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In uscita il 28/2/2017 (1,0 euro) Versione ebook in uscita tra fine febbraio e inizio marzo 2017 (,99 euro)

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ALBERTO BISI

THE CHRONICLES OF THE SEEKER

L’EREDITÀ DEL MAESTRO

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L’EREDITÀ DEL MAESTRO Copyright © 2016 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-9370-072-6 Copertina: immagine Shutterstock.com

Prima edizione Febbraio 2017 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


A V. per il grandissimo supporto e per non avermi permesso di mollare. A C. per la pazienza infinita e per avermi spronato con le sue critiche.


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CAPITOLO 1

Il rumore dell’acqua che scorreva impetuosa dal getto a pioggia della doccia riempiva la casa, così come il vapore dell’acqua calda. Acqua che dal collo scendeva sulla schiena regalando una sensazione piacevole, di pace e serenità. Proprio quello che ci voleva dopo una dura giornata di… ozio. Era passata una decina di giorni dall’ultimo lavoro, un incarico banale come la ricerca di un cagnolino, scappato dal giardino per colpa di un giardiniere poco attento. Un compito semplice e noioso che normalmente avrebbe rifiutato, ma dato che si trattava di una signora anziana e oscenamente ricca lo accettò con falso entusiasmo, interessato soprattutto alla generosa ricompensa e alla garanzia che ogni spesa sarebbe stata rimborsata fino all’ultimo centesimo. C’erano voluti sei lunghissimi giorni prima di scovarlo presso una famiglia di periferia che aveva trovato il bassottino mezzo morto per la fame. Inutile dire che il figlio ci si era affezionato da subito ed era stato un bel problema, anche emotivo, doverglielo togliere. I genitori avevano provato a rimediare promettendo che l’indomani sarebbero andati al canile per prendere un altro cucciolo, ma gli occhi di quel bambino lo avevano turbato. Non sapeva spiegarsi nemmeno lui perché. Non era la prima volta che succedeva. Alan chiuse i rubinetti dell’acqua calda e di quella fredda e uscì dalla doccia, afferrando l’accappatoio appoggiato alla maniglia della porta. Sfregandosi i capelli con un asciugamano si diresse in soggiorno, dove la tv trasmetteva un notiziario sportivo. Non gli interessava lo sport, ma possedeva lo strano effetto di svuotargli la mente da ogni pensiero. Questo insieme a un bicchiere di whisky. Non amava molto nemmeno il whisky. Adagiò il suo metro e ottanta di statura sul divano consunto, esattamente davanti alla tv e al basso tavolino collocato nel mezzo. Una bottiglia del superalcolico insieme al bicchiere ostruivano parzialmente la visuale. Gettò da parte l’asciugamano ormai zuppo rivelando una chioma scura


6 dai riflessi blu, modellata con un taglio corto e fuori moda. Si immerse nella sintesi e nell’analisi di una importante partita di football di cui non sapeva nulla, nemmeno chi l’avesse giocata. Il telefono squillò proprio mentre il whisky stava per bagnargli le labbra. Appoggiò seccamente il bicchiere sul tavolino e si diresse al telefono, che occupava un piccolo mobile di legno vicino all’ingresso. «Pronto?… Ah! Ciao Mike!… Sei in licenza?! Non mi prendi in giro?… Sì sì arrivo, solito posto, dammi una mezz’ora.» Rimise a posto la cornetta e si concesse un largo sorriso. Quanto è passato dall’ultima volta, due anni? Mike, all’anagrafe Mike Simmons, era un vecchio amico di Alan e avevano più o meno la stessa età, intorno alla trentina. Aveva intrapreso appena maggiorenne la vita militare ed era riuscito a raggiungere il grado di capitano. Nonostante il rango, la sua missione negli ultimi anni era stata quella di istruttore dei corpi speciali: era ritenuto fin troppo bravo nel suo… beh in quello che faceva, per rischiare di perderlo. L’esercito, salvo casi molto rari, aveva preferito che plasmasse nuove reclute a sua immagine. Posizionato sopra il mobile c’era uno specchio di medie dimensioni, all’altezza giusta per riflettere il viso di chi gli si parava davanti. L’oggetto mostrava un viso dalla forma ovale che racchiudeva due penetranti occhi verdi color del mare, sormontati da sopracciglia sottili e nere come i capelli. Più in basso la bocca era dischiusa in un sorriso naturale e mostrava evidenti rughe d’espressione intorno alle labbra, caratteristica di una persona che rideva spesso; le guance, con una barba di un paio di giorni, erano rovinate da una leggera cicatrice. Nel complesso gli piacque quel che vide. Travasò il whisky dal bicchiere alla bottiglia e corse in camera togliendosi l’accappatoio. Una decina di minuti dopo era pronto: jeans chiari, T-shirt bianca e una giacca un po’ trasandata che si poteva descrivere con un’originale sfumatura di blu, a seguito di un piccolo incidente in lavanderia: dal basso verso l’alto passava dall’azzurro al blu notte. I vestiti lasciavano intravedere un fisico asciutto e tonico, nonostante avesse passato la trentina. Il “solito posto” su cui si erano messi d’accordo era un pub che distava circa quindici minuti a piedi dal suo appartamento; si trovava in uno dei vicoli a ridosso del fiume, in un quartiere non dei più tranquilli durante le


7 ore notturne, almeno per quelli che non bazzicavano da quelle parti. In una notte del genere prendere un taxi sarebbe stato un sacrilegio e decise di fare due passi. Entrato nel locale, Alan venne investito da una serie di odori tra i più disparati, dal profumo di una bionda alla temperatura perfetta, al puzzo di sudore. Abituato com’era non ci fece caso più di tanto; notò invece che il suo sgabello preferito era occupato da qualcuno. «Mike, scala di uno.» «Ancora con questa storia?» «Sì, alza il culo e muoviti.» Sbuffando Mike fece quello che gli era stato chiesto. Alan prese posto e appoggiandosi al bancone richiamò l’attenzione del barista: «Tom? Fai tu, basta che sia una bionda.» Tom Smith, proprietario del locale. Un omaccione grande e grosso dall’aria truce e modi ruvidi che nascondeva un buon cuore, almeno fino a quando qualcuno non lo faceva arrabbiare. Si considerava, e a buon titolo, un esperto di birre: ogni tanto ne importava qualcuna dall’estero per provare qualcosa di nuovo. Queste “birre speciali” erano disponibili solo su richiesta, tuttavia non comparivano sulla lista. In altre parole erano solo per chi voleva lui. Il pub era pieno di, per usare le parole di Tom, “gente avvezza all’alcol come passatempo e medicina”, in altre parole ubriaconi di tutte le età e lavoratori che venivano lì a scaricare la tensione accumulata durante il giorno. A dispetto della clientela il clima era gioviale, allegro e tutto sommato tranquillo, soprattutto dopo uno degli ultimi scatti d’ira del proprietario: una sera un’allegra combriccola, gente nuova che non conosceva il posto se non di fama, aveva sperperato una discreta cifra in alcolici e super alcolici, con il naturale risultato di essere già fradici prima di mezzanotte. Uno di loro, chissà per quale motivo, aveva deciso di salire sul tavolo e di mettersi a ballare, cantando, o meglio biascicando qualcosa e innaffiando i suoi soci e altri avventori con un boccale di birra forse riempito un po’ troppo. Tom amava molto il suo bar, teneva molto alla sua clientela e soprattutto odiava gli sprechi, a maggior ragione se si trattava birra. Con la massima calma, uscì dal bancone facendo il giro, arrivò al tavolo, prese per il collo il malcapitato saltimbanco dall’alito fetido e per i capelli uno dei suoi compagni ormai riverso sul tavolo, immerso profondamente nel mondo dei sogni; li sollevò senza il minimo sforzo e li scaraventò per strada. Gli altri due non fecero in tempo a reagire: tornato dentro, prese


8 entrambi per la cintura e li gettò fuori, seguiti da cappotti e quant’altro. Da quella sera nessuno osò più lanciarsi in imprese del genere e anzi, i pochi che alzavano un po’ troppo il gomito venivano adeguatamente redarguiti dai propri compagni di bevute. Mike e Alan erano a conoscenza della storia – erano presenti entrambi quella famosa sera – e cercavano di non superare un certo limite. Poco dopo, un boccale di ceramica chiara da cui spuntava un ciuffo di schiuma apparve davanti ad Alan, insieme a un cesto di patatine fritte accompagnato dalle classiche salse da fast-food. Dopo un paio di sorsi, Alan attaccò: «Allora, qual buon vento ti porta? Aspetta, fammi indovinare: il comandante ti ha cacciato di nuovo, come l’altra volta vero?» «Perspicace come sempre!» «Fin troppo facile conoscendo il tipo!» Due licenze in dieci anni compresa quest’ultima, tutte e due imposte dal comandante della base. Mike era un soldato dalla nascita, fosse stato per lui avrebbe continuato nel suo lavoro anche da morto, ma il comandante di una base sapeva quando anche il guerriero più forte aveva bisogno di riposo. «Comunque mi fa piacere vederti. Hai qualche programma?» continuò Alan. «A dire il vero no, sono venuto a riposare, a bere e a divertirmi con il mio migliore amico.» «Guarda che non ti servirà ammorbidirmi stasera, questa volta paghi tu.» Mike sbuffò mentre infilzava una patatina fritta. «Va bene va bene, l’ultima volta hai pagato tu… Ma hai pagato poi?» «Sì, un po’ in ritardo, ma Tom ormai mi conosce.» «Nonostante quella cifra?» «In effetti è stato meno paziente del solito.» Mike ridacchiò. Data la natura del lavoro di Alan le entrate non erano costanti. Andavano a ondate, letteralmente: poteva restare fermo per alcuni mesi così come capitava di guadagnare l’equivalente di un anno in pochi giorni. Continuarono a parlare, discutere, ridere, bere e mangiare per il resto della serata, dando parecchio da fare al mastro birraio che, saputo che il conto non sarebbe stato saldato da Alan, si dimostrò molto più prodigo e veloce del solito nel rifornire le truppe. Ogni tanto, quando trovava qualche minuto libero o mentre spillava una birra, si fermava a


9 chiacchierare con loro del più e del meno, informandosi sulle loro disavventure e raccontando loro quel che era accaduto in città e nel quartiere nell’ultimo periodo. Stava appunto raccontando di una grande rissa avvenuta al porto tra due bande che si contendevano il territorio, quando la sua attenzione venne catturata da una persona appena entrata nel locale. Non sembrava uno dei suoi clienti abituali: era un tipo minuto dall’aspetto non più giovane, con evidenti striature argentate tra i capelli. Indossava un vestito elegante che tuttavia mostrava segni di usura, scarpe nelle stesse condizioni, un cappello di feltro e una cartellina. Lo stereotipo del professore. Alan si accorse che il tono di voce del barista era leggermente cambiato e alzò lo sguardo dal boccale verso di lui. «Guai in arrivo?» chiese Alan. «Non credo, è entrato un tipo…» Tom fece una pausa, non sapendo bene cosa dire. Infine concluse alzando le spalle: «Strano.» L’uomo appena entrato, dopo essersi guardato intorno con un’espressione tra il confuso e il disgustato, si avvicinò al bancone. Stava per chiedere qualcosa a Tom quando si girò verso i due uomini seduti al bancone proprio davanti al barista. Sia Mike che Alan fecero finta di niente, ma a un certo punto lo sguardo indagatore divenne troppo insistente e Alan si voltò. «Posso fare qualcosa per lei?» chiese Alan in modo educato, ma con un tono un po’ brusco. Il professore lo scrutò con ancora maggiore attenzione per quasi un minuto intero. Alan stava per perdere la pazienza quando l’uomo balbettò: «È lei quello che chiamano The Seeker?»


