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Luca Ragazzini

SCRITTO SULLE LABBRA          

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SCRITTO SULLE LABBRA Copyright © 2011 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2011 Luca Ragazzini ISBN: 978-88-6307-345-4 In copertina: immagine shutterstock.com Finito di stampare nel mese di Febbraio 2011 da Logo srl Borgoricco - Padova


Alla memoria di mio padre. A mia madre.


“Ogni vero dolore viene scritto su lastre di una sostanza misteriosa al paragone della quale il granito è burro”. (Dino Buzzati, La boutique del mistero - I due autisti)


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LA NOTTE DEL GIUDIZIO

Tre metri per quattro. La stanzetta aveva la forma di un parallelepipedo, ma per incomprensibili inganni geometrici le pareti in cui erano ritagliate la porta e la finestra non parevano tanto più piccole delle due più estese. Da più di un’ora girava in lungo e in largo per quei pochi metri quadri, cercando di scaricare a ogni passo un briciolo di quell’inquieta energia che gli si stava accumulando sotto la pelle, rendendo più ruvidi i movimenti e più veloci i pensieri. Aspettava, aspettava da quella mattina e sapeva che prima o poi la sua attesa avrebbe trovato un termine. Camminava diligentemente lungo il perimetro della camera ricalcandone idealmente i margini. Tracciava mentalmente rette parallele e perpendicolari fino a dividere quel piccolo spazio in un insieme di rettangoli, rombi e triangoli legati tra loro da equazioni matematiche sempre più complesse. Gli assiomi e i postulati della geometria euclidea gli consentissero di smontare e ricostruire quell’angolo di cemento secondo i capricci e i malumori del momento, ma il buon senso gli suggeriva di non concedere troppo spazio ai voli della fantasia e di rimanere concentrato su ciò che di lì a poco avrebbe preso forma. La finestra si apriva sul viale principale e da quell’angolazione l’intero quartiere poteva essere abbracciato con un solo sguardo. Un solo lampo d’occhi era sufficiente per percorrerne le direzioni e, da quella posizione dominante, le sue mille strade sembravano processioni di case e persone, mute in attesa di una sua parola. Nella penombra, sotto il caldo di luglio, la città provava a rialzare la testa dopo un’intera giornata di smog e canicola. Il fresco tepore della serata scioglieva progressivamente quel rivoltante strato di afa e vapor acqueo che aveva appesantito aria e polmoni e, lungo le vie del centro storico, iniziava a dipanarsi quello stagnante odore di benzina, di piatti cucinati all’aperto, di indumenti polverosi sommersi dalle tante e diverse miscele di deodoranti, con le loro oleose fragranze di sintetico. Accanto ai fuocherelli spenti, ma ancora fumanti, i barboni si rannicchia-


8 vano nei loro materassi cartonati, sepolti dalle proprie miserie e da quelle altrui. Gli occhi dei passanti si soffermavano fugacemente sui resti dei pasti improvvisati e delle defecazioni silenziose che avevano imbrattato le ore di quest’ultima giornata, poi volavano via in cerca di terre più stabili e di sentieri meno impervi da difendere. Finalmente era giunta la sera e l’oscurità lunare permetteva a tutti di frenare la corsa, di rallentare i pensieri e di mettere ordine tra le mille immagini che la luce accecante del giorno aveva prodotto, senza riuscire a spiegare. Eppure, tra i sonni più o meno ristoratori del popolo degli appartamenti e dei marciapiedi, un gusto amaro si era diffuso nell’aria, un rumore smisurato e inquietante aveva spezzato il tranquillo grigiore del riposo ed era giunto lentamente alle orecchie e al cuore dell’uomo rintanato nell’ombra di quel fradicio monolocale di periferia. Era stato l’unico a non addormentarsi quella notte, quasi avesse avuto sentore che qualcosa di importante prima o poi sarebbe scivolato nella tiepida brezza di quella tarda serata estiva. Poi ciò che aveva tanto temuto si era improvvisamente materializzato e, con un solo gesto di stizza, i complessi reticoli a tre dimensioni che la sua fantasia aveva creato tra le mura di quella stanza erano andati in frantumi, mentre la sua attenzione si era focalizzata sull’inquietante realtà che si stava avvicinando: suo Padre l’aveva di nuovo convocato e presto l’incontro avrebbe avuto luogo. Già durante la settimana precedente aveva temuto qualcosa del genere ma, dopo gli avvenimenti delle ultime ore, non aveva potuto fare altro che rassegnarsi all’idea della convocazione. Troppa crudeltà e troppo dolore si erano aggirati per quelle vie nel passato più recente ed era impensabile che anche stavolta suo Padre fosse riuscito a chiudere un occhio e a tirare avanti per la sua strada come se niente fosse. Un tipo strano, suo Padre: un uomo anziano dal temperamento fiero e autoritario, dotato di uno sguardo profondo e di un carisma fuori del comune. Un uomo d’altri tempi con un’indole piuttosto pacifica, ma assolutamente non remissiva, un’indole in cui l’essere buono cedeva spesso e volentieri il passo all’essere giusto. La giustizia era la cosa cui più teneva al mondo e anche l’esigenza di questa convocazione era probabilmente nata dal suo desiderio di mettere fine a una lista di soprusi divenuta ormai troppo lunga per non essere anche preoccupante. Dietro la barba bianca e i capelli arruffati di quel vecchio si nascondeva a volte un vago senso di risentimento e pericolosità e le sue mani dure e grinzose parevano essere state scolpite apposta per rammentare a tutti


