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In uscita il 31//2019 (15,0 euro) Versione ebook in uscita tra fine PDJJLR e inizio JLXJQR 2019 (,99 euro)

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NICOLE ERCOLINI

SOTTO ALLO SGUARDO INDIFFERENTE DEGLI ALBERI                          

ZeroUnoUndici Edizioni


ZeroUnoUndici Edizioni WWW.0111edizioni.com www.quellidized.it www.facebook.com/groups/quellidized/         SOTTO ALLO SGUARDO INDIFFERENTE DEGLI ALBERI Copyright © 2018 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-9370-307-9 Copertina: immagine Shutterstock.com         Prima edizione Maggio 2019 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


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PROLOGO

La neve fioccava pigramente, un velo che si poggiava lieve al terreno, andando a ingrossare la coltre bianca che già avvolgeva il paesaggio nel proprio gelido abbraccio. Era caduta copiosa nei giorni precedenti, insistente. Una neve cattiva che tutto cela, anche la via di casa. La furia della tempesta invernale, però, sembrava essersi ormai placata. I lenti fiocchi che ancora danzavano nell’aria, conferivano al paesaggio un’aria eterea di fiaba. Alberi spogli e sempreverdi, silenti sentinelle ammantate, svettavano su ogni lato, unici testimoni. Un sospiro nel vento, singhiozzi che rompono il silenzio. Una figura di donna che irrompe a turbare la quiete di quel paesaggio avvolto in un sogno ovattato. Incedeva lenta, impacciata, aprendosi faticosamente la strada nella neve intonsa, affondando a ogni passo fin sopra al ginocchio; il respiro affannato, l’acconciatura ormai sciolta, i lunghi capelli corvini che si confondevano con il nero dello scialle di lana in cui si era avvolta. La neve s’intrufolava negli stivali, impregnava le calze. Tremava. I vestiti che indossava non erano sufficienti a difenderla dal freddo impietoso della neve, le mani senza guanti erano gonfie e arrossate. La donna dalla figura esile tremava, eppure continuava a incedere, inarrestabile, implacabile, la determinazione assoluta che la animava, dipinta sul suo viso. Un viso bellissimo il suo, perfetto nei lineamenti e nelle simmetrie, le guance tinte di rosso dal freddo e dalla fatica. Un viso solcato da gelide lacrime. Solchi di dolore lungo le guance, ma una determinazione incrollabile brillava nei suoi occhi grigi di tempesta, mentre proseguiva il cammino senza mai voltarsi indietro. Il dolore che la flagellava era grande, la rabbia ardente che la bruciava dentro lo era di più.


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Aveva una missione da compiere e nulla, non l’inclemenza degli elementi, né mano umana le avrebbe impedito di raggiungere la sua meta. Chiunque, vedendola, se ne sarebbe reso conto ma non c’era nessuno a osservarla. Nessuno, solo gli alberi indifferenti e muti e la neve silente. All’improvviso inciampò. Forse una radice nascosta, forse qualche altra asperità nel terreno coperto. Perse l’equilibrio e cadde in ginocchio. Istintivamente allungò le mani davanti a sé per attutire il colpo, affondando nella neve. Per un attimo rimase immobile, respirando affannosamente, una donna forte tornata d’un tratto fragile. Il mondo trattenne il respiro. Sconfitta dunque? Di già, così presto? Tanta forza e determinazione piegati da una semplice radice sepolta, da un masso invisibile; schiacciata dal peso di mille verità negate, di cento silenzi colpevoli? La mano destra corse al ventre. No, non ancora. La furia le urlava nel cuore. L’urlo le sgorgò dal petto, raggiunse le labbra e si librò nel cielo, rompendo il silenzio del giorno d’inverno. Anni di muta condiscendenza spazzati via in un unico grido. La donna urlò al mondo la propria rabbia, un definitivo rifiuto alla muta sofferenza cui il mondo l’aveva condannata, una sfida contro il cielo stesso, la prima, vera affermazione al proprio diritto a esistere. Faticosamente si rialzò in piedi. Barcollò un attimo ma subito riprese il cammino. Anni di bugie ma ormai lei aveva scoperto la verità. La rabbia per una verità a lungo negata può essere una forza potente, sufficiente per spingere il corpo a muoversi anche quando il respiro brucia nel petto per il freddo e per la fatica e quando le membra si fanno così pesanti da sembrare macigni. Non poteva permettersi di esitare, di attendere, di fermarsi a prendere fiato. Non c’era molto tempo. Lo sapeva, lo sentiva. Proseguiva e intanto malediceva quell’inverno troppo freddo, quella neve troppo alta, quella natura che la ostacolava proprio come per anni avevano fatto le persone attorno a lei. Pazza, l’avevano chiamata. “È bella ma è matta”, diceva la gente alle sue spalle, e quelli erano tra i commenti più garbati. Le loro opinioni non la ferivano più, con gli anni aveva imparato a indossare una corazza contro gli impietosi affondi delle malelingue. Forse


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l’avrebbero detto di nuovo ma, per una volta, lei non avrebbe taciuto. Onta e disonore, tutti concetti privi d’importanza, che impallidivano di fronte al dovere, limpido e semplice, di dire la verità. Lei l’avrebbe detta tutta, fino all’ultima stilla. Incurante delle conseguenze, avrebbe squarciato il velo, rivelato il marciume che si celava dietro la lustra facciata. La verità rende liberi. Quella stessa verità probabilmente avrebbe segnato la sua condanna, la fine della vita per come la conosceva, l’isolamento, l’esilio. Lo sapeva e lo aveva accettato. Per la prima volta nella sua vita camminando, pregava in silenzio, lei che aveva ripudiato la Chiesa e le sacre funzioni non appena aveva avuto l’età per prendere decisioni autonome, in quel mattino grigio pregava. Pregava i Santi del Paradiso, e anche i demoni dell’inferno. Non chiedeva loro molto: soltanto che le forze non le venissero meno, che la voce non le mancasse al momento di pronunciare l’accusa. Chiedeva ancora qualche ora appena. Sapeva che non avrebbe ottenuto giustizia, non in quel luogo, non in quel tempo, non per una come lei. Tutto per una piccola soddisfazione, la sola che rimane ai deboli e agli inermi che pure sono consapevoli di essere nel giusto, la possibilità di guardare negli occhi chi invece ha il peso della colpa a gravargli il cuore e dirgli: «Io so.» La sua vita era finita, distrutta per sempre qualsiasi speranza nel futuro, e allora perché non prendersi almeno una volta la soddisfazione di lanciare la propria accusa nei confronti di chi l’aveva precipitata in quell’inferno? Il dolore scavò all’improvviso un varco nella corazza di furore in cui aveva avvolto il proprio animo. Gli occhi le si colmarono nuovamente di lacrime e il peso della sofferenza parve sul punto di vincere la sua determinazione. Per la seconda volta esitò, ma subito asciugò le lacrime con un gesto rabbioso della mano, scacciando con foga il dolore. Quella sofferenza e tutti i ricordi dolci-amari che celava, ormai erano inutili, solo la verità contava, lo aveva promesso a se stessa. Non mancava molto. Tra gli alberi in lontananza ecco che intravedeva stagliarsi sempre più nitidi i contorni della sua meta. Il suo cuore


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palpitò all’improvviso di gioia violenta. Era vicina, nessuno le avrebbe più impedito di parlare. La neve infida mascherò i rumori, per questo non sentì la propria fine arrivare, fin quando non fu troppo tardi. Quando avvertì il suo fiato sulla nuca non c’era più tempo per reagire, nessuna opportunità di difendersi. L’ultima cosa che sentì fu il bacio freddo della lama nella carne. La lama andò a fondo, sempre più a fondo, poi all’improvviso si ritrasse. Una mano premuta sulla bocca soffocò il suo ultimo grido. Quando anche l’ultimo respiro si fu spento nel suo petto, lui la lasciò andare. Il corpo si accasciò al suolo e lei rimase lì, gli occhi grigi spalancati a fissare il cielo. Lui rimase per un attimo fermo a guardarla. Ripose il coltello insanguinato e sollevò il corpo, incamminandosi tra gli alberi. Non pesava molto, era abituato a trasportare ben altri carichi. Tutto quello che rimase della donna, fu una chiazza di sangue sul candore che nascondeva il terreno. La neve però continuava a fioccare. Non occorse molto tempo perché cancellasse anche quell’ultima traccia di lei.


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CAPITOLO 1 NUOVO INIZIO

L’auto percorreva lenta le strade scoscese, inerpicandosi a fatica sulle ripide pendenze di quelle strette vie, che si aprivano un varco tra i fitti boschi che ancora ricoprivano i pendii del promontorio. Anita guidava piano, con prudenza. Stava ancora cercando di riabituarsi alla guida a sinistra. Tre anni a Londra, in quel mondo al contrario dove il traffico scorreva in senso inverso rispetto a quasi tutto il resto del mondo, avevano lasciato il segno. Nel frattempo scrutava con attenzione il paesaggio baciato dal sole di quella calda e limpida giornata di mezza estate. Aveva temuto di non riconoscere il posto ma davvero non c’era pericolo. Il tempo pareva essersi fermato tra quei colli. Non le era difficile riconciliare le immagini che le scorrevano innanzi agli occhi con i ricordi della sua infanzia. La grande quercia solitaria era ancora lì, a lato della strada, alla sua destra, a incombere maestosa e minacciosa con i suoi lunghi rami che puntualmente si spezzavano sotto il peso della neve in inverno, ingombrando la carreggiata. Anita aveva sempre avuto una buona memoria. Quante curve ancora? Due, tre? Sì, esatto, tre. Ecco comparire il cartello, definitiva conferma, sigillo che segnava l’inizio di una nuova fase della sua vita. “Rivalta”. Sorrise, ma era in fondo un sorriso dolce-amaro, la gioia di un imprevisto ritorno a quei luoghi familiari adombrata dalla consapevolezza dell’evento che l’aveva reso possibile. Il paese, un grazioso borgo dal ricco e pittoresco passato, la attendeva poco più avanti. Un chilometro e avrebbe visto stagliarsi dinanzi a lei le prime abitazioni.


