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In uscita il 29/1/2016 (15,0 euro) Versione ebook in uscita tra fine febbraio e inizio marzo 2016 (,99 euro)

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DIEGO DONNA

STARPILLOW

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STARPILLOW Copyright © 2016 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-952-4 Copertina: immagine Shutterstock.com

Prima edizione Gennaio 2016 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


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1. BISCOTTI

Chiamatemi Ismaele. No, diciamo che sarebbe pretenzioso. È opportuno ridurre questo incipit a una forma più adatta. Perché in fondo si tratta solo di una storia qualunque. Cose che, in un modo o nell’altro, abbiamo vissuto, o visto succedere un po’ tutti quanti. Quindi non aspettatevi nulla di esageratamente grandioso, perché l’inizio corretto di questa storia è: Luigi non dormiva. Come dicevo si tratta di esperienze comuni. A chi non è capitato mai di non riuscire a dormire? Però in questo caso le motivazioni di Luigi erano abbastanza insolite. Non era agitato, non era ansioso. Non dormiva perché aveva letteralmente paura. Se ne stava rannicchiato sul fondo del letto, con la schiena contro il muro, e gli occhi sbarrati. Si stava domandando quando fosse iniziato tutto questo problema, e la risposta che stava emergendo dalla sua memoria riguardava, guarda caso, Rossella. Sempre, quando c’era Rossella nei dintorni, nella sua vita si materializzavano problemi di ogni tipo. Che questa volta fosse veramente troppo? Magari era la volta buona che ci si poteva decidere a voltare pagina con questa catastrofe su due gambe? Nulla da dire, sexy lo era, senza ombra di dubbio per nessuno. Anche la settimana precedente, quando tutto era iniziato, Rossella era in uno di quei momenti di grazia in cui riusciva, passando, a far voltare anche i lampioni. Erano usciti in tre, Luigi, Rossella e Paolo. Paolo si prestava sovente a queste cose, la sua presenza permetteva di trasformare la serata in una “serata tra amici” senza costringere Luigi a mettere troppo alle strette Rossella, e senza proporle così un’uscita a due. Bella serata di fine estate, fresca e piacevole, ci si godeva i tavolini all’aperto con la consapevolezza che a breve sarebbero stati un ricordo. Piazza Vittorio era affollata e rumorosa come al solito. Rossella si alzò dalla sedia proponendo: «Cosa ne dite? Un altro giro? Vado a ordinare io.» «Ok!» confermò Luigi, mentre Paolo annuiva con poco entusiasmo. La guardarono allontanarsi verso il bancone del bar. Sembrava di vedere un disegno di Vargas prendere vita.


4 Molti uomini si presero il tempo di assistere alla scena. Quando Rossella arrivò al bancone Luigi si voltò verso Paolo con un ghigno compiaciuto, cercando complicità. Non la trovò. Paolo era piuttosto serio. Lo fissò un breve istante e gli chiese: «Sì o no?» «Come?» replicò Luigi. «Dimmi solo SI o NO.» «Beh…» Luigi aveva capito. «Non è proprio NO. Diciamo che ci sto lavorando.» «Ah, ci stai lavorando.» «Sì», confermò Luigi con espressione seria e distaccata. «E dimmi», riprese Paolo, «ritieni che questo lavoro sia molto lungo? Cioè pensi che ti ci vorrà del tempo? Altre uscite? Magari vorresti piano piano far nascere quella sottile intimità…» «Esatto!» confermò Luigi. «Cioè, penso che Rossella sia una donna che vada in qualche modo stupita, devo entrare col profilo basso, capisci? Per poi riuscire a sorprenderla, che quando è il momento giusto poi lei si accorge che ormai le cose sono fatte, no? Un po’ come se tutto accadesse in modo naturale e sorprendente. Ecco, diciamo che il mio piano sarebbe questo.» Paolo annuiva, molto serio e trattenuto. «No, perché», replicò, «io ho come un’impressione, così vedendola…» Fece una pausa. «No Paolo, dimmi, davvero, ci tengo alla tua opinione.» «Ok. Dicevo che vedendola così io mi sto facendo l’idea che mentre tu stai lavorando per creare quell’atmosfera intima e naturale che dicevi… Nel frattempo, direi, che lei sta organizzando di scoparsi il barista», concluse indicando verso il locale. Luigi si voltò: era difficile contestare le impressioni di Paolo. Rossella era sospesa sulla punta di un piede, tutta protesa sul bancone, l’altra gambetta sollevata all’indietro ciondolava mentre lei si sollevava sul bancone con i gomiti, braccia conserte sotto il seno, tutta sorridente. Il barista, non era chiaro cosa lei gli avesse ordinato, stava facendo roteare una bottiglia di vodka azzurra, in una maniera che poteva ricordare quello che facevano con i revolver certi pistoleri dei vecchi film western. O forse più i giocolieri, o i mangiafuoco. Perché in effetti i pistoleri non facevano girare la bottiglia-pistola dietro la testa, e non la lanciavano per aria. Il cocktail richiese una mezza dozzina di ingredienti, inclusa una fetta di “Averroha Carambola” tagliata a forma di stellina. Rossella tornò svariati minuti dopo al tavolo, con uno strano cocktail in mano, un Cuba Libre per Luigi e una birra stappata per Paolo. «Cavolo Rossella», domandò Luigi, «cosa ti sei fatta fare?» «Non lo so», rise lei. «Mi ha detto Robert che ci pensava lui.»


5 «Robert?» «Sì il barista. Ma è bravissimo! Ma hai visto che roba?» «Non ho fatto caso», mentì Luigi. «Ma almeno è buono?» «Non so, fammi sentire.» Rossella imboccò la cannuccia, le labbra strette e gonfie come una fragola matura, gli occhi socchiusi, un mugolio di piacere mentre valutava il gusto. «Favoloooosoooo! » Quindi porse il bicchiere a Luigi, indirizzando a lui la cannuccia macchiata di rossetto. «Vuoi assaggiare?» «Grazie!» confermò lui con nonchalance. Dopo aver assaggiato dalla cannuccia rese il bicchiere a Rossella, si voltò distrattamente verso uno sconosciuto al tavolo accanto, che lo stava fissando, e gli rivolse il tipico sguardo che significa: “Sai com’è, io posso”. La cosa richiese un certo sforzo, perché in effetti il sospetto instillato da Paolo, riguardo ai progetti di Rossella sul barista, stava attecchendo piuttosto bene nei pensieri di Luigi, che iniziava a sospettare un triste ritorno a casa. Meno di mezz’ora dopo, infatti, Paolo fece il gesto di alzarsi e sottolineò: «Ragazzi, che ne dite, andiamo?» Rossella colse al volo e rispose: «Andate tranquilli ragazzi, io rimango qui, che forse più tardi arriva una mia amica. E poi mi sa che mi faccio fare un altro di questi, sono spettacolari!» «Ok…» commentò Luigi. I due si alzarono, Luigi si protese a dare un piccolo bacio sulla guancia a Rossella, e si allontanarono verso la macchina di Paolo. Mentre guidava per riportare Luigi verso casa Paolo esordì: «Sai cosa ho scoperto? Ho visto su internet una cosa interessantissima, ma non ho avuto ancora il coraggio.» «Di che si tratta?» «Ci sono dei siti, ho visto, dove la gente si scambia le case. Voglio dire, non che te la scambi di proprietà, puoi cederla per le vacanze, e in cambio un altro ti cede la sua.» Luigi era perplesso. «Mi fa un po’ effetto l’idea di lasciare casa mia a un estraneo.» «Sì, però ci sono anche altre formule. Per esempio puoi offrire solo il posto letto, senza lasciare la casa, le persone vengono a stare de te per qualche giorno per fare i turisti, e in cambio tu puoi andare a casa di altra gente in giro per il mondo.» «Beh, questo mi piace di più. Bisogna sperare che si tratti di gente che va bene. Uno potrebbe anche trovarsi in casa un rompicoglioni spaventoso.» «Sì sì, certo che qualche rischio si corre. Però questa cosa mi sta incuriosendo sai?» «Mmmm. Non so, io alla fine non vado mai da nessuna parte.» «Invece potrebbe essere l’occasione.» Paolo lo pungolava. «Ti fissi troppo


6 sulle cose, ti incastri, stai diventando noioso.» Ovviamente parlava di Rossella. Il resto del viaggio avvenne in silenzio, pochi minuti. Un saluto attraverso la portiera aperta, soliti gesti, chiavi, scale. E Luigi si ritrovò sdraiato sul letto a fare braccio di ferro con i suoi stessi pensieri. Come fare? Cosa fare? Pensare a delle alternative di vita, nel momento in cui si rivelavano impossibili, era talmente frustrante che ci si convinceva, alla fine, che fosse meglio non pensarci del tutto. Adattarsi, limitarsi a ciò che si è, sottostare ai propri confini. Veramente era meglio una donna come Rossella, che gli permetteva di crogiolarsi nell’impossibile, e di non fare i conti con la realtà, rispetto a una storia vera? Vera, con tutti i limiti e tutta la paura che fanno le cose vere. Pochi generalmente fanno caso al fatto che il Cuba Libre contenga una bevanda alla caffeina. Due Cuba Libre a tarda sera rappresentano un consistente incentivo a non dormire. Allo stesso modo sappiate che la delusione, come esperienza, è tutt’altro che anestetica, anzi. Deve esser stata la somma di queste cose a fare sì che Luigi si ritrovasse qualche ora dopo, nel cuore della notte, davanti al computer acceso, con in mente le ultime parole di Paolo. Stava per visualizzare i risultati di una ricerca quando sullo schermo apparve una pagina bianca che recitava più o meno: “SERVIZI SEGRETI BULGARI Siamo parte di un servizio di controllo del web sito che opera in internazionalmente, allo scopo di prevenire il criminale informatico. Abbiamo notizie sicure che suo PC è stato assalito da criminale informatico molto difficile. Allo scopo di sua sicurezza abbiamo automaticamente bloccato suo PC, per certificare a noi che sua identità è quella vera, preghiamo di inserire qui sotto vostro Nome, Cognome, Carta di passaporto, E numero carta di credito. Nostra organizzazione automatica provvederà quanto subito a sbloccare vostro PC.” Alcune persone (ebbene sì l’umanità è incredibile) avrebbero inserito il numero di carta di credito subito per liberarsi del problema, e avrebbero anche in cuor loro ringraziato i servizi segreti bulgari per lo scampato pericolo. Altri avrebbero spento il PC e fatto immediata richiesta di assistenza all’amico del cugino, che ci capisce. Altri, tra cui Luigi dopo due cocktail alla caffeina e una bruciante delusione, avrebbero deciso che volevano averla vinta loro a tutti i costi. Modalità provvisoria, pulitori vari di registri e di cache, misteriosi CD tramandati in segreto da generazioni, anatemi sconosciuti ai più, strani comandi dal senso sconosciuto digitati sulla tastiera con la massima fiducia.


7 Sei riaccensioni dopo, Luigi trionfava nel vedere il suo PC che, apparentemente, funzionava come prima. Tronfio del risultato riprese la ricerca. Trovò diversi siti di scambio, dovette scremarne una buona parte, che si occupavano di scambi umani in sensi diversi da quello che stava cercando lui. Ne trovò uno in particolare che sembrava molto semplice, zero pubblicità (ottimo requisito), grafica professionale e fluida. L’iscrizione fu semplice e rapida. Solo uno sguardo nell’angolo del monitor gli fece notare che erano arrivate le ore 04:42. Sobbalzò, considerando che la sveglia lo aspettava alle 7:00. Abbandonò tutto e cercò di dormire, consapevole che la giornata in arrivo, ormai, sarebbe stata piuttosto pesante e faticosa. Nulla sembrò cambiare nella vita di Luigi per qualche giorno. Fino a una mattina, in cui iniziò, in modo leggero, a comparire una sfumatura anomala nei fatti: Luigi fece per prepararsi la colazione e si accorse di essere rimasto senza biscotti. La cosa lo stupì, era abbastanza sicuro di non averli finiti. Decise di scendere velocemente alla panetteria lì vicino e ne comprò qualche sacchetto. Il fatto fu dimenticato per il resto della giornata. Tornando a casa la sera, però, Luigi assisté a una cosa strana. Entrò, sentì un rumore inconfondibile arrivare dal bagno, ne aprì la porta e vide l’acqua scorrere dalla doccia. Era rimasta aperta. Luigi iniziava a pensare di essere troppo stanco. Stava iniziando a perdere colpi. Era anche vero che aveva dormito poco, non era un periodo facile, ma due sbagli così uno di seguito all’altro, nello stesso giorno, erano un brutto segnale di stress. Purtroppo le cose non erano destinate a migliorare. Infatti il mattino dopo, al momento della colazione, stessa scena del giorno prima. Biscotti esauriti. Luigi iniziava a sentire una profonda confusione e una punta di spavento. Si ostinò a far finta di nulla. Scese e si recò alla panetteria. Il senso di déjà vu in tutto questo era da capogiro. Aveva persino lo sguardo vacuo quando la ragazza dietro al bancone gli porse i medesimi biscotti acquistati il giorno prima. E lei per tutta risposta rincarò sorridendo: «Buffo, le capita mai di provare la sensazione di avere già visto una scena?» Rientrando a casa coi biscotti Luigi trovò nuovamente la doccia aperta. La confusione, la stanchezza, la preoccupazione, erano già ingombranti. Decise di fare uno sforzo e di andare comunque a lavorare. Si ripromise che la sera stessa avrebbe cercato di capire meglio cosa gli stava succedendo. Stressato va bene, ne era consapevole, ma questo era troppo. Invece la sera non ebbe la pace necessaria. Rientrò in casa con sospetto, tese


8 l’orecchio, ma non sentì alcun rumore di acqua scrosciante. Sollievo. La doccia era chiusa, la casa era in ordine. Forse era passato, forse era un ammonimento del destino e del suo sistema nervoso: solo quello, un ammonimento da ascoltare. Per chiudere definitivamente l’argomento decise di accertarsi che i biscotti acquistati quella mattina fossero tutti al loro posto. Aprì l’armadio in cucina… non l’avesse mai fatto! L’armadio strabordava di biscotti. Almeno sei pacchi di tre tipi diversi, e persino tipi di biscotti che non aveva mai comprato. Incredulo e spaventato li estrasse dall’armadio uno a uno, li dispose sul tavolo e si sedette a contemplarli. Quando decise di uscire di casa era probabilmente guidato più dalla confusione che dal ragionamento. Si recò nuovamente in panetteria con l’idea poco focalizzata di ricevere spiegazioni. Il dialogo tra lui e la ragazza al bancone più o meno ebbe questa forma: «Ciao.» «Ciao.» «I biscotti.» «Sì?» «Ho comprato i biscotti vero?» «Sì, stamattina. Perché? non vanno bene?» «No no! anzi, sono buonissimi.» «Meno male, sai li faccio io.» «Ah… quelli che ho comprato sono buoni. Quelli che non ho comprato però non lo so, non li ho ancora mangiati.» «Beh… se non li hai comprati è difficile!» «Ma saranno buonissimi eh! Sono certo, non volevo mica dire.» «Oh ma no, tu provali, poi mi dici.» «Cosa faccio li compro adesso?» «Come vuoi, ma se ascolti me ti conviene venire al mattino come hai fatto sti giorni, sono freschi.» «Eh già. Ne ho comprati tanti?» «Eh si, un po’. Ma sei solo? In quanti siete a mangiarli?» Silenzio prolungato di Luigi. Lo sguardo si illuminò. «Oddio! È ovvio! Grazie, sei un genio!» Luigi uscì dalla panetteria correndo verso casa, sebbene poco usuale c’era una spiegazione possibile a tutto ciò che era successo. In casa sua c’era qualcun altro. Rientrò in casa senza nemmeno sapere bene come affrontare il problema. Cosa poteva fare? Spalancare di scatto tutte le porte? Una specie di brutta copia del nascondino? Pensò di dire una qualche frase d’effetto, tipo: “Vieni fuori! Lo so che sei


9 lì!”, ma in fondo si vergognava un po’. Purtroppo per lui non fu necessario nulla di tutto questo. Gli bastò sporgersi in cucina per vedere ciò che gli avrebbe gelato il sangue nelle ore a venire. Un bigliettino di carta! Non sottovalutate la potenza terrifica di un bigliettino di carta. Soprattutto quando si è assolutamente certi che quel bigliettino, in quel posto, prima non c’era. Un semplice biglietto giallo, con sopra un messaggio. La grafia era grande e molto incerta, come quella di un bambino che abbia appena imparato a scrivere in stampatello. Il testo, nella percezione di Luigi, era veramente terrificante: “Grazie per l’ospitalità, sono stato bene, ho pensato di ricomprare i biscotti che le ho mangiato. Fate biscotti molto buoni sul vostro pianeta.” firmato “Zxzzy.” E ora, finalmente, capirete perché Luigi non dormiva. Rannicchiato contro il muro, al fondo del letto, con un bigliettino stretto in una mano. Cercate di ricordarvi qualche sensazione della prima infanzia, quando il buio faceva paura, quando anche la propria casa era sede di misteri e l’unico angolo rassicurante era tra le coperte del proprio lettino, zitti zitti che nessuno vi potesse scoprire. Ecco la sensazione contro cui Luigi doveva combattere. Dentro casa sua. Mentre l’oscurità calava.


