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Saverio Conigliaro

MAMO Un lavapiatti Un poliziotto Un mal di testa

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www.0111edizioni.com www.ilclubdeilettori.com MAMO, UN LAVAPIATTI, UN POLIZIOTTO, UN MAL DI TESTA Copyright © 2011 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2011 Saverio Conigliaro ISBN: 978-88-6307-360-7 In copertina: Illustrazione di Guido Volpi

Finito di stampare nel mese di Maggio 2011 da Logo srl Borgoricco - Padova

Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore. Mamo è un’opera di fantasia e ogni riferimento a fatti, luoghi o persone contenuto in quest’opera è da considerarsi frutto di invenzione. Gli eventuali marchi o nomi registrati citati nello scritto sono di proprietà degli aventi diritto e sono qui utilizzati nel rispetto della normativa sul copyright.


Alla dolcezza impagabile di mia moglie che ha sempre creduto fermamente in me.


Prefazione

Non tutte le ciambelle riescono col buco, non tutti gli eroi sono perfetti nella loro essenza, non tutti indossano un mantello o portano una calzamaglia. Questa è la storia di un antieroe coadiuvato da un “men-cheantieroe” e della loro lotta contro il tempo e contro la psicologia perversa di un “amante delle margherite”. Tuttavia sappiate che la mediocrità in questo romanzo diviene eroica, poiché si contrappone alla grettezza della normalità che a volte si erge quale metro di paragone portandoci a dimenticare il grande, grandissimo valore della diversità. Se oggi siamo uomini e donne con un futuro davanti, lo dobbiamo a coloro i quali, con i loro limiti, si sono spinti oltre regalandoci lo splendido profumo della libertà. Imparerete che si può essere uomini di cultura e dover lavare i piatti per sbarcare il lunario, riuscendo a donare grande dignità a quest’umile occupazione. Imparerete come il braccio duro della legge può divenire fragile ed insicuro se di mezzo c’è una donna. Scoprirete con noi come certe volte un uomo desideri un mal di testa più di qualunque cosa al mondo. Buona lettura quindi e ricordate: “Un piatto va pulito imprimendo alla spugna un movimento rotatorio deciso ed uniforme”. Saverio Conigliaro


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CAPITOLO I Je m’appelle Mamo

“Pulire un piatto, renderlo lucido, profumato, senza alcun alone, è un’arte che si impara con dedizione, disciplina e applicazione e io ero diventato un mago della pulizia della stoviglia, un cultore della spugna. Erano queste le convinzioni che cercavo di coltivare nella mia testa per ridare vitalità ad un’autostima scesa da tempo tra i sobborghi dell’autocommiserazione. Eppure i miei studi mi avevano preparato a ben altri orizzonti, sarei dovuto diventare un luminare della psicologia (come sognava mio padre): un colletto bianco che, da dietro un lettino imbottito, scruta avido i pensieri della gente. Purtroppo il destino non era stato particolarmente generoso con il sottoscritto e mi ritrovavo qui, nel lurido locale cucina di un anonimo ristorante milanese di periferia. Probabilmente il posto non sarebbe nemmeno tanto male se non fosse per lo sguardo lercio e bieco del proprietario che sembra proiettare il suo alone di dubbia moralità sulle pareti del locale… e a giudicare dal colorito grigiognolo delle piastrelle della cucina, beh, ci riesce parecchio bene. La clientela comunque sembra gradire i piatti dello chef italo-ispanico Josè e le cameriere, Linda e Sonia, fanno del loro meglio per servire ai tavoli con quel sorriso che sa di sigaretta lontano un miglio. Io sono lo straniero di turno, mi chiamo Mamore Mamour, sono originario del Senegal, ma qui mi chiamano tutti per comodità (forse perché più facile da ricordare): Mamo. Quelli che leggete fluenti, e spero chiari, sono i miei pensieri; parlando, invece, mi esprimo correttamente in Wolof, la mia lingua natìa, e conosco un po’ di francese. L’italiano? Lo mastico veramente poco: quel che basta per far capire al mio datore di lavoro che ho bisogno di una spugna nuova per i miei piatti o di un paio di guanti a sostituzione dei brandelli in lattice che mi ritrovo dopo pile e pile di stoviglie unte e bisunte. Forse vi starete domandando cosa ci faccio qui a Milano... sapete, molte volte me lo domando anche io e la risposta non può che essere qualche riflessione pseudo-filosofica sul significato della vita, dell’esistenza e sul