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Circa trecento metri dopo il cartello, però, Anita svoltò a destra, inoltrandosi in una strada secondaria più stretta e dissestata che tagliava in due il bosco. Si ripromise che prima dell’arrivo del freddo l’avrebbe fatta sistemare. Sarebbe andata in paese il giorno successivo forse, ma per il momento aveva altro da fare. Era tempo di tornare a casa. In Via dei Lamponi sorgevano cinque abitazioni, tutte abbandonate da lungo tempo tranne una, la prima che s’incontrava inoltrandosi nella via. La sua meta. La casa era là, davanti a lei, esattamente come la ricordava. Un alto mandorlo accanto al cancello di ferro battuto, a delimitare il perimetro del cortile acacie, gelsi e… oh, amarene! Fermò la macchina un momento, giusto il tempo di recuperare il telecomando del cancello. L’avvocato che si era occupato della successione glielo aveva recapitato tre mesi prima, mentre era in procinto di tornare nell’uggiosa capitale inglese per riprendere il proprio lavoro, insieme alle chiavi della casa e al testamento di zio Giovanni. Scegliere cosa fare a quel punto non era stato difficile. Premette il pulsante e il cancello si spalancò immediatamente. Quando suo zio aveva restaurato la casa, non aveva lesinato sulle comodità. La ghiaia del cortile scricchiolò sotto le ruote. Parcheggiò a fianco del grande pozzo, all’ombra del vecchio fico che, nel frattempo, pareva aver assunto dimensioni mastodontiche. Incombeva su di lei, carico di frutti non ancora giunti a maturazione. Non c’era da preoccuparsi. Appena fosse venuta la stagione buona avrebbe provveduto a potarlo, proprio come lo zio le aveva insegnato da bambina, quando lo osservava arrampicarsi su quei rami, agile come uno scoiattolo nonostante l’avanzare degli anni. Scese dall’auto e per un momento si fermò a osservare la casa. Era meno imponente di quanto non ricordasse ma forse era solo perché quasi tutte le sue memorie del luogo risalivano all’infanzia, e quando si è piccoli qualsiasi edificio assume le dimensioni di una reggia. Un massiccio edificio a tre piani dalle mura di sasso, con l’intonaco color sabbia che iniziava appena a scrostarsi, e scuri in legno alle finestre. Il pergolato, costruito lungo la facciata che dava sul cortile, accanto alla


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porta che conduceva all’ingresso posteriore, non lontano dal pozzo, era quasi soffocato dall’abbraccio di un glicine troppo cresciuto. Un secondo edificio, più piccolo, sorgeva a breve distanza dalla casa. Un fienile, restaurato e convertito a deposito e ricovero per gli attrezzi. Anita sospirò profondamente. Suo. Da quel momento in poi sarebbe stato tutto suo. Una parte di lei gioiva di quella inaspettata fortuna ma un’altra, ancora provata dagli eventi recenti, non aveva del tutto accantonato i propri dubbi. La scelta le era apparsa semplice, naturale, ma era stata davvero quella giusta? Il sole impietoso le picchiava sulla testa. Un’altra cosa che aveva dimenticato, nel corso del suo lungo soggiorno londinese, era quanto potesse fare caldo in Italia nel mese di luglio. Scostò la frangia ramata dalla fronte sudata e, dopo aver fatto un profondo respiro, mosse i primi passi verso l’ingresso. Salì i due gradini ombreggiati dalla tettoia, estrasse la chiave dalla tasca dei jeans e aprì la porta. Prima quella massiccia di legno, poi la porta a vetri che le avrebbe consentito l’accesso. L’interno della casa era immerso nell’ombra. La lama di luce proveniente dalla porta spalancata illuminò i resti di un’esistenza sospesa nel tempo. Un sorriso dolce-amaro si fece strada sulle labbra della giovane: lo zio non era mai stato un tipo particolarmente ordinato e l’ambiente portava impressi i segni di questa sua mancanza. L’abitazione aveva una disposizione interna alquanto particolare. La sua struttura, al momento del restauro, quel gioco di muri portanti, non aveva consentito che fosse altrimenti. Nessun ingresso, nessun disimpegno. Si entrava direttamente in un salottino, modesto ma confortevole. Da molto non metteva piede in quella casa, eppure tutto era come lo ricordava. Il camino alla sua sinistra, sul fondo della stanza, una poltrona di fronte al focolare, un divano e un tavolino ingombro di carte. Si avvicinò alla finestra, aprì il vetro e spalancò gli scuri, permettendo alla luce e all’aria di entrare di nuovo in quella casa rimasta per troppo tempo deserta. Lo strato di polvere che copriva ogni cosa si rivelò al suo sguardo, testimonianza impietosa di un’assenza forzata e prolungata.


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Sapeva che da tempo suo zio non viveva più stabilmente lì, ma il repentino aggravarsi delle sue condizioni di salute, l’aveva costretto ad abbandonarla definitivamente quasi otto mesi prima. Vedere quel luogo, teatro dei giochi della sua infanzia e delle più belle vacanze estive di cui avesse memoria, così, immobile e vuoto, le fece male al cuore. Una lacrima solitaria rotolò lungo la guancia, ma subito si riscosse. Non c’era tempo per piangersi addosso, c’erano molte cose da fare. Ritornò alla macchina e scaricò le poche cose che aveva portato con sé. Uno zaino, in cui aveva riposto alcuni vestiti, un paio di immancabili libri, l’inseparabile portatile e viveri sufficienti per affrontare le prime giornate dopo il trasferimento senza bisogno di andare subito a fare la spesa. Aveva deciso di viaggiare leggera. Se l’era potuto permettere. Tre giorni erano stati sufficienti per organizzare il trasloco, per svuotare il piccolo appartamento che aveva affittato nella capitale inglese. Il resto dei suoi averi l’avrebbe raggiunta il giorno successivo. Abbandonò i suoi pochi bagagli in salotto. Oppressa dall’insopportabile atmosfera di abbandono che gravava sul luogo, si precipitò a spalancare le finestre, dalla prima all’ultima, per consentire alla luce e alla vita di penetrare nuovamente tra quelle stanche mura. Il bagno, la cucina, lo studio poi, salite le scale, il corridoio, la stanza degli ospiti, il secondo bagno e, infine, la camera che era stata dello zio Giovanni. Sentendosi improvvisamente sollevata si gettò sul letto così com’era, vestiti, scarpe e tutto. Per la prima volta da… non sapeva più nemmeno lei da quanto tempo, si sentì pervadere da una sensazione di pace. Sospettava che suo zio sapesse quale pesante tributo le avevano imposto gli ultimi anni, quale profondo mutamento si fosse trovata a fronteggiare. Aveva ottenuto molto, in quella grigia città in cui aveva deciso di andare per completare gli studi, molto più di quanto non avesse osato sperare. Il successo però, si sa, non giunge mai senza un prezzo, e il prezzo da pagare, per lei, era stato la perdita della propria quiete. Tra quei colli e quei boschi era al sicuro. Ancora non aveva raggiunto la fama in patria. Aveva l’opportunità di tornare anonima, una ragazza come tante, semplicemente Anita.


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SÏ, ci sarebbe voluto del tempo ma sarebbe stata felice in quel luogo, lo sentiva. Molti avrebbero detto che stava fuggendo ma, a volte, fuggire è proprio quello che occorre fare per riappropriarsi della propria esistenza. Troppo era accaduto troppo in fretta, non aveva avuto il tempo di abituarsi al cambiamento. A volte è proprio questo che occorre, tempo e distanza, per guardare le cose dalla giusta prospettiva. Senza quasi accorgersene scivolò dolcemente nel sonno.


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CAPITOLO 2 RIVALTA

Einstein una volta disse: “La sola cosa che è davvero importante conoscere è la posizione della biblioteca”, ed era un motto che Anita aveva da tempo fatto proprio. Il giorno successivo si svegliò con quel preciso obiettivo in mente: scoprire l’ubicazione del locale tempio del sapere. Aveva tempo. Il camion con le sue cose non sarebbe arrivato prima del tardo pomeriggio. Tredici ore di sonno quasi ininterrotto l’avevano rinfrancata nel corpo e nello spirito. Si sentiva leggera, più rilassata di quanto non lo fosse da molti mesi a quella parte. Erano appena le sette del mattino, aveva tutta la giornata davanti a sé. Recuperò lo zaino e i viveri dal salotto. Sostituì i vestiti sgualciti con un paio di pantaloncini di jeans e una maglietta verde a maniche corte e frugò nella borsa del cibo alla ricerca di qualcosa di appetibile con cui fare colazione. Osservò sconsolata il triste croissant e il pacchetto di biscotti che aveva acquistato il giorno prima all’aeroporto. Nessuno dei due era uscito indenne dal viaggio. Ebbe un ripensamento. Si lavò velocemente la faccia, pettinò i lunghi capelli ramati, che raccolse in una coda, afferrò la borsa, le chiavi e, senza truccarsi, uscì di casa. Lasciò la macchina in cortile. A quell’ora del mattino il sole estivo inondava il mondo di un calore ancora piacevole. Era il momento perfetto per una passeggiata, avrebbe raggiunto a piedi il paese. La salita che separava la sua casa da Rivalta rappresentò una sfida. La pendenza, sottostimata perché affrontata in macchina, mordeva i polpacci, le faceva dolere le gambe. Un chilometro non è affatto una


