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CARLO ZAMPARELLI

VITA, FORTUNA E PENE DI TEODORO M. Un politico immortale

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VITA, FORTUNA E PENE DI TEODORO M. Copyright © 2012 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-442-0 In copertina: Immagine Shutterstock.com

Prima edizione Luglio 2012 Stampato da Logo srl Borgoricco - Padova

In questo romanzo personaggi, luoghi e circostanze sono esclusivo frutto della fantasia dell’autore. È ferma convinzione dello stesso, però, che la realtà spesso superi la fantasia.


“La letteratura in senso stretto, e cioè la fantasia, sempre detiene e comunica più verità di quelle discipline che si ritiene attingano alla più oggettiva verità.” (Leonardo Sciascia, Immagine del Medioevo in “Quaderni medioevali”, 1 giugno 1976, a p.145)

Fulmina sub Iovesunt; Neptuni fuscina telum; ensepotens Mars est; hasta, Minerva, tuaest; sutilibus Liber committitproeliathyrsis; fertur Apollinea missa sagitta manu; Herculis armata est invictadextera clava. At me terribilemmentula tenta fecit. (Carmina Priapea- XX)


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INTRODUZIONE

Mi chiamo Salvatore e so no il vice direttore di una agenzia giornalistica; ma non è di me che intendo parlare, se non per quel poco che possa servire a fornire la chiave di lettura di quanto s to per raccontare. La scrittura mi ha acco mpagnato pe r tutta la vita; dai volantini che poi distribuivo durante le occupazioni del liceo, agli articoli che scrivevo per il partito, alle notizie di politica su cui oggi lavoro. E sempre con uno stesso interrogativ o cui n on ho mai trovato risposta: “perché il mondo della politica è così distante dai bisogni della società?”. Qualche ann o fa, quando ero un se mplice cronista , una notizia trasmessaci da un n ostro cor rispondente r egionale m i aveva incurio sito.Si trattava di un fatto di cronaca locale, un furto avvenuto nella villa di un espo nente politico molto noto da quelle parti, ma del tu tto sconosciuto a livello nazionale. Io invece lo conoscevo bene, per esser nato e per aver vissuto proprio in quella città in cui lui era arri vato, fra chiacc hiere e insinuazioni varie,ad assu mere il ruolo di presidente della Provincia. Ricordavo perfettamente la disinvolta figur a contro la quale, da giovan e, avevo cer cato di forgiare le ar mi del la mia nascente passione politica. A ppena ventenne, avevo poi abba ndonato la mia città per frequentare la scuola di giornalismo, e da allora vivo e lavoro in tutt’altra zona del Paese. A quei tem pi per capire la politica avevo bisogno di un li nguaggio che non fosse solo politico. Per cam biare il mondo avevo bisogno, innanzitutto, di capire di q uale mondo si stava parlando. Da gior nalista l’avrei osservato e descritto, poi forse capito.


6 Dopo tanti a nni quella notizia mi aveva bruscamente riportato in dietro nel tem po costringen domi a interrogarm i, anco ra una volta, sul perchĂŠ delle mie scelte.


7 Arricchii la notizia del furt o con qualche informazione in più sulla figura di quel politico e confezionai un l ungo articolo, che però ne ssuna testata nazionale riprese, né fra i fatti di cronaca né fra quelli di politica. Il giorno dopo il capo redattore mi volle vedere. «Hai fatto proprio u n articolone.Si sente che ci hai messo im pegno, un bel pezzo; ma inutile. Anzi, sbagliato.» «Le assicuro che…» cercai di replicare a un’osservazione che non mi aspettavo proprio. «Ricordi cosa ti dissi quando sei arrivato qui da noi ?» disse lui tr oncandomi la parola. «Te lo ripeto. Ti dissi che non ti chied evo per chi votavi, e che non avrei neanche voluto scoprirlo leggendo i tuoi pezzi. Ricordi?» In effetti quando, fresco di studi gi ornalistici, avevo trovato la col locazione che ritenevo perfetta, l’ incontro con quel capo redattore mi aveva stregat o. “È proprio ciò che cerco” m i ero detto. In fondo, a quel tempo, non sapevo più per cosa o per chi avrei votato. «Come potrei non ricordare?» risposi con commozione. «E allora cos’è questa caduta? Il tuo articolo su quel furto sembra una risposta al modo di gestire la cosa pubblica da parte di quel politico. Cosa c’entrano con il furto le sue vicende politiche o economiche?» Tentai, inutilmente, di difendermi: «Era così banale la notizia che ho pensato…» «Vai, vai»concluse lui«e meno male che il nostro lancio non è stato raccolto. Ci avrebbero accusato di fomentare l’ invidia e l’ odio per una ben preci sa parte politica. Noi siamo una agenzi a di inform azione, giornalisti nel vero senso della parola. Non dimenticarlo mai.» Sono parole che mi tornano alla mente ora che, fatta la mia carriera in quest’agenzia, sento l’ esigenza di una ulteriore svolta. Aveva proprio ragione. Era stato un tale travaglio abbandon are il mondo dell’attivismo politico che non dovevo più rischiare di essere accusato di servirmi degli stereotipi - almeno così li avrebbero chiamati gli altri - di quel linguaggio. Dopo neanche un mese, il destino mi ripresentò il presidente Teodoro M. Me lo presentò morto, su una scogliera deserta a qualche chilome-