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2. BENVENUTO

La notte, alla fine, passò. Le prime luci del giorno, unite alla stanchezza, fecero sì che la tensione di Luigi cedesse. Mentre i suoi pensieri iniziavano a virare verso un leggero ottimismo, e la luce solare gli infondeva una punta di coraggio in più, decise di alzarsi e, molto cautamente, verificare tutta la casa. Stanza dopo stanza, aggirandosi circospetto. Il punto più difficile fu aprire la porta dello sgabuzzino. Si sa, è un dato assodato, che gran parte dei mostri e dei personaggi dei film horror amano annidarsi negli sgabuzzini. Il giro di controllo non ebbe esito. Tutto vuoto, apparentemente, tutto libero. Mentre la luce aumentava cambiando dal primo grigio azzurro ai colori caldi dell’alba, Luigi si avvicinò al PC e notò di avere due email. Bisogna considerare che Luigi non è un lettore di questa storia, quindi per lui, che non ha davanti una sequenza ben sceneggiata, è più difficile comprendere il senso di quello che accade. Quindi non stupitevi se malgrado diverse ore di insonnia e ansia, non fosse ancora riuscito a ricollegare tutti i fatti. E siate comprensivi quando vi dico che l’email che lesse lo stupì. Si intitolava “Benvenuto in Starpillow”. Il mittente era master@starpillow.glx Il testo recitava quanto segue: “Benvenuto a una grande comunità di nostri viaggiatori. Starpillow è il modo migliore per incontrare nuovi amici provenienti da tutto il mondogalassia, ma esplorare lo straordinario luogo evitare il circuito di normali turisti, si prega di una grande esperienza sui principi del mutuo aiuto ed economia. Come la vita di viaggio che hai sempre sognato un sacco di tempo? Con riferimento alle nuove angoli della galassia? E voi in ogni momento che ho dovuto rassegnarmi all’idea che era troppo costoso. Ricerca di strutture e servizi, potrebbe sapere è ricco o di rinunciare anche, bellissima, un pacchetto completo offre l’unica preoccupazione di esso. Con questo in mente, abbiamo progettato Starpillow. Scambio di ospitalità del primo sistema della dimensione della galassia. Se siete disposti a offrire la disponibilità della vostra amicizia a viaggiatori della galassia per trovare un po ‘come te, come un sacco di ospitalità, e riceveranno in cambio di ogni angolo della galassia. Tu fornisci un cuscino per riposare al viaggiatore di stelle, si riceverà un


11 cuscino che si può riposare in cambio. Questo è un sistema di scambio reciproco. Cerchiamo apertura e disponibilità. Siamo a vostra disposizione l’esperienza e il potenziale illimitato.” In condizioni normali questa email sarebbe finita nel cestino dopo aver letto le prime sei parole. Aveva tutti i segnali di un banalissimo SPAM. Per fortuna, però, Luigi non era in condizioni normali. Stravolto, annebbiato, e ancora un po’ spaventato. Seconda cosa che lo spinse a non scartare subito questa strana email fu una seconda email dal medesimo mittente. Oggetto: “Congratulazioni.” Testo: “Io vi congratulo! E ‘il primo utente a iscriversi dall’area della sua galassia. Siamo molto orgogliosi di aver raggiunto. Per questo motivo, abbiamo deciso di dare lei 100 punti di cuscino. Perché è paese a distanza, non esitate a contattarci per qualsiasi dubbio, è a vostra disposizione per aiutarvi. Il nostro sito, ricordiamo che è on line il supporto del sistema su www.starpillow.glx. Volevo avere presto vostre notizie, Direttore del personale del Starpillow Swappolo Bergigan.” La mente di Luigi macinava lentamente quella mattina, più lentamente del solito. E in ogni caso non è mai facile ricevere comunicazioni di questo tipo e decidere di prenderle sul serio. Luigi decise, come unico gesto, tra lo scaramantico e l’incredulo, di rispondere alla seconda email. “Buongiorno, mi sono iscritto al Vostro sito solo allo scopo di informarmi. Non intendo per ora partecipare al vostro programma di scambi. La ringrazio per i 100 punti. Ma preferirei cancellare la mia iscrizione. Grazie.” Si trattava già di troppa distanza dalla realtà tutta in una volta. Luigi spedì l’email e qualcosa dentro di lui gli impose di abbandonare la questione. Il vero problema ora era riuscire a mandare avanti la giornata senza aver dormito nemmeno un minuto. Fece colazione, non mancavano i biscotti, e, oppresso dalla fatica, si diresse al lavoro. Entrò in ufficio cercando di mantenere il più possibile un’aria efficiente e indaffarata.


12 «Nottatona!» Era Stella. La centralinista. Un grande donna tonda che ogni mattina si installava all’interno di un piccolo desk tondo. Varie volte Luigi aveva notato la somiglianza tra lei, seduta alla sua postazione, e un muffin incartato. «Ma no…» replicò Luigi cercando di lasciar cadere. «Ho solo fatto un po’ tardi.» «Sì, sì», fu la risposta poco convinta. «Noni, ascolta me.» «Noni?» «Sì, fidati.» «Noni dove? A cosa?» Lo stordimento di Luigi era ormai difficile da mascherare. «Dovresti prendere dell’estratto di Noni. Ti tiene su e non dà problemi.» Stella era prodiga di consigli. Soprattutto quando poteva allontanare qualche anima persa dalle vie della medicina occidentale e del consumismo. «Sai Luigi?» rincarò. «A parte il fatto di dormire poco, hai una brutta aura, si vede chiaramente.» «Per ora me la caverò con della caffeina», rispose lui. Mentre Stella scuoteva la testa con disapprovazione, emerse da una porta al fondo della stanza una testa imbiancata, con una folta barba grigia. «Serafini, venga!» Era il suo titolare, Riccardo Colonna. Non era chiaro a nessuno se il cognome lo legasse in qualche misura ai principi romani, o se fosse solo un’omonimia. In ogni caso Colonna si era sempre guardato bene dal dare chiarimenti, in un senso o nell’altro. «Serafini, questa mattina abbiamo un guasto da verificare con una certa urgenza.» «Mi dica.» «Ci sono tutti i citofoni in corso Trento che non funzionano, ci hanno telefonato vari inquilini.» «Va bene, prendo la valigetta.» Questa era una buona notizia per Luigi, andare a sistemare un impianto gli avrebbe permesso di cedere un po’ alla stanchezza, poca gente con cui confrontarsi, lavoro pacifico e solitario. «Serafini, vada direttamente col furgone.» L’idea di Colonna, probabilmente, era quella di fare pubblicità all’azienda, facendo muovere il furgone con il marchio sulle fiancate. Secondo Luigi l’effetto poteva non essere ottimo, perché il marchio aziendale, in sostanza, circolava dipinto su un Mercedes 308 di 20 anni prima. Con svariate ammaccature e qualche fiore di ruggine sui parafanghi. Ma di questo aspetto non si era mai permesso di discutere. Salì sul vecchio furgone e si avviò. La guida, per chi sta molto al volante, è un momento abbastanza rilassante. Luigi, accolto dal vecchio sedile su cui trascorreva moltissime ore, trovò un


13 po’ di pace infilandosi in mezzo al traffico. Rispetto alle ore passate, ritrovarsi nella luce del giorno e circondato dall’umanità rumorosa era un’esperienza rassicurante. Mentre era fermo a un semaforo, distrattamente, prese il cellulare da una tasca e lo controllò. Era arrivata un’altra email. Era una risposta alla sua email inviata prima. Recitava: “Il Caro Signor Luigi, Ci dispiace che si desidera annullare l’abbonamento molto. Vorremmo insistere per prendere in considerazione la idea che deve rimanere. È necessario, in ogni caso come avete mai letto nel paragrafo 12 del regolamento di certo, per cancellare che è registrato, inviare per iscritto a raccomandata presso: Starpillow Gruppo 6, sottogruppo 248, locale 1256, Interno 42 Crawen Zona indirizzamento Galattico: Radiale 11314567, Vettore 5673567339457284, Elevazione -3423245 In ogni caso, spero che non si ha contribuito a decisione il suo ospitamento ultimo che ha tenuto. Mr. Zxzzy è a considerare un grande per tutti i viaggiatori, esempio di cortesia e riservatezza. Gradirei la vostra opinione. E di consultare ampiamente sul nostro sito per avere maggiori informazioni, vi consigliamo caldamente di non appena possibile. Consuetudini calorose Swappolo Bergigan.” Luigi stava facendo incredule riflessioni sul contenuto dell’email. Non bastarono a risvegliarlo dai suoi pensieri nemmeno i clacson delle auto alle sue spalle quando il semaforo divenne verde. Fu un’auto che lo superò, mentre il conducente, finestrino abbassato, domandava a Luigi con tono di voce perentorio se egli fosse mentalmente menomato (più o meno il senso era quello) a farlo trasalire, quando ormai il semaforo verde era perduto. Luigi raggiunse lo stabile dopo una mezz’ora di traffico. Non c’era portineria, quindi per verificare il citofono decise di provare a suonare, al nome “Angeli”. «Sì?» «Signor Angeli?» «No qui è Croci.» «Ah ecco, senta sono il tecnico del citofono, mi metto a sistemare, ogni tanto la chiamo per vedere, se non è di disturbo.» «No no, va bene.»


14 Aprì il pannello del citofono, la strana email di risposta gli risuonava in testa. Veramente strano, possibile che un sito di spam, una specie di truffa tutta scritta male, avesse tanto personale che rispondeva alle email degli utenti? Con questi pensieri in testa si accinse a controllare i cavi nella scatola. Cavi vecchi, i morsetti avevano mangiato il rame, bisognava rifare le punte per bene. Squillò il cellulare in quel momento. Era Paolo. «Ciao Paolo, come va?» «Tutto ok. Tu bene?» «Io sì, un po’ stanco. Senti, ti avrei chiamato io più tardi, posso chiederti una cosa?» «Dimmi.» Luigi aveva sviluppato, come molti installatori, una particolare capacità di tenere il cellulare tra l’orecchio e la spalla, potendo così continuare a lavorare con due mani. «Volevo chiederti come posso fare per identificare un sito, diciamo un po’ fasullo, come faccio a sapere se ci si può fidare.» «Ma guarda, la prima cosa è l’indirizzo, si può controllare com’è registrato.» Luigi provò il tasto «Angeli.» «Siiii?» «Angeli?» «No, qui è Papa.» «Come Papa?» «Siiii Papa.» «Luigi?» «Sì, dimmi Paolo ti ascolto.» «Volevo dire che se mi dai l’indirizzo posso controllare un paio di cose. Ma cosa hai combinato?» «Ma no, ma è che mi sono iscritto a una roba per sbaglio e mi mandano email strane, non so.» «Ma dimmi l’indirizzo.» «Chi è?» «Papa?» «No, qui è Chiesa.» «Ah scusi, sono quello del citofono.» «Papa? Che indirizzo è?» «Ma no Paolo, aspetta. L’indirizzo mi pare che sia Starpillow.glx.» «Come?» «Starpillow.glx.» «Chi è.» «Chiesa?» «No qui è Croci, glie l’ho detto prima.»


15 «Ah scusi.» «Luigi ma guarda che non è possibile, non esiste gi elle ics.» «Ma non so Paolo, mi ricordo così, adesso non posso controllare.» «Ma hai qualche indicazione in più?» «Ma non ricordo, aspetta.» «Sììì.» «Angeli?» «Ma nooo è Croci! Chiama sempre Croci.» «Scusi.» «Paolo, ma il nome sono sicuro che era Starpillow. » «Ma nooo, allora guardi che si sbaglia, Serpillo non vive più qui ma da parecchi anni! Stava al piano di sotto.» «Hai detto Star cosa?» «Starpillow… Chiesa?» «No qui è Papa, ma guardi che se cercava Serpillo si è sbagliato, che non abita più qui da anni ormai. Stava sopra.» «No scusi, è che sto facendo delle prove signora.» «Ah beh, ma io non sono la signora, io mi chiamo Santo.» «Ah scusi, sa al citofono non si capisce.» «Luigi! dimmi sto sito come si chiama!» «Allora Star, ok? Come stella, e Pillow come cuscino.» «Sììì?» «Croci?» «Ma sempre lei dei citofoni?» «Sì, è Croci?» «Aspetti un momento… Sììì?» «È Croci?» «Sì, perché.» «Oh bene, grazie, scusi sa sono quello del citofono, sto controllando che sia tutto sistemato.» «Luigi! Vuoi che ti chiamo dopo?» «No dai controlla solo quello, stella e cuscino, hai capito?» «Senta guardi che Serpillo non sta più qui, e io non sono il cugino.» «Ma no, scusi, è che sto parlando anche al cellulare. Ma lei è Papa?» «No sempre Croci.» «Accidenti, aspetti che provo ancora.» «Sììì.» «Papa?» «Cerca Papa?» «Sì, per provare i citofoni.» «Allora eccolo qua.» «Oh! È Papa?» «Sìì.» «Benissimo. Grazie così.»


16 «Luigi, guarda che non c’è nulla con quel nome.» «Ma dai non è possibile mi sono iscritto l’altro giorno.» «Eppure non c’è nulla. Ascolta, non vorrei che avessi un virus che ti dirotta i DNS, fai questa prova. Quando sei a casa apri un prompt e prova a scrivere ping come il ping pong e poi il sito che mi hai detto, poi ti segni quello che scrive e me lo dici. ok?» «Va bene, Ping, come ping pong.» «Senti, volevo sapere se stasera ci sarai.» «No guarda, è una settimana pesante, per ora passo.» «Va bene, ci sentiamo poi.» «Ok, Ciao.» «Ciao.» «Sììì.» «Angeli?» «Aspetti… Eccomi.» «Angeli?» «Sì.» «Perfetto.» Dopo una decina di minuti Luigi era riuscito a farsi rispondere correttamente da Croci, Angeli, Papa, Chiesa, Rosario, Apostoli e Salvatore. Con questo il pannello poteva considerarsi riparato. Mentre stava richiudendo la cassetta dei ferri una signora anziana lo chiamò dalla finestra del piano terra. «Scusi, lei è quello dei citofoni?» «Sì signora, sono io, li ho appena riparati.» «Allora guardi che se cerca Serpillo non abita più qui, ma da parecchio sa. E il cugino non stava qua comunque, non so che informazioni ha lei.» «Capisco», concluse Luigi. «Andrò a controllare, magari abbiamo un indirizzo sbagliato, grazie.» Ci volle un po’ col vecchio furgone per ritornare in ufficio. Durante il viaggio Luigi ripensava al consiglio di Paolo. E all’accenno fatto alla possibilità di un virus. Tutto quadrava. Probabilmente era quello strano virus bulgaro, lui pensava di averlo rimosso e invece aveva lasciato qualche traccia. Probabilmente era così, si era iscritto a un sito esca collegato al virus. Pensò che, arrivato in ufficio, avrebbe fatto subito una prova. Rientrò, passò davanti a Stella. Probabilmente la giornata era molto tranquilla, perché Stella si stava dedicando al pendolino. In questo momento lo stava facendo oscillare sopra una piccola pianta grassa. «Lo sentivo che aveva della sofferenza», mugugnava tra sé. Luigi arrivò alla sua scrivania, accese il PC e provò subito il comando suggerito da Paolo. La risposta fu una cosa tipo - impossibile trovare www.starpillow.glx abbastanza eloquente.


17 Mentre osservava sconsolato l’esito del comando, Colonna lo chiamò dal fondo della sala. Luigi lo raggiunse nel suo ufficio. «Serafini, chiamano da corso Trento, ma cosa ha combinato?» «Ma come? Colonna, sono andato via che funzionava tutto!» «Funzionava tutto in che senso? Che qua dicono che non va.» «Ma li ho chiamati tutti uno per uno e hanno risposto, si sentiva abbastanza bene, è un impianto vecchio.» «Serafini. Lei ha collegato tutti i citofoni a Croci, adesso chiunque suoni, suona al signor Croci.» «Ma scusi, ma perché rispondevano tutti?» «Pare che Croci non abbia capito bene cosa volesse lei, quindi è andato a chiamare tutti i vicini e li ha fatti salire a casa sua. Così se lei chiedeva un cognome glielo passavano.» «Ma non è possibile!» «Eh sì. Ma anche lei si concentri però! Su Serafini, è un piccolo sforzo per lei, ma un grande significato per l’azienda.» Bene, con questo il lavoro del pomeriggio era ormai stabilito. Tornare in corso Trento. Ma l’urgenza principale in quel momento era trovare il modo di dormire almeno un’ora durante la pausa pranzo. Luigi pensò di sistemarsi nel retro del furgone. Mentre usciva passò davanti a Stella, era al telefono e prendeva appunti: «Mi ripeta signora. Sì. Allora mi dice che Serpillo non abita più lì, va bene, e nemmeno il cugino, va bene signora ho segnato tutto e avverto.» Il pomeriggio passò. Un’oretta di sonno a pranzo permise a Luigi di superare le ore che lo attendevano. Quando arrivò a casa era veramente stordito. Avrebbe voluto controllare meglio quel sito, ma decise di buttarsi sul letto per un momento. Quando il momento finì erano passate diverse ore. La notte era calata nuovamente, e la casa era buia. Luigi era molto affamato, in sostanza non mangiava dalla colazione. Iniziò a cucinarsi qualcosa. Quando la preparazione arrivò a richiedere un momento di pausa si decise ad andare al PC. Provò subito il comando ping come aveva fatto in ufficio. Ma questa volta la risposta fu diversa: 64 bytes from 42.register.glx (346.628.12.289) Luigi annotò diligentemente il testo e lo invio con un’email a Paolo. Alla fine questa questione del sito aveva una spiegazione. L’effetto di un virus. Tutto lì. Chissà perché poi preoccuparsi tanto. Il sollievo stava rientrando in corpo a Luigi, mentre tornava in cucina e si preparava a mangiare. Un piatto in tavola, posate, un bicchiere, acqua fresca, la padella bollente su


18 un sottopentola. Olio, sale, pepe. Tutto ok. Bastava aggiungere un po’ di pane. Aprì automaticamente l’armadietto in cui c’era il pane. Il gelo e lo sconforto. Sarebbe stato bello crederci, credere che il problema fosse tutto lì, un sito truffaldino. Luigi si era coscientemente dimenticato della storia dei biscotti. Quello era un guaio. Perché quello era successo realmente, non su internet. Mangiò in fretta e male. Accese le luci in tutta la casa. Tornò sul PC, si fece coraggio e decise di aprire l’indirizzo malefico: www.starpillow.glx Eccolo, era come ricordava. Bianco, pulito, poche indicazioni. Il sito era veramente ben fatto e professionale. Non sembrava proprio un phishing. C’era una barra con i soliti link. Chi siamo, Servizi … al fondo c’era il link FAQ. Ecco, poteva essere un buon inizio. Si aprì una paginetta bianca con una serie di domande e risposte. In ordine di popolarità come sempre. La prima domanda che compariva nell’elenco era: Q: Non riesco a capire niente di quello che scrivete R: Siamo una comunità che non ha scopo di lucro. Quindi preferiamo utilizzare il sistema per tutti i possibili non a scopo di lucro. Penso che abbiamo, e ha senso che l’etica più coerenti. Quindi, in aggiunta, tutta la nostra comunicazione sarà tradotto con Goolaxy Translator che porta ottimi risultati in diversificate lingue galassia. Ovviamente, la traduzione non è perfetta. Quindi hanno chiesto i nostri membri di essere flessibili mentalmente, abbiamo scritto noi, cercando di ottenere il vero significato. Saltò verso il basso a cercare l’argomento che gli premeva di più. Q: Come posso cancellare la mia iscrizione? R: È necessario, in ogni caso come avete mai letto nel paragrafo 12 del regolamento di certo, per cancellare che è registrato, inviare per iscritto a raccomandata presso: Starpillow Gruppo 6, sottogruppo 248, locale 1256, Interno 42 Crawen Zona indirizzamento Galattico: Radiale 11314567, Vettore 5673567339457284, Elevazione -3423245 Ecco, pari pari l’email di quella mattina. Quindi sto Smammolo Gigiri come cavolo si firmava faceva pure i copia-incolla. Nemmeno la briga di rispondergli a mano. Ripensare all’email di quella mattina gli fece balzare alla mente il collegamento sorprendente con il bigliettino che aveva trovato.


