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Florio Panaiotti

TRENT’ANNI

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TRENT’ANNI Copyright © 2011 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2011 Florio Panaiotti ISBN: 978-88-6307-358-4 In copertina: Immagine Shutterstock.com

Finito di stampare nel mese di Maggio 2011 da Logo srl Borgoricco - Padova


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L’alba di un giorno qualunque

Non eri proprio il tipo da conversazioni mattutine. Non lo eri mai stato. Eppure ti ritrovi qui, di venerdì mattina, seduto sulla Twingo di un’amica mezza schizzata che parla a tutto spiano, senza sapere cosa rispondere. Teoricamente eri già sveglio da più di un’ora, anche se per un po’ avevi avuto l’impressione di non esserti svegliato affatto. Gli occhi rifiutavano di aprirsi, o forse era il tuo cervello che glielo impediva perché, a pensarci bene, non avevi un buon motivo per farlo. Alla fine ti eri alzato lo stesso, avevi preso gli occhiali dal comodino e avevi guardato fuori dalla finestra, giusto per constatare che era una giornata d’autunno a tutti gli effetti, con tanto di cielo grigio e pioggerella. Ogni volta che andavi a lavoro con Pamela finivi per pensare che avresti potuto dormire qualche minuto in più. Era successo anche quella mattina, perché l’appuntamento sotto casa tua era fissato per le otto e un quarto ma entrambi sapevate che lei non sarebbe arrivata prima di un quarto alle nove. Il suo ritardo cronico ti irritava, questo era certo, ma d’altra parte Pamela ti accompagnava in auto fino a destinazione: cinquanta chilometri di code, schiamazzi e litigate che non avresti mai potuto sopportare da solo. Per questo era meglio dormire di meno e passare il viaggio a fingere di ascoltarla. Dopo cinque minuti trascorsi sul marciapiede però eri tornato in casa, consapevole che Pamela poteva ritardare un’ora senza fare una piega e nell’attesa ti eri concesso un po’ di televisione, senza toglierti il cappotto. Il rumore delle auto che passavano sull’asfalto bagnato si era mescolato a quello delle televendite, formando un unico suono incomprensibile alle tue orecchie. Mentre stavi cercando di capire cosa cercavano di venderti avevi sentito strombazzare sotto la tua finestra: era arrivata. Entrare nell’auto di Pamela era sempre stato un problema. Bisognava aprirsi un varco in quella specie di discarica che occupava costantemente gran parte dell’abitacolo. In più, quella mattina, Pamela aveva deciso


4 di fermarsi in mezzo alla strada, bloccando così il traffico e rendendo quell’operazione ancor più difficile. Avevi riversato sui sedili posteriori l’accozzaglia di oggetti che occupavano il tuo posto, alcuni dei quali non identificabili, e proprio quando pensavi di avercela fatta eri rimasto incastrato col piede sinistro fra un ombrello e il sedile anteriore destro. Le auto in coda avevano iniziato a farsi sentire e tu eri rosso di rabbia. Pamela invece non si era scomposta e aveva continuato a scrutarsi nello specchietto retrovisore. Una volta fatto il contorsionista fra sportello, ombrello e cruscotto, avevi finalmente messo il sedere su quel dannato seggiolino. «Buongiorno, Ciccio!» aveva detto lei con tono rilassato e tu l’avevi maledetta in silenzio. Speravi solo che ripartisse il più in fretta possibile, il suono dei clacson ti stava facendo scoppiare la testa. Alla fine era ripartita, sferragliando a destra e a sinistra i detriti accatastati in quell’auto. Ti voltasti a guardarla. Pamela si sforzava di essere femminile e a tuo parere era davvero convinta di esserlo. Quel modo sguaiato di agitare le braccia lentigginose, quella voce stridula e quei tailleur da telenovela americana che si ostinava a indossare componevano invece un quadro sostanzialmente deficitario. Avresti potuto definirla brutta, ma te ne dispiacevi perché in fondo Pamela era una buona amica. La sua energia negli ultimi tempi era diventata più di una volta la tua ancora di salvezza, la dimostrazione pratica che stare accanto a qualcuno pieno di vita poteva aiutare a tirare avanti, come se la voglia di vivere fosse una malattia contagiosa. Una delle cose che ti piacevano di quel viaggio era che l’autostrada passava in mezzo alla campagna toscana. Bastava far cenno di sì ogni tanto con il capo e in cambio potevi gustarti quello spettacolo per il quale tedeschi e inglesi pagano fior di quattrini. E quello non ti veniva mai a noia. Non pensavi però di essere un approfittatore. Pamela doveva andare comunque a lavoro, no? Non le rubavi un euro e in qualche modo le facevi compagnia. E poi fumava come una turca, in quello schifo di macchina. Tutto sommato non eri il solo a guadagnarci qualcosa, visto che probabilmente nessun’altro avrebbe avuto il coraggio di entrare in quell’auto. Quella mattina la campagna era più bella del solito. Dopo un lungo viadotto la strada si piegò in una lenta discesa. Ai suoi lati il verde intenso delle colline accompagnava silenzioso le macchine. Di colpo ti venne in mente Valeria. Provasti a resistere, ma sapevi che sarebbe stato inutile.


5 Il solito tappo prese a formarsi alla bocca dello stomaco. Un tappo che impediva all’aria di passare, che ti accorciava il fiato e ti faceva passare la fame. Succedeva ogni volta che pensavi a lei, ma ultimamente ti capitava anche per altre cose, tanto che qualche volta, quando andavi a letto, ti sembrava di esserti portato dietro quella sensazione per tutto il giorno. Valeria era una presenza ingombrante, difficile da rimuovere. Di sicuro non era l’unica cosa che non andava nella tua vita, ma sarebbe rientrata di sicuro nei primi due o tre posti della lista. Valeria era per te come un gemello siamese dal quale un giorno ti avevano separato. Per quanto i gemelli siamesi dopo l’operazione di distacco debbano sentirsi sollevati, probabilmente sentono anche che qualcosa gli manca. Tu provavi quella sensazione quasi ogni giorno. Valeria era stata la tua ragazza per nove anni, pause di riflessione escluse, e ogni volta che lei ti aveva lasciato ti eri fatto la stessa domanda: com’era possibile essere stati insieme per così tanto tempo? Lei era una ragazza tosta. Una tipa dalla personalità squadrata, dal fisico solido, ben proporzionato ma poco femminile. Com’era possibile che un introverso, riflessivo, accomodante e al limite dell’asociale come te si fosse messo con una così? L’avevi conosciuta in una discoteca. In quel periodo avevi paura un po’ di tutto e andare a ballare non era proprio la tua attività preferita. Ci andavi perché ti eri stancato di stare in casa e questo bastava. Te la presentò un’amica di cui adesso non ricordi nemmeno il nome. Non ti piaceva, né fisicamente né come era vestita, ma aveva una parlantina notevole e questo ti consentì di arrivare a fine serata senza troppi problemi. Inoltre sembrava che tu le interessassi e questo era indubbiamente piacevole. La sua verve era anche la sua migliore qualità e ripensandoci fu proprio la sua voglia di vita ad affascinarti, quella vitalità che avrebbe finito per essere il tuo biglietto d’ingresso per la società. Sì, perché stare con lei aveva significato integrarsi col mondo che ti circondava, quel mondo così difficile da avvicinare. Stare con lei ti aveva consentito di andare alle feste, di stare seduto a un tavolo con altre venti persone senza sentirti a disagio e di poter fingere di essere come loro, come tutti gli altri. Poi, dopo qualche anno, quella vita era diventata la tua gioventù e quell’ambiente il tuo mondo. Solo il dolore per la mancanza di Valeria ti avrebbe fatto capire che di quel mondo non te ne era mai fregato un granché. La verità era che per te tutto si riduceva a Valeria e che per il resto restavi il solito asociale di sempre, quello che quando c’era scio-