9 l’enorme forza d’animo e l’estrema decisione con cui affrontava anche le questioni più tragiche. Da un momento all’altro sarebbe entrato da quella porta cigolante e, magari senza neanche salutare, si sarebbe seduto da qualche parte fissandolo direttamente negli occhi. Era sufficiente già questa semplice prospettiva per alimentare in lui quello stato di agitazione che divideva con se stesso da quella mattina, ma purtroppo c’era dell’altro. Questa non era certo la prima convocazione, ma stavolta c’era qualcosa di molto più minaccioso e oscuro del solito in quella chiamata. L’intuito o forse il buon senso gli suggerivano che stavolta non sarebbe stato semplice rimediare o mettere una pezza agli errori commessi dagli altri. Questo pensiero lo assillava e lo martellava da ogni lato e i suoi effetti si riverberavano sulla sua gestualità esasperata e sulla sudorazione che da qualche ora si era fatta sgradevolmente forte. Avrebbe voluto andarsene in quel momento, avrebbe voluto scaricare sulle spalle di qualche altro sventurato la micidiale responsabilità di cui si trovava involontariamente investito, avrebbe voluto cambiare paese, cambiare nome, cambiare vita, ma non poteva. Non poteva e quindi tanto valeva affrontare la situazione a viso aperto, magari confidando nell’aiuto della sua intelligenza o almeno in quello della buona sorte. Intanto, a furia di camminare così nervosamente, quel buco di monolocale sembrava aver modificato le proprie misure, pareva sempre più simile a un cubo, quasi le sue insistenti passeggiate avessero livellato e resi omogenei i centimetri delle quattro pareti. Per non continuare quella stucchevole e involontaria danza di noia, si affacciò alla finestra respirando gli effluvi acri di quella notte estiva, che non erano riusciti a far scendere più di tanto l’alto livello della colonnina di mercurio che teneva appesa alla parete, proprio accanto alla porta. Sulla strada principale un fuocherello era tornato timidamente a brillare e intorno si distinguevano due barboni intenti ad armeggiare con una vecchia padella e una scatola di fagioli appena aperta. Poco distante un cagnolino seguiva in religioso silenzio ogni loro movimento, sperando che qualcosa di commestibile potesse arrivare dalle sue parti, mentre le molli evanescenze del fuoco ritagliavano sul suo volto il mistero di un’espressione antica, non suscettibile di essere modificata da mode o da tendenze. Quell’usuale quadretto di vita notturna gli spalancò nel cuore un sussulto di pace e di forza e, per un istante, pensò seriamente di poter affrontare la situazione senza timori, di poter difendere la vita e i dolori di tutta quella gente senza dover chinare la testa di fronte alla


10 soggezione che la presenza di suo Padre gli procurava. Ma ben presto i dubbi avevano ripreso il sopravvento e l’unica promessa che era riuscito a farsi era stata quella di non mollare e di compiere tutto il possibile per salvaguardare l’annoiata felicità della gente delle case e la composta disperazione di quella delle strade. Faceva ancora molto caldo in quella stanzetta. Il sole era stato alto e penetrante per tutto il giorno e adesso i mattoni della palazzina diroccata restituivano all’interno tutte le scorticanti scariche di calore ricevute. Il moderato refrigerio della notte non arrivava a scardinare l’afa che assediava la penombra di quello spazio chiuso e l’uomo trangugiò violentemente due bicchieri d’acqua fredda per sfuggire a quella sensazione di essere avvolto in un grande lenzuolo trasparente, così gravido di vapor acqueo da poter essere strizzato. I sorsi d’acqua gelata riuscirono solo a procurargli un’improvvisa e secca fitta allo stomaco e, proprio mentre sul suo volto si era impressa una stupita espressione di dolore, la porta si era violentemente spalancata, lasciando intravedere una figura alta e maestosa. L’uomo ignorò i residui di fastidio che ancora avvertiva nel ventre, poi indietreggiando di mezzo passo esclamò: «Ti stavo aspettando, Padre.» L’altro rispose in modo distratto con un gesto del braccio destro appena accennato, quindi si sedette sull’unica panca della stanzetta poggiando accanto a sé una scatola di cartone di media grandezza diligentemente chiusa. Si trattava di un uomo piuttosto anziano, dalla stazza notevole e dal portamento lento e signorile. Era vestito semplicemente ma non in modo trasandato e la sua stessa barba, pur non essendo curata alla perfezione, si presentava in modo gradevole e pulito. Si guardò intorno più di una volta, soffermandosi sugli angoli e sulle pareti più in ombra, come per sincerarsi che tutto fosse in ordine e che niente fosse cambiato rispetto all’ultima volta, poi lo fissò per un attimo negli occhi. «Tu sai perché siamo qui, vero?» Anche la voce conteneva qualcosa di solenne, di austero e le sue mani erano subito andate a sfiorare delicatamente quel pacco che aveva stipato sulla panca con così grande cura. Il più giovane fece segno di sì, ma un rinnovato senso di paura gli era sceso nel petto da quando quella scatoletta di cartone aveva fatto la sua comparsa. Lo sapeva, lo sapeva, lo aveva saputo fin dal primo momento: questa volta non si trattava solo di un ammonimento o di un’arrabbiatura momentanea. Questa volta


