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CLAUDIO LEI

QUASI UMANI

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QUASI UMANI Copyright Š 2012 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-469-7 Copertina: Immagine Shutterstock.com

Prima edizione Dicembre 2012 Stampato da Logo srl Borgoricco - Padova


Dedicato a Francesca.


Un ringraziamento a tutti gli amici che mi hanno sostenuto in particolare a Giuditta, Stefania e Valentina.


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PROLOGO

Cavalcava più veloce della notte che moriva alle sue spalle. Era la fine di un lungo viaggio iniziato oltre un anno prima, lungo una strada che si era fatta solitaria. Le tenebre s’infittivano intorno a lui, mentre la luna scivolava timorosa verso luoghi sicuri. Il percorso era irto d’ostacoli, celati dalle tenebre, che apparivano all’improvviso; la saggezza avrebbe imposto di procedere con cautela, invece sferzava il cavallo a ogni battito del cuore. La meta gli appariva più lontana di quanto avrebbe voluto, di giorno il viaggio sembrava più corto. Stava galoppando da troppo tempo. La strada si fece angusta in quella corsa frenetica, obbligandolo a strizzare ripetutamente gli occhi per vederla. Erano occhi stanchi. Affaticati dallo studio protratto a tarda ora. Testi blasfemi celavano con avarizia i loro segreti, ma una famelica curiosità aveva fagocitato le sue inibizioni. Le fronde mormoravano irrequiete, oltraggiate dal passaggio del cavaliere, il loro anatema correva veloce di foglia in foglia. L’uomo guardò la profonda oscurità del bosco e lo sentì serrarsi a pugno intorno alla sua gola. Era un luogo proibito, evitato perfino dai raggi di luce in pieno giorno. Avrebbe voluto accertarsi di essere al sicuro, ascoltare con attenzione quei rumori, ma ciò avrebbe significato fermare il suo destriero. Il prezzo della consapevolezza era esporsi a un pericolo senza nome. Qualcosa apparve dove non doveva esserci niente, il cavallo scartò tendendo le briglie. La sua mano esperta si mosse veloce, ma sicura, per evitare di cadere e calmare l’animale. Un contorto artiglio nodoso saettò contro la sua faccia, il cavaliere lo scorse tardi per evitarlo, riuscì solo a difendere gli occhi. Quattro crepe rosse rigarono la sua guancia. La sua mente corse a un’oscura formula che invocò sulla terra una colonna di fuoco. Le fiamme incenerirono l’aggressore e nella loro sete di distruzione consumarono un albero. “Così ho aggravato la profanazione di questo luogo” pensò, forse era solo un ramo mosso dal vento. Ora era spaventato, ma quale mano avrebbe dispensato calma anche a lui? L’incendio lo carezzò con il suo calore, pungendo però i suoi occhi abituati all’oscurità. Ripartì di scatto e fu tradito dalla sua vista


8 malsicura, non gli rivelò un ostacolo, uno dei tanti. Dovette rischiare. Fece saltare il destriero per evitarlo. Atterrarono bruscamente e la borsa appesa alla sella ne approfittò per divincolarsi. Non aveva scelta doveva fermarsi. Balzò giù dalla sua cavalcatura, inseguì quel fagotto che ruzzolava. L’afferrò sospirando. Le sue mani si sporcarono di sangue mentre assicuravano di nuovo il carico alla sella: si scoprì a fissarle, mentre un fiume d’immagini tremende, che avrebbe preferito scordare, inondava la sua mente. Tentò invano di scacciarle, la colpa che provava era troppo intensa. Stava perdendo tempo esponendosi inutilmente. Risalì in groppa e riprese la cavalcata a rotta di collo. Più impegnativo era il percorso più occupata era la sua mente. Finalmente apparve la grotta in cui doveva entrare, nonostante fosse l’ultimo posto in cui voleva trovarsi. Colui che l’aspettava gli impose di presentarsi al plenilunio. Ciò che gli aveva chiesto era disumano e terribilmente ingiusto. All’inizio si era opposto, ma il lugubre contenuto della sua borsa testimoniava in suo sfavore. A capo chino varcò il confine della grotta, ingoiando la sua dignità straziata. Sul pavimento dell’antro si sdraiavano ombre allungate e tremebonde, proiettate dai riflessi iridescenti che danzavano sulle pareti, rigurgitati dall’abisso che si apriva in fondo. Una sorgente di energie e creature disumane, strisciate fin qui da una realtà remota attraverso un condotto magico, evocato dalla bramosia di potere di stregoni ormai defunti. Il peso che la sua mano reggeva gli impediva di scordare il suo rimorso. «Sei giunto al mio cospetto» lo salutò il suo maestro. «Hai accettato la verità?» Una figura si stagliava nella luce alla fine della grotta. Una volta lo chiamava maestro. Fiotti di furore gli avvelenarono la mente, se fosse bastato questo a distruggerlo l’avrebbe odiato fino a mutare in acido il suo sangue. «Non mi avete lasciato altra scelta.» «Stai mentendo, come hai mentito a te stesso tutto questo tempo.» «Ho solo ceduto alle brame della curiosità. Condannatemi pure, se volete, ma è stato il nobile spirito del sapere a incendiare il mio cuore. Nient’altro.» «è in quel sacco che rechi il sacrificio con cui avere i miei favori?» L’uomo abbassò lo sguardo, mise mano ai lacci della borsa e ne trasse fuori il suo contenuto. Una testa mozzata. Sospesa per i capelli. Il suo maestro risplendeva di soddisfazione, sorrideva estasiato al macabro tributo. Era ciò che sperava di vedere. Lo sguardo supplichevole del suo devoto allievo, piegato ai suoi voleri.


9 «Datemi ciò che avete promesso» disse l’uomo, ma con sua gran sorpresa una risata rispose alle sue invocazioni. «Datemelo!» insisté terrorizzato dal divertimento del suo maestro. «L’avete promesso!» strillò disperato, sentendo crescere il fragore della risata. «L’avete promesso!»


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1. INCONTRI E SCONTRI

Un appartamento desolato prigioniero di un pomeriggio domenicale. La pioggia ticchettava la sua litania contro i vetri, intorpidiva i sensi come un astuto ipnotizzatore. Diana fissò una goccia comparire nel grigio delle nubi, la seguì con lo sguardo appiattirsi contro la finestra. Vai a morire da un’altra parte, le urlò in silenzio, qui basto io. Le pareti dolevano ancora di un colpo inatteso. Un boato nella notte. “Ti lascio” era esplosa lei all’improvviso una settimana prima. Sette giorni da finire come notti insonni, vissuti nell’utopia di avere domani ciò che è mancato oggi. “Non pensarci” si ripeteva, “non pensarci”. Accese la televisione per coprire la musica dello stereo che le impediva di leggere. “Non pensarci”. Lanciò la rivista contro il muro sperando facesse un bello sciaff. Non troppo forte da disturbare i vicini, ma un bello schiocco acuto. Di fronte al divano verde su cui si rivoltava c’era una bottiglia, chiusa in un pensile, dietro il mobile bar. Frugò nella mente alla ricerca del giusto motivo per lasciare il rum dov’era: “Sono le quattro del pomeriggio, è una delle sue bottiglie, ti fa ingrassare”. Deglutì una sorsata rovente. Senza neanche sentirne il sapore. Tanto non le era mai piaciuto. Voleva solo quello schiaffo lungo la gola. Andava bene anche il dolore. Tutto per non rievocare l’ultimo anno di convivenza. Le pareti le s’incollavano addosso come un vestito portato troppo a lungo. Il silenzio le sbatteva contro i timpani. Sentiva tutti i battiti del cuore. “Sta’ zitto” pensò lei. “Maledetto silenzio, sono tutti pensionati in questo dannato condominio? Come faccio a urlare, se non si sente volare una mosca?” Un sole caldo e splendente, come un gioiello, era incastonato in un azzurro saturo che accolse Diana nel suo abbraccio quando uscì di casa. Lei traboccò fuori dal suo appartamento come una folata invernale, sospinta dall’entusiasmo di un corteo funebre, ma nemmeno lei si negò di rimanere con lo sguardo appeso al cielo. Quel lunedì sembrava fare l’occhiolino a Diana, o per lo meno questo era ciò che le piaceva credere, dopo una settimana di clausura. Sette giorni di casa e ufficio.


12 Senza mai lasciare la mente a zonzo. Solo una parentesi a pranzo da Sara. La sua amica aprì la porta e lei entrò, o per meglio dire fuggì attraverso un pertugio. La casa non era grande, non sembrava dovesse esserlo, ma era viva. Dovunque corresse, la mano sentiva la tiepida carezza del legno che spuntava dappertutto: nei pavimenti, nei mobili, negli inserti. L’aroma della cera si espandeva in ogni stanza. Un salotto raccolto, colorato a tinte pastello calde, era il dirimpettaio della cucina, separati solo dalla sala da pranzo. Branchi di variopinti animaletti di alabastro, di ceramica e ferro battuto colonizzavano i tavolini a lato dei divani. Sara gustava il suo pasto, scrutando sorniona la sua amica, aspettando di affrontare l’argomento che le stava a cuore. Lo stesso che aveva dibattuto in soliloqui solitari, lo stesso che si era impossessato di lei, facendole dimenticare dov’era. Una volta Sara si era sorpresa a dialogarne accanitamente seduta in autobus, da sola ovviamente, finché non si era accorta dello sguardo sbigottito che un’anziana signora le aveva inchiodato addosso. Lì per lì aveva provato a sfoderare il suo sorriso angelico, quello con cui rabboniva la madre ogni volta che ne combinava una delle sue, ed erano state tante, ma la reazione non era stata incoraggiante. La signora, ormai atterrita, si era raggomitolata intorno alla borsa, osservando l’uscita con aria supplichevole. Alla fine era sgattaiolata fuori alla prima fermata, Sara non la signora, tre isolati prima della sua stazione, paonazza di vergogna. Sfortunatamente se ne dimenticava presto, della vergogna; non del suo dibattito, quello ricominciava subito. Detestava il ghiaccio, perfino d’estate, romperlo era il suo pensiero fisso. Una frase dopo l’altra le mulinò nella testa, ma nessuna la convinceva. «Tutto a posto?» buttò lì Sara tanto per provare. «Sì.» «Sei molto silenziosa.» «Mi è piaciuto tutto. Sai che non parlo a bocca piena.» «Ultimamente non parli proprio, Didi.» «Parlo poco per la mia loquacità» rispose lei con un risolino sardonico. «Lo pensa anche Stefania.» Sara vide finalmente l’amica alzare su di lei lo sguardo e concedere una pausa a quei poveri capelli torturati senza tregua. «Cosa vi dite, su di me, quando non ci sono?» «Che hai tagliato corto.»


13 «Senti, mi ha chiamato tardi e ha cominciato una delle sue tirate. Non ne avevo voglia.» «Era preoccupata.» «Stefania sa pensare solo così: o si preoccupa o gioisce.» «Non mi hai nemmeno risposto al messaggino.» «Non mi sarà arrivato.» «Ti va un caffè?» «Sai che non lo bevo mai dopo pranzo, non mi fa dormire.» «Dormi in questo periodo?» «Sola più che altro.» «Allora non c’è modo per tornare insieme?» «Figurati! Ha visto l’occasione di piantare una come me e l’ha colta al volo.» «Mi sembrava tanto premuroso con te, non posso credere che sia contento.» «Sai cos’è che ho sbagliato? Ho aspettato troppo.» «Troppo per cosa? Cos’è successo, io non capisco, voi due eravate… eravate…» «Com’eravamo Sara? Non dirmi perfetti, ti prego non dirmi questo.» «Compatibili?» «Senti, capisco che ti sei affezionata al tuo nuovo amichetto, ma quell’irriducibile vegetale in coma non lo sopportavo più. Tutto a me faceva decidere, capisci? Cosa facciamo? Quello che vuoi. Cosa guardiamo? Scegli tu. Che ristorante preferisci? Fai tu.» «All’inizio non era quello che esaltava la tua intraprendenza?» «All’inizio. Dopo tre anni sai cos’ho capito? Quello è nato vecchio. Non è mai stato giovane, l’hanno partorito con la noia incorporata.» «Però mi dicevi che era anche molto riflessivo, ti sapeva ascoltare, o no?» «Se non ascoltava lui morivamo di silenzio. Parlavo solo io. Mangiava, leggeva e fumava la pipa.» «Io ricordo anche qualcos’altro…» cinguettò Sara maliziosa. «Che scema che sei. Be’, era diventato tedioso anche quello. Non… non era sesso, mi accarezzava, mi baciava, ma… mi faceva sentire un puzzle.» «Come un puzzle? Gli hai detto anche questo?» chiese Sara ridendo. «Mi ha inseguito per casa tutta sera, sapeva solo chiedere perché. Perché? Perché? Me l’ha chiesto una volta di troppo e gliel’ho urlato contro.» La trasfigurazione di Sara, dall’apprensivo al desolato, non lasciò spazio a dubbi. La conferma di ciò che Diana temeva.


14 «Poverino. Era umiliato?» «Umiliato? Sta ancora edificando cattedrali d’odio su quello che gli ho detto.» «Adesso sei tu a essere melodrammatica.» «Cambiamo argomento.» «Lavori sempre nell’antro dei libri misteriosi?» provò ad assecondarla Sara. Diana si limitò a dondolare un po’ la testa alzando le sopracciglia, accavallò la gamba destra sulla sinistra e, dopo un po’, viceversa. Spostò lo sguardo sulle mani che giocherellavano con gli anelli, infine, con il volto ancora reclinato, ricominciò a parlare. «Hai mai vissuto con due occhi inchiodati addosso tutto il giorno?» «Ma dai, Didi, non so quanto me ne hai parlato dei suoi occhi. Tutta la vostra storia è stata una faccenda di sguardi. Hai provato a spiegarmelo fino alla nausea, ricordi?» «E lui lo sapeva, eccome se lo sapeva. Dovevi vedere che occhioni sfoderava per rinchiudermi in casa la domenica sera.» «Didi, dovevo affittare un carro attrezzi per trascinarti fuori casa la domenica dopo le cinque.» «Non è vero.» «Come non è vero? Saranno sei anni che è così.» «Sabato no però! Avremo vinto il premio bocciofila il mese scorso.» «Sabato quando?» «Dai, quando Vivian voleva andare a ballare.» «Scusa Didi, ma cos’hai fatto alla mia amica?» «Perché?» «A te la disco non è mai piaciuta. Dicevi a tutte che non ci voleva andare lui, ma una volta mi hai confessato che era una scusa.» Diana per tutta risposta si morse le labbra, colpevoli di aver confidato troppo all’amica. Cercò di rievocare l’ultima volta che si era divertita in discoteca, inutile negare che si trattava di archeologia nei ricordi, invece i motivi per cui non amava ballare la accecavano come abbaglianti inopportuni. Provò a deglutire, ma esplosioni di calore risalirono dal petto alla gola e d’un tratto faticò a respirare. Senza pensarci né rispondere scattò in piedi, si aggrappò alla finestra e la spalancò d’un fiato. Respirò famelica traendone poco conforto, ma forse rimediò una risposta, forse era di questo che aveva bisogno. Spalancare le finestre e fare entrare il mondo tutto in una volta. «Didi stai bene?» chiese Sara inseguendola con lo sguardo.«Sei paonazza! Vuoi che accenda l’aria condizionata?»