8 presunto disegno di un destino che pare non volerci mai al posto dove ci immaginiamo di voler essere. Ed eccomi qui, dopo un’infanzia tutto sommato tranquilla e con la rara possibilità, per chi vive nel mio paese, di poter studiare; sono stato costretto, dopo la laurea in psicologia, a dover fuggire dal Senegal a causa delle guerriglie tra le numerose tribù locali, ormai all’ordine del giorno, nella regione sudista del Casamance. Giungo in Italia con un bagaglio che definire minimale è un eufemismo (una valigia di cartone assicurata con una cordicella) ma con la grande ricchezza delle mie idee e di un mal di testa che... Ah sì, il mio mal di testa... ma di questo parlerò dopo. Vivo in un piccolo monolocale alla periferia di Milano, una di quelle stanze troppo piccole per essere definite appartamento e troppo grandi per essere definite ripostiglio, anche se ne ha tutta l’aria. Sull’ingresso la porta leggera di legno di faggio (perfino più fragile di quella di fango e guano di una capanna tribale) sembra un incoraggiante invito alla forzatura senza troppi affanni. Suppongo però che nessun ladro di buon senso proverebbe a oltrepassare il valico della proprietà di uno dei tanti disperati della Milano meno-bene quale sono io. L’uscio rivela subito tutto della mia dimora: un letto stringato sulla sinistra a ridosso di una porta finestra che non apro per una questione di profondo rispetto che ancora nutro per i miei polmoni; la veduta infatti sbircia proprio sul deposito bus comunale, regalando un tanfo onnipresente d’olio esausto e gasolio che sembra ormai permeare tutti i miei abiti (anche quelli che in Italia, per un motivo o un altro, non ho mai indossato). Accanto al letto un piccolo tavolino con mille cianfrusaglie: avanzi di cibo in scatola, qualche rompicapo -omaggio dell’amico cinese Mao Lou - e una sedia sgangherata, rossa, poggiata compostamente, quasi fosse un trono regale, a ridosso della parete opposta. Una tenda dai colori purpurei, che digradano verso tonalità più scure dall’alto verso il basso, copre maldestramente la zona servizi (poco più che un water dell’anteguerra accompagnato da un lavandino che gocciola fastidiosamente da qualche tempo). Insomma, non posso definirla di certo una reggia ma è la mia casa, il luogo dove mi ritempro dopo una lunga giornata di lavoro da “Graziano”: l’unico ristorante che coraggiosamente ha voluto dare lavoro ad un senegalese immigrato senza visto di soggiorno... o forse l’unico posto vacante ormai rimasto che nessuno a Milano aveva avuto il fegato di reclamare fino al mio arrivo. Comunque sia, da Graziano, siamo come una famiglia ormai, anche se il senso di “famiglia” che mi porto dietro è qualcosa di un po’


9 più profondo che affonda negli usi e costumi della tribù dove sono nato e vissuto per lunghi anni. La vita di città mi aveva in parte cambiato, aveva cambiato il mio modo di vestire, molto essenziale dalle parti dove vivevo, in favore di un, mai troppo odiato, blu jeans e anche il mio modo di guardare alla gente e sorridere era cambiato. Ricordo la volta che sostenni il colloquio con quello che sarebbe diventato il mio datore di lavoro: lo sguardo fiero, quasi di sfida, carico della storia e della tradizione del mio popolo, si scontrò con il bieco occhieggiare di Tony, il quale mi consigliò, se volevo il posto, di cominciare col guardare in basso... giusto ad altezza di stoviglie! E così cambiò anche il fiero Mamo per diventare un lavapiatti schivo, riflessivo, ma sempre con un sorriso genuino da regalare. Soltanto una cosa Milano non sarebbe riuscita in questi anni a cancellare e nemmeno ad attenuare, per quanto in realtà lo desiderassi quanto me stesso: i miei mal di testa. Che io stia lavorando o sia alle prese con un frugale pasto, un rimbombo improvviso e assordante, come un colpo di cannone, d’improvviso sembra tuonare nelle mie tempie con violenza inaudita: è così che comincia un tipico attacco. Poi un attimo di calma, qualche secondo, ed ecco che prende piede un dolore martellante che a ogni rintocco produce dinanzi ai miei occhi un bagliore per poi scemare nel giro di qualche frazione di secondo in attesa del colpo successivo. L’emicrania è un disturbo che coinvolge una vastissima parte della popolazione mondiale, penserete voi, ma quando i bagliori sono inframmezzati da immagini in movimento, come spezzoni di un vecchio VHS rovinato, ecco che la faccenda diventa più seria da spiegare ma soprattutto da sopportare. A volte si tratta di visioni senza un nesso logico, scorgo volti di gente a me ignota. Molte altre volte si tratta di individui o circostanze a me molto familiari, che per un motivo o per un altro mi hanno colpito, e che irrompono durante questi mal di testa lancinanti, suggerendomi circostanze future, avvenimenti che di solito si verificano a distanza di qualche ora o di qualche giorno. Non capii subito la natura del problema quando a quindici anni, dopo aver salutato con un bacio Lowanda, la figlia del capo villaggio, ebbi il primo violento attacco durante il quale vidi la mia amata sepolta sotto un cumulo di detriti e tronchi. Due giorni dopo una violenta inondazione avrebbe spazzato via buona parte delle capanne compresa quella di Lowanda che restò uccisa nell’improvviso crollo. Arrivai ad odiarmi e per lunghi anni cercai una soluzione al problema, dapprima recandomi


