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Disponibile anche: Libro: 13,50 euro (dal 28 ottobre 2011) e-book (download): 8,99 euro e-book su CD in libreria: 8,99 euro (da novembre 2011)


Leandro Castellani

LE VIE DEGLI AMORI

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LE VIE DEGLI AMORI Copyright © 2011 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2011 Leandro Castellani ISBN: 978-88-6307-385-0 In copertina: Immagine Shutterstock.com

Finito di stampare nel mese di Ottobre 2011 da Logo srl

Borgoricco - Padova


Quante vie s’intrecciavano in maniera bizzarra nello strano tempo in cui era chiamato a vivere! E quanti amori‌


PROLOGO

Il calcio del fucile si abbatte sulla fragile porta del piccolo ospedale. Le grida delle donne. Il pianto dei bambini. Sono tornati! Appena pochi giorni dopo l’ultima razzia e le minacce alle suore. Che sono partite in fretta, lasciandola sola con l’ultimo scaglione da mettere in salvo. Sono tornati! E lei, unica rimasta, cerca di frapporsi fra la furia omicida dei guerriglieri e quei poveri sventurati, ammassati nel precario lazzaretto ai margini della foresta amazzonica. Perchè? Che c’entrano quei vecchi indifesi, quei bimbi denutriti, con la lotta armata delle fazioni? Che c’entrano le missionarie giunte dalla lontana Europa per portare Cristo a un popolo di miserabili? Suor Veronica lotta per liberarsi dalle braccia robuste che l’inchiodano a terra e lacerano la sua veste bianca svelandone le carni verginali. Per anni si è quasi dimenticata di avere un corpo, e ora ne riprende coscienza nel modo più brutale. Le labbra dell’uomo premono i suoi seni, le mani le percorrono il ventre. Avverte la fitta improvvisa della penetrazione, il suo imene lacerato, il sangue scorrerle lungo la coscia. Scopre per la prima volta quel suo essere femmina secondo le regole ancestrali dell’istinto animale. Non può sfuggire al bruto che le fa violenza, ma solo urlare, disperatamente, con tutte le forze. E le sue grida si confondono con altre urla selvagge intorno a sè… L’eccidio continua: i lunghi machete compiono l’opera iniziata dalle sventagliate dei mitra. Le inutili sevizie sui cadaveri, il taglio dei macabri trofei. Altri uomini continuano a schiacciarla contro la terra dell’ospedale e a violarla. Poi un Dio tardivamente misericordioso le toglie la coscienza. Sviene. Cessano le urla e il pianto degli inermi. Solo, insiste il lamento di un bambino, più lugubre degli ululati che dopo l’imbrunire giungono dalla boscaglia.


CAPITOLO UNO

Veronica Quell’incubo ritornava ogni notte. Si destò in preda al panico, gridando. «Suor Veronica, suor Veronica, sono qui accanto, è passato, è tutto passato…» La suora anziana, china sulla giovane consorella, prese ad asciugarle la fronte madida di sudore. Alla luce fioca della lampada, Veronica si guardò attorno: la cella bianca, l’inginocchiatoio, il quadro della Vergine, il crocefisso… si trovava di nuovo nel suo mondo. Eppure il suo mondo era un altro, quella lontana terra di missione fatta di dolore e violenza. Cosa ne era rimasto dopo la sua partenza forzata? Il capo le ricadde pesantemente sul cuscino. Le palpebre le si fecero pesanti. E stavolta giunse il sonno ristoratore. Nel corridoio buio del convento si era accesa qualche luce. Le suore sbucavano dalle loro celle, destate da quelle grida che ormai si ripetevano ogni notte. «Dopo quello che ha passato, poveretta! Il medico ci ha raccomandato di non lasciarla mai sola!» «Ma è trascorso già un mese dal Salvador…» «Dobbiamo avere pazienza, aiutarla con la cura assidua… e con la preghiera…» Le porte si chiusero. Le luci si spensero. Era tornata la quiete. Accanto al letto di Veronica, la suora anziana tentava di contrastare il sonno sgranando il Rosario.

Angelo


Avevano varcato titubanti il grande portone dipinto in azzurro. Lui, sessant’anni, un’incipiente pancetta e una pronunciata calvizie, lei di poco più giovane, un’acconciatura messa a punto da una parrucchiera casalinga e un abito dai colori spenti. Una coppia sfiorita, quasi patetica. Sul piazzale l’Alfa sbolliva i troppi chilometri coperti per arrivare fin lassù, in cima a quella collinetta toscana disegnata dagli ulivi e dai cipressi. Superato il portone azzurro, la calura e l’oro abbacinante dell’estate sembravano svanire d’improvviso: c’era una frescura più che primaverile e gli occhi, nel rapido trapasso da luce a buio, si smarrivano nel vuoto di un androne sbiancato a calce. Avevano atteso a lungo, allontanando la tentazione di sedersi su una delle panche che correvano lungo le pareti; lui continuava a detergersi la fronte stempiata con un grande fazzoletto bordato di rosso, lei il labbro superiore appena imperlato con una pezzuola dagli angoli ricamati, ultimo residuo di un remoto corredo nuziale. E finalmente, dopo un’attesa interminabile - così era loro sembrata riapparve il giovane dal cranio completamente rasato che li aveva accolti. La lunga tunica azzurrina dei “fratelli dell’amore”, nella penombra dell’androne, ne faceva una silhouette irreale, come l’ombra minacciosa di un cattivo da fumetti. «Torno a ripetervi: Siddharta non vuole vedervi più» disse. «Siddharta?» ripetè a stento la donna. «È il nuovo nome di colui che fu vostro figlio.» «Angelo…» «Angelo non esiste più.» «Ma è figlio nostro…» «La vostra insistenza può solo turbarlo, noi dobbiamo vegliare sulla sua incolumità spirituale, garantirgli la pace.» L’ometto non riuscì a reprimere un moto d’ira. «La pace? L’aveva già la pace! Cosa voleva di più dalla vita?» «Non gli abbiamo fatto mancare mai nulla…» aggiunse a mezza bocca la madre, e l’uomo riprese con più forza: «Ha una laurea in Economia e Commercio, un avvenire, una ragazza che gli vuole bene… fatemelo vedere, almeno…» Il giovane dalla tunica azzurra troncò la conversazione.


«Devo andare, è l’ora della meditazione, addio!» Vennero licenziati bruscamente e il grande portone ceruleo si chiuse alle loro spalle. All’esterno le cicale frinivano, nell’ora più calda dell’estate. Non tirava un alito di vento. Gli anziani coniugi attesero, nella speranza che accadesse qualcosa, che un temporale lontano o un tuono o una folgore venissero a rompere tanta sepolcrale immobilità. E d’un tratto sembrò levarsi un canto, più che un canto il biascicare di una melopea senza parole distinte. I due si fecero coraggio e presero a dirigersi verso la sorgente di quella nenia che giungeva dal retro del vecchio casale, anch’esso brutalmente ridipinto nell’unico ossessionante colore, segno distintivo di quel mondo segreto. Dalla porta posteriore usciva in fila indiana una teoria di giovani, almeno quindici, tutti serrati nelle tuniche azzurre, lunghe sino a sfiorare il terreno, il capo rasato, le mani congiunte. Riconobbero Angelo, il loro Angelo, con quel volto terragno da commercialista toscano che la singolare acconciatura rendeva ancor più incongruo, quasi una bieca mascherata. Teneva fra le dita due dischetti d’ottone che batteva fra loro ritmicamente, ad assecondare e scandire la melopea. Il padre cercò di chiamarlo: «Angelo, Angelo…» Il giovane in azzurro non volse neppure il capo, completamente assorbito dal ritmo di quel suono penetrante e argentino che scaturiva dalle sue mani. Padre e madre si allontanarono sconsolati. L’Alfa impolverata si rimise in moto e si allontanò sino a scomparire fra gli ulivi e i cipressi. I giovani avevano fatto cerchio attorno al Maestro sceso in mezzo a loro. Un uomo dalla barba folta, da patriarca biblico. Due pupille magnetiche piantate sul fondo di due orbite incavate. Si fece improvviso silenzio. L’ultima eco dei dischetti d’ottone si disperse pian piano sino a confondersi col frinire delle cicale che aveva ripreso ossessivo. Poi il Maestro iniziò a parlare…

