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PROLOGO

Roma 1945

La bara del Gobbo ancora aperta, sorretta da due caprette di legno, era disposta di fronte alla cappella di Santa Lucia, sul lato destro della navata, in modo tale da permettere ai visitatori di rendergli omaggio transitando in senso orario attorno al feretro. In molti avevano sfidato l’attenzione dei carabinieri e si erano soffermati a lungo, con emozione, a osservare il volto del giovane disteso sulla seta azzurra che rivestiva la cassa. Un viso di ragazzo ricomposto da quei vivi che aiutano i morti ad assumere, per l’ultimo saluto, un’espressione serena. Una serenità che nessuno, mai, aveva letto negli occhi del Gobbo, nei quali, piuttosto, si alternavano crudeltà, avidità, coraggio, sospetto; solo rare volte, l’abbandono a un attimo di amicizia aveva aperto lo sguardo a un’espressione indifesa da ragazzo di strada che guarda sorpreso il mondo e se stesso. Morto. Il Gobbo era morto e sul viso pareva ancora aleggiare l’ultima sorpresa per l’agguato; una sorpresa che non aveva avuto il tempo di trasformarsi in rabbia per il tradimento e dolore per le ferite. Un incaricato di polizia contò dieci giovani donne tra i primi visitatori; alcune asciugarono una lacrima, altre osarono una carezza. Giaceva supino, affondando nei paramenti quella gobba che in vita gli aveva deformato il dorso ma non impedito di catturare cuori di donna con lo sguardo fiero, azzurro come la seta del suo ultimo giaciglio.  

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L'oro del Gobbo  

Massimo Ghelardi, giallo. Una notizia inaspettata induce l’investigatore Ettore Bandi a gettarsi in un’indagine complessa che coinvolge i su...

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