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ROBERTO PANIGHI

LA GUERRA DI PIERO

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LA GUERRA DI PIERO Copyright © 2011 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2012 Roberto Panighi ISBN: 978-88-6307-412-3 In copertina: Immagine proposta dall’Autore

Finito di stampare nel mese di Gennaio 2011 da Fotoincisione Varesina Varese


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Mi piace il senso di appartenenza che hanno i motociclisti.

C’è qualcosa che è tatuato nel profondo del loro DNA, qualcosa che li rende tutti fratelli, fidanzati e figli di una femmina fatta da due ruote, un motore e un’anima, avvolti nelle sinuose forme di vetroresina che rivestono il rombante cuore d’acciaio. C’è qualcosa di tatuato anche sulle loro braccia, ora che ci penso, specie se sotto al culo hanno la mitica Harley. Non conosco ragazze motocicliste ma non fatico a immaginare che la stessa dedizione e lo stesso sconvolgimento sinaptico sia scritto anche sulla loro elica genetica. Credo sia una cosa che può sentire solo chi ha il piacere di possedere una motocicletta. Viaggiando in macchina con qualche amico capita spesso di incontrare gruppi di centauri, specialmente sulle strade delle montagne qua intorno. Iniziano a far rombare i loro motori già a fine febbraio, quando le temperature nei pomeriggi soleggiati iniziano a diventare un po’ più gradevoli, e ogni volta che ne incrocio uno spingo il mio sguardo a scorgere le loro mani che si allontanano dalla frizione per scambiare un saluto con il loro simile che sopraggiunge dalla corsia opposta mentre si oltrepassano lungo la provinciale. Tutto questo mi sorprende sempre positivamente, li unisce la loro passione e questo basta per sentirsi parte di un qualcosa che solo loro possono capire e che condividono durante quel momentaneo incontro fatto di frazioni di secondo. Oppure quando si segnalano di rallentare e di fare attenzione perché questa volta, tra quei tornanti che si arrampicano sul fianco della montagna, c’è la polizia stradale ed è il caso che la moto non si inclini troppo e il ginocchio è meglio che rimanga ad accarezzare la carena


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anziché sfidare l’asfalto. Una cosa simile, ma molto molto più blanda, esiste anche tra i runners. Per un certo periodo di tempo avevo preso l’abitudine di correre per strada e spesso capitava di ricevere un cenno da qualche sconosciuto intento ad autoflagellarsi come me, ma niente di più. In effetti erano più cenni di vicendevole pietà. La moto invece è la moto. Ho imparato, osservato e appreso tutti questi gesti perché ho deciso che la moto sarà la naturale evoluzione delle mie due ruote attuali, ruote che per ora sono ancora mosse dall’azione più o meno attiva delle mie gambe sui pedali ma che per la prossima estate spero saranno sospinte dalla rotazione del polso destro. Ecco qua, ho appena iniziato il percorso dentro di me e ho già trovato un obiettivo importante: comprare la moto e fare la patente. Uh, in effetti ci sarebbe anche la macchina da comprare. Però chi se ne frega, ho girato mezza Italia col treno e con l’autobus e qualche altro anno in più non sarà poi così tragico. Immagino che non la penseranno così un paio di fidati amici ma ormai si sono rassegnati ad avermi all’interno delle loro automobili insieme ad altri oggetti decorativi. Anzi, secondo me per Marco e per la sua macchina sono addirittura diventato una sorta di optional un po’ ingombrante che ad un certo punto si è trovato lì sul sedile di destra. La leggenda vuole che una volta il mio amico ha perfino avuto un rapporto completo con una ragazza sul sedile posteriore mentre io ero seduto davanti al lato passeggero! Ovviamente non me lo ricordo ma può tranquillamente essere accaduto dato che questo aneddoto risale a quella sera, la madre di tutte le serate oltre i limiti, quella dove ero talmente stracciato che mi sono addormentato nel locale e mi sono risvegliato vestito donna su una sdraio in una spiaggia di Recco. Ho dovuto chiamare un taxi e farmi riportare a casa. 250 Km, lo scherzo più meschino del mondo. Passiamo oltre. Però che stronzo Marco. Comunque, diciamo che preferisco svegliarmi in un letto, possibilmente sobrio e indossando il mio non pigiama che consiste in un paio di vecchi pantaloncini dei Chicago Bulls dei tempi di Jordan e una maglietta quasi stinta del concerto di Torino dei Guns n’ Roses del '92. Solitamente quando non esagero la sera prima, la mattina dopo sono in piedi che è praticamente l’alba ed esco.


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Magari vado a farmi ancora una corsetta più o meno lunga, oppure faccio due passi fino all’edicola a prendere la «Gazza», oppure, il massimo, colazione al bar con la rosea di fianco aperta sul paginone delle formazioni che scenderanno in campo a partire dal tardo pomeriggio. La realtà è che ormai capita di rado che io veda il sole spuntare da un imprecisato ovest celato ormai dai palazzoni. Da un po’ di tempo ho iniziato a interpretare i venerdì sera «all’inglese», quindi la mia colazione del sabato corrisponde esattamente a un pranzo quasi sempre comprato al mercato mentre mi aggiro tra i banchi della gastronomia con gli occhi praticamente chiusi, nascosti dagli occhiali da sole indossati indipendentemente da quali siano le condizioni meteo circostanti, così da attirarmi addosso gli sguardi straniti delle signore incappottate con i loro «brutal trolley» al seguito. Sono ormai abituato a quello stato catatonico e coi pensieri ancora azzerati mi faccio guidare ciondolante dall’olfatto, seguendo la strada del delizioso profumo sprigionato dal camioncino dei polli arrosto, muovendomi lento tra le persone accalcate e piene di sacchetti che ancora un po’ esplodono mentre le mie scarpe diligentemente evitano collisioni o impatti imminenti. Pollo e patatine, diciamo che è la mia versione, nettamente più ben riuscita del fish and chips. In perfetto stile inglese, ma da molto prima di scoprire questo mio naturale feeling con il Friday night, mi piace anche il calcio. Quello sul campo, non quello delle trasmissioni settimanali. Da piccolo giocavo mezz’ala, ora invece non ho più il fisico, mezzo giocatore e basta! Non tifo in particolare nessuna squadra ma rinuncio raramente a guardare una partita, per esempio in questo periodo sto seguendo spesso il Barcellona che sta giocando un calcio al di là dell’umano. Ecco, se proprio devo dirmi tifoso allora scelgo la squadretta di questa piccola cittadina, la cui rosa della prima squadra è composta principalmente da persone che conosco e che per mestiere fanno tutt’altro che i calciatori. Oppure la mia formazione di master league a Pro Evolution Soccer, ma questa parentesi è più opportuno inserirla nel contesto delle deviazioni e delle dipendenze. Mi piace la classe e la celestialità delle opere del Pinturicchio sia nelle punizioni che nelle tele e il tocco di palla di Leo Messi, invidio la


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determinazione di uomini come Gennaro Gattuso, la fedeltà ai colori che hanno gente come Francesco Totti, Paolo Maldini e anche la correttezza e la costanza di Xavier Zanetti. Insomma, la lista dei grandi con la G maiuscola sarebbe lunghissima, sarebbero da segnare anche gli eroi del calcio passato, su tutti Maradona e Baggio o Cruijff, ma basta dire che in generale adoro tutti quei campioni che hanno reso il calcio un’arte dal punto di vista del gesto atletico. E poi ci sono anche i grandi allenatori, gli strateghi del rettangolo verde, però se vado avanti così finisce che scrivo un saggio sul calcio e non è questo quello che devo fare. Vivo di musica. Non è la mia professione e non mi dà uno stipendio, però è il carburante necessario al mio fisico per sopravvivere e lo assorbo violentando i miei polpastrelli su una vecchia chitarra acustica, che probabilmente non suona neanche le note perfettamente giuste, oppure facendo esplodere i miei timpani spingendo al massimo sul volume degli auricolari. Non ricordo di aver mai sentito musica a basso volume e chissà se fa veramente così male, in fondo ho ancora un udito praticamente perfetto. Anche in questo caso non ho una preferenza chiusa e circoscritta a pochi artisti, tranne un solo caso, e anche se sono più orientato per la musica suonata e tendenzialmente dalle sonorità rock and roll, certa musica elettronica fatta come si deve non mi dispiace affatto. È tutto un susseguirsi di emozioni che possono arrivare da un distorsore così come da un sinth. Mi piacciono i Pink Floyd. Mi piace il momento in cui parte il secondo e infinito assolo di Comfortably Numb e il senso che ho trovato nei testi di The Wall. Credo si tratti di devozione e invidia allo stesso tempo, e ci aggiungerei anche un po’ di frustrazione generata dal mio cervello che non è mai riuscito a concepire nulla di così profondo. Dunque, direi che ci siamo, no? Come prima cosa dovevo parlare di me e mi sembra di averlo fatto ampiamente quindi posso chiudere qui questo inizio di percorso. Ah no, ecco, mi chiamo Piero, ho quasi trent’anni e sto combattendo una guerra dentro me stesso. Tempo fa, per caso, ascoltando una radio locale in cui lavora di notte Fabrizio, un mio amico, ho capito che tutto questo casino che mi gira addosso e mi graffia dentro è definibile come «guerra».


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Ogni adolescenza coincide con la guerra, queste erano le parole del ritornello che uscivano invadenti dai coni dello stereo del mio salottino mentre nello stesso tempo si andavano a depositare pesantissime nella mia testa, collocandosi nella stanza delle rivelazioni totali, quella delle illuminazioni, degli attimi di lucidità, in quella parte della percezione dove ogni cosa che arriva ti apre un mondo, il mondo della chiarezza di tutto questo stato di cose. Che sollievo, no? No. Prima di tutto perché l’adolescenza, nel senso stretto della sua definizione, è decisamente finita da un po’ e un bel pezzo se n’è andato via insieme a qualche neurone durante una serata al di là dei limiti della decenza, aggrappandosi a frazioni di vita come a un instabile ormeggio e finendo per scomparire fra le onde con esso. Secondo, la prospettiva di dover combattere una guerra senza la preparazione adeguata e per chissà quanto tempo non è per niente una rivelazione rassicurante, c’è di che aver paura. Durante tutta la trasmissione di quella canzone ho avuto la netta sensazione di trovarmi completamente disarmato di fronte a qualcosa di invincibile, senza avere coscienza di cosa fosse e di come fare per fronteggiare questa situazione. È come andare alla finale di champions league giocando con tutte le riserve, se permetti un po’ di ansia nelle gambe ce l’hai! Ecco, a me aveva preso un po’ più su, proprio sul cuore che aveva iniziato a pompare più forte, così forte che ho dovuto dormirci sopra sdraiandomi a pancia in giù, per schiacciarlo un po’ col peso del mio corpo. Questo rimedio è uno dei tanti che avevo iniziato a sperimentare con qualche successo durante le nottate in cui non riuscivo a dormire, proprio perché il cuore pompava a mille, istigato da migliaia di pensieri e preoccupazioni. E a pensarci bene lo sono ancora un po’ preoccupato. O forse totalmente scemo. Però sono davvero convinto che schiacciare un po’ il cuore col peso del corpo lo faccia battere meno forte, ristabilendo quindi in fretta i bioritmi naturali. Se mi sentisse un medico mi farebbe radiare dall’albo degli esseri pensanti. La mattina dopo sono andato al negozio di dischi e ho comprato quell’album: la testa indipendente, dei tre allegri ragazzi morti,