15 L’amica non rispose, respirava lentamente con gli occhi chiusi, puntellando il corpo sulle braccia e le mani appoggiate al davanzale. «Possiamo star qui a parlare?» «Ma certo» fu la repentina risposta di Sara «Non so, forse non mi piaceva l’idea che aveva di me. Non me l’ha mai detto in questi termini, ti dico quello che penso, ma giurerei che fosse convinto di anticiparmi, come se fossi un’abitudinaria come lui.» «Ma dai, tu che cosa credi di essere?» «Perché mi guardi così?» «Eh? In realtà pensavo a una cosa che mi è venuta in mente.» «E, cioè?» «Senti Didi, io ti voglio bene e non vorrei offenderti, ma se certe cose non ce le diciamo tra amiche, no?» «Dai, dimmi?» «E che… che tu sei sempre stata affascinata dai suoi occhi, no? Da come ti guardava, dal modo in cui ti faceva sentire, be’, non sarà che tu ci abbia visto qualcosa che non ti piaceva?» «E cosa?» «Magari, guardandoli, ti rimandavano la tua immagine e non ti è piaciuta neanche un po’.» Poi vide la mano dell’amica sgattaiolare sul davanzale, scodinzolare un po’ e far finta che non cercava la sua, invece era proprio così. Rimase a guardare mentre riceveva tre caricature di buffetti sul palmo steso al sole. Dopo quello che le aveva detto. Ritirò la mano e frugò per la stanza cercando la sua amica Sara, ma trovò solo la persona che aveva freddato dov’era in speranzosa attesa. «Convinta tu» fu la stentata risposta, poi scambiò con Sara uno sguardo carico di complice speranza, ma nulla più. “Scusa” avrebbe voluto dire, “m’è uscita una risposta troppo dura.”, ma rimase ad aspettare che lo dicesse prima l’altra. «Devo proprio andare. Ti ringrazio tantissimo, era tutto squisito. Sai che prendermi per la gola funziona sempre, eh?» «Ma sono solo le due meno un quarto, Didi. Sicura di non poter restare? Prendiamo un gelato mentre ti accompagno?» Un abbraccio carpiato e le guance sbattute l’una contro l’altra furono la risposta. Voleva dire “Grazie, ma no grazie”. Poi il silenzio. L’attesa, il dubbio e la voglia di sentire quello che si era sul punto di dire. Purtroppo niente, un mucchio di perplessità urlanti premute nell’angolo più lontano della mente. E un altro silenzio, condiviso come una colpa.


16 Di una cosa, comunque, era sicurissima: non c’era niente di più lontano dalla verità. La verità, a volte, è così disperatamente sepolta che, a sentirla, non sembra nemmeno concepibile. Era di nuovo lunedì. Un’altra settimana seppellita anonima. I giorni le sfilarono accanto, come perle che precipitano da una collana spezzata, non li avvertì staccarsi, non li vide piombare al suolo, non sentì nemmeno il tonfo della caduta, ma solo un’eco malata e lontana. Portò le mani ai fianchi e raddrizzò la schiena, abbandonò all’indietro il collo e la sua silhouette si stagliò nella gelida luce dello schermo del computer. Si guardò intorno e sentì quel profumo di rilegature in pelle, di cera appena stesa, di pagine ingiallite, un’atmosfera vibrante di conoscenze proibite e antiche saggezze. In un’angusta teca climatizzata erano stipati tre scaffali che, pigiati a forza l’uno addosso all’altro, sembravano borbottare il disappunto per la mancanza di spazio. Accoglievano il piccolo tesoro della biblioteca. Purtroppo il vile denaro e l’intransigenza della termodinamica imponevano la superficie più piccola possibile. Lei sguazzava incerta in quella teca, costruita come un acquario smisurato, in cui i pesci rossi erano sostituiti da studiosi all’opera. Gli esegeti di quei delicati volumi si erano arresi all’evidenza: serviva l’aiuto della fredda e incolta informatica. Diana si pentiva amaramente d’aver accettato l’incarico. Quella maledetta capilettera era più scorbutica di una zitella illibata. “Non l’avrà mai capita nessuno” pensò la ragazza, per questo è così acida. Elegantissima, non c’era dubbio, ma il suo povero R.O.C.A, Riconoscitore Ottico di Caratteri Antichi, non voleva saperne di leggerla. O meglio: riconoscerla. Quando Mauro aveva esposto il progetto in ufficio non lo voleva nessuno, «non spingete» aveva commentato lui guardandola con i suoi occhi da profugo. Rivedeva la sua mano alzarsi e svettare fiera, lei era l’unica coraggiosa ad accettare la sfida. Bell’affare aveva fatto! Era incastrata in quell’incubo informatico, popolato da testi scontrosi che si facevano adorare a distanza, ma non si concedevano agli illetterati come lei. “Non puoi permetterti di fallire” si esortava in silenzio, “se non mi riesce di digitalizzarli li riscrivo uno per uno” concluse amaramente. “Che figura ci farei in ufficio?” si chiese a margine dei suoi pensieri. Quando era in difficoltà passeggiava col naso all’insù, scorrendo una dopo l’altra le ammiccanti copertine che la osservavano tutti i giorni, minuto dopo minuto, quand’era china sulla tastiera. Corpus Ermeticum, Kybalion, De Magia. Testi esoterici. Titoli che scatenavano in lei una pirotecnica esplosione di fantasie.


17 Eppure non era mai stata un’accanita lettrice. Ti piacerebbe sicuramente questo libro, le ripetevano, come se fosse stata una bambina che doveva mangiare la verdura. Liquidava simili consigli promettendo che avrebbe cercato il tempo: era quasi sicura di avere un buco libero in agenda dopo la sua morte. Qualcosa, però, in quella stanza illuminata da una luce meditabonda, sembrava stuzzicarle una voglia insoddisfatta. I raggi del sole piombavano sulla terra inferociti, urtavano contro la strada e rimbalzavano contro i palazzi come in un torrido autoscontro. Il ciottolato di piazza Sant’Agostino sembrava una graticola pronta per la cottura, a Diana mancò il fiato uscendo dalla biblioteca. Detestava questo lato dell’estate, quando la luce era così abbacinante da travestire la sera da pomeriggio. Alle diciannove sarebbero state più consone luci meno chiassose e tinte più calde. Sgattaiolava di ombra in ombra riparandosi dall’afa, come si fa in spiaggia per non scottarsi. Nonostante tutto questo adorava la sua passeggiata all’uscita del lavoro. Dall’inizio della primavera fin quasi alla fine dell’autunno ogni tanto andava in ufficio a piedi. Non riusciva a rilassarsi come al solito, quel giorno. Uscita dal centro stava percorrendo un lungo tratto arroventato. La tendina parasole di una vetrina le sembrò un’oasi nel deserto; fuggì dalla luce sotto di essa e assaporò la ritrovata penombra. Attese che i suoi occhi si adattassero e solo allora se ne accorse: era osservata. Non aveva mai fatto caso a quel negozio, ma qualcuno aveva notato lei. Cinque paia di occhi la salutavano festosi. Quando guardò all’interno vide un groviglio di cuccioli in piena agitazione, cinque cagnolini ansimavano, scodinzolavano e si alzavano sulle zampe posteriori solo per lei. Per un briciolo della sua attenzione. Il messaggio di quegli occhioni spalancati era di gioia e meraviglia, erano solo dei cani, ma la fecero sentire importantissima. “Un cane accoglie un uomo in un trionfo di felicità”, pensò, “mentre un altro uomo con diffidenza da superare”. Entrò con la stessa naturalezza con cui ci si sveglia la mattina. «Dimmi tutto, in cosa posso aiutarti?» «Salve» gli rispose senza staccare gli occhi dai cani. «Sono bellissimi, non ho saputo resistere. Di che razza sono?» «Border Collie. Allora, non sono proprio bellissimi, ma sono dei gran cani. Figli di campioni.» «Ah, sì? Ho appena visto il film Hachiko, adesso tutti i cani che vedo mi commuovono.» «Mah, gli Akita sono dei cani mosci.»


18 «Come mosci?» Per la prima volta staccò gli occhi dai cuccioli. «Si fanno i fatti loro, non giocano. E un cane che non gioca…» «Cosa?» chiese a cavallo tra la curiosità e l’offesa. «Non impara. Per insegnargli qualcosa ci vuole il triplo che con un Border.» «Perché? Questi cosa sanno fare?» lui la guardò accennando un mezzo sorriso, come se sperasse in quella domanda, poi fischiò e un altro cane, con gli stessi colori dei cuccioli, apparve sulla soglia del retrobottega. «Seguimi!» la invitò l’uomo aprendo una porta dietro il bancone. In un giardino interno erano sistemati una serie di ostacoli che componevano un percorso, come nell’equitazione, ma tutto in scala ridotta. A un comando dell’uomo il cane saltò il primo ostacolo, poi il secondo e quando fu chiamato compì una curva e saltò il terzo ostacolo, perpendicolare ai precedenti. Con un altro comando s’infilò in una galleria di plastica, sbucò dall’altro capo e spiccò un altro salto, fu richiamato, curvò nuovamente, dopodiché saltò altri due ostacoli uno di fronte all’altro. Per tutto il tempo l’uomo era rimasto fermo a dare i comandi, muovendo appena le spalle o indicando con le mani. Il cane sembrava radiocomandato. «Bravo Oscar! Bravo» si complimentò l’uomo con la bestia che ricambiò scodinzolando e leccandolo in tutte le parti del corpo a tiro. «Non avevo mai visto niente di simile.» l’attenzione della ragazza fu catturata per un secondo da un movimento, qualcosa si era agitato alla sua sinistra. Dall’interno di una gabbia metallica un musetto curioso si avvicinò a una delle grate e due occhietti vispi cercarono il suo sguardo. Lei sentì le pupille animarsi di volontà propria come due biglie magnetiche catturate da una calamita. Vide una scimmietta bianca e nera seduta composta, all’inizio immobile come una statua, poi la vide abbassare il muso in direzione della serratura. Il chiavistello metallico iniziò a scorrere nella guida fino a liberare la porta, una volta libero l’animale uscì dalla gabbia e scomparve entrando nel negozio. Diana si voltò verso il negoziante, ancora indecisa se avvisarlo dell’accaduto o chiedergli spiegazioni su ciò che era successo. La sua bocca si aprì, ma non ne volle sapere di obbedire agli ordini. «La scimmia… di che razza è?» si sentì dire chiedendosi il perché di quella domanda. «Da qui come hai fatto a vederla?» «Nella gabbia in fondo al cortile…» quando il suo dito indicò il luogo del fattaccio c’era sola una parete.


19 «Se ne sei convinta tu. Secondo non puoi vedere la gabbia da qui, ma come fai a sapere che è oltre quel muro?» “L’ho sognata” pensò di rispondere Diana, guardando in alto, chiedendosi se era vittima di un colpo di sole. Si voltò a destra e a sinistra cercando una risposta a quello che stava succedendo. «Hai perso qualcosa?» chiese lui visibilmente interdetto. «Avrò visto un riflesso, non so. Comunque c’è una scimmia libera nel tuo negozio.» «Sono pronto a scommettere quello che vuoi che non c’è nessun altro animale libero, tranne Oscar» disse lui perentorio indicando il cane seduto al suo fianco. «Ti assicuro che l’ho vista. È andata di là.» «Se c’è un animale libero te lo regalo» concluse l’uomo con calma, sicuro di sé. Tornarono nel negozio e a un accenno del padrone il cane tornò nel retrobottega. Lui aveva preso posizione dietro il bancone, mentre lei si guardava intorno cercando la creaturina vista poco prima. «Allora» iniziò il negoziante. «Che animale era?» Diana pensò a come descriverlo, ma prima che potesse aprire bocca sentì un rumore. Le ricordava delle zampe che ticchettano sul pavimento. Infatti rivide la scimmietta. L’avrebbe indicata con la mano, ma non ce ne fu bisogno. Quell’esserino bianco e nero saettò verso di lei e le saltò in braccio. Diana tentò di ritirarsi, ma senti il suo corpo congelarsi lì dov’era, con quel coso che le saltava in braccio. Acre odore di pelo, qualcosa di sporco addosso a lei, i vestiti tesi sotto quel coso artigliato al suo tailleur. Spalancò gli occhi di scatto, dopo un’apnea nel buio, come labbra affamate d’aria. Vacillò intorpidita, come ipnotizzata. Due occhi intensi, dolci, ficcati in quel muso animale, cercavano lei. La trovarono. Due occhi vivi, dignitosi, quasi umani. «No!» comandò l’uomo alla scimmia senza nessun effetto. «E allora!» ringhiò ancora più forte facendo nascondere il musetto dell’animale contro il petto della ragazza. «Se volessi comprarla?» chiese lei. Lui non rispose subito, sembrò occupato a riflettere. Si guardò intorno, come se cercasse qualcosa, poi uscì da dietro il bancone e superò la ragazza. «Aspetta qui.» l’uomo si diresse nel retrobottega, vi rimase alcuni minuti, dopodiché ricomparve con aria perplessa. Le sue labbra si mossero, sembrava sul punto di parlare, ma per qualche secondo si fermò così. Rimase qualche istante con gli occhi sgranati e la bocca in fessura. Lei era un po’ a disagio, non sapeva che fare, quando lui finalmente parlò.


