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MANFREDO CORONA

LA COLOMBAIA

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LA COLOMBAIA Copyright © 2013 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-656-1 Copertina: Immagine Shutterstock.com

Prima edizione Gennaio 2014 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova

Questo romanzo è opera di fantasia, ogni riferimento a fatti o personaggi è da ritenersi puramente casuale.


e voi, o Dame, la beltà sovrana nostro rigor né morder può, né vuole, che non fa mira a specie sopr’umana. G. Bruno Nolano


Incastonata lassÚ, fra le stelle, la colombaia domina il cuore della città e i brividi che la percorrono. Le superbe pietre della storia, circondandola, fondono gli umori e le speranze di una giovane donna i cui sogni danzano leggeri su tetti scoscesi, sfuggenti ai tormenti dell’improvviso risveglio.


7 Il profumo del lupo

24 Dicembre – Il risveglio Città piccola, illuminata e in festa, abitata da gente ricca e annoiata. Elegante e sovrappeso. Una città che sonnecchia da troppo tempo senza dare segnali di risveglio. Una città di facile conquista. Lo sguardo del lupo, profondo e irrequieto, l’attraversa seguendo quattro giovani donne e guardandole svoltare con passo leggero verso la Steccata. Senza che loro ne potessero avvertire la presenza le ha prima affiancate per un breve tratto dell’affollata via della Repubblica, incamerandone gli odori e il calore, quasi assaporandone la morbidezza della carne. Sta crescendo l’eccitazione dentro di lui, acuita dalla vicinanza delle prede, rafforzando l’abituale sensazione di potere e sicurezza. Nel centro della piazza, come per nebbiosa magia, sente di essere rimasto solitario ballerino a sfiorare con passi leggeri l’antico lastricato, in compagnia delle ignare ragazze. I bar poco prima affollati e rumorosi, i passanti frettolosi, le poche auto in transito provenienti da via Mazzini e i vigili fermi sotto il Palazzo del Governatore: tutto sembra svanito nel nulla. E allora, allertati i sensi, si impossessa dei loro corpi e delle loro menti. Le percepisce, una a una, ricreandone il destino e tracciando nel cuore della città indifferente una drammatica liturgia di sangue. L’irreale atmosfera della vigilia di Natale lo irrita, facendolo sentire ancor più solo di quanto in realtà sia sempre. L’occasionale aria di bontà che gonfia gli animi della gente nei giorni del Sacro Evento ridesta istinti repressi a fatica. Lo prende la voglia di strappare di mano alla folla vociante i pacchi colorati, calpestarli, distruggerli scaricando sui fasulli simboli d’amore l’energia negativa che si impossessa di lui, smorzando così la lacerante voglia di violenza. Ma sa di non essere pronto, di doversi trattenere e attendere l’occasione opportuna. Sa che non saranno più semplici prove, come negli altri posti dove in poche ore tutto si era compiuto. Una notte fuori, due giorni per individuare la vittima, colpire per ritornare al luogo di partenza, curandosi soltanto di non lasciare tracce. Solo prove necessarie per ‘fare il braccio’, capire e assicurare un buon risultato. Non era stato difficile, la


8 lunga preparazione a cui si era sottoposto aveva presto dato i suoi frutti. Loro erano rimasti soddisfatti e adesso gli chiedevano di iniziare il vero lavoro per cui avevano investito su di lui e altri come lui. La città dove viveva da qualche anno sarebbe stata il palcoscenico naturale sul quale muoversi. Tutto abbastanza semplice: prima la scelta e lo studio delle prede, poi come e dove colpire, e infine l’esecuzione rapida, pulita. Naturalmente rispettando il vecchio assioma: evitare con cura ogni rapporto tra vittima e carnefice. A queste condizioni il carnefice ha novantasette probabilità su cento di non essere smascherato. Un margine di assoluta tranquillità. Rallenta il passo, si avvicina alla vetrina dell’ottico addobbata per le feste e ci si specchia dentro. Si passa le mani sul viso, distendendone i muscoli deformati dalle pulsioni che lo scuotono. Ha narici dilatate e al posto degli occhi due sottili fessure attraverso le quali riesce a fotografare e immagazzinare le immagini che la sua mente allenata non cancellerà mai più. Non è quello il suo volto e nessuno deve vederlo così: ha bisogno di rilassarsi, mescolarsi alla gente e, per quanto necessario, comportarsi come gli altri. La caccia vera e propria inizierà solo quando il perfetto controllo delle sue risorse gli consentirà di pianificare le mosse e non commettere errori. Come gli è stato insegnato, per evitare di correre inutili rischi e godere sempre del miglior risultato finale. L’istinto predatore era stato pazientemente imbrigliato in lunghi anni di preparazione, le regole non ammettevano improvvisazione. Il momento e il luogo sarebbero stati scelti dopo accurate verifiche e allora per le vittime non ci sarebbe stato scampo. Trasse un ultimo, liberatorio respiro, strinse il nodo della cravatta e, attraversata l’imboccatura di via Cavour, si infilò nel bar Orientale, lasciandosi dietro una leggera scia di profumo aspro e selvatico. Il profumo del lupo.


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I

Incastonata lassù, fra le stelle… La casa di tre piani in fondo al Borgo del Correggio, all'angolo con piazza San Giovanni, era stata ristrutturata pochi anni prima. Agganciata alle mura delle altre vecchie costruzioni che la stringevano ai lati come a sorreggerla, risaltava in maniera evidente per il colore, un modaiolo rosa antico che la faceva sembrare un confetto ingabbiato nel grigio panorama che la circondava. I serramenti di legno pregiato incernierati in ferro battuto pur impreziosendone la facciata le davano più l’aspetto di una cassaforte che di una abitazione. Il portone d’ingresso, di scuro noce canadese, reggeva due imponenti pomi di ottone brunito. Incastrato nella colonna in pietra, sul lato destro dell’ingresso, un videocitofono con quattro anonimi pulsanti di chiamata proiettava la sua luce ogni qualvolta il visitatore o il disturbatore di turno premeva un campanello. L’ultimo piano della casa comprato dall’ingegner Maestri mentre era in corso una pesante ristrutturazione era stato completato e arredato dalla moglie Alberta, architetto che in quel lavoro aveva riversato tutto il suo impegno. Il risultato ottenuto, un insieme di eleganza classica e moderne soluzioni, era un giusto equilibrio tra i gusti e le esigenze dei componenti la famiglia. Soltanto Sonia, la figlia diciannovenne della coppia, aveva viste deluse le sue attese. Poco più che bambina alla data dell’acquisto aveva subito il fascino dell’antica torretta emergente dai tetti che sovrastava l’appartamento. Una di quelle colombaie che nobilitano case di una certa tradizione ma che si rivelano in genere fonte di problemi a causa dei volatili che insozzano pavimenti e pareti, risultando pressoché impossibili da scacciare dal secolare insediamento. La giovanissima Sonia aveva immaginato di fare della piccola torre un rifugio che costituisse una sorta di precoce indipendenza dalla famiglia e dal fratello Massimiliano, Max per tutti, di due anni più vecchio e spesso tiranneggiante su di lei. La colombaia avrebbe potuto essere la sua terrazza aperta sul mondo dalla quale spiccare il volo e dare sfogo alle passioni di giovane donna. Invano il ben introdotto genitore si era rivolto ai tecnici comunali per ottenere una variante al progetto di ristrutturazione: gli ottusi burocrati


10 adducendo impedimenti dovuti alle normative sugli interventi nel centro storico avevano respinto la semplice richiesta di chiudere la torretta con adeguate vetrate che potessero renderla un confortevole vano abitabile. Il regno esclusivo di Sonia era così rimasto un desiderio irrealizzato. La rinuncia al privilegio di ammirare dalle finestre aperte sull’incerto cielo di Parma le rosate guglie dell’incantevole Battistero o il millenario campanile del Duomo, dominato dall’angelo dorato posto alla sua sommità. E, a pochi metri sul lato est, addio alla visione della preziosa cupola della chiesa del Monastero di San Giovanni e della possente torre. Immaginifiche suggestioni che l’inspiegabile no degli uffici le aveva negato. In realtà l’adorato papà, navigato conoscitore della flessibilità e delle bizzarrie della burocrazia, aveva accantonato solo temporaneamente il progetto. Cambiata l’amministrazione comunale e a completamento di un iter reso logico e veloce da più solerti funzionari aveva ottenuto, sia pur a prezzo di un'onerosa monetizzazione, la possibilità di procedere alla ristrutturazione della torretta nel rispetto delle caratteristiche storico-ambientali che il luogo pretendeva. Sonia si era così riappropriata dell’iniziale progetto. L’arredamento fu presto realizzato: impianto home video, portatile Mac con wi-fi, bianco tavolo ovale con piano di cristallo, libreria a vista con struttura in legno e acciaio e una bassa chaise longue ricoperta da cuscini colorati sparsi un po’ dovunque. La gabbia dorata in pochi giorni prese vita. I fastidiosi piccioni abituali frequentatori del posto avevano cercato inizialmente di riprendere possesso del loro sito storico ma, dopo aver inutilmente sbattuto le ali e il becco contro le grandi vetrate poste a chiudere ai quattro lati l’antica colombaia, si erano rassegnati migrando verso altri e più accoglienti terrazzi e sottotetti. Avvenuto l’insediamento nel piccolo dominio, la ragazza per qualche giorno si era isolata da tutto e da tutti arrivando a dormire sul divanetto acconciato per la bisogna e scendendo nell’appartamento sottostante soltanto per mangiare un boccone e utilizzare il piccolo bagno ricavato per lei nell’antico cavedio posto al termine della rampa di scale. Il resto della famiglia aveva rispettato la sua richiesta di privacy ben sapendo che, passato il momento di infatuazione, tutto sarebbe presto tornato alla normalità. Cosa che, dopo pochi giorni, puntualmente avvenne. La full immersion durò il tempo necessario a far decantare il desiderio accumulato prima con l’entusiasmo sorto al momento dell’acquisto, poi sopito dalla delusione susseguita al mancato permesso comunale e prepotentemente riemerso al rilascio dell’autorizzazione. Sonia tornò alla vita di tutti i giorni sapendo di poter disporre di uno spa-


