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In uscita il 28/4/2017 (14,50 euro) Versione ebook in uscita tra fine aprile e inizio maggio 2017 (,99 euro)

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GABRIELE UVA

PROMETEO

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PROMETEO Copyright © 2016 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-9370-094-8 Copertina: immagine Shutterstock.com

Prima edizione Aprile 2017 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


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PROLOGO

L’anno 2321 ha segnato il tramonto dell’umanità. Mancanza di cibo e risorse sempre più limitate avevano portato le potenze mondiali allo scontro nucleare, aggravando così una situazione già disperata. Per far fronte al baratro nel quale stava per sprofondare il mondo, le menti più brillanti decisero di unire le proprie capacità al fine di trovare una soluzione che permettesse di salvare il salvabile e garantire una speranza ai sopravvissuti. Il risultato di questa comunione di menti geniali portò alla creazione di una macchina tanto sofisticata quanto meravigliosa, capace di inviare immagini attraverso il continuo spazio-tempo. La decisione unanime fu quella di inviare indietro nel tempo un segnale per mettere in guardia l’umanità del terrificante destino che la attendeva e prendere così tutte quelle precauzioni per evitare la catastrofe. Il programma, chiamato in codice “Futuro Remoto”, rappresentò l’ultima speranza per l’intero genere umano e ogni nazione dirottò su di esso le poche risorse rimaste. L’obiettivo era di riuscire a cambiare il corso del passato per avere un nuovo futuro. Il primo tentativo fu classificato con il semplice nome di Esperimento 742, e la trasmissione del messaggio fu raccolta mentalmente da un giovane menestrello errante nella Gran Bretagna dell’VIII secolo dopo Cristo di nome William. I tecnici del programma “Futuro Remoto” rimasero interdetti per due ragioni: in primo luogo non riuscirono a capire perché il segnale fu captato in un passato così distante dal presente. Il secondo, di carattere umano, fu legato al fatto che, dopo le prime immagini che il menestrello vide sbocciare nella sua mente, perse la vista. Questo secondo aspetto spinse i vertici di comando a prendere in considerazione la possibilità di sospendere il programma, anche se, alla fine, una simile scelta fu scartata. Qualcuno, infatti, fece notare


4 che l’umanità intera era sull’orlo dell’estinzione e che la vista di chi avesse raccolto il segnale del programma “Futuro Remoto” era un prezzo ridicolo per la posta in gioco. Il cinico scienziato aveva più o meno espresso il pensiero di tutti, così “Futuro Remoto” fu portato avanti come ultima ancora di salvataggio per un’umanità miope e stupida che aveva creduto di essere eterna e immortale.


PARTE PRIMA UN EROE CIECO


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I

L’alba sorge come ogni giorno nella quiete estiva della città di Canterbury. È un giorno d’inizio del 704 d.C. e il sole illumina la nuova, immensa cattedrale, mostrando tutto il suo gotico splendore. Come ogni mattina, la piazza della città, capitale della regione del Kent, inizia ad affollarsi e oggi la gente accorre più numerosa del solito per assistere alla funzione domenicale nella cattedrale. All’inizio della sua storia, la città di Canterbury era una piccola provincia chiamata Cantwarabyrig, che in sassone significava “la città degli uomini di Kent”, e fu una delle poche città appartenute al dominio romano a non essere abbandonata a causa delle invasioni degli angli e dei sassoni. La città aveva quindi mantenuto le sue tradizioni e, soprattutto, la sua identità cambiando solo il nome. Quando nel 597 il monaco Agostino giunse nella regione con l’incarico di evangelizzare gran parte del Kent, la capitale non poté fare nulla per contrastare il cambiamento. Agostino fu accolto a braccia aperte da Etelberto, sovrano anglosassone e re della regione. Era sposato con Berta, principessa di origini franche seguace già del cristianesimo, cosa questa che facilitò il compito di Agostino. Dato il successo, il monaco edificò un’imponente cattedrale all’interno delle mura romane al fine di ostentare l’egemonia della nuova religione sulla zona e, a lavori ultimati, il Papa nominò Agostino vescovo. La cattedrale svolse il suo dovere richiamando a sé molti fedeli, mentre i decenni trascorsero, fino a giungere all’anno 704. Il caldo inizia a farsi sentire in questa giornata di giugno, cosa tutt’altro che insolita per la regione, dove l’effetto mitigatore della corrente del Golfo è minore rispetto ad altre zone dell’Isola. Oggi tuttavia, almeno per il menestrello cieco William, non è


8 proprio una giornata ordinaria. Ormai vicino ai quarant’anni, si sveglia solo e tormentato come ogni mattina sul suo giaciglio di paglia. Apre gli occhi vitrei e percepisce sul viso i raggi del sole che scivolano su di lui da alcune fessure tra le assi sbilenche della sua capanna. Impugnando il suo vecchio bastone, si alza, mettendo poi in bocca un tozzo di pane stantio che ripone alla sinistra del suo giaciglio per averlo così sempre a portata di mano, anche nell’oscurità che avvolge la sua vita. Il pensiero del pane gli fa tornare in mente i primi anni del suo eremitaggio, quando un giorno venne scorto da un gruppo di ragazzini che giocavano nei paraggi. Attirati dalla melodia della sua lira, si avvicinarono seguendo la musica che sembrava muoversi secondo una volontà propria. I bambini, facendo la massima attenzione, si spinsero fino alla capanna e, sbirciando tra le assi, videro una figura malconcia, seduta a terra mentre intonava una canzone. Il cuore di uno dei bambini fu sfiorato dalla melodia divina del cantore, come chi è colpito con grazia da una freccia del dio Eros. I ragazzini provarono una strana sensazione, commistione tra pietà e timore, anche se, alla fine, gli porsero un pezzetto di pane che avevano con sé. Lo deposero a terra prima di lanciarsi in una lunga corsa seguita da strilli di paura. William, sentendo le grida, aprì la porta scardinata, sfiorando con il piede il tozzo di pane lasciato proprio sulla soglia. Si chinò, lo annusò per poi divorarlo, apprezzando quel gesto così generoso compiuto da bambini che possedevano ben poco più di lui. Il più piccolo, che era scappato perché lo avevano fatto tutti gli altri, ma che in realtà non aveva provato alcun timore, tornò in seguito da solo, affascinato dalla figura di William e dalle melodie che era capace di suonare. Lasciava il cibo sulla soglia proseguendo poi per la sua strada. Servirono però molti anni prima che i due, finalmente, si conoscessero.


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II

Il cantore, saziatosi con il poco pane rimasto, si sofferma pensando al passato e alle visioni che avevano sconvolto la sua esistenza. Non è però questo che lo porta al pianto, bensì il pensiero costante del suo enigmatico futuro, di una vita sprecata che gli era sfuggita ingiustamente dalle mani, come l’acqua che s’insinua tra le dita, prima di riuscire a portarla alle labbra per poterne assaporare la freschezza. Mentre si passa una mano sul viso per asciugarsi le lacrime, con l’altra sfiora qualcosa, un oggetto che, sebbene siano passati anni dall’ultima volta che ne ha fatto uso, riconosce immediatamente: la sua lira. Ci soffia su per togliere la polvere accumulatasi nel tempo e, in modo naturale, inizia a pizzicare le corde lentamente e con maestria. Capisce subito che è scordata e così, con la massima attenzione, cerca di rimediare al problema. Dopo un lasso di tempo indefinibile, ricomincia a suonare, provocando qualche stonatura per poi riprende velocemente il ritmo e la tecnica che gli erano stati propri, segni caratteristici di chi, come lui, avendo perso l’uso della vista ha acuito il senso dell’udito e della musicalità stessa. Torna così a padroneggiare lo strumento, suonando la più bella e sognante melodia che la sua mente e il suo cuore possano mai concepire. A un certo punto viene però interrotto da un suono sordo: qualcuno sta bussando alla sua baracca. William rimane immobile, non sapendo come reagire: sono anni che non riceve visite. Chiude gli occhi, accarezza la sua lira, poi, dopo essersi fatto coraggio, va zoppicando ad aprire la porta. «Chi c’è?» domanda William con voce roca: quanti anni sono passati da quando ha parlato per l’ultima volta con una persona? Tanti, troppi.


