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CLAUDIO PAGANINI

PANDEMIA

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PANDEMIA Copyright © 2011 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2012 Claudio Paganini ISBN: 978-88-6307-419-2 In copertina: Immagine Shutterstock.com

Finito di stampare nel mese di Febbraio 2012 da Logo srl Borgoricco - Padova


Prefazione

L’incubo più ricorrente di ognuno di noi è la malattia. In passato grandi epidemie hanno colpito il genere umano decimando intere popolazioni. Solo grazie alle ridotte possibilità di viaggiare dell’uomo antico e alle innovazioni scientifiche in campo medico dell’uomo moderno l’umanità è potuta sopravvivere a queste tremende prove. Ma cosa succederebbe se un incubo biologico facesse la sua comparsa oggi, con le infinite possibilità di collegamento di ogni parte del globo ma senza possibilità di essere debellato con i farmaci attualmente disponibili? Dall’autore di “Quarta dimensione” un altro avvincente romanzo che vi farà temere per il prossimo futuro, facendovi precipitare in un incubo senza fine. Non è solo fantasia… potrebbe accadere davvero.


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Capitolo 1

Quando sono tornato in me, mi sono accorto subito che qualcosa non andava. È come svegliarsi di soprassalto, nel cuore della notte, perfettamente lucidi e pronti ad alzarsi. La sensazione che ho provato in quell’istante è stata molto simile a quella ma, nello stesso tempo, differente. C’è troppo silenzio intorno a me e troppo buio. Nella vita di tutti i giorni è, in pratica, impossibile dormire nell’oscurità più totale e nel silenzio assoluto salvo che non ci si trovi nelle profondità di una grotta ma, per quanto mi sforzi di ricordare, non mi sembra di essere stato in qualche caverna ultimamente. Cerco di girarmi su un fianco ma non ci riesco e il panico mi assale come un’onda di marea: perché non riesco a muovermi? Il cervello comincia a lavorare a pieno regime, scacciando gli ultimi postumi del sonno appena lasciato. Mi scopro sdraiato supino su qualcosa di duro, insufficientemente imbottito da un sottile strato di gommapiuma. Sento con la punta delle dita il rivestimento plastico dell’imbottitura, fredda e liscia come il cuscino di una poltrona o il materassino di una lettiga. “Sono forse in ospedale?” mi scopro a pensare, scartando subito l’idea: troppo silenzio, anche per una corsia ospedaliera. Ma allora dove mi trovo? Provo a urlare, a chiedere aiuto, ma il suono che esce dalla mia gola è flebile, rauco e dubito che qualcuno possa sentirlo. Ancora una volta il mio cervello mi stupisce e analizza in fretta questa nuova informazione. Muovo con cautela le dita delle mani e poi quelle dei piedi e con sollievo scopro di non essere paralizzato: è una scoperta che mi tranquillizza all’istante, mentre mille domande affollano la mia mente; sono disteso ma non paralizzato e, nonostante ciò, non riesco a muovermi. Vengo colto da un’altra paura: forse sono cieco e sordo e questo spiegherebbe il perché dell’assenza di stimoli esterni ma poi ricordo il debole lamento che è uscito dalle mie labbra.


6 “Non sono sordo né paralizzato e questo è già qualcosa ma cosa posso fare ora?” Le parole fluiscono leggere nel mio cervello e subito questo risponde fornendo alternative all’inutile attesa. Cerco di deglutire saliva per lubrificare meglio le corde vocali e scopro di avere la gola arsa e una sete terribile. Dopo qualche minuto riprovo a chiamare aiuto e questa volta la voce esce limpida e chiara. «Aiuto, qualcuno mi aiuti! Mi sentite? C’è nessuno? Per favore rispondete, c’è nessuno?» L’eco delle mie parole rimbalza da una parete all’altra senza fine, sempre più flebile, fino a cessare del tutto. Nessuno risponde al mio disperato appello e tutto torna come prima: buio e silenzio mi avvolgono come un penoso sudario. Non posso cedere al panico che sento salire dentro di me e decido di reagire in qualche modo. Innanzitutto cerco scampo nella ragione analizzando meglio la situazione: devo trovarmi in una stanza abbastanza spoglia visto che la mia voce ha prodotto un'eco simile a quella che si sente quando ci si trova in un locale vuoto; devo essere anche al di sotto del livello del suolo perché solo così riesco a spiegarmi l’assenza di luce e di rumore. Rimane da verificare come posso fare ad alzarmi da questo scomodo giaciglio e cercare di andarmene da qui. Lentamente muovo tutti i muscoli e dopo qualche tentativo questi cominciano a rispondere ai miei comandi. Fanno male e si flettono con fatica ma, con costanza e caparbietà, riesco a tornare padrone del mio corpo. Non sono legato e questo è un gran sollievo ma mi preoccupa che il mio fisico risponda così debolmente ai miei ordini: devo essere stato sdraiato molto a lungo per subire un’atrofia muscolare di questo genere. Con infinita cautela cerco di mettermi a sedere e qui arriva il primo inconveniente: tutto comincia a girare intorno a me, vorticosamente, mentre una forte nausea mi assale. «Accidenti» impreco tra i denti, mentre cerco di rimanere in equilibrio. Poi tutto miracolosamente passa e mi ritrovo seduto, con le gambe a penzoloni, sul bordo del mio giaciglio. Ansimo per lo sforzo ma sono deciso più che mai a continuare: allungo una gamba cercando a tastoni il pavimento, ma ho sopravvalutato le mie forze e il mio corpo, sbilanciato, piomba a terra. L’urto è tremendo e il contraccolpo si ripercuote dappertutto lasciandomi dolorante e senza fiato. «Se fossi stato seduto sull’orlo di un baratro, invece che su un lettino, sarebbe stato molto peggio…» penso con sollievo e la risata che ne


7 consegue rimbalza su muri invisibili rompendo quel silenzio opprimente. «Beh, almeno esiste un pavimento…» dico ad alta voce: questo è l’unico modo che ho per sentirmi vivo e per non impazzire del tutto. Appena posso mi metto a carponi e comincio l’esplorazione di quello strano mondo che mi circonda e quello che inizio a scoprire mi lascia sempre più perplesso. Innanzitutto ero realmente sdraiato su una specie di lettino, sostenuto da un unico supporto centrale, una sorta di colonna di metallo, fredda e liscia. Seguo i contorni del mio giaciglio e riesco a mettermi in piedi ma le sorprese non sono finite, perché questo, spinto dal mio peso, comincia lentamente a ruotare e io mi ritrovo di nuovo a terra. Questa volta riesco a tenermi e l’impatto è meno traumatico. «Accidenti!» grido, unendo a ciò una serie di imprecazioni irripetibili. «Ma è mai possibile che non riesca a stare nemmeno in piedi?» grido tra i denti, mentre quest’esplosione di rabbia stranamente mi calma. Con infinita attenzione mi rialzo e mi appoggio con i glutei al lettino. «E ora? Cosa faccio? Da che parte vado?» Non avendo punti di riferimento, decido di allontanarmi in linea retta e di cercare di arrivare senza altri incidenti alla parete che suppongo esista davanti a me. Passo dopo passo, esploro con la punta del piede il pavimento circostante e, solo dopo aver appurato di non avere ostacoli nelle immediate vicinanze, comincio a muovermi. Ripetendo quell’operazione una decina di volte arrivo finalmente nei pressi di qualcosa; impaziente lo esploro con le dita e lo riconosco immediatamente: è un piccolo lavandino di metallo, freddo e asciutto, sormontato da un rubinetto che, al momento, mi sembra il più prezioso oggetto che esista. Cerco freneticamente di aprirlo e, quando ci riesco, un getto d’acqua precipita nel lavandino sottostante producendo un frastuono infernale. Bevo a mani giunte grandi sorsi di quel liquido ristoratore e, anche se il gusto non è dei migliori, lo trovo la bevanda più buona che esista, un’ambrosia che lenisce la mia sete e riempie il mio stomaco. Lascio che quel prezioso liquido scorra sulle mie mani e solo dopo alcuni minuti mi sciacquo vigorosamente il viso. Ora sì che mi sento meglio e pronto a ricominciare l’esplorazione. Decido di seguire la parete che ho appena trovato in senso orario in modo da percorrere tutta la stanza senza mai scostarmi troppo dalla parete. Dopo, forse, avrò le idee più chiare e potrò decidere di esplorare la parte centrale dove, suppongo, ci sia ancora il mio lettino ad