Fred


L’interfono, posto accanto al ritratto di una giovane signora, emise un suono leggero, come il cricri di un grillo. Federico Foresti pigiò il tasto verde. «Dottore, c’è la signora Orsi.» «Faccia passare, Clara.» Sarebbe stata l’ultima visita della giornata, poi l’attendeva la consueta deviazione in palestra, e a casa! Si era ripromesso già da qualche anno di non varcare mai i confini di un rigido orario, da quando era divenuto uno psicologo alla moda, ricercato e blandito dalla migliore società, ospite di salotti e talk-show. Meglio elevare la parcella dei consulti che farsi sommergere per più di sei ore al giorno da una marea di angoscianti problemi… Ma quella nuova cliente meritava tutta la sua attenzione. Non era necessario essere un attento lettore delle cronache mondane per sapere che Marta Orsi era la moglie di uno dei più importanti produttori di surgelati. “Orsigelo”. Quel marchio - un orso polare rampante sulla banchisa ideato da saccenti pubblicitari in crisi di originalità, era una presenza quasi ossessiva in ogni super e ipermercato dell’Unione Europea. Si fece incontro alla nuova cliente affettando il sorriso delle accoglienze, quello che funzionava al primo impatto. L’aspetto fisico lo aveva facilitato nella carriera; Foresti ne era più che consapevole. Cosa avrebbe combinato senza l’aiuto di quella linea asciutta e slanciata, di quegli occhi azzurri da divo della tv? Se un giorno avessero dovuto imbastire una soap-opera sulle vicende di uno psicologo - o forse c’era già? - avrebbero scelto uno come lui… «Dunque, signora Orsi, qual è il problema?» Lei si era accomodata con nonchalance sull’ampia poltrona di cuoio accavallando le gambe. Una bella donna, senza dubbio, trucco discreto, abiti raffinati, trentacinque o forse quaranta ma ben portati, nessun ritocco dovuto al bisturi o ad altri espedienti estetici, o perlomeno nessun ritocco evidente. Ma quello sguardo intenso, velato da un’ombra di autentica preoccupazione, l’aveva riscontrato ben di rado nelle signore dell’alta società che annoverava fra le sue clienti. «Veramente non riguarda me, ma mia sorella…» La solita scusa un po’ barbina: è sempre un’amica, una sorella, una cugina ad avere dei problemi! Procedura sin troppo abusata che fece fiorire un incipiente sorrisetto sulle labbra dello psicologo. Ma subito smor-


zato, non era il caso di fare dell’ironia con un’eventuale cliente di quel peso sociale. «Sua sorella? Perchè non è venuta lei a consultarmi?» «Ora le spiego…» Si era spiegata con chiarezza, un tono di voce un po’ artificiale, come di chi abbia appreso a fatica a ostentare l’appartenenza a un ceto sociale non suo. Nancy, la sorella più giovane, soffriva ormai da molti anni di un male misterioso. Tutto era iniziato quand’era bambina. Un certo giorno i suoi genitori si erano spostati dal paese - “sa, sono nata a Caravaggio” aveva confessato la signora abbassando gli occhi quasi a nascondere un piccolo peccato - per recarsi con le due figliolette alla grande Fiera Campionaria di Milano, un sogno accarezzato da lungo tempo. Avevano ammirato i grandi stand, consumato i panini acquistati al banco di degustazione di prodotti tipici, insomma ripercorsa tutta la liturgia dei visitatori di provincia. Ma sul più bello la piccola Nunzia era scomparsa. Gli altoparlanti della Fiera ne avevano ripetuto il nome più volte, fra un comunicato commerciale e un avviso di servizio. Genitori disperati, inservienti in agitazione, hostess premurose, guardie giurate e vigili urbani visibilmente seccati per l’ennesima incombenza: li lasciassero a casa, questi bambini che si perdono! C’erano volute ben undici ore prima di ritrovarla, spaurita affamata e tremante, sul retro di un grande padiglione, in un angolo, quasi nascosta da una teoria di grandi recipienti per rifiuti. «Da quel momento non volle più uscir fuori casa a giocare e ogni mattina faceva le bizze perchè non voleva andare a scuola. I miei genitori pensavano si trattasse di semplici capricci di bambina, ma Nancy era irremovibile. Ad aprire la porta o forzarla a uscire c’era da vederla cadere in crisi isteriche. Convulsioni epilettiche vere e proprie… ma il medico diceva che dal punto di vista fisico era tutto a posto, e allora ci dovemmo rassegnare a vederla autoreclusa…» «Agorafobia» concluse saccente lo psicologo «la paura di trovarsi all’esterno in grandi spazi, con gente attorno.» «Ora mia sorella abita con me a Villa Orsi. Quando ho deciso di trasferirla dalla vecchia casa dei miei abbiamo dovuto farle praticare un’iniezione per addormentarla, come fanno con gli animali selvaggi, e ce n’è voluto prima che si abituasse alla nuova dimora…»


«Perchè ha atteso tutto questo tempo per ricorrere a uno psicologo?» Marta abbassò gli occhi e, per la prima volta dall’inizio del colloquio, cercò le parole a fatica. «La mia famiglia… non aveva mezzi.» Sollevò lo sguardo con aria risentita, come se il prolungato silenzio di Foresti suonasse un muto rimprovero per l’indigenza dei suoi. «Che c’è di male? Soltanto con il mio matrimonio le cose sono cambiate…» e il tono si era fatto accorato «senta, dottore, le chiedo soltanto di venire a casa mia per vederla, poi deciderà se accettare il caso…» Foresti sembrava visibilmente interessato alla vicenda. «Anche i suoi genitori vivono con lei? Mi piacerebbe parlare con loro.» «No, vivono in una villetta fuori città, dono di… mio marito è un uomo generoso… stanno bene lì, è quasi campagna… e poi Nancy rifiuta di vederli. Non li ha mai perdonati per averla mandata lontano dalla vecchia casa, fuori dalla stanzetta in cui viveva rinchiusa.» Marta si alzò dalla poltrona dando ormai per scontata l’adesione del dottore, che scattò in piedi per accompagnarla alla porta. «L’indirizzo è via dei Platani ottantacinque. La prego…» «Sarò da lei martedì. Alle dieci, le va bene?» “Finalmente” si era detto Foresti “dopo tanti anni spesi a confortare signore inutilmente inquiete, un caso interessante!”