11 suo Padre faceva sul serio, tremendamente sul serio e non sarebbe stato facile dissuaderlo da ciò che aveva in mente. «Hai sentito cosa è successo stamattina, proprio in una di queste strade?» Il Figlio chiuse gli occhi come per scusarsi o per prendere tempo. Era la domanda che temeva, quella che avrebbe voluto evitare a costo di qualsiasi sacrificio, se non altro perché si trattava di una domanda a risposta obbligata. «Le cose stanno peggiorando», aggiunse il Padre, come per invitare l’altro a una replica che stentava a prendere forma. «Ormai avviene sempre più spesso e sempre in modo più crudele, non trovi?» La voce del vecchio iniziava a farsi tesa, impaziente di una risposta e l’altro sapeva bene che deluderlo o farlo innervosire durante queste prime battute avrebbe significato compromettere tutto e tutti. «Non tutte le persone sono uguali, Padre. Non tutti sono così malvagi», riuscì infine a replicare con una voce sottile e sommessa. La stanzetta intanto era tornata tranquilla e silenziosa, ma l’elevato tasso di umidità rendeva maggiormente percepibile quell’impalpabile alone di pericolosità che mai si era rarefatto da quando la convocazione era stata annunciata. Il Padre aveva lentamente accavallato le gambe e con una mano aveva preso ad arrotolarsi i riccioli della barba bianca, quasi quell’operazione potesse aiutarlo nel decifrare la strada giusta da intraprendere. «No, non posso più accontentarmi di queste frasi», disse poi voltando lo sguardo in basso e conferendo a quell’affermazione una cadenza che sembrava volerla trasformare in una sentenza più che in un commento. Il Figlio increspò le labbra. Niente da fare, pensò, non erano bastate. Le sue parole non erano bastate per incrinare la fermezza di quei pensieri che aspettavano solo il bersaglio giusto per scaricare tutta la propria energia. Il Padre si era improvvisamente alzato e i suoi occhi avevano assunto un’opaca e lugubre lucentezza. Peggio di così quella discussione non poteva iniziare: erano bastate poche battute per testare la minacciosità dei suoi propositi e ora diventava estremamente difficile capire quale fosse la via da seguire per non peggiorare ulteriormente la situazione. L’inflessione della sua voce era rimasta pacata ed equilibrata, ma questo non doveva creare eccessive illusioni perché era proprio quando si trovava in quello stato di collera controllata che si dimostrava capace di prendere le decisioni più drastiche e impietose. La sua era niente più


12 che una calma apparente, un fuoco che covava sotto la cenere e che avrebbe ripreso vita alla prima vampata di ossigeno. Fuori, nel frattempo, era precipitata la notte e il buio aveva assimilato in sé ogni forma di vita e di movimento. Solo due dei barboni del viale erano rimasti svegli, un po’ per scambiare qualche parola, un po’ per farsi piacevolmente stordire da quell’argento ruvido di luna che rende inconfondibilmente cittadine le nottate delle grandi città. Il Figlio si sporse dalla finestra e invitò il Padre a fare altrettanto, indicandogli la fila dei senzatetto che dormivano o chiacchieravano lungo la strada principale. «È rimasta tanta brava gente a questo mondo, Padre mio, e noi abbiamo il compito di proteggerla. Non possiamo prendercela con tutti.» L’anziano annuì, come per manifestare il suo accordo con ciò che aveva appena sentito e come per ribadire che, dopotutto, non è tutta cenere ciò che non luccica, ma non era questo il punto. Era della sua opera che si stava parlando, di quell’opera in cui si era impegnato e in cui aveva creduto a lungo, quell’opera che invece ora gli si rivoltava contro senza un perché, mostrando tanti e diversi aspetti di umana ferocia. «Ormai non si tratta più di casi isolati», esclamò poi tagliando la pesantezza di un silenzio che iniziava a divenire imbarazzante per entrambi. «Non si tratta più di episodi slegati l’uno dall’altro. Quello che sta accadendo in queste strade avviene allo stesso modo in tutto il resto del mondo. Ho sperato per molto tempo che le cose potessero cambiare, ma a questo punto ritengo che solo un intervento drastico e definitivo possa portare a qualcosa di buono.» Così dicendo si era di nuovo avvicinato alla scatola di cartone e, dopo qualche incertezza, l’aveva gentilmente sollevata. Il contenitore si presentava chiuso da due alette legate tra loro da una serie di lacci colorati, sette per la precisione, tutti meticolosamente annodati con tanto di fiocco. Era tutto sommato un pacco logoro e sporco, ma quella serie di lacci gli conferiva una sorta di misteriosa vivacità. Le affermazioni del Padre erano risuonate senza astio nell’aria stagnante del monolocale e proprio per questo una smorfia di disappunto corse a deformare l’espressione del Figlio quando l’altro, senza preavvisi di sorta, infilò le dita tra le prime due stringhe e le sciolse cerimoniosamente, producendo un suono soffice e caldo. Il Figlio serrò con forza gli occhi, come per controllare un dolore che cominciava a prendere consistenza e che si avviava a colorarsi delle inconfondibili striature dell’angoscia. Restavano ancora


13 cinque lacci da difendere, cinque tenui legami in cui sperare e per cui lottare: se non fosse riuscito adesso a compiere la mossa giusta, dopo ci sarebbe stato posto solo per i rimpianti. «Questo non è il primo momento di crisi che viviamo, Padre. Anche nel passato abbiamo affrontato situazioni tremende e le abbiamo sempre superate.» L’altro scosse pesantemente il capo, forse per tenere a distanza quelle frasi incalzanti che, di tanto in tanto, riuscivano ad aprire una qualche breccia tra le muraglie compatte delle sue convinzioni. «Ti sbagli, non le abbiamo mai superate», ribatté. «Le abbiamo solo rimandate perché speravamo che un giorno le cose sarebbero finalmente cambiate. E oggi stiamo pagando il prezzo di questa nostra malriposta fiducia.» La risposta fece ripiombare tutto nel silenzio. Le vampate di aria calda, che per tutto il giorno avevano sfondato porte e finestre, parevano ora rialzarsi e riprendere vita, rendendo più critica e incandescente quell’anomala convocazione. Un grumo di saliva dal sapore sanguigno si era intanto formato nella gola del più giovane, che avvertiva un senso di rabbia e di impotenza di fronte a quel terremoto che si avvicinava a piccoli passi. Suo Padre procedeva dritto per la sua strada, aveva già sciolto i primi due lacci e non accennava minimamente a perdere la calma. Se si fosse spazientito, infatti, tutto sarebbe diventato relativamente più semplice. Sarebbe bastato farlo sfogare, regalandogli magari un formale segno di sottomissione per indirizzarlo verso itinerari più docili e tolleranti. In questa situazione, invece, tutte le porte e tutte le speranze continuavano a essere irrimediabilmente chiuse. Il Figlio si sedette sulla panca, detergendosi con un fazzoletto il sudore che gli aveva inumidito la fronte e invischiato i capelli e si lasciò trasportare da un marcato odore di alcool che, da qualche secondo, si era innalzato impetuosamente sulle loro teste impregnando vestiti e cervelli. L’uomo chiuse gli occhi senza dare troppo peso all’origine di quegli effluvi alcolici e iniziò a inoltrarsi nei labirinti di un’inquietante immagine, che si era ritagliata uno spazio proprio tra le maglie dei suoi timori. Come un dipinto fauvista, quella visione viveva di colori forti e marcati, impressionanti nella loro severa bellezza. Sopra una terra desolata e spoglia si stagliava con fierezza una luna opaca, crepata, spaccata in due da chissà quale maligna forza e dai suoi squarci si liberava un immane torrente di sangue denso e bollente, che scendeva in modo irrego-


