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Disponibile anche: Libro: 14,50 euro (dal 25 novembre 2011) e-book (download): 9,99 euro e-book su CD in libreria: 9,99 euro (da dicembre 2011)


ILARIA VITALI

A TUA COMPLETA TRADUZIONE

www.0111edizioni.com


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A TUA COMPLETA TRADUZIONE Copyright © 2011 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2011 Ilaria Votali

ISBN: 978-88-6307-393-5 In copertina: Immagine Shutterstock.com

Finito di stampare nel mese di Novembre 2011 da Logo srl Borgoricco - Padova

Questa storia è frutto di fantasia. Parla del meticoloso mandala profano disegnato dal caso. Parla di traduzioni e tradimenti, di coincidenze mute e


di coincidenze parlanti. Ogni riferimento a fatti, luoghi e persone realmente esistenti o esistite è da ritenersi una coincidenza muta.


PRIMO LIBRO Dove una cassa inviata da un mittente sconosciuto genera il panico in un tranquillo appartamento accucciato sotto i tetti di Parigi


Traduzione n° 1 Titolo: La cassa clandestina Genere: Romanzo Difficoltà: ** Ingredienti: 1 computer 1l di attenzione 300 grammi di aggettivi 500 grammi di sostantivi 200 grammi di verbi 500 grammi di capacità d’osservazione una manciata di prudenza Preparazione: accendete il computer a fuoco medio e portate a ebollizione il litro di attenzione, ingrediente fondamentale per la buona riuscita di una traduzione. Lessate i sostantivi, sgocciolateli al dente e poneteli in una padella, in cui avrete fatto precedentemente soffriggere verbi e aggettivi, ridotti in un trito finissimo. Disponete il composto così ottenuto in un’ampia pirofila precedentemente imburrata con la capacità d’osservazione e infornate a 180 gradi per 30 minuti. Nel frattempo, lavorate la pasta delle metafore fino a quando non diventano filanti. Le servirete a parte, per esaltare il gusto del vostro piatto. A cottura ultimata, togliete dal forno e spolverizzate con la prudenza tritata a scaglie. Servite caldo.


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Mi chiedo come abbiano fatto a portarla qui. Al sesto piano. Sembra pesante e non ci sono ascensori che conducano a questo appartamento vecchio di tre secoli rannicchiato sotto i tetti di Parigi. Ce n’era uno, mi hanno detto, ma ha dato le dimissioni tanti anni fa e da allora si sale a piedi. La guardo di nuovo, con sospetto. Chi mai dovrebbe mandarmi una cassa di legno? Ha i fianchi sporchi, gli spigoli consunti che parlano di un lungo viaggio. Sul bordo ossuto, il mittente ha scribacchiato un nome che coincide con il mio: Alice Versani. Ha dimenticato però di declinare le sue generalità. Il certosino grigio dei vicini che si è insediato nel pianerottolo mi scruta con la coda a punto interrogativo. Nonostante abiti in questo appartamento da quasi quattro anni continua a considerarmi una straniera. Crede di poter rivendicare una presunta superiorità solo perché ha posato le zampe sull’impiantito qualche mese prima di me. Se è vero che ha quattro anni e che ogni anno di gatto equivale a sei di uomo, siamo più o meno coetanei. Potrebbe mostrarsi un po’ più socievole, almeno. Invece fa l’altezzoso. Gli rivolgo un sorriso di circostanza, cerco di traghettare la parola giusta nel suo universo felino. In fondo, è quello che faccio nella vita: la traduttrice. Ma lui continua a guardarmi con occhi da spia, studia la cassa diffidente, guardingo, con la zampa già pronta a guadagnare lo zerbino dei suoi e fare rapporto. Anche la cassa clandestina sembra che mi osservi, ricambia il mio sguardo diffidente con uno conciliante, docile. Vuole essere aperta. Anzi, lo esige. La trascino dentro e chiudo la porta per eludere la ronda dell’agente segreto dalla coda grigia. Recupero un martello, faccio leva con il fondo. Il legno si lacera, si strappa ed emette un lamento. Poi è il chiodo a parlare, rimbalzando sul pavimento con un tintinnio d’argento.


Uno dopo l’altro i chiodi saltano dal coperchio della cassa. Piano, pianissimo, con pazienza geometrica, come in una scena girata al rallentatore. Fuori, la pioggia usa la lamiera azzurrata del tetto come se fosse un tamburo. Oltre la finestra, altri tetti di zinco, cupole di bronzo, nuvole d’acciaio. Sollevo il coperchio. Ci sono giorni in bilico tra due realtà, giorni in cui può capitare che la realtà si squarci in una grande fenditura e permetta di vedere quello che c’è sotto veramente. Lo diceva sempre donna Santa. Per tanti anni ho cercato di capire, ma è solo oggi, dopo più di mille chilometri di lontananza, sotto i tetti di una città che non conosce la mia lingua, che le cose sembrano parlarmi davvero. Usano un linguaggio privato, segreto, come se conoscessero il mio dizionario intimo. La pioggia continua a rimbalzare sul tetto di zinco e le cose sembrano scriversi da sole.


2

Tutto cominciò il giorno del fulmine. Era l’estate del 1939 e il mio bisnonno materno non si era ancora giocato la proprietà in una mano di poker mancina. La famiglia Altamora godeva ancora di una casa padronale e di un podere magro e oblungo di due ettari e mezzo, coltivati a frumento e barbabietole. Quel giorno c’era un vento strano, di quelli che sbattono le porte e fanno girare sui cardini gli eventi. Le nuvole avanzavano sbuffando nel cielo turchino come locomotive espresse smaniose di arrivare a destinazione. O forse avevano solo fretta di togliersi di mezzo prima che arrivasse il temporale e le arruolasse malgrado loro. Perché una cosa era certa: il temporale sarebbe arrivato. Lo si intuiva dal buio sinistro che incombeva all’orizzonte e cancellava l’azzurro con il suo viavai di gomma nera sul foglio del cielo. In quel pomeriggio disegnato dal vento, anche gli animali erano strani. Le galline farneticavano con il giallo appuntito del becco e il tondo insipido degli occhi, le oche chiassose sculettavano più del solito. I cani ululavano al sole confondendolo con la luna e i gatti inarcavano la schiena come ferri di cavallo bigi calamitati al suolo. I capelli dei bambini, invece, non rispondevano più al richiamo della forza di gravità, ma seguivano una precisa rotta in orizzontale decisa dal vento. Poi, di colpo, l’aria imboccò una curva imprevista, girò sui tacchi e fece dietrofront. Preso alla sprovvista, il nero all’orizzonte arrestò la sua offensiva minacciosa, un po’ deluso di essere costretto a ingranare la retromarcia. Le nuvole che erano transitate poco prima verso est sfilarono veloci verso ovest, questa volta meno convinte, perché sapevano che in una giornata potevano evitare di essere invischiate in un temporale, ma due era chiedere troppo. In pochi minuti tutto tornò alla normalità nella proprietà degli Altamora. Ma anche la normalità non è priva di insidie. Quando ormai il cielo era di


nuovo cristallino, un fulmine si scaraventò sul fienile a pochi passi dalla casa. Un fulmine spaurito, gracile, orfano del temporale, che per vendetta decise di lasciare il fienile orfano del tetto. In mancanza della pioggia vera, una pioggia di tegole e mattoni rossi andò a spargersi sul terreno di famiglia accompagnata dalla colonna sonora delle imprecazioni del vecchio Altamora. E, come se non bastasse, i cumuli di paglia stipati nel granaio s’incendiarono in un lampo, come se una mano distratta avesse lasciato cadere dall’alto un gigantesco cerino. I vicini accorsero allo spettacolo del fuoco, che all’epoca, insieme al passaggio del treno, era ancora uno di quegli eventi che lasciavano a metà tra l’incantato e l’impaurito. Bambini e adulti tornati bambini se ne stavano lì a bocca aperta, come passerotti implumi che aspettano che il loro becco sia riempito di cibo. Finché qualcuno si accorse che in quell’adunata estemporanea mancava all’appello la piccola di casa, mia nonna. Dopo il collasso furioso del tetto, nessuno l’aveva vista in circolazione. Davanti al fienile in fiamme, i presenti arrangiarono una spedizione per cercare la bambina. Non la trovarono. Mentre le lingue di fuoco continuavano a divampare, la ghiaia del selciato cominciava già a odorare di bruciato e disperazione. Fu in quel momento che, al di là di ogni plausibile spiegazione, mia nonna emerse dal fienile in fiamme. Indenne. L’aria luminosa di chi è di ritorno da una scampagnata. Procedeva con calma, in mezzo alle macerie roventi, la pelle pulita e lisciata, di fronte agli astanti di colpo immobilizzati nelle corde vocali, coperti di cenere come un esercito di statue di cera. Nonna camminava col fuoco alle spalle, schivando i mattoni conficcati nel suolo, lo sguardo di scintilla fisso in avanti. I presenti restarono talmente colpiti dal sereno del suo volto, da giurare in seguito di aver visto una luce bianca dipanarsi a raggiera dal suo corpo. Nessuno osò dire niente. Nemmeno il vecchio Altamora, a cui raramente mancavano le parole. Di quel battesimo di fuoco nessuno parlò più. Ma da quel giorno, nonna divenne per tutti “la Santa”.