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scoprendo che era uscito nel 2001. Prima di andare al negozio, però, ho dovuto fare mezz’ora di riabilitazione al braccio sinistro a causa della mia funzionalissima teoria esplicata qualche riga sopra che evidentemente presenta alcune lacune relative alla postura del dormiente. In pratica ho dormito sopra al braccio per tutta la notte e mi sono alzato con la sensazione di avere appesa al corpo un’appendice non mia. Mi capita anche quando vado a cagare e sto sul cesso dei tempi lunghissimi rapito dalla lettura delle etichette dei detersivi, in quella posizione il gomito blocca il flusso di sangue nella gamba. Quando poi mi rialzo devo fare attenzione perché il piede non risponde più ai comandi, semplicemente perché per qualche minuto non esiste più e per questo motivo ho rischiato tantissime volte di rovinare al suolo con conseguenze tragiche. È come muovere un passo nel vuoto! Comunque, appena rientrato in casa, dopo aver scartato la plastichina del cd in soli sedici secondi, l’ho messo nello stereo e ho passato la mattina ad ascoltare quella canzone e quelle parole. Era incredibile, era tutto già scritto! Ho perso sette anni a correre dietro a una rivelazione che qualcuno aveva già addirittura cantato! Ho perso sette anni per capire che forse anch’io in fondo sono un allegro ragazzo morto. Be’, allegro è fin troppo. Direi piuttosto uno con l’umore medio…ecco, sì, un medio ragazzo morto. Forse solo un ragazzo morto. Forse in realtà sono vivo ma io della vita non ho capito un cazzo, come cita il titolo di una canzone di Caparezza. L’unica piccola consolazione, anzi, l’unica piccola certezza è che il nemico, col tempo, aveva iniziato a prendere forma, a definirsi nei colori, nei rumori e nei movimenti e stava inesorabilmente arrivando ad assomigliare alla mia figura in un’identicità spaventosa. Quella canzone è stata una sorta di luce nella stanza buia che è la mia testa e ormai è la prima che parte quando accendo il lettore mp3. Non è che lo decida io, la realtà è che quell’aggeggino ha uno «shuffle» davvero scarso quindi la scaletta dei brani che ripete ogni giorno è la medesima e incomincia proprio con quella canzone. Per passare oltre, ogni volta dovrei consumare il tastino che permette di saltare di brano in brano per raggiungerne una che non sento da un po’


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ma in questo periodo va bene così, Ogni adolescenza la lascio sempre suonare tutta. Devo entrare in quelle parole ogni giorno, devo ascoltarle in modo viscerale e ammetto che in verità non faccio molta fatica a sentirmele addosso come un mantra: ogni adolescenza coincide con la guerra. Il mio confronto con quelle parole, giorno dopo giorno, mi serve per sentirmi un po’ meno alienato, voglio dire, l’han combattuta tutti la loro guerra, no? Possono essere guerre combattute con i fucili, con le bombe, oppure quelle guerre che ti fanno schizzare il cervello a causa di altri tipi di «colpi», ma comunque ogni adolescenza coincide con la guerra. Ogni adolescenza. Ma io non sono più un adolescente! Allora deve essere sicuramente successo che la mia guerra l’ha iniziata di soppiatto qualche enzima rivoluzionario, o gene, o che so io, per i cazzi suoi, agendo nel mio corpo quando avevo tipo sedici anni. Dopo di che, col passare del tempo, ha arruolato adepti, seguaci, idealisti, medici, politici e avvocati, fino a insediarsi nel quartier generale supremo strategicamente collocato nel mio cervello e una volta lì, diventato ormai inarrestabile, ha iniziato a bombardare i pensieri diramando messaggi sovversivi. Che disastro, sono esattamente nella situazione in cui non sono certo di niente. Sarà capitato a tutti, no? Sì dai, magari a quindici, sedici anni per forza, capita quasi a tutti. I miei amici lo chiamavano «scazzius juvenilis», arrogandosi un’improbabile conoscenza della lingua latina. A me sta succedendo adesso, ho quasi trent’anni! Io a sedici anni, mentre il soldatino organizzava silente le sue armate, ero certissimo di ogni cosa, ero tranquillissimo, avevo pianificato tutto e questo tutto aveva deciso di seguire perfettamente le istruzioni. E invece no, Tutto si è fatto tirare in mezzo ai tumulti e ha aderito alla rivoluzione, fregandosene dello stupendo avvenire che gli avevo progettato, finendo così per diventare il braccio destro del soldatino sovversivo. Fanculo Tutto. Stupido, adesso staresti con una super gnocca laureata in medicina e diplomata in pianoforte e che poi a letto, ah, a letto te lo spiego io e invece? Fan-cu-lo!


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Il risultato è che ora, dopo anni di sommosse e disordini interni, sono diventato un paranoico attento osservatore e uno scrupoloso analizzatore delle circostanze che riguardano tutti i movimenti del mio dentro. Adesso percepisco tutti i minimi tentativi di comunicazione delle «mie» truppe rivoluzionarie, sento perfino tutte le volte che vanno a pisciare, questo perché devo essere capace di prevedere l’esito di ogni segnale che arriva da laggiù… o lassù… insomma da dentro. Un po’ come quando sai che stai per scoreggiare e ti fai tirare il dito dal tuo amico e tutti ridono (fa sempre ridere, è inutile affermare il contrario), insomma lo sai prima! E ora devo stare attento a captare tutti i sussulti di chissà quali atti riottosi che siano essi attacchi di panico, cedute improvvise delle ascelle che inondano la camicia proprio mentre stai parlando con una ragazza che fino a quel momento sembrava darti una speranza, flatulenze incontrollate in luoghi chiusi, stretti e pieni di gente (ascensore del grande magazzino), atti digestivi improvvisi in luoghi silenziosissimi, scoreggia rumorosissima nella biblioteca in centro e questo è il massimo dell’apoteosi della rivolta. Quando hai tutte queste armate attive al tuo interno non puoi controllarti, non è mica facile, puoi solo sperare di prevedere l’imminente disastro e allontanarti il prima possibile! Ormai dentro di me c’è qualcosa di autonomo che può colpire ovunque e quandunque, soprattutto nei modi più meschini. Credo che tutto questo ascoltarmi sia il motivo per cui senza volerlo mi perdo i pezzi dei discorsi che mi fanno. Questo e le canne da ragazzino. A volte mi rendo conto che in una discussione, dopo che l’argomento da interessante scambio di opinioni si è trasformato in monologo, la persona che ho di fronte lentamente sfoca, poi sfuma e si dissolve fino a che perfino le sue parole non mi arrivano più. Ecco, deve essere in questi momenti che la mia ram cerebrale lavora a tutta forza sulla mia bios. Così, come ho imparato a stare attento a quello che accade in me, ho sviluppato questo tipo di attenzione anche per quello che succede attorno a me. Sono diventato quel tipo di persona che si siede in fondo al locale affollato e che deve controllare silenziosamente quello che gli capita attorno, insomma quel tipo di persone che familiarizza bene con le pareti e con le vetrate.


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Cazzo, ora che ci penso mi ricordo con precisione i colori delle pareti o dei serramenti di almeno quindici locali! Ha un nome scientifico questa cosa e Lena mi ha pure detto come si chiama e da cosa è causata eccetera eccetera. Lena studia psicologia all’università e mi ha suggerito di scrivere questa specie di raccolta di resoconti per aiutarmi a capirmi, fornendomi in pratica un’arma in più per la mia guerra. A metà del discorso però ho perso il filo. Non perché fosse noioso o perché dentro di me stesse succedendo o stesse per succedere qualche casino, credo piuttosto perché con lo sguardo ho iniziato a inseguirlo, il filo, tra le sue tette e buonanotte, perso l’attimo culturale. Non è propriamente insicurezza, cioè sì, però non è così che lei ha chiamato questa cosa, insomma in pratica sono l’esatto opposto di quello che entra e sosta sicuro di sé in mezzo al locale, col suo drink in mano e parla con tutti con altrettanto savoir faire… ecco, io non so faire. Poi sono una persona strana. Sì, non ci voleva molto a capirlo in effetti. Io: non lego facilmente con gli altri, sono timido, ho modi di pensare tutti miei e riesco a essere espansivo solo quando sono «alterato» da reazioni chimiche più o meno psicotrope o liquide. Espansivo… va be’, spiccico due parole in più del solito, però almeno riesco a sembrare perfino divertente. Qualche amica dice che è un pregio, che so ascoltare, che non tutti stanno lì e ti lasciano sfogare quello che hai dentro… cazzata! Succede perché sono in botta! Che casino, comunque questa è la mia guerra, devo combatterla, devo capirmi… e sì, devo trovare una fidanzata! Lena, sei sicura che ‘sto coso, ‘sto diario che mi stai facendo scrivere mi servirà? E poi ‘sta cosa di impacchettare tutto ogni volta che finisco un resoconto e lasciarlo nella casella della posta delle suore che poi ci pensi tu a prenderlo che sei d’accordo con una certa suor Daniela eccetera eccetera… ma non posso portarlo dove abiti tu? Ma a proposito, dov’è che abiti tu? Ok, va bene il segreto professionale e il fatto che in pratica si tratta di una relazione tra paziente e dottore, però ci conosciamo da un bel po' di tempo ormai. E poi ‘sta cosa di dedicarmici per sei mesi.


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Cos’è, noi matti dopo che abbiamo scritto un diario su sei mesi della nostra vita rinsaviamo tutto di un colpo? Pensandoci un attimo però sembra plausibile quello che mi hai detto di fare. Continuare ad annotare i miei pensieri, le mie sensazioni, le mie paranoie e le mie frustrazioni facendo il resoconto della giornata, alla lunga mi aiuterà a capire di più me stesso. E sembra anche plausibile che il rileggere il tutto alla fine sia la chiave che mi porterà a superare questa crisi di un po’ più di un quarto di età. Ma perché ogni volta devo impacchettare il tutto e consegnartelo? Se ho fatto degli errori d’ortografia? Se ho scritto male? Se ho sbagliato dei congiuntivi? Se voglio cancellare perché mi vergogno? Ok, ok, ho trovato anche il secondo obiettivo dopo la moto e la relativa patente: cercare il più possibile di superare la diffidenza, quindi scrivo ed eseguo! E poi finalmente userò questo ammasso di paginette avanzate dai vari quadernini che ho buttato, che se le avessi usate per segnare solo la lista della spesa li avrei finiti nel 2200! Io però te lo dico, Lena, quando mi hai proposto di fare questa prova ho avuto la sensazione che mi stessi prendendo per il culo. Ma ho deciso di fidarmi, d’altra parte non ho nulla da perdere e nella peggiore delle ipotesi sarò almeno servito al progresso della scienza quando finirai la tua tesi di laurea di cui io sono diventato una componente accettando il tuo aiuto. Cazzo! Sta strabordando il caffè!


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Mi piace il buio, almeno credo.

