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DAVIDE ULTIMIERI

L'OMBRA DEL GALLO PIGRO

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L’OMBRA DEL GALLO PIGRO Copyright © 2013 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-498-7 Copertina: Immagine Shutterstock.com

Prima edizione Marzo 2013 Stampato da Logo srl Borgoricco - Padova


3

A

ppiccico le labbra al vetro della finestra e lo lecco con la punta della lingua. La mia bocca aderisce alla superficie liscia come una ventosa. Assaporo un brivido freddo, faccio un cerchio con la condensa dell’alito e guardo fuori attraverso la patina di vapore. Piove, ma non si capisce se piove dal mare o dal cielo. Il vento di libeccio rovescia gorghi d'acqua in ogni direzione, il mare si è gonfiato, le onde si frangono sugli scogli e si riversano sopra la strada illuminata dal cono di luce dei lampioni. Apro la finestra di scatto, protendo la testa all’infuori e vedo la mia bici nuova ancora legata al palo; l'ho lasciata sul marciapiede, eppure lo sapevo che avrei dovuto metterla dentro. Stramaledico la salsedine che sta corrodendo la vernice. Le gocce mi battono sulle orecchie, sul collo; sento un rivolo d’acqua che mi cola sulla schiena e scavalca le prime vertebre, per poi evaporare sul calore della pelle. La pioggia mi entra nella bocca. Una tegola cade dal tetto del palazzo di fronte, due cassonetti si aprono come se fossero le fauci di un drago metallico e un alberello, appena piantato, spicca il volo sradicato dal terreno. Tento di richiudere i vetri mentre il vento passa dallo spiraglio e mi soffia in faccia. Urlo una maledizione perché un’anta della finestra mi ha colpito in fronte, ma il vento mi porta via le sillabe dalle labbra e le risucchia nelle sue raffiche. Accidenti, la finestra mi ha colpito nel mezzo della fronte, proprio con lo spigolo, proprio con la punta dello spigolo. Penso che adesso ci starebbe bene una bestemmia. Non ho mai bestemmiato; bestemmiare è volgare. Urlo più forte. Questa volta l’imprecazione esce intera, il vento non mi ha strappato le lettere dalla bocca, il mio urlo è riuscito a squarciare le folate.


4 Me la dovevo proprio togliere dal petto questa saetta di voce, questa lancia che ha penetrato l’aria, questo vaffanculo pieno, rotondo, vibrante, che si è infilato fra un vortice e l’altro e ha echeggiato, forse, fino al palazzo di fronte. Me ne sto andando a dormire con un cubetto di ghiaccio in fronte che mi cola sul naso. Continuo a snocciolare, lungo il corridoio, una sequela di maledizioni che mi zampillano dal profondo delle viscere. Sento spuntare una protuberanza come un cornetto di piccolo rinoceronte. Mi guardo allo specchio. Non c’è dubbio, è proprio un bernoccolo con un taglio sulla punta e, siccome la ferita è aperta, non posso nemmeno mettere la pomata. Mi viene in mente Vegetallumina come un ricordo perduto nell’infanzia. Mi sto rilassando sotto le coperte. Mi sono soffiato il naso con metodo, turandomi prima la narice destra e poi quella sinistra, ho contratto i muscoli delle gambe e poi li ho rilassati per distendere la tensione di una giornata frenetica. Sembra che tutto lo stress mi si sia accumulato nelle cosce e nei polpacci. Mi giro nel letto, afferro Valeria per i fianchi e la tiro verso di me dandole due colpi col pube sul sedere. Valeria, voltata di spalle, rannicchiata in posizione fetale, borbotta un lamentio assonnato. Appagato dall’amplesso simulato, l’abbraccio da dietro, le infilo la mano sotto la maglietta e le palpo il seno. Ho appena il tempo di allocarle una mezza erezione tra le natiche, poi un torpore mi avvolge. Forse ho dormito un quarto d’ora. Mi sveglio. Non capisco se sono sveglio o dormo ancora. Adesso è certo, sono sveglio e ho la sensazione che non riuscirò più ad addormentarmi. Le mie sensazioni si concretizzano sempre; sono premonizioni, non sensazioni. Credo che siano fenomeni legati alla teoria quantistica o forse alla teoria degli universi paralleli o probabilmente è una correlazione che riesco a stabilire tra il mio spazio interiore e lo spazio superiore. Potrebbe essere anche un fenomeno legato all’espansione della coscienza, che mi consente di percepire, senza che me ne renda conto, la quarta dimensione. Illuminazioni intuitive. Valeria dice semplicemente che sono fissato, che mi fisso a tal punto su una cosa che poi mi autosuggestiono. Questo potrebbe essere vero, ma non spiega perché non vinco al superenalotto. Mi sono fissato per più di due mesi su sei numeri, ma non ho vinto nemmeno un centesimo. Secondo la teoria di Valeria, quindi, si realizzerebbero solo le fissazioni nega-


5 tive. La cosa sinceramente non mi convince. Quando non riesco a dormire, il mio cervello si mette a girare come una ruota dentro la gabbietta azionata da un criceto. Potrebbe essere ipertrofia meditativa, che è una specie di eccesso di pensieri che si annodano nella mente e s’intricano. Un pensiero via l’altro, spesso nemmeno correlati tra di loro, qualche volta astrusi, senza senso, come se in mezzo ai pensieri s’intromettessero anche brandelli di sogno non sognati, che erano in standby nel cervello e aspettavano di essere partoriti in una dimensione onirica. Mi devo prendere un sonnifero. E se poi mi farà male? Mi alzo nel buio e non accendo la luce per non svegliare Valeria che dorme. Annaspo con la mano dentro il cassetto per cercare la scatola giusta, la trovo, tiro fuori un blister appena iniziato e mi calo un sonnifero. Sento una fitta dolorosa al fegato. Probabilmente è già l’effetto collaterale del sonnifero. Mi distendo sotto le coperte, allungo le gambe, aggiusto la testa sul cuscino, sto per chiudere gli occhi e all’improvviso mi afferra un dubbio. Ho gli occhi sbarrati dalla paura, prendo la scatola del medicinale sul comodino con uno scatto rapace, con la mano tremante, spinto d’impulso da uno spavento atroce. Meno male! Mi sembrava nella penombra d’aver letto Musocid sulla confezione. Ci mancava adesso che mi ingoiassi per sbaglio il veleno per topi. «Veleno per topi?», chiede Valeria nel sonno biascicando le parole. Fanno le confezioni tutte uguali questi imbecilli. La scatola del veleno per topi la dovrebbero fare nera con un teschio grande e grosso stampato al centro, così uno non si sbaglia e non prende il veleno al posto del sonnifero. Tanto ai topi che gliene frega, mica sanno leggere. Mica capiscono i disegni. Voglio riaddormentarmi, ma non mi do pace. Se avessi ingoiato il veleno per topi sarei dovuto andare subito in bagno a vomitare. Che sfortuna, proprio stasera che ho mangiato i totani ripieni con i piselli. Per rassicurarmi definitivamente devo ricontrollare altre due volte la scatola del sonnifero, poi mi attorciglio nelle lenzuola, mi giro da entrambi i lati e sistemo ancora il cuscino sotto la nuca. Solo adesso mi rendo conto che non sono abituato a prendere il sonnifero, non mi ricordo nemmeno l’ultima volta che l’ho preso. Ma perché ho


6 preso il sonnifero? Di solito mi faccio solo la camomilla; è Valeria quella che prende il sonnifero. Io sono contrario alle medicine, lei invece le ingoia come fossero palline zigulì. A lei non le fanno niente perché è abituata, ma io? Io no, non ci sono abituato, io sono contrario ai farmaci, io sostengo le medicine alternative, io leggo le riviste di omeopatia. Forse sono pure allergico a questo farmaco che ho preso, potrei sentirmi male, potrebbero venirmi le palpitazioni. Un po’ già le sento. La tachicardia potrebbe degenerare in extrasistole e da lì all’infarto il passo è breve. Potrei morire nel sonno con un solo rantolo soffocato in gola e un dolore lancinante in mezzo al petto, prima di sentire il cuore scoppiare come un palloncino rosso gonfiato a crepapelle, anzi a crepagomma. Adesso dovrei mettermi un dito in gola e vomitare il sonnifero. Forse non si è ancora disciolto nello stomaco. Ripenso ai totani ripieni che ho mangiato a cena, totani ripieni con piselli, mi dispiace sprecarli nella tazza del water. I totani o le palpitazioni? Mi porto le mani al collo, affondo le dita nella carne per cercare il battito delle vene, conto fino a dieci. Uno, due, tre, quattro… non credo di essere arrivato neanche a cinque. Alle sei in punto la famiglia Iacobelli cammina avanti e indietro per le stanze e alle sei in punto tutti si sono già messi le scarpe. Con un quarto d’ora d’anticipo sull’orario che ho programmato alla radiosveglia, una mandria di bipedi sta disturbandomi la fase rem. Il mio apparato psichico resiste tenacemente al risveglio, trasforma la realtà in sogno e camuffa i rumori che provengono dal piano di sopra. Sogno di avere un casco da motociclista in testa e di trovarmi nel laboratorio della scuola. L’assistente Enzo mi picchietta sul capo con un martelletto per verificare se il casco può essere omologato. Sento anche la voce nasale di Enzo che mi rassicura. «Non si preoccupi professore, ci diamo solo qualche colpetto leggero leggero per vedere se questo casco può essere usato dai ragazzi della scuola. Posso professore?» «Va be’ se lo ha detto la preside!» «Sì sì, lo ha detto la preside. Però lei professore può rifiutarsi, ben inteso!» «Andiamo… facciamo presto, ma solo qualche colpetto delicato.» «Vedrà professore che non sentirà niente. Non si deve preoc-