19 In effetti il bigliettino era firmato Zxzzy, e il medesimo nome era citato nella email. Aprì la posta e rilesse. “Mr. Zxzzy è a considerare un grande per tutti i viaggiatori, esempio di cortesia e riservatezza. Gradirei la vostra opinione.” Mentre stava rigirando tra le dita l’incredibile bigliettino, sullo schermo si aprì un pop up. “Buongiorno, signor Serafini! Ci sono Swappolo, ma ho scritto oggi. Sono contento che si consulta con il tuo sito. Penso che mi piacerebbe far loro aiuto.” Era evidentemente la chat del sito, questo sistema era davvero architettato bene. Ma cosa volevano da lui? Perché tanto sforzo? Quando sarebbe arrivata la solita richiesta del conto in banca o della carta di credito? Luigi stava iniziando a considerare che questa cosa fosse un fastidio eccessivo, forse era necessario entrare in guerra. Fu così che, anziché ignorare la richiesta, decise di rispondere alla chat. “Buongiorno a lei. Vorrei sapere chi sarebbe il signor Zxzzy, e come avrebbe fatto a entrare in casa mia.” “Luigi! Posso chiamarlo Luigi? Il nostro sistema, non mette alcuna barriera tra l’utente e l’altro, ma mi perdoni nel tuo caso. Ho messo via in attesa l’altri, ho mandato la prima volta Zxzzy. Zxzzy è Suliano camuffante. Sono persone di dolcezza e riservatezza unico. Che ha tenuto Suliano tutti, dicono che è come non averlo in casa. Per non disturba, Suliani credono sia un fatto di grande cortesia mimetizzarsi al muro.” “Ma come ha fatto a entrare in casa mia?! Lo sa che non è legale?” “Louis, se ti sei registrato, hai accettato il numero di condizioni. Questi, includo la disponibilità della sua casa ai visitatori. Zxzzy usando il bus di spazio curvo. Dalla connessione casa tua per la rete che abbiamo le coordinate esatte, è stato depositato a breve distanza.” “Io voglio solo finirla con tutto questo! Cosa volete?” “Ci dispiace ma è suo diritto. Vogliamo la sua amicizia. Non le piace che partecipa alla comunità di questa grande galassia, è il primo del suo genere? Se si vuole finire, come ho scritto, di inviare una raccomandata a noi.” “Ma io non posso mandare una raccomandata a quell’indirizzo! Non esiste quell’indirizzo!” “Capisco. Forse il pianeta non è ancora pronto, per esempio, la questione


20 della raccomandata, è fastidioso. Tuttavia, Luigi, la può aiutare tanto, ma non posso cambiare le regole per lei. Non raccomandata, non sarà in grado di rimuoverlo. Lei si tenta di risolvere il suo problema raccomandata al più presto possibile. Sono prenotati un sacco di venire da lei già. Guarda, se aperto il suo programma, lei completo che non fare una prenotazione 16 anni fa almeno.” “Cosa vuol dire 16 anni fa? Ma io non avevo nemmeno internet 16 anni fa. Cosa dice?” “Oh! Perdonami! Goolaxy traduttore diventa un po’ errore a volte. Voglio dire che si ha una prenotazione completa di 16 anni successivi. Io vi benedico! Luigi, è molto popolare!” “Ma io non posso! Non posso. Cosa devo fare?” “Lei si tenta il modo di inviare una raccomandata, lei divertirsi nel frattempo! Forse cambia la tua idea. È prossimo per ottenere a casa sua un T WOR. Essi sono esilaranti! Traduzione Goolaxy è ‘Tessitore di tempo’ nella lingua suoi. Coraggio Louis. Se lei è simpatica è diventato più popolare mentre, così molte persone sarebbe venuto a visitarla in più. Fatemi sapere come va. Io sono sempre disponibile.” Il pop up si chiuse. Ma com’era possibile questa cosa? Era uno scherzo pesantissimo. Chi poteva avercela con lui tanto da organizzare tutto questo? E se aveva capito bene stava per ricevere una nuova visita da uno sconosciuto. Questa volta no. Se la sarebbero vista brutta. Non si scherza così con la gente. Alla fine era pur sempre a casa propria. La legge sarebbe stata dalla sua parte. Altro che se lei è simpatica è diventato più popolare… Se un altro strano individuo si fosse anche solo presentato a casa sua avrebbe ricevuto una lezione tale da far desistere tutti i suoi compari. Dare una forma alle proprie paure in genere aumenta il coraggio. Anche in questo caso l’effetto su Luigi fu rassicurante. Entro certi limiti. Determinato a risolvere la questione nei giorni successivi, e stufo di sottostare a questa assurdità, Luigi riuscì a dormire. In verità solo qualche ora. Con le luci accese in tutta la casa. E con la porta della camera da letto chiusa a chiave.


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3. EDEMA TEMPORALE

La mattina successiva Luigi riprese a ispezionare la casa. Il piglio era chiaramente più deciso, intimidatorio. Ogni stanza, dopo aver spalancato la porta con decisione, risultava vuota. Anche varie minacce verbali rivolte a possibili soggetti invisibili non ebbero alcun esito. Rassicurato e determinato, Luigi iniziò la sua giornata. In mattinata ricevette solo un messaggio da Paolo: “Cosa cavolo mi hai mandato? Gli indirizzi IP arrivano solo fino a 255. Non può esistere un sito con 346.628.” Rispose un laconico: “Ok, ti faccio sapere.” Ormai era chiaro che tutta questa truffa stava scricchiolando, Luigi sapeva che a breve il gioco sarebbe crollato. Non successe più nulla per giorni. Nessun fenomeno. Nessun incontro imprevisto. La casa, al rientro e ogni mattina, era vuota e immobile. Ovviamente voi sapete che le cose non stanno tutte lì. Se no che ne sarebbe di tutta la parte del libro che avete ancora davanti? Ma dobbiamo dare a Luigi i suoi tempi. Infatti una sera, mentre tornava a casa, notò un soggetto abbastanza insolito che camminava verso di lui. Era un uomo con un abbigliamento poco comune. Aveva pantaloni al ginocchio, calzettoni e scarponi da montagna, sopra portava una giacca di tweed grigio, camicia rosa, cravatta blu, e un cappello nero tipo Fedora. Camminava tranquillo e deciso verso Luigi, il quale, non ancora del tutto dimentico delle esperienze dei giorni prima, rallentava il passo. Temeva. E in effetti l’uomo si diresse esattamente da lui. Si fissarono per un momento. Luigi ebbe una sensazione anomala, di estraneità, che al momento non seppe giustificare. Quindi l’uomo disse, senza preamboli: «Perché ti rendi così antipatico? Non mi sono nemmeno presentato.» La prima reazione di Luigi fu di interrogarsi sul proprio comportamento. «Ma cosa ho fatto?» mormorò Quindi, in un istante, capì. Non voleva accettare quel carico irreale che si ripresentava nella sua vita. Più o meno come quando si crede di essersi curati dal raffreddore e uno starnuto ci costringe a constatare che non è vero. Fece un passo indietro e replicò: «Tu non ci entri a casa mia! E non me ne frega niente di conoscerti.» L’uomo era impassibile, aveva un accento insolito, si poteva pensare a qualcosa di nordico, come il norvegese ma più morbido e rotondo, rispose:


22 «Vai, vai. Vediamo, un po’. Cosa credi che non esisto?» L’inconsistenza della risposta lasciò Luigi interdetto. Sentì il bisogno di mettere alle strette quello strano personaggio. Sentì che, forse, la presenza di altra umanità avrebbe potuto metterlo in fuga. Non sapeva bene nemmeno lui in che modo, forse come fosse un ladro, non poteva insistere a trovarsi lì davanti, a perpetrare questo scherzo orrendo, anche in presenza di testimoni. Così decise di incamminarsi per vedere di farlo desistere. Puntò verso la panetteria, che sicuramente conteneva altra umanità. Entrò. L’uomo lo seguì e passò dalla porta pochi secondi dopo. La ragazza dietro al bancone stava per rivolgere la parola a Luigi, quando rimase interdetta dall’ingresso dell’uomo. L’uomo vestito in modo assurdo sorrise alla ragazza e disse: «Grazie cara.» La ragazza dispiegò un grande sorriso, molto dolce. Senza scostare lo sguardo dal volto dell’estraneo disse: «Mi scusi, ma che occhi belli che ha! Gliel’hanno mai detto?» Ecco! Gli occhi. Luigi focalizzò il senso di disagio che aveva provato guardandolo. Gli occhi erano praticamene bianchi. Ma non quel bianco trasparente degli albini, che si illumina leggermente col rosa della pelle. Proprio bianchi e lucenti. Le iridi erano come due pietre di quarzo levigate. Lo straniero si rivolse a Luigi e, con aria stupefatta, disse: «Cosa credi, mi sono documentato, mi preparo io prima di viaggiare.» Luigi era contraddetto da ogni lato, non sapeva bene dove rivolgere il pensiero, non sapeva da dove cominciare. Le cose senza senso che l’uomo diceva, il fatto stesso che fosse lì, il modo assurdo di vestire, l’incredibile pretesa, sottintesa, di entrare a casa sua. E in tutto questo la naturalezza della panettiera, il sorriso di lei era l’unica cosa confortante. «Ma lo vedi come è vestito?» disse a lei. «Ma non ti sembra strano? Ti pare che ci sia da fidarsi?» L’uomo parlò ancora alla ragazza: «Ho fatto il possibile, non sarà perfetto ma sono contento che capisca. Si fin da bambino, dalle mie parti è normale.» «Eh beh», rispose la ragazza, «certo è vestito strano. Però voglio dire, ognuno si veste come gli pare, è una questione di sentirsi bene, no? Ma gli occhi sono bellissimi, ma li ha sempre avuti così?» «Ma cosa dice? Ma dice roba senza senso!» obiettò Luigi. L’uomo scrutò Luigi per qualche istante, mentre la ragazza osservava incuriosita entrambi. «Ma non mi dire», borbottò lo straniero tra sé, con aria incredula. «Voglio proprio vedere», e rimase fermo, braccia conserte, a squadrare Luigi. Luigi era ancora deciso a dileguarsi e lasciarsi alle spalle questo importuno. Ovviamente riteneva doveroso dare un senso al suo ingresso nella panetteria, quindi comprò un sacchetto di grissini. Pagò, raccolse le sue cose e, a passo svelto, infilò la porta. Avrete tutti visto


23 quelle tende fatte con cordini e perline, che si mettono all’ingresso dei negozi per fare ombra e tenere lontane le mosche. Ebbene, quelle tendine, se investite dalla luce del sole nel modo giusto, ostacolano la vista di ciò che può esserci dall’altra parte. Fu per questo che Luigi, partito con decisione e proteso alla fuga, venne investito dallo scatolone di una garzone che stava entrando nel negozio. Ci fu un rumore sordo, quindi il frusciare di una trentina di sacchetti che scivolavano sul pavimento. La ragazza si affrettò a girare attorno al bancone per accertarsi della situazione. «Scusi», disse il garzone, «ma faccia attenzione però. Io con lo scatolone davanti non ci vedo bene.» «Ma no, ma no», replicò imbarazzato Luigi. «Scusi lei, è che ero di fretta e non ho guardato. Oh cavolo è caduto tutto, aspetta che raccogliamo.» Luigi posò le sue cose e iniziò a radunare i sacchettini di biscotti che si erano sparsi per il negozio. La ragazza si unì a lui nella raccolta e in pochi secondi tutto era sistemato. «Non è nulla», disse lei sorridendo, «basta che non ti sia fatto male, i biscotti sono tutti interi.» In tutta questa sequenza l’uomo, che poi era stato la causa iniziale di tutto, era rimasto immobile, braccia conserte, a fissare Luigi. Ora scuoteva la testa lentamente. «Incredibile!» esclamò. «Non hai fatto il minimo gesto per evitarlo. Non ci posso credere. Ma tu non l’avevi scritto sul tuo profilo», disse col suo anomalo accento. «Cosa?» rispose Luigi. Sentiva che si stava arrabbiando, la brutta figura dello scatolone ledeva il suo amor proprio e caricava ulteriormente lo stress generale della situazione. La ragazza osservava i due incuriosita, sembrava attendere anche lei la risposta. Luigi acchiappò l’uomo per il gomito e gli intimò: «Fuori! Adesso ce ne andiamo fuori di qui! Chiaro? E la smettiamo di causare problemi!» «Ma non è nulla», accennò la ragazza, ma si zittì, capendo che non era più opportuno intromettersi tra i due. Uscirono. Luigi silenzioso e rabbioso. L’uomo serio e zitto, sguardo basso. Camminarono in silenzio per un po’. In realtà Luigi stava semplicemente tornando a casa, mentre l’estraneo insisteva a stargli accanto, non demordeva dall’inseguimento. «Luigi, ho bisogno che mi ascolti.» Il cambio di tono, lo sguardo basso, il limite della sopportazione che si approssimava, spinsero Luigi a fermarsi e ascoltare. «Cosa vuoi?» chiese. «Luigi, sul tuo profilo di Starpillow, per qualche motivo, c’è scritto che la


24 tua specie ha un modulo temporale medio. Non va bene. «Tu sei andato a sbattere contro quello là in pieno, non avevi nessuna coscienza di quello che succedeva. «Non sarà mica che voi avete il modulo temporale breve, o magari nullo?!» «Ma cosa stai dicendo?» rispose Luigi. «Cosa devi dirmi? E poi cosa vuoi fare? Pensi ancora di venire a casa mia? Credi che ti lascerò entrare?» Luigi si voltò e continuò verso casa. L’uomo insisteva a seguirlo. «Adesso voglio proprio vedere», disse tra sé. Arrivarono fino davanti al portone di casa. Luigi ormai era certo che non avrebbe fatto entrare l’uomo, ed era rassicurato dall’idea di chiudersi il portone alle spalle, insieme a tutta quella faccenda. Cercò le chiavi in una tasca, nell’altra. Forse erano nello zaino. Si scostò lo zaino dalla spalla destra per aprirlo, ma lo zaino ebbe, probabilmente, un’idea diversa. Si aprì producendo uno squarcio che partiva dallo spallaccio destro e correva lungo tutta la cucitura del fianco. Mentre Luigi lo ruotava davanti a sé, il risultato fu quello di spargere l’intero contenuto sul marciapiede nel raggio di un paio di metri attorno a lui. Guardando a terra Luigi ebbe la conferma che le chiavi erano nello zaino. L’uomo, guardava in basso, serissimo. Iniziò a sussultare leggermente. Arrossì, mentre sul volto si formava una smorfia contratta. Luigi lo guardò furioso: «Non c’è niente da ridere sai!?» L’uomo scoppiò. «Ahahahahhhaaahhhhh, ma non è possibile!» Indicava Luigi col braccio teso, tremolante. «Sei scemo! Non ti sei accorto di nulla! Ma come è possibile. È caduto tutto e non hai fatto il minimo accenno a recuperare. Aaaaaahaaa haaahahahahahaaaa!… … Scusa… scusa…» L’uomo estrasse dalla tasca un fazzoletto e si asciugò gli occhi. «È che sei veramente buffo. Voglio dire… tutta sta preparazione, tutto arrabbiato serio serio… ahah… e poi lo zaino l’hai persino fatto ruotare! Hahhaaaahahahhahaahaaa! Così! Hahhaaahhahaa!» L’uomo imitò il gesto di Luigi mentre si levava lo zaino dalla spalla. «Hahhhaaahhaaaahhha hai sparso roba dappertutto! Ma sei veramente incosciente al massimo!…» Un respiro profondo. «Hhhiiiiiiiiiiiiii haaahaaahaaahah… … No scusa… scusa…» Nuovamente il fazzoletto agli occhi. «Hai finito?!» esclamò Luigi. «Me ne posso andare a casa?!» mentre si abbassava a raccogliere le sue cose. «Sì, scusa scusa. Ho capito. Tu hai il modulo temporale nullo, niente di niente. È per questo che siamo partiti nel modo sbagliato. Con te devo stare attento alla sequenza fattuale, stai tranquillo, devo solo fare attenzione e vedrai che comunicheremo benissimo.» «Io e te non comunicheremo affatto! Chiaro?!» Luigi non intendeva semplificare la situazione, era sempre determinato a troncare questa storia


25 assurda. «Vorrei presentarmi», disse l’uomo. Luigi finì di raccattare tutto, quindi, volendo essere espressamente freddo e insolente, si alzò, guardò dritto in faccia l’uomo e disse: «Se ci tieni, avanti. Presentati, chi saresti tu?» «Io sono un T Wor. Noi siamo la specie col modulo temporale più esteso di tutto l’Universo conosciuto. Siamo chiamati anche i Tessitori del Tempo. Vengo dal pianeta Toinanner, e sono onorato di essere il primo della mia specie a camminare sulla superficie del tuo pianeta. Piacere Luigi. Io mi chiamo Arnaldo.» «…Arnaldo?» fu tutto ciò che uscì dalla bocca di Luigi mentre si stringevano la mano. La mano di Arnaldo era un po’ fredda e parecchio più dura di quello che ci si aspetterebbe. E la visione di quelle due iridi bianco lucenti era veramente strana. Il povero Luigi avrebbe dovuto apprezzare molto più a fondo quel momento. Quante persone come lui avevano mai avuto la possibilità di celebrare un gesto simile? Essere il primo umano a stringere la mano di una nuova specie proveniente da un altro punto della galassia. Ma il nostro Luigi non era in grado. Purtroppo, questo momento della sua vita dovette passare così, con indifferenza e fastidio. Arnaldo abbassò nuovamente lo sguardo, fece un sospiro. «Ho capito», disse, «va bene così.» Luigi aprì il portone, entrò e se lo chiuse alle spalle. Chiunque fosse Arnaldo non doveva avere un posto nella sua vita. Questa storia sarebbe finita. Avevano esagerato. Luigi entrò a casa e si diresse subito verso il computer. Voleva appurare quella questione dell’indirizzo che aveva accennato Paolo. La prova del ping diede il medesimo risultato. Era un numero impossibile. Riaprì il sito. Sperava persino che la chat si riaprisse, ci teneva a prendere in castagna gli organizzatori di questa cosa antipatica. Mentre osservava la pagina iniziale notò sulla barra la voce “Il profilo di me”. Ma come cavolo era tradotto sto sito? Ripensò all’accenno fatto da Arnaldo riguardo al suo profilo. Volle vedere di cosa si trattava. La pagina riportava effettivamente i suoi dati. Luigi Serafini. Data di nascita e tutto. Specie: Homo Sapiens Sapierit Località: Appartamento 4- Piano quarto, Via delle Alpi, 18 Torino, Italia, Radiale 3121314567, Vettore 6576789339457284, Elevazione 673385 C’era un riquadro vuoto intitolato: “Tu scrivo qualcosa su di te.” Più in basso c’erano tre link che recitavano: Viaggi: 0


