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IGOR LAMPIS

L’ISOLA

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L’ISOLA Copyright © 2012 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-441-3 In copertina: Immagine proposta dall’Autore

Prima edizione Giugno 2012 Stampato da Logo srl Borgoricco - Padova


A Edoardo e Isella

 


... e quando la tua mente prende il volo ti accorgi che sei rimasto solo (Rino Gaetano)

 


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1 Alfa

«Uno, due, tre, ora!» Le vene del collo gonfie quasi sul punto di esplodere. Il piede calloso e incrostato del fango secco che in quella pelle aveva conosciuto tutte le stagioni. Le gambe sottili e pelose: una piantata sulla sabbia sino alla caviglia e l’altra a spingere quel grosso ceppo che pareva avesse messo radici lì tanto era saldo al terreno. Finalmente il tronco si decise a cadere come un feticcio destinato a essere rimpiazzato da una divinità più moderna. E si trascinò dietro anche il corpo goffo di Alfa, che lo seguì con una bestemmia sconcia rivolta al grande Dio dell’isola e agli spiriti che aveva mandato sulla terra. Il giovane si promise di non affaticare più così il suo fisico, non era molto forte, non lo era mai stato. Avrebbe portato in spiaggia dei tronchi più piccoli e poi in qualche modo li avrebbe uniti insieme. Il viaggio dell’asino non si era rivelato una mossa vincente. Il bosco era lontano dalla spiaggia e gli era costata fatica trascinare quella rudimentale slitta tra gli stretti sentieri di terra battuta del villaggio sino al suo cantiere. Poi, come se non bastasse, non era per niente confortante sentire le mamme richiamare i propri figli, che giocavano poco fuori le abitazioni, appena lo stridere della slitta dava l’allarme del suo passaggio. «Ora basta, venite dentro o le buscate!» Alfa sapeva benissimo che le donne temevano per l’incolumità dei propri figli e quando veniva visto nel villaggio, cosa rara perché volendo riusciva a non dare nell’occhio, le mamme richiamavano i figli immediatamente. Chissà perché poi? Il giovane aveva dei progetti ben più seri e ambiziosi che  


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importunare marmocchi, ma nel villaggio girava voce che non avesse tutte le rotelle al posto giusto e che potesse nuocere ai piccoli. Era diventato di uso comune dire ai bambini discoli “Se non la smetti chiamo Alfa!” e questo bastava a tenerli buoni e zitti. E non era raro che qualche bimbo si svegliasse nel cuore della notte in lacrime dicendo di avere visto il mostro che cercava di entrare dalla finestra. Ma i genitori a questo non credevano. Ma chi se l’incula i vostri marmocchi! Si diceva invece lui, corrugando la fronte con le grandi orecchie tese. Al massimo farei un pensierino sulle mamme, ma dei figli che me ne frega? «Puah!» E sputava la saliva densa che gli si formava in bocca.


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2 Antajeri

Antajeri si svegliò sudato: il sole era alto nel cielo e la sua capanna non era in grado di filtrare i potenti raggi. Diede un’occhiata al soffitto cercando di evitare che le lame di luce gli colpissero gli occhi fastidiosamente. Bisognerà dargli una sistemata! Ma chi ne ha voglia? Vabbè, so io come fare! E pensando ciò si stiracchiò come un gallo, soddisfatto di avere due giovani donne alla sua destra e altrettante alla sua sinistra, ancora addormentate e sfinite dalla notte appena passata. Si osservò beatamente tra le gambe. Ti ho fatto lavorare molto stanotte! Sorrise rivolto al suo membro che, adagiato e moscio sulla coscia destra, se avesse avuto una bocca per parlare non gli avrebbe detto altro se non di dargli un attimo di tregua, ché continuando di quel passo non avrebbe resistito ancora a lungo. Ma non è che ci fosse bisogno di sentire la voce del suo inseparabile compagno per rendersi conto che stava esagerando. Bastava guardarlo, sciupato, magro, succhiato; eppure un filo di adipe, dovuto alla completa inattività del suo corpo, se non a quella dell’accoppiamento, cominciava a farsi strada nel suo ventre. Se lo tastò nervosamente. Devo fare qualcosa per rimediare! Qualche nuotata mi farà bene. Al pensiero ritrovò l’ottimismo di sempre e gli occhi tornarono a sorridere, come il resto del viso. Ed era per questo che Antajeri aveva successo con le donne. Il suo volto era magnifico. I denti bianchi sempre in mostra, le labbra carnose e costantemente incurvate verso l’alto in un’espressione di beata felicità. Gli occhi liquidi, verdi, del colore  


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del mare quando è calmo. La mascella pronunciata, decisa. Le orecchie piccole, la fronte alta. I capelli castani e lisci. In realtà i capelli gli dicevano addio, anche se in ritardo rispetto agli altri uomini dell’isola che li perdevano molto prima. A trent’anni non gli erano ancora caduti del tutto, così anche se le sue tempie erano sempre più scoperte lui, con un gesto di onnipotenza, si passava la mano tra quello che restava dell’antica chioma e le donne si scioglievano come ghiaccio al sole. Si stiracchiò di nuovo rivolgendosi a chi con lui aveva condiviso il piacere quella notte «Su, è ora di alzarsi! Sveglia, il sole è alto nel cielo!» E dispensò pacche sulle sode natiche di ognuna. Le donne brontolarono, poi si stiracchiarono mostrando dei fisici perfetti, seni sodi, ventri piatti e gambe lisce. Nessuna di loro aveva più di vent’anni. Il tempo ci avrebbe messo poco a imbruttirle facendone allargare i fianchi in maniera inverosimile e facendone cadere i seni flaccidi sul petto. Ma in quell’istante, e per diversi anni ancora, tutto era perfetto e pareva che ogni curva del loro corpo se ne fregasse della gravità. I seni prosperosi ondeggiavano vistosamente a ogni loro movimento e Antajeri nel vederli si eccitò. Avvicinò una della donne a sé, le cinse con una mano la schiena e accostò la bocca al capezzolo rosso e profumato, schioccando un bacio voglioso, preludio di quello che sarebbe poi diventato un rapporto completo. Ma non fu così. Si udirono dei colpi in rapida successione provenienti dalla spiaggia. Antajeri drizzò le orecchie, staccò il viso dal seno della giovane donna che già si era sdraiata aprendo le cosce e chiudendo gli occhi, e disse «Ma che diavolo è questo suono?» Le donne si concentrarono e a loro volta rizzarono le orecchie, ma nessuna riuscì a tirare fuori niente di intelligente. «Andiamo a dare un’occhiata! Potrebbe esserci un pericolo in vista.» le esortò Antajeri.


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L’uomo seguito dalle quattro amanti uscì chino dalla capanna, stando attento a non dare craniate al fragile soffitto di canne e palme intrecciate tra loro. Solo uscendo all’aperto si accorse che dentro l’aria era viziata e secca. Respirò a pieni polmoni la purezza del mattino e si diresse ancora intontito in direzione della spiaggia, da cui pareva che arrivasse il rumore. Prima però aveva invitato le donne a osservare la capanna. «Vedete? Sta cadendo a pezzi! Bisogna dargli una sistemata! E facciamola più alta, mi sono stufato di dover camminare sempre curvo qua dentro.» Le donne si guardarono complici e una di loro rispose per tutte «Non preoccuparti Antajeri, ci pensiamo noi dopo! Certo che quelle idiote avrebbero potuta costruirla meglio!» Si riferiva alle quattro donne che le avevano precedute con Antajeri e che l’uomo aveva ripudiato dopo essersi stufato di loro. Succedeva sempre così e sarebbe successo anche alle quattro attuali compagne. Ma nessuna delle donne abbandonate era risentita nei confronti dell’uomo. Finita l’avventura con Antajeri cercavano un uomo che desse loro più tranquillità dal punto di vista terreno, ossia un maschio interessato a ingravidarle, che garantisse loro almeno tre pasti al giorno e capace di soddisfarle sessualmente. E neppure gli uomini erano risentiti nei confronti di Antajeri. Molti lo invidiavano per il successo che aveva con le donne, soprattutto perché queste lo servivano e lo riverivano come fosse un dio. Ma per il resto fare coppia fissa con una donna che aveva già sperimentato le gioie dell’amore non era un grosso trauma. Anzi, nell’isola era all’ordine del giorno, soprattutto perché si iniziava prestissimo a fare sesso ed era una delle attività, se non l’attività, preferita da tutti.