Credo che mi piaccia osservare la profondità che assume ogni cosa mentre rimane seminascosta nella quasi totale assenza di luce naturale, prendendo a volte forme diverse e trasformandosi in altri contesti, solitamente più oscuri. Mi piace osservare il buio sfiorato dalla luna, questo lo so, e mi piace constatare quanto le sue fasi si riflettano su tutto ciò in cui è presente l’acqua, dagli oceani al vino, al sangue. E adesso ricordo con certezza che mi piace il leggero brivido che accarezza il mio collo mentre, nel silenzio più totale, il tempo sembra fermarsi nell’attimo prima di affondare i miei denti nella carne. È un silenzio etereo e sospeso, quasi irreale, generato forse della mia mente che in quell’attimo annulla tutti i sensi tranne il gusto. E bere, bere fino allo sfinimento. Quanto mi piace quel sapore. Bere fino quando anche dentro ai miei occhi c’è sangue, bere fino a quando il gelo si adagia sul corpo che ho tra le mani, trasformandone gli occhi in due cristalli in cui il riflesso dell’intorno, si appoggia amorfo nel loro profondo. Sentire che tutto è sotto il mio controllo, decidere i tempi, i movimenti e le attese. Mi piace la neve. La neve di notte. Mi piace quando cade lentamente e con tutta la calma di questo mondo si adagia sulle cose abbracciandole, addolcendone le forme fino a farle sparire. Mi piace come soffoca i rumori nel suo gelido gioco di protagonismo. Mi piace perché è bianca, perché è pura, perché assume la tinta del terrore come le tele di Monet assorbivano assetate i colori intensi


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dell’arte massima generata dai pennelli del Maestro, sviscerati dalla sua mente attraverso le sue dita. Mi piace ascoltare la musica. In particolare mi piace il momento in cui inizia l’assolo di chitarra di una canzone di cui ora però non ricordo il titolo. Mi è vaga la sua melodia, in questo momento, ma so che mi travolge ogni volta che l’ascolto, le lascio il permesso di rapire la mia lucidità per una breve sequenza di secondi. Mi piace giocare come ogni predatore fa con la sua vittima. Mi piace sentirmi vestito dell'ultimo sguardo disperato di speranza in cui mi vedo riflesso, mentre compio l’inesorabile epilogo dei suoi ultimi istanti. Mi piace l’eleganza raffinata e mi piace osservare dall’alto dei tetti lo svolgersi delle febbrili attività notturne della gente, senza disturbare. Osservo il pusher che regala l’effimera gioia ai suoi bisognosi, osservo la puttana che regala un altro tipo di gioia a un altro tipo di bisognosi. Osservo pusher, puttane e bisognosi e scelgo chi tra loro darà a me la gioia senza alcuno scampo. La notte non è altro che l’incontro tra necessità e donatori a pagamento, il prezzo lo fanno le circostanze. Vedo la ragazzina che palpita mentre il più bello della scuola le passa davanti in motorino e vedo il bello della scuola scoparsi con gli occhi la vicina di casa universitaria che fuma una sigaretta dall’altra parte del marciapiede. Guardo la vicina di casa universitaria del rubacuori in motorino e penso che una di queste notti assaggerò la sua vita fino a esaurirla. È curioso come io sappia di me tutte queste cose e oltre a questo non veda altro che il nulla, un profondo baratro infinito appena cerco di spingere i miei ricordi più in là. Mi chiamo Piero e sono un vampiro, non so da quanto. Sto iniziando a raccogliere tutte queste annotazioni su questi fogli bianchi sotto prescrizione di Lena, mia compagna di caccia e unica altra certezza dei miei ricordi. È curioso anche il fatto che io sappia di lei più di quanto io non conosca di me stesso. Ho un problema che riguarda la memoria, la causa probabile è la parziale funzione di una sinapsi del mio cervello, probabilmente a seguito del trauma nella trasformazione. La soluzione pare essere la trascrizione delle mie memorie nell’immediato dopo relativo all’accadimento dei fatti che di volta in


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volta scriverò. Capita sempre che a ogni risveglio sono perso in uno stato confusionale momentaneo, quando più avanti tutto sembra tornato normale mi rendo conto di non aver ben chiare alcune fasi vissute nel più stretto passato che, sommandosi a passati più lontani e sempre meno chiari, diventano frammenti sfocati accostati a illogiche sequenze. Ricordo solo di persone che vedo sempre, come Lena appunto. Oppure ho chiari alcuni dettagli di determinati ambienti, dettagli insignificanti in luoghi che invece dovrebbero essermi familiari ma che fatico a collocare tra i ricordi. Per esempio, senza sforzarmi, vedo l’immagine di un gatto di nome Strauss col pelo tigrato tra il grigio e il nero, seduto vicino a una boccia con un pesce rosso, ma nulla di più. Quindi l’insieme di queste e altre insignificanti frazioni è quanto sono riuscito a conservare del lungo termine. Troppo poco e troppo pericoloso, i ricordi fanno le esperienze, le esperienze costruiscono l’evoluzione. Se per esempio mi dimenticassi della pericolosità della luce del sole sarei finito. Del periodo a breve termine invece ricordo in linea di massima cosa ho fatto e dove sono stato, ricordo alcuni particolari ma altri li perdo, specialmente gli istanti vissuti poco prima di sprofondare nei lunghi sonni. Ora che sto scrivendo, per esempio, potrei raccontare quasi fedelmente tutto quello che ho appena fatto e so anche che col passare dei minuti questa nitidezza si farà sempre meno chiara, ma in questo momento ritengo più importante trascrivere queste informazioni suggeritemi da Lena, poiché a lavoro ultimato rileggerò tutto dal principio e partire da queste spiegazioni mi servirà a ricordare il motivo che mi ha portato a raccontare della mia vita, cosa importante e da non dimenticare mai. Voglio anche appuntare qualcosa che riguarda Lena, anche se di lei ricordo quasi tutto, lo faccio perché se il tempo vorrà essere crudele con me come io lo sono con lui non invecchiando mai, potrebbe sottrarmi anche questo ricordo. Lena è la mia compagna di caccia, o meglio, io sono il suo compagno di caccia, io e un altro vampiro. La sua forza mentale sulle cose viventi e non morte l’ha sempre messa un piano sopra gli altri vampiri, è lei che guida i nostri passi nel buio, è lei che chiama ed è alle sue regole e insegnamenti che noi abbiamo deciso di rimetterci.


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Lei è l’unica di noi che è stata capace di inserirsi nella società umana, mentre i nostri rapporti con loro sono quasi sempre schivi o interessati, lei riesce a gestire anche rapporti che si potrebbero definire insospettabili. Da quando la conosco è sempre stata affascinata dalla vita mortale, quasi come se in segreto avesse scelto quell’effimera esistenza piuttosto che la nostra. Nonostante tutti i limiti che la nostra condizione pone rispetto alla vita, il suo interesse l’ha portata a mischiarsi a loro in tutte le epoche come per esempio in questa, nella quale ci siamo conosciuti, dove sta finendo psicologia al corso serale dell’università, e io, a causa del mio problema di memoria, sono tra le persone, ovviamente anonime, che partecipano alla sua tesi di laurea in qualità di applicazione pratica dei suoi studi sul recupero delle normali facoltà mnemoniche. Mi ha raccontato che le varie sperimentazioni già svolte duranti gli anni di studio le hanno restituito risultati interessanti dai quali ha intuito che la trascrizione, da parte del paziente, degli avvenimenti di un periodo specifico della propria vita, attivano determinate funzioni che riportano alla luce i ricordi più remoti. Una sorta di ipnosi cosciente. In pratica secondo la sua teoria i ricordi non spariscono ma si assopiscono per cause diverse. Ogni volta, dopo aver scritto il racconto di ciò che ho appena vissuto, imbusterò il mio manoscritto e lo lascerò sul terrazzino dell’appartamento in cui vivo, Lena troverà il modo di farsi recapitare il mio diario sfruttando il controllo che ha sulle creature della notte che vivono in queste zone. Questo esperimento è la mia ultima risorsa, non posso permettermi, come tutti quelli della mia specie, di dimenticare i particolari, gli accordi, i limiti e le regole. Insomma, non posso perdere i pezzi, è fondamentale per la mia sopravvivenza. Lena studia la psiche degli individui perché vuole entrare nella mente di chi le sta attorno, lei vuole conoscere tutto, lei vuole controllare tutto, lei deve sapere se si trova davanti a un poveraccio, un disperato o se sta per uccidere uno che non mancherà al mondo. Lei ha dentro di sé questo lato romantico, io no, ma nonostante la mia esaltazione per il sangue che sgorga da un cuore impazzito di terrore, conservo la lucidità necessaria a non lasciare tracce e fortunatamente tutto questo è un processo istintivo slegato dalla mia fragile memoria. Questo mi permette di cacciare con lei.


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Ora il sapore del sangue sta lentamente svanendo, e anche gli strascichi dei suoi piaceri; è stata una nottata di pura gioia ma ora mancano tre ore all’alba e decisamente no, non mi piace il sole.


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ene, bene! Eccomi di fronte a un nuovo foglio bianco. Sono veramente stanco questa mattina, non ho dormito niente e sono sicuro che è stata colpa della pizza gigante di ieri sera. Diavola con doppia mozzarella più scamorza e olio piccante! Bravo Piero, bravo davvero! Poi ti guardi allo specchio, vedi la «panzetta» e ti senti in colpa. La colpa si trasforma in accanimento sportivo, giochi quattro partite di calcetto in una settimana e poi non cammini per quattro giorni, ritornando a mettere su peso perché ammazzi la noia mangiando. Niente, non sono normale neanche nel prendermi cura di me stesso. Comunque stanco non è la parola adatta anche se ho dormito solo quattro ore: la verità è che sono ancora ubriaco! Mentre fisso queste pagine e provo a scrivere mi rendo conto che sto barcollando ancora un pochino, sto oscillando sulla sedia della scrivania. Devo recuperare l’equilibrio al più presto, questo scricchiolio preoccupante qui sotto potrebbe trasformarsi in un crollo. Aspetta, mi trascino un attimo di là verso i fuochi e metto su un caffè gigante con la moka da quattro. Vuoi un caffè anche tu? No, dato che parlo, ehm scrivo come se mi stessi rivolgendo a qualcuno, tanto vale essere cortese con questo qualcuno. Pieroooooo!!!! Ti riprendi o no???? Eccomi qui, wow, che svarione, ogni tanto gira ancora tutto! Com’era il proverbio? Di notte leoni e di giorno coglioni?


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Ecco la trasposizione delle parole alla realtà! Tadaaan! Solo che di là, nel letto, non c’è la conquista della serata da belva feroce, da re della foresta, quindi non devo neanche essere stato poi tanto leone ieri sera! Fortunatamente di là non c’è neanche una ragazza diciamo poco attraente, per essere fine, così almeno ho la certezza di non aver stravolto il proverbio in «di notte leoni e di giorno… rendersi conto di essere stati coglioni anche di notte»! Ma quanta birra ho bevuto? Nooooo… ecco che arriva… che mal di testa pazzesco. Ho capito, colazione con Moment e caffè! Poi mi sparo anche una tazzona di latte per cercare di «rifoderare» un po’ lo stomaco, almeno così dovrebbe funzionare secondo qualche diceria che ho sentito in giro e comunque perché d’accordo il disfacimento, però bisogna anche farsi del bene ogni tanto! Mmm, ho la sensazione di aver scritto in un italiano orripilante ma non c’ho voglia di correggere. Andiamo avanti. Devo anche essermi morso da qualche parte nella bocca o essermi tagliato col filo interdentale, sento un retrogusto di sangue che misto al retrogusto di birra e pizza… mamma mia che schifo, devo assolutamente mettere in fila la sequenza colazione, doccia, lavaggio denti e quintali di Daygum. Nelle condizioni tragiche in cui si trova il mio cavo orale, dovrò mettere in bocca talmente tante gomme che mi verranno i crampi alla mandibola! Anzi, ci vorrebbero le Vivident Cube… aaaaahh… che voglia di Vivident Cube che mi è venuta, devo correre al bar qui vicino a prenderle prima di andare in studio! Certo che sono proprio un coglione, però! Tra poco devo passare in studio a ritirare le bozze delle nuove grafiche da sviluppare e io ho ben pensato di fare serata con i ragazzi dopo un’estenuante domenica pomeriggio di calcio al parco! Non ho più il fisico, quando avevo vent’anni tiravo dritto senza dormire e guarda ora, sono ridotto uno straccio. Ecco, magari potevo evitare di concludere la serata in pizzeria e poi al pub per il post-posticipo di serie A, ma se c’è una cosa a cui non riesco a rinunciare sono le divertenti discussioni e gli accesi commenti da allenatori mancati che vengono sempre fuori dopo il triplice fischio


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dell’ultima partita della giornata. Che poi non è il pub in sé che dovevo evitare, piuttosto non dovevo seguire le performance di Faustone e Gianni nella loro infinita sfida contro la spina del bancone! Grazie alla loro mole da «All Blacks» si possono permettere di allitrarsi con dei quantitativi che io non riuscirei mai a reggere e quindi viaggiano a una birra media via l’altra e il giorno dopo sono belli freschi come dei bambini. Pisciano novantadue volte in due ore, però la buttano fuori così, come un canale diretto. Beati loro, riescono a far godere la gola del sublime sapore del malto e del luppolo, io invece ho precisamente la metà del loro fisico quindi devo fermarmi un bel po’ prima, altrimenti c’è il rischio di presentare ai compagni di serata il menù della mia cena in formato semisolido. Sarà una mattinata molto dura! Non devo solo ritirare una busta con le istruzioni, come accade di solito. Questa volta il dottor Salvi avrà una presentazione con dei finanziatori molto facoltosi ma anche molto rompicoglioni, a quanto pare, quindi vorrà da me il massimo dell’attenzione per portarsi a casa, con le mie immagini, un bel po’ di consensi. La riunione durerà sicuramente tutta la mattinata, io sarò appollaiato sulla sedia nel suo ufficio con uno sguardo completamente perso e un entusiasmo pari a quello di un ragazzo che porta la fidanzata a comprare le scarpe. In più il mio alito è pietosamente uguale a quello di uno che si è svegliato da poco dopo una sbronza di birra, perché è esattamente quello che è appena capitato, quindi dovrò stare attento a non espormi troppo, mantenendo un basso profilo e ingoiando migliaia di mentine. Va be’ dai, tutto sistemabile, ora ci ristrutturiamo, saltiamo sulla bici, prendiamo tre pacchetti di cube, due di mentine, consegniamo queste tre paginette e andiamo in studio freschi come un campo di fiori a maggio… sì, parlo al plurale come i matti. Lenaaaaaaaa!!!!!!!!