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CAPITOLO 2

The Seeker, il cercatore. Il suo lavoro consisteva esattamente in quello che suggeriva il nome: cercare. Cercare cosa? Qualsiasi cosa, che fosse un oggetto antico, il cagnolino scomparso di una riccona oppure una persona, anche se in questo ultimo caso spesso e volentieri non accettava l’incarico. Mike sbuffò e disse tra sé e sé: «Fine della serata.» «Dipende», rispose Alan. «Chi lo vuole sapere?» «Mi chiamo Black, Dottor Black.» «Dottor Black. Dottore in cosa?» «Lettere antiche.» «Complimenti, chissà che…» Il resto della frase finì strozzata nella gola di Mike, a causa della gomitata che Alan gli rifilò: sapeva perfettamente cosa stava per dire: “chissà che rottura di scatole”. «Il mio caro amico intendeva dire che ci vuole molta passione in questo genere di cose…» «Ha perfettamente ragione», rispose il dottore visibilmente compiaciuto. Non sembrava molto sveglio. «Dottore in lettere antiche. Posso chiederle qual è il suo lavoro?» «Sono titolare della cattedra di letteratura medio orientale all’università di Carlton; in più mi dedico alla ricerca di opere antiche che nel corso degli anni sono andate perdute o sono finite in collezioni private.» «Capisco. Allora Dr Black, qual buon vento la porta qui?» «Stavo cercando una persona, qualcuno molto bravo nel cercare… cose, o almeno così mi è stato detto…» «Da chi, se posso chiedere?» «Da molte persone a dire il vero. L’ultima è stata un uomo molto gentile ed educato, non ce ne sono più molti al giorno d’oggi. Si chiama Jenkins… No, qualcosa di simile.» «Jannings forse?» «Esatto, proprio lui. Lo conosce?»


11 «Direi proprio di sì, chi non lo conosce qui dentro? E comunque è il mio agente, per così dire…» L’uomo sgranò gli occhi. «È lei quindi!» «Per servirla», rispose Alan, chinando la testa. Se fosse stato in piedi avrebbe fatto un inchino vecchio stile, ma da sopra uno sgabello sarebbe stata un’impresa. «Ti è andata male, niente donne…» sussurrò Mike, che come risposta ebbe un’altra gomitata. «Si è liberato il tavolo d’angolo», intervenne Tom. «Grazie Tom. Dottore perché non ci sediamo e ci racconta tutto?» Un paio di minuti dopo erano seduti al tavolo: se Alan e Mike si erano portati birra e patatine fritte, il dottore aveva ordinato un tè caldo e Tom aveva portato un vassoio con una piccola teiera, una selezione di bustine di thè, una tazza di medie dimensioni bianca come la teiera e qualche bustina di zucchero, bianco e di canna. Il suono metallico del cucchiaino che mescolava l’infuso si sentiva a malapena, coperto dal frastuono del locale. Alan bevve un paio di sorsi e addentò una patatina prima di iniziare la discussione. «Allora dottor Black, cosa posso fare per lei?» L’uomo si voltò verso Mike, dubbioso. «Stia tranquillo, è un amico fidato. È anche un soldato, un uomo d’onore, un…» «Sì sì basta, ha capito credo, basta sviolinate tanto ho già detto che pago io stasera!» «Giusto me ne ero dimenticato. In verità dottore, quest’uomo è un grandissimo rompiscatole, ma resta una persona fidata…» Dopo qualche secondo di incertezza, il vecchio professore aprì la cartellina. Conteneva molti fogli e tra questi ne scelse uno che sottopose allo sguardo di Alan. The Seeker lo squadrò per alcuni minuti. «Sa di cosa si tratta?» chiese il professore, osservandolo attraverso le lenti che iniziavano ad appannarsi. Si tolse la giacca, rivelando una camicia che una volta doveva essere stata bianchissima, ma che oramai si era ingiallita. Alan esaminò il documento con attenzione, girandolo e rigirandolo. «A dire il vero no e non mi capita spesso. Non riconosco né le immagini né la scrittura. A giudicare dalla carta, o meglio dal colore di questa scansione, potrei azzardare che si tratta di un documento di almeno


12 seicento anni fa. A giudicare dall’immagine non credo nemmeno che sia carta. Pelle animale forse?» «Complimenti. Tutto questo solo da una scansione? La sua fama è ben meritata. Effettivamente risale a quasi mille anni fa. Lo stato di conservazione è eccezionale, in tutti i sensi. Il contenitore del documento era una rudimentale scatola sottovuoto, una cosa incredibile per quei tempi.» «Incredibile è dire poco. Di cosa si tratta in ogni caso?» «Il documento è scritto in un dialetto molto antico, che a sua volta cita un’altra fonte più antica di altri quattrocento anni. Parla del cosiddetto “Libro perduto”…» Alan riprese in mano il documento, molto pensieroso. Non toccò il boccale per una decina di minuti, mentre si rigirava quel pezzo di carta tra le mani. «Non mi crede vero?» disse il professore con mezzo sorriso. «Diciamo che ho i miei dubbi, ecco.» «Potreste spiegare qualcosa anche a un povero soldato ignorante?» si intromise Mike. Il professore prese la parola. «La leggenda, più di una in verità e tramandate da più di una civiltà, parla di un uomo vissuto moltissimo tempo fa, dotato di poteri magici e del dono della preveggenza. Alcune leggende riferiscono che potesse curare ogni male, altre che potesse prevedere catastrofi così come la pioggia o il sole per il giorno dopo, altre ancora che avesse scoperto addirittura il segreto dell’immortalità. Su una cosa però concordano più o meno tutte: quest’uomo avrebbe lasciato, per chiunque avesse dimostrato di meritarla, un’eredità, un libro con tutta la sua conoscenza…» «Crede davvero a delle cose del genere? Lei? Uno scienziato?» rispose Mike. «Come le dicevo sono leggende», replicò il professore allargando le braccia. «Quindi un libro pieno di formule magiche e previsioni meteorologiche per il futuro?» continuò Mike molto divertito. «Qualcosa del genere», replicò Alan, serissimo. «Cosa dice esattamente questo documento? Ha fatto una traduzione immagino.» «Ovviamente, ma niente di scritto, è tutto qui», disse indicando la propria testa. «Una scelta prudente, ma rischiosa.» «Me ne rendo conto.»


13 Chissà fino a che punto. «Cosa dice questo scritto?» chiese Alan lentamente. Il professore fece un gesto per farsi restituire il documento. «Chiedo scusa, ma la mia memoria non è più come una volta. So tradurre, ma non ricordo tutto il testo. La persona che ha scritto questo documento parla delle opere di quest’uomo, come molti hanno fatto prima e dopo di lui; tuttavia, al contrario di quanto riportato in altri testi che sono giunti sino a noi, qui si parla anche della sua vita, dalla giovinezza alla vecchiaia, con alcuni aneddoti anche divertenti. Racconta anche di come abbia preso un allievo e di come a un certo punto lo abbia cacciato e ripudiato, senza però spiegarne le ragioni. Scrive infine di come, raggiunta ormai la vecchiaia, l’uomo decise di rendere le proprie conoscenze imperiture riversandole in un manoscritto, in modo che chiunque potesse apprenderle, una volta dimostratosi degno.» Mentre il professore leggeva e traduceva a modo suo, Alan ascoltava attento, per quanto attento possa essere qualcuno con una discreta dose di alcol in circolo per il corpo. «Dice altro?» chiese The Seeker. «Dà una descrizione dei territori in cui viveva o viaggiava. Alcuni sono abbastanza riconoscibili ancora oggi, grazie al fatto che le leggende tramandate sono tutte localizzate in un continente ben preciso.» Alan annuì, anche se non sapeva di cosa stesse parlando. «Parla di un grandissimo deserto con una grande montagna a est», proseguì il professore. «Il deserto del Sud?» «Sembrerebbe di sì. Viene descritto anche un grande porto a est di questa montagna, distante diverse giornate.» Alan annuì, visibilmente eccitato. «Le grandi rovine di Safa; il mare si è ritirato da un pezzo ormai. E dice qualcosa sul libro?» «Dice che il maestro ha lasciato per il suo futuro allievo molti segnali durante i suoi viaggi…» L’eccitazione scemò rapidamente. «Dopo tutto questo tempo il mondo è cambiato, molte cose sono andate perse. È improbabile riuscire a trovare qualcosa…» «Ha intenzione di rifiutare?» chiese il professore, preoccupato. Alan ridacchiò. «Figuriamoci. Quando mi ricapita un’occasione del genere. Anche se


14 dovessi fallire, e sarebbe la prima volta, non potrei mai perdonarmi di non averci almeno provato. Tuttavia…» «Tuttavia?» «Non vorrei passare per avido o per una persona venale, tuttavia una ricerca di questo tipo richiederà un finanziamento rilevante.» «Me ne rendo perfettamente conto. Ho provato a cercare qualche sponsor, ma finora nessuno ha accettato. La considerano una follia, nel migliore dei casi…» Fu il turno di Alan di mostrarsi preoccupato. «E come aveva intenzione di pagarmi?» «Beh, la scoperta del libro porterebbe sicuramente una certa fama, i musei farebbero a gara per esporlo, pagando delle cifre consistenti, senza contare la pubblicità e tutto il resto.» «Per non parlare del contenuto del libro, sempre se ci si crede. Si potrebbe fare una fortuna ai cavalli», aggiunge Mike. Il professore sembrò cadere dalle nuvole poco prima di assumere un’espressione profondamente offesa, quasi di rabbia. «Non è certo per questo che il libro fu scritto, il profitto personale!» «Ha pienamente ragione», si intromise Alan. «Tornando al discorso, presumo che il suo proposito fosse di usare parte della ricompensa per saldare il conto…» Il professore annuì con un sorriso. «Non è mia abitudine accettare termini di pagamento del genere, ma diciamo che ci potrei stare. Resta il problema del rimborso spese per le ricerche, un conto che potrebbe essere degno di una scuderia di auto da corsa. È proprio sicuro di non aver trovato nessuno sponsor?» «In effetti qualcuno ho trovato, ma non mi ha fatto una buona impressione. » «Si spieghi meglio», insistette Alan, prosciugando il boccale. Con la mano sollevò il boccale per farsi notare da Tom, che annuì. «Beh ecco… Circa due mesi fa ho incontrato Eric West.» «Il miliardario?» esclamò Mike quasi strozzandosi con una patatina. «Il collezionista d’arte? Quel… quella persona che fa spese nei musei come se andasse per negozi, offrendo cifre folli sottobanco pur di ottenere ciò che vuole?» fece eco a sua volta Alan. «Davvero?» esclamò il professore allibito. «Così si dice. A ogni modo, perché non le ha fatto una buona impressione?»