20 «Mi tocca regalartela, avevo scommesso» ammise con delusione. Giunte a casa, anziché entrare, rimasero come due sceme sulla soglia. Lei guardava la scimmia, che la ricambiava venerandola a distanza. Non era che una porta, ma si trasformò in una soglia densa di sottintesi, come a dirle che le stava aspettando entrambe da lungo tempo. «Che fai? Entra» le disse lei, temendo che lasciandola indietro avrebbe iniziato a scorrazzare per le scale. Il loro primo incontro le aveva insegnato qualcosa. La scimmietta si appoggiò sulle quattro zampe, inarcò leggermente la schiena e drizzò la coda facendone oscillare la punta, si portò fino al limite estremo dell’ingresso, assicurandosi di non varcarlo, poi protese il suo musetto in avanti e scrutò quel nuovo mondo in tutte le direzioni, dopodiché si accomodò sugli arti posteriori e fissò Diana. Rimase così finché la padrona di casa non ebbe varcato la soglia, solo allora si permise di farlo a sua volta. Trotterellò dentro gioiosa. Mojito, questo era il nome con cui il negoziante chiamava la scimmia, rivolse subito la sua attenzione ai quattro sgabelli sulla sua sinistra: s’arrampicò sul primo, poi, saltellando, passò dall’uno all’altro come se non avesse fatto altro prima d’allora. Percorse così l’intera lunghezza del mobile bar. Atterrata sull’ultimo, scrutando la stanza da destra a sinistra, pareva pervasa dall’imbarazzo della scelta, come un bambino che contempli tutte le giostre di un luna-park. La seduta imbottita dello sgabello, color verde scuro, con in cima quell’affarino bianco e nero facevano un bell’insieme, non era proprio il verde della giungla, questo no, ma risultavano ben assortiti. La sua attenzione fu presto catturata dalla coppia di divani vicino alla porta finestra, proprio davanti a lei. Spiccò un balzo che la portò sul primo dei due. Si accoccolò sul suo nuovo giaciglio, adesso assomigliava più a un felino che a un primate, rotolò sulla schiena e dimenò le zampette in aria, come se cercasse di afferrare qualcosa o dovesse grattare un compagno. Un istante, neanche il tempo di sbatter gli occhi, le bastò a scattare di nuovo diritta. Tesa e guardinga si appiattì contro il divano. Qualcosa aveva solleticato il suo istinto animale, qualcosa d’incomprensibile all’uomo moderno. Gli occhi di Mojito fissavano il tavolino marinaro in mezzo ai divani, alzò appena il posteriore e si preparò a flettere le zampe, ma l’energia racchiusa in quella posizione non si liberò mai. Alzò il muso e incrociò lo sguardo atterrito di Diana, preoccupata a dismisura per l’incolumità delle tre bottiglie al centro del tavolino, tre splendidi esempi dell’arte vetraia di Murano.


21 I suoi occhi supplicarono in silenzio l’animale, “siediti, non muoverti” cercava di comunicare con lo sguardo disperando di riuscirci. Fu il telefono a salvarla, una volta tanto appropriato, anziché inopportuno. «Pronto?» «Ciao Didi, ti disturbo?» «No… non posso distrarmi.» «Dai non farti pregare, sono due settimane che ti sei sepolta in casa. Giusto per il pranzo sono riuscita a vederti.» «Non me la tiro, solo non posso distrarmi. Devo sorvegliare Mojito.» «Hai per casa un affascinante idraulico sud americano?» chiese Sara speranzosa. «No, una scimmietta sud americana.» «Ma dai!» proruppe l’amica in un urlo d’entusiasmo. «Ti sei comprata un animaletto?» «Be’, credo. Non lo so.» «Come si fa a non saperlo, scusa?» «No, è che mi ha fatto tutta una tirata il tipo del negozio. Insomma, rimane suo, ma io ce l’ho in custodia versando una caparra. Problemi con le leggi sull’importazione di animali o roba simile, non ho capito bene.» «Tu non stai bene» l’ammonì Sara. «No no, sto benissimo. Te l’assicuro.» «Tu non hai mai comprato niente d’impulso, perfino quando lo faccio io inorridisci..» «Esagerata! Diciamo che faccio acquisti responsabili, ecco tutto.» «Responsabili? Hai cercato perfino dei forum per informarti sui chiodi!» «Non ne sapevo niente, non ne ho mai usati.» «Come non detto, meglio così. Chissà quante soddisfazioni avrai, sono animali intelligentissimi, vedrai che gli insegnerai un sacco di cose.» «Speriamo» concluse guardando Mojito estrarre il muso sporco di viola dal cesto della frutta. L’abbacinante luce del giorno cominciò a sfumare, lasciando il posto alle arrossate tinte del tramonto. La gigantesca palpebra del crepuscolo ingoiò il mondo e il velo della notte si adagiò sul pomeriggio. La fatica di quel giorno frenetico si fece sentire nella membra non appena Diana si concesse il lusso di posarle sul divano; lasciò cadere all’indietro la testa e rivolse il suo sguardo fuori della finestra. La tensione si stava finalmente sciogliendo. Assaporò quel dolce dolore che l’abbandonava, tipico delle giornate così intense da non lasciare il


22 tempo di capire quanto siano faticose. Ripensò alle sere passate, quelle in cui non era sola; annusò l’aria e quasi percepì l’aroma della pipa di lui, quella che si concedeva dopo cena sul davanzale della finestra, assumendo quell’aria contemplativa che l’aveva affascinata all’inizio tanto quanto l’aveva stancata alla fine. Silenzio. Tutto sembrò tacitarsi all’improvviso, come se fosse rimasta l’unica ad abitare quel pianeta deserto. Il pelo di Mojito le carezzò il braccio, voltandosi se lo trovò acciambellato accanto, sprofondato in un sonno tranquillo, il respiro regolare lo scuoteva dolcemente, facendogli sfregare la testa contro la sua pelle. Si mise a guardarlo compiaciuta, beandosi della calma apparente che aveva tranquillizzato l’animale. Ripensandoci non era sola. Si girò nuovamente verso la finestra, la sera era proprio dove l’aveva lasciata, ma stavolta le sembrò molto meno vuota.


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2. IL VALORE DELLA PASSIONE

Un brandello d’eternità, sadico e impazzito, si mascherò per sembrare solo otto ore. Otto ore che si erano trascinate sul quadrante dell’orologio, stanche e demotivate come un cavallo malnutrito. Lei compiva ogni sforzo per non staccare gli occhi dal monitor, s’imponeva di fissare dritto davanti a sé. “Non guardarlo”, continuava a ripetersi, ma immancabilmente alzava gli occhi al muro, leggeva l’ora e ne rimaneva delusa. Tornando a casa, alla chiusura della biblioteca, si trovò il supermarket lì dove l’aveva sempre lasciato, con l’entrata del parcheggio che sembrava risucchiare in sé la strada, catturando le macchine come naufraghi intrappolati in un gorgo. Era stanca, accaldata e si sentiva fetida di sudore asciugato addosso, ma sapeva che al suo ritorno l’attendeva un desolato frigo vuoto e una credenza saccheggiata. Si appoggiò mollemente alla maniglia del carrello, lo spinse nella segreta speranza che, prima o poi, quantomeno per riconoscenza, lui tirasse lei, ma si sa, i carrelli sono approfittatori, li si spinge ancora e ancora, senza averne mai una tiratina in cambio. La borsa spalancò le sue fauci invitandola a inserire la mano: lei lo fece con l’esitazione di un coniglio davanti a un serpente. Frugò di fretta nella segreta speranza di essere stata distratta. Le sembrava di vederla, la lista della spesa, fissata al frigo con un magnetino, magari era ancora lì. Il secco frusciare della carta sotto le dita testimoniava il contrario. Era nella solita tasca interna. Le confezioni sugli scaffali le sfilavano di fianco come i segnali stradali ai bordi di un’autostrada. Camminava spedita, come se ogni passo l’avvicinasse un po’ di più a casa sua, rimproverandosi di dover sprecare tempo a cercare questo o quell’altro prodotto, ai quali non aveva prestato attenzione quando vi era passata davanti. Gli oggetti le scivolavano dalle mani, più s’impegnava nel prestare attenzione più sembrava le riuscisse tutto difficile. Le voci sguaiate degli altri clienti formavano la fitta trama di un irritante brusio. Senza accorgersene strinse gli occhi, riducendoli a una fessura, nel disperato tentativo di


24 contenere il nervoso che le ribolliva nella testa; poi entrò nella corsia degli alcolici e si trovò circondata dalle marche di birra. Si sorprese ad averne più voglia di quanta potesse sospettare, s’immaginò la sensazione di una birra gelata che le scendeva lungo la gola, nella frescura del suo appartamento, dopo essersi rilassata sul divano. Si aggrappò a quell’immagine come un disperso alla luce di un faro, la seguì obbediente mentre sembrava condurla fuori da quel miasmatico negozio, attraverso le strettoie formate dalle casse e infine fuori. All’esterno. Finalmente liberata dalla ressa. Nella serenità del parcheggio caricò la spesa in macchina, tutta in una volta, come un unico sospiro liberatorio. Fu proprio allora che un melodioso saluto, così dolce che avrebbe zuccherato il miele, le fece alzare lo sguardo al di sopra dei suoi occhiali da sole: «Diana.» drammatica pausa che sembrava dilatarsi all’infinito. «Come stai?» leggera inclinazione verso sinistra della testa, ornata da un’espressione più soave di un’icona religiosa. «Ciao Stefania. Adesso rientro nei limiti della decenza umana, a te come va?» Sguardo ricolmo d’apprensione al limite dello sbigottimento. «Oh, mi dispiace. Posso fare qualcosa?» «No, Stefania, non preoccuparti, volevo essere ironica. Stavo cominciando a impazzire là dentro, avevo bisogno d’uscire.» «Ti capisco, io ci vado il meno possibile nei supermercati, c’è troppa ressa, tutti che ti spingono, che ti passano davanti.» Nell’ascoltarla Diana ricordò la cucina dell’amica, un assortimento così ricco e ricercato da far invidia al miglior bar e al più lussuoso ristorante della città. Stefania era una cara amica, una ragazza d’oro, una di quelle persone così sensibili da sfiorare l’abuso di carineria. La sua era una violenza, ci si trovava al limite dello stupro della sfera emotiva, un assalto a colpi di dolcezze disarmanti da non poter essere respinto. In lei sembrava splendere una luce piena, abbacinante, consolatrice, così calda e avvolgente da sminuire il sole. Non c’era niente di male in una simile bontà d’animo. Assolutamente nulla di male. La odiava. Di un odio appassionato, viscerale, segreto e tormentato. Non poteva impedirsi di volerle bene, di provare per lei un affetto istintivo, di riconoscerla come l’archetipo della delicatezza femminile. Nell’intimità dei suoi pensieri più inespressi Diana avrebbe visto Stefania relegata in una teca, sul cui vetro era inciso il monito: tenere lontano dalla portata dei diabetici. Ora però era libera, di fronte a lei, senza neanche una dose d’insulina.


25 «Stai bene, dopo…» «Dopo essere tornata single?» Diana terminò la frase per Stefania. «Sembravate tanto felici insieme.» «Già. All’inizio sembrava anche a me.» «Lo sai che ti sono molto vicina, vero? Chiamami pure se ti serve, vedrai che tra i mille impegni un po’ di tempo lo trovo, in fondo a chi serve dormire, dico bene?» affermò Stefania sorridendo, aspettandosi di vedere l’amica fare altrettanto. Sta ancora aspettando. «Sei adorabile» rispose Diana, infilando un saluto fra la chiusura del bagagliaio e l’apertura della portiera. Non avrebbe saputo dire quanto ci avrebbe messo la sua macchina per passare da zero a cento chilometri all’ora, ma lei per divincolarsi dall’amica, entrare in auto, accendere il motore e uscire dal parcheggio, ci impiegò meno del tempo necessario a esaurire i convenevoli di Stefania. Era una bella prova. Si avventò ingorda sulla serratura della porta di casa, l’aprì come se espirasse un sospiro di sollievo e finalmente posò le borse della spesa. Appena entrata notò preoccupata la porta del bagno socchiusa, sì perché quella, la toilette degli ospiti, era stata adibita a dependance di Mojito. Si affrettò a controllare l’interno della stanza, ma vi trovò solo mobili e sanitari, dell’animale nessuna traccia. «Mojito!» Silenzio. «Mojito!» Ancora silenzio. C’era qualcosa di molto più lugubre e freddo del silenzio, c’era il vuoto. Nessun suono, nessun rumore. Niente. Comunque qualcosa lei la sentiva, ne era certissima, perché ogniqualvolta tendeva l’orecchio ecco che tutto taceva. «Mojito!» Sentì la sua voce tremolante e il nome dell’animale uscirle strozzato, ma perché? Perché aveva paura? Di cosa poi? Quello era il suo appartamento, c’era ancora luce, tutte le finestre erano chiuse. Lo erano davvero? Finora aveva controllato solo due stanze. Avvertiva nuovamente freddo. Forse una delle finestre era rimasta aperta, forse si era scordata di chiuderla ed entravano folate di vento gelido. Il famigerato gelido vento di luglio. Davanti a lei una porta la fissava chiusa e minacciosa. La sfidava ad aprirla. Una folata d’immagini spaventose sferzò via i suoi pensieri e uomini senza volto balenarono davanti a lei. Quasi avvertiva le mani che la trattenevano, che la minacciavano, fra le sue urla di terrore. Cigolio. Il legno che si fletteva


26 sotto i suoi piedi. Un altro passo verso quella porta che giganteggiava. Un rumore si affievoliva al suo avvicinarsi, sembrava che dall’altra parte qualcosa cercasse di essere furtivo. L’avvertì di nuovo, ma c’era davvero? Forse s’ingannava, forse sentiva solo il suo stesso respiro. Poi un tonfo. Qualcosa dall’altra parte era caduto. Osservò la sua mano incerta avvicinarsi alla maniglia, impaurita, esitante, quasi si aspettasse di essere morsa. Sotto il suo palmo sentì il rassicurante freddo dell’ottone. I meccanismi della maniglia si mossero sotto la pressione della sua mano, sentì il tendersi delle molle, il chiavistello che strisciava. Ora doveva aprire. Alla fine non tese i suoi muscoli, non compì un vero movimento, si limitò a immaginarselo. A sperarlo. All’improvviso apparve uno spiraglio. Una lama di luce sezionò la porta dividendola dallo stipite. Due Diana distinte si affrontarono in un’unica testa, una bramava di giungere alla conclusione, mentre l’altra, terrorizzata, implorava un rifugio sicuro. La fessura da cui spiava l’interno della stanza prese ad allargarsi, centimetro dopo centimetro, con il lume del tempo a osservare, tutto preso da quel suo gioco sadico in cui stirava e comprimeva i secondi. Sul pavimento, di fronte allo scaffale, Mojito scrutò la nuova entrata: alzò il capo lentamente, flemmatico, ed esaminò Diana sulla soglia; lei ricambiò lo sguardo chiedendosi se era veramente la sua scimmietta quella che la fissava. Non avrebbe saputo spiegarlo, ma si sentì nuda, imbarazzata, come se fosse entrata senza averne il permesso. Solo quando fece per uscire si rammentò di essere nella sua camera da letto e tornò a guardare il suo animale, che ora le trotterellava incontro giocoso. Mojito spiccò un salto e si avvinghiò alla coscia di Diana, poi si arrampicò fino al petto, dove sprofondò il musetto nell’incavo del collo della padrona. Sul pavimento rimase un libro, un volume che da tempo era relegato al ruolo di raccatta polvere, qualcosa ricevuto in dono anni prima: la Bibbia. Le lenzuola la carezzavano morbide, il suo corpo irrequieto si strusciava sul letto, impegnato in quella nervosa ricerca, la cui meta si chiamava posizione e la ricompensa sonno. Gli eventi della sera le sfilarono davanti agli occhi, prima come ricordi, poi come immagini e infine come sensazioni. Ricordava il cuore palpitante che si dibatteva nel petto, racchiuso dal resto del corpo. Vampate di calore le s’irradiavano dallo stomaco, correndo dentro di lei, carezzandole la pancia, tonificandole le braccia, solleticandole le cosce. Un fremito stimolante l’ancorava alla veglia, impedendole di dormire, cosa di cui non aveva più voglia. Quell’emozione, quell’eccitazione provata poche