7 cupare, anche il professor Cassandra si è prestato all’esperimento.» «Davvero?» «Sicuro! Ma il casco del professor Cassandra lo abbiamo testato con la mazza di ferro, un malleo di due chili con un manico di mezzo metro.» «Povero professor Cassandra.» «Ma poi si è ripreso. Al primo colpo è caduto in terra come una pera cotta, svenuto che sembrava morto.» «Che botta!» Sognando l’esperimento di laboratorio ho guadagnato un po’ di sonno, forse solo una manciata di secondi. I sogni trascorrono velocemente. Mi lamento, scalcio le lenzuola con un piede, apro gli occhi e mi accorgo che i tacchi della famiglia Iacobelli mi hanno sottratto un quarto d’ora di profondo torpore. Prendo coscienza e vengo colto da un desiderio irrefrenabile. Voglio suonare le nacchere coi testicoli di quell’imbecille dello Iacobelli e lo voglio far saltare a passo di flamenco con urla di dolore. Poi i desideri si moltiplicano come un climax crescente: voglio spezzare i polsi dello Iacobelli, gli voglio dare un morso alle gengive, lo voglio prendere a doppi schiaffi, a due a due finché non diventano dispari. M’immagino lo Iacobelli con la faccia gonfia che beve il caffellatte con la cannuccia. Scarico la violenza nell’immaginazione e alla fine riesco a trovare un po’ di calma. La giornata, però, è cominciata di merda. Abito a trecento metri dalla scuola in cui insegno, ma la mattina mi devo alzare presto. Mi occorre molto tempo per svolgere le mie funzioni, senza fretta e con una lentezza dei movimenti che mi fa assomigliare a un bradipo. La mia giornata comincia col caffellatte e biscotti. Il latte non deve essere né troppo caldo né troppo freddo, perché se è troppo caldo perdo dieci minuti per soffiarci dentro, se è troppo freddo non mi fa effetto. L’effetto è un lieve tepore che deve scendere lentamente lungo l’esofago, deve adagiarsi nello stomaco e propagarsi dolcemente nell’intestino come un balsamo che scioglie e rilassa le viscere. Di solito dopo il terzo biscotto inzuppato nel latte comincio a percepire le azioni terapeutiche della mia colazione e con lo sguardo perso nel vuoto valuto l’intensità dei primi stimoli. Nelle mattine più fortunate non riesco a finire nemmeno la colazione, lascio nel piattino il quarto biscotto appena addentato, abbandono la tazza mezza piena di caffellatte e balzello a piccoli passi verso il gabinetto.


8 Ripenso alle antiche sentenze della medicina medievale: ‘...defaecatio matutina est vera medicina, defaecatio meridiana, neque bona neque sana’ Dopo qualche minuto lo sciacquone del water tuona prorompente e anche la cascata d’acqua, giù per il tubo, sembra un tripudio con lo strascico di un allegro risucchio. È come uno squillo di trombe, come un rullo di tamburi medievali che esaltano gli animi alla battaglia, all’eroica impresa di guerra. La mia tromba è un sifone, la grancassa è uno scroscio delle tubature; è il ritmo d’assalto che alimenta il mio spirito e lo prepara ad affrontare la giornata. Entro in bagno strascicando le pantofole sul pavimento ed esco a grandi balzi, profumato dai saponi naturali al muschio bianco e inebriato dall’aroma del mio body cream alle essenze di agrumi. Il mio corpo depurato è pronto; ogni cosa in ordine, ogni cosa a posto, leggero come una piuma di ottantacinque chili. Tutto è cominciato con un ossimoro: un atteso imprevisto. Ieri sera ho defecato in modo straordinariamente copioso, ma sapevo già che quel morbido prodotto del mio transito intestinale era un infausto presagio. Mi sono comportato come uno sciocco augure etrusco, che rimuove dalla sua mente l’inconfondibile evento negativo e si rivolge al cielo con la speranza che gli dèi cambino il destino. Gli dèi non cambiano il destino. Ieri sera non ho capito niente con tutta quell’acqua che turbinava fuori dalla mia finestra e ho confuso il cielo col mare. La natura ha parlato a un sortiere cieco. Me ne sono andato a dormire con i nervi che sembravano tanti serpentelli sottocutanei e mi sono calato un sonnifero per abbracciare la notte. Stamattina ho atteso per venti minuti che si smuovesse qualcosa nelle mie viscere, ma sono riuscito a produrre solo qualche flatulenza accompagnata da illusorie pene d’aria. Ho dovuto fare i conti con la realtà. Seduto sulla tazza mi sono sforzato finché non ho sentito i capillari del volto infiammarmi la fronte. Lì seduto ho oscillato avanti e dietro col busto per una decina di volte, mi sono massaggiato il ventre, ho ripetuto una serie di contrazioni addominali e alla fine mi sono arreso. Il bernoccolo che ho in fronte ha cominciato a pulsare con la stessa frequenza dei battiti cardiaci.


9 Non c’è stato niente da fare. Sono dovuto uscire di casa senza defecare, con un fastidioso senso di insoddisfazione pronto a trasformarsi, nel corso della mattinata, in un malessere indefinito. Mi sembra che il dottor Valiani si stia cominciando a incazzare. «Ma se vai di corpo la sera, come puoi pretendere di volerci andare anche la mattina dopo?» «Però se non ci vado sto male.» «Ti sembra.» «Che cambia? Sto male lo stesso. Se non vado di corpo la mattina sto male tutto il giorno.» «Ma è una tua ossessione. Caro mio, stai diventando psiconevrotico» esclama il Valiani. Ossessione, psiconevrosi... in altri termini sta cercando di dirmi anche lui che sono fissato. Usa un altro linguaggio, ma dice la stessa cosa che mi ripete Valeria. Stai a vedere che questi due se la intendono. Valeria ha una relazione col Valiani? Mentre fanno sesso parlano delle mie ossessioni? Il Valiani si sente i miei occhi addosso, mi sembra anche un po’ a disagio. «È una tua ossessione...» mi ripete. Mentre pronuncia queste ultime parole alza pure la mano, leggermente, in modo quasi impercettibile, come se mi stesse mandando a quel paese. Lo starà facendo con una precisa intenzione o lo posso considerare un gesto inconscio? Comincio a temere che il mio medico non mi stia prendendo sul serio. Trasuda superficialità, distrazione, poca dedizione al suo ruolo, al suo compito. E poi continua ancora a oscillare la mano tesa verso la porta. «Elio che ci vuoi fare, ognuno ha le sue regole, ognuno ha il suo bioritmo, la sua scansione biologica e tutte le mie funzioni dipendono da quello…» «Giovanniiii!» sbotta il Valiani, che all’improvviso si spazientisce, «adesso mi vieni a fare una lezione sulla filosofia della cacca… per carità, può essere un’idea, magari ci scrivi un saggio e ci fai pure i soldi… fammi sapere eh?» Ecco mi vuole buttare fuori questo coglione incompetente. È pure riuscito a farmi alzare dalla sedia, dalla quale avevo deciso di non schiodarmi se prima non mi avesse dato soddisfazione. Adesso mi indica inconfondibilmente la porta con la mano tesa e pure il braccio. «Magari uno sciroppo alle erbe», gli suggerisco mentre il dottor


10 Valiani mi butta fuori dall’ambulatorio con tante spintarelle amichevoli. Credo che mi abbia risposto qualcosa, ma non ho capito bene. Mi è sfuggito anche il labiale, un vecchio col cappello è passato in mezzo e il suo cappello ha coperto le labbra del Valiani. Avrà detto che lo sciroppo alle erbe può andare bene o mi ha suggerito il nome di un farmaco che mi posso autoprescrivere? Scendo le scale e appena sbuco sul marciapiede mi viene in mente Socrate. Mi viene in mente anche Socrates, il giocatore brasiliano della Fiorentina. Ritorno a Socrate, quello greco. Aveva lasciato un insegnamento ai suoi discepoli: conosci te stesso. Sto camminando da un quarto d’ora e mi accorgo che i tigli di viale Carducci hanno un profumo intenso. Cammino come un filosofo socratico peripatetico, procedo a passo lento, ho tutto il tempo che voglio, mi sono pure accorto del profumo dei tigli. Mi sono accorto che è passata una coppia che stava litigando. Sembrava che parlassero, invece stavano proprio litigando. Una vecchia è nascosta dietro una tenda al terzo piano del palazzo che ho appena superato e dalla sua finestra guarda quelli che passano. Due fidanzati camminano tenendosi per la mano. Lui ha simulato un colpo di tosse, ma in realtà si è voltato per guardare il culo di una ragazza che mi cammina avanti. Anch’io le guardo il culo. Probabilmente ha le mutande col filo internaticale. Per terra ci sono dieci centesimi. È passato un tizio in macchina e ha suonato col clacson. Una ragazza si è voltata, ma poi si è accorta che quel tizio in macchina ha suonato per salutare un suo amico che camminava dietro di lei. Ci deve essere rimasta male. La sua minigonna, le sue gambe e il suo seno che oscilla ad ogni passo meriterebbero un colpo di clacson. E invece il tizio in macchina, tutto preso a salutare l’amico, non l’ha notata. Io sto notando tutto. Sono una telecamera stereoscopica, sto facendo con i miei occhi un cortometraggio a trecentosessanta gradi, dall’orizzonte all’azimut. Neanche stamattina ho fatto la cacca. Secondo giorno di stitichezza. Non posso fare affidamento sul dottor Valiani, la diagnosi me la devo fare da solo. Elio prende ogni cosa come se fosse il canovaccio di una commedia dell’arte. Sembra che tratti i pazienti come se fossero maschere o parrucconi. Forse sul suo computer mi ha messo pure un nome in codice, forse nella casella dove c’è scritto Giovanni Caramelli ha aperto una parentesi e ha scritto: Argante. Sintomi: malato immaginario. Stamattina, per defecare, ho fatto yoga mentre ero seduto sul water. Ho fatto meditazione col busto eretto e le mani aperte, pollice e indice chiusi