11 zio che avrebbe affermato il suo desiderio di indipendenza. Spazio che la metteva in un rapporto speciale con la città che amava, i suoi romantici tetti e le meravigliose architetture che la circondavano. Un incontro che si rinnovava tutte le mattine quando, dopo aver salito otto scalini e prima di mettersi davanti al computer e ai libri, dava luce alla stanza facendo scorrere le quattro pesanti tende azzurre tese alle finestre. Veder apparire uno alla volta gli imponenti capolavori era un momento che le trasmetteva una sensazione di piacere esclusivo. L’abituale sequenza, sviluppata in modo del tutto istintivo, la portava a svelare per ultima la finestra che affacciava sulla chiesa di San Giovanni. La massiccia torre campanaria, incombente su quel lato della colombaia, le trasmetteva una misteriosa carica erotica assecondata dalla vista della cupola ramata che, montando improvvisa ed elegante, la emozionava fino ai brividi. A pochi metri di distanza le sembrava di aver in custodia lo scrigno contenente uno dei più alti esempi di arte rinascimentale: la volta affrescata dal Correggio. Chinando il capo sui testi universitari, avvertiva scariche di adrenalina avvolgerle il corpo: quel museo a cielo aperto era l’evidente ragione per cui la sua giornata iniziava sempre nel modo migliore. *** Max appoggiando incondizionatamente il “progetto colombaia”, come l’aveva chiamato fin dall’inizio, aveva svolto una preziosa opera di consulenza nella scelta delle tecnologie che arredavano l’ambiente. Per naturale affinità era l’unico in famiglia ad aver accesso senza limitazioni al covo di Sonia e non di rado i due fratelli si isolavano lassù per scambiarsi piccoli segreti o solo per ascoltare buona musica. Crescendo Max aveva modificato il suo modo di porsi con la sorella. Nei suoi confronti aveva man mano assunto un ruolo protettivo che la ragazza accettava, senza peraltro farsi soffocare. Tra loro soltanto piccole schermaglie, scaramucce di poco conto che non potevano certo incrinare il forte legame tra i due ragazzi. Il clima di complicità che si era instaurato fra loro, oltre ad aiutarli a superare casuali motivo di contrasto, avrebbe di li a poco contribuito ad alleviare il peso delle drammatiche vicende che Sonia, la cucciola di casa, si sarebbe trovata ad affrontare. Graziosa e raffinata la giovane abitante della colombaia rispondeva all’idea che ci si può fare di una ragazza acqua e sapone. Un metro e settantacinque, flessibile come un giunco, magra, curve appena accennate, due piccoli seni e il posteriore ben modellato. Bionda come la mamma,


12 grandi occhi di un profondo azzurro scuro che contribuivano a rendere magnetico il suo ovale. Era sorprendente come il suo sviluppo fosse stato omogeneo al punto che la fisionomia e le proporzioni del corpo, dall’età di sei o sette anni, sembravano non aver subito sostanziali modificazioni. A parte il modesto rigonfiamento dei seni e la naturale modellatura di fianchi e natiche, Sonia era la stessa che si poteva vedere nelle foto scattate da bambina. Il suo fascino, se non solo, era soprattutto quello. Il senso di freschezza e la disarmante spontaneità attiravano irresistibilmente non solo i coetanei ma, sempre più spesso, adulti pruriginosi che in lei avvertivano il sottile erotismo di una natura fanciullesca mai veramente superata. Le era così capitato più di una volta di subire le discrete attenzioni di amici di famiglia che, nel vederla crescere, si erano trovati a considerare con ammirazione la creatura sbocciata ai loro occhi. Un paio degli attempati frequentatori di casa aveva anche tentato timidi approcci che Sonia aveva ignorato senza far pesare più di tanto atteggiamenti tanto sconvenienti quanto goffi. Soprattutto al fine di evitare spiacevoli interventi dei genitori che avrebbero ingigantito episodi ai quali la ragazza, nel suo intimo persino lusingata, dava ben poca importanza.


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II

Le notti passavano insonni. Non erano sensi di colpa, non ne aveva mai avvertiti, solo spettri che tornavano dal passato a ricordargli i motivi per cui era diventato un feroce predatore. Gli bastava socchiudere gli occhi per trasformare le tenebre in immagini, voglie e colori. Puntuale all’appuntamento la bambina, nel bosco degli ulivi, nuda e sorridente. Janu, al suo fianco, molto più alto di lui ma come lui inesperto, gli spiegava cosa fare di quella creatura candida e profumata che odorava di sapone come le lenzuola fresche di bucato che sua mamma stendeva nel cortile dietro casa. Correva la bambina, voltandosi per invitarli a raggiungerla e rideva. Si fermava per lasciarli giocare con il suo corpo abbagliante e li baciava sulla bocca per sentire il sapore della loro saliva. La accarezzavano con le foglie profumate dell’arancio e passavano le labbra a sfiorare il ventre e il sesso, pelle liscia come i sassi levigati dal mare di Acitrezza. Lei seguitava a ridere e con le piccole mani costringeva le loro teste fra le sue gambe, prima invitandoli a non smettere e poi allontanandoli per l’insopportabile solletico causato dall’imperizia dei due goffi ragazzini. Janu era sempre il primo a stancarsi di quel gioco, si tirava su e se ne andava fra le piante alla ricerca di contorti legni d’ulivo. Lui invece si fermava a guardarla, curioso e avvampato, finché il piccolo demonio non richiudeva le gambe rialzandosi con gesti di insofferenza. Terminavano i giochi e orinavano in cerchio, tutti e tre, rinnovando solidali e muti un rito che rafforzava il loro grande segreto. La bambina, impettita e compunta, si rivestiva, non prima di aver allungato le mani verso i loro membri infantili, scuotendoli e strizzandoli a mo’ di saluto. La volta, la sola, che Janu l’aveva costretta a baciare il piccolo sesso dell’amico lei, senza aprir bocca, aveva fatto intendere il proprio disgusto sfregandosi con il dorso della mano per due volte le labbra. Uno scappellotto seguito dalle scuse del fratello avevano stigmatizzato solennemente l’imprevista ribellione della ragazzina. Janu la riportava a casa ogni volta tenendola per mano: sembrava essere il più grande fra i due, anche se la sorella gli rendeva quasi due anni. Quanto a lui, di solito restava a girare e pensare nel bosco, prendeva per la pietraia, attraversava l’aranceto e si infilava, dal retro della casa,


14 nella cucina dove si fermava a osservare la madre al lavoro. Lei lo guardava e, immancabilmente, gli chiedeva che cosa avessero fatto di così divertente, da sentirsi le loro risa giungere fin dall’oliveto. Non rispondeva mai a quella domanda limitandosi ad ammirarla, così bella, e a immaginarla nuda, morbida e accogliente fra le cosce lunghe e nervose. Ne assaporava, sfiorandola, il profumo e andava a sfogare maldestramente i suoi turbamenti in bagno. Ormai adolescente, steso sulla piccola branda dell’immensa e buia camerata del collegio di Catania, gli incontri proibiti nel bosco avevano gonfiato le sue fantasie e riempito sonni agitati. Più di una volta, al risveglio, si era ritrovato gambe e lenzuola imbrattate, diventando oggetto di scherno da parte di altri seminaristi. Diventato adulto, nei lunghi e tormentati dormiveglia, la dolorosa sensazione della voce cantilenante di sua madre, che si perdeva nella casa, al di là della porta del bagno, tornava a ricordargli tutto ciò che avrebbe potuto essere e non era stato. Sentiva avvicinarsi il momento. A occhi socchiusi la sua mente proiettava nel buio, come un ologramma, il ventre immacolato della bambina inondato di sangue, un fiume di sangue che lo guidava fino alla porta di una cucina desolatamente vuota. Accuratamente allineati sul tavolo, coltelli, tanti coltelli affilati e sottili, pronti per l’uso. La visione del sangue non lo spaventava, lo lasciava del tutto indifferente e, sorridendo nel buio, tentava di riprendere sonno voltandosi dall’altra parte del letto. Era soltanto l’eccitazione a impedirgli il meritato riposo. *** 31 Dicembre Ultima notte dell’anno, trascorsa in famiglia con amici di vecchia data nell’attesa di uscire e andare a festeggiare per le strade insieme alle amiche del cuore. Ospiti invitati in torretta ad ammirare dall’alto la miriade di fuochi artificiali esplosi dai balconi e dalle terrazze della città. Senza raggiungere il fragore di tante città del Sud lo spettacolo di quelle ore valeva comunque la pena di essere visto. Scoccata la mezzanotte, con le coppe di spumante in mano, tutti si erano affollati dietro i vetri della colombaia. Le signore, allegre per le abbondanti libagioni del cenone appena concluso, si alternavano alle finestre scambiandosi espressioni di meraviglia a ogni scia luminosa e scoppiet-


15 tante e lanciando urletti di gradimento ai propri compagni che, poco interessati, sostavano al centro della stanza. Alberta, per consentire una migliore visibilità dei fuochi, aveva spento le luci e i gruppetti chiassosi si accalcavano alle quattro finestre per godere della festa di colori. Appiccicata ai vetri che davano sulla fetta di piazza tra il Duomo e il Battistero, Sonia sperava di riuscire a intravedere lo spettacolo pirotecnico che si stava per alzare, come tutti gli anni, dal greto del torrente. Al suo fianco la migliore amica della mamma, Margherita, una professoressa di inglese che sembrava un panettoncino appena sfornato: cicciotella, vaporosa e occhi languidi, carnagione olivastra e buffi capelli cotonati in cima forse per permetterle di apparire più alta di quanto in realtà non fosse. A questo scopo aveva ai piedi un paio di scarpe con tacchi vertiginosi che la facevano traballare pericolosamente quando decideva di muoversi a una certa velocità, impedendole di scendere le scale senza aggrapparsi a qualcuno o tenersi a un corrimano. Sonia le era molto affezionata e a sua volta Margherita le voleva bene come a una figlia. Alla finestra le cingeva la vita con un braccio e la ragazza sentiva il piacevole calore del corpo che le era incollato. La cosa successe mentre iniziavano i botti nel torrente e tutti se li indicavano a vicenda: Sonia sentì una mano posarsi dolcemente su una natica e pensò che Margherita avesse abbassato e appoggiato il braccio. Ma la carezza, leggera e prolungata, la costrinse a voltarsi. Si trovò la sorprendente faccia dello zio Sam che sorrideva alle sue spalle. Si lasciò sfuggire un imbarazzato «Zio…», così che la mano, non troppo velocemente, si ritrasse. «Scusami, ragazzina, mi sono avvicinato troppo, ma di là non riesco a vedere niente». Anche se zio Sam effettivamente era alto un soldo di cacio, la sua toccata non poteva prestarsi a equivoci. Sonia si rimise a guardare lo spettacolo al di là dei vetri. Margherita, affascinata dai razzi colorati, non si era accorta di nulla. Il tempo di due bengala accesi sulla piazza e la ragazza si sentì di nuovo toccare. Cercò di controllarsi, spostandosi di lato, ma l’impalpabile tessuto dell’abitino che indossava rese ancor più sensibile il contatto. Si girò questa volta infuriata e, nella penombra, vide l’omino dirigersi lentamente verso il tavolo di cristallo da dove, recuperata una coppa di spumante, accennò verso di lei a un ironico brindisi. C’era tutta l’abituale allegria dello zio Sam in quel gesto, e Sonia non poté fare a meno di sorridere, sapendo quanto fragile fosse il suo equilibrio dopo pochi sorsi di alcol.