8 attendermi. Faccio pochi passi reggendomi alla parete e quasi inciampo in qualcosa di non ben definito: mi chino e tasto l’oggetto senza tuttavia riconoscerlo. È freddo, metallico, squadrato ed è collegato a qualcosa tramite un grosso cavo. Sono ancora incerto su cosa ho trovato, quando le mie dita finiscono sopra un pulsante e inavvertitamente lo premo. Ciò che succede subito dopo è dolore allo stato puro: improvvisamente tutta la stanza s’illumina di una luce bianca, violenta, troppo intensa perché i miei occhi possano sopportarla. È come se una lama rovente mi penetrasse nel cervello passando attraverso i globi oculari, distruggendo e martoriando tutto ciò che incontra sulla sua strada. Temo di aver subito lesioni a entrambe le retine perché nel momento in cui è esplosa tutta quella luce sicuramente avevo gli occhi spalancati e le pupille dilatate. Ritrovo a fatica l’interruttore e spengo tutto ma il dolore non accenna a diminuire e finalmente svengo. Non so quanto tempo è passato quando riprendo i sensi ma la testa mi martella furiosamente e gli occhi mi bruciano; calde lacrime bagnano e detergono le pupille ma il dubbio di non poter mai più vedere mi assale con tutto il suo orrore. Ricordo in un istante quella luce abbagliante e tutto il dolore provato ma in mezzo a tanta sofferenza si fa strada un’immagine sfocata che diventa via via sempre più nitida. Sono in una stanza ampia, rettangolare, che, per quello che posso ricordare, sembra una via di mezzo tra un’infermeria e un laboratorio. Più avanti, lungo la parete, dovrebbe trovarsi un lungo bancone pieno di strumenti elettronici collegati alla consolle che ho trovato: decido di verificare questa nuova informazione. Il lungo bancone da laboratorio è lì dove pensavo che fosse e questa è l’unica notizia confortante della giornata perché, per il resto, non mi sembra che ci sia qualcosa che vada per il verso giusto. Faccio scorrere le dita con cautela su tutta la superficie del piano ma, a parte alcuni fogli di carta, non trovo nulla che possa aiutarmi. Continuo ad aggirarmi per la stanza brancolando come un povero cieco e, per la prima volta da quando mi sono svegliato in quest’incubo, la fortuna mi viene in aiuto. Finisco, infatti, praticamente addosso a una piccola scrivania corredata di una sedia girevole munita di rotelle. «Questa sì che è fortuna» mormoro sottovoce, quasi con il timore che qualcuno mi senta. «Con questa dovrebbe essere più semplice scoprire dove sono.» Mi siedo e con calma cerco qualcosa che mi possa aiutare a uscire da


9 questa brutta situazione, mentre gli occhi continuano incessantemente a dolere e a lacrimare. Apro il primo cassetto e poi il successivo ma non trovo nulla d’utile e così mi dedico, con l’ultimo briciolo di speranza, alla zona immediatamente circostante e lì la grande scoperta: una lampada da tavolo nell’angolo destro della scrivania stava aspettando paziente che io la trovassi. Memore del fatale errore precedente, esploro quell’oggetto con tutta la cautela possibile e finalmente trovo l’interruttore scoprendo, con somma gioia, che si tratta di un variatore d’intensità di luminosità. Con infinita cautela sposto il cursore, lentamente, quasi in modo impercettibile e un tenue barlume comincia a illuminare la lampadina alogena. Tra le lacrime scorgo quel minimo chiarore e il cuore mi si riempie di gioia. «Non sono cieco, non sono cieco!» continuo a ripetere all’infinito, mentre regolo la luminosità a un livello sopportabile per miei occhi offesi. Non riesco a vedere quasi nulla ma è così tanta la gioia che non ci faccio quasi caso. Sono seduto a una scrivania di legno, di quelle che si trovano nei vecchi uffici, su una poltroncina che mi permette di ruotare su me stesso e di spostarmi in tutte le direzioni. Perdo tempo a giocare come un bambino mentre la vista gradatamente si fa più nitida e scopro di poter sopportare sempre maggiori quantità di luce, fino a quando un debole chiarore scaccia definitivamente le tenebre da quella stanza. «Dove cavolo mi trovo?» penso ad alta voce mentre una debole eco rimbalza sulle pareti. «Come diavolo ho fatto a capitare qui?» Depresso per non riuscire a trovare una risposta alle domande che mi affliggono, torno a sdraiarmi sul lettino e, stranamente, mi addormento.


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Capitolo 2

Mia madre mi raccomandava sempre di non guardare fisso il sole perché ne avrebbero sofferto gli occhi ma io, come al solito, ho disobbedito e adesso piango per il bruciore. Sono disteso a pancia all’aria nel giardino di casa ma non ho il coraggio di rientrare a farmi consolare dalla mamma: so che mi sgriderà e non mi farà più uscire, perciò mi sfrego con forza le pupille nel vano tentativo di lenire il fastidio. Nell’erba alta i grilli continuano imperterriti a frinire, producendo un fastidioso ronzio. “C’è qualcosa che non quadra” penso tra me, mentre gli ultimi ricordi del sogno appena fatto svaniscono. Immediatamente ritorno alla realtà e sono subito sveglio: non so quanto tempo sia passato ma mi sento notevolmente meglio e pronto a dare una risposta ai mille quesiti insoluti che mi opprimono come un gravoso sudario. La lampada manda ancora il suo tenue bagliore e scopro con soddisfazione che gli occhi non solo non mi fanno più male ma si sono abituati a quel chiarore diffuso, scoprendo nuovi particolari del luogo dove mi trovo. C’è una porta sulla parete opposta alla scrivania e una serie di stipetti metallici allineati vicino a essa. Mi avvicino a questi ultimi e comincio ad aprirli uno dopo l’altro ma la luce che proviene dalla lampada non mi permette di vedere cosa contengono; con un certo timore, aziono nuovamente il variatore di luminosità fino a quando tutta la stanza s’illumina di una calda luce diffusa. Non trovo un granché a parte qualche camice e degli articoli di cancelleria. Tutti gli armadietti hanno una targhetta con inciso un nome: li leggo ad alta voce cercando, nei recessi più bui della mia mente, un qualsiasi collegamento che possa spiegarmi che diavolo ci faccio in un posto da incubo come quello. «Abrams, Alonso, Miller, Lafitte, Rubin,…» Nomi senza senso e senza connotazioni particolari, persone senza volto e prive di collegamenti con la mia vita precedente. Prelevo a caso un camice,


11 alcuni pennarelli e, nell’ultimo stipetto, un taccuino pieno d’appunti. Torno al lavandino e mi guardo allo specchio. «Almeno so chi sono» mormoro sovrappensiero «anche se sono pallido e non proprio in ordine.» Già, perché la memoria è l’unica cosa che è rimasta lucida in mezzo a tutte queste allucinazioni: ricordo benissimo chi sono e cosa facevo fino a qualche tempo fa ma non riesco né a ricordare né a capire come posso essere finito qui. Mi chiamo Steven Arthur Gulty e sono, o meglio ero, a capo di una delle maggiori industrie farmaceutiche della nazione. Sono colui che ha finanziato e incoraggiato l’esplorazione, lo studio e lo sfruttamento di una nuova frontiera della medicina moderna: la nanotecnologia a livello molecolare. È mio il primo brevetto per la sperimentazione di una nuova tecnica auto immunizzante che sfrutta e integra la biologia molecolare con la microminiaturizzazione di elementi semi-biologici. In poche parole siamo riusciti, sia pure a livello sperimentale, a produrre un microrobot autoreplicante semi-biologico capace di installarsi nel corpo ospite e provvedere a tutte quelle funzioni che, finora, erano espletate dal sistema immunitario, in modo più rapido, efficace e selettivo. I nanodroni - così sono state chiamate queste stupefacenti unità vengono iniettati nel malato ed entrano subito in simbiosi con il corpo che li ospita: prelevano tutte le informazioni dal patrimonio genetico cellulare e cominciano a replicarsi. Raggiunto un numero sufficiente iniziano la produzione in larga scala delle sostanze utili a debellare il male che affligge il paziente. Per rendere temporanea la cura ed evitare che i malati, col passare del tempo, sviluppino una dipendenza dai loro simbionti, i nanodroni hanno al loro interno una speciale codifica che garantisce loro un’esistenza media di alcune settimane, vita che si accorcia progressivamente a ogni nuova generazione, fino alla loro definitiva “morte” naturale. A livello sperimentale funziona ma nessuno ha avuto il coraggio di autorizzare la sperimentazione umana: nessuno tranne me, naturalmente. Non sono né un cinico spietato né un accaparratore senza scrupoli: avrei atteso che tutto l’iter burocratico facesse il suo regolare corso se, nel frattempo, non fossi diventato prima un malato grave e poi, molto rapidamente, un malato terminale. La leucemia che mi avevano diagnosticato era delle più cattive e subdole che si conoscessero, tanto che, quando ho cominciato ad accusarne i sintomi, ormai era già tardi. Ho supplicato tutte le persone


12 influenti di accelerare le pratiche per la sperimentazione offrendomi come cavia e sollevando chiunque da ogni responsabilità: sono perfino arrivato a promettere donazioni milionarie a qualunque ente si facesse carico del mio caso. Poi, ormai allo stremo e scoraggiato dal muro contro cui continuavo a sbattere, ho corrotto il mio staff e mi sono fatto iniettare una dose massiccia di nanodroni. Il protocollo messo a punto dai miei ricercatori prevedeva un periodo in cui il paziente doveva essere tenuto in coma farmacologico leggero, in modo tale da permettere ai simbionti di duplicarsi e di raggiungere tutti i punti dove era necessario il loro apporto. Ricordo che avevo dato precise disposizioni affinché il mio gesto rimanesse segreto il più a lungo possibile e, cosa ancora più importante, nessuno doveva sapere che i nanodroni inoculati facevano parte del primo ceppo originario, quello ancora privo di timer biologico. Non ricordo nient’altro prima di ritrovarmi in questa specie d’infermeria, nulla prima di risvegliarmi nel buio più assoluto con la strana sensazione di essere stato sepolto vivo.