27 ore prima sembrava si fosse rianimata, come se si fosse semplicemente sopita per poi avvampare nuovamente. Stavolta però era piacevole, desiderabile, sensuale. L’intimità della notte l’accolse languida tra le sue spire seducenti, la stanza, la casa, tutto si dissolse dolcemente, con discrezione, come se qualcosa avesse deciso che Diana doveva restar sola con se stessa. Quell’io lussurioso che aveva trascurato da così tanto tempo, che aveva desiderato, che le era mancato, era tornato per lei. Era tornato per rapirla e farla sua. Bellissima. Camminava sicura e si sentiva bellissima. Quel venerdì mattina, quando ebbe finito di prepararsi, si specchiò come sempre, com’è abitudine di molti, ma lei avrebbe giurato di vedere la sua immagine riflessa farle l’occhiolino. Qualche giorno prima si sentiva incolore, rassegnata, come una foglia secca sballottata dal vento: adesso calcava bene ogni passo, assaporava il potere di calpestare il mondo. Come fosse lo zerbino sulla soglia di un giorno splendente. Si era svegliata con quest’energia rabbiosa che le rimescolava il sangue. Aveva fasciato le sue forme in un tailleur blu scuro, elegante e sexy, abbinato a una camicia porpora cardinalizio, la cui ammiccante scollatura lasciava intravedere la curva del seno. Si era accordata per pranzare con quattro amiche. «Ciao Didi! Stai bene?» la salutò Sara prima delle altre. «Ciao a tutte. Mi sento… una tigre.» «Si vede che sei in forma. Sei molto seducente, per un pranzo tra amiche» disse Vivian mimando il gesto di pizzicarla sul sedere. «Vivian!» rispose Diana fingendosi scandalizzata. «Prima devi fare di me una donna onesta.» «Non è meglio chiederlo a un uomo? Le donne sono troppo complicate.» «Ma chi vuoi che mi sopporti» si lagnò Diana. «Non criticarti nella speranza di essere smentita, rischi di convincere i presenti» le confidò Vivian con fare paterno. «Se ci vedessimo da me stasera? La casa è così vuota senza Bruno, non mi ci abituerò mai.» «Povera, Sara» disse Stefania. «Sai che tu mi hai fatto ricredere sui militari? Sono così belli in uniforme, così fieri, ma tu, cara, sei sempre tanto sola» affermò Stefania guardando l’amica e reclinando leggermente la testa di lato. «Ah, io sono impegnata.» «Ah, sì Didi? Che fai di bello?»


28 «Non sono riuscita a dir di no a uno che ho conosciuto in biblioteca» rispose la ragazza tutto d’un fiato. «E cos’aspetti a raccontarci tutto?» chiese Stefania estasiata. «Un intrigante studioso che frequenta la biblioteca in cui lavoro. Mi è passato davanti un paio di volte tentando pietosamente di dissimulare l’interesse per il mio decolté.» «Hai capito, quella che non la sopporta nessuno» puntualizzò Vivian. «Che noia quando ti frugano nella camicetta con lo sguardo, come se scoprissero un’angolazione da cui si possa intravedere qualcosina in più, che squallore.» «È noioso quando ti guardano le tette convinti di fissarti negli occhi» precisò Vivian. «Ma le scollature servono a questo. A dividere gli uomini che le sanno apprezzare e quelli che sanno solo guardare.» «Ha fatto qualcos’altro oltre ad ammirare il panorama?» la incalzò Sara. «Sì, dopo ha recuperato dignità offrendomi il caffè alla macchinetta. “Ristretto e due tacche di zucchero giusto?” mi ha chiesto sicuro di sé, io gli ho risposto di sì e gli ho chiesto come lo sapesse. Al che lui ha sfoderato uno sguardo malandrino dicendomi che mi aveva già piacevolmente notato, insistendo su quest’ultima parola, ma che oggi gli davo l’impressione di aver più voglia di farmi offrire il caffè.» «Allora dobbiamo proprio brindare» disse Stefania spumeggiante. «Ai nuovi incontri! Anch’io ho conosciuto un ragazzo.» «Dai racconta Stefy!» chiese Sara. «Dove soprattutto! Com’è che non conoscete mai nessuno quando ci sono anch’io?» chiese Vivian. «Uno che promette proprio bene. È sofisticato e affascinante, siamo usciti ieri sera ed è stato un vero gentiluomo.» la sera rapì il pomeriggio, arrivò galoppando da Diana e la condusse via veloce. Giunse in vista del suo appuntamento, affannosamente in ritardo, come l’occasione esigeva. Se qualcuno glielo avesse chiesto lei avrebbe giurato di essere passata dal pranzo alla cena. Per tutto il tempo in cui si era vestita, truccata, preparata, Mojito l’aveva seguita fedelmente per tutta la casa, senza mai toglierle gli occhi di dosso. Il locale era intimo e mondano allo stesso tempo, all’interno di una galleria d’arte trovava posto una sofisticata enoteca. Quella sera alle pareti erano appese fotografie con tema “i contrasti”. «Mi piace questo posto. Non c’ero mai stata» concluse Diana quando liberò la sua attenzione rapita dall’allestimento del luogo. «Bene, spero seduca te quanto me.»


29 La serata scivolava via sul vellutato aroma del vino, un Nebbiolo delle Langhe, che aveva accompagnato i primi riti della conoscenza: che lavoro fai? Dove vivi? Da quando? I duellanti avevano appena iniziato la loro contesa in punta di fioretto, ma non erano che al riscaldamento, si prendevano le misure. «Tu ce l’hai il tuo localino preferito?» chiese Alessandro a tradimento. «No, temo di no. Alcuni li frequento più di altri, ma non ne ho uno in particolare. Con i tuoi amici venite qui?» «Raramente. Se riveli tutti i tuoi nascondigli, dove vai quando vuoi star solo?» «Perché? Da cosa devi scappare?» «Stasera da qualunque distrazione.» Lui roteò gli occhi frugando la sala, ma prima di finire la frase la fissò discreto. Le frullarono diverse reazioni in mente. Infine assunse un sorriso d’attesa. «Hai… mai provato a fare foto?» Lei butto lì una frase a caso, tanto per smettere di sorridere. «Tempo fa, ma… è stato meglio lasciar perdere.» «Non ti piaceva?» «Non mi piacevano i risultati.» «Io però ti avevo chiesto se ti piaceva, non se eri bravo.» «Come poteva piacermi se non mi dava soddisfazioni? Ce ne sono fin troppe di persone poco realistiche sui propri limiti, io non voglio essere tra quelle.» «Quelli chi, Alessandro? Non credi che tutti dovrebbero provare cose nuove?» «Provare sì, perseverare anche quando si è negati no.» «Mi sembra un po’ orgoglioso come punto di vista.» «Non credo sia orgoglio… mi piace coltivare i miei talenti senza sprecare tempo inutilmente.» «È così indispensabile primeggiare? Farsi notare dagli altri?» «Ci sono cose in cui mi piace impegnare tutto me stesso, tutta la mia passione, le mie aspettative, ma per farlo devo sentirmi libero. Non devo avere inibizioni. Quando per ottenere qualcosa non risparmi nulla arrivi alla fine che ti senti come una spugna strizzata, capisci?» Alessandro aspettò che Diana annuisse con la testa. «Quando poi ottieni quello che volevi, allora riassorbi tutto e anche qualcosa in più. È un po’ come rinascere migliori, più pieni. Se non sei dotato in quello che fai allora rischi solo di farti consumare.» Diana prese questa frase e le fece fare un rapido tour delle sue esperienze, una gita nel passato alla ricerca di qualcosa che le


30 somigliasse, qualcosa per cui valesse la pena rispondere “capisco”, ma non la trovò. Non rispose nulla, si limitò ad abbassare lo sguardo sul bicchiere. «Non sei d’accordo, eh?» «Non lo so.» «Non sarà che ti spaventa non avere un tuo talento?» «E perché dovrei averne paura, scusa?» «Ci sono persone che temono di non essere speciali. Il rischio di rimanere ai margini, di relegare se stessi a ruminanti della vita.» «Semmai temo si debba avere una vita da sbandierare, che suscita invidia, oppure non si è che derelitti da compiangere. Ma che ruolo gioca il conformismo in tutto questo?» «Non saprei, non mi intendo molto di conformismo. Io faccio di tutto per sentirmi vivo, ma lo faccio solo per me. Secondo me lo sai anche tu.» «Cosa saprei?» «Lo sai, scommetto che lo sai.» «Ah sì? Lo so? Be’, allora vediamo se lo sai anche tu.» «Quell’ansia vibrante un attimo prima di sapere l’esito di una prova, un po’ come nel conoscersi, essere intrigati da qualcuno cercando d’intrigarlo a tua volta, rischiando anima e corpo, sapendo che lo sbaglio è sempre in agguato, eppure si è felicissimi di rischiare.» «Per te la passione è così importante?» «Per me? Per me è l’elisir di lunga vita, rende l’esistenza degna di essere vissuta. Cosa c’è senza?» Già, cosa c’era senza? Diana avrebbe voluto rispondere “la mia vita, quella è senza passione”, ma per fortuna non si azzardò. In quell’istante senza fiato deglutì amaro e nero come la tristezza. «Non mi hai detto la parte più interessante» affermò Diana. «Ah, un errore imperdonabile. Scusa, ricordami quale sarebbe la “parte più interessante”?» «Come fai a essere così sicuro di quel che so io?» «Perché ti ho vista.» «Mi hai vista?» chiese la ragazza a metà fra la curiosità e l’imbarazzo. «In biblioteca. Non si può certo dire che il caffè della macchinetta sia eccezionale, tu però non fai come gli altri, che lo ingoiano come una medicina. Tu lo circondi con le mani, ti fai scaldare dal bicchiere e inspiri l’aroma.» «Sì, qualcosa del genere.» «Visto? Ho ragione o no?» disse lui.


31 «Visto? Ti diverte così tanto far domande di cui credi di sapere la risposta?» «Touché! Mi solletica sorprendere le persone. Mi hai scoperto.» «Allora cosa voleva dire “visto”?» «Anche tu gusti le cose a modo tuo, momenti che per altri sarebbero di passaggio per te sono essenziali, come l’insignificante caffè di una macchinetta, nell’ingresso di una biblioteca.» L’immagine suggerita da Alessandro scivolò sorniona nei pensieri della ragazza, faceva le fusa mentre lei cercava di scacciarla, ma era più facile a dirsi che a farsi. “Erano valide le moine?”, si chiese lei, ma in fondo era più dolce farsi lusingare che continuare quel giochetto di botta e risposta. Le spade furono riposte nei foderi, non c’era bisogno di ulteriori affondi, il pubblico si dichiarò soddisfatto. I due schermidori pure. La mattina del sabato cominciò con un ritmo blando, seguendo un rituale perfezionato negli anni. Sara telefonò all’amica per farsi raccontare dell’appuntamento e accordarsi sugli ultimi dettagli per la serata. Cinque giorni feriali trascorsi come un sacrificio per meritarsi il fine settimana. Erano tutte ansiose di consumare. Tranne Diana. Lei era un po’ spaventata. Provava a pensare ad altro, ma il germe della speranza aveva attecchito, non poteva impedirsi di avere grandi aspettative per l’uscita del sabato. Le era già successo altre volte. Sapeva anche che il giorno dopo le sarebbero rimaste solo delusione e voglia di una seconda possibilità. Sentiva di esserci quasi, le mancava un niente, eppure non riusciva a ignorare quella maledetta piega sul cuscino. Se avesse girato il suo cuscino sarebbe uscita da quel meraviglioso torpore in cui soggiaceva, era così bello sentire tutto il suo corpo intorpidito in quella sonnolenza. Un’impalpabile resistenza si opponeva a ogni suo movimento, la testava con altrettanto impercettibili contrazioni dei muscoli. Nell’inseguire questi pensieri, sempre più coscienti e meno onirici, uscì da quello stato che cercava di preservare, si ritrovò sveglia e con gli occhi aperti. Esplorò con lo sguardo il buio della sua stanza, rimanendo ammirata dal colore che un vaso assumeva al buio, in particolare si concentrò sulla sfumatura bluastra degli arabeschi, era quasi più bello di quand’era illuminato. Illuminato. Da dove veniva quella luce bluastra? Il suo cervello elaborò con lentezza quest’ultima constatazione, ancora annebbiato dal sonno appena concluso. Si era mossa. L’ombra di quel vaso aveva tremolato, come se fosse proiettata da una candela esposta al vento. C’era anche un ronzio. Le sembrò che il suo orecchio destro si


32 tendesse fino ad allungarsi, c’era qualcosa di familiare nella luce e nel rumore, eppure non avrebbero dovuto esserci. Lei spegneva tutto prima di andare a dormire, non dovevano esserci né luci né rumori, non lasciava niente nemmeno in stand-by. Il ritmo del suo cuore cominciò a martellarle le orecchie. Scostò le coperte e saltò giù dal letto, si spalmò contro il muro e con la mano prese il pomello della porta. Preparava un agguato. Non si sarebbe sottomessa alla paura, non aveva mai ottenuto niente senza lottare. L’avrebbe fatto anche stavolta. Quella era casa sua. Comandava lei. Aprì la porta della camera da letto e tremò al cigolio dei cardini. Mosse pochi passi fuori dalla camera, camminando circospetta. Sentì un laccio stringersi intorno alla caviglia. L’avevano legata. La sua gamba scalciò furibonda, avrebbero sudato per trattenerla. Qualcosa cedette e la ragazza cominciò a correre. Vedeva la porta d’ingresso davanti a lei, se l’avesse raggiunta si sarebbe salvata. Si aggrappò alla maniglia come un naufrago al salvagente. Le sue mani sudate scivolavano sull’ottone lucidato del pomello. Lo fece roteare e strattonò. Chiusa. Chiudeva sempre la porta d’ingresso prima di dormire. Le chiavi erano sul tavolino dietro di lei. Dove le lasciava sempre, ma doveva voltarsi. Qualunque cosa l’attendesse alle sue spalle non voleva vederla. In una frazione di secondo trovò il tempo per supplicare. Avrebbe fatto di tutto, tranne che guardare negli occhi il suo assalitore. Non aveva senso, lo sapeva bene, ma tentò nuovamente di aprire. Chiusa. Si voltò di scatto appiattendo la sua schiena contro la porta. Vide Mojito che la guardava in attesa, appena dietro il monitor aperto. «Oh Dio Mojito! Mi farai morire. Vieni subito via dal mio portatile!» L’animale rimase dov’era, investito da una tremebonda luce bluastra. Diana si accostò a quell’improbabile accoppiata, composta da un animale e da un computer sul cui monitor riconobbe l’editor di testo. Mojito avvicinò le sue zampette alla tastiera e cominciò a batterne i tasti uno dopo l’altro: A, poi I, la U. Diana non poteva crederci, non voleva farlo, eppure sullo schermo era comparsa la parola AIUTAMI.