10 C’è un ragazzo davanti a lui, lo stesso che, in quegli anni, gli ha fatto dono del pane. Rimane per un attimo impassibile davanti al menestrello poi, per rompere quel silenzio pieno d’imbarazzo e d’incertezza, dice: «Buondì messere, mi chiamo Heliand e sono il ragazzo che vi porta di tanto in tanto il pane e… sì, alle volte anche dell’insalata del mio orto. Sapete? Io… sono un contadino e vivo non molto distante da voi». Si gratta un attimo la testa, pensando al discorso appena fatto, poi aggiunge: «passo di qui quasi tutti i giorni per svolgere delle mansioni per conto mio padre E, ecco, mi scuso umilmente per l’interruzione messer…». «William» lo interrompe gentilmente il cantore con voce tremolante per l’emozione, «quindi sei tu che mi hai tenuto in vita tutto questo tempo» e sorride di gratitudine. «Non posso che ringraziarti, mio caro ragazzo, tuttavia una domanda sorge spontanea, anzi aggiungerei due: perché? Questi sono tempi oscuri, dove l’amore per il prossimo sembra svanito, quindi, perché ti sei preso cura di un perfetto sconosciuto senza averne niente in cambio? Inoltre, perché hai atteso tutto questo tempo per rivelarti? Ti prego, spiegami perché proprio non riesco a capire!». A tali domande Heliand ribatte dicendo: «Oh mio signore, privare i miei cari di un tozzo di pane di tanto in tanto non è sconveniente per loro, o per me. Mi fa stare bene essere d’aiuto a qualcuno, tutto qui». «Le tue onorevoli e memorabili gesta fanno di te un uomo esemplare e un giorno vedrai, sarai ripagato con la stessa moneta!» William ne è assolutamente certo. «Messer William…» dice Heliand dopo aver ascoltato le sue parole, con lo stesso entusiasmo di chi sta per rivelare un segreto custodito a lungo, «un’altra ragione per la quale vi donavo del cibo è che voi, mio signore, mi siete rimasto nel cuore fin da quando ero bambino, è come se aveste ammaliato, come dire… la mia anima con la musica che avete suonato tanti anni fa e che ho avuto la fortuna di sentire. S’impresse nel mio cuore e ne rimasi estasiato, tanto che la ricordo ancora e, non ci crederete, ho pregato tante volte Dio per poterla sentire di nuovo, ma voi, mio signore, non avete più suonato,


11 almeno fino a pochi attimi fa. Sentendola di nuovo, le sensazioni che ho provato da ragazzino sono tornate a me, come il profumo inebriante della primavera che si propaga nell’aria, reclamando un senso di libertà negato a lungo dall’inesorabile inverno» abbassa lo sguardo, «così non ho potuto fare a meno di bussare tanto ero emozionato». Dopo queste parole partorite dal cuore più che dalla mente, William, commosso e onorato da tanta sensibilità, non può fare a meno di trattenere le lacrime, così lo fa entrare nella sua umile abitazione. «Vi ringrazio, mio signore! Messer…». «Chiamami solo William, te ne prego» ribatte il cantore. «Mi sta bene!» aggiunge Heliand annuendo con un gran sorriso. «Quale insolito nome è il tuo giovanotto, cosa significa, di grazia? Oh ma che sbadato sono, siediti sulla sedia, dovrebbe essercene una da qualche parte e credo sia ancora in buono stato, io solitamente, mi siedo per terra, sulla paglia». «Grazie mio si… ehm, William» dice lui, «è un nome sassone e significa “il salvatore”, infatti la mia famiglia ha origini germaniche sebbene noi tutti a casa siamo cristiani». «Ormai qui tutti lo sono qui» replica William quasi come se volesse sottolineare l’ovvio, «sono stato tagliato fuori dal mondo ma di queste faccende sono ancora a conoscenza» aggiunge, «sono spiacente figliolo ma non ho cibo da offrirti per mangiare...». «Lo so, signore. Anzi, mi scuso per essermi presentato a mani vuote questa volta, ma non era nei miei programmi soffermarmi da voi, se non fosse stato per la vostra musica. A proposito, mio signore, di cosa narra esattamente?». Il cantore gli concede un altro sorriso gentile: «William, solo William» si sente in dovere di dire di nuovo. «Vedi, parla…» si sofferma a riflettere mentre si passa le dita sulla crespa barba, fissando il vuoto con lo sguardo spento, «parla di tempi lontani». «Lontani come quelli degli illuminati greci? O magari del tempo degli dei? O dei romani quando governavano questa terra?» domanda Heliand con viva curiosità. «No, ragazzo mio» William scuote la testa, «parla di cose che


12 dovranno ancora accadere, di un futuro senza futuro». Chiude gli occhi, sospira, una lacrima scende dall’angolo degli occhi per scomparire poco dopo tra i ricci della barba, «quello che più mi angoscia è che è tutto reale» trema facendo quella rivelazione, «potrà sembrarti assurdo, forse penserai che sia un pazzo, ma mi è stato concesso il dono di prevedere tutto questo… Oh no, non credere che sia una fortuna, caro Heliand» aggiunge il cantore percependo l’espressione stupita del suo interlocutore. «È più una maledizione che un dono ed è per questa disgrazia che mi sono rifugiato qui, isolato da tutti». Heliand si chiude in alcuni attimi di silenzio, per valutare e comprendere quello che aveva appena sentito. «Capisco la vostra scelta» dice facendo sobbalzare William, «cioè, di ritirarvi a vivere lontano da tutti, ma se, come voi affermate, la vostra epica ballata narra del futuro, potrei avere il privilegio di essere deliziato nuovamente con la sua melodia? Forse potreste alleggerire il peso del vostro fardello condividendolo con me. Perdonatemi ancora se la mia irriverenza vi sta recando offesa». Le parole del ragazzo riescono a stupire William: la sua confessione non lo ha turbato, non lo ha fatto fuggire via gridando di aver appena sentito il delirio di un folle. La musica e soltanto quella è il suo pensiero. «Certamente, Heliand» risponde con il cuore leggero. «La tua richiesta non mi offende in nessun modo, anzi, mi riempie non solo di gioia, ma mi rende perfino orgoglioso» e allunga la mano in direzione del ragazzo, quasi per sfiorarlo; dal canto suo Heliand, con una certa titubanza, solleva la mano e stringe quella del cantore. Dopo quel contatto, William dice: «Adesso presta orecchio e attenzione, e osserva questo stravagante strumento chiamato lira» recita il cantore mentre gli mostra l’oggetto. «Secondo un’antica leggenda greca il suo inventore fu Hermes in persona» comincia a raccontare, «quando era ancora in fasce, legò e poi tese sette budelli di buoi, che fungevano da corde, all’interno del carapace di una tartaruga, creando così questo meraviglioso strumento, al solo scopo di farsi perdonare da suo fratello, il grande Apollo, al quale aveva rubato un’intera mandria di buoi» prosegue William. «Credi, caro