14 lare colorando e annegando fiori, mari e creature. Si trattava di un’immagine dinamica, in movimento, talmente interiorizzata da divenire percepibile con tutti e cinque i sensi, che permettevano così di vivere in prima persona la paura con cui era stata concepita. I riflessi purpurei del sangue imbrunivano la già scarsa luminosità e, saltuariamente, qualche testa d’uomo o d’animale riusciva a emergere da quel torrente vivo di plasma, che proseguiva ineluttabile la sua marcia fagocitando ogni forma e mineralizzando ogni vita. Vortici e mulinelli si aprivano in quel mare senz’acqua e, spinte dalle correnti infernali, ripugnanti residui organici venivano scagliati nell’aria, colpendo e appesantendo ogni battito d’ala d’uccello. Niente sfuggiva a quella pioggia di sangue che lentamente prendeva possesso di ogni bocca e di ogni polmone. Nessun respiro poteva sopravvivere a quella grandine di morte e soltanto quando l’odore d’alcool divenne meno insistente il Figlio riuscì a riaprire gli occhi, frantumando così sul colpo quello spettro onirico. Dietro quella dissolvenza psichica, la stanza aveva conservato il suo solito lugubre aspetto. Il Padre sostava da qualche minuto nell’angolo accanto alla finestra, fissando un punto imprecisato della parete di destra e lanciando saltuariamente delle occhiate minacciose in direzione del più giovane che, solo ora, iniziava a riprendersi da quell’affresco mentale che lo aveva fiaccato e spaventato. Poi lo stordimento cominciò a disperdersi e l’esigenza di affrontare quella discussione con tutte le armi che aveva a disposizione tornò prepotentemente in primo piano. «Anche io ho provato molto dolore, Padre, per quello che è successo stamani a quella cucciolata di cagnolini, ma noi dobbiamo continuare a lavorare in positivo anche in questo caos, dobbiamo continuare a lottare per ricostruire, per ricominciare, e non per distruggere.» Preso com’era dalle sue riflessioni, il vecchio ascoltò senza staccare lo sguardo dal niente che stava involontariamente contemplando. «Probabilmente sarà a causa della mia vecchiaia», rispose poi, «ma io non riesco più a capire qual è la logica che regola il mondo, non riesco più a individuare il nome dell’ordine che sottende a tutta questa crudeltà.» Quindi, dopo aver respirato profondamente le ombre torride di quella notte di luglio: «Ho sempre pensato che il vero inferno fosse quello che gli uomini ogni giorno si portano dentro e che comunemente chiamano rimorso. Ho sempre creduto che questo freno, perennemente inserito tra i loro pensieri, fosse un deterrente sufficiente per impedire le azioni più


15 efferate, ma la violenza e l’orrore che stiamo vivendo dimostrano che mi sbagliavo. Ritengo quindi sia giunto il momento di conferire all’inferno delle sembianze più tradizionali e riconoscibili.» Un tocco di tristezza si stava facendo largo nel suo cuore e qualcosa di malinconico si stava sovrapponendo a quello strato di risentimento su cui finora si erano infranti tutti i tentativi di dialogo. Forse era giunto il momento per giocare d’astuzia, il momento in cui fare delle concessioni, in cui dargli ragione, senza esporsi troppo però, senza niente di scoperto o di dichiarato che potesse fargli comprendere che appunto di un gioco si trattava. «Ti capisco, Padre mio, ti capisco bene. Gli uomini sono deboli e violenti e diventano tanto più violenti quanto più cresce la loro debolezza, ma è proprio la fragilità della loro natura che deve portarci alla comprensione e alla pietà, altrimenti non ci sarà più spazio per nessuno.» Lungo la strada, intanto, tutto era immobile e anche il fuocherello era tornato muto. La maggior parte dei vagabondi si era lasciata vincere dagli impeti del sonno e solo due di essi ogni tanto scambiavano ancora qualche parola sbuffando e accennando a dei gesti di impazienza, come se fossero in attesa di qualcosa o di qualcuno che tardava a farsi vedere. Il cagnolino che teneva loro compagnia era riuscito a rimediare qualcosa per sfamarsi e ora sgranocchiava rumorosamente i resti più duri di quel povero pasto, lacerando così il silenzio pesto delle ore del riposo. Proprio su quel rumore si era appuntata l’attenzione del Padre, che si era lasciato sfuggire un tenero e sincero sorriso in direzione di quella bestiola intenta a soddisfare la più elementare delle necessità, poi però la sua espressione era cambiata e le sue emozioni erano tornate sui ferrei binari di sempre. «Sai, ho riflettuto molto questa volta, prima di convocarti, e ti assicuro che non l’avrei fatto se non avessi avuto chiara in mente la strada da intraprendere. Cercare una delle solite vie d’uscita servirebbe soltanto a ritardare ancora una decisione che invece dovrebbe essere presa al più presto. Cerchiamo di andare fino in fondo, stavolta.» Aveva fallito di nuovo. La tranquillità e la determinazione di quel vecchio parevano veramente inamovibili e una punta di irritata rassegnazione portava adesso i muscoli del Figlio a rilassarsi in uno stiramento, che voleva essere più una richiesta d’aiuto che un modo per sciogliere le articolazioni. Eppure doveva pur esserci un modo. Doveva pur esistere un sistema per far ragionare e portare a più miti consigli la fierezza