8 tro a sud di quella cittadina di pr ovincia, all’alba di una piovosa gi ornata autunnal e. Era precipitato dall ’alto di un belvedere il cui no me “affacciata dei disperati” stride con l’a menità dei tram onti da cui vi si può assistere. Ricordavo quel posto dove noi giovanotti portavamo le ragazze per il primo bacio. Si parlò subito di un incidente ma non capivo come avesse fatto a cadere dal ciglio della piazzola che, ricordavo bene, era tutta circondata da una ringhi era; era impossibile sporgersi sulle onde che in basso si frangevano sul costone. Il corpo, irrico noscibile per le ferite riportate, si era fermato su uno scogl io da dove, se un m attiniero pescatore non avesse l anciato l’ allarme, il mare lo av rebbe trascin ato chissà dove. Grazie alla macchina, posteggiata con i fari accesi nella piazzola, e a un telefonino ritrovato dentro, era st ato subito identificato e l e prime analisi facevano risalire il decesso a po che ore prima, quindi in piena notte e sotto una pioggia che aveva im perversato fin dal giorn o precedente. Questi detta gli lasciavano spazio a ipotesi alternative a quelle dell’incidente, e il nostro corrispondente si era affrettato a trasmetterci la notizia, intuendo che quei fatti di cronaca nera avrebbero pot uto assumere un significato politico. Mi presi la mia rivincita.Consegnai al capo redatto re quanto era emerso fino ad allora - ritrovam ento del corpo, testimoni, indagini della polizia - e organizzai un viaggio in quella città per vivere di per sona ciò che forse, per il momento, non avrei potuto scrivere. Ero tentato d i collegare quella stra na morte con il furto di qualche mese prima. Lo stesso chiacchiericcio che mi ronzava in testa lo s entii poi fare in città dai tanti amici di un tempo che mi affrettai a incontrare per capirne di più. I giornali loc ali, nei giorni seguenti, ini ziarono a parlare del caso facendo intuire che le indagini erano a una svolta.Si ventilava l’ipot esi di un regola mento di con ti di ti po m afioso, sicuramente collegabile all’atmosfera politica di accordi e promesse tradite per l’imminente spartizione della Regione. Nessuno, però, metteva la morte in collegamento con il furto subito dal de cuius. Durante la settimana che passai nella mia vecchia città, ritrovai molte delle amicizie di un te mpo: vecchi co mpagni di sc uola che anc ora ricordavano come mi pavoneggiavo con la mia Vespa 125 “primavera”


9 rosso fiammante; am ici di lotta politica dei pri mi anni di Universit à, con i quali avevo passato interm inabili notti a progra mmare quelle che chia mavamo “a zioni eclatanti” e che poi consistevano se mpre nell’andar via di casa, nel mettere all a berlina il proprio genitore che lavorava in banca o nello scandalizzare professori, preti e i spettori di polizia con tatuaggi sul vis o, capelli lunghi e il libret to rosso di Mao in mano. La mia scrittura, a quei tem pi, veniva apprezzata ma dovevo sempre difendere le conclusioni dei miei interventi dalla solita tiritera di partigianeria. «Certamente è una buona analisi» mi d icevano«ma sono le conclusioni, i m otivi che sbandieri co me cau se con tanta presunzione… e poi i rimedi… troppo drastici. Si sente che sei figlio d’arte; un co munista non potrà mai essere veramente obiettivo.» Con questi pensieri per la testa mi ritrovavo, dunque, ai tavolini di un bar del centro, a parlare di quel pe riodo con gli amici di allora. La maggior parte era stata fagocitata da lla vita di provi ncia, e sembravano non sapersi spiegare come l’ uno fosse diventato funzionario di banca o l’ altro professore di latino e greco. C’ era anche chi av eva mantenuto, per molto più tempo di noi, lo stesso ghigno pungente di allora. Carmelino la sapeva lunga su tutti, sugli intrallazzi del Comune, sulle intese politiche che da “larghe” erano diventate “floride”, sui progetti dei nuovi palazzinari e su ciò che manteneva a galla la pro vincia. Non per nulla era u no dei più anziani impiegati del Consorzio di Sviluppo Industriale, dove, diceva, ne vedeva di cotte e di crude. Fu lui a rompere il ghiac cio quando, una sera, esauriti i nostalgici convenevoli, tacevamo soggiogati dal fastidio della memoria. «Ma lo sapete dove siam o seduti? Guardate…» e indicava alle nostre spalle l’insegna del bar in quella piazza rotonda con la fontana. «Proprio al bar La sfinge. Non vi ricorda nulla? È proprio vero che vi siete rincogli oniti. Quante volte passan do per questa piazza guar davamo con occhi di sfida i l co mmendatore Pasciuto, buon’ anima, lo ricordate? Quanti volantini e quanti slogan contro i padroni, e i loro servi, l’avvocato Rizziconi, il notaio Bellopoco…» Poi rivolto a me, visto che gli altri non facevano cenno né di mer aviglia né di approvazione, continuò:


10 «Non ti preoccupare Salv atore, è tutta gente morta e sepolta.Ma sapessi quanti figli, m ogli e cognati hanno avut o! Certam ente non si fanno più vedere a questi tavolini… loro hanno le ville, i palazzi con giardini pensili, l’eliporto privato…» «E che c’è di strano? Credi che avvenga solo qua? Il potere in doppio petto, la strafottenza spacciata pe r competenza, l’immoralità del profitto… non s ono tutt i que sti i prezzi che abbiam o dovut o pagar e i n nome della modernità, dell’efficienza e del…» Carmelino mi interruppe con un tono di sfida: «Ma non sei stato proprio tu a sbattere la porta i n facci a a questo mondo? Sapessi come ti abbiamo invidiato allora.» «E che ho concluso? » feci io a maramente, forse anche rivolto a me stesso«ho fa tto il giornalista, è ve ro, ho preteso di usci re dall’autoreferenzialità dell a politica, ho preteso di poter parlare con distacco della nostra classe politica. Non credere che non sia d’accordo con te, non ho rinnegato i miei valori. Il mondo del potere è cambiato e per combatterlo bisogna capirne l’anima, chiedersi p erché un uomo del genere arriva tanto facilmente al potere. Ecco perché ora faccio il giornalista… e, credimi, astenersi dal giudizio ti permette di andare veram ente al cu ore del problema. Per esem pio, su questa morte del presidente M. io un g iudizio l’avrei, m a poi m i ripeto di dovermi attenere ai fatti. Ciò non toglie che non sia sensibile a tutto il resto, sensazioni, pettegolezzi, indizi… li tengo per m e, li faccio maturare e un domani forse, chissà cosa potrà nascere.» Mi resi conto di aver esagerato. Carmelino mi guardava con fastidio e gli altri due amici che non aveva no aperto bocca giocherellavano distratti con i bicchieri vuoti sul tavolino. Da lontano, dall’interno de l bar, la statua che chiamavam o la sfinge, in realtà una orrenda riproduzio ne in terracotta di un conta dino dall’aria ebete, ci guardava i mpassibile. Un brivido mi corse lungo la schiena. Era l o stesso sgua rdo che, nella mia fantasia di ragazzo prima e di giovane politico poi, assegnavo ai disonesti contro cui mi scagliavo. Con aria scherzosamente professionale dissi: «Adesso giochiamo al giornalista e alle interviste. Anonime, non temete. Chi mi racconta qualcosa sul furto alla villa di Teodoro M.?»