26 Ospiti: 1 (tu osservate recensioni) Punti Cuscino: 105 Ospiti: 1 ?! Era veramente così? Il sito era veramente ben congegnato. Provò a toccare il link “tu osservate recensioni.” Si allargò un pop up. Autore: Zxzzy Specie: Discretius Visita: 6 giorni fa Note: Ottima accoglienza, vera e propria cultura del passato, non sono abituati a viaggiatori da stella. Casa pulita e discrezione. Consiglio di provare biscotto. Punti Cuscino: 5 Il tutto aveva delle sfumature veramente convincenti. Non fosse stato per il significato assurdo e impossibile di tutto ci si sarebbe potuti cadere. Provò a selezionare sulla voce “Specie: Discretius”. Apparve una foto, con una distesa color terra, poteva sembrare un deserto, e null’altro. In quel momento si aprì la chat. “Il signor Serafini, sono felice di trovarlo Swappolo che scrive. Ha trovato un modo per scrivere una lettera a noi raccomandata? Posso aiutarla? Ha la sua domanda a noi?” “Ho le prove che il vostro sito è falso. Non esistono indirizzi superiori a 255.255.255.255. Non è possibile. Io adesso faccio risistemare il computer e voi sparite.” “Il signor Serafini, finalmente, lei mi aiuta. Siamo aperti sul pianeta sul vostro per un tempo molto lungo, ma capire perché, non mi era iscritto fino a ora nessuno. Il tuo indirizzo e se si va a 255 solamente significa che non si utilizza loro un numero in spazio immaginario. Ora, capisco tutto.” “Come avete fatto a trovare tutti i miei dati?” “Dal momento che collegato a rete, abbiamo trovato le coordinate della casa esatte sua. È normale. Poi, conosco la zona di galassia stabilito che sei Homo Sapiens Sapierit , perché era l’unica specie nella zona a può viaggiare.” “A parte che siete ignoranti. E avete tradotto tutto con un sistema pessimo. La specie umana si chiama Homo Sapiens Sapiens. Non siete proprio credibili.” “Come dici tu Sapiens Sapiens! Non questo possibile secondo noi, credi? Sapiens Sapierit, è su manuale scritto nostro. No tu errando, non puoi lei essere Sapiens Sapiens. Burlone.” “Se ci tiene a insistere con la sua ignoranza prego. Ma le confermo che si dice Sapiens Sapiens, non so nemmeno cosa sia Sapiens Sapierit.” “Esclamazione di sorpresa non gestita da Goolaxy Translator. Signor Luigi, questo è problema di dimensione grosso molta. Sapiens Sapiens praticamente si tratta essere primate, poco più di.


27 Chiedo scusa massimo rispetto di lei. Non risulta che possibile Sapiens Sapiens acceduto nostro iscrizione di sistema. Se così guaio enorme. Lei Luigi preparato no a contatto, e certo no raccomandate possibilmente farci! Io cerco la soluzione. Scuso tanto ancora. Spedirò banane a lei.” Il pop scomparve. Appena la finestra si chiuse arrivò una telefonata da Paolo. Proponeva la solita birra del venerdì sera. Luigi, riacceso e determinato dopo essersi arrabbiato con l’estraneo, accettò volentieri. Era proprio la cosa giusta da fare. Si incontrarono, Luigi e Paolo, fuori dalla birreria, entrarono, un saluto alla cameriera, e si infilarono in un tavolo in fondo al locale. «Come è andata la settimana?» chiese Paolo. «Pesante», rispose Luigi, ora se ne rendeva conto. Era veramente stata pesante. Paolo lo fissava, stava pesando le parole. «Ma perché non la pianti con Rossella? Voglio dire, cosa ci guadagni? Guardati.» «Ma no Paolo, non c’entra Rossella. Questa volta non è colpa sua.» «Allora direi che dobbiamo brindare! Quando mai tu hai dei guai che non sono colpa sua?» «Vero! Evviva!» Attaccarono la prima media rossa. «E allora? Come mai così pesante?» «Un cavolo di virus sul PC. Pensavo di averlo eliminato, ma continuo ad avere problemi.» «E quel sito che mi dicevi? Hai controllato l’indirizzo? Che quello che mi hai mandato non aveva senso.» «Ma è proprio così! Davvero. Funziona solo sul mio PC, dal lavoro non si riesce nemmeno a trovarlo.» «Strano. Oddio, diciamo che sarebbe possibile realizzare una cosa simile, tecnicamente ci sta. Ma non è un banale malware. Per fare una cosa simile dovrei installarti sul computer un bel po’ di roba. E poi mi chiedo che senso avrebbe. Perché mai fare tutto sto sforzo? Ma ti hanno chiesto una carta di credito o roba simile?» «Ma no, nemmeno, è questo che non capisco. Mi vengono a raccontare che sono iscritto a un sistema, non so. Ma guarda, lasciamo perdere. Ripulisco tutto e via.» In effetti Luigi non aveva più voglia di rimuginare su questo problema. La questione dello straniero con gli occhi bianchi era persino troppo assurda, non se la sentiva di raccontarla. La cosa migliore che il suo istinto suggeriva era di seppellire, tutto, demolire ogni traccia. Non parlarne mai più. Sentì arrivare un messaggio. Alzò il cellulare, lesse e gli scappò un sorriso. «Eccola», sottolineò Paolo. «Cosa vuole?» «Dice che la trascuro.» «Ottimo! Sarà mica che inizi a comportarti in modo sensato? Secondo me


28 potresti trascurarla del tutto, proprio come scelta di vita.» «Ma dai, non se lo merita», replicò Luigi mentre digitava una risposta. «Le rispondi pure?» «Le ho scritto che siamo fuori e se vuole dopo la raggiungiamo.» «Se ci tieni…» Squillo del cellulare, Luigi rispose. «Ciao, allora? Che mi dici?… no no… ok. Ma… no non me lo ricordo. Ma chi scusa?… ah… No, non so. Martedì si può fare. Dai volentieri. Ok, a martedì allora. Ciao. Bacio, ciao.» Paolo non gli diede il tempo di spiegare. «Fammi indovinare, siamo liberi vero?» sembrava piuttosto compiaciuto. «Sì, dice che ha un impegno col medico…» Luigi cercava di lasciar cadere. «Col medico? Zelante il medico che la visita venerdì sera alle dieci.» «Ma no dai, non la visita, saranno amici no? Escono.» «Beh ovvio», insisté Paolo. «Non vogliamo mica fare preferenze tra il meccanico il medico e l’idraulico, è un fatto di giustizia.» «Ma dai! Ma perché devi vederla così.» «Non so che dirti Luigi, è l’unico modo in cui riesco a vederla. E secondo me, se ti fa stare meglio, il medico stasera la visita eccome, e anche approfonditamente.» Luigi sapeva che Paolo parlava per il suo bene. Anche lui non avrebbe esitato a essere duro per aiutare Paolo se fosse stato necessario. Quello che Paolo non capiva era che a Luigi, in fondo in fondo, andava bene così. «E poi scusa Paolo», replicò, «perché mai avrebbe dovuto mandare un messaggio così, a me, e proprio adesso, se stava per uscire con un uomo?» «Appunto Luigi, è proprio la domanda che dovresti farti. E credimi la risposta non è bella.» «È che magari in me sente qualcosa.» «Certo. Sente che cedi. Sente che ha il controllo. Ascolta, non c’è niente di male a essere come lei, e nemmeno a giocarci o a starle accanto a una donna come Rossella. Ma devi sapere cosa stai facendo. Devi sapere cosa offre e cosa devi aspettarti. Tutto lì. Invece tu non hai bisogno di una cosa del genere. Al contrario. Ti fa male.» «Ma no dai, intanto martedì usciamo a cena.» «Evviva.» Le due rosse medie erano già state svuotate e prontamente sostituite con due nuove. Più un piatto di nachos con la salsa piccante. Paolo proseguì: «Per lo meno cerca di non finire con la cena e basta. Cavolo. O vai a fondo o lasci perdere, ste cose di mezzo non hanno senso.» «Vedrò cosa fare. Ma tu non la conosci, sai.» «Beh mi basta già sapere come l’hai conosciuta.» «Perché? Le ho aggiustato il citofono. Che c’è di strano?» «No no niente. Mi domando solo come sarà finita con quello che le ha


29 consegnato il materasso nuovo.» La serata fu piacevole. Senza far troppo tardi. Luigi rientrò a casa rilassato, finalmente, dopo giorni di tensione. Non si preoccupò nemmeno di controllare la casa. Entrò dal portone senza ansia, se lo chiuse alle spalle, salì in casa e si mise a letto. La mattina successiva si annunciava una bella giornata, un piccolo dono di settembre, un’ultima vampata di caldo e cielo limpido. Luigi uscì di casa con l’idea di fare qualche piccola spesa. Si incamminò e passò davanti alla porta della panetteria. Poco dopo averla superata fu raggiunto dalla ragazza del negozio, lo chiamava. «Scusa. Scusa. Ciao, senti tu ti chiami Luigi vero?» «Sì», rispose lui fermandosi. «Cos’è, i biscotti si erano rotti tutti vero?» «Ma no. Piacere, Erica», si pulì la mano nel grembiule prima di porgerla. «Piacere Erica», ricambiò lui. «Senti», proseguì lei con un chiaro imbarazzo. «Scusami, lo so che mi metto in faccende che non mi riguardano.» Luigi non capiva, la esortò con lo sguardo a proseguire. «Volevo dirti che non va tanto bene secondo me come hai trattato quel tuo amico olandese.» Luigi strabuzzò gli occhi. «Senti, io non so cosa sia capitato tra di voi, ma così non va bene, sai? Non è karmico, capisci.» L’ingresso di questo argomento nella bella giornata che si annunciava era parecchio fastidioso, però Erica sembrava sincera, molto aperta e onesta. Questa cosa gli impedì di essere brusco. «Ma guarda che io non l’ho mica trattato male, lui pretendeva di entrare in casa mia e io non ho voluto, tutto qua.» «Ah. Però guarda che era spaesato poverino. Scusa eh, ma se uno arriva fin qua dall’Olanda e poi si trova senza un posto dove andare, non sa bene la lingua, di sera così, non è bello. L’ho aiutato io sai?» «Come?!» A Luigi questa cosa diede subito fastidio. «Mi stai dicendo che è venuto a dare fastidio a te?» «Ma no, non ha dato nessun fastidio. È stato gentilissimo, molto distinto ed educato. È tornato in negozio e mi ha chiesto se potevo controllare dei soldi che aveva dietro. Non li conosceva. Allora gli ho spiegato che erano euro buoni e glieli ho messi in ordine dai più grossi ai più piccoli. Poi mi ha chiesto se c’era qui vicino un posto per dormire e l’ho mandato all’Hotel Grassi, quello oltre il Corso, hai presente?» «Scusami Erica, mi spiace che tu sia rimasta coinvolta in questa cosa, non doveva comportarsi così.» «Ma no, ti ripeto che è stato gentilissimo, nessun problema. E poi non mi sembra proprio che meriti un trattamento simile, no? Non è bello.» «È più complicato di quello che sembra Erica.»


30 «Ma qual è il problema?» «Il problema è che se fosse veramente olandese saprebbe usare gli euro.» Luigi si scusò ancora con Erica, la ringraziò per la disponibilità e si allontanò. Iniziò a filtrare in lui una certa inquietudine. Uno scomposto senso di colpa. Due pensieri si sovrapponevano. Primo il timore di aver liberato per il mondo una specie di alieno, o presunto tale, che poteva essere un pericolo vagante. Secondo, suo malgrado dovette riconoscerlo, il disagio di aver maltrattato qualcuno che, in fondo, non gli aveva fatto nulla. Decise di deviare un poco dal suo percorso e andare a vedere la situazione all’Hotel Grassi. Il piccolo hotel ricavato tra i palazzi aveva un dehors sulla strada. Luigi, avvicinandosi, riconobbe Arnaldo già da lontano. Era seduto a un tavolino, col cappello in testa e la cravatta ben annodata. Un cameriere gli stava depositando sul tavolo una tazza e un piattino con delle brioches. Nel complesso non sembrava molto fuori posto. Luigi si avvicinò, salì nel dehors. Arnaldo non fece cenno di voltarsi. «Ciao», tentò Luigi timidamente. Arnaldo si voltò, serio. «Ciao», replicò col suo strano accento. «Posso sedermi?» «Fai pure.» Luigi scostò una sedia e si sedette allo stesso tavolo. «Sei andato da Erica, vero?» «Sì. È una persona molto educata e gentile. Lei.» «Ti trovi bene qui?» «Non c’è male. Solo che è molto pericoloso.» «Pericoloso? Ma cosa dici? È un bell’albergo in un quartiere tranquillo di Torino, non c’è nessun pericolo qui.» «E io cosa ne so? Secondo te? Secondo te sono in grado di distinguere il pericolo qui? Secondo te io posso sapere cosa mangiare e cosa no? Mi arrangio. Per fortuna sono attrezzato.» Estrasse dalla tasca una specie di termometro a bulbo. Ne inserì la punta nella tazza e osservò dei disegni formarsi sul disco, all’estremità opposta dello stelo. «Bene, questo posso berlo. Ma per esempio il cloruro di sodio è un problema, lo mettete dappertutto, a me fa male.» Eseguì il test col termometro anche sui croissants. «Ecco vedi qui già ce l’avete messo. Ma è poco, lo posso mangiare.» «Molti amano bagnare la brioche dentro il latte, sai? Prova.» Arnaldo provò, inserendo mezzo cornetto nella tazza prosciugandone praticamente il contenuto. «Non male», confermò annuendo dopo averlo assaggiato. Luigi stava considerando tra sé cosa fare, forse questo strano individuo


31 avrebbe potuto aiutarlo a capire la situazione in cui si era messo. «Non è necessario, Luigi, non ci vengo a casa tua, non è il caso.» «Va bene», Luigi accettò lo smacco di essere stato capito in anticipo per l’ennesima volta. «Però se vuoi puoi venire con me, devo fare delle cose, mi segui, facciamo cose normali eh, niente roba da turisti, ma almeno so che non vai a fare dei danni in giro.» «Per me va bene», confermò Arnaldo. «Non chiedo altro, il bello è proprio vedere le cose che fate normalmente.» Rimasero in silenzio mentre Arnaldo finiva la colazione. «Ora andiamo, se mi lasci fare pago io la colazione ok?» propose Luigi. Arnaldo annuì, un accenno di sorriso sul volto. Luigi estrasse il portafogli dalla tasca, nel farlo fece scivolare fuori anche il cellulare che rotolò sul pavimento, aprendosi. Il guscio da un lato, il corpo dall’altra, la batteria rotolò fino sul marciapiede. «Scusa eh, però potevi avvisarmi prima no?» borbottò Luigi intento a raccogliere tutti i pezzi. «Non ne vedo assolutamente il motivo», rispose Arnaldo continuando a fissare l’orizzonte. Era già pomeriggio inoltrato quando i due uomini si sedettero su una panchina, in un piccolo giardino cittadino. Davanti a loro bambini che giocavano e qualche cane che correva. Arnaldo, sempre cappello e cravatta serrata, commentò: «Il mercato era molto bello. È un punto d’incontro di tutte le civiltà.» Luigi ascoltò. Arnaldo praticamente non aveva parlato per tutto il giorno, solo esclamazioni, risatine. A volte si era fermato a osservare stupefatto delle cose. Un bidone dell’immondizia, la vetrina di una farmacia. Varie volte si era messo a ticchettare con le dita della mano destra sul palmo sinistro, come se stesse suonando un organetto. «Prendo appunti», era stata la spiegazione. Ora per la prima volta faceva un discorso compiuto. «I mercati sono quasi tutti uguali, in tutta la galassia. Cambiano le merci. Cambiano gli odori. A volte si sta appesi all’ingiù a volte si galleggia. Ma lo spirito è sempre lo stesso. Sono sempre affascinanti. «Invece una cosa che proprio non sono riuscito a capire è l’Ufficio Postale.» «Ah non dirlo a me!» confermò Luigi «Non capisco perché sia così importante mandarsi questi fogli di cellulosa. Deve essere qualcosa di rituale, una cosa sacra no? Come se il medesimo messaggio, mandato in altri modi o detto di persona non avesse valore, invece se lo incido su un foglio di cellulosa e te lo mando assume una specie di sacralità. Mi sono fatto quest’idea.» «Più o meno è così.» Luigi, nelle ore passate, si era lentamente adattato a considerare la presenza di Arnaldo tra le cose normali. Ormai la sua mente era disposta a dare per