15 «Aveva una strana luce negli occhi… Poi ha iniziato a fare discorsi come quelli del signor Mike.» Un rumore di vetri in frantumi interruppe i loro discorsi: uno degli avventori del pub aveva urtato contro un cameriere carico di boccali che aveva perso l’equilibrio cadendo in malo modo. Mike notò qualcos’altro, ma non disse nulla. «Dunque professore, ricapitoliamo», esclamò Alan. «Lei vuole che scopra se questo libro esiste e nel caso glielo trovi, è corretto?» Il professore annuì con un sorriso prima di sorseggiare il tè. «Tuttavia non ha uno sponsor né altre risorse per pagare le eventuali spese.» Il professore annuì di nuovo, ma senza sorridere. Alan si grattò la nuca, pensieroso. Guardò Mike, ma l’amico non fece nessun commento né la faccia assunse un qualche tipo di espressione. «Devo pensarci su. Mi dia un paio di giorni per vedere se trovo un altro modo di coprire le spese. Lei non è di qui, alloggia in un albergo?» «Sì, presso…» Alan lo interruppe con un gesto della mano. «Non serve che mi dica il nome. Resterà in città un altro paio di giorni?» «Sì, ho preso qualche giorno di ferie, non c’è problema.» «Perfetto, allora ci vediamo qui tra due giorni, alla stessa ora in cui è arrivato oggi. Per quel giorno le darò una risposta definitiva.» Il professore strinse le mani a entrambi e si offrì di pagare il conto, ma Alan insistette nel dire che non ce n’era nessun bisogno. Mike non sembrava dello stesso parere, ma un’altra gomitata gli fece cambiare idea. Anzi aggiunse che il tè lo avrebbe offerto lui e non avrebbe accettato un no come risposta. Il professore annuì e ringraziò di nuovo, si infilò la giacca e si diresse verso l’uscita. «Vado in bagno, non toccare la birra e non finire le patatine nel frattempo», disse Alan guardando Mike in tralice. «Male che vada ne ordiniamo ancora.» «Giusto! Tanto paghi tu.» Un uomo, in jeans e camicia a scacchi con un berretto con la visiera ben calato sulla testa, bevve l’ultimo sorso di birra, si staccò dal bancone e, una volta saldato il conto alla cassa, uscì dal pub. Guardò a destra e a sinistra nella via scarsamente illuminata, come se cercasse qualcuno, quindi prese una decisione e prese verso destra. Anche il professore aveva imboccato quella direzione e lo precedeva di un centinaio di metri:


16 stava tornando verso la via principale, dove avrebbe preso un taxi per tornare in hotel. Da uno dei minuscoli e oscuri vicoli che si affacciavano poco più avanti sulla via del pub spuntò un altro uomo, anche lui vestito con jeans e camicia a scacchi, con una cuffia da marinaio sulla testa. Si accese una sigaretta e cominciò a camminare lentamente nella direzione opposta a quella seguita dal professore. Qualche istante dopo arrivarono a pochi metri l’uno dall’altro: l’uomo con l’aspetto da marinaio prese la sigaretta tra le dita per toglierla dalla bocca ed esclamò: «Salve Dottor Black.» Il professore, immerso nei suoi pensieri e sorpreso da quel saluto inaspettato, rispose: «Salve, ci conosciamo?» «Non credo dottore, però abbiamo un amico in comune…» Riportò alla bocca la sigaretta e per un istante il tabacco incandescente illuminò con una luce inquietante il viso dell’uomo, dalla pelle scura, ma non per natura. Sembrava sporco o truccato. L’uomo dietro il professore nel frattempo si era avvicinato e fermato a sua volta a qualche metro. «Davvero?» disse il professore sempre più sorpreso. «Chi è?» «È Mr West», rispose tranquillamente il finto marinaio. Prima che il professore potesse dire o fare qualcosa, la persona alle sue spalle lo raggiunse; il professore sentì qualcosa di duro e freddo premere contro la schiena. «Mr West è dispiaciuto che non siate riusciti a raggiungere un accordo e spera che gli offra un’altra occasione per discutere il vostro affare.» «Non è un affare!» rispose seccamente il professore, per niente spaventato, oppure troppo spaventato per capire davvero quello che diceva. «Non siamo stati informati dei dettagli, Dottor Black. Il nostro compito è semplicemente quello di riferirle il messaggio di Mr West e di invitarla a raggiungerlo nella sua villa. Naturalmente sarà suo ospite.» «E se non accettassi l’invito?» chiese il professore, che iniziava a sudare freddo. La pistola iniziò a fare maggiore pressione, mentre l’uomo con la sigaretta fece un sorriso sornione. «Mr West non è persona che accetti un rifiuto a un gentile invito. Da questa parte.» La canna d’acciaio pungolò nuovamente la schiena del professore che di


17 riflesso mosse un passo avanti. Proseguirono così, l’uomo con la sigaretta a fianco del professore mentre il secondo rimaneva alle sue spalle, diretti verso l’incrocio in cui la via terminava su una strada più larga e trafficata. Lungo il bordo della carreggiata era in attesa una macchina nera col motore acceso, come si poteva intuire dal fumo che usciva dalla marmitta. «Non si preoccupi, professore. Mr West vuole solo parlare», disse di nuovo lo scagnozzo con la sigaretta. La passeggiata era quasi giunta al termine. All’improvviso due macchine dai fari colorati e con delle luci fissate sotto il pianale entrarono nella via a tutta velocità, seguite da quattro motociclette anch’esse elaborate. Le due auto si fermarono con uno stridio di gomme davanti a loro, mentre le moto li aggirarono e si fermarono alle loro spalle: erano chiusi in un anello di motori roboanti e luci led. Due ragazzi a malapena ventenni scesero da una delle macchine: ora che i fari delle moto erano puntati sui due veicoli, si potevano distinguere i colori di entrambe: una era verde con il cofano nero, l’altra aveva una base blu con varie decorazioni in vinile. I due ragazzi non si assomigliavano per niente, se non nel modo di vestire: entrambi avevano dei jeans blu scuri, un giubbotto di jeans dello stesso colore, con le maniche strappate, che copriva in parte una maglietta rossa a maniche corte. Entrambi avevano anche un tatuaggio sul braccio destro, che la luce permetteva solo di intuire. Avevano anche un’altra cosa in comune: erano armati, uno con una mazza da baseball e uno con un fucile a canne mozze. Per il momento tenevano l’arma in pugno, ma appoggiata sulla spalla. «Cosa posso fare per voi?» disse l’uomo con la sigaretta. I due ragazzi si guardarono e risero. «Per prima cosa potresti dire al tuo socio di mettere via il ferro. Non gli servirebbe a niente.» Portò la mano libera alla bocca ed emise un fischio: meno di un secondo dopo anche i motociclisti mostrarono l’artiglieria composta da catene, spranghe di ferro e un paio di revolver. L’uomo con la sigaretta annuì e il suo compare rimise la pistola nella fondina. «Possiamo fare altro?» chiese ancora lo scagnozzo con fare tranquillo. «Questo è il nostro territorio. Nessuno può girare armato senza il nostro permesso e voi non lo avete. Questo è stato un errore e gli errori si


18 pagano. Dato che è la vostra prima volta saremo magnanimi e ci limiteremo a farvi una piccola multa.» Il ragazzo rise di nuovo e con lui i suoi compagni di banda. L’uomo alle spalle del professore dava segni di nervosismo, ma l’uomo con la sigaretta lo rimise in riga con un’occhiataccia. «Per questa volta lasciate a terra le armi e i portafogli», continuò il ragazzo, «dopo potrete andare.» L’uomo con la sigaretta non fece nulla per qualche secondo. Il ragazzo non sorrideva più: il fucile non era più appoggiato alla spalla, ma spianato davanti a lui. «Nessun problema», disse infine l’uomo vestito da finto marinaio: sfilò dalla fondina una pistola semiautomatica e la depositò a terra insieme al portafogli, da cui tolse però i documenti; invitò il suo complice a fare altrettanto e questi, dopo qualche tentennamento, lo imitò. «Benissimo signori, adesso siete pregati di andarvene. Per vostra informazione, il nostro territorio va dalle banchine del porto alla Quinta Strada. Vi consiglio di salire in macchina e non fermarvi prima di esserne usciti.» Quelli rimasti in macchina inserirono la retromarcia e liberarono il passaggio. Con cenno del capo a mo’ di saluto, il finto marinaio proseguì verso la macchina che li stava aspettando alla fine della via. Aveva appena superato gli uomini armati quando il ragazzo lo bloccò di nuovo. «Un’ultima cosa: lui resta qui», disse indicando il professore con il fucile. Il complice dello scagnozzo accennò una reazione: ottenne una mazzata sulla testa che lo fece crollare a terra. Il ragazzo scosse la testa da ambo le parti. «Il tuo amico non è intelligente quanto te. Prendilo e andatevene, prima che cambi idea.» Il finto marinaio si caricò il compare sulle spalle e, dopo aver rivolto un ultimo sguardo carico d’odio al ragazzo che lo minacciava con un fucile a canne mozze, proseguì verso la macchina. Aprì una delle portiere posteriori, gettò all’interno il complice ancora privo di sensi e salì poi sul sedile davanti. I membri della banda rimasero lì a guardarli finché non se ne furono andati. Il professore nel frattempo era completamente stordito: guardava davanti a sé come se non vedesse o non capisse quello che vedeva.


19 «Salve dottore! Lei frequenta proprio della brutta gente lo sa?» Dalla macchina blu era scesa un’altra persona, non vestita come gli altri membri della banda. Indossava jeans chiari, una T-shirt bianca e una giacca che si poteva definire di una strana tonalità di blu, di molte tonalità di blu. Il professore protese una mano davanti a sé, cercando di schermare la luce dei fari delle macchine per vedere meglio la persona che aveva davanti. «È proprio lei?» chiese il professore, confuso ma sollevato. Un attimo dopo crollò a terra svenuto. «È proprio un topo di biblioteca», commentò Mike, che nel frattempo era sceso dall’altra macchina. «Non sono mica tutti dei duri come te Mike. Credo di aver visto qualche grosso topo nei paraggi…» Nemmeno una frazione di secondo dopo il soldato era risalito in macchina sbattendo la portiera. Alan sogghignò e aiutò i ragazzi a caricare il professore sul sedile posteriore dell’auto blu. «Dottore? Dottor Black mi sente?» Al professore sembrava che la voce venisse quasi da un altro mondo, il mondo dei sogni o dell’Aldilà. «Dottore, è quasi l’alba, è ora di alzarsi», insistette la voce. L’uomo sbatté le palpebre e si guardò attorno. Era in macchina, su dei comodi e morbidi sedili di pelle chiara. Stava quasi per riaddormentarsi, ma Alan lo scosse bruscamente, forse un po’ troppo bruscamente. «Dottore cerchi di riprendersi, altrimenti dovrò portarla in ospedale.» «Sono sveglio, credo. Cos’è successo?» L’uomo al volante scosse la testa divertito, mentre il ragazzo che poco prima sfoggiava un fucile a canne mozze si toccò la fronte con un dito e poi indicò l’anziano signore seduto dietro. «Credo di averla aiutata a rifiutare un invito di un suo possibile mecenate», rispose Alan, divertito. «Di quel tipo di mecenate faccio volentieri a meno», replicò il professore. «Dove mi sta portando?» «In un posto sicuro, almeno per il momento. Forse non sarà bello come la villa di Mr West, ma dovrebbe esserci del tè, se le basta.» «Mi basta per adesso, anzi ne ho proprio bisogno.» Il professore si avvicinò ad Alan e a bassa voce gli disse: «Come mai conosce queste persone?»