10 dal medico della tribù che si limitò a prescrivermi qualche rimedio a base di erbe per prevenire questi, già divenuti numerosi, episodi di emicrania. Purtroppo i farmaci non sembravano mitigare gli attacchi né fermare le immagini cui andavo pian piano abituandomi cercando di dimenticarne il prima possibile i dettagli per non condizionare la mia vita e quella delle persone che mi stavano attorno. Nessuno dovrebbe conoscere il futuro, è la più grande delle condanne ed il più terribile dei doni. Mia nonna Mochele, a conoscenza dei fatti, si preoccupava spesso del mio equilibrio mentale dicendomi che, se avevo quella facoltà, doveva esserci pure un buon motivo e che avrei dovuto aspettare affinché gli spiriti mi avessero indicato la ragione e la via da percorrere. Crebbi quindi con una testa oberata da vite che non erano le mie e ben presto, a causa dei focolai di guerra che travolsero anche il mio villaggio, dovetti fuggire con altri alla volta del Marocco da cui mi sarei poi imbarcato per raggiungere l’Italia: la grande Italia, la terra promessa, dove avrei messo a frutto i miei studi diventando uno psicoterapeuta e avrei potuto così aiutare la mia famiglia. La vita purtroppo certe volte ci regala delle sorprese amare e ben presto mi accorsi che senza documenti non avrei potuto lavorare alla luce del sole e autodenunciarmi alle autorità italiane avrebbe voluto dire un sicuro rimpatrio (dato che nel frattempo i tafferugli erano stati sedati dal nuovo governo ormai insediatosi in pianta stabile nel territorio del Casamance). Il restaurant Graziano sembrava quindi l’unico porto sicuro che avrebbe potuto garantire la mia permanenza in Italia in attesa che qualcosa cambiasse… ma sarebbe veramente cambiato qualcosa? Intanto ero già diventato, dopo soli sei mesi, un provetto lavapiatti professionista: una valigetta metallica, rinvenuta tra i rifiuti e raccattata perché stranamente ben tenuta, custodiva la mia fida spugna gialla - l’arnese del mestiere -, i guanti in lattice verde, ormai macchiati e consunti, e un grembiule marrone con su stampato uno splendido sole al tramonto, il mio sole africano. Ogni mattina, puntuale come un orologio, giungevo sul retro del ristorante; una piccola porta, nulla di più che un cigolante pannello di ferro su cui era stata malamente arrangiata una maniglia, offriva un accesso preferenziale al mio regno: la cucina. Sporca, mal tenuta, male odorante e tutti gli aggettivi che mal si sarebbero sposati con un locale del genere, beh, se li meritava tutti. La parte peggiore era però la mia postazione di lavoro: un piccolo lavabo, relegato in un angolo, af-


11 fiancato da un ripiano di marmo bianco che mi sforzavo di tenere pulito, per quanto possibile, e su cui troneggiavano pile e pile di piatti da lavare. Ricordo quando il primo giorno cominciò ad innalzarsi quel grattacielo di stoviglie, ero terribilmente lento, non riuscivo a tenere il ritmo del lavaggio, tant’è che il proprietario si indiavolò terribilmente promettendomi che mi avrebbe buttato fuori di lì a poco se non avessi imparato a lavorare in fretta e bene. Ah, il proprietario! Tony Mantido, sud americano, sposato con una turista italiana che si era lasciata abbindolare dai suoi baffi da seduttore della domenica e che solo dopo il matrimonio avrebbe riconosciuto il furfante, e pure fedifrago, che si era messa in casa. Divorzio quindi alle spalle, aveva trovato – non chiedetemi come – il denaro sufficiente a rilevare il ristorante per mettere su l’attività che aveva sempre desiderato... Peccato che Tony non fosse italiano e nemmeno il cuoco che aveva raccattato lo fosse: questo dovrebbe farvi capire molto della qualità di questo tipico ristorante italiano. Le cameriere, un look da pin-up provocanti anni 60, riuscivano però a costituire una sicura attrattiva per una clientela che comunque arrivava copiosa, forse anche perché nel nostro quartiere Graziano è l’unico ristorante a poter essere definito tale. Ben presto mi convinsi di essere diventato un maestro nel mio lavoro, inarrivabile nel brandire la spugna con fulminea abilità: raccattavo velocemente con la mano sinistra la prima stoviglia, se si trattava di un piatto lo immergevo velocemente nel lavabo colmo d’acqua, quindi un colpo di spugna circolare per detergere la superficie, poi di nuovo giù nel lavabo ed infine un’ultima volta con la spugna. Per le pentole ci voleva più metodo poiché il cuoco Josè amava far uso di grassi e strutto che ne impregnavano inesorabilmente le superfici metalliche, costringendomi ad un lavoro di gomito che comunque ormai non costituiva più un problema. Il mio lavoro terminava a tarda serata, montavo sulla fedele Mochaca, bicicletta acquistata con i primi guadagni, e filavo via alla volta di casa, stanco, ma con la convinzione che prima o poi quella vita sarebbe cambiata... e speravo in bene. Molte volte sfrecciando a tarda notte tra le strade di una Milano semideserta, immaginavo di sentirmi nuovamente nel deserto: i dossi diventavano dune, i semafori palme, i pochi bar aperti piccole oasi e la mia bici un fedele destriero berbero nero. Il giorno che la comprai fu un’emozione che non scorderò facilmente: ero venuto in possesso, finalmente, del primo agognato stipendio, quattro soldi a dire il vero, e, pagato l’affitto mensile, mi rimaneva quel tanto che bastava per