32 reale e assodata la presenza dello strano individuo. Eppure ancora, razionalmente, insisteva il sospetto che tutto fosse una sorta di truffa. Per difendersi da queste cose, sovente, si cercano i punti deboli, le incongruenze. E in questa situazione, ovviamente, ce n’erano moltissime. Luigi si decise a investigare, consapevole che la posta in gioco era alta. Da un lato, smascherare l’assurdo. Dall’altro la possibilità di trovare conferme e preoccupanti chiarimenti che tutto fosse assolutamente vero. «Come mai», chiese, «tu capisci la mia lingua?» «Oh, uso un traduttore, ci sono moltissimi sistemi per questo, vedi questa?» e gli indicò un piccolo auricolare nell’orecchio sinistro. «Quello è un traduttore simultaneo?» «Non proprio, io uso un traduttore “più che simultaneo”. Traduce in anticipo, sia quello che dici tu, così me lo recita mentre tu parli, sia quello che io intendo dire, lo prevede e me lo bisbiglia nell’orecchio, detto nella tua lingua. È un po’ faticoso perché devo sempre ripetere parole che non conosco. Però, rispetto a un traduttore sintetico, che parla lui, ci si guadagna molto sul rapporto sentimentale. Mi piace di più.» Una risposta per tutto. Questo era convincente, ma non molto confortante. E la questione del tempo, della visione del futuro? Quella conteneva degli assurdi grossi. Non avrebbe retto. «Ma scusa», domandò. «Ma tu quindi riesci a vedere il futuro?» «No, non è così. Non so come spiegarti. Io non riesco a immaginare come puoi vivere tu con una percezione temporale così ridotta. Ascolta, immagina di camminare al buio.» Luigi annuì, mentre Arnaldo proseguiva: «Se cammini con le braccia distese avanti, tu ti accorgi se c’è qualcosa no? Lo senti, lo tocchi.» «Sì.» «Ecco per noi è più o meno così. Non è vero che vediamo il futuro. Siamo consapevoli di quello che ci aspetta esattamente come se avessimo un braccio teso in avanti.» «Ma quindi se ti succede qualcosa di brutto tu lo sai prima?» «No. Molte cose spiacevoli semplicemente si evitano, tutto lì. Se tu cammini al buio e la tua mano tocca un palo, tu cambi strada e lo eviti. Io mi chiedo come fai tu a vivere così, senza sapere, sei cieco dal mio punto di vista.» Luigi rifletteva sulla condizione del suo vicino: «Ma allora sei praticamente immortale.» «No, affatto, perché?» «Perché se hai un incidente, per dire, lo sai prima e lo eviti, no?» «Più o meno, le cose banali puoi evitarle, ma nella vita non abbiamo mica tutte queste possibilità di manovra. Tante situazioni sono inevitabili. Voglio dire, se siamo in cima a un palazzo e questo crolla, io posso saperlo un po’ prima. Ma non avrei certo il tempo di andarmene. Oppure a volte sono i fatti, il destino che ti impedisce realmente di fuggire alle cose, a volte sono


33 scelte.» Luigi volle approfondire: «Ma allora, scusa, se un giorno tu dovessi morire, lo sapresti prima?» «Saprei che la mia morte si è messa in movimento, poi ci vorrebbe un po’ prima che si compisse.» «Ma è tremendo?! Ma come si può vivere un momento simile? È un angoscia.» «E perché mai? Tu forse pensi di non morire mai?» «No, certo che no. Mi capiterà, spero che sia improvviso e senza troppe cerimonie. Via, finito.» «Invece io non potrei essere sereno se sapessi che la morte può prendermi così, senza tempo, senza preparativi. «Per noi è importante, se hai vicino delle persone care, le saluti, le avvisi. Puoi dire quello che magari non avevi detto prima. Puoi scrivere qualcosa per chi non c’è. Puoi accertarti che tutto sia in ordine, puoi fare un bilancio delle cose, puoi distaccarti, puoi cercare la serenità. Sono cose importantissime. «Tu come fai? Tu rischi di non poter fare nulla di tutto questo. Magari stai per morire, non ne sei consapevole, come non lo sei di nulla, e anziché fare le cose importanti te ne vai all’Ufficio Postale. E muori così. «Come fate a vivere così? Per me è come se tu vivessi correndo all’indietro, senza mai vedere cosa ti aspetta. Io non lo so se avrei il coraggio di vivere come voi.» Rimase spiazzato dall’argomento. Ma fece uno sforzo per tornare alla sua lista mentale di incongruenze, che richiedeva di essere ancora aggredita. C’era un altro tassello, un altro varco nel complotto, fondamentale. «E come avresti fatto ad arrivare qua dal tuo pianeta?» chiese Luigi. «Come li avresti risolti tutti ‘sti problemi di distanza, velocità della luce, accelerazione?» Arnaldo fece un’espressione stupita, sorridente. «Davvero avete ancora di questi problemi?» chiese. Luigi non rispose. E Arnaldo proseguì, con lentezza. Soppesava le parole. «Due limiti, vero? Spazio e tempo. Hai appena capito che la percezione del tempo, così come la conosci, è discutibile, è relativa. La mia è diversa, no? Altrettanto lo spazio.» Luigi iniziava a sospettare di aver toccato il punto debole della costruzione. «Mah», obiettò, «a me sembra un po’ fumoso. Tante belle frasi d’effetto, non mi hai spiegato nulla.» Arnaldo rifletteva e soppesava. «Qui c’è un problema, tu mi sembri troppo impreparato.» «Ah! Io?! Non sarà che invece sono troppo preparato e non vi eravate organizzati una risposta per questo? Eh? Tu e il tuo amico che ti manda i suggerimenti nell’auricolare?!» Nella mente di Luigi si materializzò una spiegazione.


34 Si alzò di scatto e iniziò a guardarsi intorno. «Cosa succede?», chiese Arnaldo preoccupato. «C’è un pericolo che non so?» «Finiscila Arnaldo! Ho capito tutto, voglio vedere dove sono nascoste le telecamere. Una roba così in grande poteva essere solo una specie di reality show. «Dai, è finita. Ho capito tutto, potete uscire!» Arnaldo osservava muto. Luigi insisteva a guardarsi attorno. Iniziò a spostarsi avanti e indietro attorno alla panchina, scrutava oltre le siepi, dietro i lampioni. Cercava un segnale, un furgone strano, qualcosa. Arnaldo si alzò lentamente. «Ascolta Luigi, io ora vado al mio albergo, sono capace, ok?» «Certo certo! Dileguati! Ora che ti ho scoperto. Fai bene a battere in ritirata. È finito questo scherzo stupido! Vai pure va’.» Arnaldo si allontanò e prese la strada verso l’albergo. Mentre Luigi continuava a girovagare per il giardino, ispezionando angoli, anfratti, auto parcheggiate. Guardando sui cornicioni in alto e sui tetti alla ricerca di telecamere e apparati sospetti. Dopo vari minuti iniziò a sentirsi ridicolo. Cedette e decise di dirigersi verso casa. Quando rientrò fu toccato dal sospetto che anche la propria casa potesse essere stata riempita di microfoni, telecamere e tutto quanto fosse necessario per realizzare un reality show a sua insaputa. Stava per mettersi alla ricerca delle prove, quando in lui accadde qualcosa. Non possiamo sapere di cosa si trattò esattamente, ma fu, probabilmente una enorme fortuna. Forse fu una sua qualità nascosta che emerse, forse fu il frutto di tutta la sua vita, le sue esperienze, l’educazione ricevuta, quella vera della famiglia e degli amici, non quella scolastica. Forse fu solo fortuna. Forse fu una capacità innata, per la quale Luigi non aveva alcun merito, ma della quale poteva godere. Forse l’Universo stesso intervenne, con un lieve senso di colpa, per aver travolto una propria creatura in una questione fondamentalmente errata e molto più grande di lui. In sostanza Luigi riuscì per un istante a vedere sé stesso dall’esterno, e comprese la forma del labirinto in cui la propria mente era imprigionata. Alcuni la chiamerebbero “illuminazione”. Luigi cessò ogni movimento, si trascinò fino accanto al divano, e vi crollò. Quello che aveva compreso era che ormai non c’erano vie d’uscita. Ormai la sua mente poteva prendere solo due strade. Da un lato accettare l’interferenza nella propria vita di questo assurdo episodio intitolato “Starpillow”, riconoscerlo per vero, e decidere da quel momento in poi come gestire questa presenza.


35 Dall’altro poteva solo inabissarsi nei meandri infernali della persecuzione. Ammalarsi di sospetto, di sfiducia, costruire complotti e macchinazioni sempre più convincenti. Convincenti perché sarebbe stato egli stesso a concepirli, quindi inattaccabili e opprimenti. Diciamoci la verità, nelle sue medesime condizioni molti avrebbero ceduto alla seconda via. Molti avrebbero ostinatamente creduto alla realtà conosciuta. A costo di trasformare la propria mente e la propria vita in un inferno di macchinazioni e oppressioni. Ebbene, Luigi no. Luigi riuscì in qualche modo a capire. Non smise di sospettare che non ci fosse follia anche nella prima strada. Ma capì che la seconda via sarebbe stata un inferno. Per questo smise di cercare telecamere e microfoni. Aveva capito che non ne avrebbe trovati. E che se ne avesse trovati mai, sarebbe stato peggio, sarebbe stato per la sua mente l’inizio della fine. Forse questo fatto da solo gli dà diritto di essere l’eroe di questa storia, no? Rimase lì sul divano a lungo. Lo risvegliò un messaggio sul cellulare. Paolo lo invitava a unirsi ad altri amici per la serata. Rispose declinando. Il momento richiedeva solitudine. Cercò di dormire con poco successo. L’aspetto sorprendente fu che, delle tante cose incredibili che avrebbe potuto pensare, dei tanti problemi che avrebbero potuto preoccuparlo, la cosa che maggiormente gli disturbò il sonno fu una domanda che aveva posto lo strano forestiero: … Come fate a vivere così? Per me è come se tu vivessi correndo all’indietro, senza mai vedere cosa ti aspetta. Io non lo so se avrei il coraggio di vivere come voi… Il mattino seguente si alzò presto, non comune per una domenica, e andò subito all’Hotel Grassi. Chiese se quel signore danese fosse già sceso, gli dissero di no. Allora si sedette nel dehors per aspettarlo. Dopo una mezz’ora arrivò il cameriere con due cappuccini e due brioches. «Il suo amico la avvisa che scenderà tra poco», precisò. E così fu. Arnaldo arrivò e si sedette al tavolo. «Tutto bene?» chiese. «Sì, tutto bene», confermò asciutto Luigi. Si avvicinò una delle tazze e si apprestò a fare colazione. Così fece anche Arnaldo. Dopo qualche minuto, Luigi parlò. «Quanto tempo dovresti rimanere qua?» «Ancora oggi.» «Allora ascoltami, ti propongo questo: non so cosa vuoi o cosa ti interessa, non posso saperlo. Ci facciamo un giro ok? Non ho un programma, vado solo in giro, tu mi segui e puoi stare sicuro che se segui me non ci sono pericoli, ti guardi intorno, prendi appunti sulla mano, fai quello che vuoi.» «Va benissimo», approvò Arnaldo. Si alzarono e si incamminarono. Per tutto il giorno, come il giorno precedente, non parlarono praticamente


36 mai. Luigi scoprì quanto può essere lunga una giornata di sole. Quanta strada si può fare camminando per ore. Si accorse che il suo vicino di passeggiata aveva una certa paura delle automobili. Capì che il tratto in metropolitana fu per lui un’esperienza abbastanza spaventosa. Si ricordò del problema con il sale, quindi decise di evitare un pranzo vero e proprio e optò per un grosso gelato, non fu certo se il suo compagno gradì veramente. Gli appunti di Arnaldo, da ciò che si poteva capire osservandolo, riguardarono gli alberi, i gruppi di piccioni, il legno di certi negozi antichi con le facciate liberty. Si fermarono al centro di un ponte, Arnaldo lo pregò di rimanere lì. Rimasero molto tempo a osservare il fiume. Entrarono in una chiesa. In un supermercato. Salirono verso la collina lungo una strada e tornarono giù da un sentiero, in mezzo al bosco, momento che mise l’alieno in grande disagio, sebbene continuasse a scrivere fiumi di appunti su quel luogo. Dopo un lungo anello, nuovamente nel tardo pomeriggio, i due si sedettero sulla medesima panchina del giorno prima. Questa volta fu Luigi, dopo aver taciuto tutto il giorno, a rompere il silenzio. «Mi chiedevi come si può fare a vivere come noi.» «Dimmi», chiese Arnaldo. «L’unica soluzione è cercare di fare cose importanti in ogni momento della tua vita. In modo che qualunque cosa accada tu sappia che sei a posto, che ne è valsa pena.» «Beh», confermò Arnaldo, «se è così è molto impegnativo, ma non è affatto male come vita.» Luigi annuiva guardando i bambini che giocavano davanti a lui. Volle ripetere la domanda irrisolta del giorno prima: «Non mi hai ancora spiegato come riesci a viaggiare, cosa hai? Un’astronave? Una specie di teletrasporto?» «Non ho la traduzione dell’ultima parola che hai detto. Non importa. Proverò a spiegarti, anche se ho il timore che qui ci sia un errore, tu non dovresti essere così impreparato.» «Si, hai ragione, sicuramente c’è un errore. In qualche modo lo sistemerò. Ma adesso voglio una risposta, sei qui, è tardi per farsi questi problemi.» «Va bene», riprese Arnaldo. «Tu parli di velocità, sai definire cosa sia la velocità?» «Certo che lo so. È il rapporto tra lo spazio percorso e il tempo trascorso», Luigi riteneva di essere sottovalutato. «Esatto. Quindi come puoi aumentare la velocità? È semplice, è una banale divisione.» «Aumentare la velocità? Energia, ci vuole energia da qualche parte.» «Li conosci i limiti?» «Li ho studiati, non mi ricordo tutto, so il concetto.»


37 «Allora dimmi, se la velocità è lo spazio diviso il tempo, qual è il limite della velocità quando il tempo tende a zero?» Luigi pensò un momento, c’era un tranello? La risposta era banale: «La velocità tende a infinito.» «Esatto! Questo è il metodo che alcune specie usano per viaggiare. Anche noi. Se hai padronanza col tempo, puoi far tendere il tempo a zero, così la tua velocità può essere praticamente infinita.» Luigi era interdetto. La spiegazione era contemporaneamente assurda e inappellabile. «Ma secondo me è al contrario», obiettò. «Io posso accelerare, posso agire sulla velocità e di conseguenza il tempo del viaggio cambia. Il tempo è una conseguenza.» «Non è così.» Arnaldo sorrideva. «Questo è un limite della tua percezione.» Rimasero ancora in silenzio molti minuti. «Invece sai cosa avete di bellissimo?» proseguì Arnaldo. «Quelle.» Tese un braccio verso l’alto, a indicare. Luigi guardò. «Le nuvole?» «Sì, Nu Vo Le, si chiamano così?» «Sì, è acqua, è aria piena d’acqua che vola, più o meno è quello.» «Beh sono bellissime. Da noi c’è acqua nel sottosuolo, ma non sulla superficie, quindi non si formano masse di acqua volante così grosse.» «Hai ragione comunque», confermò Luigi. «Sono veramente belle. E poi devi vedere più tardi! Quando il sole scende cambiano colore e diventano gialle, rosa, rosse, poi blu, è uno spettacolo. Se aspettiamo un po’ le vedi, ti va?» Si voltò per ricevere una conferma. Ma non vide più nessuno. Avreste visto un uomo solo seduto sulla panchina di quel giardino. Nessuno ci fece caso, nessuno notò il fatto strano che uno dei due si fosse dileguato nel nulla. Luigi rimase interdetto, senza parole. Poté solo dire, a bassa voce: «Arnaldo. Non hai visto il tramonto.»


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4. BUDINI

La settimana, potrete immaginarlo, iniziò vedendo Luigi in uno stato molto diverso dal solito. La sera prima aveva riflettuto molto sullo strano incontro. Arnaldo non era stato affatto un brutto incontro. Era stato persino troppo disponibile. Luigi si rammaricava solo di una cosa. Se avesse avuto maggiore disponibilità e maggiore apertura mentale, forse avrebbe potuto coinvolgerlo, col suo “modulo temporale” in qualche attività utile, tipo andare a caccia di gratta e vinci, o fare scommesse sui cavalli. Oltre a questo dettaglio prosaico, erano rimaste nella sua vita due nuove realtà, con cui era opportuno confrontarsi. La presenza incontestabile di Starpillow e l’importante scoperta che aveva fatto sul valore di vivere senza conoscere il futuro. Le due cose, in fondo, si completavano molto bene. Quale modo migliore di dare valore ai propri giorni, se non adoperarsi per sventare un’invasione aliena diretta verso la propria casa? Il lunedì trascorse in modo meno pesante del solito. Luigi aveva pianificato la serata, ed era solo preoccupato di togliersi di mezzo la giornata di lavoro, per poter mettere mano ai suoi problemi. Unica differenza riscontrabile rispetto a qualsiasi altro lunedì fu il saluto di Stella all’ingresso nell’ufficio. «Percepisco dei cambiamenti», mormorò osservando Luigi a occhi stretti. Rientrando a casa Luigi volle passare in panetteria, per tranquillizzare Erica e spiegarle che Arnaldo era partito incolume. «Ciao», salutò lei vedendolo entrare. «Ciao. Senti, volevo ancora scusarmi per l’altra sera, per quel mio amico.» «Ma no ma no, ma poi come è andata?» «È partito ieri sera, tutto bene, ci siamo chiariti.» «Oh meno male, è meglio così. Non bisogna lasciarsi del dolore alle spalle, non si sa mai domani cosa potrebbe succedere.» Luigi fu colpito da questa affermazione, seppur semplice. «Prendo qualche altro biscotto», disse, pensando di ripagare in qualche modo il disastro dello scatolone. «Va bene.» Sorrise lei. «E se ti va sto provando a fare delle torte, sai per fare qualcosa in più.» «Ah sì? Le fai proprio tu?» Lei annuì. «Allora un pezzo lo prendo», propose lui. «Come sono?»