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C

aro diario, oggi ho sperimentato la veridicità di un altro proverbio. Stop, alt! Ecco, ci ho provato volutamente e ho constatato che il disgusto appena provato nel rileggere le parole «caro» e «diario» accostate è una sensazione insopportabile, come del resto avevo immaginato durante tutta la mattina mentre pensavo a questa nuova cosa che sto facendo. Se questo diario si farà e avrà una conclusione, dato che poi lo dovrò rileggere una volta ultimato, non voglio più ritrovare tra tutte le parole, queste due così vicine. Dovranno esserci almeno altri trenta vocaboli di mezzo. Bene, ricominciamo. Oggi ho sperimentato la veridicità di un altro proverbio. Pestare la merda porta fortuna. Stamattina, che poi erano già le 10 ed ero quindi in ritardo, ne ho pestata una di quelle contrattempistiche mentre stavo scendendo dalla bici davanti allo studio e poi ho conosciuto Angela, che mi è apparsa circondata da un’aura luminosa con la musica celestiale eccetera, mantenendo fede al nome che porta. Cioè, non è che ho conosciuto Angela mentre pestavo la merda, per fortuna no, lei l’ho conosciuta abbastanza dopo, però per la prima volta nella mia vita mi sento di essere d’accordo con quella diceria. Andiamo per gradi, innanzitutto definiamo… ancora con questo plurale… DEFINISCO la merda contrattempistica. La merda contrattempistica non è una cacca normale. È dotata di un’intelligenza superiore, arriva da un altro pianeta, cacata da cani alieni dotati di stronzaggine superiore. La merda contrattempistica non ha forme specifiche, può variare dalla classica spirale a quella di sigaro, assumere anche strutture sferiche,


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insomma dipende dalla forma del disco volante in cui hanno volato i cani alieni. Ha però sempre la stessa consistenza: quel quasi molle che se non hai una buona dose di equilibrio rischi anche degli scivoloni. Che per chi ti guarda sono la cosa più comica del mondo, ma tu, oltre all’imbarazzo, rischi anche una commozione cerebrale cadendo male. Si muove, si posiziona proprio sotto la suola quando hai appena indossato le tue nuove sneakers. Io ho un paio di Puma grigio chiaro che mi piacciono da morire ma pare piacciano pure alla merda contrattempistica: in un anno di onorato servizio hanno avuto almeno cinque contatti del terzo tipo, ma a questo punto non mi sento di escludere altri incontri imprevisti. Roba da The Fringe, non capisco come mai non ci abbiano ancora fatto una puntata o un’intera serie TV a riguardo. Forse cercano di insabbiare tutto, devo controllare ricercando qualcosa a proposito delle teorie complottistiche e cose del genere. Comunque la merda contrattempistica viene depositata in punti strategici del nostro pianeta e ti aspetta, tu non la vedi, non c’era prima, ma proprio mentre stai passando nel suo raggio d’azione si sposta all’ultimo istante così appoggi il piede e… sciack! Nooooo e adesso???? No, non basta strofinare la scarpa sullo spigolo del cordolo del marciapiede, no, così è peggio, così si insinua ancora di più negli intagli della gomma della suola e sei finito. Non serve neanche sperare nei fili d’erba dell’aiuola lì vicino che poi, con la fortuna che hai, calpesti pure la merda di un cane normale, terrestre, e questa sì che andrebbe via strofinandoti sullo spigolo di cui prima, ma stai sicuro che se per caso ti venisse in mente la malaugurata idea di fare marcia indietro e ritornare sul marciapiede di poco fa per pulirti, ripesteresti quell’altra, quindi saresti lì fermo con tutte due le scarpe smerdate. L’unica soluzione sarebbe individuare una fontanella da raggiungere dopo aver camminato con molta attenzione fino al supermarket più vicino, acquistando nell’ordine i fazzoletti, i guanti di lattice, gli stuzzicadenti e le salviettine dei bambini. Sembra esagerato ma è merda aliena, non oso immaginare che danni potrebbe causare in un accidentale contatto con la pelle. E comunque non ho mai trovato valide soluzioni alternative, buttare le scarpe non vale, poi cosa fai, vai in giro scalzo per strada? Il tutto stamattina si è tradotto in una maledetta merda di contrattempo


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di tre quarti d’ora, quando ero già in ritardo di mezz’ora… merda! Comunque, dopo aver risanato la mia scarpa destra e aver inventato dei neologismi nel vocabolario sotto la sezione dei vaffanculo, sono rimontato in bici e sono ritornato davanti al portone dello studio e ovviamente la merda non c’era più, ormai la sua missione era compiuta. Ho suonato il citofono e Sara, la segretaria tutto fare, mi ha risposto col suo inconfondibile «ciau né», così sono finalmente entrato in studio. Che fatica! «Ciao, il dottor Salvi c’è?» «Ciao, no Piero, il dottor Salvi ha disobbedito a un paio di comandamenti a causa del tuo ennesimo ritardo, tra l’altro non hai neppure avvisato, quindi è uscito e se n’è andato in pausa pranzo. Rientra tra mezz’ora!» «Oh Sara, scusami ma non hai idea di cosa mi è capitato!» «L’idea ce l’ho Piero, ieri sera c’eravamo anche io e Luca in pizzeria e immagino come hai poi proseguito la serata con Gianni e Fausto…» «Pizzicato! Senti, io ho un po’ fame, andiamo a farci un panino qui al bar?» «Va bene, avviso Angela e andiamo!» «Angela?» «Sì, fa la stagista da due settimane, è in gamba, sta finendo l’università, Legge, ora chiamo il suo interno… Angela, andiamo a mangiare un boccone? Dai, così ti presento Piero, il nostro bravo grafico pubblicitario!» E così ad Angela è stato presentato il bravo grafico pubblicitario Piero, che nell’arco di tempo della pausa pranzo è riuscito a creare una spettacolare compilation di goffaggine degna delle migliori interpretazioni di Stan Laurel. Sono riuscito a rovesciare la bottiglietta d’acqua, a riempirmi di briciole che a causa dell’acqua che in parte mi è finita addosso si sono appiccicate sul maglione e sui pantaloni e che, nel tentativo di spingerle via spostandole col dorso della mano, si sono spalmate per bene aggrappandosi alle trame dei tessuti. Per rimediare ho voluto fare il brillante e pagare io il conto, ma nel girarmi per incamminarmi verso la cassa sono andato a sbattere contro la cameriera che col tacco da dieci della sua sensualissima scarpa di vernice rossa mi ha inavvertitamente santificato donandomi una stigmate nel piede. Che disastro, ripensandoci bene forse devo ricredermi riguardo al merdoso proverbio.


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Per lo meno il post-sbronza mi è passato durante la perforazione del piede quindi, una volta rientrati in studio dopo una taciturna camminata dal bar all’ufficio, sono entrato nella stanza del dottor Salvi con un’aria più sveglia di prima. Lui doveva aver mangiato benissimo, era di buon umore e non mi ha per nulla fatto pesare il mio ritardo mattutino. Almeno quello. Tutto fiero della sua nuova idea, mi ha raccontato per due ore buone la filosofia che sottende il progetto che sta sviluppando di modo che io potessi rendere tale eccetera eccetera. Insomma, io non sono molto bravo a prestare attenzione a lungo, diciamo che ci ho capito qualcosa e qualche idea ce l’ho, ma tanto appena accenderò il portatile ed entrerò nella dimensione creativa sono sicuro che mi ritorneranno in mente tutte le indicazioni del dottor Salvi e farò un buon lavoro. Almeno una certezza nella vita ce l’ho. Oh, ma Angela è davvero niente male, cioè, una botta ma anche due gliele darei! Mi piace. Però io sono una frana a socializzare quindi ho parlato pochissimo dunque quel poco che sono venuto a sapere l’ho capito dai discorsi tra lei e Sara. So che ha venticinque anni, è dei pesci, si sta per laureare in Legge alla Statale e fa la stagista allo studio R&Y perché il dottor Roberto Salvi è un carissimo amico di famiglia e ha conoscenze importanti in diversi studi legali. Non che lei ne abbia bisogno, secondo quanto si dicevano ha una media spaventosa, più che altro immagino che il dottor Salvi sia una delle carte da giocarsi nel post laurea, come referenza e cose così. A me però queste complicazioni non sono mai importate, per me poteva essere chiunque e fare qualunque cosa e mentre lei e Sara parlavano, parlavano, ridevano e parlavano, io sono rimasto impigliato con lo sguardo nei suoi capelli mossi e nerissimi, nei suoi occhi enormi e tendenti al verde, nelle forme sinuose del suo fisico vestito da un paio di jeans a vita bassa e da un maglioncino stretto che arrivava appena ai fianchi. Poi ero perso nelle stupende fossette delle sue guance e quando si è alzata per andare in bagno sono quasi svenuto sui suoi «poggia pollici», le altre fossette che sono posizionate appena sopra i glutei e che il mio amico Marco ha così nominato per la loro funzione in determinate situazioni alternative.


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Sì, ma guardiamo in faccia alla realtà, lei con me è stata molto «impostata» per tutto il tempo e ha riso solo dopo la sequenza acquaurto cameriera-stigmate! Se aggiungo che io non sono stato il massimo della simpatia, le mie possibilità precipitano dallo zero iniziale in un crack negativo. Come se non bastasse, mi ha scritto poi Sara una e-mail dove diceva che per tutto il pomeriggio lei e Angela non hanno fatto altro che guardarsi e ridere complici, ricordandosi della successione di espressioni che ha assunto la mia faccia e i colori con cui si è dipinta. Ecco, ti pareva che se dovevo conoscere una ragazza, il suo primo ricordo di me doveva essere una scena tragicomica. Angela, Angela, Angela! La per-fe-zio-ne. È fatta per me, è lei l’altra metà della mia mela, lo sento! E poi l’accostamento dei nostri nomi è Piero Angela. Ma ti immagini che bambini colti che faremmo? Da grandi tutti a condurre il loro bel documentario! E io adoro i documentari, passerei il tempo davanti alla tele con Angela a guardarli mentre fuori fa così freddo come in questi giorni, abbracciati su un divanone con addosso una copertina tipo quelle della Bassetti con disegnati su i pinguini o il cielo con le stelle e la luna. Guarda un po’ come mi hai conciato, sei stata vicino a me mezz’ora e hai annientato ogni briciola della mia dignità. Eh, l’amore… Piero frena! L’unica risata che le hai strappato è stato quando la cameriera ti ha trivellato il piede! Oh, sarà mica sado-maso? Wow, con un bel corsetto nero di pelle… seeee così è la volta buona che mi becco pure le frustate! Torno sulla terra che è meglio. E sulla terra sono molto stanco, ho mille pensieri, le ferite fanno malissimo e un’insaziabile voglia di Coca-Cola e popcorn mi assale. Ok, stasera cena stile cinema. Ho uno strano concetto di alimentazione, orientato a seguire le voglie che mi investono anziché dirigersi verso l’onnivorismo sano e bilanciato. Ora è meglio che scenda giù al minimarket a prendermi i popcorn da fare al microonde e ne approfitterò per consegnare anche questi fogli a Lena.


