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MINIA BANGORICH

Il vento di Eldar

Edizioni SHALIBOO

www.shaliboo.it


Edizioni SHALIBOO

www.shaliboo.it

IL VENTO DI ELDAR Copyright Š 2010 Minia Bangorich ISBN 978-88-6578-067-5 In copertina: immagine Shutterstock.com

Finito di stampare nel mese di Settembre 2011 da Logo SRL Borgoricco - Padova


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PROLOGO

PIANETA MAI-RES. Nayda risalì velocemente la collina. Era da poco terminata la stagione fredda, tutta la vegetazione si stava svegliando: l'erba nuova frusciava sotto i suoi piedi e i fiori selvatici le sferzavano le caviglie con gli steli ruvidi e forti, ma lei non riusciva a goderne. Per quanto chi la seguiva fosse avvezzo all'esercizio fisico, faticava a tenere il suo passo, mentre lei ignorava ostinatamente la richiesta del suo corpo di rallentare. L’apprensione che l’accompagnava da quando aveva lasciato casa svanì non appena raggiunse la sommità. Poco distante svettavano due alberi solitari, altissimi e secolari. Sapeva che l’avrebbe trovata lì: era il loro punto d’incontro ogni volta che avevano bisogno di restare un po’ sole. Si fermò qualche istante per riprendere fiato e ancora una volta ammirò la bellezza di ciò che la circondava. Si volse verso le guardie che l'attendevano poco più giù, fece loro un cenno per rassicurarle, poi scomparve alla loro vista. Altara era seduta a terra, con la schiena appoggiata al tronco e lo sguardo perduto al di là di ciò che poteva vedere. Non si volse quando Nayda la raggiunse e si sedette accanto a lei. Entrambe rimasero in silenzio. Solo dopo alcuni minuti, Altara si decise a parlare.


5 “Ti hanno mandato a cercarmi?” “Ho deciso io di venire a cercarti. Da soli non ti avrebbero trovato facilmente. Erano davvero preoccupati. Il Re, soprattutto.” “Già, mio padre si preoccupa sempre, quando non riesce a controllarmi.” C'era una rabbia a stento controllata nella sua voce, il tono di chi non si aspetta e non ammette repliche. Silenzio. Nayda la osservò, come faceva spesso, con profonda ammirazione. Avrebbe potuto provare invidia, se solo non fossero state così unite da tempo, amiche fin dall’infanzia e inseparabili ormai da quasi dieci anni. Il modo di vestire di Altara non sembrava davvero degno di un'erede al trono, anche questo infastidiva suo padre, eppure guardandola non c’erano dubbi che fosse di nobile stirpe: i suoi lunghissimi capelli erano neri, lucidi e lisci e sulla sua pelle ambrata spiccavano gli occhi verdi, una rarità tra la sua gente. Più di ogni altra cosa, però, era il suo modo di muoversi a renderla così regale e Nayda al suo confronto si sentiva sempre goffa e insignificante. I suoi capelli erano sì neri, ma ricci e crespi, come era tipico della sua razza, così come erano neri i suoi occhi. L’unica caratteristica comune era il colore della pelle, perché nemmeno nei movimenti riusciva a somigliarle: era sempre troppo energica, troppo agile e veloce, e perfino questo le sembrava un difetto. Nayda cercò di sviare la sua rabbia. “Com’è la Città del Consiglio? Dicono che splenda come un gioiello...” Lo sguardo di Altara era privo di rancore, ma carico dell'amarezza di chi si aspetta che nessuno possa capire e, soprattutto, condividere il suo punto di vista. “Oh sì, è splendente, davvero, è lucida, tutta cristallo e acciaio, non ha nulla fuori posto. Eppure, sembra di camminare in una


6 terra senz’anima. È esatto il detto ‘Il sorriso di un Restoriano è più raro dell’eclissi delle Gemelle, ma altrettanto gelido.’ I nostri antenati non si sono sbagliati. Dovresti vedere il Consigliere Hofeld: è la persona più misurata nei modi che io conosca. Non dice una sola parola in più o in meno di quanto sia necessario. Ha in pugno l’intero Consiglio di Restor, e la cosa non mi stupisce affatto.” Nayda ammirò i due astri che presto avrebbero toccato l’orizzonte per lasciare posto al cielo notturno. Da lì non si vedeva altro che la vallata sottostante, senza alcun segno della presenza della loro civiltà: era come essere su un pianeta non abitato e le stelle gemelle che illuminavano il loro mondo la facevano sentire piccola, ma contemporaneamente parte di qualcosa di grande. Mormorò con amarezza: “Ci schiacceranno, io lo so che accadrà, prima o poi; non avremmo mai dovuto permettergli di restare. Noi li abbiamo ospitati, secoli fa, quando non avevano una patria ed erano dispersi e vagabondi nello spazio. Questo sarà il loro ringraziamento: ci schiacceranno.” Solo allora Altara si volse a guardarla e vide nei suoi occhi la stessa rabbia che aveva provato camminando nella Città del Consiglio. “Ho detto le stesse cose a mio padre, quando ci siamo congedati dal Gran Consigliere Hofeld. Ho pensato la stessa cosa. Ho visto palazzi di ottocento piani, macchine meravigliose, cose incredibili... ma io credo siano al collasso. Mio padre dice che hanno chiesto accordi per sfruttare le nostre fonti di energia: ci sono cristalli nelle nostre terre che per loro sono molto preziosi, ma a Restor si stanno esaurendo. Dicono che possono offrirci scambi vantaggiosi, ma perché mai dovrebbero chiedere qualcosa che possono prendere quando vogliono? Noi non saremmo in grado di contrastarli, se decidessero di attaccarci.” “Cosa ha detto tuo padre, riguardo a questo?”


7 Altara scosse la testa, rassegnata. “Lui dice che vedo minacce ovunque... ma io amo la mia terra, perché non lo capisce?” sospirò e aggiunse “Credi che dovrei tornare, ora?” Nayda le sorrise: “Tu cosa pensi?” Altara si alzò, tendendole la mano per aiutarla a fare lo stesso; poi scesero la collina insieme. Nayda non abitava molto lontano dalla residenza reale e, dopo aver accompagnato l’amica, prese la strada più lunga per rincasare: aveva bisogno di pensare. A parer suo Altara era nel giusto, anche se Nayda non aveva mai visitato le terre occupate dai Restoriani e li conosceva solo attraverso i testi di storia. Erano arrivati su Maitor secoli prima, profughi del loro pianeta ormai morente, ed erano stati ospitati dai Maitoriani pacificamente. Presto la loro tecnologia si era rivelata enormemente più avanzata di quella degli indigeni, ma erano riusciti a non scontrarsi, dividendo il pianeta in due zone ben distinte, su ognuna delle quali ogni popolo occupante aveva la sovranità assoluta. Questa convivenza aveva nel tempo modificato il nome del pianeta che, dall'unione dei nomi Maitor e Restor era divenuto Mai-Res. In realtà tutti i trattati stipulati nei secoli erano stati un resa alle richieste di Restor: i Maitoriani covavano ancora risentimento verso i Restoriani, consapevoli di aver dovuto rinunciare a parte del loro pianeta solo perché inferiori militarmente. La civiltà indigena non si era mai sviluppata pienamente dal punto di vista tecnologico, preoccupata di non intaccare il delicato equilibrio del proprio mondo, con il quale era sempre stata in simbiosi perfetta e si era quindi trovata nettamente inferiore ai nuovi arrivati. Spesso Nayda si ripeteva che non aveva senso odiare qualcuno che nemmeno conosceva, ma a volte il sentimento di disprezzo verso i Restoriani era così intenso da sconvolgerla ed affiorava prepotentemente in lei ogni qualvolta ammirava le meraviglie del