Veronica «Vi sentite male, suor Veronica?» Sorpresa a vomitare nel piccolo lavandino della cella. Tanta sollecitudine diventava ingombrante. Eppure suor Vittoria lo faceva per il suo bene, su incarico della Madre Superiora che le aveva raccomandato di non lasciarla mai sola. Come avrebbe voluto tornare laggiù, fra i suoi vecchi e i suoi bambini, al margine di quella intricata boscaglia che chiamavano Foresta Amazzonica! Anche se tornare avrebbe significato dar nuovo corpo agli incubi, far resuscitare le paure. Che ne era stato dell’ospedale? Chi si sa-


rebbe presa cura dei malati, dei bimbi denutriti, dei vecchi in attesa della morte? A cosa le serviva aver appreso il portoghese nonchè qualche parola dei variopinti dialetti locali per aver accesso a quelle anime? «Vi sentite male, suor Veronica?» «Niente, non è niente.» Sentiva su di sè gli occhi perplessi della solerte infermiera. O della sua guardiana? Forse anche Suor Vittoria si stava chiedendo quale fosse la causa di quei ripetuti malesseri, quelle frequenti nausee che le serravano il ventre all’ora della refezione. «È il mio stomaco, mi ha dato sempre problemi. Passerà…» Ma nel suo cuore stava nascendo un dubbio, un timore che le era sempre più difficile fugare…


CAPITOLO DUE

Fred «Ma è così grave questa… come hai detto che si chiama?» «Agorafobia.» Foresti non era solito parlare con la moglie del suo lavoro e dei nuovi e vecchi pazienti. E per più di un motivo. Ma la prospettiva di un caso interessante, una situazione singolare che lo avrebbe introdotto in un ambiente di autentici magnati, aveva finito per eccitarlo. Per la prima volta Giovanna era riuscita senza troppa fatica a farlo entrare in particolari. Sedevano entrambi al piccolo tavolo di cristallo per una breve refezione serale da superigienisti. Verdure crude, mezzo pompelmo, una sogliola al vapore. Appena due dita di vino proveniente da colture rigorosamente biologiche. Lo doveva anche al rigoroso regime alimentare quel fisico asciutto, giovanile, che infondeva tanta fiducia nelle pazienti. Per sua moglie poi la cura della linea era un dogma, dato che le sue forme già procaci tendevano con facilità a divenire un po’ troppo prosperose, almeno secondo i canoni correnti della bellezza. Il dialogo con Giovanna era iniziato nel modo consueto: «Come è andata oggi?» «Le solite cose… Ti ricordi di quel tipo che avevo convinto a divorziare il mese scorso? Be’, adesso vorrebbe risposarsi, e sai con chi? Con la ex-moglie… te l’ho detto, stupidaggini…» Aggredendo la sogliola al vapore non era più riuscito a trattenersi e le aveva parlato di quello strano caso che forse poteva rappresentare una svolta nel suo logorante trantran di psicologo alla moda. «Agorafobia… è così grave non voler uscire di casa?» «Gravissimo.»


Le raccontò un fatto documentato: a New York, due anni prima. Una donna trovata cadavere nel suo appartamento. Morta per denutrizione. Eppure in casa c’erano seicento dollari e proprio sotto il palazzo un negozio d’alimentari. Morta per non affrontare l’insostenibile panico che la sopraffaceva ogni volta che tentava di farsi forza e varcare il portoncino del proprio appartamento…

Elsa Una piccola luce rossa si accendeva a intermittenza quando in clinica si prospettava un’emergenza in questo o quel reparto. E subito l’infermiera di turno si metteva alla caccia del medico specialista richiesto dal caso. Stavolta toccava all’ostetrico-ginecologo. Fatalità voleva che le due partorienti ricoverate al reparto maternità richiedessero contemporaneamente la sua presenza. Due casi difficili. Teresa era ricoverata da alcuni giorni. Una donna ansiosa con un marito altrettanto ansioso. Non più giovanissima, al primo parto. Un lieto evento ormai insperato, atteso per tanti anni e giunto quando i due avevano cominciato a rassegnarsi. Il marito, ingegnere di solida reputazione, aveva voluto sistemare la consorte nella clinica più affidabile della città. Le doglie erano sopravvenute la mattina stessa, anticipando le decisioni del ginecologo che aveva fissato un cesareo per la settimana successiva. Il professor Fulgenzi stava indossando la mascherina, assistito da Geltrude, la sua ostetrica di fiducia, quando la luce rossa aveva ripreso a lampeggiare e un’altra infermiera si era precipitata da lui: Elsa, la gestante della numero cinque con un’emorragia, la stavano già trasportando in barella. Il professore non aveva celato la sua irritazione. Quanto mai inopportuno che due partorienti condividessero la stessa sala parto, influenzandosi - forse terrorizzandosi - a vicenda con i rispettivi lamenti. Ma non sembrava esserci altra soluzione. In quell’emergenza il professore si trovava da solo, sia pure supportato da un’ostetrica di provata abilità.


I bimbi vennero alla luce quasi a ruota. E i loro vagiti, certo meno strazianti delle grida lanciate all’unisono dalle madri sino a un istante prima, ne annunciarono nel solito modo festoso e insieme drammatico l’arrivo nel mondo degli uomini. Geltrude e la giovane infermiera portarono a termine velocemente le prime operazioni e i due neonati vennero posti in incubatrice. «Tutto bene, tutto bene…» ma il volto del professore non era del tutto sereno. Spossato si allontanò dalla sala parto togliendosi copricapo e mascherina. Affrontò padri e parenti in attesa nel corridoio defilandosi velocemente - Tutto bene, tutto bene… - lasciando ad altri il compito di fornire ulteriori particolari. Non si sentiva tranquillo. Ben di rado si era trovato ad affrontare due situazioni così difficili, e contemporaneamente. Nessun timore per le mamme. Era uno dei bimbi a destare qualche preoccupazione. Ma ci avrebbe pensato il dottor Salati, il pediatra neonatale.

Veronica Il primario raggiunse il suo studio a passo veloce, sottraendosi a visitatori e infermiere. Non vedeva l’ora di abbandonarsi alla sua comoda poltrona, non fosse stato che per qualche istante. E forse ricorrere a due dita di quel whisky che teneva nello stipetto ormai da tempo immemorabile, riservato alle rare volte in cui veniva in visita il proprietario della clinica, luminare a riposo, già medico personale di politici a cui aveva abbreviato la via dell’inferno e di porporati a cui aveva facilitato il paradiso. Aprì di scatto la porta del suo studio, facendo sobbalzare la persona che lo attendeva, seduta a fianco della scrivania. Colta di sorpresa, Veronica balzò in piedi. Vestiva un semplice abito grigio, una palandrana sopra un gonna informe, il capo coperto da un fazzoletto nero legato sulla nuca, sorta di compromesso fra una veste claustrale e un abito da laica molto trasandata.


«Professor Fulgenzi…» «Mi scusi, aveva un appuntamento? Lei è…» «Forse non l’hanno avvertita. Ho telefonato alla sua segretaria una settimana fa, mi aveva fissato la visita per questa mattina. Io sono…» Parlava tenendo gli occhi bassi, più che disposta ad andarsene e rimandare ad altro momento. Il professore la interruppe. Sì, sì, aveva capito. «Mi scusi, sono distrutto, due partorienti che hanno scelto lo stesso momento per far venire al mondo i loro marmocchi. Roba da non crederci. In trent’anni che faccio… e poi dicono che la natalità in Italia è in ribasso…» E si concesse un risolino compiaciuto, quasi per mettere a proprio agio la creatura spaurita che gli stava difronte. «Sono subito da lei. Si spogli. Si accomodi pure dietro a quel paravento.» Ora che ne avrebbe avuto il tempo non se la sentiva di approfittare del timido defilarsi della donna al riparo del pudico schermo bianco per farsi il bicchierino che si era ripromesso. Meglio così, per le sue coronarie…

Lorenzo «Povero piccolo, non ce l’ha fatta…» Nell’incubatrice, uno dei due bimbi nati in seguito a quella corsa affannosa verso la luce aveva cessato di respirare. Il dottor Salati, il giovane pediatra neonatale, non si era ancora abituato alla morte, e poi quella di un esserino appena sbocciato! Che controsenso! Emergere dal rassicurante limbo della pre-nascita per sbocciare alla sofferenza. La lotta disperata di un piccolo atomo di vita per adattarsi all’atmosfera di un nuovo pianeta, tentando di suggerne l’aria. Poi la resa. Un soffio, appena un soffio di esistenza. «Poverino, è vissuto soltanto un’ora.» Geltrude, l’ostetrica, si accostò al cadaverino. Il suo sguardo era corso al calendario: dieci di agosto, San Lorenzo. Andò al rubinetto, raccolse un po’ d’acqua nel palmo della mano e ne asperse il capo del piccolo:


Lorenzo, io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Chissà, forse la fragile anima di quel morticino era ancora là accanto, in attesa di quel segno che le avrebbe consentito di raggiungere il Paradiso. Se un paradiso esisteva da qualche parte. Lorenzo, il santo delle stelle cadute.

