Page 1


Marco Baggi

LA FUGA DEI VINTI

www.0111edizioni.com


www.0111edizioni.com www.ilclubdeilettori.com

LA FUGA DEI VINTI Copyright © 2011 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2011 Marco Baggi ISBN: 978-88-6307-344-7 Finito di stampare nel mese di Febbraio 2011 da Logo srl Borgoricco - Padova


Ai miei genitori, fulgidi esempi di saggezza


Prologo

La lunga colonna di soldati procedeva lenta sotto la pioggia incessante del mattino, con il suo scalpiccio che si poteva udire a parecchia distanza nella campagna avvolta dal silenzio. Quei soldati, stretti nei pesanti pastrani per la pioggia, erano in ritirata; fuggivano da un nemico furbo e superiore, capace di respingerli per due anni sull’Isonzo e il Carso in micidiali battaglie difensive, ma che adesso era passato all’attacco, dimostrando tutta la sua furia distruttiva, in grado di annientare battaglioni, reggimenti o un’intera armata. La colonna era guidata dall’ufficiale di grado più elevato rimasto, il capitano Teani. Faceva parte della cavalleria, e il fatto di essere appiedato insieme ai fanti, non lo rallegrava di certo in quel momento già triste; per di più era l’unico rimasto del suo reparto, perché i suoi uomini risultavano morti o dispersi nella concitazione della rotta, fra scontri e diserzioni. Si era ritrovato in quel gruppo per caso, sulla rotabile per Udine, sperando di ricevere nuovi ordini o almeno qualche utile informazione per riorganizzarsi contro il nemico in avanzata. Invece capì ben presto che non c’erano ordini per nessuno. Quel fiotto di soldati disorganizzati non aveva né comandanti né destinazione. Erano esausti della guerra che sembrava persa, e si stavano semplicemente allontanando dalla prima linea, dove il nemico aveva superato ogni difesa. L’ufficiale li aveva presi in consegna e ora li guidava nella campagna friulana, nutrendo la speranza di ricongiungersi con il grosso dell’esercito, finito chissà dove durante quei giorni disperati. Non immaginava nemmeno a che distanza fossero gli austriaci, e dentro di sé pregava perché non li avessero già accerchiati, in una sacca senza via d’uscita. Sforzandosi di risultare ottimista, spronò ancora gli uomini ad avanzare sotto la pioggia incessante, che rendeva pesante ogni passo su quella strada oramai ridotta ad un acquitrino. Tra i soldati erano presenti anche un giovane tenente e due sergenti della fanteria, grazie ai quali riusciva ad impedire ordini e defezioni. Teani si scostò dalla colonna, osservandola per alcuni istanti. Gran parte dei soldati apparteneva alla fanteria, il cuore dell’esercito italiano, la quale aveva pagato il maggior tributo di sangue nel corso della guerra. “Carne da cannone” la chiamava quasi con disprezzo il capitano, visto il suo le-


game con la cavalleria, un corpo d’elite non certo abituato a marciare nel fango. C’erano poi alcuni elementi del Genio, dei Granatieri, Bersaglieri, un intero plotone di mitraglieri e un gruppetto di alpini, giunti lì da chissà quali montagne. Quella colonna riassumeva le forze dell’esercito italiano, un esercito sconfitto e alla deriva, con un futuro tutt’altro che roseo. Il capitano voleva soltanto ritornare al suo reparto, ma in quel momento era costretto a superare una dura prova, probabilmente oltre le sue reali capacità di comando. Aveva sotto la sua responsabilità uomini sfiduciati che non conosceva, ad un passo dalla diserzione, affamati e stanchi. In più il nemico poteva essere ovunque. Lasciò ancora una volta i suoi pensieri affannosi, cercando con lo sguardo il tenente ma, non trovandolo, lo richiamò a gran voce: «Tenente! Tenente!» Un attimo dopo questi sbucò dal centro della formazione, avanzando molto rapidamente verso il capitano. Teani lo squadrò, studiandolo attentamente come un superiore fa con un suo nuovo sottoposto. Era giovane, forse troppo per essere già tenente, non particolarmente alto ma snello, con i capelli chiari ribelli che facevano capolino oltre l’orlo dell’elmetto, rigato senza sosta dalla pioggia. Il viso magro, illuminato da due occhi color ghiaccio, era segnato soltanto da qualche lieve peluria, come in quello di un bambino. «Tenente, come stanno i suoi uomini?» chiese il capitano. «Sono stanchi, signore», rispose il giovane facendo il saluto militare. «Già stanchi di prima mattina?» proruppe Teani, curioso di vedere la reazione del giovane ufficiale. «Vede capitano, sono giorni che procedono a piedi, con il nemico alle calcagna, fermandosi solo di rado per riposare.» La voce del tenente era calma e ferma, quasi non avesse la minima soggezione di fronte a un superiore austero come Teani. «Ma vedrà che non si fermeranno, e presto ci riorganizzeremo contro il nemico.» Il capitano spezzò subito l’entusiasmo del ragazzo, sfogando su di esso la rabbia e la frustrazione repressi in quei giorni di ritirata. «Apra gli occhi, tenente! Come faremo a riorganizzarci?! Non vede che questa è solo una marmaglia senza coraggio! Non sanno nemmeno dove stanno andando!» I soldati più vicini, testimoni di quello sfogo esagerato, si voltarono indignati, rivolgendo uno sguardo pieno d’odio al loro improvvisato comandante.


«E’ vero signore, questi uomini sono sfiduciati e logori», commentò tranquillo il tenente. «Ma ora la seguono, e non ci sono state ribellioni. Forse meritano un po’ più di fiducia.» Teani non voleva di certo subire la predica da un inferiore di grado, ma riconobbe la veridicità di quell’affermazione: «Sta a me decidere se dare fiducia o meno a questi soldati», tagliò corto per uscire da quella conversazione che lo stava mettendo in difficoltà. «E per ora sono sotto il mio comando, per cui non voglio storie, chiaro?» «Non ci saranno problemi, signor capitano.» il giovane fece per tornare nella colonna, ma Teani lo fermò: «Ah, tenente, dimenticavo», disse. «Raduni alcuni uomini e ci preceda come avanguardia. Non voglio che gli austriaci ci tengano un agguato più avanti.» “Certo, Signorsenzapaura, così nell’imboscata ci finisco io”, avrebbe voluto rispondergli il tenente, ma si limitò ad annuire, accettando malvolentieri quell’incarico. «Organizzi una staffetta, così mi manterrà informato su eventuali avvistamenti nemici», ordinò ancora Teani, prima di voltarsi ad osservare la colonna dall’alto della sua figura slanciata, tipica dei cavalieri. Il giovane ufficiale si rituffò nel disordine dell’immenso gruppo di fanti, alla ricerca degli uomini adatti per quel compito. Ne scelse una quindicina, alcuni superstiti del suo battaglione più altri a lui sconosciuti, ma che parevano avere ancora un buon passo. Si portò dietro anche uno dei sergenti. «Bene ragazzi», esordì il giovane osservando lo sparuto gruppo radunato su un lato della strada, poco oltre la lunga fila di soldati in marcia. «Dobbiamo superare gli altri, andando in avanscoperta. Ci dirigeremo verso quel centro abitato in lontananza per vedere se la zona è libera.» Sistemò bene l’elmetto, stringendo poi il cinturone con la fondina della pistola sotto la mantella di feltro; attese che anche gli altri fossero pronti, poi si rivolse al sergente. «Sergente, disponga i soldati su due file. Si parte.» Con passo svelto superarono la colonna, circondata da tonnellate di materiale abbandonato dall’esercito in rotta, e si diressero in aperta campagna, verso il paesino assolato, distante meno di un chilometro. Il tenente procedeva in testa al gruppetto, attento ad ogni movimento e rumore sospetti che potessero celare qualche nemico in agguato. Fissava inquieto il centro abitato che si avvicinava pian piano, chiedendosi se ad attenderli ci fossero degli abitanti superstiti o, peggio, gli austriaci. In un caso o nell’altro era lì per scoprirlo.


Pochi minuti dopo raggiunsero le prime case del borgo; questo era composto da poche abitazioni, dieci circa, radunate attorno ad una chiesetta in pietra scura. Tutto pareva deserto, in un silenzio assoluto, rotto solo dal picchiettare frenetico delle gocce d’acqua sul terreno fangoso. Probabilmente gli abitanti erano già scappati altrove, forse al seguito di un’altra colonna in ritirata o in aperta campagna, ma il tenente volle comunque esserne certo, quindi ordinò ai suoi di circondare il villaggio. Poi passarono a controllare l’interno ogni singola casa, alla ricerca di eventuali nemici e di cibo, che iniziava a scarseggiare. «Sergente! Ha trovato qualcosa?» domandò il giovane al militare. «No, signore», rispose l’uomo, avvicinandosi a grandi passi. «Nessun abitante né austriaco. Devono averlo abbandonato in tutta fretta uno o due giorni fa.» «Bene. Veda di racimolare provviste per i soldati, se ne trova.» «Agli ordini.» e si diresse nella casa più vicina, aprendo il piccolo portone di legno. L’ufficiale si guardò attorno. La pianura degradava verso ovest, costellata da lunghi filari d’alberi, mentre a nord si potevano scorgere le colline, avanguardie delle prime montagne, sbiadite nella foschia della lontananza. Non c’era traccia di truppe italiane e si chiese dove potesse essere il grosso dell’esercito in ritirata. Di certo non era lì nei dintorni. All’improvviso la pioggia cessò di abbattersi in quella zona e tra le nuvole cupe spuntò un timido sole autunnale, che scaldava il cuore. Il giovane ripensò alla sfuriata di poco prima del capitano, e non poté fare a meno di sorridere, considerando la situazione del suo superiore sbucato dal nulla; un cavaliere appiedato, che per giunta si ritrovava a comandare un gran numero di fanti. Si domandò ancora una volta se costui sarebbe stato in grado di tirarli fuori da quella dannata condizione, portandoli in salvo. A quel punto il sergente arrivò di gran carriera, trattenendo un piccolo fagotto tra le braccia. «Signor tenente!» strepitò sorridendo. «Guardi cosa abbiamo trovato!» L’uomo mostrò all’ufficiale ciò che lo rendeva così felice: nelle sue mani comparvero vari generi alimentari, tra cui formaggi, salumi, del pane e una bottiglia di vino. «Li abbiamo scovati in quella casa là in fondo», disse ancora il sergente, raggiante per il bottino guadagnato. «Molto bene, sergente. Ottimo lavoro», asserì il tenente, compiaciuto. Comprese subito che quei pochi viveri non sarebbero serviti a molto per sfamare la colonna, ma almeno il morale ne avrebbe risentito positiva-


mente. «Quando ci ricongiungeremo con gli altri», proseguì, «Distribuisca le provviste. Lascio a lei l’incarico.» «Agli ordini signore.» Il giovane abbandonò il centro del paese e sotto lo sguardo incuriosito del sergente, si arrampicò sul tetto di un piccolo ricovero per la legna, dal quale tentò di scorgere con il proprio binocolo la colonna, distante probabilmente alcune centinaia di metri. Quello che però vide attraverso le lenti non gli piacque per niente. Un gran numero di fanteria nemica, riconoscibile dal grande elmetto metallico e dalle divise grigio campo, stava rapidamente avanzando verso l’ammasso disordinato di soldati, che non si erano ancora accorti di nulla. Serrò la mascella, continuando ad osservare con angoscia quel lungo serpentone, ormai spacciato. Si chiese che cosa fosse meglio fare, se fuggire o tentare una difesa disperata di fronte ad un nemico superiore in uomini e mezzi; degli uomini sarebbero morti fra poco, e lui doveva prendere una decisione. I primi spari, accompagnati da terrificanti urla di panico, giunsero alle sue orecchie, scuotendolo. Chiuse gli occhi per alcuni secondi, traendo un lungo respiro. Aveva deciso. «Sergente! Raduni gli uomini. Presto!» urlò scendendo con un gran balzo dall’osservatorio improvvisato. I soldati del gruppo gli si riversarono attorno, con i visi contratti dalla preoccupazione per il combattimento che si stava consumando poco lontano. «Caricate i fucili!» ordinò l’ufficiale. «Formate due file e state pronti a combattere! Seguitemi!» Si lanciò immediatamente in avanti, attraversando i campi coltivati abbandonati dalla popolazione in fuga e resi paludi dal maltempo. Il buonumore per la piacevole scoperta di poco prima era già scomparso, soppiantato da una paura crescente che gli attanagliava tutto il corpo. Continuò a correre verso la colonna, spinto da una scarica di adrenalina incredibile, mentre dietro i soldati seguivano il suo ritmo indiavolato, senza sapere cosa li avrebbe attesi poco più in là, dove lo scontro infuriava. Il giovane non era mai entrato in combattimento, perché finora aveva stazionato come riserva nelle retrovie insieme alla sua unità, giunta al fronte solo da pochi giorni, ma in tempo per partecipare alla disastrosa ritirata di Caporetto. Non sapeva come si sarebbe comportato in una vera battaglia, dove gli uomini muoiono e le pallottole volano impazzite. Accantonò nella sua mente le tattiche di guerra imparate all’accademia militare, di certo inutili in quella accozzaglia di soldati allo sbando.