13 Heliand, che il dio Apollo abbia punito il fratello alla fine?» una risata compiaciuta, «assolutamente no! Il suono della sua creazione sciolse il cuore ad Apollo come cera al fuoco. Ah, lo scaltro messaggero degli dei! Con questa meraviglia riuscì a entrare nelle grazie del fratello, afferrandolo per il suo tallone di Achille: la musica! Già, caro il mio ragazzo, la musica, la voce dell’anima!». Così il menestrello termina il racconto per poi iniziare a suonare la sua opera melodiosa, racconto di tempi futuri e molto lontani, descritti minuziosamente e la musica, che accompagna le parole, si fa sopraffina, evocativa, suscitando nel ragazzo un vortice di sensazioni uniche e sognanti mai provate in precedenza. È difficile credere che tutto quello che viene cantato possa nascere dalla mente di un essere umano così, terminata la struggente canzone, Heliand rimane attonito con gli occhi lucidi per l’emozione. Soddisfatto esordisce: «Quale celestiale melodia siete in grado di eseguire, mio signore! Nessuno prima d’ora era stato capace di farmi provare così tanta gioia e, allo stesso tempo, tanta malinconia». «Ti ringrazio mio giovane amico, ma è merito anche della mia fedele compagna, la lira!» si sente in dovere di precisare William con tono scherzoso per non apparire troppo superbo. «No, mio signore… ehm, no William! Voi siete un portento e vi sarà eternamente grato per aver assecondato la mia richiesta». La sua voce trema di emozione. «Ma ecco, mentre cantavate, ho udito che in quei tempi a venire ci saranno delle abitazioni altissime che offriranno riparo agli esseri umani e che questi ultimi potranno comunicare tra loro a distanze infinite e per di più senza proferir parola», adesso c’è meraviglia autentica nelle sue parole, «e che saranno capaci di spostarsi velocemente senza l’ausilio dei cavalli! Come può esser possibile tutto questo?». «Non mi è chiaro, caro Heliand, non mi è dato sapere come ci riescano, sono solo a conoscenza del fatto che è così. So bene anche che l’umanità sarà in grado di annientarsi con le sue stesse mani». William scuote la testa. «Non ci sarà più posto neppure per Dio negli anni bui del nostro futuro, sarò l’uomo il Dio di se stesso e, mi


14 chiedo, se sia questa la causa della rovina che ci attende!». «Sembra tutto così assurdo!» replica Heliand sbigottito, «non potete credere davvero queste fandonie!». È agitatissimo e scosso dalle parole del suo mentore, alzandosi di scatto dalla sedia. «È solo quello che ho visto» risponde William, «non è una supposizione, ma una mesta verità». La sua voce è calma, non c’è rancore per l’incredulità del ragazzo. «Le mie visioni sono continue e troppo precise perché siano solo immagini senza senso generate da una mente malata» spiega, «credimi, non c’è menzogna nelle mie parole né sortilegio alcuno in ciò che riesco a prevedere. Da principio lo credevo anch’io, ma è tutto terribilmente vero invece… Quante altre rivelazioni epocali potrei svelarti, Heliand, ma adesso non è il momento di sconvolgere ulteriormente il tuo animo». Dopo una piccola pausa, William si alza per poi prostrarsi dinanzi a chi è l’unico in grado di poterlo aiutare e gli tende le mani in segno di affetto e sincerità. «Ti scongiuro, aiutami, ragazzo mio! Aiutami a cambiare il corso degli eventi, siamo ancora in tempo. Porgimi il tuo sostegno, Heliand. Sii il mio bastone e i miei occhi. Da anni attendevo questo momento. Non posso più aspettare oltre, non ho più la forza di tenermi dentro questo fardello. Tu sei l’unico in grado di poterlo fare. Te ne prego, non sono pazzo!». «Mio signore, io vi credo!» risponde senza esitazione l’umile giovane, «ma ammesso che qualcun altro possa crederci, come riusciremo a non far perdere nel corso degli anni il nostro messaggio?». «La storia sarà tramandata di generazione in generazione, Heliand, proprio come accadde con i miti e le leggende che, nonostante i secoli, ancora sono vividi nei nostri ricordi!». «Voglio essere fiducioso e credervi sulla parola mio signore, sperando che accada come voi affermate». Ma l’uomo interrompe sospirando: «Per Diana, riesco a scorgere un futuro lontanissimo ma non mi è dato sapere ciò che accadrà domani. È una maledizione ragazzo! Te l’ho detto! Ma dobbiamo tentare comunque». «E quando agiremo?».


15 «Proprio adesso! Non possiamo aspettare oltre, l’attesa è finalmente conclusa. Il momento è giunto! Questa decisione sarà la via della redenzione, la giustificazione ai lunghi anni passati a nascondermi. Oggi è giorno di festa e malgrado la funzione sia terminata, una gran folla si raccoglie nella piazza della cattedrale, perciò avremo un pubblico numeroso. Ci recheremo là e inizieremo a darci subito da fare, mio caro Heliand». «Ma come farò con mio padre? Quello mi ucciderà se non sarò presto di ritorno a casa! E poi così, su due piedi… proprio non posso! Mi dispiace mio signore, ma io non sono un eroe!». «Mio giovanissimo amico, chi credi che siano gli eroi? Non sono le grandi gesta che fanno di una persona un eroe, ma tante piccole azioni fatte giorno per giorno e guidate dal buon senso a rendere eroe chi le compie» replica William. «Occorre tanta dedizione, costanza e forza di volontà… credo che sarà il mio destino, perché so che questo fardello non si alleggerirà una volta giunto alla piazza, tutt’altro! Dovrò perseverare perché, alla fine, nemmeno Roma fu costruita in un giorno solo» stringe le mani sulla lira, quasi come per trarne forza, «devo però iniziare a mettere le fondamenta e per farlo ho bisogno del tuo aiuto». Qualche attimo di silenzio, durante il quale nella capanna si sente solo il fruscio del vento che accarezza il tetto di paglia, «fa la tua scelta in maniera attenta, però falla in fretta perché il destino dell’umanità dipende da quello che deciderai». Dopo un tempo di silenzio assoluto e di profonda crisi per la scelta che gli si prospetta, il saggio Heliand, senza dire una parola, raccoglie il bastone dell’uomo porgendoglielo poi. William prende il bastone per poi afferrare la mano del ragazzo. Escono dalla capanna, diretti verso il centro della città, verso l’imponenza gotica della cattedrale di Canterbury, dove una piazza gremita di gente ignara li attende.


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III

I due compagni di viaggio lasciano l’umile capanna di William quando lo splendente astro che illumina la Terra ha già passato il mezzogiorno e il nostro eroe è portato per mano dalla sua guida scrupolosa. Egli si affretta come può a causa della cecità e della sua menomazione al piede sinistro. Il caldo incalzante rallenta il cammino della coppia tanto che, dopo alcuni minuti, William prega Heliand di fermarsi e riposare un po’: non è solo per l’età, ma la mancanza di abitudine nel compiere qualche passo. Il ragazzo lo adagia su di una pietra poco lontana del sentiero, dove un piccolo bosco sorge alle loro spalle. «Ah caro ragazzo, se continuo così, non arriveremo mai in tempo!». «Riposatevi, mio signore» risponde William, «rimarremo qui il tempo necessario e arriveremo alla cattedrale quando sarà il momento». «No, devo trovare la volontà per proseguire» ribatte William mentre si rimette in piedi. Heliand lo prende subito sottobraccio e, lentamente, riprendono il viaggio. Dopo un paio d’ore giungono in quello che, in passato, era un piccolo villaggio celtico immerso tra gli alberi, ricco ancora della sua emozionante misticità. «Mio signore, siamo giunti a un vecchio insediamento e, da quello che posso vedere, si direbbe di origine celtica!» lo informa Heliand. «Non sai quanto mi piacerebbe vederlo» risponde William, «la vista di quelle tipiche capanne dal tetto ovale e sporgente, ricoperto con zolle di erba sovrapposte ad arte avrebbe alleviato di sicuro la pena che ho nel cuore. Coloro che vi abitavano erano dei musici raffinati, ma non fa nulla caro ragazzo, proseguiamo oltre!» ribatte sicuro il cantore.