 


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3 L’imbarcazione

Antajeri sorrise. Doveva immaginarselo che non c’era nessun pericolo in vista. Era quel pazzo di Alfa che lavorava a una sua invenzione. Era da tempo che non lo vedeva in spiaggia. Si voltò verso le donne che camminavano dietro di lui e avvicinò l’indice alle labbra per invitarle a stare in silenzio. Poi, camminando con passi leggeri si nascose dietro gli scogli per non farsi vedere da Alfa che, ignaro di essere osservato, continuava a lavorare. Le donne fecero il broncio. Non sopportavano la vista di quell’uomo. Volevano evitare di vederlo, ma allo stesso tempo non se la sentivano di contraddire il loro amante e così lo seguirono rassegnate. Antajeri sollevò gli occhi al cielo pensando a che tiro giocare all’inventore, poi sorrise sornione osservando il fisico statuario di Mebi, la più giovane delle sue compagne. Usando Mebi gli faccio esplodere il pellicciotto che usa per coprirsi il sesso! Ma prima di fargli lo scherzo si fermò a osservare il giovane concentratissimo nel suo lavoro. Colpiva quel legno come se ciò avesse un senso. E lo colpiva con un attrezzo costruito da lui. Pura pazzia!, Si diceva Antajeri. Alla fine non resistette e uscì allo scoperto. Le sue parole echeggiarono sulla spiaggia sovrastando il leggero crepitio delle onde che si infrangevano increspandosi sulla scogliera poco lontana. «Alfa! Ma che combini questa volta? A cosa stai lavorando?»


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Alfa, non immaginando di essere osservato, fece un balzo dallo spavento e lo maledisse, chiunque fosse. «Ah, sei tu! Mi hai fatto prendere un colpo!», disse pacatamente, sollevando gli occhi cisposi e socchiudendoli per il sole. Antajeri non riusciva a smettere di ridere mentre le donne lo afferravano per il braccio cercando di trascinarlo via. Alfa si accorse di quei gesti e anche se cercava di ignorarli, maledisse quelle puttanelle sognando di poterle fare tutte sue e sfinirle con la sua furia sessuale. Allora sì che avrebbero cambiato idea sul suo conto. Ma era solo un sogno e dal suo viso caddero silenziosamente lacrime di rabbia e dolore mescolate al sudore della sua ampia fronte, che, come una leggera pioggerella, sparirono all’istante nella sabbia porosa e chiara. Conosceva a memoria le voci sul suo conto. Tutte balle clamorose, ma se una balla la si dice in tanti finisce per diventare verità. E così Alfa era puzzolente come un riccio e visto che nessuna donna avrebbe mai fatto sesso con lui si accoppiava con le capre. Ed era un ladro che la notte si intrufolava nelle case a fare razzia di provviste. E altro e altro ancora. In realtà era tutto falso. La sua puzza non era diversa da quella degli altri uomini dell’isola. Tanto meno aveva necessità di appropriarsi di cose non sue. Era talmente intelligente e creativo che con le sue mani riusciva a fabbricare tutto ciò di cui aveva bisogno per vivere. Non come Antajeri che viveva dell’elemosina delle donne! Non era vero neppure che si accoppiava con le capre, eppure sapeva che altri lo facevano. E se gli abitanti dell’isola si accanivano così contro di lui era semplicemente perché era brutto, orribile e perché da anni aveva deciso di cavarsela da solo. Eppure la sua era stata una scelta forzata, dettata da continui maltrattamenti e accuse ingiustificate. Ma nonostante questo gli abitanti dell’isola non erano mai riusciti ad accettare il fatto che quell’uomo si fosse allontanato dalla comunità. Lo avrebbero voluto sempre a disposizione, per  


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prenderlo in giro e accusarlo ingiustamente. Come se fosse lo scemo del villaggio. In realtà era la mente più brillante di tutte le tremila menti dell’isola. Forse proprio per il suo aspetto fisico orripilante, che gli precludeva qualsiasi approccio con l'altro sesso, Alfa aveva sviluppato quell'incredibile manualità che gli rendeva possibile realizzare qualsiasi cosa egli ritenesse utile ai fini della sua sopravvivenza. E quella manualità unita alla sua grande inventiva, forse, secondo il progetto inspiegabile del ciclo vitale, sarebbero dovute essere le armi a sua disposizione per attirare a sé il sesso femminile, attratto da una migliore e più agiata condizione di vita. Naturalmente questa dinamica è un trucco che la natura usa per garantire che il ciclo non venga interrotto in nessun modo, ma che in questo caso purtroppo non si rivelò infallibile, nel senso che se Alfa fosse stato l’ultimo essere di sesso maschile dell’isola, probabilmente la sua specie sarebbe stata destinata all’estinzione. Ma in fin dei conti sono solo congetture. Alfa ignorava tutti quegli strani meccanismi. Sapeva dare vita rendendo utili cose morte e inutili, il resto non contava. Non aveva bisogno di sapere perché riusciva a farlo. Eppure la beffa più grande era che un infaticabile lavoratore e un formidabile inventore non riuscisse a raggiungere il suo scopo, che poi era uguale allo scopo di tutti gli altri membri della comunità. Ossia appagare il desiderio di sesso e portare avanti la specie. Tutto il resto era insignificante. Alfa poggiò l’attrezzo con cui sino a poco prima aveva colpito il grosso tronco e rispose all’amico curioso «Questa volta ho deciso di andarmene. Questo posto mi sta stretto. Sto per realizzare una costruzione che mi consentirà di abbandonare l’isola e di andare alla ricerca di qualcos’altro. È da tempo che ci penso! Io credo che oltre l’orizzonte ci sia nuova vita. Sono convinto che là dietro si nasconda qualcosa e voglio scoprire cosa sia. Non riesco a credere che gli unici abitanti di questo posto siamo noi. Nel mare ci sono i pesci; i pesci arrivano dall’orizzonte, ciò significa che oltre l’orizzonte c’è vita e io voglio andarla a scovare.» Fece un respiro e osservò il gruppetto che si era fatto più vicino.


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Le donne a sentire quelle parole si guardarono complici e ridacchiarono tra di loro. Non c’era mai fine alla stupidità di Alfa. Era semplicemente pazzo. Antajeri le mise a tacere e rispose «Ma cosa vai dicendo? Come fanno a venirti in testa certe idee? Quello che dici non ha senso! Ma anche se fosse vero non c’è modo di abbandonare l’isola. Il mare in tempesta non ti consentirebbe mai di arrivare oltre l’orizzonte. E tu sai come si agita il mare la notte sull’isola! Il tuo è tempo sprecato. Perché non lasci perdere le tue invenzioni e non torni a vivere al villaggio? La tua vecchia casa ti aspetta.» «Forse è l’unica cosa che mi aspetta al villaggio! Non credo che gli altri sarebbero felici di rivedermi. Da quando sono morti i miei genitori non ha più senso per me tornarci! E i miei fratelli? Mi odiano più di tutti perché gli ho reso la vita impossibile col mio aspetto. No, non tornerò mai al villaggio. Sto bene in collina, ma ancora per poco.» aggiunse confidando nel fatto che presto sarebbe riuscito a lasciare l’isola. Era inutile, punti di vista differenti. Antajeri non aveva voglia di filosofeggiare. Pensò invece che era il momento di attuare il suo scherzo. «Alfa, tu sbagli tutto. La nostra vita media è di sessant’anni. Dobbiamo goderci i nostri giorni migliori. Tu stai sprecando i tuoi vent’anni a cercare verità che non ti porteranno a nulla. Guardati le mani, sono rovinate da fare schifo. Quale donna si farebbe accarezzare da quelle orribili cose? Le tue invenzioni non ti stanno aiutando, ti stanno rovinando la vita! Tu rinunci ai piaceri della carne.» E dicendo ciò attirò a sé Mebi e, afferrato il perizoma di pelle che copriva le sue grazie, lo tirò con forza. La donna, come fosse una trottola, girò su se stessa rimanendo completamente nuda e con finta malizia si inarcò leggermente coprendosi con la mano il pube. Poi nella sua testa subentrarono altri pensieri, di gran lunga molto più importanti della vergogna per la sua nudità. Un moto di soddisfazione le segnò il viso. Antajeri l'aveva scelta tra le altre come rappresentante dei piaceri della carne e forse la sera avrebbe avuto più attenzioni per lei. Se lo augurava.  