12 coronare il sogno da bambino: una bicicletta nuova, fiammante, sportiva. Presi informazioni sul negozio più fornito, forse convinto di potermi permettere il meglio che la tecnologia ciclistica odierna potesse offrire... Non avrei mai immaginato che due ruote, qualche tubo in fibra di carbonio e un sellino, potessero costare tanto… Passati in rassegna i primi fantastici esemplari, sotto l’occhio annoiato e impaziente del proprietario, capii subito che mal si intonavano con il mio look (tradotto: erano inverosimilmente troppo costose!) e fu così che feci per lasciare mesto il negozio quando un cartello “SALDO” attirò la mia attenzione. Mi soffermai disincantato e vidi una splendida city bike nera con le fiamme rosse sulla canna, un modello nemmeno troppo vecchio, cambio manuale, ruote da asfalto: il mio sogno! Chiesi timidamente il prezzo attendendo una pesante vergata, quand’ecco che la mia attesa si produsse ben presto in un sorriso pieno quando constatai di potermela permettere. Pagai il dovuto al negoziante e montai, ancora all’interno del locale, sulla bici... Sentivo risuonare nella testa l’aggettivo possessivo “Mia, Mia, MIA” che tanto mi galvanizzava e assieme gonfiava le mie fantasie proiettandomi in un mondo di ciclisti dove superavo tutti in grazia, velocità e eleganza, divenendo il paladino delle due ruote! Ancora avvolto in quell’idillio pedalai fuori dal negozio, quand’ecco che un bel chiodo si conficcò in pieno nella ruota anteriore e la bici sbandò malamente facendomi ruzzolare contro un contenitore della differenziata (ovviamente, in puro ossequio alla legge di Murphy, era dedicato alla raccolta dell’umido). Ci impiegai quattro settimane prima di poter racimolare, grazie alle mance che ogni tanto servendo ai tavoli mi lasciavano, la somma sufficiente per ricomprare la camera d’aria nuova. «Sono cose che capitano», dicevo tra me e me cercando di trovare un nesso di pura casualità nella cattiva sorte che da un po’ di tempo sembrava aver trovato in me un fido approdo e mentre lo pensavo strofinavo vigorosamente la zampa di coniglio che tenevo appesa al collo, uno dei tanti talismani porta fortuna del vecchio amico cinese Mao Lou. L’accigliato ma simpatico anziano teneva un negozio di oggettistica orientale di fianco allo stretto portone sbilenco che conduceva al mio “appartamento”. Le prime volte che sbirciai attraverso quelle vetrine mi sembrò di tornare indietro nel tempo a uno di quei vecchi film di Bruce Lee visti alla missione: dragoni dorati si contorcevano sopra cumuli di vasellame, sicuramente Ming, mentre rivoli di pergamene dorate cadevano dagli scaffali regalando un caos che tuttavia aveva dell’affascinante. Durante uno dei


