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In uscita il 25/6/2014 (15,50 euro) Versione ebook in uscita tra fine luglio e inizio agosto 2014 Collana "A Piccole Dosi"

AVVISO Questa è un’anteprima che propone la prima parte dell’opera (circa il 20% del totale) in lettura gratuita. La conversione automatica di ISUU a volte altera l’impaginazione originale del testo, quindi vi preghiamo di considerare eventuali irregolarità come standard in relazione alla pubblicazione dell’anteprima su questo portale. La versione ufficiale sarà priva di queste anomalie.


WALTER SERRA

TRE GIRI DI CHIAVE

www.0111edizioni.com

 


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TRE GIRI DI CHIAVE Copyright © 2014 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-728-5 Copertina: Immagine Shutterstock.com

Prima edizione Giugno 2014 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova  

Ogni riferimento a persone, fatti e situazioni che possano eventualmente trovare riscontro nella realtà è puramente casuale, essendo questa storia pura invenzione del suo autore.


Prefazione (breve) dell’autore.

Scrivere un romanzo interamente ambientato a San Marino e dedicato ai miei concittadini. Ci ho pensato a lungo, a partire da un’idea di base: mettere un ragazzo nei guai e stare a vedere cosa succedeva. E una persona nei guai finisce prima o poi in prigione. Più o meno, Tre giri di chiave nasce così. Le nostre prigioni, poi, hanno fatto il resto. Antiche, misteriose, antiquate. Finirci è già una condanna. Mi sono immaginato là dentro, chiuso in una minuscola cella, guardato a vista, una finestra che rimanda uno spicchio di cielo, irraggiungibile, un giardinetto esterno dove c’è appena lo spazio per stiracchiarsi. Di nuovo, un varco sul cielo. A uno ingabbiato così non resta che sperare che gli spuntino le ali… Gabriele non ha ali, ma tanti motivi per cercare di scagionarsi, di scappare via. Si aggrappa a ogni cosa nel tentativo, anche alla perdita di memoria. Che il dolore pulsa di meno se non ricordi, se confondi le cose, se rifiuti la realtà. La storia ha più evoluzioni e nella seconda parte esce dai confini patri, seguendo la conseguenza logica degli avvenimenti. Un’ultima cosa, ma importante: questo mio scritto non vuole essere un processo alla giustizia e a chi la amministra, né la condanna verso chi delinque, né un monito a rigare diritto, poiché non infrangere la legge dovrebbe essere abitudine, cultura e non una imposizione. È solo una storia, per di più inventata. Ce la farà Gabriele a superare le avversità che stanno per abbattersi su di lui?

 


Ogni volta che chiudi gli occhi e t’addormenti, amico mio, non puoi mai essere certo se, quando e come li riaprirai. È una regola non scritta, perché nessuno sarebbe in grado di prepararti ad affrontare ciò che ti potrebbe accadere, nel caso il risveglio non fosse come ti saresti aspettato. Incubi e sogni cattivi non sono niente al cospetto dell’amara verità che talvolta riesce a intessere per te la sorte. Durante il tuo sonno, miliardi di avvenimenti si sono succeduti in giro per il mondo, la maggior parte estranei alle tue vicende, la maggior parte ininfluenti per i cardini su cui poggia la tua piccola vita. Se così non fosse, amico mio, prega affinché tu possa trovare la forza di continuare il respiro e di affrontare un destino avverso, affinché questo sia passeggero o, perlomeno, veloce nel suo esito infausto. Ora che sai, riuscirai a prendere sonno sereno come prima?

   


PARTE PRIMA (Io, un assassino?)

   


9

1 Ieri ero ancora un uomo libero e felice

Il sogno muta repentino in un limbo di suoni e di colori aspri e taglienti. Qualcuno bussa alla mia porta e dalla decisione non sembra il postino. Si percepisce una sorta d’armonia quando dormi e non stai sognando male, anche se non lo sai. Te ne accorgi al risveglio, quando ti ritrovi calmo e rilassato. Tutto al contrario di come mi sto sentendo adesso, tirato giù dal letto anzitempo. Sì che la sveglia era calibrata per le otto e sono appena le sette e mezza. Per uno che s’è coricato alle due passate, mezz’ora in più fa sempre la differenza. Mi metto in piedi e caracollo fino alla porta, urto ogni oggetto lungo il corridoio. Sonno o sbronza, non ho tempo di pensarci. Ho lo spirito di chiedere chi mi reclama con tanta foga. Polizia, aprite! Passo in immediata scansione ogni fatto che potrebbe motivare la presenza delle forze dell’ordine alla mia porta, ma non ne trovo. Incendi, furti, gente scomparsa, mi dico, avranno mille motivi per… Socchiudo il battente e non riesco a concludere il pensiero: la porta mi viene sospinta addosso e mani artigliate mi sbattono faccia al muro. «Ehi, che cazzo succede?» Mi manca il respiro per la botta e il mio cervello è ancora in debito di ossigeno. Qualcuno mi fruga addosso e mi sento ridicolo per lui: cosa mai potrei nascondere, in boxer e maglietta? Mi guardano le mani, il volto, in un silenzio surreale. «Gabriele Casadei?» La voce alle mie spalle rimbomba pesante come una sentenza. Non v’è traccia di una domanda che attende una risposta aperta. «Io lo so chi sono, mi dica chi è lei, piuttosto!» Giro la testa e mi lasciano andare. Quattro persone in divisa attorno, potrei fuggire solo se mi si aprisse una botola sotto i piedi. Nessuno apre bocca.    


10 «Mi dice che cosa sta succedendo? Io non ho fatto niente che giustifichi tutta questa violenza!» Mi saltano in testa tutte le balle sui miei diritti, il mandato, l’avvocato, eccetera, ma decido saggiamente di tenermele buone per più tardi. «Dov’è stato, diciamo dalle ventidue fino a ora?» insiste quello, che non si è ancora presentato. «Sono rientrato verso le due, dopo una serata a casa della mia ragazza. Mi avete svegliato voi con mezz’ora di anticipo. Mi vuole dire insomma, che volete?» «Quindi, lei ammette di avere passato la serata e parte della notte a casa di Monica Melandri?» Ogni traccia di nebbia nella testa sparisce all’istante. Faccio un passo verso l’uomo, gli occhi sbarrati. «Perché me lo chiede? È successo qualcosa a Monica?» chiedo col fiato sospeso. Un paio di poliziotti si sparpagliano per casa. È il momento giusto per farlo, il soggetto è al tappeto, non sa ancora per cosa, ma ha intuito la gravità della situazione. «Me lo dica lei, Casadei.» Scivolo a terra, schiena al muro. «Mi dica che Monica sta bene, la prego…» Non stacco gli occhi da lui. Non piango, non mi agito. Solo, non mi reggono le gambe per un’attesa che pare non finire mai. «Monica è stata uccisa stanotte, Casadei. Siamo stati allertati da persone che abitano nel palazzo e l’abbiamo trovata morta. Si vesta, deve venire con noi alla Centrale.» Non so per quanto tempo sono rimasto senza dire una parola. Minuti, forse. Dopo un po’ il graduato fa un cenno ai poliziotti presenti, che mi sollevano per le ascelle e mi conducono lungo il corridoio, alla ricerca della mia camera da letto e, presumo, dei miei vestiti. Rivedo le lenzuola ancora calde fra le quali stavo dormendo senza immaginare nulla fino a pochi minuti fa. Seduto sul bordo del letto, mi schiarisco più volte la voce. «Come?» riesco solo a dire. «Non sono autorizzato a dirle nulla. Si vesta.» Mi allungano gli abiti della sera prima, indumenti che ancora sanno di lei.