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Quando ormai il siparietto del corpo nudo si chiuse e l'attenzione dei presenti tornò su Alfa, Mebi smise di coprirsi mettendo in mostra un boschetto di pelo fitto e nero che fece balzare il cuore in gola ad Alfa. L’inventore da quel momento in poi non smise più di osservarla e immobile come un cane puntato sulla preda si incantò sull'immagine del triangolo nero tra le gambe della donna e sentì un formicolio salirgli dal profondo delle viscere. Ebbe come l’impressione che la pelliccia di coniglio utilizzata per coprirsi il sesso fosse troppo stretta per contenerlo tutto dentro. Sentì il sangue pulsargli tra le gambe e il membro farsi sempre più rigido e duro. Le mani iniziarono a tremargli. Smorzò subito quei pensieri scuotendo la testa e ridestandosi dal breve sogno in cui lui, con le mani strette sulle natiche della donna chinata a quattro zampe, con colpi violenti scivolava dentro di lei, tra le urla di piacere di entrambi. A fatica, con la lingua che gli si intrecciava in bocca, proseguì a parlare «No, ti sbagli! Sono convinto che quello che dico è vero e un giorno te lo dimostrerò. Ora lasciami lavorare e allontana quelle donne da me prima che faccia passare loro la voglia di ridere!» Detto questo irrigidì i muscoli e tornò al lavoro distogliendo lo sguardo da Antajeri che, soddisfatto per l'esito della sua provocazione, si allontanò seguito dalle compagne strette attorno a lui. La notte calò sull’isola. Alfa aveva passato la giornata scandendo il tempo tra lavoro e bagni rinfrescanti in mare. Quando poi l’oscurità aveva preso del tutto il sopravvento sulla luce, aveva acceso un fuocherello accanto al suo cantiere, addentato qualche pezzo di carne custodito nella sua bisaccia, bevuto un fiasco di nettare alcolico e si era rimesso al lavoro. I colpi dei suoi utensili sul legno rimbombavano sull’isola e l’eco dava l'impressione che oltre il bosco un altro uomo stesse lavorando alla stessa invenzione.


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Nel villaggio si era sparsa la voce che quei rumori erano opera di Alfa che lavorava in spiaggia. E tutti, persi nelle loro abitudini notturne, si chiedevano che cosa avesse in mente quel pazzo.

 


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4 Nera

Nera, seduta sul pavimento, poggiò il suo strumento a corde, si alzò, si avvicinò al tavolo al centro della stanza, prese la candela, che ormai era al termine, e con la debole fiamma di essa accese tutte le altre poste alle pareti. La stanza tornò a illuminarsi. Era talmente concentrata sulle note dello strumento che non si era resa conto dell’arrivo della notte. Smise di suonare solo quando quasi non si vedeva più le mani dall’oscurità. Tornò al suo posto e ricominciò a strimpellare le tre corde. Usava la musica per rilassarsi e per ricordare. Era stata fuori tutto il giorno. La mattina si era svegliata presto e aveva foraggiato le sue cinque capre e i suoi dieci conigli. Poi aveva munto le prime, aveva bevuto il buon latte accompagnandolo con qualche frutto fresco ed era andata in spiaggia a fare un bagno rinfrescante. Di solito andava nella piccola cala a est del villaggio, la meno frequentata, la stessa che da quella mattina era diventata il cantiere di Alfa. Ma visto che si doveva recare nel bosco a ovest per cogliere funghi e legna da ardere, aveva preferito andare direttamente nella spiaggia lì vicino, anche se essendo più trafficata era più difficile godersi la pace e la tranquillità del mattino. Appena scesa in spiaggia si trovò gli occhi di tutti puntati addosso. Sia uomini che donne e bambini. Era difficile restarle indifferenti. Nera era senza dubbio la donna più bella dell’isola. Aveva vent’anni, un fisico perfetto sempre in costante allenamento, carnagione scura, capelli lunghi e lisci che coprivano


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le ampie spalle e scendevano morbidi e carezzevoli sui fianchi. Aveva il viso ovale, occhi verdi e profondi, naso dritto, labbra scure segnate da una piccola cicatrice sul lato destro superiore che la rendeva ancora più caratteristica. E il seno, non troppo pronunciato, ma perfetto nella forma, sodo, impreziosito da due capezzoli di lava vulcanica. Il ventre piatto, le braccia e le gambe da pantera nera, il fondoschiena alto e tondo. Ogni uomo l’avrebbe voluta al suo fianco, ma lei per il momento preferiva stare sola. Soprattutto da quando Messaio, il suo compagno, era morto di un male incurabile e nessuno, neanche Bruscio lo stregone, era riuscito a salvarlo. In spiaggia aveva parlato con tutti. Ognuno nel condividere anche pochi istanti con lei si sentiva rinfrancato, come se dal suo corpo emanasse una sorta di energia positiva con il potere di dare sollievo e benessere. Il fatto che Nera preferisse passare la mattina nella cala più isolata non era una scortesia o conseguenza di un carattere introverso e solitario. Tutt’altro, lei era solare e sempre disponibile ad aiutare il prossimo ma proprio per questo c’erano dei momenti in cui aveva assoluto bisogno di stare sola con se stessa per godere completamente della propria compagnia, lontano da qualsiasi altro suo simile. Dopo aver scambiato quattro chiacchiere coi presenti fece un bagno rilassante e si divertì a giocare con i bambini, con cui andava molto d’accordo. Quando entrò in acqua scivolando sulla superficie fresca del mare calmo, nuda e bella come una venere, in perfetta armonia con tutti gli elementi, parve che il sole brillasse di più, come se dai cieli il Dio creatore dell’isola avesse voluto renderle omaggio. Il pomeriggio lo passò nel bosco. Fece delle fascine per il fuoco e colse i funghi per il pranzo e per la cena. Conoscerne la commestibilità era indispensabile; lei lo aveva imparato da Messaio, anche se non era raro che qualche sprovveduto morisse per avere ingerito dei funghi tossici confondendoli con altri. Dopo aver mangiato si recò al centro del villaggio. Si usava trascorrere parte della giornata seduti all’ombra delle palme a bere  


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succhi di frutta o distillati alcolici e parlare. Soprattutto i vecchi raccontavano storie che affascinavano i più giovani, ma non si riusciva mai a capire se quelle storie fossero inventate o se fossero dei fatti realmente accaduti nell’isola. Per la cena non rientrò a casa. Alcuni musicanti animarono la serata con canzoni allegre e si finì a ballare, bere e mangiare in compagnia e all’aperto. Quando si stancò della danza la ragazza tornò a casa e si dedicò al suo strumento a corde. Ma subito dopo aver illuminato la stanza iniziò a sentire i colpi provenienti dalla spiaggia. Ah, ecco a cosa si riferivano tutti! Deve essere questo il caos causato da Alfa, si disse la ragazza, intenzionata a scendere in spiaggia animata da un’infantile curiosità.