11 ad anello. Ho resistito dieci minuti a concentrarmi sui campi di colore e i cerchi di luce. Poi una leggera sonnolenza mi ha afflosciato i muscoli del collo. Devo fare a meno del dottor Valiani, devo fare da solo. Mi curerò con la meditazione, con l’osservazione introspettiva e con un dizionario medico, ammesso che riesca a non addormentarmi. Snobberò il medico anche per le ricette. Sarà sufficiente attendere il mio turno nella sala d’attesa dell’ambulatorio e presentarmi davanti alla sua segretaria. Gonfierò il petto e sbufferò aria con un atteggiamento scocciato e pronuncerò il nome del farmaco che mi sarò autoprescritto con tono perentorio. Avrò l’espressione di un serial killer incallito e la giovane segretaria del dottor Valiani sarà così intimorita che mi farà la ricetta a testa bassa, senza nemmeno guardarmi negli occhi. Quando avrà finito di compilare la ricetta gliela strapperò dalle mani, per farle capire che la prossima volta dovrà scriverla più velocemente, perché io Giovanni Caramelli, non ho tempo da perdere col dottor Valiani. Anzi, adesso ci penso su e se mi gira vado all’Asl e cambio medico. Ne scelgo uno meno coglione, che mi possa dare almeno il tempo di esporgli chiaramente i miei sintomi, le mie preoccupazioni, le mie patologie. Me lo scelgo almeno con l’ambulatorio in periferia, così non devo impazzire un’ora nel traffico per andare dal medico. Tanto sono tutti uguali, buoni soltanto a fare ricette e se ti ammali veramente devi andare dallo specialista. Ho trovato l’enciclopedia medica tascabile tra gli scaffali della libreria Gaia Scienza. Faccio balzellare i polpastrelli delle mie dita sopra le costole dei volumi e una donna mi fissa mentre osservo i libri. Se possiedi il dono della parola e sei un uomo colto, il miglior luogo dove rimorchiare le donne è la libreria. Altro che discopub o discoteche. In libreria non c’è bisogno di fare selezione all’ingresso, la libreria una selezione all’ingresso se lo fa da sola, senza necessità di energumeni con l’auricolare infilato nel buco dell’orecchio. La donna continua a guardarmi facendo finta di sfogliare una rivista di viaggi. Io canticchio muovendo le mani sullo scaffale, come se stessi sciorinando accordi sulla tastiera di un pianoforte. Mi dispiace bella tettona, ma oggi non ho tempo di dedicarmi all’arte della seduzione, giuro che la prossima volta che t’incontro non perdo l’occasione. Ho una missione da compiere. Devo fare la cacca entro domani, altrimenti in classe mi esplode la testa o il ventre; poi la preside deve chiamare la ditta dello spurgo per pulire l’aula.


12 Ecco! Enciclopedia medica tascabile. Leggo il titolo col cipiglio severo di un baccelliere medievale avviato alla professione di filosofo cerusico. «Alla faccia!» esclamo un po’ più forte con gli occhi puntati sull’angoletto del libro dove c’è scritto il prezzo. La donna adesso mi guarda con insistenza. La fisso negli occhi, lei fa la stessa cosa con me, insisto; non sono certamente io ad abbassare lo sguardo per primo. Sono un uomo, mica un mollaccione che si vergogna a guardare una femmina. Mica ho lo sguardo sfuggevole del timidone, non sono un maschio invertebrato che arrossisce per la vergogna pensando di essere stato sfrontato. La donna abbassa gli occhi sulla rivista e abbozza un sorriso compiacente. Non c’è dubbio, mi sta invitando a provarci. Mi sta lanciando segnali di compiacenza, mi sta chiedendo di avvicinarmi, di abbordarla con una scusa qualsiasi, con la richiesta di un’informazione palesemente pretestuosa. Possiedo la virtù della parola. Potrei inchiodarla con la seduzione intellettuale, con il fascino della simpatia, con l’ostentazione di una forte personalità. All’improvviso una pena d’aria mi gorgoglia nell’intestino e il suo rumore si distingue perfettamente nel silenzio. Una scoreggia mi raggiunge lo sfintere e a mala pena riesco a trattenerla. Comincio a sudare in mezzo alle natiche. Ci metto un attimo a riprendere coscienza della realtà. Sono in libreria perché devo compiere una missione. Giro il volume più volte soppesandolo con la mano, come se volessi associare la massa al contenuto. Giro ancora il libro avanti e dietro, riguardo il prezzo e lo soppeso ancora una volta. Mi faccio mentalmente un calcolo di quanto mi viene a costare la superficialità del dottor Valiani. Mi lamento sotto voce, faccio ribollire in gola una maledizione rauca e mi avvio verso la cassa, borbottando in modo inequivocabile l’anfratto del dottor Valiani entro il quale avrei volentieri infilato il volume tutto intero. Sto leggendo il libro comodamente installato sulla poltrona in pelle del mio studiolo. Anatomia, fisiologia, patologia, allopatia, omeopatia, igiene… tutte parole che mi danno conforto. Avanzo nei miei studi, navigo su internet e scopro una quantità indescrivibile di siti dedicati alla stitichezza, partecipo pure a un forum. Mi chiedono un nickname. Ci penso. ‘Fava di fuca’ mi pare che sia perfetto. Ehi,


13 salve a tutti, io sono Favadifuca… In libreria ho acquistato anche un bel quaderno con la copertina cartonata, sulla quale è stampato un pot pourri propiziatorio di frutta esotica ricca di fibre. Voglio scrivere un compendio della mia stitichezza, con l’elenco delle cause e dei rimedi. Scrivo il titolo: La stitichezza, cause e rimedi, rileggo a voce alta e mi pento subito d’aver scelto quel titolo. Bella figura se qualcuno lo legge per caso. Sarebbe come confessare pubblicamente d’essere stitico. M’immagino la preside che al collegio dei docenti legge per sbaglio il mio quaderno pensando d’aver preso il registro dei verbali. «Dunque cari colleghi… leggiamo l’ordine del giorno. Punto primo: La stitichezza, cause e rimedi… ah no, scusatemi tanto, questo è il quaderno del professor Caramelli!» e giù tutti a ridere, compreso quel fesso del vicepreside che magari anche lui è stitico, ma non lo dice a nessuno e nemmeno lo scrive nel suo quaderno personale. Così il mio compendio è cominciato subito con una cancellatura. Appoggio la punta della penna un rigo più sotto, mi fermo a pensare, poi sorrido, sorrido più intensamente e alla fine trovo il titolo giusto: Causae et remedia adstricto alvo. Lo stesso titolo di prima, ma in latino. Chi lo conosce il latino? La preside parla appena l’italiano e quel fesso del vicepreside preferisce spesso esprimersi a gesti. La privacy è salva. Peccato però. Sarebbe stato divertente sentire la preside rivelare pubblicamente al collegio la mia stitichezza. Anch’io mi sarei fatto una risata e per vincere l’imbarazzo mi sarei alzato sollevando le braccia in segno di egocentrico orgoglio. A quel punto sarebbe scattato l’applauso e la ola nell'aula magna. Adesso che ho scritto il titolo ho le idee ben chiare e posso procedere a fare l’elenco di tutte le cause più eclatanti della mia stitichezza. Le annoto una dopo l’altra, riporto gli esempi, descrivo i particolari, mi soffermo a indicare i giorni di costipazione che ogni causa produce. Seguo un metodo scientifico, utilizzo asterischi, parlo degli ingredienti, esamino gli additivi che si trovano nei cibi, sottolineo di rosso il glutammato, il sorbato di potassio, il nitrato di sodio. Faccio alcuni approfondimenti e utilizzo un glossario ispirato alla mineralogia per indicare la durezza degli escrementi liberatori. Scrivo ‘granito’ per indicare la durezza della cacca dopo quattro giorni di stitichezza. Quattro giorni: tempo massimo di stitichezza che ho dovuto sopportare. Mi ricordo che fu un peso terribile da portarmi in corpo e rabbrividisco al solo pensiero che mi possa capitare ancora.