 


11 «Non può lasciarmi questa tortura addosso. Intuisco che voi mi state sospettando, ma io l’amo e non sono colpevole di nulla. Mi dica qualcosa.» «Lei è l’ultima persona che l’ha vista in vita. Dobbiamo interrogarla. Lasciamo aperte tutte le piste, beninteso.» «Ma intanto avete me. Siete sicuri che sia lei? La voglio vedere!» Mi alzo con tanta foga che un militare si spaventa e mi punta la pistola al petto. Il suo superiore gli fa un cenno col capo e quello abbassa l’arma, ma non la rinfodera. «Ispettore Attilio Tardini…» mi dice. Lo riconosco, è stato nominato giusto un paio di mesi fa. Mi porge un tesserino e lo occhieggio distratto mentre sto infilando un mocassino. Gli occhi mi si riempiono di lacrime e un tremito mi fa cadere in ginocchio. È la patente di Monica… Per quello che è accaduto dopo non gli devo essere parso troppo dispiaciuto o disperato. Forse è dipeso dal fatto che mi sono messo a urlare e ho cercato di scappare via, per cui non c’è da stupirsi che sia finita malamente: sono stato caricato in macchina con indosso una scarpa sola, uno zigomo pesto e le mani intrecciate dietro la schiena, serrate a forza dalle manette. «Pensa se avessi confessato, come mi avreste conciato!» borbotto dopo che siamo partiti. «Come dice?» «Che siete degli stronzi… Mi fanno male le manette.» «Tra poco arriviamo al Comando, così potremo mettergliele anche alla lingua» sbotta il poliziotto. Sballottato nell’auto, ripenso all’ultimo bacio di Monica, al suo a domani sincero, ignara di quanto sarebbe accaduto. Già: che cazzo le è accaduto? So solo che è morta, e morta male, tanto che sospettano di me. Strangolata? Sgozzata? Crivellata di proiettili o colpita con una mazza da baseball? Mi prende come un crampo allo stomaco, una sorta di nausea che vorrei tanto dipendesse dalla cattiva digestione e non dalla perdita di lei. Ma perché sospettano di me? Meglio che me ne stia zitto. Dovrò cercarmi un avvocato alla svelta. Lungo il tragitto mi tornano alla mente il suo sorriso, i suoi occhi sognanti. Davvero, ho perso tutto?    


12 Entriamo nel garage interno del Comando della Gendarmeria, poi saliamo con l’ascensore. È presto, ci sono pochi poliziotti in giro. Qualcuno lo conosco e loro conoscono me: che facce fanno, mentre attraverso zoppicando il lungo corridoio spinto da due poliziotti. Tardini ci segue a distanza. Spia le mie movenze, parlotta con qualcuno. Per lui sono già bello che condannato. Entriamo in un ufficio che sembra il ricovero degli oggetti scassati: due poltrone dal sedile a brandelli, una lampada tutta ammaccata, il tavolo col piano di formica che è più bruciacchiato di un posacenere di carta. L’aria sa di guai. A lato c’è già un poliziotto che attende, dietro un computer d’anteguerra. «Sovrintendente, prenda nota dell’ora d’arrivo del signor Casadei e delle sue generalità» sbotta Tardini. «Voglio un avvocato che assista all’interrogatorio.» Scandisco bene le parole. Devo mostrarmi deciso. «Questo non è un interrogatorio, ma solo un preliminare. La identifichiamo e le chiediamo dov’era all’ora del delitto» replica il poliziotto dietro il computer. «Me l’avete già chiesto. Voglio il mio avvocato presente o non se ne fa niente. Se state ledendo i miei diritti, che fra l’altro ancora non mi sono stati enunciati, vi denuncio per maltrattamenti e abuso d’ufficio. E se viene fuori che sono addirittura innocente, vi mangio anche le mutande in cause: siete consapevoli che la mia immagine è già stata distrutta da questo arresto? E io sono innocente, che vi piaccia o no!» Segue un attimo di silenzio di troppo, poi Tardini riprende il polso della situazione. «Come vuole, tanto i fatti non scappano.» Tutto accade magicamente in meno di un minuto: via le manette, compare un cellulare e l’agenda di San Marino. Il telefono dall’altra parte squilla. Ne esce una voce frammista a monosillabi infantili. «Pronto…» «Paolo, scusa l’ora. Sono Gabriele Casadei.» «Niente di che, solo che siamo alle prese col pupo che non ne vuole sapere di mangiare, stamattina!» È mille miglia distante dai motivi della telefonata. Ha dormito come un pascià, gioca col figlio, sua moglie è una deliziosa cubana che lo adora. Devo tirarlo giù dal pero e mi dispiace un sacco. «Sono nella merda, Paolo. Ti chiamo perché ho urgente bisogno della tua assistenza…»  


13 «Consuelo, prendi il bambino…» si sente dire all’apparecchio. «Che succede?» «Non lo so, Paolo. O meglio: sono stato fermato e sospettato di avere ucciso la mia ragazza. Sono al Comando, in Città. Non sono stato io, devi aiutarmi!» «Che cosa? Non dire niente, dammi dieci minuti che arrivo. Passami il più alto in grado, per favore.» Guardo Tardini. «Ha chiesto di lei.» Gli passo l’apparecchio. Tardini bofonchia mezze risposte, molto incazzato. Sembra volere stritolare il cellulare, invece chiude solo la telefonata. Me ne frego del suo stato d’animo, devo pensare a me stesso. E a Monica, che mi si blocca il cuore al solo pensiero che davvero non ci sia più. «Devo avvisare in banca, se non mi vedono arrivare e non rispondo al cellulare, magari quelli sono capaci anche di chiamare la polizia. Sai le risate, quando scopriranno che sono accusato d’omicidio!» Tardini sembra sul punto di scoppiare. «Io vado a prendere un caffè. Fatelo telefonare anche alla mamma, poi che non alzi nemmeno un muscolo più del necessario e non si muova da quella sedia!» Sono le otto e venti, la banca è già aperta. «Giovanni? Ciao, sono Gabriele. Senti, farò tardi, questa mattina, mandate avanti voi il lavoro… No, magari. Me l’hanno ammazzata, Giovanni. Monica è morta e io sono al Comando per testimoniare… Non lo so, come. Stanotte, credo, dopo che me ne sono andato… Ti ringrazio. Gli appuntamenti sono sulla mia agenda. Ciao.» Consegno il telefono e mi sento calare un peso addosso. Sto per crollare. Dall’oggi al domani, tutto perduto. Ragazza, lavoro sospeso, vita distrutta. Non ho nemmeno la forza di pensare a chi possa essere stato. Un ladro? Non siamo gente ricca. Un ricattatore? La filiale che dirigo è abbastanza piccola, tutta clientela locale. Che io sappia, nessun mafioso ha il conto da me. Non so se faccia scena oppure no. Mi prendo la testa fra le mani, poi fisso il calendario a muro, di quelli col giorno a strappo. Segna la data di ieri. Ieri ero ancora un uomo libero e felice…    


14

2 L’incubo va in scena

Paolo arriva mezz’ora dopo, invece. Colpa del pupo che gli ha vomitato addosso e stava per soffocare. Anche a lui la giornata è iniziata di traverso, ma mai come a me. «Bene, ora che c’è anche l’avvocato, possiamo iniziare?» tuona Tardini. Nessuno di noi due se lo fila. «Che gli hai detto, Gabriele?» «Che non l’ho ammazzata io. Non so nemmeno di cosa è morta! Non me l’hanno voluto dire. Siamo stati assieme fin verso l’una, l’una e mezza di notte, poi me ne sono tornato a casa. Lei aveva la giornata libera e poteva dormire fino a tardi. Se fossi rimasto assieme a lei, non sarebbe successo niente!» Non so cosa mi stia capitando. Di colpo mi prende l’angoscia e scoppio a piangere. Devo avere già bruciato tutta l’adrenalina. «Dai, Gabriele, fatti forza. Collaboriamo con la polizia e ce ne andiamo a casa. Non mi pare che ci siano elementi contro di te. Al massimo nell’attesa di accertamenti ti possono dare i domiciliari, parlerò col Commissario.» Lo guardo attraverso gli occhi velati. Rabbia e dolore mi soffocano. «Lei non c’è più, capisci? Non la potrò più riabbracciare…» Bevo un bicchiere d’acqua e mi rinfranco, ma è una consolazione da niente. «Iniziamo» annuncio poco dopo. Nome, cognome, occupazione, eccetera… È quando mi chiedono in che rapporto sto con la deceduta, che mi saltano di nuovo i nervi. «Abbiate più rispetto! Siete proprio delle macchine. Sospettosi, infidi, senz’anima…» Paolo mi stringe il braccio. Mi calmo. «Conosco Monica da circa sei mesi. Abitiamo appartamenti separati, ma viviamo assieme più o meno dallo stesso periodo. Troverete abiti e cose nostre in entrambe le case.»  