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Capitolo 3

Non so perché ma provo una strana riluttanza ad abbandonare questo luogo; ormai mura e arredamento mi sono noti e non c’è più motivo per indugiare ancora qui. Ho curiosato dappertutto scoprendo con infinita soddisfazione che tutto è funzionante e pulito, segno che non mi trovo in un posto abbandonato. Mi sono accuratamente ispezionato scoprendo un numero impressionante di segni lasciati da aghi da flebo. L’ultimo contenitore è ancora inserito, vuoto, nel suo alloggiamento sopra il lettino mentre altri sono gettati in un enorme contenitore di cartone per i rifiuti speciali. Un frigo, ormai vuoto, aspetta rassegnato che qualcuno riempia i suoi ripiani con nuovi preparati, mentre strani macchinari da monitoraggio giacciono spenti tutti intorno. Nessun rumore ha interrotto questo silenzio tombale che mi avvolge come un pesante sudario; nessun suono tranne quelli che io stesso produco mi conferma se sono o no solo. Non trovo ancora il coraggio di varcare quella porta che mi separa dal resto dell’umanità, mentre la consapevolezza che la mia cura ha avuto effetto comincia a farsi strada nella mia mente. Ho riacquistato buona parte delle mie forze, anche se al momento sono tremendamente affamato. Tutti i sintomi della malattia sono spariti. Avevamo pronosticato che ci sarebbero volute circa tre, quattro settimane affinché i nanodroni potessero contrastare efficacemente la malattia, più qualche settimana di convalescenza per debellare definitivamente ogni traccia della leucemia e riparare i danni subiti dall’organismo. Dev’essere passato poco più di un mese dall’inoculazione ma ho come l’impressione di essere in questo luogo da molto più tempo. Cerco di distrarmi da tutti questi pensieri e comincio a sfogliare il taccuino che ho trovato. Gli altri fogli sparsi per il laboratorio non mi hanno fornito molti indizi: sono fogli comuni senza loghi né sigle, pieni di annotazioni mediche sul mio stato di salute e sull’andamento della mia malattia. Stranamente vi sono


14 elencati un numero impressionante di esami clinici, ripetuti più volte a intervalli regolari: troppi per giustificare la normale prassi della sperimentazione, eccessivi se si considera che la mia malattia non era sconosciuta ma purtroppo tragicamente nota. C’è qualcosa che mi sfugge ma la mia ridotta preparazione medica non mi permette di approdare a nulla. Cerco allora qualche risposta nel taccuino che ho trovato nell’ultimo armadietto e comincio a leggere. «Il paziente continua il suo stato comatoso nonostante tutti i tentativi di risvegliarlo. Ogni preparato che somministriamo è rapidamente reso inattivo dall’intervento massiccio dei nanodroni presenti nel suo corpo. Non c’è modo di capire, nonostante tutti i test effettuati, se i simbionti stanno reagendo anche all’altro agente patogeno ma l’assenza dei sintomi tipici ci fa ben sperare. Da oggi interrompiamo ogni tentativo di risveglio nell’attesa che il processo di guarigione faccia il suo corso.» Richiudo le ultime pagine e resto a meditare su quello che ho appena letto: l’assenza di una data di riferimento mi confonde ma una cosa risulta chiara e vale a dire che non sono ancora del tutto guarito o, perlomeno, non lo ero al momento in cui sono state scritte queste annotazioni. C’è poi questo fantomatico “altro agente patogeno” che mi rende perplesso: possibile che fossi afflitto da una seconda malattia non diagnosticata? Cosa ha reso i miei simbionti così aggressivi nei confronti di tutte le sostanze estranee al mio corpo? Riprendo la lettura iniziando, questa volta, dalla prima pagina ma, evidentemente, quello è l’ultimo di una serie di blocchi d’appunti perciò capisco poco o nulla di tutta la faccenda. L’unica cosa certa è che i nanodroni hanno completato la loro opera permettendomi di uscire finalmente dal coma totalmente guarito da ogni patologia o almeno è quello che spero. Non ho più nulla che mi trattiene qui perciò mi dirigo verso l’unica porta della stanza e, senza altri indugi, la apro. I cardini ruotano senza alcun rumore, scoprendo un vano avvolto nella penombra: file di monitor collegati a invisibili telecamere riprendono da ogni angolazione la stanza che ho appena lasciato, in particolare il mio lettino e gli schermi dei macchinari che mi controllavano, ma nessun segno di vita e nessun rumore accoglie la mia entrata: solo lo stesso, desolante silenzio di sempre. «Ma che fine hanno fatto tutti quanti?» grido ai muri, mentre loro, beffardi, mi rimandano la mia voce. Sono in una specie d’anticamera, una sorta di stanzino di controllo dove qualcuno monitorava


15 costantemente le mie funzioni vitali. Nonostante le attrezzature in funzione, uno strato di polvere copre in pratica ogni superficie piana, segno inequivocabile che ormai più nessuno prestava da tempo la necessaria vigilanza. Forse avevano rinunciato a studiare i risultati del mio protocollo di cura e attendevano rassegnati il mio spontaneo risveglio oppure… oppure chi doveva controllare se n’era andato da tempo. Sono confuso e arrabbiato, spaventato e deluso di non aver trovato risposte ma solo altre domande e, senza indugio, mi dirigo verso la porta successiva. I miei passi non fanno alcun rumore mentre mi avvicino velocemente all’uscita ma producono un tenue risucchio quando si staccano dal pavimento di linoleum, sollevando una tenue cortina di finissima polvere grigia. Non ci faccio caso e giro prepotentemente la maniglia. Luci azzurrate, soffuse e un lungo corridoio sono ciò che incontro al di là di quella semplice barriera. “Dev’essere notte” mi scopro a pensare, meravigliandomi di come simili e pur ovvie constatazioni continuino a confermare che il mio cervello funziona meglio e più velocemente di prima. «I miei simbionti stanno facendo veramente un lavoro di prim'ordine» bisbiglio compiaciuto mentre cerco il modo di azionare tutte le luci. «Forse è per questo che non c’è nessuno in giro, forse di notte non c’è la necessità di avere personale al lavoro, forse…» Poi ricordo la polvere che copre tutto quello che c’è nell’anticamera del laboratorio e quell’inizio d’euforia tramonta per sempre. “C’è qualcosa che in ogni caso non quadra” penso tra me e me mentre lentamente percorro il lungo corridoio che mi si snoda davanti. Quella da cui sono uscito è l’ultima porta, quindi non ho altra scelta se non quella di esplorarlo tutto oppure aprire stanza dopo stanza alla ricerca d’indizi. «C’è nessuno? Qualcuno mi sente?» grido con tutto il fiato che ho in corpo ma il risultato è deludente e nessun rumore e nessuna voce rispondono al mio disperato appello. Il locale successivo si rivela un piccolo ripostiglio pieno di materiale per la pulizia: sembra quasi una presa in giro e scopro di non poter fare a meno di ridere, mentre le lacrime salgono prepotenti agli occhi. Scarico in questo modo tutta la tensione accumulata nelle ultime ore e, alla fine, non solo mi sento meglio ma addirittura sono quasi di buon umore. Ho il vago sospetto che qualcosa, all’interno del mio organismo, stia aumentando la produzione di endorfine per bilanciare lo stress accumulato e di questo