20 Il tono sembrava turbato e scioccato, quasi accusatorio. «Vuole sapere come mai frequento questi criminali, questi delinquenti, questi poco di buono?» chiese a sua volta Alan a voce alta. I due uomini davanti risero divertiti. «Non si preoccupi professore, non si offendono per così poco. Sono perfettamente consapevoli del loro ruolo nella società. Per rispondere alla sua domanda… Un po’ di tempo fa sono stato assunto dal loro capo per ritrovare la sua macchina. Se ha guardato bene la macchina su cui si trova, può ben immaginare che non si trattasse di una macchina qualsiasi. Diciamo che, da allora, occasionalmente mi fa qualche favore, come quello di stanotte per esempio.» Il professore non sembrava per niente tranquillo, ma non disse altro. Le auto si fermarono davanti a un palazzo che aveva visto giorni migliori. Mike salutò un paio di membri della banda con una complicata serie di gesti e movimenti prima di seguire il suo amico dentro il portone. L’ascensore era guasto, come lo era sempre stato da che Alan ricordasse; l’appartamento era al quinto piano e il professore boccheggiava quando arrivarono davanti alla porta. «Le chiedo scusa per il disturbo, sono anni che diciamo all’amministratore di riparare l’ascensore, ma deve avere proprio la memoria corta.» «O essere duro d’orecchi», commentò il dottore. Alan annuì e aprì la porta. L’appartamento era rimasto esattamente nelle condizioni in cui era stato lasciato. «Chiedo scusa per il disordine», tentò di difendersi. Il professore arricciò il naso per l’odore non troppo buono. «Alan, hai i soliti cumuli di roba da lavare di là?» disse Mike, indicando la porta chiusa del ripostiglio, dello stesso colore candido delle pareti. «Dammi tregua, sono arrivato da poco… La signora Wilson dovrebbe passare stamattina.» Mentre Mike faceva strada nel poco ordinato salotto, il padrone di casa fece accomodare gli ospiti sul divano e andò a recuperare birra e bourbon. «Niente tè a quanto pare. Credevo di averne ancora e invece… È di suo gradimento?» disse indicando il liquore. «A quest’ora del mattino?» replicò perplesso il letterato.


21 Alan buttò l’occhio all’orologio appeso al muro. Le lancette indicavano le cinque. «Accidenti! È già così tardi? E va bene… Caffè per tutti?» Annuirono all’unisono. Alan tornò nel cucinino, caricò la moka e la mise sul fuoco. Aveva rinunciato da tempo alle macchine per il caffè, troppo leggero per i suoi gusti. Preferiva farselo da solo, alla vecchia maniera, con una miscela poco nota sul mercato che dava però ottimi risultati. «Non ci vorrà molto. Intanto professore se vuole cominciare a illuminarci…» esclamò a voce alta dall’altra camera. «Vuol dire che accetta l’incarico?» «Lei cosa dice?» Il professore annuì soddisfatto. «Certamente, ma forse è meglio aspettare che sia pronto il caffè.» «Il tempo è denaro amico mio e io non ho molto né dell’uno né dell’altro.» Era una mezza verità, ma serviva allo scopo. «Capisco. Dunque, da dove posso cominciare…» «Dove ha trovato il documento di cui parlava?» chiese The Seeker. «Oh sì, giusto. Il ritrovamento è avvenuto in uno scavo nei deserti a sud, in una tomba molto ben nascosta. Gli archeologi avevano pensato di aprirla, ma poi avevano notato i simboli incisi sul coperchio. Sa, le maledizioni… La comunità scientifica dice sempre che sono baggianate, ma ogni persona poi agisce come meglio crede. Un membro del gruppo, il dottor Zammer, dopo qualche ricerca intuì di quale lingua si potesse trattare; da lì a trovare un esperto per la conferma e la traduzione il passo è stato breve. Sono stato contattato qualche mese fa, prima tramite telefono poi tramite e-mail a cui era allegata la foto del coperchio con le incisioni. Ho confermato subito le loro ipotesi e mi sono dato da fare per la traduzione. Saputo che non si trattava di una maledizione, hanno deciso di aprirla. Dentro c’erano un rotolo, cioè il documento, un medaglione e una specie di tubo di legno.» «Questi oggetti sono in suo possesso?» «Certamente no, non ho interesse per quel genere di reperti. Da quello che so sono stati consegnati al museo locale, ma non saprei dire se siano ancora lì.» Mentre parlavano, Alan passava da una camera all’altra come un turbine. Nel frattempo la moka aveva iniziato a produrre un rumore inconfondibile.


22 Il tavolino davanti agli ospiti era già stato sgomberato e rioccupato da tazzine, zuccheriera, latte e un piatto di brioches. In pochi istanti il fumante intruglio nero riempì l’aria del suo aroma. Alan tracannò il caffè bollente come se fosse acqua e tornò a mettere a soqquadro l’appartamento. «Vada avanti professore, sono abituato a fare più cose in una volta.» Non si capiva se stesse riordinando, cercando qualcosa, preparando qualcos’altro o facendo un po’ di tutto. «Giusto giusto. Sono stato ricontattato qualche giorno dopo per il documento, dato che i simboli erano gli stessi del coperchio. Mi ci è voluto un po’ per tradurlo e una volta capito di cosa parlava mi sono dedicato esclusivamente a quello per tre settimane. È una lingua molto difficile.» «Non ne dubito visto che la capisce praticamente solo lei e forse altre due persone.» «Tre in verità, ma non importa. Ho provato a disegnare una mappa dei posti indicati. Ce l’ho qui nella borsa, se vuole darle un’occhiata…» «Sia gentile, la faccia vedere al mio amico…» Mike prese in mano la cartina, una mappa di un intero continente. «Non è molto precisa, per usare un eufemismo», commentò il soldato. «Nemmeno le nostre informazioni», replicò Alan. «D’accordo, ma hai presente? È un continente, non una città. Un centimetro equivale a… Non c’è nemmeno scritto. Sembrano punti messi a caso.» «Piantala Mike. È un dottore in lettere, non in geografia e non fa il navigatore di professione o qualcosa del genere. Dimmi cosa vedi.» «L’unico punto sicuro è la capitale del sud, la frontiera della civiltà come la chiama qualche furbone. Il vostro scrittore era nato e cresciuto lì, almeno secondo quello che dice il professore… Professore non si scarabocchiano le mappe, mai, se lo ricordi.» «Non metterti a fare la paternale, ho fretta, vai avanti», lo incalzò Alan. «Da lì parte una specie di pista…» «È un fiume», precisò il professore. «Un fiume immaginario», continuò Mike. «Non è immaginario, esisteva molti secoli fa», replicò il letterato. «Va bene va bene, il letto di un fiume secco da centinaia di anni verso quella che pare essere un’oasi.» Mike si interruppe bruscamente: «Devo fare una telefonata. Il tuo telefono?» chiese.


23 «Meglio se usi il tuo cellulare», rispose a voce alta Alan dalla camera da letto. «Taccagno…» bofonchiò il soldato. Mike si chiuse in bagno e discusse animatamente per alcuni minuti con un ufficiale di grado inferiore. «Senti o mi passi il tuo capo o ti faccio degradare a lavapiatti in due ore e ti faccio trasferire nei ghiacci polari! Hai capito tenente dei miei stivali?» sbraitò il capitano da dietro la porta. Il Dottor Black era rimasto da solo in salotto, in evidente imbarazzo. «Posso sapere cosa sta facendo, Alan… Posso chiederle qual è il suo nome per intero?» «In teoria sarebbe meglio di no, ma trattandosi di lei non credo sia un problema. Mi chiamo Alan River. Per rispondere alla sua prima domanda, sto facendo i bagagli.» «Allora accetta davvero?» chiese il professore, come se fino a quel momento non ci avesse creduto fino in fondo. «Naturalmente», rispose Alan dalla camera da letto, mentre un paio di pantaloni volava da una parte all’altra della stanza, proprio davanti alla porta aperta. Sembrava che fosse piombata sull’appartamento una tempesta tropicale: Mike sbraitava al telefono dalla stanza da bagno, Alan sfrecciava da una parte all’altra della camera da letto trasportando anche le cose più improbabili, come la statuetta di un cagnolino a pelo bianco, probabilmente un soprammobile. In mezzo a questo putiferio c’era il dottor Black, seduto sul divano con una tazzina di caffè in mano, che affrontava il tutto nello stesso modo in cui uno studente vede per la prima volta una dimostrazione matematica o come un fan che incontra per la prima volta la sua star: sguardo da ebete, bocca aperta e cervello in panne. «E come farà per i soldi?» chiese, riprendendo le proprie facoltà mentali. Alan si affacciò dalla camera con un paio di jeans di traverso sulla testa e una camicia in mano. «Troverò un finanziatore, so già a chi rivolgermi, anche se ne farei volentieri a meno.» «È pericoloso?» «In un certo senso…» Vedendo l’espressione del letterato si mise a ridere. «Non c’è bisogno di fare quella faccia, stia tranquillo professore.» Alan svanì di nuovo nella sua camera, mentre Mike usciva dal bagno con


24 aria soddisfatta. «Ehi ubriacone, mi devi una cassa di rum.» «Addirittura rum? La birra non ti basta più?» «Quella era sottintesa. Ho dovuto offrire io una cassa di rum a qualcuno per avere una cosa che ti servirà», esclamò mentre si accomodava su di una poltrona. Alan continuava a fare i preparativi in camera da letto. Sarebbe stata una scena comica, due persone che si urlavano le domande e si gridavano le risposte da una parte all’altra dell’appartamento, se non fossero state le cinque del mattino. Il professore non a torto era preoccupato che qualcuno potesse venire a lamentarsi. Non sapeva che a quell’ora la palazzina era praticamente deserta: la maggior parte degli inquilini faceva lavori umili, con orari assurdi e molto mattinieri, se non proprio notturni. «Rum? Capitano Hobson?» chiese Alan. «Hai buona memoria.» Mike si versò altro caffè e lo offrì al professore, che accettò volentieri. Mentre in salotto tornava la calma, la tempesta stava raggiungendo il culmine nella camera accanto. «Lavora sempre in quel buco fuori Ascot?» «Ci crederesti? Lo hanno promosso.» «Non è più capitano?» «Sì è ancora capitano, ma di una divisione speciale dei servizi. Dovresti ricevere un’e-mail entro un’ora.» «È quello che penso che sia?» «È esattamente quello che pensi che sia.» Alan uscì dalla camera con una valigia, uno zaino da trekking e una borsa sbiadita di un colore non proprio definito, qualcosa di simile a un verde scuro slavato. «Bene professore. Lei deve sparire», esclamò The Seeker senza tanti preamboli. Per poco il dottore non si strozzò col caffè per la sorpresa, ma non poté evitare di rovesciarselo addosso. «Come sparire?» Assunse di nuovo un’espressione da pesce lesso. «Sparire. Scomparire. Non farsi vedere per un bel po’. Mike ci pensi tu?» Mike si grattò la testa, dubbioso. «Sei sicuro? Non mi sembra esattamente quel tipo di persona.» «Sono sicuro che il cambiamento gli gioverà.»