Veronica «Prego, si rivesta.» Decisamente imbarazzato, il professor Fulgenzi si passò il sapone sulle mani sciacquandole al piccolo lavandino dello studio. Un’operazione di pochi secondi che stava prolungando più del lecito per rimandare il momento delle spiegazioni. «Si accomodi.» Veronica tornò a sedersi sul bordo della sedia, il respiro un po’ affannoso, come se quel farsi nuovamente violare la sua intimità, stavolta dalle mani garbate dell’anziano professore, avesse ridestato in lei sensazioni mai sopite. «Lei è una suora, non è vero? Forse sarebbe il caso che comunicassi l’esito della visita alla sua Superiora… o a una congiunta… mi suggerisca lei.» Veronica sollevò il capo. Il momento d’imbarazzo era passato. Fissò il medico negli occhi, con una sicurezza quasi sfrontata, tanto da mettere a disagio proprio lui, il vecchio professore, che finì per distogliere lo sguardo. «Non abbia paura, sono pronta… sono la sola responsabile di me stessa…» «Sorella… lei attende un bambino.» Ecco, ora finalmente sapeva. No, aveva sempre saputo. Dal giorno del suo ritorno in Italia, ancora sconvolta e sofferente. Portava in sè il frutto di quella violenza brutale che non sarebbe più riuscita a cancellare. Un fardello pesante. Ma la conferma, anzichè rinnovare lo spasimo di quei momenti, riportandole dinanzi agli occhi gli incubi che gremivano i suoi sogni, la lasciava come sgomenta, sulla soglia di un baratro di cui


non riusciva a vedere il fondo. Un’atonia che poteva essere scambiata per serenità, preludio della forza nuova necessaria per affrontare gli inevitabili problemi a cui sarebbe andata incontro. Salutò il professore con un cenno di capo e uscì dalla stanza. Fulgenzi rimase silenzioso. Era arrivato il momento di ricorrere alla famosa bottiglia di whisky. Se ne versò due dita, ma non bevve. Gliene era passato la voglia.


CAPITOLO TRE

Teresa «Quando potrò vedere il bambino,… mio figlio?» La richiesta aveva paralizzato il dottor Salati. Eppure vi si era preparato con cura. Era la prima volta che affrontava una circostanza del genere: comunicare ai genitori la morte del loro neonato. Aveva pensato alle frasi più gentili, al modo più delicato d’introdurre l’argomento: “vede, signora, talvolta la vita ci porta a dover affrontare certe circostanze…” e così via. Quegli stupidi giri di frase con i quali i latori di notizie funeste credono di addolcire il dolore altrui mentre stemperano solo la propria ansia, la propria incapacità a “com-patire”, cioè a soffrire insieme. Ma dinanzi a quella domanda tutte le sue difese erano cadute. Poteva soltanto restare in silenzio. E la mamma comprese. «Lei deve dirmi qualcosa, non è vero?» Cercò di trattenere le lacrime, lui, il dottore che nel recare un asettico verdetto di morte avrebbe dovuto restare freddo e imperturbabile, come gli suggeriva la scienza di cui si diceva sacerdote… «Non ce l’ha fatta?» Il medico continuò a tacere. Teresa scoppiò a piangere nascondendo il volto contro la giacca del marito che ora, al suo capezzale, appariva ancor più grigio e insignificante, quasi un’anonima comparsa. Finiva per loro due il sogno tanto atteso, che avrebbe dovuto ridare speranza e futuro a una coppia non più giovane. Il consuntivo della loro vita si era azzerato di colpo. «Non ce l’ha fatta…»

Franco


C’era un’aria più rigida del solito quella notte. E sì che “a Milano non fa freddo”, aveva scritto il napoletano Giuseppe Marotta in uno dei suoi generosi sprazzi di ottimismo. Giulia non era sola. Si era portata dietro un giovane adepto. «Vedi se ti va, facciamo subito la prova. O ce la fai a reggere o non ce la fai e allora è inutile insistere: dài subito le dimissioni.» E Franco aveva accettato di seguirla. Per Giulia era una libera scelta, ma lui era stato precettato a prestare servizio civile presso quella associazione di volontari. Una jella, o forse la mancanza di santi in paradiso. A non pochi obbiettori era andata meglio: schedare i libri nella biblioteca di quartiere, fare “il damo di compagnia” per un handicappato che, tanto, restava sempre chiuso in casa… obbiettori opportunisti. Lui no. Giulia e Franco si aggiravano, imbacuccati come barboni, nei vasti androni della stazione ferroviaria milanese, con le sue scale da tempio egiziano e il suo orpello da vecchia signora decaduta a baldracca, alla ricerca di barboni veri a cui distribuire una coperta, qualche soldo, un bicchiere di latte caldo, al bisogno un soccorso d’emergenza. C’erano vecchie senza nome e senza età, reduci da qualche manicomio ormai chiuso da una ventina d’anni, in seguito alla brillante riforma che, abolendo le case degli esclusi, aveva ritenuto si potessero abolire anche gli esclusi; c’erano emigrati clandestini alla ricerca di un espediente per tirare avanti in attesa dell’ennesima sanatoria, o qualche sopravvissuto alla omologazione della città, barboni per libera scelta, per vocazione. Tutto il trambusto promiscuo e inquieto dei piccoli spacciatori - marocchini, tunisini, rumeni, albanesi o italiani che fossero - i drogati e gli ubriachi riversi sui contrafforti delle scalinate, mentre le puttane senegalesi incrociavano in bilico sui tacchi a spillo da cui svettavano lunghe gambe di gazzella. Una corte dei miracoli scarsamente individuabile nelle ore diurne, quando si diluiva nella moltitudine dei passeggeri, ma che all’imbrunire restava padrona incontrollata della stazione e dei suoi spazi. «È incredibile!» «Dove vivevi tu?» «A Milano, ma non avrei mai pensato…»


«Ecco, adesso sei costretto a pensarci…» Com’era matura quella ragazza che doveva avere la sua età o poco più! Accanto a lei si sentiva giovane e indifeso come uno scolaretto. Eppure il compito affidatogli dalle istituzioni sarebbe stato quello di difenderla in caso di pericolo. Figuriamoci! Un vecchio coreografico clochard si fece loro incontro, una grande barba e una chioma candida semisepolta sotto il berrettaccio da apache. Si tirava dietro il grosso zaino con disinvoltura, svelando un’energia insospettata. «Prospero!» Giulia lo salutò con calore giungendo a schioccargli un bacio sulla guancia irsuta… Il vecchio ammiccò strizzando l’occhio, un sorriso furbesco si fece strada sotto la ciurma minacciosa. «Questo è Franco… e questo è Prospero.» Giulia aveva fatto le presentazioni in tono serio e compassato come si trovasse a un incontro al vertice. E aveva aggiunto: «Sai, Franco, Prospero è un filosofo.» «La mia è una scelta di vita!» aveva sentenziato serio il barbone. «Anche la mia» era stata la risposta di Giulia. Una risposta altrettanto seria.

Teresa Teresa raccolse le sue cose serrandole nella piccola valigia che aveva portato in clinica con sè, appena qualche giorno prima. E sembrava un secolo! C’era la vestaglia nuova con cui si era ripromessa di ricevere amici e parenti. Sarebbero venuti a trovarla per portarle mazzi di fiori e congratularsi per il lieto evento. E lei li avrebbe accolti sorridente con il suo piccolo fra le braccia. C’erano pochi indumenti intimi, gli effetti personali, spazzolino e dentifricio, la matita per gli occhi, il fondotinta per toglierle quell’aria da sofferente legata ai postumi del parto. Non pensava che la partenza sarebbe stata così triste. Suo marito, accanto a lei, non le faceva fretta. «Mi sembra di non aver lasciato nulla.»