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3. RIVELAZIONI

Fissò la sua scimmietta, che ricambiò lo sguardo con quei suoi occhi fieri, quasi umani. La sorpresa fu tale che ci mise un po’ a fare effetto, ma poi lo fece. Diana era così scossa da abbandonarsi completamente, le sembrò di soccombere sotto il peso dell’imprevisto. Non sapeva che fare. Tutta l’angoscia provata nei giorni precedenti le gravò sulle spalle come uno zaino di mattoni, eppure era accompagnata da un che di desiderato, come la soluzione di un indovinello su cui ci si è arrovellati a lungo. «Era tutto vero. Quella visione nel negozio, ho fatto la figura della pazza, invece era tutto vero.» ascoltò le sue parole come se fosse un’altra a pronunciarle. Le si incollò la lingua al palato e il cuore scalciava impazzito contro il petto. Non riuscì a dire altro. La scimmia digitò rapidamente una risposta, terminò e si accomodò nuovamente. Fissava Diana pacata, come se fosse certa che la avrebbe letta. Guardare sul computer significava staccare gli occhi da quell’abominio peloso. La ragazza si concesse una fugace sbirciata. Uno scatto nervoso delle pupille. Non riuscì a leggere nulla. Ci provò ancora, ma le lettere sembravano contorsioniste, le vedeva deformi. Irriconoscibili. Mentre provava per la terza volta Mojito spiccò un salto. Lei urlò terrorizzata e si spinse all’indietro. I divani le fecero lo sgambetto mandandola a sedere gambe all’aria. La scimmia non voleva saltarle addosso, anzi. Era atterrata più di un metro oltre il computer, ora avrebbe potuto leggere senza perderlo di vista. «Potrei fare molto di più, se volessi.» era scritto sullo schermo. «Cosa vuoi da me?» chiese la ragazza con un filo di voce. Dalle zampe protese in avanti l’animale emanò riflessi argentati. Furtivi lampi di luce piroettarono verso il computer. Scariche metallescenti percorsero la tastiera. I tasti presero ad abbassarsi senza che nessuno li premesse.


34 «Tu cosa vorresti? Io potrei essere il tuo genio della lampada. Sguinzaglia i tuoi desideri, stanotte tutto è possibile.» le parole apparvero sul monitor. «Che cosa sei tu?» chiese inorridita. Mojito riprese a digitare: «Io» sullo schermo il cursore rimase lampeggiante pochi secondi, poi le lettere ricominciarono a comparire «non lo so. Sapevo cos’ero, so cosa vorrei essere, ma oggi non so più chi sono.» «Cos’eri allora?» «Ero come te: umano.» «E dovrei crederci?» «Mi hai chiesto tu cos’ero.» «Non… no, non è possibile, tutto questo non ha senso.» «Stai parlando con una scimmia che digita le risposte su un computer, questo ha senso per te?» «No… non lo so.» rispose Diana con la voce rotta dal pianto. «Cosa devo dire?» lo supplicò infine. «Nel Kybalion è scritto: le labbra della saggezza sono aperte solo alle orecchie della comprensione. Io aprii la mia mente ed essa fu colmata dalla conoscenza: solo allora mi accorsi di quanto fosse vuota.» La scimmia abbassò i suoi occhi, il cursore rimase a lampeggiare in attesa, come Diana. «Molto tempo fa, prima che la tua vita cominciasse, io ero un ribelle. C’era qualcos’altro per me che gli altri nemmeno volevano cercare. La società in cui vivevo sembrava una prigione e io dovevo scappare. Mi rifugiai nelle pagine di grandi pensatori. Antichi filosofi sussurrarono alle mie orecchie immagini grandiose. Il mondo aveva confini più vasti.» Diana rivide con orrore che Mojito cercava i suoi occhi, si aspettava qualcosa da lei. Annaspò nei suoi pensieri cercando qualcosa da dire. La sua mente era uno schermo bianco. Vuoto. In un barlume di lucidità pensò che finché lui raccontava forse lei era al sicuro. Decise di consegnare a questa intuizione tutte le sue speranze. Provò ad assecondarlo. Non aveva altra scelta. «Cosa vuoi dire, non capisco.» Le lettere tornarono a inanellarsi una appresso all’altra. «Parlo del cosmo. Di come gli intellettuali di tutte le ere cercarono di descriverlo. L’uomo oggi lo esplora solo attraverso i dogmi della scienza, crede di avvicinarsi alla soluzione di tutti gli enigmi. Invece si sta ingannando. Ha rifiutato il soprannaturale.»


35 «Ma per definizione… ciò che va oltre la natura non esiste… credo.» tentò di rispondere Diana timorosa. «È vero.» rispose la scimmia regalando alla ragazza qualche respiro più disinvolto. «Il soprannaturale non esiste solo perché la natura è più vasta di quanto si crede, solo avvicinandosi all’esoterismo e ai suoi insegnamenti si comprende quanto. Capisci cosa voglio dire?» La ragazza annuiva compulsivamente, senza mai staccare due occhi sbarrati, al limite dello spasmo, dall’essere dietro il portatile. «Sì, sì certo.» «No, non è vero.» la raggelò la scimmia. «Dimmi Diana, credi davvero che potresti perseguire tutte le tue aspirazioni?» «Sì, credo di sì.» «Ti senti davvero a tuo agio in questo mondo? Con i suoi ritmi, i suoi valori e i suoi costumi?» «No» rispose lei. «Forse è la prima risposta onesta che mi dai. Io posso darti le opportunità che ti mancano, non mi devi temere, sono altri i tuoi nemici.» «E chi sono?» «Lo sai benissimo. Sono quelli che ti giudicano perché sei diversa, quelli che vorrebbero dirti come vivere. Quelli che ti temono perché sei migliore di loro. L’ho percepito.» «Cosa hai percepito?» chiese la ragazza sentendo che la curiosità si sostituiva alla paura. «Che sei come me. Mi rivolsi all’esoterismo per cercare quello che mancava e trovai la magia. Scoprii di essere molto dotato, purtroppo non sempre è vantaggioso essere i più virtuosi, specie quando chi dovrebbe riconoscere i tuoi meriti t’invidia. E lui m’invidiava, ogni giorno di più, insieme alle mie capacità cresceva la sua gelosia. Segretamente mi spiava, mi temeva, e lo consumava il tarlo del dubbio: se continuare a controllarmi, sentendo crescere la sua invidia, o angosciarsi nell’immaginare, senza saperlo, a quali capacità ero giunto. Alla fine colse l’occasione per sfogare tutto l’astio covato, ci scontrammo e persi. Da allora devo strisciare nell’ombra e mutare di continuo se voglio sfuggirgli.» «Allora perché non puoi ritrasformarti in essere umano.» «Non è così facile, la magia è uno strumento, ma per operare ha bisogno delle persone. Mi servi tu.» «Io?» farfugliò lei.


36 «Tu sei speciale, hai sempre saputo di esserlo, ma non hai mai avuto il coraggio di tentare. Ti ho cercato per lunghissimo tempo. Il nostro incontro non è stato un caso, era il momento.» «Ma perché io?» «Ogni era ha il suo innovatore, tu non sei a tuo agio qui, non lo saresti in nessun luogo della Terra, perché sai che potresti cambiare le cose. Potresti migliorarle.» «Non bastavano le persone che mi dicono cosa provo, doveva dirmelo anche un mago» si lasciò scappare Diana in un audace slancio di ironia. «Ti ha infastidito che altri ti dicessero come sei fatta?» «No… un po’. Solo mi urta che pretendano che lo debba accettare, che sia quella da accudire.» «Temi che sia questo che pensino?» «Ho il dubbio che intimamente ne siano convinti. Certo, loro negano, ma che dovrebbero fare.» «E allora vieni con me e non dovrai mai più chiederti cosa pensano. Né loro né nessun altro. Io ti insegnerò le vie della magia e tu, in cambio, mi aiuterai a tornare umano.» le parole possono fare male, molto male. Le ultime erano un montante sferrato a guardia abbassata. L’amicizia senza il dubbio, l’amore senza il sospetto erano tentazioni così seducenti da essere pericolose. Rinunciarvi non era semplicemente negarsi un’occasione, era negarsi un modo di essere. Un trillo acuto vibrò nella sua borsa. Un sms. Prese il cellulare e lesse il messaggio: «Ieri è stata una serata pericolosa, pericolosamente senza freni alle nostre confessioni. Mi piace il pericolo, mi piaci tu. 6 libera lunedì?» Il numero era quello di Alessandro, cominciò a ripassarsi a mente frasi di circostanza con cui rispondere. Mojito batté una frase sulla tastiera: «Un invito interessante?» «Invito? Come fai a sapere che è un invito?» «Non lo sapevo, me lo confermi tu adesso. Pensi di accettare?» «Perché ti importa?» «M’importi tu.» Diana selezionò l’opzione per chiamare il mittente del messaggio e inviò la chiamata. «Diana! Spero di non averti svegliata.» «No no, ero sveglia. Tu piuttosto che fai a quest’ora di notte?» «Ah, sai, ho la mente rutilante di idee che non mi fanno dormire.» «Davvero?» «No. Ero andato in bagno, ho visto il cellulare acceso e ho deciso d’inviarti quel messaggino.»


37 «Paradossalmente la seconda versione mi sembra più originale.» «Facciamo verso le sette nel parco e ci prendiamo l’aperitivo?» «Io non ho ancora detto sì.» «No, infatti mi hai telefonato. Il tono non mi sembra né furioso, né scocciato e neanche infastidito, quindi se non mi chiami per ingiungermi di non farlo mai più vuol dire che accetti, o no?» Era appena rientrata da un appuntamento, eppure le sembrava fosse passato un secolo. Il terrore aveva violato il suo sonno sequestrandola dal tempo, quella paradossale conversazione sembrava una scheggia di eternità da cui non poteva fuggire. Il cuore prese a scalpitare imbizzarrito e sentì la pelle pulsare di calore. Quella telefonata era un’opportunità, doveva coglierla senza errori. «Va bene!» concluse lei ascoltando il suono della sua voce. Le era uscito un tono entusiasta, ma lei avvertì chiaramente un tremolio di fondo. Pregò di essere l’unica a essersene accorta. Diana squadrò a fondo Mojito, cercando di sfoderare lo sguardo più penetrante del suo repertorio. «Posso uscire?» chiese lei temendo di azzardare troppo. Mojito ricambiò lo sguardo indagatore, rizzò il busto e si accomodò sulle zampe posteriori, allontanandosi dalla tastiera. «Non sei prigioniera. Detta le regole della nostra convivenza, io le rispetterò tutte.» «È quel che vedremo.» «Buonanotte Diana.» «Speriamo!» La macchina accompagnava Diana nel suo notturno girovagare, non stava realmente guidando. Compiva gesti automatici, divenuti tali in anni di ripetizioni. La sua mente era altrove; saliva le scale del palazzo, apriva la porta, varcava la soglia. Vedeva la mano inserire le chiavi nella serratura, sentiva le micropressioni dei meccanismi, girava la maniglia. Spingeva la porta, allungava la mano per spegnere l’illuminazione delle scale. Morivano le luci in un’esplosione di tenebra, solo un attimo, appena il tempo per abituare gli occhi al buio. La porta era di nuovo chiusa. La sua visione ricominciava dall’inizio, come in un anello. Quella non era più casa sua. Ci ripensò per un attimo: “Quella non era più casa sua”. “No! Non è vero”! Quella non era più casa sua. “Basta!” Gustò il salato e caldo sapore del sangue. Il suo labbro inferiore sanguinava azzannato dai suoi stessi denti. Fissò il suo palazzo che ricambiava lo sguardo. Si stagliava cupo nel pallore della luna proiettando l’ombra che la inghiottiva. “Appena entro vado


38 in cucina a prendere il coltello, anzi no, meglio un bastone per tenerlo a distanza, ma è solo una scimmia. È piccolina. Può nascondersi dappertutto.” Piccole variazioni nel cantilenante rumore del motore. “Perché ho bisogno di un’arma? Perché è innaturale, ecco perché, quell’essere è reincarnato, qualunque cosa questo significhi”. Un brivido. “Che arma usare? Dove trovarla? Quando prenderla? Come brandirla?” infine lo scontro, o lei o lui. Tremò di nuovo, ma stavolta cominciò a piangere a dirotto. La bassa vibrazione del motore la consolò come le fusa di un gatto. Si riprese per un attimo, ricordandosi che doveva parcheggiare. Scese dall’auto e si incamminò, suonò il campanello appena giunse davanti alla porta, dopo pochi istanti si aprì. «Didi? Cosa fai qui?» chiese Sara aprendole. «Sara… ti prego, fammi dormire qui.» «Diana, cos’è successo?» “Sara devi credermi: c’è un mostro nel mio appartamento, esistono! Qualcosa, non saprei definirlo, ma è là e mi aspetta.” Sara guardava la sua amica sconvolta restare in silenzio. “Diglielo! Avanti, diglielo”, si esortava Diana. “Dille di quell’essere terrorizzante, è la tua amica, ti crederà. Sara, quella non è una scimmia. Ecco potrei cominciare così, poi le spiego di come comunicava con il computer. Diglielo, avanti fallo. Puoi fidarti”. «Oddio Sara, quando sono rincasata ho trovato tutto sottosopra.» pronunciò infine con un misto di rimorso e trepidazione. «Ti hanno scassinato casa? Stai bene? Ti hanno fatto del male?» «No no, sto bene. Sto bene.» «Ma li hai visti?» «Sei sicura che posso rimanere qui stanotte?» «E me lo chiedi anche? Tesoro, ci mancherebbe. Vado subito di là a prendere le lenzuola, poi apriamo il divano letto.» «No!» Diana afferrò il braccio di Sara con tutta la forza e la rapidità di cui era capace. «Vengo con te.» «Ma certo tesoro, vieni, lo facciamo insieme. Ti sanguina il labbro Diana, ti hanno fatto del male?» Sara fu travolta all’abbraccio dell’amica, che le affondò il volto contro la spalla; sentì le sue mani avvinghiate alla schiena in cerca di calore, di protezione e di sicurezza. Singhiozzi, sussulti e carezze. Diana attaccò a ridere, dapprima timidamente, tentennando. Alla fine cominciò a ridere sul serio, rumorosamente, tremava di risate accumulate come se avesse finalmente capito una battuta. Ora che le sembrava di essere al sicuro rideva, lacrimava e rideva. Sara fece mille ipotesi, tutte terribilmente


