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Bi

Book

E-book in due lingue

Traduzioni IBRIDE

Oltre che in versione a stampa, questo romanzo è disponibile anche in versione ebook BILINGUA, ossia in DUE lingue nello stesso ebook. I BiBook potranno contenere, oltre alla versione italiana originale, la versione tradotta in modalità IBRIDA, in attesa di correzione, oppure la versione tradotta definitiva.

Le traduzioni IBRIDE sono realizzate con traduttori automatici altamente professionali, ma pur sempre “automatici”. Ciò significa che le Ibride sono traduzioni che necessitano di una “sistemata”.

Chiunque conosca bene la lingua straniera di riferimento può proporsi come editor per la correzione della versione Ibrida: la versione definitiva così ottenuta verrà sostituita a quella ibrida e l’editor potrà guadagnare la sua quota sulle vendite dell’ebook. Maggiori info su ZEd Lab. Le traduzioni Ibride consentono l’intervento di editing anche a coloro che non conoscono la lingua originale in cui è stato scritto il romanzo, quindi per proporsi come editor non è necessario essere “traduttori”, ma solo conoscere molto bene la lingua proposta nell’ebook in versione ibrida.

Traduzioni DEFINITIVE

Nel momento in cui si rende disponibile una traduzione in versione definitiva, ossia un’ibrida sottoposta a editing, questa viene sostituita alla versione ibrida nell’ebook, che conterrà quindi la versione in lingua originale e la versione tradotta, definitiva.

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SIMONA GIORGINO

QUEL RIDICOLO PENSIERO

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QUEL RIDICOLO PENSIERO Copyright © 2012 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-462-8 Copertina: Immagine Shutterstock.com

Prima edizione Novembre 2012 Stampato da Logo srl Borgoricco - Padova

Ogni riferimento a fatti, cose o persone è puramente casuale.


Quel ridicolo pensiero non chiede mai il permesso all’ingresso. Quand’anche fosse un ospite desiderato, rimane sempre un clandestino tra pensieri che soggiornano di diritto. E per questo il suo mistero, la sua identità non bene conosciuta, rapisce sempre la – curiosità. Simona Giorgino


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Piove a dirotto e la cosa non mi va per niente a genio. Va be’, come si dice, “sposa bagnata, sposa fortunata”. Il punto è che non sto andando a sposarmi! Il detto vale anche forse per le altre categorie? Nel mio caso, per esempio, si può dire “Sfigata bagnata, sfigata fortunata”? Ehm, può darsi. Tutti sanno che il cattivo tempo è un mio limite psicologico, sarei capace di starmene rinchiusa in casa per giorni interi a causa della pioggia. Sono un po’… meteorologica. Ehm, cioè, meteoropatica. Insomma, amo il sole, le belle giornate, sono un tipo pieno di vita. La pioggia non fa decisamente per me. Spegne il mio sorriso e il mio entusiasmo. Ma oggi è un giorno speciale e non posso permettere alle condizioni atmosferiche di rovinarmelo. Sono solo scocciata di dover affrontare il maltempo con le mie scarpe nuove di zecca e con la mia acconciatura fresca di parrucchiere. In fondo, non capita tutti i giorni di dover presentare il proprio libro, vero? Ebbene sì, ho pubblicato un libro. Sono Carina e ho pubblicato un libro. No, intendo Carina proprio di nome, ma tutti dicono che sono degna di chiamarmi così, sarà per i miei bei capelli color mogano, morbidi e lisci come seta, e i miei enormi occhi color smeraldo che non mi limito a impreziosire con il trucco. Ora provate a immaginarmi pure: alta, sguardo superbo – che viene dalla soddisfazione d’aver finalmente conquistato un editore serio – vestito ultimo modello da Zara, un cinturone dorato che mi stringe la vita e perfettamente abbinato agli orecchini e, infine, il mio bel libro dalla copertina rossa tra le mani. Che ne pensate? Mi spruzzo un goccio di Chanel e cerco di legare il mio braccialetto portafortuna al polso. E con questo sono pronta per andare alla mia prima presentazione, prontissima. Bip. Accidenti, il cellulare. «Chi parla?»


6 «Amore sono io. Ho avuto un imprevisto sul lavoro, mi dispiace ma non posso passare a prenderti, sono mortificato, devi andare avanti e ti raggiungo dopo.» È Dario, il mio stupendo ragazzo, che quando vuole sa farmi arrabbiare di brutto. «Con chi ci vado? Da chi dovrei farmi venire a prendere? Le ragazze sono dovute uscire prima!» Leggete questa battuta con un tono irritato, da persona insopportabilmente acida, altrimenti non fa lo stesso effetto di come l’ho realmente pronunciata! «Amore non lo so, fatti venire qualche idea, sono nei pasticci, scusami scusami scusami, mi farò perdonare.» Ok Carina, calma. Respira profondamente. «Dario» quando sono arrabbiata lo chiamo per nome e scandisco perfettamente le lettere «sono le quattro e un quarto, la presentazione è alle cinque, come posso trovare qualcuno che venga a prendermi e arrivare in centro, il tutto in tre miseri quarti d’ora?» «Amore ti giuro, sono incasinato, ora ti devo proprio lasciare, devo metterci prima la firma, mi libero subito, amore non so, prendi l’autobus, non mi odiare, ti amo, ci vediamo alla presentazione!» Ha riattaccato. Esiste San Dario nel calendario, sì? Resto un attimo a fissare il mio riflesso nello specchio, muta, immobile, con il cervello in subbuglio e l’espressione sconvolta. M-e-r-d-a. E adesso come ci arrivo a palazzo Carafa se mi trovo dal lato opposto della città? Prendere lo scooter è ovviamente fuori discussione con questo tempaccio. Ho assolutamente bisogno di qualcuno che venga a prendermi. Melissa e Anita, perché diavolo non sono rientrate? Ho bisogno di loro. Compongo prima il numero di Melissa che è l’automunita della casa, poi quello di Anita. Non rispondono. Mi viene in mente che non le sento da stamattina, dove diavolo sono finite? Non si saranno mica dimenticate della mia presentazione spero? Sono uscite da casa presto stamattina per seguire un seminario all’università e non le ho più sentite. Scrivo un messaggio alla velocità della luce e lo invio a entrambe. “APPENA PUOI CHIAMAMI D’URGENZA.” Ma dopo cinque minuti, io sono ancora di fronte alla specchio fissando dubbiosa il mio riflesso e il mio cellulare è rimasto inerte e silente tra le mie mani. Nessuno ha chiamato. Sono ufficialmente nei guai.


7 Non saprei proprio a chi altro rivolgermi. I miei genitori vengono da fuori città e neanche un miracolo potrebbe farli arrivare qui in tempo. La marcia più alta che mio padre utilizzi è la terza, la quarta in circostanze eccezionali. Ho bisogno di una strategia alternativa. Ok, l’unica opzione ovvia che sia rimasta è quella di prendere l’autobus urbano, dato che oggi il mio fidanzato ha deciso di lasciarmi a piedi e le mie coinquiline di dissolversi nel nulla. Afferro la borsa, dò un’altra sbirciatina al mio riflesso, mi assicuro di essere abbastanza figa e mi affretto a uscire. Afferro l’ombrellino appeso sull’attaccapanni. L’ombrello piccolo. Ovvio. Di quelli che con una flebile folata di vento riescono a rovesciarsi e diventare pericolosi a causa di tutti quei terminali appuntiti che nel frattempo sono sbucati fuori. Quello grande lo avranno preso le ragazze stamattina, nella certezza che a me non sarebbe servito. E invece adesso mi serve, cazzo! Ho un diavolo per capello. E deve quindi essere una bella comitiva di diavoli dato che ho molti capelli. Avevo calcolato tutto: avrei preservato la mia acconciatura e le mie preziose calzature griffate perché sarei salita in fretta in macchina e Dario mi avrebbe accompagnata praticamente fino all’entrata del palazzo, così non avrei dovuto fare strada a piedi e avrei evitato il mio nemico pioggia. Mi dirigo verso la fermata dell’autobus a passo svelto, la pioggia è fitta e la sento battere insistentemente sul mio ombrello a prova di tempesta. Cerco di tenere l’ombrello contro vento per evitare che si capovolga. Se conoscessi parolacce in turco in questo momento non ne starei risparmiando nessuna. Dire parolacce in una lingua straniera deve essere meno traumatico. Accidenti, e adesso quanto dovrò aspettare? Non prendo quasi mai l’autobus urbano, non ho la più pallida idea di quali siano gli orari o di quali autobus esattamente passino da questa fermata. Per non considerare che non siamo certamente in una metropoli, qui a Lecce non ne passa uno ogni due minuti. Ore 16.35. Proprio nel momento in cui sto per perdere la pazienza e chiamare Dario per intimargli di piantare in asso il suo cliente del cavolo e venirmi a prendere, finalmente si materializza in fondo alla strada l’autobus numero 27. Chiedo informazioni all’autista che mi assicura di essere diretto in centro e salgo a bordo. Ora il cuore incomincia a battere un po’ più forte. In tutto questo trambusto, avevo quasi dimenticato di essere diretta alla presentazione del