«In bagno ho già visto io… no. Possiamo andare, se vuoi…» Uscirono dalla stanza, una cameretta ridente come tutte quelle del reparto maternità. Conoscevano il tragitto: Teresa aveva percorso quel corridoio del terzo piano al suo arrivo, alcuni giorni prima che “scadesse il tempo” - con tutta calma per far bene le cose - e Sergio lo ripercorreva più volte al giorno per andare e venire da lei. Si poteva raggiungere l’ascensore di destra, in fondo al corridoio, o l’altro, quello più amato dalle partorienti in attesa, passando davanti alla vetrata che delimitava la nurserie, dove c’erano i neonati, tutti allineati dentro alle loro culline metalliche, come prodotti di serie appena sfornati. La spessa vetrata rendeva ovattato il loro pianto, un linguaggio misterioso che può significare fame, bisogno d’amore, necessità di un pannolino pulito e tante altre cose ancora. Sergio e Teresa sostarono commossi; la bimba in prima fila doveva essere quella nata la stessa notte in cui… un batuffolino rosa, agitata da quel pianto strappacore che sembra un lamento disperato, tale da sconvolgere ogni madre, e invece è solo una prepotente presa di possesso della vita. «Guardala, è la bimba nata insieme a…» «Vieni, vieni via…» E Sergio aveva trascinato la moglie lontano da quella visione inebriante e dolorosa. Ma quel pianto, quel faccino roseo, quelle manine che scalfivano l’aria neppure lui le avrebbe mai dimenticate…


CAPITOLO QUATTRO

Nancy Martedì arrivò presto. Pochi minuti prima delle dieci, Federico Foresti accostò la vettura sportiva all’elegante cancello dietro al quale si poteva intravedere un lungo viale alberato. Strano, non aveva mai fatto caso a quella sontuosa residenza a cui si accedeva da una strada apparentemente secondaria, anche se collocata nella zona residenziale più ambita della città. Scese dalla vettura lasciando il motore acceso e premette il pulsante del citofono: «Sono il dottor Foresti e devo…» Non fece in tempo a completare la frase. Un piccolo scatto lo avvertì che il cancello di ferro battuto aveva iniziato a schiudersi. Risalì in macchina e percorse ad andatura lenta il viale di pini, alternati a grossi ciuffi di oleandro di vari colori, sino alla breve scala, dinanzi alla quale c’era già pronto ad accoglierlo un sussiegoso famiglio. Che fosse capitato in una soap-opera, dove ogni casa è una residenza fastosa, completa di viale alberato piscina e maggiordomo, e ogni famiglia un ricettacolo di vizi e tradimenti? «Prego, dottore, se vuole seguirmi…» Il compassato figuro gli fece strada sino all’ampio salone dove la signora Orsi era in attesa, ansiosa di riceverlo. «È venuto? La ringrazio…» Come poteva mettere in dubbio che un professionista serio come lui avrebbe disertato un appuntamento del genere? La signora era altrettanto agitata, o perlomeno lo dava più a vedere. Continuava a passarsi fra le mani un fazzolettino, piegandolo e torturandolo come per il bisogno di nascondere - o rivelare? - il proprio stato d’animo. Non si scambiarono che poche frasi, tutto era stato già detto nell’incontro precedente. Ora si trattava di tentare l’impatto fra la sorel-


la e il nuovo personaggio, che ella avrebbe potuto accettare o respingere. E un’ulteriore sconfitta l’avrebbe fatta precipitare ancor più decisamente nel baratro dell’incomunicabilità. Foresti seguì Marta su per l’ampia scala di noce, disegnata certamente da un qualche architetto di grido, e poi attraverso il lungo corridoio dalle pareti color muschio… Si fermarono un attimo davanti a una porta, quasi a prendere respiro. «Venga, è la sua stanza… la sua prigione…» aggiunse con tono rassegnato. Bussò due tocchi leggeri con le nocche della mano e aprì l’uscio senza attendere la risposta, facendo cenno al dottore di seguirla. Si inoltrarono di qualche passo. Era una stanza ampia e luminosa, ma i vetri opacizzati della finestra, impedendo la visione dell’esterno, davano alla luce una densità lattea, irreale, da acquario. Su un grande letto tutto rosa - cuscino, coperta, lenzuola: un letto da bambina cresciuta - c’era una giovane donna intenta alla lettura. Teneva il volume davanti al volto. Al dottore era possibile scorgerne soltanto la fronte diafana, i capelli castani mal ravviati, il dorso delle mani, su cui le vene azzurre delineavano lievi itinerari. «Nancy, c’è la visita di cui ti ho parlato…» La ragazza continuò a leggere, quasi non avesse udito. Un silenzio tombale. Anche Marta e Foresti, come due intrusi, si sentivano involontariamente spinti a muoversi con estrema circospezione, evitando il rumore dei passi e dei gesti, trattenendo addirittura il respiro… «Nancy, c’è una visita per te…» Il libro venne abbassato di colpo, rivelando due occhi sbarrati, colmi di angoscia. Le labbra della ragazza tremavano aprendosi a un farfugliare incomprensibile, mentre le lacrime facevano ressa a offuscare la furia di quello sguardo disperato. Nancy gettò via il libro, lontano da sè, e cominciò a gridare, graffiandosi la faccia, strappandosi la vestaglia di dosso come a cercare aria, scoprendo il minuto seno d’adolescente. Marta era corsa da lei per impedirle di ferirsi ulteriormente. Cercava di immobilizzarle le braccia rovesciandola contro il cuscino. Lottarono. Poi il corpo di Nancy si afflosciò di colpo, mentre le iridi scoprivano il bianco delle pupille. Adesso era immobile. Una seducente Ofelia in un


mare di silenzio. Simile a un’immagine liberty, con quei capelli scomposti in libere volute e quelle membra esili, celate e svelate dalle trasparenze della vestaglia. L’ardita femminilità di Marta risplendeva in quella giovane sorella come una vaga potenzialità in filigrana, un’angelicata spiritualità non ancora divenuta materia. Foresti le si avvicinò e le pose una mano sulla fronte. «È in stato catatonico…» «Sì, lo so, fa spesso così. Le dura qualche minuto, poi…» «Senta signora» Foresti tentò a fatica di ricondurre a una pedestre realtà quel clima irreale e un po’ morboso «io mi occupo di mariti con complessi di gelosia e di mogli insoddisfatte… per un caso del genere credo ci siano colleghi più preparati di me…» «…e che ho già interpellato prima di lei! Per essere sinceri, dottor Foresti, lei è il quinto. Quando, tre giorni fa, le ho parlato di mia sorella mi è sembrato che il caso potesse interessarle. Se ne vuole già andare?» Più che un rimprovero, risentimento e disperazione. Foresti si sentì spiazzato. «Non si agiti anche lei. Vedrò cosa posso fare.» Prese la ragazza sotto le ascelle per sollevarla sui guanciali. «Mi aiuti… sistemiamola meglio…» Mentre Marta le assestava i cuscini, Foresti cercò di rianimarla. Il rossore tornò a imporporare le guance di Nancy, il respiro le si fece regolare. Ora gli occhi che si aprirono a fissarlo non esprimevano più terrore ma semplicemente una muta domanda. «Nancy? Tutto bene? È passato, è tutto passato, Nancy. Io sono Fred…»