11 Quello che iniziarono a r accontarmi, i n fondo l o c onoscevo già dai resoconti dei nostri corrispondenti. Il furto era avvenuto poco dopo la m ezzanotte ed era stato portato a termine da d ue individui che, con il volto coperto da caschi motociclistici, sotto la minaccia delle armi, avevano tenuto in ostaggio i due custodi, marito e moglie, che vivevano in una dependance della villa. La donna, abituata alle visite più st rane alle ore più strane, im provvidamente aveva aperto il cancello a quegli sconosciuti che al citofono dicevano di dover consegnare un p acco per il presidente. Lui non era ancora rincas ato ed era stato facile per i due costringere i custodi a farsi aprire le porte che conduceva no ai locali del seminterrato dove Teodoro aveva creato un a elegante ca ntina. Tecnicam ente parlando non vi era stata alcuna effrazione; solo uno era entrato nella villa, mentre l’altro, in giardino, teneva sotto il tiro di una pistola i custodi. I due coni ugi avevano dic hiarato che i malviventi sembravano molto giovani; erano alti e uno di loro sem brava una donna, ma con il casco e con la visiera scura abbassata non pot evano dire di più. Parlava solo l’altro e aveva un accento che non era di quelle parti. Mostravano di conoscere bene i luoghi; sapevano dov e si spegneva l’ allarme, dove era l’ingresso principale e come si accedeva alla cantina. Quella che sem brava essere una donna era entrata in casa e ne era uscita poco do po con un borsone che evidentem ente aveva già con sé. Poi i ladri li avevano fatti stendere a terra, a faccia i n giù, e m inacciandoli di non m uoversi, in un balz o erano scappati per la strad a a bordo di una motocicletta. «Chi avvisò la polizia?» dell’accaduto?»

chiesi« e Teodoro da chi fu infor mato

Carmelino si rammentò di aver letto, sui giornali di quei giorni, una dichiarazione fattada alcuni com pagni di p oker di Teodoro.Sostenevano che poco dopo la mezzanotte di quella sera, al circolo, il presidente aveva ricevuto una telefo nata che lo av eva turbato a tal punto da interrompere la partita. Lo ricordavano bene perché era stata appena servita una splendida scal a reale. Lo avevano sentito urlare al telefonino “…sono entrati nella cantina? Hai visto cosa hanno portato


12 via? Non entrate, aspettate fuori… non toccate niente. Mi racco mando non toccate niente. Chiamo subito la polizia e arrivo…” «Ed è proprio questo che mi suona strano…» intervenne uno degli altri due miei amici, l’impiegato di banca, che fino ad allora era rimasto in silenzio. «Strano?» gli chiesi, invogliandolo a continuare. «Sì, non qu adra con i tem pi, con quello che po i ha dichiarato l’ispettore… vedi, dal circolo alla villa ci vogliono alm eno venti minuti, e sembra che quando la polizia è arrivata sul posto Teodoro f osse già rincasato da un pezzo. Tieni presente che invecedalla questura, proprio per dove si trova, non dovrebbero averci messo più di cinque, dieci minuti per raggiungere la villa.» «Interessante… continua.» «No, nient’altro. Immagino che tu conosca bene le dichiarazioni che poi il presid ente fece in una conferenza stam pa l’indomani, no? C’erano molti giornalisti…» «Certo» fe ci io«ma vorrei sapere da v oi che i mpressione vi fec ero quelle parole. A me hanno lasciato un mare di dubbi … non mi è proprio parsa la reazione di un derubato.» «Allora vuoi proprio il pettegolezzo!» fece Carmelino ridendo. Teodoro, in quella conferenza stam pa, ripresa anche dalle televisioni locali, aveva iniziato a dire che evidentemente le canaglie cercavano qualche documento compromettente per poterlo ricattare. «Sapete, con l’attività che svolgo» diceva«ma datemi tempo per verificare. Comunque la cosa più com promettente che possono averm i sottratto è il programma elettorale che stavo per presentare. Mi hanno risparmiato la fatica della pubblicazione.» Carmelino, nel ricordare i fatti, batteva sul sorriso istrionesco con cui il presidente aveva pronunciato le parole, e sul suo rabbui arsi all’osservazione di un ragazzo che gli chiedeva come mai conservasse i documenti di lavoro in cantina. «Perché» dice va il ra gazzo « dalle dichiarazioni della polizia sembra che i malviventi abbiano mes so a so qquadro solo la cantina e f orse qualche stanzetta attigua.» «Hai r agione, Salvatore» mi di sse Car melino«qualcosa non ha mai convinto neanche noi.»