8 suo pianeta e pensava a quanto dovesse essere puro prima del loro arrivo: era certa che anche la carenza di acqua che negli ultimi anni aveva reso difficile la prosperità del suo popolo fosse in qualche modo da ricondurre all'uso irresponsabile che i Restoriani facevano di Mai-Res. Persa nei suoi pensieri, si attardò più del solito e rientrò in casa due ore dopo il tramonto. Lungo la strada che conduceva a casa ammirò lo splendore delle stelle e rimase ad ascoltare il fruscio del vento tra le fronde degli alberi, che andavano ricoprendosi di nuove foglie. Amava quei luoghi con tutta se stessa. La sua dimora era una piccola costruzione in pietra e legno, circondata da un giardino semplice e senza recinzione. Stranamente, i suoi genitori l'attendevano sulla soglia. Suo padre, basso e robusto, era sempre stato un abile scalatore e un camminatore infaticabile e aveva la pelle coriacea di chi non teme il lavoro fisico e non si sottrae alla luce e al vento. Sua madre invece aveva un aspetto gentile e delicato, lunghi capelli scuri e le somigliava molto, anche se i suoi modi erano decisamente meno bruschi di quelli della figlia. Le si fecero incontro, senza nascondere la preoccupazione. “Ci hanno detto che hai lasciato il palazzo da parecchio tempo!” esclamò sua madre, e lei la guardò stupita. “Che succede, mamma? Non sono una bambina, non è poi così tardi! Rientro spesso a quest’ora!” ribatté un po’ seccata. “Non hai sentito cosa è successo?” intervenne suo padre. Nayda sentiva un'inspiegabile paura nella sua voce. “No, ho lasciato Altara e sono venuta qui, anche se ho allungato un po’ il giro. Non ho visto nessuno... che succede?” “C’è stato un... incidente, anche se in realtà dovrei dire un attentato. I Restoriani ci accusano di aver avvelenato le loro riserve idriche. Qualcosa ha contaminato l’acqua della Città del Consiglio. Ci sono migliaia di morti, tra cui l’intera famiglia del Gran Consigliere Hofeld, ma la cosa peggiore è che sembra


9 abbiano individuato uno dei responsabili: è un Maitoriano, un grande amico di Altara.” Nayda ascoltava, cercando di assimilare un poco alla volta ciò che sentiva e di non lasciarsi invadere dalla paura: i Restoriani erano troppo forti, e ora avevano il motivo per attaccare. È la fine. Come abbiamo potuto essere così incoscienti?

O5O TRE ANNI DOPO PIANETA MAI-RES. “Ehi, ragazzina, svegliati!” Nayda aprì gli occhi all’improvviso e istintivamente afferrò per il collo l’uomo che aveva davanti, ma subito lo riconobbe e si ritrasse, sconvolta. Mairik rise in modo irritante, passandosi una mano tra gli arruffati capelli bianchi. Tutto la innervosiva di lui, a partire dal fatto che fosse un Restoriano. Poco importava che fossero tutti prigionieri, almeno Caes era comprensivo e taciturno, ma Mairik non faceva altro che stuzzicarla e prenderla in giro per la sua giovane età e per la sua irruenza. Inoltre Nayda non si era ancora abituata al loro aspetto: erano così alti, così sottili, così diafani! Si stupiva che fossero ancora vivi: quando li avevano portati in cella aveva pensato che sarebbero morti entro pochi giorni, come aveva visto accadere ad altri prigionieri. “Va tutto bene, ragazzina, sei di nuovo fra noi, finalmente!” Quelle parole la fecero tornare all’attacco, si gettò nuovamente su di lui e lo colpì al viso, poi tornò nel suo angolo ansimando. “A te piace scherzare, vero Mairik? Non so come fai, dopo tanto tempo qui dentro!” disse. “Il tempo qui dentro sta per finire, ragazzina!” ribatté lui. Dall’angolo della cella la voce di Caes suonò calma e pacata:


10 “Smettila di chiamarla ragazzina, Mairik, sai che non lo sopporta!” “Va bene, paparino, come vuoi. Comunque” aggiunse abbassando la voce “stanotte ce ne andiamo.” “Tu sei pazzo, nessuno è mai uscito di qui.” “Beh, questo è un buon motivo per farlo. Non vorrai arrivare seconda, vero?” “Caes, giuro che lo uccido io, se non la smette...” “Non capisci, vero? Ci sono riuscito.” le si avvicinò ed abbassò ancora di più la voce già rauca “Mi ci è voluto parecchio, ma ci sono riuscito. Ho costruito un modulatore che aprirà quella porta e disattiverà il circuito video. Accidenti, non guardarmi così, sono un Restoriano, no? Tu manco sai di cosa sto parlando!” L'idea di poter uscire da quella cella, in cui stava rinchiusa da un tempo che le sembrava ormai incalcolabile, attirò la sua attenzione, ma subito si rese conto dell'assurdità dell'impresa. Sibilò con voce a malapena udibile: “Se e quando usciremo da quella porta, scoppierà il finimondo: sai benissimo che il corridoio è sotto controllo! Quindi, anche se riuscissimo a farlo, saremmo morti prima di arrivare fuori dalla prigione, e una volta fuori, mi dici dove potremmo andare?” “Accidenti, Caes, diglielo tu, io sono stufo di farle da balia. Questa testa di legno non sa nemmeno cosa sia un modulatore!” “Mairik ha ragione, - intervenne Caes - non possiamo restare qui, dobbiamo almeno provarci! C’è ancora qualcuno fuori, ne sono certo, abbiamo sentito alcune guardie parlare di sabotaggi agli impianti di estrazione, dobbiamo trovarli, è l’unica speranza che abbiamo!” “Quando?” chiese lei in un soffio. “Stanotte.”


CAPITOLO 1. NEMICHE.