14

Stamattina giorno festivo a scuola. Io e Valeria ne abbiamo approfittato… cioè Valeria ne ha approfittato, perché io ne avrei fatto a meno e sarei rimasto tranquillamente sul divano a poltrire. Mi ha detto che la casa al mare di sua madre è libera. Io ho fatto finta di non sentire, ma lei ha insistito. Allora ho smesso di far finta di non sentire e mi sono messo veramente a non sentirla. Osservavo le sue labbra muoversi, ma la voce non arrivava alle mie orecchie come se le avessi abbassato il volume. L’incantesimo si è interrotto proprio nel momento in cui mi ha chiesto: «allora va bene?» Accidenti! Proprio al momento della domanda doveva rialzarsi il volume? «Piove?» ho chiesto. «Macché piove, c’è il sole.» «Si fa presto a dire sole. L’altro ieri diluviava e ora c’è il sole, ma com’è possibile.» «Giò si dà il caso che la terra giri… si dà il caso che le nuvole passino… un giorno ci può essere il sole, un giorno ci può essere la pioggia e un giorno può essere metà e metà.» «Ecco, forse oggi è proprio un giorno metà e metà. Le hai ascoltate le previsioni?» «Dànno sole tutto il giorno, ottima occasione per andare in bicicletta sul lungomare.» «E se poi piove?» «Se piove, in pineta ci andiamo col pedalò.» Valeria sparisce in fondo al corridoio, poi riappare. La borsa da viaggio è già pronta. Sembra tutto facile, tutto pronto, tutto organizzato. Poi, piano piano, nascono le complicazioni. Scendo una prima volta le scale per caricare la borsa in macchina, salgo su e compare una seconda borsa più pesante della prima. «Sono le cose che qui in casa non servono più. Le lasciamo nella casa al mare perché lì possono essere utili.» Scendo le scale una seconda volta, sbatto un gomito sul passamano delle scale, rischio di scivolare sull’ultimo gradino, quello col marmo che oscilla. Dopo un quarto d’ora scende Valeria, esce dal portone, guarda in alto e mi fa segno che sono rimaste le finestre aperte. «Tanto non piove» le dico. Non risponde, quindi risalgo. Mentre attraverso la strada mi dice di por-


15 tar giù anche la spazzatura. Entro in cucina e sento già l’odore del pesce in putrefazione nella pattumiera. Nel giro di due giorni avrebbe appestato la casa e la pattumiera sarebbe andata da sola a rovesciarsi nel cassonetto. Mi sto innervosendo, ma perché devo fare tutto io? Scendo i gradini a due a due. La spazzatura puzza e mi sta ammorbando l’aria che respiro. Adesso lancio il sacchetto dalla finestra del pianerottolo. Il nervoso mi sale dallo stomaco, adesso lo lancio veramente dal pianerottolo del secondo piano; se faccio centro dentro il cassonetto è bene, altrimenti vaffanculo. Scendo tutte le scale con il sacchetto sospeso sotto al naso e lo deposito nel cassonetto con un movimento schifiltoso. C’è un paesaggio incantevole lungo la statale che va verso sud. La strada passa sopra una scogliera a strapiombo sul mare, attraverso ponti che si gettano tra un dirupo e l’altro. Dalle ringhiere dei parapetti si intravedono scorci di scogli battuti dalle onde, giù in fondo a precipizi di oltre cinquanta metri. Stiamo per imboccare l’autostrada. Guardo Valeria e le dico: «neanche oggi ho fatto la cacca. È il terzo giorno di seguito che non la faccio» «Appena arriviamo a casa ti do un cucchiaino di idraulico liquido.» «Mi sono dimenticato di bere, ho anche sudato e ho perso liquidi. Senti, senti la mia fronte come è umida.» «Se spegni il riscaldamento forse smetti di sudare.» «Così mi si raffredda il sudore.» «Fa talmente caldo che per respirare bisogna mettere un boccaglio fuori dal finestrino. Apro un po’.» «Così mi prendo un malanno.» «Giò mi sa che il malanno l’hai già preso» esclama Valeria battendosi l’indice sulla tempia. Il venticello tiepido mi accarezza il volto mentre pedalo in bicicletta sotto il sole. Sento il profumo di iodio e respiro l’aria marina inebriata dall’odore dei pini che stillano gocce di resina. Mi viene in mente il D’Annunzio, la pioggia nel pineto e anch’io mi faccio silvano, nel senso cioè che il mio volto diviene silvano. Come quello del D’Annunzio. Che pace, che tranquillità. Valeria pedala davanti a me col suo busto eretto sopra il sellino, capelli al vento. Mi viene subito in mente l’imperativo ‘taci’. Poi, molto dopo, anche il suo nome: Ermione. Stasera penso di fare la cacca, me lo sento. La pedalata mi sta stimolan-


16 do, qualcosa si agita nel mio intestino. Qualcosa si agita nel mio destino. Ero predestinato dal fato a venire a cagare al mare dopo tre giorni di stitichezza, nel cesso della casa della madre di Valeria. Gli dèi mi hanno riservato un finale poetico dopo un dramma di tre giorni. L’ansia, la fatica, gli affanni dell’eroe amato dal cielo troveranno un giusto compimento sopra la tazza di un water, da cui si gode un mirabile paesaggio marino se si lascia aperta la finestra. E l’eroe, di certo, dopo tre giorni di stitichezza, lascerà aperta quella finestra. Con l’occhio languido e lo sguardo appagato, l’eroe osserverà tramontare il sole sulla linea dell’orizzonte e il tonfo cupo nella tazza del cesso gli darà la sensazione di defecare nel mare aperto che ha davanti a sé, al di là della finestra. Felice, sereno e in pace col mondo mi faccio un bagno caldo prima di cena per rilassare il mio corpo. Ceno abbondantemente con un appetito vorace, che non sentivo da molto tempo e poi mi spaparanzo sul divano di rattan cosparso di soffici cuscini. Adesso decido che è giunto il momento. Prendo le mie riviste, tiro fuori dalla borsa l’asciugamano blu, il mio colore preferito, e sorrido mentre chiudo a chiave la porta del bagno. Mi siedo, apro la rivista e comincio a leggere. Un articolo sulle creme antirughe attira la mia attenzione. Il primo piano di una strafica spacciata per quarantasettenne occupa mezza pagina. Nelle foto successive la strafica bionda è nuda e ostenta due tette dai capezzoli puntuti che si ergono su un corpo perfetto. Non c’è traccia di ruga, non c’è traccia di cellulite, non c’è traccia di buccia d’arancia. Quasi quasi me la compro anch’io questa crema antirughe, ma poi ci ripenso; chissà, forse fa crescere anche tette... meglio lasciar perdere. Giro pagina. Questa va bene: crema viso riepitelizzante per uomo. Che cazzo vuol dire riepitelizzante? Crema riepitelizzante agli estratti di gingko biloba. Bene! Il ginkgo biloba potenzia l’erezione, lo mettono apposta nelle creme, per farlo diventare più duro, per dare energia. Infatti ti dicono che la crema va messa la sera prima d’andare a dormire; la mattina sarebbe sprecata. Se sei single e dormi da solo è meglio mettersela la mattina. Leggendo la rivista mi sono dimenticato di essere sul cesso. Sul cesso? Guardo l’orologio. Maledizione, non ho fatto ancora niente e anche gli stimoli che avevo sono scomparsi. Niente. Neanche un po’ d’aria premonitrice, neppure un lieve movimento intestinale, nemmeno una loffa silente. Sarà stata la rivista, con tutte queste tette all’aria? Con tutte queste labbra carnose? Come puoi cagare mentre tutte queste donne mezze nude ti guardano dalle pagine della rivista? La prossima volta mi porto Famiglia cristiana.


17 Valeria mangia il gelato e si sporca la punta del naso. Quando gli adulti mangiano il gelato regrediscono all’infanzia, si vede dai gesti che compiono, dalle movenze, dagli sguardi. Riemerge dall’inconscio la fase orale, quella freudiana, quella della suzione. E lo fanno pubblicamente, tutti davanti alla porta a vetri della gelateria, tutti a leccare le gocce che colano giù dal cono, tutti concentrati a succhiare il proprio gelato e a gettare furtivamente occhiate sul cono degli altri per vedere come leccano. Rito orgiastico davanti alla vetrina della gelateria, fellatio collettiva aromatizzata a tutti i frutti, alla panna, alla crema. Chi succhia il gelato alla frutta ha la sessualità repressa, chi succhia gelati alla crema è passionale. Chi lecca gelati alla frutta, quando fa sesso, accompagna l’orgasmo con un grido stridulo e strozzato, chi lecca gelati alla crema esplode nell’orgasmo con un grido possente. Mi guardo intorno e cerco conferme alla mia teoria. Una mora tettona succhia il gelato alla cioccolata con una lingua carnosa come quella di un vitello. Posa lo sguardo eccitato sulle labbra del suo ragazzo ed esplode con una risata fragorosa. Una psicolabile isterica esce dalla gelateria con un cono al limone. Se lo sta mangiando con la paletta. Sembra la raffigurazione dell’antierotismo. Rimprovera il povero figlioletto con una vocina pungente. La mia teoria è abbondantemente confermata. Mentre torniamo a casa guardo le stelle e la luna. Si vedono poche stelle a causa dell’inquinamento luminoso, ma verso il mare se ne scorgono molte. Le conto, perdo il conto, le confondo. Dov’è la stella polare? Dov’è il nord? Mi sforzo di non pensarci, ma la mente ritorna sempre a quello che mi è successo stasera. Ci avrei giurato. Pensavo proprio di farcela stasera e invece niente, solo qualche movimento d’aria intestinale. Forse due passi mi faranno bene. Non c’è dubbio; quello che mi è successo stasera è stato un blocco psicologico. Forse mi sono bloccato perché il water di questa dannata casa ha una forma diversa dal mio. Dovrebbero farli tutti uguali e invece alcuni sono più bassi, altri più larghi, altri ancora troppo piccoli. Penso alla stella polare. Forse mi ha bloccato l’orientamento, non sono abituato a defecare rivolto ad ovest. In casa mia svuoto l’intestino rivolto ad est, la parte opposta, una bella differenza. Diverso orientamento, diversa congiuntura astrale, diverso influsso, diverso tutto. «Nella nostra casa il gabinetto è orientato a est», dico puntando il dito in avanti. Valeria mi guarda perplessa. «Est? Ma se non sai nemmeno dove si trova l’est. Hai appena indicato il sud.»