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5 Il primo incontro

I rumori che rompevano il silenzio della notte continuavano a diffondersi dai secchi colpi inferti al legno grezzo che Alfa modellava abilmente a suo piacimento, quasi come se le sue mani callose fossero dotate di una propria coscienza e sapessero, istante per istante, come andare a impattare sul legname, che lentamente prendeva forme fino a quel momento sconosciute nell'isola. Nera, dopo aver spento le candele alle pareti e averne presa una per sé, si decise a uscire di casa per spiare Alfa. La notte era placida e calda per cui non ci fu bisogno di vestirsi eccessivamente. Nera si preoccupò solo di coprirsi pube e fianchi con una semplice e sottile striscia di pelle che legò alla vita, lasciando i suoi magnifici seni scoperti. Di fretta si precipitò in spiaggia attraversando i sentieri che da casa sua portavano al mare e in poco tempo raggiunse la sabbia umida. Arrivata in spiaggia si nascose dietro un grosso masso, proprio vicino al luogo in cui Alfa dava vita ai suoi pensieri, e iniziò a spiarlo meravigliata. La sua espressione era un misto di curiosità e divertimento. Le labbra le si incurvarono in un lieve sorriso, mentre con la mano cercava di nascondere la fiamma ballerina della candela. Non riusciva a capire perché Alfa si affaticasse tanto su quel legno ma nello stesso tempo rimaneva affascinata da quell'essere così diverso dal resto degli abitanti dell'isola. I due, anche se non si sarebbe mai detto, erano coetanei. Alfa sembrava molto più vecchio. Metterli a confronto era come paragonare un cigno a uno scorfano.  


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Una bella ed elegante, l’altro brutto e goffo. Nel viso di Alfa non esisteva simmetria. Gli spazi del suo volto sembravano riempiti a caso dalla mano inesperta di un dio pasticcione e dispettoso. L’occhio sinistro stava sotto quello destro, il naso storto e a patata si buttava da un lato come spinto dal vento. Il labbro leporino, i denti gialli e sporchi, le orecchie grandi, il viso scavato e segnato da profonde rughe. E la peluria sulla faccia era indecente: una specie di barba sottile e lunga, bruciata dal sole, gli incorniciava il viso conferendogli una fisionomia da veterano della vita, molto più di quanto in realtà non fosse, nonostante la sua grande esperienza. Il corpo era tutt’altro che armonioso: magro, ingobbito, tutto nervi e costole. Per questo il suo nome veniva usato per calmare i bambini capricciosi. Alfa era una specie di mostro. Ma Nera non se ne preoccupava. Lo conosceva sin da piccolo e sapeva che più volte la sua vita era stata in pericolo. Nonostante avesse sempre avuto una sorta di simpatia nei confronti di Alfa tra loro non c’era mai stato nessun tipo di rapporto. I genitori di Nera le avevano proibito di giocare e parlare col mostro, la stessa cosa che avevano fatto tutti gli altri genitori. Eppure Nera aveva intuito che in quello strano essere c’era qualcosa che lo contraddistingueva dagli altri, e che la sua integrazione nella comunità avrebbe giovato a tutti. Purtroppo la ragazza non aveva il potere di concretizzare i sui pensieri e quando Alfa aveva lasciato il villaggio si era sentita svuotata di parte della sua umanità. La donna restò diverso tempo a osservarlo in silenzio persa nei suoi pensieri; poi, senza pensarci più di tanto, e non sapendo bene cosa dire, uscì allo scoperto e si avvicinò silenziosa all'uomo. Alfa continuava a picchiare concentratissimo sul tronco, tanto che la voce di Nera alle sue spalle lo fece trasalire, come se uno scorpione nascosto sotto la sabbia gli avesse morso la pianta del piede.


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«Cos'è? Una scultura? Un'immagine di un dio? Che stai facendo?» chiese la ragazza, come se fosse la cosa più scontata di questo mondo, con la sua solita amabile sfrontatezza. Alfa si voltò immediatamente. Per lui quella visione fu come una mano che gli consegnava la chiave per accedere al paradiso. Osservò la splendida figura in silenzio. La mazza che teneva stretta in pugno cadde a terra e il labbro cominciò a tremargli come il muso di un coniglio, mentre una strana voglia gli frullava le viscere. La luce chiara della luna avvolgeva la figura femminile davanti a lui rendendola ancora più sensuale e sinuosa e mettendo in risalto quelle grazie che mai avrebbero saziato gli occhi del povero Alfa. L'uomo restò immobile a fissarla e nella sua testa vagarono sporchi pensieri irrealizzabili. Se non avesse corso il rischio di essere lapidato o bruciato ci avrebbe messo poco a saltarle addosso e strapparle la sottile striscia di pelle che a malapena la copriva. Già si vedeva sopra di lei a palparle il corpo e a baciarle il seno, soffocando quella voglia che puntualmente lo solleticava proprio sotto la pancia, ma che come ogni volta andava a spegnersi tristemente con uno schizzo di inutile seme bianco sulla terra e l'erba accanto ai suoi piedi. Per un attimo pensò di farlo davvero, ma ci avrebbero messo poco a scoprirlo e allora gliel'avrebbero fatta pagare una volta per tutte. In fin dei conti Alfa era convinto che al villaggio cercassero solo un pretesto per poterlo sacrificare nella piazza del pianto. Se non erano riusciti a farlo la prima volta, forse la seconda avrebbero raggiunto il loro macabro obiettivo. Non sarebbe stata la prima volta in cui un sacrificio avrebbe allietato la serata in piazza. Nell'isola bisognava rigare dritto. Chi sgarrava pagava, anche con la vita. Era una legge scritta nei fogli sacri degli stregoni. E Alfa sapeva benissimo di cosa si trattasse. Il giovane scosse il capo e cercò di soffocare l'insano istinto, anche se il suo membro pareva autogovernarsi e non ne voleva sapere di cadere nuovamente nel penoso sonno della normalità. Poi la sua mente fu invasa da altri pensieri, più docili e civili.  


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Pensò che se lei gli avesse chiesto di lasciar perdere tutto ciò che faceva e di seguirla fino a casa sua, lui l’avrebbe fatto senza battere ciglio. Ma queste erano solo stupide fantasie. Quando mai, Nera, la donna più bella e ambita dell'isola, avrebbe potuto concedersi a lui? Neanche Antajeri era riuscito a farla sua. Per Alfa non c'era speranza. Chiarito questo, le mani cominciarono nuovamente a sudargli, e subito sul suo cervello tornarono a vorticare istinti animaleschi. Del resto la donna accanto a lui pendeva dalle sue labbra e fremeva dalla voglia di sapere a cosa stesse lavorando, per cui, anche se a fatica e cercando di tenere il massimo autocontrollo, finalmente Alfa si decise a parlare. «Non hai paura di farti vedere qua sola con me? Se qualcuno ti dovesse vedere la tua vita sarebbe rovinata!» «No!» rispose laconica la ragazza. Poi osservò Alfa imbambolato e aggiunse «Non ho paura di quello che pensano gli altri. Sono libera e posso fare ciò che voglio. Conosco molti segreti e fatti di molti abitanti dell’isola per avere paura che qualcuno possa mettersi contro di me. Per esempio, l’ultimo che mi viene in mente è che Attu, il mio vicino, non va più d'accordo con la sua compagna! Sai che fa?» «Io so tutto di tutti, cara ragazza, è dalla scorsa primavera che so che Attu ha dei gusti particolari, diciamo amorosi! Io sono come un'ombra, ho imparato a muovermi silenzioso, posso spiare chi voglio senza essere visto! Altrimenti sarei già morto. Qui tutti vogliono farmi la pelle solo perché, sono... così! Ho imparato a proteggermi e questo comporta anche spiare e anticipare le mosse dei miei nemici. Forse dire nemici è una parola grossa, ma in questo modo riesco a difendermi meglio. Sai, non fidarsi di nessuno è meglio per me. Anche se sinceramente non trovo nulla di male in quello che fa Attu. Certo, ognuno di noi, anzi di voi, è portato a comportarsi come si conviene e a uniformarsi alla comunità, ed è così che nascono i problemi e le incomprensioni. Per esempio, Attu si è trovato obbligato a farsi una famiglia convenzionale per essere accettato dal gruppo. Ma quali sono le conseguenze di questo? Lui non è soddisfatto e infatti cerca