39 «Se ascolti me quella coi mirtilli è venuta particolarmente buona.» «Ok allora, prendo un pezzo di quella.» Luigi rientrò in casa con un sacchetto di biscotti e un pacchettino che avvolgeva la torta di mirtilli. Posò il tutto sul tavolo e, finalmente, si sedette davanti al computer. Aveva un progetto, la prima cosa da fare era conoscere bene il proprio nemico. Il primo passo quindi sarebbe stato quello di analizzare il sito con molta cura. Ogni pagina, ogni meccanismo. Le regole, i metodi. Ritornò sul sito, ormai eletto a suo principale nemico, e decise per prima cosa di studiare a fondo il proprio profilo. L’indicatore delle visite era salito da 1 a 2. I punti cuscino a 108. Aprì il collegamento delle visite. Ora l’elenco riportava sia Zxzzy che la nuova riga con scritto “Arinwal’s”, probabilmente era Arnaldo. Arnaldo usava un traduttore coi fiocchi, non certo il Goolaxy. E la traduzione del suo nome era stata più precisa. Luigi si stupì quando si accorse delle constatazioni che stava facendo, ormai si era calato nella realtà della cosa. Cento e otto punti significava che Arnaldo gli aveva dato solo 3 punti cuscino. Comprensibile, persino tanti. Considerato che l’aveva praticamente sbattuto fuori da casa. Si sarebbe aspettato anche un bello zero. Volle leggere la recensione lasciata da Arnaldo: “Attenzione. L’esperienza è molto affascinante e molto valida. Però segnalo a tutti i soci viaggiatori che il soggetto, indicato come Sapiens Sapierit, si è dimostrato in realtà un Sapiens Sapiens. L’intero pianeta è abitato da Sapiens Sapiens. Di conseguenza questo viaggio rappresenta un’occasione unica, un tuffo nell’antichità e un’avventura molto profonda e affascinante. Ma altresì è un viaggio molto impegnativo e pericoloso, che consiglio solo a soci molto esperti e con grande pratica di viaggi non organizzati. Luigi è una brava persona, con tutti i limiti comprensibili, data la sua specie”. Luigi terminò la lettura ad alta voce. «I limiti della sua specie?!» C’erano diversi aspetti nel post di Arnaldo che Luigi trovava fastidiosi. Prima di tutto il paternalismo e il basso giudizio che sembrava trasparire. Il tutto, però, bilanciato dal fatto che l’esperienza era giudicata talmente bella da meritare il rischio. Il leggero accenno di soddisfazione venne cancellato immediatamente quando Luigi si rese conto che, con questo meccanismo, altri alieni venivano esortati a visitare casa sua. Questa era certamente un’emergenza che meritava la priorità. Essendo ormai entrato nella modalità di combattimento, Luigi ragionava in modo molto lucido, vedeva ora scopi e priorità. L’obiettivo finale era


40 liberarsi di Starpillow e di tutte le conseguenze che portava. In questo percorso il primo passo, la vera priorità, era bloccare la sequela di alieni che avrebbe potuto presentarsi alla sua porta. Comprese immediatamente che i punti cuscino potevano essere la chiave. Certamente erano un sistema che permetteva di dare una misura della qualità dell’ospite. Probabilmente se avesse avuto una serie di valutazioni basse, magari degli zero belli tondi, tanti di fila, i visitatori avrebbero iniziato a evitarlo. Questa era una strategia convincente. Inoltre gli andava a genio, l’idea di trattarli tutti molto male gli dava, in fondo, un certo piacere. Il problema si sarebbe risolto da sé e con soddisfazione. Senza dimenticare che anche Swappo, Swompolo, come cavolo si chiamava quello, aveva chiaramente dichiarato che la permanenza di Luigi in questo sistema non era opportuna. Avrebbe provveduto a cancellare tutto. Si trattava di difendersi per poco tempo, e con tenacia. Luigi era molto concentrato e determinato, sentiva in sé di aver tracciato la strada verso la vittoria. Ovviamente voi, sapendo che siete ancora ben lontani dalla fine del libro, non avete affatto fiducia nelle idee di Luigi, ma, come avevamo detto già in precedenza, lui non lo sa e ha bisogno dei suoi tempi. E proprio mentre lo stiamo osservando, seduto alla scrivania, mentre sollevava le mani dalla tastiera e si appoggiava allo schienale con il volto carico di orgoglio e combattività, proprio in quel momento sentì bussare. Avrete già capito più o meno dove si andrà a parare e, siamo onesti, anche Luigi in fondo lo aveva capito. Solo che sperava di no. Preferiva non crederci. Rimase immobile sulla sedia, in ascolto, chiedendo mentalmente all’Universo che non fosse vero. E invece: toc toc toc. Tre colpi, ma, ancora più inquietante, non provenivano dalla porta, bensì dalla direzione della cucina. Non fu facile decidersi ad andare. Cos’era che stava bussando? Da dove bussava? Da dentro il frigo? Dalla finestra? Luigi trovò il coraggio quando tornò a concentrarsi sulla missione. Zero punti cuscino! Avrebbe dato un’accoglienza pessima! Iniziava la battaglia finale. Scattò in piedi, un passo dopo l’altro, fino a voltare nella porta della cucina. Accese la luce, nulla. Stanza vuota. Toc toc toc. Era la finestra del balcone. Nell’oscurità si intravedeva, oltre il vetro, qualcosa che luccicava a tratti, non alto, non arrivava a un metro e mezzo. Era difficile da lì capire bene quale fosse la forma. Luigi si avvicinò lentamente alla finestra. Ci volle un respiro per decidersi, ormai era deciso, era guerra. Mano alla maniglia. Aprì.


41 «Ciao!» una voce da ragazzino, molto dolce. «Piacere! Mi fai entrare?» Gli intenti bellici di Luigi rimasero momentaneamente paralizzati, per qualche istante vinse lo stupore. Sul balcone c’era, se Luigi l’avesse dovuto descrivere a parole sue, una enorme gelatina di frutta, appena scodellata fuori da una forma per budini grossa abbastanza da nutrire una caserma. Una specie di tronco di cono gelatinoso e trasparente, con una bella sfumatura verde bottiglia, due piccole braccine, un bocca sorridente larga mezzo metro e due grossi occhioni neri cigliati, grossi come noci di cocco. Silenzio inverecondo, mentre i due si fissavano. La gelatina con un ampio sorriso. Luigi con la smorfia paralizzata di chi non riesce a formulare la domanda. «Tu sei Luigi vero?» riprese sorridente il budinone. Luigi ebbe bisogno ancora di qualche momento per riuscire a radunare le intenzioni. Ormai lo sapete che in certe cose è lento. Ma superato lo stupore riuscì a tornare sui suoi intenti guerreschi. «A te non deve importare chi sono o chi non sono! Chiaro?!» rispose risoluto. «Non so tu cosa cavolo sia o che idee ti sia fatto, ma tu in casa mia non entri. Chiaro?!» Luigi sentiva finalmente la determinazione battergli in petto. L’invasore dallo spazio mutò espressione. La bocca si raddrizzò. Gli occhi persero la luce del sorriso. Luigi iniziò a temere di avere fatto una grossissima cavolata. La bocca del mostro iniziò a incurvarsi leggermente in basso. Gli occhi si rivolsero verso il pavimento. Mentre tutta la massa verde veniva percorsa da tremolanti increspature. Luigi, lentamente, temendo il peggio, iniziò a chiudere la finestra, ma una delle due manine verdi scattò in avanti e afferrò il bordo dell’anta. Il mostro alzò i grandi occhi a cercare quelli di Luigi. Li incontrò. Gli enormi occhi neri si gonfiarono di acqua, che iniziò a traboccare verso il pavimento. Mentre il mostro apriva l’enorme bocca ricurva e pronunciava più o meno questo anatema: «Ma perché mi tratti cosiiiiiiiii… Bhuaaaaaaaa ha ha haaaaaa …» Il volume del pianto era spaventoso, l’acqua sgorgava dagli occhioni neri a pentolate, si spargeva sul pavimento del balcone e iniziava a gocciolare verso il cortile. Un momento per riprendere fiato e via, ancora più intenso e acuto: «Huaaaaaaaaaaaaaa, noooooooooo. Ma perché sono venuto fino a quiiiiiiiiiwwwwwwwwwwwaaaaaaa. Me che brutta ideaaaaa. » «Wuaaaaaahawwwwaahaaaaahahahaaaaa. » L’aggressività gonfiata e posticcia di Luigi si trasformò subito in imbarazzo. Si chinò in avanti verso la gelatina urlante «No, no, non fare così. Dai. » «Hiiiiiiiii», sospiro, «Hiiihihiiiiiiii», inspirazione con risucchio.


42 «Aspetta dai.» Luigi allungò una mano verso un asciugamano della cucina e lo porse al mostro. «Dai non piangere.» La gelatina prese il telo, lo avvicinò agli occhi e in pochi istanti lo inzuppò completamente, mentre il respiro iniziava a normalizzarsi. «Eeeecco, bravo», lo blandì Luigi, mentre iniziava a notare che altre finestre del cortile si stavano accendendo, altre aprendo, spinte dalla curiosità degli occupanti. «Ascolta», continuò a bassa voce, «adesso è meglio che entri sai? Braaaaavo, su piano piaaaano, ecco seguimi.» Mentre osservava l’ammasso verde entrare nella sua cucina singhiozzando e tremolando comprese con sorpresa quale fine misera avesse fatto il suo programma di difesa. Entrata tutta la massa verde, Luigi si premurò di chiudere la finestra e accostare le tende. Si girò a osservare la situazione. Cosa c’è poi di strano nel vedere un budino in una cucina? Beh, un budino di un metro cubo per duecento chili, posato sul pavimento già non è comune. Se poi parla, obiettivamente, è piuttosto unico. Luigi aggirò la massa per riportarsi davanti a lui, lei, esso, coso. Guardò nuovamente dentro i grandi occhi neri. No, non doveva farlo, troppa disponibilità tutta insieme. Gli occhioni ripresero a inumidirsi, mentre Luigi, mani sulla fronte, balbettava: «Noooo , noooo, suuuu, bravo…» «Hwuaaaaaaaahahaaaaaaa… cosa ho faaattooooowwwowowwwwww… non ci dovevo venire quaaaaawaaawaaaaaaa», con i due braccini incurvati e con le piccole manine verdi appoggiate sopra i grandi occhi. Il telo da cucina era ormai una pallotta zuppa e inutile. E sul pavimento stava ricominciando ad allargarsi una macchia d’acqua. Luigi si sforzò di pensare alla soluzione più efficace possibile in grado di asciugare tutto. Corse via e un secondo dopo rientrò in cucina con l’accappatoio in mano. L’alieno lo prese e se lo premette sugli occhi senza smettere di singhiozzare. Fu una felice intuizione, o forse un’idea del tutto casuale, che spinse Luigi a fare una proposta per distrarre l’invasore dai suoi pensieri «Ascolta. La vuoi vedere una cosa?» L’alieno cessò di singhiozzare e sollevò gli occhi verso Luigi. Il quale, preso in mano il telecomando, accese la televisione. «Guarda!» pronunciò a bassa voce. «Sai cos’è? Da qua si vede tutto il mondo.» «Ooooooh», l’alieno rimase subito rapito. Luigi approfittò del momento di calma e raccolse i panni bagnati. L’alieno fece un grosso sospiro, si girò sulla base per guardare di nuovo Luigi, dal basso del suo metro abbondante. Porse la manina verde e si presentò. «Piacere, io sono Briciolino.» «Briciolino?»


43 «Sì, e tu sei Luigi vero?» «Sì, sono Luigi, piacere.» La manina verde era, come ci si poteva aspettare, molle e gommosa. Ma aveva una stretta vigorosa. «Grazie che mi ospiti a casa tua», riprese Briciolino. «Sei proprio gentile.» E gli occhi ricominciavano a gonfiarsi di lacrime. «Eh no eh, santo cielo, su non è mica il caso di piangere! Dai guarda che cambiamo canale, eh?» Furono necessari vari asciugamani, e per finire anche due coppie di lenzuola matrimoniali per raccogliere le lacrime senza fine di Briciolino. Ma dopo un po’ i pianti sembravano definitivamente superati. Erano sul pavimento della cucina, Luigi seduto a gambe incrociate, con davanti il mucchio di stoffe bagnate, rivolti verso la televisione che a quell’ora mandava una televendita di gioielli. «E così alla fine ho deciso di farlo sul serio, capisci Luigi? E di partire davvero.» «Beh, io credo che tu sia stato coraggioso», rispose Luigi. «Quindi non eri mai venuto così lontano? Nemmeno con tua mamma?» «Oh no! Io ho sempre solo viaggiato con la mamma. E comunque anche con lei al massimo siamo andati nei soliti posti.» «E allora sei doppiamente coraggioso. Fai il primo viaggio da solo e lo fai così lontano. Ma avevi letto bene la spiegazione? Hai visto sul sito che qui non è un posto facile, no?» «Ma no, che quando mi sono iscritto ho solo scelto il posto più lontano possibile. Poi il sito è strano, è tutto tradotto strano.» «Vero? Ma tu come fai a parlarmi? Hai anche tu uno di quei cosi che si mettono nell’orecchio?» «Che si mettono dove?» «Nell’ore… mmmm.» Luigi non aveva constatato fino a quel momento che Briciolino non aveva le orecchie. «Voglio dire, come fai a capirmi?» «Prima di partire ho comprato il tritaconcetti.» «Il che?» «Il tritaconcetti.» Briciolino incurvò un braccio gommoso e la manina scomparve sotto la superficie della gelatina, come se avesse messo una mano in tasca. Ne uscì tenendo tra le dite una sorta di gemma. «Questo», spiegò. «Non è che proprio traduce. Questo più che altro trasmette le idee intere. Così tu senti il suono della mia voce, ma nella testa non ti appaiono le parole, arrivano direttamente i concetti. Quelli per la gran parte sono universali.» La gemma venne rapidamente riposta nel taschino. «Bello. È un’idea semplice.» Incredibile come possano cambiare i punti di vista sulle cose. Pochi giorni prima Luigi non avrebbe mai detto “semplice” se avesse visto un tritaconcetti.


44 In quel momento si rese conto di avere fame. Si ricordò del pezzo di torta lasciato sul tavolo, si sporse a prendere il pacchettino e se lo aprì posandolo tra le gambe incrociate. «Ooooh cos’è?» chiese l’alieno. «È torta ai mirtilli. Vuoi assaggiarla?» «Sììììì! Che bello! Ha un aspetto bellissimo e un buon profumo.» Briciolino sporse una mano verso la torta, mano che venne immediatamente colpita da un buffetto di Luigi. «Oh! Fermo. Non si prende la roba così. Te la do io.» Briciolino abbassò gli occhi e replicò a bassa voce: «Scusa.» «Ecco, adesso la faccio a metà.» Luigi spezzò la torta e ne porse una metà a Briciolino. L’alieno fece per avvicinarla alla bocca quando Luigi trasalì. «Noooo!» Con un gesto rapido gliela tolse di mano, proprio mentre Briciolino la stava per infilare nel suo mezzo metro di bocca. Briciolino sgranò gli occhi atterrito, serrò la bocca. Luigi sapeva che questo poteva essere un terribile preludio. Infatti Briciolino riprese a tremolare e la bocca iniziò di nuovo a incurvarsi verso il basso. La scena ormai era accaduta così tante volte nell’ultima ora che Luigi aveva imparato a riconoscerla «No Briciolino, ascolta, non sono cattivo. Non è un dispetto. Ti spiego. È che tu non lo puoi sapere se questa cosa non ti avvelena, no?» Luigi aveva ripensato ad Arnaldo e a tutte le precauzioni che prendeva col cibo. «Cosa ne sai se magari i mirtilli per te sono velenosi. No?» L’espressione di Briciolino ritornò a uno stato neutro. «Hai ragione, vedi, sono stato troppo impulsivo. Però prima di partire, insieme al tritaconcetti, mi sono comprato anche il suicidello», affermò con un grande sorriso di soddisfazione. «Hai detto il suicidello?» «Sì! Tu non ce l’hai?» «No. Diciamo che io non ne ho mai avuto bisogno. E poi qui non è molto comune. Insomma. Che cos’è il suicidello? Io non ne ho la minima idea.» «Ma daaaaaai? Non hai un suicidello?» «No Briciolino, non so cosa sia.» «Eccolo!» Dalla tasca da cui era uscito il tritaconcetti Briciolino estrasse una miniatura di sé stesso. Potremmo dire che il suicidello stava a Briciolino come un soldatino sta a una persona. O più semplicemente potremmo dire che era un comune budino monoporzione con due manine e due occhi. Lo posò sul pavimento davanti a loro. «Guarda», disse mentre staccava una briciola di torta e la posava nella mano del monodose. Il piccolo coso verde aprì la bocca e ingurgitò la briciola. Celebrò l’evento con un paio di saltelli sul posto e un ampio sorriso. «Ecco», commentò Briciolino. «Vuol dire che lo posso mangiare, se non lo potevo mangiare faceva cose tipo vomitarlo, riempirsi di bolle, o girarsi


45 sottosopra morto.» «Per quello si chiama suicidello?» osservò Luigi ammirato. «Sì. Ma davvero tu non ce l’hai?» «No no. Mai avuto. Ma scusa, ma non è un po’ crudele? Lo ammazzi così per prova?» «Ma noooooo. È finto. È un modellino. Ma fa tutto quello che succederebbe a me. Ma tu hai creduto che fosse vero? Perché si muoveva?» Luigi annuì. «Accipicchia se siete indietro qua», fu il commento perplesso dell’alieno. «Allora possiamo mangiarci la torta tranquilli?», chiese Luigi. «Ah io sì», rispose Briciolino. «A te non resta che provare a mandarla giù e sperare.» Portarono alla bocca il dolce tutti e due. «Mmmmmmmmmm…», commentò Briciolino a occhi chiusi. «Buona. Sì pfopfio buona», confermò Luigi a bocca piena. Quando al mattino Luigi varcò la soglia dell’ufficio i segni della notte insonne erano evidentissimi. Aveva dovuto spiegare a Briciolino che il pianeta non era preparato a incontrare una specie come la sua, che le persone non erano cattive, ma si sarebbero spaventate e probabilmente l’avrebbero trattato male. La verità era molto peggiore di così. Se Briciolino fosse uscito di casa avrebbe rischiato di essere accerchiato direttamente dall’esercito, catturato, se non ucciso subito. Ma Luigi non volle angosciarlo troppo, col rischio di ridurlo in un pianto ininterrotto. Gli raccontò che la casa era protetta da un dispositivo di occultamento, fintantoché non si facevano forti rumori e non si aprivano porte né finestre. Questa bugia convinse Briciolino a rimanere chiuso e tranquillo fino a sera. Briciolino era comunque entusiasta della situazione. Telecomando in mano, frigo a disposizione e suicidello pronto. Poteva superare quel po’ di ore in solitudine. Almeno Luigi lo sperava. Con questi pensieri si incamminò verso la sua scrivania, cercando con tutte le forze di dissimulare la carenza di sonno. La cosa più urgente al momento era ottenere l’indifferenza di Stella, installata nella sua reception. Invece, con suo rammarico, Stella lo fissò subito e salutò così: «Io percepisco qualcosa di negativo nella tua energia. Ascoltami sai, hai delle ombre che stai trascurando.» Luigi, camminata ondulatoria, occhiaie scavate, occhi rossi, voce impastata, rispose: «Hai una sensibilità veramente speciale tu. Ma come avrai fatto a capire che non ho dormito?» Sperava di chiudere su quello la discussione. Ma il sarcasmo che intendeva esprimere non arrivò a destinazione. Peggio, venne preso sul serio. «Sì, lo so», confermò Stella guardando pensierosa da un lato. «Se ne accorgono in tanti. Non so da dove mi arrivi questa capacità sai?»