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distanza eccessiva, se percorso su terreno pianeggiante ma in salita… in salita, per chi non è abituato, è tutta un’altra storia. Camminò a lato della strada, a ridosso degli alberi, evitando accuratamente ortiche e rovi, sue vecchie conoscenze. Il petto di Anita si alzava e si abbassava al ritmo del suo respiro affannoso. La fatica venne però ripagata non appena dinanzi a lei si aprì il primo scorcio del paese. Pochi erano i suoi ricordi di quel luogo. Era raro che, quando venivano a trovare lo zio, lei e i suoi genitori si spingessero fino alla cittadina. Anche lo zio Giovanni, schivo e riservato, vi accompagnava di rado la bisnipote. Preferiva portarla con sé nell’orto, oppure a passeggiare tra gli alberi del bosco vicino a casa. Rivalta era un paese notevolmente grazioso. Ordinato, pulito, un paesaggio quasi da fiaba. Le vie strette si aprivano tra antiche case di sasso, appena intervallate ad alcune costruzioni più recenti. Prima di trasferirsi, Anita aveva fatto qualche ricerca online. Il paese aveva origini antiche e un passato burrascoso. La zona, come tutto l’Appennino Emiliano, aveva conosciuto la devastazione della guerra. Alcune vestigia dell’antichità erano sopravvissute, certe case erano state ricostruire con un occhio di riguardo per quello che era stato il loro aspetto prima del conflitto. Accanto a loro erano gradualmente sorti edifici più moderni, in un insieme nel complesso sorprendentemente armonioso. I balconi delle case erano ravvivati da cascate variopinte di gerani e surfinie, i giardini curati erano illuminati dalla dolce luce del mattino, il tutto contornato dalla splendida cornice naturale dei boschi e dei declivi, con la sagoma imponente del campanile che svettava in lontananza sullo sfondo. Non sorprendeva che la cittadina, come annunciato orgogliosamente dal sito del Comune, avesse da poco scoperto la propria vocazione turistica. Percorse Via del Borgo guardandosi attorno, curiosa. Al termine della via l’accolse la piazza del paese, un ampio spiazzo circolare interdetto al traffico, in cui le panchine, affiancate da rustici ciocchi di legno scavati e usati come fioriere, offrivano l’opportunità di una piacevole sosta. Una fontana, discreta ed elegante, sorgeva al centro, e alle sue spalle il palazzo del Comune. Una stretta viuzza si apriva alla sua sinistra, separandolo dal successivo edificio, una


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costruzione a quattro piani dall’aspetto più recente e dalla facciata color rosa antico, avvinta dall’abbraccio dell’edera rampicante che cresceva nei vasi posti a lato della porta d’ingresso. Un’insegna a lato della stessa lo identificava come “La Freccia d’Argento”, l’antico albergo del paese. Un tempo era una locanda. Distrutto durante la guerra, era stato ricostruito con un occhio di riguardo per la comodità dei futuri ospiti, subendo significativi ammodernamenti che ne avevano alterato l’aspetto, senza però sminuirne l’illustre passato. Accanto al nome, sull’insegna, facevano mostra di sé, tre lucenti e più che dignitose stelle. Il bar-pasticceria “La donna cortese” sorgeva dirimpetto al palazzo del Comune, alla sinistra della via dalla quale lei era arrivata, dove tentava i passanti con la sua vetrina che mostrava torte e dolci dall’aspetto invitante. Il minimarket si trovava proprio lì accanto. Oltre a quella da cui lei stessa proveniva, cinque vie più piccole si diramavano dalla piazza, addentrandosi tra gli edifici. Non erano molti i passanti che animavano il luogo a quell’ora del mattino. Una mamma con un bambino recalcitrante, un paio di turisti in tenuta da escursione e un drappello di anziani signori intenti a chiacchierare davanti alla vetrina del bar. Anita s’incamminò nella loro direzione. Era quello il vero intento con cui era uscita di casa. Presto o tardi avrebbe dovuto familiarizzare con i suoi nuovi compaesani, e quale pretesto migliore per iniziare a conoscerli, e a farsi conoscere, di una colazione al bar? Sentì gli sguardi degli anziani indugiare su di lei. Rivalta era ormai divenuta meta turistica, eppure in un paese di poco più di duemila anime un viso nuovo era ancora in grado di suscitare interesse. I capelli color rame di Anita e i suoi occhi verdi poi, sarebbero stati sufficienti a distinguerla in mezzo a qualsiasi folla. La giovane donna si sforzò di ignorare le occhiate cariche di curiosità degli astanti, ma ecco l’antica timidezza riaffiorare, come accadeva tutte le volte in cui si ritrovava a essere al centro dell’attenzione. Trasse un profondo sospiro. Non era nulla, solo un altro pubblico curioso che affollava una libreria in attesa che la presentazione del suo ultimo libro avesse inizio. La gente non era il suo forte, ma con il tempo aveva dovuto imparare. Anche quello faceva parte del prezzo


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pagato per la notorietà. Ogni professione ha i suoi pro e i suoi contro. Sedere davanti allo schermo di un computer o di fronte a un quaderno vuoto, vedere le pagine bianche riempirsi lentamente di frasi, e quelle frasi acquistare un senso, dare vita a una storia era bello, era facile, ma non bastava. Bisognava curare i rapporti con il pubblico, con quei lettori che, in fondo, erano il suo buono pasto. Quest’ultima parte per lei non era mai stata facile, non le era mai venuta naturale. In fin dei conti, però, quello era il suo debutto in società: si aspettava di suscitare una certa curiosità. Anita rivolse agli uomini un sorriso cortese, alcuni di loro ricambiarono, altri risposero con un educato cenno del capo. Un vivace chiacchiericcio l’accolse non appena mise piede nel bar. Il locale, ampio e luminoso, era piuttosto affollato. Il bancone era gremito di clienti. Sbirciò la vetrina con paste e pasticcini in mostra. Visti da distanza ravvicinata avevano un’aria ancora più invitante. Notò un tavolo libero in fondo alla sala e prontamente lo occupò. Il luogo, convenientemente vicino all’albergo, era frequentato da numerosi turisti, per questo Anita poté accomodarsi senza richiamare più di tanto l’attenzione dei clienti abituali. Rinfrancata da quel prezioso momento di ritrovato anonimato si guardò intorno curiosa. Il locale era grande e ben arredato. Alle pareti, di una piacevole tonalità pastello, spiccavano foto in bianco e nero del paese e dei suoi abitanti. Autentiche foto d’epoca. Alcune mostravano scene della pacifica vita del paese, altre ritraevano scorci di paesaggio, tre o quattro addirittura testimoniavano la devastazione della guerra. Due foto in particolare attirarono la sua attenzione: quella di un ponte di pietra che sorgeva su una profonda spaccatura nella roccia e quella dell’antica Rocca, una delle principali attrazioni turistiche della zona, al fianco della quale si stagliava la sagoma del campanile. Aveva un ricordo vago e nebuloso della Rocca. Probabilmente risaliva a una delle sporadiche passeggiate fatte in paese da lei e dai suoi genitori. Sapeva, grazie alle sue ricerche su internet, che sorgeva vicino alla chiesa, sulla sommità del colle, a forse un chilometro dal vero centro del paese. La cameriera, una ragazza poco più giovane di lei, dai capelli castani raccolti in una treccia, le si avvicinò sorridendo, prese nota della sua ordinazione: un cappuccino, una spremuta e una pasta alla crema, e


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sparì rapida tra la calca del bancone per riferire alla barista le richieste della nuova cliente. Anita si dispose ad attendere paziente l’arrivo della colazione, concedendosi nel frattempo un’occhiata agli altri avventori. Discretamente, senza farsi notare, iniziò a imprimersi nella mente quei visi che, se lo augurava, da quel momento in poi sarebbero divenuti per lei ogni giorno più familiari. Un paio di clienti se ne andarono. Al bancone si aprì uno spiraglio che le consentì di vedere meglio la barista, una florida signora dal viso allegro e cordiale, con folti riccioli neri tagliati corti. Rimase a fissarla, incantata dai suoi gesti precisi e misurati, dalla tranquilla efficienza che trasmettevano. Non molto tempo prima quei gesti erano familiari anche a lei. Il suo primo lavoro, mentre ancora studiava. Un altro tempo, un’altra vita. La colazione giunse a distrarla dalla contemplazione. La vista del dolce ripieno le fece venire immediatamente l’acquolina in bocca. La sera prima, in fin dei conti, aveva saltato la cena. Addentò con voluttà il bombolone, assaporando il gusto dolce della crema, con quel sottile aroma di vaniglia e limone. Stava per dare al dolce un secondo morso quando, sentendosi improvvisamente osservata, s’interruppe bruscamente. A due tavoli di distanza una donna la fissava con insistenza. Anche lei era sola. Anita era certa di non averla mai incontrata, nemmeno da bambina. Le sarebbe stato impossibile dimenticarsi di un personaggio così peculiare. Era una donna di circa cinquant’anni, di bell’aspetto, ma con un gusto eccentrico per gli abiti e i gioielli. Aveva lunghi e ricci capelli biondo platino, tenuti discosti dal viso da una fascia di tessuto fantasia, annodata sotto la nuca. Portava coloratissimi orecchini di piume e un lungo abito di cotone smanicato rosso porpora, dalle stampe floreali. Un variegato assortimento di collane le ornava il collo esile e una moltitudine di bracciali le tintinnava ai polsi. Era piuttosto alta, il trucco particolarmente accentuato senza però risultare volgare. Gli occhi nocciola, che continuavano a scrutarla con un’insistenza quasi impertinente, erano contornati da spesse linee di kajal. Con sua grande sorpresa la donna, resasi conto di aver attirato la sua attenzione, si alzò dal tavolo e s’incamminò verso di lei. Non appena si


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alzò, il brusìo che animava il bar parve smorzarsi. Molti occhi si fissarono sulla donna, e diversi tra quelli che dovevano essere gli avventori abituali, interruppero le proprie conversazioni. Anita non sapeva chi fosse quella donna, ma di certo era qualcuno in grado di catalizzare su di sé l’attenzione della folla. Purtroppo molti nuovi sguardi curiosi si erano fissati anche su di lei. Si fermò a pochi passi dal suo tavolo e i loro sguardi si incontrarono. A quel punto la donna sorrise. «Posso sedermi?» domandò garbata. Anita annuì. La donna le porse la mano. «Piacere di conoscerti, mi chiamo Silvia.» La giovane, vinto lo stupore per quell’inaspettato approccio, si rammentò delle buone maniere e le strinse la mano. «Piacere mio. Io sono Anita.» Una stretta di mano, breve ma energica, poi di nuovo un sorriso. «Lo so» replicò Silvia. Anita la fissò interdetta. «Mi spiace» mormorò «ma non credo di conoscerla, signora.» «Ti prego, chiamami semplicemente Silvia e dammi del tu, altrimenti mi farai sentire prematuramente vecchia. Tu magari non mi conosci, ma io conosco te» replicò la donna. Anita sobbalzò. Possibile? Nessuno dei suoi libri era stato tradotto in italiano, non ancora. Una casa editrice aveva acquistato i diritti, ma era certa che mancassero ancora diversi mesi all’approdo in libreria delle prime traduzioni. Non che avesse intenzione di nascondere ai propri concittadini la sua occupazione. Non aveva nulla di cui vergognarsi. Semplicemente aveva sperato di godere, per pochi giorni almeno, della tranquillità di un ritrovato anonimato. La sua espressione doveva aver tradito, in qualche modo, la sua ansia improvvisa, perché i due uomini seduti al tavolo accanto al loro, che evidentemente avevano ascoltato la conversazione, risero bonariamente. «Non far caso a Silvia» le disse uno di loro, un signore sulla sessantina piuttosto in carne, con folti capelli grigi e occhi azzurri penetranti, sepolti sotto sopracciglia davvero impressionanti «la nostra sensitiva


