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JURY LIVORATI

Alethya - Libro Primo

IL RITORNO DI BEYNUL

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IL RITORNO DI BEYNUL

Copyright © 2013 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-591-5 Copertina: Immagine fornita dall’Autore

Prima edizione Settembre 2013 Stampato da Logo srl Borgoricco - Padova


A Andrea, Matteo, Simone …baggiani!


Prefazione Non sono uno scrittore di genere. Dopo aver portato a termine il primo volume della saga di Alethya, che tra poco andrete a leggere, il primo pensiero è stato: chi l’avrebbe mai detto? Come lettore sono nato e cresciuto con Stephen King e affini, e sul genere horror sono state imbastite tutte le mie prime esperienze letterarie. Quando pensavo a me come a un eventuale scrittore, mi vedevo classificato solo ed esclusivamente in quel genere. Ma il destino ha voluto diversamente. Tant’è che il primo lavoro fatto e compiuto, M@rcello, è quanto di più lontano da ciò che io abbia mai letto in vita. Per genere, ma sottolineo solo per genere, era qualcosa paragonabile più a La solitudine dei numeri primi che a Shining, per dirne uno. L’eredità, che ha segnato l’ingresso nel sogno a occhi aperti che sto ancora vivendo e che spero non finisca mai, si riallacciava alla mia provenienza horror. Ma subito dopo, ecco spuntare il progetto ambizioso di una trilogia fantasy, la quale non solo ha preso vita in modo naturale, ma ha saputo coinvolgermi a tal punto da sfuggirmi di mano, da riempire le mie giornate e i momenti prima di prendere sonno. Una trilogia che vede pubblicato, con mia enorme soddisfazione e soprattutto gratitudine verso l’editore, il primo volume, ma che già è in fase più che avanzata nelle segrete stanze dove tutti i miei lavori prendono vita. Non so quello che mi aspetta nel futuro, dunque. Non posso sapere quel che scriverò domani, perché la fiamma della creatività potrebbe condurmi verso lidi inesplorati di cui nemmeno ipotizzavo l’esistenza. Quel che so per certo è che continuerò ad alimentare quella fiamma e a cavalcare l’onda dell’entusiasmo che mi ha spinto fino a qui e che, al momento, non sembra aver perso intensità. Non c’è niente di più bello di una simile esperienza. Ma adesso vi lascio al viaggio che inizia nella prossima pagina e che finirà tra tre libri. Mi auguro che possiate trasferirvi per qualche ora in un mondo diverso, assieme a gente speciale ma che, come noi da questa parte, deve fronteggiare infinite difficoltà e lottare e soffrire per ciò in cui crede. E mi auguro che possiate diventare compagni di viaggio di Beynul e degli altri e condividere le loro emozioni, nel bene e nel male, come ho fatto io mentre cercavo di mettere per iscritto la loro storia. Jury Livorati Maggio 2013


PS: Ritengo di essere cresciuto e di aver sensibilmente migliorato il mio stile grazie ai commenti e soprattutto alle critiche ricevute per L’eredità . A tal proposito vi invito caldamente a non essere benevoli con me e a inoltrarmi qualunque osservazione cercandomi su Facebook, sul mio blog Scrivere è un Viaggio e anche sotto casa, se vi va.


51 direttamente su altri uomini prima di allora, ma la rabbia e il dolore lo spinsero a un gesto estremo per proteggere se stesso e i suoi amici e per servire la causa dei Tecnici. Decine di pire umane strillanti precipitarono dall’alto, o rotolarono sul tetto del Convento. Gli ardmala che correvano verso la torre si arrestarono, orripilati e spaventati da quella visione, ma ripresero vigore subito dopo, constatando che il Tecnico pirogeno, riverso a terra, era stato trafitto da altre frecce. Le guardie ricominciarono a correre all’inseguimento dei due uomini che, a mezzo miglio di distanza ormai, cercavano di conquistare la foresta e mettersi in salvo. Quando furono all’altezza di Brentan, disteso scompostamente a terra e sanguinante, lo oltrepassarono senza degnarlo di attenzione. Ma Brentan, che li stava aspettando, con le ultime forze residue della sua agonia alzò per l’ennesima volta le mani e scatenò il più grande incendio di quella giornata, tutto intorno a sé per un raggio di oltre dieci piedi, sacrificando la sua stessa vita, ma consentendo ad Amildren e Cneer di recuperare senza rischi Grunden e Lauter. Da lontano, Gavren assistette alla scena in ogni suo particolare. Quando vide l’esplosione delle fiamme chiuse istintivamente gli occhi. Aveva vissuto momenti terribili per tutta la sua vita e aveva visto morire e ucciso personalmente decine di persone, ma dovette trattenere un urlo di disperazione. Poco dopo Grunden e Lauter furono portati in salvo con i loro compagni. «Dobbiamo andare, ne arriveranno altri tra poco» gridò Amildren, incamminandosi nel fitto della foresta, percorrendo a ritroso la strada da cui erano arrivati. Streelar, ancora in stato confusionale, fu la prima a seguirlo. Fu poi il turno di Cneer, che portò con sé Crestol, facendo attenzione alle frecce che spuntavano dal suo corpo, e di Grunden e Lauter. Paliben rimase accanto a Gavren senza parlare. «Ce l’abbiamo fatta» commentò infine Gavren. Il bambino era disteso ai suoi piedi, ancora sedato. «Abbiamo perso un grande amico e un eccellente guerriero, ma ce l’abbiamo fatta. Ora andiamo.» Raccolse il bambino e si incamminò, seguito da Paliben.    )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD