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soddisfazioni da altre parti. La sua compagna non è soddisfatta, anzi è disperata, piange e si strappa i capelli tutto il giorno. Finirà per impazzire se non lo è già diventata pazza. Io dico, se Attu fosse stato libero di manifestare i suoi sentimenti tutto questo non sarebbe successo. Raiga avrebbe trovato un altro uomo, tutti starebbero meglio. Invece Attu si deve nascondere come un cane e se oltre a me e te qualcun altro venisse a scoprire il suo segreto per lui e per Lanzo sarebbe la fine. Verrebbero bruciati vivi! Per me è una follia e sono quasi contento di essere messo in disparte dalla comunità e di non far parte di un meccanismo crudele e inspiegabile.» La ragazza storse il naso consapevole di non aver capito appieno l’ultima parte del discorso di Alfa, tuttavia fece buon viso a cattivo gioco e rispose «Va bene. Il tuo discorso è chiaro, comunque conosco anche altri segreti. Diciamo che a nessuno conviene mettersi contro di me, per cui non ho nessuna paura di essere vista in tua compagnia. Ora puoi dirmi a cosa lavori?» La ragazza poggiò le mani sui fianchi e puntò i piedi a terra decisa a non andare via fino a quando Alfa non le avesse rivelato quale opera meritasse tutti quegli sforzi. Alfa mise da parte i discorsi filosofici e si concentrò sulla ragazza. Gonfiò il petto e assunse la posizione più eretta possibile che quel corpo gobbo gli consentisse. In fatto di costruzioni e invenzioni nessuno era più forte di lui, di questo era convinto, ed era il momento di sfoggiare la sua abilità davanti alla donna che più aveva desiderato in vita sua «Sto costruendo un’imbarcazione! Diciamo che si parte da uno scheletro di assi di legno. Immagina la carcassa di un rettile o di un animale qualsiasi, la colonna vertebrale è la chiglia, le costole sono appunto le coste e su queste strutture andrà in qualche modo fissato del fasciame. Avevo in mente di fissare le tavole del fasciame alle coste con delle caviglie in legno duro. Praticamente le tavole avvolgeranno tutta la struttura in modo da ottenere la carena. Poi farò il ponte. Insomma, è chiaro no? Sull'albero fisserò una vela che mi  


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consentirà di essere spinto dal vento. Hai capito? Serve per lasciare l'isola e andare oltre l'orizzonte.» Nera si grattò il mento strizzando gli occhi con un'espressione buffa, ma neanche così riusciva a diventare brutta. In realtà non aveva capito un granché dei deliri di Alfa, tuttavia si fidava. Se lui diceva così, sicuramente quello strano progetto poteva realmente essere realizzato. «Senti,» chiese incuriosita la ragazza, «ma tutti quei nomi da dove li hai presi? Li hai inventati tu?» Lui sorrise soddisfatto, era riuscito a impressionarla. Nera era talmente concentrata a cercare di costruire mentalmente l'immagine descritta da Alfa che lui nella lunga spiegazione non aveva staccato un attimo gli occhi da quei frutti scuri e appuntiti che ornavano il centro delle sue mammelle e, anche se parlava con foga e sicurezza, l'immagine che si era costruito in testa non era certo quella dell'imbarcazione. Vedeva la sua lingua scorrere su quelle piccole more e immaginava il sapore che avrebbero potuto avere. Dovevano essere dolci, sì, dolci e profumate. Comunque era chiaro che in testa aveva ben focalizzata l'immagine della sua imbarcazione. Ci aveva messo giorni e giorni per realizzare il progetto finito sui suoi fogli di carta, dopo aver osservato sino allo stremo corpi galleggianti trascinati dalla corrente, e a ogni parte della sua imbarcazione aveva dato il nome che aveva ritenuto più appropriato, rifacendosi alle esperienze della vita quotidiana. Infine era riuscito anche a realizzare un piccolo modello di imbarcazione e lo aveva messo in mare. Lo aveva osservato col fiato sospeso prendere il largo spinto dal vento. Il modello scivolava nell’acqua come se quell’andamento regolare fosse il risultato di millenni di evoluzione, tanto da portare il giovane ad accantonare i suoi dubbi e a convincerlo che il suo modellino non aveva pecche, quindi poteva essere realizzato a grandezza naturale. Quel giorno qualcuno lo aveva visto saltare a gambe in aria gridando «Vai, vai!», e come al solito aveva pensato


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semplicemente che Alfa fosse matto. In realtà l'inventore stava esultando per la riuscita del suo modellino, anteprima della vera costruzione. Alfa dunque raccontò alla ragazza come aveva messo a punto un piano del genere e, per darsi un tono, le spiegò che era stato necessario dare un nome a ogni parte dell’imbarcazione. Da qualche parte doveva avere anche il disegno finale, si mise a cercarlo tra la sabbia ma in quel momento non lo trovò e alla fine ci rinunciò. Nera ascoltò affascinata ma dopo aver terminato di grattarsi il mento e rinunciato a creare l'immagine dell'imbarcazione descritta dall'uomo, ribatté convinta «Quello che dici è interessante, ma non può trovare riscontro nella realtà, è impossibile lasciare l’isola, poi sarebbe una cosa inutile. Qui abbiamo tutto quello che ci serve per vivere. Che senso ha lasciare le nostre sicurezze per andare a esplorare l’ignoto?» Ecco, di nuovo. Anche lei lo credeva pazzo. Non era diversa dalle altre. Cagna schifosa!, pensò Alfa. Come accesi da una scintilla, gli occhi cominciarono a pulsargli tanto da sembrare di volergli saltare fuori dalle orbite. Il tremolio riprese a fargli vibrare braccia e gambe. L'autocontrollo stava prendendo il largo, come pochi giorni prima il suo prototipo. Avrebbe voluto gridare a quella donna di carne da penetrare che lui non aveva motivi che lo trattenessero in quell’isola, che avrebbe voluto stringerla e possederla sino allo sfinimento e che un giorno forse avrebbe voluto mettere al mondo dei figli. Era questo o no lo scopo della vita nell'isola? Gli veniva la nausea nel sentirsi ancora dire che in quel maledetto posto avrebbe trovato tutto ciò che gli serviva per vivere bene. Lui era fuori da quelle dinamiche. Era possibile che nessuno si accorgesse che l'istinto di accoppiarsi non si poteva reprimere? L'unico modo che aveva per farlo era non pensarci. Doveva inventare, lavorare, affaticarsi, stremarsi. Non poteva mettere a tacere quella voglia dittatrice come facevano gli altri, ossia facendo sesso. Forse erano troppo ciechi per rendersi conto di questo! Li odiava. Li odiava tutti. Se non avesse corso rischi  


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avrebbe fatto una strage. Cercò di calmarsi e respirò profondamente. Trattenne la rabbia che persisteva e si limitò a dire «Io credo che sia così, ora per favore lasciami lavorare altrimenti non porterò mai a termine questa impresa.» Seccamente prese di nuovo in mano i suoi attrezzi e continuò la sua opera. Nera, mortificata, si allontanò lungo il sentiero, con la sua normale andatura fiera, fino a che l'oscurità non la inghiottì del tutto.