8 mio libro. Sono emozionatissima! Mi sono preparata un discorso e il relatore mi ha comunicato le domande che mi farà, quindi in teoria non dovrei avere grossi problemi nell’esposizione. Ma si può immaginare il motivo della mia emozione: è un evento straordinario e sarà lì presente tutto un pubblico che penderà solo dalle mie labbra. Bip. Sms da Melissa. “NON POSSO CHIAMARTI, SONO IMBOTTIGLIATA NEL TRAFFICO E HO LA BATTERIA SCARICA. CI VEDIAMO DIRETTAMENTE ALLA PRESENTAZIONE! <3” Guardo fuori dal finestrino, la pioggia è fitta e il cielo nero. Con il maltempo la città si blocca. Le macchine si stanno praticamente incastrando le une tra le altre nel tentativo di fare in fretta, peggiorando invece la situazione. I clacson sono letteralmente impazziti, facce incazzate sbucano fuori dai finestrini e imprecazioni di ogni genere si librano nell’aria. E in tutto questo sono le 16.45 e non siamo neanche lontanamente prossimi alla mia destinazione, per non considerare il fatto che dovrò raggiungere il palazzo a piedi una volta nei dintorni, perché agli autobus, ovviamente, non è consentito accedere al centro storico. Dove diavolo si è mai potuto vedere che il pubblico arrivi prima dell’autore? Ho il marchio della sfiga addosso, ormai è certo. Alle 16.50 incomincio a perdere le staffe. Alle 16.52 assalgo l’autista per chiedergli quanto pensa che ci impiegheremo. Alle 16.53 assalgo nuovamente l’autista che stavolta mi lancia uno sguardo fulminante attraverso lo specchietto retrovisore. Al suo “siamo arrivati”, giunto alle 16.57, tiro un sospiro di sollievo. Ci siamo. Sono alla fermata più vicina a piazza Sant’Oronzo. Ora devo camminare un po’, è chiaro che arriverò dopo le cinque ma ormai non posso farci niente. Apro l’ombrellino bianco a pois neri e alzo il passo per immettermi in fretta nel centro storico in direzione palazzo Carafa. Intanto afferro il cellulare dalla tasca per chiamare Dario e chiedergli a che punto sta. «Il signor Tihodatobuca?» scherzo quando risponde. «Amore ciao, sono per strada, ci metto una decina di minuti al massimo. Non avete ancora iniziato, vero?» «Sicuramente no, dato che non sono ancora sul posto!» gli dico in tono di rimprovero, come per far ricadere tutta la colpa del mio ritardo su di lui «ho dovuto prendere l’autobus e abbiamo incontrato un traffico tremendo! Saranno tutti lì ad aspettarmi, che figura del cavolo ci faccio?»


9 È la mia prima presentazione, è normale che sia sconvolta. Lui cerca di consolarmi, dicendomi che non devo preoccuparmi perché sono il personaggio più importante della serata e bla bla bla, ma io mi sento ugualmente molto agitata. «Non tardare a venire, altrimenti sarò costretta a ucciderti» lo minaccio. Chiudo la conversazione e attraverso la strada. Spero che sia arrivata almeno Melissa sul posto, perché era l’addetta al trasporto delle copie del libro. A quest’ora quelle copie dovrebbero essere esposte sul bancone. Mentre tento di sorpassare una vecchietta che si è bloccata sulle strisce pedonali, noto una macchina che arriva a tutto gas senza preoccuparsi che la strada sia mezza allagata. Ci impiego un po’ per capire quello che sta avvenendo. Come di fronte alla scena a rallentatore di un film, i miei occhi cadono prima sulle ruote della macchina, poi su una pozzanghera, poi di nuovo sulle ruote e, infine, cerco istantaneamente di distinguere le fattezze del conducente nascosto dietro ai suoi odiosi finestrini scuri, per dare un’identità allo stronzo che sta per contribuire ulteriormente a rovinarmi la giornata. Un’onda anomala sta dunque per assalirmi. Riesco a indietreggiare di mezzo passo ma non faccio in tempo a evitare il disastro. L’onda anomala mi ha inzuppato gonna e scarpe! Accidenti! Brutto bastardo che non sei altro, nella tua macchina di merda, prova a fare retromarcia che ti tiro un cazzotto! Sono completamente bagnata! E ora che cosa faccio? I diavoli tra i miei capelli si stanno moltiplicando. Non è proprio giornata! Mi fermo in un angolo, frugo nella borsa alla ricerca di un pacco di fazzoletti che, guarda caso, proprio oggi ho dimenticato di portare, mentre con l’altra mano reggo incerta l’ombrellino che, se non altro, finora si è comportato bene. Vorrei urlare come una pazza isterica. Al di là della vetrina di un bar, una comitiva di ragazzini si sta gustando la scena. Staranno ridendo di me. E adesso farò la figura della cretina anche quando arriverò nell’Open Space di palazzo Carafa. Cerco di convincermi che è una cosa che può capitare proprio a tutti, incontrare un deficiente con una super macchina che sfreccia per le strade allagate della città fregandosene altamente dei pedoni! Ma sono le cinque passate ormai e non posso davvero trattenermi oltre. Sono costretta a rigare dritto anche con la gonna e le scarpe inzuppate di acqua piovana. Accidenti!


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Eccolo, lo vedo, il prestigioso palazzo Carafa dove sta per tenersi la mia prima presentazione. Ho il cuore che batte a mille e l’ombrello che gronda d’acqua. Mi rifletto nella vetrina di un negozio e vorrei non averlo mai fatto. Avete in mente quella figa che era uscita da casa mezz’ora fa? Quella del vestito ultimo modello, dei capelli lisci e setosi e delle scarpe griffate? Ecco, mettete via tutti questi dettagli e focalizzate la vostra immaginazione sui seguenti: capelli diventati crespi a causa dell’umidità e della pioggia, matita occhi completamente sbavata, occhiaie in evidenza e faccia sconvolta. Sono irriconoscibile! Quando sto per accedere al palazzo, ricevo un messaggio da Anita. “NON HO CREDITO PER CHIAMARTI. DOVE DIAVOLO SEI FINITA? TI STIAMO ASPETTANDO TUTTI, C’È UN SACCO DI GENTE E IL RELATORE COMINCIA A PERDERE LA PAZIENZA!” Ottimo. Riconduco gli occhi sulla frase “c’è un sacco di gente”. Questa informazione mi agita ancora di più. Il cuore sta per esplodermi nella gabbia toracica. Salgo in fretta la rampa di scale per raggiungere il primo piano. Incrocio un paio di cartelli che annunciano l’evento. “Incontro con l’autrice. DESTINI, di Carina Corallo Roy Editrice Quando il destino non è un’opinione.” Arrivo a passo svelto sul piano dove si terrà la presentazione. Le porte sono tutte in legno massiccio, alle pareti sono appesi quadri importanti, con cornici dorate, che rappresentano non so proprio che cosa dato che ho la testa da tutt’altra parte. Ci sono delle persone raggruppate sull’uscio e, alla mia comparsa, si stacca dal gruppo il relatore, Anto-


11 nio, che mi raggiunge in fretta con apposito cipiglio che mi incute terrore. «Ti avevo dato per dispersa» esordisce, cercando di nascondere l’irritazione. «Perdonami per il ritardo, mi è successo di tutto, e un deficiente mi ha anche schizzata con la macchina» mi lamento indicando la mia gonna fradicia, ma lui non pare preoccuparsene. «Mi dispiace, adesso però affrettiamoci a entrare, c’è già parecchia gente dentro.» Ecco che torna la frase nemica e perdo nuovamente un battito. In qualche modo riesco comunque a trattenere l’agitazione e a entrare in sala abbastanza serenamente e, soprattutto, dimenticandomi di quanto mi è appena accaduto. Le facce di Melissa e Anita, che scorgo subito e che si sono sedute in prima fila, riescono a mettermi subito a mio agio. È come se non potesse capitarmi nulla di brutto, se le mie migliori amiche sono con me. Inoltre, nessuno pare accorgersi della mia gonna inzuppata e nessuno pare leggermi in volto che sono reduce di una serie di disavventure da strada. Dio Santo, non mi aspettavo tutta questa gente. La sala è un parlottio generale di persone sorridenti sedute su sedie nere disposte in file ordinate su entrambi i lati del locale. Guardandomi un attimo attorno, mi rendo conto che mancano ancora i miei genitori, invece quell’esaurito del mio fidanzato dovrebbe essere ormai prossimo ad arrivare. Mentre Antonio sistema il proiettore che utilizzeremo per mostrare il Booktrailer creato per il lancio del libro e si assicura che il microfono funzioni, faccio un giro d’ispezione con lo sguardo e noto che fra il pubblico ci sono un sacco di miei conoscenti che non mi sarei aspettata qui. “È incredibile” penso “chissà attraverso quale canale sono venuti a sapere dell’evento.” Facebook, locandine? Per il resto, è tutta gente che non conosco. Saranno rimasti incuriositi dal mio libro e saranno venuti qui solo per me. Questo mi lusinga. Faccio qualche occhiolino alle persone che conosco e mi accomodo sulla mia sedia aspettando che Antonio sia pronto. Quando arriva Dario? Ho bisogno di sapere che c’è anche lui. Lui che è un punto di riferimento, lui che mi sostiene in ogni momento della mia vita. E proprio mentre formulo questo pensiero, Dario fa finalmente il suo ingresso, seguito dai miei genitori. Lui ha l’aria del bello maledetto, indossa un paio di jeans e una camicia nera, barba leggermente incolta e


12 un enorme mazzo di girasoli nelle mani. È per me. Sorrido e finalmente mi sento sollevata. I miei genitori appaiono visibilmente emozionati, si guardano intorno come se si trovassero in mezzo a una foresta in cui cercano di orientarsi senza la bussola. Non sono certa che sappiano con precisione a che tipo di evento stiano per prendere parte. Sono due persone semplici, non esattamente interessate al mondo letterario. Probabilmente, prima del mio esordio, non avevano neppure idea che esistessero le case editrici. Accortosi del loro smarrimento, Dario li guida verso i primi posti liberi. Conosce i miei genitori soltanto di vista e questa è la prima occasione in cui si incontrano di persona. Ho parlato tanto di lui a mia madre e lei ha sempre sperato di incontrarlo. Quando le ho svelato che avrei organizzato questo evento, si è subito informata se ci sarebbe stato Dario, prima ancora di ogni altro dettaglio. Si sono seduti accanto a Melissa e Anita. Ecco, dunque, le cinque persone più importanti della mia vita schierate di fronte a me che mi guardano sorridenti. Faccio volare qualche bacio con un soffio nella loro direzione. Ora che anche Antonio è pronto, stiamo per cominciare. Noto che Dario ha estratto la telecamera dal suo astuccio con l’intenzione di filmarmi. Il parlottio si è dileguato gradualmente fino a lasciare il silenzio appropriarsi del locale. Tutti adesso guardano in mia direzione. Oh, mio Dio! Il mio cuore perde un altro battito. «Buonasera» inizia Antonio «oggi ci siamo riuniti per presentare il libro di una bravissima autrice esordiente.» Mi sento avvampare. Antonio è comunque un ottimo relatore. Tiene un discorso bellissimo che riesce a evidenziare i punti di forza del romanzo che ho scritto. È in grado inoltre di mettermi a mio agio, ha una voce calda e parla lentamente, scandendo perfettamente le parole e indirizzandomi spesso degli sguardi confortanti. Riesce perfino a farmi dimenticare di essere di fronte a un ampio pubblico e, quando mi passa la parola, stranamente non mi sento così agitata come temevo. Sto parlando un po’ di me e di cosa faccio nella vita, sto spiegando della laurea in Lettere che sto per conseguire, ogni tanto deglutisco per l’emozione ma poi passa subito. I volti nel pubblico sembrano tutti interessati e attenti, un ragazzo ha appena sbadigliato ma mi convinco che non abbia chiuso occhio stanotte. Poi presento brevemente la casa editrice che ha deciso di investire sul mio lavoro e finalmente arrivo a parlare della trama del libro.