13 Si sistemò meglio sulla sedia e in clinandosi con il busto verso di me continuò: «I ridicoli accenni ai suoi hobby, ai suoi viaggi, ai ricordini che portava a casa… ninnoli , portacenere ar tistici, statuet te e souvenir vari.Diceva che gli piaceva tenerli ben esposti nei loca li della cantina e che, forse, i ladri li avevano scam biati per oggetti di valore. Ma se è così, come si spiega tutta la professionalità, la sicurezza e la rapid ità di quei ladri?» Finalmente intervenne anche il mio terzo compagno, il professor e di latino e greco. Con fare tronfio mi disse che il figlio dell’ispettore che aveva svolto le indagini era un suo allievo e che, visti i buoni rapporti con il padre, se volevo poteva presentarmi a lui. «In fondo sei un giornalista, no? Non può rifiutarsi di riceverti.» E così l’indomani ero in questura. Seppi che quando la polizia era arrivata, Teodoro era già a casa e vagava co me u n ossesso da una stanza al l’altra. Aveva a ccompagnato l’ispettore per i locali della villa vis itati dai ladri e si mostrava sicuro che non mancasse nulla di importante. La cantina era in ordine, gli apparecchi elettronici per la m usica e i video, m olti di notevole valore, erano tutti al loro posto. Sol o una stanzetta, che si apriva sulla parete di fondo, sembrava aver interessato i m alviventi. Era piena di cocci di statuette che presu mibilmente nella furia di arraff are il p ossibile eran o cadute per terra. Sc affali di vetro vuoti, molte scatolette metalliche aperte e buttate per terra. «Ma lei gli chiese cosa mancava di preciso?» «Continuava a ripeter mi c he erano cian frusaglie, che gli era s empre piaciuto raccogliere quei souvenir… co me chi si porta a casa il po rtacenere dell’ albergo. Era preoccupato solo per eve ntuali documenti che gli potevano aver sottratto. Ci lasciammo con l’assicurazione che l’indomani avrei avuto un elenco de ttagliato delle c ose mancanti e… “naturalmente, riservato” aggiunse.» La mia visita in Questura fu talmente fruttuosa che decisi di chiudere in bellezza f acendomi ac compagnare al reparto omicidi per se ntire qualche particolare del ritrovamento del cadavere di Teodoro e cercare di capire come si stessero indirizzando le indagini. Non fui fortunato come prima. L’ispettore della omicidi era una ispettrice, che con


14 fare sbrigativo e un’antipatia verso i giornalisti che non fece nulla per celare, mi ricevette in piedi nel corridoiodichiarando che non poteva dire nulla, che le indagini erano ancora in corso e che una confere nza stampa c’era già stata. Mi rimaneva solo il bar La sfinge. La sera prima del giorno della mia partenza vi passai alcune ore, sicuro di poter rivedere il mio informatore, Car melino, che aveva l’ ufficio proprio accanto al bar. In quel palazzo, negli anni della mia giovinezza, c’ era lo s tudio del notai o Bellopoco. Aveva un figli o della mia stessa età, fr equentava il mio stesso liceo anche se in un’ altra sezione e, se non ricordo m ale, p oi all’università si era iscritto alla facoltà di Legge. Ero sicuro che la città vantasse ancora, fra le persone im portanti, un n otaio Bellopoco, magari con lo studio nello stesso palazzo di mezzo secolo prima. Solo la mia proverbiale pigrizia mi impedì di alzarmi e andare a leggere le targhe dei professionisti accanto al portone. «Scoperto nulla?» mi fece Car melino sistemandosi accanto e ch iamando con un cenno il cameriere «prendi pure tu u na granita di caffè?» «Non so… sul furto ci sarebbe ancora m olto da ind agare, da supporre… anche sull’incidente alla scoglie ra mi sa che bisogna aspettare. Ma sono sicuro che risolto il casodell’ incidente si torneranno ad a prire le vecchie indagini su quella sera alla villa.» «Incidente? Ma se anche i giornali più perbenisti ormai parlano di…» «Sì, sì, lo so. Ho capito, ma i fatti… per il momento, le prove… e poi l’esito dell’autopsia non è ancora stato reso noto.» «Ma Salvatore!» mi guardò come a dire “ma sei rin citrullito?” e poi con tono amichevole: «Mi sembrava che non cercassi solo i fatti, o sbaglio?» Carmelino prese a dir mi come la pensava, cosa si mormorava in città e quale era ormai la verità, non giudiziaria, non assoluta, ma politica e di pubblico dominio. Poteva mai essere che un tipo come Teodoro, che si commuoveva solo quando descriveva lo sfavillio delle luci di Las Vegas, potesse aver avuto voglia di una passeggiata ro mantica su quella scogliera? E poi di notte e sotto la pioggia?


15 Alcune indiscrezioni sulle indagini erano trapelate; ac canto alla macchina di Teodoro, dalla parte dello sp ortello del passeggero, er ano stati trovati alcuni mozziconi di sigarette e, poco dietro, erano visibili le tracce di altre autovetture e numerose impronte sul terreno fangoso. «Sai cosa vu ol dire? Che in quel posto c’è rimasto al meno mezz’ora, e non da solo.» «E con chi?» dissi io«dimmelo tu che sai tutto.» «Con tutti gli incarichi che svolgeva, con tutti gli intrallazzi ch e aveva messo su, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Qualche socio del centro commerciale, un giornalista della sua casa editrice che aveva scoperto qualcosa, qualcuno che aveva investito denaro nelle sue attività di sanità privata… lo sai che diceva che nella sua clinica c’era sempre tempo per pagare perché le cure che propone va assi curavano l’immortalità. Questo è l’individuo che abbiamo davanti. Non mi stupirei neanche se fosse precipitato giù dopo un diver bio con il pr esidente di qualche squadra di palla a vol o che aveva umiliato la su a. E poi c’è da prendere in con siderazione il m ondo politico, ma solo come ultima ipotesi e sempre da ricollegare a queste attività.» Non mi stava dicendo nulla di nuovo. Mi confermava solamente che a uccidere Teo doro M. era stato il suo stile di vita; che, insomma, se l’era cercata. «Ecco, vedi?» gli risposi con tristezza«mi spingi a nche tu a scrivere un pezzo di giornalismo politico, sulla moralità, sui costumi, sugli stili di vita. Il materiale non mi manca di certo… l’individuo lo conosco benissimo, so che stile di vita conduceva… tutte quelle donne, le sue feste…» Carmelino mi interruppe ridendo. «A una donna non ci avev o pensato. Magari una rag azzina diciottenne delusa dalle sue prestazioni amorose…» Lo sghignazzo che ne seguì fece voltare più di un avventore del bar. Quel viaggio non aveva sortito l ’effetto sperato. Mi ritrovavo davanti agli stessi scenari che, decine di an ni prima, avevano troncato sul nascere la mia vita politica. Temendo di capitolare anche come giornalista, ritenni allora saggio metterci una pietra sopra e t ornare al mio lavoro in agenzia.