Il gruppo superò un pioppeto e una casa diroccata, iniziando a scorgere la strada fangosa; si potevano udire distintamente gli spari e le esplosioni, ma ancora non si vedeva nulla, perché una piccola altura copriva la visuale. «Forza! Salite su quel terrapieno!» sbraitò l’ufficiale, estraendo la sua pistola semiautomatica dalla fondina. Ansimando per lo sforzo, i fanti raggiunsero il punto indicato e si liberarono della mantellina, ormai completamente inutile ed ingombrante. Il tenente, precedendoli di alcuni metri, si portò sulla sommità dell’altura, e lì rimase immobile, come ipnotizzato dallo scontro che avveniva sotto di lui; si voltò di colpo verso i soldati in attesa, fissandoli con aria grave. «A terra!» ordinò. «E state pronti.» Gli uomini si distesero, puntando i fucili verso un nemico ancora invisibile. Anche il giovane si levò la mantella, lanciandola tra gli arbusti spogli. Caricò la pistola e attese che il denso fumo delle esplosioni si diradasse un poco, per capire in che punto fossero gli avversari. Quando riuscì finalmente a vedere qualcosa, spalancò gli occhi, rabbrividendo. La carneficina era appena iniziata. «Sergente! Venga qui!» gridò il tenente per farsi sentire al di sopra degli spari assordanti. Il militare raggiunse subito il giovane, osservandolo con un’espressione inquisitoria dipinta sul volto. «Che cosa facciamo, signore?» chiese preoccupato. «Lei rimanga sull’altura con questi soldati» rispose l’altro, senza distogliere lo sguardo dalla battaglia. «Io andrò a recuperare più uomini possibile.» «Lei solo?» esclamò stupito il sergente. «Sì, ho bisogno del vostro aiuto qui» proseguì il giovane. «Farò in modo che i soldati si ritirino oltre questo terrapieno, e voi ci darete copertura. Chiaro?» «Certo, tenente.» Al sergente tale piano pareva una follia senza senso, ma non volle contraddire il suo superiore nel bel mezzo dello scontro. Inoltre, restando sull’altura, sarebbe stato al sicuro; se il tenente aveva così tanta voglia di fare l’eroe, pensò maliziosamente, era libero di gettarsi nella mischia. «Mi raccomando, sparate solo al mio ordine!» disse infine, un attimo prima di tuffarsi nella battaglia. Discesa la collinetta erbosa si ritrovò davanti uno spettacolo terrificante: i soldati della colonna erano in preda al panico,


filando come cavalli impazziti in tutte le direzioni, mentre gli austriaci facevano fuoco ininterrottamente con fucili e mitragliatrici poco oltre la strada, causando molti morti. Proprio dinanzi a lui alcuni fanti italiani giacevano senza vita in una pozza di sangue, con gli occhi vitrei fissi nel vuoto. Li superò con un balzo, cercando tra la folla il capitano Teani, ma non lo vide. Più in là molti soldati si stavano già arrendendo, con le braccia alzate verso il nemico vittorioso, stanchi di morte e disperazione. Non poteva di certo biasimarli: in quel momento la guerra pareva davvero persa, e ognuno cercava di avere salva la vita, in un modo o nell’altro. Si accorse che soltanto il plotone di mitraglieri e pochi altri stavano tenacemente resistendo, rispondendo al fuoco degli austriaci in avanzata. Le pallottole nemiche iniziarono a fischiargli intorno, conficcandosi nel fango o nella corteccia di qualche albero, mancandolo di poco. A qualche metro di distanza da lui, sulla destra, comparvero un paio di austriaci con le baionette inastate sui fucili, pronti ad ucciderlo. Vide chiaramente i loro volti, resi paonazzi dalla corsa sfrenata e contratti in espressioni truci, accompagnate da urla disumane. Il tenente ebbe paura, e con un gesto fulmineo puntò la pistola verso di essi, sparando l’intero caricatore. Il brutale rinculo dell’arma gli provocò una fitta di dolore al polso, ma non parve nemmeno avvertirla in quegli attimi disperati. Il primo soldato, colpito al volto, cadde all’indietro emettendo un rauco lamento prima di morire; l’altro venne raggiunto al torace e fece ancora qualche passo, come se i proiettili non lo avessero scalfito minimamente. Poi però stramazzò al suolo senza vita, nel fango di quella strada maledetta. L’ufficiale di fanteria rimase a fissare per un momento i due corpi, le sue prime uccisioni. Aveva appena ammazzato dei ragazzi come lui, eppure non sentiva alcun rimorso, quasi fosse stato privato dei sentimenti. Era davvero entrato in guerra ora, e forse ci si sentiva proprio così nel mezzo della battaglia. Svuotati di tutto e capaci soltanto di uccidere. Si riscosse dai propri pensieri e ricominciò a correre verso il plotone di mitraglieri, evitando alcune esplosioni e il tiro preciso dei fucilieri austriaci, sempre più vicini. Le tre mitragliatrici italiane, piazzate parallelamente al lato sinistro della strada, causavano gravi perdite ai nemici che intendevano sfondare in quel punto, costringendoli ad un aggiramento dall’altro lato, più defilato. Un caporale, che non doveva avere più di diciotto, diciannove anni, gli venne incontro chino, sfidando le pallottole nemiche. «Tenente, non so per quanto riusciremo ancora a resistere», disse agitato.


«Dobbiamo ritirarci, ma non subito», esordì l’ufficiale, guardando oltre i cespugli secchi. «Dovete tenerli sotto pressione. Intanto cercherò di radunare i soldati superstiti, e al mio ordine ritiratevi oltre quell’altura.» «Va bene, signore, ma non ci conti troppo.» «Sono sicuro che ci riuscirete. Ci vediamo dopo.» Stava per andarsene, quando una violenta esplosione lo costrinse a distendersi a terra per evitare le micidiali schegge. Rialzandosi, vide che i mitraglieri avevano già ripreso a sparare con vigore, caricatore dopo caricatore. Il tenente si lanciò di nuovo allo scoperto, sparando a più non posso su tutti i nemici che gli si paravano davanti, quasi fosse in preda ad una follia omicida. I difensori italiani erano sparsi un po’ dovunque, e lui doveva raggiungerli al più presto, prima che il tiro incrociato delle mitragliatrici nemiche li falciasse spietatamente. Sulla strada pareva essersi abbattuto il giudizio universale: decine di uomini giacevano riversi nel fango, immobili, mentre i feriti e gli agonizzanti tentavano disperatamente di alzarsi per raggiungere un riparo, ma nella maggior parte dei casi cadevano a terra per poi non rialzarsi più. Era una scena straziante e si impresse indelebilmente nella mente del giovane soldato. Continuò a correre, dirigendosi verso un altro gruppo di difensori, ma all’improvviso spuntò tra il fumo delle esplosioni un ufficiale austriaco che, sorpreso quanto lui, lo fissò attonito. Gli sguardi si incrociarono a lungo, come per studiarsi a vicenda; l’italiano notò l’impeccabilità della divisa avversaria, i gambali neri e il grande ordine dedicato all’equipaggiamento personale. L’austriaco attaccò per primo, gettandosi sull’ufficiale con una vanghetta da trincea, sicuramente un’arma di fortuna molto efficace. Il tenente si scostò di lato, schivando il colpo. Puntò la pistola, ma con orrore si accorse di aver esaurito le munizioni, e adesso non aveva più il tempo per ricaricare, perché il nemico gli era già addosso, roteando la vanghetta. A quel punto estrasse la baionetta, che provvidenzialmente si era infilato in una tasca dei pantaloni all’inizio della ritirata, e iniziò a parare i violenti colpi dell’austriaco, quasi fosse una sciabola. Tutto pareva lontano: le urla, gli spari, le esplosioni non gli appartenevano. Esistevano soltanto quei due ufficiali, impegnati in un duello mortale finora senza esito. Il suo avversario lanciò un urlo e si scagliò di nuovo all’attacco, con uno slancio che ricordava un toro impazzito nell’arena. Il giovane fu ancora una volta in grado di schivarlo, e con un affondo improvviso gli fece perdere l’equilibrio, spingendolo a terra nel fango scuro. Il tenente si abbassò


su di esso e gli affondò la lama della baionetta nella gola, mosso da una violenza che non credeva di possedere. L’uomo sussultò, mentre dalla sua bocca fuoriusciva un fiotto di sangue chiaro che gli inzaccherò l’uniforme. Tentò di muoversi, come se volesse sfuggire alla morte, poi il suo cuore s’arrese. L’ufficiale italiano guardò il cadavere del nemico appena ucciso, e non ebbe il coraggio di riprendersi la baionetta insanguinata, rimasta in una pozza d’acqua resa vermiglia. Non avrebbe mai dimenticato quello scontro. Si rese conto che quella era la vera guerra, dove gli uomini si trasformavano in bestie feroci, in una lotta disperata votata alla sopravvivenza. Una visione ben lontana dall’interpretazione idilliaca dei giornali e dei cinema a cui era abituato da tempo. Crollò in ginocchio, in preda ad una sorta di crisi nervosa che lo fece tremare; avrebbe voluto piangere, ma doveva salvare se stesso e gli altri, portandoli via da quell’inferno. Si fece coraggio, e rialzatosi prese a chiamare a voce alta i vari combattenti. «Soldati, a me!» urlò, schizzando da un punto all’altro della strada. «Soldati, a me!» Alcuni superstiti gli si fecero vicino, restando bassi per non essere colpiti. Sui loro visi smagriti si poteva leggere tutta l’angoscia di quegli attimi, scanditi dalle urla e dai colpi di fucile. «Ritiratevi subito sull’altura», ordinò l’ufficiale. «Troverete altri soldati italiani lì sopra. Ricongiungetevi con loro e state pronti a sparare.» Annuirono all’unisono, poi corsero a perdifiato verso il terrapieno, distante circa duecento metri, intravedendo in questo una possibilità di salvezza. I mitraglieri spararono ancora qualche colpo, poi si caricarono in spalla mitragliatrici e treppiedi e scomparvero sul piccolo rialzo, ultimo baluardo di difesa. Il giovane aguzzò la vista, cercando ancora il capitano, ma di lui ancora nessuna traccia. Sparò alcuni colpi in direzione del nemico, e per tutta risposta ricevette una valanga di proiettili, che fortunatamente andarono tutti fuori bersaglio, sollevando spruzzi d’acqua e fango lungo la strada. Alla fine, certo di non aver lasciato indietro nessuno, si ritirò rapidamente sul rilievo, confondendosi tra la vegetazione autunnale. Aveva gli austriaci alle costole, ma la sua corsa sfrenata gli permise di distanziarli un poco, giusto il tempo per distendersi tra i soldati italiani rimasti sulla sommità a fucili spianati. «Aspettate il mio ordine!» dispose con la voce rotta dal fiatone. I nemici abboccarono alla trappola del tenente, e giunsero in cima con una rapidità sorprendente, decisi a fiaccare una volta per tutte ogni resistenza italiana. Ma quando si trovarono dinanzi i difensori, si sentirono perduti. E avevano ragione.


«Fuoco!» urlò a squarciagola l’ufficiale, fissando davanti a sé la massa nemica in avvicinamento. Un centinaio di italiani aprirono simultaneamente il fuoco sulla fanteria nemica, vicinissima; lo sbuffo delle detonazioni dei fucili coprì per un istante gli avversari, impedendo di scorgere l’effetto di quella prima scarica. Quando questa si diradò, i difensori notarono con stupore che un’intera fila di austriaci giaceva a terra, colpita da quell’ondata di proiettili roventi. L’ammasso di cadaveri rallentò l’avanzata delle file successive, che si trovarono sotto il tiro diretto degli italiani, in una difesa disperata e inaspettata. «Forza, continuate a sparare!» sbraitò ancora il tenente, che pareva indemoniato. «Dobbiamo sputare più fuoco di loro!» Anche le mitragliatrici avevano ripreso a sparare, martoriando i fianchi dello schieramento nemico, ormai in preda al panico. Il giovane scorse poco lontano il sergente, che con un sorriso diabolico dipinto sul volto, gridava ogni imprecazione esistente verso gli austriaci, quasi volesse scoraggiarli ulteriormente. Dopo pochi minuti i superstiti arretrarono all'impazzata, lanciandosi lungo il pendio colmo di cadaveri insanguinati. “C’è un momento della battaglia in cui la paura s’insinua nella mente, e a quel punto anche il soldato più coraggioso fugge terrorizzato”, pensò l’ufficiale, ricordando la lezione di un professore all’accademia militare. In quegli attimi stava accadendo proprio quello: un nemico che fino ad alcuni minuti prima era sul punto di annientarli, ora scappava dal campo di battaglia, conquistato dal terrore. Guardò ancora una volta i caduti austriaci. Erano tantissimi, forse addirittura un centinaio, e si ammassavano uno sopra l’altro, in un groviglio spaventoso. Capì che in guerra non contavano solo la forza e il coraggio, ma anche l’astuzia, e grazie a questa avevano sconfitto un nemico più forte e numeroso. Si alzò in piedi, sparando gli ultimi due colpi rimasti nel caricatore metallico della pistola. «Sergente! Raggruppi gli uomini», ordinò perentoriamente. «Ci ritiriamo nel paese qui vicino.» «Ma signore, gli austriaci sono in rotta. Perché non inseguirli?» protestò timidamente il sergente, portandosi accanto al suo superiore. «Certo, così ci faremo accerchiare!» rispose seccamente il tenente. «E per andare dove? A est c’è l’intero esercito austriaco. Pensa che con questi pochi uomini riusciremo a riconquistare le posizioni perse sull’Isonzo?!» «No signore, mi scusi.» si discolpò l’uomo, comprendendo che l’ufficiale aveva pienamente ragione, nonostante fosse soltanto un ragazzo senza esperienza. Andando ad est, sulla scia di quella esaltante vittoria, avrebbero colto soltanto la morte.


Il giovane tenente si mise in testa al gruppo di soldati, guidandoli verso il paesino abbandonato, già esplorato in mattinata. Tutto attorno l’eco della battaglia si spense, lasciando spazio ad un silenzio irreale, interrotto soltanto dalle urla dei feriti rimasti sull’altura e lungo la strada. Il tenente si turò le orecchie con le mani, ma invano. Quelle grida di aiuto gli perforavano il cranio come delle punte acuminate, senza tregua. Non poteva fare nulla per loro, ma si sentiva comunque in colpa per averli lasciati lì a morire, nel fango macchiato di sangue. Accelerò l’andatura, raggiungendo in breve le case del villaggio isolato. Le urla non si udivano più. I soldati, sfiniti ed affamati, si radunarono davanti alla chiesa, sotto un tiepido sole di fine ottobre. L’ufficiale si mischiò tra loro, sforzandosi di apparire sereno. «Bravi ragazzi, avete combattuto splendidamente», si accorse che la voce stentava ad uscirgli dalla bocca, ma proseguì. «Ora dobbiamo ricongiungerci con i nostri, finiti chissà dove. Quasi certamente siamo gli ultimi soldati italiani rimasti in zona, ma non preoccupatevi, vi prometto che farò di tutto per farvi ritornare alle nostre linee, con il resto dell’esercito.» Forse stava mentendo anche a se stesso, ma le sue parole rinfrancarono un poco gli uomini, che accennarono un flebile sorriso d’approvazione. «Ah, ancora una cosa», proseguì. «Qualcuno ha visto il capitano Teani?» Qualche secondo dopo un soldato spuntò dal drappello di uomini in grigioverde, avvicinandosi all’ufficiale: «Il capitano è morto.» disse senza alcuna emozione. «Morto?» ripeté sorpreso il giovane. «Sì, un colpo lo ha preso in testa, vicino alla strada.» Rimase in silenzio. Non era la scomparsa del capitano a sconvolgerlo, ma il fatto di essere diventato comandante della colonna; ora la responsabilità di tutti quegli uomini avrebbe gravato su di lui come un macigno. “La giornata si è proprio messa bene”, pensò tra sé. Era riuscito ad evitare l’annientamento, ma non c’era da stare allegri; i nemici si sarebbero fatti avanti ancora, per distruggerli. Doveva impedirlo in ogni modo, riportando i soldati entro il nuovo fronte italiano, ovunque fosse. Un compito probabilmente troppo arduo per un giovane come lui. Si appoggiò con la schiena al muro scalcinato di una casa, mentre con lo sguardo cercò il sergente, rimasto con gli altri. «Sergente», lo chiamò. «Disponga gli uomini a difesa del villaggio. Passeremo qui la notte.» «Agli ordini, tenente», acconsentì l’uomo. Stava per eseguire l’ordine, quando il suo giovane superiore lo richiamò indietro.