39 drammatiche, ma quelle risate proprio non riuscì a spiegarsele. Certo, poteva essere una crisi isterica, lo shock, lo sfogo del panico accumulato, Sara si disse tutto questo promettendosi di crederci. Negò le sue sensazioni seppellendole sotto tonnellate di teorie, ma una risata così gioiosa e così di gusto non l’aveva mai sentita in vita sua. Un idillio improvviso riuniva Diana alla sua vita, dopo un terrore violento che l’aveva investita, stuprata e se n’era andato. Avrebbe cancellato chiunque altro le avesse fatto una cosa del genere, ma con la vita non c’era ancora riuscita. Diana si scoprì innamoratissima della sua vita. Ora restava sola e resettata. Già, da esperta di computer qual era si sentiva così: svuotata, azzerata. Formattata. Pronta a ripartire. Non capita tutti i giorni di sentirsi ripuliti da se stessi. L’aroma di caffè risalì le narici di Diana, un occhio chiuso la tratteneva nel sonno, mentre quello aperto cercava la tazza di caffè. Premurosa come sempre, Sara le aveva preparato la colazione. «Buongiorno! Dormito bene?» Lei per tutta risposta si sprimacciò la faccia, si arruffò i capelli e si stropicciò gli occhi. Il profondissimo sonno della notte le risultava un mistero, non voleva saperne di lasciarla «Mmm, sì… come in un rifugio circondato dalla neve.» «Ci credo! Ne hai passate veramente di brutte ieri sera, so che suona un po’ paternalistico, ma una bella dormita serve sempre.» «Già.» «Vuoi che ti accompagni alla polizia?» «Per cosa?» «Come per cosa? Per la denuncia.» e già, per cos’altro? Se le avessero davvero svaligiato casa prima o poi avrebbe sporto denuncia, ma lei non aveva subito un furto. Lei aveva comprato una scimmia. Un simpatico animaletto che le aveva confessato, scrivendo con il suo computer, di essere un umano reincarnato. «Già... devo prima raccogliere un po’ le idee. Mi ci vuole qualche momento. Mi ha fatto bene dormire qui, Sara. Sei sempre il mio rifugio.» «E a me fa bene sentirlo.» «Ma… dove vai?» chiese Sara incredula. «A casa.» «Da sola? Non vuoi che ti accompagni?» «No, davvero faccio da sola, non disturbarti.»


40 «Disturbo? Mi prendi in giro? Ti hanno rapinata e secondo te è un disturbo accompagnarti?» «Sara davvero…» «No, dai Didi, pensaci un attimo. Non mi sentirei serena se te lo lasciassi fare.» Diana si scostò dall’amica che si era mossa per avvicinarsi, la fissò intensamente con le braccia conserte e una espressione meditabonda, come se cercasse le parole giuste. «E se avessi bisogno di farlo?» «Ma dai, ma è uno sbaglio! Non andarci tutta sola.» «E perché io non avrei il diritto di sbagliare?» chiese Diana inarcando vistosamente le sopracciglia. «Perché? Come sarebbe, scusa? Hai detto che sono il tuo rifugio, lasciami fare il mio lavoro» scherzò Sara sperando di gettare acqua sul fuoco. In realtà gettò solo la parola fine: Diana rifiutò un’ultima volta e lasciò la casa dell’amica. Si ritrovò coinvolta, suo malgrado, in una fuga verso l’ufficio. Teneva sempre un vestito di ricambio. Arrivata nel suo cubicolo si nascose dietro la trincea offerta dal monitor del suo computer, non ne sarebbe uscita fino all’ora di andarsene. L’orologio incombeva su di lei con l’inesorabile cammino delle lancette, ogni passo compiuto l’avvicinava alla decisione che rimandava. Sarebbe tornata nel suo appartamento? C’erano un milione di motivi per andare direttamente all’appuntamento senza passare da casa dopo il lavoro. Non saperli elencare era solo una coincidenza, non ne diminuiva l’importanza. Poi… in fondo… se era obbligatorio farsi la doccia per piacergli, be’, allora la corteggiava per motivi superficiali. Pensò a tutte le volte che il suo lui, non ancora sbarbato e lavato, le si avvicinava con fare sornione, di come assumesse quell’atteggiamento sexy con i capelli arruffati, la barba lunga, l’alito non proprio fresco. L’orologio le ricordò del suo appuntamento, lei raccattò i suoi pensieri e si fiondò nella toilette della biblioteca. Alle sette precise era sotto il monumento ai caduti con i bar dei viali che si stendevano a destra e sinistra. Un variopinto branco di podisti le sfilò davanti. C’era qualcosa che la faceva sentire in colpa nel loro affanno, nel loro impegno. Quei top striminziti, sopra a pantaloncini aderenti, scodinzolavano per la gioia degli sguardi. «Magari la prossima volta corriamo anche noi.» «Ciao Alessandro. Perché?» «Ciao Diana. Mi sembrava li seguissi con lo sguardo…» «Ma tu stai sempre a osservarmi?»


41 «Ci vuole sempre qualcuno che ti guardi le spalle, se no, quando ti serve, a chi lo chiedi dove sei?» «Veramente mi sembrava fossero loro a guardarmi.» «Se lo dici tu, mi sarò sbagliato. In ufficio eri vestita così?» «No! Perché?» Diana maledisse quella sua ridicola idea di non passare da casa. «Sei splendidamente formale.» «Lo prendo per un complimento.» «Voleva esserlo. Le donne in completo da ufficio sono molto sexy.» «Ah, invece minigonne, vestitini aderenti, non…» «Una donna è sempre attraente quando esalta le sue forme, ma quella è la sensualità per la massa.» «Per te invece castigati completi formali, magari grembiuli, e perché no: un bell’abito monacale?» «Esatto, hai detto la parola giusta: castigati. È un po’ come se il vestito dovesse contenere l’esuberanza della donna, che deve opprimersi, costringere la sua naturale sensualità per non turbare gli altri. Un ribollio sotto la superficie.» «Sei il primo che sento che la pensa così.» «Grazie. Questo lo prendo per uno splendido complimento.» un discreto silenzio sottolineò l’ultima frase. I secondi passarono, rischiando di mutare in una pausa imbarazzante. «Allora? Prendiamo qualcosa?» «Volentieri.» l’uomo circondò delicatamente le spalle di Diana con il braccio guidandola in direzione del locale. Appena si accomodarono si materializzò il cameriere e Alessandro ordinò due bicchieri di Bellavista. «Eccezionali questi spumanti, chissà quando smetteremo la sudditanza nei confronti dello Champagne» disse lui ammirando orgoglioso il suo bicchiere. «Come? Non ti piace essere tra i pochi intenditori ad averlo capito?» «Be’, intenditore lo sarei comunque, no? Posso farti una domanda delicata?» «Ah, non lo so. Tu falla poi vedremo.» «È da molto che sei single?» «No, circa tre settimane.» «E chiodo… scaccerebbe chiodo?» «Sinceramente non m’interessa. Ho passato così tanto tempo a sperare che il mio ragazzo diventasse l’uomo dei miei sogni, che adesso sono solo stanca.» Si ravviò i capelli e ne catturò uno, aveva identificato un


42 traditore, stringeva tra le mani delle inconfondibili doppie punte. Osservò a testa bassa il silenzio del ragazzo, c’era una frase che le premeva sulle labbra come una molla in espansione, l’avrebbe trattenuta, ma quello continuava a tacere. «Vorrei imparare a stare bene con me stessa… Dio come sembra retorica questa frase quando la dicono gli altri. Il primo giorno che sei solo non si desidera altro: smettere di sentirsi incompleti solo perché ci si sente soli.» le parole le uscirono a tradimento, un attimo di debolezza e le sue labbra si schiusero. «Si può soltanto essere soli nei momenti decisivi. Gli amici sono importanti, però godono come te della compagnia, stanno con te per sentirsi vivi. Il dolore puoi esprimerlo, ma se riesci davvero a condividerlo allora vedi che spariscono tutti.» «I problemi è meglio risolverli da soli. Se non altro, si rimane con la consapevolezza di avercela fatta.» «E il problema di saper chiedere una mano? Quello quando lo risolviamo?» «Sono stanca di essere provocata e rispondere, è tutt’oggi che qualcosa mi pungola, dimmi una cosa carina. Dimmela adesso, anche solo perché te la chiedo io.» Alessandro circondò con un braccio la vita di Diana, poi le indicò lontano con un cenno del capo. «Guarda! Io ci sento l’estate.» «Dove? Nel tramonto?» «No, non nel tramonto in sé, piuttosto nell’aria, nella luce. Non so il perché, ma il passaggio tra il crepuscolo e la notte mi trasmette così tanta pace, sarà perché a differenza dell’inverno è così graduale, è come se tutto e tutti per un momento si prendessero un sospiro di sollievo.» Alessandro volse lo sguardo al sole. Quando tornò a voltarsi aveva gli occhi a fessura, la luce era ancora forte. «Quand’ero adolescente, mi sembra una vita fa, ricordo una sera di giugno mangiando la pizza davanti alla tele. La scuola non era ancora finita, ma tutto nell’aria preannunciava le vacanze. Ecco, i tramonti estivi mi fanno sentire in vacanza.»


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4. L’APPUNTAMENTO E ALTRI GUAI

Sara fu molto sorpresa di rivedere Diana, ma al ritorno dall’aperitivo con Alessandro non era ancora pronta per tornare a casa sua. L’avrebbe fatto il giorno dopo, all’uscita dal lavoro. Questioni di polizia, si era giustificata con l’amica. Si esaurì anche la scusa del lavoro, la biblioteca chiudeva, era ora di rincasare. Aveva superato il suo palazzo per la terza volta: non era ancora pronta a fermarsi. Mica per la paura, quella era venuta per prima, ma poi se n’era andata. Dopo era arrivata l’euforia, che l’aveva posseduta come una sbornia per mezzora. Adesso infuriava l’odio e spazzava via tutto. Era sempre stato così. Qualunque emozione avesse provato, quando arrivava l’odio non restava nient’altro. Ripensandoci forse era mal giudicato l’odio, a differenza di chi si dimostra pronto a salvarti, lui arriva e lo fa: ti salva. Allontana paura, sconforto, delusione, qualunque cosa. Ti gonfia d’energia e in quattro e quattr’otto risolve tutto. Ora era pronta: poteva fermarsi e salire nel suo appartamento armata di questo semplice concetto: l’appartamento era il suo. Fece scattare la serratura come si strappa un cerotto, con una mossa secca. Due occhi irrequieti che frugano nella stanza, ed eccolo là, fermo e composto di fianco al computer. Le mani tremarono indisciplinate. La bocca serrata, senza pronunciare niente, ma pronta a crivellarlo con parole come dardi avvelenati. Non disse nulla, troppe frasi nella testa per sceglierne una prima delle altre. Troppi pensieri da riordinare e così poco tempo. Le dita di Mojito si muovevano agili sulla tastiera che emetteva un ritmato ticchettio. «Bentornata.» «Mi accogli in casa mia?» «Passata una serata piacevole dalla tua amica?» «Tu cosa ne sai?»


44 «Niente, ma mi sembrava logico. Quello che ti è accaduto è… singolare.» «Come ti piace sapere sempre tutto, vero?» «E a te non piaccio più? Eppure mi hai accolto subito, appena ci siamo incontrati, ma adesso, che ho creduto di poter manifestare la mia vera natura, mi sei così ostile.» era assurdo, ma così banale, così evidente, da inebetire. Un altro groviglio. Tante idee in testa, troppe, che non si riesce a riordinarle. Non gliela avrebbe fatta passare liscia, con tutto quel che aveva detto non aveva nascosto le contraddizioni. Cercava di mettere insieme una frase lapidaria, una sentenza senza appello, mentre lui aspettava fissandola negli occhi. Cercava di recuperare la calma, non doveva farsi prendere dalla fretta, “Perché è così difficile adesso?” si chiese. Silenzio. Imbarazzo. “Dov’è finito l’odio?” pesò, “Era così comodo sentirsi in diritto d’odiare”. Il campanello decretò una pausa nel suo dibattito interiore. «Sì, chi è?» «Posta, dovrebbe firmare.» «Va bene, scendo.» Prima la giacca, poi la borsa con le chiavi, aprire la porta e scendere le scale, tutto in fretta, in apnea. «Eccomi.» «Ma che meraviglia! È sua quella bestiola?» «Quale bestiola…» rispose lei cercando ai suoi piedi. “No”, si disse vedendo Mojito, “certo che non è mia, semmai sono io a essere sua prigioniera”. “Come ha fatto a uscire?”, si chiese,” Ti prego non fare niente, stai fermo. Non t’azzardare ad aggrapparti a me”. «Ma che carina che è! Guarda come cerca le coccole della sua mamma, eh?» «Cosa devo ritirare?» «Ah, sì. Ecco, queste sono per lei. Se mi mette una firma qui.» «Sì, un momento.» gli occhi di Diana scorsero le buste una per volta, scrupolosamente. Il mittente, poi il destinatario e gli altri dati. «Oh, fai con calma, quasi quasi mi allungo sui sedili posteriori del motorino e recupero un po’ di sonno…» «Ci metto solo un attimo, mi assicuro solo che sia per me.» «Mi prendi per idiota? Ma che ti credi, che mi diverta a mischiare la posta della gente?» «Se li tenga per sé questi commenti sarcastici.» «Scherza? Io non ho detto niente.»