BASE RESTORIANA. “Comandante Slavja, l’Imperatore ha accettato la vostra richiesta. Vi attende nella sala blu.” Il soldato uscì, e lei si attardò ancora un poco nella stanza per sistemarsi l'uniforme. Si avvicinò allo specchio ed allacciò con cura il mantello, per poi uscire decisa. Percorse l’intricata ragnatela di corridoi fino a una porta sorvegliata da due guardie, che la salutarono rigidamente. “L’Imperatore mi attende.” Entrò in una grande sala dalle pareti interamente trasparenti, in cui sembrava di galleggiare nello spazio. L’Imperatore era seduto in fondo al salone, su un alto trono di metallo lucidissimo e lei si sentì piccolissima, schiacciata dall'indifferenza delle stelle. Si fermò a debita distanza e si inginocchiò, in attesa che le parlasse. “Comandante, mi è stato detto che avete chiesto di partecipare al prossimo attacco al pianeta Eldar.” “Sì, maestà.” “Perché, comandante?” “Perché credo di potervi servire meglio in battaglia che qui.” “I vostri superiori vi ritengono un ottimo elemento: siete stata la migliore nel vostro corso sotto molti aspetti, siete un guastatore


formidabile, un’esperta nell’uso di qualsiasi apparecchio elettronico. Sapete, più che come pilota, io credo ci sia un’altra attività in cui siete stata addestrata che potrebbe decidere le sorti di questa guerra. Noi abbiamo bisogno di minare le loro difese dall’interno, capite?” “Cosa devo fare?” L'imperatore si alzò, muovendosi lentamente, con assoluta grazia, scese di un solo gradino ed attese qualche istante prima di sorriderle, gelido. “Diventate una di loro.” “Come desiderate, maestà. Non vi deluderò.” “Ne sono certo, comandante.” Scattò nuovamente in un rigido saluto e lasciò la sala. Rientrò nel suo alloggio, gettò il mantello sul letto e si avvicinò allo specchio, che le rimandò l'immagine di una giovane donna alta e sottile, dai lunghi capelli finissimi e quasi bianchi. Sorrise, senza gioia, rispondendo allo sguardo dei propri occhi verdi, poi la sua attenzione andò all’immagine che aveva appiccicato alla cornice, e il viso di una ragazza dai profondi occhi neri le restituì uno sguardo severo. Presto ci incontreremo, Nayda. Molto presto. Solo una ne uscirà viva.

O5O PIANETA ELDAR. Al segnale di Caes, Nayda corse lungo il corridoio e si fermò al riparo della svolta successiva; poi fu la volta di Mairik, che la raggiunse seguito dall’amico. Proseguirono così, oltrepassando parecchie aperture laterali, prestando la massima attenzione per non imboccare quella


sbagliata. Finalmente davanti a loro si aprì la grande piattaforma di lancio, con le astronavi allineate e pronte al decollo. Nayda trattenne il respiro, rendendosi conto della potenza della flotta che avevano davanti, consapevole di quanto quella tecnologia le fosse completamente sconosciuta. Guardò i due compagni, preoccupata. “Davvero sapete pilotare una di quelle?” Mairik la guardò con aria canzonatoria: “Sono un Restoriano, l’hai dimenticato?” “E come potrei? Mi basta guardarti per ricordarlo!” “Smettetela, voi due. Se raggiungiamo una di quelle, forse siamo salvi. Dobbiamo prendere quella più grande; con le altre non arriveremmo da nessuna parte.” Caes vide lo sguardo perplesso di Nayda e continuò: “Non preoccuparti, io e Mairik sappiamo cosa fare. Ora, via libera!” Si lanciò fuori dal riparo e in pochi istanti fu all’ingresso dell’astronave, poi Mairik mandò avanti Nayda e, mentre la guardava correre non poté fare a meno di pensare che era poco più di una bambina. Quando anche lei fu sulla rampa di accesso, uscì a sua volta. Accadde tutto in pochi istanti: la sentinella sbucò dall’ingresso laterale mentre lui era a metà strada, completamente allo scoperto, intimò l’alt e fece fuoco. Nayda cercò di raggiungere Mairik e, se non fosse stato per Caes che la trattenne, si sarebbe trovata anch'essa esposta al fuoco. “Vieni via!” le gridò Caes. “No! Mairik!” urlò la ragazza senza ascoltarlo. Altre guardie si stavano già riversando nell'hangar e Mairik capì che l’unico modo per mettere al riparo i suoi compagni era raggiungerli: Caes non sarebbe riuscito a far rientrare Nayda, che cercava di divincolarsi e sembrava incontrollabile. Con un incredibile sforzo riuscì a mantenersi in piedi e a guadagnare l'ingresso dell'astronave, che subito si richiuse, mentre i colpi


delle altre guardie si abbattevano sul portellone. Nayda si chinò su di lui, accasciato a terra, piangendo. “Mairik, rispondimi, ti prego!” Lui la guardò, quasi stupito dalla sua preoccupazione. “Dovete decollare, Caes, non credo di riuscire ad aiutarti...” il suo respiro si era già affievolito, faticava a parlare. “Ci penso io, Mairik. Nayda, occupati di lui. Dobbiamo andarcene al più presto da qui.” Scomparve in cabina di pilotaggio, lasciando Nayda disperata, che cercava inutilmente di arrestare la perdita di sangue del compagno ferito. Mairik, invece, era incredibilmente calmo. Prese le mani della ragazza, che cercò di contrastare la sua debole stretta per continuare a premere sulla ferita. “E’ inutile, Nayda.” “No, non è vero! Ci siamo riusciti, stiamo andando via, non ci riprenderanno. Troveremo un posto, troveremo qualcuno che ci aiuti. Non morire...” Aveva perso il conto delle volte in cui aveva detto a qualcuno “non morire”, ma non era mai servito a nulla: a partire dal giorno dopo l'attentato, quando le astronavi di Restor erano arrivate a devastare ogni cosa, non c'era stato altro che morte, ovunque. “Ragazzina, promettimi di tenere d’occhio Caes, mi raccomando. È così terribilmente serio, credo non sia proprio capace di divertirsi in alcun modo!” Lei cercò di ridere tra le lacrime. “Nemmeno io sono molto brava. Sei tu lo specialista dello scherzo, devi assolutamente restare con noi!” “Lo sapevo io, che non tutti i Maitoriani sono così male...” Chiuse gli occhi e le sue mani ricaddero a terra inerti. Nayda gridò: “Mairik, nooooo!” Il grido di Nayda risuonò nella stanza mentre si sollevava a