16 emotiva di quell’uomo grande e statuario. Ogni catena possiede un anello più debole, quello che non tiene, e anche in quel fisico da guerriero a riposo doveva esserci un punto di maggiore fragilità su cui convogliare tutti gli sforzi. Era indispensabile scrutarlo, osservarne a fondo la gestualità e gli atteggiamenti per scoprire quelli più facilmente influenzabili e malleabili. Appunto uno di quei movimenti stava seguendo il Figlio, quando una pioggia di sudore freddo riaccese nuovamente il panico che da quella mattina lo accompagnava: il Padre aveva di nuovo sollevato la scatola di cartone e, senza neanche chiedere il suo parere, aveva reciso seccamente anche il terzo e il quarto laccio della serie. Il Figlio si strinse la testa tra le mani sconsolatamente: forse era anche colpa sua. Sì, era anche sua la responsabilità di ciò che stava succedendo. Si stava dimostrando inadeguato e impreparato di fronte al compito che lo attendeva e in quel momento avrebbe voluto mettersi in ginocchio e chiedere perdono al mondo intero per la sua incapacità, che non gli stava permettendo di proteggere a dovere il battito di quella moltitudine di cuori, che non gli stava consentendo di porre un argine all’uragano che stava per essere partorito nell’insignificante nudità di quella stanzetta di periferia. Solo tre lacci rimanevano, solo tre lacci su cui concentrare le ultime disperate difese, gli ultimi sforzi per impedire l’apertura delle porte del cielo e della terra. Il Figlio tentò di concentrarsi su quest’unico pensiero, ma quella nauseante puzza d’alcool tornò di nuovo a sfiorargli la pelle. Più insistente e ripugnante di prima, quel corposo odore lo obbligava nuovamente a chiudere le palpebre e ad abbandonare momentaneamente quella partita che lo vedeva in chiara posizione di svantaggio. Era ancora un’immagine ciò che si divincolava tra le sbarre della sua coscienza, ma stavolta si trattava di una visione solare, piena di luce, di splendore. Sopra un campo di grano troneggiava un sole immenso e accecante che dispensava il suo calore verso la terra sottostante e i suoi abitanti. Ma non c’era equilibrio in quella figura e non c’era misura negli elementi che la componevano. Quell’enorme sole era in realtà un rovente disco giallo e i suoi raggi crollavano in basso, come solide frecce infuocate pronte a trafiggere e bruciare qualunque schiena d’uomo o d’animale. Nessun mare, nessun fiume, neppure il più piccolo corso d’acqua era sopravvissuto a quell’arsura infinita che inceneriva corpi e lamenti. Un rumore di ruggine e acciaio dinamizzava le tetre vampe di quell’immagine da incubo, un roboante sollevarsi e scendere di lame


17 che si abbattevano sui loro obiettivi senza possibilità di errore o perdono. E nuove grida si levavano al cielo quando una spada o una scure portava a termine il proprio compito. Era un continuo alternarsi di voci strozzate, di teste decapitate, di mani mozzate, di corpi esangui, poi ridotti in cenere dalle devastanti ondate di fuoco bianco, mentre le stesse tracce di sangue evaporavano in pochi istanti, travolte dalla violenza di quell’unico inferno di luce. Ma anche stavolta un piccolo circolo d’aria smistò le esalazioni di etanolo, rendendole meno dense, e lentamente ogni impressione cominciò a divenire meno marcata, fino a svanire al riaprirsi dei suoi occhi arrossati e confusi. Si sentiva oppresso, adesso. Provava un doloroso senso di pesantezza fargli pressione sui muscoli e sulle ossa, la stessa pesantezza di quelle ignare e affumicate periferie cittadine che smaltivano le proprie insicurezze nel vento tiepido della notte e che, di lì a qualche ora, sarebbero di nuovo impazzite tra mille colori di clacson e insegne luminose. Doveva crederci fino in fondo se voleva avere ancora qualche possibilità. L’ultima linea di difesa non era ancora caduta dopotutto e non bisognava cedere alla pericolosa tentazione di gettare la spugna. Avrebbe preferito non avventurarsi su quei sentieri, avrebbe preferito non esternare quei pensieri, ma il tempo iniziava a scarseggiare e tutti gli altri approcci erano già miseramente falliti. La proposta che stava per pronunciare lo spaventava. E se l’altro avesse accettato? Certo, l’ipotesi era abbastanza remota, ma se il Padre si fosse lasciato convincere, con quale coraggio avrebbe riaffrontato ciò che lo attendeva? Un rumore antico di martellate e chiodi arrugginiti lo frenò per un po’ da quel proposito e lo fece ripiegare su se stesso, ricordandogli gli stretti legami che uniscono il dolore psichico a quello fisico. Correva la paura tra le sillabe delle sue frasi, correva talmente forte da farlo incespicare nelle parole, ma riuscì comunque a esprimere ciò che aveva in mente. «So che non è la soluzione che preferisci, ma sappi che io sono nuovamente pronto a rispondere per loro, se pensi che questo possa servire ad aggiustare le cose o magari anche solo a calmarti. Pur di evitare questa nuova ondata di dolore sono pronto a subire tutto ciò che riterrai più giusto: non hai che da chiedere.» Si trattava dell’ultimo sforzo che non riusciva a tradire però il suo significato di resa, di resa incondizionata. Ma cos’altro avrebbe potuto fare? Lo squilibrio delle forze messe in campo era tale da non consentirgli uno scontro aperto e che questa convocazione non sarebbe stata


