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In uscita il 23/12/2016 (14,50 euro) Versione ebook in uscita tra fine dicembre e inizio gennaio 2017 (2,99 euro)

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MARIKA MISINO

UNDERWATER

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UNDERWATER Copyright © 2016 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-9370-064-1 Copertina: immagine Shutterstock.com

Prima edizione Dicembre 2016 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


Al mare


Ho scoperto il segreto del mare meditando su una goccia di rugiada Khalil Gibran


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CAPITOLO UNO

Adoravo l’estate, questo me lo ricordo bene, ma quell’anno l’amai particolarmente. Avevo sedici anni, ero pronta ad affrontare un nuovo anno di scuola superiore e prendevo sempre più consapevolezza di me e di ciò che mi piaceva. Amavo immensamente il calore del sole sulla pelle, ricordo ancora il suo particolare pizzicore quando vi ero stata esposta per troppo tempo, mi rilassava il colore dei ciottoli bianchi della spiaggia e il suono ritmico del mare che prima li trascinava via e poi li restituiva alla terra. Trascorrevo le mie giornate in spiaggia, portavo con me solo un telo e una bottiglia d’acqua, niente creme protettive e niente olii abbronzanti come le altre ragazze della mia età: non so per quale motivo, ma avevo la strana sensazione che sporcassero il mare. Quasi sempre mi facevo accompagnare dal mio migliore amico, Alessio. Aveva la mia stessa età ed eravamo compagni di scuola: aveva gli occhi color nocciola, i capelli ramati ed era un ragazzo dolcissimo. Sono sicura che non sia cambiato di una virgola in questi anni, essere scortese o antipatico era una cosa del tutto innaturale per la sua indole. Mi piaceva trascorrere il tempo con lui, era un ottimo compagno. Io invece ero una ragazzina irrequieta, ma mi assecondava spesso senza troppe difficoltà. Anche lui amava il mare e spesso giocavamo a sfidarci in gare assurde di tuffi o ap-


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nee. Ce ne stavamo in spiaggia a divertirci così a lungo che spesso i nostri genitori venivano a cercarci per ricordarci che avevamo una casa. Ci accontentavamo di poco noi due, quando saltavamo il pranzo o la cena ci concedevamo un ghiacciolo al limone e riprendevamo a tuffarci. L’estate era appena cominciata e noi avevamo già la pelle bruciata dal sole, sebbene non fossimo capaci di restare in spiaggia molto a lungo, specie se il mare era quello della nostra città, Porto Azzurro, da sempre calmo e cristallino perché protetto da una grande baia naturale. Quanto a me, io amavo il mare con tutta me stessa. Non solo perché mi piaceva nuotare e mi teneva lontana dalla scuola, ma anche perché mi permetteva di praticare la mia passione: il nuoto in apnea. Alessio aveva cercato spesso di battere il mio record senza successo, fino a quando non aveva rinunciato a provarci, anche se spesso continuava a sfidarmi per gioco. Riuscivo a stare in apnea per quindici minuti se me ne stavo ferma, ma io detestavo la stabilità, il mare è movimento e vita, perciò spesso nuotavo in apnea in completa solitudine. Riuscivo a resistere per circa dieci minuti in movimento, poi dovevo necessariamente riemergere, ma mi bastava per soddisfare il bisogno di esplorare i fondali: ero letteralmente affascinata dai coralli e la mia più grande passione era di riuscire a scorgere quello dal colore più eccentrico. E poi c’erano i pesci, mi piaceva sorprenderli all’improvviso e vederli schizzare lontano; i polpi, nascosti tra le fessure delle rocce, e i crostacei dalle forme e dai colori più bizzarri. Ero letteralmente innamorata del mondo marino e la mia più grande ambizione era di riuscire a restare sott’acqua tanto a lungo da adattarmi alla na-


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tura e non essere più considerata una bizzarra estranea. La mia storia ebbe inizio a metà luglio. Porto Azzurro se ne stava placida nel suo candore, aggrappata sulla terraferma e bruciata dal sole cocente tipicamente estivo. Il caratteristico porto era gremito di barche di ogni dimensione e colore, e i pescatori si davano un gran daffare con reti e casse di pescato, anche se non si erano ancora accorti del grande banco di acciughe che nuotava nei pressi della costa in quei giorni. Lungo la scogliera nera, dietro il porto, si stendeva la spiaggia di ciottoli bianchi che la grossa cernia, abitante di quella zona, evitava accuratamente a causa dei bagnanti. Preferiva girovagare al sicuro sotto la scogliera di Pizzo Lama, sebbene qualche volta anche in quella zona comparivano tumultuosi umani a disturbare la sua quiete. Alessio e io ci stavamo cuocendo al sole quando i suoi occhi si posarono con aria di sfida su alcuni ragazzi che risalivano la scogliera di Pizzo Lama per una gara di tuffi. «Non ti pare che ormai siamo abbastanza grandi da poterci tuffare anche noi da lì?» mi domandò. Pizzo Lama, chiamata così non solo per la sua forma a lama di coltello ma anche per la roccia acuminata di cui era composta, era la scogliera più alta della città: ben ventotto metri dividevano la sua cima dal mare e sotto di essa il fondale era così profondo da non rischiare di sbatterci contro. Generalmente solo i ragazzi più grandi e i più coraggiosi si sfidavano in spettacolari tuffi da quella cima, e io e Alessio ormai eravamo abbastanza grandi, coraggiosi e soprattutto allenati per fare un tentativo. «Credo di sì, perché non proviamo?» risposi mettendomi a sedere e osservando uno dei ragazzi che si posizionava sul ciglio. Lo osservammo per qualche istante, lo vedemmo prendere fiato, siste-