sedere nel letto, madida di sudore. Nonostante fossero passati ormai molti anni da quel giorno, gli incubi tormentavano ancora le sue notti. La luce della Stella Madre le diceva che ormai era già mattina, di certo non sarebbe più riuscita ad addormentarsi, così decise di alzarsi. Si scrutò, riflessa nello specchio che aveva di fronte al letto. Cielo, che faccia orribile ho stamattina! Si infilò sotto una doccia quasi gelida, poi pensò che, visto l’orario, fosse il caso di andare a far colazione. Indossò l'uniforme blu, che sebbene fosse di taglio militare non riusciva a nascondere le sue forme femminili, allacciò gli stivali e si specchiò nuovamente. Non male... pensò. Caes non le avrebbe dato la soddisfazione di farle un complimento, ma di certo qualcuno si sarebbe voltato al suo passaggio nei corridoi... come sempre... La porta scivolò di lato e lei prese la destra, per raggiungere la scala che conduceva ai piani inferiori della base, dove si trovava la sala mensa. Avrebbe potuto arrivarci ad occhi chiusi, ormai, visto il tempo che aveva trascorso lì dentro: la sua permanenza in questo insediamento militare durava da tre anni, preceduti da altri quattro in un'installazione puramente scientifica. In pochi minuti raggiunse la sala, dove trovò Caes, che non sembrò troppo stupito dal vederla lì così presto. Erano arrivati su Eldar sette anni prima, fuggiti dalle carceri di Restor nelle quali erano stati rinchiusi dopo la guerra di rappresaglia scatenata dall'attentato Maitoriano. Nayda era sopravvissuta al primo attacco, ma aveva perso la sua famiglia ed era rimasta nelle prigioni di Restor per due anni, prima di conoscere Caes e Mairik, accusati di spionaggio perché oppositori della politica militare di Hofeld. Avevano condiviso con Nayda la cella per più di un anno, aiutandosi a sopravvivere, fino al folle tentativo di fuga che li aveva condotti qui. Se però


Mairik aveva sempre trattato Nayda come una ragazzina non in grado di capire la situazione, Caes era diventato per lei come un fratello maggiore, l'aveva protetta ed aiutata, soprattutto a sopravvivere a se stessa, così carica di odio verso tutto e tutti da rischiare di autodistruggersi. Nayda gli si sedette di fronte e, cercando di assumere un’espressione tranquilla, si passò le mani fra i capelli cortissimi, spettinandoli con cura. “Insonnia o incubi?” le chiese Caes. “Ho sognato Mairik.” Caes rimase in silenzio per alcuni istanti. “Non potevamo aiutarlo in alcun modo. Se non avessimo subito decollato ci avrebbero ripresi e uccisi tutti quanti. So che è terribile, ma se anche ci fossimo fermati, sarebbe stato un sacrificio inutile. Anche lui lo sapeva.” “Lo so... ma se penso a quante volte abbiamo litigato, in quella cella... e poi non c’è stato nemmeno il tempo di chiedergli scusa, di spiegare...” “Ti voleva bene. Prenderti in giro era il suo modo di esternarlo. Le persone che non gli piacevano, si limitava ad ignorarle.” Nayda annuì, facendo vagare lo sguardo fuori dalla vetrata accanto al tavolo. “Vorrei che fosse riuscito almeno a raggiungere Eldar con noi. cercò di spiegare lei - Vorrei avesse visto quale meraviglioso pianeta ci ha ospitato. È stato incredibile, quando siamo usciti dal cancello dimensionale. Era così bello... così azzurro...” “Nemmeno io dimenticherò mai il nostro arrivo. Mai dimenticherò il modo in cui ci hanno aiutato, in cui hanno creduto in noi... intendiamoci, so bene che hanno avuto parecchi vantaggi dallo studio della nostra astronave. Negli ultimi anni le loro conoscenze nel campo aerospaziale hanno registrato progressi che avrebbero richiesto parecchi decenni: con l’esercito di dieci anni fa sarebbero stati spazzati via da Hofeld al primo attacco.”


Nayda osservò l'amico, pensando che davvero ora non sembrava quasi più un Restoriano: certo, era alto quasi due metri, ma la vita su Eldar lo aveva reso meno esile, più muscoloso (nei limiti del possibile per la sua razza), la pelle si era un po' abbronzata e faceva risaltare i capelli bianchi tagliati a spazzola e gli occhi verdi. Insomma, era un tipo ancora un po' strano, ma quel tanto che bastava per essere “interessante”: questo almeno era ciò che lei sentiva dire dalle donne della base. Riprese il filo del discorso, annuì pensierosa, poi rispose: “E’ vero, ma è anche vero che forse, se noi non fossimo arrivati qui, nemmeno Hofeld lo avrebbe fatto... forse ha scelto questo pianeta proprio perché ci ha inseguiti. Siamo stati la fortuna di questo mondo, oppure l’esatto contrario?” Caes annuì: “Al punto in cui siamo, non fa più molta differenza, non credi? Dobbiamo molto a questa gente, non possiamo fallire... anche se a volte mi chiedo fino a quando riusciremo a resistere.” Nayda sospirò amaramente scuotendo la testa. Gettò lo sguardo verso l'esterno, al di là della vetrata: la giornata stava iniziando sotto un cielo cupo e nuvoloso. “Dobbiamo tenere duro. Ci riusciremo, non so come, ma dobbiamo farcela!” Caes annuì e restarono in silenzio alcuni minuti, mentre finivano l'abbondante colazione, poi il suono della sirena d’allarme risuonò sinistro nell'aria: l’esercito di Hofeld attaccava ancora!


CAPITOLO 2. CATTURATA!

Nayda e Caes corsero fuori per unirsi agli altri soldati che ora, in un caos solo apparente, raggiungevano le loro postazioni di combattimento: videro Mark, Edward e Set arrivare anch'essi di volata mentre infilavano i caschi di protezione, presero posizione sui propri mezzi e decollarono. Nell’arco di pochi minuti erano in volo verso il nemico, a fianco delle astronavi Eldariane. La loro era la “Squadriglia 3”: l’astronave di Nayda aveva lei come unico pilota, mentre Maires, l’astronave che li aveva portati in salvo e che avevano battezzato col nome del loro pianeta, richiedeva un equipaggio di tre persone: Caes, Mark e Set. Edward, infine, pilotava un caccia più piccolo alloggiato su Maires. Fortunatamente il sistema di rilevazione che scandagliava l'intero pianeta permetteva di segnalare l'arrivo del nemico dallo spazio esterno con largo anticipo e le battaglie si svolgevano quasi sempre lontano da luoghi abitati, ma a volte l'esercito di Hofeld aveva adottato diversivi che gli avevano permesso di raggiungere le città, ed era stata una vera carneficina: la parola d'ordine pareva essere “niente prigionieri”, nulla veniva risparmiato. Ora i mezzi nemici schizzavano nell'aria a velocità impressionante, inseguiti dagli Eldariani o inseguendo gli stessi, secondo le sorti dei singoli duelli aerei. I raggi di luce saettavano