25 Il professore guardava prima uno e poi l’altro, senza capire nulla di cosa stessero dicendo. «Posso sapere di cosa parlano lor signori?» «Si fidi professore, si fidi», lo rassicurò Alan. «Io però sarei in licenza…» si lamentò Mike. «E infatti tu sarai mio ospite per qualche giorno, mi pare ovvio e doveroso.» «Di’ un po’, oltre allo stipendio ti sei bevuto anche il cervello?» Alan lo guardò con occhi furbetti e Mike alla fine sorrise e annuì: «Afferrato!» «Sei diventato lento, amico mio.» «Troppo alcol e troppo sonno.» «Hai ragione. A ogni modo prima di darti alla pazza gioia ed esaurire le mie scorte sei pregato di sistemare il professore come si deve. Io devo andare in aeroporto. Dammi quella mappa», quasi la strappò di mano a Mike per la fretta. «Datti una calmata.» «Non posso, guarda fuori…»


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CAPITOLO 3

Mike si avvicinò alla finestra con noncuranza e fissò il cielo davanti a sé per alcuni minuti, immobile, muovendo le labbra come se parlasse e sorridendo ogni tanto. Il professore era sempre sul divano, con la tazzina del caffè a mezz’aria stretta per il manico, con aria frastornata. Parcheggiate sul ciglio della strada c’erano due macchine di grossa cilindrata, nere, senza contrassegni. Una dietro l’altra, stesso modello. Dall’altro lato della strada c’era un furgone, anch’esso nero, anonimo. Auto del genere in un quartiere come quello erano come un faro nella notte: non sarebbero mai passate inosservate. Dilettanti pensò Mike. «Da quanto sono lì?» chiese. «Una decina di minuti», rispose Alan, mentre controllava di nuovo i bagagli, sicuro di essersi dimenticato qualcosa. Corse in cucina per tornare un attimo dopo con un pacchetto che infilò nello zaino. «Sono stati veloci», commentò il soldato. «Un po’ troppo se non ci fosse di mezzo lui.» «Lui?» chiese il professore, balbettando. «West», spiegò Mike. «GPS?» Alan rispose con una risata sarcastica. «Come minimo avrà tre satelliti spia in orbita. Ne avremo almeno uno puntato addosso…» «Niente di speciale, un leggero fastidio. Faccio una telefonata, tu intanto vai dove devi andare e fammi sapere qualcosa…» «Ti chiamo tra quattro giorni…» Alan aprì la porta silenziosamente e uscì, carico di tutti i suoi bagagli, diretto verso lo scantinato. Mike lo salutò con un gesto mentre usava di nuovo il cellulare. Il professore sembrava molto disorientato. «Si calmi», disse il soldato in tono pacato. «Qualche piccolo imprevisto, ma niente di preoccupante. Prenda un’altra brioches, le farà bene. Tra una decina di minuti ce ne andiamo anche noi.» «Per dove?»


27 «Oh, non le voglio rovinare la sorpresa…» rispose sogghignando. Quindici minuti dopo, un caos di sirene e lampeggianti, motori e altoparlanti riempì l’aria: dodici mezzi della polizia avevano circondato il palazzo; un centinaio di agenti in assetto antisommossa aspettavano l’ordine mentre i graduati urlavano qualcosa negli altoparlanti. Non appena arrivò l’ordine un fiume umano si riversò nell’edificio. Gli agenti uscirono cinque minuti dopo con due persone in manette: un uomo distinto un po’ avanti con gli anni e un omaccione mezzo ubriaco che urlava come un forsennato. Furono caricati a forza su di una volante preceduta e seguita da un corteo di scorta. Tuttavia, la volante non giunse mai alla centrale di polizia: a metà strada, poco dopo una lunga galleria, due tir tagliarono in tre tronconi la fila, isolando la macchina carica dei criminali con una precisione chirurgica. Un terzo veicolo, un furgone, spuntò qualche istante dopo: scesero in tre, armati di tutto punto. I due poliziotti si arresero immediatamente. Il commando si avvicinò ulteriormente alla volante, aprirono le portiere posteriori ma, con grande sorpresa, non trovarono nessuno. Poco lontano, in una via trasversale diretta a nord, viaggiava in tutta calma una berlina nera. Mike, seduto sul sedile posteriore, diede uno sguardo dietro di sé, attraverso il lunotto posteriore, per accertarsi che nessuno li stesse seguendo. Il professore, seduto di fianco, cercava di ricomporsi armeggiando con il cappello di feltro. «Bravi ragazzi», disse il capitano dell’esercito affacciandosi tra i sedili anteriori. «Come promesso al vostro comandante, domani avrete tra le mani un paio di criminali di prima categoria con tanto di prove schiaccianti.» «Grazie signore», fece eco il poliziotto in borghese alla guida del veicolo. «Siamo noi che dobbiamo ringraziarvi. Per voi due un premio speciale, dovrebbe essere già nei vostri armadietti in centrale.» «Mille grazie signore!» Tornò a sedersi, mettendosi di traverso per osservare il suo strano compagno d’avventura. «Professore, come sta?» «Vorrei non avere mai cercato il suo amico», disse con malcelato nervosismo. Aveva l’aria esausta. «Stia sereno e si diverta un po’ con noi, professore! Si goda la vita finché


28 può! Vedrà in che bel posticino la porteranno oggi.» «Lei non viene?» chiese con aria stupita. La macchina entrò in un parcheggio coperto e si fermò quasi subito. «Verrei volentieri, ma non posso. Lo ha sentito Alan prima, sono ospite in casa sua per qualche giorno, ma non si preoccupi, la lascio in ottime mani, sono persone fidate, un pochino rudi forse… Beh, buon viaggio e davvero, stia sereno!» Mike scese e chiuse la portiera. Si mise in testa un capello e raggiunse la fermata dell’autobus, poco lontana. Nel frattempo, a un paio di isolati dal palazzo dove si era scatenato quel putiferio, in un vicolo stretto tra due edifici, un tombino sgangherato iniziò a smuoversi, sollevandosi di un dito appena. Due occhi brillanti frugarono lo spazio circostante, scarsamente illuminato da un sole ancora nascente, quindi il tombino si sollevò del tutto, silenziosamente. Una figura appoggiò il disco metallico sull’asfalto sporco e polveroso e uscì lentamente, rimise a posto il coperchio e si diresse verso sinistra, dove il vicolo si apriva su di una strada che da lì a un’ora sarebbe diventata una delle più trafficate della città. «Mamma che puzza… mi ci vorrà un’altra doccia!» Alan si era avvolto in un cappotto sbiadito e usurato dal tempo e dalle intemperie, un cappellaccio calato in testa e una sacca in spalla. Arrivato al limite del vicolo si fermò di nuovo e guardò davanti a sé, il mondo ancora avvolto dal caldo abbraccio di Morfeo e da un sottile strato di foschia. Dal pacchetto che aveva nella tasca del cappotto prese una sigaretta e la strinse tra le labbra, mentre con l’altra mano prendeva l’accendino. Un rapido movimento e una fiamma ne scaturì, brillando nell’ombra senza però avvicinarsi abbastanza alla sigaretta da accenderla. Un’altra luce balenò poco distante, dall’altra parte della strada. Alan, soddisfatto, rimise la sigaretta in tasca e tornò sui suoi passi, riaprì delicatamente il tombino e scese per recuperare il resto del bagaglio, una valigia e uno zaino da trekking, per uscirne subito dopo richiudendo il passaggio, lasciando il vicolo così come lo aveva trovato. Tornato all’imboccatura del vicolo, usò l’accendino due volte ancora, in rapida successione. La risposta, identica, non si fece attendere e si udì il motore di un’auto che si avvicinava a fari spenti. Il mezzo si accostò al marciapiede; la luce troppo debole non permetteva di vedere bene all’interno, si intuiva soltanto la figura del conducente, grossa e confusa. La portiera sul lato del passeggero si aprì all’improvviso:


29 «Dannato River! A quest’ora mi fai alzare? Hai una vaga idea di che ore sono? Hai idea dell’ora a cui sono andato a letto ieri sera?» «Certo che ce l’ho! Non sei andato a letto ieri sera!» «Infatti! Ho un sonno terribile! Questa me la paghi!» «Sì sì, come vuoi. Apri il baule», tagliò corto Alan. Il guidatore premette un bottone sul cruscotto e il portellone si sollevò verso l’alto. In fretta, ma senza fare troppo rumore, Alan buttò dentro tutti i bagagli tranne la sacca, che non lasciava mai. Chiuse delicatamente il baule e salì davanti. «Allora Niko, passata una bella nottata?» Il tassista, un po’ basso e tarchiato, lo guardò coi suoi occhi color nocciola come se volesse incenerirlo. Fece una smorfia, mettendo in risalto una vecchia cicatrice vicina all’orecchio destro, sulla mascella: il ricordo di una vecchia rissa. Si tolse il cappello, una specie di basco di lana, e lo sbatté sul cruscotto. «Vai al diavolo… Lo sai che non mi devi chiamare a quest’ora, specialmente nel fine settimana.» Niko era un tassista “speciale”: oltre al lavoro ordinario, sbrigava affarucci per la criminalità. Era un professionista freelance, se così si poteva definire. Lavorava per chiunque lo pagasse. La maggior parte dei lavori consisteva in… trasporti. Di persone o cose. O entrambe, come in questo caso. «Lo so, ma non ho potuto farne a meno», disse Alan sospirando e massaggiandosi la schiena. Il bestione al volante stava ancora sbuffando, ma la rabbia iniziava a scemare. «Mi vuoi dire almeno il perché di tutta questa fretta? Ti ha beccato qualche marito a letto con la sua donna?» Alan lo guardò storto. «Non ti starai confondendo con te stesso?» «Sì, come se non lo avessi mai fatto… Allora?» «Devo prendere qualche giorno di vantaggio sulla concorrenza.» L’autista guidava ancora a fari spenti. Sembrava che andasse a memoria perché non si vedeva granché fuori dal parabrezza. Invece di diradarsi la foschia stava diventando proprio nebbia. «Tutto qui? E mi hai disturbato per questo?» disse a voce alta. «Già!» «Chi sarebbe questa concorrenza? Qualcuno di poco raccomandabile?»


30 Il tassista stava fissando il suo passeggero con sospetto. «Qualcuno di molto raccomandabile, che però assolda gente molto poco raccomandabile e che non si preoccupa molto di come viene eseguito un lavoro, basta che venga portato a termine.» «Un pezzo grosso?» «Un pezzo da novanta.» «Comincio a capire la tua fretta, amico. Mi devi comunque un favore.» «Solita cassa?» «Facciamo due. Mi hai disturbato in una situazione delicata.» «Ah interessante! Come si chiama questa situazione?» proseguì Alan, che afferrò più saldamente la maniglia sopra la sua testa. «Ne riparliamo quando riporterai le ossa a casa senza nessuno che vuole lasciarle al sole a sbiancare.» «Come siamo poetici stanotte, anzi stamattina.» La macchina sfrecciava nella penombra a una velocità folle. Il pilota conosceva la strada come le sue tasche ed evitò senza problemi alcune auto che riportavano lentamente i loro padroni nei propri letti. «Dove sei diretto questa volta?» «Credimi, questa volta meno ne sai e meglio è.» «Ok ma raccontami qualcosa, ho troppo sonno.» Schivò un cane con una sterzata così violenta che per poco la macchina non si ribaltò. «Che ti dicevo…» Fece uno sbadiglio da ippopotamo e si stropicciò gli occhi con entrambe le mani, lasciando il volante pericolosamente senza controllo. Sentiva le palpebre pesanti, una cosa normale per il suo lavoro, ma aveva fatto gli straordinari quella sera, straordinari molto piacevoli, e ne stava pagando il prezzo più del previsto. Si diede anche un paio di schiaffi. «Se ti serve una mano per tenerti sveglio basta chiedere», propose Alan con un largo sorriso e sollevando una mano. «Chiudi il becco, anzi riaprilo e raccontami qualcosa.» Alan meditò per un istante, poi disse: «C’è Mike in città.» «Davvero? Quel bastardo mi deve ancora una cassa.» «Interessante, non me lo aveva detto. Vallo a pescare a casa mia tra quattro giorni.» «Sta facendo da esca?» «Più o meno.»