13 miei viaggi tra gli oggetti in vetrina, la mia attenzione venne di colpo catalizzata da uno strano bambolotto, alto un metro e settanta circa, capelli lunghi bianchi e baffi altrettanto candidi, lo sguardo profondo ma rassicurante. Ci misi pochissimo, nell’imbarazzo più profondo, a rendermi conto che altri non era che il proprietario del bazar che, in un momento di ilarità – presumo orientale - si era esposto in vetrina tra le varie mercanzie. Dopo lo sbigottimento risi, rise anche lui, e mi invitò a entrare sfoggiando un improbabile accento milanese che avrebbe fatto impallidire tutti i guerrieri di terracotta a guardia della grande muraglia. Mao Lou viveva a Milano da trent’anni ormai e si era ambientato tanto bene da aver abbracciato alla perfezione l’idioma della Madunina anche se intercalava ogni tanto qualche sillaba o gruppo di consonanti incomprensibili, probabilmente vecchio retaggio del suo cinese ormai accantonato (o “a Canton nato”?). Durante una di quelle visite, divenute quasi giornaliere, ebbi un forte attacco di emicrania con annessi e connessi, e notai come il vecchio non si scompose più di tanto porgendomi una boccetta nera intarsiata contenente un balsamo violaceo che, strofinato sotto le narici, sembrò alleviare il mio dolore. Quella volta mi guardò con sguardo paterno aggiungendo: «È un peso che molti vorrebbero portare per brama di potere e di cui pochi vorrebbero liberarsi per alleviare le proprie sofferenze e quelle altrui. Conserva la mente lucida, poiché se un drago si agita nella tua anima prima o poi verranno fuori fuoco e fiamme. Te capì? ». Presi sul serio quelle parole un po’ come si prendono sul serio i biglietti di augurio all’interno del tipici biscotti della fortuna cinese. L’anziano comunque pareva essere stranamente a conoscenza della natura del mio problema ma, schivo e geloso della mia vita com’ero, non chiesi ulteriori spiegazioni e preferii seppellire il tutto sotto una coltre di sorrisi di gratitudine e di circostanza. Durante una di quelle visite mi regalò quell’arruffata zampa di coniglio nera che tenevo al collo, raccomandandomi di strofinarla vigorosamente ogni qual volta avessi avuto un attacco... diceva che mi avrebbe aiutato a focalizzare. Fatto sta che il tempo passava e ormai i miei mal di testa si presentavano puntuali a tutte le ore del giorno regalandomi scorci di vissuto, scampoli di esistenza, brandelli di vita, cui non volevo essere per nulla al mondo partecipe. Non lasciatevi tuttavia ingannare dalle mie disavventure extrasensoriali, la perseveranza nell’arte della detersione della stoviglia mi valse a tal punto l’ammirazione del mio capo che decise, di tanto in tanto, di pro-


14 muovermi a cameriere di sala... o per meglio dire: nei momenti di particolare affluenza di clientela, specie durante i fine settimana, Tony mi costringeva ad improvvisarmi garçon facendomi indossare un buffo panciotto nero sopra ad una camicia bianca da cuoco e minacciando il licenziamento se mai avessi osato proferire qualche parola fuori luogo. Per me quelle giornate, per quanto faticose, erano una vera festa: adoravo stare a contatto con la gente e anche se il mio italiano era parecchio stringato, mi facevo comunque capire, riuscendo a strappare qualche sorriso ai clienti. Ricordo quella volta in particolare durante la quale rischiai di rompermi l’osso del collo perché, noncurante della camicia penzolante fuori dai calzoni, andai a incastrarmi sulla porta basculante della cucina mentre reggevo sei piatti stracolmi da portare ai tavoli. Inutile dire che mi proiettai per terra con un tonfo da oscar suscitando l’ilarità della sala, incurante della possibilità di una mia rottura ossea, e l’incazzatura del mio capo che non mi pagò per due giorni a mo’ di risarcimento. Anche quella notte, come tutte le notti del resto, ebbi il solito attacco di emicrania notturna accompagnato da immagini che da due anni a questa parte erano divenute costanti e ripetitive: mi vedevo disteso su di un campo di margherite... ad un tratto le margherite divenivano lame di coltelli che incidevano le mie carni. Cacciato un urlo, mi svegliai in preda ad un dolore opprimente, quasi reale, stringendo con forza la zampa di coniglio. Non avrei capito cosa significassero quelle margherite se di lì a poco non si fosse verificato un avvenimento che avrebbe cambiato il mio modo di guardare ai miei mal di testa. Mia nonna comunque aveva ragione, ne aveva sempre”.


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CAPITOLO II Il braccio balbuziente della legge