16 Buttai in un cassetto i tac cuini di appunti che avevo preso, e nella routine giornaliera li di menticai per par ecchio te mpo. Avevo da occuparmi di fatti di ben più am pio respiro; il partito c he sosteneva il governo mostrava segni di cedimento con la minacciata fronda di una sua parte. Il mondo politico era in fibrillazione; c’era chi benediceva la mossa degli scissionisti, chi tuonava a l tradimento, chi tram ava da lontano aspet tando di r ioccupare le poltrone conqu istate e perse più volte, chi sbraitava e chi camuffava le notizie ad arte nei vari notiziari televisivi. Dovevo andare dietro a tutte le inte rviste, a tutte le dichiarazioni ed esternazioni che, anche facendosi la barba la mattina, molti politici rilasciavano volentieri. I miei capi mi indirizzavano nei posti più i mpensabili, raccomandandomi di seguire gli esponenti di partito anche quando in macchina si allontanavano sorridenti. «Rincorrili. Non li mollare fino all’ultim o» mi dicevano«non si sa mai, abbassano il finestrino e ci scappa una dichiarazione.» Poi, distrutto, tornavo a casa e piombavo nello sconforto. Solo lì, solo con me stesso, potevo ammettere di essere sconfitto, di non riuscire più a capire qualera la funzione - direi l’utilità - del giornalismo. A tal punto il potere mi aveva umiliato. E io, povero illus o, mi limitavo a riportare fatti, parole virgolettate, fotografie di uomini sorridenti, articoli dai giornali esteri. Avevo bisog no di capire, ma per capire avrei dovuto rivoluzio nare, ancora una volta, i miei strumenti di indagine. Oggi non sono più lo sprovveduto cronista di una vol ta. Ho fatto carriera, ho maturato esperienze e ho avuto modo di riflettere su quelle che a lungo ho interpretato come mie sconfitte professionali. Ho deciso di rim ettermi nuovamente in di scussione, e per levarmi qualche sassolino dalla scarpa non ho trovato nulla di meglio che ripescare l’insignificante caso di Teodoro M. per farlo assurgere a emblema del costume della nostra società. Per capire quel costu me mi sono volutamente allontanato dai canoni del giornalismo, come tanti anni prima mi ero allontanato dai canoni della politica. Solo un rom anziere, oggi mi ripeto, può scavare a fondo nelle cose, mettendo al loro posto tasselli che, se p ur non “veri”, siano però “verosimili”, in un tentativo di visione oli stica del problem a. Non sono


17 stati proprio loro, i grandi romanz i russi degli ultimi secoli, a farci capire e vivere, meglio di qualsiasi libro di storia o testo politico, la società russa alle soglie de lla rivoluzione e poi sotto il regime comunista? E da rom anziere, mi dico, non dovrò più preoccupar mi di accuse di partigianeria. Contenuto, l inguaggio, form a e stile avranno un solo limite: l’interesse e la curiosità del lettore. E allora, eccola la mia opera di fantasia… o di realtà.


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CAPITOLO 1

C’è chi p opola i propri incubi di tempeste marine, chi di viscidi animali schifosi, chi di precipizi senza fine. L’incubo che invece turba va il sonno di Teodoro M. quando si addormentava dopo una giornata particolar mente str essante, er a una stanza colma di libri fino a l soffitto su tutte e quattro le pareti, con al centro uno scrittoio e una sedia. Una stanza senza finestre e senza porte; lui si trovava lì al centro, di fronte a scaffali stracolmi e curvi sotto il peso di migliaia di libri. Libri di tutte le fogge, caoticam ente disposti su più file, senza riguardo all’altezza, alla collana o all’argomento. In tanto disordine molti altri libri, in pila per terra, formavano instabili colonne ad altezza d’uomo. Era troppo ansioso di scappare per chiedersi altro. Tem eva di soccombere come in un terrem oto sotto macerie di carta edesitava anche solo a sfiorare il dorso d i uno di quei libri per paura di smuoverne il precario equilibrio. Gli mancava l’aria, sentiva la polvere appiccicarsi ai polpastrelli e gli acidi miasmi dell’inchiostro raschiargli i polmoni. Poi l’incu bo prendeva ogn i volta una piega diversa. Talvolta si s vegliava sotto il peso dei libr i che, precipitati dall’alto, l o seppellivano; altre volte gli scaffali gli si facevano contro, muovendosi a rimpicciolire la stanza. Quella notte riuscì a evadere dalla biblioteca. Trovò una porta camuf fata fra gli s caffali e intr avide la salvezza. Doveva fare presto, era come in apnea; al di là di la porta sapeva che avrebbe trovato la piazza assolata della città. Qualche libro cadeva per terra, le cerniere della porta scricchiolavano e la sommità degli scaffali ondeggiava pericolosamente sopra di lui.