6 pero a scuola se ne stava a casa a guardarsi la televisione, magari col permesso di mamma. Guardando la campagna, tutto questo, concentrato in un’unica sensazione, ti era tornato in mente e ora avresti voluto stenderti sull’erba, sentire accanto il tuo gemello siamese e con lui parlare del vostro mondo. Avresti voluto non sentirti solo. «Ciccio, sveglia!» irruppe Pamela. Ti voltasti verso di lei. Ti stava fissando con un sorriso bonario, trascurando pericolosamente la strada. «Non pensare a Valeria e ascolta quello che ti dico, forza.» Pamela tornò a guardare davanti. Tu invece eri imbambolato. «L’hai più sentita?» «No.» «Neanche un messaggino?» «No, neanche un messaggino.» «Menomale. Non mi fare cazzate, eh? Non è che se ti viene a cercare mi ci caschi un’altra volta, giusto?» Sorridesti amaro. «Credo proprio di no.» «Questa non è la risposta giusta, Ciccio. La risposta giusta è solo no.» «Ok. No.» «Bene. E ora ascoltami.» L’auto di Pamela affrontò una salita, poi si trovò davanti l’ennesima coda di quella superstrada, proprio mentre si cominciava a scorgere la periferia di Firenze. La guardaste entrambi, aspettando di ripartire.


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L’efficiente società di consulenza aziendale

Trovare un posto dove parcheggiare, di venerdì, era ancora più difficile degli altri giorni. Firenze, del resto, non era in grado di contenere tutte quelle scatolette di latta e alla fine erano sempre di più quelli che giravano a vuoto di quelli che riuscivano a parcheggiare. Pamela ora zigzagava per le vie del centro incurante degli altri automobilisti, i quali nel migliore dei casi la mandavano a quel paese. Speravi che da un momento all’altro si verificasse un miracolo sotto forma di posto auto, ma il miracolo non avvenne e alla fine Pamela lasciò la Twingo davanti a un cancello, tentando di ingrossare il mazzetto di multe collezionate negli ultimi mesi. Disse che tanto le altre auto ci sarebbero passate lo stesso. Era un’affermazione camuffata da domanda e tu le desti la risposta che voleva. Nello scendere tirasti un sospiro di sollievo, quasi sorpreso di essere ancora tutto intero. Già ti immaginavi la scena, sempre la stessa. Voi che arrivate per ultimi, la segretaria che vi saluta cordialmente, Pamela che risponde ad alta voce e poi i primi colleghi che partono con i soliti “Alla buon ora!” oppure “Bella vita, eh?”. Qualcosa di più di semplici sfottò, lo si capiva dal tono, ma la cosa non ti disturbava, anzi, la verità è che ti facevano pena. Tutti affaccendati a dimostrare la loro efficienza, bravura, bellezza. Che fessi. Pensano tu non lo sappia che ognuno ha i suoi problemi e di solito anche belli grossi? Ma questo era niente rispetto al pensiero di trovarsi davanti Mister Viscido, come lo chiamavate voi collaboratori. La semplice possibilità che ciò potesse accadere ti fece tornare addosso quel torpore mattutino di cui ti eri appena liberato. Nessuno conosceva il vero nome di Mister Viscido. Eppure qualcuno doveva pur saperlo. I suoi soci, ad esempio, avranno dovuto ben saperlo quando hanno firmato l’atto costitutivo della società, no? Una volta ti avevano avvertito che in giornata avrebbero appeso l’organigramma della società, così avevi aspettato con ansia quel momento, giusto per vedere cosa avrebbero scritto a fianco di “Di-


8 rettore esecutivo”. Però ti era andata male, perché avevano scritto solo “Dott. Pari”. Avevi saputo il cognome, ma non il nome di battesimo, che era quello che ti interessava. A nessuno la voce “Dott. Pari” diceva niente, così tutti avevano continuato a chiamarlo ufficiosamente Mister Viscido. Per descrivere Mister Viscido usavi sempre l’esempio del boa invisibile. Di entrambi se ne percepisce la presenza sotto forma di pericolo, ma quando credi sia arrivato il momento di darsela a gambe è già troppo tardi, perché entrambi hanno già iniziato a strozzarti. L’unica differenza è che di boa invisibili non se ne ha notizia, mentre Mister Viscido comanda una rampante società di consulenza fiorentina. Una pausa di lavoro troppo lunga, una telefonata al momento sbagliato, ma soprattutto un “no” a un suo ordine potevano essere causa di una ritorsione dolorosa, se non letale. Era già successo e succederà ancora finché esisteranno capi e subordinati. Tu una volta avevi detto di no e tutti se lo ricordavano bene. Si era aperta una feroce discussione su quale sarebbe stata la rappresaglia. Qualcuno puntava su uno di quegli incarichi impossibili che piacevano tanto a Mister Viscido, quelli nei quali dovevi vendere qualche inutile prodotto a un cliente impossibile. Altri giuravano sulla punizione diretta, con tanto di discorso inquisitorio e con ripercussioni che andavano dalla riduzione della retribuzione alle dimissioni forzate. Niente a che vedere con la legge. Invece erano passati tre mesi e non era successo niente. Come mai? Per alcuni si trattava solo di tempo, Mister Viscido non ci sarebbe passato sopra. Per altri invece, e tu speravi che avessero ragione, eravamo fuori tempo massimo e perciò in zona “grazia”. Del resto eri sempre stato disponibile con i soci. Sempre. Quella volta, però, non potevi proprio dargli retta. Era il periodo dei call center. Tutti, grandi o piccole aziende che fossero, ci davano dentro con la stessa foga dei pionieri americani durante la corsa all’oro. Una delle tante mode aziendali alle quali Mister Viscido non poteva essere immune. Un giorno ti chiamò nel suo ufficio e disse che aveva in mente di affidarti un nuovo importante incarico. Disse che avrebbero messo in piedi una sorta di servizio clienti telefonico, leggi call center, principalmente come servizio informativo, e tu ne saresti stato il responsabile, leggi avresti risposto al telefono. Siccome la società spaziava in diversi campi, dalla consulenza direzionale alla formazione, capisti subito che sarebbe stato un compito difficilissimo per chiunque. Ma il problema non era solo questo. C’era anche da considerare che non avevi un