15 «Lei, che lavoro faceva?» Di nuovo il verbo al passato. Mi vengono i brividi. Possibile che sia tutto vero? «Era commessa presso una boutique a Domagnano, la Blue Fashion. Era la sua giornata libera. Aveva lavorato come una matta per dei matrimoni e la proprietaria gliel’aveva riconosciuta.» «Perché lei non era assieme alla sua ragazza, allora?» Il gendarme occhialuto dietro il computer ha sparato la domanda del secolo. «Perché ho il vice ammalato, in filiale, e non ho potuto lasciare. Ha altre domande che possano scatenare rimorsi, signor generale?» «Stia calmo, Casadei. Sono domande che dobbiamo farle. Avete litigato, ieri sera?» «Ma di cosa sta parlando? Certo che no!» «A noi risulta un litigio, verso la mezzanotte.» «Nessun litigio. E mi dica chi asserisce il falso, lo voglio denunciare!» Paolo mi preme il braccio e cerca di dire qualcosa. «Quanto le è stato riportato è molto grave, ispettore. Tende a gettare sospetti sul mio assistito senza una base di comprovata verità. Mi riservo di chiedere visione del fascicolo e di valutare tali condotte per sporgere querela. Come mai il Commissario non è presente a questo interrogatorio?» «Il Commissario Marini è impegnato sul luogo del delitto e non può lasciare prima di avere autorizzato la rimozione del cadavere. Ma queste prassi lei le conosce già, avvocato!» Deglutisco un paio di volte. Monica. Cadavere. Mi porto la mano alla bocca e cerco di non pensarci, ma paura e rabbia mi fanno salire l’adrenalina a mille. Tardini non fa un piega e riprende come se niente fosse. «Ci ripete cos’ha fatto, dalla serata a quando abbiamo bussato alla sua porta?» Sento la mia voce che racconta quello che vogliono sapere, ma una parte di cervello vaga per conto suo. Rivedo le immagini di lei che mi fissa negli occhi mentre finiamo di cenare a lume di candela. Io le prendo le mani sul tavolo. Ha mani bellissime, lisce come seta, affusolate come agili levrieri. La osservo: se schiude le labbra, vuol dire che ha voglia di fare l’amore. Schiude le labbra e si apre in un sorriso. Gli occhi nocciola brillano alle piccole fiammelle sul tavolo. Schiude le labbra perché ci soffia sopra. Si alza e si mette controluce al finestrone    


16 del terrazzo. Si sfila la maglietta e lascia cadere la gonna. La osservo come se fosse un manichino nero che s’agita nella penombra. La luna alle sue spalle la disegna con precisione e io riconosco ogni curva, ogni ciocca di capelli che ondeggia nell’aria. «Vieni…» sussurra. Sono già in piedi e avanzo verso di lei. Sul terrazzo fa fresco. Una brezza leggera sale dal mare e fa stormire le fronde della quercia di fronte. La sua ombra si riflette sul palazzo e genera arabeschi fantasiosi. La bacio con trasporto, assaporando ogni centimetro di pelle. Nuda. Mi attorciglia le braccia al collo e si struscia a me. Io la bacio sul collo e le carezzo la schiena. Un rumore ci distrae dal terrazzo accanto, poi una porta sbatte. Quella strega! Sbotto. Monica ride. Non importa, dice, se quella ci spia e poi sparla in giro! Rientriamo. Il divano ci accoglie col suo abbraccio. Ogni volta scopriamo i nostri corpi come se fosse il primo momento. Noi non scopiamo e basta: noi facciamo l’amore, che è molto di più. I gemiti si fanno sospiri, i sospiri diventano voci strozzate. Ondate di piacere fanno fremere i nostri corpi, pervasi dalla sensualità. Infine tutto si placa, resta solo la misurata carezza dell’esser grato all’altro di esistere. Il tocco che vuole rendersi conto che sia tutto vero e che stia accadendo… L’illusione svapora e torno al mio crudo presente. Il gendarme finisce di battere l’ultima risposta, manco so quel che ho detto. La porta a vetri si apre ed entra un altro poliziotto. Fa un cenno a Tardini, poi escono entrambi. L’ispettore rientra. Ha le mani in tasca ed è visibilmente scosso. «Casadei, è appena rientrata la squadra della scientifica dalla perquisizione in casa sua. Hanno trovato un coltello insanguinato nascosto in giardino. È presumibilmente l’arma del delitto. Devo pertanto chiedere al Commissario inquirente la sua incriminazione per l’omicidio volontario di Monica Melandri e, francamente, stavo iniziando a credere che lei fosse davvero innocente. Mi dispiaccio che ci abbia presi tutti quanti in giro!» La voce gli si indurisce, nell’ultimo scorcio della sua arringa. Mi guardo attorno, con occhi che vorrebbero essere stupiti, disperati, increduli. Non trovo facce che mi leggono dentro, però.

 


17 «Cosa? Non è possibile! Io non l’ho uccisa. Non è mio quel coltello, non sono stato io! Paolo, diglielo tu, che sono innocente. Io dormivo. L’amavo. Non ce l’ho messo io…» Sragiono, lo so. Il mio avvocato mi dice di stare calmo, che verranno fatti i controlli, le analisi. Io lo so che non sono stato io, ma a loro chi glielo deve dire? Le manette tornano ai miei polsi e mi portano via. L’incubo va in scena.

   


18

3 Tre giri di chiave

Tanto è bastato, per farmi crollare. Il mio avvocato è riuscito a malapena a fare rimandare l’incriminazione al completamento dei rilievi. È ovvio a tutti che il vero assassino, in via astratta, avrebbe anche potuto nascondere il coltello a casa mia, proprio per farmi incolpare. Ma si tratta pur sempre dell’arma del delitto e sta a casa mia, non dentro un cassonetto. È appena uscito il medico, dopo una visita sommaria. Cuore e reazioni stanno a posto. In realtà ho il cuore in frantumi e i nervi a pezzi, per non parlare della mia vita. Sentimenti distrutti, carriera finita, libertà scaduta. Mi sento già come un galeotto a vita, manca solo la sentenza di un giudice, che non tarderà ad arrivare. Io lo so che sono innocente, ma è stata ammazzata la mia ragazza e l’arma del delitto sta davanti a casa mia. Senz’altro avrà pure le mie impronte sopra, visto che li usavo spesso i coltelli di Monica, ben allineati sul ceppo di legno. Chi glielo toglie dalla testa a quelli che non si può uccidere una donna che si ama? Nemmeno se fa la puttana col primo che incontra, come c’insegna la pubblicità. Prima devi smettere di amarla, ma io non ne sarei capace. Né di smettere di amarla e tantomeno di uccidere. Che tanto la morte, la vendetta, che risolvono? Tutto si sistema? Il dolore scompare? No, tutto peggiora, in modo esponenziale. Già. Ma questi sono solo pensieri, le prove s’impacchettano in buste trasparenti, con tanto di specifica sulle etichette da parte degli esperti. E quelle t’inchiodano, mica cazzi! Sto trascurando le testimonianze dei vicini che mi accusano, ma questo dipende solo dal fatto che mi gira la testa e il naso mi cola per il pianto  


19 e la paura. Un gendarme mi guarda a vista, attraverso l’inferriata che ha appena chiuso. È stato un clangore infernale, il cui rimbombo mi ha stracciato il sistema nervoso in maniera impensabile, logorando le possibilità di pensiero e ragionamento. È come una vibrazione che ti scuote e scalza ogni certezza o speranza coltivate fino a pochi attimi prima. Effimere illusioni. È bastato poco per perdere ogni baldanza e il rispetto di un avvocato amico. Tre giri di chiave.

   


20

4 Mors tua, vita mea

Ci ho pensato a lungo, per tutto il pomeriggio e la sera. L’assassino è là fuori e Monica a quest’ora sarà dentro un frigorifero, lavata e ricucita dai tagli e dall’autopsia. Mi vengono i brividi, al pensiero. Sento i punti di sutura addosso, il dolore delle ferite come appena inferte. Solo… Solo non riesco a vedere la faccia dell’assassino. Forse perché ho paura di vedere la mia. Domattina mi aspetta il torchio dell’interrogatorio. Non sarà una passeggiata. Non per me, almeno. Paolo è preoccupato: se le prove venissero confermate, saranno dolori. Me l’ha chiesto, a tu per tu, se sono stato io. Naturalmente gli ho detto di no e lui ha annuito. Ma nessuno dei due è stato convincente su questo punto. Né lui a credere nella mia innocenza, tantomeno io a difenderla. Ho rivangato passo a passo tutta la serata con Monica, le cose fatte, le parole dette. Niente telefonate strane, zero visite, nessuna persona o auto sconosciuta in giro. Monica era tranquilla e scatenata a letto come sempre. Di me ho già detto, non saprei davvero verso chi puntare il dito. E allora? Me l’ha chiesto anche Paolo. Io ho scrollato le spalle. Tanto, gira e rigira, resto sempre e solo io col cero in mano. Se non si trova il movente, non si possono fare ipotesi sulla possibilità di un altro assassino. Nel mio caso, invece, possono fare un’eccezione: hanno l’arma del delitto, del resto possono pure fare a meno. È strano: ripensandoci, del passato di Monica so poco o niente. Dove abitava da ragazza, se aveva avuto altri amori. Da dove veniva. Devo parlarne a Paolo. Potrebbe fare delle ricerche e scoprire qualcosa. Un amante geloso, debiti. Mah. Mi sembra di stare azzardando  


