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In uscita il 30/6/2015 (1,0 euro) Versione ebook in uscita tra fine giugno e inizio luglio 2015 (,99 euro)

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MARIO DE MARTINO

L’INCHIESTA La Bibbia. La Chiesa. La Storia. Duemila anni di domande.

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L’INCHIESTA Copyright © 2014 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-898-5 Copertina: immagine Shutterstock.com Tutti i passi biblici citati sono in traduzione C.E.I.

Prima edizione Giugno 2015 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


Ai liberi pensatori


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Una premessa necessaria Il “peccato” della curiosità Una volta un tale di nome Aristotele scrisse che tutti gli uomini, per la loro stessa natura, desiderano sapere. Quali sono i grandi interrogativi cui l’essere umano ha sentito – e sente – di dover dare risposta? Per quanto ci si dia da fare per sollevare il velo di mistero che avvolge le innumerevoli questioni del nostro passato, numerose domande resistono imperterrite allo scorrere del tempo, ritirandosi davanti alla sete di conoscenza dell’uomo. E tanti interrogativi restano privi di soddisfazione alcuna. Una di queste domande è tanto semplice nella sua formulazione quanto complessa nella sua risoluzione: esiste Dio? Chi o cosa è davvero questa entità che chiamiamo Dio? Un vecchio con la barba, i capelli bianchi, gli occhi penetranti e il viso serio proposto da secoli di arte sacra? Un’entità spirituale, senza forma e senza sesso, misteriosa, impenetrabile? Ma soprattutto, perché Dio è importante per noi? Come ha fatto il pensiero umano a concepirlo, in che modo si è manifestato, come interagisce con noi? Tanti individui hanno tentato di fornire una risposta; ciascuno di essi lo ha fatto a suo modo, ognuno ha espresso la sua opinione. Che qualcuno sia davvero riuscito a comprendere la verità? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai. Un quesito che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro e che ha impegnato le menti più eccelse nella storia dell’umanità non può di certo essere risolto in questo libro, in maniera tanto semplice, da parte dell’ultimo venuto. A domande del genere l’uomo si ritrova come uno scolaretto impreparato: è nel panico, non sa cosa rispondere all’insegnante che già comincia a guardarlo in cagnesco; è consapevole che qualsiasi cosa dirà sarà sbagliata, perché è questa la realtà: di Dio nessuno sa niente. Come si può parlare di qualcosa che non si potrà mai conoscere fino in fondo? Qualsiasi studio in proposito è destinato a scontrarsi contro il muro della non conoscenza.


6 E allora l’atteggiamento migliore è sospendere il giudizio. Questo libro non parlerà di Dio, perché qualsiasi argomentazione non porterebbe a risultati concreti. Immaginate un poliziotto che si accinge a indagare su un caso particolarmente complesso; un caso importante, certo, ma destinato a restare insoluto. Varrebbero qualcosa gli sforzi del poliziotto se questi, già in partenza, sapesse di doverne uscire irrimediabilmente sconfitto? Nessuna inchiesta, per quanti indizi possa valutare e per quante prove possa raccogliere e analizzare, riuscirebbe a trovare una risposta efficace e risolutiva a una domanda tanto difficile. Quindi è tutto inutile, no? Smettiamola qui e dedichiamoci ad altre attività. Insomma, di cosa stiamo parlando? Sicuramente non di Dio, ma dell’idea che l’uomo si è fatto di Dio. Un’idea che è cambiata in secoli e secoli di storia, ora proponendo una versione ora quella completamente opposta. Pertanto l’atteggiamento migliore di chi è intenzionato ad andare avanti nella lettura è quello del curioso. La curiosità è sinonimo di intelligenza; ci permette di indagare (e scoprire!) senza alcun tipo di condizionamento. Pensateci: tutte le più nobili azioni dell’uomo sono state compiute con una buona dose di curiosità. È la curiosità che ci spinge a vivere, evitando di appiattire la nostra vita… con i pericoli che ciò comporta. Per usare un esempio biblico, se Eva non fosse stata curiosa, a quest’ora io non starei a scrivere e voi non stareste a leggere… ma non solo. Non avremmo la nostra bella casa, i nostri affetti, l’animale domestico che ha appena fatto i suoi bisogni sul tappeto che ci piace tanto, il nostro simpaticissimo datore di lavoro, l’insegnante che non si dimentica di interrogarci il lunedì mattina. Le piccole-grandi gioie della vita ci sarebbero precluse. La curiosità è la ribellione dell’uomo alla piattezza della vita, è l’urlo dell’umanità che ha spezzato le catene della monotonia per entrare coscientemente in un mondo di gioie e dolori. E benché quella della Bibbia sia considerata una metafora, il suo significato, ieri come oggi, resta ancora solido nonché chiarissimo. Ma si tratta davvero di una metafora? È ciò che interessa appurare a questo libro. Beninteso, quella che mi accingo a narrare non è la verità intesa in senso assoluto, e nemmeno la mia verità. In questo libro


7 troverete tante domande, le stesse che ci si continua a porre da secoli. Troverete ipotesi e riflessioni figlie di una ricerca storica e antropologica avente l’obiettivo di indagare più a fondo sulle questioni le cui interpretazioni ci vengono propinate da più di duemila anni da chi invece sostiene, con velata ignoranza, di conoscere la verità. Perché non c’è niente di peggio di un uomo che abbandona la curiosità e si eleva su un piedistallo gridando al mondo di conoscere tutte le risposte. L’essere umano, è risaputo, crede di essere al centro dell’universo. Un soffio di vento basterebbe ad annientarlo, un’onda vigorosa riuscirebbe ad annegarlo, una sua stessa costruzione potrebbe cadergli in testa e seppellirlo alla minima scossa tellurica… eppure l’uomo si ritiene invincibile, onnipotente. Che questa supposta onnipotenza gli derivi davvero da quel Dio che l’avrebbe fatto a sua immagine, oppure è il contrario? Può un animale che si ritiene onnipotente aver ideato un’entità la cui onnipotenza ne è davvero una caratteristica peculiare? Può, insomma, essere stato l’uomo ad aver fatto Dio a sua immagine e somiglianza? Questo volume non vuole essere – e non è – un libro ateo per gente atea; l’armonia che regge l’universo, che ne permette l’esistenza e ne regola le leggi, non credo possa essere liquidata come frutto del caso. Se così fosse, matematici, fisici e scienziati brancolerebbero nel buio alla ricerca di una spiegazione al nulla. Ma, proseguendo con la lettura, si scoprirà che forse non tutte le nostre idee sulla religione corrispondono a quelle dei redattori originari dei testi sacri. Il pensiero umano ha fatto proprio molto di ciò che si è scritto e detto, spesso e volentieri assoggettandolo all’ambizione e all’interesse. Sono questi altri due mali che hanno accompagnato l’uomo fin dalle sue misteriose origini: ambizione e interesse. L’uomo, dall’alto della sua orgogliosa e fittizia onnipotenza, ambisce al possesso e all’accrescimento, nonché al miglioramento delle sue condizioni di vita. E come dargli torto? Ancora oggi il potere fa girare la testa a chiunque ne entri in possesso: millenni di storia non hanno cambiato l’atteggiamento dell’essere umano nei confronti del successo. Perché allora perseguiamo ambizione e interesse se riconosciamo l’essenza malvagia che essi incarnano? La risposta più semplice è anche l’unica possibile: siamo uomini,