17 «Per Giove, le casette sono proprio come le avete descritte!» ci sono ammirazione e stupore nelle sue parole, «ma signore, siete proprio sicuro che non vogliate riposare un attimo? Ne trarrete sicuro giovamento!». «Va bene Heliand» lo asseconda, «ma non dobbiamo trattenerci a lungo: sento che la piazza non è lontana e, purtroppo, la sorte avversa che ci insegue non è zoppa come lo sono invece io!». Detto questo, i due si siedono nel terreno, coperto da un manto di erba verde e fresca. «Ah ragazzo, mi duole ammetterlo ma avevi proprio ragione! Le mie gambe stanche avevano bisogno di riposo». Passa poi una mano sull’erba dove sono seduti: «senti quanto è soffice!» ride il menestrello soddisfatto, strappando e annusando ciocche d’erba come se navigasse in un mare di monete d’argento, lasciandosi trasportare dall’estasi del momento. Heliand, soddisfatto di aver alleviato la fatica del suo mentore, si stende, ammirando il cielo sgombro di nuvole. Si mettono a parlare dei fatti irrilevanti della vita quotidiana, delle abitudini della piccola famiglia di Heliand e di come viveva William prima che perdesse la vista. Per alcuni momenti riescono a non pensare al fardello che pesa sulle loro spalle, si lasciano trasportare dalla dolce corrente della spensieratezza, ridendo e scherzando, rafforzando il legame di profonda amicizia tra i due. «Sai una cosa, caro giovanotto?» dice a un certo punto William, «il segreto della felicità è sognare senza razionalità!». «Parole sante, mio signore!» risponde Heliand, «ho inoltre la strana sensazione di conoscervi da una vita, anche se, a ben pensarci, è così!». «In effetti, hai proprio ragione» annuisce William, «hai degli amici Heliand?». «Be’, ne avevo uno, anni or sono, abitava con la sua famiglia non distante da noi, poi se ne sono andati senza preavviso e non l’ho più visto. Korl si chiamava, ed eravamo soliti parlare e giocare al pentagramma poi, a causa di una sconfitta litigammo e per alcune settimane non si fece più vedere».


18 «Oh, ne sono dispiaciuto! Sai però ragazzo che, spesso, da grandi litigi nascono grandi amicizie?». «Infatti fu così» dice lui, «alla fine decisi di andare da lui e chiarimmo. Così, da quel giorno, fummo ancor più uniti. Parlavamo di tutto, anche se le nostre idee erano spesso divergenti, forse era questa la ragione per la quale stavamo così bene assieme. Eravamo talmente diversi che un giorno intraprendemmo una discussione molto accesa su un fatto al quale assistemmo! Posso raccontarvi la storia? Tenterò di essere conciso, se voi me lo permetterete». William sorridendo, annuisce compiaciuto e Heliand prosegue con tono affabile. «Dunque, eravamo fuori a passeggiare quando vedemmo un’abitazione con il tetto sfondato per la caduta di un albero, era la casa di un anziano che noi tutti conoscevamo per la sua fama di essere molto puntiglioso» inizia Heliand il suo racconto, «l’albero era stato piantato malamente dal nonno del suo dirimpettaio ed entrambi erano a conoscenza di questo. Volarono insulti e minacce e anche qualche pugno. Io e Korl ce ne andammo perché la faccenda stava prendendo davvero una brutta piega e non volevamo essere coinvolti in quel litigio. Quando fummo lontani, Korl mi disse che, secondo lui, la colpa era del vicino del vecchio. Io replicai quindi che non si poteva ritenere colpevole un uomo al quale, un colpo di vento troppo forte, aveva abbattuto un albero piantato che l’anziano puntiglioso costruisse la sua casa proprio lì sotto! Non arrivammo a nessuna conclusione, ognuno di noi, infatti, irremovibile dalla propria convinzione. Tuttora, ogni tanto, ripenso a quell’albero e al nostro irrisolto dibattito. Chissà come sarà andata a finire e chi dei due aveva ragione!» conclude il giovane con un luccichio di curiosità nello sguardo. «Secondo il mio punto di vista, se posso intromettermi, nessuno dei due aveva ragione, così come non aveva torto» dice lui mentre, con un legnetto, traccia a terra un disegno che ricorda vagamente il numero sei; «questo simbolo ancora non è conosciuto qui, ma ben presto sarà adoperato, l’ho scorto nelle mie molteplici visioni: è un numero Heliand ed è il corrispettivo del nostro sei, ma per favore mettiti di fronte a me».


19 «Ci sono» ribatte il giovane mentre scatta velocemente cambiando posizione. «Molto bene! Il simbolo che vedi tu adesso, è un altro numero usato contemporaneamente al sei ed è un nove, o almeno lo è dal tuo punto di vista! Allora, io sostengo che sia un sei e tu che sia un nove, ma potremmo andare avanti così per una vita intera senza venirne mai a capo. Io ho ragione ma anche tu ce l’hai, così come, potremmo dire, che nessuno dei due la abbia. Abbiamo ragione entrambi, però dal proprio punto di vista, Heliand! Anche il bene e il male sono relativi: ciò che uno definisce bene, può essere considerato da un altro male. Chi detiene la verità, Heliand? Soprattutto, cosa è la verità e dove si trova? Nel mezzo? Oh no, mio giovane amico, è solo un terzo punto di vista, e a cavallo tra il bene e il male ce n’è un numero infinito! Alla fine ci sarà un compromesso grazie al quale uno dei due trionferà avrà ragione sull’altro, anche se questa ragione non è altro che il frutto di una convenzione ideata dalla società». «Quindi volete dire che una regola o una legge potrebbero essere errate perché chi le ha emanate avrebbe dovuto sostenere il concetto opposto?» Heliand si passa una mano sui capelli, piuttosto confuso. «Non proprio ragazzo mio, ma il punto è proprio questo: una regola non abbraccerà mai la sua forma perfetta con il suo opposto perché in tal caso entrambe le versioni sarebbero a errate! Sempre! Esistono solo i punti di vista che sono relativi e non assoluti, ognuno giusto e perfetto se lo si segue coerentemente da principio. Comunque la lezione riguardante te e Korl è applicabile per la maggior parte di quei casi nei quali vi è una divergenza di opinioni! Vedrai che, con il tempo, ti accorgerai che è così! Ecco, questo è il più importante insegnamento che ho mai appreso durante la vita, e, ricorda, è proprio la vita la maestra più severa ma più veritiera che potrai mai avere! Ah ah! Già!». «Ne sono convinto mio signore, i vostri insegnamenti sono molto persuasivi e saggi e credo che, da questo momento in poi, non perderò altro tempo per capire chi, tra me e Korl avesse ragione, grazie davvero!». Heliand cessa di complimentarsi e per un attimo pensa e spera con il suo compagno di viaggio desista dal compiere l’impossibile impresa, senza il peso oppressivo del compito che