13 «Il protagonista della storia si chiama Giacomo, è un giovane studente di legge con un unico sogno nel cassetto: quello di laurearsi e diventare un famoso avvocato. Cercherà di raggiungere con ogni mezzo quest’obiettivo, lottando anche contro i genitori ottusi che lo avrebbero voluto medico. Come si può intuire, la sua scalata verso l’obiettivo non sarà affatto semplice. Dapprima, la situazione conflittuale con i suoi genitori lo porterà a volersi allontanare dalla città. Si trasferirà a Vienna per un anno, ma tornerà a casa nell’intenzione di riprendere in mano ciò che aveva lasciato interrotto. Dopo aver dato alcuni esami, conoscerà una ragazza che lo devierà ulteriormente dal suo obiettivo. Non tanto per suo volere, quanto per una cosa che avverrà un po’ più tardi: lei resterà incinta. La notizia lo sconvolgerà ma, dopo i primi mesi di gravidanza, quando Giacomo avrà capito finalmente l’importanza di assumersi le sue responsabilità, la ragazza gli rivelerà di aver voluto abortire. Giacomo, ormai affezionatosi all’idea di diventare padre, a questo punto perderà la fiducia nelle donne. Ma, soprattutto, sentirà profondamente che non incontrerà mai la donna giusta. Fino a quando un giorno, durante una serata con gli amici, si imbatterà in una cartomante e si lascerà convincere a farsi leggere le carte. Ed è lì che la donna le svelerà qualcosa che a lui resterà impressa per sempre.» Detto questo, faccio qualche breve osservazione sulla trama senza svelare troppo e poi rivolgo uno sguardo ad Antonio che afferra subito il microfono per intervenire, leggendo degli appunti scarabocchiati su un block notes. Nel frattempo, indago che il pubblico non si stia annoiando. Mi sembrano tutti piuttosto presi, c’è qualcuno che annuisce e sorride. Che sollievo notare che non si sono addormentati. «Hai scelto un passo da leggerci, vero, Carina?» mi chiede Antonio. Leggo un breve passo che mi pare possa rispecchiare il carattere del protagonista e, una volta finito, alzo la testa e chiudo il libro con un gesto rapido. Il pubblico è muto. Sembro averlo conquistato. Con un colpo di tosse li riporto tutti alla realtà. «Delizioso passo» interviene Antonio «e suppongo tu non possa svelarci oltre.» «No, effettivamente no, non posso dire come va a finire.» Con un applauso del pubblico, il mio discorso termina praticamente qui. Nessuno ha voluto rivolgermi delle domande e ora abbiamo aperto un piccolo buffet e abbiamo invitato gli ospiti a servirsi. Così posso finalmente raggiungere i miei e sentire che cosa hanno da dire. «Tesoro, sei stata magnifica!» sta strillando la mamma, che adesso mi ha messo un braccio intorno al collo e non vuole saperne di liberarmi.


14 Mi arriva alle narici il suo buonissimo profumo che sa di frutta. Deve essere una delle sue deliziose creme corpo comperate in uno di quegli incontri da salottino a cui viene spesso invitata dalla sua rappresentante di prodotti per la bellezza. «Ma dimmi un po’» mi sussurra papà dietro alla sua barba boscosa «e le telecamere di Canale 5 dove sono?» «Papà, ma cosa dici? Lascia perdere, non viene Canale 5!» Lo noto mentre assume un’espressione dubbiosa e quasi delusa. Ho cercato di fargli capire che ho pubblicato con una piccola casa editrice, ma da quando si è inculcato in testa che la sua adorabile unica figlia diventerà una scrittrice di successo, nessuno riesce a deviarlo dalla convinzione che finirò in televisione, in onda su qualche rubrica letteraria condotta da importanti personaggi dello spettacolo. «La mia amica scrittrice!» sta gracchiando Anita. «Siamo orgogliose di te!» le fa eco Melissa. Sembrano tutti molto fieri di me, ma non posso trattenermi oltre perché Antonio reclama la mia presenza al bancone, dove ci sono delle persone che vorrebbero avere una mia dedica sul frontespizio del libro prima di andare via. Che soddisfazione, questo è un momento che aspettavo da tanto! La dedica, gente che non conosco vuole una mia dedica. Stento a crederci. Scrivo due cavolate del tipo “buona lettura” oppure “a buon rendere” terminando con un bell’autografo di stile che ho provato a casa fino a farmi venire il callo all’indice e consegno la copia del libro alla gente che mi fa domande e mi sorride. Mi sto sentendo decisamente importante. È una specie di momento di gloria! Mentre mi guardo attorno estasiata per la riuscita della mia prima presentazione, Dario mi si avvicina. Cammina lentamente, abbozzando quel solito irresistibile sorriso e una luce intensa gli illumina gli occhi. «Sei fantastica, sono orgoglioso di te» mi dice, porgendomi il mazzo di fiori «spero siano di tuo gradimento.» Gli dò un bacio sulle labbra. «Lo sai che amo i girasoli. Certo, non basteranno questi per farti perdonare di avermi lasciata a piedi!» scherzo. «Mi dispiace un mondo, ma mi farò perdonare, promesso.» «Sarà meglio per te!» L’ultima volta che ha detto “mi farò perdonare”, siamo stati incazzati per una settimana a causa di una buca tremenda che invece dovette darmi per un impegno sul lavoro.


15 La serata volge ormai al termine ed è andata meglio di quanto sperassi. Non ho sbagliato nulla, la mia esposizione è stata perfetta, il pubblico sembra essere rimasto colpito dal mio libro e ho venduto più di una trentina di copie. Un successone! Ora sono in macchina con Dario e lui è diventato molto misterioso da quando siamo usciti da palazzo Carafa. Siamo diretti da qualche parte ma non mi ha voluto svelare nulla. Alle mie domande, si è limitato a rispondermi: «Scusa tesoro, lo so che questa è la tua serata, ma devo passare a controllare una cosetta.» E io non ci credo. Sono certa invece che stia per farmi una sorpresa, a giudicare dal suo volto felice. Perché altrimenti tutto questo mistero e questo silenzio, proprio la sera della mia presentazione? Amo le sorprese, quindi me ne resto accucciata nel mio sedile senza fare ulteriori domande. E va bene, solo qualcuna. «Stiamo andando a incontrare altra gente o saremo soli?» Cerco di intuire qualcosa dalle sue risposte. Ho sempre detestato restare sulle spine. «Incontreremo della gente.» «Mmm, ok.» Guardo fuori dal finestrino per solo una manciata di secondi prima di riaprire nuovamente bocca. «Ed è molto lontano? Voglio dire, manca ancora molto per questo posto sul quale non vuoi dirmi nulla ma di cui mi piacerebbe sapere qualcosa di più?» Dario si volta verso di me e mi guarda compassionevole. «Mancano pochi minuti, tranquilla.» «Ok, ok…» Accendo lo stereo e cambio canale un paio di volte. «Potrò sedermi o dovrò stare in piedi? È un posto con delle sedie, tipo un ristorante o qualcosa di simile?» Lui si volta a guardami divertito e al tempo stesso rassegnato. «Sei decisamente irrecuperabile.» Dopo appena cinque minuti, Dario mi comunica che siamo arrivati. Non conosco questo posto, ma non vedo l’ora di sapere che sorpresa mi ha preparato! Ci troviamo in aperta campagna, sembra una tenuta, probabilmente una fattoria. E quando scorgo effettivamente la presenza di


16 recinti con maiali, cavalli e pecore, vengo colta da un’illuminazione: ho trovato, sta per regalarmi un cucciolo! Negli ultimi giorni l’ho sentito spesso fare delle battute sulla possibilità di acquistare un cucciolo di cane un giorno, un Chihuahua per la precisione. Sa che sono un’amante sfegatata dei cani, specialmente quelli di piccola taglia, ne è perfettamente a conoscenza, gliene parlo tutti i santi giorni! Ora ricollego tutto. Sono la ragazza più felice della terra ma, per non rovinargli la sorpresa che probabilmente ha organizzato per me con tanto amore, cerco di contenere l’entusiasmo. Non voglio fargli minimamente intendere d’aver capito tutto. Scendiamo dalla macchina e ci immettiamo in un lungo viale. Cerco di mantenermi in equilibrio sui miei tacchi altissimi, ma il pavimento di ciottoli sul quale stiamo camminando non mi aiuta granché. Ai nostri lati si innalzano alberi enormi curati con precisione, mentre ci invade un buonissimo odore di pino che io ho sempre amato particolarmente e che, se mi trovassi in una circostanza diversa, mi riporterebbe indietro nel tempo con la mente, facendomi rivivere scene lontanissime, ricordi legati probabilmente alla mia infanzia. Ma, in questo istante, gli unici due pensieri che mi tengono occupata la mente sono il dolore lancinante che avverto ai piedi e il momento in cui mi faranno tenere tra le braccia il mio nuovo cane. Arrivati alla fine del viale, si apre una porta e ne esce un uomo calvo di mezza età. Indossa un paio di pantaloni vecchi e sporchi e una camicia visibilmente stropicciata. Ha baffi che tendono a essere appuntiti verso l’alto. Mi sembra un personaggio uscito da un vecchio western. Gli manca il cappello da cow boy, magari una pistola sporca di tufo e sarebbe perfetto per il palcoscenico. «Caro Dario!» Ci viene incontro molto entusiasta e gli porge la mano con cordialità. «Caro Vincenzo!» risponde Dario ricambiandogli la stretta «questa è la mia fidanzata, Carina.» «Piacere!» rispondo con voce stridula e un po’ troppo euforica «stupenda tenuta, e quanti animali deliziosi!» «Grazie signorina, ci prendiamo la massima cura di tutti loro» risponde lui educatamente, passandosi un dito sui baffi arruffati. «Oh sì, immagino. Se dovessi prendermi un cucciolo, verrei senz’altro da voi!» rispondo e gli faccio un occhiolino d’intesa, ricevendo da Vincenzo uno sguardo decisamente perplesso. «Prego, seguitemi pure.»