21 speculazioni assurde, ma è tutto quello che riesco a mettere assieme e, d’altronde, ho molto tempo per pensare e poco da perdere. Il suo datore di lavoro lo conoscono tutti. Fra l’altro è una donna di sessant’anni. Il marito ne ha qualcuno di più. Però la boutique è bisex, Paolo dovrà chiedere l’elenco dei clienti degli ultimi mesi, potrebbe aver fatto girare la testa a qualcuno di loro. Che resta? Amici, parenti, compari e conoscenti. I vicini di casa e il prete, comune per entrambi. Prendo a passeggiare per la cella e all’improvviso esplodo una manata alla parete, per sfogare la mia frustrazione. La guardia accorre dal bagno tutta preoccupata, si sta ancora allacciando la cintura dei pantaloni. «Devo pisciare» annuncio placidamente. Mi guarda stupito. Raggiungo la tazza senza coperchio e mi svuoto la vescica. Termino con la classica scrollatina, a beneficio dell’uomo che è rimasto di guardia. Mi chiudo la patta davanti a lui. «Sto impazzendo…» dico in un soffio. «Ne ho viste di peggio, Gabriele» ammicca quello. «Dopo qualche giorno ci si abitua all’idea e i grilli per la testa vanno via. Fatti coraggio.» «Anche se sei innocente? Non mi risulta che ci siano mai stati casi di errori giudiziari dalle nostre parti su cui basare la tua esperienza» gli ribatto. Lui scrolla la testa. «Mangia la tua cena.» Fine della conversazione. Lui è Antonio, quello buono. L’altro che ho conosciuto, Francesco, penso che starebbe bene a Secondigliano, oppure all’Ucciardone. Da carcerato, intendo, non come carceriere. È sempre livido in volto, scortese, subdolo. Di quelli che non gli volteresti le spalle tranquillo, intendo. La mia cena ormai è una sbobba fredda, anche se siamo ai primi di luglio. Come lo dev’essere la vendetta del tipo che ha ucciso Monica. Ecco, mi si sta facendo largo nella testa questa ipotesi: una ritorsione. Monica ha pagato uno sgarro fatto a qualcuno che non gliel’ha perdonata. O è stata colpa mia? Ho spiato le ombre dei muri allungarsi e cambiare colore, mano a mano che il giorno moriva. Sono sobbalzato a ogni rintocco del campanile del convento, sia che segnasse l’ora o chiamasse i fedeli a raccolta. Messa    


22 alle otto e alle undici. Che poi mi devo essere perso quella delle sei e mezzo perché stavo ancora nel mondo dei sogni e non immaginavo davvero che sarebbe finita così. Già, così: condannato di fatto per avere ammazzato la donna che amo, per un qualche motivo che pian piano qualcuno riuscirà a scovare. E il coltello? Perché diamine dovrei essermelo portato appresso, invece di buttarlo in un tombino e farlo sparire? È evidente, signor giudice: essendo io il primo sospettato comunque, la presenza dell’arma del delitto – sempre ovviamente con le mie impronte – lasciata sotto casa, tende a suggerire l’ipotesi del complotto in mio danno e allontana, seppur di poco, i sospetti da me. Faccio una smorfia: è tutto poco credibile e basta un niente per smontare le poche cose che sono riuscito a mettere assieme. Domattina sarà uno scherzo confermare l’incriminazione. Manco avranno bisogno di farmi uscire da qua dentro… È buio. Le rondini che per tutto il giorno mi hanno tenuto compagnia se ne sono andate e rimango solo coi miei pensieri. Ascolto i rumori di auto parcheggiate qua sotto. Gente che ride e si fa scherzi fuori dalle pizzerie. Sapessero, cosa potrebbe capitare anche a loro, riderebbero più forte, per godere appieno della loro spensieratezza. Basta, ho nausea di tutto. Potessi almeno dormire. O morire. Tanto, se va tutto come deve andare, io ci muoio qua dentro. Anche se non mi danno l’ergastolo non camperò a lungo. Uno spirito libero non s’adatta a una cella di pochi metri. Osservo la mia nuova casa nella penombra: un letto senza sponde – ci sono disteso – un tavolino minuscolo e una sedia di plastica. Ah, la tazza, fedele amica consolatoria e un piccolo lavabo. Può essere considerato arredo un finestrino a tre metri d’altezza attraverso cui filtra appena la luce del giorno e si vedono le croci delle sbarre? Oppure la cancellata che sbarra il passo e apre a occhi indiscreti anche quando stai sul cesso? E la lampadina nuda che pende di lato, appiccicata a un’applique senza vetro del secolo scorso? Passo le braccia sotto la testa, per cercare un appoggio rispetto al cuscino che sembra piuttosto un’ostia sconsacrata e dismessa dal convento accanto. Mi cade lo sguardo alle scarpe buttate in un angolo: mi hanno tolto le stringhe e sembrano quelle di un barbone. Mi hanno tolto praticamente tutto, cintura, orologio, spiccioli e l’anello di fidanzamento. Di cosa hanno paura, che tenti d’ammazzarmi ingoiando il mio Breil? Tanto non mi serve qua dentro: l’orologio del convento batte anche i quarti e sono da poco passate le due di notte e sono ancora sveglio. Ragiono su quel che  


23 mi sta capitando, di quel che è successo a Monica, sui motivi, sulle conseguenze. La testa viaggia per conto proprio, i pensieri e le immagini si accavallano. Tutto sembra confondersi… Sbatto le palpebre. La luce è aumentata a dismisura, come se avessero acceso la lampadina nella mia stanza. Ma quale stanza? Cella, prigione, galera, gattabuia, segreta piuttosto. Un fascio luminoso s’infila attraverso le sbarre e centra una macchia sul muro. L’orologio del convento batte le ore. Le sei e mezza. Subito dopo la campanella chiama per la messa mattutina. Cazzo, ho dormito per qualche ora! Salto a sedere sul letto, mi guardo attorno. Il vassoio è pieno di formiche, che s’ingozzano la mia cena. Mors tua, vita mea… Anche l’assassino di Monica avrà pensato la stessa cosa: io dentro, accusato al suo posto, lui fuori a godersi la mia vita. Mi piace questa massima latina, a modo suo un palindromo: dipende da chi la dice e io voglio vivere. La mormoro piano fra le labbra, poi con maggiore convinzione, devo solo trovare il modo di uscire da qui e andare a spaccargli il muso! Forza, devo convincermi, tenermi su, essere più fiducioso. Coraggio! Mors tua, vita mea…

   


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5 I sogni finiscono all’alba. O poco dopo.

Ore sette: orinato e lavato il viso. Ore sette e trenta: colazione. Caffè, brioche e due fette di pane. Ore otto e trenta: prima defecazione in cella. Ore nove e trenta: interrogatorio. Avessi un taccuino, ecco cosa avrei potuto registrare del mio primo risveglio in galera, al di là di un moscone che ha volato per mezz’ora sui resti del mio pasto (e anche dopo che l’hanno portato via). Sdraiato sul letto. Seduto al tavolo. Appoggiato alle sbarre. Il naso all’insù a spiare il lampo di una rondine che attraversa il mio spicchio di cielo. Merda… La saletta che viene usata per l’interrogatorio è squallida. Devono portare delle sedie per fare posto a tutti. Due secondini stanno in piedi dietro di me, pronti a intervenire al bisogno. Paolo sta alla mia destra, Tardini e il Commissario di fronte. «Gianfranco Marini, Commissario inquirente…» si presenta lo sconosciuto. Il mio accusatore, insomma. «Mi dispiace di darvi tanto disturbo per niente» gli dico, ma quello mi gela con uno sguardo. «Un omicidio lo considera niente?» Il Commissario pare non averla presa bene. «Vede: se sono innocente, è tutta una perdita di tempo e intanto l’assassino sarà scappato chissà dove. Se sono colpevole, sto già in cella, manca solo la sentenza. Tutto sembra contro di me, d’altronde…» L’uomo sorride. «Allora, intende confessare l’omicidio?» Paolo s’innervosisce e s’agita sulla sedia. Forse sta cercando le parole adatte, ma io l’anticipo.  