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mare la posizione e poi lanciarsi nel vuoto. Ricordo che tracciò una splendida curva prima di infrangere l’acqua e riaffiorare quasi subito tra le urla di approvazione dei compagni rimasti in alto. «Scommetto che riesco a tuffarmi prima di te» mi sfidò Alessio che si sollevò rapido e spiccò una corsa verso la scogliera. Io mi misi in piedi di scatto e gli corsi dietro. A piedi nudi raggiungemmo il ciglio, dove i ragazzi stavano ancora decidendo chi si sarebbe tuffato. Ale mi sorrise con sfida, mi piaceva quando lo faceva, me lo ricordo bene, lo trovavo incredibilmente attraente e un brivido mi correva lungo la schiena, ma all’epoca non me ne rendevo conto, nella mia ingenuità di ragazzina credevo si trattasse solo di eccitazione per la sfida che ci aspettava. «Se avete qualche problema a decidere chi si debba tuffare posso farlo io al posto vostro» azzardò Ale. «Non dategli retta, lo faccio io!» risposi con forza, spintonando da parte il mio amico. «Giochiamocela!» propose lui. Ci sfidammo a morra cinese, lui puntò sasso e io carta: toccava a me. I ragazzi mi fecero largo e io mi posizionai sul ciglio. Sebbene il punto da dove fare il salto fosse una piccola conca grande abbastanza da farci entrare solo i piedi, la roccia nera era comunque acuminata e la sentivo sotto le dita come mille lamelle che cercavano di perforare la carne, era doloroso in un certo senso ma anche piacevole. Guardai sotto di me e mi accorsi che l’acqua era più lontana di ciò che mi ero aspettata, deglutii cercando di assumere un’espressione naturale, ma sono sicura che Ale colse subito quel tentennamento perché lo sentii muoversi alle mie spalle ed


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emettere uno strano suono nasale. Mi posizionai, osservai l’orizzonte, respirai profondamente e mi lanciai con un salto. Nel momento in cui mi staccai dal suolo e cominciai a precipitare, sentii dentro di me una moltitudine di emozioni che ancora oggi non riesco a ricordare in modo perfetto: inizialmente era la paura a farla da padrone, un secondo dopo la sensazione di vuoto mi attanagliò le viscere e poi una botta di adrenalina, il cuore saltò un paio di battiti, il vento caldo mi sferzò la faccia talmente forte da impedirmi di respirare, una ventata di salsedine mi scosse, vidi l’acqua avvicinarsi sempre di più, trattenni il respiro e dopo un attimo, che a me parve un’eternità, infransi il pelo dell’acqua. L’impatto non fu forte come mi aspettavo, ma il corpo ebbe comunque modo di manifestarmi il suo dissenso, dopo talmente tanta aria da non poter quasi respirare era strano non trovarne la minima traccia di colpo. L’acqua che mi avvolgeva rallentò la caduta come un materasso e istintivamente scesi in profondità, mentre il battito del mio cuore rallentava. Osservai il fondale ricoperto di ciottoli e sabbia con qualche alga e qualche corallo a fare da contorno e intravidi la cernia nascosta nella sua tana che mi guardava con terrore. Mi sentivo irrealmente a mio agio, fu quasi un peccato che l’ossigeno cominciasse a scarseggiare e mio malgrado fui costretta a risalire. Quando tirai fuori la testa dall’acqua, inspirai una bella quantità di aria, scrollai la testa per eliminare l’eccesso di acqua dal viso e tesi la mano verso Ale in segno di saluto. Lui mi sorrise e si preparò al salto mentre io mi spostavo verso la spiaggia per liberargli il campo. Lo vidi assumere il suo classico sguardo di concentrazione, ma da quella distanza non riuscii a vedere se avesse avuto tentennamenti come li avevo avuti io.


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Spiccò un bel balzo, si girò su se stesso per farmi dispetto e dimostrare di essere più bravo e scese in picchiata verso il mare dove sparì per qualche istante prima di riaffiorare sorridente. «Per come la vedo io, il mio tuffo era più bello del tuo» mi schernì. Io sorrisi. «Allora ti sfido ancora e questa volta vedremo». Tornammo sulla scogliera trovandola deserta, i ragazzi avevano rinunciato ai tuffi per tornare a casa per pranzo. Io mi posizionai per il lancio quando sentii Ale afferrarmi per un braccio. «Marina, per favore, riemergi subito» mi disse con uno sguardo apprensivo che non gli avevo mai visto. Annuii, poi nuovamente tornai a tuffarmi nel vuoto facendo una piroetta, infransi l’acqua e riemersi subito come mi aveva chiesto lui, che sorrise e mi fece segno positivo con la mano. Continuammo così per altri due o tre tuffi, non ricordo bene, poi cominciammo a sentirci stanchi e ce ne restammo sulla spiaggia a riposare. «Dovrei tornare a casa per pranzo o questa volta mia madre mi uccide sul serio» disse Alessio. Io sbuffai. «Anche mia madre non fa che rompere con questa storia». «Credi che diventeremo come loro da adulti?». «Oddio, spero di no!» risposi sconvolta. «Cosa vorresti fare dopo la scuola?» mi domandò. «Non lo so, odio la matematica, quindi non credo che potrei seguire le orme di mio padre e diventare ingegnere. Tu cosa vorresti fare?». Lui scrollò le spalle. «Non ne ho idea. Insomma, adoro le scienze naturali e mi piace il mare, mi piacerebbe diventare biologo».