18 come le altre lo si era intuito fin dal principio. Suo Padre non gli aveva concesso la benché minima possibilità di arringa stavolta, si era limitato a sputare sentenze su sentenze, senza manifestare alcuna disponibilità al dialogo o al compromesso. E anche la sua nuova risposta non conteneva alcun indizio di indecisione o turbamento. «No, Figlio mio, non posso permetterlo, e forse non avrei dovuto permetterlo neppure allora. Non puoi farti schiacciare di nuovo dalle loro colpe e non puoi pagare in eterno per i loro sbagli. No, è necessario voltare pagina stavolta, è necessario ricominciare tutto dal principio per poter sperare davvero in un futuro migliore. Non c’è niente che tu possa dire per farmi cambiare idea.» Fu questione di un attimo, poi anche il quinto e il sesto laccio della scatola furono stracciati senza indecisione. Era così dunque. Tutto era già stato stabilito e nulla poteva più deviare il funesto corso degli avvenimenti. Anche quella convocazione quindi non era niente più che un modo per rendere ufficiale una decisione già presa da tempo. Il più giovane adesso osservava il più anziano con un’aria aperta di sfida. Gli ultimi due lacci andati in frantumi lo avevano indispettito più che spaventato e il risentimento che gli percorreva controcorrente le vene non gli faceva percepire più l’approssimarsi dell’infernale minaccia. Restava solo il settimo laccio, universalmente conosciuto come il settimo sigillo, un elegante fiocchetto rosso che a stento teneva ancora chiusa quella scatola e i suoi misteriosi orrori. A questo punto era sufficiente un solo gesto, un solo impercettibile movimento per dare il via alla distruzione suprema, alla demolizione di ogni classe di viventi. Bastava che Dio, suo Padre, rompesse quell’ultimo sigillo e subito si sarebbe innescato il conto alla rovescia, quello che avrebbe permesso al mondo di ripartire solo dopo essere passato per lo zero e l’annullamento totale. Era arrivato il tremendo momento, quello tanto temuto e profetizzato in ogni tempo e luogo. Era arrivato il momento del giudizio, del giudizio universale, quello di fronte a cui non c’era speranza di scampo, non c’era possibilità di appello. E, contrariamente a quanto stabilito dall’immaginario collettivo, non si stava compiendo di giorno, ma in piena notte. Era la notte, la notte del giudizio e, osservando attentamente il volto livido e impietoso del Padre, non era difficile prevedere che si sarebbe trattato di un giudizio volto esclusivamente alla condanna e all’annientamento, senza alcuna prospettiva di redenzione. Ormai non c’era più molto da dire o da fare. Il Padre era prossimo alla soluzione


19 finale e il clima si era fatto talmente teso e carico di incomunicabilità da rendere praticamente impossibile un cambiamento di rotta: solo un evento straordinario poteva rimettere in discussione le cose. Il settimo sigillo intanto restava in piedi, sfiorato dalle prime leggere e circospette carezze del vecchio, ma era questione di un niente. Bastava qualche decigrammo di energia muscolare in più su centimetro quadrato per sciogliere quell’ultimo muro che permetteva ancora di distinguere il bene dal male. L’attenzione del Padre volò ancora sui due barboni della strada, che parevano sempre più vicini a perdere la pazienza per colpa di un appuntamento che tardava a concretizzarsi. Chissà cosa o chi stavano aspettando quei poveri uomini che, tra un’imprecazione e l’altra, manifestavano apertamente la loro intenzione di andare a dormire: un’urgenza più che un desiderio. Le occhiate e i pensieri buttati sul viale garantivano ancora una manciata di secondi di vita al grazioso fiocchetto rosso e a tutto ciò che rappresentava e il Padre palesò il desiderio di dire ancora qualcosa prima di compiere quell’ultimo atto. «Sono sempre stati così», sussurrò poi con una tristezza che non voleva saperne di trasformarsi in smarrimento, «sono sempre stati così e non cambieranno mai. Sempre intenti a trascorrere le loro ore migliori in quella solita frenesia di morte, sempre bisognosi di nuovo pesante metallo per scolpire armi sempre più efficaci, sempre pronti a lavare le loro insicurezze con altro limpido e inutile sangue, sempre disposti ad addormentarsi in pace tra le grida e le richieste d’aiuto, sempre bravi a scegliere i punti in cui meglio colpire, sempre impareggiabili nello schiantare al suolo chi non gli assomiglia, sempre stupidamente convinti di essere nel giusto, sempre vigliaccamente in preghiera per implorarmi di non fargli del male.» Il Figlio restava in disparte respirando lentamente, come per non fare troppo rumore, come per non commettere alcuna imprudenza che potesse far precipitare l’ago della bilancia sul piatto sbagliato. Le parole di suo Padre rotolavano le une sulle altre, senza pause, senza virgole verbali, senza intervalli. Finalmente si stava sfogando, per la prima volta da quando la conversazione era cominciata si stava sfogando e nessuno in quel momento poteva pronosticare se quello sfogo avrebbe influito positivamente o meno sulla decisione che la sua saggezza divina sembrava aver già preso. «Io sono stanco», proseguì poi con la stessa eloquenza, «sono veramente stanco di ricevere suppliche da un’umanità meschina e cattiva, che