18 «Da quella parte non è est?» «No. Da quella parte è sud.» «È uguale. Ho indicato un punto a caso, tanto per indicare.» «Meno male che come lavoro non fai il pilota d’aereo.» «La posizione del sol levante mi provoca un influsso astrale benefico. Sono forze misteriose che in alcuni soggetti particolarmente sensibili fanno effetto.» «E l’effetto che fanno su di te sarebbe la cacca? Bel soggetto sensibile che sei!» «Si tratta di un benessere…» «Domattina sull’oroscopo leggi: Giove nel vostro segno, in aspetto più che positivo con Urano, vi suggerisce un copioso flusso liberatorio delle viscere e roboanti crepiti del ventre.» «Ridi, ridi.» «Visto che sei un essere sensibile, guarda un po’ se gli influssi benefici, invece di farti fare la cacca, ti fanno vincere al superenalotto.» «Non pensi ad altro!» «Sempre di questioni di culo si tratta.» Faccio una pausa meditativa. Un pensiero geniale nasce nella mia mente. «Avere culo significa avere fortuna, avere merda significa avere sfortuna... strano no? Mi sfugge la logica che ha dato origine a queste locuzioni... strano no? Un culo senza merda è come un'auto senza benzina, come una piscina senz'acqua, come una pianta senza radici, come un prato senza erba, come...» «Giò, ho capito!» Prima di andare a dormire vesto i panni di ‘favadifuca’, accendo il computer ed entro in chat. Abbiamo una stanza nascosta come un gabinetto, dove noi stitici ci ritroviamo a raccontare le nostre cose. «Salve a tutti, io ho la stitichezza terzana, quella che dura tre giorni.» «Beato te favadifuca, io ho perso il conto.» Un tizio scrive che adesso si è finalmente liberato dalla stitichezza. In realtà non era stipsi, ma solo un blocco psicologico. Dice che non riusciva a defecare perché le mattonelle del suo bagno erano bianche, bianche come il latte, immacolate nel loro puro candore. Quelle mattonelle gli sembravano una coltre di neve appena caduta, fresca, delicata, un incanto emozionale natalizio. Poteva star lì seduto anche per un’intera giornata, ma non ne cavava un bel niente, come se dentro il suo ventre si fosse cementata ogni cosa. Il tizio dice che poteva anche non guardarlo il pa-


19 vimento, poteva anche immaginarselo nero, rosso, verde o di qualsiasi altro colore, ma il risultato non cambiava. Nella sua mente persisteva il colore bianco di quelle mattonelle su cui poggiava i piedi e più si figurava un altro colore e più vedeva il pavimento bianco, con gli interstizi tra le mattonelle, bianchi anche quelli, appena ripassati con lo stucco. Il tizio racconta che una volta era stato preso dalla disperazione e aveva pensato di suonare alla porta del vicino. «Mi scusi caro vicino di casa, siccome il piastrellista ha avuto la brillante idea di mettere in bagno le mattonelle bianche, potrei, per favore, usare il suo cesso? Giuro che glielo lascio pulito!» Troppo complicato. E se il vicino gli avesse fatto qualche domanda? I vicini sono sempre curiosi. Come glielo avrebbe spiegato? «L’hai risolto il problema?» chiedo in chat mentre il tizio con la sua storia ha incantato tutti. «Certo», risponde. Poi si mette a raccontare che il problema lo ha risolto per caso; sempre per caso avvengono le scoperte più sensazionali. «Una sera stavo seduto sul water da più di venti minuti», racconta il tizio. «La pressione delle cosce sulla ciambella della tazza mi stava già cominciando a provocare dei fastidiosi formicolii alle gambe. Mi alzai in piedi e cominciai a salterellare per riattivare la circolazione. Nei polpacci mi sembrava di avere un esercito di formiche sottocutanee. Saltellando feci cadere la penna stilografica con la quale avevo appena terminato il mio Bartezzaghi.» «Penna stilografica? Ah, ah, ah!» s’intromette July78. Nessuno interviene, il tizio fa una pausa e poi riprende a raccontare. «Per raccogliere l’inchiostro sparso sulle mattonelle, mi sono riseduto sul water, ho preso una manciata di carta igienica e ci ho messo sopra un po’ di Lysoform. Fui attratto dal profumo di quel prodotto. Mi sembrava di odorare una specie di resina miracolosa.» «E il miracolo avvenne?» interviene ancora July78. «Un vero miracolo. Dopo aver sniffato un paio di volte la bottiglia aperta, sentii un movimento di viscere benefico e uno stimolo improvviso che mi percorse l’intestino come un brivido liberatorio. La liberazione fu copiosa e soddisfacente, il Lysoform mi aveva toccato i punti nevralgici direttamente collegati con tutto un sistema misterioso che sovrintende i processi viscerali espulsivi.» «Incredibile!» «Provate a sniffare il Lysoform, fa cagare che è una meraviglia»,


20 conclude il tizio e se ne va in un’altra stanza. I gabinetti della scuola sono cessi alla turca, compresi quelli riservati ai professori che hanno la chiave appesa a un chiodo nell’aula docenti. Il portachiavi blu per quello degli uomini, il portachiavi rosso per quello delle donne. Rosso per le donne. Come le mestruazioni. La Professoressa Lulli sorveglia il bidello Giorgio mentre pianta i chiodi al muro. «Un po’ più in alto... no anzi, un po’ più in basso, altrimenti la professoressa Agostinelli deve fare un salto per prendere la chiave.» «Va bene così professoressa?» «Bravo Giorgio, così è perfetto. Mi raccomando i due chiodi devono essere alla stessa altezza.» Giorgio dà due colpi secchi e decisi sopra il chiodo. Il primo fa affondare la punta un paio di millimetri dentro il muro, il secondo viene fuori sbilenco e piega il chiodo come un uncino. «Porca puttana! Ehm... mi scusi professoressa, ma quando ci vuole ci vuole.» «Stia attento Giorgio, si è fatto male?» «C’è mancato poco professoressa. Qui le cose sono due: o ci hanno venduto una partita di chiodi avariati o il muro è più duro del chiodo.» «Occorrerebbe un trapano. Ce l’abbiamo a scuola un trapano?» «Ma certo! Abbiamo il Blekke dekke che buca anche il cemento armato. Vedrà professoressa vado a prenderlo e ci faccio due fori e ci metto due ganci fatti apposta, così viene un lavoro a regola d’arte.» «Nel frattempo mi potete dare la chiave o vi serve per la foto ricordo dell’inaugurazione di questa meravigliosa istallazione», protesto seccato. Me ne vado verso i bagni tenendo la chiave con la punta del pollice e dell’indice, perché penso a tutti i germi e a tutti i batteri che mi avrebbero potuto contagiare. Temo soprattutto i batteri di quello sporcaccione del vicepreside Leccese, che sicuramente non si lava nemmeno le mani dopo aver urinato e che forse non si fa il bidet da tempi immemorabili. M’immagino le dita di una decina di colleghi mentre espletano le loro funzioni davanti quel cesso alla turca della scuola e penso alle miriadi di goccioline invisibili di urina che si sono depositate sulle dita e sulle chiavi. Forse qualcuno ha fatto pure cadere quelle chiavi per terra, vicino alla ceramica del cesso o probabilmente proprio dentro il buco. Forse a qualcuno saranno anche cadute dentro al buco prima di tirare lo sciac-


21 quone. Le ha raccolte e forse nemmeno le ha lavate. Giro la chiave con ribrezzo e apro la porta del bagno. I sanitari emanano un acre odore di disinfettante. Mi guardo intorno con circospezione, controllo se per caso c’è qualche telecamera nascosta e giro la chiave nella serratura. Mi lavo le mani, me le asciugo con lo scottex e poi abbasso la cerniera dei pantaloni. Il ticchettio metallico prodotto dall’oscillazione della chiave accompagna la mia minzione. Il cesso alla turca mi ha fatto sempre un brutto effetto, fin da piccolo, all’epoca delle colonie estive, quando aprii la porta dei gabinetti e pensai che qualcuno si fosse fregato la tazza. «Come si fa a rubare la tazza del cesso?» Mi venne da vomitare al solo pensiero che qualcuno si potesse mettere a svitare un water nei cessi pubblici, con le mani nell’umido del pavimento, che non si capisce mai se quell’umido sia acqua o urina. Sono le persone che urinano fuori dalla tazza o sono i cessi pubblici che perdono acqua? Forse tutte e due le cose. Ripenso a nonno Beppe che era un artista, discepolo un po’ del dadaismo e un po’ di una corrente tutta sua fatta di poetica volgarità. Quando nonno Beppe decise di rimodernare il bagno della sua casa, guardò la tazza ancora integra che l’idraulico gli aveva appena tolto, la prese, la portò in giardino, la riempì di terra e ci piantò dentro dei fiori. Nacquero gerbere grosse come ombrelloni da sole, ridenti, dai colori vivaci e accesi che tutti i passanti si fermavano a guardare. Quando i passanti si fermavano a guardare i fiori, nonno Beppe scostava le tendine della finestra e si beava del successo che riscuoteva la sua composizione. Quando se ne andavano, nonno Beppe tornava a sedere sul divano e da quella posizione valutava la possibilità di sistemare un secondo water in giardino per poterci piantare dentro i tulipani. Non l’ha mai fatto perché nonno Beppe sapeva che l’arte non è seriale. Avevo dieci anni. «In colonia ti troverai bene», mi aveva detto mia madre spingendomi per la collottola nel tentativo di farmi salire i gradini del pullman. «Vedrai che in colonia farai amicizia con tanti altri ragazzi della tua età e venti giorni ti passeranno così velocemente che alla fine non vorrai più tornare a casa.» Primo gradino. «Mi raccomando prendi un posto davanti nel pullman altrimenti