9 buon rapporto con il telefono. Ti vergognavi. E odiavi dover parlare con persone che non conoscevi. Era un po’ come una fobia, non potevi farci niente. Allora sommasti le due cose e dicesti no. Ti uscì un no deciso, dovuto soprattutto all’immediata sensazione di paura, come se avessero proposto a uno che soffre di vertigini di salire su un tetto per rimettere a posto l’antenna. Cambiasti immediatamente discorso e lui non ebbe possibilità di replica. Da quel giorno non ne avevate più parlato, ma non sapevi se considerarti fuori pericolo. Quella mattina, per fortuna, Mister Viscido non c’era. Era facile capirlo, perché la sua giacca di vellutino marrone non spuntava fuori dall’attaccapanni del suo ufficio. D’inverno Mister Viscido portava sempre una giacca di velluto con le maniche più lunghe del normale. Lo faceva per nascondere la mano destra, che non riusciva a muovere correttamente. Quale fosse il problema nessuno lo sapeva, ma di sicuro questo gli procurava una certa difficoltà di relazione. Ti eri trovato un paio di volte nella stessa stanza con lui e una bella donna, ed erano state esperienze imbarazzanti. Mister Viscido cercava di darsi un tono ma quella mano gli rendeva l’impresa difficile, così dopo un po’ iniziava a guardarsi la mano con astio, come se questa si ostinasse a fare di testa sua. Probabilmente odiava quella sua mano monca. A ogni modo, la sua assenza ti fece star meglio. Eri di nuovo alle porte dell’apatia, ma almeno non c’erano grossi pericoli da schivare. Salutasti i colleghi e ti fermasti a fare due veloci chiacchiere con loro. Era il momento migliore della giornata, perché di prima mattina i colleghi sembrano ancora umani, non sembrano le stesse persone che a metà pomeriggio saranno disposte ad azzannarti per un’inezia. È bene godersi subito ciò che di buono c’è in ognuno di loro, perché dopo farai fatica a pensare che quelle stesse persone hanno famiglia, guardano la televisione e magari si commuovono davanti a un film sul Natale. Il tuo ufficio era l’ultimo, in tutti i sensi. Il più lontano dall’ingresso e dal bagno, quello meno illuminato, quello poco riscaldato d’inverno e poco areato d’estate. La verità era che non ti importava niente se in quella stanza ci fosse più o meno caldo, o freddo, o luce, se i mobili fossero messi nel verso giusto e altre cose del genere. L’unica cosa che ti interessava era che non ti venissero a rompere le scatole mentre lavoravi. Avresti barattato qualsiasi cosa in cambio di quella tranquillità. Dopo i primi tempi il messaggio sembrava essere passato e, siccome tutti gli altri avrebbero dato una mano pur di avere un ufficio anche solo vagamente migliore di quello che occupavano, eri pian piano finito nell’ultima stanza, quella dimenticata da tutti tranne Mister Viscido.


10 Accendesti il PC. Il lavoro era sempre lo stesso. Il venerdì dovevi aggiornare alcune pagine su internet e inviare due newsletter. Sapevi a menadito come farle e nessuno te le avrebbe controllate. Anche le newsletter erano figlie di una moda aziendale, che dopo un po’ si era sgonfiata. Tuttavia fare una newsletter non aveva un gran costo, almeno non quanto tenere una persona al call center, perciò quella moda era sopravvissuta, finora, alla sua inutilità. Dentro di te sapevi che prima o poi se ne sarebbero accorti, anzi il buon collaboratore sarebbe dovuto andare dal capo a confessare l’inutilità della newsletter e magari buttare sul tavolo qualche nuova splendida idea. Ma perché farlo? Avevi capito da tempo che a quelli non importava un fico secco di farti fare carriera. A quelli importava solo farti fare più lavori possibile col minor costo possibile e possibilmente fare bella figura ai convegni. Molto meglio tirare a campare. Mentre cercavi di ritagliare in maniera presentabile la foto di un pistone, Carmela iniziò a borbottare qualcosa sul PC che si era piantato. Carmela, la tua compagna di stanza, era fatta così. Ogni piccolo dettaglio al quale tu non davi importanza, per lei era una questione fondamentale, che finiva per trasformarsi presto in fonte di stress. Come se non bastasse condiva di vittimismo le sue esigenze, senza però avere il coraggio di dichiararle apertamente. Ti faceva capire che aveva caldo, o freddo, oppure che la luce era troppo forte senza dirlo direttamente. Denunciava la cosa sottovoce, come se nella stanza ci fosse una terza persona. Poi se non abboccavi rinunciava a parlarne, convinta di aver subito un’ingiustizia. Carmela non cercava mai un argomento di discussione, eppure aveva una posizione precisa su tutto. Non ti ricordavi di una sola volta in cui ti avesse dato ragione, neanche su questioni futili come il tempo o il vestito di Simona Ventura. Di solito piegava la testa, con lo sguardo assente e la bocca semiaperta, in segno di dissenso, ma evitava di darti chiaramente torto. Carmela era in sovrappeso, molto in sovrappeso, ma si metteva comunque delle magliette corte e dei pantaloni a vita bassa dai quali trasparivano di tanto in tanto delle mutandine di pizzo oppure dei perizoma. Eppure nei modi sembrava non avere la benché minima intenzione di apparire femminile. Presto avevi rinunciato a parlare con lei. Insomma, se aveva qualcosa da dire, o da fare, o da proporre, pretendevi che lo facesse alla luce del sole. Poi ti eri accorto che in realtà un modo di fare conversazione c’era. Sarebbe bastato lamentarsi di quanto le persone fossero perfide e


11 prevaricatrici, di quanto fosse brutto questo mondo, e avresti facilmente ottenuto la sua approvazione. Tu questo l’avevi dato per assodato da tempo, perciò ripeterlo ogni giorno non ti sarebbe stato di grande aiuto. Ecco perché non lo facevi. In definitiva tu e Carmela non parlavate mai e questo era a tuo giudizio il suo maggior pregio. Quella mattina, poi, la sua presenza ti dava più ai nervi del solito. Ti concentrasti sul pistone. Eri a buon punto quando di colpo si aprì la porta. Ti voltasti, Carmela saltò sulla sedia ed emise uno strillino da film di Dario Argento. Mister Viscido troneggiava su di te, funereo. Ma da dov’era spuntato fuori? «Buongiorno Barsotti.» «Buongiorno Direttore.» «Come va? Bene?» «Insomma...» «Mi fa piacere. Andiamo al sodo: ti voglio parlare, nel mio ufficio. Io arrivo tra cinque minuti.» Andasti nell’ufficio del Direttore e ti mettesti a sedere. I cinque minuti diventarono venticinque e ti sentisti umanamente vicino al soprammobile d’acciaio che dalla scrivania ti fissava pazientemente. Alla fine arrivò, si sedette sulla poltrona, si aggiustò con attenzione la manica della mano monca e poi ti guardò in faccia. «Barsotti, noi ci siamo sempre comportati bene con te. Abbiamo cercato di valorizzarti, di farti esprimere al meglio. Ti abbiamo affidato compiti da svolgere in autonomia, a dimostrazione della fiducia che nutriamo nei tuoi confronti. Vero?» «Certo.» L’ultima cosa da fare in quella situazione era contraddirlo. «Purtroppo il tuo atteggiamento ci ha molto deluso. Non sei partecipe degli obiettivi aziendali, non sei propositivo. Non ti ho mai sentito desideroso di aggiungere qualcosa di tuo alle nostre attività. Cosa ne pensi, ho ragione?» «Può essere.» Questa era pessima, ma non eri riuscito a fare di meglio. Mister Viscido si appoggiò allo schienale della sua poltrona, aumentando la distanza fra voi due. Poi proseguì. «Addirittura in alcune occasioni ti sei rifiutato di approfondire chiare opportunità di sviluppo, dimostrando attitudini negative e una certa insubordinazione. E non si può certo dire che noi soci siamo persone dai metodi impositivi.» «È successo una sola volta.»