20 osa definire disumane le proprie azioni più ignobili. Sono stanco delle loro invocazioni, delle loro richieste, delle loro preghiere senza amore dettate solo dalla consuetudine o dalla paura di ciò che potrei infliggergli. E ormai la stanchezza è diventata davvero insostenibile.» Era il momento di abbandonare ogni riserva. Arrivati a questo punto, non si trattava più di porre in atto tattiche o strategie, molto meglio quindi lasciarsi guidare dall’istinto o magari anche dalla rabbia. Se razionalmente niente poteva più essere detto o fatto per impedire l’accensione di quell’olocausto democratico che non avrebbe fatto distinzioni di censo o di razza, poteva almeno mettere suo Padre di fronte alle proprie responsabilità, alle proprie contraddizioni, ai propri limiti e poteva dirgli apertamente cosa pensava del suo atteggiamento e di ciò che si stava accingendo a compiere. «Sembra proprio che non sia rimasto più molto tempo», iniziò con un pizzico di innaturale compostezza. «Del resto io non mi trovo nella posizione di chiederti qualcosa e, meno che mai, in quella di poterti insegnare qualcosa.» Ancora quella puzza di alcool che saliva nell’aria e sulle pareti, ma stavolta il Figlio non si lasciò distrarre e riuscì a tenere a bada le sconcertanti visioni che di solito quel denso fetore portava con sé. Suo Padre aveva vinto e lui aveva perso, certo, questa era la realtà di fatto e probabilmente questo sarebbe stato il verdetto finale di quel particolarissimo scontro, ma nessuno poteva impedirgli di portare a termine il suo breve discorso. «Comprendo la tua rabbia, Padre, e anche la tua delusione e, se sei giunto a questa conclusione, non mi sento di biasimarti. Il settimo sigillo e il mondo sono lì davanti a te e non occorre che un tuo gesto per mettere fine a questo mosaico di gioie e sconcezze a cui assistiamo ogni giorno. Vorrei però che tu ricordassi una cosa…» Il più giovane aveva ripreso a dissetarsi con dell’acqua fredda, ma l’aveva inghiottita con molta più moderazione che in precedenza, segno che una maggiore distensione aveva finalmente lubrificato l’attrito rovente dei suoi nervi. Era il Padre invece a dare ora segni di nervosismo e a manifestare una sorta di ansietà per quel discorso interrotto ma evidentemente non ancora terminato. «… Tu puoi sciogliere quell’ultimo fiocco e cancellare ogni cosa nel giro di pochi istanti, ma questo non metterà riparo agli errori e alle imperfezioni di ciò che hai creato. L’umanità sarà perversa come tu dici,


21 Padre mio, e merita senz’altro il tuo castigo, ma non dimenticare che questa perversità è frutto della tua stessa creazione e ora la tua volontà di annientamento assomiglia molto al desiderio di aborto di una madre insoddisfatta della natura dei propri figli.» L’ultimo colpo era partito ed era stato anche prontamente recepito. Le mani del vecchio strinsero il fiocchetto rosso con tanta foga che il Figlio non riuscì a fare altro che chiudere gli occhi in attesa dei primi catastrofici crolli, ma poi se ne allontanarono velocemente, quasi con disgusto. Il settimo sigillo era ancora miracolosamente integro e il vecchio si mordeva paranoicamente le unghie, mentre si trovava in preda ai guaiti di quei cuccioli di cane che, uno dopo l’altro, divenivano simili a tante fiammelle vive e danzanti. Li sentiva in sé quei guaiti, come se fossero ancora presenti, come se non avessero mai cessato di disperarsi e di disperare. Il Figlio taceva, come inebetito dalla violenza di ciò che era riuscito a dire e da quella, più latente, che il Padre manifestava a ogni movenza. Ebbe veramente paura quando il vecchio lo guardò fisso negli occhi in modo spavaldo e imperioso, quasi volesse comunicargli il suo sdegno per le offese ricevute e quasi volesse ricordargli che comunque ci sarebbe stata una prossima volta, una prossima volta ancora più difficile e impegnativa. Ma la paura si stemperò presto in un respiro di sollievo quando l’altro se ne andò sbattendo la porta e lasciando sulla panca la scatola ancora chiusa dall’ultimo sigillo. Il Figlio si sporse dal davanzale e seguì ossequiosamente i passi del vecchio che si perdevano tra le impercettibili luminosità notturne, poi inspirò profondamente, quasi dovesse apprestarsi a una difficile ginnastica. Ce l’aveva fatta. Incredibile a dirsi, ma anche stavolta c’era riuscito. Le sue banali e povere armi avevano salvato ancora i sonni e i risvegli di un’infinità di esseri e, ancora una volta, tutto era avvenuto nel più completo anonimato. Fuori da quella stanza, l’umanità non si era accorta di niente e, come sempre, nessuno avrebbe bussato a quella porta per ringraziarlo di ciò che era riuscito a fermare. Il Figlio si sentiva felice, gratificato e felice, anche se molto stanco. Era riuscito a neutralizzare un avversario immensamente più potente di lui e aveva assolto una volta di più il suo compito di difensore, di salvatore di tutte quelle varietà di vita che mai come ora aveva sentito di amare profondamente. Le zaffate di alcool si erano ormai dileguate quasi del tutto e il Figlio abbandonò a sua volta il povero monolocale. Prese con sé la scatola di cartone e si diresse a piccoli passi verso il viale prediletto dai vagabondi. Un disor-