8 ragioniamo come gli uomini, falliamo come gli uomini. E tutto ciò che passa sotto ai nostri occhi subisce una qualche forma di manipolazione affinché si adegui ai tempi, all’ambizione, all’interesse, al successo dei singoli e all’utilità del momento. Tutto è soggetto a una tale mutevolezza. La religione non costituisce un’eccezione. La storia dell’uomo è sempre stata anche storia della religione. Che ci piaccia o no, decisioni, alleanze, guerre, rivoluzioni di ogni tipo sono sempre state influenzate dal sentimento religioso. La religione è l’arma più potente in dotazione dell’essere umano. Chi dice di comprenderla appieno si sbaglia; se l’idea di Dio non è univoca, non lo è stata attraverso i secoli e non lo è attualmente presso le varie civiltà, l’idea stessa di religione si differenzia a seconda dei diversi modi di concepirla da parte degli esseri umani. Per alcuni è un sentimento individuale, una profonda conoscenza di se stessi e del mondo che ci circonda. Per altri è un sentimento collettivo, uno strumento indispensabile affinché la società rispetti le leggi basilari che regolano il vivere civile. Per alcuni è tutte e due le cose insieme, per altri ancora una pura e semplice invenzione. E se lo fosse davvero, allora dovremmo preoccuparci. Più che una lama, un fucile, una bomba atomica, la religione sarebbe la più pericolosa delle invenzioni, un fiammifero nelle mani di un bambino: potrebbe trasformarsi in un incendio oppure, semplicemente, irradiare luce. Ma, considerati la sua imperfezione e il suo egoismo, potrebbe l’uomo farne un saggio uso? La risposta è nei nostri libri di storia, sul nostro giornale, in un qualsiasi dizionario alla voce «guerra». Esiste un libro che, a seconda di come è stato interpretato attraverso i secoli, ha causato milioni di morti e, al contempo, generato innumerevoli azioni di pace. È un libro che è stato riscritto più volte, tradotto, interpolato, diffuso in lungo e in largo, talvolta imposto, talvolta addirittura proibito. Un libro, insomma, che ha plasmato la cultura dell’Occidente nel corso degli ultimi duemila anni rendendo l’uomo, nel bene e nel male, ciò che è adesso. Questo libro è la Bibbia. Ritenuto spesso – e a torto – un libro noioso e ripetitivo, la Bibbia è invece un tesoro inestimabile. Dalla sua lettura – o ancor meglio dalla


9 sua minuziosa analisi che mai dovrebbe sfociare nella capziosità – si potrebbe arrivare a comprendere molto della civiltà occidentale, dei suoi usi e dei suoi costumi. Purtroppo non tutti si prendono la briga di leggerlo. E chi dice di interpretarlo il più delle volte lo fa solo per il proprio uso e consumo. La Bibbia è forse il libro che più ha commosso e tormentato l’Occidente (e non solo). L’obiettivo del mio lavoro è tentare di capire, nella piena consapevolezza che nessuno, proprio nessuno, possiede tutte le risposte.


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Dieci domande da cui partire Il lettore attento se ne sarà già accorto: questo libro è fatto di domande. Purtroppo (o per fortuna) la storia ha per lo più questo da offrire: domande. Ma una domanda presuppone alcune figure essenziali: un curioso che la formuli, un curioso che indaghi e un curioso che risponda. I curiosi ci sono tutti, e questo testo ne è la prova. Alla luce di ciò, proviamo a tracciare gli assi portanti dell’inchiesta, le domande di partenza sulle quali si concentrerà la nostra attenzione. E, da curiosi, azzardiamoci a formulare una risposta. 1. Che differenza c’è tra fede, spiritualità e religione? Se a ogni parola corrisponde un concetto, a tre parole devono corrispondere tre concetti. A meno che non si parli di sinonimi. Ebbene, fede, spiritualità e religione non sono affatto sinonimi, benché in tal modo siano spesso visti dalla gente, al punto che un immane guazzabuglio di immagini e concetti finisce col riempirci la testa facendoci rispondere, a mo’ di automi: «La mia fede è solida», «Quel libro è intriso di spiritualità», «La religione è infallibile» senza nemmeno intuire ciò che significano queste affermazioni. E allora ragioniamoci e vediamo come stanno le cose. La fede è la solida credenza in qualcosa, anche senza l’evidenza di una prova. Detto ciò, non vi sembra sciocco l’atteggiamento di chi chiede prove ai fedeli? È chiaro che prove non ce ne sono: se si ha fede, si crede e basta. È probabile che lo stiate pensando, quindi è necessario risolvere subito la questione: i fedeli non sono dei semplici creduloni. L’oggetto della loro fede ha a che fare con il senso stesso della vita dell’uomo, e non è cosa da poco. I fedeli non possono esibire prove per il semplice fatto che hanno fede. Domandare loro delle prove – per di più inconfutabili e precise – sarebbe come andare in un negozio di abbigliamento e lamentarsi che non abbiano in vendita lettori DVD e televisori a schermo piatto. Con il concetto di spiritualità non siamo messi meglio. È spirituale


11 tutto ciò che non è materiale, e se diamo per assodato che ogni volta che parliamo di Dio parliamo di qualcosa che non ha a che vedere con il mondo terreno, allora il discorso si complica o si fa addirittura impossibile: non si può parlare in maniera oggettiva di qualcosa che non c’è, in quanto chiunque potrebbe dire tutto e il contrario di tutto, e avrebbe sempre ragione. Ne consegue che la fede e la spiritualità sono propri a ciascun individuo; ognuno li concepisce come meglio crede, senza che si presenti il rischio di incorrere nella possibilità di sbagliare. Un discorso a parte merita la religione. A meno che non si voglia fondare un nuovo culto – e con tutti quelli che ci sono o ci sono stati non se ne vedrebbe il motivo – la religione non varia da individuo a individuo. Nonostante il continuo arricchimento da parte dell’uomo, essa viene insegnata e tramandata codificata in una serie di principi fondamentali (dogmi) prevedendo determinati riti e un sistema più o meno stabile di credenze. Alla luce di quanto detto, è chiaro che non possono esistere cristiani X e cristiani Y. Se si è cristiani bisogna seguire i precetti del Cristianesimo, accettarne le “regole”. Si può essere buoni cristiani o cattivi cristiani, a seconda di come si attuino determinati precetti, ma non si può essere cristiani sostenendo di credere in Dio «a modo proprio»; per essere cristiani è necessario credere in Dio «alla maniera dei cristiani». Ma qual è questa maniera? Cosa è scritto nei testi sacri e cosa, invece, ci viene trasmesso dai sapienti? Cercheremo risposte a queste domande nel corso dell’inchiesta. I cristiani che non frequentano le chiese si definiscono non praticanti. La maggior parte di essi (ma anche degli altri) non ha mai letto la Bibbia. Se si vuole parlare del Cristianesimo e – di riflesso – della fede e della spiritualità, bisogna partire proprio dalla Bibbia, il cardine di tutto. 2. Che cos’è la Bibbia? L’uomo non sa niente di Dio, riconosce di non poterne mai sapere nulla, però ha scritto tutto ciò che c’è da sapere su di Lui. Ha preso, insomma, la verità e l’ha scritta. Un lavoro, questo, che sembrerebbe concluso. E invece no: nei secoli ecco altre pagine, e pagine, e pagine di


12 commento, arricchimento, interpretazione forniteci dalla riflessione teologica. Ma da chi deriva la verità? Semplice, direttamente da Dio. L’oggetto della narrazione è anche colui che ne ha ispirato i redattori. La Bibbia, ci insegnano da bambini, è il libro sacro, o meglio, il libro ispirato da Dio. Lo ha scritto l’essere umano, ma guidato dall’ispirazione divina. Pensate a un bambino che scrive un tema sotto dettatura; il concetto non è troppo diverso. È chiaro che per i fedeli un libro del genere è il dono più grande che si possa ricevere: un testo in cui è raccolto tutto ciò che l’uomo conosce a proposito di quel Dio nel quale si crede per sola fede non può non assumere un’importanza straordinaria. E se poi vi dicessero che quegli stessi fedeli sostengono di essere tali senza averlo letto, come la prendereste? Nella migliore delle ipotesi sarebbero dei fedeli distratti, nella peggiore dei fedeli sciocchi; ma come, si ha tra le mani l’unica fonte scritta di tutto ciò che l’uomo può sperare di conoscere di Dio e la si lascia a prendere polvere su uno scaffale o, ancora peggio, ci si accontenta di assimilare passivamente ciò che viene spiegato dai dotti? Pensateci un attimo: come immaginereste un libro ispirato da Dio? Sicuramente sarebbe un volume ben scritto, privo di contraddizioni, elegante nello stile e nella forma, intelligente, colto, sapiente, emozionante, preciso, giusto, intoccabile. La Bibbia è soltanto in una piccola parte tutto questo; essa contiene imperfezioni di forma e stile (talvolta, perfino imperfezioni grammaticali) è stata rimaneggiata e interpolata nel corso dei secoli e manifesta in molte delle sue parti, come vedremo, una palese ignoranza storico-scientifica. A proposito delle incongruenze grammaticali, proviamo a fare un esempio. Il termine ebraico con il quale si identifica Dio nella Bibbia è Elohim (‫ ;)אלהים‬tale termine, che compare – come è ovvio che sia – assai frequentemente, è un plurale (usato sia per Dio sia per Dei). Per quale ragione gli antichi hanno sentito il bisogno di identificare l’unico Dio con un termine plurale? Nel corso del tempo la teologia ha fornito diverse risposte, dal plurale di maestà al plurale di astrazione, finendo anche con l'associare la


