E ho fatto anche fatica a credere che prima c’eri veramente. Ho controllato, e in camera non avevi lasciato niente. Te ne sei andato così come eri arrivato. Non avevo idea di chi eri. Bip. «Tredici e sessanta, signora. Li tenete i sessanta?»


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Apparentemente andare in redazione non sembrava essere stato di grande aiuto. L’edificio beige mi aveva accolto freddamente, con scale strette e pareti scure. La porta d’ingresso aveva due vetri semitrasparenti, e mi aveva aspettato spalancata. Ero entrata e avevo tentato di incrociare il viso di qualcuno per presentarmi e chiedere ciò che mi premeva di domandare. Nonostante tutti fossero molto indaffarati, qualcuno aveva trovato il tempo di incontrare il mio sguardo, e rispondere. Per loro eri quasi una figura evanescente, uno che si faceva vedere solo per le consegne e che le commissioni delle foto la maggior parte delle volte le prendeva per telefono. Quando avevo detto di essere tua sorella si erano anche un po’ indispettiti, visto che le foto dell’ultimo ingaggio, quelle per cui avevano chiamato anche a casa, non erano più arrivate e avevano dovuto fare a meno delle immagini per alcuni pezzi, mentre per altri avevano dovuto riciclarne di più vecchie. All’inizio volevano anche liquidarmi in tre minuti. La stessa voce che avevo sentito per telefono, e che ora potevo associare a un volto esile e sovrastato da occhiali enormi, mi aveva detto che erano occupati a lavorare in quel momento, e perciò avevo aspettato che scattasse la pausa pranzo per racimolare qualche informazione. «Ma non le ha detto niente? Non so, se aveva intenzione di andare da qualche parte...» «Senta, se avessi avuto la minima idea di dove potesse essere finito, l’avrei contattato.» Sotto i grandi occhiali, le labbra della donna afferravano i bocconi di un tramezzino preso ai distributori. «Quelle foto ci servivano per dei pezzi che dovevamo assolutamente pubblicare. Ho provato a cercare suo fratello ovunque, ma è stato inutile.» La sua voce era a tratti acuta. «In tutta sincerità devo proprio dirle che il suo è stato un comportamento davvero poco serio.» «Capisco.» Non feci troppo caso al tono accusatorio. Il mio unico obiettivo era ottenere qualche informazione.


20 «Senta, ma cosa riguardavano le foto che avrebbe dovuto consegnare?» «Ah, guardi, questo dovrebbe chiederlo a Guisani. Io non mi occupo di questa roba…» «E Guisani è in redazione?» «Ma anzi, aspetti, ora che ci penso, mi pare che quelle foto riguardassero le tombe profanate al cimitero… Sì, sì, me lo ricordo perfettamente» «Delle tombe?» «Sì, il mese scorso dei vandali si sono introdotti di notte nel cimitero e hanno distrutto una decina di tombe… Sa, hanno picconato le lapidi, mutilato qualche scultura. Una cosa vergognosa, davvero. E avevano detto a suo fratello di fare le foto, prima che cominciassero a risistemare tutto.» Intanto il tramezzino era finito. Dopo averle fatto una altro paio di domande mi ero congedata, ringraziandola, e me n’ero andata. Almeno avevo ottenuto qualcosa, anche se non sapevo bene a cosa mi servisse. Che dovevo fare? Andare a curiosare al cimitero? Intanto però s’era fatto tardi e decisi di mangiare qualcosa. Mentre addentavo un pezzo di pizza seduta sulle scale di una grande chiesa, il cellulare iniziò a suonare. Valentina studio. «Pronto?» «Giulia? Ciao, come stai?» «Ciao Vale. Bene… Ma fa un po’ freddo.» «Senti, hai saputo niente?» «Beh, solo qualcosa per ora, sono appena stata alla redazione.» «Ma la ragazza? Quella da cui hai dormito?» «Ora è a lavoro. Ci vediamo in serata, ma mi sembra tranquilla. È stata molto ospitale. Ma come va allo studio?» «Bene, tutto normale. Anzi, è per questo che t’ho chiamata. Sai mica dov’è che sono le piante della casa dei Ronchi?» «Hai guardato sotto gli schizzi sulla mia scrivania?» «Già fatto.» «E sotto i prospetti che erano sul mobile accanto alla porta?» «Ah, lì no. Aspetta che controllo.» Pausa. «Ah sì, eccole qui. Grazie!» «Ehi, scusa il disordine!» «Ma di che ti scusi, se son sempre io la prima a lasciare tutto in giro!» «Sì, forse mi batti…» «Ma sentila! Dai su, che ti lascio e mi rimetto a lavoro. Un bacio cara. A presto!» «Ciao bella.» FINE ANTEPRIMA CONTINUA...


I giorni del mare  

di Luigi Squillante, narrativa

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