Parte prima Il rapimento


11 Alethya, Anno del Vaso 798

I Alle luci dell’alba, il piccolo Kal fu svegliato dal tyrmal Malun. Scosso dalle sue possenti e rugose mani, a fatica aprì gli occhietti, non ancora avvezzi a quelle levatacce mattutine. Erano i primi giorni del Freddo e nel morbido giaciglio di paglia del bimbo, sotto alle coperte di lana, si era diffuso un piacevole tepore. «Sveglia, Kal!» borbottò Malun «èTyrloil!» Nel primo giorno della settimana, il “giorno della religione”, migliaia di credenti da ogni villaggio si radunavano a Mistar per le celebrazioni nel grande cortile della Cittadella, il centro supremo della religione. Kal si sedette, ancora intontito, e guardò mestamente Malun. «Eccomi, tyrmal» sussurrò, ma un lungo sbadiglio rese le sue parole incomprensibili e fu così intenso da deformarne il volto. «Perdono» aggiunse, notando lo sguardo di rimprovero del suo tutore, il quale aveva speso infinite parole sulla discrezione e l’educazione che si confacevano a un bambino come lui. «Avanti, o ti rimarrà poco tempo per la passeggiata» lo incitò, con uno dei suoi rari sorrisi. Erano tra le poche esternazioni di simpatia di Malun, un anziano dallo sguardo severo, reso ancor più fermo dagli occhi stretti e fissi. Kal ne provava ancora soggezione, nonostante lo conoscesse da otto anni. Quel viso rugoso, quella pelle secca, conferivano al tyrmal un’aura autoritaria che quasi spaventava. All’udire della passeggiata il bambino si riebbe. Adorava camminare nell’immenso parco del Convento, odorarne i fiori e cercare di avvicinare gli animaletti che lo popolavano. Lo svago gli era concesso solo il mattino presto e per un paio d’ore al più, che si riducevano a una soltanto a Tyrloil. Per la sua felicità erano comunque sufficienti. Si mise in piedi, minuto nella sua veste beige che lo copriva fino alla punta dei piedi. Se la tolse di fretta, trattenendosi dal lanciarla scompostamente a terra solo all’ultimo momento. La poggiò sul letto e la piegò come meglio riuscì, elemosinando uno sguardo di approvazione di Malun. Questi era impassibile alle sue spalle e lo


12 guardava sorreggendo la tunica di lana con cui Kal avrebbe dovuto coprirsi prima di uscire. Il piccolo si vestì con rapidità e allacciò con fare esperto la corda all’altezza della vita. Quando ebbe finito, Malun gli offrì gli stivaletti di cuoio imbottiti di pelo, che nel Freddo sostituivano i sandali. «Ora vai a lavarti e poi corri nel Refettorio» gli ordinò il tyrmal «ti aspetterò là.» Si congedò e uscì dalla piccola stanza al piano terra del Convento. Kal non attese oltre e si affrettò verso la vaschetta di terracotta che ogni sera veniva riempita con acqua limpida. Immerse le mani e provò un brivido di freddo, che si trasformò in un violento schiaffo quando si bagnò il volto. Trattenne il respiro per un istante, poi decise che era sufficiente e si asciugò con un panno. «Ecco fatto» disse a se stesso con voce gioiosa. Diede un’ultima occhiata intorno, avesse accidentalmente dimenticato qualcosa fuori posto. Malun era un fervente sostenitore dell’ordine, oltre che dell’educazione, e non tollerava mancanze in tal senso da parte di Kal. Innumerevoli punizioni si erano susseguite, dal diniego della passeggiata nel parco al digiuno, ma alla fine il bambino aveva imparato a rispettare gli insegnamenti del tyrmal. Anche quella mattina pareva tutto a posto, ragion per cui Kal abbandonò la stanza e corse nel Refettorio.