16 Ci fu un attimo di pausa dell’attività pirotecnica. Qualcuno aveva commesso l’imprudenza di spalancare una finestra. Il denso fumo che si levava dalla Piazza del Duomo e dalle strade attigue aveva reso ancor più buia e ovattata l’atmosfera dentro e attorno alla colombaia. L’acre odore della polvere bruciata arrivava in fondo alla gola. «Piccola Sonia! Sarà facile… tu e le tue amiche, una alla volta, senza fretta». Una voce corrosa dal fumo, un sussurro confuso e un soffio di aria gelata alle spalle. Parole buttate lì, incomprensibili e dense di angoscia. Sonia con un brivido si addossò ancor più a Margherita e alla finestra, verso il buio della notte, poi si voltò scrutando i presenti. Solo uno strano profumo e molte ombre nella stanza. Lo zio Sam era in vena di scherzi pesanti, quella sera! Lo zio Sam, che zio non era ma era chiamato così dai ragazzi fin da piccoli, altri non era che il marito della professoressa Margherita e all’anagrafe rispondeva al nome da lui non gradito di Antonio. Il sopranome era dovuto alla sua antica passione per le cose d’America che raccoglieva non appena ne aveva l’occasione. Aveva collezionato più di cinquecento dischi di musica jazz e country, ottanta pipe indiane di terracotta, un'infinità di manifesti e poster che illustravano spettacoli di rodeo, tra cui due rarissimi originali che reclamizzavano la troupe di Buffalo Bill impegnato a svendere la sua gloria a Boston e Cleveland, e magliette di tutti i generi e di tutti gli sport più popolari negli States: baseball, football, basket. Tutti gli anni si regalava almeno un viaggio a visitare questo o quello stato, per conoscere ancora di più, per raccogliere altro, soprattutto per respirare l’aria di esotica modernità che la grande nazione, anche nei suoi angoli più nascosti, gli ispirava. Ma quella sera Sonia era sconcertata. Lo zio Sam, che l’aveva vista crescere, tenuta sulle ginocchia e giocato con lei, che le aveva regalato le bamboline di cuoio e pezza comprate nei pueblos dell’Arizona, si era preso la libertà di toccarla e sussurrare frasi incomprensibili. Lanciando imprevedibili segnali nei suoi confronti! Forse il risultato del precoce decadimento senile o, più probabilmente, di qualche coppa di spumante di troppo. Confusa, non sapendo cosa pensare, decise di lasciar perdere quanto successo. Guardò Margherita che, sorridente e ignara, si gustava gli ultimi fuochi e dimenticò l’incidente. Oltre a zio Sam e Margherita, quella sera erano ospiti il dottor Alfonso Squarcia con la moglie Alessandra, Giovanni Scarica, il re delle cravatte,


17 con la moglie Emma, il commercialista single Ferretti, l’avvocato Serra con la facoltosa consorte Valeria e il professor Aldo Bassi con la compagna Carla. Dopo cena li aveva raggiunti Grassi, il gioielliere di tutti. Certamente l’uomo più odiato dai mariti presenti ma festeggiato come sempre dalle signore. Bassi, divorziato da qualche anno, si accompagnava alla figlia di un danaroso commerciante della città, di lui molto più giovane e che, nonostante l’evidente differenza di età, sembrava convivere felicemente con l’affascinante professore. In quanto all’avvocato Serra, Franco Serra, Sonia sospettava fosse diventato l’amante di sua madre. Non ne aveva la certezza, ma gli sguardi tra i due, alcuni inequivocabili atteggiamenti e una telefonata intercettata per caso, l’avevano messa sul chi vive. La cosa non la sorprendeva né l’addolorava più di tanto, ma sicuramente l’intrigava. Sapeva che tra sua madre e suo padre il rapporto si era da tempo raffreddato pur essendo riusciti a trovare un modus vivendi soddisfacente un po’ per tutti. L’ingegner Maestri intratteneva da qualche anno una relazione con una ex segretaria che, soprattutto per evitare antipatiche ripercussioni d’immagine, aveva sistemato presso lo studio di Ferretti, il commercialista suo consulente e amico di vecchia data. In tal modo era riuscito a regolare il precario equilibrio tra la famiglia e il suo legame esterno. Tra quegli ospiti vi era la passione segreta e un po’ disperata di Sonia: il professor Bassi, uomo colto ed elegante. Cinquanta anni appena superati, capelli grigi con relativo fascino e voce dai toni caldi e suadenti che lei, sognante, definiva morbida e avvolgente e, sottovoce con le amiche, molto arrapante. Le accadeva, quando il Bassi la guardava negli occhi e le rivolgeva la parola, di avvertire un piacevole tepore avvamparle le guance. Lo sentiva passare per il cuore e lo stomaco, scendere in basso, attraversarle il ventre. Era qualcosa di nuovo per lei e si aggiungeva all’imbarazzante sensazione di essere preda dell’attenzione di tutti. Sapeva Sonia di essere preda di un’infatuazione senza speranza: tutto sommato era riuscita a escludere il cervello, unica parte del suo corpo, dalle emozioni che la investivano quando si trovava davanti quell’uomo. La confessione dei suoi turbamenti al fratello aveva contribuito solo a confonderle ulteriormente le idee. «Non avere timori, non tirarti indietro! Se proprio ti piace, esponiti. Vuoi mettere? Una relazione ‘intellettuale’ con il professor Aldo! Alla tua età tutto va scoperto! Anche voglie particolari nei confronti di una persona intrigante come lui, togliti lo sfizio. Sai quante tra le tue amiche lo farebbero o vorrebbero essere al posto tuo!». «Smettila di dire stronzate! La verità è che sono in difficoltà, non so mai come comportarmi in sua presenza! Mi sento come impedita a…».


18 «Cazzate! Ma che impedita. La tua, riconoscilo, è solo voglia di farti una scopata con lui. Lasciati andare, una volta tanto! Il professore ti ha fatto perdere la testa, come tante volte è capitato anche a me e io non mi sono certo mai tirato indietro». Sonia non ne parlò mai più con il fratello. Non riuscì nemmeno a farne parola con la mamma. Max, nella sua sfrontatezza, aveva colpito nel segno ma la ragazza non voleva ammetterlo, anche se quando era sola con se stessa e con le sue mani... *** 11 Gennaio I primi giorni del gennaio di quell’anno furono molto freddi ma senza neve. Nevicava sempre più di rado. A Sonia piaceva, quando capitava, infilarsi i morbidi doposci rossi e andarsene in giro per le stradine attorno a casa, intasate dalla neve e affollate da spalatori dilettanti che si affannavano a pulire i marciapiedi per aprire varchi davanti agli ingressi. L’antico editto di Maria Luigia che da un secolo e mezzo imponeva ai privati lo sgombro degli spazi innevati dinanzi alle abitazioni e agli esercizi commerciali era ancora in vigore e ben presente nella zucca di molta della gente anziana che faticosamente si dava un gran da fare per spalare e spostare cumuli bianchi. Il Battistero, elegante e poderoso, al termine delle sempre più rare nevicate sembrava sorgere infinito dalla soffice coltre bianca e la preziosa struttura di marmo rosa appariva come un gioiello saldamente incastonato nella piazza innevata. In quei giorni di nebbia e freddo invece tutto risultava grigio, privo di colori. Sonia, appena fuori di casa, infilava via del Seminario, attraversava velocemente piazza del Duomo e raggiungeva le amiche in via Cavour, da Provinciali, la pasticceria le cui vetrine alzavano il tasso glicemico alla semplice prima occhiata. Si vedevano quasi tutti i pomeriggi attorno alle cinque, prendevano una tazza di cioccolata calda, facevano due passi e organizzavano l’eventuale uscita serale. In quattro, puntualmente sole, senza ragazzi. Felici in fondo di essere libere, non rifiutando certo di divertirsi ma soltanto quando, nel gioco delle parti, sentivano di essere loro a condurre la danza. Capitava spesso, con coetanei in buona parte suonati da qualche anfetamina di troppo, pieni di birra e strani miscugli a base di rum, gin e porcherie varie. Le statistiche, un po’ isteriche, che impietosamente si divertivano a stilare segnalavano infiniti approcci con ragazzi carini e svegli e disastrosamente deludenti.