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Le grafiche possono aspettare anche domani, devo recuperare dagli «sforzi» della sera scorsa e il mio nuovo divanino dell’Ikea richiede un po’ delle mie attenzioni. E poi stasera c’è SuperQuark.


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C’è nebbia, densa.

Anche adesso che è tutto finito. È così fitta che dalla finestra non si vedono neppure i palazzi qui di fronte, solo un pallido alone violaceo che sfuma dal lampione blu sotto la mia finestra fino a perdersi anch’esso inghiottito nel buio, come tutto il resto della città. Un vento debole gioca con la caligine creando forme strane che nella luce opaca catturano istanti delle mie attenzioni, facendomi rimanere prigioniero delle loro evoluzioni per qualche attimo fino a quando, dilatate dalla loro leggerezza, spariscono riassorbendosi a ciò che le ha generate. Mi fermo ancora un po’ con lo sguardo in quella direzione e ne nascono altre e ricerco dentro a esse delle certezze che non ho, eppure le loro lente e languide sequenze sembrano costruire racconti che mi appartengono, come accade a volte con alcune nuvole che definite dalla luce della luna rassomigliano a cose che potrebbero farmene ricordare altre, ma non accade mai. Fatico ad avere la lucidità necessaria per annotare tutto, ma devo farlo. Mentre scrivo queste parole la penna sfrega contro l’anello che mi ha regalato Lena una notte che abbiamo deciso di perderci l’uno nell’altra. È di oro bianco ed è fatto da sette croci che si seguono attorno al mio dito indice e, a seconda di come le si guardano, sono più o meno nel verso giusto. I miei sensi oscillano a causa del troppo sangue bevuto e il rumore appena percettibile del contrasto tra l’anello e la penna a volte diventa un frastuono insopportabile e mi devo fermare, devo stringere la tesa fra le mani per attutirne il boato. Sento il cervello esplodere, come quando sono così assetato che i miei occhi sembrano sul punto di schizzarmi fuori dalla testa.


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È curioso come alle volte determinati particolari si insinuano nella mia memoria a discapito di altri. Ricordo tutto quello che è legato a questo anello, così come rimane perfettamente chiara la sensazione che provo se ho bisogno di sangue e allo stesso modo, in egual misura ma diametralmente in senso opposto, è curioso come altre cose tendano ciclicamente a sparire, come per esempio il ricordo dell’esistenza di questa stanza o le memorie di quello che riguarda la mia esistenza. Chissà quante altre volte mi sarò perso nelle medesime congetture appena annotate e chissà quante altre volte le annoterò, oppure anche queste divagazioni si eclisseranno per essere sostituite da altre. Devo scrivere di stanotte. Questa volta mi sono svegliato affamato e sentivo forte il richiamo di Lena. Ho indossato le prime cose che mi sono trovato tra le mani e sono andato nella sua direzione. Ho fatto tutto istintivamente senza fermarmi a riflettere su quello che stava accadendo, nonostante appena aperti gli occhi non ricordavo nulla di dove mi trovassi. Solo ora so che questa è la mia dimora ma in quel momento sapevo solamente che dovevo seguire quella voce, così intensa da sopraffare ogni reazione alla mia alienazione per tutto ciò che alla mia memoria appariva come mai visto. Non ho fatto rumore mentre percorrevo le scale del palazzo, ho chiuso il portone d’ingresso lentamente, cercando di non far sentire lo scatto della serratura, e mi sono incamminato lungo il marciapiede, verso sinistra. Era tutto così sconosciuto, anche se alcuni frammenti apparivano già visti, come le due teste di leone scolpite nei parapetti di pietra della scalinata di un grosso palazzone lungo la via. Mentre percorrevo le vie strette che portano alla piazzetta di una chiesa, ho avvertito nella nebbia la presenza di qualcosa che mi seguiva a distanza, senza mollare un passo. Lo sentivo addosso anche se era lontano. La mia soglia percettiva era più che mai allertata dalla lenta litania di Lena e quella presenza si sovrapponeva interferendo. Ho cercato di capire chi fosse, ma non riuscivo a vedere oltre a un metro in avanti e poi tutto il buio che avevo dentro la testa stava trasformando quella miriade di sensazioni in una situazione di ansia. Poteva essere un altro vampiro, per quanto ne sapevo.


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Oppure poteva essere qualcuno che aveva intenzione di uccidermi, un eliminatore. La fame mi stava lacerando e non mi dava scampo, non potevo perdere tempo e così avevo deciso che appena fossi giunto da Lena, qualora quel qualcuno mi avesse fin lì seguito, lo avrei affrontato. Odio la sensazione di non avere il pieno controllo di ciò che mi circonda e nella mia condizione qualsiasi cosa io non possa gestire può rivelarsi pericolosa per la mia sopravvivenza. Pochi passi dopo, ogni singolo rumore era sparito. Non sentivo più l’aria vibrare in modo anomalo a causa dei suoi spostamenti e nemmeno il lieve fruscio dei suoi movimenti nascosti dietro ai miei: se era a caccia lo stava facendo molto bene e se voleva uccidermi probabilmente lo stava per fare. Sicuramente non era un umano, no, non riescono a sparire così nel nulla, era qualcosa come me ed era sicuramente molto più vicino di quanto pensassi. Mi sono voltato di scatto cercando con gli occhi e ancor più con le orecchie tese il segno della sua presenza ma attorno non c’era niente, solo nebbia. Il silenzio era sempre più irreale, quasi sospeso, stavo sempre peggio e tutto quel nulla non faceva che amplificare la mia sensazione di fame. In quello stesso istante un soffio appena accennato si è posato sulla mia spalla destra. Mi sono girato nuovamente e questa volta ho visto qualcuno. Sono balzando all’indietro per evitare di essere aggredito ma in quello stesso istante ho riconosciuto nella scura figura avvolta dal buio Aron, il fratello maggiore di Lena. Anche lui aveva molta fame e i suoi occhi e i suoi canini non lasciavano spazio ad altre ipotesi, così come il suo modo di muoversi nella notte. Ma perché non era con lei? Solitamente si muovono insieme. Dopo un cenno di intesa si è affiancato a me e abbiamo ripreso a dirigerci verso i boschi, verso il richiamo di Lena, senza proferire parola alcuna. Da quel poco che ricordo non abbiamo mai avuto molta confidenza. Ogni passo era mosso sempre più velocemente nella nostra isterica simbiosi. Abbiamo percorso il vialone dei locali, ci siamo rapidamente lasciati alle spalle i palazzi e la piazza illuminata di arancione, siamo arrivati al


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fiume e in quell’istante abbiamo sentito nuovamente, dentro di noi, il sussurro di Lena, che proveniva chiaramente dai boschi al di là del ponte. Oltrepassato il fiume, le abitazioni hanno iniziano a diradarsi. Qualche casettina a schiera, qualche villa qua e là, cinque o sei palazzine e un parchetto in cui avevo scorto un gruppo di ragazzi che probabilmente non avevano voglia di rinchiudersi a bere attorno a un tavolo di legno ma avevano preferito farlo sulle panchine, immersi nel buio delle fioche luci bluastre dei lampioni. Tutte potenziali prede. Ricordo ora molto bene che nella scia di una ragazza a cui siamo passati accanto ho sentito un profondo e voluttuoso profumo di vaniglia. Per un attimo ha sovrastato il richiamo di Lena spingendo nei miei sensi la più intensa voglia di fare «conoscenza». La fame era diventata violenta, in quell’istante i miei canini avevano iniziato a pungere nella bocca serrata dal freddo e tormentata dal desiderio. Maledizione! Non volevo sprecare così quel corpo e so che in crisi com’ero in quel momento le sarei saltato al collo ancora prima di aver leccato la sua pelle, senza quindi regalarle l’ultimo piacere della sua esistenza e consapevole di privarmi del gusto che la sua carne splendida avrebbe liberato sulla mia lingua. Sarebbe stata un’insensata privazione. Dannata fame. Dannata fretta. Ero certo che quella ragazza mi stesse fissando, ho sentito i suoi occhi addosso sulla mia schiena, seguivano la mia spina dorsale e facevano vibrare brividi così intensi da costringermi a fermarmi. Dovevo almeno guardarla e mi sono allora voltato verso di lei. Il suo viso era rivolto verso me, non appena i miei occhi hanno preso i suoi lei mi ha sorriso e io mi sono perso nel disegno con cui quelle labbra vive e attraenti erano sfumate così naturali sulla sua pelle bianca. Volevo andare verso di lei, volevo quelle labbra, volevo baciarle prima di riguardarle spente chiudersi nel freddo eterno. I miei denti volevano il suo sangue, la mia gola voleva dissetarsene e i miei sensi saziarsene, ma Lena chiamava sempre più forte, eravamo vicini e la sua voce era diventata ora una delirante nenia ultraterrena che penetrava il cervello. Quindi ho desistito, anche se con molta fatica, e mi sono voltato pronto


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a riprendere il cammino. In tutto questo tempo Aron era stato vicino a me pronto a intervenire nel caso avessi ceduto. Non avrei potuto aggredire una persona davanti ad altre, sarebbe stata la fine. Ancora stordito dal vortice di quell’istante ho proseguito accanto a lui e dopo esserci immersi nella nebbia più densa, quella che veniva su dai primi umidi cespugli e rovi selvaggi che costeggiano i campi, abbiamo raggiunto il cuore del bosco dove si staglia una vecchia e diroccata casa di caccia in stile primi del Novecento e che per buona parte è ricoperta da rampicanti verde scuro e porpora. Lena doveva essere lì dentro, la sensazione era evidentemente avvertita anche dalla natura lì intorno che, silenziosa, rispettava immobile la sua presenza. Abbiamo girato attorno alla casa ma non c’era nulla, era sicuramente dentro. Siamo entrati in quello che doveva essere un vecchio enorme salone, ma al di là di un cumulo di macerie provenienti quasi certamente da uno squarcio nel soffitto ceduto, non c’era niente. La nebbia era densa anche lì dentro e si poteva toccare assieme all’umidità che si condensava sui pochi vetri ancora integri. Neppure nelle altre stanze del piano terreno vi era qualcosa. Decadenti pareti incorniciavano umidi pavimenti rotti dagli assestamenti e qua e là mucchietti di intonaco si frantumavano sotto i nostri passi. Aron aveva deciso di salire le marce scale di legno che portavano a uno dei piani superiori e io, dietro di lui, lo seguivo ormai allucinato e barcollante. Avevo bisogno di sangue, non ce la facevo più. Le scale faticavano a sorreggermi così come le mie gambe. Lena era vicinissima ma questa volta dubitavo che sarei riuscito a vederla, ogni passo sembrava l’ultimo che avrei compiuto. Superato l’ultimo gradino non si vedeva ancora nulla. Forse ci stavamo sbagliando. Nel momento stesso in cui ho fatto per avanzare, un improvviso soffio di vento aveva liberato dalla nebbia un’immagine terrificante, terrificante perché si trattava di Lena che in quel momento non sembrava affatto se stessa. Era lì davanti a noi intenta a divorare quello che era chiaramente un corpo.