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«Wow, dovrai studiare tanto, signor sapientino» gli dissi ridacchiando. «Sicuramente sono più bravo di te» mi rispose facendomi la linguaccia. «Dovresti impegnarti di più l’anno prossimo, sai? Quest’anno non hai dato il massimo». «Sono sempre più brava di te in italiano e inglese, avrai pur bisogno di qualcuno che scriva i tuoi trattati in maniera leggibile, signor biologo dalla grafia a zampa di gallina». Alessio scoppiò a ridere. Ricordo ancora il suono della sua risata: era come se mille campanelli tintinnassero nello stesso momento e io non riuscivo a essergli indifferente e inspiegabilmente scoppiavo a ridere insieme a lui. «Di’, ti sei preoccupato quando mi sono tuffata da Pizzo Lama la prima volta?» domandai a bruciapelo. «E come faccio a non preoccuparmi? Una volta sotto il mare tu fai fatica a uscirne! Dovresti piantarla di stare sott’acqua tutto quel tempo, ho letto che a lungo andare potresti avere problemi d’udito» mi avvertì lui. Trovavo quell’affermazione un inutile allarmismo. Nuotavo in apnea da quando ero bambina, persino i miei genitori ne restavano sorpresi, non avevo mai avuto problemi e non sopportavo l’idea che fare qualcosa di piacevole potesse portare a così tante inutili paure. Sarebbe stato come avere timore di versare il latte nel bicchiere perché sarebbe potuto cadere da un momento all’altro. «Andiamo, dai, o ci beccheremo di nuovo le paranoie di mamma e papà» dissi rimettendomi in piedi. La spiaggia si era ormai svuotata quasi del tutto, raccogliemmo i nostri pochi averi e ci dirigemmo verso casa.


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«Che programmi hai per la festa di Stella Maris?» domandai. «Nessuno. Tu che programmi hai?». «Non ho intenzione di andarci con la mia famiglia» risposi sicura. «Ci andiamo insieme, allora?» fece lui raggiante. Il mio cuore fece un balzo, ma nuovamente non ne compresi il vero significato. Stella Maris era la santa protettrice di Porto Azzurro, ogni anno si teneva una festa lunga quattro giorni a cui prendeva parte l’intera cittadina. Era un modo per rompere la monotonia della vita quotidiana e incontrare chi non si aveva mai occasione di vedere, oltre al fatto di poter assistere a tutta una serie di intrattenimenti divertenti. La festa era molto sentita in particolare dai pescatori che vedevano in Stella Maris la Stella Polare che li guidava e li aiutava nelle lunghe notti buie sul mare. Ogni anno non vedevo l’ora di partecipare, fino all’anno prima ci ero andata con i miei genitori, ed ero eccitata all’idea di poterci andare con qualcun altro e godere della mia indipendenza appena conquistata, per questo non ero riuscita a interpretare il balzo che aveva compiuto il mio cuore all’invito di Alessio. Quando tornai a casa, mia madre stava già mettendo via le stoviglie del pranzo. «Ma insomma!» mi apostrofò quando entrai, «possibile che tu non abbia rispetto della tua famiglia? Pensavo di doverti venire a cercare anche oggi». Si chiamava Grazia, mia madre, e all’epoca aveva quarantun anni. Ci volevamo bene, ma io ero nel periodo più critico per una ragazza e in quel momento non facevamo che scontrarci, io anelavo alla libertà adolescenziale e lei mi imponeva le regole del vivere civile. Tutti mi dicevano che le somigliavo e che sarei di-


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ventata bella come lei, ed era davvero bella mia madre. Il suo corpo era asciutto e tonico nonostante due gravidanze, i suoi occhi erano marrone scuro e i capelli mossi e biondi come l’oro. «Scusa, mamma. Io e Alessio non ci siamo accorti dell’orario» le dissi a mo’ di scusa sedendomi a tavola. «Dovresti farti una doccia prima di mangiare» mi disse tirando fuori da non so dove un piatto di carne e insalata che aveva lasciato per me. Io corsi in bagno ma adoravo la salsedine sul corpo così mi limitai a lavarmi le mani: alla doccia avrei pensato più tardi. «Dovrai restare con tuo fratello, domani» mi disse dalla cucina. «No, mamma, ti prego» mi lamentai. Detestavo restare con Davide perché non faceva altro che giocare ai videogame tutto il giorno. «Ti prego, Marina, visto che non c’è scuola ho bisogno di una mano da parte tua» mi disse. In quel periodo faceva un lavoro part-time come cameriera in una pizzeria. D’estate, Porto Azzurro era una meta turistica e tanti locali, dormienti durante l’inverno, diventavano vere occasioni per racimolare qualche soldo in più, così dopo pranzo telefonai ad Alessio per avvertirlo di non poterlo raggiungere in spiaggia il mattino seguente. Il mattino successivo il mio migliore amico si presentò a casa con un vassoio di cornetti caldi ripieni di cioccolato.