31 «Credo che lo aspetterò da Tom allora…» Alan fece un ghigno mentre osservava lo strato di nebbia che stava scomparendo e la luce del sole che rischiarava sempre più la città. L’aeroporto ormai era in bella vista, una cattedrale nel deserto a dieci chilometri dalla città con il nulla tra sé e il nucleo abitato. «Ti porto da Ray?» chiese il tassista con un altro poderoso sbadiglio. Ray era pilota, meccanico, ingegnere nonché presidente e proprietario di una compagnia aerea, che consisteva in un aereo che aveva visto giorni migliori. In parole povere era un pilota proprietario del proprio aereo. «No, troppo prevedibile. Ho prenotato qualche biglietto su alcuni voli.» «Capisco, allora all’entrata del terminal.» L’auto si fermò lentamente davanti all’ingresso dell’aeroporto. Alan lasciò il cappotto in macchina, recuperò il bagaglio e salutò l'amico con un cenno, incamminandosi verso le porte automatiche. Fece il check-in sul volo che aveva scelto e attese di essere imbarcato. Si era rifugiato dentro un bar, seduto a un tavolo d’angolo che gli dava un’ottima visuale sul resto del locale e sull’interno dell’aeroporto, attraverso le vetrate. Aveva usato l’espediente dei biglietti per sicurezza, convinto di essere riuscito a scrollarsi di dosso gli occhi vigili del suo avversario, tuttavia non era così tranquillo. Quell’uomo aveva mille e una risorse e aveva dimostrato più di una volta di saperle usare tutte se necessario per perseguire i propri scopi. Per la prima volta dopo molti anni, The Seeker era in difficoltà, ma si augurava di riuscire a recuperare terreno. Speriamo solo che quel pazzoide viva ancora là. Non lo sento da parecchio. Immerso nei suoi pensieri sentì l’ultimo avviso per l’imbarco: fortunatamente il gate era vicino al bar e arrivò in tempo. Salito sull’aereo prese posto in prima classe e si tranquillizzò. Sistemata la sacca, si fece portare un computer portatile da una delle hostess e controllò la casella di posta: come promesso da Mike era arrivata un’email. Conteneva una serie di foto satellitari ad altissima risoluzione della zona più o meno descritta dalla mappa del professore. Iniziò a esaminarle e ragionare sottovoce, borbottando quasi. Aveva comprato due biglietti, in modo da non avere nessuno seduto a fianco. «Dunque… secondo le informazioni del professore, doveva esserci un fiume da queste parti…» Evidenziò una porzione dell’immagine che il programma ingrandì subito.


32 «Un fiume piuttosto grosso, tuttavia non si vede. Non è stato deviato e non ci sono altri fiumi in zona.» Fece scorrere il resto dell’immagine e osservò le altre confermando l’assenza di altri corsi d’acqua. Si grattò la testa, perplesso. «Potrebbe essersi seccato, ma così in fretta? C’è qualcosa che non mi torna.» Tornò alla prima fotografia. «Cos’è questo? Sembrerebbe…» Aumentò lo zoom in un punto preciso. Fece scorrere l'immagine seguendo quella che sembrava una macchia. «Potrebbe anche essere… se fosse così si spiegherebbero molte cose, comunque non c’è modo di saperlo finché non sarò sul posto…» Continuò a seguire la macchia per un po’ sulle immagini fino ad arrivare al limite del deserto. Lì la macchia spariva del tutto. Cominciò a cercare la famosa oasi indicata dal professore: in effetti ce n’erano diverse in quella zona. «Un altro problema… Cinque oasi, tutte vicine. Evidentemente il fiume scorre davvero sottoterra. Probabilmente in quelle zone si riavvicina molto alla superficie, abbastanza da formare piccoli stagni che alimentano pozzi e vegetazione. Visto il cambiamento radicale del corso d’acqua, anche la geografia dell’oasi è cambiata…» Spense il portatile. «Beh non potevo certo aspettarmi che fosse una cosa facile, altrimenti lo avrebbero già trovato da un pezzo.» Riprese in mano la mappa del professore e le diede un’occhiata. L’hostess di prima portò champagne e stuzzichini e Alan naturalmente ringraziò. «Mike aveva ragione, è molto vaga e scarabocchiata. Dannato professore, scrive da cani oltretutto, mi ci vorrà del tempo per decifrare la sua calligrafia…» Rimise la mappa nella sacca, infilò le cuffie e si mise a guardare il film proiettato sullo schermo davanti a sé, per passare il tempo. Il volo non era diretto alla capitale del Sud, ma da tutt’altra parte. Nel frattempo la hostess era tornata nella zona riservata all’equipaggio e, in momento di calma, fece una chiamata con un telefono satellitare. «Sì, è su questo volo», rispose la hostess. «Davvero? Credevamo stesse andando a sud», continuò una voce cavernosa e piuttosto irritata proveniente dall’apparecchio.


33 «Le garantisco che è lui», replicò la hostess, nervosa, forse spaventata. «Dannazione, dove starà andando… Hai fatto tutto quello che dovevi fare?» «Sì, siamo già riusciti a entrare nella casella di posta che ha usato e le stiamo inviando il contenuto, una sola e-mail.» «Ottimo lavoro, continuate a tenerlo d’occhio…» La hostess rimise il cellulare in tasca, preparò il sorriso più abbagliante che avesse mai fatto e tornò a fare il suo lavoro tra i passeggeri, o per lo meno a fare il lavoro che gli altri si aspettavano che facesse. «Il piano sembra sia andato alla perfezione», commentò un uomo sulla quarantina in completo grigio seduto su di un comodo divano di pelle scura. «È presto per dirlo», replicò Eric West da dietro una grande scrivania di mogano, seduto su una poltrona di pelle scura. Si lasciò sfuggire un sorriso e prosegui: «È stato un buon piano però.» L’uomo sul divano, un avvocato, annuì convinto. «Ammetto che sia costato non poco piazzare uomini fuori da casa sua e mettere sotto sorveglianza ogni mezzo di trasporto pubblico e privato che potesse portarlo fuori dalla città. Un dispiegamento di uomini non da poco, anche per lei. Però ha raggiunto lo scopo: farlo partire in fretta e furia, seguirlo stando attenti a non perdere le tracce.» L’avvocato si alzò e si diresse verso un mobile da bar dall’aspetto costoso. Prese un grosso bicchiere e lo riempì con due dita di whisky. «Se gli avessimo lasciato il tempo di organizzarsi non lo avremmo più trovato», proseguì. «Io non ne sarei così sicuro», disse West. Prese un grosso sigaro da una scatola di legno laccato e lo accese. «Certo non sarebbe stato facile. Mi chiedo però dove stia andando…» Tirò un paio di boccate prima che il telefono squillasse, riportandolo alla realtà, al mondo che gli apparteneva, il mondo degli affari. Il volo durò quattro ore e atterrò qualche centinaio di chilometri a est, sulla costa del Mare Calmo, nella città di Acamaua. La città non era enorme quanto quella in cui abitava Alan, tuttavia era una famosa località turistica e ospitava alcune tra le ville più maestose del pianeta. Attese con pazienza che i suoi bagagli venissero sbarcati e prese un taxi. Direzione: le colline che dominavano la città. A circa trecento metri e


34 quattro vetture di distanza, una berlina grigia lo seguiva. «Salve Mister, come la posso chiamare?» «Alan, e lei?» «Pablo. Dove la porto, Mr Alan?» «Devo fare due fermate prima di arrivare a destinazione. È un problema?» «No Mr Alan, a me basta che il cliente sia soddisfatto e che mi paghi la corsa.» «Molto giusto. Allora, per prima cosa dovrei…» Il taxi girò a sinistra verso i quartieri commerciali e si fermò un chilometro dopo, di fronte a un grande magazzino. Alan entrò e uscì in venti minuti, con due borse di materiale. Dalla berlina grigia, parcheggiata duecento metri più indietro, non si riusciva a capire cosa contenessero, nemmeno con il binocolo che uno dei due passeggeri, una donna, stava usando. Il taxi ripartì velocemente e si fermò qualche minuto dopo davanti a un centro di spedizione merci. Questa volta The Seeker uscì in pochi minuti, con un piccolo pacco che andò a fare compagnia ai bagagli nel baule. «Bene Mister, ora dove la porto?» «Villa Saint Balon.» «Ah! Conosce quel pazzo di Mr Balon?» «Mio malgrado», rispose con una smorfia. Il tassista si fece delle grosse risate. «Quest’anno ne ha combinate di tutti i colori, tanto che il sindaco ha dovuto ufficialmente chiedergli di non partecipare ai festeggiamenti dei prossimi giorni.» «Festeggiamenti?» «Non è qui per questo?» chiese il tassista visibilmente sorpreso. «È la festa cittadina più importante, ci sarà un sacco di gente e tante belle turiste.» Hai capito il tassista. «Molto interessante, credo che prolungherò la mia permanenza.» «Ottimo Mister, se le serve un taxi basta che chiami la mia compagnia e chieda di me, il numero è alla sua sinistra.» Alan mandò a memoria il numero e si accomodò meglio sul sedile, guardando il magnifico panorama cittadino. Una città balneare, ricca di case grandi e piccole alternate in modo caotico e qualche palazzo, con un ampio porto per il trasporto merci, situato però alcuni chilometri più a


35 sud, lontano dai porticcioli per pescherecci e yacht. A nord e per circa sei chilometri si stendeva una bellissima spiaggia dalla sabbia bianchissima. Chi aveva costruito la città sapeva il fatto suo: la corrente andava da nord a sud: mantenendo i porti a sud della spiaggia, avrebbero sfruttato sia le bellezze naturali della spiaggia e del mare che le opportunità commerciali e non solo dei due attracchi. Le abitazioni partivano a ridosso della costa avvicinandosi sempre più alle colline dietro di loro: tra il mare e le colline c’erano appena tre chilometri, una striscia di terra che si estendeva a nord e a sud per una ventina di chilometri, non tutti sfruttati, non ancora almeno. Pochi avevano costruito sopra le colline, soprattutto ricconi in cerca di posti eleganti e lontani dalla plebaglia. Tra questi pochi c’era anche Vincent Balon, proprietario delle industrie Krys, un gruppo industriale con le mani in pasta un po’ in tutti i settori, dall’imballaggio ai lanci di razzi spaziali; possedeva anche diverse catene di ristoranti e altro ancora. Non era lui a occuparsi degli affari però, come sapeva benissimo anche Alan, ma il fratello minore e socio minoritario del gruppo. In molti dicevano che sfruttasse le abilità del fratello per fare soldi mentre lui faceva una vita di assoluto riposo; in pochi però sapevano che non era così, anzi era tutto il contrario: il fratello minore agiva come gli pareva, ben consapevole dei rischi e che la faccia in gioco non era la sua, tuttavia a Vincent Balon andava bene così. Ad appena venticinque anni era ricco sfondato e poteva fare tutto quello che voleva, cosa che in effetti faceva, spesso e volentieri superando i limiti. Mai niente di criminale comunque, anche se spesso infrangeva la legge, ma sempre per fare qualcosa di grandioso, di intentato, di completamente folle. L’uomo perfetto per questa impresa tanto pazzesca quanto costosa, e rischiosa, pensò The Seeker. «Eccoci arrivati Mr Alan. Fanno duecento dollari.» «Facciamo trecento.» «No Mr Alan, sono troppi!» «Domattina la chiamerò, la consideri una sorta di prenotazione!» Dietro insistenza del tassista, la cifra scese a duecentocinquanta con la promessa che il mattino dopo alle dieci sarebbe stato di fronte alla villa o ovunque volesse. Alan scaricò i bagagli e suonò il campanello, se si poteva chiamare così: per trovare l’interruttore bisognava infilare mezzo braccio dentro una bocca di leone, un pezzo unico fuso in ottone, molto realistico.