22 vomiti. Sarebbe un peccato visto che hai fatto la colazione al bar.» Secondo gradino. «Quando in montagna la strada comincia a salire mettiti il maglioncino, altrimenti prendi freddo alla pancia e ti potrebbe venire la diarrea. Come fai se ti viene la diarrea proprio sul pullman?» Terzo gradino. All’improvviso si chiuse la porta del pullman. Io mi voltai verso mio padre che mi guardava con la faccia appiccicata all’altra parte del vetro. Nella confusione del momento mi dimenticai la sequenza delle disgrazie che mia madre mi aveva paventato e non mi ricordavo più se la diarrea dovesse venirmi prima del vomito o viceversa. Quando il pullman partì, feci appena in tempo ad affacciarmi dal finestrino e mentre cercavo mia madre nel drappello dei genitori accalcati sul marciapiede, mi parve di vedere mio padre sbracciarsi nel tentativo di salutarmi, ma più che un saluto mi sembrò un salto di gioia. Davanti al cesso alla turca della colonia estiva rimasi impressionato e all’improvviso mi passò lo stimolo che a stento era riuscito a trattenere lungo il corridoio. Quel quadrato di ceramica col buco in mezzo mi parve il petto di un uomo morto disteso per terra, con la testa piccola e il collo incastrato nel busto. Quando mi chinai con i pantaloncini abbassati, ebbi il timore che quel collo incassato potesse all’improvviso uscire fuori e che dalla piccola testa tonda spuntassero due occhi infuocati, un naso adunco e una bocca assassina con i denti aguzzi come quelli di uno squalo. Il petto dell’uomo morto, disteso per terra, si sarebbe allora risvegliato e avrebbe soffiato un’aria infuocata come quella del drago, prima di affondare i denti nella mia carne che lo stava oltraggiando. Al solo pensiero del morso mi alzai di scatto, come una molla che per il troppo slancio guizza in aria e compie un salto in avanti. Feci appena in tempo a ritirarmi su i pantaloni, aprii la porta con le mani che mi tremavano dalla paura e corsi fuori dai gabinetti, con le bretelle ancora ciondoloni, che sembravano i tentacoli dell’uomo di ceramica allungati nel tentativo di afferrarmi. Il mio secondo incontro coi cessi alla turca avvenne durante il periodo del servizio militare nella caserma Lamarmora. «Buonasera io sono Giovanni Caramelli, ci siamo già conosciuti nelle colonie estive e non siamo andati molto d’accordo.» «È bene che tu te ne faccia una ragione perché qui, caro Giovanni, ci devi rimanere dodici mesi. Vorrei proprio vedere gli effetti di una


23 stitichezza di dodici mesi.» Così dicendo quel cesso alla turca, situato in fondo al corridoio delle camerate, mi lanciò un sogghigno malefico. Mi parve il sorriso di una vipera che se ne sta attorcigliata sotto il cespuglio, mentre un escursionista si guarda intorno e con un rivolo di sudore freddo, che gli cola dalla fronte, dice ai suoi compagni di cammino: «andate, andate, adesso vi raggiungo, mi tolgo un sassolino dalla scarpa.» Quel cesso alla turca, però, non mi sembrava più il petto di un uomo morto disteso per terra. Dopo dieci anni la turca mi sembrava piuttosto il teschio di Polifemo, con un grosso buco al centro della fronte proprio in corrispondenza dell’incavo dell’unico occhio. Mi calai i pantaloni e rimasi ad aspettare, accovacciato come un guerriero della savana in riposo durante la caccia al leone, con le braccia distese in avanti e le mani chiuse in un unico pugno. Dopo dieci minuti di attesa accovacciato, cominciai a sentire un fitto dolore agli stinchi. E chi l’avrebbe mai detto proprio agli stinchi? Chi avrebbe mai pensato che quella posizione rannicchiata sulla turca sforzasse i muscoli degli stinchi. Sarebbe stato più logico i muscoli dei polpacci. O magari della schiena; oppure i muscoli delle cosce o forse i tendini del collo, che se ne devono stare piegati un po’ in avanti per bilanciare l’equilibrio del peso che sta dietro. E invece un dolore acuto mi prese proprio gli stinchi, come se quella posizione di accovacciamento sulla turca me li avesse tirati oltre la loro capacità di sopportazione fino a farmi sentire una fitta lancinante. Mi alzai in piedi e cominciai a massaggiarmi all’altezza della tibia con una smorfia di dolore che mi deformava il volto, mentre tenevo la testa all’ingiù e le mani strette attorno alla gamba dolorante. Forse a causa di quella prospettiva rovesciata, forse per colpa del dolore che non voleva placarsi, forse per gli effetti di un disturbo intestinale ormai in stato avanzato, ebbi una visione improvvisa, un po’ immaginata e un po’ allucinata. Vidi un topo nero e grasso come una lutreola fare capolino dal buco della turca e uscire dall’acqua con tutta la testa e mezzo busto. Aveva l’aspetto minaccioso di roditore affamato in cerca di carne tenera da azzannare. Vidi il topo nero aprire le fauci e mostrare due fila di denti piccoli, aguzzi e taglienti come lamette e infestati di leptospirosi. Feci appena in tempo a gridare, mi alzai di scatto e mi ritrassi con un balzo in avanti, pronto a fuggire qualora il mostro avesse avuto intenzione di azzannarmi. Ma quando mi voltai verso la turca il ratto si era già immerso nuovamente nell’acqua, o almeno così pensai. Credevo di aver


24 visto il topo, ma speravo di averlo solo immaginato. Uscii dal cesso fischiettando e ostentai un lieto appagamento, ma in realtà temevo di aver urlato troppo forte per lo spavento e che qualcuno mi avesse sentito. Forse quel qualcuno aveva anche frainteso e se ne stava nascosto da qualche parte, con le orecchie tese per captare rumori sospetti. Continuai a fischiettare e proclamai ad alta voce un commento triviale, che suonava come un’apoteosi trionfante, copiosa e liberatoria. Non si sa mai. A scanso di equivoci. «Compagnia a postooo, compagnia aaa…ttenti!» Sull’‘aaa…ttenti’ qualcuno in seconda o in terza fila molla un peto fragoroso che si confonde con il battito degli anfibi sull’asfalto del piazzale della caserma. Nell’afa della calura estiva quella zaffata intestinale si dilata lentamente in mezzo all’inquadramento e staziona a un metro e mezzo dal suolo come una nuvola densa di fetore. Il colonnello passa in rassegna la compagnia schierata sull’attenti. Ha il cipiglio severo, ma quando si avvicina rallenta il passo e aggrotta le sopracciglia con un movimento riflesso. Il fetore ci avvolge. Qualcuno bisbiglia con un accento siculo: «minchia! Ma cosa vi siete mangiati!» «Vecchi morti con le scarpe da tennis», sussurra Ugolotti in bolognese che si trova nel mezzo della nuvola. Il puzzo non se ne va, non c’è nemmeno una bava di vento e noi immobili a respirare tutta quell’aria infetta. Qualcuno trattiene a stento una risata. Viene da ridere anche a me, anche a quello che mi sta accanto, anche a quello dietro. Perché mi viene da ridere? Sto respirando una nube tossica e non riesco a trattenere le risate. Se mi vede il capitano rischio anche di essere punito. Tre giorni di punizione, tre giorni a pulire i cessi. Se ci penso mi viene da ridere ancora di più. Dal naso di Ugolotti esce una pernacchietta, una risata soffocata, mal trattenuta, implosa all’interno del cavo orale. Adesso mi metto a ridere non ce la faccio più. Il colonnello accelera il passo e si allontana verso la bandiera che il tenente ha appena agganciato ai tiranti. «Alzabandieraa!», urla il colonnello.


25 «Aquile!», gridiamo in coro. Finalmente! Gli aliti smuovono l’aria, il puzzo si dilata e perde la sua terribile concentrazione. Adesso che il puzzo è svanito non mi viene più da ridere, anzi mi sale un nervoso su dallo stomaco. Il siciliano bestemmia. Anche a lui girano i coglioni. Il puzzo si è dissolto. Non ride più nessuno. Mi alzo soddisfatto, con un filo di bavetta che mi cola giù dall’angolo della bocca, come un rivolo di rugiada tra le labbra sorridenti e il cuscino. Dischiudo le palpebre delicatamente biascicandomi la lingua sotto il palato, sazio di sonno appagante che mi ha cullato tutta la notte; tiro fuori le braccia da sotto le lenzuola e mi stropiccio gli occhi con gli indici adunchi fino a togliermi tutte le cispe. Già che ci sono m’infilo pure un dito nel naso e trovo subito una grossa crosta. Mi volto per accertarmi che Valeria si sia già alzata e poi riprendo tranquillamente l’escursione nella narice, con un rantolo di piacere che mi gorgoglia nella gola. Trascino le ciabatte lungo il corridoio a piccoli passi assonnati, tiro schicchere di nascosto per liberarmi degli ultimi granelli appiccicati sul dito. «Giò, ti ho detto mille volte di chiudere la porta del bagno», si lamenta Valeria. «Non ti preoccupare, mi sono seduto per comodità. Lo sai che mi siedo sempre anche per fare solo la pipì. Mi rilasso meglio la vescica.» «Cerca di non rilassarti troppo allora.» «Mai prima del mio caffellatte.» «Non sempre. Qualche volta ti rilassi anche prima e non è certo un piacere quando lo fai con la porta aperta.» «Stamattina mi sono svegliato felice, come un fiore appena sbocciato. Devo aver sognato qualcosa di meraviglioso, però non me lo ricordo.» «Adesso che ci penso... ma cosa hai perso stanotte?» «Io?» «Proprio tu. Stanotte ti sei alzato.» «Io alzato? Impossibile! Lo sai che non mi alzo mai.» «Eppure stanotte lo hai fatto. Sei anche sceso dal letto a piedi nudi, hai fatto qualche passo verso la porta e poi ti sei messo a cercare