13 pluralità del termine alla Trinità (un concetto successivo, introdotto dal Cristianesimo e ignorato dai redattori originari). Spesso, tra le pagine della Bibbia, il termine Elohim è accompagnato da un verbo al singolare; altrettanto spesso è invece seguito da un verbo al plurale! Gli esegeti spiegano che, quando il termine è accompagnato da un verbo al singolare si indica l’unico Dio; quando invece è accompagnato da un verbo al plurale si indicano gli dèi pagani. Ma nella Bibbia vi sono delle eccezioni, passi in cui ci si riferisce all’unico Dio con un verbo al plurale1. Bisogna considerarli errori? E, in tal caso, si tratta di errori volontari o involontari? Per quanto si dica, la faccenda è ancora aperta e la verità è che non conosciamo (e forse non conosceremo mai) una risposta. 3. Quali errori si commettono nel valutare la Bibbia? La Bibbia è ispirata da Dio ma scritta dagli uomini, e gli uomini, in quanto tali, possono commettere errori. Ma possiamo davvero accettare il fatto che la Bibbia sia ispirata da Dio? L’errore più comune che si possa fare è credere che il testo sacro – proprio in quanto sacro – sia rimasto intonso nei secoli. La Bibbia invece è stata spesso rivista e rimaneggiata; nemmeno si è d’accordo sul numero esatto di libri da ritenere canonici (e dunque ispirati da Dio). A ricevere l’ispirazione divina, probabilmente, non sono stati solo i redattori originari della Bibbia, ma anche chi a secoli di distanza è stato in grado di operare una cernita: distinguere cioè i testi ispirati da quelli non ispirati. Ma chi considera ispirati dei testi che altri ritengono non ispirati, è in errore? Ha forse ricevuto un’ispirazione sbagliata o non l’ha ricevuta affatto? E chi ha ragione?

1 Si veda, a titolo d’esempio, Genesi 20:13, in cui il verbo riferito a Dio (Elohim) è al plurale nel testo ebraico [‫ ]התעו אתי אלהים מבית אבי‬ma sovente tradotto al singolare. Un problema analogo si presenta anche in Genesi 35:7 [N.d.A.]


14 4. Si parla di “errori” oppure di conoscenze antiquate, figlie dei popoli antichi? Nel libro di Giosuè è scritto: Allora Giosuè parlò all’Eterno, il giorno che l’Eterno diede gli Amorei in potere dei figliuoli d’Israele, e disse in presenza d’Israele: «Sole, fermati su Gabaon, e tu, luna, sulla valle d’Aialon!» E il sole si fermò, e la luna rimase al suo luogo, finché la nazione si fosse vendicata de’ suoi nemici. Questo non sta egli scritto nel libro del Giusto? E il sole si fermò in mezzo al cielo e non s’affrettò a tramontare per quasi un giorno intero.2 «Può il sole fermarsi a comando?» Davanti a questa domanda non si può tergiversare. Solo due risposte sono possibili: «sì» oppure «no». I fatti dimostrano in maniera incontrovertibile che la prima risposta è errata: il sole non può fermarsi a comando. Un’altra domanda è ora necessaria: «Il passo biblico racconta un fatto realmente accaduto?» Ancora una volta si possono accettare solo due risposte: «sì» o «no». Se ciò che dice la Bibbia in quel preciso passaggio è un evento reale, bisogna prendere atto che un uomo, millenni or sono, è riuscito a fermare il sole3; in caso contrario si tratterebbe di una semplice allegoria. L’allegoria è sicuramente un buon contenitore: ciò che non è spiegabile è sempre, indistintamente allegorico. Così, se un serpente consiglia a Eva di mangiare un frutto si parla di allegoria; se Dio fa sommergere il mondo dalle acque si tratta di allegoria; se Giosuè ordina al sole di fermarsi è un’allegoria. Ma in quest’ultimo caso siamo davanti a 2 Giosuè 10: 12-13 3 Sostenere che il sole si muova non è una falsità scientifica, benché sicuramente non ruoti intorno alla Terra (come sosteneva invece la teoria geocentrica). La nostra stella, insieme a tutto il sistema solare, ruota intorno al centro della Via Lattea; si parla di “anno galattico”, il periodo che impiega il sistema solare a compiere una rivoluzione completa intorno al centro della galassia, che è di circa 230 milioni di anni terrestri. Inoltre, nemmeno la Via Lattea è immobile, in quanto l’universo è in fase di espansione. [N.d.A.]


15 un’allegoria del tutto stravagante: non solo nessun individuo potrebbe mai compiere un’azione del genere, ma il movimento del sole intorno alla Terra è una mera illusione ottica, in quanto è il nostro pianeta a girargli intorno e non il contrario. Possibile che un autore biblico ispirato da Dio non abbia saputo concepire un’allegoria che non contraddicesse il dato scientifico? In realtà siamo noi moderni a stabilire cos’è un’allegoria e cosa no. Il Sant’Uffizio non pensava nemmeno lontanamente all’interpretazione allegorica quando, il 5 marzo 1616, proibì la lettura del De revolutionibus orbium coelestium (in italiano, “Sulle rivoluzioni dei corpi celesti”) di Copernico; lo stesso Galileo Galilei, processato, fu costretto a ritrattare le sue tesi (benché pare che la famosa esclamazione «Eppur si muove!» non sia mai stata pronunciata). Di cosa stiamo parlando, dunque? Di una semplice allegoria che non contraddirebbe alcuna tesi scientifica o di un fatto reale, tangibile, materiale, che il solo mettere in dubbio meriterebbe una condanna? 5. In che modo va letta la Bibbia? Negli ultimi duemila anni la cultura dell’Occidente è stata influenzata dalla Bibbia. Benché si tratti di un insieme di libri, useremo per il momento un’accezione più larga e lo definiremo semplicemente libro. O meglio, il libro, il testo per antonomasia. Facendo appello all’infinita saggezza che si auto-riconosce, l’uomo ha impiegato gli ultimi due millenni a studiare quel testo. Tuttavia non sembra aver ottenuto grossi risultati, poiché della Bibbia si continua a sapere poco. Ad esempio non sappiamo chi l’ha scritta, in quanto i libri che la compongono sono semplicemente attribuiti agli autori che tutti conosciamo (attribuzione pseudoepigrafa); non sappiamo l’esatto periodo storico in cui è stata scritta; non sappiamo come fosse vocalizzata nell'antico ebraico. Le più antiche testimonianze della Bibbia in nostro possesso sono infatti delle trascrizioni (comunque molto antiche ma) cronologicamente più recenti rispetto alla stesura originaria, che ci è del tutto ignota e quasi sicuramente preceduta da una lunga trasmissione orale che può aver portato a un sostanziale mutamento di contenuto nel corso del tempo. Come bisogna porsi, dunque, nei confronti della Bibbia? La risposta è presto formulata dagli esegeti: la Bibbia va interpretata. È