«Sergente…, non mi ha ancora detto come si chiama.» asserì sorridendo. Il militare si voltò, ricambiando il sorriso. «Nemmeno lei me lo ha detto», ribatté scherzosamente. «Tenente Francesco Martini», disse il ragazzo, rompendo gli indugi. «Centunesimo fanteria.» «Sergente Giuseppe Riefoli, terzo fanteria.» si presentò finalmente l’altro, continuando a sorridere. Fece brevemente il saluto militare, poi sparì dietro un’abitazione. Martini guardò il cielo. Le nubi minacciose erano praticamente scomparse e il sole stava pian piano abbandonando quel giorno, rendendo rossastra la sua scia di luce. Gli pareva che dall’inizio dello scontro fossero passate poche ore, invece era trascorsa un’intera giornata. Una giornata di morte. Era sopravvissuto per miracolo alla sua prima esperienza di guerra vera, ma non si sentiva felice ed entusiasta. Ne aveva già abbastanza del sangue, dei morti, delle bombe; voleva tornare a casa, lontano da quella bolgia infernale che ingoiava ogni cosa. Un forte dolore al polso del braccio destro lo distolse dai propri pensieri. Si accorse che era dovuto al forte rinculo della pistola, con la quale aveva sparato infinite volte nel corso della battaglia. “Se non voglio slogarmi il polso, dovrò impugnarla meglio”, si promise, riponendola nella fondina di cuoio. Sopraffatto dalla stanchezza, entrò in una delle case alla ricerca di un qualsiasi giaciglio per dormire. Scorse un piccolo letto sgualcito all’interno di una stanza, e vi si buttò letteralmente sopra. Fece appena in tempo a slacciare l’elmetto che gli occhi si chiusero, trascinandolo in un sonno senza sogni. La sua epopea era appena cominciata.


17

Capitolo 1° Ritirata ad ovest

29 Ottobre 1917 Si risvegliò qualche ora più tardi nella stanza buia. Afferrò l’elmetto e a tentoni riuscì ad attraversare la casa, giungendo all’esterno. Nell’oscurità della notte intravide a malapena alcuni dei suoi soldati, riuniti attorno ad un fuoco appena acceso. Si avvicinò e con la poca luce a disposizione osservò il quadrante scheggiato del suo orologio; mancava un’ora all’alba. «Salve, soldati.», li salutò, sedendosi subito dopo in mezzo a loro. «Tenente.» dissero di rimando. «Avete visto qualcosa di strano?» chiese l’ufficiale. «No, tutto tranquillo.» rispose uno dei fanti, intento a pulire il suo fucile con un fazzoletto. La debole luce del focolare alterava i volti, facendoli apparire simili a spettri dall’aria tetra. Forse l’indomani lo sarebbero diventati davvero, per sfuggire al nemico. In fondo, pensò il giovane, occorreva essere invisibili e silenziosi. Proprio come dei fantasmi. In quel gruppetto Martini distinse un paio di mitraglieri, tre fanti semplici e un alpino. A quest’ultimo rivolse la sua attenzione. «Da dove sbuchi, alpino?» domandò sorridendo, «Qui non ci sono grandi montagne.» Il soldato, un uomo possente con una barba folta che gli contornava il viso spigoloso, ribatté con aria tutt’altro che divertita. «Il mio reparto doveva andare sulle Dolomiti.» «E come hai fatto a finire qui?» s’intromise uno dei mitraglieri, incuriosito da quella storia. «Quando gli austriaci hanno sfondato, su a Caporetto, ci hanno spostato di corsa nelle retrovie, come rincalzo», continuò, «Ma non è servito a molto, se non per mandare al macello quasi tutto il battaglione», fissò le fiamme vivide salire verso l’alto, ripercorrendo con la mente quei ricordi terribili. «Nella confusione della ritirata, io e i miei compagni ci siamo ritrovati in questa colonna di soldati.» Martini perse di colpo il suo spirito ironico. «Mi dispiace molto per i tuoi compagni», disse affranto. Anche lui aveva perso molti uomini nel caos della rotta, e dunque sapeva benissimo cosa significava non avere più sostegni in quel tritacarne chiamato guerra.


18 «Signor tenente», riprese l’alpino, tradendo col suo accento le innegabili origini bergamasche «Dove andremo ora?» Il giovane ufficiale non si aspettava una domanda così diretta, e rimase spiazzato. Fissò per un momento gli occhi intensi dell’uomo. Pareva che fossero in grado di leggergli il pensiero, e non se la sentì di mentirgli, offrendo una visione ottimistica della situazione. «Non abbiamo ancora una meta precisa», rispose. «Ma probabilmente ci dirigeremo verso Udine, che è la città più vicina. In ogni caso dobbiamo ricongiungerci con il grosso dell’esercito.» L’alpino parve soddisfatto della risposta e ritornò quindi silenzioso, fissando ancora il fuoco davanti a sé. «E lei tenente, da che unità proviene?» esordì uno dei fanti. «Fanteria», asserì l’ufficiale. «Non appena abbiamo raggiunto le retrovie sul Carso ci siamo ritrovati in mezzo alla ritirata.» «Quindi non è mai entrato in combattimento, a parte ieri.» continuò il fante. «Esatto, soldato.» rispose. I componenti del gruppo si scambiarono un’occhiata perplessa; il loro comandante non aveva esperienza, e questo poteva rappresentare un problema in battaglia, dove le decisioni sbagliate causavano sempre e soltanto morti. Martini notò quell’improvvisa diffidenza, e decise di cambiare discorso. «Radunate armi, munizioni e viveri. Tra meno di un’ora si parte», disse senza scomporsi. I militari annuirono con poco entusiasmo, osservandolo mentre si allontanava. Doveva guadagnarsi la loro fiducia, ma non sarebbe stato un compito facile. I soldati volevano un capo forte ed esperto, e lui non era nessuno dei due. Qualche istante dopo si mise a cercare il sergente Riefoli, per fare il punto della situazione. Lo trovò in una delle case abbandonate, intento a riallacciarsi elmetto e giberna. «Tenente Martini», disse sorpreso vedendolo entrare. «Mi stavo preparando.» «Molto bene, sergente» ribatté sorridendo l’ufficiale. «Dobbiamo pianificare il percorso da seguire. Non ha una carta geografica della zona?» «Si, ma non è molto dettagliata.» Riefoli la estrasse dalla tasca dei pantaloni e la porse al tenente, che si sedette su una sedia di legno. Martini la spiegò sul tavolo lì accanto, iniziando ad esaminarla attentamente. I suoi occhi si muovevano freneticamente su e giù, alla ricerca di un percorso utile per la salvezza.


19 «Sono riportati soltanto i centri abitati più importanti», aggiunse il sergente. «Questo paesino non sarà di certo segnalato.» Martini non disse nulla, troppo impegnato a studiare ogni piccolo particolare di quella cartina sbiadita; solo alcuni minuti dopo si decise ad aprire bocca. «Che giorno è oggi?» domandò infine. «E’ il ventinove Ottobre, se non sbaglio», gli rispose. «Gli austriaci hanno attaccato il giorno ventiquattro», riprese l’ufficiale, riflettendo a voce alta «E la ritirata è iniziata il giorno dopo. Abbiamo marciato per circa quattro giorni, però i primi due andando su e giù lungo le retrovie. Quindi dovremmo trovarci all’incirca in questo punto.» indicò con l’indice una posizione sulla carta ingiallita. «Fra pochi chilometri saremo in vista di Cividale.» «Già», asserì Riefoli osservando la cartina. «E da lì potremo raggiungere Udine.» «Si sergente, ma siamo ancora vicini al fronte, quindi bisognerà tenere gli occhi aperti.» «Sperando poi che Udine non sia già stata conquistata», aggiunse il sergente con un filo di rassegnazione nelle voce. Martini sollevò lo sguardo dal tavolo. «Possiamo soltanto sperare, Riefoli.» sospirò. Piegò la cartina, un istante prima di riconsegnarla al sergente. Si alzò in piedi, e guardando un momento il suo sottoposto, notò la disparità di altezza che li divideva. Martini non era particolarmente alto, ma manteneva una spanna di vantaggio sul piccolo sergente, che in quel momento lo guardava incuriosito. Vide anche gli altri particolari fisici, che fino ad ora gli erano sfuggiti. Riefoli aveva un viso rotondo, quasi pacioso, incorniciato da riccioli scuri e una leggera barba incolta. Scorse una lunga cicatrice che si estendeva sulla guancia destra. «Come se l’è fatta quella?» chiese il ragazzo. Il sergente si passò una mano sulla vecchia ferita, come se questo l’aiutasse a ricordare meglio. «In un attacco, sul San Michele», rispose. Martini aveva sentito parlare molto di quel monte, il San Michele, dove si erano svolte battaglie violentissime per un pezzetto di terra brulla. Durante il viaggio in treno verso il fronte, si augurò di non essere assegnato proprio lì. Per sua fortuna finì in un altro settore, ma solo per piombare in un incubo ancora più grande. «Eravamo quasi riusciti a conquistare le posizioni austriache in quota», continuò Riefoli con voce angosciata. Il ricordo era ancora vivido nei suoi occhi neri. «Poi però saltarono fuori i loro rinforzi, e ci inchiodarono con le mitragliatrici. Alla fine caricarono, respingendoci, e io mi presi una ba-


20 ionettata in faccia. Un attacco disastroso.» Si fermò un momento, per dare effetto alle sue parole. «E’ accaduto più di un anno fa.» Martini non disse nulla per qualche minuto. Ripensava alle parole del sergente, immaginandosi la scena della battaglia, tra esplosioni e filo spinato divelto. Salire un monte era già di per sé difficile, figuriamoci con il nemico che ti spara dall’alto. Quella guerra era stata mal condotta fin dall’inizio, pensò, e questo era il risultato. Adesso occorreva qualcuno che prendesse in mano la situazione, per ribaltare le sorti del conflitto, riorganizzando la massa di soldati in rotta. Un attimo dopo si rese conto che era inutile riflettere su quel quesito nazionale. Aveva ben altri problemi da risolvere. Andò ad una finestra e osservò il cielo attraverso il vetro appannato dall’umidità. Le tenebre stavano pian piano lasciando il posto alle prime avanguardie di luce nella volta celeste. Fra non molto il sole sarebbe spuntato, e la loro marcia avrebbe avuto inizio. «Sergente, raduni gli uomini», ordinò. «Siamo in partenza.» «Subito, signore.» Riefoli sparì all’esterno, eseguendo l’ordine. Martini udì il proprio stomaco brontolare. Non mangiava niente da ieri mattina, ma fino ad ora non aveva sentito i morsi della fame, forse per via dell’adrenalina che gli era saettata in corpo durante la battaglia. Aprì rapidamente il tascapane che portava a tracolla. Estrasse un pezzo di pane raffermo e lo ingoiò avidamente, nonostante avesse un sapore terribile. In quel momento si vergognò di se stesso; pareva più un animale affamato che un uomo. Tentò di ricomporsi, traendo un lungo respiro. Non doveva mostrarsi debole dinanzi ai suoi uomini; dopotutto in guerra era normale soffrire la fame. Pian piano riacquistò la calma. Mise a posto il tascapane e si portò l’elmetto sulla testa, senza allacciare il sottogola. Rimase immobile ancora per qualche istante, fissando la porta di legno dell’ingresso. Stava per iniziare la sfida più dura. Adesso tutto era nelle sue mani, sia le decisioni da prendere che la vita dei fanti. Ma nonostante ciò era sicuro di farcela. Avrebbe riportato a casa quegli uomini, si disse, anche a costo di vagabondare per l’intero Friuli con gli austriaci alle calcagna. Finalmente uscì all’esterno, dove i primi raggi di sole iniziavano a fare capolino oltre le colline lontane.