22 dinato vociare accompagnò il suo cammino man mano che si avvicinava ai brandelli di cartone e ai sacchi a pelo dei barboni e in particolare i due che mai si erano addormentati si rivolsero a lui con dei plateali gesti di impazienza. «Sei arrivato anche tu, finalmente. Sono tre ore che vi stiamo aspettando, non ne potevamo più», disse uno di loro. «Va bene, va bene», aggiunse l’altro. «L’importante è che abbiano finito. Andiamocene tutti a dormire adesso.» Il Figlio si sedette straccamente su uno dei sacchi a pelo senza infilarsi dentro, a causa della temperatura che si manteneva su livelli sempre apprezzabili; poi si girò su se stesso e notò che, a una ventina di metri di distanza, il Padre era già sprofondato nel più pesante dei sonni. “È sempre bello sapere che c’è qualcuno che ti aspetta”, pensò poi rievocando le tante disavventure vissute insieme a quella gente dura e spontanea. Da molti anni, infatti, il Padre e il Figlio facevano parte di quella comunità di barboni e, all’interno del gruppo, erano conosciuti per la loro sensibilità e per la loro passione per il vino che li portava spesso e volentieri a sbronzarsi e a puzzare d’alcool in modo rivoltante. Era dura la vita della strada. Ognuno di loro doveva assistere di persona ad avvenimenti che poi solo indirettamente avrebbero turbato la serenità dei senzastrada (erano soliti chiamare così il folto popolo delle ville e degli appartamenti a cui ogni giorno chiedevano l’elemosina). Quasi a ogni risveglio, il sangue scorreva leggero tra le sporcizie e la voglia di dimenticare di quegli incroci e, proprio quella mattina, un nuovo drammatico evento aveva inorridito le coscienze di tutti. Senza sentire il bisogno di uno straccio di motivazione, un gruppo di quattro balordi, dopo aver legato a un albero una giovane cagnetta, aveva cosparso di benzina i suoi cagnolini e li aveva poi lasciati consumare in un fuoco lento e doloroso che aveva provocato, oltre alla loro morte, la pazzia completa di quella giovane madre. L’avvicinarsi della sera aveva reso meno strazianti le impressioni delle prime ore, ma quell’odore di morte era stato davvero troppo forte per il tenero cuore del Padre e del Figlio. Entrambi, da quando si erano trovati ad affrontare la vita della strada, avevano sempre manifestato un’attenzione profonda e personale per gli argomenti religiosi ed entrambi avevano, nel tempo, elaborato una propria originale risposta a quei gesti di esasperata malvagità. Si trattava di una risposta che da una parte permetteva di tenere a distanza gli eventi più dolorosi, ma dall’altra offriva la possibilità di analizzarli, compren-


23 derli e, se necessario, punirli. Fin da adolescenti i due erano rimasti impressionati dalle prediche e dai sermoni uditi nelle chiese e nelle piazze e ne avevano tratto la convinzione che un giorno Dio avrebbe punito gli uomini per la loro crescente perfidia. Così, ormai alcuni anni addietro, dopo un brutto fatto di sangue che li aveva turbati e dopo un’ubriacatura fuori dal comune, avevano per la prima volta assunto il ruolo di Dio e di Cristo, suo Figlio. L’alcool che avevano buttato in corpo quella sera era talmente tanto che si erano calati con grande naturalezza e convinzione in quei panni celesti e da allora i loro amici avevano preso a chiamarli con gli appellativi di Padre e Figlio, dimenticando, o quanto meno accantonando, i loro veri nomi. Durante quel loro incontro d’esordio, il Padre aveva per la prima volta proposto la distruzione del mondo e il Figlio aveva dovuto far ricorso a tutta la propria accortezza dialettica e psicologica per deviarlo dal suo proposito. Per l’occasione il Padre aveva anche portato con sé una scatola di cartone chiusa da sette lacci contenente un vecchio e malandato mappamondo raccattato in uno dei tanti cassettoni della spazzatura del viale. Ubriachi com’erano, i due si erano convinti che quei sette fiocchetti fossero nientemeno che i sette sigilli delle Sacre Scritture, quelli da infrangere per dare il via al castigo universale, e che, dopo aver sciolto i sette lacci, sarebbe bastato gettare il mappamondo in terra per decretare la distruzione del pianeta e delle sue nefande creature. Da allora, ogni volta che un evento crudele colpiva i loro animi e ogni volta che il vino prendeva il posto del sangue nel loro metabolismo, i due davano vita a quell’anomala scenetta in cui, in una vecchia stanza di un palazzetto diroccato del viale, venivano decise le sorti dell’umanità. Il Padre muoveva all’attacco e il Figlio si arroccava in difesa e tutto questo per offrire al mondo ancora una possibilità. Magari contro ogni buon senso e contro ogni logica, ma ciò non importava, perché l’unica cosa importante era offrire al mondo ancora una possibilità. I loro amici ormai li conoscevano bene e sapevano che, circa una volta al mese, si verificava la notte del giudizio. Quando li vedevano rintanati fino a notte fonda nel grigiore di quella camera era segno che i loro cuori non avevano retto di fronte a qualche nuova oscenità e allora tutti gli altri accendevano dei fuochi e, se ci riuscivano, attendevano la fine delle loro complicate discussioni, per poi andare a dormire tutti assieme. Era il loro modo di ringraziarli per quella testimonianza d’amore che i due dispensavano indiscriminatamente a tutti, senza mai chiedere niente in cambio.


24 Il Figlio si distese scompostamente sul sacco a pelo e fissò le tante stelle di quella notte estiva, stelle la cui luminosità era resa più opaca dai veli che il vino gli aveva stratificato sugli occhi e sulla mente; poi, soddisfatto, si abbandonò al sonno. Era stata dura stavolta, era stata veramente dura. Mai come in quella notte l’umanità era stata vicina a scoperchiare il proprio eterno baratro, ma mai come in quest’occasione egli era riuscito a opporsi al Padre in modo misurato e intelligente. Certo, si trattava di una vittoria momentanea e il volto risentito del vecchio gli aveva fatto chiaramente intendere che la cosa non sarebbe finita lì e che presto si sarebbe verificata un’altra convocazione e un’altra notte del giudizio, ma, almeno per il momento, il pericolo era scongiurato. Lontano da quelle strade, il resto degli uomini non avrebbe mai saputo ciò che periodicamente il Figlio faceva per loro e nessuno avrebbe mai compreso l’arcana felicità che lo avvolgeva al termine di ognuna di quelle discussioni, la smisurata felicità di un uomo convinto di salvare l’intera umanità dalla propria imminente fine. Ma ormai tutti i barboni del viale russavano sonoramente e anche il Figlio si raggomitolò nel proprio sacco a pelo con un’ultima espressione di raggiante serenità: grazie a lui il mondo poteva dormire tranquillo ancora per una notte. FINE ANTEPRIMA CONTINUA...


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Da APRILE 2011 su www.lettoripigri.it

Scritto sulle labbra  

di Luca Ragazzini, narrativa

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