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CAPITOLO DUE

L’estate trascorreva placida e luglio volò portato via dal vento. Io e Ale continuavamo a trascorrere le giornate in spiaggia senza porci troppi problemi, ma, quando cominciò ad affacciarsi agosto, qualcosa nell’aria cambiò. All’epoca non me ne rendevo conto, ma da sempre agosto è il mese dei venti, e quel vento, così caldo e piacevole portò con sé un profumo diverso. Una mattina mi svegliai irrequieta e sudata, il vento caldo e afoso aveva soffiato per tutta la notte perciò non era possibile passare la mattina in spiaggia. Io e Alessio avevamo deciso di incontrarci lo stesso, pronti a bighellonare per Porto Azzurro tutta la mattina. Mi vestii malvolentieri a causa del caldo, quindi mi recai all’appuntamento con il mio amico. «Ci facciamo una passeggiata sul lungomare?» mi propose subito. Ovviamente accettai, quindi attraversammo la città. Lungo la via principale scorgemmo i consueti operai che montavano le luminarie per la festa patronale che si sarebbe tenuta pochi giorni dopo. La struttura, apparentemente pericolante, era ben fissata alle abitazioni da lunghi cavi metallici, sulle palizzate sarebbero state disposte le cornici di lampade che, accendendosi, avrebbero illuminato a festa Porto Azzurro risplendendo tra le pareti candide delle case.


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Quando raggiungemmo il lungomare, il vento carico di salsedine ci schiaffeggiò violentemente: il mare era grigio e furioso. Incontrammo un gruppo di ragazzi che conoscevamo, le ragazze chiacchieravano tra di loro sedute sulle panchine di pietra e i ragazzi giocavano a pallone. Ale adorava il calcio e notai che i suoi occhi brillarono quando alcuni di quei ragazzi lo invitarono a giocare perché erano a corto di un giocatore. «Non ti dispiace, vero?» mi domandò speranzoso. «Non vorrai mica il mio permesso?» lo schernii facendogli la linguaccia. Lui sorrise schizzando via e a me non restò che starmene a osservarlo giocare. Raggiunsi il gruppo delle ragazze che mi accolsero gentilmente. Quando mi accomodai tra di loro, però non riuscii a trovare un argomento di mio gradimento: parlavano di abiti, di trucco, di come preparare un dolce, di cosa avrebbero fatto per la festa di Stella Maris e di ragazzi. Le vidi osservare con malizia i giocatori e sgomitarsi a vicenda quando guardavano nella loro direzione. Alessio sembrava concentrato sul gioco ma non abbastanza, visto che mi osservò e sventolò la mano in segno di saluto. «Tu e Alessio state insieme?» mi domandò una di quelle ragazze, mi pare di ricordare che si chiamasse Cristina. «No. Siamo solo amici». «Sembrate amici molto speciali, però» ribadì lei. Io scrollai le spalle infastidita e mi allontanai. Mi sporsi a osservare il mare furioso e inspirai una gran quantità di aria carica di iodio che subito mi rasserenò e allontanò la tensione di quella mattina. Era come se il mio corpo si aspettasse da un momento


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all’altro che facessi qualcosa, che cosa dovessi fare però non lo avevo ancora capito. In quel momento pensavo solo che la domanda di Cristina fosse stata stupida e inopportuna. Che cosa ne sapevano quelle ragazze dell’amicizia che condividevo con Alessio? Come si permettevano di giudicarla? Solo oggi comprendo che non volevo ammettere ciò che il mio cuore provava davvero per lui. Continuai a osservare il mare, il suo movimento era ipnotico e rilassante per me che me ne stavo sulla terraferma a godere della furia con cui si scagliava contro la costa, ma la cernia nascosta tra le rocce sotto Pizzo Lama sicuramente non la pensava allo stesso modo. Le correnti sottomarine erano forti e pericolose e avrebbero potuto sbatterla contro una roccia e ucciderla. Per questo magari preferiva starsene al sicuro nella sua tana anche se a stomaco vuoto. Il vento soffiava forte emettendo il suo tipico ululato. Mi lasciai carezzare da quel suono che cullava i miei pensieri, quando d’un tratto la sentii. Era una voce, non potevo sbagliarmi, ma non sembrava una voce umana. Mi diceva qualcosa, comprendevo che cercava di parlarmi, ma al momento di elaborare quei suoni non riuscivo a capirne il significato. Era come se qualcuno cercasse di parlarmi in un’altra lingua, una lingua non umana, non comprensibile. Rizzai le spalle e cercai di concentrarmi, ero sicura che non si trattasse d’immaginazione, però continuavo a non capire il senso di quelle parole. Istintivamente sentii il bisogno di raggiungere il mare. Se fosse stata la voce a chiedermi di farlo, questo lo scoprii solo più tardi. «Ehi, va tutto bene?» mi domandò improvvisamente Alessio facendomi sobbalzare. Era sudato e affannato ma io lo trovavo co-


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munque affascinante. «Ti ho fatto paura?». «No, tranquillo, tutto bene. La partita è finita?» gli domandai sorridendo. «Sì. Abbiamo perso» mi rivelò con un ampio sorriso. Io risi. «Cerchiamo una fontana, avrai bisogno di rinfrescarti. Poi ti offrirò un gelato» proposi. Tornammo perciò in città, dove raggiungemmo un’antica fontanella dalla quale sgorgava un guizzo d’acqua fresca e cristallina. Alessio si sporse per bere e io non riuscii a resistere alla tentazione di posizionare la mano sulla canna della fontana per schizzarlo da capo a piedi. L’acqua era fredda e quando fu a contatto con la sua pelle accaldata lo vidi rabbrividire improvvisamente, ma non si lasciò cogliere di sorpresa troppo a lungo. Mi scostò la mano con violenza e imitò il mio gesto, ricambiandomi il favore. L’acqua era davvero fredda a contatto con la pelle scaldata dal sole e dal vento caldo, ed ebbi un piacevole spasmo involontario. «Non si trattano così le ragazze, sai?» lo schernii, falsamente arrabbiata. «Te lo sei meritato» mi rispose sorridendo e allontanandosi da quella che era stata la sua arma. Scattai subito e tornai a inzupparlo. Lottammo per un bel pezzo a suon di schizzi, ridendo e inzuppandoci vicendevolmente e, quando fummo abbastanza fradici e stanchi, ci accasciammo su una panchina. Stavo strizzando via l’eccesso d’acqua dalla maglietta quando due grossi camion a rimorchio, un furgone e due auto, attraversarono il paese. «La Diving Cup!» esclamò Ale saltando su dalla panchina. La Diving Cup era una gara nazionale di tuffi che veniva orga-