17 Poi si rivolge a Dario e gli dice: «Resterai stupito, vedrai.» «Sono curioso!» risponde Dario, che poi si volta verso di me «tesoro, anche tu sarai contenta.» Non ne dubito! Come faccio a non essere contenta di fronte a un cagnolino tutto da strapazzare? Ok, allora, se è maschio lo chiamo Pablo, se è una cagnetta la chiamo Gaia. Vincenzo ci guida verso un edificio lì vicino, una struttura in stato grezzo. È enorme e circondato di montagne di tufo, evidentemente da utilizzare per prossimi lavori. «Oh, è lì che ci tenete i vostri cani?» domando non riuscendo a contenere la curiosità. «No, gli animali li alleviamo nella fattoria. I cani invece li teniamo laggiù.» Indica con la mano una piccola casetta illuminata e circondata di palme. E allora perché diavolo non andiamo direttamente nella casetta dei cani senza fare tutta questa strada in più? Ho male ai piedi! «Eccoci arrivati! Allora Dario, cosa ne pensi?» Vincenzo si è voltato verso di noi dando la schiena all’edificio, ha allargato le braccia e, con espressione palesemente soddisfatta, aspetta che Dario dica la sua. Dario ha allargato la bocca e sta osservando l’edificio con espressione meravigliata. Non capisco. Cosa ci trovano di bello in questo edificio grezzo e abbandonato? E ora che lo abbiamo visto, possiamo andare a vedere i cani? «Vincenzo, sono senza parole. È semplicemente perfetto!» risponde Dario, sinceramente colpito. «Non avevo dubbi che ti sarebbe piaciuto.» Dario si volta a guardarmi e mi prende la mano. I suoi occhi espressivi rivelano la sua emozione. «Allora tesoro, non ho voluto dirti niente prima per scaramanzia, ma adesso posso dirtelo: io e Matteo spostiamo la ditta qui!» mi svela al culmine dell’euforia. Un momento. E i cani? Attende una mia reazione. Resto per qualche istante a ricambiare il suo sguardo con un sorriso ebete che mi è appena nato spontaneamente sulle labbra, ma non so che cosa pensare. «Magnifico!» riesco poi a dire con tono poco convincente.


18 Ora i due stanno parlando di progetti di costruzione e di roba maschile di cui non capisco un fico secco, concedendosi anche un giro perlustrativo nell’interno, mentre io mi rimprovero tra me e me di essere stata stupida e affrettata, come al mio solito. Era questa la sorpresa! Non ci saranno nessun Pablo e nessuna Gaia! Dannazione! Sono capace di metter su castelli enormi di illusioni. Perché diavolo mi convinco sempre che stia per succedere qualcosa di strepitoso senza averne la certezza? Basta poi un piccolo soffio perché quel dannato castello mi crolli davanti agli occhi. Dario è un geometra. Ha aperto da un anno una piccola impresa di costruzioni in società con suo fratello. Solo che quella piccola impresa nel giro di poco tempo è diventata grande, i successi registrati sono stati fortunatamente tanti e notevoli, e allora, a quanto pare, hanno deciso di ingrandirsi. Ed è magnifico. È magnifico il posto che ha trovato per la sua ditta, è magnifico che lui sia contento ed è magnifico che i suoi affari stiano procedendo a gonfie vele. Ma incomincio a stancarmi di stare qui ad ascoltarli, il tempo passa e sembrano non accorgersene, tanto è grande l’entusiasmo per l’uno che compra e per l’altro che vende. Inizio inoltre a soffrire seriamente il mal di piedi e spero che Dario si renda conto quanto prima che ci stiamo bruciando qua dentro la serata della mia prima presentazione. È da quando siamo ripartiti dalla tenuta che non apro bocca. Dario non fa altro che parlare del suo successo e del suo entusiasmo, della data per cui prevede di iniziare i lavori, del fatto che non vede l’ora di portare Matteo sul posto, di vedere la sua faccia e bla bla bla. Sì, sono contenta per lui, ma al momento non riesco a gioire. Abbiamo passato un’ora in quella tenuta, mi sono spaccata i piedi in due e adesso si è fatto tardi e non mi va più neanche di uscire. «Portami a casa, non mi sento bene» fingo. Non sono arrabbiata perché non riceverò in regalo un cane, e neppure perché la serata della mia presentazione se n’è andata a puttane. Sono arrabbiata perché ultimamente la priorità va solo e soltanto al suo successo. Quando ci vediamo, passa il novanta per cento del tempo attaccato al suo costoso palmare a contattare clienti o a risolvere questioni di lavoro. Salta i nostri appuntamenti con un’abilità che farebbe invidia a un atleta di salto in lungo vincitore delle olimpiadi. Per non parlare di quando devo ripetergli le cose due, tre volte, perché ha continuamente la testa tra le nuvole, a causa di mille pensieri di lavoro che non lo la-


19 sciano in pace. Ultimamente ho imparato ad adottare una tattica che funziona alla grande: non parlo proprio, sapendo che otterrei difficilmente la sua attenzione. Non mi ricordo più quand’è stata l’ultima volta che mi ha chiesto qualcosa circa i miei esami o magari i miei sentimenti. C’erano tempi in cui parlavamo molto di più, e di qualsiasi cosa. Toccavamo i temi più impensabili, parlavamo di noi e dei nostri progetti, ma anche della vita e dell’universo. Io, lui e le stelle nel cielo.


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Arrivata a casa, trovo un post-it appiccicato alla porta della cucina firmato “le tue pazze coinquiline”. C’è scritto che non torneranno a casa prima di mezzanotte, che sono andate a divertirsi un po’ in giro per la città, che Anita ha sbattuto la testa contro il tavolo della cucina facendosi un bernoccolo grande quanto un centro commerciale e che mi augurano una stupenda serata con il mio Dario. Faccio una smorfia di dispiacere. Ordino una pizza d’asporto, e dopo cena mi faccio un giro su Facebook per capire a che punto è arrivata la pagina promozionale del mio libro. Sorprendentemente, pare ci siano dieci mi piace in più, per un totale di duecento e trentacinque fans. Ho inoltre tredici notifiche e un messaggio privato. Apro quest’ultimo: “CIAO CARINA, MI DISPIACE DISTURBARTI MA HO UNA COSA IMPORTANTE DA DIRTI. MI CHIAMO FILIPPO E NON CI CONOSCIAMO. COME POTREI METTERMI IN CONTATTO CON TE?” Sì, certo! Questa è bella! Secondo questo qua, io darei il mio numero di telefono al primo che mi scrive un messaggio privato asserendo di avere qualcosa di importante da dirmi? Non è il primo messaggio che ricevo da un perfetto sconosciuto. Ho una manciata di richieste di amicizia ignorate e pare che la mia foto del profilo abbia fatto strage di cuori. Rispondo: “SE HAI QUALCOSA DA DIRMI, MI PARE OVVIO CHE TU DEBBA SCRIVERLA QUI. NON C’È ALTRO MODO PER METTERTI IN CONTATTO CON ME, MI DISPIACE. SONO FELICEMENTE FIDANZATA.”


21 Eppure l’ho pubblicato nelle mie informazioni del profilo: fidanzata ufficialmente. Fingono di non aver letto quell’informazione o forse oggi essere fidanzate è un dettaglio irrilevante? Insomma, “felicemente fidanzata” poi è anche una parola grossa considerato il periodo che stiamo attraversando, ma non vuol dire niente! Sono certa che questo momento passerà e io e Dario torneremo a essere quelli che siamo sempre stati. Comunque vado a controllare il profilo di questo ragazzo per capire chi sia e se lo conosco. La curiosità ovviamente c’è, non si può negarlo. Un bellissimo ragazzo, nulla da dire. Filippo Sarti, nato nel 1979, città natale Perugia. Non lo conosco, assolutamente. Per non parlare del fatto che non ha neppure un amico! Cioè, praticamente ha un profilo che sembra creato apposta per venire a rompere le scatole a me! Sono l’unica persona di cui riceve gli aggiornamenti! Dopo una manciata di minuti, arriva già la sua risposta al mio messaggio. “POSSO CAPIRE IL TUO ATTEGGIAMENTO, ANZI MI SCUSO PER ESSERE STATO AFFRETTATO. IL FATTO È CHE SONO RIMASTO COLPITO DA UNA STORIA INCREDIBILE CHE MI È SUCCESSA E NON SONO RIUSCITO A TRATTENERMI. PERDONAMI. HO DAVVERO BISOGNO DI PARLARTI. NON VOGLIO IL TUO NUMERO, DAVVERO, NON VORREI NEANCHE INSISTERE, MA È IMPORTANTE.” Ammetto che inizio a insospettirmi. Perché tutta questa insistenza? Starà cercando di ingannarmi solo con l’intenzione di farsi dare il mio numero? Non capisco. Quale storia incredibile gli sarà capitata? E, soprattutto, cosa avrebbe a che fare con me? La mia mente vola nei meandri del mio passato, alla ricerca di qualche nome, di qualcuno che potrebbe potenzialmente essere interessato a farmi uno scherzo di cattivo gusto. Non so, qualche ex ragazzo che ho lasciato senza pietà ai tempi della bella vita e che adesso vuole vendicarsi perché non ha mai digerito di essere stato scaricato. “CARO FILIPPO, MI DISPIACE, MA COME TI HO DETTO TI DOVRAI ACCONTENTARE DI SCRIVERMI QUI. NON POSSO DARTI IL MIO NUMERO E NON C’È ALTRO MODO PER PARLARE. NON PUOI SPIEGARMI COSA È SUCCESSO E SOPRATTUTTO CHI SEI?”