3

Certe volte i miraggi si verificano anche senza deserto. Bastano il sole e un pensiero ricorrente. Di quelli che riempiono la memoria e l’immaginazione. Alle otto del mattino il trillo del campanello sveglia ogni angolo del mio appartamento ancora addormentato sotto i tetti di Parigi. Mi volto dall’altra parte, sperando che basti a dissolvere lo squillo. Speranza inutile. Lo scampanellio non si arrende, anzi. S’insinua, striscia come pelle sibilante di serpente tra le lenzuola e si annida tra le pieghe del mio dormiveglia. Mi costringe ad alzarmi in mezzo a oggetti sfocati. A piedi nudi, schivo la cassa di legno anonima recapitata ieri, ancora sul pavimento. Sono mezza addormentata e mezza svestita ma ho troppo sonno per preoccuparmi del dress code. Il bon ton dovrebbe essere proibito a certe ore. Così come i campanelli fuori dalle porte. Soprattutto quelli fuori dalla mia. Afferro la maniglia. Davanti alle mie palpebre che reclamano ancora qualche minuto di sonno, ci sono i contorni sfocati di un ragazzo con i tuoi occhi e la tua bocca. Di quelle immagini tremolanti nell’aria liquefatta del deserto dei Tuareg che chiamano “Fata Morgana”. Mi strofino le pupille incredule e l’immagine oltre la soglia diventa più nitida, come se il fotografo di scena avesse finalmente deciso di mettere a fuoco l’obiettivo. A quel punto, tu dici: «Scusi, ho sbagliato.» Richiudo la porta. Naturalmente so che non è vero. Che non si tratta affatto di uno sbaglio. So che la sagoma di uomo che si staglia dietro l’uscio misura esattamente i tuoi centimetri. Possibile? Mi hai fatto una sorpresa, sei capitato per caso, come facevi da bambino? Tossisco, per scacciare quest’idea malsana dalla mente. A me, le sorprese non sono mai piaciute. Voglio essere preparata, sapere sempre


cosa succederà nella prossima pagina, cosa dirai alla prossima battuta. Per questo ho deciso di fare la traduttrice. E invece adesso non so. Cosa mi dirai? E io? Cosa dirò? Con le spalle in sospeso contro il rosso della porta, aspetto il momento in cui lo squillo del campanello farà vibrare di nuovo ogni fibra dell’appartamento.


4

Ero convinta che non ti avrei più rivisto e invece eccoti lì, nella mia casa a mille chilometri di distanza di cui nessuno della mia famiglia ha l’indirizzo. Non invito mai le persone qui. Far entrare qualcuno nel proprio appartamento ne modifica lo spazio, come se l’ospite, con il suo sguardo, il tocco delle dita sugli oggetti, avesse la capacità di trasformarne l’essenza. Accorciarne o allungarne le superfici emotive. Non mi piace vederti qui e nonostante tutto quello che ci lega, continuo a considerarti un intruso. Non capisco come hai fatto a eludere la guardia del certosino dei vicini, che di solito incomincia a inveire contro gli stranieri peggio di un mastino. Invece nessun segno premonitore ha annunciato il tuo arrivo. Ti guardo all’altro lato del tavolo, illuminato da un fascio di luce che ti spolvera per sbaglio un po’ di giallo sulla pelle. La faccia di prato acerbo che ricordavo è diventata definitivamente quella di un uomo. Hai occhi, capelli, vestiti neri. Sembra che ti abbia inventato la notte. Mi chiedo come hai fatto a trovarmi e se hai qualcosa a che fare con il legno della cassa che ho ricevuto ieri. Mi è bastato sollevarne il coperchio per essere arrostita dalle fiamme di un incendio di tanti anni fa. L’ho richiusa subito. Volto indietro le pagine della memoria per rintracciare la riga esatta in cui hai fatto irruzione nella mia vita. Quell’estate italiana, ancora bambina, sfrangiata di sabbia e di sole. La casa era piena di gente di cui non ricordo più il nome. Fratelli di mia madre, cugini di mia madre, amici dei cugini di mia madre. Sono figlia unica, ma vanto una schiera parentale che farebbe scappare a gambe levate anche Aureliano Buendía, che di parenti ne ha avuti parecchi – tra morti e vivi – e tutti con lo stesso nome. Fortunatamente, i miei sembravano essere vivi e vegeti solo d’estate. Erano parenti a


intermittenza. Il resto dell’anno, si manifestavano solo in presenza di cause di forza maggiore (matrimoni, funerali e problemi economici). «Donna Santa, dovrebbe fare attenzione ai suoi nipoti: lanciano la sabbia sul nostro terrazzo!» si lamentavano i vicini. Donna Santa era mia nonna ed era la proprietaria della casa, un blocco di tufo bianco, splendente di grida abbaglianti. Il tempo le aveva regalato una mole sfarzosa e un passato di muro graffiato. L’età aveva trasformato il suo soprannome da “Santa” in “donna Santa”. Oggi, nessuno ricorda più la ragione di quel nomignolo. Se lo chiedete a un membro qualunque della famiglia vi risponderà con un’alzata di spalle. I vicini sono convinti che “Santa” sia il suo nome di battesimo. Quell’anno, la casa di fianco alla sua era stata affittata da una famiglia di stranieri. Una madre, un padre e un ragazzino che doveva avere più o meno la mia età. Non sapevo da dove venissero, ma ogni volta che mia nonna pronunciava quella parola, stranieri, la pronunciava in corsivo, come faceva con tutte le cose che secondo lei meritavano rispetto mescolato a una certa diffidenza. Poi, un giorno, era comparsa la parola “Libano”. Lanciata nell’aria come una palla da qualche membro della tribù familiare, quella parola mi aveva fatto rimbalzare tra le pieghe rugose di una carta geografica mentale alquanto approssimativa, senza risultati soddisfacenti. Ed eccola lì, la riga esatta in cui hai fatto la tua entrata in scena sul palcoscenico quadrettato del mio diario personale. Non sapevo dire con esattezza dove si trovasse il Libano, né se la parola straniero provocasse in me lo stesso rispetto profondo e sospettoso che suscitava in mia nonna, ma mi sembrava che la parola teppista si addicesse meglio a te, vicino di casa di un’estate. Sulla riva del mare seghettata di onde come la lama di un coltello azzurro, ti divertivi a rovesciarmi secchiate d’acqua sulla testa all’insaputa degli altri. Arrivavi alle mie spalle di soppiatto, i tuoi passi non facevano mai rumore, come quelli del felino più astuto e disonesto. Mentre l’acqua scivolava sul mio corpo, sentivo tintinnare la tua risata come biglie di vetro rovesciate su un pavimento. Per non dartela vinta mi tuffavo tra le braccia liquide delle onde. Al mio ritorno, mi sorprendevi sul bagnasciuga con un mazzo di tre margherite rachitiche bruciate dal sole, un sorriso tagliato su misura per me, come se ne avessi ricavati i centimetri giusti con perizia da sarto. Ti chiamavi


Darwish, ma tutti ti chiamavano Wish. Ci stringevamo la mano e tutto era dimenticato. A metà strada tra il giallo della sabbia e il blu del mare, passammo quell’estate preadolescenziale a gesticolare. Tu non parlavi la mia lingua e io non parlavo la tua. Avevi occhi profondi, pensieri aguzzi, mani che si moltiplicavano a seconda dell’urgenza. Comunicavamo a gesti e mai traduzione fu più perfetta. Era come dipingere parole senza pennelli, scolpire frasi intere manipolando il dizionario trasparente dell’aria con le dita. Per tutti gli altri, tu soggiornavi in un’innocua casa sul mare accanto a quella di donna Santa, ma, per me, alloggiavi in un bosco verde della mente e sapevi vivere a fondo i luoghi in cui abitavi. In quell’estate spalmata di sole come uno stuzzichino, gesticolando mi hai aperto la porta della tua casa nel bosco e sono diventata la tua coinquilina. Il nostro patto segreto era siglato dal fatto che anch’io, nella baia sul mare di mia nonna, avevo sempre avuto la sensazione di essere una straniera. Ogni volta che arrivavo, all’inizio di agosto, non potevo fare a meno di vomitare sui gradini dell’ingresso, come se il caos degli Altamora mi avesse vibrato un pugno a tradimento alla bocca dello stomaco. «Soffre il mal d’auto.» mi giustificava mio padre reggendomi la fronte davanti alle facce-punto interrogativo della tribù familiare. La casa sul mare era una babele di bambini urlanti, ragazzini molesti, parenti chiassosi, amici e amici degli amici precettati chissà dove; entrarci dentro era come essere travolti da un martello pneumatico. Era un luogo di passaggio, una terra di nessuno. E io mi sentivo una forestiera che non parlava bene la lingua del posto. Esistono cose che non si possono imparare. I fratelli di mia madre, per esempio. Un’autentica tribù, legata da vincoli totemici incomprensibili per gli esterni. Litigavano, urlavano, si contorcevano nelle coreografie improvvisate di una danza infernale e grottesca e non era la prima dello spettacolo. Quella rappresentazione l’avevo già vista decine di volte, durante altre estati. Niente di speciale. Niente che mi scuotesse. Dentro di me, solo un nucleo percettivo vibrante: la sensazione di essere un’estranea.