21 Dopo due ore di marcia il tenente concesse una pausa alla colonna. Si fermarono nei pressi di un piccolo torrente che scorreva all’ombra di alcuni d’alberi spogli. «Riempite le borracce, ragazzi», ordinò «Non sappiamo se più avanti ci sarà ancora acqua buona.» A queste parole un fante gli si avvicinò con aria incerta e preoccupata. «Signor tenente», disse ad alta voce, «Ho sentito dire che gli austriaci avvelenano l’acqua dei fiumi e degli acquedotti.» Martini sorrise, per nulla intimorito da quella genuina rivelazione. «Come ti chiami soldato?» domandò. «Fante semplice Giorgio Maselli, signore», rispose. «Non preoccuparti, Maselli, anche agli austriaci serve l’acqua, quindi perché dovrebbero avvelenarla? Ad ogni modo, per convincere tutti, berrò io per primo.» Riempì la sua borraccia, e dopo alcuni istanti bevve tranquillamente alcuni sorsi. «Visto Maselli? Tutto bene.» «Sì signore, mi scusi.» il soldato comprese di aver fatto una figuraccia, per cui ritornò mestamente nella colonna, tra le risa dei suoi compagni. Con quel piccolo gesto Martini aveva risollevato il morale degli uomini. Un buon capo si riconosceva anche da piccoli gesti come quelli. Per diventarlo davvero doveva conquistarsi la loro fiducia, mostrandosi capace sul campo di battaglia e flessibile in situazioni del genere. «Chissà dove apprendono certe storie» disse a Riefoli, sfoggiando ancora il suo sorriso bonario. «Sono le classiche dicerie da trincea», asserì l’uomo. «Non bisogna crederci troppo.» Il giovane tenente, approfittando della sosta, addentò un pezzo di formaggio. Lo aveva ricevuto da Riefoli poco prima di partire, quando questi distribuì le provviste trovate il giorno prima in una casa. Si sedette su un sasso che sporgeva dall’erba umida, volgendo lo sguardo davanti a sé. La campagna friulana era piuttosto monotona; lunghi filari di alberi brulli circondavano innumerevoli campi coltivati, il più delle volte abbandonati. Lungo il percorso avevano incrociato alcune cascine isolate, ma erano risultate tutte vuote e senza viveri. Quella piatta distesa di terra pareva senza vita, come un deserto. «Questo silenzio non mi piace», disse il sergente, sedutosi accanto a Martini. «E’ quasi irreale.» Martini comprese il timore di Riefoli, e cercò di rassicurarlo. «Beh, forse è così strano perché noi soldati siamo abituati al frastuono delle esplosioni e dei fucili. Non credo che per il momento ci sia da preoccuparsi.»


22 Riefoli continuò a fissare l’interminabile distesa di campi coltivati che si perdeva all’orizzonte «Sarà, ma io non sono tranquillo», ribatté. «Quei maledetti austriaci potrebbero essere nascosti qui intorno, pronti a tenderci un’imboscata.» Martini non parve turbato dalle parole del sergente, e si rimise in piedi. Volgendo lo sguardo ad ovest, si potevano vedere le prime case di Cividale, sfocate nella foschia mattutina. Se tutto fosse andato per il meglio, avrebbero raggiunto il paese entro quella giornata. All’improvviso il volto del giovane s’illuminò; a Cividale potevano esserci gli italiani. E la salvezza. «Forza ragazzi, prendete la vostra roba e andiamo», ordinò sullo slancio di quel rinnovato ottimismo. Aveva una probabile via di fuga a portata di mano, e ora non se la sarebbe lasciata scappare per nessun motivo. «Coraggio Riefoli, rimettiamoci in marcia», disse al sergente, ancora seduto sull’erba. «Sì, signore.» obbedì l’uomo. Impugnò il fucile e si mise accanto al suo superiore, senza smettere di guardarsi attorno nervosamente. Temeva un attacco nemico, e la calma sfoggiata da Martini lo rendeva ancora più inquieto. In cuor suo sperava di trovare al più presto le truppe italiane, per sottrarsi al comando di quel ragazzino ambizioso. Ma fino ad allora, avrebbe dovuto seguire i suoi ordini, buoni o cattivi che fossero. La colonna iniziò finalmente a muoversi, tra il brusio sommesso dei soldati e il clangore dell’equipaggiamento che portavano sulle spalle. Sembravano un gruppo di disperati erranti, con le divise a pezzi e le barbe incolte, ad un passo dalla diserzione. Eppure continuavano a marciare, guidati da un ufficiale che conoscevano appena. Martini si mise in testa alla formazione, avanzando con passo svelto. Era pervaso da una sensazione d’euforia, quasi fosse sicuro che più avanti ci sarebbero stati gli italiani ad accoglierli. Inoltre lo confortava il fatto che i nemici non s’erano mai fatti vivi quel giorno. E in quella piatta distesa di campi, avrebbe potuto scorgerli a chilometri di distanza, in tempo per portare al sicuro lui e i suoi uomini. Finalmente, pensò dentro di sé, le cose sembravano andare per il verso giusto. Ma non era così. Il tenente impallidì di colpo. Davanti a lui, a poche centinaia di metri, comparvero diversi austriaci intenti ad oltrepassare alcuni rovi e sterpaglie. Rimase immobile a fissarli, terrorizzato. Non avevano ancora individuato il gruppo di italiani, ma sarebbe stata questione di un attimo.


23 «E quelli da dove minchia sbucano?!» sbraitò Riefoli, accorgendosi del pericolo. Martini si voltò, incrociando lo sguardo teso del sergente. «Tutti a terra, presto!» ordinò con un filo di voce. «Se ci vedono siamo morti!» I soldati si gettarono all'istante tra l’erba giallastra, puntando i fucili verso il nemico. Incredibilmente nessuno notò il loro movimento. «Cosa facciamo, tenente?» domandò Riefoli, che gli era disteso accanto. «Aspettiamo» bisbigliò Martini. Alzò lentamente la testa, gettando un’occhiata oltre i fili d’erba secca che coprivano la visuale. Gli austriaci si stavano radunando intorno ad un ufficiale, per ascoltarne le disposizioni. Quest’ultimo sorrideva, forse perché intento ad elargire complimenti ai suoi uomini. Il sole luccicava sui loro elmi, facendoli assomigliare a tante piccole lampadine intermittenti, mentre i soldati italiani restavano nascosti più indietro, bloccati dalla paura. A quel punto un fante austriaco volse il capo verso di essi, probabilmente richiamato da un rumore sospetto. Fece qualche passo in quella direzione, poi si fermò strabuzzando gli occhi. Li aveva visti. «Hauptmann! Italienische!» urlò il soldato, richiamando l’attenzione dei compagni. Questi compresero subito l’entità della minaccia e senza pensarci troppo si lanciarono verso i militari italiani, gridando come ossessi. Il tenente Martini non sapeva cosa fare. Si rese conto di aver commesso un grave errore poco prima, e ora l’avrebbe pagata cara. Il nemico era sempre più vicino, la dea bendata sembrava svanita nel nulla e una vecchia signora dalla lunga falce stava arrivando. E sorrideva. “Che stupido, che stupido!” continuava a ripetersi nella testa. Non avrebbe dovuto esporre la colonna in pieno campo aperto, senza un’avanguardia che potesse segnalare eventuali pericoli. Adesso il nemico gli era quasi addosso, e la speranza di salvezza si dissolse dentro di lui come un castello di sabbia frustato dal vento. Il combattimento doveva ancora iniziare, ma si sentiva già morto. Al primo errore. Fu Riefoli, ancora una volta, a riportarlo alla realtà. «Tenente!» urlò afferrandolo per il bavero della divisa. «Dobbiamo fare qualcosa, o quei maledetti ci massacreranno!» Martini abbandonò i suoi pensieri, tornando in sé. Gli austriaci distavano meno di cinquanta metri, e non parevano per nulla intimoriti. Erano sicuri di vincere quella masnada di sbandati. Finalmente l’animo del soldato prevalse sulla paura, e il tenente capì che cosa doveva fare. «Sergente. Prenda venti uomini e colpisca il nemico sul


24 fianco destro», ordinò con voce straordinariamente calma. «Noi proveremo a bloccarli frontalmente.» In quel momento i soldati nemici iniziarono a sparare. Decine di proiettili volarono sopra le loro teste, per fortuna senza causare danni. Solo alcuni colpi finirono nell’erba, sollevando piccole zolle di terra. «Ora vada, Riefoli», proseguì Martini, deciso, «e non si faccia ammazzare.» Il sergente stringeva ancora il colletto del suo superiore. «Mi perdoni, signore.» s’affrettò a scusarsi l’uomo. Richiamò gli uomini necessari e scomparve nell’erba, alla destra di Martini. «Soldati, in linea! Caricate i fucili e state pronti!» urlò il giovane ufficiale, voltandosi verso gli uomini rimasti più indietro «Fuoco al mio ordine!» Mentre i suoi soldati si disponevano in un’unica fila difensiva, riprese ad osservare il nemico in avanzata. Gli austriaci, stanchi per la carica, avevano rallentato la loro corsa, e questo li rendeva facili bersagli per i combattenti italiani distesi a terra, in una posizione decisamente più efficace. Martini estrasse la sua pistola dalla fondina; fece scorrere il carrello, caricandola, e attese il momento buono per scaricare una valanga di fuoco sul nemico. Si rivolse ancora una volta ai soldati: «Scegliete il bersaglio! Mirate basso! ... Fuoco!» Un’ottantina di colpi, sparati da altrettanti uomini, volarono ad una velocità micidiale nell’erba, verso il loro obiettivo. Venti austriaci furono colpiti, e si abbatterono al suolo morti o feriti. «Forza, forza! Dobbiamo sfiancarli!» urlò ancora Martini «Continuate a sparare!» Altri nemici caddero sotto il tremendo fuoco italiano, ma i superstiti non interruppero la loro avanzata, decisi a scatenare un furibondo corpo a corpo con i difensori. Parevano inarrestabili, e Martini cominciò a chiedersi che fine avesse fatto Riefoli con il resto degli uomini. Un fante nemico comparve a pochi metri, sulla destra. Appena lo vide gli puntò la pistola ed esplose due colpi, facendolo ricadere a terra con un tonfo sordo. L’ufficiale l’osservò per un momento: le mostrine lo identificavano in un cavaliere, quindi comprese che lui e suoi soldati stavano combattendo contro un’unità di cavalleria appiedata. Solitamente queste forze, se sprovviste di cavalli, venivano impiegate nelle retrovie o in postazioni fisse. Non erano certo adatte per gli assalti frontali, tipici della fanteria; ma ad ogni modo stavano dimostrando una tenacia formidabile. Una serie di violente esplosioni distolse Martini dalle sue riflessioni. Schegge roventi schizzarono dappertutto, dilaniando i corpi di numerosi nemici e sferzando l’aria con ferocia. Il giovane si coprì per un attimo la testa con le mani, poi ritornò a guardare il campo di battaglia, avvolto da


25 un denso fumo nero. Di certo quelle deflagrazioni erano opera di Riefoli, e si ripromise di ringraziarlo alla prima occasione per quel provvidenziale intervento. Non appena il fumo si diradò, vide che il terreno si era ricoperto di cadaveri al punto da costituire un ostacolo per gli attaccanti, che incespicavano in essi. Ormai stavano cominciando a ritirarsi, e Martini decise di porre fine a quello scontro. Si alzò in piedi, senza smettere di fissare le sagome dei pochi nemici rimasti. «Tutti in piedi! Inastare le baionette!» ordinò. I soldati ubbidirono immediatamente, comprendendo ciò che il loro superiore aveva intenzione di fare. «Non lasciamoli scappare. All’assalto!» e si lanciò all’inseguimento alla testa dei suoi uomini. L’adrenalina gli guizzò nel sangue strappandogli ogni timore. Non ne conosceva il motivo, ma aveva un’irrefrenabile voglia di uccidere. Intanto gli austriaci, colti dal panico, presero a correre nella direzione opposta, alla ricerca di un riparo. Gli italiani li stavano raggiungendo, e presto ci sarebbe stato un massacro. Volevano vendicarsi, per sfogare sui loro nemici tutta la rabbia, la frustrazione, e il dolore di quei giorni terribili. Il giovane tenente sparava in continuazione con la sua pistola, divenuta ormai rovente. Anche se la mira non era delle migliori, riusciva comunque a tenere sotto un fuoco incessante gli avversari in fuga. Preso da quell’inseguimento indiavolato, Martini non si accorse di essere finito in trappola. Numerosi nemici spuntarono oltre il bordo di un canale d’irrigazione poco distante, puntando i fucili contro gli italiani. Il tenente notò la loro presenza solo quando i primi fanti caddero a terra colpiti. Si bloccò di colpo, mentre il sangue gli gelava nelle vene. Rimase immobile, come intontito da quell’apparizione, mentre i suoi uomini gli si facevano vicino in attesa di ordini. Ma per la seconda volta in quella giornata, non sapeva davvero cosa fare. La paura si era di nuovo impadronita di lui. Mentre le pallottole fischiavano impazzite dappertutto, riuscì a guardarsi intorno per pochi attimi; gli austriaci li avevano quasi circondati, e il loro tiro di fucileria era sempre più intenso. Un soldato che gli stava accanto venne colpito al petto, e il suo sangue schizzò sulla divisa del tenente. Martini tentò di sostenerlo, ma il fante cadde riverso a terra, senza vita. Non potevano restare in mezzo a quel campo. Erano bersagli troppo facili per gli austriaci. Occorreva al più presto un riparo, anche se quella pianura maledetta non sembrava offrirne nemmeno uno. Poi con la coda dell’occhio Martini intravide un vecchio cascinale abbandonato, distante


26 solo alcune centinaia di metri sulla sinistra, e capì che quello poteva essere la loro unica salvezza. «Ritiriamoci in quel cascinale! Presto!» ordinò. Iniziò a correre verso la struttura, tra le esplosioni e le urla dei feriti. La costruzione aveva passato tempi migliori, ma in quel momento ai soldati italiani parve bellissima e solida. «Forza! Forza!» urlò ancora il tenente incitando i suoi soldati. Pochi secondi dopo alcuni italiani raggiunsero i resti del muro di cinta del cascinale, e si disposero dietro di esso, a difesa dei compagni rimasti indietro. «Noi vi copriamo da qui. Raggiungete il portone d’ingresso!» urlò uno di loro. Un attimo dopo cominciarono a sparare verso le linee austriache. Martini rimase colpito da quel gesto di estrema difesa nei confronti della colonna, e non poteva permettere che quei bravi soldati venissero uccisi. Anche se lo trattavano con diffidenza, si sentiva uno di loro, quasi fosse un compagno di lunga data. Ansimando per lo sforzo, il tenente arrivò in vista del muro di cinta, sforacchiato senza pietà dai proiettili nemici. Lo aveva ormai raggiunto, quando un fortissimo dolore alla testa interruppe la sua corsa disperata. I pensieri si fecero confusi, e la luce del sole scomparve dai suoi occhi, lasciando il posto all’oscurità più nera. Poi il nulla, soltanto il nulla. La tozza figura del sergente Riefoli fece capolino oltre il davanzale della finestra mezza distrutta, guardandosi attorno con estrema cautela. Pochi attimi dopo si ritrasse, tornando a sedersi sul freddo pavimento, pieno di calcinacci e travi di legno. Lui e il resto della colonna si erano rifugiati nel cascinale da oltre un’ora, ma del tenente Martini non c’era ancora traccia. Lo aveva perso di vista durante il contrattacco austriaco e, non trovandolo nemmeno nella costruzione, pensò che si fosse nascosto da qualche parte, in attesa di rientrare da loro non appena si fossero calmate le acque. Con il passare dei minuti però, iniziò a preoccuparsi seriamente. Il suo superiore era probabilmente già morto, freddato forse lungo il campo erboso. Eppure nessuno ne aveva visto il cadavere. La scomparsa di Martini lo rendeva automaticamente il comandante della colonna, e nonostante fosse spesso in contrasto con lui, gli dispiaceva prenderne il posto, quasi glielo stesse rubando. Dopotutto, pensò, era un ragazzo molto coraggioso, e con la spericolata azione del giorno prima li aveva tolti dai guai. Una tremenda esplosione lo allontanò dalle sue riflessioni. Schegge di legno e vetro volarono da una parte all’altra della stanza, schiantandosi con-