19 Sonia era l’unica a considerare troppo severe le amiche, difendendo e giustificando gli scarsi risultati delle sue poche esperienze. Confortata nel giudizio soprattutto dalle modeste aspettative che lei stessa riponeva nei suoi rari incontri, si era mantenuta cocciutamente vergine. Non aveva mai accettato di concedere con la disinvoltura delle coetanee quello che considerava un piccolo tesoro da destinare a momenti più importanti della vita. Le amiche, e non solo le più intime, la prendevano ferocemente in giro per questa scelta. Tutte quelle che conosceva si erano sbarazzate dell’ingombro già da tempo e alla prima occasione decente. Allo scopo avevano utilizzato il ‘materiale umano’ in grado di assicurare quel minimo di esperienza necessaria e, pur ammettendo di non aver ricavato entusiasmanti sensazioni, si confessavano soddisfatte per aver rinunciato al noioso fastidio e aver conquistato la libertà delle scelte. Diversa e dolorosa l’esperienza di Elisabetta, soltanto subita e scaturita all’interno dei morbosi equivoci di una patriarcale famiglia del Sud. Nata al riparo delle strette e candide mura di un paese della val d’Itria, Elisabetta era cresciuta in una rigida famiglia borghese della quale il capofamiglia era l’avvocato più autorevole e stimato del posto ma anche l’arrogante e incontrastato padrone. La mamma, una timida e sottomessa maestra elementare, soffriva in silenzio e sopportava tutte le angherie originate da una simile situazione. A lei non era consentito di intervenire nelle questioni di famiglia, in nessun caso. In questo clima di consuete sopraffazioni, dall’età di sette anni, la piccola Betta aveva subito le pesanti attenzioni del padre che, per oltre due anni, aveva abusato di lei. Fino a quando il disperato intervento della madre aveva posto fine all’incubo. La povera donna, turbata dagli atteggiamenti della figlia e ancor più da quelli del prepotente marito, aveva percepito la terribile verità che si celava tra le mura della casa della quale lei avrebbe dovuto essere il baluardo morale. Purtroppo come tante non aveva trovato la forza di allontanare l’uomo, denunciandolo e liberando così la figlia dal mostro. Sconvolta dal peso insopportabile aveva risolto le proprie contraddizioni lanciandosi dalla terrazza della casa paterna e fracassandosi la testa sui sassi del sottostante giardino. L’esimio avvocato, quasi a volersi sottrarre alla colpa e accusare il mondo che lo circondava per ciò che era successo, da quel giorno si era rinchiuso in casa e isolato in un mutismo assoluto. L’ipocrisia del paese aveva scambiato l’atteggiamento dell’uomo per la prostrazione conseguente alla perdita della moglie. Soltanto la piccola Elisabetta, impaurita ma risvegliata dal cupo dolore, aveva trovato la forza di parlare con la nonna materna. La bambina era stata immediatamente allontanata da Cisternino e accolta a Parma dalla sorella della mamma, sposata a un giudice del tribunale locale. L’avvocato non aveva potuto contrastare la de-


20 cisione ed Elisabetta, rinata grazie all’affetto della nuova famiglia, era cresciuta diventando una bella figliola e lasciandosi alle spalle le sue sofferenze. L’onnipotente e sciagurato padre, abbandonato dalla sua famiglia a macerarsi nei rimorsi, si era lentamente trasformato in un relitto imprigionato tra le bianche mura del paesino pugliese. *** Giunta davanti alla pasticceria, Sonia sbirciò all’interno e tra i riflessi della vetrina intravide Betta e Carla impegnate a divorare un vassoio di pasticcini al cioccolato. Entrò nel locale e salutò Enzo che, appostato dietro il sontuoso banco dei dolciumi, le allungò un cremino: «Ben arrivata, Sonia. Questi sono freschi, appena sfornati, assaggiane uno mentre ti preparo un bel tè caldo. Con la temperatura di oggi ci vuole proprio!». «Grazie Enzo, mi aspettavo un cannoncino alla crema ma va benissimo lo stesso. Ciao ragazze, Silvia non è ancora arrivata?». «Non si è vista, Carla l’ha cercata al telefono ma non risponde. Fra un po’ riproviamo». «Betta, hai un meraviglioso golfino, non te l’avevo mai visto!». «È il regalo di Natale della zia, non l’avevo ancora messo, ti piace?». «Moltissimo, bella la punta di celeste. Carla, hai una nuova tinta di rossetto?». Come sempre per tutti una battuta, l’allegro collante della compagnia. Se c’era bisogno di un intervento sdrammatizzante, di distendere gli animi o di recuperare situazioni imbarazzanti, Sonia con l’equilibrio e la serenità di cui disponeva, era l’ideale ancora a cui appigliarsi. Carla si era avvicinata alla vetrina, guardando un gruppo di ragazzi che in strada ridevano, raccontandosi chissà cosa: «Ragazze, c’è Thomas lì fuori. Non lo vedevo da quando siamo andate a ballare a Reggio», abbassando la voce «la volta che nel parcheggio della discoteca ha fatto una fatica della Madonna a tirarlo fuori!». La fragorosa risata fece voltare verso di loro i pochi presenti. Enzo, dietro il bancone, servendo il tè a Sonia rivolse uno sguardo complice alle ragazze: «Non fatevi sentire, le signore al tavolo in fondo potrebbero pensare chissà cosa». «Chi, quelle? Magari le aiutiamo a ricordare». Ancora risate verso le signore che non davano alcun segno. «Carla prova a richiamare Silvia, decidiamo per stasera».


21 *** Da quando si era iscritta all’Università, in settembre, Silvia se ne era andata a vivere da sola nel piccolo appartamento che suo padre, direttore di filiale della più importante banca locale, le aveva acquistato in borgo Guazzo. In uno dei tanti palazzi ristrutturati in un qualche modo e frazionati in una serie infinita di squallidi appartamentini, venduti in città a prezzi da truffa e riempiti da studenti, single e giovani coppie alle prime esperienze in comune. Di fronte all’appartamento della ragazza, al terzo piano dello stabile, c’era il monolocale abitato da un medico del Ghana, neolaureato e impegnato presso la clinica Universitaria nel corso di specializzazione in dermatologia. I due, pur così vicini, si incontravano di rado e le loro comunicazioni erano limitate a laconici saluti e ai commenti sul tempo scambiati sul ballatoio del piano. Silvia aveva invitato il vicino a prendere un aperitivo per festeggiare il 28 preso nel primo esame. Le piaceva quel giovane di colore e non le sarebbe dispiaciuto conoscerlo meglio. Il neo medico, dopo i complimenti di rito per il gusto con cui aveva arredato la casa, si era esibito in un discreto corteggiamento e la serata tra i due si era conclusa con la promessa di rivedersi, ma la cosa, per vari motivi, non aveva avuto seguito. Degli altri abitanti della casa, Silvia non ricordava neppure i visi. La vecchia costruzione, per le carenze del progetto di ristrutturazione e per l’oggettiva mancanza di spazio, non aveva ascensore e, nelle abituali ore di uscita e rientro degli inquilini, il traffico per le strette scale che servivano i quattro piani era congestionato e convulso al punto che nessuno faceva caso all’altro. Tra le vecchie mura si avvertiva solo il frenetico agitarsi di una folla di marionette imprigionate dal tempo e dalla fretta. E dalla noia. La teneva stretta a sé, presa alle spalle, e le aveva messo una mano sulla bocca per non farla urlare. Non era mascherato ed era riuscita, in un casuale movimento, a intravederne il volto. Le ricordava qualcuno e qualcosa di recente ma non riusciva a mettere a fuoco le impressioni. Forse uno di quei volti che, senza riconoscere, incontri tutti i giorni sotto casa, in un negozio o dietro le vetrate di un ufficio. Le stava sussurrando in un orecchio: «Ferma, non fare una mossa e non urlare, se non vuoi che ti infili un fazzoletto in bocca. Non mi scappi e forse questo basterà a convincerti». La lama di un vecchio e arrugginito rasoio da barbiere le balenò davanti agli occhi fino a giungere all’altezza della gola.


22 «Togliti gonna e mutandine, voglio soltanto vedere come sei fatta lì sotto». Silvia era terrorizzata, vestita e pronta per andare all’università si era trovata dietro di sé l’uomo. Non capiva come aveva fatto a entrare e, soprattutto, come aveva potuto sorprenderla alle spalle, muovendosi in un ambiente così piccolo. Materializzato dal nulla. Sentiva il respiro pesante e il profumo, discreto e selvatico, che emanava dal suo corpo. La voce era un profondo sussurro, ferma, decisa, non lasciava dubbi sulle sue intenzioni. Si slacciò la gonna aderente e la lasciò cadere ai piedi. Ebbe un attimo di esitazione, prima di sfilarsi le mutandine di pizzo, ma lo sconosciuto le fece sentire sulla pelle la lama del rasoio e le bastò per non fermarsi. Aiutandosi con il piede fece scorrere l’indumento intimo lungo le gambe rimanendo con il ventre e il sesso oscenamente esposti. Si accorse che stava piangendo in silenzio, le lacrime bagnavano la mano che le chiudeva la bocca. Lui ansimava alle sue spalle, le faceva sentire con il corpo l’eccitazione che stava salendo. Immaginò con ribrezzo che sarebbe stata costretta a subirne le voglie, le venne un conato di vomito. Paralizzata dalla lama posta a pochi centimetri dalla gola, non riusciva ad accennare a una reazione, pronta ad accettare qualsiasi cosa. L’uomo portò la mano armata di rasoio all’altezza del pube, la sfiorò leggermente con il micidiale attrezzo, glielo passò sulla folta peluria e Silvia avvertì che sulle spalle aumentava la pressione, incollato com’era al suo corpo tremante. La lama ripassò fra i peli con lentezza esasperante, questa volta dalla parte del dorso, quasi a volerli pettinare. La stringeva a se, sapendo di possederla, e iniziò a dondolare in maniera ritmica, dolce, invitandola a seguirlo nel movimento. Senza rendersene conto, lei si adeguò inarcando la schiena e flettendo le gambe. Per qualche secondo parvero due giunchi al vento, lo sconosciuto riportò il rasoio alla gola della giovane donna, le diede un bacio sulla guancia e con un unico, preciso colpo, le recise la carotide. Silvia vide il suo sangue schizzare sulla parete di fronte e non sentì altro. Le mancò solo il respiro. La adagiò sul pavimento, con la lama insanguinata tagliò la camiciola e il reggiseno, scoprendole i seni. Dalla tasca posteriore trasse una minuscola videocamera e, tenendola alta con il braccio destro, iniziò a filmare il corpo scomposto da dove la vita scorreva via insieme alle ultime gocce di sangue. Segnò con un pennarello rosso la caviglia destra. Indossò una mascherina nera che gli nascondeva la metà superiore del volto. Si chinò a odorare il petto arrossato della giovane donna, passò le labbra sulla carne morbida e prese tra i denti il capezzolo sinistro, quello del cuore.