Donna Santa doveva intuirlo quando si arrabbiava perchĂŠ non la chiamavo mai “nonnaâ€?. La sua chiaroveggenza sembrava metterla in guardia: non ero una della famiglia. Non lo sarei mai diventata.


5

Con le piogge di fine agosto che scioglievano via l’estate, credevo che ti saresti dissolto anche tu, come una pittura di tempera su un muro bagnato, portandoti dietro le tue mani disegnatrici di frasi nell’aria. Ma non ero brava come donna Santa a interpretare i segni del destino. Nessuno stormo d’uccelli mi aveva avvertito con la sua scia di segatura nera. Nessun fondo di caffè aveva disegnato il tuo volto sulla porcellana di una tazza per dirmi che da vicino di un’estate ti saresti tramutato in vicino tout court. Lo ricordo benissimo: l’aria che si respirava quel mattino era ruvida e indaffarata come lo era solo qualche giorno all’anno: per i matrimoni, i funerali e i giorni di partenza. In giorni come quello la casa era un disegno colorato da un bambino frettoloso, che debordava i contorni delle figure con tratti scorbutici di matita gialla, rossa e turchese. Quello era un giorno di partenza. Giorno di colori primari in cui io e la mia famiglia lasciavamo la casa sul mare di donna Santa, mentre gli altri si sparpagliavano in giro per l’Italia come una manciata di coriandoli lanciati con cattiveria. È stato allora che ho imparato che quei giorni erano segnati di un altro colore sul calendario familiare e poteva anche capitare che la vita si squarciasse in una grande fenditura e permettesse di vedere qualcosa di insospettato. Una Fata Morgana anche senza deserto. Quel mattino, io e la mia faccia abbronzata da undicenne ancora in vacanza cercavamo di farci largo nel disordine di letti sfatti e persone in subbuglio. Le caviglie nude circumnavigavano cautamente i cuginetti che giocavano a battaglia navale, saltavano valigie mezze vuote arenate sulla secca del pavimento. Camminavo in punta di piedi, per non dare nell’occhio nella frenesia della partenza. Nessun problema. Nessuno si accorgeva di me, tra braccia che agitavano pentole e vestiti e piedi frettolosi che scavalcavano arcipelaghi di oggetti incagliati. Era uno dei vantaggi dell’essere alti un metro e quarantasette centimetri.


Come in ogni giorno di partenza che si rispetti, quel mattino la casa sembrava un’ouverture di Rossini. Un’ouverture malriuscita, però. L’invisibile Signor Bruschino batteva il tempo e ammaestrava gli orchestrali. Bambini-sirena che piangevano, adulti stonati che strillavano, cani che latravano a sproloquio. Mani abbronzate con lo smalto rosso che urlavano contro ragazzini altrettanto urlanti, piedi in subbuglio, piedi che inciampavano e imprecavano... almeno era quello che riuscivo a percepire dalla prospettiva del mio metro e quarantasette d’altezza. In sala da pranzo, tra valigie e vestiti raggomitolati come gatti spauriti sulle sedie, Giacomo stava stirando una camicia in tutta tranquillità. Fischiettava, addirittura. Margareta lo guardava, gomiti appoggiati sul bordo di una poltrona, occhi adoranti da adolescente in amore. Giacomo e Margareta facevano parte di quelli di cui ricordavo il nome. Lei era una cugina di terzo o quarto grado. Era innamorata di lui fin da quando era bambina. Lui era uno dei fratelli di mia madre e di lei non era innamorato per niente. Ero passata davanti a Margareta senza distoglierla minimamente dalla sua contemplazione. Non si era neanche accorta che i cugini le avevano avvolto il cavo del ferro da stiro a una caviglia: non appena si fosse azzardata ad accennare un passo, sarebbe finita faccia a terra. L’amore doveva essere una cosa proprio strana, che faceva vedere cose invisibili e inciampare in quelle che si vedevano benissimo. Mentre i violinisti di Rossini battevano l’archetto sulla cassa del violino, Telemaco, un altro dei fratelli di mia madre, mi era passato di fianco saltellando per infilarsi un mocassino mentre camminava. Io gli avevo guardato i piedi: un mocassino e una scarpa da tennis bianca. Lui aveva seguito il mio sguardo, detto “Merda!” prima di sparire in camera da letto. Nei giorni di partenza, le lancette degli orologi sembravano correre più in fretta, il tempo rosicava lo spazio come un topo e finiva per sfibrare gli animi. In giorni come quello, anche mia madre, Sibilla Altamora, si disfaceva del suo fascino leggendario che faceva voltare gli uomini per strada e diventava aspra come una buccia di limone. E quel che è peggio non riusciva più a sopportare neanche uno dei membri della tribù familiare. Per questo, anche quel giorno, aveva artigliato con le sue lunghissime mani due mezze valigie e una borsa da spiaggia e le aveva riempite arraffando a dieci dita le prime cose che le capitavano sottotiro, pronta a salire in macchina con gesto preciso, senza sprecare movimenti superflui


in vani convenevoli. E così, anche quell’anno abbiamo dimenticato metà delle nostre cose sul pavimento della casa di donna Santa, rumoroso di sabbia e rifiuti di parole. Ma poco importa. I giorni di partenza sono così, fanno ruotare gli eventi sui cardini e si è disposti a tollerare cose che in giorni normali non sarebbero accettabili. Insieme a quelle delle valigie, le partenze aprono altre cerniere. Donna Santa lo sa e per questo infila nel mio pugno chiuso un quadratino di carta con sopra un nome e un numero di telefono. Quel bambino, lo straniero vicino di un’estate, sarebbe venuto ad abitare nella mia città norditalica alla fine di settembre. E non conosceva nessuno, mi aveva spiegato donna Santa. Dovevo essere gentile con lui.


6

Abbiamo cominciato a incontrarci davanti al portone di una scuola media che un giorno è diventato quello di un liceo. Hai imparato l’italiano come un bravo allievo ubbidiente, sono sicura che la professoressa era orgogliosa di te. I tuoi occhi sovversivi color del buio ti hanno procurato una serie di fedeli seguaci e fidanzate temporanee. Parli senza accento. Eppure c’è sempre quell’esitazione verbale, come se scrivessi un pensiero nella mente prima di leggerlo ad alta voce, declinarlo con la tua intonazione perfetta da scuola di dizione. Difficile tradurre le proprie emozioni in dizionari altrui, rinunciare al proprio abicì intimo per convertirlo in lingua veicolare, calarsi nella pelle dello straniero, che ha altre forme, altre regole, persino un altro odore. Tu ancora non lo sai, ma è proprio quello che ho deciso di fare nella vita. Io e te abbiamo continuato a vederci fino all’ultimo, fino alla mia partenza, che probabilmente non avevi messo in conto. Che nessuno aveva messo in conto. E ora eccoti qui, a Parigi, con l’aria di chi non sa spiegare. Cerchi le parole, in bilico tra le righe scritte e quelle da scrivere, la voce che addomestica le frasi di una lingua che è ancora un po’ straniera. Sei qui per lavoro, dici. Devi fare un servizio per un giornale. Sei diventato un fotografo. Le rare persone che hanno varcato la porta del mio appartamento raggomitolato come un vecchissimo gatto sotto i tetti della città, lo hanno fatto con il fiatone per i sei piani di scale. Ma tu, invece, no. Il tuo respiro non fa rumore, come non lo fanno i tuoi passi. Riuscivi sempre ad arrivarmi alle spalle senza che me ne accorgessi. E, adesso, solo un punto interrogativo mi pulsa nella mente. «Come hai fatto a trovarmi?» Ti guardi intorno, prendi il tempo di tastare le pareti con gli occhi prima di rispondere. «Il tuo nome. Alice Versani. È scritto sulla porta.» dici, come se questo bastasse. Mi sciogli addosso uno sguardo innocente, cercando di stemperare l’inchiostro nero degli occhi.