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Aspetto impaziente una sua risposta, che arriva in pochissimi istanti. “SI TRATTA DEL TUO LIBRO, MA TI PREGO, NON COSTRINGERMI A DIRTI TUTTO TRAMITE MESSAGGIO, SAREBBE TROPPO RIDUTTIVO.” Troppo riduttivo? Ma di cosa sta parlando? Ha letto il mio libro e gli è piaciuto? Perché non me lo dice per iscritto? O se proprio gli è piaciuto così tanto, perché non va a mettere mi piace sulla pagina, almeno incrementa la mia visibilità? Incomincio a perdere la pazienza. Non conosco questo tipo. Sempre ammesso che quella sia la sua foto reale, sarà anche un bel ragazzo, ma che pretese ha? Perché insiste? “MI DISPIACE FILIPPO, MA PER ME LA CONVERSAZIONE FINISCE QUI.” “CAPISCO PERFETTAMENTE. COME VUOI.” Bene, e ora mi lascio alle spalle tutto quanto e torno a cazzeggiare con le mie amiche su Facebook. Spero che questo Filippo non avesse sul serio qualcosa di importante da dirmi, ma se proprio così fosse non credo potrebbe permettersi di rinunciare a scrivermi, non avendogli lasciato altra scelta. Se davvero ha qualcosa da dirmi, un giorno o l’altro si deciderà a farlo. Fine della storia.


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Il giorno dopo ci svegliamo con il sole. È meraviglioso vederlo penetrare dalle fessure delle imposte, arrivando a formare disegni senza forma sulle pareti e sugli oggetti. È un gran peccato che sia uscito soltanto oggi, lasciandomi il ricordo di una prima presentazione letteraria piovigginosa. Ma ormai quella è acqua passata. Bip. Sms da *amore*. “BUONGIORNO AMORE, SPERO TI SENTA MEGLIO STAMATTINA. CORRO AL LAVORO. UN BACIO.” Preso com’era dai suoi pensieri, non ha neanche capito che il mio improvviso malore era stato solo una scusa per tornarmene a casa. Mi sento un tantino infastidita dal fatto che, ultimamente, Dario non faccia altro che pensare egoisticamente a se stesso. Stamattina ho un po’ di giri da fare. Devo andare in segreteria studenti dell’università per poi fare una piccola deviazione verso la biblioteca del dipartimento per prendere un libro in prestito. Infine, mi dirigerò immediatamente verso una libreria presso cui sto organizzando la mia seconda presentazione del libro. Infatti, in un’e-mail di risposta mi hanno scritto di essere interessati alla mia richiesta e di essere disposti a farmi fare la presentazione da loro. Passo stamattina stessa per gli accordi. È una cosa troppo importante e non ho intenzione di perdere tempo. E la riuscita della prima presentazione mi fa desiderare ardentemente di ripetere l’esperienza! Mi alzo dal letto ed esco dalla stanza nel mio pigiamino rosa e nelle mie ciabattine a forma di coniglio. «Buongiorno a tutte!» urlo, nel tentativo di svegliare le mie compagne che immagino ancora sotto alle coperte. Stamattina ho proprio voglia di fare una mega colazione insieme a loro. Lancio uno sguardo all’orologio e mi accorgo che invece sono le 10.30. ‘Azz. Ma quanto ho dormito? Credevo fosse prestissimo. Apro le porte delle loro camere e mi rendo conto che infatti non sono in casa. Sono


24 già uscite. Melissa e Anita sono iscritte allo stesso corso di studi in Lingue straniere e al momento stanno frequentando insieme le lezioni di abilità informatiche. A questo punto farò colazione al bar dell’università, quindi corro a farmi una doccia e poi mi preparo per uscire. Il bel tempo mi permette di usare lo scooter. Arrivo in segreteria e faccio la fila per parlare con la signora Bice. Quando è il mio turno, la signora Bice decide di rispondere a una telefonata che la tiene impegnata per un quarto d’ora abbondante. Nell’attesa, rispondo al messaggio di Dario. “Sì AMORE, IO TUTTO BENE. QUANDO FARAI VEDERE L’EDIFICIO A MATTEO?” La signora Bice si libera e così posso finalmente accomodarmi sulla sedia di fronte a lei ed esporre il mio problema relativo alla password che permette di accedere al libretto online e quello relativo a un paio di crediti formativi scomparsi nel nulla. Dopo la nostra conversazione e dopo aver ritirato un libro dalla nostra biblioteca, mi dirigo felice verso la libreria dove terrò la prossima presentazione. Ci sono passata diverse volte accanto a questo negozio, essendo centrale e, soprattutto, trovandosi a ridosso del bar che frequento spesso con le ragazze. Si tratta di una piccola libreria con una vetrina abbondante, che ospita un grande scaffale bianco a più ripiani nei quali sono di volta in volta adagiate le nuove pubblicazioni, rese riconoscibili dalla stampino che ci viene applicato sopra, con su scritto “Novità” in grassetto rosso. Gli scaffali sono allestiti con cura, circondati da simpatiche composizioni floreali in plastica. La porta d’ingresso è chiusa e, nell’aprirla, un campanellino suona delicatamente sopra alla mia testa. «Buongiorno, sono Carina Corallo, sono qui per parlare con il titolare.» Mi sto rivolgendo a una ragazza con un grande paio di occhiali, seduta dietro alla reception. «Sì, glielo chiamo subito.» La ragazza entra in una stanzetta sul fondo del locale e mi lascia qui per qualche minuto, in compagnia dei libri. Ne sfoglio uno, adocchio la copertina di un altro, sbircio la biografia di un autore che non conosco e infine sento la voce di un uomo alle mie spalle. «Buongiorno Carina, è un piacere incontrarti!» Nel voltarmi, mi è di fronte un uomo abbastanza attraente, capelli neri e delicati occhialini da vista con la montatura trasparente, dietro ai quali si nasconde un paio di grandi occhi verdi. «Piacere di incontrarla» gli dico porgendogli la mano.


25 «Piacere mio, io sono Giulio, ma dammi del tu. Finirei per sentirmi molto più vecchio di quanto non sia!» scherza stringendomi a sua volta la mano. Non mi sembra affatto vecchio, avrà massimo quarantacinque anni, forse anche di meno. Ammetto di non essere brava a indovinare le età altrui. «Certo Giulio» gli sorrido «ci siamo sentiti per e-mail, sono l’autrice di Destini, mi hai dato il nulla osta per la presentazione. Non mi aspettavo una risposta così presto, a dirti il vero…» La mia voce tradisce uno strano senso di imbarazzo. «Oh sì, Destini, mi ricordo, mi ha incuriosito molto la scheda che mi hai mandato. Non appena avrò una copia, lo leggerò, Carina…» mi guarda con un’espressione condiscendente «…e per quanto riguarda la presentazione, sì, siamo disponibili a fartela fare qui. Si è liberato un posto di recente, perché un’autrice ha rinunciato alla sua un paio di giorni fa, e ho pensato che tu potresti sostituirla.» «Oh» sono sinceramente colpita «ottimo, Giulio!» Non mi aspettavo che sarebbe stato così semplice piazzare un’altra presentazione. Credevo che avrei dovuto faticare parecchio per trovare librai disposti a concedermela. «Vieni, guarda…» mi fa cenno di seguirlo. Ci spostiamo sul lato opposto della libreria, che non è enorme ma i cui spazi sono disposti in maniera eccellente. Ci sono i clienti in mezzo ai corridoi, lui dice educatamente buongiorno a tutti quanti man mano che ci muoviamo per la sala e, infine, arriviamo in un angolino delizioso, con un divanetto a tre posti e un tavolino di vetro. «Lo chiamiamo il “salottino letterario”» spiega «lo usiamo per farci le presentazioni soprattutto, oltre che per la pausa caffè!» Indica un piccolo distributore montato nell’angolo. Poi continua: «Io in veste di relatore e tu in veste di autrice saremo seduti comodamente sul divano, mentre qui…» indica tutto lo spazio intorno al punto in cui ci troviamo «sistemiamo le sedie per il pubblico. Abbiamo un proiettore, nel caso avessi un filmato da far vedere, e ovviamente sul tavolino sistemiamo le copie del libro. Che te ne pare?» «Mi sembra che il vostro “salottino letterario” offra una gran bella atmosfera.» Noto anche le luci soffuse emanate da deliziose applique inserite nel muro. «Ottimo. Allora accordiamoci sulle domande che andrò a farti, così potrai preparare il tuo discorso per il 14 maggio.»


26 «14 maggio?» cado dalle nuvole. Il 14 maggio è tra meno di due settimane! Cavolo, non mi aspettavo che l’avremmo fatta così presto! Devo avere il tempo per invitare le persone! «Vero, non te lo avevo ancora detto. La presentazione di quella ragazza sarebbe stata il 14 maggio. Non vogliamo che l’evento salti» afferma lui deciso. «Non ce n’è motivo infatti! Quella data va più che bene» convengo. Attendo cinque minuti, il tempo che Giulio serva un paio di clienti che chiedono di lui e poi ci mettiamo a programmare l’evento del 14 maggio a grandi linee. Tornata a casa, trovo le ragazze intente a preparare un buonissimo pranzo per tre. Il soggiorno è invaso da un delizioso odore di cucinato che mi fa venire una fame spietata. «Hola chica! Finalmente ci si incontra!» esclama Anita quando mi vede comparire sulla porta. «Vero, accidenti. Viviamo nella stessa casa ma praticamente non riusciamo più a vederci!» ribatto «mmm, che buon profumino!» Mi lancio sulla pentola per sbirciarne il contenuto. «Trofiette con salsiccia, funghi e piselli» spiega la cuoca Melissa, che per l’occasione ha anche preparato una buonissima focaccia farcita con della verdura e si è infilata una mantellina con la scritta “buongustaio” che la rende a dir poco comica. «Dario è passato da qui pochi minuti fa. Credeva di trovarti» mi informa Anita, continuando a condire l’insalata. «Mmm, sapeva che non sarei tornata prima dell’ora di pranzo.» Rifletto un momento con espressione pensierosa, poi affermo: «Va be’, se ne sarà dimenticato, ultimamente nella sua testa c’è posto solo per il lavoro e gli affari.» Bip. Sms da *amore*. “SONO PASSATO DA CASA MA NON C’ERI. IO E MATTEO ANDIAMO ALLA TENUTA QUESTO POMERIGGIO. VUOI VENIRE ANCHE TU?” Sms di risposta. “NO AMORE, GRAZIE LO STESSO MA PREFERISCO RESTARE A CASA A STUDIARE. LO SAI CHE LA PRESENTAZIONE IN LIBRERIA È GIA’ STATA FISSATA PER IL 14 MAGGIO?! ;)”