27 tro le pareti scalcinate. Riefoli si alzò da terra, dando una rapida occhiata ai soldati presenti; per fortuna nessuno di loro era stato colpito. «Tirano con le bombarde, sergente!» urlò un fante. «State bassi!» ordinò Riefoli. «Quei maledetti continueranno a bombardarci per un po’ prima di attaccare.» Gli austriaci avevano proseguito l’attacco, nonostante il barricamento degli italiani all’interno del cascinale, ma erano stati respinti dalla tenace resistenza dei difensori. Dopo un’ora di tregua avevano ripreso l’assalto, con il supporto di piccole bombarde e lancio di bombe a mano. La cascina venne squassata più volte dalle esplosioni, ma resistette. Una porzione di tetto crollò nello stanzone principale, dove si trovava Riefoli. Il sergente rimase miracolosamente illeso, mentre due soldati finirono schiacciati da quel groviglio di travi e tegole, che non lasciarono scampo. Riefoli si riprese a fatica dallo spavento e con voce roca diede le disposizioni necessarie per fermare ancora una volta l’impeto degli avversari. «Tutti alle finestre, presto!» ordinò. «Non facciamoci aggirare sui fianchi!» Un attimo dopo decine e decine di soldati austriaci oltrepassarono il bordo del canale d’irrigazione, ormai divenuto una trincea, e si gettarono all’attacco con le baionette inastate sui lunghi fucili. Riefoli appoggiò la sua arma sul davanzale di una finestra, accostò la guancia destra al calcio e prese di mira uno dei tanti soldati austriaci che correvano verso l’entrata del casolare. «Fuoco! Fuoco!» urlò a squarciagola «Abbatteteli!» Abbassò un poco il fucile, poi tirò anch’egli il grilletto, riuscendo a colpire l’austriaco ad una gamba. Nello stesso istante in cui il nemico cadde a terra, il sergente tirò indietro la leva dell’otturatore, caricando un nuovo colpo. Dopo ogni sparo ripeteva meccanicamente quel gesto, come un automa privo di emozioni. Esauriti i sei colpi del caricatore, si scostò dalla finestra per prenderne uno nuovo dalla cartucciera che teneva in vita. Nel frattempo un fante sfidò le pallottole nemiche e gli si portò accanto. Esplose un paio di colpi dalla finestra, poi prese a fissare il suo superiore con aria sorniona. «Ehi sergente…» disse sorridendo «Secondo lei che fine ha fatto il tenente? Per me se l’è data a gambe, o si è arreso agli austriaci… In ogni caso ce la possiamo cavare benissimo anche senza di lui.» «Piantala Zanini, e pensa a sparare!» tagliò corto Riefoli, seccato. Il soldato non perse il suo sorriso mentre ricominciava a scaricare proiettili sugli aggressori in avvicinamento. Riefoli mise ancora una volta la testa oltre il davanzale, per individuare la posizione esatta degli austriaci. Notò


28 che alcuni di loro, rimasti miracolosamente illesi, avevano raggiunto il muro di cinta della cascina, che distava solo pochi metri dal portone d’ingresso. «Merda!» sbraitò «Sono vicinissimi!» Il sergente capì che non c’era un attimo da perdere; tra poco gli austriaci avrebbero tentato di sfondare il portone per penetrare all’interno della struttura, e lui doveva impedirlo ad ogni costo. «Non devono passare! Continuate a sparare!» ordinò ancora. Ma il gruppetto di soldati austriaci era ben protetto dal muro sforacchiato, e i proiettili dei difensori non fecero alcun danno, volando alti sopra le loro teste o impattando contro i calcinacci. «Così non va!» sbottò Riefoli. «Bisogna prenderli d’infilata dal lato opposto.» In un attimo lasciò lo stanzone principale e si diresse dall’altra parte della cascina cercando un buon punto per sparare verso il gruppo di soldati avversari. Vide una piccola breccia nel muro accanto al portone d’ingresso e, chinatosi, scoprì che questa si apriva esattamente sul lato scoperto del muro di cinta, dove gli austriaci avevano trovato rifugio. Riefoli sorrise malignamente, perché tra poco i suoi nemici sarebbero stati presi in un fuoco incrociato, senza nessuna possibilità di scampo. Puntò il fucile oltre la feritoia, prese bene la mira e fece fuoco. Il proiettile colpì la schiena di un soldato, che si afflosciò immediatamente contro il muro di cinta. Un suo compagno fece per soccorrerlo, ma si ritrovò anch’esso a terra senza vita, centrato alla testa dal secondo sparo di Riefoli. A quel punto i cinque austriaci rimasti si accorsero del sergente italiano, e per sfuggire ai suoi colpi precisi, si gettarono a terra, facendosi scudo con i corpi dei compagni caduti. «Forza maledetti, fatevi avanti!» gridò più volte Riefoli. Con quel sorriso maledetto sulla bocca sembrava il diavolo in persona, salito dagli inferi per reclamare le anime dannate dei soldati uccisi. In quegli attimi di furia distruttiva non c’era posto per la pietà, la paura o la ragione: c’era soltanto la morte, che aleggiava come un fantasma sul campo di battaglia ricolmo di cadaveri. All’improvviso uno dei soldati austriaci si sporse dal bordo del muretto e puntò il fucile verso la postazione di Riefoli. Incurante delle pallottole che gli fischiavano attorno, mirò con calma e fece fuoco. Il sergente ricadde violentemente all’indietro, colpito ad una spalla. Lanciò un urlo di dolore, mentre il sangue fuoriusciva copioso dalla ferita. Si contorse furiosamente sul pavimento, cercando di tamponare la lesione con le mani. Zanini e un paio di altri fanti udirono le sue grida, precipitan-


29 dosi da lui per soccorrerlo. «O mio Dio, sergente!» sbraitò Zanini, sbigottito. S’inginocchiò subito accanto all’uomo, sollevandogli un poco la testa. «Merisi! Va’ a chiamare Fortini!» ordinò a uno dei suoi due compagni, «e digli di portare la cassetta del pronto soccorso. Presto!» Il fante corse via veloce, scomparendo nella stanza accanto. «Tu invece tamponagli la ferita.» L’altro soldato estrasse un piccolo fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e lo premette con forza sulla pelle lacerata del sergente. Riefoli fece una smorfia di dolore, scalciando con le gambe come un cavallo imbizzarrito. «Stia calmo, sergente… è solo un graffio.» lo rincuorò Zanini, fissando con preoccupazione il suo volto pallido. «Quel bastardo… come ha fatto a colpirmi?» bofonchiò Riefoli tra una bestemmia e l’altra. La rabbia per essere stato colpito superava ogni dolore. Si sentiva frustrato e impotente, proprio nel momento in cui avrebbe dovuto guidare i suoi uomini contro il nemico. «E’ stata solo fortuna», disse ancora Zanini. «Ma non si preoccupi, i ragazzi lo sistemeranno a dovere.» Il piccolo sergente stava scivolando rapidamente nell’incoscienza e Zanini, accortosene, tentò in ogni modo di tenerlo sveglio. «Forza sergente, non molli adesso.» lo implorò. Il fante era nella stessa unità di Riefoli da molto tempo, e tra i due si era instaurata una profonda amicizia, nonostante la differenza di grado. Se finora era rimasto in vita, lo doveva soltanto al suo superiore, che con la sua esperienza lo aveva tratto in salvo in più d’una occasione. Questa volta le sorti si erano invertite, e toccava a lui salvarlo. «Vedrà che si sistemerà tutto. Deve solo restare sveglio», disse ancora. Ma a Riefoli quelle parole giungevano distorte, confuse, come se il suo amico gli stesse parlando da grande distanza. Poi i ricordi lo assalirono, trascinandolo in un vortice d’immagini sfocate. Vide la sua casa, dispersa nella tranquillità della campagna pugliese, e i volti dei suoi cari. Legami indissolubili a cui aveva dovuto rinunciare per colpa di quella guerra schifosa. Ebbe la tentazione di mollare tutto, abbandonandosi al dolce sonno eterno, ma il desiderio di rivedere la sua famiglia si fece fortissimo, e lo persuase a resistere ancora. Inoltre non voleva fare un favore ai suoi nemici; se proprio avesse dovuto morire, lo avrebbe fatto portandosi dietro il maggior numero possibile di austriaci. In quel preciso istante ritornò cosciente. Aprì gli occhi e vide il volto di Zanini, che lo fissava con un sorriso stentato sulla bocca. «Alla buon ora, sergente…» lo schernì il soldato. «Finalmente si è ripreso.»


30 Riefoli percepì il sollievo dell’amico, perciò si sbrigò a contraccambiare il suo sorriso. «Ho fatto solo un pisolino», disse lievemente. Si volse per vedere lo stato della ferita e notò che era già stata medicata e fasciata da Fortini. L’esuberante infermiere toscano teneva il polso del suo superiore per controllarne le pulsazioni cardiache. «Se l’è vista brutta, eh signor sergente?» esordì ridendo «Comunque il peggio è passato. La pressione del sangue si è stabilizzata e la ferita non dovrebbe causare problemi.» Interruppe un momento il discorso per richiudere la cassetta del pronto soccorso, poi riprese a parlare «Quel proiettile le ha trapassato la spalla all’altezza della clavicola, causando una piccola emorragia. Per questo ha perso conoscenza. L’ho ricucita per bene, ma dovrà stare attento per un po’.» «Non so come ringraziarti, Fortini», disse Riefoli, riconoscente. «Mi hai salvato la vita.» «Dovere, signore», replicò l’infermiere. Si alzò dal pavimento, raccogliendo la cassetta e il suo equipaggiamento. «Ci sono altri feriti che mi aspettano. Se avesse ancora bisogno di me faccia un fischio.» Sorrise ancora una volta, poi si congedò. Riefoli si accorse che tutt’attorno regnava il silenzio più assoluto. Di colpo gli ritornò alla mente l’attacco di poco prima. «E gli austriaci? Dove sono finiti?!» chiese angosciato ai tre soldati che gli stavano davanti. «Perché non state sparando?» «Gli austriaci si sono ritirati all’interno dei canali d’irrigazione», rispose Zanini. «Anche quelli appostati dietro il muro di cinta se la sono data a gambe, ma Merisi è riuscito a stenderne un paio prima che scomparissero dalla nostra vista.» Riefoli riacquistò la calma. «Ragazzi, siete eccezionali», li elogiò. «Non ho parole per ringraziarvi a sufficienza.» «Beh sergente… lei mi ha salvato tante di quelle volte…» ribattè Zanini senza smettere di sorridere «Mi sembrava giusto ricambiare il favore.» Il sergente si mise seduto, appoggiando la schiena alla parete. Pensò che per la prima volta nella sua vita era davvero arrivato ad un soffio dalla morte. Ma i suoi bravissimi soldati lo avevano strappato dalle grinfie della vecchia signora con la falce, riportandolo sul mondo dei viventi. Sbirciò per un attimo oltre la feritoia della parete. Assunse un aria pensierosa, mentre i suoi occhi scuri seguivano lentamente la linea dell’orizzonte. «Siamo completamente accerchiati, non è vero?» chiese con un filo di rassegnazione nella voce. Il soldato Zanini non disse nulla, limitandosi ad assentire col capo. Il suo sorriso era scomparso.


31 «E non ci sono tracce del tenente Martini?» domandò ancora. «Purtroppo no», rispose Merisi. Il fante si tolse l’elmetto, appoggiandolo a terra per farne una sorta di sgabello «E’ sicuramente morto», aggiunse sedendosi. Riefoli rimase in silenzio, fissando un punto imprecisato della stanza. Doveva pensare ad un piano per uscire di lì al più presto, prima che gli austriaci li uccidessero fino all’ultimo. D’ora in avanti avrebbe avuto campo libero sulle decisioni da prendere, vista l’ormai sicura morte di Martini. Eppure, nonostante la malcelata antipatia nei suoi confronti, in quel momento riuscì a provare una gran pena per quel ragazzo, non sapendo rassegnarsi davvero alla sua scomparsa. Quel novellino d’un tenente aveva ridato speranza ai soldati sfiduciati e in rotta, promettendogli il ritorno a casa. Ora doveva mantenere quella promessa, ma per farlo, bisognava spezzare l’assedio nemico. E non era cosa facile. Zanini ruppe il silenzio. «Cosa facciamo, sergente?» Il sottufficiale alzò la testa, guardandolo negli occhi. «Aspettiamo la notte…» rispose vago. A fatica riuscì ad alzarsi, sostenendosi con il fucile puntato sul pavimento, poi si rivolse ancora all’amico che gli stava di fronte «…E prega perché sia senza luna.» Il tenente Martini ritornò cosciente molte ore dopo, all’imbrunire. Aprì lentamente gli occhi, scoprendo di essere rivolto con il viso verso il cielo, dove gli ultimi raggi di sole stavano ormai lasciando il posto alle tenebre. La testa gli doleva terribilmente, come se qualcuno l’avesse preso a martellate, e non riusciva a riordinare i propri pensieri. Sentì una sorta di patina appiccicosa sulla faccia. Si portò una mano sul viso, ma la ritrasse un attimo dopo, spaventato. Era sangue rappreso. Riuscì a calmarsi solo quando comprese di non avere nulla di serio. Probabilmente una pallottola lo aveva colpito di striscio ad una tempia, tramortendolo soltanto. Ringraziando Dio per quel miracolo, ruotò il capo per guardarsi attorno con circospezione. Si rese conto di essere circondato da numerosi cadaveri, sia italiani che austriaci. La congestione li aveva resi gonfi e bluastri, con orribili espressioni impresse sui volti congelati dalla morte. Martini non resistette davanti a quello spettacolo orrendo e fu scosso da violenti conati di vomito, che respinse a fatica. Inspirò a fondo diverse volte, e dopo alcuni minuti riacquistò finalmente il suo normale respiro. Al contrario di quanto la gen-