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ama stupire i turisti. Dice la stessa cosa a tutte le facce nuove che vede in città.» Silvia gli lanciò un’occhiata di bonario rimprovero. «Attento a quello che dici, Piero, non vorrai dare un’impressione sbagliata di me alla nostra nuova concittadina.» L’uomo fissò per un attimo Silvia, stupito, poi il suo sguardo improvvisamente curioso si spostò nuovamente su Anita. La squadrò attentamente, concentrandosi sul suo viso. «Ma certo!» esclamò, battendosi una mano sulla fronte «la nipote di Giovanni!» Un mormorio di eccitazione si diffuse tra i clienti abituali. Stupita, Anita guardò Silvia ridere. «Questo è un paese piccolo, mia cara, le voci corrono. Sapevamo del tuo arrivo, e tutti erano ansiosi di conoscere finalmente la nipote di Giovanni.» «Mi sorprende che mi abbiate riconosciuta» ammise Anita. Era vero. Aveva sempre frequentato poco il paese da bambina, e in ogni caso erano anni che non le capitava di tornarci. Da quando aveva iniziato le superiori, le occasioni per assentarsi dalla città e cercare rifugio nella casa dello zio erano drasticamente diminuite, e alla fine lui aveva preso l’abitudine di venire a trovare lei e i suoi genitori nella loro casa a Bologna. Che qualcuno si ricordasse di lei era sorprendente. Intimamente tirò un sospiro di sollievo. Non era più l’autrice esordiente il cui volto, impresso sulle copertine, attirava sempre più spesso l’attenzione quando camminava per strada. A Rivalta era solo la nipote di Giovanni. Il sorriso di Silvia si fece gentile. «Impossibile sbagliare. Hai gli stessi occhi di tuo zio.» «Mai visto un verde così» concordò Piero «avrei dovuto capirlo prima!» poi sorridendo aggiunse: «primo giorno a Rivalta?» Anita annuì. «Cosa ne pensa finora del nostro paese?» si intromise curioso l’uomo seduto accanto a Piero. Sembrava più giovane di almeno una decina d’anni. Aveva braccia muscolose, la pelle abbronzata e occhi scuri appena segnati dalle prime rughe. I capelli castani tagliati a spazzola erano appena brizzolati sulle tempie.


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«Sono arrivata solo ieri pomeriggio, ancora non ho avuto tempo di visitare la zona» ammise in tono di scusa «però prima di ritornare a casa farò un giretto nei dintorni» aggiunse. «Non manchi di visitare la Rocca» si raccomandò l’uomo «è la vera attrazione del posto. Molto antica e sempre appartenuta alla stessa famiglia. Vedrà, i Bianchi sono persone cordiali, sicuramente saranno lieti di farle visitare la loro famosa casa.» «Oh, sì, gente cordiale. Il ritratto della cortesia» concordò Silvia. Anita percepì una lieve nota di sarcasmo nel tono della sua voce. I loro interlocutori, tuttavia, o non ci fecero caso o scelsero volutamente di ignorarlo. «Se ne avrà l’occasione faccia una passeggiata anche sul nostro Ponte dei Sospiri. Non è bello né famoso come quello che si può vedere a Venezia, ma che vista da lassù!» intervenne Piero, poi, guardando l’orologio, dichiarò: «devo andare, altrimenti tutte le zone buone verranno battute e io rimarrò senza un grammo di tartufo.» «Lei va a tartufi?» domandò incuriosita Anita. «Come molti altri nella zona. Purtroppo grazie al nostro illustrissimo sindaco e alle sue sagre annuali il nostro paese è ormai famoso anche per questo. I boschi sono fin troppo battuti» commentò l’uomo che, alzandosi in piedi, aggiunse: «devo andare a casa a recuperare il mio cane, se però le interessasse approfondire il discorso in un altro momento, sarò a sua disposizione.» «E io sarò a sua disposizione se dovesse avere bisogno di un aiuto per il trasloco» aggiunse l’altro uomo, strizzandole l’occhio. «Piantala, Beppe» lo apostrofò bonariamente l’amico «avrai anche dodici anni meno di me ma la signorina è senza dubbio troppo giovane per te» rivolgendo un cordiale cenno di saluto a Silvia e ad Anita, si alzò e guadagnò l’uscita nel locale sempre più affollato. «Sarà meglio che vada anch’io» dichiarò Beppe «le auto non si riparano certo da sole. Signore, è stato un piacere» e a sua volta se ne andò. «Non preoccuparti, non sono cattivi» la tranquillizzò Silvia «solo che Beppe proprio non riesce a trattenersi quando vede una bella ragazza. Le vecchie abitudini sono dure a morire.»


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«Non c’è problema, davvero» replicò Anita. Prima al bar in città, e poi nel pub a Londra dove lavorava durante gli studi si era abituata ad avance assai meno cordiali. «Sono ottimi suggerimenti quelli che ti hanno dato, sai?» continuò Silvia «la Rocca è davvero affascinante e ricca di storia. I proprietari hanno senza dubbio grande cura nel salvaguardare l’antica casa di famiglia e il suo illustre passato.» Ancora quel lieve, impercettibile accenno di sufficienza nella voce. «Il panorama che si gode dal Ponte dei Sospiri poi… ma non voglio rovinarti la sorpresa!» «Li visiterò senz’altro» assicurò Anita, poi, ricordandosi di quella che avrebbe dovuto essere la sua principale missione della giornata, dichiarò: «in verità oggi speravo anche di riuscire a vedere la biblioteca di Rivalta.» «Un altro posto sicuramente interessante, anche se spesso sottovalutato. Non è lontano da qui. Come avrai presto modo di notare, il paese oltre che davvero antico è anche eccezionalmente piccolo. Se ti può fa piacere potrei accompagnarti» propose la donna. «Non vorrei fosse di disturbo per te…» «Nessun disturbo!» affermò decisa «ho la mattinata libera e mi farebbe davvero piacere scambiare quattro chiacchiere con la nipote di Giovanni.» «Accetto con piacere l’offerta allora» rispose Anita con un sorriso. Silvia aveva l’aria di una donna che davvero non avrebbe accettato un no come risposta. Una volta finita colazione e pagata la consumazione, le due donne si incamminarono insieme per le strade di Rivalta.


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CAPITOLO 3 AVVERTIMENTO

«Temo di aver mentito, almeno in parte» ammise Silvia, non appena furono uscite dal locale sempre più pieno di clienti. Anita la fissò senza capire. «Io e Giovanni eravamo diventati amici e ti ho riconosciuta subito come sua nipote. Davvero hai i suoi stessi occhi. Però so benissimo che oltre a essere la nipote di Giovanni, sei una famosa scrittrice» affermò la donna. Estrasse dalla capiente borsa una copia del suo romanzo d’esordio, “Living a Lie”. Il libro, in edizione economica, aveva la copertina segnata e sciupata dalle troppe letture ma sul retro eccolo, inconfondibile, il suo viso. Anita aveva sempre odiato quella foto, e odiava l’idea del suo agente di sfruttare la sua immagine, quella di una ragazza giovane e dall’aspetto piacevole, per incentivare le vendite del libro. In quel momento la detestò ancora di più: «Credevo che nessuno lo conoscesse qui a Rivalta» disse con un filo di voce. «Non sarai famosa in Italia come lo sei all’estero, almeno per il momento, ma l’inglese è una lingua ormai diffusa in tutto il mondo e le librerie online consegnano anche da queste parti» affermò bonariamente la donna. Anita chinò il capo, imbarazzata. «Non sentirti a disagio, cara» la confortò Silvia «non mi hai certo offesa» ripose nuovamente il libro e aggiunse: «mi piacciono molto i tuoi romanzi, questo in particolare. Tuo zio lo sapeva e mi aveva assicurato che, la prossima volta che ti avesse vista mi avrebbe fatto avere il tuo autografo.»


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Avrebbe dovuto sentirsi lusingata, lo sapeva. Non era questo che aveva sempre sperato? Che la gente s’innamorasse dei suoi libri, che la riconoscessero come l’autrice delle storie che tenevano loro compagnia e regalavano loro emozioni? Allora perché quella crescente sensazione di panico? Era troppo, troppo in fretta. Voleva solo un po’ di tempo, un po’ di tempo lontano dalle librerie, dagli autografi, dalle interviste e, magari, la possibilità di scrivere nella quiete il suo nuovo libro, lontano dalle luci della ribalta. La sua agente non aveva opposto resistenza quando aveva comunicato la sua intenzione di tornare in patria. Desiderava che Anita si concentrasse sulla stesura di un nuovo romanzo, e se per farlo aveva bisogno di ritirarsi in uno sperduto paesino di collina, non glielo avrebbe certo impedito. Non c’erano impegni urgenti da assolvere, e il vantaggio di essere uno scrittore è che puoi svolgere il tuo lavoro davvero in qualsiasi luogo. Sapeva però che Catherine, in cuor suo, l’aveva ritenuta una pazza ad allontanarsi proprio in quel momento, quando il suo nome era ormai sulla bocca di tutti. Non le importava. Aveva bisogno di tempo. Silvia parve interpretare correttamente le sue emozioni perché si affrettò ad aggiungere: «Sta’ tranquilla, non andrò certo a raccontarlo in giro. Tuo zio mi ha detto che preferisci mantenerti lontana dai riflettori, ed è una scelta che rispetto. L’umiltà è una dote sorprendentemente rara e sottovalutata al giorno d’oggi. Per non parlare poi dell’agitazione che si creerebbe in paese se tutti scoprissero che ospitiamo una famosa scrittrice! No, penso sia meglio che per il momento questo rimanga un segreto tra noi due.» «Grazie» rispose semplicemente Anita. Non avrebbe saputo cos’altro dire davanti alla comprensione e alla cortesia di quella sconosciuta. Per alcuni istanti camminarono in silenzio, imboccando la via che si apriva accanto al palazzo del Comune e che proseguiva in salita, allontanandosi dalla piazza. Un paio di donne, intente a chiacchierare sulla soglia di un palazzo, rivolsero a Silvia un educato cenno di saluto, che lei ricambiò, e dedicarono alla ragazza che l’accompagnava occhiate curiose.