16 gliene sono infinitamente grato. Passo senza troppi indugi alla stanza successiva, che scopro essere un piccolo deposito di medicine e preparati di varia natura, e avanti ancora fino a che giungo a una porta con tanto di targhetta: dopo tante delusioni forse finalmente riuscirò a scoprire qualcosa d’interessante. «Dr. Richard Rubin» leggo ad alta voce rimanendo sulla soglia, indeciso se entrare: dal battente socchiuso non riesco a vedere nulla ma l’odore pungente che fuoriesce dal locale è nettamente avvertibile anche dall’esterno. Ricorda un po’ il tanfo di certi prodotti fermentati, una sorta di miscuglio agro dolciastro che, se anche non si può definire puzza, non è neanche lontanamente piacevole. Ho un brivido alla schiena quando infilo cautamente una mano e, a tastoni, cerco l’interruttore della luce; come avevo supposto ciò che c’è dietro alla porta altro non è che un piccolo appartamentino arredato in modo molto funzionale e spartano. Una libreria e alcuni schedari fanno da sfondo a un tavolo ingombro di fogli e quaderni mentre un monitor spento fa bella mostra di sé al centro della scrivania. Solo in un secondo momento mi accorgo che l’arredamento comprende anche una zona notte e proprio lì faccio la scoperta più sconcertante: steso supino, su di un piccolo letto, c’è… un uomo, o meglio, quello che a prima vista sembra la figura di un uomo, dato che non ho modo di capire come un essere umano possa essersi ridotto a un misero insieme di pelle e ossa. L’unica cosa certa è che l’odore che percepivo viene direttamente da quel corpo, perciò non mi soffermo oltre e fuggo precipitosamente dalla stanza. Ansimo per la corsa e, nonostante la curiosità che mi tormenta, per il momento non ho nessuna intenzione di rientrare in quel luogo. Prendo fiato e mi dirigo al locale successivo. “Devo trovare al più presto qualcosa da mettere sotto i denti, sennò muoio di fame” penso tra me, mentre a una a una spalanco le porte che mi si presentano davanti. Trovo i bagni, le docce, un enorme spogliatoio con decine di armadietti, una sala riunioni con tanto d’enorme tavolo ovale e poltroncine imbottite, alcune camerette a tre letti complete di armadi e comodini e, finalmente, la mensa, con annessa la dispensa e la cucina: il tutto è avvolto dal consueto strato di sottile polvere grigia. Nessuno è più stato in questi locali da molto tempo: solo una serie d’impronte testimonia il passaggio di una persona diretta verso la cambusa. Tutto il resto è desolatamente in stato d’abbandono. Mi dirigo


17 senza indugio verso il magazzino viveri e, con somma gioia e sollievo, lo trovo pieno d’ogni ben di Dio: file di scaffali riempiono buona parte dello spazio utile mentre una cella frigorifera occupa la parete opposta all’entrata. Non so perché ma quest’ultima visione mi mette i brividi: se uno degli occupanti di questa struttura è disteso in camera sua ridotto a una sorta di mummia, gli altri dove possono essere? Decido di non indagare oltre e mi butto a capofitto nella preparazione di un pranzetto con i fiocchi. L’orologio della mensa segna le cinque e un quarto e io non mi pongo il problema di sapere se all’esterno di questo luogo splenda il sole o ci sia la luna: acquisisco il dato con indifferenza e comincio finalmente a mangiare.


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Capitolo 4

Tutto quello che finora ho scoperto traccia un quadro preoccupante della mia precaria situazione. A pancia piena, seduto comodamente su una delle poltrone della sala riunioni, provo a tirare le somme di quello che mi sta capitando. Innanzitutto sono vivo e probabilmente in buona salute, grazie soprattutto alla terapia che ho sperimentato; mi trovo da qualche parte in una struttura che somiglia molto a un piccolo centro di ricerche, ben attrezzato, ma del tutto deserto, ho luce, elettricità, acqua corrente e viveri in abbondanza ma nessuna possibilità di fuga: non ci sono finestre e altre uscite eccetto una porta di metallo posta all’estremità opposta del corridoio, azionabile solo con un badge magnetico che ovviamente non possiedo. Il sistema di ventilazione è protetto da un doppio sistema di filtraggio, simile a quello istallato nei miei laboratori e questo apre un’altra serie d’ipotesi: tutti questi costosi accorgimenti mi portano alla conclusione che qui si utilizzavano materiali potenzialmente infettivi o pericolosamente inquinanti ma il mistero più grande rimane in ogni caso ancora senza risposta. Che fine hanno fatto tutti quanti? A parte il dr. Rubin che giace nella sua stanza, dovevano esserci almeno un'altra decina di persone tra ricercatori e tecnici, senza contare gli addetti alle pulizie e alla mensa, tutti misteriosamente spariti, forse fuggiti dopo una contaminazione. Se è così, i soccorsi dovevano essere praticamente immediati e questo contrasta con la sensazione d’abbandono che regna dappertutto; probabilmente questo è un progetto segreto e nessuno è ancora a conoscenza che qualcosa è andato storto e che io sono ancora vivo e prigioniero qui dentro. Le congetture si sprecano nel silenzio di questi locali vuoti ma una sola cosa è tragicamente chiara: se non trovo da solo il sistema di uscire da qui, non posso sperare in un aiuto dall’esterno, almeno non in tempi brevi. Scelgo la stanza più lontana dal laboratorio e mi preparo a passare la


19 prima notte in solitudine. Neanche dormendo riesco, però, a dimenticare l’incubo reale che sto vivendo e, dopo poche ore d’agitato dormiveglia, sono di nuovo in piedi. «Così non va, non posso continuare in questa maniera sennò rischio veramente d’impazzire…» ripeto più volte prima di alzarmi definitivamente dal letto. Cerco di pensare al da farsi ma la mente si rifiuta di collaborare: mi sento stordito da tutti i recenti avvenimenti e così decido di non far nulla prima di aver bevuto un’enorme tazza di caffè. La decisione è ormai presa e, con un pizzico d’ottimismo in più, mi dirigo senza indugi verso la cucina; appena varco la soglia, però, ho la prima sorpresa della giornata: le luci del corridoio non sono più azzurrate ma splendono in una fredda tonalità bianca. «Accidenti» esclamo stupito «ora finalmente so che anche fuori è giorno.» Non che cambi qualcosa della mia situazione ma avere piccole certezze aiuta psicologicamente ad affrontare meglio i problemi. Anche la tazza di caffè si rivela una splendida idea e, dopo un po’ di toeletta personale, sono pronto ad affrontare un’altra difficile giornata. Ormai è ovvio che se voglio delle risposte l’unico posto dove ho la possibilità di trovarle è nella camera del dr. Rubin ma il pensiero di tornare là dentro mi turba profondamente: ho la netta sensazione che lì si sia consumato l’ultimo atto di una tragedia che va molto oltre i confini di questo maledetto laboratorio ma, purtroppo, solo in quel luogo ho la possibilità di trovare il modo di capire come posso fare ad andarmene da qui. Resto fuori da quella porta per interminabili minuti; poi, con un sospiro rassegnato, mi decido a entrare. Naturalmente tutto è rimasto come lo ricordavo, compreso quel fragile corpo disteso sul letto, ed è proprio da lì che comincio la mia ricerca, da ciò che rimane di chi, probabilmente, ha vegliato il mio sonno indotto fino alla fine. Il tesserino che porta appuntato al taschino del camice mi conferma la sua identità; lo rigiro tra le dita cercando di capire se può essere di qualche utilità ma non è quello che permette l’apertura della porta stagna in fondo al corridoio e allora lo accantono. L’ispezione delle tasche non dà migliori risultati ma procedendo in questo modo mi accorgo di provare meno apprensione e più compassione per quei poveri resti e questo mi aiuta a sopportarne la vicinanza. I pochi oggetti personali non riescono a darmi il quadro della situazione ma il mazzo di chiavi e un altro taccuino offrono un barlume di speranza: forse nelle pagine sgualcite degli ultimi suoi scritti troverò


20 il modo di fuggire da qui. Porto tutto quello che ho trovato sul tavolo da lavoro e cerco di fare ordine in mezzo a quella marea di fogli e fascicoli che ingombrano tutto lo spazio disponibile. Sembra quasi che il dottor Rubin cercasse di trovare un nesso tra quello a cui stava lavorando… e me. Trovo referti d’analisi vecchi di settimane insieme ad appunti scritti nella calligrafia minuta, ordinata che ormai ho imparato a riconoscere; cerco in qualche modo di impartire un ordine logico e cronologico a tutto il materiale sparso in giro per la stanza e, solo dopo aver finito, mi dedico al contenuto dei cassetti della scrivania. Non posso permettermi il lusso di trascurare il minimo indizio o la più piccola informazione, perché potrebbe costarmi molto caro; sono sveglio ormai da quasi due giorni e ancora non so nulla di quello che è successo a me e ai membri di questo staff tranne il fatto che uno di questi è steso a poca distanza da me, morto stecchito. Il primo cassetto contiene molti cd, tutti etichettati in ordine crescente, oltre a un’agendina tascabile piena zeppa di numeri e sigle e a diversi articoli di cancelleria sparsi sul fondo; ma è nel secondo cassetto che ho la prima sorpresa della giornata: una serie di cartine topografiche sono accuratamente impilate l'una sull’altra tanto che il vano n’è pieno. Le estraggo una a una prestando attenzione a conservare l’ordine in cui sono state riposte e le poso sul vicino divano. Le mani mi tremano mentre inizio ad aprirle una dopo l’altra; la speranza di riuscire a capire finalmente dove mi trovo e perché deve lottare con la volontà di analizzare tutto con calma, in modo da non trascurare nulla. Inizio a distendere le prime quattro sul pavimento e la prima cosa che è immediatamente evidente è che sono stati usati dei marcatori per evidenziare aree ben precise e, per ognuna di loro, vi sono abbondanti annotazioni e date che per il momento non mi dicono nulla. Sono rappresentate, in quei fogli plastificati, praticamente tutte le aree geografiche del pianeta e l’accuratezza con cui sono state delineate le zone evidenziate mi fa capire di aver trovato un’informazione importante anche se ancora tutta da decifrare. L’ultima cartina è diversa dalle altre, più piccola e meno segnata dalla calligrafia di Rubin. Riguarda una zona molto ristretta del New Mexico, la parte nord orientale per l’esattezza, tra il confine con il Colorado e con l'Arizona: l’altopiano del Colorado appunto.