16 questa una massima estremamente condivisa; poche cose nella Bibbia andrebbero prese alla lettera in quanto la maggior parte dei suoi contenuti sarebbe di tipo allegorico. Per i credenti è ovvio che se si parla di Gesù morto in croce si sta narrando un fatto realmente accaduto, ma se si fa riferimento agli episodi del diluvio universale, della distruzione di Sodoma e Gomorra o dell’angelo che ferma la mano di Abramo, pronto a sacrificare il figlio Isacco, siamo di fronte all’allegoria pura. Perché leggiamo alcuni passaggi in chiave allegorica mentre ne vediamo altri come se fossero testimonianze veridiche di episodi realmente accaduti? Chi ha deciso quali passi fossero da considerare allegorici e quali, invece, realistici? Inoltre episodi come quelli del diluvio, di Sodoma e Gomorra e del sacrificio di Isacco sono sempre stati considerati dei semplici racconti da interpretare in chiave simbolica oppure c’è stato un tempo nel quale venivano presi “alla lettera”? Oggi tutti considerano quello di Adamo ed Eva un episodio allegorico ma, per quanto possa sembrare strano, in un passato non troppo remoto si credeva davvero che esistesse il Paradiso Terrestre, che si trattasse cioè di un luogo reale, fisico, e non di una qualche dimensione spirituale (tra l’altro, quel terrestre [che è sulla Terra], dovrebbe far pensare). Uno dei suoi più forti sostenitori è un nome noto; in una lettera ai reali di Spagna, Cristoforo Colombo scriveva: Non trovo e non ho mai trovato scrittore latino o greco che definisca in modo sicuro la posizione del Paradiso Terrestre nel mondo, né l’ho mai vista fissata in alcun mappamondo. […] Io credo che questa terra che ora le Vostre Altezze hanno ordinato di scoprire sia vastissima e che ne esistano a mezzogiorno molte altre di cui mai si ebbe notizia. […] Questi sono i grandi indizi del Paradiso Terrestre, perché tale luogo [il delta del fiume Orinoco] è conforme al parere dei santi e dei sacri teologi.4 4 Cfr. COLOMBO, C. (a cura di V. Martinetto), Lettere ai reali di Spagna, Sellerio, Palermo, 1991, cit. in http://www.pbmstoria.it/unita/04473m-


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Apprendiamo quindi che Colombo pensava perfino di esservi giunto, identificandolo nelle Americhe! Alla luce di tali affermazioni risulta difficile pensare che in passato (“appena” cinque secoli or sono) si guardasse al Giardino dell’Eden come a un luogo da considerare (e da accettare come) fittizio. Inoltre Adamo ed Eva sono ancora oggi venerati come santi dalla Chiesa cattolica. Tutto ciò, d’altra parte, non deve stupire più di tanto. Tutte le antiche civiltà, dagli Egizi ai Maya, dai Sumeri ai Babilonesi, dai Greci ai Romani hanno elaborato miti intorno alla creazione del mondo, dell’uomo e delle cose, miti ai quali credevano ciecamente e senza porsi alcun dubbio. Perché dunque bisognerebbe pensare che i redattori della Bibbia ritenessero i loro scritti delle semplici narrazioni allegoriche? Tali scritti erano inoltre concepiti dai dotti per un pubblico di dotti, visto il bassissimo grado di alfabetizzazione nel resto del popolo. Immaginate un medico che scriva una ricetta in chiave criptica o simbolica affinché un farmacista, per comprenderla, debba in qualche modo decrittarla. Sarebbe assurdo, no? Inoltre il racconto della creazione contenuto nella Bibbia non è del tutto originale. Esso si rifà ad antichi miti sumeri: anche i Sumeri avevano infatti un proprio Eden chiamato Dilmun; inoltre la dea sumera Ninti, creata per guarire una costola del dio Enki (si veda Fig. 1) presenta interessanti similitudini col personaggio biblico di Eva. Il significato del termine sumero Ninti è infatti “colei che fa vivere”, lo stesso significato del nome Eva.5 Ci risulta quindi più semplice pensare che il velo dell’allegoria sia stato steso da noi “moderni” per rendere accettabili dei passaggi che di per sé lo sono poco (o non lo sono affatto). In conclusione, è lecito affermare che la Bibbia, essendo un libro antico, andrebbe letto come tale e inquadrato nella cultura del periodo cui appartiene. Bisogna leggerlo alla lettera o interpretarlo? Sicuramente, nel momento 01%20cs1/percorsi/txt/1612.htm (link consultato il 20.05.2015) 5 Cfr. BOSCHI, B., G., La formazione della Bibbia, un'introduzione interdisciplinare ai due testamenti, rivista Sacra Doctrina, ESD, Bologna, 2010, p. 32


18 in cui è stato scritto i suoi autori pensavano davvero alla realtà e alla concretezza dei fatti che narravano; oggi sarebbe assurdo pensarla allo stesso modo e la visione delle cose si è in qualche modo adattata. Insomma, la decisione finale spetta al lettore: purtroppo non ci è mai pervenuto il manuale d’istruzioni della Bibbia.

Fig. 1 - Il dio sumero Enki con i fiumi Tigri ed Eufrate che sgorgano dalle sue spalle

6. Qualche frammento di antico sopravvive? Non ce ne rendiamo nemmeno conto, tanto la religione ha permeato ogni singolo aspetto della nostra società, eppure nelle preghiere che sempre più meccanicamente si recitano a memoria in casa o in chiesa sopravvivono residui di quelle antiche credenze secondo le quali la Bibbia andrebbe letta “alla lettera”. Il Credo ne è la più lampante testimonianza: «Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del Cielo e della Terra […]» È così? Dio ha davvero creato il cielo e la terra? Eppure la Terra è un comunissimo pianeta, generatosi come qualsiasi altro pianeta (solare o extrasolare) presente nell’universo; dunque Dio ha creato anche gli altri pianeti? E perché la Bibbia concentra tutte le sue attenzioni sulla creazione del “nostro” mondo? Se oggi si concorda sul fatto che nella “creazione” della terra non c’è nulla di sovrannaturale, ma che si è trattato di un processo comunissimo nell’universo ed estremamente ripetuto – i pianeti extrasolari


19 attualmente scoperti sono più di 1800 – perché diciamo di credere nel fatto che il cielo e la terra sono stati creati da Dio, quasi come se si trattasse di una creazione unica e inimitabile, di un evento isolato, irripetibile? Il Credo (IV secolo d.C.) è stato redatto nel momento in cui si riteneva che ciò che v’è scritto nella Bibbia andasse letto “alla lettera”. Ci portiamo dietro questa e altre affermazioni, ormai smentite dalla scienza, senza nemmeno farci caso. Nell’Atto di dolore affermiamo: «Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi […]» ma come può un Dio buono e misericordioso “castigare”? La disputa sull’inclusione o meno di «ho meritato i tuoi castighi» è ben lontana dall’essere chiusa: essa sarebbe un residuo dell’antico accostamento Dio/Monarca Assoluto (l’atto di dolore risale al XVII secolo6) e, secondo alcuni, andrebbe corretta. Ma, allora, perfino le preghiere si adeguano ai tempi? 7. Si può credere in Dio a prescindere da ciò che è scritto nella Bibbia? La risposta è tanto semplice quanto immediata: sì. La fede non è qualcosa da sottomettere a un libro, e in quest’ottica appare chiaro come definirsi credenti sia diverso dal definirsi cristiani. Tutti, chi in un modo e chi in un altro, sono credenti: gli atei credono che non esista nessun Dio; i religiosi credono l’esatto opposto; gli agnostici credono che mai si potrà venire a capo della questione. La scienza stessa, per esistere, ha bisogno di un credo che sia alla base di ogni ricerca: se gli scienziati non credessero che la natura possa essere studiata al fine di ricavare formule fisiche precise e costantemente valide, cosa andrebbero cercando nell’osservazione dell’universo? Insomma, si è credenti se si crede in qualcosa, in qualsiasi modo e in qualsiasi circostanza. Che poi si voglia chiamare quel qualcosa Dio, Universo, Materia è tutt’altro discorso. 6 Cfr. SIRBONI, S., Famiglia Cristiana del 17.02.2008, http://www.liturgiagiovane.it/new_lg/print_save.asp?nf=documenti/ARTICOL I/8560.htm&ns=8560 (link consultato il 20.05.2015)