Teresa Teresa aveva visto quel programma - diciamo pure il suo spot - alla televisione, in uno dei tanti canali minori aperti ai mercanti d’arte, di elettrodomestici e di esoterico, soprattutto a cartomanti, maghe e fattucchiere. Queste ultime contraddistinte da una marcata pronunzia dialettale e rese arcanamente accattivanti da sapienti cortine di fumo sullo sfondo di immagini sacre, fra cui quella immancabile di Padre Pio. Ma lei no. La maga Venus, veggente parapsicologa cartomante operatrice dell’occulto, si presentava piazzata in un ambiente gradevole, tipo salotto, e vestiva leggiadre tunichette, a mezzo fra un abito da sera e un costume da sacra vestale. Età indefinibile ma decisamente giovanile, occhi profondi vagamente ipertiroidei, i capelli stinti tagliati a caschetto e una loquela disinvolta, quasi da annunciatrice tv. L’unico elemento che richiamava l’arcaica tradizione divinatoria erano le pesanti carte con gli spigoli sbocconcellati dall’usura, che la maga continuava a mescolare e allineare in formazione sempre diversa con le sue mani inanellate e alle quali affidava l’imput per i suoi responsi. Volle tentare anche lei, per saggiare il terreno, nascondendosi dietro al quasi anonimato telefonico. «Sono Teresa…» «Dimmi, Teresa, benvenuta, cosa posso fare per te?» La voce è carezzevole, suadente, invita alle confidenze. «Ho un dubbio che mi tiene inquieta, vorrei sapere se si tratta di un sospetto… come dire? Legittimo o di una semplice fisima…» «Riguarda il lavoro o l’amore?» Ogni maga che si rispetti comincia col restringere il campo d’azione… «Diciamo i sentimenti, riguarda… uno scambio di persona…» La risposta è sibillina, non offre molti appigli a cui la cartomante possa abilmente afferrarsi. La veggente prende tempo, mescola le carte scandendo gli insopportabili silenzi televisivi con qualche sospiro ben calibrato. «Ci soffri, è vero?» Congettura azzeccata. «Ci soffro eccome, perchè non mi rassegno…» «Ho capito.»


Ma non è vero, la maga non ha capito niente. Prende ancora tempo, passa a disporre alcune carte sul tappeto verde, le riunisce di nuovo con la mano, torna a dividerle. E intanto riflette e indaga. «Tu pensi di avere delle prove o è solo un tuo sospetto?» «Prove… forse.» «Senti, Teresa ti chiami, è vero? Telefona al numero del mio studio, devo dirti qualcosa di molto molto serio, ma in privato. Sono a tua disposizione, vedrai che riusciremo a far chiarezza. Ti aspetto. Ciao, tanti baci. Il prossimo.» E un’altra voce ansiosa, filtrata dalla cornetta telefonica, giunge all’orecchio della maga e all’altoparlante dello studio televisivo. «Cao Venus, sono Cristina…» «Cristina, cara, eccomi a te. Amore o lavoro?»

Venus Due giorni più tardi, dietro appuntamento, Teresa si recò allo studio della maga. Si trattava di un appartamento in periferia, in un condominio medio-borghese contraddistinto da quella tipica eleganza anni sessanta, un po’ volgare, divenuta squallida dopo appena vent’anni dal suo varo. All’ingresso un pannello fotografico del Colosseo, tipo “finta stampa antica”, con rifiniture di mogano a mo’ di cornice, piazzato lì a mimetizzare maldestramente la guardiola. Dal retro di quella scenografia fasulla spuntò il faccione rubicondo del portiere. «Chi cerca?» «La signora Venus.» «La Rigoni, terzo piano.» L’angusto ascensore era tempestato di scritte e disegni osceni, le une e gli altri malamente cancellati da semplici graffi sulla fòrmica ma ancora perfettamente visibili e leggibili. Le venne ad aprire una domestica presumibilmente filippina, vestita da segretaria-infermiera con un assurdo camice verde da sala operatoria, che la introdusse in un piccolo studiolo buio, un po’ lugubre, ben diverso dal solare ambiente nel quale Venus appariva alla televisione: fine-


stre serrate, tende pesanti, mappe celesti alle pareti, nessuna immagine sacra a certificare l’autenticità del carisma. La maga lasciò la piccola scrivania dietro alla quale sedeva per accoglierla sorridente. Stavolta una vestaglia a fiori aveva sostituito la vezzosa tunichetta, evidentemente riservata alle esibizioni televisive, e un fazzoletto rigonfio le nascondeva un’acconciatura a bigodini in via d’allestimento. «Venga cara, mi dica…» consultò una voluminosa agenda d’appuntamenti aperta alla pagina del giorno «lei è Teresa Finetti, non è vero?» Teresa si sentì subito avvolta da una calda corrente di simpatia. Gli occhi bovini della maga - quanto diversi dallo sguardo distratto di un prete, frantumato dai forellini della grata d’ottone del confessionale! - invitavano alla confidenza. Le raccontò della sua disgrazia, della spasmodica attesa di un figlio, degli affetti già proiettati sul piccolo essere che sarebbe nato. Poi la notte terribile del parto, mentre poco lontano da lei un’altra donna gridava unendo alle sue le proprie angosce. Più tardi le avevano detto che suo figlio era morto. Non aveva avuto neppure il coraggio di vederla quella piccola larva senza vita. «Ho un dubbio che mi perseguita.» «Lo so.» «Che il bimbo morto non fosse mio figlio. Ho visto una bambina alla clinica, nata la stessa notte in cui ho partorito anch’io. Quella bambina non me la posso togliere di mente. Ha il mio stesso sguardo…» «Occhi azzurri…» confermò la maga, spiandone la reazione. «Sì, ma tutti i neonati hanno gli occhi azzurri» fu costretta ad ammettere la donna. E finalmente riuscì a formulare a parole quel pensiero che ormai la stava distruggendo, come un’ossessione. «E se quel povero bimbo morto non fosse stato mio figlio?» La maga fissò i suoi grandi occhi in quelli di Teresa. «Ho capito tutto… torni da me domani… e stia tranquilla…» Fuori dallo studio la filippina in camice verde attendeva per riscuotere cento euro e accompagnarla alla porta.


Nancy «Cosa sta leggendo?» Nancy non rispose ma gli passò il libro di scatto. Foresti lo capovolse per leggerne la copertina. «“Un mese in Australia”…» Nancy aveva abbassato lo sguardo, quasi vergognandosi di una lettura così singolare per una reclusa volontaria. «Le piacciono i viaggi?» «Perchè sono terra proibita.» «Probita? E perchè?» Evidentemente a Nancy riusciva simpatico quel giovane dottore che non somigliava affatto ai luminari barbogi che precedentemente avevano tentato di violare la soglia della sua camera. Fred si sedeva familiarmente sul letto a scherzare con lei, giungeva addirittura a canzonarla per quella strana fobia che lui si ostinava a considerare un capriccio di bambina e nulla di più. Era riuscito a incrinare la barriera d’isolamento che la ragazza aveva eretto attorno a sè. Un risultato ancora modesto ma importante. Perchè con Nancy - come Foresti riferiva alla premurosa sorella - era necessario agire a piccoli passi, dato che si trattava di rimuovere un blocco mentale consolidatosi negli anni. Lui aveva già in mente un progetto, forse un po’ bizzarro e non troppo ortodosso, ma la signora Orsi non si sarebbe fatta certo spaventare da una spesa tutt’altro che insostenibile. Quella sera Foresti rientrò in casa in uno stato di leggera euforia. Non gli succedeva spesso nel suo lavoro. L’entusiasmo dei primi anni era andato via via attenuandosi nella misura in cui le piccole stupide nevrosi borghesi avevano occupato lo spazio riservato ai malati veri, difficili. Con le fisime e le inquietudini erotiche delle signore in menopausa c’era da guadagnare di più e rischiare di meno. Ma il rischio di appiattirsi nella routine, quello sì, era incombente. Ora lo “strano caso” di Nancy veniva a rimuovere quella situazione stagnante, a librarlo di nuovo alla precarietà della scommessa. Giovanna lo aveva sentito rientrare, ma non accorse a salutarlo come suo solito. Lo attese seduta su una sedia in tinello, la schiena eretta, le braccia conserte, immobile, una postura che voleva celarne l’intima


agitazione e non faceva che renderla più evidente agli occhi del marito. Fred le si avvicinò sfiorandole la guancia con un bacio. «Allora, come è andata con quella matta che non vuole uscir di casa?» «Abbastanza bene. Col tempo spero di farcela, almeno non dispero.» «Già, tu sei il migliore… e io ne sono la prova vivente.» Erano almeno due anni che Giovanna non faceva più allusione alla sua storia. Foresti guardò la moglie con apprensione; era veramente il migliore? Era sicuro che il suo primo caso impossibile fosse stato felicemente risolto e per sempre?