25 «Lei è in grado di accertare solamente la verità processuale, non i fatti. Quelli, li conosciamo solo in tre: io, Monica e il suo assassino. Io posso solo confessare che amavo Monica e che vorrei guardare in faccia il suo assassino per chiedergli il perché di quella morte. Quando potrò dare l’ultimo saluto a Monica?» «Casadei, lei non si rende conto della gravità della situazione: le analisi hanno confermato che ci sono le sue impronte sul coltello. Non c’è nessun altro terzo uomo. Tranne un miracolo, emerge che è lei l’assassino di Monica, altro che verità processuale, questi sono fatti!» Paolo inaspettatamente tace, forse teme di essere interrogato pure lui. «Io sono innocente. Lei ha trovato comodi indizi che m’accusano. C’è un movente? Cambio la domanda: c’è qualcuno che aveva un movente per uccidere Monica, accusando me? Esistono solo queste due possibilità: io sono l’assassino e sono stato talmente stupido da portarmi il coltello a casa, oppure ce l’ha messo qualcuno apposta per accusarmi. Ma ho il vago sospetto che ci sia dell’altro. Non ho dimestichezza con le metodologie d’indagine, ma il coltello da solo probabilmente non basta.» Butto un’occhiata a Paolo, che stringe le labbra. «Purtroppo per lei, c’è infatti dell’altro: i vicini, alcuni dei vicini parlano di dissidi, urla di Monica, rumori come di un litigio. Abbastanza spesso. Il quadro che emerge sembra ricondurre all’ennesimo litigio finito male.» Mi scappa una risata sardonica assieme a un singhiozzo di pianto. «Non erano litigi! Erano schermaglie d’amore! Scherzavamo, c’inseguivamo e poi si faceva l’amore dove capitava. In bagno, sul terrazzo, sul divano. Mio Dio, che cosa assurda! Non ho mai toccato Monica, nemmeno abbiamo mai litigato veramente!» Mi sembra di dovere affrontare un elefante con frecce di canna. Paolo annota qualcosa per la sua linea difensiva. «Dovrà rispondere alle nostre domande, poi firmerà la deposizione. La prima udienza è fissata fra quindici giorni, lunedì diciannove luglio.» «Nel frattempo? Dovrò restare qui? Come funziona in questi casi? Posso farmi portare delle cose?» «Il suo avvocato può richiedere a norma di legge che vengano concessi gli arresti domiciliari, anche se le anticipo che non darò l’assenso. Il rischio che lei possa fuggire è palesemente troppo elevato. Per il resto, può farsi portare degli indumenti, null’altro. Il regolamento del    


26 penitenziario è alquanto rigido, purtroppo. I secondini gliene faranno avere una copia.» Guardo Paolo. «Come facciamo, Paolo?» «La squadra della scientifica ha finito i rilievi a casa tua, a quando dice l’ispettore Tardini. Invece la casa di Monica rimarrà sotto sequestro ancora per parecchio. Dimmi cosa ti devo portare.» Ha lo sguardo veramente dispiaciuto e mi fa pena. «Scusami per il disturbo. Portami una valigia di biancheria e qualche indumento. Se è consentito, anche un notes e una penna. Devo riflettere.» «D’accordo. Occorre che iniziamo a incontrarci per definire la linea di difesa.» Fa una pausa, poi mi mostra un giornale piegato a metà senza aprirlo. «Sei su tutti i giornali, potrebbe essere opportuno rilasciare qualche dichiarazione alla stampa. Hai qualcuno da avvisare? Parenti, amici…» «A me interessava solo di Monica e del mio lavoro. Come vedi, non ho altri di cui m’importi veramente. Rilasciamo un commento ai giornali, che diamine! Così potranno cavalcare le bugie una volta che sarò stato condannato!» Lancio un’occhiata di fuoco al Commissario. «Perché tanto io sarò condannato. È tutto perfetto e maledettamente semplice. Qualcuno muore e il suo assassino paga. Non è la legge? Solo che non sono io, quell’assassino. Non mi rassegnerò mai, sappiatelo. C’è altro che vuole chiedermi?» chiedo a Tardini. Tutto mi sembra surreale, come in un sogno. I sogni finiscono all’alba, mi dico. L’importante, in questi casi, è non svegliarsi.

 


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6 A ogni costo

Quattro ore fitte fitte. Domande, insinuazioni, parole urlate. Le cose ripetute e contestate fino allo sfinimento. Paolo che s’è battuto come un leone, come non m’aspettavo. Non ho ceduto, non mi sono lasciato prendere dallo sconforto e dal nervosismo. Ho ribattuto colpo su colpo, cattiveria su cattiveria. Fino a un secondo fa. La fotografia di Monica sta sul piano del tavolo. È un formato grande, di quelle da matrimonio. Ho chiesto a viva voce, più volte, di sapere come è stata ammazzata. Perché non lo posso sapere. Mi è stato contestato un coltello nel giardino di casa, quel coltello. È stato allora che Tardini l’ha tirata fuori e me l’ha messa sotto il naso. L’ho afferrata, incredulo a quella vista. Monica in un lago di sangue. Tutto il divano letto ne è impregnato. Schizzi sui cuscini, sul viso, sul muro. Mi sgonfio come una cornamusa. Poi la vista mi s’annebbia, le mani mi tremano e non ho aria nei polmoni. Piango e maledico assieme, singhiozzo e chiedo la pietà di carezzarla. Sento ancora il tepore della sua pelle, l’eco della sua allegria e lo spasmo del suo piacere. Invece me l’hanno ammazzata. Braccia robuste mi sollevano, qualcuno mi chiede qualcosa che non capisco. La stanza ruota, la luce m’abbaglia. Mi sento crepare per l’angoscia di quella morte senza un motivo. Mi schiaccia il sospetto gettatomi addosso, la colpa per qualcosa che non ho commesso. Mi guardo le mani, le vedo appena. Vi sembrano le mani di un assassino?, vorrei chiedere, ma non ho modo di dimostrarlo. La voce di Paolo mi giunge come un'eco lontana. «Ne riparliamo domani, Gabriele. Adesso riposati.» Resto solo, sdraiato su un letto forestiero, un letto da assassino.    


28 Respiri più lunghi pian piano smorzano il fremito. La stanchezza rapisce i pensieri, il sudore porta refrigerio e spossatezza. Mi risveglio dopo parecchio. Non ho sentito i vari rintocchi del campanile, devo avere dormito come un sasso. Antonio mi fissa attraverso le sbarre. Sta seduto cavalcioni una sedia, le spalle al muro. Tarchiato e con quell'orribile barba perennemente incolta, ha l’occhio chiaro e sincero. «Prima mi hai spaventato. Stai meglio, ora?» chiede. «È stato un colpo basso. Orribile, orribile… No, non sto affatto meglio, con questa infamia gettata addosso. Già mi è insopportabile avere perso Monica. Immagina come mi sento, dovendo sopportare pure il sospetto di esserne l’assassino. Tu, che non sei parte in causa, che idea ti sei fatto? È assolutamente certo che non possa essere stato che io e non è invece possibile che altri abbiano architettato tutto e fatto in modo di dare a me la colpa?» Mi pento subito dopo della scomoda domanda. Faccio un gesto vago con la mano. «Non importa, fa finta che non ti abbia chiesto niente. Posso avere delle salviette di carta? Devo avere la faccia come una chiocciola schiacciata!» Fra pianto e muco mi sento davvero inguardabile. Mi alzo e faccio scattare le molle del letto. L’acqua del piccolo lavabo a muro esce calda come piscio di vacca, però dopo un poco rinfresca. Mi sollevo tutto gocciolante e sento un clangore alle spalle. Mi volto. È Antonio che mi allunga un asciugamano di cotone. Gli rivolgo un sorriso riconoscente. «Ti ringrazio. Non hai paura che ti aggredisca? Sono pur sempre sospettato di un omicidio efferato!» Quello mi guarda, l’aria sorniona. «Tu non sei più pericoloso di una lucertola. Sono il doppio di te, dove crederesti di andare?» Tanto per ricambiare la fiducia, stavolta mi siedo io cavalcioni alla mia sedia. «Non mi sto ancora rendendo conto. Ci penso, ma sembra un sogno. Mettiti per un momento nei miei panni e immagina se fossi innocente. C’è da impazzire. Che dice quell’articolo di giornale?» «Il tuo avvocato se l’è portato via. Dice che sei sospettato dell’omicidio. Parla del coltello nel tuo giardino e di come lei sia morta. Niente scasso, niente furto. Omicidio a sangue freddo, mentre lei dormiva. Pare che la ragazza abbia abbozzato una difesa, ma è stata sopraffatta in un attimo…» S’ammutolisce alle mie lacrime.  