20 Da questo punto di vista appare chiaro che tutti gli esseri umani hanno fede in qualcosa: da qui la necessaria distinzione tra il concetto di fede e quello di religione. Infatti non basta essere genericamente credenti per potersi definire cristiani. Il Cristianesimo è una religione e come tale ha le sue “regole”: si è cristiani se si ritiene che Gesù di Nazaret, figlio del Dio d’Israele, si sia incarnato, sia morto e risorto per la salvezza dell’umanità. Eppure molti sedicenti cristiani mettono perfino in dubbio l’esistenza storica di Gesù (figuriamoci dunque la sua divinità e la sua resurrezione); alla luce di ciò, possono questi ultimi definirsi tali? 8. Chi è Dio? L’idea di Dio è cambiata nel corso dei secoli e la stessa Chiesa si è in qualche modo adattata alle diverse situazioni che a poco a poco le si sono presentate. Nessuno crede più in un Dio creatore che impasta il fango e vi infonde la vita con un soffio; nessuno crede più in un Dio fisico che passeggia tra gli uomini ed elargisce comandamenti e punizioni (questi punti saranno approfonditi più avanti). Oggi ognuno ha una personale idea di Dio e la Chiesa concorda: non viene data più un’interpretazione letterale alle Scritture, ma si punta sull’allegoria, su quello che “sta dietro”, e si cerca di trarne un qualche insegnamento. A questo grande apparato di riflessioni viene dato il nome di Teologia (dal greco theología, “discorso intorno a Dio”). Pertanto definire in via univoca chi sia (o cosa sia) Dio non è logicamente possibile; ognuno può farsene una propria idea. 9. Possiamo dimostrare l’esistenza di Dio? Questa è la domanda che più ha interessato l’umanità da molto tempo a questa parte. Anzitutto bisogna chiarire un punto: tale domanda non ha accompagnato l’uomo fin dal momento in cui ha cominciato a credere nel mondo sovrannaturale. C’è stato un tempo in cui all’umanità è interessata poco la dimostrabilità (o la non dimostrabilità) dell’esistenza delle sue divinità. Insomma, in passato gli uomini davano per scontato che le divinità esistessero e si manifestassero, senza la necessità di spiegarne le ragioni. Per quel che ne sappiamo, nessun egizio, babilonese o sumero si è mai posto un problema del genere, e i primi tentativi di interrogarsi sul mondo – tentativi che hanno portato al


21 ragionamento filosofico – sono nati in seno alla civiltà greca. Il primo filosofo è comunemente indicato in Talete di Mileto, vissuto tra il VII e il VI secolo a.C.. Perché tali riflessioni sono cominciate così tardi? Anche in questo caso possiamo solo ipotizzare una risposta, ma la nostra ipotesi potrebbe non discostarsi troppo dal vero: l’uomo in passato non possedeva i mezzi necessari per dubitare. Non è un caso che la filosofia nasca proprio in un ambiente “libero” come quello greco. Oggi, con lo sviluppo della scienza e con le nuove conquiste tecniche – a partire dal positivismo otto-novecentesco – siamo giunti al punto da credere, forse erroneamente, che la scienza stessa possa spiegare tutto indistintamente. Anche in questo caso commettiamo un errore di fondo; la scienza ci dice come un determinato fenomeno si verifica, ne indaga le cause e ne prevede gli effetti, ma non ci dice il perché. D’altra parte non è detto che ci sia davvero un perché o che la religione sia in grado di spiegarcelo. Religione e scienza percorrono lo stesso sentiero, occupando però due binari paralleli. Entrambe ci dicono come avvengono i fenomeni (per un insieme di cause-effetti; per volontà di Dio) ma non ci spiegano il perché. Nemmeno la religione ci dice il perché; tutto rientrerebbe nel “mistero della fede”. L’unica vera, sostanziale differenza è che nessuna teoria scientifica si potrebbe presentare come tale se priva di adeguate sperimentazioni; la religione invece attesta i suoi dogmi come un atto di fede. Fatto sta che la scienza non è (ancora?) in grado di spiegare tutto. In particolare, la scienza non è in grado di spiegare l’imponderabile: i sentimenti, le sensazioni, le emozioni, i turbamenti del nostro animo. Anselmo d’Aosta nel suo Proslogion (1077) formulò la prova ontologica dell’esistenza di Dio. Riassumendo: Dio è l’essere di cui non si può pensare nulla di più grande. Per assurdo, immaginiamo che non esista. A questo punto possiamo pensare a un altro essere che abbia le stesse caratteristiche di Dio (cioè, che sia anch’esso un essere di cui non si può pensare nulla di più grande). Quest’altro essere ha dalla sua parte una nuova caratteristica: esiste. Tra Dio e quest’altro essere, qual è l’essere più grande? Naturalmente, quest’altro essere, perché oltre a essere “l’essere di cui non si può pensare nulla di più grande”, ha un attributo in più: l’esistenza. Ma se quest’altro essere è più grande di Dio, abbiamo dimostrato che si


22 può pensare che “ciò di cui non si può pensare nulla di più grande” (Dio) non è tale che “non se ne possa pensare nulla di più grande”. Siamo approdati a questa tesi impossibile perché abbiamo ipotizzato la non-esistenza di Dio; pertanto, Dio non può non esistere. Di contro, il filosofo Bertrand Russell nel 1952 ha elaborato la celebre teoria della teiera. Russell afferma in un articolo commissionato – ma mai pubblicato – dal magazine Illustrated: Se io sostenessi che tra la Terra e Marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica nessuno sarebbe in grado di contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’inquisitore in un tempo antecedente.7 A chi dobbiamo credere, allora? Non è compito di questo libro suggerire la strada giusta. Ognuno ha l’intendimento necessario per scegliere la propria.

7 Si veda qui il testo originale da cui è stato tratto e tradotto l’estratto riportato in questo volume: http://www.personal.kent.edu/~rmuhamma/Philosophy/RBwritings/isThereGo d.htm (link consultato il 23.01.2015)


23 10. Ci sono discrepanze tra ciò che viene insegnato e ciò che è effettivamente riportato nei testi sacri? In altre parole, in che modo l’uomo occidentale si è impadronito di tutto il “materiale religioso” (testi, tradizioni, ecc.) e come lo ha impiegato per il benessere della società? Tutta la nostra inchiesta sarà improntata al tentativo di fornire una risposta a questa domanda.


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Metodi e finalità della ricerca Analizzare la Bibbia è un’impresa difficile e rischiosa. Per secoli si è detto tanto, forse addirittura troppo, e aggiungere qualcosa di nuovo richiederebbe una buona dose di coraggio. La scelta più saggia sarebbe infatti quella di mettere da parte qualsiasi tentativo di analisi e leggere il testo per quello che è: una narrazione a metà tra lo storico e il meraviglioso concepita secoli e secoli or sono. Lo scopo di questa inchiesta è constatare in che modo i testi sacri hanno influito sulle azioni dell’uomo, focalizzando l’attenzione su quanto la civiltà occidentale è stata influenzata da ciò che è contenuto in quelle pagine. È chiaro che se andassimo ad analizzare la Bibbia allo stesso modo dei teologi finiremmo con l’aggiungere opinioni ad altre opinioni. Di conseguenza si cercherà di evitare un simile approccio; per quanto possibile si leggerà la Bibbia così com’è, senza l’aggiunta di note, sovrastrutture, interpretazioni dogmatiche. Un simile approccio al testo potrebbe essere considerato del tutto fuori luogo dai religiosi. Per due millenni l’uomo ha cercato di trovare un significato recondito racchiuso tra le pagine del prezioso libro; prenderlo per quello che effettivamente è – un libro – significherebbe, per alcuni, sbeffeggiare tutti quelli che nei secoli passati, e talvolta ancora adesso, si sono dati da fare per interpretare al meglio la Bibbia. Ma non è questa l’intenzione. In questa sede si metteranno da parte i dogmatismi, le tradizioni e qualsiasi tipo di influenza derivante dalla nostra cultura; si leggerà un libro affascinante e ricco di episodi toccanti. Ma un libro, appunto, analizzato nel suo contesto storico e antropologico. E così facendo si cercherà di capire meglio quanto – e in che modo – il contenuto di quel libro abbia influenzato la storia e la cultura dell’Occidente.