46 Luigi annuì. «Io pensavo di risolvere con la caffeina», tentò di lasciar cadere. Ma in quell’istante notò un libro accanto alla tastiera di Stella. Un piccolo tascabile che riportava come titolo: SONO TRA NOI. COMUNICAZIONE CON GLI ALIENI COME VIA DI GUARIGIONE Con i riflessi ovattati di quella mattina Luigi rimase una buona manciata di secondi a fissare la copertina con sguardo ebete. E Stella non poté non cogliere. «Ti interessa? Non pensavo.» Luigi sollevò il libricino. L’autore era un certo Guglielmo “Sharfa” Distefano. «Non so», rispose. «Ma non c’è un modo più diretto? Cioè la teoria va bene, ma se uno volesse proprio capire i fondamentali in fretta? C’è magari una versione piccola? Un manualetto, tipo.» Stella annuì con gli occhi assottigliati in uno sguardo indagatore. Poi fece un gesto che, malgrado gli anni di permanenza nello stesso ufficio, era assolutamente inedito: uscì dal suo bancone e disse: «Vieni, ci prendiamo il caffè.» Pochi minuti dopo erano davanti alla macchinetta del caffè, con un bicchiere in mano ciascuno. Stella aveva il cellulare all’orecchio e fissava Luigi con trepidazione. «È libero! Adesso vediamo. Pronto? Ciao Sharfa, sono io… sì, sììì tutto bene. Senti, avrei un amico che, secondo me, potrebbe essere adatto a conoscerti.» Stella abbassò lo sguardo, ciondolando la testa a destra e sinistra, un sorriso mal trattenuto sul volto. «Beh dai, sì, ho sentito qualcosa… Ma lo so, me lo dici sempre tu che dovrei… ma non mi sento all’altezza… già mi basta se tu mi aiuti a coltivarmi… insomma è un dono che ho… aspetta!» Spostò l’orecchio dal telefono e si rivolse a Luigi: «Ascolta ha detto che siccome si tratta di una percezione mia si fida. In genere c’è tutta una trafila sai per incontrarlo, invece ha detto se gli vuoi parlare!» L’autostima sprizzava dalle sue parole mentre sorridente gli porgeva il telefono come una reliquia. Luigi, ancora ben lontano dal ricevere l’effetto della caffeina, prese il cellulare. L’uomo dall’altro lato, voce molto profonda e composta, gli propose di accelerare i tempi e cogliere il momento. Perché anche secondo lui, dalle vibrazioni che arrivavano per telefono, c’era una perturbazione attorno a Luigi che meritava attenzione. Luigi, considerando l’oggettiva difficoltà di portarsi dietro Briciolino ovunque, propose di incontrarsi direttamente a casa sua. Proposta che fu molto gradita a Sharfa, il quale confermò che dentro casa sarebbe stato molto più facile impostare la comunicazione.


47 Il tema della giornata fu più che altro i preventivi da calcolare. E una telefonata di una anziana signora di Mappano che protestava ferocemente a causa del fatto che, a suo dire, nessuno veniva a sistemarle il citofono perché Mappano era troppo lontana e non ci volevano venire. Il tono era talmente acceso che optarono per passarla direttamente a Colonna. Ci teneva a trattare direttamente i casi difficili. Forse era per quello che, in sua assenza, il suo cognome veniva sovente cambiato in “Portante”. Dopo un buon quarto d’ora di ragionamenti sembrò riuscire a tranquillizzare la signora, dicendo: «Signora, mi creda, fino a quando questo problema non sarà risolto io mi sento di dirle, signora, “Io sono un mappanese!”… no no, non le mando uno dei ragazzi, le mando l’esperto, va bene?… E mi faccia sapere se poi è andato tutto bene… certamente.» Quindi comunicò a Luigi, dal bordo della porta, che avrebbe dovuto fare lui un salto a vedere l’indomani mattina. Luigi annuì, non c’era problema. Verso la fine del pomeriggio Luigi iniziava a pensare con apprensione a Briciolino chiuso in casa sua. Le possibilità che provocasse un danno erano tante. Si chiese se Briciolino sapesse attenersi ai limiti che avevano concordato insieme, o se avesse fatto qualche comprensibile strappo. In fondo la curiosità nel suo caso era molta ed era anche giustificata. Eppure sentiva di potersi fidare, forse Briciolino era ingenuo, ma non poteva proprio essere malizioso. Questi pensieri rassicuranti vacillarono in un secondo qualche ora dopo. Quando Luigi ritornò verso casa. Appena infilata la chiave nel portone venne affiancato dal vicino del piano di sopra, uomo gentile, che lo salutò sorridendo e, con una punta di imbarazzo, chiese: «Scusi Serafini, non che sia un problema eh ci mancherebbe, ma lei sa dirmi se va avanti tanto coi lavori? Sa solo per sapere.» Luigi non ebbe spazio per lo stupore. Non poteva sapere di cosa si trattasse di preciso, ma grosso modo l’argomento non lasciava dubbi. Cercando di dissimulare la preoccupazione rispose che si trattava solo di tre o quattro giorni al massimo, e chiese di avere pazienza. Appena entrato dal portone iniziò a sentire dei tonfi sordi, cadenzati. Mentre saliva le scale i tonfi iniziarono a produrre vibrazioni nel pavimento. Davanti alla porta di casa non ebbe più dubbi. Doveva essere Briciolino. Il rumore era poco definibile, ma l’intensità e la vibrazione del pavimento facevano pensare che in casa sua fosse installato un maglio meccanico. Aprì la porta con gli occhi sgranati e il suono divenne più chiaro. La cadenza dei colpi ebbe subito un significato quando, dalla cucina, sentì uscire la musica di Strauss. Il televisore col volume altissimo. Si avvicinò alla porta, ciò che vide fu un enorme gelatina verde che saltava. A tempo di musica, un due spaf un due sbam un due bong. Ogni salto era un tremito del pavimento.


48 Luigi si appoggiò allo stipite, braccia conserte. Osservava la massa enorme che saltava e a ogni impatto si ricopriva di onde tremolanti. Le braccine piccole che si spingevano indietro per prendere la rincorsa e schizzavano verso il soffitto a ogni lancio. Rimase forse un minuto lì fermo a guardare, mentre il sorriso si formava sul suo volto, impossibile da frenare. Briciolino era completamente rapito, sussurrava canticchiando i passaggi che aveva imparato: «La laaa la laaaaa lalalalala lalla lallalalaaaa.» Fino a che in un salto un po’ più storto degli altri si voltò e si accorse di Luigi. «Luigiiii! Ben tornato! Come ti è andata al lavoro?» «Bene!» rispose lui ridendo. «Adesso però abbassa un po’ il volume.» «Va bene.» Briciolino diligentemente afferrò il telecomando e obbedì. «E tu?» chiese Luigi. «Come sei stato? Non ti sei annoiato? Chiuso qua tutto il giorno?» «Oh nooooo! La televisione è una cosa divertentissima. Ho visto tanti posti, sentito parlare persone. E poi la musica, fate musica molto bella per essere così primitivi.» «Già! Non te lo aspettavi eh? Cosa ascoltavi ora? Strauss?» «Non so, non lo dicevano. Ci sono delle scritte sulla televisione ma non le so leggere quelle.» Luigi notò sul tavolo il suicidello, era coricato su un fianco con le braccine che ricadevano molli e la lingua fuori. «Cosa gli hai dato?» chiese mentre lo sollevava sulla mano. «Gli ho dato da bere quella bottiglia che c’è lì, vicino all’acqua.» Briciolino indicò il lavandino. «Quella? Quella è detersivo!» «Ahhhh, ok. Infatti mica l’ho bevuta.» «E adesso non puoi usarlo più?» «Ma noooooo. Lo resetto!» «E il resto? Sei riuscito a mangiare? Hai trovato cose che ti andavano bene?» «Sìììììì! ho assaggiato tantissime cose», confermò Briciolino con un largo sorriso. Luigi andò ad aprire il frigo e lo trovò praticamente vuoto. Non c’era rimasto quasi nulla da mangiare. Allora cercò nell’armadio, sperando di trovare almeno qualcosa da poter preparare. Per fortuna c’erano ancora dei biscotti rimasti dalla scorta di Zxzzy. E il necessario per farsi un piatto di pasta come si deve. «Ascolta Briciolino.» «Sì?» «Io adesso vorrei riposarmi un momento, poi preparo una cenetta, ti va? Spero di fare qualcosa che ti piaccia.» «Oh sììì! Ma lo prepari proprio tu? Posso guardare?»


49 «Certo! Anzi facciamo che mi aiuti ok?» Briciolino fu entusiasta del programma e non fu affatto problematico chiedergli di non alzare il volume e di evitare di ballare selvaggiamente, almeno fino all’indomani. Luigi pensò che fosse il caso di tornare su Starpillow per cercare di approfondire ancora la situazione. Briciolino era una bella presenza, in fondo, però non si poteva assolutamente confidare che sarebbe stato sempre così. Poteva arrivare di tutto in casa sua. E in ogni caso l’ospitalità doveva rimanere una questione eccezionale, era impensabile vivere così, con un ospite alieno dietro l’altro. Senza pausa. Accedette al sito e decise, per tagliare corto, di rivolgersi direttamente all’assistenza. Probabilmente il link giusto era quello che riportava “Tu parlare con noi. A vostra disposizione il personale.” Si aprì un pop up per la chat. Luigi non fece in tempo a digitare che dall’altra parte arrivò un messaggio: “Il signor Serafini! Sono contento di tornare al tuo sito. Va tutto bene? Trovato una soluzione per l’invio una lettera di? Sempre io Swappolo è.” “Buongiorno a lei. Ma mi stava aspettando? Ma lei non dorme mai?” “Lei dice che sciocchezza è? Naturalmente dormire no, non è per me dormire! Noi non che si fanno queste cose brutte. Come lei è rude.” “Rude? Non pensavo. Ma non mi importa. Il punto secondo me è questo signor Swappolo: lei ha confermato che la mia specie non può partecipare a questo scambio. Quindi non vedo complicazioni. Mi cancelli e basta.” “Lei tranquillo sta Luigi. Ho provveduto a trasmigrare già la pratica. Non appena si sono raccolti sindaci di associazione nostra a ratificare, la cancellazione è fatta.” “Perfetto. È tutto quello che volevo sentire. Chiudiamo questa storia.” “È necessario avere la pazienza di tempo solo per voi. Se volete un’idea di tempo, posso aspettare per eseguire l’8 di giro il pianeta che è lei.” “Otto di giro il pianeta che è lei?” “Sì.” “Otto giri del mio pianeta vuole dire?” “Sì! Otto di giro il pianeta che è lei. Scusi, io metto pazienza che lei primate.” “Va bene, otto giorni. Si può fare.” Luigi si sentì finalmente sollevato. C’era una fine a questa storia assurda. Tutto si risolveva da sé. “Allora signor Swappolo”, scrisse mentre l’aggressività lo lasciava, “io aspetto che il mio pianeta faccia otto giri su sé stesso, più o meno, e poi sarò cancellato dal sito. Vero?” “Ma no Serafini. Ma cosa dice. Di giri 8 su sé non ha nemmeno tempo bere


50 uno freddo Gruz! Lei è quello che mi scherza Serafini. 8 giri di sistema stellare.” In quel momento suonò il citofono. Luigi aveva appena letto, aveva capito il significato, ma avrebbe preferito prendersi una pausa per rileggere attentamente, magari si era sbagliato. Il citofono non interveniva nel momento giusto. Prima di alzarsi scrisse: “Scusi Swappolo, lei per molto gentile aspetta me prego.” «Ma come cavolo scrivo», mormorò tra sé mentre si alzava in modo meccanico, con lo sguardo perso, e andava a rispondere. «Otto anni?» sussurrò. Non era possibile che questa cosa potesse durare otto anni. «Sììììì?» pronunciò nella cornetta. «Luigi? sono Sharfa.» «Oh! Sì. Venga pure. Ultimo piano.» Maledizione, pensava, sembrava tutto risolto. Aveva avuto un sospiro di sollievo pochi istanti prima. E invece no. Otto anni. Significava semplicemente che quella non poteva essere la soluzione. Con suo rammarico capì che la cosa da fare era nuovamente entrare in guerra. Sarebbe stata una guerra. Brutto pensiero. Si concesse uno spazio, una piccola tregua per rimandare a casa Briciolino. Lui non meritava di essere pizzicato nelle sue guerre personali. Ma, dopo di lui, sarebbe stata guerra. Con questi pensieri Luigi socchiuse la porta di casa. Quando la porta venne aperta, pochi secondi dopo, dall’altro lato comparve un uomo. Indossava un lungo soprabito nero aperto, molto elegante. Un dolcevita nero. Una sciarpa di cotone bianco era mollemente stropicciata attorno al collo. L’uomo aveva bei lineamenti, barba bianca affilata, e capelli bianchi che sembravano appena usciti dallo studio di uno stilista. Luigi non fece in tempo a presentarsi che l’uomo protese la mano destra e la appoggiò sulla sua spalla, stringendo. Gli fece cenno di silenzio avvicinando l’indice sinistro davanti alla bocca. E chiuse gli occhi in un gesto di grande concentrazione. Luigi, poco presente, stava ancora pensando tra sé: “otto anni”. L’uomo iniziò ad annuire lentamente, sempre occhi chiusi. E disse: «Sì. Sì sì. Lo sento. Non c’è dubbio… Oh sì!» Aprì gli occhi e lasciò la spalla di Luigi. «Ascoltami!» disse a bassa voce, mentre si richiudeva alle spalle la porta. «Per prima cosa voglio che tu capisca che tutto ciò che ti sta accadendo è bene. Chiaro? È tutto fonte di bene e di pace. E non c’è alcun motivo perché tu abbia paura di tutto questo. Va bene?» «Ah sì?» rispose Luigi, poco presente. «Ciao Luigi, io sono Sharfa.» «Piacere», si strinsero la mano.


51 «Ascolta Luigi. Io ti dico che hai ragione. Va bene?» «Ho ragione?» «Sì. Tutto quello che sentivi è assolutamente vero. I segni del contatto sulla tua persona sono evidentissimi per me. Ora tu non lo puoi capire perché ti manca la preparazione. Ma a questo rimedieremo. Nella tua vita c’è sicuramente la presenza di alieni.» «Ah beh! A me sembrava chiarissimo.» «Bene! Vuol dire che hai la sensibilità innata. Bisognerà solo sgrezzare il diamante. Mettere chiarezza in quello che senti. Io ora non sono ancora in grado di capire l’entità precisa. Non ho potuto distinguere la specie esatta con cui sei in contatto. Ma vedrai che lavorando faremo luce.» «Beh, io credo che dovremmo parlare di tante specie diverse. Penso.» «Certo, sarà una ricerca. La faremo insieme, e ti metterò piano piano in grado di procedere da solo, se vorrai, ma ascoltami. Adesso magari ci tranquillizziamo un momento, no? Ti va se ci sediamo e mi racconti un po’ la tua situazione? Con calma.» «Ah, per me va bene, si racconta in fretta. Guarda se vieni in cucina capisci subito.» «Ah sì? Ritieni che il posto sia quello? È possibile sai, non frequente, ma possibile. Alcuni contattati hanno dei luoghi prediletti.» «Eh sì, adesso come ti dicevo bisognerebbe andare in cucina.» «Bene allora, portami.» Luigi fece strada, pochi passi, e Sharfa entrò in cucina. La televisione accesa a basso volume e la grossa gelatina di frutta sul pavimento, che osservava la scena zitto zitto. Occhioni sgranati, un po’ intimorito. Sharfa diede uno sguardo distratto a Briciolino, poi chiuse gli occhi. Stese una mano palmo avanti nel vuoto, e con questa iniziò a perlustrare l’aria. «Sì, hai ragione. Qui la presenza è decisamente forte. Sono sorpreso sai?» Gli occhi sempre chiusi. «Raramente ho sentito presenze così localizzate nello spazio.» Luigi osservava la scena assurda. Sharfa concentratissimo sondava l’aria. Davanti a lui Briciolino era evidentemente spaventato. «Quella che sento», Sharfa continuava, «è chiaramente una forza aliena annunciativa.» Briciolino sollevò le manine e le strinse davanti alla bocca in un gesto di terrore. «Luigi!» Sharfa proseguì, «Devo darti una grande notizia!… L’alieno è qui!» «Dove?!» strillò Briciolino, mani alle tempie e occhi gonfi di lacrime e paura. Sharfa spalancò gli occhi a sua volta, guardò Briciolino, e fece un balzo all’indietro contro il muro. «Oddio! Ma cos’è quell’affare!» gridò atterrito.