29 Poggio la testa sulle mani avvinte alla spalliera. Vedo Monica svegliarsi al primo colpo o all’avvicinarsi del suo carnefice. Vivo i pochi momenti in cui realizza l’aggressione, il panico, la paura. Il dolore lancinante, lo spasmo, un grido. Tutto si fa buio in un momento e i muscoli si rilassano. Il cervello continua a inviare immagini, ordini di reagire, ma il cuore è fermo e con lui ogni soffio vitale. Suona il campanello e Antonio si allontana. Lascia aperta la porta della mia cella, ma chiude quella che immette nel corridoio. Torna un minuto dopo. «C’è il tuo avvocato» annuncia. Come si trattasse di una normale visita di cortesia. «Ciao Gabriele.» Attende che il secondino sblocchi la grata ed entra. Apre la valigia e inizia a mostrare le cose, come farebbe una madre premurosa. Lo fermo con la mano sul braccio. «Non ti preoccupare, me la posso cavare. Quando possiamo parlare della mia difesa?» Sgrana gli occhi, apre la bocca poi sbuffa. «Anche subito. Però io non sono l’avvocato che fa per te. Dovrai rimediare un penalista. Una volta conclusa l’istruttoria e la tutela dei tuoi diritti, io non ti servirei più a niente. Lo sai.» «Io non ho di che pagare. Ci scherzavo poco fa con la guardia. Uno stipendio non ce l’ho più, risparmi scarsi, possibilità di credito in banca pari a zero. O mi difendi tu, vada come vada, o dovranno darmi un difensore d’ufficio. Preferirei prendere vent’anni lasciandomi dietro un debito con te piuttosto che con lo Stato. Poi, tanto è tutto inutile. Ci ho riflettuto, sai? Loro hanno la prova regina e noi solo mezze ipotesi senza fondamento!» Paolo rimane con uno slip a mezz’aria. «Del tipo?» «Inizia a mettere insieme gli elementi, tu che sei fuori: chi mi accusa? Chi dice di avermi sentito litigare con Monica? Occorre scavare nel loro passato, scoprire se possono avercela avuta con lei. O con me. Dal canto mio, non ho motivo di sospettare di nessuno: lavoro, colleghi, clienti, amici e vicini. Vado d’accordo con tutti e non ho gatti che vadano a pisciare sull’uscio di casa altrui. Non mi drogo, non vado a puttane, nemmeno con le mogli d’altri. Non ho truffato, rubato, violentato. Non sono ricattato, né un ricattatore. Non presto a strozzo. Non sono un pedofilo. Manco fumo, vivaddio!»    


30 Lascio sfogare la rabbia, poi mi riprendo. Paolo ascolta in silenzio. «Parliamo di Monica. Non la conosco a fondo, come non so nulla dei suoi vicini. I poliziotti hanno controllato se qualcuno è entrato dal terrazzo?» Non so perché, ma il retro è alquanto scoperto. Basta una scala lunga per accedere al primo piano. «L’appartamento di Monica era chiuso. Porte, finestre. Nessun segno di scasso o furto. Chi l’ha uccisa è uscito dal suo portone e ha lasciato uno sbaffo di sangue sul pomello esterno.» «Questo non conferma che l’assassino sia entrato dalla porta. Potrebbe essere entrato dalla finestra aperta, avere ucciso Monica e poi essere uscito dalla porta.» «Dopo avere chiuso la finestra. Ma allora avrebbe lasciato tracce di sangue anche su quella maniglia. Invece nulla. Solo su quella del portone.» «L’assassino ha usato i guanti, ovvio. Ma allora, perché non sono assieme al coltello trovato nel mio giardino?» Segue un rispettoso silenzio. Io avevo le chiavi, il litigio come movente, il tempo per gettare i guanti e mettere il coltello in giardino, quale palese prova a mio discarico. Non va. «I miei abiti non hanno tracce di sangue, né io addosso. Prima che tutto sparisca, chiedi una perizia su di me, per accertare se ho tracce di sangue sulla pelle, sui capelli, sugli abiti. Non mi sono fatto la doccia, da prima dell’ultimo appuntamento con Monica. Mi sono appena lavato le mani e la faccia…» «Questo lo possiamo pretendere. C’è una cosa che ti devo comunicare…» Paolo si fa serio. Gli faccio segno con le mani che può dire. «Fra un giorno o due dovrai venire nell’appartamento di Monica, per ricostruire con gli inquirenti cosa avete fatto quella sera. Dobbiamo aspettare che finiscano i rilievi, ci avviseranno. Sarà molto penoso.» Il secondino non s’è perso una battuta. Rimango con lo sguardo fisso al muro. Tornare là dentro. Rivivere i momenti felici. Vedere gli oggetti, toccare un soprammobile, fissare la gigantografia di Monica in salotto. Mi chiedo se resisterò alla vista del divano letto, magari ancora sporco di sangue.  


31 «Non c’è problema, mi farò forza. Però pretendo di essere ascoltato sulle ipotesi che mi verranno via via in mente. Se non sono stato io, e lo dico con forza, è stato qualcun altro. Lui è fuori, io recluso al suo posto. Diamoci da fare! Io voglio uscire di qui. A ogni costo!»

   


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7 Qualcosa si muove

È notte e fa caldo. Tardini è venuto subito dopo cena, accompagnato da uno specialista. Mi hanno applicato dei tamponi sulla pelle, spruzzato con un liquido ed esaminato tramite una luce speciale. Dalle facce ho capito che l’esito è stato negativo. Anche Paolo, giunto poco prima per assistere, ha gongolato assieme a me: niente prova ulteriore a mio carico. L’hanno dovuto ammettere. Prima di uscire, Tardini ha detto che possiamo andare all’appartamento già dal pomeriggio di domani. Mi sono dovuto sedere: non sono ancora uscito oltre la porta della mia cella e questa occasione m’ha fatto effetto. Mi giro sul letto. Non riesco a dormire. Mi sembra che i muri stiano bollendo, o forse sono io che ardo di febbre. Nel dormiveglia rivedo Monica che mi danza attorno. Mi parla, ma non sento la sua voce. Mi sorride, ma io la vedo solo in bianco e nero. Mi gira intorno e anch’io la imito, per non perderla di vista nemmeno per un istante. Poi mi sembra di svenire ed effettivamente cado, dal letto al pavimento. Sono sveglio, maledettamente sveglio e con la fronte che si sta gonfiando. Il neon del corridoio balena e s’accende. «Casadei, che cazzo succede?» Francesco, il guardiano stronzo, accorre ancora stralunato. Mi vede a terra e spegne la luce. «Vedi di rimboccarti le coperte e di non rompere al prossimo!» Si sente scricchiolare una branda nella zona cucina. Si rimette a dormire. Io no, ormai sono sveglio per restarci. Incrocio le braccia dietro la nuca e spio la penombra. Ogni tanto un’automobile incrocia i fari con la mia finestra, il cui riflesso si sposta sul muro fino a scomparire. Devo cercare di non pensare a Monica. Lasciare spaziare la mente per elaborare la strategia giusta, indirizzare la polizia verso un altro indiziato. Oppure sono fritto. Analizzare i dettagli, sondare le possibilità, indagare fatti e persone. L’assassino avrà pure lasciato delle  


33 tracce! E se quei balordi sono talmente convinti che sono stato io, di sicuro non le vedranno. Sta a me tenere vivo il loro interesse. Fatti, ho bisogno di fatti. Conoscere le carte processuali e ragionare sulle convenienze dei testimoni, dei vicini, di gente che non conosco ancora. Le carte non saranno disponibili prima del rinvio a giudizio, dovrò sentire con Paolo. Però gli elementi di accusa, quelli, me li dovranno fornire. Non gli farò bastare il coltello trovato nel mio giardino. Bastardo! Buttarlo là per dare la colpa a me. Mi passano davanti agli occhi dei flash col viso di Monica. Monica che sorride, Monica a Capri, Monica che mi accoglie con un bacio. Non riesco a vedere Monica morta, non riesco ad accettarlo. Mi si riempiono gli occhi di lacrime e allora quel volto amato si suddivide in decine di immagini, frammentate come dentro un caleidoscopio. Mi fa male la testa. L’alba è appena spuntata. Devo avere dormito qualche ora. Approfitto che ancora il mio carceriere se la dorme e mi do una ripulita. Mi sento subito meglio. Un grugnito alle mie spalle mi costringe a girarmi. «Bene, hai capito che tanto vale farci l’abitudine!» sentenzia Francesco. «Non sarà per sempre. Io sono innocente e riuscirò a provarlo. Capito?» Quello sghignazza e va via. Lo sento armeggiare col fornello. Il pensiero di un buon caffè mi scatena un languore allo stomaco. Il caffelatte del carcere non è male, ma è pur sempre una brodaglia annacquata. Dovrò chiedere a Paolo di provvedere. Non so nemmeno se i miei risparmi sono disponibili o no. Inoltre, voglio tentare di mettermi in contatto con i miei colleghi di lavoro, con i genitori di Monica. Non mi piace lasciare tutta la verità ai giornali. Mi scatta la curiosità ora che mi sono fatto una ragione e, purtroppo, un’idea precisa del perché sto qui. «Francesco, hai qualche giornale che parla di me e dell’assassinio di Monica? Voglio capire che si dice in giro.» «None, amico mio. Ordine del magistrato: fintanto che non formula l’accusa non puoi avere contatti col mondo esterno. Visite, telefonate, informazioni. Niet! Puoi incontrare solo il tuo avvocato.»    