32 te diceva, pensò con rabbia, non c’era gloria nella morte. I caduti non diventavano eroi, ma concime per i campi. Alcune voci straniere spezzarono quel silenzio irreale, risuonando alle sue spalle. Si distese ancora di più sul terreno gelido e rimase immobile, aguzzando la vista nell’oscurità. Forse gli austriaci erano appostati lì vicino, e non poteva rischiare di muoversi proprio ora. Cercò la sua pistola tastando il suolo con le mani, ma non la trovò più. Alla sua destra notò un caduto italiano, steso supino a meno di un metro da lui. Stringeva ancora il fucile e i suoi occhi erano rimasti aperti, fissi nel vuoto della fine. Martini allungò la mano destra e con un lieve strattone liberò l’arma dalla presa del morto. Senza fare rumore aprì l’otturatore, scorgendo il caricatore pieno all’interno. Appoggiò il fucile sul petto e rimase in attesa del buio più completo. Solo ad allora si sarebbe mosso verso il cascinale. In quegli attimi iniziò a domandarsi dove potevano essere finiti i suoi uomini, se mai ne fosse rimasto qualcuno in vita. Quasi sicuramente avevano seguito il suo ordine, rifugiandosi nella costruzione abbandonata. O almeno così sperava. Quel luogo pieno di morti gli metteva i brividi, e non vedeva l’ora di andarsene da lì. Aspettò ancora qualche minuto, poi si girò lentamente su un fianco, pronto a scattare lungo il campo aperto. All’improvviso un gemito sommesso giunse alle sue orecchie. Si spianò nuovamente a terra, frugando con gli occhi tra l’oscurità sempre più nera. Il flebile suono si ripeté ancora, ma non vide nessun movimento tra i corpi stesi al suolo. Rimase immobile per lunghi secondi, con il cuore che gli pulsava impazzito nel petto. Quel lamento pareva essere di un fantasma, sbucato dal nulla per cantare il suo dolore. Quand’era bambino, ricordò, era terrorizzato dalle storie sugli spettri narrate dai nonni, e nel buio della sua stanza gli capitava ogni tanto di vederne qualcuno, frutto della sua fantasia infantile. Di sicuro nei suoi incubi non si era mai trovato ad immaginare una situazione simile; sperduto in piena notte tra una selva di cadaveri nauseabondi, con il nemico alle spalle pronto ad assalirlo. In confronto a questo, dormire in un cimitero sembrava una passeggiata. Abbandonò i suoi pensieri e decise d’ignorare quel presunto fantasma. Si mise in piedi a fatica, perché il lancinante bruciore al capo pregiudicava il suo equilibrio, ma alla fine riuscì ad assumere una posizione stabile. Fece qualche passo incerto in direzione del cascinale, completamente avvolto dalle tenebre e distante un centinaio di metri. Sentendosi più sicuro sulle gambe, aumentò l’andatura, lanciandosi in una corsa leggera. Per sua fortuna, gli austriaci non lo avevano notato. Raggiunse il muro di cinta della cascina, riparandosi subito dietro quest’ultimo per riprendere fiato. Quel piccolo scatto gli era costato una


33 fatica enorme, come se il suo organismo fosse invecchiato di colpo quella notte. Alzò lentamente la testa oltre il bordo del muro, per dare un’occhiata al campo di battaglia, ma non gli parve di vedere movimenti nemici sospetti. Tirò un sospiro di sollievo. La parte più difficile del percorso era stata superata. Ora non restava altro che raggiungere il cascinale e ricongiungersi con i suoi. Mosse qualche passo, poi qualcosa gli afferrò la caviglia destra. In un attimo si ritrovò di nuovo a terra, fra l’erba umida. Vide con terrore che un soldato, steso anch’egli sul terreno, stringeva la sua caviglia, impedendogli di rialzarsi. Martini scalciò violentemente per liberarsi da quella morsa, ma invano. Lanciò un urlo disperato e si avventò come una furia sul soldato. Un attimo dopo le sue mani stringevano il collo dell’uomo, che non opponeva la minima resistenza. Si limitava soltanto a gemere e a fissare il tenente con uno sguardo pieno di paura. Martini notò le mostrine della divisa, e capì che si trattava di un italiano. Levò immediatamente le mani dalla gola del soldato, rimanendo a fissare il buio davanti a sé. Di colpo gli tornò alla mente il volto agonizzante del tenente austriaco che aveva ucciso due giorni prima. Non riusciva a dimenticare la ferocia di quello scontro, dove il brutale istinto di sopravvivenza aveva avuto la meglio. Si scostò dal fante e lasciò che le lacrime sfogassero tutta la tensione accumulata in quei terribili frangenti. Comprese di essere cambiato, in quei due giorni di guerra. Non era più il ragazzo spensierato e allegro di qualche tempo prima, che sognava la gloria sul campo di battaglia. La guerra lo aveva reso un assassino spietato, ricoperto di sangue e con la ferocia iniettata negli occhi. Se al posto di quel soldato italiano ce ne fosse stato uno austriaco, sarebbe stato costretto a commettere un altro efferato delitto. Quando fu in grado di calmarsi, rivolse la sua attenzione al fante, che aveva finalmente lasciato andare la caviglia del tenente. «Perdonami, soldato», sussurrò Martini. «Ti avevo scambiato per un nemico.» L’uomo gemette e continuò a fissare il ragazzo con occhi pieni di terrore. Non lo aveva ancora riconosciuto, forse per via della maschera sanguinolenta che ricopriva il volto del tenente rendendolo simile ad un demone. Martini se ne accorse, e tentò quindi di rasserenarlo. «Sono il tenente Martini, stai tranquillo.» Udendo quelle parole il fante si distese, riuscendo a calmare i propri gemiti di dolore.


34 «Riesci a parlare?» chiese il giovane. L’uomo assentì lievemente con il capo. «Come ti chiami?» domandò ancora l’ufficiale. «Sol … soldato … Baggi, signore», farfugliò. «Sei ferito da qualche parte?» «Sì, ad una gamba.» Martini riuscì a vedere chiaramente il foro d’entrata di una pallottola, all’altezza del polpaccio sinistro. Estrasse un fazzoletto dalla tasca della sua uniforme e fasciò delicatamente la ferita. «Non è un gran che come medicazione, ma almeno la gamba non si infetterà», disse il tenente, sforzandosi di sorridere. «Va benissimo, signore», ribattè debolmente Baggi. «Grazie infinite per il suo aiuto.» «Aspetta a ringraziarmi», tagliò corto Martini. «Non siamo ancora in salvo.» Pochi attimi dopo udirono dei passi. Il giovane tenente si sporse ancora oltre il muro, frugando con angoscia le oscure tenebre. Quando tornò al riparo, il suo volto assunse un’espressione disperata. «Ci sono addosso!» sbraitò. «Dobbiamo andarcene subito da qui!» Si abbassò sul ferito, cingendogli le spalle per sollevarlo. Era pesante, ma Martini riuscì a metterlo in piedi. «Forza soldato, andiamo verso il cascinale» lo incoraggiò il tenente. «Non è distante.» Mossero alcuni passi, poi Baggi crollò a terra. «Non ce la faccio, signore», bofonchiò sofferente. «Mi lasci qui.» Martini l’osservò con ansia. Il ferito era febbricitante, scosso da tremiti incontrollati. Le pallottole iniziarono a fischiare tutt’attorno, mentre gli austriaci si avvicinavano sempre più. Ancora una volta il destino lo aveva messo di fronte ad un bivio drammatico. Poteva mettersi in salvo, abbandonando lì l’uomo, oppure restare e tentare un’ultima, disperata resistenza. Impugnò il fucile e s’inginocchiò davanti a Baggi «Ho già perso troppi uomini», esordì con uno strano sorriso sulle labbra. Nella sua voce non c’era paura, ma solo una triste rassegnazione. «Non posso lasciarti qui da solo.» Il soldato accennò una timida protesta. «Ma così si farà ammazzare, signor tenente!» «Solo se sarà la mia ora» ribatté Martini. «Hai qualche caricatore da darmi?» «Purtroppo no, sono a secco.»


35 Il tenente caricò il fucile. «Non importa, mi farò bastare questi sei colpi», e tornò di corsa al muro di cinta, tra il fragore delle esplosioni. Si sporse e puntò l’arma verso il nemico, reso invisibile dalla notte senza luna. I proiettili scalfivano le pietre del muretto, conficcandosi nella terra umida. Martini inspirò a fondo e attese pazientemente il suo nuovo appuntamento con la morte. Volse per un secondo lo sguardo verso la cascina, ancora buia e senza vita. Capì che nessuno l’avrebbe aiutato, e si sentì tradito. Tutti i suoi sforzi fatti finora per tornare a casa gli parvero inutili, come inutile sarebbe stata la resistenza contro quell’orda di nemici in avanzata. Restava solo una cosa da fare. Morire da soldato. Strinse ancora di più il fucile, come se ne volesse entrare in completa simbiosi, in cerca di un bersaglio. Tra le figure che correvano all’impazzata intravide un austriaco inginocchiato a terra, intento a ricaricare il proprio fucile; senza alcuna esitazione premette il grilletto, provocando un’intensa fiammata oltre il bordo della canna. Un istante più tardi il fante stramazzò al suolo, centrato al petto. Martini tirò la leva dell’otturatore, caricando un nuovo proiettile, e fece ancora fuoco verso i soldati più vicini. Un altro uomo cadde senza vita in mezzo all’erba, ignorato dai suoi compagni in corsa. L’ufficiale uccise ancora un avversario, poi si accorse che alcuni austriaci stavano già scavalcando il muro di cinta a pochi metri dalla sua posizione. Sparò un colpo in quella direzione, ma non centrò nessuno. Come per risposta, due pallottole fischiarono vicinissime alla sua testa, prima di perdersi nel buio. Gli austriaci raggiunsero in un attimo l’italiano, puntando le baionette verso il suo corpo per infilzarlo senza pietà. Una fine orribile. Il giovane vide avanzare la morte, con un ghigno malefico stampato sul volto scheletrico. Aveva sentito dire che in quei frangenti tutta la vita ripassava davanti agli occhi, come uno spettacolo teatrale, eppure non riusciva a ricordare nulla della propria esistenza. Provò solo rabbia. Gli pareva un’ingiustizia dover morire così giovane, con una vita intera ancora da scoprire. Ma la guerra non guardava in faccia nessuno. Moltissimi ragazzi erano già stati massacrati, e lui sarebbe stato solo un nome in più sulla lunga lista dei caduti. Le baionette bucarono l’oscurità e Martini decise di tentare un’ultima, disperata difesa. Si alzò in piedi sparando gli ultimi due colpi rimasti nel caricatore. Udì delle urla di dolore e un tonfo sordo. Era riuscito a colpire un soldato, ma gli altri non interruppero l’assalto.


36 “E va bene, chiudiamola qui”, si disse. Notò che il suo fucile aveva la baionetta inastata. Lo puntò davanti a sé e si preparò a colpire. I suoi nemici avrebbero dovuto faticare ancora un po’ per averlo. Un soldato austriaco sbucò da destra, spingendo il fucile in avanti nel tentativo di trafiggerlo a un fianco. Martini evitò l’affondo e lo infilzò nel ventre. L’uomo cadde, si contorse per alcuni secondi e infine smise di respirare in una pozza di sangue. Altri tre soldati irruppero sul campo di battaglia, urlando come forsennati. Il giovane tenente iniziò a menare fendenti disordinati, nel tentativo di parare i loro colpi. Una baionettata gli lacerò la divisa all’altezza della spalla, senza ferirlo. Le lame affilate cozzarono più volte tra loro, provocando uno stridore insopportabile e scintille. Martini non avrebbe resistito ancora a lungo, stremato e ferito com’era. Si sentiva una preda, braccata dai cacciatori e ora con le spalle al muro, ad un soffio dalla fine. Con un ultimo slancio disperato roteò il fucile, e con il calcio in legno frantumò la mascella di un avversario, tramortendolo. Gli altri soldati però non si fecero intimorire, e reagirono immediatamente. Attaccarono il tenente da due lati opposti, prendendolo a calci e pugni, finché non crollò a terra stordito. Martini non aveva più energie. La testa gli pareva in fiamme e il suo corpo livido rifiutava di muoversi ancora. Faticava a respirare e, guardando verso l’alto, poteva vedere due figure ritte sopra di lui, con i fucili spianati. Era finita. Chiuse gli occhi e attese il colpo mortale. Poi, il miracolo. Una mitragliatrice iniziò a crepitare, uccidendo all’istante i due soldati austriaci. Martini volse indietro lo sguardo e sorrise incredulo. La mitragliatrice stava sparando da una finestra della cascina. Non era stato abbandonato dai suoi uomini. La speranza saettò di nuovo nel suo animo e lo riscosse. Radunò le ultime forze e si mise in piedi, mentre la mitraglia continuava a seminare il panico tra le truppe nemiche. Raggiunse il ferito italiano, iniziando a trascinarlo verso il cascinale, ormai a pochi metri. «Coraggio soldato, ci siamo quasi», mormorò Martini ansimando. Il fante, scosso dai fremiti della febbre alta, non rispose. Il portone della cascina si spalancò di colpo, e da esso ne uscirono alcuni soldati italiani. Braccia forti e amiche sorressero Martini e il ferito fino all’interno. La mitragliatrice smise di sparare, lasciando che il silenzio tornasse a dominare il campo di battaglia.