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Era ricurva su una ragazza dai capelli chiari, ormai morta, e appena le siamo comparsi davanti ha alzato il suo viso completamente pieno di sangue e ha riso sadicamente. Non l’ho mai vista uccidere così, non l’ho mai vista deflagrare così un corpo. Lena indossava una lunga veste semitrasparente di un tenue azzurro, che lasciava intravedere il bianco intenso della sua pelle e i contorni morbidi delle sue curve. Il suo viso, sfiorato dalla cascata dei suoi lunghi capelli neri, appariva decisamente bello ogni volta che era accarezzato dal rosso più vivido ma questa volta era terrificante, questa volta non era lei. Questa volta il sangue aveva dipinto completamente le sue labbra, e da lì colava intenso fino a riempirle il collo. Aveva qualche schizzo intorno agli occhi mentre la seta della veste, sul petto, ne era completamente intrisa, quasi come se il primo sangue, quello che il cuore pompa fuori con vigore non appena si lacera la vena, non avesse interessato Lena. Quasi come se non avesse cercato in quella ragazza il solo sorso della sopravvivenza ma avesse avuto soltanto voglia di ucciderla. Quando si è accorta della nostra presenza ha rivolto gli occhi verso di noi e ha riso di perfidia, ha riso di piacere… non ricordo di averla mai vista così. Di Lena ricordo tutto da sempre, so com’è, so che lei quando uccide piange, quasi sempre, come se fosse colpevole della sua stessa sopravvivenza. Da dove arrivava tutto quell’odio? Lei quando uccide sceglie sempre una persona che il mondo non soffrirà mai, lei quando uccide lo fa perché se aspettasse anche solo qualche attimo in più morirebbe. Arriva al collo della sua preda poco prima che la morte naturale le porti via chi ha di fronte, rischiando di diventare lei quella che verrà presa per mano dalla fine. Questa notte Lena ha ucciso ma non per fame, solo dopo ha chiamato me e Aron per dare un senso a quel corpo ormai dilaniato. Si è alzata lenta e dopo aver baciato suo fratello e me per lasciarci sulle labbra il sapore della sete se ne è andata subito senza voltarsi o dirci qualcosa. In preda alla più totale e delirante voglia di sangue io e Aron abbiamo bevuto tutto quello che c’era rimasto da bere, lasciato poi il corpo freddo alle altre creature della notte e certi del loro perfetto operato, ci


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siamo dileguati. Una volta a casa ho fatto una doccia calda per levarmi di dosso l’odore di morte che aveva la ragazza nel bosco, ho acceso una sigaretta e mi sono messo sul terrazzino a mischiare il fumo con la nebbia in un gioco di forme strane ed eccentriche, cercando di distogliere i pensieri da quello che avevo appena visto, senza riuscirvi. Sono rientrato e ho iniziato a scrivere queste righe prima che la confusione si impossessasse di me. Non riesco ancora a darmi una spiegazione e ora sento già abbandonarmi la lucidità che mi servirebbe per provare a trovare un senso. La lucidità, svanendo, si porterà via anche tutto il resto. Sul terrazzo si è appena posato un gufo, sicuramente mosso fin qui da Lena, pronto per ricevere e consegnarle queste righe. Lena per la prima volta mi è sembrata un vampiro, per la prima volta mi è sembrata cattiva, per la prima volta ha ucciso qualcuno per il puro piacere isterico di farlo ma non capisco come mai abbia chiamato me e Aron, quasi a volerci mostrare qualcosa e poi, persa nel delirio dell’orrore di ciò che aveva appena fatto, si è dileguata nella notte obbligandoci con quel bacio a non seguirla, lasciandoci quel corpo irresistibile tra le mani. E poi la ragazza di vaniglia, i suoi occhi, le sue labbra. Ho perso realmente il controllo di me stesso per pochi interminabili secondi e anche adesso, nonostante tutto, è il suo profumo che continua a muoversi addosso a me. Che sia una di noi? Come ha potuto reggere il mio sguardo senza leggerci la sua fine? E poi non so neanche se preoccuparmi per tutto questo, al prossimo risveglio non so neanche se ricorderò.


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U

ffa, odio quando mi sveglio così, più stanco di quando sono andato a dormire. Probabilmente ho passato la notte a rigirarmi nel letto in un dormiveglia incosciente, non c’è altra spiegazione. Vediamo un po’. Mi sono addormentato sul divano sicuramente. Dunque, mi ci sono buttato sopra che era buio da un po’ ma non credo fossero già passate le 22, c’era ancora il documentario in tele. È anche ovvio che a un certo punto mi sono alzato, dato che la tv è spenta, il piattone di plastica coi popcorn, vuoto, è stato diligentemente messo nel lavello e riempito d’acqua, e tutte le luci sono spente. Quindi deduco che sicuramente sono andato a letto presto e mi sono anche addormentato alla svelta. Eppure sono sfinito, ho le gambe a pezzi, e mi bruciano gli occhi. Questo mi succede quando dormo poco o quando mi sta per arrivare la febbre quindi, escludendo a priori il primo caso, posso presagire che è in arrivo un bel tre giorni di completo rincoglionimento. Cos’avevo detto? Pestare la merda porta bene? Devo rivedere questa teoria assolutamente, è vero, ho conosciuto Angela, ma poi cos’è successo? Ho ancora il piede fuori uso e dovrò dire addio a qualche partitella di calcetto, in più ho collezionato una serie di figure di merda, appunto, e non ho neanche fatto conquiste, anzi! Va be’, facciamo partire photoshop e diamoci dentro, prima però devo cercare un’aspirina, non ho assolutamente voglia di prendermi l’influenza. È interessante notare che nella stessa frase mi sono citato prima al


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plurale e poi al singolare. Evidentemente ho delle manie di grandezza, o più semplicemente non ho ancora imparato la grammatica. Annotazione: la radio sta passando «Mama Kin» eseguita dai Guns n’ Roses con Stiven Tayler e Joe Perry degli Aerosmith, versione live… che bomba! Niente di niente. Pausa sigaretta. Ieri mattina era tutto chiaro, il dottor Salvi parlava parlava parlava e io annuivo annuivo annuivo come al solito, convinto che tanto, alla fine, dopo i suoi mille preamboli mi avrebbe consegnato la busta con i suoi schizzi e io li avrei guardati, li avrei sconvolti allontanandomi completamente da quello che avrei trovato scritto negli allegati e lui sarebbe risultato come al solito contento del risultato. E oggi invece? Che mi succede? Buio totale. Che non va per niente bene se come lavoro fai il creativo, il buio non è un punto di partenza. Un bel foglio bianco, una matita, una gomma e mille idee lo sono, il buio è nero e nel nero non ci vedi niente, solo le tue paure. Però non è neanche colpa mia se il suo schizzo è una linea verticale, con il titolo dell’iniziativa «esserci sempre» e poi un grande uovo tutto storto in fondo, che dovrebbe credo rappresentare un cerchio. Chissà cosa mi avrà mai detto mentre descriveva tutto fiero la sua nuova idea. Ok, il titolo è decisamente di una banalità disarmante per uno studio che si occupa di assicurazioni per anziani, ma sarà bene per le sue credenziali e le sue importanti referenze che le sue campagne pubblicitarie hanno sempre funzionato e alla grande, ci sono un bel motoscafo Riva ormeggiato sul lago di Como e un dodici metri a vela in ammollo in un porticciolo all’Isola d’Elba, a dimostrarlo. Provo con Hendrix, chissà se la musico-terapia attiverà la mia vena creativa. Oh, bene! Ascoltare Jimi è stata l’idea più geniale che la mia mente abbia partorito negli ultimi giorni, ho avuto l’illuminazione. È successo nel momento esatto in cui il lettore cd attaccato alla consolle, poco prima di abbandonarmi definitivamente, ha suonato per


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ben sette volte «Little Wing» in un ossessivo e inarrestabile loop di addio. Sarà che le corde della stratocaster suonate dalle dita di Hendrix hanno poteri paranormali, come quello di avermi fatto limonare la mia prima ragazza, sarà anche perché non era poi così difficile interpretare che cosa fosse quella lunga linea verticale con l’uovo-cerchio al fondo, comunque sia ho finalmente creato. Ho stilizzato un bel punto esclamativo composto dalla scritta verticale «esserci» e da una circolare «sempre» messa sotto quella verticale… così come questo punto esclamativo qua! A fare da sfondo ho messo un’immagine nella quale un nonno insegna a calciare il pallone al piccolo nipotino e la nonna, in grembiule con delle foglie di insalata in mano, osserva divertita la scena appoggiata al portoncino di casa. Ero indeciso tra il bianco e nero o una leggera seppiatura della fotografia ma ho pensato di stampare entrambe le soluzioni e domani pomeriggio, all’appuntamento col dottor Salvi, se la composizione grafica gli sarà piaciuta valuteremo quale tra le due soluzioni «sottende e sottolinea», per dirla come piace lui, la sua nuova iniziativa. Io però sono senza lettore cd e ho il frigo semivuoto, quindi devo decidere se cambiare dieta e divorare tutta la mia discoteca o se invece è meglio andare a fare la spesa e già che ci sono, attingere ai fondi del maialino delle emergenze ed estrarre le risorse necessarie per comprare un lettore nuovo. Sì, questa è decisamente un’emergenza, vai di martello, we don’t need no educatiooon!!! Cacchio, pensavo di avere un po’ più di risorse, però basteranno lo stesso per comprare un nuovo lettore, intanto ho un nodo alla gola nel vedere il vecchio messo lì, senza neanche un led acceso. Eeehhh, è stato commovente come ci siamo detti addio, caro vecchio amico mio. Avevo capito che non stavi bene già da un po’ ma alla settima ripetizione di quella stupenda intro ho realizzato che le cose erano ben più gravi di quanto avessi finora immaginato. Ho salvato al volo il file e sono corso da te, ti ho accarezzato sul tasto «ffwd» per vedere se saltando alla traccia dopo ti saresti ripreso. Ma tu non hai reagito e hai terminato l’esecuzione del brano, come un vero professionista sul palco più importante della sua esistenza. Poi hai emesso dei preoccupanti e strazianti rumori come


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whuoumwhuoumwhuoum… uoh… whuum… mmmmm… seguiti dall’ultimo, freddo, malinconico biiip. Poi il silenzio. Un lungo silenzio durante il quale anche tutto il mondo fuori è sembrato accorgersi che tu non avresti più disturbato la sua quiete. Altro che limiti di decibel! Ti ho guardato spegnerti ma ho aspettato un po’ prima di usurpare il tuo cassettino e recuperare l’album di Jimi. Mi sono quasi commosso nel vedere che nonostante tutto l’hai protetto fino alla fine, fino all’ultimo istante, non cedendo così facilmente a quella violenza fatta di cacciavite e leva. Quindici anni, cinquemilaquattrocentosettantacinque giorni di prezioso e stimato servizio, giorno più giorno meno, e non hai mai rigato un cd, neanche quelli che non ti piacevano, neanche quelli che a volte eravamo costretti a sentire perché qualche amico, sfruttando il fatto che vivevamo da soli, invitava a casa nostra un paio di ragazze e voleva fare lui l’atmosfera. Mentre lui si avvinghiava speranzoso su una delle due, io e te cancellavamo dalla vista l’altra, perché ovviamente ci toccava la meno carina, e insieme ci straziavamo ascoltando quelle schifezze che alcuni riescono anche a chiamare canzoni. Però che amici veri che eravamo, eh? E ti ricordi dei cd già rigati? Uscivano dal tuo cassettino che pareva avessero una ruga di meno… ops, volevo dire riga in meno, ma ci siamo capiti, anzi, mi sono capito, tu non ci sei più e parlarti non serve ormai a niente, mi hai lasciato solo. Non troverò mai un fedele compagno come te, mi hai sempre ascoltato vivere, e io ho sempre vissuto ascoltandoti. Addio caro compagno di una vita di gioie, lacrime (quante davanti a te mentre suonavi) e soddisfazioni… addio. No, non ce la faccio! Non riesco a buttarlo! L’ho scollegato, gli ho dato un’ultima pulita con lo straccettino della polvere e l’ho preso in braccio, avvolgendolo nella bandiera dei Doors, il suo gruppo preferito. Stavo per varcare la soglia, ho dato uno sguardo alla lucente scocca nera che filtrava da una piega della stoffa e mi sono fermato. Io non ti butto! Ho deciso che appena sarò tornato dalla spesa col nuovo lettore ancora inscatolato, prima di aprirlo, attaccarlo all’impianto e fargli suonare la