52 Troppo spavento tutto inseme. Briciolino irruppe in pianto. «Bwwwwwuaaaaaaaaa ma cosa succeeeeeedeeeeeee… ma chi è questoooooooo… ma dov’è l’alienowwwwwwwaaaaaaaa… ma è qui con noi? Ma ho pauraaaaaaawwwwwww…» Luigi provò una vampa di rabbia incontenibile. Era indignato dalla millanteria, dall’indelicatezza e dall’ignoranza. Fece una cosa che forse non aveva mai fatto in vita sua. Le sue mani caddero sulle spalle di Sharfa e lo afferrarono per il cappotto. «Ma come si permette lei?! Di entrare in casa mia a trattare in questo modo la gente! Lei è un truffatore!» strattonandolo lo trascinò verso la porta. «Lei farà bene a non farsi vedere qui attorno è chiaro?!» «Ma, ma io… ma quella cosa in cucina…» Spinto Sharfa fuori dalla porta, la rabbia di Luigi trovò una maggiore organizzazione, questo gli permise di abbassare il tono di voce e pronunciare lentamente le seguenti parole: «Lei non si permetta mai più di passarmi anche solo vicino. È chiaro? Lei non sa nulla degli alieni, e ora lo sappiamo tutti e due. Vero? Se lei vuole continuare a portare avanti le sue cialtronerie continui pure a farlo, ma lontano da qui. Se no ci metto un attimo a mandarle appresso un alieno. Uno vero. Che non la contatta con l’energia cosmica, ma a manate in faccia. E le garantisco che nella galassia ci sono mani di ogni forma e dimensione. È tutto chiaro?» Sharfa era attonito e senza parole. Annuì solamente. E si diresse lungo le scale. Luigi chiuse la porta e tornò preoccupato in cucina. Due dita d’acqua ormai invadevano il locale. Briciolino singhiozzava e tremolava come solo una gelatina può fare. Ormai Luigi aveva le idee chiare su come procedere, niente carta da cucina, niente asciugamani. Corse a prendere quattro lenzuola. Secchio e stracci furono sufficienti per il pavimento, mentre le quattro lenzuola permisero a Briciolino di superare la crisi. Luigi, asciugando il pavimento, rifletteva su come il suo proposito si fosse ribaltato. Invece di scacciare gli alieni era riuscito a scacciare un umano. «Dai, adesso calmati», provò a blandire Briciolino che, ormai esaurite le lacrime, si limitava a qualche sospiro scattoso e tremolante. «Ma chi era quello?» «Era un truffatore. Era uno che diceva di essere esperto di alieni, invece non sapeva nulla. Capisci perché ti ho detto che non devi uscire? Hai visto che la gente non è preparata per fare conoscenza con altre forme di vita.» «Eh sì. Siete ancora troppo ingenui.» «Sì. Ascolta. Ti va sempre bene l’idea di cucinare insieme a me?» «Sìììììì.» Nelle ore che seguirono si fece grande uso del suicidello. Si testarono gli ingredienti per il sugo, la pasta cruda, l’olio. Briciolino fu entusiasta del fornello a gas. Mentre l’uso delle posate si rivelò


53 per lui piuttosto difficile. Alla fine la soluzione più semplice fu mangiare la pasta col cucchiaio da portata. Finita la cena i due stavano nuovamente seduti davanti al televisore. Briciolino guardò verso la finestra e disse a bassa voce: «Mi sarebbe piaciuto vedere il mare, sai?» «Il mare?» «Sì. L’oceano. Da me è tutto disseminato di laghi. Ma un mare vero non c’è. Invece qui ho letto che il pianeta è quasi tutto fatto di mare.» «Sì. Hai ragione, due terzi sono coperti dal mare.» «Ma non è che c’è il mare qui vicino?» «Beh, proprio vicino no. Però non è nemmeno lontano.» In quel momento arrivò un messaggio sul cellulare di Luigi. Lui lo guardò e trasalì. Era Rossella. Il messaggio recitava “Grazie per la cena. :P :( .” Era martedì. Si era scordato. «No», sussurrò. «Che succede?» chiese Briciolino. «Nulla. Mi sono dimenticato una cosa.» Qualche istante di silenzio e poi Luigi ascoltò se stesso dire: «Sai cosa facciamo io e te? Andiamo al mare.» Briciolino, notò Luigi, si spostava grazie al fatto che produceva onde sulla base d’appoggio. Più o meno come una lumaca, ma molto più veloce ed efficace. Poteva traslare in ogni direzione e ruotare su sé stesso, con la leggerezza di un cuscino d’aria. Ma le scale, quelle proprio non erano adatte a lui. Valutarono insieme che non era opportuno iniziare a scendere la scalinata senza essere sicuri poi di riuscire ad arrivare fino in fondo. Briciolino era un abbondante metro cubo di materia acquosa. Questo portava il suo peso stimato a misure enormi. Luigi non avrebbe potuto aiutarlo granché se si fosse incastrato. Decisero di tentare con l’ascensore. Briciolino, strizzandosi un po’ sui fianchi, riusciva ad entrare senza problemi e poi ruotare per ritrovarsi di fronte alla porta. La cabina a quel punto era completamente riempita di gelatina fino a metà altezza. Luigi non ci sarebbe entrato. Gli spiegò quale bottone premere e appena le porte si mossero scattò lungo le scale per arrivare a terra prima di lui. Mentre correva di piano in piano Luigi pensò che, come tutti noi, aveva letto mille volte la targhetta dell’ascensore con la capacità, ma non la ricordava. Un suo collega degli ascensori gli aveva raccontato una volta che c’erano dei fattori di sicurezza enormi. Ma anche che certi ascensori hanno un misuratore di carico che, in caso di rischio, li fa bloccare. Un brivido lo percorse all’idea dell’ascensore bloccato con dentro una gelatina urlante e terrorizzata. Ma non fu così. Luigi arrivò al piano terra mentre le porte si stavano


54 aprendo. Fece per invitare Briciolino a uscire sul pianerottolo, ma si scoprì senza fiato per la corsa e lo spavento. Riuscì solo a fare un gesto col pollice alzato per dire tutto bene. Briciolino uscì e si soffermò a fissare la mano di Luigi. «Che hai al dito?» «Nulla tranquillo, è una specie di saluto.» I pochi scalini tra l’ascensore e il portone furono superabili, Briciolino si aiutava con la manina sulla ringhiera. Il tutto avveniva con Luigi che guardava continuamente intorno nel timore che qualcuno comparisse. La salita in macchina, invece, si dimostrò un problema complesso. La migliore soluzione che trovarono fu di avvicinare la macchina in retromarcia contro il portone. Così il gradino all’ingresso fu vicino al bordo del bagagliaio. In qualche modo Briciolino riuscì a salire nel bagagliaio con i sedili ribaltati. La macchina era reclinata all’indietro i fanali puntavano inutilmente verso il cielo. In quello stato, partirono. L’orario, il giorno della settimana, il periodo dell’anno, furono fortunati, e non ci fu per nulla traffico. Dopo un paio d’ore erano tutti e due seduti sulla spiaggia. Sotto la luna. «Ma non finisce mai?» domandò Briciolino osservando rapito l’orizzonte scuro. «Beh, se vai avanti per giorni e giorni prima o poi trovi dell’altra terra. Ma ci vogliono giorni e giorni.» «È bellissimo.» «Sì, hai proprio ragione», confermò Luigi. Prese un lungo respiro. Era tanto che non lo faceva. Il rumore delle onde, l’aria fresca, lo spazio aperto, la sensazione della sabbia, quella fredda. La sabbia di notte. Quella che sapeva di fuga, di libertà, di incontri, delle prime notti libere e vibranti. Si sdraiò a guardare le stelle. «Cosa fai?!» esclamò Briciolino. «Guardo il cielo.» «Ma no! Ma come fai che non stai più dritto. Non stai più sulla base.» Luigi si tirò a sedere. «Briciolino, prendi il suicidello.» L’alieno gli porse la miniatura. «Adesso lo giriamo sulla schiena, così. Ti sembra che stia bene?» «Sì sì.» In effetti il suicidello, coricato, aveva un bel sorriso e gli occhi mobili. «Ok, Briciolino, sei pronto? Adesso ti faccio sdraiare!» L’idea fu quella di scavare con le mani un’ampia buca dietro Briciolino. Lui arretrò, Luigi approfittò del momento di instabilità e via. In un attimo Briciolino era coricato sulla schiena nella sabbia morbida.


55 Guardò avanti a sé. «Ooooooh, che bello guardare le stelle così, senza girare gli occhi in su.» Luigi si sdraiò dal lato opposto, testa a testa. «Briciolino? Tu lo sai da dove arrivi?» «No. Non ne ho proprio idea.» «Ah. Speravo che me lo potessi indicare, non so, una stella.» «No, non lo so. Viste da qua sono tutte diverse le stelle. E poi non ho mica guidato io, ho preso la corriera.» «La corriera?» «Sì, ho tutti gli orari. E l’autista è stato gentile, mi ha detto che di solito non fermano così vicino, ma ha fatto un’eccezione e mi ha portato vicinissimo a casa tua.» Rimasero lì a parlare. Di tutto. Dei mezzi di trasporto, del cibo, della musica, dei giochi. Mentre le stelle ruotavano piano. Luigi, dopo molto tempo, iniziò a pensare che forse sarebbe stato meglio cercare di essere a casa prima dell’alba, per non essere visti. Era ora di ritornare. Si alzò e osservò Briciolino, cercando di trovare un metodo per farlo rialzare. La materia gelatinosa dell’alieno aveva fatto presa sulla sabbia. Briciolino era completamente rivestito di granelli. «Oh miseria. Sembri un’enorme capasanta impanata!» La capasanta fu scossa da un tremito che Luigi conosceva, e due rivoli d’acqua iniziarono a rigare la sabbia attorno agli occhi. «Ma no Briciolino, non è mica il caso di piangere adesso.» «Oh no… sniffhhhh. Grazie Luigi. È che mi hai detto una cosa bellissima.» «Già. Tu non hai la minima idea di cosa sia una capasanta impanata, vero?» «No», sospirone. «Ma sono certo che sia veramente una cosa bellissima… mmmwwuaaaaaahahaaammmmwww.» Le manovre per il raddrizzamento di Briciolino spiaggiato richiesero una mezz’ora. Ma alla fine, sfruttando un muretto e una rampa, i due furono di nuovo sigillati in auto, impennati come un motorino, in viaggio verso la casa di Luigi. Arrivarono sotto casa di Luigi che già una linea color indaco iniziava a segnare l’est. Luigi aprì il portellone e Briciolino ruotò verso l’uscita, si spinse con le manine fuori dal bordo della macchina. «È un po’ alto credo», osservò guardando in giù. «Dici? Non lo fai un salto? Come quando balli no?» «Non è quello», l’alieno era perplesso. «È che ho paura di ribaltarmi e cadere di faccia.» Quando erano arrivati al mare Luigi era riuscito a parcheggiare contro un marciapiede piuttosto alto e il problema non si era sentito. Rimasero lì a discutere su una soluzione. Luigi ringraziò in cuor suo che a


56 quell’ora del mattino quasi nessuno circolasse per le strade. Era l’ora dei primi pullman vuoti e dei fornai. Appunto. Un rumore di tacchi annunciò Erica, che sbucò dall’angolo di fronte a Luigi. «Briciolino!» sussurrò lui. «Ora fermo ok? Fermissimo! Fai la statua ok?» Briciolino annuì e si bloccò, sporgente sul bordo del bagagliaio. Erica venne loro incontro e salutò. «Ciao, sei già in giro così presto?» «Sì. È che ho aiutato degli amici ieri sera… smontavano roba in teatro…» Luigi si compiacque dell’efficacissima trovata. «Ma cos’è questo?» chiese Erica sorridendo. «È carinissimo!» E si piegò un poco in avanti per scrutare Briciolino che, fermissimo, occhi sgranati, cercava di rimanere aggrappato sul bordo. «È un pezzo di una scenografia», cercò di tagliare corto Luigi. «È proprio tenero. Ma è fatto benissimo, sti occhioni sembrano veri», e dicendo questo sporse una mano sul fianco-tempia-guancia di Briciolino. «Oh ma è molliccio! Ma come l’hai fatto?!» «Ma non l’ho fatto io, è un mio amico che li fa. Mi pare che usi il silicone… scusami Erica, ma devo portarlo su e ho poco tempo, sai.» «Oh ok. Ma scusa, ma non ti serve il transpallet? Io ce l’ho nel retro sai?» «Veramente?!» Luigi rispose con un entusiasmo assolutamente mai espresso prima per un transpallet. «Sì. Dammi due minuti, apro e te lo porto.» Erica si allontanò veloce verso il negozio. «Ma davvero sono così carino?» domandò Briciolino con un ampissimo sorriso. «Zitto! È lì vicino, fai la statua! Immobile!» Poco dopo Erica era di ritorno, scarpe da ginnastica e tenuta bianca da cucina, spingeva avanti a sé il transpallet. Luigi le andò incontro e prese il manubrio. «Grazie, mi sei davvero d’aiuto. Solo il tempo di portarlo su e poi te lo riporto.» «Ok, stai tranquillo, per adesso non mi serve.» Erica guardò oltre Luigi con espressione seria. «Ma scusa, ma già prima aveva quel sorriso?» «Cosa?» «Quel coso lì in macchina, ha cambiato espressione.» Luigi si voltò e gli apparve Briciolino nel massimo possibile del suo sorriso, e con mezzo metro di bocca non era poco. Immobile come una statua di sale. Luigi cercò di sviare: «Ma no, ma cosa dici. È che lo vedevi da vicino.» «Ok. Quando hai finito mi trovi in negozio.» «Bene, pochi minuti, vedrai, grazie ancora.» Il transpallet era perfetto. Briciolino poté scivolare sulle forche e da lì salire sui gradini, fino all’ascensore. Mentre lo spingeva sulle rotelle Luigi si rese conto veramente di quanto fosse pesante.


57 L’ultima sfida col destino, l’ultima roulette, era ancora l’ascensore. In discesa era andato. Sarebbe riuscito a salire? Briciolino salì, schiacciò il bottone, e via. Trenta secondi di ansia correndo su per le scale. Quando, arrivato all’ultimo piano, Luigi vide il suo amico già sul pianerottolo ebbe un momento di fiatone e sollievo che lo costrinsero a sedersi a terra. La notte stava già iniziando a rilucere di un alone azzurro quando Luigi entrò nel negozio di Erica. «Eccomi, te l’ho riportato.» «Ah ok. Guarda spingilo qui. Ecco in quell’angolo va bene. Ma quel coso cos’è radiocomandato? Ma sai che mi ha fatto morire dal ridere?» «Come? Perché?» «Ma sì, mentre lo spingevi via mi ha fatto ciao con la manina e ha strizzato l’occhietto, una roba da morire!» «Ahhh nooo. Deve essere che gli ho toccato i bottoni che ha dietro, tutto lì. È un coso che usano a teatro. Ti ringrazio per ora. Devo cercare di dormire un po’ prima di tornare a lavoro.» «Eh già!» disse lei salutandolo. «Beato te. Io non mi ricordo più com’è fare tardi la sera.» Luigi tornò a casa, e rimbrottò subito Briciolino: «Ma sei matto? Ma le hai fatto così con la mano? E l’occhiolino?» «Ma sììììì. Ma dai, ha detto che sono carino.» Luigi era stanco, e comunque non se la sentiva di prendersela. Era già troppo tempo che Briciolino non piangeva, e sarebbe stato ottimo riuscire a mantenere questo stato. Andò a letto sperando di riuscire a ricavare un paio di ore di sonno prima della sveglia. Ma non arrivò la sveglia. Arrivò una manina molle a scrollarlo. «Luigi», Briciolino era scivolato piano nella stanza e lo chiamava a bassa voce. «Che c’è?» «Mi ha suonato l’avviso. Tra poco devo partire.» «Di già?» Luigi si strofinò il viso per cercare di allontanare il sonno. «Sì. Ho perso un po’ il senso del tempo stando qui.» «Quanto manca?» «Un po’.» «Ma un po’ quanto?» «Ma tipo il tempo che siamo stati in macchina.» «Ok, qualche ora.» Luigi si alzò. Erano le sette, non sapeva quanto aveva dormito, ma era comunque pochissimo. «Aspetta. Vediamo come fare. Preferisco esserci quando parti.» Briciolino gli spiegò che sarebbero passati a prenderlo dal balcone, come quando era arrivato, e che non c’era nessun bisogno che Luigi rimanesse a casa ad aspettare. Ma a Luigi non andava di farlo partire così.


58 Quando Luigi rientrò nel negozio di Erica ormai c’era il sole e la città era in piena attività. «Dormito un sacco eh?» lo salutò lei. «Non me ne parlare. Senti, ce l’hai una delle tua torte ai mirtilli?» «Sì, ce l’ho. Ti piace, quindi.» «Sì, era buonissima, ci è piaciuta tanto.» Luigi si morse la lingua troppo tardi riguardo al “ci”. «Quindi l’hai fatta assaggiare a qualcuno?» «Sì sì avevo amici… Senti me lo puoi fare un pacchettino? La volevo regalare.» «Certo. Dammi un minuto.» Mentre aspettava il pacchetto, fece una telefonata in ufficio. «Ciao, sono Luigi. Ciao. Senti ho un problema stamattina, non posso proprio esserci. Spero di sistemare tutto entro pranzo. Ok? Ok.» Stella era stata sorprendentemente comprensiva e discreta. Luigi prese la torta, pagò e uscì. Mentre tornava verso casa si accorse che il pacchetto era veramente bello. Aveva un fiocco rosso che legava una spiga di grano e un bastoncino di alchechengi. Tornò indietro e si sporse nella porta del negozio. «Grazie! È bellissimo, farò un regalo importante.» «Di niente», sorrise Erica. Luigi e Briciolino fecero in tempo a fare una buona colazione, con calma. In verità Luigi sentiva una leggera stretta al petto. Quella tipica delle partenze. Fino a che Briciolino estrasse un piccolo oggetto, una specie di orologio, che lampeggiava. «Eccoli! Sono arrivati», confermò. Luigi aprì la porta del balcone e Briciolino uscì. Era curioso come, in pieno giorno, nessuno facesse caso a cosa stesse accadendo su un balcone dell’ultimo piano. Luigi porse a Briciolino il pacchetto. «Ma nooooo Luigi, non dovevi.» «Questo non è per te, è da parte mia per la tua mamma. Va bene? È la torta di mirtilli.» «Ooooh sì. Le piacerà tantissimo.» Un breve silenzio. Uno sguardo negli enormi occhioni che, stranamente, non si riempivano di lacrime. «Grazie di tutto.» Briciolino tese avanti un pugnetto col pollice sollevato. «Luigi. Sei veramente uno scoiattolo marinato.» Uno schiocco secco, come un’enorme ventosa staccata, e Briciolino scomparve verso il cielo lasciando negli occhi di Luigi solo una veloce linea verde. Evidentemente Briciolino si era andato a documentare. Aveva capito che la capasanta era un animale, e che l’impanatura era una preparazione culinaria. Considerato tutto questo, “scoiattolo marinato” era forse il complimento più


59 bello che Luigi avesse mai ricevuto. Si girò, rientrò in casa e chiuse la porta. La casa era vuota e silenziosa. Fece un giro distratto per le stanze. Era tutto tranquillo. A parte lui. Si sedette sul divano, provò inutilmente ad aprire una rivista. Decise di tornare a dormire. FINE ANTEPRIMA Continua...

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Diego Donna, fantascienza umoristico “Quale modo migliore di dare valore ai propri giorni, se non adoperarsi per sventare un'invasione alie...

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