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nizzata ogni anno. Si svolgeva sulla cima di Pizzo Lama, dove veniva allestita una passerella dalla quale gli atleti si sarebbero dovuti lanciare in spettacolari tuffi. Era un evento importante per Porto Azzurro perché portava turismo e per gli abitanti era un orgoglio incommensurabile ospitare una gara a livello nazionale. «Dai, andiamo a vedere» proposi eccitata. Tornammo sui nostri passi per ritrovarci nuovamente sul lungomare, dove i due grossi camion e il furgone erano parcheggiati. Gli autisti scesero dai mezzi e spalancarono i portelloni dei rimorchi. Io e Alessio ci affacciammo curiosi e scorgemmo una serie di pezzi metallici non meglio identificati adagiati al loro interno. «Quella è la passerella» dissi. «Credi che sarà più lunga, quest’anno?» mi domandò Alessio. «Beh, l’anno scorso era piuttosto corta». «Adesso andiamo a pranzo, torneremo domani e sicuramente sarà già stata montata». Come al solito il mio amico non si sbagliava: il mattino seguente la passerella era quasi completamente montata. La osservai dal basso, mentre nuotavo al largo della spiaggia sotto Pizzo Lama. Il vento si era placato e il mare era tornato alla sua solita calma, anche se la superficie era increspata più del solito e le alghe, strappate violentemente ai fondali, galleggiavano a pelo d’acqua. Tirai dentro i polmoni più aria che riuscii e mi immersi, l’acqua era torbida ma il fondale era comunque visibile. Vidi dei coralli colorati aggrappati ai grandi scogli sottomarini, un gruppo di cozze vi crescevano sopra indisturbate, e un calamaro bianco nuotava tra le insenature spiccando come un faro nel suo caratteristico candore perlaceo insieme a banchi di pesci. Sentivo il rumore me-


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tallico del mare nelle orecchie, muovevo le braccia in ampi semicerchi e le gambe compivano movimenti lenti e decisi, scendevo sempre più in basso osservando la vita che mi circondava, come se fossi un’esploratrice. Ogni dieci minuti ero costretta a risalire in superficie, riprendere fiato e ricominciare l’immersione, ma mi divertivo lo stesso. Era un passatempo solitario che mi permetteva di liberare la mente e abbandonarmi completamente alle onde e alle correnti, qualche volta avevo anche pensato di restarmene lì sotto fino a terminare l’aria, per vedere se il mare mi avrebbe accettata facendomi diventare la sua spuma più bianca, ma poi l’istinto di sopravvivenza aveva sempre avuto la meglio. Mi ero allontanata parecchio dalla spiaggia e quasi facevo fatica a distinguere i bagnanti stesi al sole: non avevo paura di essere trascinata via dalle correnti, ero un’ottima nuotatrice ma mi dispiaceva lasciare Alessio da solo troppo a lungo, anche perché sapevo che mi avrebbe messo il broncio. Così, apnea dopo apnea, tornai sul basso fondale e con una nuotata lenta e rilassante tornai a toccare terra e ad arrampicarmi sulla spiaggia sassosa. «Ti sei divertita?» mi domandò Ale con stizza mentre mi accasciavo stanca sul mio telo. Sentivo le braccia e le gambe indolenzite: se volevo tornare a immergermi avrei prima avuto bisogno di riposare. «Che c’è? Ti dà fastidio se mi diverto senza di te?» lo ripresi. «Che ci vengo a fare con te in spiaggia se poi tu stai via un’ora?» mi rimbeccò lui. Non mi ero resa conto d’essere stata via così tanto e ne fui mortificata. «Scusami, non mi sono accorta del tempo» ammisi. Lui fece spallucce. Il suo corpo era stato asciugato dal sole e doveva essere molto accaldato, così per dispetto lo schizzai appena.


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«Dai, ti offro un gelato. Musone» gli dissi. Così andammo al chiosco e, mentre tornavamo ai nostri teli con due bei ghiaccioli al limone in mano, alzammo lo sguardo verso la passerella. «È più lunga dello scorso anno» mi fece notare il mio amico. Io la osservai perplessa, non ero mai stata brava con le misure a occhio. «Quanti atleti credi che ci saranno quest’anno?». L’anno precedente ne erano arrivati così pochi da far quasi piangere, speravamo che quest’anno andasse meglio. Ale fece spallucce e si accasciò sul suo posto. «Mi piacerebbe tuffarmi da quel trampolino» ammisi accomodandomi al suo fianco. «Ti sei lanciata da Pizzo Lama diverse volte due giorni fa, che t’importa se c’è o no la passerella?» fece lui. «Beh, con la passerella è tutta un’altra storia. Insomma, è uno spettacolo. Sono tutti lì che ti osservano, non è un gioco, è una cosa seria» spiegai io. «E poi da quell’altezza è bellissimo immergersi». «Non capisco cosa provi a immergerti. Che c’è di così interessante sul fondale?» domandò più curioso che critico. «Non è questo. Non è solo il vedere cosa c’è sul fondo, è il fatto che sul fondo del mare c’è vita come c’è qui sulla terra. I pesci, le alghe, i molluschi... fanno parte della civiltà sottomarina. È come visitare un paese che non hai mai visto. E poi il cuore ti schizza nel petto per l’emozione, sei tu lo strano lì sotto, sei tu il visitatore, sei tu quello che fa paura» cercai di spiegare con fervore. Ale mi osservò per un attimo, poi tornò a fissare la passerella a ventotto metri di altezza da noi e gustò il suo gelato in silenzio per qualche minuto. «Quindi una volta che ti lanci da