“La mattina giunse in fretta e con essa il peso di una giornata lavorativa che si prospettava intensa, forse più del solito: era un venerdì e, solitamente, il ristorante a inizio week-end si riempiva del tutto. Tony gioiva, in vista del fine settimana, come un bambino che sogna la vigilia di Natale per scartare i regali. Il sottoscritto attendeva quelle giornate con meno veemenza perché avrebbe avuto a che fare con pile enormi di piatti da lavare e con la concreta possibilità di venire sfruttato anche come cameriere in sala. Alzai le spalle preparandomi ad ingoiare l’amaro boccone e misi su il primo accoppiamento che mi capitò a tiro frugando nella valigia: un vecchio blue-jeans rattoppato e una maglia grigia dalle maniche fin troppo lunghe. Dopo aver fatto colazione con del pane un po’ stantìo, portato via dalla cucina di Graziano la sera precedente, e aver sorseggiato un po’ di latte freddo, mi gettai sulla bici. Per quanto conducessi una vita abbastanza appartata, per non dare troppo nell’occhio, avevo anch’io degli amici, miei connazionali, che visitavo di tanto in tanto prima di recarmi sul posto di lavoro. Amadou, Pape e Zainabou abitano in un appartamento al limitare del quartiere cinese: un grande monolocale con due finestre che si affaccia su di un cortile fatiscente colmo di rifiuti e siringhe. Ho conosciuto i miei tre amici durante una delle prime settimane di permanenza a Milano: come molti extracomunitari, senza un lavoro né un tetto sopra la testa, andavo spesso alla mensa della Caritas per assicurarmi un pasto caldo. Quella volta vidi un capannello di fratelli di colore inneggiare chiassosi e avvicinatomi, un po’ per curiosità, scorsi per la prima volta i tre venditori ambulanti discutere animatamente per contendersi la zona di vendita. È prassi consolidata che ogni extracomunitario concordi con gli altri membri della comunità una fetta di città, o anche soltanto una strada, su cui esercitare in esclusiva la propria attività commerciale. Troppe volte questi accordi tardano ad arrivare e sono regolarmente preceduti da duri scontri, molte volte fisici, e non è raro vedere brandire coltelli o bastoni. Quella volta mi intromisi nella bagarre of-


16 frendomi come giudice e mettendo a disposizione l’ottima conoscenza che possedevo di quella parte di Milano per assicurare un’equa suddivisione dei quartieri tra i tre. Trovato un accordo, gli uomini fecero subito amicizia: cercavano un alloggio a poco prezzo da dividere e ben presto concordarono una comune convivenza in un appartamento non troppo distante dalla mensa popolare. Amadou è un ingegnere meccanico trentenne, fuggito qui in Italia un paio di anni orsono poiché coinvolto nell’omicidio del cognato e incastrato con false prove prodotte dalla famiglia della vittima. Non riuscendo a dimostrare la propria innocenza e braccato dalle autorità locali, pagò con tutti i risparmi un passaggio in una delle tante carovane di disperati diretti nella bella penisola. Pape è un omone di quasi quarant’anni con un sorriso giocondo che gli disegna sul viso un’onnipresente espressione felice ed appagata. Lui non è fuggito ma è partito per scelta alla volta dell’Italia: senegalese, prese in sposa la splendida Binta per poi maturare la scelta di cercare fortuna altrove per garantire alla famiglia il necessario per sopravvivere. Sempre di poche parole, mi capita di incontrarlo spesso, seduto su qualche marciapiede, il mazzo di rose poggiato per terra, a sfogliare il piccolo album di foto della moglie che porta sempre con sé. Zainabou è il più piccolo dei tre, appena ventenne, giunto in terra italiana grazie allo zio paterno: è un atleta, un podista formidabile. Convinto di poter gareggiare in Italia si è dovuto scontrare, come il sottoscritto, con la dura realtà dei “fantasmi senza documenti” che a migliaia affollano i sobborghi delle più grandi città, Milano compresa. Il giovane atleta non si perde comunque d’animo e non è raro vederlo alla mattina presto allenarsi al parco perché convinto che un giorno verrà il suo momento e per allora dovrà essere in piena forma. Quella mattina giunsi a casa dei tre con un sacchetto: qualche tozzo di pane, quello più fresco in mio possesso, un paio di barattoli di salsa di pomodoro e un pezzo di formaggio avvolto in un foglio di carta stagnola. Passammo una mezz’ora a ridere delle barzellette africane che Amadou cercava confusamente di ricordare mentre Zainabou lo stuzzicava con un fischietto deconcentrandolo”. Dall’altra parte della città, nello stesso istante, quasi come nella vignetta successiva su di una pagina d’un qualunque fumetto, si issava, maestoso e spietato, il martello del giudice che, per l’ultima volta, pestava greve il