12 «Una o dieci non fa differenza, mi pare.» «Se lo dice lei.» «Esatto. E nonostante tutto abbiamo deciso di darti un’altra possibilità. Il corso Consulente psicologico per l’edilizia ha urgente bisogno di iniziare il modulo di formazione a distanza. Devi preparare la sezione internet e i relativi materiali.» «Per quando?» «Lunedì mattina alle nove le password devono essere consegnate ai corsisti.» «Lunedì? Quale?» «Lunedì prossimo. C’è poco tempo, lo so, ma uno sforzo in più per questa azienda che ti ha dato così tanto sono sicuro che lo puoi fare.» «Sì, ma questo lunedì mi pare un po’ poco, no?» «Ti arriveranno a minuti alcune e-mail di spiegazione dalla segreteria.» «Va bene, ma i materiali sono pronti? Dove li trovo?» «Queste cose non le so. Ho ancora fiducia che tu possa svolgere un buon lavoro.» Decidesti di smetterla di fare domande. Era inutile. «Direi che sono a posto.» «Arrivederci Barsotti.» Adesso il tappo allo stomaco si era trasformato in ansia pura. Non capivi ancora di cosa si trattasse. Di sicuro Mister Viscido te l’aveva tirata grossa, ma non era ancora chiara l’entità della punizione. Tornasti al tuo PC in attesa del verdetto. Le e-mail erano già arrivate. Le apristi, le guardasti e le riguardasti e le cose si fecero chiare: dovevi fare tutto il lavoro da zero. Non c’erano immagini o loghi già pronti e soprattutto non c’erano i testi, che andavano elaborati utilizzando un’accozzaglia di saggi sulla psicologia incomprensibili ai più, te compreso. A occhio e croce, e senza intoppi, ci sarebbe voluta una settimana di lavoro pieno. Impossibile in un week-end. Non si trattava di starci o non starci la notte, era impossibile e basta. Talmente impossibile che Mister Viscido non poteva non saperlo. Ti venne da pensare alla peggiore delle ipotesi e purtroppo anche la più verosimile: eri stato virtualmente licenziato. Eri un fantasma che si muoveva per gli uffici di una società di consulenza. Un malato terminale. Te ne rendesti improvvisamente conto, così immaginasti il momento in cui l’avresti detto a tua madre. Cavolo, l’unica cosa buona di quando eri entrato in quel posto era che non dovevi più chiedere i soldi ai tuoi. Avevi addirittura fatto un dettagliato conteggio delle rimanenti spese che dovevano sostenere per dimostrargli che ormai non pesavi affatto sul


13 bilancio familiare. Eri convinto che questo ti rendesse indipendente, almeno un po’. Tuo padre non l’aveva presa bene, però l’avevi fatto lo stesso. Ora sarebbe stata dura tornare in quella casa. Immaginavi di confessarlo agli amici, magari per caso durante una bevuta, oppure a una cena. Non eri mai stato un bugiardo e prima o poi qualcuno avrebbe fatto qualche riferimento al tuo lavoro. E tu non avresti avuto altra scelta. «Non ce l’ho più, quel lavoro.» avresti detto, o qualcosa del genere, sperando che tutto finisse lì. Invece non sarebbe finito un bel niente e tutti si sarebbero messi a fare un sacco di domande e non avresti più saputo cosa dire. Poi immaginasti di quando Valeria l’avrebbe saputo. Probabilmente glielo avrebbe detto un’amica. Lei avrebbe pensato che eri il solito inconcludente bravo ragazzo e quella sera avrebbe spento la luce e fatto l’amore con qualcun altro, magari bravo ragazzo come te, magari no. Senza rimpianti. Arrivarono di soppiatto un po’ di colleghi, Pamela inclusa, per vedere cosa ti era successo. Uscire vivi dall’ufficio di Mister Viscido era già molto, ma spesso non abbastanza per sopravvivere. Una volta spiegata la faccenda, i colleghi iniziarono a dire che era una carognata, una cosa ignobile, e qualcuno si offrì anche di darti una mano. Simone, un omone sui centodieci chili quasi completamente pelato e con degli occhiali a montatura nera, disse che ti poteva dare una mano con la ricerca dei materiali. Te ne avrebbe potuti trovare su internet, oppure avrebbe potuto controllare la veridicità di quello che avevi trovato. Carmela invece si strinse nelle spalle, con gli occhi fissi sul monitor. Disse che tanto le cose andavano sempre così. Era il suo stile. Lasciasti sfogare tutti, continuando a pensare a come organizzarti, poi rifiutasti ogni aiuto. Il problema era tuo. Se ti fossi comportato come gli altri non ti sarebbe capitato e coinvolgere qualcun’altro in questo casino sarebbe stato ingiusto. Ingiusto e pericoloso. Una volta rimasto solo, iniziasti dal principio. La scelta di fondo: provarci oppure no? Avresti potuto fare una protesta in grande stile, rifiutare apertamente il lavoro e magari andare a lamentarsi dagli altri soci. Forse qualcuno di loro avrebbe messo una buona parola per la soluzione della vicenda. Fu in quegli attimi che ti ricordasti di Eleonora. E fu quel ricordo a farti abbandonare l’idea della protesta.


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La piantina di Eleonora

Eleonora era magra. Magra e orgogliosa. Se ne stava alla sua postazione, davanti al suo monitor, con la schiena dritta e la testa alta. Ci stava tutto il tempo che doveva e quando c’era bisogno anche di più. Eleonora selezionava personale per i corsi ed era brava a farlo. Non si può dire che tu ci andassi particolarmente d’accordo. Nessuno poteva dirlo. Lei non dava troppa confidenza, pensava a quello che doveva fare e basta, limitandosi a dare ogni tanto un’occhiata fuori dalla finestra, senza alzarsi dalla sedia, oppure a dare un po’ d’acqua alla piantina che si era portata da casa il primo giorno di lavoro e che teneva con cura sulla scrivania. Eleonora abitava in un piccolo paesino sul mare e ogni mattina si faceva un’ora e mezzo di treno per venire a Firenze, portandosi con sé una piccola borsa con dentro il pranzo. Della sua vita non si sapeva granché. Era fidanzata con un tipo, uno che se ne stava in giro sulle navi per mesi, ma lei non se ne lamentava più di tanto. Si sapeva anche che le piacevano i ristoranti e i vestiti bianchi o neri. In pratica era sempre vestita con qualcosa di bianco e qualcosa di nero. Per tutti i soci, Mister Viscido compreso, Eleonora era un’ottima collaboratrice, una da tenersi ben stretta, una fortuna per l’azienda. Un giorno Eleonora arrivò in ritardo. Parecchio in ritardo, tipo un’ora o due. Tutti avrebbero voluto chiederle se fosse successo qualcosa di grave, ma nessuno ne ebbe il coraggio. Dopo pranzo, però, la notizia iniziò a trapelare: le avevano trovato una malattia ai reni. Non era in pericolo di vita, ma i medici le avevano imposto cure pesanti e un periodo di riposo. perciò non si sapeva quando sarebbe tornata alla piena efficienza. La notizia rimbalzò presto fino alle stanze che contano. I soci si riunirono e decisero a malincuore di scaricarla. Il contratto di Eleonora però scadeva a fine anno ed eravamo solo a febbraio. Per questo i soci le chiesero gentilmente di dimettersi.