«Bella casa.» esordisci. «Ci vivi da sola? Bellissimo quartiere.» E nel bel mezzo dei preliminari di questa conversazione da copione, esplodi: «Certo che tu... Sparire così, senza dire niente. Sono passati quattro anni, cazzo!» Abbasso gli occhi e alzo le spalle, come se non fosse colpa mia. Come se fosse successo e basta. E tu mi lanci uno sguardo incendiario che lacera l’aria, bruciando le particelle al suo passaggio. Un’altra occhiata così e distruggerai il mio appartamento. Ti scrolli i capelli dalla fronte con il palmo. Quattro anni è un’enormità di tempo quando se ne hanno venticinque. Ti sei sentito ingannato, dimenticato, come se fossi stato un quadro appeso alla parete, a cui potevo omettere di dare spiegazioni. Avrei potuto dirtelo, che partivo. «E i tuoi... e gli altri? Come stanno?» insisti e le tue parole odorano ancora di bruciato. «Bene, credo.» A te, viaggiatore dalle suole di vento, l’Armada della mia famiglia non ha mai fatto paura. Anzi. Ti sei sempre sentito a casa tua sul mio divano color zafferano, accerchiato dal caos della tribù Altamora, con le dita appiccicose dei dolci di mia madre che finivano per appiccicarti anche i pensieri. Il lavoro diplomatico di tuo padre ti ha portato in giro per il mondo, a Mosca, Tokyo, New York. Sei nato a Istanbul senza averla mai vista, per caso, come se ti avesse portato una cicogna sbandata, mezza ubriaca. Sei cresciuto appoggiando due piedi sicuri sui marciapiedi del mondo. Eppure, nessun posto era per te quello che è stato il mio divano. E ce l’hai con me per avertelo sfilato via proprio quando avevi deciso di sedertici sopra definitivamente. Eri tu quello che partiva. Non avevi calcolato che avrei potuto diventarlo anch’io. Adesso hai occhi di lama che mi sezionano al bisturi: «Ci pensi mai a loro? Non hai mai nostalgia?» «Non si può vivere guardando nello specchietto retrovisore.» Mi guardi e qualcosa in fondo ai tuoi occhi sembra andare in frantumi, come se ti fossi appena scontrato contro il parabrezza della realtà. «Lo so.» dici. «E tu sei brava a non guardare indietro. Proprio bravissima. La maestra dell’oblio. Chiunque non riesca a dimenticare qualcosa dovrebbe venire a bottega da te.»


Fai un sorriso cattivo e aggiungi: ÂŤLa piĂš grande Voltatrice di Pagine mai apparsa sulla scena mondiale.Âť


7

Nostalgia. Cosa ne sai, tu, della mia nostalgia? Una parola che mi crea sempre problemi quando devo tradurla. Nostos, algos, il dolore per il ritorno impossibile. Da bambina non mi piacevano le parole con la “n”. La “n” mi sembrava una “m” azzoppata da un copista distratto che si era dimenticato di scriverle una zampa. E se fosse questo, la nostalgia? La mancanza di un pezzo fondamentale che rende malfermi, claudicanti. Cosa ne sai, tu, della mia nostalgia? La più grande Voltatrice di Pagine della Storia, dici. Ti stupirebbe sapere quante cose ricordo, invece. Cose piccole, minute, a volte meschine. Dettagli superflui. Li accantono in uno spigolo vivo della mente come si accatasta il ciarpame scartato che si pensa potrà tornare utile, un giorno o l’altro, ma che finisce per non servire mai. La mia mente è un granaio pieno di cianfrusaglie in disuso. Ho incominciato ad accumularle prima ancora di conoscerti, il giorno della caduta del muro di Berlino. Era il novembre del 1989. Avevo quasi dieci anni, una famiglia ingombrante e una stanza piena di peluche che mi preoccupavo pazientemente di mettere a dormire, sdraiati uno dopo l’altro sul mio letto, per poi buttarli uno dopo l’altro per terra nel sonno, con calci involontari ma ben assestati, che raramente mancavano il bersaglio. Fino a quando venne il giorno del muro. Mentre il cielo stava per distribuire la sua razione di piogge autunnali, la maestra era entrata in aula con il passo preciso, fremiti di gioia che le vibravano agli angoli delle labbra. Anche lei vittima dell’ansia ingorda di poter camminare, anche solo in punta di piedi, sul munifico tappeto rosso della Storia. «Questo è un giorno importante per il mondo.» aveva detto con solennità compiaciuta, come se fosse merito suo. «È caduto il muro di Berlino. Ricorderete questo momento per tutta la vita.»


Davanti alle nostre facce stranite, aveva eseguito la sentenza battendo la sua penna rossa sulla cattedra, incurante del fatto che a me e ai miei esimi colleghi della classe elementare 5° B sfuggisse il nesso tra un muro e le simmetrie geo-politiche del pianeta Terra. Ricorderete questo momento per tutta la vita, il caso è tolto. Dentro di me, mi torturavo. Un muro cadeva nel cuore di una città tedesca? E allora? Non vedevo il rapporto con la mia vita, i miei peluche e soprattutto, i miei ricordi. All’incomprensione di fondo, si aggiungeva l’idea irritante che qualcuno potesse decidere per me quali cose avrei dovuto ricordare e mettere da parte per il futuro. Da quel giorno, un po’ per noia un po’ per sfida, avevo cominciato a prendere nota, in un angolo della mente, di tutti gli eventi marginali che mi ruotavano intorno. Da un lato, temevo che qualcuna di quelle circostanze, di per sé insignificanti, potesse spostare i già gracili equilibri del globo terrestre; dall’altro, mi piaceva pensare che avrei potuto decidere da sola cosa catalogare negli archivi della memoria, come se la mia mente disponesse di cassettiere e registri magici, pronti a rispondere a ogni mio desiderio. Era una prova costante di forza di volontà, a cui si aggiungeva un moto insurrezionale contro la decisione della maestra: ritagliavo dettagli ininfluenti dal tessuto del tempo per dichiarare che nessun altro avrebbe deciso per me quello che avrei ricordato. Forse, in quel convulso allenamento, c’era anche il bisogno di premunirsi per il futuro, accatastando un certo numero di immagini familiari su cui fare affidamento in un domani ondeggiante che spalancava le braccia al famelico ignoto. Era come lanciare cuscini di gommapiuma oltre un’ipotetica finestra per attutire un’eventuale caduta. Non sapevo ancora che, dopo aver allenato la mia mente a ricordare il superfluo, anni dopo l’avrei addestrata a dimenticare l’essenziale. Per mesi, anni, avevo attuato quella bizzarra ginnastica mentale con minuziosa precisione acrobatica e una scrupolosità oltre ogni limite; precisione e scrupolosità a cui devo oggi, a più di dieci anni di distanza, una pila di ricordi inutili e immotivati di cui non so che fare. Tra quei ricordi, uno tra tutti si staglia per la lucentezza dei suoi contorni ritagliati con perizia: un’immagine di me bambina, seduta sul pavimento con le gambe incrociate, su cui è sdraiato ubbidiente il rettangolo aperto di un libro. Poi, all’improvviso, tu che entri nella mia stanza, dalla porta che mia madre ti sta tenendo aperta. Non dici niente. Io sollevo appena lo


sguardo dal libro, ti guardo e decido: «Questo momento lo ricorderò per tutta la vita.» E, a quanto pare, così è stato.


8

Altri ricordi si sono scritti da soli sui quadretti del quaderno riposto in un angolo della mia mente, incuranti di me, che tenevo in mano la penna. Molti riguardano la famiglia di mia madre, che da sola basterebbe a riempire rotoli di carta. Quello dell’estate del 1939 fu solo il primo degli incendi che bruciano le pagine della leggenda familiare, arse di combustioni ricorrenti. Nell’estate bambina in cui ti conobbi, la tribù Altamora era un ammasso di aggettivi che vacillano. Le parole si accavallavano l’una sull’altra senza presa, tentando di dare un senso a qualcosa che non ne aveva. Confusionari, incivili, arroganti, invadenti, volgari, vigliacchi, eccentrici, meschini, pazzi, furiosi... una montagna di vocaboli traballante come una pila di libri tra le mani di un bibliotecario inesperto. Ma nessuno rendeva abbastanza l’idea. Le parole erano una cosa ridicolamente leggera e insignificante rispetto all’esuberanza della famiglia. Le parole non bastano. Non bastano mai. Come le leggende e i figli. Donna Santa, di leggende ne aveva pieni i cassetti degli armadi e di figli ne aveva avuti sette. Ogni famiglia ha un sistema di punti di riferimento, segue orbite circolari o ellittiche, ha satelliti disassati o in linea, e, soprattutto, una stella fissa attorno alla quale ruotare. Quella della famiglia di mia madre era donna Santa. I parametri di Nord e Sud in riferimento al pianeta Terra erano considerati del tutto arbitrari: l’unico parametro-guida da ritenersi attendibile era la sua presenza. Di conseguenza, la denominazione di “casa” poteva essere attribuita a uno spazio qualsiasi nel quale lei avesse deciso di far apparire la sua immagine, come un proiettore acceso contro un muro nudo. Era una legge quasi fisica. Dove c’era donna Santa, quella era “casa”. Non sono mai riuscita a chiamarla nonna. Forse perché non ne aveva l’aria, era così diversa dalle nonne dei miei amici, così diversa da me. La galassia su cui regnava era lontana anni luce dall’orbita eccentrica che avevo deciso di percorrere. «Chi è questa forestiera?» aveva chiesto, vedendomi, una sua amica che si spacciava per la veggente del paese.