Teresa Teresa era tornata una, due, tre volte da quella singolare cartomante. Ormai l’imperturbabile infermiera-cassiera filippina la introduceva senza farla attendere, anche quando in anticamera c’erano altre persone con diritto di precedenza: ragazzine in preda agli spasimi del primo amore, donne abbrunate colpite da un lutto recente, qualche marito in odore di corna… A ogni nuovo incontro fiorivano ulteriori conferme. «Dubiti ancora? Devi toccare con mano, raggiungere la certezza. Adesso ti rifaccio le carte…» La maga passava a mescolare il mazzo con aria professionale per estrarne una nuova prova. «Guarda qui: la culla!» Venus puntava l’indice su un’icona ormai decolorata dalla lunga frequentazione con le sue dita inanellate e umidicce. A Teresa quell’idea le si era conficcata in testa, insopprimibile e tenace. Ma si trattava di convincere il marito. «Sergio, il bimbo morto non era nostro figlio.» «Come fai a dirlo?» «La signora Venus la pensa come me…» «E tu credi a una donna che si fa gli spot su Telefiumara?»


«Dovresti venire a parlarci anche tu. Me ne ha data la prova. Le carte…» «Sì, le carte…» Teresa lo aveva interrotto con rabbiosa violenza: «Smettila, devi credermi o non avrò più pace sin che campo. Mi sembra d’impazzire. Non era nostro figlio, ti dico…» «E anche se fosse così, come farai a dimostrarlo?» «Il modo c’è! » «E allora dimmelo: farei di tutto per convincerti, questo dubbio ti sta distruggendo.» «Ascolta, avremo bisogno di molto coraggio…» Gli espose le linee del suo macabro progetto. A tanto, dunque, poteva arrivare la sua disperazione? L’ingegnere l’ascoltò, senza mai interromperla, ormai coinvolto. Sarebbe giunto anche a questo, purchè sua moglie potesse recuperare l’equilibrio e ritrovare la forza di vivergli accanto.


CAPITOLO CINQUE

Tony Di cosiddetti redattori al seguito di rubriche televisive ce n’era una pletora. A quarant’anni suonati Tony avrebbe dovuto e potuto fare di meglio. Eppure il mestiere lo attirava. Più che il mestiere, l’ambiente. La sensazione di lavorare per una fabbrica a ciclo continuo che doveva incessantemente produrre e distribuire storie, emozioni, parvenze di verità, vincendo sfide, mettendo a nudo scandali e segreti per cavalcare, anticipandoli, antagonismi spietati e guadagnare ascolti, consensi, denaro. Con l’ansimare dei cani della concorrenza alle costole, sentendo su di sè il fiato corto degli avversari. Tony si era dato totalmente, anima e corpo come si suol dire, alla intraprendente ideatrice e conduttrice del programma “Accanto al vostro cuore”, sentina quotidiana di storie strappalacrime, di investigazioni un po’ sordide, ma ammantate di moralismo, nei bassifondi dell’amore, dell’ingratitudine filiale, della deviazione erotica. E così via. Gente che, allettata dal denaro o per semplice esibizionismo, ostentava i propri problemi esistenziali, esponendoli al vaglio di una sorta di giudizio popolare. E la conduttrice a istigare, ammiccare, consolare, moraleggiare. Sullo scranno dei cosiddetti “tribuni della plebe”, una sorta di campionatura della più squallida umanità: casalinghe saccenti, padri di famiglia esperti in mediocrità, giovinetti e giovinette con la presunzione di onniscienza. Sul banco dei testimoni-imputati le vittime di incomprensioni familiari (ma quale comprensione si sarebbe potuta instaurare fra mondi così diversi e lontani?). Figlie contro madri, padri contro figli, omossessuali contro la società, amici ritrovati e amanti traditi, compagni degeneri di compagne devote, compagne disinvolte di compagni gelosi, e così via…


Tony ci navigava in mezzo al calderone quotidiano dei casi strani o patetici che doveva costantemente reperire - lui assieme a tanti altri - vincendo diffidenze e ostilità, frastornando i presumibili candidati con le chiacchiere o tentandoli con la seduzione del denaro… Un mestiere serio?

Teresa Pioveva a dirotto quel mattino. Perchè nei cimiteri deve piovere così spesso? Sunt lacrimae rerum, aveva scritto un poeta latino: sono le lacrime delle cose, il pianto del creato… Sergio e Teresa, stretti sotto un unico ombrello, assistevano alla riesumazione del cadaverino. Ne avevano ottenuto a fatica il permesso dalle autorità competenti. C’erano volute scartoffie da riempire, motivi da addurre, difficoltà da superare, ma ce l’avevano fatta. Questo e altro pensava Sergio - purchè Teresa trovasse la rassegnazione, la pace. I due becchini rimossero la pietra tombale, si calarono nella fossa e ne riemersero con la piccola bara bianca. Sergio non seppe trattenere le lacrime. Era la sconsolata riesumazione delle sue speranze perdute, il riproporsi della sua sconfitta di uomo. Al contrario Teresa non piangeva, anzi i suoi occhi brillavano di una strana luce. Ora finalmente avrebbe saputo, la prova del DNA sarebbe stata la conferma assoluta dei sospetti o della loro infondatezza. Si avviarono dietro alla carriola che trasportava la piccola bara, spinta disinvoltamente dai due becchini. La pioggia aveva smesso di cadere e il sole faceva appena capolino da dietro a una nuvolaglia scura che prometteva a breve una nuova tempesta.


Nancy Lo considerava un autentico successo: alla sua quarta visita aveva trovato Nancy fuori dal letto, con indosso un’allegra vestaglia da camera e i capelli rassettati in modo ingenuamente civettuolo. Fred le aveva rivolto un sorriso che ella aveva ricambiato con grazia birichina. Dal sesto incontro il dottore aveva lasciato la porta della camera socchiusa, dall’ottava visita l’aveva decisamente spalancata sul corridoio. Parlavano di viaggi: Fred era stato a Parigi, la Tour Eiffel, Notre Dame, gli Champs Elysée. E poi a Londra, il British Museum, il Big Ben, Buckingan Palace, Hyde Park con gli scoiattoli, e poi ancora Vienna, il Ring, i valzer di Strauss, le osterie di Grienzig con il vino novello. Si divertiva a ripercorrere insieme a lei i più banali itinerari da dépliant turistico, per stimolare nella ragazza desideri di spazi e di visioni. “C’è molta gente sul Lungo Senna?” gli aveva chiesto Nancy. Bisogna andarci al mattino presto, quando una nebbia leggera si solleva dall’acqua e sembra di essere soli, in un mondo ovattato, irreale. E poi salire i gradini di pietra e arrivare davanti alla grande Cattedrale e volgere il capo all’insù per osservare lo svettare delle due guglie che sembrano venirti incontro, mentre le gorgolidi fanno versacci con i loro brutti musi di pietra… Il mondo è grande, il mondo è bello, Nancy… In attesa di farle conquistare il mondo contava di convincerla a scendere l’austera scala di noce. Intanto procedevano i lavori per attuare il progetto. Direttamente addossata al portoncino sul retro della villa, Fred stava facendo costruire una piccola serra fiorita, chiusa da una serie di pannelli di vetro. Contava di condurvi Nancy abbastanza presto. Col passare del tempo avrebbe fatto rimuovere, una alla volta, le tende che coprivano i pannelli, in modo da permettere progressivamente la visione dell’esterno: dapprima uno spicchio di cielo, la fronda di un albero e poi il viale, il giardino… non bisognava avere fretta. Nancy doveva convincersi, ma da sola, che il mondo non le era ostile, che il vuoto non aveva nulla di terribile, anzi non esisteva. Lo spazio era la casa degli uomini, il magico contenitore della vita… Fred era ottimista, ce l’avrebbe fatta…