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prima canzone, ti svuoterò e farò al tuo interno un mini giardino zen che metterò sul tavolino del salottino e così, in questa nuova dimensione di pace, ascolterai con me tutte le note sparse che ritorneranno a vagare per casa. Ora esco però, devo riempire il frigo se non voglio morire di stenti e privazioni. Eccomi rientrato. Fare la spesa poco prima dell’ora di pranzo in un giorno qualsiasi della settimana è qualcosa di edificante, specialmente nei piccoli supermercati vicino al centro. Prima di tutto ci sono le vecchiette che ormai, dopo anni passati a consumare il pavimento in gres delle corsie, considerano le pareti del negozio come il naturale prolungamento dei metri quadri della loro casa e hanno trasformato il negozio in una sorta di mega dispensa della quale conoscono con precisione millimetrica ogni singola disposizione dei vari articoli. Capita sempre che si fermino a parlare di come preparano i loro deliziosi piatti con le loro amiche o con il ragazzo che serve la carne al banco e quando si assiste a queste lezioni gratuite è il caso di prendere appunti e applicare, è così che ho imparato a cucinare le mie insuperabili scaloppine ai funghi. Poi magari sbaglio i tempi di cottura della pasta e canno sempre la preparazione dell’uovo sodo, non so ancora se si deve buttare nell’acqua mentre bolle o prima, ma non è colpa mia in questo caso, è l’uovo che è un’entità strana, se lo scaldi nel microonde esplode, le scaloppine no! Sulle scaloppine ai funghi non ho rivali, sono cintura nera terzo dan, potrei scrivere dei trattati di cucina di alto livello sulle scaloppine in generale. Al di là di questi vantaggi gastronomici il supermercato che si affaccia sulla piazzetta davanti alla chiesa, poco prima dell’ora di pranzo, si trasforma nel regno della patata. No, non è che arriva un camioncino con le varietà più disparate di legumi e ortaggi, mi riferisco ovviamente alla popolazione dell’altro sesso. Evviva l’università vicina, evviva la gastronomia all’interno del supermercato! Già, sarebbe un vero evviva se ne traessi un concreto vantaggio, e invece no. Qualunque essere umano troverebbe il modo di interagire, di fare


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conoscenza, di scambiare due parole, ovviamente io no. Mi blocco. Come con Angela. E pensare che di scuse per rompere il ghiaccio ce ne sarebbero tantissime, per esempio uno potrebbe esordire con: «Hey! Ciao, scusa, secondo te tra questi due qual è il dado migliore?» Mmm no, questa è pessima. Proviamone un’altra. «Ciao! Scusami, non ho molta familiarità con i supermercati, sai dirmi dove posso trovare il sale?» Questa funziona, questa sa di scusa lontano un chilometro ma anche no e io avrei un dannato bisogno di sapere dove sta il sale in quel dannato supermercato! Passo le ore a cercarlo, ci passo talmente tanto tempo che al momento stesso in cui l’ho trovato, cambiano le strategie commerciali e il sale lo spostano in un’altra corsia, così devo rincominciare la ricerca. E non capita solo col sale ma con ogni articolo! Non è come il mio amato mercato dove il mio amato camioncino del pollo è sempre lì che mi aspetta. Questa volta poi, mentre disperato mi stavo rassegnando a una dieta iposalinica (si dice iposalinica?) insomma totalmente insipida, dalle mie spalle è arrivato morbido un delicato profumo di vaniglia che avvolgendomi ha spazzato via la mappa mentale che mi stavo costruendo vagando per esclusione. Però wooow! Mi sono girato e tutto ha iniziato a muoversi al rallentatore, sembrava di essere in una scena tratta da quei film da teenager americani. Avvolta da una luce brillante si muoveva lenta nella mia direzione una bellissima ragazza con i capelli tinti color prugna. Indossava un maglioncino nero stretto stretto con lo scollo a «V» dal quale usciva ben ordinata una splendida camicia porpora che si appoggiava, sbucando da sotto, su un paio di jeans attillati di colore blu scuro. Fossi capace di disegnare potrei farne il ritratto in qualsiasi momento, si è tatuata nella mia memoria. Lei mi ha guardato e mi ha anche sorriso e ho dedotto che devo avere proprio una faccia da cane bastonato quando non trovo il sale. Dal suo sorriso sono lentamente sceso fino a lì, fino a quello che ha totalmente catalizzato i miei occhi: il centro di tutti i miei pensieri! No, non quello, anzi quelle, no.


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Quello, o quelle, ce l’hanno tutte, più o meno notabili ma comunque non è un’esclusiva! Lei aveva di più, lei aveva il sale!!!!! Un bel pacco tosto, bello pieno di fine, anzi, di fino bianchissimo e saporitissimo sale marino da cucina! Ce ne sarà stato talmente tanto nella confezione che quella ragazza in tutta la sua vita non riuscirà mai a consumarlo tutto, ma neanche cucinando tutte le sere per delle cene aziendali! Ok Piero, è fatta, ho pensato, ricambi il sorriso, fai che riappoggiare i tuoi occhi sui suoi e vai con la frase preconfezionata a effetto immediato… forza, dai… non… dai che…. oh, al diavolo, l’hai persa, ti è passata accanto e ormai ti resta solo quest’incantevole scia che ben presto verrà soppiantata dai morsi di un’insipida fame che non troverà soddisfazione neanche questa volta. E così mi sono giocato anche la ragazza vanigliosa. Direi prugnosa ma poi sembra che faccia cagare! Insomma, alla fine non ho concluso nulla con quella ragazza ed eccomi qui a casa. Mi consolerò col nuovo lettore CD che ho preso. È davvero bello, è la versione super modernissima di quello che ora ospita la sabbietta appena tirata a righe dal rastrellino tascabile. Dopo mangiato credo lo battezzerò con un album di Miles Davis e sprofonderò nel sonno. Ora impacchetto queste nuove pagine, prendo la bici e consegno il pacco nelle mani delle suore, che detta così suona anche un po’ blasfema. Ah, poi il sale l’ho trovato, non la scatola gigante ma un dosatore, meglio che niente, ma la prossima volta so già che non sarà lì dove lo ricordo!


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C

azzo che freddo! Ormai ad andare in giro con la bicicletta in questo periodo si rischia l’ibernazione. Certo che se mi coprissi adeguatamente magari non sarei così infreddolito, invece ho la punta del naso e le mani congelate. Il freddo è arrivato nel giro di una notte, pazzesco, non ci sono più le mezze stagioni… rosso di sera bel tempo si spera, non dire gatto se non ce l’hai nel sacco, chi fa da sé fa per tre e presto e bene raro viene… ecco, così ho fatto anche un bel giro nel frasifattismo da ascensore. Dov’ero? Ah sì, ero congelato e per salvarmi dalla morte per assideramento sono entrato nel pub di Michele e lì ho incontrato Lena. È stato strano e piacevole incontrala. Strano perché la credevo in facoltà al serale, piacevole perché lei ha uno splendido modo di fare. Ero appena stato a imbucare le precedenti pagine del diario, a saperlo gliele consegnavo a mano. Appena sono entrato l’ho vista seduta al tavolino in fondo, il mio preferito, mentre accanto a una fumante tisana rileggeva quello che ho immaginato essere qualche appunto o qualche dispensa di un suo docente. Era concentrata su quello che stava studiando, infatti quando mi sono seduto davanti a lei ha avuto un sobbalzo. La prima cosa che le ho chiesto è stata come mai non fosse in università e mi ha detto che sta preparando un importante esame sulla psicologia clinica, una roba incasinatissima che ha a che fare con l’intervento sulle relazioni individuali, familiari e tra gruppi di persone… a pensarci bene potrei essere io una parte di quell’esame dopotutto, anzi, sono così


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complicato che potrei essere direttamente un esame dell’ultimo anno! Comunque ha detto che in facoltà non riusciva a concentrarsi e aveva bisogno di uno spazio più intimo. Alla faccia dell’intimo, le ho detto, da lì a un’ora avrebbero alzato i volumi e sarebbe incominciata la serata. Con delicatezza Lena ha chiuso gli appunti, li ha infilati nella sua borsa viola e ha fatto spazio alle patatine e al Martini che mi ha portato Nina. A quell’ora il pub è sempre abbastanza vuoto, la musica è bassa e fa da sottofondo al silenzio di qualche avventore in solitaria o al rumore dei tasti pigiati da qualche impiegato appena uscito dall’ufficio e che approfitta per controllare le e-mail personali col suo portatile, sorseggiando pensieroso un aperitivo leggero e masticando qualche salatino. Michele, il titolare, era appoggiato come al solito al suo bancone e sfogliava attento la gazzetta rilassandosi tra le colonne degli articoli che di sicuro riguardavano la sua Inter e si godeva questo momento di tranquillità prima che il locale si riempisse di gente Vicino alla porta d’ingresso c’erano i soliti quattro vecchietti che giocavano a scopa e che fanno ormai parte dell’arredamento. Sono lì da quarantacinque anni e hanno vissuto più qua dentro che tra le mura di casa loro. Sono lì da quando posti come questi si chiamavo osterie e i tavoli erano in legnaccio mascherato da tovaglie di plastica a quadretti rossi e bianchi. A qualsiasi ora scorrevano fiumi di «bianchini», i sorrisi e le risate si sprecavano, non esisteva gente che non si conosceva e le piastrelle erano quelle quadrate di marmo maculato dai colori più disparati, che orrore! Sono lì da allora, sempre seduti attorno a quel tavolo, sempre in quell’angolo. Da lì hanno visto cadere le bombe, da lì hanno visto cadere gli amici, da lì hanno visto le prime gonne salire salire e salire fino a diventare mini e i primi jeans scendere scendere e scendere a una vita talmente bassa che quasi non c’era più di che vivere, ma di certo l’ultra perizoma che ogni tanto si riesce ad ammirare da dove sono seduti loro è un buon motivo per rischiare l’infarto e non viverci più di quella vita fino a poco fa così alta… quasi quasi cambio tavolo preferito! Camillo stava giocando con un nuovo socio che lo faceva disperare. Quello di prima, che era un asso con le carte, è ormai in casa di riposo, ma ad ascoltare lui sarebbe stato comunque meno rincoglionito di


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quello che aveva di fronte. Lo si intuiva dalle bestemmie che scandiva quasi a ogni carta calata, però non poteva farci nulla, quel socio così distratto era il suo gemello Tiberio. Di Camillo e Tiberio ci sono ancora appese le foto dietro al bancone di quando giocavano a calcio in serie C. Allora si chiamava terzo livello mentre ora si chiama lega pro, per me rimarrà sempre serie C. Uno portiere e l’altro terzino. Leggenda vuole che passassero intere partite mandandosi a quel paese a prescindere dal risultato. Si dice che una volta Camillo, in tribuna perché squalificato, pare abbia passato tutti i novanta minuti a insultare il fratello dagli spalti e quando Tiberio segnò il goal della vittoria, mentre correva esultante lungo la fascia sinistra sotto le tribune, Camillo aspettò il momento giusto per versargli in testa una secchiata d’acqua per poi urlargli dietro: «In anticipo, il sette lo devi fermare in anticipo!» Che allenatore che sarebbe stato, vecchio stampo, maniere forti! Nonostante tutto, al di là di qualche sermone che Camillo predicava a suo fratello che evidentemente non aveva ancora imparato quando calare l’asso, nel locale si respirava un’aria di assoluta tranquillità e relax. Le luci emanavano un avvolgente e caldo giallo che appoggiandosi alle pareti teneva lontano il freddo invernale che si è impadronito ormai di questi giorni. A quell’ora di solito, approfittando del fatto che i ragazzetti non invadono ancora il locale, Michele concede alle sue orecchie un po’ di meritato riposo dal rock e dal metal più forsennato, questa volta con un bel cd di John Coltraine. Gazzetta e John Coltraine, Michele sì che ne sa! La chiacchierata con Lena è stata divertente, lei ha sempre un modo fantastico di far sentire a proprio agio le persone ed è capace di una sottile e intelligente ironia che mi mette sempre di buon umore anche quando mi sento giù. In effetti non dovrei meravigliarmi, il fatto che Lena si stia per laureare in psicologia implica che nel relazionarsi con chi ha davanti sia capace di creare il feeling necessario ad avere quantomeno un dialogo slegato dalle barriere. Le ho raccontato del supermercato, della ragazza che sapeva di vaniglia.