27 Non è mica vero che resterò a casa a studiare. Io e le ragazze abbiamo già organizzato una capatina per negozi nel pomeriggio. Non ci ritagliamo un po’ di tempo per noi da almeno un paio di settimane. Io presa dai miei esami e loro due dalle estenuanti lezioni universitarie, non abbiamo avuto molte occasioni per stare insieme ultimamente. Per niente al mondo ci perderemmo il bel pomeriggio di sole che si prospetta! Prima di uscire, corro su Facebook per creare l’evento pubblico della presentazione in libreria, in modo che tutti possano venirne a conoscenza e chiunque possa considerare l’idea di parteciparvi, prendendo nota dell’indirizzo. Alle cinque, invece, io e le ragazze siamo già in via Trinchese con i nostri tacchi e le nostre borse fashion. Abbiamo preso l’autobus per evitare di lottare contro i parcheggi inesistenti del centro. Entriamo da Kiko e acquistiamo rossetti, ombretti, piega-ciglia e smalti di ogni colore. Da Carpisa ci facciamo una scorpacciata di borse in svendita e, infine, da Bijou Brigitte non ci lasciamo sfuggire lo sfavillio di braccialetti e orecchini che andranno a impreziosire l’abbondante angolo beauty che abbiamo allestito nella nostra toilette. Finiamo in piazza Sant’Oronzo a farci preparare tre crêpe alla Nutella presso un camioncino ambulante, nel frattempo facciamo un resoconto dei nostri acquisti. «Questi li prenoto io per la presentazione in libreria!» esclamo riferendomi a un paio di orecchini molto sfavillanti che abbiamo acquistato da Bijou Brigitte. «Io invece voglio assolutamente venire con questa borsa!» Anita si impossessa della borsa in questione ed è evidente che non voglia mollarla neanche a una Melissa che ha incominciato a sbraitare. «No, dammela. Anita dammela o te ne pentirai! Eravamo rimaste d’accordo che questa l’avrei messa io!» la minaccia Melissa. Le mie amiche. Ah, che cosa mai farei senza di loro? Abitiamo insieme da due anni e non abbiamo mai avuto un solo litigio in tutto questo tempo. Abbiamo capito sin dal primo giorno che saremmo diventate grandi amiche. Tra di noi c’è un’alchimia particolare. Nessuna potrebbe mai sostituire una di loro. Siamo un trio consolidato, tre tasselli perfettamente incastrati l’uno con gli altri. È un’amicizia che ti rapisce, di quelle che non hanno bisogno di grandi sforzi, perché esiste un filo invisibile che lega le nostre anime, sin dal profondo. L’anno in cui decisi che avrei abitato a Lecce, avevo visitato un bel po’ di appartamenti, tra cui quello dove abito attualmente con le ragazze. Ricordo di aver visitato alcuni appartamenti mozzafiato, con grandi saloni e balconi indipendenti, comfort di ogni genere, elettrodomestici


28 all’avanguardia, stanze bellissime con armadi immensi e bagni privati. Alcuni erano stati ristrutturati di recente e molto finemente e si trovavano perfettamente al centro, con il supermercato sotto casa. E poi c’era il nostro appartamento in periferia. Ingresso minuscolo, corridoio stretto, soggiorno essenziale e con pochi mobili, tre camerette piccole, accoglienti e luminose, la muffa che incominciava a uscire negli angoli del soffitto, e poi Melissa e Anita sedute sul divanetto a due posti. Avevo amato sin dal primo istante quelle due perfette sconosciute. La loro presenza, da sola, rendeva quell’appartamentino molto più prezioso di tanti altri che avevo visto. Già immaginavo il giorno in cui ci saremmo dovute stringere per riuscire a star sedute in tre nel divanetto da due posti. E così è, infatti. Litighiamo sempre su chi deve prendere il posto al centro, perché sedendosi di lato si tende a stare scomodamente obliqui, ma è quello che amiamo di più, litigare per le cazzate, fingendo di incavolarci e finendo a lottare con i cuscini. Non avrei potuto trovare un posto migliore dove vivere. Mentre osservo estasiata il loro finto litigio causato dalla borsa di Carpisa, noto Melissa che si distrae. «No, non ci posso credere.» Sta fissando un ragazzo che ci è appena passato accanto. «Chi è?» domando incuriosita. «L…lui» balbetta «è un ragazzo che f…frequentava il mio stesso liceo. Era una leggenda, io lo amavo! Che diavolo ci fa qui?» Ci racconta che lui si chiama Nico Cimarosa e che, dopo la maturità, tutte lo avevano saputo a Londra a fare il fotomodello per una rivista locale. Ma ora lo vede qui, in carne e ossa, nella nostra Lecce e non se ne vuole fare una ragione. Non gli stacca gli occhi di dosso e lo segue con lo sguardo, scoprendo che sta prendendo un posto a sedere al bar insieme al suo amico. «Ecco le vostre crêpe.» Il signore col cappellino bianco dietro al suo carretto ce le sta porgendo, lo paghiamo e ci allontaniamo complici verso quella che si prospetta come una nuova avventura. «Ma io voglio assolutamente scoprire che cosa ci fa qui!» insiste Melissa. «Potremmo sederci anche noi al bar» propone Anita. «Magari finiamo prima la nostra crêpe» suggerisco io. In piedi accanto alla statua di Sant’Oronzo, siamo tre deficienti che divorano rapidamente una crêpe piena di Nutella, ridendo di gusto e rischiando di sporcarci ovunque.


29 «Accidenti!» grugnisce Melissa, che non è riuscita a mangiare la sua crêpe senza impiastricciarsi di cioccolato. Ma non vogliamo aspettare oltre, quel Nico potrebbe scomparire e Melissa non se lo perdonerebbe mai. Ci dirigiamo verso il bar e prendiamo un posto più o meno vicino a quello di Nico. In attesa che un cameriere venga a servirci, cerchiamo di capire di cosa stiano parlando i due ragazzi. «Bello è bello» afferma Anita con aria intelligente. «A chi lo dici? Eravamo tutte pazze di lui al liceo!» spiega Melissa. «Ma quindi, fammi capire, lui non ti conosce?» domando io. «Ehm, no, effettivamente non credo che si ricordi di me. Io ero, come dire, una delle tante a ronzargli intorno!» rimane un momento in silenzio a osservarlo di nascosto «lui è più grande di noi, comunque. È stato bocciato per tre anni consecutivi, quindi adesso avrà ventinove anni.» Sembra che la cosa le piaccia non poco. È stata difatti sempre lei a stabilire l’età degli uomini al di sotto della quale non è consentito andare per una venticinquenne. Al di sotto dei ventinove anni, un uomo è decisamente out. Idem al di sopra dei quaranta. Un cameriere abbastanza belloccio si materializza dal nulla e ci porta i menu. «Non ce n’è bisogno, sappiamo già cosa prendere, facciamo il solito, vero ragazze?» domando io. Le ragazze scoppiano in una risata. Che cosa ho detto che non va? «Le perdoni» dico al cameriere che è rimasto di fronte a noi ad attendere il nostro ordine «sono un po’ fuori di testa, ridono sempre senza motivo» affermo colpendomi la tempia con il dito nel tentativo di additarle come pazze. «Capisco» il cameriere mi fissa, poi riprende a parlare «probabilmente non stanno ridendo proprio senza motivo…» fa loro un occhiolino complice e si porta il dito sotto al naso fingendo di grattarsi. Lo fanno anche le ragazze, si portano tutte e due il dito sotto al naso e fingono di grattarsi. Mi sento presa per i fondelli. Cosa vogliono dire? Per istinto, prendo lo specchietto che tengo nella borsa e infine capisco: che bastarde! Ho un grumo di Nutella immediatamente sotto al naso, che mi forma una specie di baffetto alla Adolf Hitler. Non mi hanno detto niente di proposito per farmi fare una figuraccia col cameriere! Le ammazzo! Prendo un fazzolettino per pulirmi, arrossisco appena ed esclamo, rivolgendomi al cameriere: «Le mie amiche sono delle gran bastarde!»


30 «Concordo» fa lui sorridendo «per quanto riguarda l’ordinazione, vi lascio ancora un po’ di tempo per decidere o forse posso proporvi qualcosa io?» «Ottima idea!» esclamo con entusiasmo per coprire il mio imbarazzo. «Abbiamo preparato dei buonissimi cocktail, sono dolci con una spruzzatina di cioccolato. O pensavate a qualcosa di analcolico, forse?» Aspetta la nostra risposta con il taccuino e la penna, pronto per segnare. Noi tre ci guardiamo per un momento, poi intervengo io: «A dire il vero, non mi dispiacerebbe qualcosa di forte!» «Infatti, una volta tanto fa anche bene! Vada per i vostri cocktail!» concorda Anita, parlando anche a nome di Melissa che, in questo momento, a giudicare dal suo sguardo perso e innamorato, non avrebbe una grande capacità di giudizio. «Perfetto, vi porto tre Butterfly allora. Altro?» domanda il cameriere. «No, va bene così, grazie.» «Ho appena sentito qualcosa» sussurra Melissa non appena il cameriere si è allontanato «ho sentito che stanno parlando di una ragazza, di una certa Bianca. Spero non sia la sua fidanzata!» «Ma guarda che impicciona, cioè si è messa proprio a origliare, guardala!» esclama Anita, notando che la nostra amica, spudoratamente, non si sta lasciando sfuggire neanche una parola di quello che si dicono i ragazzi. «Melissa, puoi almeno cercare di non farti vedere?» le suggerisco. «Io non la conosco» afferma Anita, coprendosi il volto con le mani. Scoppiamo in una fragorosa risata mentre il cameriere è già di ritorno con i tre Butterfly. Sono passati pochi minuti, ma i nostri bicchieri si sono già quasi svuotati. Devo ammettere che questi cocktail sono deliziosi, sanno proprio di cioccolato, scendono giù per l’esofago come acqua fresca. Così non possiamo fare a meno di ordinarne un altro giro. Non farà male, una volta tanto, no? Il cameriere ci ha intimato di fermarci al secondo, ché se non siamo abituate a bere, dice, potremmo non reggere. Dopo un quarto d’ora, invece, io e le ragazze ci siamo fatte anche il terzo giro e le nostre teste incominciano effettivamente ad andare per conto loro. I ragazzi sono ancora seduti al loro tavolino a parlare e non ci hanno degnate neanche di uno sguardo, provocando un’ira funesta nella nostra Melissa innamorata. «Qui diventa questione di principio! Non me ne vado se prima non si è almeno voltato a guardarmi!» afferma. E lo ha detto anche con una certa convinzione, aggiungendoci un sonoro “e che cazzo!”.