21 C’è una freccia tracciata con un pennarello rosso in mezzo al nulla, a metà strada tra il monte Shiprock e il fiume San Juan, in piena riserva indiana dei Navajos; solo alcune coordinate e un nome scritto a stampatello, ma questi bastano a farmi intuire finalmente dove mi trovo. «Trentasei gradi e quarantatré primi nord, centootto gradi e quarantacinque primi ovest, laboratorio di ricerca Anasazi…» leggo ad alta voce, mentre contemporaneamente realizzo di essere a quasi duemila chilometri da dove mi trovavo all’inizio della mia terapia. «Ma che diavolo ci faccio qui? Chi cavolo mi ha portato in questo posto dimenticato da Dio?» impreco ad alta voce, mentre in un impeto di rabbia butto all’aria tutto quello che ho sottomano. «Accidenti a voi… maledetti, maledetti tutti!» grido rivolto al misero corpo disteso poco distante mentre calde lacrime scendono lente sui fogli sparsi a terra. Mi riprendo a fatica da quello sfogo emotivo ed esco precipitosamente dalla stanza; ho bisogno d’aria dopo tutto il tempo passato lì dentro, ho necessità d’aria fresca, pulita: ho bisogno di uscire da quest’incubo sennò rischio veramente di impazzire. Corro verso la porta blindata che mi tiene inesorabilmente prigioniero e la tempesto di calci e pugni; è uno sfogo stupido e irrazionale che mi procura escoriazioni a entrambe le mani ma serve allo scopo: il dolore sordo, pulsante e il sangue che gocciola lento sul pavimento mi riportano alla realtà. «Devo reagire, maledizione! Non posso continuare così…» grido con tutto il fiato che ho nei polmoni e, mentre l’eco del mio sfogo lentamente si affievolisce, una strana calma s’impossessa di me. La produzione di endorfine dev’essere aumentata di molto se riesco, in queste condizioni critiche, a calmarmi così velocemente. Anche le mani non mi fanno più tanto male, mentre la perdita ematica si è arrestata del tutto. “Ho dei validi alleati dentro di me, non so cosa farei senza di loro…” mi scopro a pensare tornando lentamente nella stanza. È il momento di dedicarmi al computer che, spento e ostile, mi attende sotto la scrivania; lo accendo contemporaneamente al monitor e attendo paziente che inizi a caricare i programmi. Come prevedevo, il sistema è protetto da una password e senza di quella non posso accedere a nulla di quello che è immagazzinato nelle memorie. Provo le parole chiave più comuni come il nome del suo proprietario, il nome del laboratorio, il posto in cui


22 sorge, perfino le coordinate che ho trovato scritte sulla cartina topografica ma tutto si rivela inutile: la scritta “inserire password pregoâ€? continua a lampeggiare sullo schermo prendendosi beffa di tutti i miei tentativi. Non posso entrare nel sistema informatico senza prima di aver passato al setaccio tutti gli appunti del dottore, sperando che quello che mi serve sia annotato su uno dei quaderni d’appunti. Rimetto tutto in ordine cronologico e comincio a leggere iniziando dalla data piĂš remota.


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Capitolo 5

Dai diari del dr. Rubin 12 ottobre. Sono stato interpellato dal ministro della sanità in persona… Qualcosa di grosso bolle in pentola ma nessuno mi vuole accennare di cosa si tratta. «Le dirà tutto il ministro, non si preoccupi…» è l’unica risposta che ricevo mentre sono trasportato in elicottero all’aeroporto di Minneapolis; non mi hanno permesso di preparare una valigia o di avvertire amici e parenti. Grazie al cielo non sono sposato sennò sai che casini… Un volo militare mi ha portato a Santa Fé nel New Messico e qui, finalmente, ho incontrato il ministro Carrier. «Sono tempi difficili, caro dottore» ha esordito senza tanti preamboli. «Tutti noi dobbiamo impegnare ogni risorsa economica e umana al fine di preservare ciò che di più prezioso c’è al mondo… il tempo stringe, purtroppo, e non possiamo sprecarlo…» Continuavo a non capirci nulla e, mentre cercavo un nesso logico tra le parole del ministro e la mia presenza lì, osservavo con curiosità le altre persone che erano presenti alla riunione. Facce nuove si sommavano ad altre già conosciute; c’erano il sottosegretario alla difesa Cody e il professor Julius Weller, consulente scientifico del presidente ma erano i personaggi che si tenevano in disparte ad attirare maggiormente la mia attenzione. Sembrava quasi che quest'ultimi attendessero con impazienza che l’onorevole Carrier finisse il suo inutile preambolo per prendere finalmente la parola e quell’atmosfera carica d’ansia e d’attesa mi mise in agitazione. «Dottore, cosa ne sa dell’ultima epidemia che sta flagellando il nostro Paese?» mi chiese all’improvviso uno di questi strani personaggi. «Mi scusi, lei sa chi sono io, ma io non ho il piacere di conoscerla...» «Non si preoccupi di chi sono io ma piuttosto di chi rappresento. Ho un mandato del presidente in persona che mi autorizza a fare tutto


24 quello che riterrò opportuno al fine di risolvere in modo definitivo questo momento d’estrema crisi, ivi compreso il suo trasferimento forzato qui… perciò abbia la gentilezza di rispondere alle mie domande. Cosa ne sa dell’epidemia in atto?» Non nascondo di essere stato intimorito dai modi bruschi e autoritari di quello strano individuo e, dato che anche il ministro taceva, mi decisi a esporre le poche notizie in mio possesso. «Beh, non so molto, poco più di quello che dicono i giornali. L’epidemia ha avuto origine sei mesi fa proprio qui nel New Messico e si è propagata a macchia d’olio in tutte le direzioni. Prima che si potesse attuare una procedura di contenimento, erano migliaia le persone ormai contagiate e l’area di quarantena era ormai talmente vasta da rendere impossibile circoscrivere l’area infetta. So che l’agente patogeno è stato isolato nei laboratori di Atlanta e trattato con ogni antibiotico conosciuto fino a trovare quello giusto che lo ha distrutto. So che sopravvivono ancora sacche di contagio in Africa e in qualche zona dell’Asia nord occidentale ma fondamentalmente sembrerebbe tutto ormai sotto controllo. Ognuno di noi si è sottoposto alla terapia antibiotica preventiva perciò non vedo cosa…» «Dottore…» m’interruppe il sottosegretario Cody «le cose non stanno proprio così. I problemi sono appena cominciati e ho paura che ci troviamo di fronte a un’emergenza che, in confronto, la pestilenza che ha flagellato l’Europa nel medioevo sembrerà un banale raffreddore… Le cose sono molto peggiori di quello che crede. Innanzitutto, l’epidemia ha raggiunto livelli mondiali ed è al momento inarrestabile. Ha un’incubazione di circa una settimana; colpiva all’inizio un individuo su tre ed era mortale nell’ottanta per cento dei casi. Il problema più grosso è che il batterio che lo scatena ha subito una mutazione e nessun farmaco finora testato riesce a distruggerlo. In altre parole non c’è cura e i primi a morire sono proprio quel venti per cento di malati scampati al batterio primario. Non c’è paese o nazione al mondo che possa ritenersi al sicuro da una simile pestilenza e la terapia antibiotica obbligatoria che è stata messa in atto in tutto il mondo ha solo rallentato il propagarsi dell’infezione ma non l’ha fermata. In questo preciso momento, in ogni parte del mondo, ogni persona qualificata è reclutata per trovare una cura a questa pandemia che rischia di mettere in discussione la nostra stessa sopravvivenza.»