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«Sì, sarai certamente argomento di conversazione a Rivalta, anche senza bisogno che si sappia della fama di cui godi all’estero!» dichiarò Silvia, ridendo, non appena furono abbastanza lontane per non essere sentite dalle due donne. Anita arrossì leggermente. «Non è che io voglia nascondere quello che faccio» si sentì in obbligo di specificare «il mio lavoro mi piace, e sono orgogliosa dei libri che ho scritto. È solo che sono successe tante cose negli ultimi due anni e io…» Con un gesto della mano Silvia la interruppe. «Non serve che ti giustifichi. Tutti nella vita a volte abbiamo bisogno semplicemente di riprendere fiato e allontanarci dalle preoccupazioni. Nessuno può comprenderlo meglio di me.» Turbata, Anita decise di cambiare argomento: «Conoscevi mio zio da molto tempo?» «Da quando si era trasferito a Rivalta. Probabilmente io e la bibliotecaria eravamo le sole a conoscerlo davvero. Forse perché condividevamo con lui la passione per le storie del passato» rifletté Silvia «tuo zio era un personaggio in paese. Cortese con tutti, ma sempre per conto suo.» Anita sorrise. Questo era proprio tipico dello zio Giovanni. «Anch’io sono un personaggio, forse per questo io e Giovanni siamo diventati amici» ammise Silvia «colore locale. Tutti in paese mi conoscono, molti si rivolgono a me, ma pochi sarebbero disposti ad ammetterlo.» «Il signor Piero prima ha detto che sei una sensitiva» rammentò Anita. Qualcosa nel suo tono o nella sua espressione la tradì. La donna la scrutò un attimo negli occhi. «Sei scettica» dichiarò «curioso. Nei tuoi libri il fantastico e il soprannaturale sono elementi portanti.» Anita si strinse nelle spalle. «La fantasia è un dono, ed è fondamentale non smettere mai di sognare, ma penso sia importante mantenere sempre un po’ di sano scetticismo, specie per un autore fantasy, altrimenti si rischia di perdere il controllo e di rimanere vittime della propria immaginazione.»


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«Molto logico e saggio, specie considerata la tua giovane età» concesse Silvia. «Questo non significa che io escluda a priori certe possibilità» si affrettò ad aggiungere. «Ma neppure che tu sia disposta ad accettarle senza prove valide» ribatté la donna «e io purtroppo non posso offrirne. Sai come si dice, no? Per coloro che credono nessuna prova è necessaria, per coloro che non credono nessuna prova è sufficiente. Non ho prove da offrirti, solo quelle che potrebbero essere facilmente considerate fortunate intuizioni o bizzarre coincidenze.» Anita squadrò per un attimo la donna che l’accompagnava. La gente l’aveva bollata come eccentrica e lei si divertiva a vestire i panni del personaggio che altri le avevano cucito addosso. I suoi modi però erano sicuri e garbati, lo sguardo diretto di chi non ha paura di incrociare lo sguardo con gli altri perché sa di non avere nulla di cui vergognarsi. Tutto in lei parlava di un animo forte e dalla grande ironia, doti che la giovane apprezzava nelle persone. «Non mi hai chiesto soldi per organizzare una seduta spiritica e contattare l’anima di mio zio» ribatté. «Certo che no!» esclamò l’altra scandalizzata. «Sei stata gentile con me e non hai cercato di approfittare della situazione, del mio lutto recente.» «Non lo farei mai» dichiarò decisa Silvia «non offro soluzioni immaginarie per questioni che solo il tempo può aiutare a risolvere. Mi piace aiutare gli altri ma, se non posso farlo, preferisco non sprecare né il mio né il loro tempo fingendo di esserne in grado.» «Penso che tu sia una brava persona» dichiarò la ragazza «ci sono moltissimi modi per aiutare gli altri. Tu lo fai leggendo loro le carte. Se per te e per loro funziona, chi sono io per criticare?» Silvia la osservò, sinceramente sorpresa. Scosse la testa. «Avendo letto i tuoi libri non avrei dovuto avere dubbi. Sei proprio come ti aveva descritto tuo zio: una ragazza intelligente, forte e tollerante.» «Non sono poi così forte» si schernì lei, non senza una punta di amarezza «quando mio zio mi ha lasciato la casa, ne ho approfittato


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subito per fuggire da una vita della quale stavo perdendo il controllo» confessò. «Fuggire, che termine esagerato! Io la tua la chiamerei piuttosto ritirata strategica» affermò Silvia, convinta. Anita le concesse un sorriso. «Giovanni parlava spesso di te» riprese la donna «ti voleva molto bene, sei stata come la figlia che non ha mai avuto.» Per un attimo le lacrime, che pensava di avere ormai esaurito, minacciarono di fare nuovamente capolino dai suoi occhi. «Anch’io gli volevo bene» sussurrò Anita. «Era orgoglioso dei tuoi successi» continuò Silvia «ma vedeva anche che ti stavano logorando. Per questo ha voluto lasciarti la sua casa, voleva darti un rifugio sicuro, un posto in cui andare quando il tuo meritato successo fosse diventato troppo per te da reggere. Sei ancora così giovane… hai bisogno di goderti un poco la vita.» «Te l’ha detto lui?» domandò stupita la ragazza. Era raro che suo zio concedesse così tanto di sé a qualcuno. Valutò per un attimo l’aspetto della donna che aveva davanti, e considerò la differenza di età tra lei e suo zio. Quasi avesse intuito la direzione che avevano preso i suoi pensieri, Silvia si affrettò a rispondere: «Non eravamo amanti, solo buoni amici. Tuo zio era molto riservato, ma anche le persone più chiuse hanno bisogno di qualcuno con cui confidarsi di tanto in tanto. Abbiamo parlato moltissimo io e lui, specie dopo… beh, dopo che lui l’ha saputo.» Anita era sinceramente felice che lo zio Giovanni avesse avuto qualcuno con cui confidarsi, specie in quei momenti difficili. Lei era tornata non appena aveva saputo, e insieme ai suoi genitori lo avevano fatto tornare in città e si erano presi cura di lui fino alla fine, ma la verità è che fin dalla morte del fratello – il nonno che lei non aveva mai conosciuto – aveva sempre vissuto da solo. Era malato da tempo, da tre anni almeno, ma fino a quando le sue condizioni non si erano aggravate al punto da non consentirgli più di vivere in autonomia, aveva scelto di non dire nulla. Seguiva le terapie e andava alle visite da solo. Non aveva voluto gravarli anche di quel peso. Loro erano venuti a saperlo dopo, parlando con il suo medico.


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«Io non ho mai conosciuto mio nonno. I miei nonni» ammise Anita «lui ha fatto le loro veci, fin da quando ero bambina. So quanto tenesse a quella casa, la casa che lui e il fratello avevano acquistato insieme, e voglio averne cura.» Silvia rimase per un attimo in silenzio poi, guardandola negli occhi, domandò: «Quella casa… come ti trovi lì?» «Può sembrare strano ma in quel posto mi sento tranquilla… quasi in pace» confidò la giovane. Silvia annuì, lo sguardo basso, meditativo. «Anche per tuo zio era così… e certo l’impronta lasciata dal suo spirito avrà senza dubbio giovato all’atmosfera del luogo, tuttavia…» alzò la testa di scatto «tu sei una ragazza forte e intelligente, proprio per questo dovresti stare attenta. Non saresti la prima donna a essere rovinata da quel posto» dichiarò a bruciapelo. «Dalla casa di mio zio?» domandò Anita, confusa. «Da quella casa in particolare. Da questo paese in generale» specificò, indicando con un gesto delle mani le case che le circondavano, poi aggiunse: «a volte le cose brutte accadono anche nei luoghi tranquilli, e spesso sembra che le mura stesse ne portino addosso una traccia.» «Una traccia di cosa?» chiese ancora la giovane, continuando a non capire. «Delle lacrime versate, del dolore» rispose Silvia in un sussurro appena udibile. Scosse la testa e sorrise, quasi a voler scacciare con quel sorriso le sue ultime, cupe parole. «Non farci caso, cara» la rassicurò «a volte mi lascio trasportare e in fin dei conti tu sei come tuo zio, uno spirito scettico e razionale. Lui si è trovato molto bene in quella casa, non vedo per quale motivo debba essere diverso per te.» Anita avrebbe senz’altro voluto approfondire l’argomento. Non si diventa scrittori senza il dono di una mente curiosa, e nulla stuzzica la curiosità come nebulosi accenni a vicende sconosciute. Prima che potesse porre altre domande a Silvia, la donna si fermò.


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«Siamo arrivate» dichiarò, sempre sorridente, indicando un ampio edificio a due piani, dalla facciata avorio su cui si apriva un’ampia porta a vetri. Lanciò una rapida occhiata all’orologio che aveva al polso. «Non manca molto all’apertura, ma se vai a suonare e ti presenti a Letizia come la nipote di Giovanni, sono certa che sarà disposta a farti entrare anche prima dell’apertura ufficiale. Anche lei era amica di tuo zio. Io purtroppo adesso devo andare, ma ci rivedremo senz’altro molto presto» la strinse in un rapido abbraccio e, senza darle il tempo di replicare, si allontanò a passi rapidi, sparendo tra le tortuose viuzze.


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CAPITOLO 4 PULCE NELL’ORECCHIO

Come annunciato da Silvia, la bibliotecaria Letizia si rivelò una donna gentile e, per di più, assai preparata e competente. Era una minuscola mora che aveva da poco passato i quaranta, spigliata, energica e dal bel sorriso. Era lieta di conoscere la nipote di Giovanni, un uomo che aveva imparato a considerare un amico e semplicemente estasiata all’idea di avere una famosa scrittrice ospite della sua biblioteca. La ragazza certo non si era illusa di poter nascondere la propria identità a una donna che non solo aveva conosciuto suo zio, ma che trascorreva la propria esistenza tra i libri. Letizia però si affrettò a rassicurarla del fatto che, proprio come Silvia, avrebbe mantenuto il più assoluto riserbo sulla cosa con i concittadini fin quando lei lo avesse ritenuto opportuno. Anita aveva risposto pazientemente alle domande della donna fino al momento dell’apertura, quando Letizia si era congedata da lei per assolvere ai propri doveri. La giovane aveva trascorso le successive tre ore persa tra gli scaffali. Il tempio del sapere, affidato alla custodia di Letizia, era un luogo lindo, accogliente, ordinato e straordinariamente ben fornito. Una notevole collezione di narrativa al piano terra, ben visibile già dall’ingresso, alla quale si affiancavano, al piano superiore, la sezione dedicata alla saggistica e una sala di libri per l’infanzia e l’adolescenza. Non c’era una vera e propria sala studio, ma numerosi tavoli e alcune confortevoli poltrone disposte tra gli scaffali assicuravano un tranquillo e sicuro rifugio agli studiosi. Un luogo ideale per scrivere. Anita fu subito certa che sarebbe spesso tornata a lavorare in quel luogo.