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6 Due vite in pericolo

«Ma siete sicuri? Vostro figlio è intelligente e creativo, potrebbe esserci utile.» A parlare era il vecchio stregone Kimala, non molto convinto della decisione che si stava delineando. Forse il fatto che vedesse troppo vicina la distanza tra lui e la fine del viaggio lo aveva reso più saggio e magnanimo di quanto era stato in passato. La tosse non lo abbandonava più e i dolori erano sempre più decisi e pungenti. La madre guardò il padre dal basso verso l’alto con le lacrime agli occhi. Fu lui a rispondere per entrambi «Sì, Kimala. Non c’è altra soluzione. Nostro figlio è un mostro e per noi sta diventando un problema convivere con lui. I suoi fratelli lo odiano, gli altri bambini lo disprezzano e lo maltrattano. E poi è strano, sempre triste e taciturno. Non parla con nessuno. Noi vogliamo che venga sacrificato agli spiriti come buon auspicio per il raccolto di questa stagione. Gli scritti Sacri sono chiari quando dicono che il male verrà sotto forma di mostro e porterà la disgrazia nell’isola. Potrebbe essere lui il mostro di cui si parla. Sopprimerlo sarà un bene per tutta la comunità.» L’ultima frase fu sospirata come una sentenza irreversibile. Kimala guardò prima l’uno poi l’altra e attraverso i loro occhi scrutò il loro spirito. Capiva che la decisione era stata difficile e ragionata. Non poteva fare altro che accettare la volontà dei genitori. Il piccolo sarebbe stato sacrificato. Gli spiriti dell’isola con cui lui poteva comunicare avrebbero gradito. Lo stregone parlò «Sia fatta la vostra volontà. Ora andate.» Prima di lasciarli liberi li benedì con l’essenza profumata d’incenso. I  


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due tossirono liberandosi dalle impurità accumulate sino a quel giorno e uscirono tristi e contemporaneamente sollevati dal laboratorio dello stregone. Il piccolo, nello stesso istante in cui si decideva del suo destino, era ignaro di tutto. Gli restava poco da vivere e lui non lo sapeva. In quel momento stava seduto sulla scogliera col culo per terra e le braccia a stringere le ginocchia. Osservava il mare in tempesta con lo sguardo vispo, mentre il forte vento gli scompigliava i capelli e fischiava nelle orecchie. Era affascinato da quella distesa immensa d’acqua senza padrone che in qualche modo condizionava l’esistenza sull’isola. A volte era verde, a volte blu, e in quel momento era scura, quasi nera, quasi da far paura. Come se il mare fosse arrabbiato per quella sentenza di morte. Alla sua destra, poco lontano, sentiva le urla dei ragazzini che giocavano in riva al mare. I cavalloni erano molto alti e loro aspettavano nella battigia che arrivassero per poi scappare a gambe levate, schiamazzando divertiti. Di tanto in tanto si voltava a guardarli sprezzante. Non riusciva a capire quale fosse il divertimento, non capiva proprio quei ragazzi. A un certo punto uno più distratto degli altri fu preso in pieno da un cavallone che lo sballottò come un’alga morta in tutte le direzioni, facendogli sbattere violentemente la testa sulla sabbia. Il corpo esanime emerse per qualche istante in superficie e poi sotto gli occhi atterriti degli altri ragazzi fu risucchiato dalla corrente e sparì sott’acqua. Tutti, dai più piccoli ai più grandi, in preda al panico e paralizzati dalla paura, non sapevano come agire. Qualcuno poi si decise ad andare a chiamare gli adulti. Gli altri restarono lì, con gli occhi puntati in acqua e il cuore palpitante, per cercare di vedere il corpo dell’amichetto. L’inconsapevole condannato a morte dalla sua posizione sulla scogliera aveva assistito alla scena e una forza misteriosa lo spinse a correre goffamente in direzione della spiaggia e buttarsi in acqua.


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Nonostante la sua giovane età (aveva sei anni), era un ottimo nuotatore, non era una rarità nell’isola. Ai bambini già da piccoli veniva insegnato a nuotare. Fuori dall’acqua non era un cigno, ma in essa trovava la sua giusta dimensione, come un pesce nato e cresciuto nelle profondità del mare. Dalla scogliera aveva visto il corpo del ragazzino svenuto che emergeva dal fondale marino e a larghe bracciate si diresse da quella parte. Quando gli adulti arrivarono in spiaggia videro al largo il mostro che sbuffava e sputava acqua dalla bocca spalancata. Con un braccio avvolgeva il petto dello svenuto e con l’altro remava forte guadagnando la riva. Arrivò stremato in spiaggia e svenne con la faccia nella sabbia. Ai due fu praticato subito un massaggio sul petto. I loro polmoni si svuotarono dall’acqua. Fortunatamente entrambi si salvarono. Alla luce di quel fatto Kimala non se la sentì di confermare la sentenza e la annullò con effetto immediato. I genitori si sentirono rinfrancati ma furono gli unici. I genitori del bimbo salvato non potevano sopportare di dovere la vita del figlio a quel mostro, non sopportavano il fatto di doversi sentire in debito con lui e con la sua famiglia. Anzi, quel fatto accrebbe in loro l’odio verso il bambino diverso. Gli altri bambini lo odiarono perché si sentirono umiliati da quello sgorbio che aveva avuto più coraggio di loro. Ma quell’atto coraggioso salvò due vite. Anche se Alfa non fu mai accettato dal resto della comunità si era guadagnato il diritto a vivere allontanando da sé una morte barbara e crudele.

 


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7 Bob il ritardato

Il bosco era scuro, umido, freddo e sapeva di muffa per tutto l’arco della giornata. Bob ci passava la sua vita. Dormiva in una grotta che gli era stata lasciata in eredità da un cinghiale che per sua sfortuna era finito nello spiedo caldo della famiglia di un cacciatore. Per ripararsi dal freddo usava delle pellicce di animali morti. Lui non era cacciatore e neppure carnivoro. Mangiava radici, funghi, frutta e verdura. Si svegliava ogni giorno alla stessa ora, la mattina presto. Orinava, defecava, senza il problema di pulirsi il sedere, e metteva qualcosa sotto i denti prima di recarsi alla vecchia strada abbandonata. Bob era un gigante, alto e grosso come due uomini di statura media dell’isola. Aveva venticinque anni e da tempo era stato obbligato dagli eventi a cavarsela da solo. Ora camminava goffamente cercando di intonare una delle tante canzoni che aveva sentito cantare dalle donne del villaggio in passato e che non aveva mai dimenticato. Quella che gli stava piÚ a cuore era la ninnananna che la madre gli cantava ogni notte prima che il sonno lo avvolgesse con le sue lunghe braccia. Ma il povero non aveva il dono della parola e quello che veniva fuori dalle sue carnose labbra incorniciate da una barba fitta e scura era una specie di lamento incomprensibile. Il fatto che a cinque anni fosse riuscito a sopravvivere nel bosco da solo era un mistero. Nessun animale selvaggio e feroce lo aveva sbranato, nessun serpente velenoso lo aveva morso. Non si


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era mai ammalato gravemente e non aveva mai ingerito per sbaglio funghi tossici. Anzi, pareva che in qualche modo gli animali del bosco si fossero presi cura di lui. Forse era un caso, ma non era raro che poco fuori dalla sua grotta il piccolo trovasse ghiande e radici commestibili che pareva fossero state messe lì apposta. A passi lenti e pesanti arrivò alla vecchia strada abbandonata e come ogni giorno, prima di iniziare un meticoloso lavoro di cui ignorava il fine e lo scopo, si sedette per terra a gambe incrociate, cominciò a ululare e a urlare e pianse a causa dello strano sentimento che quel posto risvegliava in lui. Seduto a gambe incrociate sui ciottoli di arenaria, sistemati in maniera disordinata a formare un brutto pavimento instabile che si allungava per un breve tratto dal fitto bosco verso il villaggio, il gigante era invaso da ricordi e pensieri disordinati, ma nella sua mente malata tutto era un vorticare di immagini irreali e senza senso. I ciottoli in cui adagiava il suo grosso sedere erano consumati e logorati dalle intemperie e nelle intercapedini tra l'uno e l'altro la vegetazione aveva nuovamente preso possesso dello spazio che un tempo gli era stato negato. Così tra un sasso e l'altro si notavano vivaci arbusti verdi e resistenti, alti come mezzo uomo adulto, che per crescere rigogliosi e sani avevano bisogno di molta luce e poca acqua. Bob, finite le lacrime e sfogatosi con le sue urla disumane e lamentose, si alzò da quella posizione e cominciò a lavorare. Con le sue possenti mani afferrava gli arbusti e li strappava via senza che essi, con le loro seppur robuste radici, riuscissero a opporre resistenza. Ammassava i mazzi verdi tutti sul lato del percorso in acciottolato e, visto che compiva quell'azione tutti i giorni, si potevano scorgere grandi mucchi di ogni gradazione di verde, dalla tonalità più scura delle pianticelle appena tagliate a quella più chiara di quelle sradicate in precedenza, sino a raggiungere le gradazioni di  


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giallo che appartenevano alle piantine da tempo sistemate da Bob ai lati della strada. Bob ignorava cosa fosse a spingerlo a compiere quel lavoro, ignorava anche perché tutti i giorni si recasse in quel luogo a sudare come un maiale, come se il tutto fosse un rito dettato da una volontà superiore alla sua. Eppure da piccolo ci aveva passato tante felici giornate, quando ancora i suoi genitori si occupavano di lui. Ma il gigante non aveva la capacità per ricordare. Quella mattina il lavoro di Bob fu interrotto dal suono che proveniva dalla spiaggia. L’uomo emise un grugnito interrogativo, distese la mano lasciando oscillare vistosamente sotto di sé l'arbusto che si accingeva a sradicare e la portò all'orecchio per amplificare il suono e cercare di individuarne l'effettiva provenienza. Dopo qualche battito si convinse che proveniva dalla spiaggia, così, come se quel suono fosse un richiamo per lui, lasciò perdere il lavoro e si recò con passi pesanti in direzione della spiaggia.