Donna Santa si era affrettata a chiarire, con frasi sbattute sul tavolo come pugni risoluti, che non ero affatto una forestiera, bensì sua nipote, sangue del suo sangue. A quel punto, la lingua dell’indovina si mosse da sola per profetizzare: «Eppure c’è un altro paese nel suo destino. Sì. La sua vita è divisa tra due paesi e due lingue. Lo vedo. È scritto.» Donna Santa si voltò a guardarmi con aria da rapace, mi scagliò un’occhiata sfilacciata di scetticismo, prima di tornare a deglutire il suo caffè. Da quel giorno, quasi per non deludere il destino, mi dilettavo a leggere libri scritti in un’altra lingua. Sfogliare le pagine dei dizionari per scovare il senso occulto delle parole, sconosciuto alle persone che mi stavano attorno, era un’operazione da detective che mi riempiva di ebbrezza per aver risolto il caso. Fu allora che scoprii che il tuo nome era lo stesso dei dervisci rotanti, ma anche che il tuo soprannome, Wish, in inglese significava “desiderio” e da quel giorno avevo cominciato a chiamarti così nella mia mente, senza che tu potessi sospettarlo. Ballavo da sola, musiche che venivano da un’altra parte. Que reste-t-il de nos amours... Azzeccavo la pronuncia al primo colpo, mentre i membri della tribù mi scrutavano con occhio torvo. Ma come fa a parlare con la erre come i francesi? Mio padre mi osservava volteggiare a un metro da terra, prendeva le misure di quell’amore con metro dal sarto di emozioni che era, sperando che non si trattasse solo di un’infatuazione. In quegli anni, mentre mia madre cercava di insegnarmi a essere femminile, lui voleva insegnarmi a essere singolare: una persona con idee originali, sentimenti autentici e passioni uniche. Durante quelle estati, continuavo a coltivare un’insana propensione a osservare i dettagli superflui, quelli che di solito non interessavano a nessuno. Prendevo appunti sull’amore, la violenza, la leggerezza, li annotavo per dopo, per quando mi sarebbero serviti. La baia era azzurra e cristallina, inquinata di voci e rifiuti di parole. Nuotavo. Leggevo. Cercavo di tradurre i libri nella lingua della tribù familiare. «Questa è una storia d’amore e di guerra. Piena di duelli, palazzi e donne che portano nei finti. Il protagonista si chiama Julien. E alla fine, c’è anche una testa mozzata.» «Bello! E come s’intitola?»


«Il rosso e il nero.» Mi abbronzavo, correvo sul bagnasciuga, continuavo a leggere. Donna Santa sciabolava uno sguardo indignato oltre il bordo del mio libro, traslocava altrove i miei vocabolari come se fossero d’intralcio, a volte ci si sedeva sopra sfaldandoli con la sua mole possente. Aveva insegnato ai membri della famiglia a trattare le parole con sufficienza, dar loro il significato che volevano, infischiandosene delle regole. Per loro aveva redatto uno scardinato dizionario fatto di lemmi inventati, che finivano per risultare comprensibili solo agli iniziati. Quando non poteva inventare, donna Santa prendeva per i capelli una parola e la obbligava a significare quello che aveva deciso in quel momento. Non tutti i membri della tribù erano abili come lei nell’eseguire esercizi ginnici vocali. Quasi sempre facevano piroette linguistiche improbabili che finivano per intontire, confondere o offendere l’interlocutore. Con te non succedeva. Tu eri straniero. Con te, comunicavano a livello basico, richiudendo ermeticamente il loro serbatoio di vocaboli strani. Hai imparato l’italiano meglio di loro, ma continuavano a rivolgersi a te con il riguardo e la diffidenza rivolta agli stranieri. Ogni tanto, durante una migrazione invernale fortuita, qualche membro della tribù materna atterrava senza preavviso sul pianerottolo dei miei genitori. Un brivido imprevisto, niente bagaglio, come dei veri frequent flyer. Solo un fagotto di problemi sotto braccio, parole stonate sulle corde vocali. Altre volte, arrivavano a brandelli, con i vestiti e i pensieri scuciti, naufraghi di chissà quali cataclismi. Un periplo di personaggi strambi circumnavigava l’isola del mio divano color zafferano. Così com’erano arrivati, dopo qualche giorno, scomparivano quasi senza lasciare traccia, a parte qualche graffio inciso sul mio diario, ferita da leccare di nascosto, senza farsi vedere troppo in giro. Lo so, a te piaceva quella confusione molesta. Tra le quattro mura di casa Versani, hai assistito alla nascita di preoccupazioni e dubbi irrisolvibili, all’agglutinato intrecciarsi di storie d’amore ingarbugliate. Hai visto sbocciare risate e canzoni stonate, pronte ad avvizzire alla stessa rapidità con cui erano germogliate. Lo ricordo benissimo. Ti guardavi attorno con gli occhi spalancati, le dita curiose, un sorriso già pronto a esplodere agli spigoli delle labbra. Ma ti sei accontentato della patina argentata della superficie senza scalfirla, senza la volontà di spingere lo sguardo sul rovescio ossidato della medaglia.


La famiglia Altamora non era sempre l’accecante luogo di luci e festa che hai conosciuto, fiaba di cartone che schizza fuori da un libro tridimensionale per bambini. C’era il disprezzo, l’ignoranza, la meschinità. C’era la violenza. C’era anche l’odio. E tu non te ne sei accorto.

Tutto questo è lontano mille chilometri e mille secoli da dove sono adesso. Lancio uno sguardo a Parigi, fuori dalla finestra, per assicurarmi che sia vera. Che ci sia ancora. E che ci sia anch’io. Il viaggio a ritroso nella geografia della memoria che vuoi propormi di fare non mi interesserebbe neanche se avesse una tariffa low cost. La tua offerta da Tour Operator di ricordi smarriti non è andata a segno. Non voglio sapere perché sei qui. So solo che non dovresti esserci. Tu continui a guardarmi, illuminato dal fascio di luce clandestino all’altro lato del tavolo, ignaro della drastica deviazione che hanno imboccato i miei pensieri al solo vederti. Mi tasti il corpo con gli occhi e mi accorgo ora di avere addosso solo la parte sopra del pigiama. Mi affretto ad allacciare l’ultimo bottone al collo, come se servisse a coprire tutto il resto. «Dove stai, qui a Parigi? Sei in albergo?» «Sto a République, in un monolocale sopra al giornale per cui lavoro.» «Ti accompagno.»


9

Quattro anni, quando se ne hanno venticinque, è una scatola piena di tempo. Sono partita che ne avevo ventuno, prima che ci trasformassimo in adulti fino in fondo, e tu hai la presunzione di conoscermi, di dire ancora noi. In realtà non sai niente di quello che sono diventata lontana da te. Sei convinto di avere ancora in tasca la chiave giusta, ma io ho cambiato la serratura. La cambio tutte le sere. «Fai la traduttrice, hai detto.» «Esatto.» rispondo, mentre camminiamo per le strade di Parigi. Ma avrei potuto dirti molto di più. Perché dietro questa parola apparentemente innocua, traduttrice, si nasconde un mondo intero. Avrei potuto dirti che gestisco una sartoria clandestina: cucio storie adattandole come abiti su misura per la gente. Gente che ha un’altra taglia, parla un’altra lingua e muove i suoi passi su un altro fondale. Potresti definirmi una falsaria: imbastisco le stesse parole su altre scenografie, punto aggettivi come spilli su nuovi tessuti, realizzo copie quasi perfette su manichini di carta. Scelgo con attenzione la stoffa dei vocaboli che più si avvicina all’originale, confronto i colori, le sfumature, il taglio. Nella fase di rilettura delle bozze, accantono il manichino, passo con le dita allenate su ogni centimetro del tessuto, rammendo verbi e sostantivi. Rattoppo una frase mal riuscita. L’importante è che le cuciture non siano visibili. A volte, ho l’impressione di trasportare capi d’abbigliamento clandestini su un cargo abusivo per smerciarli oltre frontiera. Ma a quanto pare questo tipo di contraffazione è autorizzata dalla legge. «E tu, invece, hai detto che fai il fotografo?» «Fotoreporter.» Hai vissuto per un po’ in una città che fatico a collocare sulla cartina del Medio Oriente. E lo dici come se vivere in Medio Oriente fosse togliere il latte dal fuoco e versarlo in una tazza smaltata. Non faccio fatica, però, a immaginarti nella scenografia apocalittica di qualche paese in guerra, mentre premi il dito sul grilletto dell’obiettivo, incurante dell’ululato dell’aria che ti esplode intorno.