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Uscì dalla biblioteca verso l’ora di pranzo, appesantita da un gradito carico: tre nuovi romanzi con cui allietare le serate e un paio di libri di storia locale, per imparare a conoscere meglio i dintorni. Udì il rintocco delle campane in lontananza scandire l’una del pomeriggio. Anita decise di rientrare, rimandando a un altro giorno la visita ai luoghi simbolo del paese. Si limitò a una breve tappa al minimarket, dove acquistò il necessario per provvedere al pranzo e alla cena. Il giorno successivo avrebbe fatto una spesa come si deve. Appesantita dai libri e dal cibo, percorse a ritroso il tragitto verso casa con lentezza. Per le strade del paese, affollate nonostante la calura, incrociò molte persone. Tante la guardarono con curiosità, più di quante non si sarebbe aspettata le rivolsero cortesi cenni di saluto, un paio addirittura la fermarono per stringerle la mano e presentarsi e una, la parrucchiera che gestiva il salone su Via del Borgo, le espresse con grande cortesia il dispiacere per la morte di suo zio. A quanto sembrava, Silvia aveva ragione: il paese era davvero piccolo e le notizie volavano. La quiete e il silenzio di Via dei Lamponi fu un deciso cambiamento rispetto alla sorprendente vivacità che sembrava animare Rivalta in estate, un cambiamento non sgradito. In mezzo alla natura, Anita se ne era resa conto già da bambina, non si è mai in silenzio. Il mondo non è mai in silenzio. Dalla città alla campagna, tutto ciò che cambia è il tipo di suoni che fanno da contraltare alla giornata. In paese le voci della gente, le risate, le note delle canzoni provenienti dalle radio e che arrivano dalle finestre lasciate aperte; tra gli alberi il lieve fruscìo delle foglie se, come in quel momento, venivano scosse dalla brezza, il frinire delle cicale in estate, il cinguettio degli uccelli e il ronzio degli insetti. Piacevole. Anita percorse con cautela la via, immersa nella gradevole ombra degli alberi che la circondavano. La discesa, lo aveva imparato da piccola a proprie spese, può essere assai più infida della salita. Si fermò alcuni metri prima del cancello, per recuperare le chiavi che, come al solito, erano andate a seppellirsi sul fondo della borsa. Mosse alcuni passi e, d’un tratto, si bloccò di nuovo. Davanti al cancello di casa sua c’era qualcuno ad attenderla. Un giovane uomo, all’apparenza


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non molto più grande lei. Venticinque anni o poco più, piuttosto alto, capelli neri e folti, ondulati, non troppo lunghi. Indossava una maglietta a maniche corte verde scuro e un paio di pantaloni color terra. Era abbronzato e aveva il fisico asciutto del camminatore. La sentì avvicinarsi e si voltò nella sua direzione. I suoi occhi erano nascosti dagli occhiali da sole ma, da quel che Anita poteva vedere, aveva senza dubbio un bel viso. Le sorrise, alzando la mano in un cenno di saluto. Lei ricambiò educatamente con appena una punta di esitazione. Non era certo abituata a trovarsi sconosciuti davanti al portone di casa. Come si suol dire, però, “paese che vai…” «Salve» lo salutò educatamente, non appena gli fu vicina. «Buongiorno, la stavo aspettando!» esclamò lui, gioviale. Si tolse gli occhiali, rivelando due occhi azzurri come i fiordalisi. Anita, dentro di sé, sospirò. Occhi azzurri e capelli scuri: un’accoppiata per la quale aveva sempre avuto un debole. Per fortuna il suo ultimo fidanzato pareva averla definitivamente guarita da questa sua debolezza. Bellissimo, davvero, ma troppo infame perché ne valesse la pena. «Dunque è lei la nipote di Giovanni» commentò il visitatore, squadrandola dalla testa ai piedi «è proprio come l’hanno descritta!» concluse. Lo sguardo era di evidente apprezzamento e, per un momento, Anita si domandò preoccupata cosa esattamente andassero raccontando di lei in paese, ma si limitò a commentare: «Le notizie corrono, a quanto pare, signor…» «Oh, certo, mi scusi. Sono Leonardo Bianchi» si affrettò a dire lui, porgendole la mano. Spostando i libri nella mano che già reggeva la borsa della spesa in un delicato gioco di equilibri lei gliela strinse. «Molto piacere, io sono Anita Lari, ma questo probabilmente già lo sapeva» poi, ricollegando il cognome alle informazioni ricevute quella mattina al bar domandò: «per caso lei è uno di quei Bianchi, i proprietari della rocca?» Lui rise. «Già, i famosi Bianchi. Un cognome parecchio ingombrante da portare da queste parti. I compaesani le hanno già raccontato le losche storie sulla nostra famiglia?»


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«So solo che la famiglia Bianchi è proprietaria della Rocca e, a quanto pare, si prende cura in modo eccellente di un monumento di grande importanza per Rivalta. In quanto alle storie, losche o meno, sono arrivata da così poco tempo che non ho ancora avuto modo di farmele raccontare, mi spiace deluderla.» «Sì, la Rocca è molto bella» concesse lui con un cenno della mano «ma devo ammettere che non mi dispiacerebbe una casa più tradizionale» confidò con aria complice. Poi, gettando uno sguardo alle borse e ai libri che le ingombrava le mani aggiunse: «non vorrei che la prendesse a male, ma che ne direbbe di entrare e appoggiare il suo carico?» Lei lo squadrò con una punta di sospetto. «Non ho certo intenzioni losche» la rassicurò «e so che non è carino invitarla a entrare, visto che dopotutto è casa sua, ma avrei alcune cose da chiederle e non vorrei farlo qui fuori, sotto al sole.» Dopotutto quello era un piccolo paese in cui tutti si conoscevano, e lei sapeva come tenere lontane eventuali attenzioni indesiderate. Anita si strinse nelle spalle. «Certo, perché no?» Si avvicinò al portoncino, accanto al cancello automatico, e lo aprì, facendo entrare il visitatore. Gentilmente Leonardo si offrì di aiutarla con il suo carico e lei accettò. «Mi spiace per il disordine, ma sono arrivata soltanto ieri e non ho avuto ancora il tempo di fare pulizia» dichiarò Anita, entrando in casa «temo di non avere molto da offrirle, non ho ancora fatto una spesa come si deve.» «Un bicchiere d’acqua sarà più che sufficiente» dichiarò lui. Anita andò in cucina, sciacquò un bicchiere preso dalla credenza e lo riempì d’acqua. Tornata in salotto vide Leonardo intento a guardarsi attorno, sul viso un’espressione difficile da descrivere. Assorta, quasi velata da un accenno di tristezza. Resosi conto della sua presenza, si riscosse di colpo. «Chiedo scusa» disse, un leggero tremito nella voce «io e Giovanni abbiamo giocato a scacchi molte volte in questa stanza. L’ultima volta che sono stato qui è stato prima che sapesse che… insomma…» S’interruppe, non sapendo come continuare.


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«Se vuole possiamo spostarci fuori, sotto al pergolato» propose con delicatezza Anita. Leonardo annuì. Non appena furono usciti di nuovo, al sole e all’aria aperta, scosse il capo. «Scusi, non ho il diritto di reagire così davanti a lei. Non sono io quello che ha perso un parente, in fondo…» «Va tutto bene» interloquì Anita «mi conforta sapere di non essere la sola a sentire la sua mancanza. A quanto ho capito era suo amico.» «Lo era diventato» confermò Leonardo «in realtà però il nostro è iniziato come un rapporto puramente professionale.» Questo stupì davvero Anita. C’erano solo due argomenti che interessavano suo zio: le ricerche storiche e il restauro della carta, due passioni di cui aveva fatto la sua professione. Anche se era ormai, in pensione da diversi anni gli capitava, di quando in quando, di accettare lavori da privati cittadini. Era stato un’autorità nel suo campo, specie nel restauro. Si diceva che, quando si trattava di salvare antichi documenti, avesse davvero mani d’oro. Aveva ancora dei clienti, gente di città, per quanto ne sapeva. Durante i lunghi mesi di malattia aveva parlato spesso del proprio lavoro con la nipote e persino negli ultimi giorni, quando la lucidità sembrava venirgli meno, l’argomento era rimasto il solo in grado di catturare la sua attenzione. Certo, Rivalta era un borgo antico, nonostante questo, il fatto che fosse riuscito a trovare clienti anche in paese la stupì non poco. «In effetti era proprio di questo che desideravo parlare…» riprese Leonardo. Non continuò la frase. Di colpo scoppiò a ridere. Lei lo fissò sempre più perplessa. «Chiedo nuovamente scusa. Il fatto è che siamo quasi coetanei, mi sembra così assurdo darti del lei… che ne dici se d’ora in poi ci dessimo del tu?» domandò. Anita acconsentì con un cenno del capo e, con un gesto della mano lo incoraggiò a proseguire il discorso appena interrotto. «Come ti ho detto, all’inizio mi ero rivolto a tuo zio per una sorta di… consulenza. Fino a quel momento lo conoscevo solo di vista. È stata Letizia, la bibliotecaria, a parlarmi di lui. Mi ha aiutato con una piccola