20 avrebbe gravato su di lui. Il cantore, trascorso un po’ di tempo e dopo essersi pettinato la grigia barba con le dita come sua abitudine, si alza malamente e, aiutandosi con il bastone, ordina gentilmente: «Ragazzo mio, credo sia giunto il momento di rimetterci in marcia; mi dispiace veramente, con un pizzico di fantasia avremmo anche potuto vivere qui, indisturbati e finalmente liberi, ma i chiodi nel mio cervello mi causano dolori lancinanti all’anima, così devo portare a termine questa pungente missione. Ma se tu lo desideri, puoi sempre tornare sui tuoi passi e io mi arrangerò, in un modo o nell’altro!». A quelle parole, Heliand si sente sprofondare nuovamente, tuttavia afferra giudiziosamente, si alza a sua volta e dopo aver consegnato lo strumento al suo legittimo proprietario, riprendono a camminare, dirigendosi verso la piazza, mentre William ringrazia il giovane per il gesto di estrema fedeltà che gli ha appena manifestato. Passano quasi l’intero pomeriggio in strada, poi s’imbattono su due ponti costruiti sul Great Stour, il fiume che attraversa Canterbury come una vena argentea in diversi punti. I ponti suggeriscono ai due viandanti che la cattedrale con la sua piazza è ormai prossima, così proseguono oltre, dopo che Heliand accompagna l’uomo alla riva del fiume per bere. Dopo non molto, il loro viaggio finalmente termina, avendo percorso circa una ventina di chilometri in direzione est, giungendo davanti alla cattedrale circa un’ora prima del tramonto. «Ci siamo!» sbotta Heliand soddisfatto mentre fissa lo spettacolo che ha davanti agli occhi, «Oh mio signore, se solo poteste vederla…». «Vedere cosa, mio giovane Heliand?» chiede l’esausto menestrello intuendo comunque ciò di cui sta parlando Heliand. «La cattedrale, mio signore! La cattedrale! Non mi ero mai spinto fino a questo punto della città, né mai avevo potuto scorgere questa nuova meraviglia della quale tutti parlano con entusiasmo!». La chiesa irrompe nel cielo in tutta la sua imponenza. La facciata principale, che è fiancheggiata da due torri perfettamente simmetriche e la magnifica cappella della Trinità, seguono uno stile


21 gotico-inglese inconfondibile, al centro s’innalza la torre principale, la più alta. Da tutte e tre s’innalzano, dai quattro angoli della base piatta, dei pinnacoli che si stagliano contro il cielo. Heliand descrive minuziosamente tutto ciò al più sfortunato William, mentre si fanno spazio attraverso la folla che ancora anima la piazza. «Questo è il posto mio signore!» si compiace Heliand dopo aver assolto il suo incarico di guida, scortando il compagno incolume fino al punto designato. William resta per alcuni istanti in silenzio, meditando su ciò che avrebbe dovuto dire, cercando di riprendersi dalla fatica e dalla tensione accumulate durante il viaggio. Alla fine, dice: «Sì, mio caro amico, ce l’abbiamo fatta e tutto grazie a te. È giunto il mio turno, è il momento che faccia la mia parte in questo gioco iniziato tanti anni fa. Per troppo tempo mi sono nascosto dietro la vergogna ma adesso non posso più tirarmi indietro. Fatti da parte ragazzo mio, adesso tocca a me!». Anche se controvoglia, Heliand decide di dargli ascolto, arretrando di qualche passo e confondendosi così tra la folla. Non prima però di avergli consegnato la lira che aveva custodito in quell’ultimo tratto di viaggio. Il cantore Fatto un lungo respiro per infondere coraggio al suo cuore, il cantore esordisce urlando affinché quante più persone possano udire le sue parole. «Egregi abitanti di Canterbury! Vi supplico di prestarmi ascolto! Ho un messaggio da riferire a voi tutti!». «E quale sarebbe?» chiede ridacchiando un uomo basso e tarchiato, abituato comunque alla vista di saltimbanchi di ogni sorta che si appostano solitamente in questa piazza. «È una richiesta di aiuto proveniente da un’epoca lontana… futura!». Dopo un attimo d’incredulità, la folla scoppia a ridere. «Vi chiedo solo di credermi sulla parola messeri! O almeno di sentire quello che ho da dire!». Così facendo riesce a ottenere l’attenzione della piazza, iniziando a narrare la sua storia, la sua sventura e quella che attende il genere


22 umano, con il cuore in mano, calibrando le parole una a una senza commettere errori poi, per sensibilizzare il cuore dei presenti, inizia a suonare la lira, cantando la sua magnifica ode. La storia di William scorre fluidamente e alla fine, quando anche l’ultima parola di verità viene pronunciata dalla sua bocca, gli abitanti di Canterbury tacciono: è sembrata a tutti una farsa ben ideata, uno spettacolo dei tanti artisti di passaggio in città. L’incanto però si spezza quando un grido si leva della folla: «Come puoi sostenere di aver visto quello che hai raccontato? Questa parte non ti si addice, cieco!» a parlare così è stato un uomo alto e baffuto. «È vero! Messer Freeborg ha ragione!» gli fa eco un altro, «un cieco che afferma di vedere, o è un bugiardo o un vassallo di Satana, latore di sventura!». «Sì!» grida un terzo, «secondo me è solo un povero matto!». Così si consultano qua e là gli abitanti della capitale del Kent. «Vecchio pazzo! La tu a blasfemia è intollerabile!». «Ben detto, Fanny! Perché non mettiamo a tacere per sempre questo lestofante?». Questa è l’amara sentenza del popolo di Canterbury, rimasto indifferente alla dolcezza delle note di William: la sublime arte non si addice a chi possiede un cuore freddo come la pietra né a chi è ignorante per natura. Vengono branditi bastoni, la folla avanza minacciosa verso di lui. All’improvviso Heliand, facendosi largo a forza tra una persona e l’altra, si piazza davanti a William, facendogli da scudo. «Tenete a freno le vostre ire!» grida Heliand, «costui non è un impostore! È mio amico e non voleva prendersi gioco di voi, ascoltatelo, vi supplico, perché quello che vi ha narrato, un giorno si compirà davvero!». Ma qualcun altro fa sentire la sua voce: «Questo è il suo aiutante, anch’esso è un servo del demonio! Liberiamoci di loro dandoli in pasto alle fiamme!». Per William e Heliand la situazione sembra volgere al peggio, poi, all’improvviso, l’enorme portone della cattedrale si spalanca. Sulla soglia si affaccia il vescovo con il suo seguito. L’uomo osserva con una certa curiosità la folla davanti alla chiesa,