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Capitolo 1 L’Antico Testamento

Tante domande, poche risposte Possiamo suddividere la Bibbia in due parti: Antico e Nuovo Testamento. L’Antico Testamento è un testo straordinario. Esso corrisponde in linea di massima alla Bibbia ebraica e, a differenza del Nuovo Testamento, narra quella mole di accadimenti e prodigi che si sarebbe verificata prima della nascita di Gesù. È chiaro che gli ebrei, non riconoscendo in Gesù il figlio di Dio, non definiscono quell’insieme di libri “Antico Testamento” in quanto non hanno la necessità di separarlo da un “Nuovo”. Utilizzano invece il termine Tanakh (‫ )תנך‬un acronimo corrispondente alle tre parti in cui si divide l’opera (‫ תורה‬Torah, ‫ נביאים‬Profeti, ‫ כתובים‬Scritti). È assurdo pensare che i redattori originari abbiano scritto una cronaca degli eventi da loro vissuti nel momento stesso in cui accadevano (quale autore avrebbe mai potuto assistere alla creazione del mondo?). Sono infatti tutti d’accordo che tra il verificarsi degli episodi narrati – laddove si dia per scontato che siano davvero accaduti – e la loro messa per iscritto siano trascorsi parecchi secoli. Anche i redattori originari, dunque, non sono stati testimoni diretti dei fatti che hanno riportato; addirittura si antepone alla stesura della Bibbia una lunghissima tradizione orale. Quando si dice qualcosa a qualcuno è inevitabile che quel qualcosa finisca col subire modifiche, anche sostanziali. Quante storpiature potrebbero aver subito quei racconti? Poche? Tante? Nessuno può dirlo con esattezza, e si eviterà di formulare ipotesi. Accontentiamoci dunque di leggere la Bibbia così come ci è pervenuta. Il canone della Bibbia (cioè l’elenco dei testi che la compongono) non è universalmente accettato. Esso varia a seconda delle diverse confessioni e ciò crea problemi di non facile soluzione, poiché libri che sono considerati “veri” da alcuni non lo sono per altri. Per fare un esempio,


26 la Bibbia Cattolica è composta da 73 libri mentre la Bibbia Protestante ne conta 66 (mancano i libri di Tobia, Giuditta, 1 Maccabei, 2 Maccabei, Sapienza, Siracide e Baruc). Gli ebrei, inoltre, non ritengono ispirati alcuni libri dell'Antico Testamento che figurano invece nella Bibbia cristiana. Ma chi, tra cattolici, ebrei e protestanti è nel giusto? Per rispondere dovremmo considerare un’altra domanda, e cioè: come si fa a stabilire quali libri includere nel canone? Questa è la domanda che i religiosi si sono posti già nei primissimi secoli di vita del Cristianesimo, e prima ancora per i testi dell’Antico Testamento. I criteri di canonicità sono stati tanti e diversi, dall’aderenza all’insegnamento di Cristo (per il Nuovo Testamento) all’autorità di un testo in virtù del suo essere antico e/o importante (per l’Antico). È dunque chiaro che tale suddivisione è stata fatta da uomini (su libri scritti da uomini) ed è altrettanto chiaro che non tutti possono essere d’accordo con determinate scelte; da qui, la presenza di Bibbie molto diverse tra loro. I libri non canonici sono detti apocrifi, ma non per questo bisogna ritenerli meno utili: essi, per una ragione o per un’altra, non rientrano nel canone ma sono comunque indispensabili allo studioso che vuole tracciare una storia della religione quanto più libera possibile da dogmatismi. Numerosi sono infatti gli apocrifi dell’Antico Testamento, tra i quali tante apocalissi (“rivelazioni”). Un noto testo apocrifo dell’Antico Testamento, risalente al I secolo a.C., è il Libro di Enoch, considerato però canonico dalla Chiesa Copta, che lo ha accolto nella sua Bibbia. Come è fatta la Bibbia? La parola Bibbia deriva dal greco antico (il termine bìblos indica la corteccia interna del papiro, su cui si scriveva) e significa libri. La Bibbia, pertanto, non è un libro ma un insieme di libri scritto da autori diversi (e sconosciuti) in epoche diverse. Non vi è unità nemmeno nella lingua adoperata: alcune parti dell’Antico Testamento ci sono pervenute in ebraico antico, altre in aramaico, altre ancora – seppure in una piccola parte – in greco antico. Se all’origine c’è stata una lingua unitaria non lo sappiamo, e meno che mai sappiamo quale fosse questa


27 lingua. La Bibbia, pesantemente rivista (o forse redatta) dopo il cosiddetto “esilio babilonese” – la deportazione a Babilonia dei Giudei di Gerusalemme e del Regno di Giuda (VII-VI secolo a.C.) – è stata concepita e ampliata in un arco temporale molto vasto, circa tra il 1500 e il 125 a.C. e, come la stragrande maggioranza dei testi antichi, ha avuto dapprincipio una diffusione orale. Non possiamo pensare che la Bibbia attuale sia identica alla Bibbia delle origini: in passato ogni volta che un testo veniva copiato era inevitabile l’introduzione di errori, varianti e interpolazioni. Esiste una disciplina che si occupa di ricostruire i testi nella versione più vicina possibile alla volontà dei loro autori: la filologia. Se non si ponessero problemi del genere, la filologia perderebbe la sua raison d’être. Per la Bibbia poi è tutto ancora più complesso, poiché abbiamo a che fare con un testo che ha più di duemila anni di rimaneggiamenti! Tali modifiche non sempre sono state introdotte in maniera inconsapevole: molte volte si è trattato di vere e proprie manipolazioni o censure. E siccome solo l’intervento dei Masoreti (e, ancor meglio, l’invenzione della stampa nel XV secolo) ha reso possibile “fissare” la versione comunemente accettata del testo ebraico, nel corso dei secoli tante Bibbie diverse hanno viaggiato per il mondo. Come se non bastasse, gli originali della Bibbia non ci sono in alcun modo pervenuti. Per quanto i filologi si diano da fare nel tentativo di pervenire a una Bibbia quanto più possibile vicina all’originale, la strada da percorrere è ancora molto lunga e intricata: ai problemi oggettivi di carattere pratico si aggiunge la difficoltà di dover “toccare” un testo di straordinaria importanza e influenza, un problema che pare più sentito oggi che in passato. Al momento, le fonti più antiche del testo ebraico della Bibbia sono costituite dai manoscritti di Qumran, parte dei cosiddetti rotoli del Mar Morto, scoperti tra il 1947 e il 1956 e risalenti al II secolo a.C.. Tra i più antichi testi della Bibbia figurano anche il Codex Alexandrinum (IV-V secolo) che contiene la traduzione in greco dell’Antico Testamento (la Septuaginta) e il Nuovo Testamento; il Codex Vaticanus, redatto in greco su pergamena nel IV secolo, e il Codex Sinaiticus, datato tra il 330 e il 360 e contenente, oltre alla versione greca dell’Antico Testamento e al Nuovo Testamento, altri scritti cristiani (la Lettera di Barnaba e il Pastore di Erma).


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Questo è ciò su cui si ragiona e si indaga: un testo antico, dal passato oscuro, di autore ignoto; un testo importante e influente. Ma cos’è la Bibbia? Una bella favola, come direbbe qualcuno usando un tono decisamente dissacrante, o una vera e propria cronaca dei tempi che furono? I cattolici ritengono che i primi undici capitoli della Genesi siano racconti metaforici, sicuramente non storici e pertanto non realistici. Essi in effetti narrano della creazione dell’uomo, del peccato originale, della cacciata dal Giardino dell’Eden, di Caino e Abele, del diluvio e della torre di Babele... tutti eventi al limite del credibile, specialmente per un uomo moderno. Tuttavia molti di questi racconti fanno parte in maniera più o meno simile delle culture di numerose altre antiche civiltà; lo stesso diluvio è presente nell’epopea di Gilgamesh, il primo poema epico della storia, narrante le vicende del mitico re sumero di Uruk. L’opera risale al 2500-2400 a.C. circa, dunque è ben più antica della Bibbia! Anche in questo caso la scelta di ritenere metaforici i primi undici capitoli della Genesi e (più o meno) storici gli altri è del tutto arbitraria. Abbiamo visto nelle dieci domande che aprono questo libro come in passato si credesse davvero nell’esistenza del Paradiso Terrestre (e il medioevo, epoca decisamente superstiziosa, è pieno di riferimenti del genere). Ma come sarebbe stato possibile ciò se si era già a conoscenza del fatto che quelli contenuti nella Genesi sono racconti mitologicometaforici? Ancora una volta è d’obbligo considerare il fatto che la Bibbia ci è pervenuta così com’è, con racconti che trattano della creazione e altri che ci parlano del popolo d’Israele. Tale Bibbia non è stata accompagnata da nessuna indicazione attestante i racconti da ritenere metaforici e quelli da ritenere veri e/o verosimili. In altre parole è l’uomo che nel corso del tempo ha separato gli uni dagli altri a seconda delle esigenze che a poco a poco gli si sono presentate.