34 «Ma può essere così che si tratta un essere umano? E se uno è innocente, come può difendersi e dimostrarlo? Dove sono i miei diritti?» Francesco sbuca all’improvviso davanti alle sbarre. «Chiediti che fine hanno fatto i diritti di quella poveretta, prima!» «E così, per i giornali io sono assolutamente colpevole. E anche ai tuoi occhi. Non ti biasimo, siete poliziotti e basta. Posso avere almeno carta e penna? Devo scrivere appunti e qualche lettera. Poi, quando si potrà, comunicherò con l’esterno.» Fanculo! L’uomo ritorna dopo un po’ con un notes spiegazzato e un mozzicone di matita. Apre e appoggia tutto sul tavolino, assieme a un vassoio con la colazione. «Grazie, Francesco.» Non mi degna di uno sguardo. «Il regolamento prevede che possa uscire dalla cella, andare nella saletta e magari nel giardino per vedere il sole?» «La consegna prevede che tu non abbia contatti con l’esterno. Se vuoi andare in giardino, sta bene, però carta e penna rimangono qui.» «D’accordo, allora. Chiedo di uscire appena fatta colazione.» «Devi aspettare il cambio di turno, per dopo le nove.» Esce e lascia la cella aperta. Allungo il collo e faccio due passi nel corridoio, poi giungo nella stanzetta dove mi hanno interrogato. Noto la piccola televisione appesa al muro. Oltre una porta di ferro intuisco si celi il giardinetto esterno. Sei celle in tutto, quasi sempre vuote, tant’è che basta un secondino per volta, per tenere a bada l’intero carcere. A conti fatti, ci devono essere cinque celle al piano di sopra, al piano terra c’è solo la mia. Le Seychelles… Quante volte l’ho spiato dal parcheggio qui sotto. M’immaginavo i detenuti che passeggiavano per i pochi metri quadrati del giardinetto, fiutavano l’aria, spiavano un aereo nello spicchio di cielo. Ora avrò il privilegio di sperimentare la veridicità di quanto pensavo. Forse molto a lungo. Rientro e mi gusto al meglio il caffelatte tiepido con i biscotti secchi come macigni. Fingo che siano brioche succulente, ripiene di cioccolato fumante e creme dai mille sapori. La mistura di latte, orzo e tracce di caffè la scambio con il più sfizioso cappuccino ricolmo di schiuma che ricordi. Niente è come sembra. Niente è come non vogliamo che sia. E se penso a Monica, se proprio lo voglio, l’immagino distesa con me dentro la cella, ma solo per stare al fresco in queste giornate torride. Dalla stanza della guardiola arrivano voci confuse. Francesco scherza con una donna, poi si salutano e lui va via. Incuriosito, mi affaccio alla  


35 grata che dà verso di loro. La donna è di spalle, poi si gira, come colta dal pensiero del mio sguardo puntato su di lei. Mi piglia un colpo! «Alessandra!» È una mia cliente in agenzia. Dovrei dire ex cliente… «Gabriele, santo Dio, mi fa male incontrarti qui dentro. Ti chiedo per prima cosa una cortesia: non dire a nessuno che ci conosciamo. Mi toglierebbero l’incarico e con questo caldo stare di pattuglia in macchina non ce la farei, che ho anche la pressione bassa. Per il resto, nei limiti delle consegne, potremo passare delle ore tranquille. Parlare, anche giocare a carte, se vuoi. Ma non pensare di approfittare della situazione per scappare o altro. Non te lo perdonerei e dovrei pestarti a sangue!» «Che vergogna rivederci qui! Mi sento male. Chissà che cosa penserai di me, dopo tutti i discorsi che abbiamo fatto in banca…» La osservo: per quanto un poco larga di fianchi è alquanto carina. I capelli scuri sono tagliati a caschetto e le frange laterali ondeggiano a ogni movimento. Le labbra sono sottili e la pelle vellutata. Ha occhi grigi che mandano lampi poco rassicuranti, per cui mi affretto a toglierle lo sguardo di dosso. «Non ti preoccupare. Mica ti hanno già condannato! O sei stato davvero tu?» «Fa parte delle consegne, cercare di farmi confessare?» La vedo gonfiarsi come un tacchino. Alzo le mani in segno di resa, poi proseguo: «No, non sono stato io. Avevo trovato una brava ragazza e ci amavamo. È molto amaro scontare la sua perdita assieme all’accusa di averla uccisa. Per fortuna che non ho più genitori che possano soffrire per questo. Solo qualche centinaio di amici e conoscenti…» «Io non mi sono fatta idee preconcette: colpevole o innocente, per me fa lo stesso, sarà il giudice a dire come stanno le cose. Nel frattempo, sei solo un detenuto in attesa di giudizio. Magari innocente. Non fare cazzate, così quando uscirai, fra una settimana o fra vent’anni, non avrai altre cose da scontare. Però non posso credere che l’abbia davvero ammazzata tu. In fondo ti conosco da anni, sono tua cliente da parecchio e sei sempre stato giusto ed equilibrato con me. Non so che dire.» «Spero solo che i giornali non dicano troppe bugie, sul mio conto.» «Non posso dirti nulla. Leggerai fra qualche giorno, una volta sospeso l’isolamento.»    


36 «Dimmi solo se hanno fissato i funerali di Monica, ti prego. E come stanno i suoi.» «Al momento no. Suo padre è sconvolto, ma è la madre ad avere la peggio: è ricoverata e sotto sedativi. Adesso, però, basta davvero. Ti va di andare in giardino? Passeggiamo assieme, che ti devo tenere d’occhio.» «Va bene. Ma non hai paura che tenti di sopraffarti?» «La porta esterna si apre solo con le mie chiavi. Se ci vuoi provare, fatti sotto!» Ha mani avvezze a picchiare il sacco e da come si mette in posizione sembra sapere il fatto suo. Per non parlare dello sfollagente alla cintura, manette e bomboletta di gas urticante. «Adesso rientra nella tua cella finché non ti chiamo» conclude. La sento armeggiare con le serrature. Apre, chiude, schiava, scosta. «Ok, puoi venire.» Mi aspetta sull’uscio della sala ricreazione. Sul fondo vedo la porta di ferro aperta e un fiotto di sole illuminare una porzione di corridoio. M’avvio a passi indolenti, poi mi fermo di fronte a lei. Ha un leggero sussulto, non si aspettava la sosta. «Io l’amavo, Alessandra» le dico. «Si può ammazzare anche per amore, Gabriele. Non attacca. Adesso esci e non fermarti mai più a meno di un metro da me. Per favore.» Annuisco e raggiungo l’uscita. Il sole splende maestoso e devo bloccarmi dopo pochi passi per farci l’abitudine. Il calore mi assale e sento la testa scoppiarmi. Mi sento vivo, un essere umano e non un tarlo del legno che scava il suo sudario. Mi accosto al muro del carcere in cerca di un millimetro d’ombra dove acquattarmi e spiare il cielo. Sì, perché le alte sbarre sono perfino racchiuse da un telo che impedisce di vedere le case di fronte. Beninteso, vale anche il contrario, nessuno ci può spiare. Faccio l’inventario della mia visuale: i muri del carcere intonacati e quelli di pietra del convento annesso. La cerchia delle sbarre, dagli alti uncini ricurvi anti-evasione. Se allungo il collo, riesco a vedere la parte terminale della prima torre e le fronde di un qualche albero qui accanto. Il pavimento è un lastricato di cemento. Nemmeno un filo d’erba, manco spuntato per errore. Mi siedo a terra accostato al muro. Alzo gli occhi e me li riempio dell’azzurro del cielo. Non c’è una nuvola. Rare rondini filano via veloci. Qualche piccione o corvo, grosso e goffo. Mi sforzo di tenere gli occhi aperti, nonostante la luce mi dia fastidio, nonostante mi venga voglia di piangere. Alessandra se n’accorge.  


37 «Lo so, è molto dura passare i primi giorni. Tutti noi che siamo qui dentro da diversi anni abbiamo imparato a leggere anche gli impercettibili messaggio del corpo. I tic, le posture, i respiri. Il disagio è molto forte e non si riesce a tenerselo dentro. L’anno scorso mi è capitato un ragazzo, poco più che ventenne, arrestato per detenzione di droga. Non è un criminale, solo un debole che non riesce a staccarsi da quella merda. Per lui ho fatto uno strappo alla regola e gli ho fatto da madre per i pochi giorni che ha passato qui. Stavamo qua fuori, abbracciati, o mano nella mano. Anche senza dire niente. Ero diventata il suo supporto morale, la coperta di Linus per affrontare il carcere. Ancora oggi, quando incontro sua madre, mi abbraccia e mi ringrazia. Ma tanto lo so che uno di questi giorni ci ricasca.» Ormai non la vedo più. Le lacrime mi scendono copiose e offuscano la vista. «È per via del sole…» dico per mascherare la mia angoscia. Sento i suoi passi avvicinarsi, la sua mano sulla spalla. La prendo delicatamente e me l’appoggio alle labbra. «Mi passa subito, vedrai…» le dico. Ma intanto la stringo più forte. «Fra qualche giorno verrà una psicologa a visitarti. È molto brava, sai? Ti aiuterà a superare questi momenti tremendi, a trovare un po’ di equilibrio. Devi farti forza.» Il gracchiare improvviso della radio appesa alla cintura ci fa fare un salto. «Gennari, qui è la centrale. Non rispondete al telefono. Tutto a posto? Cambio.» Alessandra stringe le labbra poi risponde di corsa. «Qui gendarme Gennari. Tutto ok, siamo in giardino. Devo rientrare per una chiamata urgente?» «Affermativo, Gennari. Chiudo.» «Andiamo, Gabriele. Semmai torniamo più tardi.» A malincuore lascio il mio regno esterno e rientro in cella. Mi lascia le porte interne aperte, però la televisione ha il lucchetto all’interruttore ed è inservibile. Sfoglio qualche libro usato poi mi ricordo del notes e lo vado a prendere. Ho voglia di scrivere. Qualcosa si muove…    


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8 Il gelo fra noi.