23 Lo succhiò avidamente, lo strinse tra gli incisivi e sentì la tenera carne cedere alla pressione. Raccolse sulla lingua il piccolo frutto rosato e, dopo averlo masticato e assaporato a lungo, lo ingoiò. Pulì la lama fra i peli del pube e spense la fotocamera. L’intensità delle poche scene girate sarebbe bastata a soddisfare la più perversa delle immaginazioni. Passò l’indice inumidito a cancellare il segno sulla caviglia. Prima di uscire dalla casa raccolse il cellulare della ragazza dalla tavola, guardò la pozza di sangue sul pavimento e il muro dove schizzi rossi avevano disegnato strani ricami, si volse verso la finestra che dava sul borgo e, illuminato dalla luce del mattino, il suo viso si aprì in un largo sorriso. *** La ragazzina correva nuda, sul prato, verso la macchia di pitosforo che delimitava l’accesso alla vecchia e abbandonata casa del popolo. Lui e Janu la inseguivano, eccitati e impazienti. Una risata nervosa li guidava nel punto dove era nascosta, Janu agitava il temperino rosso con la lama d’acciaio, pronto a graffiarla sulla pancia e sui piccoli seni, come a lei piaceva e come piaceva tanto anche a loro. Era un nuovo gioco, il gioco del sangue e del dolore… Più tardi, a casa, ci avrebbe pensato lei a giustificare i segni: avrebbe detto di esserseli procurati giocando a nascondino tra i duri rami del pitosforo, coperta solo dal leggero grembiule di cotone. ***

11 Gennaio Sonia e le amiche percorsero il tratto tra via Cavour e Borgo Guazzo in poco meno di dieci minuti. La città racchiude il suo centro storico in un fazzoletto e in quattro passi si coprono tutte le direzioni. Le sensazioni che si possono avvertire tra le vecchie mura si concentrano spesso in un breve respiro. Si fermarono sul marciapiedi opposto all’appartamento di Silvia, per vedere se il minuscolo balcone che dava sul borgo fosse aperto e l’interno illuminato. Erano le quattro e mezzo, ormai il buio incombeva. Non si vedeva nulla, Carla attraversò la strada per suonare al campanello di ottone. Il portone era chiuso, non c’era movimento nella casa. Suonò tre, quattro volte, senza ricevere risposta, rifece il numero dell’amica sul


24 cellulare e attese. Dopo innumerevoli squilli non seguì risposta. Carla riattraversò la strada, rivolta alle amiche: «Cosa facciamo ragazze? Aspettiamo un po’ e vediamo se ritorna?». Betta era seccata: «Stiamo perdendo tempo, mi sa che Silvia ha trovato il suo da fare per oggi. Non ci ha nemmeno cagate e quando fa così mi fa incazzare. Se ci avesse detto qualcosa ci saremmo organizzate per nostro conto!». «Inutile arrabbiarsi Betta, forse le è capitata una cosa all’improvviso. Sai com’è la Silvia, lei si butta a pesce. E se il pesce...». Tornarono ridendo sui loro passi, dirigendosi verso la piazza. Carla fece un altro tentativo con il cellulare e, questa volta, al primo squillo arrivò dall’altro capo della linea l’inaspettata risposta. «Buongiorno Carla. Leggo il tuo nome, sei una delle amiche di Silvia? Non ti conosco, ma farò la tua conoscenza certamente più avanti». La voce, profonda, sussurrata, era quella inconfondibile di un uomo. «Sì, sono Carla, sto cercando Silvia. È li con lei? Me la può passare? Pronto, pronto…». Il telefono rimase muto. Chiunque fosse lo aveva spento. Carla guardò le amiche: «Mi ha risposto una voce di uomo, strana. Ha letto il mio nome sul display, ha detto di volermi conoscere poi ha chiuso. Non so perché ma ho sentito un gran freddo, dentro». Quando parlò Sonia le ragazze erano turbate: «Forse le hanno rubato il cellulare e lei è andata in Questura a denunciare il furto. Magari quello lì è il ladro. Proviamo a tornare a casa sua, vediamo se è rientrata». Con uno gesto spazientito Betta liquidò le amiche: «Ragazze per me è tardi, devo vedermi con mia zia. Mi ha chiesto di accompagnarla in Ghiaia per darle una mano a scegliere la stoffa delle tende del corridoio». Decisero di rientrare a casa, invogliate anche da una temperatura che via via si andava facendo sempre più rigida. Si diedero appuntamento per il giorno dopo con l’intesa che se qualcuna avesse avuto notizie di Silvia le avrebbe comunicate alle altre. Le notizie arrivarono quella sera stessa. Il telegiornale delle 19,30 della TV locale comunicò, come prima notizia, il ritrovamento del cadavere di una giovane ragazza uccisa con un colpo di arma da taglio alla gola e seviziata in varie parti del corpo. Il conduttore, un giornalista reso popolare dall’enorme stazza che lo caratterizzava, completò la prima, sommaria informazione aggiungendo che il corpo seminudo era stato ritrovato nel suo appartamento da un


25 giovane medico ghanese che, rientrando nella sua abitazione posta di fronte a quella della giovane, aveva notato la porta d’ingresso socchiusa e, dopo avere inutilmente bussato, era entrato facendo la raccapricciante scoperta. Alberta, che come tutte le sere era all’ascolto del telegiornale locale, individuò subito nella vittima, Silvia, l’amica di sua figlia. Ascoltò angosciata i particolari e dopo lo smarrimento iniziale cercò di trovare il coraggio per comunicare la notizia a Sonia che, come sempre a quell’ora, chiusa in colombaia studiava e ascoltava musica. Uscì sconvolta dall’appartamento salendo di corsa i pochi scalini che la separavano dalla torretta. «Sonia, aprimi per favore». «Entra pure mamma, la porta è aperta». Alberta guardò la figlia accoccolata sul basso divano, con una montagna di CD sparsi attorno a sé e un libro aperto sulle ginocchia. La preziosa musica della colonna sonora di Moulin Rouge si spandeva a toni bassi per la stanza. Per un istante pensò a quanto fosse fortunata ad avere per figlia una ragazza così serena, mai fuori dalle righe. «Perché non ti chiudi dentro quando sei quassù, da sola?». «Chi vuoi che venga, e poi mi chiudo quasi sempre. Ma cosa c’è, mamma?». Aveva notato il viso tirato della madre. «La televisione! Ha appena detto… hanno trovato una ragazza morta, a casa sua, in Borgo Guazzo. È stata uccisa». «È la strada dove abita la Silvia! Siamo andate proprio oggi pomeriggio a trovarla, lei non c’era». «Si, si tratta proprio di questo. La ragazza… dalla descrizione mi è sembrata lei, la Silvia. Spero di aver capito male… non so, la notizia era incompleta, non hanno dato il nome». Sonia guardò la mamma come se non si rendesse conto di quello che le stava dicendo. «Cosa dici, mamma! Dio mio, cosa stai dicendo?». Le due donne si fissarono. Sonia si alzò di scatto, guardando verso San Giovanni. Un faro illuminava la cupola ma lei non riusciva a vederla. Si appoggiò al vetro e strinse le spalle. «Hanno detto così». Bianca in volto la giovane si voltò, prese sul tavolo di cristallo il cellulare e compose il numero di Carla: «Hai sentito la televisione! L’hanno trovata morta, è stata uccisa! Ecco perché non si trovava, perché non rispondeva! Oh, mio Dio, pensa alla voce che ti ha risposto! Non lo so, non so nient’altro, me lo sta dicendo mia mamma.


26 No, no, sentiamoci dopo, adesso basta, adesso ho solo voglia di piangere!». *** 12 Gennaio La mattina vista dai tetti della città era livida, forse sarebbe arrivata la neve, finalmente. Non aveva chiuso occhio, aveva solo pianto. Inutile cercare di dormire, ogni qualvolta spegneva la luce le balzava agli occhi il viso sorridente di Silvia, la risata dirompente, sentiva le sue parole, sfrontate ma, solo ora se ne rendeva conto, mai banali. Il carattere effervescente, libero. Le sembrava impossibile quello che era accaduto, doveva essere parte di un incubo che da ore non riusciva a scacciare. Eppure, nel dormiveglia, sapeva che era tutto vero. A un certo punto della notte si era trasferita sul divano in sala e suo padre l’aveva raggiunta, in silenzio, accarezzandole i capelli e stringendola a sé come faceva quando era bambina e lei chiedeva di non dormire da sola. Betta, sconvolta, l’aveva chiamata la sera prima, anche per dirle che suo zio, il giudice, era intervenuto personalmente sul luogo del delitto e aveva confermato l’esattezza delle prime notizie. Non le aveva voluto descrivere i particolari e le reticenze le avevano fatto capire che il delitto nascondeva risvolti atroci. E Sonia aveva pianto, non per paura, ma per l’immensa pietà che provava verso la povera amica e per la drammatica certezza di trovarsi davanti a un evento che stava per sconvolgere anche la sua vita. Sentiva dentro di sé la sensazione che gli equilibri che l’avevano governata fino a quel momento stavano per rompersi e che la tragedia l’avrebbe aspramente coinvolta e con lei, le sue amiche. Dopo una colazione appena assaggiata, era salita in colombaia e si era posta dietro alla finestra a fissare le guglie del Battistero. Era una vista che la rassicurava. La stupefacente eleganza del monumento rendeva giustizia alla disperata voglia di cancellare dalla mente le immagini che l’avevano perseguitata tutta la notte. Così come, all’opposto, la possente massa della torre di San Giovanni le sembrava un'oscura e minacciosa ammonizione. Il suo stato d’animo viveva attimi talmente contrastati che persino il paradiso architettonico da cui era circondata sembrava parteciparvi, contribuendo ad accrescere o smorzare l’accavallarsi delle sensazioni. Aspettava Carla. Insieme avrebbero costruito la corazza di parole e ricordi per riuscire a superare quel terribile momento. Non si staccava dalla finestra, guardare fuori la sollevava da un senso di oppressione che,