e le voci si rincorrevano nell'interfono: comandi, imprecazioni, grida di chi veniva colpito. Tra la schiera nemica spiccava il mezzo di testa, quello che pareva essere al comando dell'operazione: una grande astronave affusolata e lucente, simile a quella di Nayda nella forma allungata da cui sporgevano solo le sedi delle armi. Era una somiglianza strana, perché solitamente gli ufficiali di Hofeld preferivano mezzi superiori a quelli del nemico per dimensioni e capacità di fuoco. Nayda si accorse che il pilota sembrava intenzionato a battersi proprio con lei, perché si preoccupava solo dei mezzi che si trovavano tra loro due, come se avesse fretta di incontrarla. Era davvero bravo: sebbene fosse in svantaggio numerico, riusciva a tenere a bada gli avversari senza troppa fatica, velocissimo, imprendibile e perfettamente lucido nella sua tecnica di combattimento. Nonostante questo, pareva più preoccupato di sfuggire agli Eldariani che desideroso di abbatterli. Quando riuscì ad avere campo libero, l'astronave rimase sospesa in attesa della mossa di Nayda, come in un duello. “Bene, a noi due allora!” Dal suo abitacolo il pilota nemico la stava osservando. Sullo schermo aveva ingrandito l’immagine della sua avversaria per vederne il viso, per quanto fosse in buona parte celato dal casco di protezione. Fino alla fine, Nayda! Si inseguirono a lungo, senza che nessuno dei due riuscisse mai ad agganciare l’altro. Era davvero un duello, le astronavi Restoriane si erano trovate in inferiorità numerica e si erano ritirate, ma questa no: scartava di lato con accelerazioni improvvise, picchiava inaspettatamente riprendendo quota all'ultimo istante, spariva alla vista per poi ripiombare su Nayda come un rapace, mentre solo l'istinto permetteva a Nayda di evitare e respingere i suoi attacchi, mentre imprecava, ma nello stesso tempo ammirava la bravura di quel pilota.


Inspiegabilmente, all’improvviso il Restoriano commise un errore e si trovò esposto, vulnerabile all'attacco di Nayda, che colpì fulminea e rimase a guardare l'astronave nemica che precipitava. Accadde tutto in poche frazioni di secondo, perchè era tale il suo stupore per questo sbaglio così stridente con lo stile del nemico, che d’impulso, tra lo stupore di tutti, si lanciò in coda e l’agganciò magneticamente diminuendo l'intensità dell’impatto con il suolo. Gli atterrò di fianco e uscì dall’abitacolo impugnando la sua arma, decisa a raggiungere il pilota: qualcosa non quadrava, perché quella manovra assurda? Era troppo abile per commettere un errore simile, sembrava quasi avesse voluto farsi colpire. La trovò riversa sui comandi, svenuta a causa dello schianto. Aveva l’uniforme macchiata di sangue. Con cautela le si avvicinò, le tolse la pistola e notò che, non avendo il casco, si era ferita anche alla testa. La sollevò e i lunghi capelli bianchi ricaddero lungo la schiena. Sentì che il mezzo di soccorso stava arrivando e rimase a guardarla: aveva un corpo esageratamente snello, la pelle e i capelli chiarissimi, i lineamenti molto sottili, come tutte le Restoriane; se non l’avesse vista combattere non avrebbe mai immaginato che potesse trattarsi di un avversario così temibile, pareva potesse spezzarsi solo a toccarla. Nayda si era chiesta spesso come riuscissero a combattere, poiché non sembravano fisicamente in grado di farlo, non come lei, almeno: Caes le diceva sempre che chiunque, vedendola, si sarebbe messo in guardia. La voce del personale medico che arrivava la riportò alla realtà; porse loro l'arma che le aveva tolto e rimase a guardarli mentre la legavano sulla barella e la caricavano sul mezzo di soccorso. Sentiva una strana inquietudine, un misto di curiosità, desiderio di vendetta, stupore. L'odio che aveva imparato a dominare ed il rancore da cui Caes l'aveva guarita ora si riaccendevano, mitigati


però dalla curiosità verso un nemico che si era comportato in modo inusuale. Lasciò l'astronave danneggiata e risalì sulla sua per rientrare. Mentre sorvolava la base, ammirandone l'aspetto compatto e lucente, simile ad un guscio composto da un fitto intreccio, non poté fare a meno di pensare a tutti coloro che quello stesso giorno non erano riusciti a tornare e di nuovo un impeto di rabbia la scosse. Una volta a terra si diresse decisa verso l'infermeria, dove attese alcune ore sperando di sapere qualcosa di preciso sulla prigioniera. Se al suo posto ci fosse stato un qualsiasi altro soldato, di certo sarebbe stato rispedito nei suoi alloggi senza tanti complimenti, ma la sua posizione privilegiata le dava il diritto di chiedere molte più informazioni, non dovendo sottostare ad altri ordini se non a quelli del comandante in capo della base. Finalmente il medico uscì, accompagnato dal professor Airin. Nessuno dei due pareva stupito della sua presenza. “Si rimetterà. Ha preso una brutta botta alla testa e ha una ferita piuttosto profonda alla spalla, ma reagisce bene e sembra sia decisa a sopravvivere. Dormirà di certo fino a domani, quindi puoi tranquillamente tornare nel tuo alloggio e riposare. Te lo meriti.” Il mattino seguente il dottore non poté resistere all’insistenza di Nayda e le permise di entrare, perché la prigioniera stava riprendendo i sensi. L'avevano immobilizzata assicurandola al letto con delle cinghie, ma quando si svegliò non cercò nemmeno di liberarsi. Nayda si sentì gelare; il suo sguardo sembrava trapassarla e tanto era intenso il verde dei suoi occhi, tanto era fredda e distaccata la loro espressione. “Dove sono, che è successo?” “Non ricordi la battaglia?” le chiese di rimando, dubbiosa. “Non ricordo niente, chi siete?”


Il medico si avvicinò al letto, posando una mano sulla spalla di Nayda, e spiegò: “Hai preso una brutta botta alla testa, è meglio che riposi, presto ricorderai ogni cosa. Nayda, ora è meglio lasciarla riposare.” “Va bene, tornerò più tardi.” Nayda uscì, senza riuscire a togliersi di dosso la sensazione di disagio che aveva provato allo sguardo della prigioniera. Pensò che probabilmente lei, se si fosse risvegliata legata e fra sconosciuti, non avrebbe avuto lo stesso autocontrollo. Si chiese cosa avrebbero fatto: era la prima volta che catturavano un soldato nemico. Tornò in infermeria la sera stessa; il dottore disse che si stava riprendendo molto velocemente, ma la memoria non accennava a tornarle. “Sai, non credo sia un fatto solamente fisico. Forse il colpo è stato la causa, ma non ci sono lesioni gravi, quindi penso sia una reazione del suo inconscio... o una sua tattica. Ricorda la nostra lingua, ricorda il suo nome, il suo pianeta d’origine, ma nient’altro. Forse teme che potremmo cercare di estorcerle delle informazioni e quindi non vuole ricordare, la sua amnesia la mette al sicuro... ammesso che sia vera. Credo che la cosa migliore sia verificarlo. Purtroppo non abbiamo ancora mezzi collaudati per farlo... insomma... non abbiamo mezzi... regolari... però stiamo sperimentando un nuovo sistema per la comunicazione cerebrale, potremmo tentare... certo, non sappiamo ancora quali potrebbero essere le conseguenze, ma credo sia una possibilità da considerare. In ogni caso, staremo a vedere nei prossimi giorni, forse quando miglioreranno le sue condizioni ricorderà qualcosa. “Come si chiama, lo ha detto?” incalzò Nayda. “Sì, si chiama Slavja.”