Sergio Forte dei risultati ottenuti dalla prova del DNA, Sergio si presentò a Villa Fiorita. Aveva chiesto di conferire con il primario ostetrico senza precisare il motivo della visita. Venne ricevuto da un professor Fulgenzi genericamente ben disposto verso l’interlocutore di turno, forse mai visto nè conosciuto ma che considerava potenziale cliente. «Si accomodi, La prego. Lei è il signor?» «Non si ricorda di me? Sono Sergio Finetti, il marito della signora che…» Venne interrotto. Certo, il professore ricordava molto bene il triste episodio di quella notte angosciosa, la tragica emergenza di due difficili parti concomitanti, la corsa contro il tempo per salvare le madri e i bambini, l’esito… non del tutto positivo della vicenda, per quanto riguardava il neonato del signore che gli stava davanti. «Ricordo perfettamente. Purtroppo i casi della vita…» Aveva congiunto le mani davanti al volto come a meditare piamente sulla triste circostanza evocata. L’approccio viscido del luminare riuscì a vanificare le buone intenzioni di Sergio, che si era ripromesso di affrontare l’argomento con ponderata pacatezza. «Sappia, professore, che sporgerò denuncia contro la sua clinica per scambio di neonati. Il bimbo morto non era mio figlio: ho la prova del DNA. Guardi, esamini…» E gettò sprezzante sull’ampia scrivania il fascio di carte che teneva in mano. «Come possibile? Mi lasci controllare…» «So quello che dico. Mia figlia è viva, il bimbo morto apparteneva all’altra coppia. È stato un errore gravissimo, mia moglie ha rischiato d’impazzire. Abbiamo riesumato il corpicino del bimbo, gli esami parlano chiaro. Cosa mi risponde?» Il professore dette una scorsa veloce alle carte. Certo, il DNA del bimbo defunto non lasciava dubbi. Tranne uno naturalmente: che il padre fosse un altro. La sapeva troppo lunga, lui, sui casi della vita e sulla fedeltà coniugale. Troppo facile prendersela subito con i medici e con la clinica:


«La prego, si calmi, non abbiamo nessun interesse a coprire la verità, se di errore si tratta. Ma lei non può arrivare qui come un ossesso a lanciare accuse… Mi ascolti serenamente» e il tono si era fatto paterno, quasi pretesco «può affermare con assoluta sicurezza di essere… il responsabile della gravidanza di sua moglie? Lei mi capisce…» Tanto bastò per scatenare la furia di Sergio che, protendendosi sulla scrivania, strappò Fulgenzi dalla poltrona afferrandolo per il bavero del camice. «Come osa dubitare dell’onorabilità della mia signora? Esigo, mi ascolti bene! Pretendo ed esigo che si faccia la prova del DNA all’altra bambina nata quella notte…» Fulgenzi si liberò a fatica dalle mani del suo aggressore. «Stia calmo. Mi lasci qualche giorno. Debbo consultare le cartelle cliniche, le ecografie…» «È un errore inammissibile. Voglio mia figlia e la clinica dovrà pagare… Avrà presto mie notizie…» Uscì sbattendo la porta. Il primario tentò di ricomporsi prima di citofonare alla segretaria. «Mi chiami il dottor Salati, presto. E mi faccia avere subito le cartelle delle signore Teresa Finetti ed Elsa Quadri… con le relative ecografie, mi raccomando!»

Tony Tony era solito frequentare con una certa assiduità le sale d’aspetto delle cliniche alla moda. Insieme agli ospedali e alle questure erano gli ambienti che fruttavano di più per un ambizioso cronista a caccia di notizie da trasformare in ghiotti scoop, con un po’ di fantasia e un pizzico di moralismo. Il segreto era farsi amico di questurini e infermiere. Con i questurini non gli era sempre facile, doveva ricorrere al contante rischiando d’incappare nel funzionario integerrimo e di mettersi nei guai. Ma con le infermiere, una pacchia. Tony sapeva di poter contare su un fisico prestante, agevolato dai trascorsi in palestra, e su un volto vissuto, un


po’ all’Humphrey Bogart, con in più il carisma perverso del cronista. Flirtare con le infermiere significava unire l’utile al dilettevole. Ce n’erano di veramente carine, superiori alla media delle ragazze che si potevano incontrare in altri ambienti di lavoro. E poi, sarà stata per la quotidiana frequentazione di corpi malati e sofferenti, ma le trovava particolarmente malleabili, sin troppo disponibili al fascino di un fisico sano. Con Caterina, la receptionist di Villa Fiorita, ce la stava mettendo tutta. Non gli dispiaceva affatto quella brunetta: forse qualche chilo di troppo, ma tutti piazzati nei punti giusti. «Ho cominciato una nuova cura dimagrante, Ne dicono meraviglie…» «Ma tu sei già una meraviglia. Hai il culetto più delizioso dell’intera Lombardia…» Caterina lo gratificò di un buffetto riconoscente. Dopo la parentesi erotico-sentimentale Tony tentò un approccio più sostanzioso. C’era al momento qualche “caso umano” su cui imbastire una bella storia, di quelle da dirottare verso le rubriche televisive strappalacrime, a caccia di nuovi personaggi? Le tv pagavano bene. «Per esempio?» «Non so, un malato inguaribile che esce dal coma, un’operazione facile finita male, un extracomunitario in fin di vita che attende la madre o il figlio… storie al sangue o storie alla lacrima…» «Sei un cinico…» «Dici? Oppure un trapianto. Ecco, un bel trapianto strano, fuori dalle regole… il naso, un piede, tutti e due i polmoni, oppure il… m’hai capito? Sarebbe perfetto!» La ricognizione sui casi umani telecompatibili s’interruppe bruscamente al sopraggiungere di due infermieri con il carrello dei prelievi: non era opportuno che Caterina si facesse vedere troppo in confidenza con un estraneo. Dal fondo del corridoio spuntò una giovane, avvenente signora. «Arrivederci Caterina.» La receptionist si era affrettata a ricomporsi e a rispondere con garbo: «Arrivederla, signora Foresti.» Il cronista adocchiò la giovane signora bionda che si stava avviando all’uscita. Quel volto singolare non gli era nuovo, ricordava quegli occhi un po’ distanti fra loro, che conferivano allo sguardo un che di va-


gamente esotico e quelle labbra carnose, sensuali. Avrebbe dovuto scartabellare nella memoria o nel suo piccolo archivio di ritagli, ma era sicuro che alla fine sarebbe uscita fuori l’indicazione giusta. «Chi è?» «Adesso ti piacciono le bionde? È la moglie del dottor Foresti, il nostro psicologo…» Qualcosa gli fece tornare alla memoria un nome e un volto. «Giovanna Grimaldi, si chiama così?» «So che si chiama Giovanna…» Valeva la pena d’indagare, se era la donna che pensava aveva fatto un bel colpo. Non vedeva l’ora di consultare i suoi ritagli, ma prima doveva fissare il rendez-vous con Caterina, che appariva già infastidita per questo suo improvviso interesse. «Allora, pensa a quello che ti ho detto, casi umani, la tv paga bene, massima segretezza, e poi ora ho bisogno di rivederti subito, altrimenti inizi la cura dimagrante e non mi piaci più…» Ci sapeva proprio fare con le donne, lo leggeva nel sorriso invitante della procace receptionist, nel moto allettante della sua linguetta che si era affacciata sbarazzina fra le labbra. «A fine turno… Hai presente quel bar dove hanno vinto i dieci milioni del SuperEnalotto?» «Certo.» «Ecco, sta vicino a casa mia, ci possiamo vedere là…» «E dopo?» «Sfacciato!»

FINE ANTEPRIMA CONTINUA…


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