25 Ero incredulo e frastornato per le notizie appena ricevute: com’era possibile che una notizia così importante non fosse di dominio pubblico? Forse cominciavo a intuire chi fossero quei signori che finora si erano tenuti in disparte e adesso improvvisamente si facevano avanti con fare poco rassicurante. «Lei sarà trasferito immediatamente al laboratorio di ricerca “Anasazi” e messo a capo di uno staff di ricercatori di prim’ordine. Il suo compito sarà quello di trovare una risposta alternativa a quella farmacologica per sconfiggere il batterio che causa quest’epidemia. Le saranno forniti tutti i dettagli appena sarà giunto a destinazione. Naturalmente, essendo questo un caso di sicurezza nazionale di primissima importanza, non ha nessun modo di rifiutarsi. Quindi, dottore, segua i miei colleghi fino a destinazione. È tutto per il momento…» Mi fecero salire su un elicottero dell’esercito e volammo per circa due ore in direzione dell’altopiano del Colorado, fino a che non atterrammo nei pressi della cittadina di Shiprock, sul fiume San Juan. Era ormai tarda sera perciò si decise di pernottare in un piccolo albergo in riva al fiume e ripartire l’indomani mattina di buon’ora; non mi era permesso parlare con nessuno, nemmeno con il personale che mi stava scortando a destinazione; quindi, rassegnato, mi misi a dormire. Sono frastornato per quello che ho letto fino a ora. Non c’è una notizia contenuta nel diario che mi è familiare e questo non fa che suggerirmi che la mia permanenza in questo luogo va ben oltre i trenta giorni in precedenza calcolati. Nessuna pandemia era scoppiata prima dell’inoculazione del farmaco a base di nanodroni e niente faceva presupporre di essere all’inizio di un’allerta epidemiologica di tale portata. Da quanto mi trovo qui? Che cosa è successo al resto del mondo, mentre ero beatamente tenuto in coma dal mio simbionte? «Non ce l’hai fatta, vero dottore? Da come sei ridotto direi che hai fallito e con te tutti i cervelloni che lavoravano a questo progetto. Perché, mi chiedo, ti hanno abbandonato da solo ad accudire una specie di vegetale quale ero, mentre loro fuggivano lontano?» Faccio una pausa e vado a cercare qualcosa da mangiare; il tempo passa troppo veloce tra queste mura e devo trovare il modo di far coincidere i bisogni del mio corpo con la necessità di elaborare un


26 piano di fuga, anche se ora l’idea di uscire da qui mi spaventa. Mangio svogliatamente quello che trovo e, con altrettanta poca concentrazione, mi appresto a concedermi qualche ora di meritato riposo; l’orologio della mensa segna le due e quarantacinque del pomeriggio e, dopo tutta una mattinata passata a studiare tutti quegli appunti, sono veramente esausto. I buoni propositi, però, non tengono conto di molti fattori contingenti, primo fra tutti il mio instancabile cervello che, anche ora che tento di riposarmi un po’, continua incessantemente a rielaborare tutto quello che ho appreso oggi. C’è stata una terribile epidemia scatenata da qualcosa di non meglio identificato e che, a quanto ne so, può essere ancora in atto. Altro punto focale della questione è che tutti quanti hanno abbandonato l’istallazione lasciando solo il dottor Rubin ad accudirmi e questo mi porta ad altre due considerazioni: la prima è che probabilmente quest'ultimo abbia contratto la malattia e sia stato isolato in questa parte del laboratorio insieme a me; la seconda è che anch’io allora fossi infetto ma, a differenza di lui, sia sopravvissuto. Non riesco a pensare e a dormire nello stesso tempo quindi dico addio al mio riposo e ritorno alle mie ricerche. Mi avvio riluttante verso gli appunti che mi attendono ma non posso fare a meno di provare un’irresistibile curiosità verso le verità che ancora si celano tra le righe di quegli scritti; forse riuscirò presto a capire il perché della mia presenza qui e, cosa altrettanto importante, da quanto mi trovo sepolto tra queste quattro mura. Dai diari del dr. Rubin 13 ottobre. Qualcuno ha bussato alla mia porta all’alba e in tutta fretta mi hanno fatto preparare per la partenza; niente colazione, una rapida visita ai bagni è tutto ciò che mi è stato concesso e, dopo soli quindici minuti, eravamo di nuovo in viaggio. Questa volta non c’era l’elicottero ad attenderci, ma due grossi fuoristrada che aspettavano con i motori accesi che noi salissimo. «Dove andiamo questa volta?» cercai di domandare ma era come parlare da solo, per cui mi dedicai all’osservazione del paesaggio circostante. Stavamo percorrendo una strada secondaria che attraversava un altopiano arido di roccia bruna, scolpito da millenni d’erosione; contrafforti rocciosi facevano da sfondo a lande desolate


27 dove solo radi cespugli e piante di cactus riuscivano a sopravvivere. Eravamo in viaggio da meno di mezz’ora quando ecco apparire dal nulla una piccola cittadina adagiata ai due lati della strada che stavamo percorrendo: poche case, una chiesa in stile messicano, qualche negozio e un bar con annessa locanda e distributore di benzina; il tutto dava l’impressione d’essere l’ultimo baluardo di civiltà prima della desolazione della Mesa vera e propria. Un cartello dipinto con la scritta “Benvenuti a Rattlesnake” faceva bella mostra di sé a lato della strada ma l’aria che si respirava suggeriva proprio l’opposto: poche e rare persone osservavano il nostro arrivo dalle finestre delle case ma nessuno circolava per le strade. Sembrava uno di quei villaggi fantasma che ogni tanto si vedono nei film dell’orrore di terza categoria; confesso che ho provato un brivido lungo la schiena, una sorta di sinistro presagio che non mi suggeriva nulla di buono. La nostra meta, in ogni caso, non era quella cittadina perché, dopo averla superata, imboccammo una piccola stradina sterrata che si perdeva nel pianoro roccioso circostante. Un denso polverone si alzò subito dietro di noi e ci accompagnò per tutto il tempo finché arrivammo a destinazione. Dopo una serie interminabile di curve in salita, giungemmo a una piccola valletta racchiusa da una corona rocciosa, una sorta d’anfiteatro naturale, dove, a ridosso della parete a nord, si ergeva una modesta palazzina tutta acciaio e vetro. Rimasi alquanto deluso dal posto; mi ero immaginato qualcosa di più grande, imponente, un edificio importante almeno quanto la ricerca che dovevamo condurvi e, invece, mi trovai davanti a qualcosa che somigliava più a un supermercato che a un laboratorio di ricerca. «Entrate dottore, vi stanno aspettando» fu tutto ciò che dissero i miei accompagnatori dopo aver scaricato i bagagli; dopo di che girarono gli automezzi e ripartirono lasciandomi solo davanti all’entrata. «Identificatevi, prego» disse improvvisamente una voce proveniente dall’interfono posto a lato dell’entrata. «Ehm, sì, subito. Sono il dottor Rubin, credo che qualcuno mi stia aspettando lì dentro…» La porta si aprì automaticamente senza fare il minimo rumore e mi trovai davanti a un modernissimo centro di controllo con tanto di guardie armate, monitor e telecamere a circuito chiuso. Grazie al cielo l’aria condizionata funzionava perfettamente


28 perciò, dopo lo spaventoso caldo sopportato all’esterno, mi sentii subito meglio. «Per favore, dottore, venga da questa parte per l’identificazione» mi disse cortesemente un impiegato mentre un marine mi teneva costantemente sotto controllo. «Appoggi i palmi delle mani sullo scanner e guardi fisso nel visore posto davanti a lei.» Ci volle un attimo perché il macchinario prelevasse i dati delle mie impronte digitali e della retina e li confrontasse con il database del Pentagono; una spia verde si accese convalidando la mia identità e tutti nella sala si rilassarono visibilmente. «Mi scusi, mi avevano assicurato che dovevo trasferirmi in un super laboratorio; qui non vedo nulla che ci assomigli nemmeno lontanamente» feci per protestare ma nel frattempo l’impiegato di prima mi stava accompagnando verso quella che, a prima vista, sembrava la porta di un ascensore. «Che senso ha un ascensore in una palazzina di un piano solo?» mi chiesi, mentre l’altro con voce bonaria mi rispose: «Non si preoccupi, dottore, il super laboratorio esiste, anzi, ci sta camminando proprio sopra...» e senza aggiungere altro mi spinse con fermezza nel vano che si era appena aperto e schiacciò il pulsante più in basso. «Buona fortuna e… buon lavoro.» Non ebbi nemmeno il tempo di pensare a quello che stava succedendo che le porte si riaprirono su un piccolo vano completamente spoglio: dinnanzi a me c’erano un piccolo gruppo di persone e l’immancabile marine armato di tutto punto, probabilmente quello che più assomigliava a un comitato di benvenuto. «Dottor Rubin, che piacere averla finalmente con noi… eravamo tutti ansiosi di conoscerla e d’averla al nostro fianco in questo terribile frangente. Sono il colonnello Staffort, direttore di quest’istallazione, e questi al mio fianco sono i suoi futuri collaboratori: i dottori Joseph Abrams, Francisco Alonso, Carl Miller e, per finire, la dottoressa Corinne Lafitte, i migliori in assoluto nei loro rispettivi campi, il meglio che si potesse avere, glielo assicuro.» Riesco a fatica a staccare gli occhi da queste pagine: le risposte, sia pure molto lentamente, stanno affiorando tra le righe del diario. Almeno ora ho una vaga idea di dove mi trovo ma ancora non capisco il perché della mia presenza qui: non sono sicuramente un membro dello


29 staff e nemmeno un coordinatore visto che gli ultimi ricordi che ho si riferiscono alla mia malattia. L’unica alternativa plausibile è che io sia una cavia umana, un essere che non ha più nulla da perdere ma tutto da guadagnare dalla sperimentazione di una nuova cura. Ma allora perché non ricordo nulla dell’epidemia citata nei racconti del dottore? Possibile che abbia passato più di sei mesi praticamente in coma, lottando contro il mio terribile male e contro qualcos’altro di ancora più micidiale? Troppe domande ancora senza risposta e un terribile mal di testa, frutto di tutte queste ore passate a leggere. Torno in cucina a prepararmi qualcosa da mangiare e, casualmente, lo sguardo si posa sull’orologio. «Accidenti, com’è possibile? È quasi mezzanotte e non solo non mi sono accorto di aver passato quasi tutto il pomeriggio a cercare delle risposte ma non ho sentito né fame né sete concentrato com’ero su quegli scritti. Devo procurarmi un orologio per regolare meglio il tempo che passa. Ho bisogno di ristabilirmi e non di peggiorare la mia salute.» Entro nella prima cameretta che incontro e senza neanche spogliarmi mi butto sul primo letto che trovo e mi addormento di colpo.