17 dischetto d’ebano pronunciando la sentenza tanto attesa. Arturo aveva presagito che nulla di quella giornata sarebbe andato per il verso giusto, una sensazione gravida di tristi novità lo accompagnava infatti fin dall’alba quando, alzatosi di soprassalto dopo uno strano incubo, aveva battuto violentemente la testa contro la mensola che incautamente aveva fissato a capo del letto, a dieci centimetri o forse poco più da dove avrebbe adagiato il cuscino. Ma si sa, uno sbirro può solo fare lo sbirro, glielo diceva sempre il povero padre, deceduto qualche anno prima, tenente di polizia pluridecorato in pensione. Figuriamoci quindi se si sarebbe potuto improvvisare in quel, seppur semplice, lavoro di carpenteria o di fai da te casalingo. Di fatto aveva osato fissare quell’asse di legno ignorando le più comuni regole del buon senso che vieterebbero di appendere una qualunque vistosa sporgenza come quella a meno di cinquanta centimetri d’altezza dal cuscino. Dopo il colpo secco del martelletto, il giudice rivolse lo sguardo severo verso Arturo: «L’imputato ha qualcosa da aggiungere?». Arturo, stretto all’avvocato, cercò di radunare tutte le forze nella convinzione che si sarebbe prodotto in una delle sue simil-arringhe che tanto lo avevano reso “famoso” tra i colleghi al punto da guadagnarsi, per la loquace e sicura favella, il soprannome di “mitraglia”. Esordì, come in tutti i telefilm americani che si rispettino: «Sig. Giudice... mi rimetto alla cleme… cleme... clememe... ». La lingua gli si intorpidì avviluppandosi in una strana contorsione e si rese conto che qualcosa era cambiato nella sua testa, già incasinata, dopo essere venuto a conoscenza delle pesanti richieste avanzate spocchiosamente dall’avvocato della controparte. Non si perse d’animo e ci riprovò: «Giu… giu… giudice, vo… vo… volevo… ri… ri… ricordare... c… c… c... c… che». Si fermò, arrossendo vistosamente mentre il suo avvocato, resosi conto dell’inedito imbarazzo lessicale del suo assistito, si alzava prendendo la parola e ringraziando il giudice per non aver tenuto conto degli altri spiacevoli avvenimenti che avevano visto coinvolto il sig. Montanari, suo assistito; quindi si congedava con un sorriso sornione di solito esibito da chi la causa l’ha vinta con ampio margine, ma, si sa, gli avvocati sono dotti nell’arte del mentire, anche forse a loro stessi. Il giudice batté nuovamente il pesante martelletto:


18 «L’udienza è sospesa per trenta minuti, mi ritiro in camera di consiglio per la sentenza». Puntuale come un orologio, la bruna toga fece ritorno con sguardo serio e composto. Si avvicinò al microfono, tossì, quindi pronunciò il ferale responso mentre un silenzio tombale era calato in aula: «Il Tribunale di Milano, prima sezione civile, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da Donati Raffaella nei confronti di Montanari Arturo così provvede: pronunzia la separazione dei coniugi Montanari Arturo, nato a Milano il 5 Aprile 1970, e Donati Raffaella, nata a Milano il 22 Dicembre 1975, che hanno contratto matrimonio in Milano in data 13 Maggio 2005, con addebito al resistente; determina in euro 500,00 l’assegno di mantenimento a favore della ricorrente da versare entro il giorno cinque di ogni mese con indicizzazione annuale ISTAT; condanna il resistente al pagamento delle spese di lite che liquida in complessive euro 2.000,00 di cui 200,00 per spese, 500,00 per diritti e 1.300,00 per onorario oltre iva e cpa come per legge. Così è deciso, l’udienza è tolta». Il martelletto percosse per l’ultima volta il dischetto d’ebano. Arturo, sconvolto dalla nuova difficoltà espressiva e scorato dall’evoluzione, prevedibile, della vicenda giudiziaria, decise che sarebbe stato utile tornare a lavoro per affogarvi le amarezze d’una vita matrimoniale ingrata. Ovviamente non mancò lo sguardo sadico e soddisfatto della moglie che uscendo dall’aula non esitò a rivolgergli un caro saluto: «Non poteva che finire in questo modo. D’altronde lo sei sempre stato un perdente e quindi dovresti essere abituato a certi risultati. Ti saluto!». Percorsi un paio di metri in direzione dell’atrio del tribunale, sembrò tornare indietro con un sorriso di scherno correggendo il tiro: «Anzi… Ti sasa… sasa… saluto!! », ma forse si trattava solo di un sogno, un incubo ad occhi aperti alimentato dall’ansia da prestazionelinguistica che aveva colto inaspettatamente l’incredulo ispettore. Certo è che la stronza si produsse in una risata fragorosa ed isterica, stringendo a sé, a mo’ di scudo, una borsa Louis Vuitton acquistata con il denaro che Arturo le versava già da tempo per “farla stare buona” ma che si sarebbe potuta permettere comunque visto l’ingente patrimonio di famiglia di cui era unica erede. Il poliziotto non poté fare altro che afferrare la giacca, gettata confusamente sulle poltrone di fianco, e uscire dal tribunale con un fare da cane