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quell’altezza che gusto ci provi a nuotare sul fondo?». «È difficile da spiegare, è come volare prima nel cielo e poi continuare a farlo nel mare. Ti ci sei buttato anche tu, da quell’altezza, avrai pur provato qualcosa» feci, stizzita dal fatto che stesse giudicando le mie sensazioni. «Io ho provato solo una grande adrenalina lanciandomi da ventotto metri nel vuoto. Non ho sentito tutte queste… cose che hai sentito tu» ammise quasi con disprezzo. Per evitare di rispondergli a tono voltai lo sguardo verso il mare. Possibile che mi illudessi di sentire tutte quelle sensazioni? Forse ero solo una ragazzina sdolcinata? Non lo sapevo, ma non volevo darla vinta ad Alessio, io quelle sensazioni le sentivo davvero ed erano mie e solo mie. «Perché non ti iscrivi alla gara dei dilettanti che fanno dopo Stella Maris?» mi propose improvvisamente lui. La gara dei dilettanti si teneva dopo la gara nazionale e dopo la festa patronale, alcuni allenatori si mettevano a disposizione dei principianti per insegnare loro le tecniche di lancio, ovviamente sotto compenso. Io la trovavo una cosa da poppanti, lanciarsi nel vuoto da Pizzo Lama non richiedeva tecnica o un’abilità speciale, ma solo una buona dose di coraggio. «Sì, così mi posso lanciare insieme ai bambini di undici anni» risposi acida. «Beh, non puoi mica lanciarti con gli atleti professionisti». «E perché no? Non sono abbastanza brava, secondo te?». «Non dire cazzate, lo sai che non si può». «Scommettiamo che io riuscirò a lanciarmi nella gara con gli atleti?» proposi. Vidi Alessio sollevare le sopracciglia, perplesso, poi i suoi linea-


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menti si distesero in un sorriso. «E se perdi io che ci guadagno? Pensaci bene perché perderai». «Farò tutto ciò che vuoi, ma se vinco io allora dovrai pagarmi tutto quello che comprerò alla festa di Stella Maris» proposi porgendogli la mano. «Ci sto!» fece lui stringendola forte. «Non ci riuscirai mai». «Staremo a vedere» gli sorrisi io con aria di sfida.


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CAPITOLO TRE

Quella mattina il sole splendeva radioso nel cielo limpido e sgombro e l’aria era calda. Io ero nervosa, l’adrenalina faceva su e giù per il mio corpo come una snervante altalena che mi faceva girare la testa, alternando momenti di nausea ad altri di appetito. Non sapevo perché quella scommessa mi facesse sentire così nervosa, ma ero cosciente del fatto che c’era un disegno più grande che non riuscivo a vedere: quel giorno sarebbe stato decisivo, ma non sapevo per cosa. «Marina, preparati, tra poco usciamo» sentii la voce di mia madre oltre la porta della mia stanza. M’infilai rapida il costume da bagno e poi un paio di bermuda, una canotta e le mie infradito di gomma. In cucina mia madre e mio padre stavano facendo colazione. Mio padre mi sorrise e mi porse una tazza di tè. Enrico Miani, allora, aveva quarantaquattro anni e non era molto affascinante, in compenso amava mia madre alla follia, e io ero da sempre la sua principessa. «Grazie, papà, ma non prendo niente» risposi allontanando la tazza convinta che se solo ne avessi bevuto un sorso l’avrei rimesso seduta stante. Mio padre mi osservò perplesso. «Ti senti bene? Sei un po’ pallida».


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Io borbottai che mi sentivo in forma e poi mi allontanai dalla sua vista. Il programma della mattina vedeva la famiglia Miani al completo recarsi sul lungomare per osservare la Diving Cup, ma io sarei fuggita il prima possibile per incontrare Alessio. Uscimmo di casa presto per poterci guadagnare dei posti in prima fila. Restai con la mia famiglia qualche minuto a osservare il mare piatto e limpido, oltre la passerella montata su Pizzo Lama era stata allestita un’area coperta dove si stavano riscaldando gli atleti. «Torno subito, vado a salutare Alessio» annunciai e, senza attendere risposta, schizzai via come una scheggia. Ale mi aspettava nel punto in cui ci eravamo dati appuntamento, mi salutò con la mano e mi fece un gran sorriso. «Ho deciso cosa chiederti quando perderai la scommessa» mi disse quando lo ebbi raggiunto. «Dovrai pagarmi una cena e poi dovrai dare un bacio a qualcuno». «Cosa? A chi?» domandai sconvolta. Lui fece spallucce. «Non lo so, lo deciderò quando arriverà il momento. Sei pronta a perdere?». «Mai!» risposi con sfida. «Non ti lasceranno mai passare, guarda com’è transennata l’area degli atleti» indicò con il dito. Effettivamente tutta l’area coperta era transennata e piantonata da guardiani, infiltrarmi sarebbe stato difficile. «Tu pensa ai fatti tuoi e goditi lo spettacolo» risposi. Ale mi lanciò uno sguardo perplesso. «Ma ci tieni così tanto a vincere questa scommessa?». «Certo che sì!».