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La Genesi Il sostantivo latino genesis indica l’origine, la creazione. La Genesi è il primo libro della Bibbia, e tra le altre cose narra appunto della creazione del mondo e dell’uomo. Il libro conta cinquanta capitoli dei quali i primi undici, come si è detto, sarebbero di carattere mitologicometaforico. Il racconto della creazione contenuto nella Genesi – in parte ispirato a narrazioni sumere e babilonesi molto più antiche, con le quali i redattori sarebbero entrati in contatto all’epoca dell’esilio – non pare avere nulla di particolarmente innovativo se comparato ai racconti elaborati dalle altre civiltà. Tutti i popoli antichi sembrano aver avuto un’impellente necessità di spiegare, ciascuno a proprio modo, come tutto abbia avuto inizio. Da sempre gli uomini sono stati mossi dalla curiosità. Volendo parlare per metafore, potremmo paragonare gli antichi a dei bambini che scoprono il mondo per la prima volta: come dare un senso al cielo sopra le nostre teste, alle montagne che scaliamo, ai mari che navighiamo? Ciascuno a suo modo ha fornito il proprio contributo nella spiegazione del meraviglioso affresco che chiamiamo «universo». È chiaro che i popoli antichi credevano davvero alle cosmogonie da loro stessi partorite. Perché dunque dovremmo pensare che i redattori della Bibbia non vi credessero? Perché, insomma, considerare il contenuto della Genesi una semplice metafora? Ma soprattutto, perché ritenere il racconto biblico “più veritiero” dei miti sulla creazione elaborati dalle altre civiltà (a volte perfino più antichi)? O forse sarebbe più corretto ammettere che la Genesi si è trasformata in una maestosa allegoria solo nel momento in cui simili spiegazioni sulle origini dell’universo non sono più bastate a soddisfare la sete di conoscenza dell’uomo? Chi ha scritto la Genesi? Secondo la tradizione, l’autore del Pentateuco, cioè dei primi cinque libri dell’Antico Testamento (di cui la Genesi fa parte insieme a Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) corrispondenti alla Torah (‫)תורה‬ ebraica, è il patriarca Mosè. Non a caso, quelli che compongono il


30 Pentateuco sono anche conosciuti come i libri di Mosè. Però non tutti gli studiosi concordano sulla storicità del personaggio: per alcuni Mosè non è mai esistito, in quanto non sono mai state rinvenute prove extra-bibliche che fugassero ogni dubbio in proposito. Partiamo da un assunto: l’archeologo Nelson Glueck ha dichiarato che «si può affermare categoricamente che nessuna scoperta archeologica abbia mai contraddetto i riferimenti biblici»8, il che significa tutto e non significa niente. Il fatto che nessuna scoperta abbia mai contraddetto nulla di ciò che è narrato nell’Antico Testamento non vuol dire che lo abbia confermato. E infatti una vera e propria conferma non potrà mai arrivare: le scoperte archeologiche possono far tornare alla luce monumenti, tavolette d’argilla o altro materiale, resti di antiche costruzioni, templi o intere città... ma non potranno mai confermare le imprese compiute dagli uomini straordinari protagonisti degli episodi biblici né dimostrare la loro effettiva esistenza. Nel XIX secolo, il ritrovamento della città di Troia da parte di Heinrich Schliemann non ha mai costituito un’effettiva prova del fatto che i poemi omerici raccontassero vicende accadute realmente; perché, quindi, dovremmo pensarlo per la Bibbia? Molte delle storie narrate nell’Antico Testamento fanno parte di un patrimonio più vasto e comune a numerosissime altre civiltà. Si è già detto che il racconto del diluvio è presente nell’epopea di Gilgamesh (addirittura più antica della Bibbia stessa) ma una vicenda simile è narrata in oltre cinquecento miti, tutti elaborati da civiltà diverse e geograficamente molto distanti tra loro. Eppure, benché alla base ci sia uno sfondo comune – il diluvio, appunto – nessuno di questi miti è perfettamente uguale all’altro. Ne consegue che, seppure è verosimile che ci sia un fondo di verità, quello contenuto nella Bibbia potrebbe non essere il racconto più vicino all’effettivo svolgimento dei fatti. E se il diluvio biblico non si è verificato nella maniera descritta nella Bibbia, non solo quest’ultima cessa all’istante di avere un valore “universale”, ma la storia di Noè e della sua arca assume la stessa valenza che per noi rivestono le testimonianze scritte degli altri popoli dell’antichità: una narrazione fantastica. 8 Cit. Elementi citati dalle ricerche di Bryant Wood e di altri ricercatori, http://camcris.altervista.org/archeologia.html (link consultato il 23.01.2015)


31 Tutto ciò che si è detto per il diluvio è valido anche per ciò che nella Bibbia si dice a proposito di Mosè. Se Mosè non è realmente esistito, le imprese che gli si attribuiscono potrebbero non aver avuto l’esatto sviluppo tramandatoci dalla Bibbia. Inoltre, se si trattasse soltanto di un mito, Mosè non potrebbe in alcun modo essere l’autore della Genesi e nemmeno degli altri libri che compongono il Pentateuco. Nel libro del Deuteronomio, anch’esso attribuito a Mosè, si descrive addirittura la morte del patriarca: Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l’ordine del Signore. Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; nessuno fino a oggi ha saputo dove sia la sua tomba. Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno. Gli Israeliti lo piansero nelle steppe di Moab per trenta giorni; dopo, furono compiuti i giorni di pianto per il lutto di Mosè.9 Come avrebbe fatto Mosè a parlare della sua stessa morte e del luogo della sua sepoltura? Certamente bisogna pensare che il libro abbia subito delle manipolazioni nel corso del tempo. Ma allora chi ha veramente scritto il primo libro della Bibbia, o gli altri? Per quanto se ne parli, la risposta è che non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai. Qualche incongruenza Il Dio della Genesi presenta caratteristiche interessanti e sorprendenti per chi è abituato a una concezione moderna della divinità. Leggendo il testo, il lettore si ritrova davanti un Dio in carne e ossa, distante dall’entità spirituale, immateriale e onnisciente cui siamo abituati a pensare. Dalla lettura dell’Antico Testamento scaturiscono interessanti spunti di riflessione. Si parla di un Dio “fisico”, non spirituale, di un’entità che vede, sente, cammina, si riposa, mangia; non si fa cenno all’onnipotenza di Dio, il quale muta il suo pensiero, si pente, ecc.; non si fa mai riferimento a una consolazione in mondi ultraterreni. In 9

Deuteronomio 34: 5-8


32 particolar modo, mai Dio promette all’uomo la vita eterna (anzi, come vedremo, teme addirittura che questi la conquisti). Analizziamo di seguito ciascuno di questi punti. Il Dio “fisico” dell’Antico Testamento Il Dio dell’Antico Testamento non è un’entità spirituale. D’altro canto tutti i popoli antichi avevano un’idea materialistica delle loro divinità, e il Dio della Bibbia non si distingue per originalità in tal senso. Gli stessi dèi greci vivevano sul monte Olimpo – avevano cioè una sede sulla Terra – mangiavano, bevevano, praticavano il sesso e si presentavano con gli stessi vizi e virtù degli esseri umani. Ma ciò che accosta ancora di più le divinità venerate dagli antichi agli atteggiamenti propri dell’umanità è la collera. Nella Genesi il tema si presenta senza indugi fin nelle primissime pagine, nel momento in cui ci viene descritto il peccato commesso da Adamo ed Eva, il primo uomo e la prima donna. Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».10 Adamo ed Eva hanno appena compiuto il peccato originale. Il Dio che si manifesta loro non ha nulla di spirituale: è un Dio che «passeggia» e parla, che non riconosce da subito il nascondiglio di Adamo tra gli alberi e sente la necessità di chiamarlo. In un altro passo leggiamo qualcosa di ancor più sorprendente: Poi il Signore apparve a lui [Abramo] alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar 10