19 Riuscì a raggiungere la porta, ma invece di uno slargo all ’aperto si ritrovò in un corridoio lungo e stretto, a nch’esso adibito a bibli oteca. Cominciò a correre sbandando a destra e a sinistra su qualche volume che sporgeva e incia mpò più di una volta. Si ritrovò faccia a terr a a mordere qualche pagina di libro che si era aperto casualmente. Chiuse gli occhi per non leggere. Si rialzò, con tinuò la corsa ma il corrid oio non aveva fine. Si svegliò stanco e ansi mante. Trasse un profondo respiro come emergendo dagli abissi del mare e, ancor prim a di capire dove fosse, sceso dal letto, continuò a correre nel corridoio. Arrivato in trance nel soggiorno si bloccò, guardò m eglio in giro e riconobbe con piacere le par eti di quella stanza, ricol me di trofei sportivi e attestat i. Sentiva le palme delle mani sporche; le stropicciò l’una con l’ altra, le strofinò sul pi giama per pulirle dalla polvere ed entrò. Era gi orno i noltrato e dalla finestra un raggi o di sole col piva una coppa in si miloro che trone ggiava su una m ensola lì accanto. L’aveva vinta di recente all e gare di orienta mento notturno cui partecipava ogni anno nei pos ti più im pensabili del pianeta. La prese, la girò e rigirò per ammirarla da vicino e si lasciò andare soddisfatto sul divano. Quella mattina aveva un appuntam ento a cui n on poteva m ancare. Maria l’aveva invitato a pranzo a casa sua dove finalm ente avreb be potuto conos cere la figlia Livia. La cosa lo incurio siva e turbava al tempo stesso; la ragazza viveva con il padre, divorziato, in un paesino dell’interno, ma era sempre osse ssivamente pre sente nei discor si di Maria. N e pa rlava co me dell’ unica ragione di vita, e sembrava che volesse ricucire un rapporto con la figlia che fin da bam bina era stata più legata al padre che a lei. «È quel farabutto del m io ex che me la monta co ntro»diceva Maria«non so pr oprio cosa fare per recuperarne l’affetto, alm eno la sua comprensione…» e ne esaltava la bontà e l’intelligenza con la stessa veemenza con la quale indirizzava insulti al suo ex marito. Da qualche tempo Teodoro aveva cominciato a pensare che si era ficcato proprio in un bel pasticcio; aveva ceduto troppo facilmente al fa-


20 scino di quell a donna, e ora la piacevole avventura che aveva immaginato rischia va di trasfor marsi di fatto in una vita coniugale,pe r di più con l’imbarazzante presenza di una figlia adulta. Teodoro e Maria si er ano conosciuti l’ anno precedente nella casa di cura “Vita sana”, dove lui si era ricoverato per un c heck-up generale e dove lei lavorava come infermiera. Arrivato ai q uarant’anni Teodoro M. - scapolo per vocazione - aveva ritenuto opportuno affiancare a un attent o stile di vita, fatto tutt o di dieta e di sp ort, un’ indagine preventiva sul suo stato di salute. N on aveva mai sofferto di nulla di im portante, ma le fra si scherzose d egli amici sui problem i degli anni “anta” e qualche capello in più che la mattina ri maneva nel pett ine, avevan o iniziato a infastidirlo. Per la verità, aveva colto quel risibile ca mpanello d’allarme per farla finita con le inquietudini che lo prendevano ogni vo lta che pensava alla madre morta di ictus o al p adre divorato da una rara malattia, dal nome im pronunciabile, ma di cui, s oprattutto, aveva sofferto anche il nonno. Sano com e u n pesce, aveva trascorso le giornate girovagando pe r i corridoi della casa di cura, in una tenuta che più che a un ricoverato faceva pensare a uno sportivo durante una pausa dagli allenam enti. Portava una attillata tuta color vi ola e scarpette da passeggio bianche che aveva co mprato per l’occasione. Pa ssava il te mpo libero, fra una TAC e un’analisi, ai tavolini del ba r o seduto sotto il gazebo del giardino; faceva lunghe telefonate al ce llulare e parlava a voce così alta che tutti i presenti erano partecipi dei s uoi affari. Intratteneva gli altri pazienti raccontando delle barzellette che finivano sempre per mettere in imbarazzo qualche anziana signora ch e riprendeva a sfogliare il libro che aveva appena posato sulle ginocchia. Maria non aveva potuto no n notarlo; sapeva che era una persona che contava e, mostrando di n on disdegnar e la sua esuberanza, colse la palla al balz o. Un pom eriggio che si era tratt enuta oltre l’ orario di servizio, vagando nella sala dove Teodoro scherzava e rideva con altri pazienti sani e vispi come lui, riuscì a farsi invitare a sedere per prendere qualcosa. All’incirca della sua stessa età, aveva un viso grazioso, capelli neri e lisci e un fisi co asciutto, ma ad attrarre Teodoro fu principalmente l’i mmagine della bella infermiera che costituiva uno dei sogni pr oibiti della sua adolescenza. Durante i gi orni di degenza la


21 conoscenza si era perfezionata e am bedue ne erano soddisfatti. Lui rinfrancato dalla constatazione che gli “anta” non avessero per n ulla sminuito le sue capacità, e lei felice di aver trovato chi avrebbe potuto dare una svolta alla propria vita. Aveva intuito che a Teodoro avrebbe potuto chied ere tutto: aiu to econom ico, una vita che la riscattasse dall’umile ruolo di infermiera, una pre senza maschile di cui sent iva prepotente bisogno e - sarebbe stat o il massimo - una mano per recuperare la gratitudine della figlia. Maria parlav a se mpre di questa figlia e dei sacrific i che, dopo il divorzio, aveva dovuto affrontare per farla studiare. Quel farabutto del padre, diceva, si beveva fi no all’ultimo soldo quello che guadagnava con l ’attività di farm acista. Il tribunale aveva assegnato la figli a al padre, ma in realtà al suo mantenimento aveva contribuito anche lei, sottraendo preziose risorse al modesto stipendio di infermiera. Livia si era appena laureata in Lettere classiche con ottimi voti e ambiva a una carriera di pubblicista o di giornalista. Teodoro, pensava Maria, era la persona giusta per la realizzazione di quei sogni. E così, mesi dopo, era stato lui a suggerire a Maria di far partecipare la figlia al co ncorso “La nostra storia” che il Co mune aveva bandito per la ricerca e valorizzazi one dei giovani neolaureati che potessero dare vanto alla città. Era un concorso organizzato dall’assessorato per le tradizioni etnografiche, presieduto proprio da Teodoro, e il vincitore avrebbe avuto la possibilità di pubbl icare la propria tesi di laurea a spese del Comune, sotto l’egida della vicina Univers ità e con sussurrate promesse di incarichi professionali da parte di vari uffici com unali. Era un favoloso trampolino che Maria aveva subito colto per la carriera della figlia, e per Teodoro la migliore m anovra per spingere la nuova conquista a una maggiore disponibilità nei suoi confronti. Si era dato enormemente da fare; il premio era stato assegnato a quella ragazza e la sua tesi di laurea in storia antica “Manifestazioni della religiosità del Padullo dalla Normandia al Mediterraneo” era diventata un elegante volum e stampato in q uadricromia dalla rino mata tipografia cittadina “Il torchio”.