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Capitolo 6

Ho dormito come un sasso per dodici ore filate e ora mi trovo a fare colazione all’ora di pranzo. Devo regolare meglio i miei ritmi biologici e far rendere di più il lavoro di ricerca sugli appunti. Prima di tutto, però, mi occorre un orologio; metto a soqquadro una cameretta dopo l'altra ma tutti gli effetti personali degli occupanti sono stranamente mancanti. Trovo camici, biancheria, perfino vestiti ma nessun oggetto strettamente personale. Demoralizzato, ritorno ai miei studi e, mentre mi accingo a riprendere la lettura dei diari, lo sguardo mi cade sul polso sinistro del cadavere: proprio lì, in bella mostra, trovo l’unico orologio esistente nella base, proprio nell’unico posto che avrei preferito non esplorare. Mi faccio forza e mi avvicino al letto; da quando ho scoperto che fine aveva fatto il dottor Rubin non mi sono mai soffermato a osservare il suo cadavere ma ora, per necessità più che per curiosità, sono costretto a guardarlo molto da vicino. Il corpo sembra mummificato, secco, tutto pelle e ossa, adagiato su un materasso sporco e maleodorante; è impossibile che tutto ciò sia dovuto a un processo naturale perché ci vorrebbe troppo tempo perché un corpo si riduca in quello stato. Essendo l’unico essere umano che è rimasto fino all’ultimo al mio capezzale, non credo che sia morto da troppo tempo, altrimenti neanche io mi sarei mai svegliato dal mio lungo sonno. C’è qualcosa che ancora mi sfugge ma non ho tempo da perdere: devo trovare delle risposte e anche in fretta perché chiuso qui dentro rischio d’impazzire. «Perdonami, Richard, ma questo serve più a me che a te ormai…» È la prima volta che chiamo per nome il mio ospite e la cosa mi sconcerta ma non posso perdere altro tempo: devo scoprire che cosa è successo all’esterno, mentre io ero addormentato e, cosa più importante, come uscire da questa tomba.


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Dai diari del dr. Rubin 14 ottobre. Ieri pomeriggio mi hanno accompagnato al mio alloggio situato al primo piano interrato di questo straordinario complesso. Mi hanno spiegato che, per comodità, hanno denominato zero l’unico piano di superficie, quello da cui sono entrato e dove mi hanno identificato. Fatta eccezione per la mensa, è un piano completamente autonomo dove stazionano permanentemente un plotone di marines addetto alla sicurezza, gli incaricati all’approvvigionamento e alcuni tecnici della sala controllo e della stazione di trasmissione. Il piano dove mi trovo ora è – 1, vale a dire il livello appena sotto la superficie dell’altopiano. Vi si accede tramite un ascensore o da una tromba di scale di servizio che terminano entrambi in una piccola anticamera sigillata. Per sicurezza, ogni piano può essere automaticamente o manualmente isolato dal resto dell’istallazione mediante paratie blindate, questo per assicurare la sopravvivenza delle restanti persone in caso di contaminazione batteriologica o nucleare. La base, infatti, è dotata di un piccolo generatore nucleare del tutto autonomo, in grado di garantire tutta l’energia di cui abbiamo bisogno per un periodo praticamente illimitato. Il combustibile nucleare con cui è caricato il reattore dovrebbe bastare, infatti, per i prossimi duecento anni e dovrebbe fornire tanta energia quanta ne consumerebbe una piccola cittadina. Il piano dove mi trovo è il cuore delle attività sociali del complesso; qui sono ubicate le stanze del personale tecnico e scientifico, il refettorio, la sala riunione, lo spogliatoio e, in fondo al corridoio, un’infermeria degna dei migliori ospedali, attrezzata con tutte le più moderne apparecchiature disponibili sul mercato. Più sotto, c’è il laboratorio vero e proprio, il centro vitale della nostra ricerca. Non ho ancora ben chiaro di che cosa si tratti perché tutto è coperto dal più stretto riserbo; mi hanno dato un fascicolo d’orientamento e dopo pranzo ci sarà una riunione per fare il punto dei progressi fin qui raggiunti. Sotto a –2, nelle viscere della base, c’è il piano denominato C, sede della centrale nucleare il cui accesso è precluso a tutti i non addetti alla manutenzione. Non mi resta che studiare a fondo il fascicolo e prepararmi alla riunione di oggi pomeriggio: confesso che sono molto curioso…


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Ora finalmente comincio a farmi un’idea del posto dove sono prigioniero: una base militare nel mezzo dell’altopiano del Colorado, distante chilometri dal primo centro abitato, totalmente autosufficiente e isolata, scavata nella roccia viva e protetta contro le contaminazioni sia interne che esterne. «Ma che diavolo combinavano qui dentro? Che c’entro io con tutto questo?» Mi prendo la testa tra le mani e rimango intontito a fissare il pavimento: non posso permettermi il lusso di cadere preda della disperazione, devo lottare con tutte le forze che mi sono rimaste perché sono ormai certo che nessuno verrà a salvarmi. Dossier 1102/1 Top secret. Riservato al personale della base Anasazi con livello di sicurezza 1. Vista la recente emergenza sanitaria, s’impone una documentazione il più completa possibile degli ultimi avvenimenti. Questo documento è riservato al personale scientifico con livello di sicurezza massimo e non deve essere divulgato per nessun motivo. Come già siete a conoscenza, l’umanità si trova ad affrontare un’emergenza medica senza precedenti. Scopo di questo documento è illustrare i fatti antecedenti alla pandemia e fare il punto sui progressi ottenuti finora per debellare la malattia. Tre anni fa, un gruppo di ricercatori universitari identificò un sito archeologico fino ad allora del tutto sconosciuto. Gli archeologi erano sulle tracce di un popolo di indiani d’America di cui si avevano poche e frammentarie notizie: gli Anasazi, che in lingua Navajo significa “gli antichi”. Di loro si sapeva per certo che avevano abitato le regioni sudoccidentali dell’America settentrionale tra il 700 e il 1300 d.C., in particolare il Colorado sudoccidentale, l’Utah sudorientale, l’Arizona nordorientale e il New Mexico nordoccidentale. I pochi reperti giunti fino a noi parlano di una società matriarcale, suddivisa in gruppi autonomi che costruivano le proprie case in pietra al riparo dei canyon, nel cuore del deserto del Colorado. Non si sapeva molto di loro tranne che, a un certo punto, erano del tutto scomparsi senza lasciare traccia; era su questo mistero che i ricercatori stavano lavorando e, basandosi sulle leggende orali dei Navajos e sulle informazioni ricavate dall’ultimo insediamento conosciuto di Pueblo Bonito, avevano identificato un sito che, forse, conteneva le vestigia dell’ultimo


33 insediamento Anasazi prima della loro definitiva scomparsa. In particolare, nelle camere rituali o Kiva di Pueblo Bonito, era stata trovata una tavola decorata che raffigurava l’esodo degli ultimi Anasazi; il particolare inquietante era che, dietro la fila di indigeni in fuga, c’era un numero impressionante di corpi stesi a terra, probabilmente cadaveri. Per dare risposta a questi interrogativi gli archeologi universitari cominciarono gli scavi portando alla luce inizialmente una triplice cinta muraria seguita poi da alcuni imponenti edifici in pietra. Al centro del villaggio fu scoperto ciò che rimaneva di un kiva di dimensioni gigantesche, scavato nel terreno roccioso; un cunicolo sotterraneo collegava l’enorme stanza circolare iniziale a più di trecento stanze, poste su diversi livelli, fino a una profondità d’ottanta metri. Pochi furono gli oggetti ritrovati ma, in compenso, l’ultimo livello del kiva si rivelò pieno di mummie perfettamente conservate; giacevano tutte semi sdraiate, ordinatamente appoggiate alle pareti delle stanze inferiori, una sorta di camere del trapasso o sale d’attesa in cui il defunto attendeva di essere accolto nell’aldilà. Buona parte dei reperti fu trasferita alla Cornell University di Ithaca, nello stato di New York, per le successive analisi e fu proprio lì che iniziò il contagio, a 2800 chilometri da dove terminò la prima volta. Devo fare una pausa, anche se quello che sto leggendo si sta rivelando veramente interessante. La mancanza di date certe mi confonde ma, almeno, ho delimitato il periodo temporale degli avvenimenti. Poco più di tre anni fa è iniziata una catena d’eventi che ha dato origine a un incubo senza precedenti ma questo non mi fornisce ancora il motivo della mia presenza qui e, cosa ancora più preoccupante, della totale assenza del personale della base. Forse, durante qualche esperimento, il sistema automatico di contenimento è entrato in funzione, isolando i piani uno dopo l’altro e imprigionando tutti gli occupanti al loro interno. Se è così, la speranza di trovare qualcuno in vita è alquanto scarsa, visto che l’unico piano dove ci sono viveri in abbondanza è quello dove mi trovo io, e in ogni caso non spiega le condizioni in cui ho trovato il dottor Rubin. Mi gira la testa e mi bruciano gli occhi; mentre guardo l’orologio che fa bella mostra di sé sul mio polso, decido di farmi una doccia veloce e di prepararmi