19 bastonato. I pensieri si rincorrevano veloci nella sua testa: voleva farla pagare alla moglie ma al tempo stesso nutriva ancora per quella donna dei timidi sentimenti, offuscati dalla tracotanza e dalla superbia di lei che in quei cinque anni di matrimonio erano cresciuti a dismisura. Non la riconosceva ormai più e non trovava certo man forte nei suoceri che, fin dall’inizio, avevano osteggiato quel matrimonio a tutti i costi: «Sbirro, cerca di girare al largo da mia figlia! Non hai idea di chi stai frequentando adesso; non puoi permetterti di starle a fianco, non hai i numeri! Cercati una brava donna al tuo livello e lascia stare mia figlia! ». Erano state queste le parole che il sig. Donati, magnate dell’editoria, aveva sentenziato vedendo Arturo ronzare attorno alla propria “bambina” cinque anni prima. Ma allora Raffaella era una giovane rampolla della Milano bene, affascinata dal truce e avventuroso mondo della polizia metropolitana e aveva visto nel futuro marito un’esaltazione del proprio desiderio di evasione dalla routine dei salotti alto-borghesi cui era stata abituata fin da piccola. Purtroppo l’idillio si ruppe dopo pochi anni e con esso andò via quel senso di ammirazione che l’aveva legata ad Arturo. «Un pa... pa... un pa... pa... un papacco di Malboro Roro... roro... rorossssse per favvvv... favvv... ore!! ». Il tabaccaio annoiato sembrava l’unico a non far caso alla difficoltà del poliziotto che sentiva l’ombra della derisione ormai ovunque. Non osava recarsi più al solito bar da Paolo perché temeva la mannaia dello sfottò degli avventori: li conosceva da molti, troppi, anni per pensare che quei bastardi potessero capirlo o anche forse solo compatirlo. “Non mi resta che starmene da solo, evitare tutto e tutti, forse prenderò un periodo di ferie. Magari andrò a farmi quella mitica vacanza che tanto ho desiderato in California. Probabilmente mi tornerà la parola e la voglia di rimettermi in discussione”, pensava Arturo fumando nervosamente la terza sigaretta di fila davanti al portone del commissariato. Non sapeva se entrare, recarsi alla sua scrivania, facendo la parte del policeman cupo e tenebroso che non guarda in faccia nessuno e che quindi non è costretto a salutare nessuno (evitando così di svelare la sua nuova vulnerabilità). Oppure immaginava se stesso come protagonista di un grottesco musical alla Mel Brooks: le porte della stazione di polizia si spalancavano entrambe, lui entrava a ritmo di musica roteando il manganello e intonando, balbettando, un «Go... goo... gooo... goood... momo... mo... momo... momorning to... toto... to youuuuuu...» accompagnato dalle colleghe che, in mise discinta, si producevano in cori misti tra balbuzie e


20 risatine giulive in un tripudio culminante nell’entrata in scena del suo capo che gli consegnava un attestato di “braccio balbuziente della legge”. Non optò né per l’una né per l’altra delle ipotesi, entrò a testa china nell’edificio abbozzando un sorriso di saluto all’usciere, quindi inforcò l’ascensore, già presente al piano e deserto, con la certezza di riuscire a giungere alla terra promessa, il suo ufficio, senza incontrare nessuno. I sogni molte volte divengono allegoriche caricature ed ecco uscire dalla porta del questore la bella Silvia Di Cimeli, avvocato spesso convocato in commissariato, di cui il nostro Arturo era profondamente innamorato. Fece un gesto per invitarla, da vero cavaliere, a precederlo in ascensore, quand’ecco che, per pura disgrazia, notò che una scarpa gli si era slacciata (o forse era in procinto di slacciarsi, chi può saperlo?) e, per evitare di inciampare rovinosamente, dovette chinarsi immediatamente a riannodarla dando per scontato che, ahimé, avrebbe perso la corsa in ascensore con la bella Silvia. Ma gli avvocati, questi figuri pieni di risorse, non si perdono mai d’animo! Ed ecco il tacco dodici della ragazza di legge a bloccare le porte automatiche in attesa che il poliziotto terminasse l’ingrato compito e saltasse a bordo. Arturo, con un sorriso amaro, pensò: “Adesso mi toccherà salire con lei, sono fottuto... sarebbe stato meglio se fossi tornato a casa...”. E con un fare ancora più amaro esclamò: «Graaaa... graaa... graazie!», quindi entrò in ascensore. La frittata era fatta. La ragazza non aveva parlato spesso con Arturo ma si stupì di non aver notato prima la balbuzie spietata e, dato che le donne sanno essere crudeli e gli avvocati sanno essere sadici, le donne avvocato sanno essere un connubio incredibilmente esplosivo dei due ingredienti: sondò il terreno con una domanda di rito per capire se si fosse trattato di un problema passeggero o se avesse dovuto eliminare quell’uomo dalla sua personalissima lista di “papabili” poiché non esattamente sicuro di sé come lei li preferiva. FINE ANTEPRIMA CONTINUA...


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Mamo, un lavapiatti, un poliziotto, un mal di testa  

Saverio Conigliaro, giallo