Ti piace vivere sul filo dell’equilibrista, il rischio ti stuzzica il palato come il piatto prelibato di uno chef. Ti piace scattare foto con lo sguardo, gli interrogativi acrobatici ti divertono, adori il bruciapelo. E la tua lingua si diverte a graffiarmi le orecchie. «Ti ricordi di zio Orfeo?» Mi volto di scatto, in bilico sulle frasi, rischio di inciampare e cadere. Come funambola non sono mai stata brava quanto te. «Sì.» rispondo, corta di parole, dopo una pausa che sembra lunga un secolo. «Mi ricordo.»

So bene che mio zio è il membro della tribù familiare che più ti ha affascinato. Un autentico personaggio, che ostentava la sua eccentricità con insolenza sopraffina. Aveva capelli leccati da una brillantina fuori commercio che smerciavano ancora in non so quale esercizio e baffi appuntiti come vibrisse di gatto, alla Salvador Dalí. Quando si autoinvitava a casa dei miei genitori, capitava di vederlo passeggiare sul terrazzo, una vestaglia gialla che gli svolazzava dietro a ogni passo come la cappa di un moschettiere in vacanza. Di solito si svegliava prestissimo e per di più aveva un rito imbarazzante: appena sveglio accendeva un mangiadischi obsoleto che si ostinava a portare con sé a ogni viaggio. Quando a casa Versani c’era Orfeo, tu te ne accorgevi già mentre salivi i gradini, dalle note che riempivano a poco a poco gli spazi vuoti nella tromba delle scale e strappavano i vicini dal letto del mattino, impilandoli in una fila astiosa sul nostro pianerottolo. Mentre si tappavano le orecchie lamentandosi a turno, tu aprivi la porta e la musica diventava più limpida, riempiva ogni angolo della casa prima di perdersi in un soffio d’aria sul terrazzo. «Tango!» fremeva Orfeo, scarpe lucide sulle piastrelle, e incominciava a piroettare zoppicante sul fondale grigio dei palazzi di periferia, fingendo di stringere il busto fine di un’improbabile partner. Non appena intercettava il tuo sguardo sull’ingresso, intimava: «Vieni qui.» Ti scioglieva lo zaino dalle spalle con sveltezza precisa e ti insegnava passi di danza contraddittori che non conosceva neanche lui.


«Fa impazzire le ragazze, sai?» sosteneva il tanghero improvvisato, ignaro del fatto che i locali del ventunesimo secolo frequentati dai tuoi coetanei non fossero milonghe porteñe e di ragazze stordite dal fascino del tango, ormai, non se ne trovavano più. Orfeo ti prendeva le braccia, le modellava. Ti ruotava la testa di lato come se fossi un manichino di plexiglass. Se avesse potuto ti avrebbe infilato un braccio sotto la pelle della schiena per muoverti a suo piacimento come un buratto. Più che un pupazzo dalle gambe molli, tu sembravi un gatto di porcellana, plumbeo di zampe e di coda. Ma ti sforzavi di essere un buon allievo, imparando a memoria le tecniche di una seduzione triste. La lentezza veloce, la passione rigorosa. Ogni volta che stavi vicino a Zio Orfeo, sentivi un leggero formicolio alla punta delle dita dei piedi e delle mani. Erano le tracce invisibili della leggenda Altamora. Certe volte, Orfeo interrompeva a metà un pezzo, seccato, ne infilava un altro nella bocca paziente del mangiadischi, lasciando sfilare le copertine bianche sul pavimento. Io vi guardavo, stretti in un abbraccio asimmetrico di una bellezza così straziante che poteva essere davvero spacciato per una sequenza di tango. Nella vita vera, dimenticate le ambizioni da tanghero e le vestaglie di seta che ti divertivi a ritagliare dal libro di figure della mia famiglia, Orfeo non era il ballerino di tango che pensavi. Era un ladro. Di quelli mediocri, da cattiva commedia. Rubava le cose più insolite e inservibili: scatolette di Simmenthal scadute, vestaglie di simil-seta dai colori improponibili, set di posate in silverplate da 87 pezzi. Una volta, riuscì a dirottare un carico di uova di Pasqua. Fu il suo colpo migliore. Orfeo lavorava soprattutto d’estate. Appena la tribù si spostava sulla spiaggia, si metteva a tavolino e ascoltava un tango dopo l’altro, tracciando ghirigori incomprensibili su un quaderno senza righe né quadretti. Se era alla baia di donna Santa, lo si capiva dalle note di Mi Buenos Aires querido che, spinte dalla forza di gravità e dal lungo viaggio transoceanico, si tuffavano dal terrazzo della casa di tufo per planare sulla sabbia umida del bagnasciuga, dove a volte si poteva ammirare il cadavere fluorescente di qualche medusa muoversi ritmicamente al tempo delle onde sulla riva. Le note rotolavano veloci, spegnendosi nel gorgoglio della spuma marina, e lui continuava a lanciare l’amo a chi era disposto a mordere l’esca.


Sul terrazzo i suoni si mescolavano come le salse piccanti di donna Santa. Di quello che succedeva dopo, sapevo ben poco. Più tardi, ho sentito dire che certe volte, i tanghi non conducevano i suoi passi verso una milonga, ma verso il carcere di San Vittore. Tutto quello che so con certezza, è di essere cresciuta ascoltando Caminito e A media luz senza saperle distinguere, nella confusione di note e custodie di dischi che scivolavano leggere sul pavimento. Orfeo riusciva ad affascinare tutti tranne sua moglie, zia Iside. Nonostante l’avesse sposato, quell’uomo non le era mai piaciuto fino in fondo. Lo chiamava “ottenebrato”. Nel lessico privato di zia Iside, quella parola altisonante significava molto di più delle due righe striminzite previste dal dizionario. Come ogni membro della tribù, anche lei incollava alle parole dell’italiano standard il significato che voleva dar loro in quel momento e in quel momento il significato era che Orfeo era un maschio adulto di bell’aspetto con una capacità intellettiva nulla. Per zia Iside quello era l’insulto peggiore: al mondo non c’era niente di peggio della stupidità. Al cospetto di sua moglie, Orfeo ripiegava le sue vestaglie di seta in un cassetto, nascondeva il mangiadischi di plastica e finiva per accucciarsi in un angolo come un cane devoto. Per imbrogliare zia Iside non sarebbe bastato mettere sul tavolo verde una scala reale. Quello non era un gioco di carte, era un gioco di ruoli, e zia Iside non era il tipo da lasciarsi truffare da un baro mediocre. Le rare volte in cui Orfeo attaccava un tango in sua presenza, lei usciva minacciosa dalla cucina, lo guardava dritto negli occhi brandendo il mestolo di legno come uno scettro e prediceva: «Se devi ripagare a Dio tutto quello che hai rubato sulla terra, niente niente finisci all’inferno per l’eternità.» Confuso, lui si lisciava i baffetti alla Salvador Dalí e non rispondeva niente, perché se c’era una cosa che lo spaventava era l’eternità. Ma in fondo, rimaneva convinto che a Dio, chiunque egli fosse e sempre che esistesse, non gliene importasse granché di lui e in un modo o nell’altro sarebbe riuscito a passarla liscia anche il giorno del Giudizio Universale. Quando tu non potevi vederlo, Orfeo arrancava ricurvo sulla sabbia fine come cipria, la camicia ancorata su una spalla cadente. Raccoglieva conchiglie sul bagnasciuga chinandosi di tanto in tanto, un pantalone


arrotolato al ginocchio, l’altro che pendeva nell’acqua. L’aria ubriaca e vagamente imbecille. Appollaiata sul balcone come un uccello rapace, zia Iside intimava “all’ottenebrato” di tornare im-me-dia-ta-men-te a casa per una ragione qualsiasi. Ma di importanza capitale, pareva. Lui si schiacciava in testa il cappello accovacciato come un gabbiano dalle ali spente e incominciava a intonare un ritornello di parole rancide a mezza voce. Borbottando, s’incamminava verso la casa, preparandosi a un altro di quei litigi suppurati di frasi talmente dette e ridette da essere incancrenite e fuori uso, al punto che alla fine di ogni discussione nessuno riusciva più a focalizzare il motivo della disputa. Orfeo arrivava alla casa scavata nel tufo e si affacciava nel riquadro della porta della cucina con aria torva. Anche il cappello dalle ali flosce aveva la consapevolezza sconsolata che a uscirne vittoriosa sarebbe stata sempre lei. Zia Iside.