23 sul punto di linciare i due malcapitati. Intuendo quello che sta per succedere, allarga le braccia e ordina: «Basta così! Niente atti impuri davanti alla casa del Signore! E ora ditemi: cosa hanno fatto?». «Il menestrello cieco afferma di essere in grado di predire il futuro Sua Eminenza! Occorre liberare la città da questa blasfemia!». «Si dice che io sia vescovo, cristiano! Rivolgetevi a me con il corretto appellativo, ossia Sua Eccellenza… tornando a noi, non hanno commesso nessun altro crimine?». «No, mio signore eccellentissimo!». «Allora lasciateli al loro destino! Che vaghino raminghi per le terre o per i mari, purché non tornino mai più nella nostra città!». Poi, rivolgendosi e William e Heliand: «avete capito? E ringraziate Dio e il Signore salvatore che oggi mi hanno fatto destare di buon umore, o sareste stati cibo per i vermi! Adesso sparite e non tornate mai più, siete banditi per sempre dalla città di Canterbury! Così io ordino!». Dopo questo lapidario verdetto, il vescovo si volta di scatto mentre con la mano destra scosta, con un movimento repentino, la casula bianca che gli arriva sino ai talloni. Sparisce tra la folla che si fa da parte aprendogli un varco. Sotto gli sguardi curiosi dell’intera piazza ai due malcapitati non resta che fuggire via senza voltarsi indietro, lasciandosi alle spalle quella città e i suoi abitanti nei quali avevano riposto fiducia. Fiducia di essere creduti. Una volta usciti dalla città, Heliand cerca di rompere il silenzio imbarazzato caduto tra i due: «Credevo che un vescovo fosse più tollerante, perlomeno davanti a due persone visibilmente in difficoltà! Sarà di certo una persona colta, istruita, ma ha dimostrato di non essere poi così diverso dalla gente comune, non trovate?». «Ah, poveri noi! A mio avviso è un individuo che non si merita il nostro rispetto, né tantomeno merita l’appellativo che gli spetta! Può essere anche istruito e intelligente, ma l’intelligenza usata in modo sbagliato sfocia nella stupidità! Tienilo sempre presente, mio caro amico! Così come il fatto che occorre essere intelligenti per capire che una persona non lo è» replica William mostrando un certo


24 orgoglio personale, tuttavia turbato dalla situazione nella quale si sono venuti a trovare: è quasi notte, sono per strada senza viveri e per di più in luogo sconosciuto. «Domani mattina ci dirigeremo a sud, credo che sia la soluzione migliore, almeno così suggerisce il mio istinto! Sento che ancora ho molto da dire e non ti giudicherò ragazzo mio se vorrai tornartene a casa tua» aggiunge il cantore quasi temendo la risposta di Heliand. «Credo che tentare di nuovo sia d’obbligo e la sua non è una cattiva idea. Nuovo posto, nuova gente. E poi» aggiunge quasi sconsolato, «mio padre me le darebbe anche se tornassi a casa entro domani mattina, quindi, resterò con voi!». «Non dimenticherò ciò che hai fatto per me, Heliand, davvero, e ne sono molto felice… Adesso però pensiamo sola a riposare!». Allontanandosi dalla strada, i due si sdraiano per terra, cercando di dormire, in attesa dell’alba e di un nuovo giorno. Quando il sole sorge, si ritrovano in un paesaggio immerso nella natura, attraversato da un ripido sentiero. Il sonno porta consiglio a William e, dopo aver svegliato con delicatezza il compagno, gli dice che la nuova meta verrà raggiunta solamente incamminandosi verso nord-est. Heliand risponde con voce curiosa e ancora impastata di sonno: «Per quale motivo avete deciso di cambiare la nostra destinazione?». «Devi sapere, mio caro amico, che solo gli sciocchi non cambiano mai opinione e, allo stesso tempo, soltanto gli stolti lo fanno di frequente: diciamo che occorre una discreta dose di equilibrio Heliand, ed è questo il segreto per avvicinarsi alla sapienza, qualità assai rara tra gli uomini d’oggi» e sorride, come chi ha condiviso una profonda verità con una persona cara. «Questa mattina la freschezza della razionalità mi dice di seguire il nord, l’istinto è invece, be’, solamente anarchia, quindi lasciamolo stare almeno per il momento» aggiunge William alzando il dito indice, come per sottolineare l’importanza di quello che ha appena detto; «adesso è ora di andare, capirai il motivo della mia decisione strada facendo!». Heliand si alza, prende le loro poche cose e lo aiuta a mettersi in piedi. Nel silenzio assoluto di quella mattina, riprendono il viaggio,


25 penetrando in un’ampia area boschiva, accompagnati dal cinguettio degli uccelli e dal fruscio di foglie calpestate. Il sentiero scompare a tratti per poi riapparire più marcato di prima sotto gli occhi vigili di Heliand, sempre attenti a non perderlo. Di tanto in tanto, quando la traccia della via è più visibile, Heliand si distrae dal suo ruolo di guida e osserva spensierato gli alberi dal lungo tronco che si stagliano nel cielo azzurro. Studia con interesse il volto del compagno, in cerca di qualunque traccia di stanchezza. Fintanto che William sembra in grado di proseguire, non fa richieste di pausa. Giungono a un ruscello: qui il paesaggio è più sgombro e le piante hanno lasciato posto al torrente che scorre lento e pacato tra due piccole colline, tanto da dare l’impressione di essere in una valle in miniatura. Heliand guarda lungo la sponda in cerca di un ponte, ma non ne vede. Lasciando la mano di William, entra in acqua per accertarsi che non sia eccessivamente profondo e possa essere quindi attraversato con facilità. «Possiamo passare» dice dopo essere tornato dal cantore, «l’acqua è bassa!». E dopo aver preso la sua mano, lo aiuta nella traversata. Giunti a metà, nel punto più profondo, l’acqua arriva a lambire il torace dei viandanti ed è qui che le premure di Heliand aumentano, invitando William ad alzare la testa al cielo per evitare eventuali schizzi d’acqua sul volto, mentre tiene alto il braccio che impugna la lira e il bastone per non farli bagnare. Alla fine, una volta giunti sulla sponda opposta, i due si concedono una risata liberatoria per poi distendersi e lasciare che il sole li asciughi. Dopo un’ora abbondate di riposo, il viaggio riprende e Heliand sorride quando vede uno scoiattolo che, dall’alto di un ramo, li osserva incuriosito. È così immobile da sembrare impagliato, anche se, dopo alcuni istanti, arriccia il naso, come se volesse annusare l’aria e sentire l’odore di quelle strane figure. Il suo atteggiamento è di un animale abituato alla presenza degli esseri, tuttavia, quando un ramoscello si spezza sotto i loro piedi, scappa via, veloce come un ragno per scomparire tra le fronde. Heliand, incerto, alla fine decide di non condividere con il suo compagno quello che ha visto: teme di


26 poterlo in qualche modo ferire, di fargli pesare la sua cecità, così tiene per sé quella piccola meraviglia. Il viaggio prosegue e, tra brevi soste effettuate sopra dei massi e pesanti riprese di marcia, per smorzare la fatica e rendere partecipe il compagno di viaggio, Heliand esprime un suo pensiero: «Sapete? Se dovessi mai rinascere, vorrei poter vivere come un grande re, buono s’intende, ma grande, cosicché io possa essere acclamato e amato da tutti ed essere così spensierato e al contempo felice. Siete d’accordo?». «Oh no, no Heliand!» risponde William, «non direi proprio! Per esperienza personale prediligerei sempre e comunque una vita povera di responsabilità. L’unica che mi è stata data è fin troppo pesante per poterne sorreggere il peso e per quanto possano essere appaganti le responsabilità che ci sono assegnate, gravano comunque su di noi e ci schiacciano come macigni!» spiega, aggiungendo poi: «dimmi un po’: non sarebbe grandioso se potessimo scegliere la nostra prossima vita sulla base degli errori di quella passata?». «Immagino di sì» risponde prontamente Heliand. «Allora prova a immaginare anche questo» prosegue il cantore gesticolando per attirare maggiormente l’interesse del ragazzo, «immagina una moltitudine di persone che scelgono la propria esistenza, descritta e scolpita su delle piccole pietre. Esistenze di ogni tipo: vite di grandi re o di terribili tiranni, vite di persone ricche ma disprezzate dalla gente, altre celebri e belle, vite piene di attività di ogni genere da svolgere, senza poi contare reincarnazioni di animali, alcuni fieri e regali come le aquile, altri aggressivi come i leoni da chiunque temuti, ma se tu ti isolerai dal gruppo e con accuratezza cercherai per terra, ci sarebbe un sassolino scartato da tutti! E cosa troverei su di esso?» chiede Heliand raccogliendo un legnetto dal sottobosco. «Ah, su di esso ci sarà scolpita l’esistenza più anonima che ci possa essere: una vita umile, lontana dagli affanni e dalle preoccupazioni quotidiane che gli impegni e le persone altrui recano malamente, priva soprattutto di avvenimenti rilevanti, sia nel bene sia nel male, in pratica un’esistenza tranquilla. Potrà sembrare noiosa, monotona,