Genesi 3: 8-10


33 oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto». Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce». All’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.11 I tre “uomini” non sono altri che due angeli12 e Dio13. Essi vengono invitati a lavarsi i piedi, ad accomodarsi sotto a un albero e a mangiare. Ed è scritto chiaramente che «quelli mangiarono». Siamo davanti a un Dio stanco, che si riposa e si nutre come un qualsiasi altro essere umano. Tirando le somme, parliamo di un Dio coerente con la visione materialistica che avevano gli antichi delle loro divinità. E allora da dove nasce il nostro stupore per un passo del genere? Sicuramente dalla presa di coscienza di una strumentalizzazione perpetrata da chi, nei secoli, si è arrogato il diritto di trasmettere in via esclusiva la sua interpretazione, quella di un Dio spirituale. Ma leggendo direttamente il testo ci si accorge di una questione molto semplice: di Dio si parla nella maniera più realistica possibile e della sua spiritualità v’è poco o nulla.14 11 Genesi 18: 1-8 12 Il termine “Angelo” deriva dal latino angelus, a sua volta derivante dal greco ángelos e significa “messaggero” (in ebraico ‫מלאך‬, mal’akh). Essi sono i “messaggeri” di Dio (o degli Dei) presenti nei culti religiosi di numerosi popoli (e non sempre descritti nei testi biblici – o rappresentati in altri contesti – come entità eteree e spirituali, o dotate di ali). [N.d.A.] 13 ‫ יהוה‬nel testo ebraico, cioè YHWH. Referenze linguistiche: http://bibleapps.com/study/genesis/18-1.htm (link consultato il 23.01.2015) 14 Cfr. BIGLINO, M., La Bibbia non è un libro sacro, Uno Editori, Orbassano (TO) 2013, pp. 114-120


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Il Dio (poco) onnisciente Di Dio, nella Bibbia, si dice che è onnipotente. La teologia ci parla anche di un Dio onnisciente. Il Dio dell’Antico Testamento, tuttavia, si comporta in maniera diversa. Egli, come si è visto, non può prevedere le azioni di Adamo ed Eva, e anche una volta che sono state compiute ha il bisogno di accertarsi dell’accaduto. Che si tratti, come sovente s’interpreta, del libero arbitrio? Per scoprirlo, spostiamoci su un altro campo, quello della collera: E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: «Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato: con l’uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d’averli fatti».15 Dio sta meditando di inviare sulla Terra il diluvio universale. Irrimediabilmente, cade tutto ciò che si è supposto prima a proposito del libero arbitrio. Nella stessa Genesi abbiamo un Dio che crea l’uomo e la donna, ma del libero arbitrio non vi è alcun riferimento nel testo: sarà il pensiero teologico successivo a elaborarlo. Qualche pagina dopo, Dio, pentito della sua creazione, decide di sterminare l’uomo dalla faccia della Terra. Noè uscì con i figli, la moglie e le mogli dei figli. Tutti i viventi e tutto il bestiame e tutti gli uccelli e tutti i rettili che strisciano sulla terra, secondo la loro specie, uscirono dall’arca. Allora Noè edificò un altare al Signore; prese ogni sorta di animali mondi e di uccelli mondi e offrì olocausti sull’altare. Il Signore ne odorò la soave fragranza e pensò: «Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché l’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto. Finché durerà la terra, seme e messe, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno».16 15 16

Genesi 6: 6-7 Genesi 8: 18-22


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Il diluvio è terminato e Noè, unico superstite insieme alla sua famiglia e agli animali che ha salvato sull’arca, offre olocausti sull’altare. Dopo aver ricevuto l’offerta, Dio torna a pentirsi delle sue azioni sostenendo che non “maledirà più il suolo a causa dell’uomo”. Nel versetto successivo precisa che le stagioni e i giorni non cesseranno più a causa sua [dell’uomo] finché durerà la terra. Quest’ultima affermazione potrebbe far sorridere: non sarà lo stesso Dio a stabilire la fine dei giorni? Le stagioni e i giorni si avvicenderanno finché Dio stesso non decreterà la fine della Terra? Per risolvere la questione e dare un senso al testo dovremmo immaginare che la fine dei giorni non dipenda dalla volontà di Dio ma, così facendo, saremmo di fronte a un Dio ben poco “onnipotente”. La vita eterna Nell’Antico Testamento non si fa riferimento all’aldilà né a un luogo in cui gli uomini saranno ricompensati o puniti a seconda delle azioni compiute in vita. Ma c’è di più. A più riprese, nella Genesi, Dio stesso esterna il suo timore a proposito di una tale eventualità. Nel seguente passo a parlare è il Serpente, il quale spiega a Eva che mangiando il frutto dell’albero proibito lei e Adamo non moriranno affatto, ma... Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che se voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».17 Quando Dio scopre che Adamo ed Eva hanno mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male maledice il serpente18, sostiene che moltiplicherà alla donna i dolori del parto19 e che, da quel momento in poi, l’uomo dovrà lavorare la terra con sudore per trarne cibo20. Infine: 17 18 19 20

Genesi 3: 4-5 Si veda Genesi 3: 14-15 Si veda Genesi 3:16 Si veda Genesi 3: 17-19


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Il Signore Dio disse allora: «Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!». Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita.21 L’uomo ha conquistato la conoscenza ed «è diventato come uno di noi» (sorvolando sulla questione del plurale – cui si è accennato nelle dieci domande d’apertura – diremo che è diventato “come Dio”). L’obiettivo del Signore Dio, adesso, è evitare che conquisti la vita eterna mangiando anche il frutto dell’albero della vita. Per risolvere il problema, Dio: Scaccia l’uomo dal Giardino dell’Eden; Vi pone i cherubini, a mo’ di guardiani, per custodire la via all’albero della vita. Dalla semplice lettura della Genesi scaturisce una riflessione interessante: Dio non ha scacciato Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre come punizione per la loro disobbedienza (quest’ultima è stata già punita con la maggiorazione dei dolori del parto e col duro lavoro della terra) ma per timore che, conquistata la conoscenza del bene e del male, i due progenitori potessero impadronirsi anche della vita eterna! Eppure quella della vita eterna è – o dovrebbe essere – una promessa fatta da Dio agli uomini. Nel Nuovo Testamento si legge in proposito: E questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna.22 Menzioni della promessa della vita eterna nell'Antico Testamento,

21 22

Genesi 3: 22-24 1 Giovanni 2:25


37 inoltre, sono contenute in libri – come quello della Sapienza23 – considerati canonici dai cristiani ma non accolti nel Tanakh e ritenuti apocrifi dai Protestanti. Alla luce di ciò bisogna prendere atto che: o l’Antico Testamento deve essere letto indipendentemente dal Nuovo Testamento (e dunque quest’ultimo non può esserne la naturale e fisiologica continuazione in quanto riporterebbe affermazioni diverse e contrastanti); ciò implica che bisogna decidere se credere a quel che è scritto nell’Antico Testamento o a quel che è scritto nel Nuovo Testamento (e a questo punto sarebbe necessario chiedersi su quale criterio fondare la scelta e se, a ragione di ciò, sia lecito o meno ritenere “universale” il testo sacro); o la Bibbia, pur essendo ispirata da Dio, contiene un’evidente contraddizione. E la mela? La mela non è presente nell’Antico Testamento, in cui si parla di un non meglio identificato «frutto». Trattandosi dell’albero della conoscenza del bene e del male, a partire dal medioevo tale frutto è stato rappresentato nei dipinti e nelle miniature con una mela (in latino, malum significa sia male che melo). Alcuni studiosi hanno identificato il frutto nel fico (dopo aver mangiato dall’albero della conoscenza del bene e del male, Adamo ed Eva si coprono prontamente con foglie di fico24) presente in alcune delle più antiche rappresentazioni artistiche dell’episodio biblico (si veda Fig. 2) e comune a molte tradizioni. Di Buddha, per esempio, si dice che cercò l’illuminazione sotto un fico sacro.

23 24

Si veda Sapienza 2:23 Si veda Genesi 3:7


38

Fig. 2 - In alto: particolare di due mosaici raffiguranti il peccato originale. A sinistra, mosaico nella cattedrale di Otranto (XII secolo); a destra, mosaico nella cattedrale di Trani (XII secolo). In entrambi, il frutto proibito è un fico. In basso: a sinistra, particolari del Polittico dell’Agnello Mistico di Jan van Eyck e Hubert van Eyck (1426-1432) cattedrale di San Bavone (Gand) raffiguranti Adamo ed Eva. Nell’ingrandimento, Eva tiene in mano una sorta di agrume, forse un etrog (cedro); a destra, Adamo ed Eva di Lucas Cranach il Vecchio, 1528, Uffizi (Firenze). Eva tiene in mano la tradizionale mela.

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L'inchiesta  

Mario De Martino, Saggio. «Il Signore è lento all'ira e grande in bontà, perdona la colpa e la ribellione, ma non lascia senza punizione; ca...

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