37 Martini si ritrovò in un ambiente buio, angusto e pieno di calcinacci. Davanti a lui c’erano numerosi soldati che lo fissavano sorpresi. Probabilmente lo avevano dato per morto da tempo, e il suo ritorno poteva apparire come una resurrezione. Due soldati sorreggevano il malconcio tenente. Uno di questi prese la parola, rivolgendosi a Martini. «Tutto bene, tenente?» domandò. L’ufficiale riconobbe il barbuto alpino con il quale aveva parlato la notte prima, davanti a un debole fuoco. «Abbastanza, grazie», rispose abbozzando un sorriso. Era ferito, stanco e confuso, ma salvo. Eppure non si sentiva felice. Alcuni dei suoi uomini non sarebbero mai più ritornati dalle loro famiglie, e questo per un suo stupido errore. Pensò a quei corpi straziati, senza sepoltura e abbandonati tra i campi a marcire. Non meritavano di finire così. La comparsa del sergente Riefoli fece terminare le sue angosciose riflessioni. «Ha la pellaccia maledettamente dura, signor tenente!» esordì sorridendo. Quando Martini si volse verso di lui, trasalì. Una vistosa fasciatura macchiata di sangue ricopriva la spalla destra e il suo volto, pur sorridente, lasciava trasparire una forte sofferenza. Vedere il sergente conciato in quel modo lo sconvolse, perché gli pareva un uomo d’acciaio, invulnerabile ai proiettili e letale contro i nemici. Probabilmente in un romanzo di fantasia sarebbe stato in grado di prendere al volo le pallottole e mettersele in tasca. Invece era soltanto un milite come gli altri, ferito e invischiato in una guerra che doveva essere già finita da un pezzo. «Che le è successo, sergente?» domandò finalmente il giovane. «Un fortunatissimo bastardo austriaco mi ha centrato una spalla», rispose sfiorando le bende, «ma Fortini mi ha rimesso in piedi. Non è ancora nato l’austriaco che può uccidermi!» «Beh, le è andata bene», continuò Martini. «Ora può farmi il punto della situazione?» Riefoli scosse la testa. «Non adesso, tenente. Prima si faccia medicare, perché la sua faccia è in uno stato pietoso.» Si voltò, cercando con lo sguardo l’infermiere. «Fortini, pensaci tu.» Martini si meravigliò di quell’imposizione, fatta da un suo inferiore di grado, ma non se la sentì di ribattere. In fondo Riefoli aveva pienamente ragione. I due soldati lo adagiarono su un mucchio di paglia accatastata in un angolo della stanza e, dopo un rapido saluto militare, scomparvero in un’altra stanza.


38 Disteso accanto a lui c’era Baggi, tornato cosciente. Osservandolo per alcuni secondi si accorse che il suo volto gli era incredibilmente familiare, anche se non riusciva a ricordare dove lo avesse già visto prima di quella notte. Poco dopo cominciò a pensare che la ferita alla testa gli stesse giocando un brutto scherzo e smise di arrovellarsi su quel piccolo quesito. Inoltre aveva problemi ben più gravi da risolvere. Arrivò l’infermiere, che si prese cura del soldato sostituendo la fasciatura di fortuna fatta da Martini con una nuova più efficiente. «Ecco qui», disse annodando la benda. «Dovrei essere riuscito a rattopparti, ma avrai bisogno di una stampella per camminare. Per adesso pensa a riposarti, perché la febbre è ancora alta.» Baggi ringraziò Fortini e il tenente, poi seguì alla lettera le disposizioni dell’infermiere, sprofondando nel sonno più profondo. «E adesso vediamo che cos’ha lei…» Fortini si avvicinò all’ufficiale, canticchiando un motivetto tra le labbra socchiuse. Con estrema delicatezza gli sollevò l’elmetto, rigirandolo per alcuni attimi tra le mani, quasi stesse contemplando un trofeo. «Maremma boia!» esclamò sorpreso. «Lei ha davvero un santo protettore lassù, tenente! Guardi qui.» Porse l’elmo al giovane, che restò impietrito dallo stupore. All’altezza della tempia destra si apriva un grosso squarcio, e l’imbottitura interna era completamente intrisa di sangue. Il suo sangue. Comprese in quell’attimo quanto la buona sorte l’avesse aiutato in quella circostanza: pochi centimetri più in là e il proiettile nemico gli avrebbe fatto schizzare le cervella, invece di ferirlo soltanto di striscio. La morte era passata davvero vicino. Ripresosi da quella piccola scoperta, Martini si rivolse a Fortini, intento a pulire la ferita da terra e sangue rappreso. «E allora tu sei il nostro infermiere», esordì. L’uomo, che doveva avere una trentina d’anni, con un volto scarno segnato da rughe premature, assunse un’aria seria. «Sì signore, purtroppo mi tocca questo lavoro infame.» Martini trovò divertente quella sorta di protesta spontanea e si lasciò scappare un sorriso. «Eppure non mi sembri male come infermiere.» «Sarà, ma io preferirei ammazzare qualche austriaco, invece di dover correre come un pazzo a ricucir ferite.» Martini rise. «Puoi ucciderne quanti ne vuoi, sono dappertutto. L’importante e che non ti fai beccare, sennò chi ti cura?» L’infermiere tornò a sorridere. «Ha ragione signor tenente, cercherò di stare attento.» Prese ago e filo di sutura dalla scatola delle medicazioni e


39 iniziò a ricucire la ferita alla tempia. «Le devo mettere un po’ di punti. Purtroppo la lesione è piuttosto estesa, e rimarrà una bella cicatrice.» «Non importa», tagliò corto Martini. «Meglio questo che qualcos’altro di più grave.» Fortini terminò la piccola operazione, poi con una lunga benda fasciò il capo del suo superiore. «Fatto. Adesso è di nuovo presentabile», ironizzò. «Tra qualche giorno le toglierò i punti e la benda.» “Se tra qualche giorno sarò ancora vivo”, pensò dentro di sé Martini. L’infermiere continuava a mostrarsi allegro e ottimista, quasi fossero stati lontani mille chilometri da quell’orrore chiamato guerra. Invece erano solo ad un passo dall’inferno. «Vado a controllare gli altri feriti, signor tenente» si congedò Fortini «Mi chiami se occorre.» Martini terminò quella chiacchierata con una battuta: «Spero di non avere più bisogno di te, soldato.» L’uomo rispose con un sorriso, prima di sparire oltre il battente della stanza accanto. Il giovane ufficiale raccolse elmetto e fucile e si mise in piedi. Era ancora debole e frastornato, ma le cure mediche appena ricevute gli avevano attenuato il lancinante mal di testa. Si appoggiò alla parete per non cadere e, a piccoli passi, riuscì ad entrare in un altro locale, molto più ampio. All’interno vide una cinquantina di soldati, alcuni in piedi accanto alle finestre in frantumi, altri seduti sui calcinacci caduti a terra, e altri ancora avvolti nelle loro coperte, in cerca di riposo. Notò anche il sergente, impegnato a dare disposizioni ad un suo sottoposto. Martini lo raggiunse, e Riefoli fu il primo a parlare: «Già in piedi, tenente?» disse con il sorriso sulle labbra. «Lei è davvero un ragazzo in gamba, allora.» «Cos’è che glielo fa pensare?» chiese l’ufficiale, felice di quel complimento. «Beh, signore, il semplice fatto che fino a tre quarti d’ora fa la davamo per morta, e invece eccola qua, sulle sue gambe.» Il giovane avrebbe proseguito volentieri quell’allegro scambio di battute, ma deviò il discorso su ciò che più gli interessava. «Sergente, qual è la situazione?» L’uomo si rabbuiò in volto. «In realtà non ho molto da dirle. Come lei avrà già capito, siamo circondati su tutti i lati da forze nemiche, che sinceramente, non so da dove siano spuntate.» «Hanno attaccato altre volte, nel corso della giornata?»


40 «Sì signore, ma in un modo o nell’altro siamo sempre riusciti a respingerli indietro. Sono appostati nei canali d’irrigazione qui intorno, e hanno anche alcune bombarde.» «Bombarde?!» proruppe l’ufficiale, sbigottito. «Con quelle ci faranno a pezzi!» Riefoli continuò a parlare, come se non avesse udito l’interruzione del suo superiore «Per via delle esplosioni, una porzione di tetto è venuta giù e ha seppellito due dei nostri. Per poco non finivo schiacciato anch’io.» Martini lesse tutta la paura e l’angoscia di quel ricordo negli occhi scuri del sergente, che si velarono di lacrime. «Credo che non usciremo vivi da qui», aggiunse il sottufficiale abbassando mestamente il capo. Il tenente si sentì in dovere di risollevare il morale a quell’uomo distrutto, anche se dentro di sé non riusciva a trovare le parole giuste. Poteva mentire, dicendogli che presto sarebbero fuggiti da quella trappola sfondando l’accerchiamento nemico, ma il sergente era un tipo sveglio, e non avrebbe bevuto le sue fandonie. Si guardò attorno con attenzione studiando ogni singolo oggetto, come se la chiave per uscire da quell’incubo fosse stata in quella stanza semidistrutta. All’improvviso i suoi occhi si posarono su un fucile, appoggiato ad un metro da lui contro una parete. Era uguale a tutti gli altri, se non per un particolare: aveva un mirino ottico di precisione. Nella sua testa cominciò a balenare un’idea folle, che pian piano si fece sempre più concreta. Aveva trovato la chiave. Dopo alcuni istanti, il suo viso assunse un’aria raggiante, e Riefoli si chiese se il colpo alla testa non avesse reso pazzo il suo superiore. «Che cos’ha tenente?» chiese preoccupato. Martini si volse verso il sergente, abbozzando un timido sorriso. «E’ pronto ad andarsene da qui, Riefoli?» Nelle postazioni austriache regnava il silenzio più assoluto. Nessun soldato proferiva parola, per via dell’atroce dolore che attanagliava i loro cuori alla vista di tanti compagni caduti. I pensieri andavano alle povere famiglie, che non avrebbero più visto tornare i propri figli. Un cordoglio patito ormai da troppo tempo. Quei soldati, stretti nelle loro mantelle, sapevano che all’indomani li avrebbe attesi un nuovo attacco, forse l’ultimo, per eliminare definitivamente quell’inaspettata resistenza italiana. E altri compagni sarebbero morti.


41 Un giovanissimo soldato si alzò in piedi, sfidando il freddo e le vedette italiane. Appoggiò il mento al bordo gelido del canale e rimase ad osservare il cascinale difeso dagli italiani, appena distinguibile attraverso il buio fitto della notte. Levò l’elmetto dal capo, lasciando che il vento gli scompigliasse i capelli biondi, quasi in un gesto di rivalsa contro la guerra. I combattimenti di quella giornata erano i primi a cui prendeva parte, ma dentro di sé pregava perché fossero gli ultimi. Non avrebbe mai immaginato d’imbattersi tanto presto nella guerra, tra morti atroci e fango viscido. L’esercito italiano pareva in completo sbandamento, e i suoi superiori parlavano di una facile avanzata fino al Tagliamento, per ricongiungersi con le truppe di prima linea attestate lì. E invece al Tagliamento non ci sarebbero mai arrivati, perché quella maledetta sacca di resistenza italiana aveva dissanguato la compagnia in un solo giorno. Tra poche ore, però, tutto avrebbe avuto fine. Alle prime luci dell’alba, infatti, l’assalto sarebbe ricominciato, questa volta con l’aiuto di alcuni plotoni di rincalzo chiamati in tutta fretta dalle retrovie. Il ragazzo ripensò ai suoi nemici e, per quanto si sforzasse, non riusciva ad avercela con loro. In fondo, si disse, stavano soltanto difendendo la propria terra, come avevano fatto fino ad ora gli austriaci sul Carso. Il freddo, divenuto sempre più pungente, lo costrinse ad interrompere i suoi pensieri e a rifugiarsi di nuovo nella trincea improvvisata. Si raggomitolò sotto il cappotto di panno cercando di prendere sonno, ma invano. C’era qualcosa che turbinava insistentemente nella sua testa, qualcosa in grado di sovrastare tutti gli altri pensieri a tal punto da lasciarlo insonne. Era un brutto presentimento. Un presentimento di morte. Il sergente Riefoli continuò a fissare il suo superiore con aria stranita, quasi non riuscisse a credere alle sue ultime parole. «E’ certo di quel che dice, signor tenente?» domandò scettico. «Forse ho trovato un modo per filare via da questa topaia», rispose sicuro Martini. «E come intende farlo?!» sbottò Riefoli, ancora una volta sconcertato dall’incredibile tranquillità sfoggiata dal giovane ufficiale. «Le ricordo che gli austriaci ci hanno circondato», aggiunse. «Lo so benissimo, sergente», ribatté Martini senza scomporsi, «ma se mi fa il favore di non interrompermi le spiegherò il mio piano.» Riefoli borbottò qualcosa a denti stretti, poi lasciò proseguire il tenente.


42 «So bene che gli austriaci sono su tutti i lati, però se restiamo qui non avremo alcuna speranza. Dobbiamo passare in qualche modo dalla difesa all’attacco, cogliendoli di sorpresa.» Fece una piccola pausa per dare più effetto alle sue parole, riprendendo a parlare dopo alcuni secondi sotto lo sguardo dubbioso del sergente. «E per farlo ho bisogno dei nostri migliori tiratori.» Si voltò, indicando con una mano il fucile di precisione che aveva notato poco prima «Vedo che tra noi ci sono dei tiratori scelti, sergente. Mi verranno sicuramente utili per ciò che voglio fare. Raduni anche loro e me li porti qui subito.» Il piccolo sergente si sentiva preso in giro da quel ragazzino, ma non volle obbiettare di nuovo le sue scelte. Fece una leggera sbuffata ed eseguì rapidamente l’ordine, perdendosi tra la selva di soldati. Martini non si scoraggiò di fronte alla rinnovata ostilità di Riefoli. Aveva intenzione d’andarsene al più presto da lì, e così sarebbe stato per tutti. In fondo era lui il comandante, e i suoi subalterni dovevano ubbidire agli ordini, senza porsi troppe domande. Dopo pochi attimi, il sergente fu di ritorno con un manipolo di uomini, che si disposero davanti al loro ufficiale superiore. Quest’ultimo non fece a meno di notare i visi smagriti, le barbe incolte e le divise strappate in più punti, ma si accorse anche dell’ottimo stato dei fucili, perfettamente oliati e pronti a sparare. «Soldati Rivalta, Locati, Zanini e Valiani a rapporto, signore!» esordì uno di loro, presentando la piccola squadra. «Bene, ragazzi», continuò Martini. «Avrò bisogno della vostra precisione per far uscire tutti vivi da qui.» Si avvicinò ad una finestra e prese a fissare l’oscurità davanti a sé. «Gli austriaci attaccheranno ancora, domani, ma voi dovrete bloccarli nelle loro postazioni, impedendogli d’uscire allo scoperto.» «Una sorta di tiro alla quaglia, signor tenente!» esclamò uno dei quattro, sorridendo con aria allegra. «Esatto, soldato», ribatté Martini. «Solo che in questo caso sarà più difficile, perché non possiamo permetterci errori.» «Ma da dove intende farli sparare?» intervenne Riefoli. L’ufficiale ci aveva già pensato. «Quando sono entrato nel cascinale ho notato un piano rialzato. Da lì i nostri tiratori non dovrebbero avere problemi a impallinare gli austriaci.» «Ma al piano superiore saranno esposti al fuoco nemico!» protestò con foga il sergente, ormai certo della pazzia di Martini. «No, se tutto andrà bene i soldati nemici saranno disorientati dall’inaspettato tiro di fucileria e non riusciranno a reagire.»