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«Perché?». Non lo sapevo neanche io, ma non volevo ammetterlo, così gli strizzai l’occhio e corsi via. Mi avvicinai circospetta all’area e ci girai intorno, per arrivare alla passerella avrei dovuto attraversarla. «Cerchi qualcuno, ragazzina?» mi domandò a sorpresa uno dei guardiani. «Io… vorrei un autografo da quell’atleta lì» dissi indicando uno dei gareggiatori più lontani. L’uomo mi osservò dubbioso constatando che non avevo con me né penna né foglio. «Gli atleti adesso si stanno riscaldando, non possono essere disturbati» fece, secco. Io bofonchiai un ringraziamento e mi allontanai, poi improvvisamente avvistai Sergio. Sergio era un uomo sulla sessantina, molto amico di mio padre. Era un tecnico del suono, per questo si trovava all’interno dell’area e si affaccendava con alcuni cavi neri. «Ciao Sergio!» lo chiamai sventolando la mano. Lui si accorse di me, mi sorrise e si avvicinò. «Bambolina, sei venuta a vedere la gara, vero?» mi domandò. «Sì, ma mi piacerebbe tanto vedere gli atleti da vicino. Non sai dove posso recuperare un permesso per entrare nell’area riservata?» domandai con occhi dolci. Sergio si guardò intorno circospetto. «Se mi prometti che non darai fastidio ti faccio entrare io» disse abbassando la voce. Non potevo credere in quell’inaspettato colpo di fortuna. Sgranai gli occhi per la gioia e promisi di non dare fastidio. Effettivamente non m’importava di parlare con qualcuno, volevo solo percorrere la passerella e tuffarmi.


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Sergio mi fece entrare attraverso un piccolo passaggio laterale molto nascosto. «Io non ti ho vista e tu non sai chi ti ha fatto entrare. Okay?» disse. «Contaci» risposi. Non avevo intenzione di farlo finire nei guai, dopotutto lui era lì per lavorare. Mi sistemai in un angolino cercando di essere quanto più invisibile possibile, ma in quella confusione di atleti, allenatori e assistenti nessuno badò a me. Mi sarebbe piaciuto vedere che faccia avrebbe fatto Ale se mi avesse vista in quel momento, ma tutto ciò che vidi erano i ragazzi che avrebbero gareggiato mentre si scaldavano. Riuscii a scorgere le loro ansie e quelle dei loro allenatori, alcuni di loro non erano molto più grandi di me. «Buongiorno e benvenuti, signori e signore!» disse improvvisamente la voce amplificata del cronista, facendomi sobbalzare. «Benvenuti alla diciannovesima edizione della Diving Cup» la voce echeggiò nella baia. Mi sporsi per osservare i muri che costeggiavano il lungomare gremito di gente e d’un tratto un bolo amaro mi scese lungo la gola. Tutti quei volti mi avrebbero vista mentre mi lanciavo dalla passerella. Qualcosa mi consigliò di allontanarmi e abbandonare l’impresa, ma un’altra voce dentro di me, una voce più forte, quella che sentivo durante le apnee, mi incitava ad andare avanti anche con poco ossigeno, mi impose di restare lì e vincere la scommessa. Il cronista presentò il primo concorrente, era un ragazzo di ventidue anni, alto e biondo, veniva da una città di montagna e mi sorpresi a chiedermi come potesse, un ragazzo cresciuto in montagna, avere come passione l’acqua, poi mi diedi della stupida solo per averlo pensato.


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Dopo il suo spettacolare tuffo, che prevedeva una serie di capriole e giravolte su se stesso, il ragazzo infranse l’acqua e riemerse quasi subito tra gli applausi della folla. Fu issato a bordo di un’imbarcazione della guardia costiera e tutti si prepararono al tuffo di un altro atleta. Il nuovo concorrente era teso e cercò di rilassarsi scrollando le braccia, era sulla trentina, ci avrei scommesso, ed era molto bello e dagli occhi azzurri come il cielo. Prima che si posizionasse sulla passerella trascorsero alcuni minuti. Inizialmente non ne compresi il motivo, poi mi accorsi che per questioni di sicurezza l’organizzazione preferiva essere sicura che l’atleta precedente stesse bene e fosse tornato sulla terraferma. Compresi immediatamente che lo stacco tra un atleta e l’altro sarebbe stato ideale per tuffarmi. Attesi che altri due ragazzi effettuassero il loro tuffo e, mentre anche il terzo si tuffava e tutti erano concentrati sul lancio, mi sfilai i bermuda, la canotta e le infradito. Ero nervosa per quello che stavo per fare e una morsa mi attanagliò lo stomaco, ma ero pronta, avevo l’adrenalina che mi teneva più sveglia del solito. Attesi che il walkie-talkie del responsabile gracchiasse in segno di conferma che l’atleta precedente era al sicuro e poi scattai. Spiccai una corsa veloce, superai l’atleta che si apprestava al tuffo e percorsi la passerella gommata con poche falcate. Dietro di me sentii alcune voci che m’intimavano di fermarmi, ma non ci badai, la passerella era quasi al termine e io correvo veloce come un fulmine. Quando raggiunsi il ciglio spiccai un salto, allargai le braccia e mi tesi, pronta ad affrontare l’impatto con l’acqua. Sentii il suono strozzato di mille voci che sussultarono e il vento sulla faccia. Inspirai profondamente assaporando