15 «Così potrà curarsi con il giusto stato d’animo.» era la linea tenuta dalle alte sfere aziendali. Ma Eleonora disse di no. Voleva rimanere a lavoro fino alla fine del contratto e assicurava che avrebbe svolto il lavoro necessario senza cali di rendimento. I soci furono costretti a cedere, la legge era contro di loro, ma ormai non si fidavano più. Per quanto lei dicesse, non erano affatto sicuri che una persona con una malattia del genere potesse continuare a essere affidabile sul lavoro. Da quel giorno iniziò per Eleonora un vero e proprio calvario. I soci iniziarono col riservarle mansioni vaghe e inutili, lanciando anatemi verso chiunque tentasse di aiutarla. Volevano che rimanesse sola. Eleonora però non mollava ed eseguiva i compiti, per quanto inutili, in maniera impeccabile. Era diventata pallida, si vedeva che non stava bene, ma non mollava. Allora i soci cominciarono a diventare aggressivi. Iniziarono ad attribuirle ogni errore immaginabile e ci andavano giù duro con le risciacquate. La cosa peggiore era che nessuno le parlava più. Naturalmente non lo facevano i soci, ma soprattutto non lo facevano i colleghi. Tutti avevano capito la situazione e nessuno voleva far pensare a una presa di posizione contro Mister Viscido e compagnia bella. Solo Simone, quando nessuno dei capi era nelle vicinanze, si avvicinava a fare due chiacchiere con lei, giusto cinque minuti. Anche tu avresti voluto fare qualcosa, ma la fierezza di Eleonora ti bloccava. Qualcosa nel suo modo di parlare, nel suo portamento, nei suoi vestiti bianchi o neri, ti impediva di avvicinarla. Pensavi che un atteggiamento troppo premuroso l’avrebbe offesa, o che una conversazione troppo frivola fosse scambiata per mancanza di tatto. Così finivi per non far niente. A pranzo Eleonora se ne stava da sola a mangiare su una panchina della piazza che costeggiava l’ufficio. Poi, se c’era il sole, reclinava la testa all’indietro, tentando di confondere quel calore con quello del suo paese di mare. Col passare dei mesi l’angolo di Eleonora, la sua scrivania, il suo monitor, la sua finestra, diventarono un quadro grigio, una prigione. Era come se stessero soffocando un insetto, giorno dopo giorno. Quando Eleonora decise di mollare era la fine di ottobre. Un sabato mattina firmò le dimissioni e se ne era andò via, senza salutare nessuno. Il lunedì tutti ebbero una strana sensazione, come se qualcuno avesse spostato i mobili di casa senza avvertire. Solo Simone disse che gli dispiaceva, ma non gli rispose nessuno. Eleonora si era portata via tutte le sue cose tranne la piantina, ormai rinsecchita e morente. Nessuno aveva


16 il coraggio di toglierla dalla scrivania, perciò rimase lì qualche giorno. Poi, una mattina, Mister Viscido la prese e la gettò nella pattumiera. Il pensiero di Eleonora ti aveva fatto passare gli spiriti di protesta, ma quello stesso pensiero aveva anche cancellato l’ansia che ti portavi dietro da quando eri uscito dall’ufficio di Mister Viscido. Ti sentivi più rilassato, forse rassegnato. Te ne andasti in terrazzo a guardare le auto sfrecciare sul viale appannato. Quel poco di vento che ancora gironzolava era parente di quello estivo e finì così per risultarti gradevole. Guardasti tutta quella gente che correva a più non posso e finisti per pensare che probabilmente erano tutti pazzi. Dove dovevano andare? Cosa avevano di così importante da fare per affannarsi tanto? Ti cadde l’occhio su una vecchia bicicletta da cross guidata da un ragazzino, con una racchetta infilata nello zainetto che portava sulle spalle. La bicicletta faceva zigzag fra le auto in coda, come un modellino telecomandato con un manico di racchetta al posto dell’antenna. Ti fece tenerezza. Avevi giocato a tennis per una vita, fin da bambino, e non te la cavavi male. Poi, più o meno sei mesi prima di quel giorno, avevi smesso. Non ne avevi più voglia, punto e basta. Al tennis, come a qualsiasi altra occupazione, preferivi ora startene sul divano o in camera tua. Prima che ti potessi domandare qualcosa sul tennis, su quello che aveva significato o che avrebbe potuto ancora significare per te, squillò il cellulare. Era Mariano. Parecchia gente avrebbe fatto carte false per essere amico di Mariano Brizzi, detto Brix, principe della notte versiliana. Tu no. Ti voltasti per rispondere con meno confusione nelle orecchie, appoggiando il sedere al davanzale del terrazzo. «Mariano.» «Non chiamarmi Mariano, bello, chiamami The King, va bene?» Avevi percepito chiarissime le due maiuscole. «Va bene. Che hai fatto stavolta?» «Sorpresa, sorpresa coi fiocchi. Ti volevo dire di metterti in tiro per stasera. Passo da casa tua verso le undici.» «Dai, Mariano...» «Ho detto non sono Mariano.» «Ok, King...» «The King, prego.» «The King, ok, ma che succede?»