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8 Il secondo incontro

Bob arrivò in spiaggia quando Alfa, ormai stremato, aveva smesso di scolpire il legno e si godeva un meritato riposo steso accanto alle ceneri del fuoco che l’aveva accompagnato per tutta la notte. Nei pensieri dell'inventore troneggiava ancora l'immagine della vetta dei due monti che Nera portava fiera sul suo petto. Si passava la lingua tra le labbra immaginando di farlo sulla pelle della ragazza, e per rendere più forte e reale l'emozione con una mano titillava rilassato ciò che gli pendeva tra le gambe. Quando non seppe più resistere allo stimolo, strinse con tutto il palmo il membro e continuò ad agitarlo sino al momento in cui tutto il sangue che possedeva in corpo defluì in quella zona lasciando il resto vuoto e l'uomo steso a terra con gli occhi al cielo tristemente soddisfatto. Ma il senso di piacere durò poco, subito soppiantato da un senso di vuoto e inutilità. Ripensando alla ragazza fece una smorfia di disprezzo, ma forse indirizzata più a sé e alla sua triste condizione piuttosto che alla giovane donna. Strattonò via la coperta che aveva usato per coprirsi e si guardò la pancia. La colla bianca diventava appiccicaticcia liberando nell’aria quell’inconfondibile odore fastidioso di fiore di castagno. La rabbia si impossessò di lui e con uno scatto si alzò, si denudò e corse zoppicando a lavarsi in mare. L’acqua pura e fresca del mattino era una delle poche cose che aveva il potere di rinfrancare il suo animo. Il malumore piano piano lo abbandonò, anche il suo viso sembrò distendersi in acqua. Bob avanzò cauto. Incuriosito si fermò a osservare gli stracci luridi che Alfa aveva deposto in spiaggia. Si chinò per  


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raccoglierli: delle pellicce puzzolenti di coniglio e pecora, nere dalla sporcizia e sicuramente infestate da parassiti di ogni tipo. «Maledetto ladro!» Si sentì dire il gigante dal mare. «Lascia stare i miei vestiti o ti ammazzo!» Bob guardò interdetto l’inventore. Che si stesse rivolgendo proprio a lui? Era da tempo che nessuno gli parlava. Ma il tono della voce di Alfa non era molto rassicurante, così Bob si intimorì e corse via spaventato. Alfa dietro di lui lo seguiva nudo brandendo un bastone che aveva raccolto in riva. La scena era comica e Nera, nascosta dietro lo stesso scoglio della notte precedente, rideva della grossa vedendo il gigante scappare seguito dal piccoletto che a breve distanza lo sfiorava col suo bastone oscillante in aria. Per evitare che quel pazzo colpisse davvero il povero Bob, la ragazza uscì allo scoperto urlando divertita con voce squillante da tacchino «Ehi voi! La volete smettere?» Alfa e Bob si fermarono di scatto. Si voltarono e videro la ragazza dietro di loro. L’inventore depose l’arma e si coprì il sesso con le mani a conchiglia. Bob si chiuse a riccio nell’atto di ripararsi da eventuali colpi. Nera si avvicinò sicura di sé. «Allora che state facendo voi due? Me lo volete spiegare?» Alfa si concentrò, organizzò i pensieri e alla fine balbettò «Questo scimunito mi voleva rubare i vestiti!» «È vero Bob?» chiese la ragazza al gigante. Bob non sapeva che fare. Era da tempo che non aveva più rapporti con altri suoi simili, ma comunque riuscì a capire. A gesti cercò di fare capire che non era vero. «Meglio per te!» tuonò Alfa. Solo in quell’istante, quando la furia lasciò spazio alla calma, Alfa si rese conto che le forze lo stavano abbandonando. Aveva lavorato ininterrottamente per tutta la notte, sino all’alba, e il breve riposo che si era concesso prima dell’arrivo di Bob non era bastato a rigenerarlo.


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«Ho bisogno di dormire.» disse più a se stesso che ai presenti. Si diresse accanto alla cenere del fuoco, si rivestì e si sdraiò coprendosi. Bob rimase a fissare Nera negli occhi. «E tu ora che fai?» gli chiese la ragazza. La risposta arrivò direttamente dallo stomaco di Bob, che iniziò a brontolare come se il gigante non mangiasse a sufficienza da diversi giorni, e quasi corrispondeva alla realtà. «Ma tu hai fame! Se aspetti qui ti porto una bella colazione. Va bene? Aspetta qui.» ribadì Nera muovendo le mani accondiscendente, come si fa con i bambini. Bob emise un verso incomprensibile che nella sua lingua corrispondeva a un sì. La ragazza poi si avvicinò ad Alfa. L’inventore già russava. Non se la sentì di svegliarlo per chiedere anche a lui se gradisse la colazione, gliel’avrebbe portata senza chiederglielo. Si precipitò di corsa a casa sua e, dopo avere munto una capra e riscaldato il latte, tornò in spiaggia portando con sé anche un vassoio carico di leccornie. Riempì una tazza e la porse a Bob, che non si era mosso di un passo dal punto indicato dalla ragazza. Il gigante non era convinto di poterla prendere, allungava il braccio e poi lo ritirava indietro come un pesce che pizzica l’esca e poi si ritrae spinto dall’istinto che gli intima prudenza. «Non aver paura! Tieni, bevi.» Bob si spaventò e indietreggiò di qualche passo. Nera allora posò la tazza e qualche frutto fresco per terra e gli disse con voce soave «Ora io mi allontano e tu potrai avvicinarti tranquillamente a bere e mangiare.» Di tutta risposta Bob emise un ululato di approvazione. «Merda! Ma la volete finire! Sto cercando di dormire. Non vi potete allontanare da qui?», sbottò Alfa che nel frattempo si era svegliato e osservava infastidito la scena. «Scusa! Ora vado via. Ho portato la colazione anche per te!»  