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quel momento di libertà e poi infransi il blu del mare e tornai nel mio elemento. Nuotai spingendomi in basso per un po’: tutti i pesci, compresa la cernia, erano spariti, terrorizzati dagli atleti che si tuffavano dall’alto. Osservai quel panorama familiare per qualche minuto, poi un rumore assordante proveniente dall’alto mi rimbombò forte nelle orecchie, amplificato dall’acqua: era il motore di una barca. Compresi subito che mi stavano cercando, ero stata sotto per troppo tempo e forse pensavano che mi fosse capitato qualcosa. Tentare di fuggire sarebbe stato inutile, contro il motore di una barca non avrei avuto molte probabilità di seminarli, così feci l’unica cosa sensata: riemersi sorridendo e salutai il pubblico con la mano come avrebbe fatto un qualunque atleta, felice di aver vinto la scommessa con Alessio, ma ancora più felice di aver vinto quella sfida con me stessa. La barca della guardia costiera mi issò a bordo, subito un asciugamano mi cinse le spalle e un medico mi fu alle calcagna per misurarmi pressione e battito cardiaco. «Come ti senti?» mi domandò. Il dottore era un uomo alto, magro e con i capelli castani. «Bene». «Non senti vertigini o nausea?» chiese ancora. «No». «Sei stata sotto più tempo del previsto, hai avuto qualche problema?». Scossi la testa, non capivo dove volesse andare a parare. «Ma allora perché non sei riemersa subito?». «Perché non mi andava» spiegai facendo spallucce. Il medico assunse un’espressione perplessa e continuò a guardarmi in tralice, mentre l’imbarcazione mi riportava a terra.


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Dall’alto del lungomare sentivo il mormorio degli spettatori. Quando raggiunsi la terraferma, un gruppo di carabinieri attendevano il mio arrivo. La guardia costiera mi aiutò a scendere e il dottore scambiò qualche parola con il maresciallo. «Dice che è rimasta sotto perché non le andava di risalire» sentii dire dal dottore. Il maresciallo lo salutò e si diresse verso di me. «Andiamo, signorina» mi disse severo. Mi scortarono lungo la spiaggia per risalire verso la città, dove ci attendeva un’auto. «Aspetti, devo riprendere i miei abiti» dissi al carabiniere che avevo di fianco. «Andate a prenderli» ordinò il maresciallo, poi mi fecero salire in auto. Corremmo lungo le strade deserte di Porto Azzurro in completo silenzio. Sapevo d’averla fatta grossa, ma non immaginavo che mi avrebbero arrestata. Una sorta di serpente fece capolino nel mio stomaco e cominciò a contorcersi. Mi scortarono in caserma e mi sistemarono in una stanza ben illuminata da ampie finestre, mi chiesero di accomodarmi oltre una scrivania e poi mi lasciarono sola per qualche minuto. Mi resi conto d’essere ancora fradicia e cercai di asciugarmi con il telo che mi era rimasto sulle spalle, perciò quando il maresciallo tornò nella stanza sobbalzai sorpresa, ma lui parve non rendersene conto. Era un bell’uomo, il maresciallo, il suo volto era duro e il suo sguardo fiero. Si accomodò dall’altra parte della scrivania dove si poggiò con le braccia per guardarmi dritta in faccia. «Come ti chiami, signorina?».


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«Marina Miani» la mia voce tremò. «Quanti anni hai?». «Sedici». «Perché ti sei lanciata da Pizzo Lama?» chiese senza tanti preamboli. «Perché…» in quel momento il motivo mi sembrò così stupido. «Perché ho fatto una scommessa» spiegai mesta. «Con chi?». «Con un mio compagno di scuola» risposi. Non volevo tirare in ballo Alessio. «Ti eri mai lanciata prima da Pizzo Lama?». «Sì». Il maresciallo parve soppesare la prossima domanda. «Sapevi di poterci rimettere la vita?». Non mi era mai sembrato che lanciarsi da Pizzo Lama fosse pericoloso, men che meno con una passerella lunga più di tre metri, perciò non risposi. «Il dottore mi ha raccontato che sei rimasta in immersione perché non volevi risalire. Volevi annegare?» domandò questa volta con un tono più dolce. «No» scattai. «Volevo solo osservare il fondale. Sarei rimasta di più se la barca della guardia costiera non mi avesse rotto i timpani con il fracasso del suo motore» spiegai tutto d’un fiato. Non capivo quell’allarmismo. Il maresciallo sollevò un sopracciglio. «Quindi saresti in grado di restare sott’acqua più a lungo di tre minuti?». «Certo!» esclamai. Tre minuti erano così pochi! Tutti sarebbero riusciti a restare sott’acqua più di tre minuti. Almeno questo era quello che credevo in quel momento.


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Il maresciallo parve perplesso, si schiarì la gola e afferrò una penna dalla scrivania. «Atti come il tuo prevedono una penale, signorina Miani, ma visto che si tratta solo di una bravata tra ragazzini ti farò solo una multa» disse mentre scriveva qualcosa su di un foglio, poi si alzò e si diresse verso la porta facendomi segno di seguirlo. «Ci penserà la tua famiglia a punirti più severamente» disse mentre mi accompagnava fuori. Poi venne la parte più difficile: affrontare i miei genitori che mi guardavano in cagnesco dall’altra parte della caserma.   )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD

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