CAPITOLO 3. SETE DI VENDETTA.

“Maledizione, non posso credere che tu ti faccia tanti problemi; quella ci avrebbe fatto a pezzi, se avesse potuto!” La voce di Edward era carica di rabbia. Riuniti nella palestra, Nayda e i suoi compagni commentavano con il professor Airin gli ultimi avvenimenti. Non essendo un membro di rango militare, bensì il responsabile dell'attività di ricerca scientifica, che era l'occupazione principale della base prima della guerra, poteva permettersi di parlare con loro “alla pari”, senza particolare attenzione alle gerarchie. “Sentite, ragazzi, non è una decisione che vi riguarda, sarà il Governatore a decidere se sottoporla o meno a questo dispositivo. Se funzionasse potremmo avere informazioni importanti, ma non sappiamo nemmeno se questa cosa può essere utilizzata su di lei. Al momento sono stati fatti test solo su esseri con cervelli di piccole dimensioni. Inoltre, il problema è che comunque ci vorrebbe un volontario dall’altra parte, qualcuno che possa ricevere le informazioni contenute nella sua mente, e io non rischierei nessuno: potrebbe uscirne col cervello distrutto. Siamo ancora lontani da un uso sicuro, abbiamo notato che gli animali sottoposti al test tendono a comportarsi in modo analogo anche quando vengono scollegati; al momento non ci sono spiegazioni sul perché di questi comportamenti, è come se uno dei due cervelli modellasse l’altro a sua immagine. In ogni caso, ripeto,


non sarete voi a deciderlo. Ora devo andare.” Detto questo il professore uscì senza aggiungere altro. Edward si era affacciato alla finestra e voltava le spalle ai compagni, nel tentativo di riprendere il controllo di sé. Poco più che trentenne, non molto alto, ma decisamente pericoloso per la sua abilità in tutte le discipline di lotta corpo a corpo, raramente dava segni di irascibilità, ma quando accadeva tutti si tenevano alla larga. Aveva perso sua moglie e i suoi due figli in uno dei primi attacchi di Hofeld, quando le astronavi erano riuscite a raggiungere la sua città: da allora viveva solo per la guerra. “Senti Edward” intervenne Caes “ho solo detto di stare bene attenti a ciò che decidiamo di fare. Edward, io ho visto cosa le persone riescono a fare per vendetta e cosa possono fare per il ‘bene comune’. Non possiamo usarla in questo modo.” Nayda era rimasta in silenzio fino a quel momento, assorta nei suoi pensieri, osservando i suoi compagni con attenzione: Edward rimaneva ostinatamente rivolto verso la vetrata, mentre Mark e Set frenavano a stento la loro indignazione per questa innaturale preoccupazione dell'incolumità del nemico. Erano i più giovani della squadra, dei piccoli geni dell'aeronautica, fratelli ma assolutamente opposti: Mark era alto e magro, aveva pelle ambrata e lunghi capelli neri, mentre Set era ben più basso, aveva la pelle chiara ed i capelli rossi. Nei primi tempi avevano fatto impazzire tutti perché erano particolarmente inclini alle burle, ma quando infilavano il casco e decollavano sembravano entrare in perfetta simbiosi e pilotavano l'astronave con la perizia dei più navigati piloti. Una parte di Nayda era totalmente d'accordo con loro, lo stomaco gridava di prendere quella donna e rivoltarla con tutti i mezzi per ottenere informazioni di vitale importanza per l'esito della guerra, ma sotto la pelle serpeggiava un'inspiegabile sensazione gelida, un richiamo alla consapevolezza di cosa fosse giusto fare. Sapeva che Caes aveva indiscutibilmente ragione. Anche lei aveva ben presente quanti orrori era stato possibile giustificare con parole


altisonanti come “bene comune”, nelle prigioni di Restor. Il filo dei suoi pensieri fu interrotto dal suono dell'allarme, seguito da un annuncio stringato ma eloquente: “Attenzione: la prigioniera è fuggita. Non sappiamo se sia armata, quindi chiunque dovesse vederla si avvicini con cautela.” I ragazzi si guardarono increduli, per poi precipitarsi fuori con le armi in pugno. Si divisero senza bisogno di parlare e intrapresero anch'essi la ricerca di Slavja, nonostante fossero certi che chi di dovere fosse già al lavoro. Mark e Set salirono ai piani alti, Caes e Nayda si diressero agli hangar, mentre Edward uscì all'esterno. Non fu una ricerca fortunata, nessuno vide nulla, né trovò alcuna traccia utile per capire in quale direzione si fosse diretta Slavja; alle squadre assegnate alla sua ricerca non andò meglio: non fu nemmeno possibile stabilire se fosse uscita dalla base, perché inspiegabilmente nessuna delle telecamere di sorveglianza l'aveva ripresa.


CAPITOLO 4. LIBERA!

Slavja si svegliò senza aprire gli occhi. Sentiva le cinghie che la tenevano al letto, ma non si mosse. Invece ascoltò con attenzione. Qualcuno respirava a poca distanza da lei, doveva essere il medico che la stava curando. Pensò che la mossa migliore fosse attendere l'occasione propizia. Non avere fretta. Si disse. Pensò nei minimi dettagli a come avrebbe agito, per non perdere tempo una volta rimasta sola. Il medico attraversava la stanza con passo lento, probabilmente stava controllando l'esito degli esami che le aveva fatto, cercando di capire qualcosa di più delle caratteristiche della sua pazienteprigioniera. Finalmente Slavja udì lo scorrere quasi impercettibile della porta, i passi si allontanarono per poi zittirsi completamente dopo il nuovo scivolare dell'uscio. Silenzio. Aprì gli occhi ed ebbe la conferma di essere rimasta sola. Portò l'attenzione alle cinghie e sorrise. Non era un vero sorriso, piuttosto una smorfia di scherno verso chi aveva pensato di tenerla imprigionata in una maniera tanto primitiva. Il dispositivo che si trovava sotto l'unghia del suo indice destro scivolò lentamente fuori, una lama non rilevabile da alcuno strumento eldariano, sottilissima e tagliente. Fece attenzione e non aprirsi la coscia da sola, mentre ruotava la mano e recideva in