Tu non sai niente di quello che è successo in realtà. Armato di carta e inchiostro, continui a stilare candidamente il tuo catalogo delle meraviglie: in cima alla piramide di capolavori della saga familiare hai deciso di mettere Orfeo, il personaggio che più ti ha sedotto nella tribù Altamora. Un uomo straordinario, affermi pieno di candore, mentre continuiamo a camminare per le strade di Parigi. Non voglio tirare una riga severa sulla tua illusione. Non ti dirò la verità. Preferisco che lo ricordi in giallo oro, come lo hai conosciuto, vestito di musica e danza, mentre Piazzolla continuava a suonare tanghi imperterriti sotto la puntina del giradischi. «Come sta?» mi chiedi, con gli occhi lontani, rivolti al numero 1 del tuo bestiario personale. «È morto.» rispondo, dimenticando i preamboli. Avrei dovuto optare per uno di quegli eufemismi che vanno per la maggiore in questi casi: «Ci ha lasciato»; «È passato a miglior vita.» Me ne rendo conto troppo tardi, vedendo naufragare qualcosa in fondo ai tuoi occhi. «È morto ballando il tango.» correggo, per attutire lo schiaffo sonoro che ha vibrato la mia frase. In fondo, è la verità.


Sul suo letto di morte mio zio ballava una danza improbabile, la sua ultima invenzione. Sferragliava parole cattive, maltrattava le infermiere, sbraitava con i parenti accorsi all’ultimo minuto che sferruzzavano pensieri sull’eredità in attesa del trapasso. Digrignava i denti mugugnando tra sé e sé che era fatica anche morire. Tendeva i muscoli di braccia e gambe, non per aggrapparsi a quel lembo di vita che gli era rimasto, ma per forzare la morte a portarselo via con i suoi artigli rapaci. Stava ballando da sdraiato il suo ultimo tango. Zia Iside, donna dagli occhi aguzzi attenti alle apparenze, lo torturava dicendogli che doveva cambiarsi il pigiama, che gli altri pazienti si cambiavano una se non due volte al giorno, che più che in ospedale sembrava di stare in un residence a 5 stelle. Ne aveva comprato uno nuovo, apposta per l’occasione, zia Iside. Un pigiama di classe, di quelli lucidi a righe bordeaux. Righe verticali, non orizzontali, precisava. Righe “che slanciano” e che per il solo fatto di essere bordeaux, sembravano essere per natura ancora più raffinate, come se il bordeaux fosse colore da malati sofisticati. Per ripicca, Orfeo cercava di renderle difficile il lavoro impedendole di infilargli la manica della giacca carcerale, muovendo il braccio destro con movimenti bruschi, mentre con l’altra mano continuava a tirare a sé la morte, afferrandola per i capelli. Atmosfera piuttosto sbagliata per un pre-trapasso, che il luogo comune vuole pulito e compunto, decorato al massimo da un’attesa muta, dai puntini di sospensione di qualche lacrima compassata. Il rintocco sonoro di qualche orologio a pendolo, in sottofondo, a ricordare la nostra finitudine; occhi bassi e qualche frase appena abbozzata. Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno... Ecco le parole e i segni d’interpunzione giusti per riempire una pagina funebre. Ma la traduzione scelta dalla famiglia Altamora era tutta diversa, piena delle urla dei miei zii che si rincorrono vorticose, lottando per le righe di un pigiama nell’aria pacifica della sera tardo-estiva, ignara di quello che stava succedendo all’interno della stanza. Per trentadue anni, era stato quello il loro modo dispotico di amarsi. Chi avrebbe vinto l’ultima battaglia?


Non lo sapevo. Di quel giorno, l’ultimo nella sala lattiginosa dell’ospedale mentre fuori un verde imperioso riempiva l’aria della sera di fine estate, ricordo solo tre cose. Le imprecazioni di mio zio, con le righe del pigiama infilate solo per metà. Piazzolla che suona il suo ultimo tango dentro il mangiadischi prima di diventare definitivamente disoccupato per gli anni a venire. L’ultimo sguardo tra mio zio e mia zia, lucido d’amore bordeaux.


10

Esistono traduzioni-tradizione e traduzioni-tradimento. Esistono storie che passano da una lingua all’altra restando sempre le stesse e altre, a cui il viaggio oltrefrontiera è bloccato alla dogana. Ce ne sono che sembrano nate apposta per varcare i confini ed essere declamate al mondo intero e altre, che al solo tradurle ad alta voce tremano come foglie. E io non ho ancora stabilito a quale categoria appartiene la nostra storia. Sul binario del metrò hai l’aria sperduta, lo sguardo a mezza strada, come se fossi davanti a un bivio. Sembra che l’incontro che hai provocato ti abbia disarticolato gli arti e le parole con la sua forza centrifuga. È come se ti avessi bendato gli occhi e ti avessi fatto ruotare su te stesso dieci, cento volte, come facevamo da bambini. Ti guardi intorno stranito, corto di idee davanti al tuo bivio invisibile. Sembra che tu abbia perso la direzione. Non mi chiedi più perché sono partita senza dirti niente, senza dire niente a nessuno. Ma so che la domanda continua a trivellarti la mente. L’attentato dei giorni scorsi ha innalzato il livello d’allarme e rafforzato il piano antiterrorismo Vigipirate. Davanti alla sagoma di ogni involucro sospetto il convoglio metropolitano si blocca e fa scendere i passeggeri, il che implica ritardi e complicazioni negli spostamenti. È così da quell’11 settembre del 2001, evento inciso negli occhi della mia generazione e senza il diktat di nessuna maestra. Lo ricordo alla perfezione, era il mio primo anno a Parigi. Anche se non sono le cose fondamentali quelle che ho registrato. Ma i dettagli inutili. Nessun ricordo, per esempio, del giorno dell’attacco. Nella mia mente è impresso il giorno successivo. Quello in cui mi ero accorta di colpo che i cestini, quegli splendidi cilindri color bronzo che punteggiavano la città come segni d’interpunzione dorati, erano stati tutti sigillati. Piombati nell’arco di una notte, prima di scomparire definitivamente nei giorni successivi. La loro imponente perfezione rotonda era stata rimpiazzata


dalla gracilità di denutriti sacchetti di plastica verde trasparente. Per evitare che usassero i cestini per gli attacchi terroristici, pareva. Adesso, sul binario del metrò, la gente comincia ad accalcarsi in attesa del treno, respira l’odore di gomma e olio idraulico del sottosuolo. Osserva con sospetto il nero perfetto dei tuoi occhi mediorientali. «Devi prendere il metrò che va nell’altra direzione.» preciso. Tu annuisci, ma non ti muovi. Vuoi aspettare di vedermi salire sul treno prima di raggiungere l’altro binario. Incurante delle preoccupazioni terroristiche delle persone intorno, guardi solo me, dici: «Stasera c’è una festa, al giornale per cui lavoro... oltretutto oggi è il mio compleanno e...» «Lo so.» «Ci vieni?» Il binario è ormai ingombro di facce e di parole. Lancio uno sguardo di lato, per prendere tempo, ma tu non aspetti nessuna risposta da me. «Ti do l’indirizzo.» insisti, cercando una penna nelle tasche vuote e il treno è già lì che reclama la mia partenza. «Dimmelo a voce.» ribatto mentre mi ricavo uno spazio nel vagone affollato. «Rue Jan Neruda, al numero 7.» hai sillabato. «Te lo ricordi?» «Certo.» Prima che riesca a mettere insieme qualche frase di saluto stentata, mi afferri le mani: «Ci vieni, allora?» Di colpo, le porte si chiudono. Con un taglio doloroso separano la nostra stretta. La partenza del treno ti fa sembrare ancora più immobile, fuori dal finestrino. Riesco appena a decodificare sulle tue labbra tre sillabe: “Tipre-go.” Una colla di parole mentre scadeva il tempo. Mentre il treno, pesante di persone e pensieri, mi trascinava con sé in un’altra parte di Parigi.