17 «Ti faccio ballare la breakdance, fighetto. Ma non chiedermi di più. Non farlo, sai che non mi piace svelare troppo presto il finale del film.» «Come vuoi.» «Ma che c’è? Mi sembri più spento del solito.» «Mah, a parte che mi hanno praticamente licenziato, direi niente.» «Il lavoro, già. Senti, io non la metterei giù così dura. Stai in casa con tua madre, giusto? E che cazzo, ti manterrà per un po’. E poi hai sempre un amico come me che ti dà delle soddisfazioni. Su con la vita, bello.» «Va bene, va bene. Ora lasciami andare.» «Come vuoi. A stasera. In tiro, mi raccomando!» «In tiro, in tiro. Ciao.» Sapevi che Mariano non era un buon amico. Lo conoscevi fin dalle superiori. Lui stava dietro di te, in ultima fila, e dopo un primo periodo di screzi firmaste una tregua utile a entrambi. Tu gli passavi i compiti di latino, a malincuore, e in cambio lui ti portava alle feste, a quelle feste esclusive a cui non saresti mai entrato. E quando capitava ti presentava qualche ragazza, una di quelle che non gli interessavano o che si era già fatto. Nella sostanza non concludevi mai niente, o quasi. Quelle ragazze, se erano interessate a tipi come Mariano, non potevano esserlo a quelli come te. Ovvio. Dopo il diploma l’avevi perso di vista, poi una sera l’avevi incrociato in un locale e lui ti aveva riconosciuto. Si era comportato come se fosse passato un solo giorno, come se tutto fosse rimasto fermo ai vostri diciott’anni. Sapevi che non era così, ma ti eri appena lasciato con Valeria e le cose non andavano affatto bene. In una situazione come quella una parte di te era stato contento di accodarti a un tipo come Brix e così ti eri lasciato trascinare nelle sue scorribande notturne, a dire il vero senza eccessivo entusiasmo. Fare da spalla a Brix ti faceva sentire una persona peggiore, ma senza sgomento. Era tutto calcolato, come una punizione che ti infliggevi periodicamente. In pratica si trattava di fare un lungo giro di locali migrando da un bancone all’altro e parlando con persone che non ti interessavano o che addirittura disprezzavi. Tutto qui. Ti voltasti di nuovo verso la strada. La bicicletta era scomparsa, inghiottita dall’asfalto del viale e dai clacson delle auto in coda.


18

Donato e gli incravattati

A pranzo tutto l’ufficio si trasferiva in un piccolo locale, da Donato, che a quell’ora si toglieva il vestito da bar e per un paio d’ore si metteva quello da ristorante, giusto il tempo di togliere qualche quattrino a chi lavorava in quella zona della città. In realtà la trasformazione si riduceva nell’accatastare dentro due piccole stanze il maggior numero di tavolini possibile e poi apparecchiarli con economiche tovaglie viola. I tavolini erano piccoli e tondi, i classici tavolini da bar, troppo piccoli per contenere tutto il necessario per il pranzo, magari per tre o quattro persone, ma nessuno l’aveva mai fatto notare al proprietario. Una volta un vero ristorante, che si trovava a un centinaio di metri da Donato, aveva provato a fargli una degna concorrenza aprendo anche a pranzo e proponendo alcuni menu “tutto compreso”: primo, secondo, contorno e dolce a dieci euro. Qualcuno della società li aveva provati, ma dopo un po’ aveva smesso di andarci, dicendo che il pane era secco, o che il servizio era lento. Non ti avevano convinto, così un giorno che erano quasi tutti fuori sede eri andato a vedere di persona. L’ambiente, vagamente rustico, era gradevole e rilassante e il cibo abbastanza fresco. L’unica differenza che riuscisti a constatare furono i circa tre euro in più rispetto al costo di un pranzo da Donato e forse questo per gli impeccabili professionisti della zona era abbastanza. Il ristorante rimase deserto e rinunciò dopo nemmeno un paio di mesi. Da Donato, invece, tra mezzogiorno e le due si materializzava una bolgia dantesca composta da bancari, avvocati, commercialisti e semplici impiegati fra i trenta e i settant’anni. Un cocktail di finta rispettabilità, arroganza e prevaricazione compresso in due stanze e un bancone. Tutti dovevano mettersi in fila davanti alla vetrina dei primi (c’erano anche i secondi ma costavano un po’ di più e non li prendeva nessuno), tre per ogni giorno lavorativo della settimana, sempre gli stessi, e il venerdì era il tuo giorno preferito perché c’era il risotto ai frutti di mare. Ormai ci tenevi, al punto che spesso quando il venerdì entravi in ufficio pensavi


19 che almeno ti saresti mangiato un bel risotto. Era un piccolo salvagente in mezzo al mare piatto e nauseante del tuo lavoro. La fila al bancone era la più classica delle file all’italiana, quelle nelle quali ognuno cerca di fregare il prossimo. C’era chi si faceva largo a gomiti alzati, incurante delle occhiatacce altrui e poi urlava l’ordine nelle orecchie del cameriere. C’era invece chi dal fondo chiedeva “il solito” come fanno i clienti affezionati dei locali notturni. Ogni volta che ti trovavi immerso in quella fila ne rimanevi sbigottito. Non riuscivi a credere che sprecassero tutte quelle energie per rubare qualche posto in una stupida coda. Accaparrarsi un primo fumante, però, era solo l’inizio di un percorso accidentato. Trovare un tavolo libero era la parte più difficile. Pattuglie di uomini e donne se ne stavano ai bordi delle stanze ricolme di tavolini, con i piatti pieni in mano, aspettando di mettersi a sedere. Spesso mandavano un incursore, il più temerario fra loro, a conquistare un tavolo mentre gli altri prendevano da mangiare. I litigi erano all’ordine del giorno e si risolvevano sempre con qualche frase del tipo “Lei non sa con chi sta parlando!” oppure “Lei è un maleducato!” Nella sostanza i tavolini diventavano invisibili, nascosti sotto quattro o cinque persone inscatolate come sardine che fingevano di godersi il pranzo. Quel giorno eri a pranzo con Pamela, Simone e Carmela. Di solito Carmela non mangiava con voi, ma quel giorno si era concessa un po’ di compagnia. Guardasti il risotto. Ogni volta che te lo mettevi davanti il tappo allo stomaco se ne andava, per poi tornare a digestione ultimata. Ti concedeva una tregua, un time-out culinario. «Nessuno ha preso i gamberoni?» gracchiò Pamela prima di addentare il primo dei quattro piccoli crostacei rinsecchiti che giacevano nel suo piatto. Era l’unica a non aver preso il risotto. «No.» rispondesti. Gli altri invece non dissero niente. «Sono buoni. Se li volete assaggiare ditelo adesso perché fra poco li avrò finiti.» Ancora nessuna risposta. «Ti prendo un po’ di riso, Ciccio.» disse ancora, mentre la sua forchetta annaspava già dentro il tuo piatto. Carmela la fissò per un istante. Pamela non se ne accorse e preparò un nuovo monologo. «Sapete che mi è successo ieri sera? Una cosa allucinante. Non l’ho raccontato nemmeno a te, Ciccio.»