22 L’intraprendente assesso re aveva così, se si può dire, preso ben tre piccioni con una fava: poteva vantare crediti di riconoscenza da parte di Maria, aveva raccolto consensi po litici per la sua attività in favore della città e, dulcis in fundo, aveva procurato non pochi utili a quella tipografia di sua proprietà. Il pomeriggio del giorno di quell’invito a pranzo si s arebbe svolta la premiazione ufficiale e lui avrebbe presentato alla cittadinanza il frutto dell’ultim a fatica del suo assessorato . Per l’ occasione il com une aveva messo a disposizione la sal a azzurra e l’aveva addobbata come per un matrimonio. I fattorini e gli uscieri erano stati muniti dell’antica divisa co munale, con il classico berretto a tre punte e un drappo rosso, una elegante fusciacca ch e fasciava lor o l’addome. Alcuni di essi mostravano però un’adiposità così pronunciata da renderli, con tale ab bigliamento, ancora più ri buttanti di quanto non fossero in abiti borghesi. A far da guardia ai lati delle porte del salone erano stati alloradestinati solo in pochi e, in preda a panico organizzativo, l’Assessorato di Teodor o aveva bandito in fretta e furia un conc orso per il reclutamento di dodici “figuranti di fusciacca”. Erano stati diram ati inviti a i mportanti uomini di cultura della regione, era stata avvisata la st ampa e la tel evisione, e grandi m anifesti murali per tutte le vie della città annunciavano l’evento culturale quasi fosse la cerimonia di premiazione di un Nobel. Tale fu la pubblicità che molti turisti, che tradizionalmente sostavano in quella città solo uno o due giorni, decisero di prolungare la vacanza per partecipare all’evento. La gratitudine di Maria verso Teodoro era immensa. Durante il pranzo Livia non parlò d ’altro che di co me avrebbe impostato l’intervento; fantasticava sul suo futuro e conti nuava a scusarsi con l’amico della madre per la situazione che si era venuta a creare. Ma subito dopo, dalle scuse passav a ai ringraziamenti e, messa da parte la ritrosia verso qualunque debito di riconoscenza, mostrava tutto il suo entusiasmo. Citava monumenti, chiese, castelli e suggeriva a Teodoro qualche utile spunto da tirar fuori con noncuran za, alla conferenza, al momento opportuno.


23 «Sarebbe di sicuro effetto» disse Livia « se, ringraziando l’Arcivescovo per la sua presenza, lei facesse notar e co me anch e la fede abbia contribui to all o splendor e di quel regn o; i m osaici delle nostre chiese, per esempio, vanno ben oltre il puro e se mplice aspetto artistico… non crede?» Teodoro con un imbarazzo che cercò di cam uffare trangugiando una enorme forchettata di pasta al forno, per aver tem po di pensare, si limitò a dire: «Sì, sì, certo… ma perché mi dai del lei? Diamoci del tu, ti va?» «Se per lei va bene…» fece Livia con un sorriso di circostanza. Teodoro posò la forchetta, si pulì lentamente la bocca e guardando fisso la bottiglia di vino davanti a lui, con aria ispi rata riprese il discorso. «I nostri mosaici sono veram ente unici… mi hai dato un ’ottima idea… ma… non vorrei invadere il tuo campo e poi… ricordati che deve parlare anche il professore Pischelli, lui è un esperto di cose antiche… c erto potrei accen nare ai lavor i di restauro appaltati l’ anno scorso, non so… ci penso.» E si tuffò soddisfatto a completare l’assalto alla pasta al forno. Pensava a qu el deficiente dell’addetto stampa che neanche gli ave va nominato i mosaici; lo aveva solo im bottito di tanti nomi e dat e, di guerre e di i ncoronazioni, che aveva rinunciato a te nere a mente. In fondo non era suo co mpito entrare ne l dettaglio. La Norm andia? Gli veniva in m ente solam ente qualche scena di guerra vista alla televisione sullo s barco degli a mericani durante l’ ultima guerra… ma era meglio non parlarne, doveva trattarsi di una om onimia; che c’entrava quella zona della Francia con questi discorsi di storia locale? Il Padullo poi! Non era il no me di un volatile che vive nelle zone um ide vicino alle foci dei fiumi? Era la prim a volta che Te odoro incontrava Livia. Non se ne era preoccupato più di tanto; per lui il concorso era st ato solo una faccen da di routine come, l’ anno precedente , l’ organizzazione della sagra dei funghi o ancora prima il festival de i cori delle scuole elementari. Doveva forse essere anche un esperto di fungologia o di cori?