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ricerca storica. È così che siamo diventati amici, nonostante la differenza di età: entrambi eravamo interessati alle storie del passato» cercò il suo sguardo «mi piaceva tuo zio, se ne stava per conto suo, non seguiva mai la corrente ma preferiva farsi delle cose una sua opinione. Era uno con cui si poteva parlare.» Si fece d’un tratto silenzioso. Scrutò il suo viso con attenzione, quasi volesse imprimersene nella mente ogni dettaglio. «Non vorrei sembrare scontato» disse lentamente «ma non ci siamo già visti da qualche parte? Prima di oggi, intendo.» «Non credo» replicò lei «era da molto che non venivo da queste parti e negli ultimi anni ho vissuto in Inghilterra.» Leonardo non sembrò del tutto convinto, ma si strinse nelle spalle. «Comunque sono venuto qui oggi perché vedi, quella ricerca storica che abbiamo iniziato insieme, ecco… non abbiamo avuto modo di finirla. Mi chiedevo se, per caso, Giovanni non avesse lasciato qualche annotazione per me.» Anita rifletté un momento. Suo zio aveva lasciato alcune ricerche incompiute. Lei stessa si era occupata di rintracciare i suoi clienti e di far pervenire loro le informazioni da lui raccolte fino a quel momento. «Non mi sembra di aver trovato nulla indirizzato a te» rispose lentamente «non tra le cose che aveva con sé, perlomeno. Questo non significa che non abbia lasciato nulla. Come ti ho detto non ho ancora avuto modo di riordinare la casa. Gli appunti di cui parli potrebbero essere ancora qui, da qualche parte. Su cosa verteva la vostra ricerca?» «Torbide storie di famiglia» dichiarò Leonardo strizzandole l’occhio «tutti credono che i Bianchi siano la famiglia perfetta, mio padre più di chiunque altro, ma anche noi, come tutti, abbiamo i nostri scheletri nell’armadio.» Anita inarcò un sopracciglio. «Per questo avevi chiesto aiuto a mio zio, per svelare i segreti di famiglia?» Il giovane si strinse nelle spalle. «Era uno dei pochi disposti ad aiutarmi in paese. Gli altri sono troppo impegnati a baciare la terra dove mio padre cammina.» «È così importante, la tua famiglia?» domandò la ragazza, incredula. Sorrise.


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«Lo è stata. Per moltissimo tempo. Ha governato Rivalta per secoli. Un tempo eravamo nobili, noi Bianchi, ora siamo soltanto ricchi, ma il risultato è lo stesso.» La giovane scosse il capo. Il disprezzo dell’uomo per le proprie origini era più che evidente. «Potresti essere più specifico?» lo esortò «se davvero la tua famiglia è così importante, sono sicura che lo zio Giovanni, da appassionato storico qual era, avesse accumulato un sacco di informazioni sul suo conto.» Lui esitò un momento. «Oh, non era niente di speciale, davvero» dichiarò alla fine «solo qualche informazione su una tresca del passato, insieme a un piccolo restauro. Se Giovanni non ha lasciato niente, pazienza. Peccato per il nostro lavoro insieme ma alla fine non era nulla di davvero fondamentale. Solo una vecchia storia.» Anita non gli credette. Ci sono storie e storie al mondo, nessuno lo sa meglio di uno scrittore. Buone storie, cattive storie e storie mediocri. Suo zio amava i misteri e le sfide. Non si sarebbe mai scomodato per una storia da nulla. Il rapido cambio d’idee del suo ospite non l’aveva convinta affatto. «Nei prossimi giorni metterò ordine in casa. Se dovessi trovare qualcosa, ti farò sapere.» «Non serve che ti disturbi, davvero» la rassicurò. La ragazza stava per replicare che non sarebbe stato alcun disturbo per lei, quando il suo cellulare squillò. L’impresa di traslochi aveva qualche difficoltà a trovare la casa. Promise loro che li avrebbe aspettati all’incrocio, proprio all’ingresso della via. «Mi dispiace averti disturbata. Ti lascio, vedo che sei molto impegnata» le disse Leonardo non appena ebbe terminato la chiamata. Sembrava quasi sollevato. Evidentemente non desiderava darle ulteriori spiegazioni. «Nessun disturbo» assicurò «vieni, ti accompagno fino alla strada» concluse rassegnata. Mentre percorrevano il cortile, Leonardo si guardò intorno, scrutando gli alberi, i gelsi, i ciliegi, le acacie.


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«Sono proprio cresciuti in fretta» osservò «l’ultima volta che sono stato qui tuo zio li aveva appena potati.» «Oh, sì in effetti sembrano piuttosto… ingombranti» ammise lei, colta alla sprovvista per il brusco cambio di argomento. «Se dovesse servirti aiuto con la potatura fammelo sapere» si raccomandò con un sorriso. «Grazie» mormorò lei, abbassando lo sguardo, e arrossendo appena davanti a quella inaspettata gentilezza. Tra di loro calò nuovamente il silenzio, un silenzio che durò fin quando non ebbero raggiunto l’incrocio che dava sulla strada principale. Prima di congedarsi Leonardo, come avesse avuto un ripensamento, aggiunse: «Non dare troppo a quello che ho detto sulla mia famiglia. In fondo non sono poi persone cattive, soltanto un po’… un po’ snob, magari. Io sono la pecora nera ma tu sei appena arrivata. Se riuscirai ad andarci d’accordo ti troverai senz’altro meglio.» Detto questo la salutò e s’incamminò verso il paese. Proprio in quel momento il camion dei traslochi fece la propria comparsa, e Anita si trovò ad affrontare più immediati e concreti problemi. Dentro di sé, però, decise che sarebbero stati proprio i Bianchi l’oggetto della sua prossima ricerca in biblioteca. Non era mai stata brava a seguire i buoni consigli, e dopotutto che male poteva fare conoscere un poco di storia locale?


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CAPITOLO 5 IL FIGLIO RIBELLE

Mentre tornava a casa, Leonardo meditava, perplesso. Il brusco cambio d’idee che l’aveva colto mentre parlava con la nipote di Giovanni, aveva stupito anche se stesso. Quando poche ore prima aveva sentito Serena, barista e proprietaria de “La donna cortese”, raccontare dell’arrivo in paese della nuova ragazza, non aveva avuto dubbi, doveva parlarle, ottenere le informazioni che, senza dubbio, Giovanni aveva lasciato per lui. La morte dell’uomo era stato un duro colpo. Nonostante la differenza d’età, che avrebbe dovuto dividerli inesorabilmente, tra loro era nata una sincera amicizia, un autentico rapporto di fiducia. In lui aveva trovato un alleato. Aveva altri amici, suoi coetanei, giovani che erano cresciuti insieme a lui. Si trovava bene con loro, erano i compagni giusti per una o due birre al pub in città, per una serata di pizza e calcio, qualcuno anche per un’escursione tra i boschi, ma nessuno capiva davvero il suo astio nei confronti della famiglia. Nemmeno Alice, la ragazza con cui usciva, lo capiva davvero, anche se forse si sforzava più degli altri. Non condividevano la venerazione degli anziani nei confronti della sua famiglia. Quell’atteggiamento antiquato e anacronistico sembrava fortunatamente essersi affievolito con il passare delle generazioni. Nati e cresciuti a Rivalta erano comunque convinti che venire al mondo con quel cognome antico, quello dei Bianchi, fosse un colpo di fortuna. Non solo la gente in paese ti portava rispetto, e fin da ragazzino ti trattava con la deferenza di solito riservata soltanto agli adulti, ma ti trovavi tutte le strade spianate nella vita perché oltre a un cognome importante incluso nel pacchetto, c’era la sicurezza data da un cospicuo conto in banca, frutto di una ricchezza accumulata di generazione in


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generazione, sopravvissuta allo scorrere dei secoli, anzi, aumentata con il passare del tempo. In fondo erano convinti che la sua fosse tutta scena, che lui si divertisse a interpretare la parte del ribelle, di quello strano, l’originale della comitiva. Solo Silvia Lelli sembrava capirlo, ma anche lei era una parecchio strana, quindi non c’era niente d’insolito nella cosa. Le battute caustiche e i commenti ironici di Silvia sui Bianchi erano sempre stati di grande conforto per lui. Sinceri, liberatori. L’invidia cresce di pari passo alla fama e al benessere, meglio allora un’onesta diffidenza che il veleno di commenti sussurrati. Tutti in paese stimavano la sua famiglia, molti erano sinceri, altri avrebbero in segreto voluto vederla rovinata, ma nessuno l’avrebbe mai desiderato più di lui. No, non era esatto. Leonardo in realtà non aveva mai voluto la rovina della propria famiglia. Un pensiero del genere avrebbe implicato premeditazione, un disegno ben costruito, ma nella sua mente non c’era mai stato spazio per nulla di così ben definito. Lui si sarebbe accontentato di nascere con un cognome meno illustre, un cognome normale. Tutti al mondo provengono da antiche famiglie, ma gli altri non hanno sulle spalle il peso di una tale tradizione da portare avanti, di un simile passato da preservare con vanto e orgoglio. Nessuno dei suoi amici avrebbe mai potuto capire il peso delle aspettative che fin da bambino avevano gravato su di lui. Meno rispetto al fratello Daniele, certo, perché in fondo lui era il secondogenito, e non sarebbe spettato a lui ereditare il controllo di quel patrimonio antico che il bisnonno aveva saputo salvaguardare e condurre nell’era moderna e che prima il nonno e poi il padre avevano accresciuto, ma quando sei un Bianchi devi comunque mantenere sempre un certo contegno, un certo decoro. Non sarai mai un meccanico, o un contadino, né un cassiere del supermercato. Non dovrai sporcarti le mani con la terra, né con il grasso dei motori. Leonardo si sarebbe accontentato di strappare l’assurda patina di perfezione che circondava da secoli il nome dei Bianchi, perché nessuna famiglia è perfetta, nessuna. Ci sono solo segreti meglio custoditi di altri ma la perfezione… quella non è altro che un miraggio,