20 Gli altri, te compreso, grugnirono a bassa voce in segno di rassegnato assenso. Pamela prese un gamberone mezzo aperto e ci ficcò dentro i denti. Poi, con le mani ancora sporche, prese a raccontare. «Tornavo a casa, ero in superstrada. A un certo punto mi sono accorta che uno stronzo dietro suonava e alzava gli abbaglianti per farmi spostare dalla corsia di sorpasso. Col cazzo, prepotente che non sei altro, ho detto, così gli sono rimasta lì davanti un bel po’.» «Cercavi la rissa, eh?» disse a bocca piena Simone, che aveva quasi aspirato il riso dal piatto. «Aveva cominciato lui! Così insomma mi faccio una decina di chilometri con questo alle calcagna che strombazza a più non posso, finché non mi passa da destra facendomi vedere il dito medio, lo stronzo.» «Classico.» dicesti, cercando di mostrare interesse per la vicenda. «Un classico stronzo! Indovina che ho fatto? Indovinate un po’? Ho preso il numero di targa e ho chiamato la Stradale, ecco che ho fatto.» «Grande!» esclamò Simone sobbalzando sulla sedia. Il suo spostamento destabilizzò l’equilibrio a incastro dei commensali. Una manciata di riso ti cadde dalla forchetta. Simone parlava sempre di litigi e risse, soprattutto di quelle da stadio, ma nonostante il suo sedicente status di ultrà nessuno credeva veramente che potesse picchiarsi con qualcun’altro. E tuttavia quella storia iniziava a interessargli sul serio. «L’ho fatto davvero. Se lo meritava.» «Scusa ma cosa gli hai detto?» dicesti recuperando un bicchiere dalla pila che stazionava al centro del tavolino. Carmela ora aveva smesso di mangiare e fissava Pamela con espressione stralunata. «Gli ho detto che c’era un ubriaco che se ne andava a zig zag per la superstrada e superava da destra le altre macchine.» «E loro?» incalzò Simone. «Mi hanno ringraziato e hanno detto che avevano una volante giusto qualche chilometro più avanti. Avrei voluto vedere la faccia di quello stronzo quando l’hanno fermato.» «Peccato, un vero peccato non esserci. Magari ha fatto resistenza.» Nel frattempo sembrava che gli occhi di Carmela potessero uscirle dalle orbite da un momento all’altro e che a impedirlo fossero solo gli occhiali che teneva davanti a loro. «Così impara a fare il prepotente.» chiuse il discorso Pamela, prendendo un nuovo gamberone in mano. Carmela fece un verso di perplessità, stringendo le labbra e alzando le sopracciglia, ma Pamela lo intercettò e ripartì in quarta.


21 «Cos’hai da dire? Te avresti fatto di meglio?» Carmela si immobilizzò, ma non rispose. «Ecco. Stai zitta.» aggiunse Pamela brandendo il gamberone. «Calmiamoci, su.» cercasti di intervenire per smorzare i toni. Non era il giorno adatto alle discussioni in pubblico, avevi già i tuoi problemi da risolvere. Carmela però ti sorprese ribattendo verso di te. «Dillo a lei di calmarsi. Ti pare che io stia offendendo qualcuno? Mi pare ovvio!» e lo disse con una tale rabbia da farti andare in un attimo il sangue alla testa. Sembrava che ce l’avesse proprio con te. L’idea era di prenderla a schiaffi, invece ti limitasti a un semplice «Ehi, prenditela con lei, non con me.» Carmela non disse altro e il resto del pranzo filò via nel silenzio più assoluto. Dopo pranzo ti concedevi sempre una piccola passeggiata, cinque o dieci minuti lungo la piazza che divideva l’ufficio dal bar. Ogni volta speravi che nessuno ti accompagnasse per rimanere da solo a inseguire i tuoi pensieri e fu quello che accadde. Decidesti di passare sopra il tappeto di foglie gialle cadute in mattinata sul lato destro della piazza. Qua e là gruppetti di persone, composti per lo più da uomini incravattati, si muovevano stancamente in mezzo agli alberi che disegnavano i confini dei vialetti. Alcuni di questi sorridevano in continuazione guardandosi a destra e a sinistra, altri invece se ne stavano seri, fissandosi le scarpe come fa un pensionato alla fermata dell’autobus. Gli incravattati, come li chiamavi dai tempi dell’università, ti mettevano tristezza. Erano il simbolo di una società vecchia, ormai scomparsa, residui di quell’Italia di cui tuo padre ti aveva parlato e che tanti altri padri avevano raccontato ai tuoi coetanei. Erano lo specchio di una società semplice, divisa per livelli. Essere un incravattato, per i nostri padri, voleva dire essere già a un buon punto, sopra gli operai, i contadini e gli artigiani. Era segno di rispetto sociale e soprattutto di benessere economico, se per tale si intende farsi quindici giorni di ferie ad agosto e avere in casa una televisione nuova. Sopra di loro c’erano solo i dirigenti, i grandi professionisti e i politici, ovvero gli inarrivabili. La strada per diventare incravattati non era difficile da capire. Se i tuoi avevano i soldi per farti studiare e tu avevi le capacità e la voglia di farlo, ti diplomavi e il gioco era fatto. Se poi i tuoi avevano molti soldi, o un protettore a cui affidarti, potevi anche provare a laurearti. Se ci riuscivi eri automaticamente ammesso al livello superiore. Semplice.


22 Un tempo credevi in quell’Italia che andava scomparendo. Non potevi saperlo. E quando da ragazzino vedevi qualche amico o compagno di scuola che invece di studiare se ne andava al bar a giocare ai videogiochi pensavi che un giorno, non così lontano, quel ragazzino cresciuto si sarebbe accorto di essere su un gradino più basso del tuo. Irrimediabilmente. Per questo non curavi le conoscenze, quello che oggi si chiamerebbe pubbliche relazioni, ma pensavi a studiare. Non che ti importassero troppo i voti, non ti interessava essere il primo della classe. Ti bastava cavartela discretamente, perché una volta arrivati alla meta tutti sarebbero stati uguali. Tutti sullo stesso buon gradino. Durante quegli anni ti piacevano le stazioni e gli aeroporti, veder passare quelle persone in giacca e cravatta, di corsa, fiere e ambiziose. Era una sensazione piacevole e ti saresti visto volentieri al loro posto, una volta diplomato o laureato. Solo parecchio tempo dopo, quando ormai eri vicino alla laurea, ti accorgesti di essere immerso in una società che non conoscevi e che soprattutto non ti aspettavi. Era il momento in cui tu e i tuoi compagni di studi avreste dovuto ritrovarvi davanti un futuro luminoso, una discesa da imboccare, e invece eravate ancora tutti lì, buoni e cattivi, educati e maleducati, studiosi e scansafatiche. Tutti con un pezzo di carta appeso in camera, mentre dei buoni posti di lavoro che vi spettavano non c’era alcuna traccia. Si apriva improvvisamente una lotta per la sopravvivenza che coinvolgeva tutti i laureati del paese. Troppi. Una lotta dove non contavano più i voti o il curriculum, una lotta dove ogni mezzo era lecito, come succede ogni volta che l’offerta supera di gran lunga la domanda. Ognuno iniziò ad arrangiarsi come poteva. Quelli più fortunati avevano il padre o lo zio avvocato o commercialista, oppure un parente in una banca locale. Fu facile per loro mettersi a posto e poco importava che avessero in testa di fare questo o quel lavoro, quella era la loro grande occasione e nessuno se la fece sfuggire di mano. Gli altri, invece, cercarono di arrangiarsi come poterono, non senza una certa dose di panico. Nel frattempo il business non si fece scappare l’occasione di specularci sopra e iniziò la grande stagione della formazione post-universitaria. I corsi si moltiplicavano di mese in mese, mentre i responsabili didattici di aziende e università si contorcevano le meningi per trovare qualche nuovo profilo lavorativo da formare. Si classificarono in quegli anni decine di nuovi lavori virtuali, inesistenti nella pratica ma capaci di infiammare le speranze di quell’esercito di colti disperati.