24 Chissà perché, si era immaginato che la figlia di Maria dovesse essere bassa, con spessi occhiali di tartaruga e trascurata nel vestire; forse perché il suo libro parlava di cose antiche che lui non aveva mai capito a chi potessero interess are? Ne aveva fir mato la presentazione , è vero, ma erano le solite parole di prammatica, che si sarebbero adattate anche a un libro di cucina. In fondo i l suo co mpito era solo quello di evidenziare il buon esito della politica sociale del Co mune e del suo assessorato in particolare, e gettare così le basi per attività e consensi futuri. Il pranzò continuò. Livia parlava a se st essa, citando a memoria passi della tesi, e l ui era se mpre più im pegnato a tener la bocca piena per potersi lim itare a generici m ugolii di approvazione. Maria pendev a dalla bocca della figlia. «Questa pasta al forno è un vero capolavoro… una goduria che avevo dimenticato» fece Teodoro per richiamare a sé l’ attenzione di Maria«mi ricorda mia madre… anche lei ci metteva l’uovo, il formaggio, le melanzane e la mortadella. Quando era festa grande ci metteva anche delle polpettine di carne di maiale e… ti assicuro che…» Per la commozione non ri uscì a finire il discorso.Incrociò lo sguardo di Livia che si era incanta ta di fronte a tanta nostalgia. Lui, grato, ricambiò lo sguardo, cogliendovi la genuinità e la freschezza di una ragazza che fin almente si in teressava a q ualcos’altro che non fossero solo chiese o m osaici. Avrebbe voluto dire qualcosa ma si bloccò nel vano tentativo di trovare un argomento di conversazione comune. «Allora voi andate con la vostr a macchina. Io vi raggiung o dopo»disse quando, finito il pranzo, alzatosi, cercava una poltrona per la pennichella. «Possiamo andare tutti assieme… ancora c’è tempo, no?» disse Livia. «Dovrei passare prima in Comune… voi cercate di esser e là per te mpo, c’è da ri cevere gli ospiti, c ontrollare che tutto sia a posto, e poi…» Maria, che aveva imparato a conoscerlo, lo interruppe ridendo: «…e poi, le persone i mportanti arrivano sempre per ultim e, vero Teodoro? Ma come la mettiamo con il sindaco? Ci sarà pure lui, no?» «Eh sì, debbo sopportarlo ancora per poco»le rispose con rabbia« non muove mai un dito m a tutti conosc ono solo lui. Gli concedo l’onore


25 di arrivare dopo di m e, ma vedrai , vedrai che le cose cambieranno presto.» La sala dell a conferenza e ra piena. Le prime file er ano occupate da assessori e consiglieri, da eleganti e annoiate autor ità locali, sp esso accompagnate da ancor pi ù sostenute s ignore, e dal Vescovo con al fianco due prelati. Dappertutto, a far capannello fra di loro, sostavano tanti gruppi eterogenei di persone ch e, per non far torto a Teodoro, si erano rassegnati a un pomeriggio diverso. Teodoro entrò nella sala p er dirigersi al tavolo dove si era già sistemata Livia, accanto al pro fessore Pischelli della vicina Università e a uno sconosciuto giornalist a del luogo. Fu subito attorniato da un nugolo di ragazze che sembravano attenderlo per partire in gita scolastica. Erano le componenti della squadra femminile di palla a volo di cui lui era il presidente. Poi, in disparte, vide nelle ultime file i dipendenti della sua tipo grafia; li salutò con un vel oce cenno de l capo e, sorr idendo a tutti, si avviò al suo posto, accanto a quel professore il cui nome si dovette ripassare leggendo, divertito, la targhetta sul tavolo. Nelle file centrali alcune coppie di turisti si facevano notare per il loro abbigliamento e per la l oro carnagione bianco latte. Con im pegno, da lontano, puntavano le loro e normi macchine fotografiche sui figuranti di fusciacca che, i mmobili, arredavano i due lati lunghi della sala. Si udivano veloci parole di approva zione in francese, fr ammiste a commenti nello strascicato idioma locale. La sala si andava riem piendo ancora. Nell’ attesa del sindaco e di qualche altra autorità, molti dei c onvenuti si avvicinavano al tavolo per salutare Teodoro e parlare con lui ad alta voce di qualsiasi cosa venisse loro in mente, fieri di mostrare agli altri di essere in confidenza con l’assessore. Qualcuno era interessato ai suoi programmi per le prossime ferie estive e chiedeva se avrebbe potuto unirsi anche lui al gr uppo di “vacanze estreme”. Altri gli ricor davano gli appuntamenti al circolo, dove si sarebbero rifatti delle ultime perdite al tavolo da poker. Altri an cora ne approfittavano per discutere de lle recenti delibere del Co mune sull’annoso tema del Piano Regolatore. Livia era intenta a sfogliare il suo libro e il professor e osservava tutti con un sorriso di superiorità che pi ù di una volta indusse i conoscenti


26 di Teodoro a d allontanarsi dal tavol o per riprendere i loro posti. Ma lui, agitando le mani li richia mava a gr an voce “Cic ciuzzo” o ancora “Paolino” o “Angelo”, e li invitava a riempire l’attesa. In qualità di assessore al le tradizioni etnografiche sarebbe stato il primo a parla re. Non doveva dim enticare di ringraziare il professore universitario e poi citare anche que l giornalista, come si chiamava? Ah, Mangialupo, ecco, era sem pre fra i piedi in circostanze del genere. Dopo la cerim onia avrebbe, in privato, con cordato con lui l’articolo che immancabilmente sare bbe apparso l’in domani sul giornale locale. Arrivò il sindaco, la prima fila si riempì e Teodoro schiarendosi la gola si rivolse all’ assemblea. Iniziò con i soliti saluti e ringraziam enti e, simulando un im barazzo, peraltro real e, nel presentare la ricerca st orica, che rimandò saggiamente all’ intervento dell’esim io professor Pischelli, prese a parlare del programma dell’ amministrazione per un’occupazione giovanile nel campo delle tradizioni culturali del luogo. Aveva una voce forte e allenata. «…non credo di sbagliare dicendo che la nostra città, ben oltre le giuste aspettativ e, ha intrapreso la st rada m igliore per la sua rinascita culturale, sociale, politica, economica e…sono fiero di poter affermare che… e il consenso di t utti voi dimostra che… per questo, per questi motivi, il compito del politico è più gratificante di tanti altri, per la vocazione allo sviluppo, a l benessere… affrontare antiquate problematiche, piuttosto che fare le gius te scelte politiche, piuttosto che a nteporre il ben e co mune al bene priv ato… è stata s empre la missione di questa amministrazione. I co mpromessi che per troppi anni ha nno offuscato il buon nom e della nostra città, si avviano a essere positivamente risolti e il nostro im pegno sarà sempre quello del rispetto di una trasparente calendarizzazione…» E così ancora per una buona mezz’ora. Fine anteprima. CONTINUA...

Vita, fortuna e pene di Teodoro M.  

Mainstream, Carlo Zamparelli

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