27 dalla sera precedente, la soffocava impedendole a volte di respirare. Non poteva cancellare dalla mente l’immagine di Silvia, sorridente così come la ricordava lei ma con il volto orribilmente ricoperto da un velo insanguinato. Era una visione che la costringeva a confrontarsi con la povera amica e considerare la spaventosa eventualità di trovarsi proiettata nello stesso, maledetto incubo. Sentiva di essere in preda alla febbre. La violenza delle emozioni le procurava un irrefrenabile tremito che, nei rari momenti di tregua, la lasciava spossata in un bagno di sudore. Percorsero il tratto di via Cavour che le portava in piazza senza dirsi una parola. A tutte due sembrava di avere addosso gli occhi della città. Naturalmente non era vero, nessuno le guardava e nessuno poteva avere particolari attenzioni nei loro confronti. Rari passanti, a quell’ora di mattina, comunque frettolosi e impegnati in altre questioni. Sulle porte dei bar posti sotto la torre dell’orologio, qualcuno leggeva le pagine centrali della Gazzetta che riportavano le foto e la cronaca dell’omicidio. Pochi avevano voglia di parlare, non c’erano capannelli, la sconcertante e arida riservatezza della gente sembrava voler rifiutare una simile vicenda. Farne un episodio trascurabile, ai margini dell’attenzione, quasi infastidisse la tradizionale tranquillità dei luoghi. Le prime ipotesi, portate ad avallare il delitto passionale, nel contesto perbenista della città contribuivano a far calare un'ombra di inquietante ipocrisia tesa, se non a giustificare, quanto meno a banalizzare l’accaduto. Elisabetta le stava aspettando nella saletta interna del Caffè Orientale. Due austeri funzionari della Cassa, rigidamente incravattati, sorbivano il caffè al banco e un anziana signora scambiava un saluto con la cassiera che le aveva appena rilasciato lo scontrino. Le tre amiche si abbracciarono, Betta scoppiò a piangere risvegliando l’attenzione dei due ingessati bancari e l’interesse del cameriere che premurosamente si avvicinò chiedendo se avessero bisogno di qualcosa. Ordinarono tre caffè macchiati. Lasciato terminare lo sfogo dell’amica, Sonia e Carla le chiesero impazienti se avesse novità. «Tuo zio ti ha messo al corrente di altri particolari? Lui lo ha visto il corpo di Silvia? Cosa le ha fatto quel bastardo?». «Non vuole dire niente che mi possa impressionare e la sua riservatezza professionale gli impedisce di anticipare cose che la Polizia sta rilevando. La zia, visto il mio stato d’animo, mi ha detto qualcosa di più. Innanzitutto sembra che Silvia non sia stata violentata e le sevizie dovrebbe averle subite quando era già morta. Nessuno capisce cosa esattamente sia successo prima. Conosceva la persona, l’ha fatta entrare lei? Niente segni


28 di forzatura alla porta. Pensano a un uomo, anche se per adesso non ci sono testimonianze utili. Insomma, le prime indagini girano un po’ a vuoto, in attesa di trovare qualcosa che possa far prendere una direzione utile. Non so cos’altro dirvi». Betta si fermò guardando smarrita le amiche, qualche lacrima rigò il volto di Carla. I due bancari uscirono, volgendo lo sguardo dalla loro parte. Entrò nel locale il dottor Squarcia che, vedendole, rivolse un saluto a Sonia: «Ciao, cara. Come andiamo? So tutto, mi ha telefonato tuo padre, molto preoccupato e addolorato. È stata una cosa terribile. Ho sentito anche il papà di Silvia, è un mio vecchio amico, poveretto. È distrutto. Come ho detto a tuo padre, naturalmente mia moglie e io siamo a disposizione per qualsiasi cosa». Le solite parole d’occasione, Sonia era stanca anche di questo. Le ragazze si alzarono e uscirono nel freddo del mattino, il dottor Squarcia le seguì con lo sguardo attraversare la piazza, poi ordinò un tè ben caldo. A Sonia, per la prima volta, ritornarono in mente le parole ascoltate nel buio della colombaia, la notte di San Silvestro.


29

III

27 Febbraio A fine febbraio le indagini non avevano subito alcuna svolta positiva. La polizia si era mossa in molte direzioni, dopo aver indagato fra le amicizie della vittima e gli occasionali colleghi di università, aveva seguito l’ipotesi di una vita parallela, possibile se non frequente per giovani donne in cerca di una vita brillante e dispendiosa. Tutto inutile, non era stata trovata alcuna traccia, anche a causa della sparizione del cellulare della vittima che, se trovato, avrebbe potuto fornire preziose indicazioni. L’incolpevole medico che aveva trovato il corpo di Silvia era stato per giorni torchiato senza che emergessero elementi che lo potessero coinvolgere. L’opinione pubblica, naturalmente, aveva additato il giovane di colore come possibile responsabile e, nonostante l’indagine svolta su di lui e i suoi comportamenti lo avessero completamente scagionato, per molti il maggior indiziato era rimasto lui. Anche la testimonianza di Carla, che comunque restava di grande importanza, non aveva portato a nulla dopo gli inutili tentativi di ricostruire il timbro della voce che aveva risposto alla sua chiamata. Lo scrupoloso poliziotto a capo del team impegnato nelle indagini, il vice ispettore De Martino, si era intestardito su quel particolare che in fin dei conti costituiva l’unico elemento concreto nel quadro di un omicidio assolutamente indecifrabile. Ogni due ore del giorno e della notte partiva, infatti, dal centralino della Polizia una chiamata sul numero della povera Silvia, ricevendone il segnale di disattivato. Soltanto due volte la chiamata era andata a buon fine, con linea risultata libera ma senza risposta. In entrambi i casi l’individuazione dell’apparecchio dava il centro città. L’assassino era lì, si aggirava tranquillo nei caffè di Piazza Garibaldi e via Farini, forse negli uffici comunali o nel salone di una banca. O a caccia di una nuova preda, silenzioso dietro la porta d’ingresso del miniappartamento di una giovane studentessa. Una cosa però era certa: l’uomo, o chiunque fosse, non si era sbarazzato dell’apparecchio telefonico, lo teneva vivo e per lui rappresentava un elemento importante, quasi una sfida o, più probabilmente, l’attesa di una chiamata che tardava ad arrivare. De Martino pensava di avere un’unica opportunità e, accantonate le perplessità derivate dai rischi insi-


30 ti nel progetto, decise di convocare Carla. Il questore, messo al corrente della sua iniziativa, si scrollò nelle spalle limitandosi a ricordargli le responsabilità che si stava assumendo. Carla, accompagnata da Sonia, raggiunse il poliziotto nel suo ufficio in Questura e ascoltò quello che il giovane e simpatico napoletano aveva da dirle. La proposta era chiara: Carla avrebbe dovuto mettere a disposizione il suo cellulare e fare quello che da molti giorni il centralino di polizia stava facendo. Chiamare sistematicamente il numero di Silvia e sperare in una risposta che, se ci fosse stata, avrebbe potuto fornire nuovi elementi e possibili tracce. De Martino era sicuro che lo sconosciuto stava aspettando una chiamata, ma non una qualunque. La aspettava da Carla. Se la ragazza non mostrò alcuna reazione all’invito del poliziotto, Sonia intervenne con decisione: «Ispettore, non le può chiedere una cosa simile! Costringerla a mettersi in contatto con l’assassino! È ancora sconvolta da quando lo ha sentito, il giorno della morte di Silvia. La lasci in pace e trovi un altro sistema! Si faccia dare il cellulare da Carla e faccia lei quelle chiamate». «Lei ha ragione, signorina, e ci ho pensato, mi creda. Il fatto è che noi dobbiamo raggiungere due scopi: riuscire a individuare l’apparecchio tenendo quell’uomo il più a lungo possibile al telefono e sperare di avere dalla sua amica la conferma che la voce sia la stessa. Potrebbe essere successo che il nostro uomo si sia sbarazzato dell’apparecchio e che qualcun altro ne sia venuto in possesso. In questo caso, inutile perdere altro tempo dietro un maledetto cellulare». «Non preoccuparti, Sonia, ci proverò io a chiamarlo, quel figlio di puttana! Lei, però, mi deve dare la possibilità di farlo quando me la sento. Altrimenti non se ne fa niente». «Sarebbe meglio avere una certa regolarità nelle telefonate, per poter coprire in maniera sistematica le 24 ore, ma se pensa di non essere pronta, per adesso faremo come vorrà lei. È sempre meglio di niente. Speriamo di essere fortunati, altrimenti vedremo». De Martino guardò, pensieroso, le due ragazze uscire dall’ufficio. Aveva valutato attentamente i rischi derivanti dalla proposta ma sperava fortemente in quella che riteneva fosse la sola strada che aveva a disposizione per incastrare lo sconosciuto. ***


31 4 Marzo Era piacevole attardarsi nel reticolo formato dalle stradine del centro storico, nei borghetti medioevali che con i loro pigri ghirigori lo portavano immancabilmente a ritrovarsi davanti al Duomo. La testa sgombra da pensieri, i muscoli rilassati. Lo attirava sempre e dovunque la possibilità di ammirare le pietre antiche e sfiorare con le mani gli archi e le mura testimoni del loro tempo. Un tempo che su quella piazza da secoli si era fermato: pochi passanti e delle suore frettolose verso il vescovato. Sul fondo, ai piedi del Battistero, un'intera scolaresca intenta a studiare, aiutata da un gesticolante insegnante, lo Zooforo e le preziose incisioni dei portali. Rallentò il cammino, si accese una sigaretta e frugò nelle tasche del giaccone di pelle estraendone un foglietto a quadretti dove risaltavano tre nomi e tre numeri di telefono. Sorrise e riprese la strada, leggendo con attenzione e mandando a memoria uno di quei numeri. Guardò il Vacheron al polso, aveva tempo, poteva restare ad aspirare profumo di storia ancora per qualche minuto. Era giunto all’ingresso del Battistero mentre la scolaresca in fila si avviava a visitare l’interno del gioiello di marmo. Guardò alla sua destra lo Zooforo, per individuare il medaglione della Sirena, unica, fra i tanti che si ripetevano abbracciando il monumento, animali, draghi, centauri. La Sirena e il suo destino. Un altro, e diverso da quello delle amiche. Per due non ci sarebbe stato alcuno scampo, incrociando con lui le loro strade. Ma non sarebbe stato un sacrificio, solo un atto di giustizia. Lo suggeriva anche il suo infallibile senso estetico. Le due giovani donne lo portavano scritto negli occhi e nel corpo: lei no, Sonia no. La Sirena era pura, profumava di pulito, non doveva essere toccata. Con una piccola matita tracciò una riga sul nome e sorrise soddisfatto, aveva fatto la sua scelta e avrebbe potuto riprendere il lavoro. Ripiegò il foglietto mentre il minuscolo cellulare gli vibrava nella tasca interna del giaccone. Guardò il display, era la quarta volta nel corso della giornata e fino a quel momento non aveva voluto rispondere. Non sapeva ancora, non aveva scelto. Sollevato, sussurrò con voce bassa, volutamente addolcita e roca: «Carla, finalmente! Spero di esserti mancato, almeno un po’. Ci incontreremo presto, non so quando ma farò di tutto perché accada!». Spense l’apparecchio ed evitando accuratamente di lasciare impronte lo fece scivolare dal guscio protettivo in uno dei tanti cestini per la carta disseminati negli angoli della piazza.