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un’illusione. La stessa vecchia storia, “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Nessuno avrebbe potuto dire che non ci si fosse messo d’impegno. A quattordici anni si era iscritto ad agraria. I genitori non si erano opposti. Gran parte del patrimonio di famiglia veniva dalla terra, in particolare dai vigneti. Quando però, al momento di iscriversi all’università, Leonardo, coerente con le proprie idee fino in fondo, aveva preferito Agraria a Economia, come sarebbe stato naturale per un rampollo di casa Bianchi, era arrivata la costernazione, accresciuta quando, terminati gli studi, invece di prendere il proprio posto in uno dei tanti settori d’interesse delle aziende di famiglia, si era fatto assumere prima in un vivaio locale, poi in un agriturismo dove, tra le altre cose, teneva corsi per i bambini nei fine settimana. Il padre aveva minacciato di diseredarlo, ma a Leonardo non importava, e aveva continuato sulla propria strada. L’uomo allora gli aveva intimato di lasciare la casa di famiglia. Leonardo si era stretto nelle spalle e aveva preso in affitto un appartamento in paese, tanto la Rocca non gli era mai piaciuta e, anzi, con quel suo carico di storia lo aveva sempre oppresso. Non aveva tagliato i ponti solo perché, a dispetto di tutto, voleva ancora bene ai suoi genitori e al fratello. La cosa però non gli impediva di colmarli di imbarazzo a ogni cena di famiglia, né di perseverare nel progetto di spogliarli della loro ipocrisia. Nessuna famiglia è perfetta, tante famiglie hanno dei problemi. Nasconderlo è inutile, è mentire a se stessi. In fondo avrebbe voluto soltanto che capissero questo. Solo questo. Loro tuttavia non capivano e col tempo era diventato ai loro occhi il figlio ribelle, un nemico in seno alla famiglia, la pecora nera. Lui stesso aveva finito con l’adattarsi a quel ruolo che gli avevano cucito addosso. In fondo lo divertiva anche. Aveva continuato a portare avanti da solo la propria crociata. Quando tra i libri del nonno, che aveva portato con sé quando aveva lasciato la Rocca, aveva trovato sepolta tra le pagine quella vecchia lettera, aveva sperato di avere finalmente un’opportunità, una prova concreta di peccato. Non più vecchie leggende irrealistiche ma un pezzo di carta risalente a non prima della metà del secolo scorso. Una lettera dell’illustre Giorgio Bianchi indirizzata a una donna che non era


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la moglie Lidia. Sciupata, quasi illeggibile, ma chiarissimo quel nome: Maria. Letizia gli aveva suggerito di rivolgersi a Giovanni. Senza volere nulla in cambio aveva salvato alcuni dei documenti più vecchi della biblioteca, quotidiani e riviste che sembravano al di là di qualsiasi possibilità di salvezza. Letizia era una libera pensatrice, nel senso più puro della definizione. Non disprezzava né ridicolizzava l’atteggiamento di Leonardo nei confronti della propria famiglia. Non per niente si era scelta una sensitiva come migliore amica. Il suo consiglio si era rivelato prezioso. In Giovanni non solo aveva trovato un abile restauratore e uno storico curioso, ma quello di cui aveva più bisogno: un autentico alleato nella propria ricerca della verità, uno spirito curioso e scettico. Giovanni veniva da fuori, a lui non importava un fico secco del buon nome dei Bianchi, né aveva alcun interesse nel difenderli a spada tratta come facevano i vecchi del paese. Era uno studioso imparziale, serio, quasi asettico, senza secondi fini. Lo infastidiva la boria di alcuni dei membri della famiglia, ed era sempre pronto a ridere e scambiare battute caustiche su di loro con Leonardo, ma non aveva alcuna ragione personale per volerne infangare il nome. Era proprio questo che lo rendeva straordinario: lui era devoto alla storia e alla verità, piacevole o spiacevole che fosse. Restava perfettamente neutrale e oggettivo. La sua malattia e la sua morte lo avevano privato della sola persona disposta ad appoggiarlo e capirlo. Perché, stranamente, Giovanni capiva davvero quale peso fosse per lui quel cognome e lo prendeva sul serio. Era sicuro che non si fosse dimenticato di lui, che gli avesse lasciato qualcosa, un barlume di luce, poche pagine di appunti in cui aveva tirato le fila delle sue ricerche. Scoprire che forse non era così, lo aveva profondamente deluso. In realtà non era solamente con la speranza di scovare qualche parola dall’aldilà che era andato a trovare Anita. Giovanni gli aveva parlato della nipote. Poco, ma con grande affetto, e in paese, anche se era appena arrivata, era già l’argomento del giorno. A spingerlo fino alla casa in Via dei Lamponi era stata, in parte, la curiosità.


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Quando l’aveva vista, era rimasto stupito. Come avevano detto al bar era davvero bella, con quei capelli ramati e le curve nei posti giusti, ma la cosa che l’aveva davvero lasciato di sasso erano i suoi occhi. Quando avevano detto che aveva gli occhi di Giovanni non avevano esagerato. Non era solo il colore, quel verde incredibile, così difficile da trovare. I suoi occhi avevano esattamente la stessa espressione di quelli di suo zio. Penetranti, forti di una curiosità innata che non si ferma dinanzi a nulla e sembra trapassarti per poterti esaminare da dentro. Sul viso scavato dalle rughe di Giovanni mettevano molti a disagio, sul volto giovane e grazioso di sua nipote, invece, erano una nota stridente ma anche profondamente intrigante. Forse era proprio perché lei era così bella, bella e triste, ancora in lutto, che non se l’era sentita di coinvolgerla ulteriormente nei suoi problemi e che all’ultimo momento aveva scelto di sminuire l’importanza delle ricerche di Giovanni sulla sua famiglia. Giovanni era un uomo maturo con una tempra d’acciaio, che indossava la propria solitudine come un’armatura. Sua nipote Anita invece era giovane, più giovane di lui, ed era appena arrivata in paese. Forse avrebbe avuto bisogno di trovare un lavoro. Quasi certamente sarebbe stato così. Di sicuro avrebbe avuto bisogno di farsi accettare dagli abitanti di Rivalta. Non era il caso di coinvolgerla. Era meglio che rimanesse in buoni rapporti con gli altri Bianchi, quelli che contavano davvero. Sì, era convinto di aver preso la decisione giusta. Era la pecora nera, non una persona cattiva. Solo una cosa continuava a disturbarlo, quella fastidiosa sensazione di aver già visto Anita da qualche parte… ma dove?


INDICE

PROLOGO ............................................................................................. 3 CAPITOLO 1 - NUOVO INIZIO .......................................................... 7 CAPITOLO 2 - RIVALTA................................................................... 12 CAPITOLO 3 - AVVERTIMENTO .................................................... 21 CAPITOLO 4 - PULCE NELL’ORECCHIO....................................... 28 CAPITOLO 5 - IL FIGLIO RIBELLE ................................................. 36 CAPITOLO 6 - LA FAMIGLIA BIANCHI......................................... 41 CAPITOLO 7 - IL PONTE E LA ROCCA .......................................... 49 PRIMO INTERLUDIO ........................................................................ 57 CAPITOLO 8 - CHI NON MUORE SI RIVEDE ................................ 58 CAPITOLO 9 - LETTERE ................................................................... 64 CAPITOLO 10 - VISITATORE........................................................... 69 CAPITOLO 11 - SOLIDARIETÀ FEMMINILE................................. 75 SECONDO INTERLUDIO .................................................................. 79 CAPITOLO 12 - PAURE DEL GIORNO DOPO ................................ 80 CAPITOLO 13 - LA SENSITIVA ....................................................... 82 TERZO INTERLUDIO ........................................................................ 88 CAPITOLO 14 - CONFERME ............................................................ 89 CAPITOLO 15 - IL CAPOFAMIGLIA ............................................... 93


CAPITOLO 16 - IL PASSATO RIAFFIORA...................................... 97 CAPITOLO 17 - IL DUBBIO DIVENTA CERTEZZA ...................... 99 CAPITOLO 18 - LA FINE DELLA QUIETE ................................... 101 CAPITOLO 19 - TURBAMENTO .................................................... 103 CAPITOLO 20 - DICHIARAZIONE D’INTENTI ............................ 105 CAPITOLO 21 - LA CONSORTE LEGITTIMA .............................. 108 QUARTO INTERLUDIO .................................................................. 113 CAPITOLO 22 - INTRUSIONE ........................................................ 114 CAPITOLO 23 - PREOCCUPAZIONE............................................. 116 CAPITOLO 24 - L’ACCUSA ............................................................ 119 CAPITOLO 25 - L’INTUIZIONE DI SILVIA .................................. 122 CAPITOLO 26 - IL PREZZO DEL CORAGGIO ............................. 124 CAPITOLO 27 - IL MURO DEL SILENZIO SI ROMPE ................ 126 QUINTO INTERLUDIO.................................................................... 132 CAPITOLO 28 - L’AMICA RITROVATA ....................................... 134 CAPITOLO 29 - FUGA MANCATA ................................................ 137 SESTO INTERLUDIO ....................................................................... 140 CAPITOLO 30 - L’ALTRO FRATELLO.......................................... 142 CAPITOLO 31 - IL SOSPETTO DI LIDIA....................................... 145 CAPITOLO 32 - QUELLO CHE ACCADE NEL BUIO .................. 148 CAPITOLO 33 - CAMBIO DI STRATEGIA .................................... 150 CAPITOLO 34 - IL PESO DELLA GELOSIA ................................. 153 SETTIMO INTERLUDIO .................................................................. 155 CAPITOLO 35 - RIFLESSIONI ........................................................ 156


CAPITOLO 36 - IL FIGLIO PERFETTO.......................................... 160 CAPITOLO 37 - ONORATA MEMORIA ........................................ 163 CAPITOLO 38 - IL TASSELLO MANCANTE ................................ 166 OTTAVO INTERLUDIO................................................................... 169 CAPITOLO 39 - LA VERITÀ PIÙ TERRIBILE .............................. 170 NONO INTERLUDIO ....................................................................... 172 CAPITOLO 40 - TUTTI I NODI VENGONO AL PETTINE ........... 174 EPILOGO ........................................................................................... 177 RINGRAZIAMENTI ......................................................................... 181


AVVISO NUOVO PREMIO LETTERARIO  La 0111edizioni organizza la Seconda edizione del Premio    ”1 Giallo x 1.000”  per gialli e thriller, a partecipazione gratuita e con premio finale in  denaro (scadenza 31/12/2019)   www.0111edizioni.com 

Al vincitore verrà assegnato un premio in denaro pari a 1.000,00 euro.  Tutti i romanzi finalisti verranno pubblicati dalla ZeroUnoUndici  Edizioni senza alcuna richiesta di contributo, come consuetudine della  Casa Editrice.   


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Sotto allo sguardo indifferente degli alberi, Nicole Ercolini  

Opera finalista al Premio "1 Giallo x 1.000". Rivalta è un piccolo borgo immerso tra le dolci colline emiliane, un paese ricco di storia in...

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