45 «Adesso è lei che mi prende per idiota e neanche tanto velatamente.» «Senta, firma o no? Io avrei di meglio da fare.» «Ecco la sua firma e vada a fanculo!» gli occhi di Diana seguirono con odio il medio del postino che si allontanava. Maleducato ignorante. Salì le scale come una bufera nel cielo. Aprì la porta, entrò e la sbatté. Forte. Mojito tornò al suo computer, ricominciò a scrivere. «Guarda che è vero! Lui non ha detto niente.» «Senti ciccino, non so se hai già imparato a usare quelle orecchie che ti ritrovi, ma io ci sento bene. Farmi insultare perché sono scrupolosa non lo accetto.» «E fai bene, ma questo non toglie che lui non ha aperto bocca.» «Quindi me lo sarei immaginato.» «No, l’hai semplicemente percepito.» «Ma sei suonato? Che dici?» «Ricordi? Te l’avevo detto, se ti fidi di me non dovrai mai più chiederti cosa pensano i tuoi amici. Quello che credi d’aver sentito non erano le parole del postino, erano i suoi pensieri.» Venne la mattina che seguì una nottata tranquilla, sorprendentemente serena. Una incolore giornata in ufficio scivolò via senza lasciare tracce su Diana, si ritrovò pronta per uscire senza accorgersene. Le strisce bianche scivolavano ai lati dell’auto, come raffiche di raggi che sfiorano il bersaglio. Il viaggio era appena cominciato, ma la suspense da “inizio serata” sarebbe durata poco, perché la meta era vicina e l’attesa sarebbe finita presto. Diana era un miscuglio di ansia ed eccitazione, la sua mente vagabondava da un’ipotesi all’altra, sperando d’imbattersi in una abbastanza confortevole a cui abbandonarsi. «Sara, come si chiama il posto?» «Non lo conosco Didi. Ci siamo messi d’accordo per incontrarci, così dopo andiamo là tutti insieme.» «Chi sono loro?» «Amici dell’uomo di Stefania.» «E non le hai chiesto chi sono?» «No, tanto non conosco nemmeno il moroso di Stefania. Figurati i suoi amici.» «Che cosa si mangerà di bello stasera?» «Ti ho detto che non conosco il posto.» «Non sai nemmeno se è lontano o vicino?»


46 «Didi, quale parte di: “Non conosco il posto” non sono riuscita a spiegare? E poi cosa cambia, scusa?» «Avrei deciso cosa mangiare a pranzo.» «Be’, ormai mi sembra tardino, no?» «Ma si ballerà anche?» «Speriamo.» «Che musica?» «Sembri mia nipote di sei anni, lei però domanda solo perché.» «Ma insomma, voglio solo essere preparata, sapere che serata mi aspetta.» «Ormai sei in macchina, tra poco lo scoprirai da sola.» «Io te l’avevo chiesto prima di partire, sei tu che non t’informi, ma come si fa a essere così disinteressati al proprio sabato sera?» «Oh, è semplice: atteggiamento positivo e ti lasci andare, sai come si fa?» I sedili anteriori dell’auto furono la provvidenziale separazione tra due amiche, che altrimenti si sarebbero scambiate occhiate feroci. Vivian, il terzo passeggero, aveva osservato le schermaglie riuscendo a evitarle, senza però riuscire a inserirsi nel serrato dibattito. Una pausa inattesa era una occasione da non sprecare, altrimenti rischiava di assistere a un secondo round. «Allora stasera conosceremo chi ha rapito la nostra Stefania, eh?» «Uhm! Si chiama Alessandro.» «Anche lui?» rispose Diana di istinto maledicendo la sua spontaneità. «Perché, chi altro si chiama Alessandro, Didi?» chiese Stefania. «Nessuno, cioè quello che ho conosciuto in biblioteca.» La testa di Vivian fece capolino in mezzo ai sedili anteriori e, rivolgendo all’amica solo profilo sinistro, la scrutò dall’angolo degli occhi. «Ah, l’uomo della scollatura. E quest’altro Alessandro quando avremo il piacere d’incontrarlo?» «Non saprei, non so nemmeno quando lo rivedrò io.» «Ma come Diana, non ti sei informata?» Lo sguardo velenoso di Sara fece capolino nello specchietto retrovisore, incrociando di riflesso quello di Diana. Le scelte possibili erano tacere o cambiare argomento, per fortuna il tragitto si era concluso, salvando i passeggeri da un pungente battibecco. Sara accostò dolcemente a bordo della strada, appena dietro l’auto parcheggiata. Quasi subito si spalancò una portiera, da cui Stefania uscì come una folata di vento.


47 «Ciao. Seguite noi, se ci perdiamo fatemi uno squillo.» senza neanche ascoltare la risposta rientrò nell’auto che partì quasi subito. Diciassette minuti di viaggio per approdare in un disco-risto-pub sulla via Emilia poco oltre il circondario cittadino. Uno di quei posti terribilmente modaioli, quelli che cambiano gestione più rapidamente del menù. Le quattro ragazze, con quattro nuovi ragazzi sciamarono dentro il locale insieme con un fiume di replicanti, quasi tutti vestiti uguali. Diana camminava sulle uova, quella non era ressa, ma un percorso di guerra in territorio nemico. Vedeva differenze stilistiche, sottili come le righe di un gessato, sbandierate come intuizioni geniali. “I nuovi dandy”, pensò. Soldati che immolano la propria identità sul sacro altare del consumismo. Diana osservò con cura questo nuovo rubacuori, si soffermò in particolare su quella cosa che aveva spalmato addosso: la sua amica Stefania. Non si poteva negare che fosse di bell’aspetto, camminava sicuro, con gesti calmi e controllati, quasi metteva pace. Aveva un solo grave difetto: era lo stesso Alessandro conosciuto in biblioteca, con il quale era già uscita due volte. Sì, questo particolare era assai fastidioso. «Ragazzi, venite che vi presento: allora questi sono Ivan, Alessandro, Marco e Davide, loro sono le mie amiche: Diana, Sara e Vivian.» Diana accettò la mano di Alessandro, gliela tese rigida come un palo, tentando di dissimulare un leggero tremito. Sentiva pesanti martellate cardiache in pieno petto, più agognava calma e controllo, più sentiva quell’ansia attraversarla come una goccia lungo la schiena. «Fa piacere conoscere gente nuova» riuscì a sibilare Diana. «Vero?» rispose Alessandro. Stefania faceva luce con il sorriso, e ovunque si girasse sfavillava come un faro, l’antica gioia sempiterna dell’esibizionismo. Aveva un trofeo sottobraccio, oggi la vita le saldava qualche credito. «Che bello, siamo quattro e quattro, sembra quasi organizzato.» «Magnifico! Entriamo così, o ci prendiamo mano nella mano?» «Ivan!» lo riprese Alessandro. «Scusate, ma il mio amico cura il romanticismo con gli antistaminici.» Diana non voleva rovinarsi la serata, cercava lo sguardo di tutti tranne quello di Alessandro. Il locale era diviso su due piani, come i ponti di una nave. Al piano superiore tavoli rotondi erano abbracciati da divanetti semicircolari, creando una separazione tra le varie sistemazioni e illudendo i commensali di essere soli. La musica emergeva dal piano interrato, nell’area ristorante non era forte, si limitava a far immaginare quanto


48 fosse assordante di sotto. Una volta seduti Marco si assunse l’onere di spezzare il silenzio.. «Che cosa incivile doversi rassegnare a questa legge antifumo.» «Ma chi fuma danneggia la salute degli altri?» gli rispose Sara ritraendosi. «Cara, era proprio a loro che pensavo, se quando esci non indulgi al vizio e non ne incontri di nuovi, perché andare in un locale? Tanto varrebbe trovarsi in parrocchia.» «La concezione di altruismo del mio amico consiste nel fare proselitismo, affinché tutti gli altri siano copie in adorazione.» «Ignorate quel musone.» lo liquidò Marco, sottolineando le sue parole con un gesto della mano, come se volesse scacciare un insetto. «Ivan,deve recitare la sua parte. Allora, avete già in mente la vostra lista, ragazze?» Le quattro amiche si scambiarono fugaci occhiate interrogative, finché no fu Sara a rompere il ghiaccio. «La lista?» «Ma certo cara, un elenco di noi quattro in ordine di preferenza. In fondo la vita è tutta qui: stabilire le priorità e sacrificare tutto il resto per ottenerle.» «Non la facevo dalle elementari. Marco, non mi dirai che vorresti tornare bambino!» intervenne Vivian. «Io sì!» ammise Ivan.«Maturando ho scoperto che stavo meglio da piccolo. Dopo anni ho fatto la grande scoperta che vorrei tornare al punto di partenza.» Diana sorrideva con slancio a tutti, a prescindere da cosa dicessero, bastava avere qualcosa da ascoltare e niente a cui pensare. A forza d’inseguire parole, perse l’orientamento e finì nello sguardo di Alessandro, trovava inopportuno quel suo ghigno malizioso. «Tu… Diana che non hai ancora detto niente, ce l’hai una lista?» chiese lui rompendo il suo silenzio. «Certo. Non sei andato male, medaglia di legno! Sei quarto.» «Be’, non lamentarti, tanto accompagni già me» disse Stefania prendendo a braccetto il suo cavaliere. «E le altre?» insisté Alessandro cercando di prevenire un silenzio imbarazzante. «Io devo proprio farla una lista? Non si potrebbe saltare?» piagnucolò Sara. «Certo cara, ma sarebbe un fallimento.»


49 Vivian lanciò un’occhiata ambigua a Marco, abbozzando anche un sorrisetto, come se volesse invitarlo a farla sorridere del tutto. «Volevi essere il primo?» «Ma no tesoro, un fallimento della serata. Se ci incontriamo per cenare, scambiare quattro chiacchiere e ballare, così tanto per fare, non c’è gusto.» «Dai Marco, svelaci l’arcano» disse Vivian sorniona, facendo scivolare la sua mano su quella di Marco. «Per la tensione erotica ovviamente, cos’altro? Una serata senza incontrare persone affascinanti è una serata monotona. Non ti chiedi come piacergli, se tu gli interessi, come fare per attirare la sua attenzione. Uomini e donne tirano fuori il meglio solo in un gruppo misto. Perché accontentarsi della mediocrità? Chi mi vuole deve essere pronto a stupirmi.» «Sai come mettere le persone a loro agio, Marco» rispose Sara visibilmente contrariata. «Esatto, è proprio così. Io non sono come Ivan il derelitto, che vuole tornare bambino. Io non rimpiango nulla.» «Tu non rimpiangi nulla, Marco, perché hai i rimorsi di coscienza di una mantide che divora il compagno.» «Ivan, il tuo sarcasmo è banale, vedi, tu confondi l’essere adulto con l’essere morigerato, ma è la balla che ti rifilano i repressi!» Vivian fissò Marco negli occhi e lasciò trascorrere qualche istante, poi si avvicinò a lui protendendosi leggermente in avanti. Il suo volto era lievemente girato a sinistra, come a volergli offrire più attenzione dal suo orecchio. «E dimmi, come dovrebbero essere gli adulti?» «Gli adulti sono individui con i capricci dei bambini, ma con l’indipendenza dei grandi. Ecco tutto. È questo che le persone ignorano: quando si vuole qualcosa si allunga la mano, la si afferra, la si gusta, dopodiché si cambia desiderio.» Sara arricciò le labbra in una smorfia e incrociò le braccia sul petto con enfasi, come se dovesse trovare un modo per tenerle ferme, poi rispose all’ultima affermazione. «Fai così anche con le persone?» «Soprattutto con le persone. Tu scommetto che insegui la chimera di una relazione a lungo termine, vero? Oddio, cosa vedo!» disse Marco scandalizzato. «Porti il cappio anulare!» Sara sgranò gli occhi come se fosse di fronte ad un pazzo. «Come scusa?»


50 «Ma sì, la fede, il cappio della passione.» «Be’, dipende dai matrimoni, no?» rispose la ragazza. «Io mi chiedo a cosa servono. Incontri una persona affascinante, iniziate i rituali del corteggiamento, magari c’è intesa e si finisce a letto, cosa c’è di meglio? Dopo un po’ le persone si rilassano, si sentono capite, comprese, perfino quando diventano abominevoli.» «Cosa intendi per abominevoli?» chiese Vivian. «Di tutto. Ho visto di tutto.» «Facci un esempio.» lo incalzò la ragazza. «Ragazze così a loro agio da non chiudere la porta del bagno, altre convinte che i Kleenex fossero soprammobili da spargere dappertutto. Alla fine finiscono tutte struccate in una tuta lisa, disgustoso. Altro che burqa, io le obbligherei a vestiti da sera o negligé.» Sara scuoteva la testa nervosamente quasi ad ogni parola, poi, prima di rispondere, alzò gli occhi al cielo. «Ma se uno non è rilassato con il compagno, con chi dovrebbe esserlo?» «Con i genitori. Quelli accettano di tutto, sono lì per quello. Ti imponi di sopportare queste deplorevoli cadute di tono per cosa? Per vedere la tua ragazza che somiglia sempre più alla nonna, mentre un altro se la gode truccata? No, grazie.» La mente di Diana cavalcava disperata, era lì, ma cercava di svicolare. Fantasticava di lasciare quell’intruglio d’ipocrisia e superbia il prima possibile. Alessandro. Quello della biblioteca. Era troppo stuzzicante per averci creduto davvero. Eppure lei lo aveva fatto, si era illusa di essere la sola. Altre chiacchiere, magari distanti dal loro tavolo, eppure apparivano così simili. I nuovi replicanti lasciavano che le griffe ammiccassero per loro. Intanto i camerieri riempivano le attese con piatti di stuzzichini. Tentazioni diaboliche. L’opulenta ipocrisia che sbandiera modelli di vita goderecci, ma ti angoscia con l’ossessione della prova costume. La cena proseguiva il suo flusso regolare, alcuni antipasti, qualche primo, molti secondi e i vini. Naturalmente i vini. Davide aveva spiato in silenzio gli aperitivi di Sara e Vivian, li aveva osservati dubbioso, quasi meditabondo e intanto si era versato il vino bianco con cui avevano cominciato. «Io non ce la farei mica più a bere come voi, cioè gli aperitivi son spietati, peggio delle caramelle: uno tira l’altro.»


51 «Adesso hai smesso?» gli chiese Sara seguendo con lo sguardo un fiume di vino che si tuffava nel bicchiere, per uscirne poco dopo nella bocca di Davide. «Sì, il vino mi ha salvato.» E la seconda bottiglia finì insieme a quest’ultima frase. «Si vede.» «Bere male è ignoranza, poi per fortuna ho imparato da Alessandro e Marco.» «Ne saranno fieri. Come vi siete conosciuti?» «Sai, una di quelle serate in piedi, l’aperitivo di fianco al buffet, i cocktail da festa, hai presente, no? Coca Rhum, Mohito, Tequila bum bum, insomma i soliti. Per farla breve, eravamo compagni di muretto.» «Vi siete seduti uno accanto all’altro?» «No no, appoggiati di pancia a stracciare tutto per terra.» «Non è la spontaneità che ti manca.» le parole di Sara uscirono come uno sbuffo. «T’avrò mica rovinato l’appetito, eh? Cioè, non è che volessi farci i pizzi, ma neanche schifarti.» «Tu perché me l’hai raccontato?» «Mah, di solito fa ridere.» «Che lavoro fai?» «C’hai presente le televendite? Be’, se compri qualcosa, e abiti in zona, ti suono io alla porta.» «Sei il famoso incaricato?» trillò Sara. «Proprio. Gran bella bazza, sai? Vedi un sacco di case, fai delle chiacchiere con i clienti, ma il massimo sono i nonni.» «Perché?» «Ci vuol del tempo con loro, non è una faccenda veloce, ma ti offrono sempre qualcosa. Tu ti metti comodo e loro parlano, parlano, tanto che alla fine non ricordo tutto, ma solo ascoltandoli… be’, gli fai un gran regalo.» «E gli altri?» «Gli altri clienti? Ma, sai, dipende. Ce n’è di tutti i generi.» «No, che lavoro fanno i tuoi amici.» «Ah, scusa. Marco è un critico, Alessandro si occupa di storia e Ivan… non me lo ricordo mai, ma credo non ne abbia bisogno.» «Ah, allora quella di Marco è deformazione professionale. Di preciso cosa critica?» «Fotografia credo.»