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Sapevi che non sarei venuta, ma te ne stavi lì lo stesso, a rosolare al fuoco lento di un’impazienza nervosa, la fronte appoggiata contro il vetro di una finestra che inquadra nel buio il fondo della via, sotto di te. Ti immagino che ti rosicchi le unghie e i pensieri in cerca di una giustificazione. E se avesse sbagliato indirizzo? E se l’avesse dimenticato? E se avesse confuso il poeta ceco Jan Neruda con il ben più celebre Pablo Neruda, che gli aveva rubato il nome in segno di infinita ammirazione...? Lanci uno sguardo al quadrante dell’orologio, alle lancette luminose che ticchettano a vuoto, mentre mi vedi già vagare per strade brunite dalla notte con il Paris Pratique in mano, in cerca dell’inesistente via Pablo Neruda. Aspetti ancora un po’, il buio che ti fa compagnia, finché due mani femminili non ti toccano i capelli, mani di una voce che parla di mezzanotte, di 25 candeline su una torta, gente che aspetta nell’altra stanza. Le mani accendono una luce e la fidanzata transitoria (proprietaria delle mani) ti osserva di sghembo. Tra sé e sé, si dice che non le piace per niente la faccia che hai. Sembra quella che hanno gli uomini quando pensano a una donna. A un’altra, però. Non contenta, ti chiede a cosa pensi. Masochista... Ma tu sei galante e sai mentire quando serve. Recuperi dal tuo inventario una battuta di un film di Billy Wilder, mal recitata da Marilyn Monroe. «Venticinque anni è un quarto di secolo. Ti dà da pensare...» La ragazza ride come previsto e ti scioglie un po’ del suo lucidalabbra sulla bocca. Da quella sera, non hai più saputo niente di me per giorni, settimane intere. Qui a Parigi ho disegnato per me stessa una vita nuova, su un foglio bianco, e non posso permettere che tu lo macchi con i tuoi occhi d’inchiostro. Non puoi sbucare di colpo dal cappello a cilindro come il


coniglio di un prestigiatore imbroglione e dirmi che non è cambiato niente, che sono la stessa di prima. Mi chiedo se la cassa dai fianchi consunti me l’hai mandata tu. L’ho riposta in un angolo della mente, non voglio riaprirla. La ignoro. Non ho voglia di vestirmi di vento e tuffarmi di nuovo nella baia di donna Santa con te. Preferisco indossare la mia armatura d’acciaio, che riflette la luce al punto da abbagliarti. Continuo con la traduzione, lavoro d’artigianato specializzato, di precisione sopraffina e snervante. Traduco soprattutto la notte. All’alba, ho l’impressione che la luce del mattino rubi la città al buio. O è la città che ricompare di colpo, luccicante di tetti bagnati di pioggia e sollazzi notturni, dopo essere stata in giro chissà dove? Non so rispondere. Mi addormento vestita sul divano, con la guancia appoggiata alla copertina di un libro che, per vendetta, finisce per disegnarmi i suoi contorni spigolosi, lasciandomi una cicatrice accusatoria sul viso. Mi sveglio dopo mezzogiorno al suono di un clacson e cerco di ricordare qualcosa di prima, qualcosa di te. Eri ancora a Parigi? Sapevi qualcosa degli altri? I tuoi occhi erano ancora neri come la mezzanotte? Non me lo ricordavo. E così, dimenticando, finì quell’inverno.


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Qual è la traduzione giusta per la parola “ricordo”? Non intendo una traduzione ufficiale, ma una traduzione dalla lingua standard a quella intima. Perché, vedi, di traduzioni ne esistono di tanti tipi e molte non sono repertoriate in nessun catalogo dagli specialisti della materia. Ce ne sono decine e centidecine che si mettono in pratica, senza saperlo, nella vita di tutti i giorni. Ognuno di noi parla, ascolta, legge, interpreta, media. Traduce. Ogni essere umano è a suo modo un traduttore. Quindi lo chiedo a te. Che cos’è il ricordo e in cosa si traduce? Tu lo sai? È un riaffiorare ininterrotto di immagini, con quella “r” ripetuta che sembra l’eco di se stessa, forse per farci credere che le cose possono ritornare indietro in qualunque momento, che per farlo basta chiamarle per nome facendo rotolare la lingua sul palato? Serve a convincerci che siamo gli stessi di ieri, che niente è cambiato? Che cos’è il ricordo e come si fa a recuperare quello che si è dimenticato? Esiste un Ufficio Ricordi Smarriti, dove andare a reclamare il maltolto? In un libro che ho tradotto, la volta dell’arcobaleno funzionava come una specie di macchina del tempo. Per tornare indietro, bastava sedersi su un ascensore e passare in rassegna tutte le sfumature. Si poteva atterrare al piano “Rosso carminio”, oppure fare una sosta commemorativa al “Blu indaco” o un pic-nic di ricordi al piano “Verde smeraldo”. Ma adesso un colore su tutti prevale. Nero il cielo di Parigi da quando sei arrivato. Neri i tuoi occhi, sporchi d’immagini che non conosco. Nero il ricordo di donna Santa, della sua casa sul mare sfregiata di urla e dolori indicibili. Forse la colpa è da cercare in una maledizione lontana. Prima il fulmine, poi la guerra, poi la perdita della casa e del terreno in quella mano di poker mancina (il vecchio Altamora era sempre stato un baro mediocre). Poi la fuga di Donna Santa con l’uomo conosciuto per caso. La nascita di


sette figli. La morte dell’uomo, oggi scomparso dalle pagine della leggenda familiare. È strano. Il suo ritratto non compare in nessuna stanza della casa. Nemmeno il suo cognome è rimasto incollato alla pelle dei discendenti della tribù. Nessun altare aveva celebrato il loro amore clandestino e i figli bastardi di donna Santa avevano finito per chiamarsi come lei: Altamora. Donna Santa sa cosa si dice in giro, che quell’uomo lo ha ucciso lei, per sbaglio. Armeggiava con i fornelli, una fiamma ribelle ha dato fuoco alla cucina, poi alla casa. L’uomo è morto asfissiato dal fumo. Nessuno può dire con esattezza cosa sia successo, l’unico dato reale è l’incendio, da cui uscì, anche quella volta, illesa. È stato molti anni fa. Non ho mai conosciuto mio nonno. Donna Santa non ne ha mai parlato e la cosa oggi non sembra più interessare nessuno. Senza parole che lo ricordassero, lo sconosciuto era stato cancellato. Era come se quei sette figli che portavano il suo cognome li avesse partoriti da sola, Donna Santa, senza bisogno di un uomo. Creature ridicole, gli uomini. Molto meglio le donne come lei, che bastavano per entrambi i sessi. Mentre ripesco donna Santa dal mazzo di carte dei ricordi, il buio continua la sua marcia militare tra le nuvole. Il cielo è una minaccia. Come donna Santa. Quei sette figli li aveva tirati su con rabbia ostinata, li aveva trasformati in fotocopie di se stessa. Più sfoderava figli, più il toner si esauriva e i duplicati risultavano sbiaditi. Forse per quello, mia madre, la penultima dei sette, era riuscita una riproduzione piuttosto vaga. E Nicoletta, l’ultima, solo un’imitazione stinta e imperfetta. Quella mancanza di somiglianza, donna Santa non l’ha mai perdonata. Il buio avanza, armato di nubi. Fuori, la cupola di bronzo dell’Hôtel des Invalides non si preoccupa del nero circostante: lo sfrutta come sfondo per brillare ancora più insolente. Donna Santa regnava sul mondo che aveva creato a immagine di se stessa, un paese inventato in cui si parlava una lingua disperata. Le consonanti si schiacciavano l’una sull’altra, pressate come acini d’uva, senza il sollievo di una vocale, in un miscuglio di dialetto e vocaboli inventati. Mancavano virgole e punti come stampelle. Le parole schizzavano dalla gola alla stessa velocità felina di un graffio di gatto. Alla fine di un’estate passata nella sua casa bianca, avevo le braccia coperte di unghiate. Ne conservo ancora qualcuna. Sanguina un po’.


E l’acqua ossigenata che ci vuoi mettere sopra tu, brucia.

Da quella stretta calda di mani sul binario del metrò non hai più saputo niente di me. Oltre a essere una grande dimenticatrice, sono brava anche a scomparire. Bravissima. Le colombe dei prestigiatori, a me, mi fanno un baffo. E non ho bisogno di nessun cappello a cilindro per eclissarmi. Poi, una mattina d’inizio millennio come tutte le altre, mentre uscivi dalla tua casa temporanea a République, hai aperto la buchetta delle lettere. Serratura. Scricchiolio. Un rettangolo di carta quadrettata. Quadretti azzurri. La vita sarebbe impossibile se ricordassimo ogni cosa. Tutto sta nello scegliere cosa dimenticare... Maurice Martin du Gard E sotto niente firma, ma solo la mia scrittura, che sono certa riconoscerai, e che dice: Place Saint-Sulpice, Café de la Mairie. 11:30.

FINE ANTEPRIMA CONTINUA…


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Ilaria Vitali, narrativa

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