Ho abbozzato appena poche parole, quasi un elenco di cose da fare o dire in mia difesa. Alessandra spunta alla porta. «È deciso: oggi pomeriggio ti portano a casa tua e a casa di Monica, per un sopralluogo.» «Mi sa di fregatura.» «Ci sarà anche il tuo avvocato. Serve per i riscontri. Devono verificare se quanto hai dichiarato durante l’interrogatorio è fattivamente possibile. Non sei contento di uscire da qui, anche se per poche ore?» Mi sorride, radiosa. «Dovrei. Però il solo pensiero che durerà poco mi fa diventare questa occasione molto meno piacevole. Hai presente cosa intendo? Prima ti dicono che hai un tumore, poi che si sono sbagliati, infine che invece ti manca poco da vivere. Uscire mi farà bene, tornare sarà però un trauma.» Spio la mia lista. Ne faccio una pallottola e faccio un tiro da tre punti dentro la tazza. «Gabriele, ascolta: se davvero sei innocente come asserisci, allora dimostralo. Dimostra all’ispettore che ogni cosa che hai detto è un fatto e non depistaggio. Insisti per approfondire le indagini, cercare altrove. Racconta ogni cosa: orari, particolari anche scabrosi della serata, telefonate, cose futili. Rendi viva quella sera nella testa degli investigatori, dà loro modo di crederti e di seguire la tua pista. Io posso anche convincermi, ma loro lo devono dimostrare con le carte. E le carte, al momento, sono contro di te. Chiamo il Dopolavoro per chiedere cosa ci portano a pranzo.» È una scusa per allontanarsi. Devo averla ferita. Appoggio la testa al muro e rilasso le gambe sul letto. A occhi chiusi, lascio che la matita scarabocchi a caso sul foglio, in cerca d’ispirazione. Poi, consapevole che ogni scritto sarà letto e riletto dai poliziotti, peggio che durante gli anni di censura più stretta, giro la pagina e inizio la prima delle lettere che voglio scrivere.  


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Ai genitori di Monica. Chiedo solo che leggiate queste righe, usando gli stessi occhi di quando ci siamo visti l’ultima volta e la stessa leggerezza d’animo. Monica ancora viva e io un direttore di banca. Eravamo felici. Ci amavamo. Io non le ho fatto del male, non potrei mai, eppure mi accusano. Non so nemmeno bene quel che è successo, mi negano le informazioni. Ho trascorso ore terribili, assalito dal dolore per una perdita che non riesco ancora a definire, non avendola vissuta. Rivedo Monica nell’ultimo saluto di domenica. Assonnata, l’ho lasciata a letto e sono tornato a casa mia per lasciarla riposare, visto che l’indomani lei era in libertà mentre io no. Aiutatemi. Se avete qualche dubbio o sospetto, un pensiero o un ricordo, riportatelo alla polizia. Anche se è contro di me, ne avreste il diritto. Ma, se la verità venisse dimostrata, almeno potrei riacquistare la dignità ai vostri occhi, anche se la nostra Monica nessuno la potrà restituire. Non so altro, né riesco a proseguire. Angela, Giancarlo: al primo incontro mi diceste che sembravo un bravo ragazzo e Monica era entusiasta di me. Io sono ancora quella persona, anche se il destino dice il contrario. Se non potessi partecipare al funerale, vi prego di mettere una rosa bianca fra le mani di Monica. Erano le sue preferite. Era la mia rosa più pura. Gabriele. Alessandra struscia le suole delle scarpe e mi fa capire che sta tornando. Mi affretto a girare il foglio, come se temessi di essere deriso. «Stringhetti allo scoglio e coda di rospo…» annuncia. «L’ultimo pasto del condannato?» le ribatto, ma sorrido e lei ricambia. Apre il cancello e viene a sedersi sul fondo del letto. «Sta attento a quello che scrivi» ammonisce bonariamente. «Lo so, grazie. Comunque ritengo che non si possa fare a meno di tenere un diario, abbozzare pensieri. Sennò si impazzisce.» Accenno al corridoio. «Quando potrò guardare la televisione, leggere i giornali e sapere come mi hanno dipinto?» «Purtroppo per te, presto, forse anche da stasera. Se vuoi, prendi un libro dalla biblioteca, oppure fa un po’ di cyclette. Aiuta a distendere i nervi e concilia il sonno.»    


40 «Perché lo fai? Stare qui, parlare con me, tranquillizzarmi, intendo. Non sta scritto nei manuali del carcere di non dare corda ai detenuti? Quelli ti manipolano, ti fanno il lavaggio del cervello e poi ti fregano.» «Ci sei solo tu. Nemmeno io posso guardare la tv, che qua si sente tutto. Così mi annoio e scambio una parola con te. Lo sai perché sono qui? Per punizione. Sono troppo buona con tutti. Faccio poche contravvenzioni, coccolo i ragazzini che fumano l’erba, ogni tanto li vado a trovare per controllare che non coltivino marijuana sui terrazzi, faccio la ramanzina ai genitori per via dei motorini truccati, così quelli li mettono a posto. Cose così. Fuori dal coro, anche contro le regole. Ti basta?» «Per niente. Ne riparliamo dopo che sarò rinviato a giudizio e sarò considerato a tutti gli effetti l’unico assassino possibile di Monica. Voglio vedere se avrai ancora il coraggio di sederti accanto a me. Non avrò più nulla da perdere e tu lo sai.» «Ti sei infilato in un discorso pericoloso.» «Ok, la smetto. Potresti chiamare il mio avvocato? Voglio chiedergli di portare una fotocamera, oggi. Ho bisogno di avere le foto degli appartamenti. Cerco dei dettagli, cose che agli investigatori non possono rivelare niente, mentre io potrei notare una distonia. Un oggetto non nostro, una cosa spostata. Mah, non so nemmeno io se c’è un qualcosa che mi possa portare fuori di qui.» Il campanile batte le undici. Fra mezz’ora arriva il pranzo e Alessandra deve lasciarmi. «Dopo che l’inserviente se n’è andato, mangiamo assieme, vuoi?» propone. «Chi lava i piatti?» «Oggi io. La prossima tocca a te.» Esce e chiude a chiave. Penso che lei sia infatuata di me da parecchio. È una bella donna, ma non è il caso di farmi un’amante in carcere. Forse, negli anni… Monica mi scava dentro e devo pensare ad altro. Caro amore mio. Non avrei mai pensato di scriverti. Non avrei mai pensato di scriverti dopo morta. Lo dicono i poliziotti, che sei morta. Assassinata, accoltellata. Tu lo sai che ti amo, tu lo sai chi è stato. Non io. Per quanto questo destino sia assurdo, devo trovare la forza di andare avanti, senza di te. Non so se ne uscirò, ma quel che importa è come ne uscirò. Non importano vent’anni e più di galera da innocente. Qui si parla di sentimenti, di guardarsi attorno e ritrovarsi soli. Nessuno mi  


41 vorrà più stare vicino, nessuno mi sorriderà più come te. A volte mi assale il tormento per averti lasciata da sola quella notte maledetta. Poi mi dico che il tuo assassino aspettava un’occasione come quella per affrontarti e ucciderti. Era solo questione di tempo. Mi sforzo di dare un volto a quell’uomo, di capire i motivi del suo folle gesto. Non mi so dare una ragione e, forse, non ve n’è. Più tardi tornerò nel nostro appartamento. Odorerà ancora di te, risuonerà delle tue risate e parlerà di te attraverso ogni oggetto che hai collocato con cura. Se puoi, fammi morire oggi stesso, crollare a terra senza un lamento, farmi arrivare a te. Forse non voglio ancora rendermene conto, ma io sono già morto. È solo questione di giorni. Morire in casa nostra o qui dentro, che importa? Gabriele.   )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD

   


Tre giri di chiave