52 «Come credi? Bestia!» intervenne Marco sbattendo un palmo sul tavolo.«Scrivo su una rivista, io metto in parole quello che l’artista ha visto nell’obiettivo» La cena esaurì gli argomenti e i commensali voltarono le spalle alla sala. Scesero tutti al piano sottostante, in discoteca. Si ballava un po’ per divertimento, un po’ per smaltire la cena, un po’ perché non c’era nient’altro da fare. Dopo venti minuti Diana era nauseata dalla ripetitività delle canzoni. Forse canzoni era una parola grossa. Ci aveva provato, ma proprio non era la sua musica, si separò dagli altri e andò a incoraggiare il suo umore malinconico. «Avrei voluto offrirti un caffè anche stasera» disse Alessandro «ma troppi innervosiscono e mi sembravi già tirata». «Ma da me cosa ti aspetti? Pensi di risolvere tutto con una battuta?» «Scusa, ma risolvere cosa?» «Potevi dirmelo che uscivi con altre, mi sa che non l’avrei mai scoperto se non fosse stata una mia amica.» «Direi che è mancato il tempo, comunque potevi chiederlo e non l’hai fatto.» «A Stefania l’hai detto? O fai finta di non accorgerti di come ti si è attaccata?» «Nemmeno tu gliel’hai detto, o mi sbaglio?» «Solo perché pensi di essere tanto fico credi di poterti permettere tutto? Certo, avrai avuto le tue soddisfazioni, e adesso sei abbastanza tronfio da usare gli altri con noncuranza, ma davvero credi sia giusto?» «Credo sia stato molto romantico aver finto di non conoscerci.» «Io non ti conosco, credevo di cominciare a farlo, ma evidentemente non avevo capito niente.» «Io non vi ho preso in giro. Nessuna delle due ha chiesto niente e io non ho mai detto che uscivo solo con l’una o l’altra.» «È tutto così facile, così normale? Non c’è nessuna malizia, semplicemente hai incontrato due persone che ti piacciono e vuoi frequentarle entrambe» concluse la frase voltando di tre quarti le spalle al suo interlocutore, protese il mento leggermente in avanti, ma continuò a fissarlo con la coda dell’occhio. «Perché, come dovrebbe essere?» «Avere rispetto di noi, chiarire subito a che condizioni ci si vedeva» disse lei continuando a guardarlo di sfuggita.


53 «Condizioni? La condizione è molto semplice, è solo una ed è sempre stata quella: deve scattare quel famoso non so che. Ecco cosa serve, il resto sono solo problemi che troviamo per riempire i vuoti.» «Ma almeno una delle due ti interessa?» chiese Diana piazzandosi di fronte ad Alessandro. «Ma secondo te perché ho continuato a cercarti?» «Secondo me due mezze verità non ne fanno una intera.» «E allora cos’è che la fa? Come posso provarti che tengo ad entrambe?» già, come? Diana s’aggrappò alla manovella del suo cervellino e lo fece girare a mille, purtroppo l’impresa era ardua. Lei non era certo la prima a cercare la soluzione dell’enigma, forse nemmeno la migliore. Almeno questa era la sua paura. Cercava il lampo di genio, la quadratura del cerchio, poi però si ricordò di una cosa. Ecco che la soluzione le sovvenne senza ulteriori indugi: Mojito. «Dici davvero?» «Certo, mi sto affezionando a entrambe.» «No, dici davvero? Quando vuoi provarmelo?» «Io sono pronto quando vuoi, ma tu?» «Allora dopo che l’avrai accompagnata passa da casa mia stanotte.» «Be’, questa proprio non me l’aspettavo, dici sul serio?» «Io dico sempre sul serio, ma tu ce la fai a raggiungermi?» «Ti chiamo appena mi libero, va bene per te?» «A dopo.» Alessandro si allontanò con la stessa odiosa disinvoltura con cui si era avvicinato. Era tutto così semplice, filava tutto troppo liscio. «In queste discoteche meglio stare ai margini, eh Diana?» disse Ivan affiancandola di soppiatto. «Oh, Ivan, ciao. Hai proprio ragione.» «Solo che a stare sempre ai margini si sviluppa la sindrome della preda.» «Ah, e cosa sarebbe?» «Dicesi sindrome della preda:» iniziò lui enfatizzando con le mani ogni parola che pronunciava «quel comportamento che spinge gli individui a isolarsi, assecondando il proprio stato depressoide, nella speranza di essere cercati perché manchiamo al nostro prossimo.» «Hai fatto psicologia?» «No, solo molti errori e un sacco di tempo per rifletterci.» «Ah, e tu la fai la preda?» «Sì, e come vedi funziona così bene che sono io a cercare gli altri.» «È che io mi stanco a ballare, ogni tanto faccio una pausa.»


54 «Traduzione: quando hanno distribuito il buon gusto, il dj doveva proprio fare i complimenti e rifiutare?» «L’hai proprio detto. È così evidente?» «Be’ dai, era facile. O era questo, oppure ti stavi riprendendo dall’incontro con Marco.» «Eh, è un certo personaggio…» «Oh e fidati che lo sa molto bene, anzi ha più atteggiamenti di maniera oggi di ieri e meno di domani.» «Be’, con te è più rilassante chiacchierare.» «Certo. Io sono un chiacchieratore professionista, ho una sfilza di donne con le quali ho solo chiacchierato, non faccio per vantarmi, ma sono tante.» «Penso che quelle tre scatenate che si stanno sbracciando vogliano me.» «Sicura che non vogliano me?» disse Ivan dando di gomito alla ragazza. Il tempo provava un perverso piacere nel torturare Diana, centellinava il trascorrere di ogni secondo, rubava i minuti, delle ore poi si era persa ogni traccia. Il quadrante dell’orologio era uguale a se stesso come un dipinto. Rivangava i piccoli fallimenti che non si era mai perdonata. Secondo lei erano tanti. Almeno uno per ogni relazione conclusa male, quindi troppi. Si arrovellava nella convinzione che ci fosse sempre qualcosa di non detto, un equivoco non chiarito o un gesto che non aveva colto. Poteva rivedere i giorni inutili graffiare la superficie della realtà, nel disperato tentativo di comprendere al di là da ogni dubbio, di sapere e quindi di poter controllare. Di riuscire a proteggersi. Alla fine quei giorni avevano riempito la sua vita, ma non avevano soddisfatto i suoi bisogni. Avrebbe inseguito la verità ancora una volta, però concluse che non l’avrebbe cercata, l’avrebbe mendicata. Gliela avrebbe regalata Mojito. Il trillo del campanello di casa seguì quello del cellulare di circa venti minuti. Diana al citofono lo invitò a salire. L’orecchio teso ad avvertire il rumore di passi, l’eco acuta dei suoni riecheggianti nella tromba delle scale. Seconda rampa di scale, o era la prima? Si alzò per non impazzire. “Calma. Tra poco saprai che mente, tra poco gli sbatterai su quella sua faccia tosta la verità” si ripeteva. Cercava d’immaginare il loro dialogo, quello in cui l’avrebbe sbugiardato senza appello, momenti così perfetti da non essere veri. «Eccomi. Meno male che sono in forma, altrimenti sei rampe di scale sarebbero state tante.» «Accomodati. Chiudi la porta.»


55 «Grazie.» Alessandro chiuse la porta con garbo, assicurandosi, data l’ora, di fare poco rumore. Lasciò la maniglia e si diresse verso il divano, si sedette di fianco a Diana, accavallando una gamba sull’altra, un balletto controllato. «Devo ammettere che sono piacevolmente stupito. Stasera non avrei mai pensato di salire da te» ammise reclinando leggermente la testa verso destra. «Allora te lo aspettavi che mi sarei infastidita vedendoti con Stefania!» «Be’, non è che la tua reazione abbia lasciato adito a dubbi, mi sembra.» «Mojito! Ti dispiace se controllo dov’è la scimmietta?» «Non avrai mica bisogno di un terzo incomodo, spero?» A differenza di altre volte Mojito comparì subito, sbucò lesto dalla porta del bagno, alzandosi sulle zampette posteriori per scrutare la stanza. Di nuovo a quattro zampe iniziò a trotterellare gioioso, balzò elegante sul divano proprio di fianco a Diana. Protese leggermente il musetto e annusò la sua padrona attentamente, incuriosito. Poi sgusciò come un’anguilla tra il braccio e la vita di Diana, la testa fece capolino all’altezza del gomito, si acciambellò ben bene e sembrò addormentarsi. L’ espressione stupita di Alessandro era una visione per lei, per quanto sicuro di sé non sarebbe stato pronto a questo. Non poteva. Si concesse un’ultima occhiata a lui e alla sua scimmietta, cercò di inspirare tutta la sicurezza che le dava quel quadretto e si decise a continuare. «Allora spiegami. Fammi capire come si fa a stare con due persone simultaneamente senza mentire a nessuna.» “Non so se crederà che cerco la complicità, invece della semplice seduzione.” pensò Alessandro, ignaro di non poter mantenere privati i suoi timori. «Te l’ho già spiegato, sono appassionato di passioni» disse lui tradendo una discreta dose di orgoglio. «Sai, incontrare nuove persone, poterle conoscere, capire cos’è che le stuzzica e cosa le spaventa. Affascinarle, in una parola.» «Mi sembra faticoso, per poche emozioni fugaci.» «Ma se nella vita non ci diamo emozioni l’un l’altro, allora… cosa ce ne facciamo dei sentimenti e delle relazioni?» “Se solo si lasciasse un po’ andare” pensò di nuovo Alessandro. Era vero. Non era possibile, non doveva esserlo, eppure doveva ammetterlo: non le aveva mentito. Il suo non era l’odioso collezionismo maschilista, forse poteva sembrare superficiale, ma era in buona fede.


56 La ragazza non propose una soluzione, ma la chiese: «Credi davvero che sia giusto anche per gli altri? Se non porta a niente di buono, ne vale lo stesso la pena?». «Sì, sì e ancora sì. Tutti i giorni della settimana e due volte la domenica. Come fai a tenertele tutte strette e represse in un groviglio quelle emozioni? Non hai paura d’esplodere?» Lasciò trascorrere qualche istante a osservare l’espressione di lui, quella di chi si aspetta una risposta scontata. Il silenzio si allargava senza che la domanda ottenesse soddisfazione. «Be’, si è fatto tardi. Ti ringrazio di essere passato, allora ci vediamo presto.» «Eh? Mi cacci così?» «No no, cosa dici? Tu non sei stanco?» «Pessima scusa, ci manca solo che mi dici d’avere mal di testa.» «Allora non la userò mai,» disse Diana «però non è una scusa. Ti prego, davvero ci vediamo un’altra volta.» «Non so se dire “ti chiamo io” per poi non farlo, oppure chiedere a te di chiamarmi.» «Allora ci lasciamo promettendo di sentirci e basta. Buonanotte Alessandro» disse lei accompagnandolo con gentilezza, ma risoluta, davanti alla porta. «E poi sarei io quello che se ne approfitta? Mi fai piombare qui in piena notte, inizi una discussione che interrompi… e dovrei andarmene così?» «Buona notte Alessandro!» Diana chiuse il suo ospite fuori della porta. Peggio di così non poteva andare, avrebbe dovuto coglierlo in fallo, invece era lei a esser passata per manipolatrice. Girandosi vide Mojito in piedi sul divano. Fermo, composto. La fissò lungamente negli occhi poi girò la testa e si avviò verso il computer, ormai sempre acceso. «Allora, hai accettato la mia proposta?» digitò la scimmietta per poi fissare la padrona di casa. «Stiamo calmi Mojito, stiamo calmi.» rispose Diana prima di appoggiare una mano sullo stipite della camera da letto.«Questa non è l’ora per certi discorsi, ne parliamo domani.» «Non sono un giocattolo. Non funziona così.» «Ah no? E perché?» «Non è così facile, ci sono delle regole.» Mojito s’interruppe per un secondo, lanciò un’occhiata gelida a Diana e ricominciò a scrivere. «Ci sono sempre delle regole.»


57 «Delle regole? Tu sei piombato nella mia vita. Un giorno sono una persona normale e quello dopo dovrei diventare l’apprendista stregone? Sono queste le tue regole?» «Niente è avvenuto contro la tua volontà, tu mi hai accettato nella tua vita, tu hai scelto di tenermi con te dopo aver appreso la mia natura, sempre tu stasera hai deciso di usarmi come macchina della verità.» «Io vado a letto. Buonanotte.» «Fino a quando? Finché non ci sarà qualcun altro che alimenterà le tue insicurezze? Finché non sarai nuovamente di fronte a una scelta che non hai il coraggio di affrontare? Finché non sarai nuovamente stanca di come sei senza la forza di cambiare?» «Bravo, hai intuito alcune mie debolezze. Complimenti, riceverai una medaglia con su scritto: “Io sfrutto le debolezze altrui”.» «Usa me Diana, impara da me. Stai solo scegliendo la strada più facile come fai sempre. Non mi hai cacciato, ma preferiresti che questa faccenda si risolvesse da sola. Non accetti di aiutarmi, ma ricorri alle mie facoltà quando ti servono. Speri di avere i vantaggi senza sporcarti le mani. Lascia che ti insegni e non avrai più bisogno né di me né di nessun altro.» fugaci occhiate si rincorsero per la stanza, cercando di stanarsi a vicenda e iniziare un braccio di ferro di sguardi. Diana non sapeva come replicare a Mojito, si rassegnò a una sconfitta ai punti. Una parte di lei lasciò che il fluido dolce amaro offerto dalla scimmia avvelenasse le sue certezze. «E allora va bene.» «Non avere paura Diana, preparati a non averne mai più.» E invece di paura ne aveva tanta. La paura di vincere. Aveva l’occasione delle occasioni, il biglietto vincente. FINE ANTEPRIMA Continua...


Quasi umani  

Claudio Lei, fantasy contemporaneo

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