23 Le lotte corpo a corpo non erano mai state il tuo forte. Ti era sempre piaciuto molto di più lavorare in tranquillità, preparare l’affondo decisivo e poi puntare deciso all’obiettivo, senza inutili parapiglia. Avevi fatto così fin da bambino, quando giocavi a pallone per strada. Ti decentravi dal gioco, trotterellando vicino alla porta avversaria. Studiavi i difensori avversari perché non avevi il coraggio di affrontarli a viso aperto. Una volta capitata a tiro l’occasione giusta ti fiondavi sulla palla e la sbattevi in porta in un attimo. Tutto qui, indolore. Se non ci fossi riuscito nessuno avrebbe detto nulla, perché nessuno si aspettava nulla da chi non si era esposto; ma quando la palla entrava venivi festeggiato più degli altri e per lo stesso motivo, cioè perché nessuno si aspettava nulla da te. Ti sembrava una situazione ideale. Non eri cambiato. Avresti potuto fare come gli altri, accapigliarti a suon di voti, selezioni e colpi bassi per quei pochi lavori buoni che erano ancora sulla piazza. Invece no. Cercasti nella formazione un’alternativa, un gol di rapina. E quando alla fine del tuo corso post-universitario per esperto in prodotti informativi per internet ti chiamarono a lavorare in quell’azienda, pensasti di aver segnato la rete decisiva. Ti ci era voluto qualche mese per capire di esserti sbagliato di nuovo. Credevi di trovare un ambiente di un certo livello, non lussuoso, ma neanche al risparmio. Il palazzo che ospitava gli uffici, a guardarlo dal viale che lo costeggiava, faceva ben sperare: un bel palazzotto con la facciata appena ristrutturata e ridipinta di un bianco accecante. Anche gli uffici erano stati imbiancati da poco, ma le buone notizie finivano lì. Tutto ciò che serviva per lavorare era ridotto all’osso: i PC erano vecchi, la cancelleria scarna, gli apparecchi telefonici malfunzionanti. Le stanze dove sostavano gli ospiti, la sala riunioni e quelle dei soci erano arredate con mobili di buona fattura, di legno, abbelliti da qualche quadro o stampa, mentre quelle dei collaboratori, più piccole, erano sostanzialmente spoglie, se si faceva eccezione per le economiche scrivanie e per le vecchie sedie di plastica blu. In stanze come queste potevano lavorare anche tre o quattro persone, talvolta dividendosi le stesse scrivanie. Ogni telefono dava la possibilità di chiamare verso l’esterno, ma a fine mese veniva controllato per ogni interno numero e durata delle telefonate e ogni eccesso portava a inevitabili ripercussioni disciplinari. C’era un solo bagno, un buco accanto alla sala riunioni. In origine quello era il bagno di una camera, reso poi indipendente da un muro voluto da Mister Viscido in persona. Quella parete però era così sottile che dalla sala riunioni si sentiva tutto quello che succedeva in bagno e viceversa. Per questo quando c’era una riunione con qualche cliente era


24 sconsigliato andarci e severamente vietato tirare lo sciacquone. Qualcuno ci andava lo stesso, ma se era un uomo era costretto a far pipì da seduto per non fare troppo rumore D’inverno il riscaldamento veniva acceso solo un paio d’ore al giorno, compreso nelle stanze dei soci, e per questo tutti i collaboratori pativano il freddo senza fare una piega. D’estate invece i soci azionavano i condizionatori installati nelle loro stanze, mentre per i collaboratori c’era un unico vecchio condizionatore mobile che faceva i turni fra le stanze nel vano tentativo di dare un po’ di refrigerio. La cosa fondamentale del lavoro, quello che avrebbe davvero fatto piacere ai soci, era avere qualche brillante idea per vendere qualche servizio, innovativo o meno non faceva differenza, a qualche cliente, meglio se un nuovo cliente. Non importava cosa sapevi fare, quello che contava era portare nuovo lavoro. Quella era la vera essenza del successo. Alla lunga, se fossi stato abbastanza bravo a trovare nuovi clienti, avresti potuto guadagnare di più o, addirittura, un paio di volte era successo, ricevere la proposta più grande: diventare socio. Il tuo compito, quello per cui eri stato preso, era inventarti nuovi prodotti per internet da proporre ai clienti. In realtà avresti dovuto soprattutto cercare di venderli. Magari andare a qualche convegno, in giacca a cravatta, fare qualche contatto e poi pressare fino allo sfinimento quel contatto per vendergli qualcosa. Tutti avevano sotto sotto compiti di questo tipo, tranne la segretaria e un paio di ragazze, fra cui Carmela e un tempo Eleonora, deputate all’amministrazione o alla gestione dei corsi di formazione. L’immagine da dare all’esterno era quella di grande professionalità, poi negli uffici si poteva anche morire di freddo, nessuno dei clienti avrebbe visto niente. Quando eri entrato, la società stava cercando di “diversificare in proprio business”, come dicevano i soci, ovvero aggiungere altre attività d’impresa a quello che stavano facendo. E quello che stavano facendo, fin da quando erano nati, era organizzare e promuovere corsi di formazione finanziati da enti locali o dall’Unione europea. Campavano con quelli, visto che costituivano più o meno il novanta per cento del fatturato complessivo. Gli davano da mangiare, insomma. Ingenuamente ci avevi messo un po’ a capire il sistema, che una volta inquadrato era piuttosto semplice. I corsi di formazione venivano finanziati attraverso bandi pubblici, che ripianavano i costi sostenuti dalle agenzie formative per organizzare e promuovere il corso. In teoria la società avrebbe dovuto andarci in pari, ma in realtà questo non accadeva mai. Il trucco era vecchio ma effi-


25 cace: gonfiare le spese. Un collaboratore poteva lavorare su cinque o sei corsi contemporaneamente, coprendo spese finanziate per migliaia di euro ogni mese e venir pagato più o meno mille euro, mentre tutto il resto andava ai soci. I collaboratori, in pratica, erano dipendenti in piena regola, ma erano costretti ad aprire una Partita IVA e a emettere una fattura corrispondente allo stipendio mensile. Nessun obbligo per la società, nessun diritto per il collaboratore mascherato da professionista. Il core business di questi rispettabilissimi signori, insomma, era una truffa e nonostante la loro apparente freddezza la cosa non li lasciava del tutto tranquilli. Per questo stavano cercando di “diversificare” quel business, di fare qualcos’altro. Sapevano che un giorno o l’altro la festa sarebbe finita. All’inizio cercasti di dare una qualche spiegazione logica a quello che vedevi, qualcosa che restituisse una parvenza di moralità a quella gente. Dopo qualche mese, una volta perse le speranze, giurasti a te stesso di non caderci più. Da quel momento gli incravattati, quelle persone distinte che attraversavano impettiti gli aeroporti e le stazioni, avevano iniziato a metterti tristezza. E quelli che ti passarono davanti agli occhi durante quella passeggiata non fecero eccezione. Per te erano solo la pellicola pulita di una vaschetta di spazzatura. FINE ANTEPRIMA CONTINUA...


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Trent'anni