32 Un piccolo sasso ovale brillava davanti, sul porfido irregolare, diede un leggero calcio e si avviò verso il luogo dell’appuntamento. Era in perfetto orario, non avrebbe fatto aspettare chi lo conosceva bene. *** La casa di Carla, nella zona più verde e ariosa della città, verso il parco della Cittadella, era un attico di grandi dimensioni, con un terrazzo che dava verso lo stadio e un altro con la vista che spaziava sulle centenarie piante del parco. La sua famiglia da qualche mese non era più così numerosa: oltre ai genitori, in origine era composta da quattro figli, due femmine e due maschi e da una vecchia governante calabrese, con loro da più di trent’anni e da sempre considerata un membro di casa. Il capofamiglia, ultimo di una dinastia di notai e titolare dello studio più accorsato della città viveva con rammarico una sorta di abbandono da parte dei figli, nessuno dei quali lo aveva seguito nella predestinata e lucrosa carriera. Il più grande, laurea in ingegneria e dirigente della più importante azienda di costruzioni della zona, era responsabile di un grande cantiere operativo nello Yemen e da due anni risiedeva in quel lontano paese con poche prospettive di rientro a breve. Il secondo, laureato in filosofia all’Università di Bologna, insegnava in quella città dove conviveva con una collega e le sue visite a casa, anche se abbastanza frequenti, si andavano sempre più diradando. Erano così rimaste in famiglia le due femmine, Carla e la piccola Pina, Giuseppina, nome impostole da genitori melomani in omaggio a Peppino Verdi. Carla, vent’anni e iscritta alla facoltà di medicina, con la decisa volontà di andarsi a specializzare negli Stati Uniti, all'Università di Palo Alto, in California. Lì, dove un amico dell’influente papà, importante chirurgo plastico, le aveva promesso tutta l’assistenza necessaria quando sarebbe arrivato il momento opportuno. La giovanissima Pina avendo solo undici anni naturalmente subiva ogni pressione immaginabile da parte di genitori che ormai riponevano in lei tutte le loro aspettative. La ragazzina, ribelle e indipendente, dimostrava già un carattere molto determinato per la sua età e, con lo scorrere del tempo, le certezze che il notaio riversava su di lei si andavano sempre di più affievolendo. In una simile situazione familiare Carla si sentiva fortemente protetta, sia dal punto di vista degli affetti sia da quello economico. La drammatica vicenda dell’amica Silvia, che angosce aveva causato non solo a lei, naturalmente la rendeva un po’ la reginetta della casa. Soprattutto per la mamma ansiosa e iperprotettiva che la soffocava di attenzioni. Tutto


33 questo infastidiva Carla, le sembrava esagerato e solo parzialmente giustificato da quanto era successo. Le indagini ufficiali sull’omicidio dell’amica avevano preso decisamente la piega del delitto passionale. Un innamorato respinto, forse un uomo maturo che, non volendo troncare la relazione con la giovane amante, in un incontrollato stato di alterazione aveva perso la testa e l’aveva colpita ferocemente. Le ricerche si stavano indirizzando nell’ambito della sfera privata di Silvia, la polizia non aveva trovato elementi che potessero suggerire di percorrere direzioni diverse. L’ipotesi, che non leniva il dolore delle amiche, almeno contribuiva ad alleggerirle dall’incubo del maniaco, del serial killer, che nei giorni immediatamente successivi al delitto era piombato su di loro, rendendo infernali le loro vite. Carla si sentiva più tranquilla, aveva ripreso a uscire la sera con le amiche di sempre. Non disdegnava la corte di un collega di università che, approfittando dello stato di debolezza psicologica che la attanagliava, stava cercando di far breccia in un cuore solitamente incline a brevi e occasionali avventure. Era una donna fatta, bella e ben attrezzata. I suoi ormoni reclamavano soddisfazioni che lei si concedeva per il puro piacere fisico di stare con uomo, senza porsi troppi problemi in ordine a un concetto di moralità che voltava e rivoltava a suo piacimento. In questo molto simile alla povera Silvia con la quale più volte aveva condiviso momenti di piccole trasgressioni. Abituata a confidarsi con la mamma, aveva sempre cercato di sorvolare sui particolari delle sue avventure amorose, riducendole spesso a piccoli turbamenti e occasionali sbandamenti. Tralasciando di riconoscere la sua forte sessualità, forse nascondendola anche a se stessa e limitandosi ad ammettere le spinte naturali in un'adolescente. Dopo aver sentito la voce al telefono venne colta da una profonda crisi di panico. Aveva accettato di portare avanti l’esperimento con la certezza che fosse del tutto inutile e che nessuno avrebbe mai risposto a quella chiamata, così che sentire il suo nome sussurrato con beffarda decisione, con la voluttà dichiarata dell’attesa finalmente soddisfatta, la sconvolse. Si stava vestendo per recarsi al consueto appuntamento con le amiche e prima di uscire, aveva lanciato la chiamata programmata ricevendone l’inattesa risposta. Avvertì il rivolo di orina che le scendeva lungo la coscia mentre la voce sussurrava il suo nome e, con disperazione, si accorse di aver allentato i freni inibitori senza riuscire a controllarsi. Guardò tremando la piccola pozza di piscio che si era formata ai suoi piedi e al nuovo squillo del cellulare fu ripresa dal panico. Era De Martino che la stava chiamando: «L’abbiamo localizzato, le pattuglie sono già sul posto. L’abbiamo in


34 pugno, non ha resistito grazie a lei e al suo coraggio. Meriterebbe un bacio. Se solo fossi lì…. Resti in casa fino a che non la richiamo ma stia tranquilla, è tutto finito». La vecchia Maria Immacolata, bussò alla porta della camera: «Carla, posso entrare? C’è qualcosa che non va e tu sei sconvolta piccola! Ho paura per te, per tutti noi, lo sento!». La ragazza rispose con un filo di voce: «Entra Mary, è finita ormai, mi hanno appena telefonato. Come fai a sapere?». «Non lo so, io sono fatta così, me le sento dentro le cose. E quando succede non mi piace! Una sera di tanti anni fa in Calabria, a Marina, mia madre, mentre in cucina preparava la cena, mi vide entrare di corsa piangendo. Mi chiese cosa fosse successo e io le urlai che stavo cercando mio padre, che avevo paura. ‘Stai tranquilla, sta tornando, è solo un po’ in ritardo’. Ma non fu così. Non tornò mai più. Gli avevano sparato sulla strada per Crotone. E poi altre volte, come l’incidente a mio nipote, il terremoto, l’incendio della barca di Nicola. E anche adesso me lo sento e non mi piace, dov’è tua mamma?Ma cosa hai fatto? Dio mio sei tutta bagnata! Cosa ti è successo?». «Niente, non è niente, Immacolata, lasciami stare. Il telefono, prima, non ho fatto in tempo a correre in bagno, non è niente! Porta uno straccio per asciugare in terra, per favore». Si capirono con un' occhiata, la vecchia governante e la giovane donna spaventata. Immacolata, con un sospiro preoccupato, allungò una carezza con la mano incerta e rugosa e andò a prendere lo straccio. Carla trovò finalmente la forza di scuotersi per andare a ripulirsi in bagno. La telefonata del poliziotto l’aveva calmata, si era cambiata e truccata con cura. Una sorta di reazione allo choc provato poco prima. Pronta a ritornare per le strade della sua città, la città quieta e sicura che rappresentava la sua seconda casa: gli stradelli del centro, i bar di via Farini, i giardini di Maria Luigia e le passeggiate lungo il torrente. Ricominciare a vivere con le sue amiche, tornare a guardare sorridendo gli occhi dei ragazzi, essere quella di prima, la Carla di sempre. La voce di De Martino non era più la stessa, tesa com’era e affannata: «L’abbiamo trovato in un cestino di Piazza del Duomo. Quel figlio di puttana ha gettato il cellulare in un cestino. Dopo la risposta alla sua chiamata non ha voluto rischiare. E noi che siamo arrivati lì con tre gaz-


35 zelle… Resti in casa, non si muova. Sto arrivando!». Carla crollò sul letto e si mise a urlare.