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Mi ha preso in giro. E la capisco, chi non lo avrebbe fatto? Bene, ora mi sono riscaldato, quasi quasi mi butto subito sul… oh, no, devo andare a consegnare anche queste pagine. Uffa ma non posso fare uno strappo alla regola? Che fastidio, in casa c’è il giusto caldo, io ho il giusto caldo e devo uscire a riempirmi di nebbia e di freddo. Va be’ dai, sta volta mi concedo una variante, porto tutto domani, vado a crollare nel letto. Ormai non riesco più a prendere sonno. Sono le… le 5 e 12, ovviamente ho di nuovo freddo, fuori il buio e la nebbia si leccano senza rispetto e mancano ancora tre ore all’appuntamento col dottor Salvi. Ho fatto un sogno davvero strano, era tanto che non sognavo una cosa così psicotica. Questo non è stato né il classico incubo tipo film horror come quello mio ricorrente in cui a un certo punto urlo ma il fiato non ha la minima forza di uscire. Né il sogno erotico dove non vuoi svegliarti perché sei proprio nel momento dove tutto quello che hai sempre desiderato sta accadendo e sei lì che… che suona la sveglia e addio, il tutto si dissolve nei primi trenta secondi di lucidità. Questo è stato davvero strano e non posso dire che la causa sia quello che ho mangiato, i salatini, una mela e della cioccolata non hanno la stessa violenza di una lasagna o una grigliata! Tempo fa per fare dei sogni psichedelici mangiavo due banane prima di andare a letto e dopo qualche ora di sonno si materializzavano draghi che suonavano l’ukulele e ranocchie sputafuoco che divoravano i principi azzurri di tutte le favole e le principesse, per nulla affrante, si davano a divertenti giochi fra loro a cui avrei volentieri partecipato anche io. Solo che ovviamente se mi riusciva di materializzarmi nel mezzo di quella festa, ecco che si trasformavano in luci liquide che abbagliandomi mi svegliavano. Questa volta al contrario è iniziato tutto con la solita sequenza di azioni e situazioni che ormai come un automa compio prima di andare a dormire e cioè un curato ma non intensivo lavaggio generale, spazzolino a litigare col tartaro, immancabile sensazione di sangue ai lati della lingua causata dallo spazzolino che nel frattempo ha litigato anche con una gengiva, abbondante sciacquata di bocca, bicchiere di


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acqua fresca, buio pesto e avvolgimento nelle coperte portate in salotto. Dopo aver fossilizzato il mio corpo nella posizione più congeniale che può offrirmi il divano, ho evitato come al solito di pensare alle cose che mi assillano e ho diretto forzatamente i miei pensieri verso cose più tranquille. Quando faccio così quasi sempre cado in una fase rem in cui proseguo sognando quello che avevo iniziato a pensare. Purtroppo questo metodo funziona solo con lo sport, la bicicletta, il mare, la montagna, i pescatori e perfino con il pensiero di conoscere Diego Maradona ma non funziona mai per esempio con Jenna Jameson o Tera Patrick… maledizione! Questa volta stavo pensando di farmi una camminata sul lungo mare di un paesino ligure, in una situazione di totale ozio e calma. Cioè, secondo me era ambientato in Liguria, c’erano le casettine rosse e gialle a ridosso del mare e poco dietro si stagliavano dei monti. Non è che avevo proprio deciso di immaginare quelle zone, però piano piano, mentre il pensiero si stava trasformando in sogno, mi sembrava proprio di sentire anche i tipici profumi di quei posti stupendi. Avrebbe potuto essere anche un paesaggio lacustre in effetti, anzi, se avessi pensato a quello magari le cose sarebbero andate diversamente, però mi rendo conto che col senno di poi è facile incappare in variabili alla «sliding doors». Comunque no, cioè sì, era decisamente la Liguria. Era tutto perfetto, il sole si stava per appoggiare sulle cime dei monti adagiati sul mare, un via vai tranquillo di persone nelle più disparate direzioni, alcune più chiassose di altre, una stupenda fragranza di focaccia arrivava dalla vetrina del panificio all’angolo della via che porta all’interno del paese e io camminavo perdendomi nel suono delle onde che lente e lunghe spingevano il loro fruscio fino alle mie orecchie. Ero totalmente immerso nel più rilassato tramonto della mia vita. Mi ricordo distintamente il momento in cui ho perso il contatto con la vita reale e mi sono trovato catapultato in quella del sogno, è avvenuto un po’ come nel film «Nightmare» solo che qui non c’era il caro Freddy ad aspettarmi per farmi a fette, qui c’erano un fornaio, i bambini coi palloncini, delle attraenti ragazze in bikini, pareo e infradito, qualche tipo coi rollerblade, chi col motorino, insomma un tardo pomeriggio qualsiasi di un qualsiasi agosto alle sei e mezza! Poi in un momento, mentre il sole lentamente spariva dietro i contorni del tramonto, il paesaggio attorno a me ha iniziato a riempirsi di


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particolari strani e a tratti agghiaccianti. Mentre stavo camminando per le vie centrali di quel paesino, a un tratto ogni cosa aveva perso tutti i connotati dell’inizio dei miei pensieri e anche se udivo ancora in modo chiaro il movimento del mare, mi stavo accorgendo di repentini cambiamenti nelle abitazioni e nelle ambientazioni. Ricordo di essermi fermato in mezzo a una stradina e di aver attentamente fissato un cartello stradale triangolare che nella norma avrebbe dovuto avvisare gli automobilisti di prestare attenzione a un qualcosa, ma la cosa di per sé era abbastanza inusuale poiché al centro del triangolo bianco bordato di rosso c’era rappresentato un fiore con i petali tendenti al giallo. Scorrendo con lo sguardo lungo il cartello, penzolante da una finestra, c’era una gabbietta tutta arrugginita con dentro un cuore che veniva divorato da corvo nerissimo. L’immagine non era così splatter come sembra, il cuore era in realtà di carta, disegnato su un foglio come lo fanno i bambini e cioè con le sembianze di due chiavi di basso speculari che si toccano ai loro estremi. Però ammetto che l’immagine ancora adesso mi inquieta. Proseguendo nel cammino ogni tanto venivo sfiorato da alcune bambine vestite di nero che mi sfrecciavano accanto ridacchiando gioiose fissando divertite le girandole che avevano in mano, tutte di un monotono color rossastro. Le altre persone che percorrevano il vicolo sembravano incuranti di loro, oppure non le vedevano. Un’altra cosa che mi è rimasta impressa è stata una signora abbondantemente oltre la mezza età che mentre parlottava con l’amica, si è girata verso di me sorridendomi e il suo sorriso, attimo dopo attimo, si dilatava sempre di più. Un’immagine che a ripensarla adesso mi fa venire in mente il video di «Black hole sun» dei Soundgarden ma al momento mi ha messo addosso una strizza tremenda. Ho iniziato a correre ma più correvo più le bambine vestite di nero aumentavano di numero e il rumore del mare veniva sopraffatto dalle loro risate che ora non sembravano più tanto di gioia quanto di scherno, uno scherno isterico da far salire i brividi lungo la spina dorsale. Ho deciso allora di rallentare e mentre rallentavo tutto sembrava tornare al proprio posto, ero di nuovo a passeggiare sul lungo mare, il rumore delle onde accompagnava simmetrico i miei passi e tutto quello che


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fino a un secondo prima sembrava inghiottirmi era deliziosamente sparito. Poi di colpo, con la coda dell’occhio ho visto sfilare via un lembo di stoffa nera, le mie narici hanno percepito per una frazione di secondo un fortissimo profumo di… mannaggia non mi ricordo… mi sono sentito afferrare il braccio e sono letteralmente sobbalzato sul letto! Delirio! Sentivo qualcosa accanto a me, e non ero più nella dimensione del sogno! Preso dal panico ho acceso subito la luce della stanza e… il nulla, solo il tavolino, il vecchio lettore cd, quello nuovo in stand by, la tv, il portatile, alcuni cd sparsi per terra, i miei libri, le sigarette, una bottiglia d’acqua, il frigo, la portafinestra che da sul terrazzino rigorosamente sigillata e la tapparella serrata, il bagno chiuso e la porta blindata pure. Il bagno chiuso. Non lo chiudo mai, di notte se mi dovessi alzare ci sbatterei la faccia contro, è già successo e mi sono quasi rotto il naso, ettolitri di sangue ovunque. E quindi? Come mai era chiuso questa volta? Mi stavo cagando sotto! Per non essere visto da chissà cosa ho rispento la luce. Mi sono alzato piano inspirando in silenzio giusto la minima quantità d’aria sufficiente per non svenire, cercavo di non emettere neppure il sibilo del più debole sospiro mentre il cuore batteva a mille e necessitava di quantità decisamente più massicce di ossigeno. Aveva iniziato a girarmi la testa. Lentamente ho attraversato la sala, gli occhi si erano abituati al buio e speravo non cogliessero forme che non dovevano esserci. Ho raggiunto il bagno, ho allungato piano la mia mano tremante verso la maniglia della porta, l’ho afferrata, ho aperto e… niente: il cesso, il bidet, la doccia in un angolo e la vasca… wow, solo io e nient’altro… poi ho realizzato che non avevo più il sangue nel braccio sinistro, c’ero stato su talmente tanto durante il sonno che l’avevo disattivato. Ed ecco svelato il motivo di quel sogno. Che figo il corpo umano, per farti riattivare la circolazione ti dà una scarica di adrenalina violentissima mentre dormi così non rischi di perdere gli arti… ma vaffanculo va’! Bene, intanto mi sono scaldato un po’. Mi sa che è stato un ritorno di adrenalina… ehm… strizza.


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Ripensandoci un attimo, non troppo sennò mi cago sotto davvero, potrei collocare questo sogno nell’insieme degli incubi e spero vivamente che non si evolva raggiungendo la classe di quelli ricorrenti, sono già sufficienti quei due o tre che mi inchiodano a letto per infiniti attimi di paura totale. È ancora mattina presto e sento la pancia che brontola, meglio che vada a prepararmi una colazione carica di zuccheri e caffeina. Bene, non c’è più caffè. Andrò al bar a fare colazione, non c’è altra soluzione, affonderò nel freddo di questa mattinata che sembra già così lunga ancora prima di iniziare. Sono le 6.37 e l’idea di gustarmi un paio di caldissime brioches appena sfornate e strabordanti di marmellata affogate in due cappuccini bollenti mi sta rincuorando e riscaldando le vene, ora ho solo il dubbio se vestirmi tutto elegante, casual o a cazzual… deciso, cazzual, non mi ci vedo col completo che uso ai matrimoni e poi che figura farei con Angela? Le sembrerei ridicolo… sì, ridicolo, tanto lo so che non mi guarda neanche e se per caso di sfuggita i suoi occhi incrociassero la mia figura sembrerebbe che mi sono vestito apposta così per farmi notare da lei e il solo pensiero mi sta già facendo vergognare di averci anche solo lontanamente pensato. Sono complicato come le crociate di Bartezzaghi. Vado, intanto imbuco anche queste pagine. FINE ANTEPRIMA CONTINUA...


La guerra di Piero  

Roberto Panighi, noir

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