34 qualcosa da mangiare. Non mi sono accorto che il pomeriggio è passato ed è di nuovo sera. Mi sveglio lentamente, cercando di mettere a fuoco gli oggetti più vicini; la testa mi gira terribilmente e ho una leggera tachicardia dovuta, probabilmente, alla bottiglia di Cabernet che mi sono scolato ieri sera. Ho provato per un attimo a dimenticare tutto, affogando i miei problemi nel vino; conforto effimero e passeggero viste le condizioni in cui mi ritrovo appena sveglio: sono ormai quattro giorni che sono rinchiuso qui dentro e non sono ancora venuto a capo di nulla. Mi trascino fino al deposito dei medicinali e ingoio avidamente un paio di aspirine. «Speriamo che facciano effetto in fretta: mi si sta spaccando la testa in due» impreco sottovoce mentre prendo mentalmente nota che i nanodroni possono proteggermi da tutto tranne che da me stesso. Nonostante il dolore pulsante alle tempie mi sforzo di continuare la ricerca di un modo per fuggire da qui e, sia pure con riluttanza, riprendo la lettura del fascicolo. Dal Dossier 1102/1 Il popolo degli Anasazi non era scomparso per magia, non si era nemmeno trasferito in un altro luogo e non era stato neppure trucidato da un altro popolo guerriero. Era stato annientato da un nemico infinitamente piccolo ma terribilmente agguerrito e spietato: un nuovo batterio, non ancora classificato, appartenente quasi sicuramente alla famiglia degli Archeobatteri ma con caratteristiche peculiari tipiche degli stafilococchi. Una macchina di morte micidiale e inarrestabile che cominciò a colpire gli Anasazi quando ancora risiedevano nei canyon dello Utah. Invano i superstiti della prima ondata epidemica cercarono scampo nella fuga: la strada che percorsero fu disseminata di cadaveri infetti, che solo per puro caso non permisero all’agente patogeno di propagarsi alle altre regioni. I sopravvissuti arrivarono a Pueblo Bonito all’incirca nel decimo secolo e lì costruirono un’imponente città fortificata per proteggersi sia dal contagio, sia dalle popolazioni circostanti ma tutto fu inutile: il batterio arrivò anche lì, portato probabilmente da un viaggiatore che era venuto in contatto con gli antichi cadaveri dell’epoca della “grande fuga”. Il fatto che nell’insediamento non furono rinvenuti resti umani fa pensare che gli Anasazi bruciassero i cadaveri per impedire il diffondersi della malattia


35 ma, visto che tutto risultava inutile, gli ultimi esponenti di quell’antico popolo si trasferirono nuovamente nel sito che i ricercatori della Cornell University hanno scoperto più di mille anni dopo. I primi a essere colpiti dal male furono proprio gli archeologi che portarono alla luce le mummie Anasazi e, subito dopo, tutti i membri della spedizione e chi era venuto a contatto con loro. All’inizio non si riuscì a isolare l’agente patogeno anche perché i sintomi erano molteplici e, a volte, contraddittori: alle forti febbri si alternavano periodi di forti ipotermie, mentre il sistema circolatorio andava progressivamente in crisi. Il collasso finale avveniva quando le membrane cellulari dei tessuti si disintegravano causando la totale e repentina perdita di tutti i liquidi corporei; il cadavere giaceva immerso praticamente nei suoi fluidi che fuoriuscivano da tutti gli orifizi: orecchie, naso, bocca, ano e persino i dotti lacrimali trasudavano umori lasciando il malato completamente prosciugato, una sorta di mummia rinsecchita. «Accidenti» grido con tutto il fiato che ho in corpo, mentre lascio terrorizzato la stanza, «un appestato, sono stato quattro giorni in compagnia di un cadavere infetto!» urlo mentre mi strappo l’orologio dal polso e lo scaglio lontano. «Non uscirò mai vivo da qui» piagnucolo senza ritegno mentre i nervi, messi a così dura prova, cedono. Ho subito un collasso nervoso, o così almeno credo, visto che mi trovo sdraiato sul pavimento del corridoio, completamente intorpidito. C’era da aspettarselo, dopo tutto quello che ho passato qui dentro; i miei simbionti hanno cercato di arginare i danni dovuti allo stress emotivo che stavo subendo ma anche loro non possono fare miracoli. Stranamente mi sento calmo e rilassato nonostante il dolore alle ossa; il primo impulso che provo è quello di riprendere la lettura del fascicolo che giace sparpagliato ai miei piedi. Decido, però, di prendermi cura un po’ di me stesso: ho sempre creduto che il primo sintomo della depressione sia il trascurare se stessi. Faccio una lunga doccia calda, mi cambio i vestiti e mi preparo un pranzo energetico e sostanzioso. L’orologio della cucina segna le due e quarantacinque e prendo per buona l’ipotesi che dev’essere pomeriggio. «Non posso essere stato svenuto per più di un’ora o due» ripeto tra me e me mentre mastico con


36 appetito l’ultimo boccone di una torta di mele a dir poco fantastica. L’aver programmato il quadro elettrico dell’illuminazione su “sempre acceso” ha i suoi vantaggi psicologici ma non mi permette di percepire il trascorrere delle giornate. Torno, con riluttanza, a leggere gli ultimi fogli che mi rimangono del fascicolo sulla diffusione dell’epidemia ma so già che mi daranno solo informazioni su cosa mi aspetta fuori di qui e non il modo di poterci arrivare. Dal Dossier 1102/1 Mentre l’epidemia dilagava, si riuscì a isolare l’agente patogeno responsabile della malattia e a iniziare i test di laboratorio per trovare un antibiotico capace di ucciderlo. Si scoprì quasi subito che il danno più grave lo procuravano le tossine liberate in gran quantità durante la duplicazione dei batteri; era, infatti, durante la fase di scissione binaria che veniva prodotta una sostanza altamente tossica che si depositava sulla membrana delle cellule e ne disgregava la struttura. Private del loro rivestimento, queste ultime collassavano disperdendo la parte fluida. L’unico antibiotico efficace si rivelò un preparato sperimentale di uso veterinario che si dimostrò utile a inibire la sintesi degli acidi nucleici e delle proteine, molecole essenziali per la vita della cellula del microrganismo. Il trattamento con il nuovo farmaco riuscì a contenere l’epidemia e a far guarire quelle poche centinaia di persone che, dopo aver contratto il contagio, erano ancora vive. I morti in tutto il mondo si contavano a milioni e intere popolazioni erano ridotte allo stremo. Proprio quando si cominciavano a fare le stime della peggiore epidemia che l’uomo avesse mai conosciuto, accadde l’imponderabile: in uno sperduto villaggio della Nuova Guinea si ebbe il primo caso di contagio con un ceppo batterico analogo ma molto più resistente. Quello che nessuno pensava potesse succedere era invece accaduto; parte del materiale genetico del vecchio batterio si era trasferito in un altro parassita già presente nel corpo del malato e dalla coniugazione dei due codici genetici era scaturita una mutazione inaspettata e, purtroppo, del tutto immune al farmaco fino a quel momento utilizzato. La pandemia esplose più forte e virulenta di prima, colpendo prima proprio quelli che erano sopravvissuti e dilagando in modo inarrestabile su tutto il pianeta. L’ultima speranza per la sopravvivenza del genere umano è riposta in questo laboratorio e nelle ricerche che svolgete


37 perché c’è solo una persona che è sopravvissuta alla prima fase della pandemia senza riportare danni visibili ed è il soggetto della vostra ricerca: il dottor Steven Gulty. Il documento termina qui, con queste parole che sono un insieme di speranza e di condanna; ora so che cosa ci faccio in questo maledetto laboratorio: sono una cavia su cui si studia il modo per salvare l’umanità da questo flagello biblico. Il perché di tutta quest’attenzione nei miei confronti ancora mi è oscuro ma credo sia venuto il momento di tornare a far visita al dottor Rubin e ai suoi appunti. FINE ANTEPRIMA CONTINUA...

Pandemia  

Claudio Paganini, fantathriller

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