un attimo la striscia che le tratteneva il polso, poi liberò l'altra mano e le gambe. Scese dal letto e si diresse senza esitazione al contenitore in cui avevano riposto i suoi abiti: non le creava problemi fuggire seminuda, ma la sua uniforme non si sarebbe limitata a coprirla. Gli Eldariani erano davvero degli sprovveduti, non avevano pensato minimamente ad esaminarla, dopo averle tolto le normali armi. Si vestì in un attimo, poi si guardò attorno, già pronta ad agire. Aveva notato l'assenza di telecamere in infermeria, ma era certa che ne avrebbe trovate nel corridoio, quindi si diresse alla finestra: erano sufficientemente in alto da non essere considerata una via di fuga... altro errore... pensò, uscendo sul davanzale senza esitazione. Non guardò il salto che aveva sotto di sé, la parete si perdeva nel buio della sera, azionò un dispositivo celato nell'uniforme, che le permise di far presa sul muro, salendo più agevolmente. Costeggiò alcune finestre, finché ne trovò una aperta. Rimase in silenzio ad ascoltare eventuali rumori, ma non sentì nulla. Si sporse per vedere che posto fosse: sembrava una sala controllo dismessa, i pochi macchinari erano coperti e c'era odore di vernice fresca, forse il motivo della finestra aperta. Slavja non vide telecamere, quindi scivolò dentro. E' evidente che questo posto non è nato come base militare, la sicurezza non è il suo forte. Meglio così. Osservò il condotto dell'aria e lo seguì per trovarne l'accesso, nel quale si infilò agilmente e senza lasciare traccia del suo passaggio. Cominciò a spostarsi lentamente, poi pensò che non fosse prudente muoversi ora che non c'erano rumori, quindi si fermò e rimase in attesa. Sapeva esattamente dove si trovava e quale locale doveva raggiungere, ma lo avrebbe fatto più tardi. Rimase immobile a pensare, sdraiata nel condotto, mentre la sua memoria si faceva viva a brevi spezzoni. Sentiva il metallo freddo sotto la schiena quasi nuda, ma durò solo pochi attimi, perchè il materiale della tuta reagì immediatamente, portando il suo corpo alla temperatura ottimale.


Il suono della sirena annunciò che si erano accorti della sua fuga. Ora più che mai doveva restare immobile e lasciar passare tempo a sufficienza. Qualsiasi piano, anche il migliore, aveva nella fretta il peggior nemico, quindi decise di chiudere gli occhi e riposare, in attesa di poter entrare in azione. “Ti sembra possibile che non abbia lasciato tracce? Voglio dire: questa è una base militare, come accidenti fa un prigioniero a sparire in questo modo?” Nayda era esterrefatta da ciò che stava accadendo: Slavja pareva semplicemente sparita. Non c'erano immagini di lei nei corridoi, nemmeno quella dell'uscita dall'infermeria. Caes non sembrava altrettanto stupito. “Devi tener conto, Nayda, che noi siamo evasi anni fa con un congegno piuttosto rudimentale rispetto a ciò che lei potrebbe avere a disposizione.” Nayda scosse la testa: “Non aveva nulla con sé, tranne i suoi vestiti.” Caes la guardava con aria quasi compassionevole. “Nayda, tu non hai la minima idea di cosa possa fare un Restoriano. A dire il vero, io avrei dovuto immaginare che ci volesse ben altro per tenerla prigioniera, ma mi sono fatto beffare dalla convinzione che la sua amnesia fosse reale. Avrei dovuto metterli in guardia, nessun altro poteva farlo, tranne me.” Camminavano lungo il corridoio che conduceva all'esterno, inondato dalla luce del giorno. Edward li incrociò e li salutò con un cenno, senza parlare. “Se l'avessero lasciata in mano a lui, credo che ci avrebbe dato tutte le informazioni possibili, anche senza sonda...” ironizzò Nayda. Caes non raccolse la provocazione, ma la guardò con profonda tristezza.


CAPITOLO 5. SABOTAGGIO.

Slavja aprì gli occhi e rimase in ascolto. Sapeva che erano trascorsi tre giorni, il tempo sufficiente perché tutti la credessero ormai altrove. Ingoiò l'ennesima pillola che avrebbe tenuto lontano i crampi ai muscoli per l'immobilità forzata e contemporaneamente l'avrebbe nutrita a sufficienza. Era ora di entrare in azione. Il movimento generale che animava i corridoi e le sale in pieno giorno avrebbe coperto eventuali rumori creati dal suo spostamento. Visualizzò la pianta della base nella propria mente, poi cominciò a strisciare. Non riusciva a muoversi velocemente, ma aveva tutto il tempo necessario, ed era stata addestrata a dominare l'impazienza. Era stata addestrata al meglio. Raggiunse finalmente un raccordo della tubatura che le permise di mettersi in piedi, perché il condotto orizzontale incrociava il verticale. Era decisamente stretto, ma lei era sottile e ben attrezzata: scivolare giù significava ferirsi seriamente e quasi certamente essere scoperti per il troppo rumore, ma calarsi con calma era un'altra cosa. Agganciò il sottilissimo filo allo spigolo e cominciò a scendere. A volte sentiva i suoni dei locali vicino ai quali stava passando e si fermava, finché le voci non si allontanavano. Si sorprese ad ascoltare alcune conversazioni non particolarmente interessanti,


che però la colpirono per il tono che percepiva: quella gente non aveva paura. Almeno, non ne aveva dei compagni. Quando i piedi toccarono il fondo del condotto, temette di non poter proseguire: a malapena riusciva a riportare le braccia lungo i fianchi, tanto era stretto il passaggio. Il metallo era a pochi centimetri dal suo viso, dalla sua schiena, dai suoi fianchi. Chiuse gli occhi e respirò lentamente, ricalcolando la propria posizione. Non doveva essere lontana dall'obbiettivo, ma ora aveva bisogno di spazio. Cercò di inginocchiarsi, per scivolare poi all'indietro nel canale orizzontale. Non fu un'impresa facile, soprattutto vista la necessità di non fare rumore, ma ci riuscì. Scivolò ancora e finalmente trovò un pannello di ispezione. Ora veniva la parte difficile: uscire senza farsi vedere. Questo sì, lo avrebbe fatto di notte. Mark e Set rientravano nei loro alloggi, dopo aver trascorso una mezza giornata fuori, visto che avevano qualche ora di libera uscita. “Io credo che qualcuno l'abbia aiutata.” Sentenziò Set, ricevendo lo sguardo allibito del fratello. “Ma stai scherzando? Chi mai farebbe una cosa simile?” “Beh, magari ha sedotto qualche infermiere, magari perfino il dottore...” “Perché, tu pensi che quella potrebbe sedurre qualcuno? Ma l'hai vista? Ha la sensualità di un iceberg, e poi se la guardi controluce puoi esaminarla senza strumenti!” Risero entrambi della battuta, poi proseguirono inconsapevoli della presenza di Slavja proprio sopra le proprie teste. Era notte, il corridoio era silenzioso. Certo, se oltre che silenzioso fosse anche buio, sarebbe meglio. Non poteva certo aspettare un simile colpo di fortuna, a meno che non intendesse restare nel condotto per qualche fase (unità temporale di 38 giorni, n.d.a.), in attesa di un black-out.