27 ma cela la chiave della vera ricchezza, in altre parole costruire la propria strada grazie a piccole cose che alla fine la rendono grande: una vita che i superficiali tendono a scartare, giudicandola priva di emozioni, ma che, in verità, è saggiamente raccolta da chi sa aspettare, valutare e infine assaporare l’essenza stessa della vita!». «Quanta saggezza nei vostri insegnamenti mio signore!» dice Heliand colpito dalle parole del cantore. «Ah, mio caro Heliand!» riprende William dopo una piccola risata, «non è mia la saggezza, è solo un vecchio racconto. Io mi limito solamente a leggere, o per meglio dire, mi limitavo a farlo quando ancora avevo la fortuna di vedere, tu però puoi farlo, puoi aspirare alla conoscenza, e credo che tu possieda tutte le capacità necessarie per raggiungere la saggezza!». «Lo credete veramente?». «Ma certo! Tu non sei ignorante, non lo sei di natura e sai perché?». Il ragazzo lo guarda storcendo la bocca tentando di nascondere l’incertezza della sua risposta che rimane quindi a cavallo tra un sì e un no. «Allora te lo dico io, giovanotto» e stringe con più vigore la sua mano, «perché tu sei molto curioso, ed è proprio la curiosità che spinge l’uomo a porsi sempre nuove domande e a cercare sempre nuove risposte! Chi sa molte cose, ma non s’impegna nella ricerca, è a mio avviso un ignorante». Resta un attimo in silenzio per dar modo a Heliand di comprendere le sue parole, poi continua: «il rifiuto della conoscenza e, peggio ancora, il suo disprezzo, generano ignoranza mentre la tua curiosità ti rende già da adesso saggio e sapiente, indipendentemente dalla tua cultura!». Alza l’indice, puntandolo dritto verso il cielo. «Dell’arte e della sapienza non dovremmo mai essere sazi, anzi, dovremmo farne un continuo abuso, divorarne l’essenza, senza mai fermarsi, come in una scalinata, cercando di salire sempre più in alto, passando a forme di sapere sempre più impegnative, in un processo che ci possa, alla fine, permettere di raggiungere uno stato superiore, sublime!». Heliand spezza però il lungo pensiero di William con una domanda. «E se non dovesse aggradarmi, come voi dite, una determinata


28 forma d’arte? Come posso comprenderla? Farla mia? Sarebbe tedioso cimentarsi in qualcosa che si fa controvoglia!». William sembra sia stato colto alla sprovvista, ma poi, dopo la solita e divertente pettinata di barba, risponde: «È facile! Se non dovesse piacerti, la ignori, semplicemente! Ma bada bene che, se un’ode o un poema non fossero apprezzati, in futuro potrebbero deliziare l’anima più di qualunque altra cosa prima di allora così, ciò che si reputa sgradevole con certezza, si rivela essere il nostro più grande punto di forza!» continua il cantore con tono affabile, «ciò avviene grazie al fatto che durante il nostro primo approccio, non aveva raggiunto il livello spirituale necessario per apprezzare quella specifica forma d’arte! Così Heliand, tu credi di saper distinguere un rifiuto dato da una mancanza di conoscenza e approfondimento, da quello irrimediabile, dettato dal nostro carattere e dall’istinto, in quanto radicato troppo in profondità dentro di noi? Difficile analizzare questo caso, anche per noi stessi, tanto vale, quindi, tentare sempre di approfondirlo per scoprirlo. Se uno rifiuterà a priori una crescita spirituale progressiva non maturerà mai! Comunque questo è un altro discorso, mio giovane amico e credo di averti annoiato fin troppo con i miei discorsi, dacché la tua domanda era solo di cortesia» sorride, «perdona la mia mente, si è dilungata troppo». «Oh no, William, vi assicuro che ero interessato, voi avete una cultura sopraffina e…». Questa volta è il cantore a interromperlo: «Risparmia la tua compassione, sei troppo gentile perché io non possa notarlo, ah ah! Ehm… tornando al discorso delle pietre scolpite, sono contento che ti sia piaciuta la storia, io personalmente aspiravo a questa vita, a una vita senza affanni intendo, anche se ero consapevole di rincorrere una chimera, poi sono arrivate le visioni e tutto è cambiato da allora, senza contare che, per colpa mia, ho privato di questo sogno anche te». «Oh no, assolutamente no, mio signore! Sono fiero di essere qui con voi, così come sono certo che alla fine troveremo chi si fiderà di noi!».


29 «Sei molto caro, ragazzo mio». I due proseguono verso l’uscita del bosco e sempre più vicino alla meta prefissata: la costa.


30

IV

I giorni e i mesi trascorrono veloci e così, dall’ultima esperienza vissuta a Canterbury, i due viandanti sono adesso lontani da casa e cercano di sopravvivere di giorno in giorno con le monete d’argento che William è in grado di guadagnare suonando la lira nelle piazze dei piccoli villaggi che incontrano lungo il loro percorso. Il tempo trascorre più lentamente, William e Heliand non rinunciano mai al loro compito, mentre uno sempre più anziano e mal ridotto zoppica, l’altro con caparbietà lo sorregge tra l’indifferenza e l’incredulità del tempo. Durante il loro vagabondare, in una giornata caratterizzata da un clima rigido, incappano in una città della costa: Whitstable. Ci sono fattorie in abbondanza e, ancor più verso nord, una strada costiera. Il loro lungo, difficile, e per adesso infruttuoso viaggio si è protratto per circa mezzo anno, così si ritrovano sotto un grigio e freddo cielo invernale, in una città sconosciuta e lontana da quella che in passato era la loro casa. Avanzano arrancando per la fatica e, come se questo non bastasse, delle nubi si stanno rapidamente ammassando, formando dei cumuli neri e densi che non promettono nulla di buono. Il vento gelido penetra fin nelle ossa dei due e, sebbene abbiano già affrontato il clima avverso, adesso le ammaccature e la spossatezza accumulate, rendono William e Heliand completamente privi di forze e maggiormente vulnerabili. Senza poi dimenticare un’indesiderata e persistente compagna di viaggio che è con loro tutti i giorni: la fame. Sono, infatti, passati un paio di giorni dall’ultima volta che hanno mangiato, quando un anziano contadino li ha accolti nella sua malridotta abitazione ospitandoli per la notte. Le nubi svolgono il loro dovere e così, dopo pochi minuti, inizia a piovere con insistenza, cosa questa che rende la città vuota e morta,