31 «Ok allora. Dobbiamo fare in modo che il tipo la guardi, sennò stiamo qui fino a domani mattina!» esclama Anita rivolgendosi a me con espressione preoccupata. «Sì, dobbiamo fare qualcosa subito!» ribatto io e, in questo preciso momento, mi rendo conto che le parole incominciano a venir fuori dalla bocca come se il cervello non riuscisse più a controllarle. Guardando Melissa che si è praticamente voltata con il corpo verso il tavolo dove sono seduti i due ragazzi nel tentativo spudorato di farsi notare, scoppio in una risata sonora, e Anita non tarda a seguirmi. Stiamo ridendo come isteriche e finalmente, dopo tanto tempo, notiamo la testa di Nico che si gira verso di noi. Sarebbe stato impossibile, a questo punto, che non ci notasse, considerato il baccano che stiamo facendo. «Ops» sento dire da Melissa, non appena i suoi occhi incrociano quelli di Nico. «Ciao!» esclama poi con voce stridula sventolando la mano e con un sorriso ebete sul volto. Io e Anita stiamo ridendo all’impazzata e non c’è verso che riusciamo a fermarci. La scena è già abbastanza assurda di suo, ma con i Butterfly nella testa è diventata praticamente comica. «Ciao» risponde Nico, guardando Melissa «ci conosciamo?» le domanda con tono indecifrabile. «Io ti conosco per certo! Tu non credo…» risponde lei torturandosi le dita, e la sua voce la dice lunga sul fatto di essere sobria. «Come ti chiami?» «Melissa…» la sua voce è assolutamente estasiata. Io e Anita continuiamo a ridere senza apparente motivo, mentre Nico e Melissa si sono imboscati in una conversazione quasi privata. Captiamo solo qualche parola qua e là nei pochi istanti in cui io e Anita riusciamo a non far chiasso. «Tutto bene?» ci domanda il cameriere, venuto fin qui per controllare la situazione, dato che siamo diventate un po’ troppo rumorose «forse avete un po’ esagerato con i Butterfly, eh?» ci rimprovera in tono amichevole. «Ma cos’hai qui?» ride Anita, portando un dito proprio sul punto del viso dove il cameriere esibisce un disgustoso brufolo. Lui è chiaramente turbato. «Ok, siete ufficialmente ubriache.» Si guarda intorno come se potesse veder sbucare da qualche parte una soluzione al problema. E poi in realtà non siamo “ubriache”. È solo che,


32 come si può spiegarlo, ci stiamo divertendo! Ci sentiamo disinibite dalle regole sociali, ci sentiamo libere di fare le stupide perché non possiamo farlo mai. Ma oggi, grazie ai Butterfly, lo possiamo fare senza necessariamente essere etichettate come stupide! Ubriache non è esattamente sinonimo di stupide. Scoppio nuovamente in una risata e mi vengono le lacrime agli occhi quando sento Anita che dice al cameriere: «Noi saremo anche ubriache, ma il tuo brufolo non ce lo stiamo mica immaginando!» Glielo ritocca e lui indietreggia di qualche centimetro. Un’ora dopo, i muscoli delle mascelle si sono irrigiditi a furia di ridere, abbiamo saldato il nostro conto con il cameriere, Nico è riuscito a sottrarsi dalle grinfie di Melissa e abbiamo abbandonato il tavolino del bar. La sbronza non è passata del tutto e comunque, anche se così fosse, sarebbe davvero un gran peccato ammetterlo. Non ci capita spesso di prendere una sbornia e siamo decise a godercela fino in fondo. Quindi abbiamo ripreso l’autobus e stiamo tornando a casa ancora rumorose e ridenti. L’autista ci lancia sporadiche occhiatacce dallo specchietto retrovisore mentre Anita cerca di sedurre con lo sguardo un passeggero appetibile seduto parallelamente a lei. «Ah, ragazze mie, che pomeriggio!» esclamo non appena mettiamo piede dentro casa. E la casa, oggi, dopo tutte le ore trascorse insieme, mi sembra anche più bella. Ci sono ancora i piatti del pranzo nel lavandino, perché Anita si è rifiutata di lavarli per fare un dispetto a Melissa che aveva vinto tre volte di fila a Burraco. Sulla porta della cucina, dalla parte interna, abbiamo appeso le nostre foto. In una ci siamo io e Anita mentre mangiamo un gelato e anche lì ho le labbra completamente sporche di cioccolato. “Deve essere un vizio” penso. Sono venuta orrenda in quella foto, ma lei insiste ad appenderla di nuovo ogni volta che, di nascosto, la rimuovo. Se ne accorge sempre. In un’altra foto, ci siamo tutte e tre abbracciate a un pagliaccio incontrato in piazza Sant’Oronzo una sera di carnevale. Un’altra foto ancora ritrae il momento esilarante di un mega ruzzolone di Melissa sui gradini dell’università, è stata una vera fortuna essere riuscite a immortalare a vita quel momento. La sera è ormai calata e dalla finestra in soggiorno penetra la luce della luna.


33 «No, non accendere» suggerisco a Melissa che si stava avvicinando all’interruttore «guardate quant’è bello così.» Mi avvicino al divano e prendo posto al centro, ammirando lo spettacolo della luce fioca che entra dalla finestra, formando un fascio bianco che arriva fino al pavimento. Melissa e Anita si siedono al mio fianco. E rimaniamo così per qualche minuto, in silenzio e in penombra. «E così non è andata neanche con Nico…» ci confida Melissa con voce triste «mi sento così sola.» «A chi lo dici!? Perché, Kevin allora?» ribatte Anita, riferendosi al suo irraggiungibile amico di università che non la degna mai neppure di uno sguardo. «Quanto a me, che dirvi, ragazze? Io un fidanzato ce l’ho, ma è impegnato sempre con il lavoro, non parliamo più, e mi sento tanto sola anch’io» confido. Seguono degli istanti di silenzio, ognuna persa nei suoi pensieri. «Quanta strada c’è da fare, ancora, prima di incontrare l’amore della vita?» chiede poi Anita, e nella sua voce c’è una profonda malinconia. «Non so quanta strada ci sia da fare» ribatto io «a volte gli amori fanno dei giri immensi, dei viaggi lunghissimi, ma forse l’attesa vale la pena.» Siamo rimaste mute a riflettere sulla mia domanda, immerse nella luce della luna. Gli amori fanno davvero dei giri lunghissimi, prima di sbarcare sul suolo della nostra vita? Tuttavia, non dovrei essere io a pormi questo dilemma, dal momento che - almeno così penso - l’amore della mia vita è già accanto a me. La sbornia ci ha lasciato un senso di vuoto e una profonda malinconia, e sembra che al buio ci venga meglio confessare i nostri sentimenti. Nel silenzio sento i loro respiri. Non c’è macchina che passi giù per strada, solo il riso di qualche ragazzino e il rumore di un motorino lontano. «E se invece non sapessimo riconoscerlo? Se lui arriva, ma per qualche motivo fatichiamo a capire che sia quello giusto?» domanda Melissa. «In quel caso» rispondo «vuol dire che non siamo pronte ad accoglierlo. Perché, sfido io, se quello giusto arriva, lo capisci e basta.»


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5

Bip. Sms da *amore* “PRANZIAMO INSIEME?” Ieri sera io e Dario non ci siamo visti. Dopo la sbornia, io e le ragazze abbiamo preferito restare in casa a riprenderci un po’, di fronte a una bella partita a Burraco che avrebbe, come poi ha realmente fatto, spazzato via ogni frammento di tristezza e malinconia. Dario aveva protestato per la mia assenza, ma in fin dei conti non aveva insistito più di tanto per vederci. Nella speranza di trascorrere finalmente un po’ di tempo a parlare di noi, accetto la sua proposta. “VA BENE, PRANZIAMO INSIEME :)” Viene a prendermi alle dodici. Arriva nella sua macchina lunga e decappottabile, con i capelli al vento e un’abbronzatura dorata e non del tutto uniforme presa sui cantieri. Si china in avanti per aprirmi la portiera e, quando salgo, mi bacia appassionatamente, facendomi avvertire un brivido lungo la schiena. Mi scopro a fantasticare su una notte di passione, il suo corpo contro il mio, il tocco deciso della sua mano in mezzo alle mie gambe, la mia lingua sul suo collo. Ma la fantasia si ferma all’inizio, visto che un istante dopo Dario ha già affondato il piede sull’acceleratore e la macchina parte alla velocità della luce. Dopo dieci minuti siamo già arrivati nella nostra trattoria preferita, alla periferia di Lecce. Per tutto il tragitto fin qui, Dario è stato al telefono con un cliente a rispolverare delle informazioni circa una costruzione nella provincia. Siamo quindi seduti al tavolo in attesa dei primi che abbiamo ordinato. Divoro un pezzo di pane fresco e poi cerco di trattenermi dal prenderne degli altri per non rovinarmi l’appetito. L’appetito che ho oggi, appunto, è il motivo per cui siamo finiti in questa trattoria, famosa per i suoi squisiti piatti e per le porzioni abbondanti.