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IV

5 Marzo Sdraiata sul divano ascoltava con malcelata preoccupazione lo sfogo dell’amica al telefono. La colombaia, inondata dalla luce di un pomeriggio particolarmente luminoso che anticipava la primavera, sembrava un campo di battaglia. Dalla mattina Sonia stava cercando di portare avanti un paio di capitoli del trattato di marketing aziendale, parte dell’esame che da lì a pochi giorni avrebbe dovuto sostenere. Non riusciva a concentrarsi, continuava a sfogliare pagine, consultava qua e là lasciando tutto in giro. Gli appunti erano sparsi in mille fogli gettati sul tavolo, sul divano, persino sul Bukara pervinca. Era fallito il tentativo di mangiare un sandwich al prosciutto preparatole dalla mamma, ne aveva lasciato più di metà nel piattino di plastica. Si sentiva svogliata, irrequieta e adesso Carla le stava raccontando di quella voce al telefono, delle raccomandazioni di De Martino e delle sue paure. In realtà l’amica le stava anche dicendo che nessuna di loro si poteva sentire assolutamente al sicuro. Secondo il poliziotto quell’uomo le conosceva bene e, pur non escludendo la teoria del delitto passionale, in lui si faceva strada il dubbio che potesse nutrire sconosciuti motivi di rancore anche verso le amiche di Silvia o, quantomeno, qualcuna di loro. Sonia ascoltava in silenzio e rabbrividiva. Il sole cominciava a calare, sembrava che una nuvola oscura stesse per avvolgere la colombaia, tutto le era incredibile, che cosa avevano mai fatto di male per precipitare in quell’incubo? Alberta entrò senza bussare, Sonia salutò l’amica e spense il cellulare: «Bambina, mi ha chiamato l’ispettore De Martino». Carezzandole i lunghi capelli biondi, si accomodò sul divano al suo fianco. Quando arrivò Betta le due donne si erano dette molte cose: i timori di Alberta, i dubbi sulle ragioni di tante ansie, le ipotesi che si potevano costruire attorno a quello che si sapeva e le raccomandazioni della mamma verso la figlia. Sonia aprì all’amica, già al corrente di ogni cosa, anche delle preoccupazioni della polizia. Lo zio giudice la teneva aggiornata e le stava organizzando una protezione discreta, almeno per


37 qualche giorno. Iniziative più consistenti non potevano essere prese, in mancanza di prove che confermassero i rischi che correvano le ragazze. Tutto era corredato da semplici sensazioni e dall’attenzione ai segnali che arrivavano dalla beffarda voce al telefono. Altro non c’era. Un’unica raccomandazione dalla polizia: ragazze state attente, evitate di uscire da sole, noi veglieremo discretamente su di voi cercando comunque di non stravolgere la vostra vita. «Mio zio si è lasciato sfuggire altri particolari sulla morte di Silvia. È certo che non è stata violentata, forse è morta subito, senza soffrire poverina. Mi ha raccontato anche di un particolare strano e terribile, che non è stato rivelato a nessuno: l’assassino le ha asportato il capezzolo sinistro, che non è stato trovato. Il medico è convinto che la mutilazione sia stata fatta sul cadavere e che l’asportazione sia avvenuta con un morso. Sono nette le impronte dei denti. È una delle pochissime tracce sulle quali stanno lavorando, per questo mantengono grande riserbo». Sonia istintivamente si sfiorò un seno rabbrividendo. Alberta la strinse a sé baciandola sui capelli. La sua bambina stava vivendo una storia più grande di lei. L’abbraccio la commosse e contribuì a calmarla dopo le tante ore di tensione. Il corpo della mamma, caldo e incollato al suo, la riportò alle immagini che le erano rimaste impresse il giorno prima quando, del tutto casualmente, aveva avuto la conferma del rapporto che era maturato tra lei e l’avvocato Serra. Diretta dalla colombaia verso lo studio del padre alla ricerca di un vecchio volume di marketing, aveva aperto la porta di casa con la sua chiave evitando di scampanellare. Un leggero lamento proveniva dal salottino alla destra del corridoio, l’uscio accostato. Dalla sottile apertura intravedeva a fatica sua madre abbracciata a Serra. L’avvocato la copriva di baci sul collo e, con una mano infilata tra i bottoni della camicetta, le accarezzava violentemente un seno. Erano le carezze che strappavano ad Alberta il lamento soffocato. Per qualche minuto non era riuscita a distogliere lo sguardo dalle due figure avvinghiate, poi, silenziosamente come era arrivata, se ne era tornata nel suo rifugio a riflettere sugli effetti che aveva avuto su di lei la scena a cui aveva appena assistito e a immaginare come sarebbe stata la sua vita se un giorno sua madre avesse scelto quell’uomo per compagno. Pensieri che erano durati poco, l’immagine di Silvia insanguinata, con la gola tagliata, aveva preso presto il sopravvento fino a fare svanire la strana sensazione che l’aveva presa vedendo il corpo della mamma contorcersi di piacere sotto le mani dell’avvocato. ***


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De Martino sapeva di non avere niente da opporre all’incubo dell’assassino che, oltretutto, sembrava intenzionato a non arrestarsi. Le poche ma precise parole pronunciate al cellulare di Carla e il tono di queste non lasciavano spazio ad altre interpretazioni. Se quello di Silvia fosse stato un semplice omicidio passionale, l’opera di qualcuno che avesse perso il controllo nel corso di una drammatica discussione, il cellulare della vittima sarebbe stato distrutto, non sarebbe stato utilizzato per avere contatti successivi. Soltanto chi lo avesse voluto usare per inviare messaggi, e che messaggi, ne avrebbe fatto l’uso accurato e perverso che successivamente avevano potuto verificare. Il ritrovamento del piccolo apparecchio era stato voluto, al momento opportuno, e anche questo nascondeva un significato che il vice ispettore non riusciva a comprendere. Il luogo, Piazza del Duomo, voleva dire qualcosa? L’assoluta mancanza di tracce sull’oggetto indicava la tranquilla pianificazione di ogni azione. L’uomo doveva sapere che durante la pur veloce risposta alla chiamata di Carla una semplice triangolazione avrebbe localizzato la posizione del cellulare, con il rischio per lui altissimo di essere individuato in pochi secondi. Chi c’era dunque dietro quell’apparecchio, che aveva il coraggio e l’impudenza di sfidare così freddamente e apertamente le forze dell’ordine? Qualcuno che forse conosceva a fondo l’ambiente e le sue debolezze e si muoveva sicuro di avere ampi margini di sicurezza. Mentre si poneva queste domande, De Martino ricevette la telefonata del questore: «De Martino, riunisca la sua squadra e venga da me. È arrivato il momento di fare sul serio con l’assassino della ragazza», Il vice ispettore si alzò, imprecando: «Andiamo con la solita rottura di palle, chissà chi l’ha chiamato e gli ha messo il pepe al culo! Alla fine verrà fuori che fino adesso ci siamo fatti delle pippe». *** «Vi ho visti, ieri pomeriggio, mamma… tu e l’avvocato Serra. Stavo andando nello studio di papà. Ho sentito dei rumori, eravate dietro la porta socchiusa. Perdonami, è stato del tutto involontario». Elisabetta se ne era andata da qualche minuto e le due donne erano rimaste sole, abbracciate sul divano. Il buio della sera faceva risaltare le lame di luce che illuminavano la piazza e i suoi monumenti. Tutte e due guardavano affascinate. All’imbrunire, quando si accendevano i fari, chiunque si trovasse dietro quelle finestre non poteva fare a meno di ammirare la magia del panorama e anche per loro, abituate allo


39 spettacolo, ogni volta sembrava sempre la prima. Sonia aveva rotto il silenzio che le univa e nella stanza si avvertiva solo il respiro un po’ affannato della mamma. «Scusami se ci siamo lasciati andare. Avrei dovuto metterti al corrente. Lo sai, le cose con tuo padre non vanno più bene da tempo e Franco è sempre stato gentile e discreto con me. Ha evitato di fare pressioni, è stata una mia scelta, in fin dei conti sono ancora giovane e tuo padre, per quanto lo riguarda, da tempo sta con un’altra». «Non ti devi giustificare con me, mamma! So benissimo che il rapporto con papà non funziona più. Ho solo creduto bene dirti quello che ho visto. Non mi ha fatto male ne sorpreso, mi ha un po’ imbarazzato, questo sì, ma non ho nulla da perdonarti. Se stai bene con Serra, fai come ritieni giusto e non sentirti in colpa verso di me o Max. Sono sicura che anche lui non avrebbe nulla da eccepire». Sonia si strinse ancora di più alla mamma, facendole sentire tutto il suo affetto e la solidarietà di figlia. «Sei un tesoro di ragazza, stai vivendo un momento terribile e cerchi di consolare me. Hanno ragione le tue amiche a considerarti la sorellina maggiore, quella con la testa a posto. Adesso, però, dobbiamo pensare a te e alle tue preoccupazioni. Tuo padre e io ti saremo sempre vicini. Ho detto anche a Max di lasciar perdere le sue sciocche ragazzine per occuparsi un po’ più di te». «Max sa benissimo che è un momento difficile. Sembra distratto, lontano dalla famiglia, in realtà mi parla sempre di quanto sta succedendo e mi è molto vicino. Figurati che mi ha detto di esser pronto a intervenire in caso di necessità, anche con l’aiuto dei suoi amici. Intervenire! Non si sa come, ma è pieno di buona volontà e affettuoso come non gli capitava da tempo. Questa brutta storia ha ottenuto, se non altro, il risultato di riavvicinare tutti». *** Il questore, come gli capitava quando era in difficoltà, aveva vomitato sui suoi uomini una valanga di frasi fatte e scontate. «È arrivato il momento di dimostrare chi siamo. Noi dobbiamo garantire la tranquillità della città e dei suoi abitanti, se siete qui è perché siete i migliori e se siete i migliori, tirate fuori i coglioni. Vi do non più di due giorni per acciuffare il killer!O almeno per aver in mano qualcosa di concreto». Infine, l’immancabile, stantio incitamento: «Ho speso la mia parola assicurando al Prefetto di aver composto una squadra di tigri impegnata a risolvere velocemente il caso. Non vi resta


40 che andare, stanare e fare a pezzi quello stronzo!». Un ghigno incomprensibile e un gesto all’aria seguirono le enfatiche parole del funzionario. Gli uomini uscirono dall’ufficio senza fare commenti, arrivati in fondo alle scale Polito batté una mano sulla spalla di De Martino. «Allora, Sandokan, da che parte cominciamo per trovare e fare a pezzi mister chissà chi? Andiamo tutti a cagare, forse è meglio». De Martino, infuriato, diede un calcio a una lattina di aranciata, vuota. «Questore, prefetto e chi più ne ha più ne metta. Teste di cazzo!». Tirò e lisciò la giacca verso il basso, assumendo un tono più controllato e deciso: «Ragazzi, fra un’ora riunione nel mio ufficio. Vedremo insieme da dove ricominciare!». *** )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD 

La Colombaia  

di Manfredo Corona, giallo Incastonata lassù, fra le stelle, la colombaia che si affaccia sui tesori architettonici di Parma è testimone pr...