36 «Chi devo annunciare?» chiese una voce uscita da un altoparlante occultato nella scultura. «Alan.» «Dovrebbe fornirmi anche il cognome.» «Alan basterà, dica al Signor Balon che gli devo parlare.»


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CAPITOLO 4

Due minuti dopo, una macchinina elettrica giallo canarino, molto simile a una golf-cart, arrivò sfrecciando all’impazzata verso il cancello. Si fermò con una sterzata secca. «Alan, vecchio farabutto, che ci fai qui? Perché non mi hai chiamato? Ti sarei venuto a prendere.» «Proprio per questo non ti ho chiamato. Saresti arrivato facendo tutto il casino possibile e allora addio anonimato.» Aperto il cancello, per poco il signor Balon non lo stritolò con un abbraccio. Era alto un metro e novanta e ricoperto di muscoli. Per quanto potesse vivere in panciolle dalla mattina alla sera, teneva molto al suo fisico: praticava molti sport e aveva una palestra attrezzatissima nella villa. «Allora, qual buon vento? Cosa cerchi questa volta? Le mutande di re Baut?» «No, devo rintracciare il padre degenerato di un figlio nato da poco.» «Allora sei nel posto sbagliato.» «Ho i miei dubbi.» «Va bene va bene, entriamo.» «Solo un attimo.» Alan si avvicinò di nuovo al taxi, che era ancora lì ad aspettare che Alan entrasse effettivamente nella villa. Mise la testa dentro la portiera e passò un foglietto all’uomo, facendogli l’occhiolino. Quando si voltò, vide che Vincent stava caricando tutto il bagaglio sull’automobilina. «Quanta roba ti sei portato dietro?» chiese il miliardario. «Lo stretto necessario, almeno per ora.» Salirono sul vivace mezzo di trasporto, diretti verso la villa. Il parco attorno all’abitazione era immenso, motivo principale per cui il padrone di casa aveva optato per quei mezzi di trasporto: ne aveva quattro in tutto. «Allora, che mi racconti? Come va la vita?» lo incalzò Vincent, mentre


38 risaliva il lungo vialetto che portava all’ingresso della villa. «Un casino, come sempre.» «Se così non fosse avresti già cambiato vita.» «Assolutamente d’accordo. La tua?» Vincent sbuffò, quasi annoiato. «Oh, il solito. Feste, riunioni, mio fratello che mi rompe con i suoi piani finanziari strampalati che chissà come funzionano quasi sempre.» «Già quasi, ho sentito pure io del disastro dell’anno scorso.» «Cose che capitano.» Alan si voltò, sorpreso da quel commento. «Perdere quattrocento miliardi lo chiami “cose che capitano”?» «Ne abbiamo riguadagnati altri ottocento però.» «Per merito di tuo fratello presumo.» Sul viso del miliardario si dipinse un ghigno malevolo. «Presumi male. Abbiamo assunto un nuovo manager, una bellissima donna che avrà ventidue anni credo o giù di lì. Ha delle idee veramente innovative e, soprattutto, funzionano alla grande.» Anche Alan sogghignò. «Immagino la faccia di tuo fratello.» Vincent diede istintivamente una pacca al volante. «Avresti dovuto vederlo due mesi fa, sembrava un cane rabbioso. Alla fine però ha ingoiato il rospo e ha riconosciuto il valore della donna. L’ha promossa vicepresidente e l’ha piazzata nell’ufficio accanto al suo. Fanno quasi tutto a quattro mani ora.» «Non lo avrei mai detto… A quando le nozze quindi?» «Non tanto presto. Quella femmina è un diavolo, ma mio fratello non molla.» Ridevano entrambi di gusto quando arrivarono davanti alla villa. Quattro maggiordomi erano già pronti a recuperare bagagli e ospite. «Ti accompagneranno nella camera degli ospiti.» «Quale?» «Non ne ho idea, hanno fatto tutto loro, ti aspetto tra un’ora nella sala da biliardo.» «Sarò puntuale.» La camera degli ospiti era un appartamento di tre stanze, abbastanza grande da contenere quattro persone in assoluta comodità. Era stato predisposto anche un computer tra le altre cose. Buttò la sacca sul letto e si lanciò in bagno. Aveva bisogno di una doccia,


39 soprattutto dopo la scampagnata nelle fogne: durante il volo più di un passeggero aveva arricciato il naso. Un’ora dopo stava perdendo miseramente a biliardo contro il padrone di casa, mentre cercava invano di illustrargli il suo incarico. «Ti stavo dicendo…» «Piantala Alan, parliamone dopo. Non ci vediamo mai, pensiamo a divertirci fino a domani mattina almeno.» Alan sbuffò. «E va bene testone. Tira fuori la birra.» Il padrone di casa sorrise gaiamente. «È nel frigo, serviti pure.» Prese un paio di bottiglie e si mise a giocare con impegno, ma perse ugualmente quattro partite di fila. «Sei sempre stato scarso in questo gioco.» «Oh senti, non ho così tanto tempo per allenarmi io.» «Non posso darti torto. Cosa vuoi fare?» In quel momento suonò il cellulare di Alan. «Pronto? Ah salve Pablo… Me l’ero immaginato, mille grazie, a domani. Buona serata anche a lei!» Vincent si era accomodato su uno dei tre divani, piedi sul tavolino di cristallo e birra in mano. «Nuovo amico? Non conosco nessun Pablo, nessuno che conosca anche tu almeno.» «Il tassista di prima.» «E gli hai dato il tuo numero?» disse Vincent allibito. «Se vuoi sapere perché, devo spiegarti qualcosa del lavoro.» «Altrimenti mi potresti semplicemente dire cosa ti ha detto.» «Che la macchina che ha parcheggiato un po’ più in giù quando sono arrivato è ancora lì.» «Sei seguito?» «Sei perspicace.» «Posso occuparmene subito se vuoi.» Alan raggiunse il miliardario sul divano con birra e una grande ciotola piena di patatine. «E perché, lasciamo che passino la notte in macchina. Contenti loro…» Vincent rise divertito. «Che bastardo. A ogni modo manderò qualcuno a tenerli d’occhio. CARLOS!»


40 Un uomo ormai avanti con gli anni, pochi capelli ormai grigi e un po’ curvo, vestito da pinguino, arrivò con una velocità sorprendente. «Desidera signore?» «C’è una macchina…» «Grigia», suggerì Alan. «Grigia, due curve più in basso, manda qualcuno a tenerla d’occhio. Dev’essere sorvegliata fino a domattina, quando usciremo.» «Certo signore, me ne occupo immediatamente.» «Grazie Carlos, sei insostituibile.» «Troppo buono signore.» Il maggiordomo uscì in tutta fretta. «È invecchiato un bel po’ dall’ultima volta», commentò Alan. «Già, ma non ha perso nulla della sue capacità.» «Forse dovresti mandarlo in pensione, un po’ di riposo gli farebbe bene.» «Ci ho provato: non ne vuole sapere. Gli sto costruendo una villa qui vicino. Non grossa come questa, ma una bella villetta. Se si rifiuterà di abitarci ce lo rinchiuderò dentro finché non avrà messo un po’ di sale in zucca. Che stavo dicendo? Ah sì, cosa facciamo?» «Meglio non uscire.» «Questo lo avevo capito da solo. Ma non c’è bisogno di uscire per divertirsi, lo sai.» In quella casa c’era praticamente di tutto, mancava giusto uno stadio, ma solo perché Vincent non era riuscito ad avere i permessi per costruirlo: il terreno non era adatto a sostenere tutto quel peso. «Giusto. Alla vecchia maniera?» Vincent schioccò le dita. «Ma certo! Ora che ci penso, dovrebbe essere in città anche Miguel.» «Quell’altro degenerato? Magari un’altra volta.» «Ok ok era un’idea», disse alzando le mani. Vincent convocò la servitù e diede a tutti la serata libera a condizione che rimanessero con loro a bere, mangiare e parlare di qualsiasi cosa fino a tarda notte. Nessuno si tirò indietro. Prepararono al volo una grigliata, cosa di cui si occupò personalmente Vincent, mentre Alan spillava birra da un grosso barile. Parlarono di cose vecchie e nuove, con Carlos che raccontava aneddoti della vita infantile sia del padrone che dell’ospite, mettendoli sempre più in imbarazzo: se da una parte Alan diventava sempre più rosso, Vincent continuava a ridere sempre più. Ben presto, però, l’anziano


41 maggiordomo si ritirò nella sua camera, mentre il resto della truppa tirò fino alle due di notte. Dopo quell’ora Alan decise di andare a dormire, nonostante le rimostranze del padrone di casa. «Dai Vincent, non ho dormito nemmeno la notte scorsa, mi servono energie per i prossimi giorni.» «Va bene, ma non ti lamentare del casino.» La festicciola casalinga proseguì fino alle cinque del mattino. Quando Alan si svegliò non trovò anima viva in giro per la villa, a parte il servizio di sicurezza e i cani. Vincent si alzò tardissimo con evidenti postumi da sbronza. «Buongiorno! Dormito bene?» chiese Alan divertito. «Taci dannato… fammi un caffè, uno dei tuoi.» «Sicuro?» «Hai ragione, fammelo doppio.» Un caffè nerissimo, amaro e ricchissimo di caffeina, una sveglia come poche al mondo. Una vera schifezza come quasi nulla al mondo. «Sei riuscito a farlo più orribile del solito.» «Così fa più effetto.» «Mi fido sulla parola. I nostri canarini sono ancora là?» chiese Vincent, con un’esilarante smorfia di puro disgusto dopo le prime sorsate. «Da quello che dice Carlos pare di sì.» «Vuoi andare a prenderli?» «Non serve, so perché mi seguono e so chi li manda.» Alan ci mise una buona mezz’ora per spiegare tutto, anche perché Vincent continuava a interromperlo. Quando concluse, rimasero in silenzio per un po’. «Ti sei infilato in un bel pasticcio questa volta. Non è da te», commentò il miliardario. «Lo so, ma è un caso molto particolare.» «Ci credo, se davvero quel libro contiene solo la metà di quello che crede il tuo amico professore… Non so se sia un bene che venga ritrovato.» «Ci ho riflettuto sopra per quattro ore in aereo e non sono ancora arrivato a una decisione a riguardo. La cosa certa è che non deve finire nelle mani di quell’uomo.» «Su questo siamo perfettamente d’accordo. Purtroppo credo che tu non lo conosca abbastanza, altrimenti non avresti accettato questo incarico. Comunque chiedimi quello che vuoi, senza problemi: ho diversi conti aperti con quel bel tipo e non mi dispiacerebbe saldarne qualcuno.»