43 «E poi cosa vorrebbe fare? Un assalto alla baionetta?!» Il tenente sorrise beffardo. «Forse, ma comunque sarò io ad iniziare l’attacco.» Dopo aver udito quell’ultima affermazione, Riefoli non si trattenne più, vomitando sul superiore tutta la sua costernazione. «E’ impazzito tenente?! Si regge a malapena sulle gambe! Non può attraversare il campo aperto senza venire ucciso, e non credo che lei sia in grado di resuscitare una seconda volta! Tanto varrebbe arrendersi.» Lo sfogo del sergente ferì Martini come una pugnalata al cuore. Lui che si adoperava per trovare ogni possibile via di fuga veniva sistematicamente osteggiato da quell’omuncolo incarognito. La rabbia iniziò a ribollire dentro di lui, mentre gli occhi si fecero due strette fessure dalle quali uscivano lampi d’odio. Qualcosa scattò nel suo cervello e in una frazione di secondo si ritrovò addosso a Riefoli, con le mani strette sul colletto della sua divisa. Il mite ufficiale si era trasformato in una furia scatenata. «Brutto bastardo!» urlò, fuori di sé. Con un pugno colpì il viso di Riefoli, che cadde a terra stordito. «Si ricordi che sta parlando ad un suo diretto superiore! E adesso in riga!» Il sergente si rialzò a fatica, aiutato da uno dei quattro tiratori. Gli altri rimasero immobili, allibiti dalla violenta reazione del ragazzo. «Sono stufo delle sue continue lamentele!» sbraitò ancora Martini. «Fino ad ora non ha fatto altro che mettermi i bastoni tra le ruote. Se preferisce arrendersi faccia pure, i nemici sono là fuori ad aspettarla, ma domani attaccherò le linee austriache, con o senza il suo aiuto!» Riefoli aveva un aria furente, accentuata dal labbro inferiore sanguinante. Non si sarebbe mai aspettato un atteggiamento così ribelle da parte di quel ragazzino viziato. Oltretutto di fronte ai suoi uomini. Poteva sopportare la guerra, la fame e la morte, ma non quell’affronto. Giurò a se stesso che un giorno gliela avrebbe fatta pagare cara, in un modo o nell’altro. Afferrò il fucile, e prima di andarsene si rivolse un’ultima volta a Martini. «Faccia come le pare, tenente, però il suo piano è folle e suicida.» «Sarà, ma se lei ne ha uno migliore, sono tutt’orecchi.» ribatté prontamente il giovane, mentre Riefoli si spostava dall’altra parte della stanza. Ormai fra i due militari era scoppiato un conflitto aperto, e forse niente lo avrebbe sanato. Dopo alcuni attimi Martini tornò a rivolgersi ai quattro soldati, ancora ritti dinanzi a lui in attesa di ordini. «Potete andare, ragazzi», disse con una voce che sembrava stentagli in gola. «Alle prime luci dell’alba daremo inizio allo spettacolo.»


44 I fanti fecero un rapido saluto militare, sparendo poi dalla vista del tenente. Il cascinale ripiombò nel torpore della notte e il silenzio avvolse gli animi dei soldati in attesa. Solo il rumore di passi delle sentinelle italiane e sporadici colpi di tosse rompevano quell’atmosfera spettrale, che sembrava uscita da un racconto gotico. Martini si avvicinò ad una delle candele accese nello stanzone, e vi si sedette accanto. La luce emanata era molto fioca, per cui non c’era pericolo di essere avvistato da qualche cecchino austriaco. Estrasse un fazzoletto di stoffa dalla tasca dei pantaloni e accostò il fucile alla candela, strofinandolo con energia. Aprì l’otturatore per togliere il cestello del caricatore vuoto, poi pulì anche le parti interne dell’arma. L’indomani ci sarebbero stati combattimenti furiosi, e l’ultima cosa che voleva era un inceppamento del fucile nel bel mezzo della battaglia. Una volta terminata la pulizia, rimise a posto il fazzoletto e si distese a terra, cercando una posizione comoda per dormire. In quell’attimo sentì un leggero fruscio, seguito da un tintinnio metallico provenire dalla sua destra. Si volse di scatto, notando un mucchietto di caricatori adagiati di fianco a lui. Stava per chiedersi da che parte fossero sbucati, quando una voce risuonò nel buio: «Questi le serviranno, signor tenente.» Martini non riuscì a distinguere il suo interlocutore, ma accettò di buon grado quell’inaspettata gentilezza. «Grazie soldato, ne avevo proprio bisogno.» «E avrà bisogno anche di questa», disse ancora la voce misteriosa. E come per magia comparve una giberna portamunizioni nelle mani del tenente. «L’ho presa ad un ferito. A lui certo non occorrerà più.» «Beh, mille grazie di nuovo, soldato. A buon rendere.» Trascorsero alcuni minuti di silenzio, poi la voce ritornò a farsi sentire: «Posso farle una domanda, tenente?» chiese. «Certo soldato, di’ pure.» «Domani ce la faremo ad uscire da qui?» Martini inspirò a fondo, come se la risposta a quel quesito gli pesasse enormemente. «Non posso prevedere il futuro», disse, «ma sono sicuro che ce la caveremo. Basterà eseguire gli ordini.» «E se qualcosa dovesse andare storto?» «Agiremo di conseguenza», rispose vago. In realtà sapeva bene che non avrebbero avuto una seconda possibilità. Un eventuale fallimento equivaleva alla morte certa. «Dove sono i nostri, signore? Voglio dire, non c’è rimasto proprio nessun italiano da queste parti?»


45 «Fai un po’ troppe domande, soldato», tagliò corto l’ufficiale. «Adesso riposati e concentrati sull’attacco di domani. Al resto penseremo in seguito.» «Sì, signore. Mi scusi.» l’uomo si avvicinò alla candela per scaldarsi un poco le mani. A quel punto Martini lo riconobbe. «Ma tu sei l’alpino!» esclamò sorpreso. «Posso sapere il tuo nome?» «Alpino Carminati Giovanni, signor tenente», rispose il soldato. «Finalmente ti conosco. Quanti altri alpini ci sono con noi?» «Siamo in sei, signore. E tutti dello stesso paese.» Il giovane rimase colpito da quella rivelazione. «Incredibile… Allora sarete come fratelli.» L’alpino sorrise. «Sì, siamo una piccola banda di scapestrati. Io sono il più vecchio tra loro e quindi faccio un po’ da caposquadra.» All’improvviso il suo volto si fece cupo. «Ho promesso alle loro madri che li avrei riportati indietro sani e salvi, ma in questo carnaio di ritirata… non so se ne sarò in grado. Per questo ho paura per l’attacco di domani.» «So bene cosa voglia dire mantenere una promessa», disse Martini. «Anch’io ne ho fatta una a voi.» «E sarebbe?» «Ho promesso di portarvi alle linee italiane, ovunque siano.» «Beh, signore… a quanto pare abbiamo entrambe un bel fardello sulle spalle», osservò l’uomo, ritornando sereno. «Speriamo che almeno uno di noi due riesca a farcela.» Martini trasse un lungo respiro, e si sforzò di rispondere. «Domani i tuoi uomini non moriranno», disse con voce rotta dall’emozione. «Non morirà nessuno.» Carminati accettò quella sorta d’incoraggiamento, pur sapendo che difficilmente ciò si sarebbe avverato. In una battaglia, anche se condotta magistralmente, c’erano sempre perdite tra i due schieramenti. Eppure qualcosa lo portava a credere che il giovane ufficiale avesse ragione; forse era davvero l’unico in grado di portarli via da lì, nonostante la ferrea avversione del sergente per quel piano spericolato. Spense la candela con un soffio e si sdraiò per terra, tirando la coperta di lana fino al mento. «Buonanotte, signore.» «Buonanotte, soldato.» Martini si raggomitolò su se stesso, in cerca di calore. Non aveva nemmeno una coperta, e maledisse se stesso per aver gettato la mantellina di panno tra i rovi il giorno prima. Raccolse la paglia che giaceva sul pavimento e se la mise addosso, creando un rudimentale riparo contro il freddo. Quando riuscì ad acquistare un po’ di tepore, si distese completamente,


46 abbandonandosi ai suoi pensieri. Ricominciò ad analizzare il suo piano semi-suicida nei minimi dettagli, e gli parve che fosse tutto a posto. Non restava altro che metterlo in pratica. L’unica nota stonata era rappresentata dal sergente Riefoli; la sua ostilità avrebbe potuto mandare tutto all’aria proprio prima dell’attacco. Un uomo dall’orgoglio ferito rappresentava una minaccia, soprattutto in quella situazione disperata, e quindi si ripromise di tenerlo d’occhio. Il mal di testa tornò a farsi sentire proprio mentre ripensava a Riefoli, come se le due cose fossero collegate tra loro. Ci vollero parecchi minuti prima che il dolore iniziasse ad attenuarsi regalando un poco di sollievo al giovane ufficiale, steso tra la paglia in cerca di riposo. Gli eventi della giornata l’avevano profondamente scosso nella mente e sfibrato nel fisico; si sentiva un relitto umano, senza più energie e voglia di vivere. In pochi giorni era talmente cambiato da non riconoscersi più. La stesso contrasto avuto con il sergente gli parve assurdo e distante, come se l’avesse commesso un’altra persona. Invece era stato proprio lui a perdere il controllo, a colpire il suo subordinato con una veemenza disperata, sfogando in essa tutte le sue fragilità. Forse Riefoli aveva ragione dicendo che non doveva sfidare ancora una volta la buona sorte, e che il suo piano era destinato a fallire miseramente. In fondo non c’era la certezza di riuscire a passare oltre lo sbarramento austriaco, e sicuramente da Cividale gli italiani se ne erano già andati. All’improvviso capì che tutte quelle incertezze lo stavano per far cedere, perciò provò a recuperare un po’ di fermezza dal profondo del proprio animo; ormai aveva deciso d’attaccare, e non si sarebbe tirato indietro. L’aveva promesso a se stesso e agli altri soldati. Svuotò la mente, rilassandosi totalmente, ma non riuscì ancora a prendere sonno. Per uno strano motivo quell’irreale silenzio lo portò a viaggiare tra mille pensieri e ricordi legati alla sua casa. Pensò a quanto dovevano essere in pensiero i suoi genitori, senza notizie del loro unico figlio dall’inizio della ritirata, e pregò che la guerra non si fosse spinta fino a loro. Ne sentiva terribilmente la mancanza e temeva di non riuscire più a rivederli. E pensare che suo padre, colonnello in pensione e reduce della guerra in Libia, era riuscito ad assegnarlo a un reparto a riposo, quindi per un po’ lontano da grossi rischi, nella speranza che nel frattempo la guerra terminasse. Ma tutti i suoi sforzi per tenerlo alla larga dai pericoli della guerra non erano serviti a niente. Nell’inaspettata e devastante rotta di Caporetto c’era finito comunque, tra morti, sangue e disperazione, senza nessuno che potesse aiutarlo.


47 Quel pensiero angoscioso sparì come per incanto dalla sua mente, lasciando il posto ad un ricordo più piacevole, riferito alla sua ultima serata trascorsa a casa. Quella sera i suoi genitori organizzarono un piccolo ricevimento, per festeggiare la sua promozione a tenente al termine dell’accademia militare e la partenza per il fronte carsico, programmata il giorno successivo. C’erano molti invitati, tra cui le persone più influenti e ricche della città che si congratularono con Martini, il quale vedeva però tutta quella festa come una stupida farsa e ne attendeva con ansia la fine. Almeno finché suo padre non gli presentò lei. Quando la vide, il suo cuore parve arrestarsi per alcuni istanti; davanti ai suoi occhi comparve una ragazza bellissima, vestita con un’incantevole abito lungo nero ricamato con motivi floreali variopinti. Il viso era perfetto, solare, incorniciato da splendidi capelli rossi che scendevano a boccoli lucenti lungo la schiena seminuda, lasciata a vista dallo spacco dell’abito. Si chiamava Elena ed era la figlia di un noto commerciante della zona, il quale avrebbe visto di buon occhio una possibile unione tra i due ragazzi. Anche il padre del giovane era della stessa idea, per questo gliela aveva presentata: in previsione di un matrimonio da favola tra due famiglie benestanti. Francesco era da sempre contrario a quegli incontri combinati, frutto di studiate alleanze tra casate in cerca di prestigio, ma in quel caso dovette ben presto ricredersi. Dopo le presentazioni formali, la invitò a ballare, e lei accettò con un sorriso meraviglioso. Si strinsero in un lieve abbraccio, lasciandosi trasportare dalle note di una musica dolce e suadente, forse scelta appositamente dall’orchestra per i due futuri innamorati. Martini fissò Elena, perdendosi nei suoi bellissimi occhi verdi; in quegli istanti tutte le paure e le ansie per l’imminente partenza parvero sparire, soppiantate da una gioia immensa che gli infiammava il cuore. La musica terminò e i due ragazzi rimasero a guardarsi senza dire una parola. Poi Elena prese per mano Francesco, portandolo via dalla sala affollata di gente. «Dove mi porti?» chiese sorpreso il ragazzo. FINE ANTEPRIMA CONTINUA...


SE NON HAI VOGLIA DI LEGGERLI…

ASCOLTALI

Da APRILE 2011 su www.lettoripigri.it

Profile for 0111edizioni

La fuga dei vinti  

di Marco Baggi, avventura

La fuga dei vinti  

di Marco Baggi, avventura

Advertisement