Azionò il modulatore, che bloccò l'immagine delle telecamere di sorveglianza nel raggio di 20 metri, sganciò il portello e scivolò giù, atterrando silenziosamente sul pavimento lucido del corridoio. L'ingresso dell'hangar non doveva essere lontano, ma tutta quella luce! Era quasi impensabile non essere vista da nessuno. La lama scivolò nuovamente fuori dall'unghia, questa volta accompagnata dalle altre nove, buone alternative all'arma che le avevano sottratto. Quando raggiunse l'ingresso secondario dell'hangar, aprì lentamente la porta di sicurezza, l'unica non azionata elettronicamente, e vide la sua astronave. Sorrise di nuovo, la stessa strana smorfia. Scivolò dentro non appena vide la guardia allontanarsi a sufficienza, adocchiò un piccolo vano attrezzi laterale e ci si infilò. Non le serviva salire sull'astronave per mettere in opera il suo piano, quella vicinanza poteva bastare. Il sistema di controllo remoto inserito nella sua testa si collegò al computer di bordo, e lei diede l'avvio alla procedura di connessione al computer della base. Non fu difficile violare il sistema, senza nemmeno essere scoperti, poi la procedura che aveva già caricato prima di giungere sul pianeta fece tutto da sola e lei decise che era più prudente allontanarsi. Se l'avessero ripresa lontano dall'hangar non avrebbero sospettato di nulla, e se fosse riuscita a lasciare la base non si sarebbero fatti alcuna domanda, almeno fino al prossimo attacco. C'era un automezzo per il trasporto merci poco lontano, pareva pronto a partire ed era momentaneamente abbandonato a se stesso, visto che l'autista era in disparte, impegnato a chiacchierare con un altro addetto. Slavja azionò il modulatore, raggiunse il portellone posteriore e si infilò in mezzo ai contenitori che occupavano già quasi tutto il rimorchio, certa che non fosse possibile vederla, se si fossero limitati a guardare restando all'esterno. Pochi minuti dopo il mezzo partì e lasciò la base, dirigendosi verso la città. Lei rimase in attesa finché non fu certa di essere fuori portata visiva di qualsiasi eventuale guardia


esterna, poi emerse dagli imballi. Il vano di carico era separato dalla cabina dell'autista, quindi era al sicuro. Si spostò verso la fine del rimorchio, per meglio osservare la zona: stavano transitando per una strada completamente priva di traffico, non c'erano altri mezzi in vista. Evidentemente si trattava di una via di accesso riservata alla base, utilizzata solo dai mezzi che entravano o uscivano per i motivi più diversi, oppure la calma era dovuta all'ora notturna. Slavja si arrampicò sul tetto del rimorchio, restandovi sdraiata mentre valutava il da farsi. Presto avrebbero raggiunto un gruppo di alberi che costeggiavano la carreggiata e formavano una galleria naturale con i lunghi rami che si intrecciavano sopra di essa. Al termine di questo “corridoio” la via curvava e cominciava una discesa dolce che portava verso le luci della città. Non appena l'automezzo raggiunse gli alberi Slavja si aggrappò ad un ramo robusto e si sollevò a sedere su di esso, finché non vide sparire il rimorchio inghiottito dalla discesa. Con un agile balzo fu nuovamente sulla strada, poi subito nel folto del bosco, immobile. Stava per azionare il dispositivo intraoculare che le avrebbe permesso di vedere perfettamente anche al buio, ma si fermò: non ce n'era alcun bisogno, perché i due satelliti di Eldar illuminavano la notte rendendo ben visibile tutto ciò che la circondava e presto la sua normale vista sarebbe stata sufficiente. Meno tecnologia uso, meno probabilità ho che mi rintraccino in qualche modo. Si inoltrò tra gli alberi, ma dopo pochi passi si fermò. Per un istante, o forse solo per una frazione minima di un istante, una sensazione mai provata prima l'avvolse. Ascoltò il silenzio e sotto la pelle della schiena sentì scivolare qualcosa che non avrebbe saputo definire. Lì, appena sotto l'epidermide, un freddo che non era freddo risalì dalle caviglie, si spalmò sui fianchi e le accarezzò le scapole, per poi insinuarsi lungo il collo fino alla nuca. Tremò, solo per un attimo. Fa freddo. Si disse, ma sapeva che era altro. Riprese il cammino,


fino a raggiungere una piccola radura, dove le piante si diradavano per lasciare spazio ad alcune pietre e ad un ruscello che scorreva tranquillo e quasi silenzioso. Sì, perché non c'era nulla di simile al silenzio che conosceva: il suo silenzio era fatto di nulla, di assenza assoluta di qualsiasi suono, eccetto a volte il rumore soffocato di meccanismi che funzionavano non visti, di luci che ronzavano in modo quasi impercettibile, di fruscii di porte che scorrevano, ma nello spazio il silenzio era totale. Qui era tutto diverso, il silenzio non esisteva: c'era l'acqua che scorreva, c'erano le foglie mosse dal vento, per quanto leggero, c'era il rumore dei suoi passi, dell'erba che frusciava, di insetti che cantavano per chissà quale rito notturno. Si avvicinò alla pietra più grande e vi si sedette, pensando che doveva trovare un posto dove trascorrere il tempo fino al prossimo attacco e per farlo aveva bisogno di vedere chiaramente cosa la circondava. Attivò la vista notturna, e ben presto individuò una zona dove gli alberi crescevano talmente addossati uno all'altro da aver creato con alcuni grossi rami intrecciati una specie di piattaforma sospesa a qualche metro da terra. Vi salì agilmente e vide che era una buona soluzione momentanea: così rialzata non sarebbe stata facilmente visibile in lontananza, nel caso qualcuno avesse deciso di fare una passeggiata da quelle parti. Si accomodò contro il tronco cercando la posizione più comoda possibile, poi decise di provare a dormire un po'. Fu l'alba a svegliarla, ancora nell'identica posizione in cui si era addormentata. Si guardò intorno in silenzio per essere certa di essere sola, poi finalmente si mosse, stese braccia e gambe e balzò giù. Accovacciata con una mano poggiata a terra tra i piedi, sembrava un ragno bianco e sottile. Tornò al ruscello perché, nonostante avesse ancora le pillole, aveva voglia di bere acqua che fosse liquida e reale. La luce del giorno inondava poco a poco ogni cosa e lei guardava quel pianeta come se non ne avesse mai visto uno prima d'ora. Si chinò sul ruscello e bevve, così, mentre il freddo le scendeva dentro insieme all'acqua, i ricordi arrivarono


come un'onda. Acqua. Acqua rovesciata su un tavolo. Acqua che scivola giù, sul pavimento, unico suono in una stanza colma di silenzio e di morte. Ricadde seduta a terra, con la mano ancora sollevata nel gesto di bere, incredula, mentre ciò che la sua mente le aveva tenuto nascosto da quando si era risvegliata nel letto della base, finalmente si faceva strada nella sua coscienza. Non è possibile! Cosa ho fatto? Non era questo ciò che si era prefissa partendo per la sua missione, ma ora come avrebbe potuto rimediare?

FINE ANTEPRIMA CONTINUA…


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Il vento di Eldar