26 qualcosa per terra, come se ti fosse caduto un oggetto che non riuscivi a trovare.» «Davvero? Proprio non me ne sono accorto.» «Hai fatto pure una specie di risata, un risolino acuto un po’ strozzato in gola.» «Risolino acuto?» «Poi sei tornato a letto. Ho acceso la luce e ti ho chiamato, ma tu dormivi profondamente e sorridevi.» «Per fortuna non mi hai svegliato.» «Avrei potuto, ma mi è mancata la volontà.» «Per carità non lo fare nemmeno per scherzo. Se svegli un sonnambulo gli puoi far venire un infarto. Ci mancherebbe solo quello adesso.» «Va bene Giò non lo farò.» «Anche se non mi venisse un infarto, potresti bloccarmi in maniera irreversibile l’intestino, soprattutto dopo le cinque del mattino.» «Perché proprio dopo le cinque?» «Perché mancherebbero solo due ore al risveglio. La contrazione improvvisa delle mie viscere, provocata dallo spavento di un brusco risveglio, non riuscirebbe a sciogliersi in due ore soltanto. Ne occorrerebbero almeno... almeno quattro. E non è detto.» «Giò, sono le sette e mezzo, sbrigati.» Faccio uno scatto improvviso e nella mente mi appare per un istante un grosso quadrante di orologio con le lancette sulle sette e trenta e un allarme rosso che lampeggia. Poi riabbandono le membra sulla ciambella del cesso e mi rilasso pensando che quella mattina sarei entrato un’ora dopo. Ringrazio mentalmente l’anima santa della mia collega di Storia dell’Arte, che oggi si porta la quinta B al museo. Libero l’intestino da una piccola sacca d’aria fastidiosa, mi tolgo gli occhiali, appoggio sul termosifone la Settimana Enigmistica ed esco dal bagno abbastanza soddisfatto, senza nemmeno tirare lo sciacquone. Non ho fatto la cacca neanche stamattina. È il quarto giorno. La situazione comincia a farsi inquietante. Entro alla seconda ora, sono già stanco e l’unico libro che ho nella mia borsa di cuoio mi pesa più di dieci rotoli di papiro sigillati dentro una giara di terracotta. Varco il portone d’ingresso della scuola col respiro affannato e a malapena riesco a tenere la lingua dentro la bocca, come un cane che arranca


27 tirato al guinzaglio. Faccio i primi tre scalini sfruttando lo slancio che mi do, gettando il braccio e la borsa in avanti, ma poi mi arresto, con le gambe piantate che sembrano ciocchi di quercia con due ferri da stiro al posto delle scarpe. Sento un’arietta fastidiosa che mi va su e giù per il corpo tra lo stomaco e l’intestino, come la bolla d’aria di una livella che si sposta secondo l’inclinazione del corpo. Entro in classe, lascio cadere pesantemente la borsa per terra, mi accascio sulla sedia, allungo le gambe in avanti e pianto i gomiti sui braccioli di legno per respirare con sforzo minore. La borsa sembra emettere un rumore cupo di schianto e per un attimo penso che si è crepata la giara con tutti i rotoli di papiro dentro. Con una fatica sovrumana mi piego di fianco e vado a vedere se per caso nella mia borsa non ci siano veramente dei cocci. Riemergo sollevando l’Inferno della Divina Commedia, l’unico libro che oggi mi sono portato; faccio uno sbuffo di noia esausta e poi apro a caso il registro. «Petrilli, parlami del primo canto dell’Inferno. Hai studiato?» «Prof, le dico quello che mi ricordo, va bene?» «Certo! Se mi dici quello che non ti ricordi al massimo prendi quattro, o forse quattro e mezzo, va’.» «Prof, nel primo canto Dante dice di avere trent’anni circa, una mattina si sveglia e si ritrova in una selva oscura e poi va alle giostre.» «Alle giostre?» «Sì prof, mi pare che va alle giostre.» «Petrilli, ma quali giostre. Come ti saltano in mente le giostre. Che cosa c’entrano le giostre col primo canto dell’Inferno?» «Prof, l’ha detto lei.» «Io ho detto che Dante va alle giostre?» «Sì. L’ho ha detto quando ha spiegato.» «Ah sì?» chiedo preoccupato perché quasi quasi comincio a crederci. «Sì prof, lei ha detto che Dante stava in una selva oscura?» «Eh!» «Poi inizia a camminare?» «Eh!» «E poi camminando camminando incontra tre fiere…» «Eh!» «Embè professore. Fiere o giostre è la stessa cosa! C’è mai stato lei alla fiera di sant’Antonino? Ci sono pure le giostre.» «No.»


28 «Ci vada prof è bellissima, inizia verso le sette di sera e finisce dopo mezzanotte.» «Bravo Petrilli, adesso ti faccio un’altra domanda, però mi raccomando, pensa a quello che dici va bene?» «Sì prof.» «Bene, ascoltami attentamente. Parlami dei guelfi bianchi e dei guelfi neri, te li ricordi?» Francesco Petrilli ha una smorfia di delusione. La domanda lo ha punto al cuore e sembra colto da un profondo rammarico. La ferita sanguina vergogna. «Prof per dire la verità questo particolare non me lo ricordo. Ma lei l’ha spiegato?» «Sì, sì l’ho spiegato», mi giustifico commosso dall’indecisione del Petrilli. «Beh prof, non me lo ricordo molto bene, però a intuito mi sembra... dunque... guelfi bianchi, guelfi neri... razzismo... c’entra qualcosa anche Malcom X?» «D’accordo Petrilli l’interrogazione è andata abbastanza bene.» «Davvero professore? Quanto mi mette?» «Ti metto un quattro d’incoraggiamento.» «Professore ma non è giusto!» «Lo so Petrilli, ma il tuo problema è che hai troppa fantasia, nel tuo caso la fantasia è un po’ come una malattia, hai l’estro che strabocca.» «Professore ma è grave questa malattia?» «Quale?» «Quella che ha detto lei... la lestro!» «No Petrilli non è grave.» «Meno male prof, mi ha spaventato.» «Vedi Petrilli, la tua interrogazione in qualche realtà parallela poteva anche essere giusta. Sei solo stato sfortunato. Hai avuto la sfortuna di vivere proprio in una realtà in cui le cose stanno diversamente.» «Cazzarola, che sfortuna prof!» La preside sembra Giunone scesa dall’Olimpo, con una lunga tunica che le copre i trenta chili di troppo ammassati tra le caviglie e la pappagorgia. Le parole le gorgogliano sulla lingua e sotto il palato, come se avesse dentro la bocca una pentola di fagioli sempre accesa. Di tanto in tanto, con le labbra, molla qualche pernacchietta e le frasi sembrano cantilenate come una nenia biascicata male.


29

ne?»

«Ttbb..pppttt, rrrr» «Mi scusi non ho capito», confesso con una smorfia di disgusto. «Professore, bbbvvtt, le dicevo che gggrrr, mmbbb. Le va be-

«Forse!» Mi volto e vedo il vicepreside Vicenzo Leccese con le braccia aperte. Dietro le sue spalle m’immagino subito una croce, non quella di Gesù, ma quella di uno dei ladroni, il ladrone che non si salva. Sento la squallida voce nasale del vicepreside che assume un’intonazione quasi supplichevole. «Mio caro Giovanni... tu che sai usare il computèr! Mi dico: cosa ci metti tu che sai usare il computèr? Per te è un giochetto. Fallo almeno per la scuola. Siamo già a novembre e ancora non abbiamo l’orario definitivo. Guarda! Questo è l’orario che ha fatto la Viscalvi. Secondo lei tu dovresti essere contemporaneamente, e dico contemporaneamente, in tre classi diverse. Non solo il martedì alla prima ora, ma anche il giovedì alla seconda. Che ti chiami padre Pio? Sei forse ubiquo?» Ho un attimo di esitazione, poi rispondo di no e scuoto la testa. «E nemmeno io. Anch’io, secondo l’orario della Viscalvi, dovrei essere ubiquo due volte la settimana. Forse profumo di gelsomino? Forse quando qualcuno pronuncia il mio nome si sente nell’aria un’essenza di bergamotto?» «Al massimo una scia di sudore» puntualizzo. «E allora mi spieghi come faccio a fare il vicepreside e allo stesso tempo ad avere due classi?» «Professor Caramelli!» sbotta la preside all’improvviso, come folgorata dalla grazia di un santo logopedista «le va bene se le riconosco cinque ore di eccedenza? magari lei con i suoi programmi di computèr ci mette, che dico... manco manco una mezz’oretta.» «Andiamo mio caro Giovanni! Cinque ore di eccedenza per fare un orario coi fiocchi è un’offerta che nemmeno un minchione rifiuterebbe. E bravo il nostro professor Caramelli che salva la scuola. Ci vorrebbe una statua nel piazzale della scuola, una statua del professor Caramelli seduto davanti al suo computèr.» Mentre esco dalla presidenza mi faccio i conti sulle cinque ore di eccedenza calcolate al lordo delle tasse e poi al netto. Mentre valuto la differenza mi appare la faccia di Sabatino, il segretario della scuola, quello che conosce tutte le leggi, tutti i commi, tutti i cavilli e tutte le aliquote. Faccio capolino dalla porta della segreteria. «Sabatino quant’è un’ora di eccedenza?»