35 «Be’, allora, com’è andata ieri? Matteo è contento della nuova sede?» gli domando, cercando il suo sguardo che noto essersi perso in qualche pensiero di passaggio. «Assolutamente contento. Non avrei mai sperato di trovare un posto così grande a quel prezzo. Credimi, è stato davvero un affare.» La conversazione viene interrotta sul nascere da un sonoro bip al suo cellulare. Gli è arrivato un messaggio. «Scusa tesoro» mi dice senza alzare gli occhi dal display, e si immerge in una conversazione scritta tramite il suo palmare. «Quando non ci sono io in ditta, ne succede sempre una» e mentre lo dice fa una smorfia con le labbra e arriccia il naso «possibile che a Matteo sfugga di mano la situazione?» Ha l’espressione preoccupata. «Cos’è successo?» gli domando. «Niente che io possa risolvere tramite cellulare.» Detto questo, chiude con un sol gesto il palmare e lo appoggia con vigore sul tavolo. «Non voglio rovinare il pranzo con i miei soliti problemi di lavoro. Già non ci siamo visti ieri.» Appoggia i gomiti sul tavolo e si fa avanti col busto. Mi osserva e mi sorride. «Com’è andato lo studio ieri pomeriggio?» Accidenti. Mi sembra quasi incredibile che si stia interessando a me. Non che non lo faccia mai, per carità, è uno dei pochi ragazzi d’oro rimasti sulla faccia della terra, ma ultimamente, con i mille impegni legati al suo lavoro, gli viene piuttosto difficile provare interesse per le mie problematiche. «Be’» mi schiarisco la voce, intenta a dirgli tutto, a svelargli di non aver studiato ma di essere andata in giro con le ragazze, a raccontargli del nostro bel pomeriggio in centro, degli acquisti fatti, degli orecchini presi da Bijou Brigitte, della sbornia, e finalmente potremo organizzarci per quanto riguarda la presentazione del 14 maggio. «Be’, ieri pomerig…» Bip. Stavolta è una chiamata. Rimango muta e immobile, con un fastidioso senso di umiliazione per essere stata interrotta sul più bello. «Uffa, scusa tesoro.» Risponde alla chiamata senza pensarci due volte e si alza dal suo posto.


36 «Ti ho detto mille volte che bisogna prima riportare tutti i nomi nell’apposito registro, altrimenti è logico che rischiamo di perderne qualcuno per strada…» lo sento dire mentre si allontana dal tavolo. Che stupida. E io speravo che finalmente oggi saremmo potuti starcene un po’ più tranquilli. Se davvero volesse godersi la mia presenza e il nostro pranzo insieme come mi ha fatto intendere pochi minuti fa, forse dovrebbe spegnerlo quel dannato cellulare. No, va be’, mi costringo a mettermi nei suoi panni. È il pilastro della sua azienda, gli affari non sarebbero andati così bene, dopotutto, se non fosse stato per Dario. Spegnere il cellulare deve essere diventata una cosa impossibile, per lui che deve avere tutto sotto controllo in ogni momento della giornata. Mentre addento un altro pezzetto di pane, lo vedo tornare. «Scusami tesoro, cos’è che dicevi?» Ritorna nella posizione di prima, col busto in avanti e i gomiti appoggiati sul tavolo. «Ehm… lo studio è andato bene, ieri, è andato bene…» rispondo senza alcun entusiasmo nella voce. Mi è passata la voglia di raccontargli tutto. «Brava piccola, ti stai proprio dando da fare con gli esami. Cos’è quello?» Si riferisce a un libro che sbuca fuori dalla mia borsa. Porto sempre un libro da leggere con me, nel caso in cui dovessi aver bisogno di ammazzare il tempo, il che capita anche abbastanza spesso ultimamente, quando esco con Dario; le sue telefonate di lavoro possono anche durare lunghi quarti d’ora. «Oh niente, è solo un libro» rispondo senza interesse. «Sì, lo vedo che è un libro, intendevo che libro è.» Lo guardo per un momento mentre finge di interessarsi al libro che ho portato con me e finisco per intenerirmi. So cosa intende fare. Sta cercando di recuperare e sa che prendere l’argomento libri con me è un ottimo modo per riuscirci. Mi sento quasi male per il fatto che stia facendo questo tentativo. Voglio dire, non ha nulla da recuperare in fondo, nulla da rimproverarsi o per cui sentirsi in colpa, lui è solo un uomo responsabile, che fa il suo dovere. Non dovrei farglielo pesare. Comunque lo tengo contento sfilando il libro dalla borsa e rispondendo alla sua domanda con un po’ più di entusiasmo nella voce, per fargli capire che non ce l’ho con lui. «L’ho iniziato da poco, “All’ombra dei tulipani”, mi sembra molto interessante.» «Di che parla?» mi domanda.


37 Vorrei quasi che non mi avesse fatto questa domanda. A lui non importa di cosa parla questo libro, non gli interessa per niente. Si vede lontano un miglio che l’unica cosa che vorrebbe sapere in questo istante è se Matteo ha seguito le sue istruzioni e se in azienda stia procedendo tutto bene. E poi a Dario non piace leggere, non ne ha mai letto uno in vita sua - tranne il mio, dopo averlo minacciato con i sensi di colpa - per non considerare che questo è un sentimentale e, se proprio dovesse interessarsi a un libro, con ogni probabilità non sarebbe a uno di questo genere letterario. «Parla di una storia d’amore» rispondo, cercando di essere breve e concisa e di finire qui questa conversazione «la storia di una donna alla ricerca dell’uomo dei suoi sogni, ecco…» «E chi sarebbe questo Rocco Pedina?» domanda, riferendosi all’autore del libro. «Veramente non lo conosco.» «Chi è la casa editrice? La Mondadori?» domanda ancora. «No, non è la Mond…» lo guardo e mi sento quasi offesa «non importa quale sia la casa editrice, Mondadori non è sinonimo di “unico libro che vale la pena acquistare”.» Ammetto che il mio tono è stato un po’ acido e severo. «No, non intendevo quello. Però comprarlo è pur sempre un salto nel buio, no? Voglio dire, chi lo conosce questo… Rocco Pedina?» dice, sporgendosi verso il libro per spiarne di nuovo il nome dell’autore. Mi sembra quasi che stia dimenticando un piccolo, irrilevante dettaglio: anch’io sono un’autrice sconosciuta e neanch’io ho pubblicato con Mondadori! «Quindi faresti la stessa cosa con me, tu. Sei il tipico lettore pregiudizievole, che non comprerebbe altro che libri di famose case editrici. Complimenti!» Afferro con stizza un pezzo di pane e me lo metto sotto ai denti, masticando con vigore. «N…no, non è così…» balbetta, e lo noto mentre si morde leggermente il labbro inferiore. Deve aver capito di aver sparato una cazzata. «Non volevo dire questo…» «Ah già, scusa, è vero, non è che non compreresti il libro di un esordiente, tu non compreresti un libro in generale!» lo apostrofo. Mi sento davvero ferita dal suo discorso. Non capisce niente di libri, perché diavolo deve fare il saputello sull’unica cosa che è più di mia competenza che sua? Lui potrà averla vinta in qualunque altro campo, se proprio vuole, ma che lasci a me quello dei libri. E poi mi ha colpita


38 nell’orgoglio: ho appena pubblicato un libro - con una piccola casa editrice, per inciso - come credeva che avrei apprezzato il suo discorso? Ok, ha chiaramente fallito nel suo tentativo di recuperare e appare visibilmente dispiaciuto di questo. «Hai frainteso. E ora ti metti anche a offendere. I libri non sono nei miei interessi, e allora? Non mi attraggono, non mi dicono niente…» il suo tono è assolutamente calmo, sono io che sto diventando una iena. Credo di essere arrabbiata nei suoi confronti ma di aver cercato di reprimerlo per troppo tempo. Da un lato, c’è la ragione che mi suggerisce di portare pazienza, perché in fondo non sta facendo nulla di male, sta solo curando i suoi interessi, gli affari, il lavoro, chiunque lo farebbe al posto suo. Dall’altro lato, c’è il cuore. Mi manca, mi mancano i nostri discorsi a perdifiato, mi manca la sua persona solare e spontanea, mi mancano i pomeriggi di sole trascorsi a cazzeggiare o a scattare qualche foto in giro per le litoranee, mi mancano le sue attenzioni. «A te non dicono niente i libri, a me invece dicono tutto. Mi dicono molto più di quanto mi dici tu, pensa!» Sembra che qualsiasi cosa Dario dica, oggi, si rifletta inconsapevolmente su tutto quello che mi sono tenuta dentro fino a questo momento. «Che vuoi dire?» mi domanda. «I libri mi parlano, almeno. Tu non mi parli mai, se non di lavoro. Ti ricordi quand’è stata l’ultima volta che abbiamo parlato? Che abbiamo parlato sul serio, intendo. Stai sempre attaccato al cellulare con i tuoi clienti, non possiamo più parlare, ma davvero non te ne sei accorto?» Non riesco ad abbassare la voce. «Credo tu sia un po’ ingiusta adesso» dice con tono triste. «Me l’aspettavo una risposta così.» Abbasso gli occhi e sento già salire il pentimento. Non avrei voluto dirgli questo. Mi ero ripromessa che sarei riuscita a controllare i miei sentimenti e a contenere la delusione. Lo avrei fatto per lui, perché in fondo sono sempre stata fiera del suo successo. Non devo esserci riuscita, però, se oggi sono potuta esplodere così. «Scusa» gli dico, sbriciolando un pezzetto di pane. «Scusa tu» dice lui, riconsegnandomi il libro. Il cameriere arriva con i nostri deliziosi primi fumanti e profumati, ma l’atmosfera non è più quella di qualche momento fa. Siamo arrivati affamati come lupi, ora invece pare che i nostri piatti non ci entusiasmino più di tanto. Lo stesso è valso per ogni cosa avvenuta dopo. Così abbiamo pagato il conto, per strada abbiamo incrociato due vecchi, cari amici, abbiamo


39 vinto duecento euro al Turista per sempre, Dario ha avuto l’onore di veder sfrecciare davanti a noi una Lamborghini, e il tutto è avvenuto con l’entusiasmo pari a zero. Posso dirmi ufficialmente leader nel settore “rovinare le giornate agli altri”.

Quel ridicolo pensiero  

Simona Giorgino, narrativa