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A quelle parole Alfa scosse il capo come per destarsi da un sogno improbabile. Forse sto sognando. Non posso credere che la donna più bella dell'isola si sia disturbata a portarmi la colazione. Mi sembra quasi un sogno! Poi si guardò tra le gambe. Oh no, adesso no ti prego. Non è il momento di alzarsi ora, devi fare l'indifferente, ci vuole diplomazia. Se Nera si accorge che ti stai rizzando, non mi prenderà seriamente. Le donne sono attente a queste cose, se le vuoi conquistare devi fare l'indifferente e agire al momento giusto! «Allora lo vuoi o no questo latte?» Nera lo guardava dall’alto porgendogli la tazza, ma lui era perso in un altro mondo e non l'aveva vista. «Ah scusa, scusa.» si limitò a farfugliare disorientato. «Ero sovrappensiero. Pensavo all'imbarcazione!» Poi ragionò un attimo su ciò che Nera gli stava offrendo. «Latte? Non se ne parla. Io non bevo latte. Piuttosto dallo a quello scemo che sicuramente avrà più fame di me. Preferisco morire di fame.» «Ma scherzi? Questo è latte fresco di capra, l'ho appena munto! È buonissimo.» «Io ho una teoria tutta mia sull'effetto del latte sul corpo di un adulto.» rispose Alfa con un’aria saccente. «Al massimo potrei mangiare i frutti, quelli sì che fanno gola.» E presone uno con foga lo addentò come se non ne avesse mai mangiati prima. Il frutto schizzò fuori il suo succo dolce e parte di esso scolò ai lati della bocca di Alfa, che comunque sembrò non preoccuparsene e continuò a masticare la morbida polpa con gli occhi chiusi e le mani completamente insudiciate e gocciolanti. Nera lo osservò divertita. «Be’, sentiamo quale sarebbe questa teoria!» ribatté con aria di sfida. Sotto sotto, anche se senza darlo a vedere, trovava piacevole discorrere con Alfa. Ci aveva parlato poche volte in tutta la sua vita, ma il giovane la metteva a proprio agio. Si vedeva che non era uno qualunque. Doveva avere un grande cervello. La sua testa parla chiaro. Come minimo è il


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doppio della mia. Deve avere per forza un grande cervello! La ragazza sorrise sotto i baffi pensando alla sua associazione di idee. «Allora,» iniziò a spiegare Alfa incrociando le braccia, come aveva visto fare tante volte da Antajeri quando parlava sicuro davanti alle sue donne. «la mia teoria è questa: se la natura avesse voluto che un adulto continuasse a bere latte per tutta la vita, avrebbe fatto in modo che la madre, anche dopo i primi anni di vita del neonato, continuasse a produrre il latte per il figlio adulto. Ora, visto che ciò non succede, questo sta a significare che l'adulto non ha bisogno di latte, altrimenti la madre avrebbe continuato a produrlo!» concluse Alfa soddisfatto. Di solito non parlava con nessuno, eppure era convinto di avere una moltitudine di cose interessanti da dire. L'unico che in qualche modo sino a quel giorno lo aveva considerato era Antajeri, ma forse solo per prendersi gioco di lui, pensava Alfa. Nera come per imitarlo, assunse la sua stessa posizione e disse «Sai che non ci avevo mai pensato! E a pensarci bene, ora... mi sembra una grande stronzata! Senza offesa naturalmente.» Alfa inghiottì saliva. Ah vuole giocare, mi sta sfidando, ora le farò cambiare idea. «Ah, ti sembra una stronzata!» «Sì, grande come tutta la cacca che producono tutte le capre dell'isola.» sorrise Nera, poi proseguì. «Comunque, è risaputo che il latte fa bene, lo dice anche Bruscio.» «Ah, figurati, se lo dice Bruscio allora ci credo! Guarda che Bruscio sta dove sta solo perché è il figlio di Kimala, lui sì che era uno stregone saggio. Bruscio non ha fatto nulla per noi, tutto ciò che sa l'ha appreso dal padre, non è farina del suo sacco. Sta sempre chiuso nel suo laboratorio puzzolente e non ha mai tirato fuori niente di interessante.» A quelle parole Nera si fece scura in volto. Le tornò in mente il marito morto. Se solo avesse resistito un po' di più si sarebbe  


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salvato. «Ti dimentichi che Bruscio ha inventato la cura per il male, che tu sai, ha ucciso anche Messaio!» «Sì, lo so, ma a che prezzo lo avrebbe salvato? Se io fossi stato il tuo compagno avrei preferito morire piuttosto che concederti a lui. Capisci cosa voglio dire?» «Sì, capisco, ma io l'avrei fatto volentieri per lui. Mi manca da morire. Era un uomo stupendo.» Per certi versi ti assomiglia. Ma questo si limitò a pensarlo. Alfa comunque cercò di abbassare il livello della discussione, non era il caso di andare a scavare nel passato per far riemergere storie tristi, che tuttavia, pensava Alfa, si sarebbero potute evitare benissimo. «Dicevo del latte! Non dirmi che credi ancora a ciò che dice Bruscio riguardo al latte! Che fa bene alle ossa e altre cose del genere!» «Certo, io ci credo. Il latte fa bene alle ossa, è bianco come le ossa, ci sarà un motivo! No?» «Io continuo a ripetere che un adulto non dovrebbe bere latte. Mettiamola così, per quella che è la mia esperienza, io non ho mai bevuto latte e credo di stare bene. Bob, non credo che abbia più bevuto latte da quando vive nei boschi, e anche lui guarda come è grosso e forte. Ora per quello che penso io, qui si dice che il latte faccia bene e debba essere consumato solo perché ci sono due o tre famiglie che lo producono e lo barattano per altri beni. Se si spargesse la voce che il latte in realtà non fa bene come ci fanno credere, quelle famiglie sarebbero costrette a cercare altro da fare e l'equilibrio della comunità subirebbe un notevole sconvolgimento. Io dico, non credo che il latte faccia bene, non credo tuttavia che faccia male, però sono convinto che venga prodotto solo perché è necessario ai fini dell'equilibrio che si è creato nell'isola! È con questo ho concluso!» terminò Alfa sputando per terra una palla densa di saliva provocata dal frutto che poco prima aveva ingurgitato. Nera non badò a quel gesto, bisognava capirlo, era un selvaggio e non conosceva le buone maniere, tuttavia lo rimproverò


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scherzosamente «Guarda che non è bello sputare davanti agli altri! Soprattutto davanti a una donna!» «Che sarà mai? È solo saliva! Comunque se ti infastidisce non lo farò più.» si limitò a dire timidamente l'uomo grattandosi il capo. «Però devo dire che la tua teoria è molto interessante! Ci penserò su. Ora devo andare. Grazie per la chiacchierata. Magari tornerò più tardi a vedere il lavoro.» E salutando corse via verso il sentiero. Poi si voltò come se si fosse ricordata all’ultimo momento di dovere dire una cosa di vitale importanza. «Ah, un consiglio, non lavorare più nel cuore della notte! Ho sentito qualcuno lamentarsi. Ci siamo capiti?» Poi si voltò e corse via agile come una lepre. Alfa aveva capito l’antifona e in cuor suo la ringraziò, ma questo non gli vietò di tenere gli occhi inchiodati sulle sue sode chiappe che ondeggiavano come un mare primaverile leggermente agitato. Il giovane si rese conto di sudare. Aveva sudato come un maiale per tutto quel tempo. Sentiva puzza attorno a sé, ma forse era solo un'impressione. Annusò l'aria prima da una parte, poi dall'altra. Eh sì, sono proprio io, puzzo come un porco nonostante abbia fatto il bagno poco fa. Da che parte soffia il vento? Per fortuna soffiava verso il mare, probabilmente Nera non l'aveva sentito. Meno male. Poi si avvicinò a Bob che divorava i frutti portati in dono da Nera con avidità. Il latte non l’aveva ancora bevuto. Alfa gli porse la sua tazza. «Tieni, bevi questo. Io nel frattempo vado a farmi un altro bagno. Il sonno mi è passato. Comunque, a giudicare da come puzzi, anche a te farebbe bene un bel bagno fresco! Non ho mai visto uno più sporco di te! Fai schifo.» Bob non capì ogni singola parola, ma il discorso era chiaro. A differenza di prima, il gigante non ritirò il braccio. Sentiva che di Alfa poteva fidarsi. Lo vedeva più simile a lui. Leggeva nei suoi tristi occhi. Anche lui sapeva cosa volesse dire il dolore e la solitudine. Afferrò la tazza e bevve con ingordigia il latte sino all’ultima goccia. Fu un salto nel passato. Le mani di Alfa che gli offrivano la tazza non erano quelle callose di un orribile e brutto  


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uomo, ma avevano assunto la forma delle tenere e calde mani di sua madre. E quella voce rauca e fastidiosa alle orecchie di Bob suonava come quella armoniosa che gli cantava le canzoni per farlo addormentare. «M...amma!» pronunciò Bob mentre Alfa, poco distante, si era già liberato dei vestiti che avrebbe lavato insieme a lui in mare. FINE ANTEPRIMA CONTINUA...


L'isola