30 «Un’ora d’eccedenza sono circa venticinque euro lordi che al netto diventano diciotto.» Vedo sul volto di Sabatino un sogghigno estasiato e il suo corpo sembra percorso da un brivido di goduria. «Sette euro. La differenza è sette euro circa!», precisa Sabatino col dito indice puntato verso l’alto. Resta col dito puntato verso l’alto con un’espressione ieratica, come un santo raffigurato in una pala d’altare. Sabatino gode quando parla di tasse. Chissà, forse si eccita leggendo il bollettino del fisco. Si masturba pensando agli imponibili Irpef. Guarda che faccia da cazzo quel Sabatino. Ma come fa a essere sempre così contento, così euforico. Si muove a balzelli, l’entusiasmo gli scorre nel sangue. Deve essere uno di quelli che fa la cacca tutti i giorni, puntuale come un orologio, senza nemmeno accorgersi di cagare regolarmente. Ha proprio la faccia di uno che caga regolarmente. Esco dalla segreteria con la nausea. Sabatino mi agita lo stomaco e io ho un blocco intestinale. Sarà mezz’ora che cammino. Cammino lentamente e non vedo l’ora di tornare a casa. Ho una stanchezza addosso che mi pesa come una corazza di ferro. Muovo le gambe lentamente, i muscoli sono rammolliti e ho la sensazione che i miei tendini siano divenuti elastici sottili, pronti a rompersi da un momento all’altro. Sudo gocce di pioggia equatoriale, nonostante sia novembre e l’aria tutt’altro che afosa. Mi siedo su una panchina e allargo le braccia sullo schienale come un clochard esausto. Accavallo le gambe. Ho un terribile dolore alla schiena, proprio in corrispondenza delle ultime vertebre e, per alleviare la sofferenza, fletto il busto un po’ in avanti. Cos’è questa stanchezza improvvisa? Mi sento le ossa mollicce. Provo a non farci caso, tento di pensare ad altro, ma non ce la faccio; ogni pensiero torna al devastante senso di stanchezza che mi è piombato addosso. A mala pena riesco a stare seduto e se non mi tenessi con le mani cadrei da una parte o dall’altra. Alzo le braccia sollevandole dalla spalliera e mi accorgo che senza un appoggio ben saldo il mio busto oscilla, un po’ a destra e un po’ a sinistra. Non sono più capace di stare fermo e dritto. Strano! Non sento più le forze. Che stia per svenire? Oddio! E perché mai dovrei svenire?


31 Più penso alla mia stanchezza e più mi sento svenire, come se ogni pensiero togliesse tono ai muscoli e solidità alle ossa. Pure la vista comincia ad appannarsi e la luce intorno si affievolisce a poco a poco. Strizzo gli occhi per riprendere i sensi e anche questo piccolo sforzo delle palpebre mi pare spossante. Sicuramente mi sta venendo una malattia. Anzi mi è già venuta, questa volta mi è venuta veramente, non c’è dubbio la sento, non c’è altra spiegazione. Mi rendo conto di quello che ho pensato, ho gli occhi sbarrati dal terrore e la paura mi opprime il petto, fino a farmi respirare male. Una malattia di quelle fulminanti, come la leucemia ad esempio. Oppure un’epatite. Un’epatite di tipo C. Tre mesi di vita al massimo. Mi tocco il fegato con una mano, lo premo con le dita, prima lievemente, poi sempre più forte e, in effetti, un dolore lo sento se premo più forte. Comincia sempre così una malattia: un piccolo dolore e un senso di stanchezza, poi la stanchezza diventa un’oppressione e il dolore si trasforma in una fitta lancinante. Come ho fatto a prendermi l’epatite C, quella fulminante che fa diventare il fegato necrotico e duro come un sasso? Penso alle cozze e vongole che ho mangiato, calcolo trenta giorni d’incubazione, ma poi mi ricordo che quelle, al massimo, fanno venire l’epatite B, la difterite o il tifo. Con l’epatite B mica si muore! Se ho l’epatite B è necessario fare solo le analisi, il medico mi prescrive una cura, qualche medicina e dopo un paio di mesi è tutto a posto. Se ho la sfortuna di prendermi il tifo, una cura di qualche settimana forse non basta. Non ho mai sentito dire che qualcuno è morto di tifo. Ah, sì. Ora ricordo, una volta ho letto una notizia sul giornale. Una vecchia è morta di tifo perché è stata beccata da una gallina mentre si trovava nel pollaio. Pare che la morte per tifo sia terribile, ho sentito dire che si hanno delle contrazioni violentissime e degli spasmi impressionanti. Per prima cosa si blocca la mascella. Sento che anche la mia mascella non riesce ad aprirsi bene, faccio fatica a spalancare la bocca, la apro e chiudo per fare le prove. Comincio a sentire un dolore alla mandibola. Me lo sono provocato oppure è proprio tifo? No, mi sto sbagliando. Quello non è il tifo, ma è il tetano. La vecchia beccata dalla gallina è morta di tetano, non di tifo. Il tifo prende all’intestino, febbre alta e dolori al ventre e se è petecchiale fa venire anche le macchie rosse sulla pelle. La mandibola non mi fa più male, ma ho una macchia rossa sul dorso della mano e un’altra un po’ più piccola sul braccio.


32 Continuo a rimuginare e mi avvolgo nei dubbi sempre più atroci. Sento il dolore anche nelle espressioni del mio volto e un sudore freddo comincia a inumidirmi la fronte. Chissà se adesso mi viene la diarrea. Provo ad alzarmi, ma appena il mio culo si stacca dalle tavole della panchina, ricado pesantemente. Ho la mente tutta assorta da una terribile visione: i cessi della scuola! Adesso ricordo. È successo un paio di settimane fa. Ero a scuola, non mi sentivo bene e avevo la sensazione di portarmi sul collo una testa vuota. Ogni pensiero procedeva lento nella mia mente, non riuscivo a concentrarmi, non riuscivo a pensare, come se avessi avuto una bolla di sapone nella testa. Il mal di testa mi pulsava sulle tempie, poi si dipanava lungo i filamenti del sistema nervoso, fino alla nuca e da lì mi intorpidiva le spalle, mi indolenziva la schiena, mi pulsava giù fino alle vertebre lombari. Non avevo nemmeno voglia di camminare. Forse un malaccio infame mi aveva lobotomizzato l’area del cervello che controlla gli stimoli della volontà? Forse avevo acchiappato un nuovo virus che attacca le sinapsi? Forse un batterio che fagocita i neurotrasmettitori? Forse i neurotrasmettitori avevano vomitato lungo i filamenti del mio sistema nervoso, dove corrono avanti e dietro, dove portano gli impulsi al cervello. Stanchi di slittare, sfiniti dallo sforzo immane, i neurotrasmettitori si erano ammassati sulla mia materia grigia come trichechi sugli scogli. In quello stato catatonico ero finito al secondo piano della scuola e vagavo nei corridoi in cerca dell’uscita, mentre mille ragazzi vociavano durante i dieci minuti di ricreazione. Confuso ero finito proprio davanti alla porta del bagno dei docenti e, dopo essere stato cinque minuti a osservarne il cartello, mi sono accorto d’avere un certo stimolo della vescica. Ero entrato senza neanche chiudermi la porta alle spalle e avevo iniziato a pisciare con un getto di urina abbondante che scrosciava nel pozzetto d’acqua. Ormai avevo quasi svuotato completamente la mia vescica, quando mi sono reso conto d’aver urinato in un cesso in cui qualcuno, prima di me, aveva già pisciato, senza preoccuparsi di tirare l’acqua alla fine dell’operazione. Ero stato un imbecille. Entrando nel gabinetto l’avevo pure guardata l’acqua nel water e l’avevo vista giallognola e densa. Ma la mia testa era completamente fuori fase, stavo procedendo come un automa e mi sono


33 messo a urinare senza pensare a quello che stavo facendo. Solo dopo mi si è accesa la luce nel cervello. Mi sono reso conto che la mia urina, cadendo nel cesso, si era frammista all’urina di chi lo aveva usato prima e lo sciabordio aveva fatto zampillare goccioline microscopiche. Quelle particelle si erano sicuramente diffuse nell’aria del piccolo ambiente, angusto, stretto e malsano, fino a creare una specie di stanza di colture batteriche. Avevo già sentito parlare di batteri, o forse addirittura di virus, che risalgono dal cesso la parabola dell’urina, come tanti salmoni che corrono contro corrente per ritornare alla sorgente. Chi poteva garantirmi che quel porco che aveva urinato prima di me non fosse contaminato proprio da questi virus? Chi poteva garantire sulla salute del decrepito professor Chimenti, marcio fino al midollo, che scaracchia in gola un catarro bronchiale cronico? Per non parlare poi del professor Polese, noto frequentatore di bordelli clandestini, o della professoressa Carlini, maitresse degli stessi bordelli. Il mio corpo si è appesantito sulla panchina e sono stremato dal terrore. Vedo scrosci d’urina infetta sciabordare nel piccolo bagno della scuola. Immagino le minuscole particelle di quella stessa urina sospese nell’aria e vedo me stesso entrare in quella specie di stanza virulenta e contagiarmi per inalazione. Trattengo il respiro a causa di un terribile ribrezzo che mi sta ossessionando e rimango in apnea, finché il petto non mi esplode fuori dalla bocca con un soffio d’aria compressa. FINE ANTEPRIMA Continua...

L'ombra del gallo pigro  

Davide Ultimieri, ironico

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