42 «Non voglio approfittare della tua generosità.» «Piantala, non devo pagarti da bere questa volta. Avanti spara. A ogni modo ho intenzione di venire anch’io.» Ad Alan andò di traverso il caffè. «No questo no, lo sai che lavoro da solo.» «È un caso particolare, lo hai detto tu stesso. Ti serve una mano», replicò Vincent convinto. «Ho i miei dubbi…» «O così o non se ne fa niente!» Alan capì in fretta che non c’era modo di fargli cambiare idea per il momento. «Ok, diciamo che per un po’ mi accompagnerai. Attiri troppo l’attenzione però.» «Di questo non ti devi preoccupare.» «Sì, come no…» Svuotò la tazza di caffè, poi aggiunse: «Forse è meglio avvertire tuo fratello…» Vincent ci pensò un attimo. Prese il telefono e, dopo uno scambio di saluti poco cordiali, accese il televisore. Il faccione del fratello su uno schermo da cinquanta pollici faceva effetto. «Sentiamo, dove vuoi andare questa volta, mio disgraziato fratello?» disse la voce proveniente dalle casse acustiche. La voce era venata da un misto di esasperazione, rassegnazione e di noia. «Ah non ne ho idea, accompagno Alan.» A quel punto il faccione alzò gli occhi dalle carte che stava osservando per puntarli dritti nella webcam. Fece un sorriso un po’ imbarazzato. «Ciao Alan, non ti avevo visto. Cos’è questa novità?» «È un’idea di tuo fratello», spiegò Alan. «Ho tentato di dissuaderlo, ma non vuole sentire ragioni.» «Sì, ho presente. Spiegatemi un po’ meglio la situazione», aggiunse, posando la penna sulla scrivania e sistemandosi un po’ meglio sulla sedia. Alan ripeté il discorso che aveva fatto a Vincent poco prima. Non raccontò proprio tutto, abbastanza perché si facesse un’idea. Un’idea che non gli piacque molto. «Mi sembra pericoloso», commentò l’uomo nel monitor. «Perfettamente d'accordo», gli fece eco Alan. I due fratelli si fissarono per diversi minuti senza dire niente, per quanto fosse possibile attraverso schermo e webcam. Sembrava la calma prima


43 della tempesta. Alla fine l’amministratore delegato delle industrie Krys sbuffò e scosse la testa. «Cerca di non farti ammazzare. Al resto ci penso io, come al solito. Anche se non so come farò a far credere che sei ancora in città. Ne combini una delle tue ogni due giorni.» «C’è Miguel in città», disse Vincent con tono complice. «Un’altra bella notizia… Potrebbe essere utile allo scopo, dopo lo chiamo. Altro?» «Accesso illimitato ai fondi.» Michael, era questo il nome del fratello di Vincent, si irrigidì. «L’ultima volta che te l’ho dato hai dimezzato i fondi dell’azienda!» «Me lo ricordo perfettamente. Non c’è bisogno che ti ricordi cos’hai combinato tu l’anno scorso vero?» Il faccione sullo schermo per un attimo perse un po’ di colore. «… No…» «Ti ho mai detto qualcosa forse?» «… No…» «Appunto!» Era calato un silenzio pesante. Michael non si fidava così tanto del fratello in certi frangenti. «Darò libero accesso ad Alan alle risorse societarie, fino a quando sarà necessario. Confido che tu abbia più buon senso di quello spendaccione», disse alla fine, fissando l’ospite di Villa Saint Balon. Vincent si mise a ridere come un pazzo, non riusciva più a fermarsi. «Dannato bastardo mi hai fregato, bravo! Me la pagherai però.» «Prendo nota…» Michael stava riassumendo la compostezza e i toni che si confanno a un amministratore delegato. Più o meno. «Adesso se non c’è altro devo tornare dall’arpia. Ha qualcosa da ridire sul nuovo piano di investimenti, come sempre.» «Salutamela», disse Vincent, facendo l’occhiolino ad Alan, che rispose con un ghigno. «Certamente. Scusate, ma devo proprio andare. Ah Vincent, prendi il cellulare verde, mi raccomando.» «Sì, forse è il caso, buon lavoro.» «In bocca al lupo.» Il televisore si spense. «Cellulare verde?» chiese Alan, incuriosito.


44 «Satellitare, passa attraverso i nostri satelliti, difficile da intercettare.» Alan annuì. Mentre il miliardario telefonava a destra e a manca per preparare il viaggio e l’arrivo alla capitale del sud, Alan chiamava il taxi. «Salve Mr Alan. Vengo a prenderla?» «Sì, ma devo spiegarle dove…» Mezz’ora dopo un taxi si fermò qualche chilometro a est della mega villa, vicino a un cantiere dove un folto numero di operai coperti di malta mista a sudore costruivano a ritmo sostenuto la villa destinata a Carlos. Alan e Vincent erano già lì. «Lei deve essere Balon el loco!» Alan si stupì della confidenza che il tassista dava a chiunque, a prescindere dallo stato sociale. «Che simpatico nomignolo, mi piace», rispose Vincent, per niente turbato. «La gente la chiama così», rispose il tassista sollevando le spalle. Caricarono tutto e ripartirono, diretti a un piccolo aeroporto privato a una quindicina di minuti di distanza. «I nostri canarini?» chiese Alan a bassa voce. «Sono ancora là.» «Non vuol dire che non ce ne siano altri.» «Vero, ma non passeranno tanto facilmente lungo la strada.» Alan si mise una mano sulla faccia. «Cos’hai combinato questa volta…» «Niente di eccessivo, tranquillo.» «Peccato che il tuo “eccessivo” non sia della stessa misura degli altri.» «Tranquillo, roba di qualche ora al massimo. Su forza, Mr Pablo, acceleri!» L’aereo era già pronto sulla pista. Nonostante l’aeroporto fosse piccolo, la pista era abbastanza lunga da far atterrare anche grossi aerei cargo, come quello in questione. «Un nuovo acquisto?» «Bellissimo, non trovi?» Era un aereo militare da trasporto, grosso e sgraziato. Sembrava un enorme tubo con attaccato un paio d’ali. Era spinto da quattro grossi motori a reazione. «Spero che l’interno sia un po’ meglio dell’esterno», sentenziò The Seeker.


45 Era vero a metà: era stata ricavata una cabina per quattro persone, in stile Balon, quindi con tutti i comfort; il resto era rimasto tale e quale a com’era uscito dalla fabbrica. «Secondo te un bestione come questo non verrà notato?» domandò Alan mentre sprofondava in una poltrona di pelle rossa. «Dipende dove lo fai atterrare», rispose il miliardario, sorseggiando un cocktail che si era appena preparato. L’aereo decollò dieci minuti dopo. Al tassista venne offerto un soggiorno alle terme per i tre giorni successivi. Non voleva accettare, ma Vincent Balon non era il tipo di persona che accettava un no come risposta. Seduti comodamente in due poltrone, esaminarono la mappa. Il miliardario sembrava un bambino con un giocattolo nuovo. «Il professore dev’essere un tipo in gamba, nel suo settore almeno. Già solo essere riuscito a trovarti non è un’impresa da poco.» «Questo è vero.» «Sai già cosa fare una volta arrivati?» «Ho un paio di idee.» «Che non hai intenzione di condividere», concluse Vincent, rispondendo a una domanda che non c’era bisogno di formulare. «Infatti.» «Sempre il solito.» Alan sbuffò. «Devo parlare con un paio di persone, raccogliere informazioni sull’autore del testo che ha tradotto il prof, sul libro perduto e sul maestro, dati geografici vecchi di cinquecento anni, cose del genere.» «Una cosa noiosa», commentò Balon. «Ma necessaria.» «Immagino di sì… posso aiutarti in qualche modo?» «Potresti fare i preparativi per il viaggio verso il deserto.» «Già fatti.» Alan alzò un sopracciglio, preoccupato. «Mezzi della tua compagnia?» «Si capisce.» «Non ci siamo. Ricomincia da capo: niente auto di lusso, niente mostri della strada, niente con su stampato il tuo nome o qualcosa che possa ricondurlo a esso.» Questa volta fu Vincent a sbuffare.


46 «Sei tu il capo, comincerò a chiedere in giro.» «Sbagliato di nuovo, così circolerà la voce che stai affittando macchine e mezzi per un viaggio.» Allo staff dell’aereo sembrò di assistere alla scena di un maestro che riprendeva uno dei suoi studenti un po’ lento di comprendonio. «Allora illuminami», ribatté Vincent, esasperato. Alan prese uno dei mille biglietti da visita sparsi ovunque e ci scrisse su qualcosa, quindi lo passò all’amico. «Come mi presento?» chiese il miliardario. «Mr Salaf.» «Interessante. Cosa devo dire?» Vincent aveva gli stessi occhi di un bambino davanti alla sua torta di compleanno preferita. Alan iniziava a preoccuparsi. «Che devi spostare un carico di stoffe verso sud.» «E chi mi risponderà?» «Un uomo burbero che vorrà litigare. Tu lascialo fare. Basta che sia pronto in cinque giorni, altrimenti convincilo con le cattive.» Vincent stava già macchinando qualcosa. «Altro?» Alan rifletté per qualche istante. «I vostri satelliti riescono a vedere in profondità nel terreno?» «Una bella domanda. Non ti so rispondere ma posso chiedere. Qualcosa di più preciso?» «Devo trovare un fiume sotterraneo.» «Ok, chiamo mio fratello. Altro?» «Sì, hai un altro telefono come quello?» Vincent frugò nella borsa e tirò fuori un altro cellulare verde. Mentre Vincent chiamava il fratello, Alan chiamò Mike. «Ciao soldato, quante bottiglie mi hai lasciato?» «Mah, un paio circa. Andata bene?» «Più o meno. È qui, te lo saluto?» «Te lo sei portato dietro?» «Ha insistito…» Mike gli disse poco garbatamente quello che pensava a riguardo. «Va bene va bene ho capito. Il professore?» continuò Alan. «Tutto ok. È sempre in compagnia del comandante. Lo sapevi che è un appassionato di storia militare? Pare che il professore ne sappia parecchio anche su quell’argomento; passano buona parte della giornata


47 a discutere in materia, pazzesco. In compenso i soldati ringraziano, finalmente stanno un po’ in pace.» «Basta che non abbassino la guardia.» «Ho spiegato nel dettaglio cosa li aspetta se dovesse succedere qualcosa al buon professore.» Alan rabbrividì al solo pensiero. Aveva visto solo una volta Mike Simmons livido di rabbia e non ci teneva affatto a riprovare quell’esperienza. «Bene! Allora puoi anche lasciare casa mia! Purtroppo mi aspettavano all’aeroporto fin dal mio arrivo, il trucco non ha funzionato.» «Un vero peccato.» «Sì, soprattutto per le mie scorte. Torna pure alla tua vacanza e scusa il disturbo.» «Figurati, vitto e alloggio gratis per cinque giorni.» «Appunto, torna alla tua vacanza e smettila di bivaccare a mie spese. Ci sentiamo più avanti.» Chiuse la comunicazione mentre Vincent si girava per riferire la risposta. «Da quello che mi dicono i tecnici abbiamo qualcosa di simile, ma serve qualche modifica. Un paio di giorni al massimo. Se mi dai le coordinate le passo direttamente ai tecnici.» Scrisse altri numeri su un altro biglietto da visita del miliardario, che a sua volta lesse al microfono del telefono. «E anche questa è fatta. Altro?» «Solo una cosa.» «Cosa?» Alan lo fissò intensamente. «Nei prossimi giorni cerca di non fare niente di stupido…»   )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD

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