31 facendo assumere a Whitstable un’atmosfera spettrale. Stremato, William si rivolge al compagno di viaggio fermandosi all’istante: «Heliand, ho un assoluto bisogno di riposare, non posso procedere ancora. Per cortesia, fermiamoci da qualche parte!». Il ragazzo si guarda intorno e vede alcuni alberi spogli che però offrono un discreto riparo. Stringe il braccio di William per sorreggerlo durante i pochi passi che li separano da quel riparo improvvisato. Una volta lì, il giovane fa sedere William sul punto che ritiene meno esposto all’acqua e allo stesso tempo più comodo, con le spalle appoggiate su di un muro di pietra eretto dietro agli alberi. I due restano in silenzio a lungo poi, dopo una lunga e riflessiva pettinata con le dita alla sua incolta, intrisa di acqua e sempre più lunga barba, William tenta di alzarsi in piedi, appoggiandosi al bastone. «Ragazzo, che ne dici se prendiamo la via lungo la costa, verso nord, che ci aveva indicato quell’uomo proprio ieri? La direzione che abbiamo intrapreso è quella giusta se non vado errato e vorrei finalmente udire il suono del mare e forse, chi lo sa, troveremo qualche anima buona che crederà al nostro racconto facendoci delle domande sull’argomento e donandoci magari qualche buon tozzo di pane! Heliand, amico mio, cosa ti accade? Avverto il tuo turbamento!». «Non è nulla, mio signore, è solo che rifletto sull’utilità della nostra missione e se ne varrà la pena», risponde lui con cupa sincerità, «mi lacera l’anima poi, il fatto che non rivedrò mai più mio padre né la mia cara madre. Cosa staranno facendo in questo istante? Avranno di certo bisogno di me, potrebbero essere malati o addirittura morti. Comunque non vi date pena alcuna mio signore, non ho fallito, non finché sarò il vostro bastone e i vostri occhi e sono lieto di aver realizzato tutto questo con voi» prosegue dopo un brutto sospiro. «Tutto è così confuso, è accaduto così in fretta! Le vostre visioni, l’esilio, il fatto che nessuno vi crede! Il nostro è un messaggio che dovrebbe interessare a chiunque, invece o ci ignorano o ci cacciano via, prendendo la vostra canzone come una novella per bambini. Più


32 stiamo a contatto con le persone, e più mi sento solo! Perché è così difficile William? Eppure parliamo tutti la stessa lingua! Chi siamo noi tutti in realtà? Non possiamo più far nulla di ciò che abbiamo già tentato di fare e, poiché adesso tutto va in malora e non potrebbe andare peggio, credo proprio che sia finita!». Mentre è roso dal dubbio, Heliand scoppia in un pianto di disperazione e s’inginocchia con i pugni sprofondati nel fango della strada, in segno di resa. Le gelide gocce di pioggia si mescolano con le calde lacrime che bagnano il suo volto e dai suoi biondi e lisci capelli, ormai intrisi d’acqua, scolano rivoli di pioggia che finiscono nel fango. William, appoggiando la mano sulla spalla del suo disperato amico, sussurra: «So che ormai tutto sembra perduto, ma permettimi di contraddirti in un punto: questa non è la fine. E sai perché? Alla fine della storia, tutto andrà bene ed è proprio per questo che adesso va tutto in malora!». Segue una pausa, poi William sospira: «hai sempre fatto affidamento sul tuo istinto e la tua forza di volontà mi ha sempre stupito, guidato e stimolato, perciò adesso tentiamo di andare avanti per la nostra strada, come sempre abbiamo fatto, senza voltarci indietro, senza che tutto ciò possa segnare la parola fine. Sei stato un grande amico, mai mi hai abbandonato e di questo te ne rendo infinito merito, credo inoltre che anche i tuoi genitori sarebbero orgogliosi di te, per cui grazie mio fidatissimo Heliand. Grazie di cuore! Adesso però, afferra la mia mano cieca te ne prego e guidami verso la via che porta al mare…». William tende la mano verso il giovane che gliela afferra saldamente e, con le poche forze che gli sono rimaste, lo solleva da terra. Le parole del menestrello hanno sfiorato il suo cuore, esortandolo a percorrere la sua strada, quando, per la prima volta nella sua vita, gli viene tesa una mano amica proprio da chi da sempre ne ha avuto estremo bisogno, anche solo per compiere piccoli passi. Faticosamente prendono la via che porta al mare fino a giungere nel luogo dove sono visibili i lavori per l’estrazione del sale marino, principale attività della zona. Sebbene nell’attuale periodo dell’anno i lavori siano fermi, Heliand vede una figura nel bel mezzo del


33 cantiere, ben riparata dalla pioggia, che, vedendoli, li chiama. «C’è un uomo che ci chiama!» urla Heliand con speranza ritrovata. «Attendete qui, mio signore, vado a sentire cosa vuole e chiederò poi se stiamo andando nella direzione giusta!». «Vai pure, mio giovane amico» risponde pacatamente il cantore. Il ragazzo corre verso l’uomo e, mentre i due stanno parlando, William riesce a percepire, flebile, il brusio delle onde. Senza pensarci due volte, lo segue zoppicando sul suo bastone. Intanto la pioggia sembra dare una tregua, finché cessa del tutto. Il cielo è grigio, ma all’orizzonte si apre lentamente uno squarcio tra le nubi che lascia intravedere il sole del tramonto. Una volta giunto alla meta, il menestrello realizza che il terreno argilloso è cambiato: si trova ora in una spiaggia. Il vecchio cantore assapora il suono delle onde e alla fine si genuflette sulla fredda sabbia. Dopo qualche attimo si rialza e, dolorante come non mai, si priva del bastone, lasciandolo cadere a terra. Si spoglia e, con le ultime forze, si getta nel gelido Mare del Nord per lasciarsi lentamente trasportare alla deriva, abbandonandosi al suo destino. Cullato dalle onde, mentre la corrente lo porta sempre più al largo, ringrazia il suo unico amico per la sua sconfinata devozione e la sua bontà d’animo. Heliand, finito di parlare con lo sconosciuto, torna indietro e, non trovando più William, intuisce subito dove possa essere andato. Si affretta a raggiungere la spiaggia di sabbia rossastra indicatagli dall’uomo nella salina ed esulta quando scorge sulla sabbia le impronte dell’amico. Un senso di vuoto s’impossessa però di lui quando vede, in riva al mare, il bastone e le vesti del cantore. Comincia a chiamare, scrutando l’orizzonte. Solo dopo qualche, lunghissimo minuto, intravede il suo corpo in lontananza. Si tuffa frettolosamente in mare, gettando la lira sulla sabbia umida, e inizia a nuotare verso l’amico e compagno che ha segnato la sua vita. Le forze però sono poche e la stanchezza pesa su Heliand come un macigno sadico che comincia spingerlo inesorabilmente verso il basso, consapevole solo adesso che il cantore, colui che avrebbe


34 dovuto salvare l’umanità, aveva già da tempo perso ogni speranza. Le fredde acque del mare lo rendono inerte facendolo annegare tra i flutti, mentre tenta futilmente di tendere per l’ultima volta la mano all’amico. La lira giace muta sulla spiaggia, così come le orme di William e Heliand, che restano impresse nella sabbia come ultime testimoni della sorte dei due uomini, per poi svanire lentamente, una dopo l’altra, trascinate via dalla dolce carezza delle onde.   )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD

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Prometeo  

Gabriele Uva, fantascienza, catastrofico. Il romanzo "Prometeo" narra della fine del mondo e di un essere umano, unico superstite della sua...

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Gabriele Uva, fantascienza, catastrofico. Il romanzo "Prometeo" narra della fine del mondo e di un essere umano, unico superstite della sua...

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