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II Il Refettorio era una delle stanze più ampie del Convento, un grande salone rettangolare dalle pareti spoglie, fatta eccezione per qualche arazzo e un paio di affreschi che narravano vicende di cui si era reso protagonista Mander. Il soffitto era attraversato da lunghe e robuste travi in legno a cui erano appesi quattro lampadari di cristallo. La loro disposizione individuava un quadrato al centro del quale si trovava un quinto lampadario, più voluminoso e articolato per fattura, che sovrastava il punto esatto in cui sedeva il Manderley. Sui lati più corti del Refettorio si aprivano due porte ad arco, che lo collegavano all’ala riservata ai dormitori e al chiostro centrale rispettivamente. Enormi finestre si affacciavano sul cortile che ospitava un antico pozzo ormai in disuso e garantivano l’illuminazione della stanza assieme ai cinque lampadari. Al centro si trovava un tavolo in legno di cipresso, sopraelevato rispetto al pavimento per mezzo di una pedana quadrata su cui era dipinto il simbolo della M. Il tavolo era sempre rivestito da una tovaglia rossa, e al posto riservato al Manderley, individuato da un pregiato trono, un piatto, un calice e delle posate erano disponibili in ogni momento della giornata per fronteggiare qualunque necessità del capo della religione. Attorno al tavolo centrale se ne disponevano altri, in legno meno pregiato, quasi sempre faggio. Erano allineati a formare quadrati di lato crescente intorno alla pedana sopraelevata, e in modo dalasciare un corridoio libero alle spalle del trono del Manderley. Quando Kal entrò nel Refettorio, attraverso l’arco che ne permetteva l’accesso dai dormitori, venne salutato dai benevoli sguardi dei tyrmala seduti ai tavoli più prossimi. La sala era al completo, quasi trecento uomini disposti ordinatamente e in raccolto silenzio lungo la corsie delimitate dai tavoli. I posti ancora liberi, oltre a quello del bambino, erano riservati a Malun, che attendeva davanti alla pedana centrale con le mani intrecciate all’altezza dello stomaco, e al Manderley. Il Rappresentante di Mander tra gli uomini, signore di tutti i tyrmala e guida del Regno, avrebbe fatto ingresso per ultimo, per offrire il ringraziamento per il cibo prima della colazione. Essendo Tyrloil, avrebbe anche esposto i temi del discorso preparato per la successiva celebrazione.


14 Kal, eccitato al pensiero degli amici animali che avrebbe incontrato a breve nel parco, e a stomaco pieno per di più, raggiunse a saltelli Malun, il quale borbottò qualcosa di incomprensibile e scosse la testa. Con un ampio gesto della mano e un’espressione eloquente invitò il bambino ad accomodarsi. Kal era l’unica persona a poter sedere al tavolo centrale, proprio di fronte al Manderley, seppur su una normale sedia in legno alla guisa degli altri tyrmala. Percorso il corridoio alle spalle del trono, arrivò alla pedana centrale e vi salì, portandosi sul suo lato del tavolo. Nel frattempo Malun si era spostato in un angolo del Refettorio, accanto a una delle finestre che davano sul chiostro, dove una piccola campanaera fissataal muro. Il tyrmal strinse tra le mani la cordicella a cui era collegato il batacchio e, con una breve occhiata ai suoi pari e soprattutto a Kal che si era finalmente ricomposto, la scrollò tre volte. La campana era piccola, ma estremamente acuto e penetrante era il suono che emetteva e lo si sarebbe sentito anche se il Refettorio non fosse stato immerso nell’assoluto silenzio. I tyrmalasi alzarono in segno di rispetto e, se non erano già rivolti verso il trono centrale, si sistemavano in modo da averlo di fronte. Anche Kal si mise in piedi, col tavolo che gli arrivava all’altezza del petto, e spostò lo sguardo verso l’arco che si apriva sul porticato intorno al chiostro. La norma voleva che guardasse dritto davanti a sé fino al momento in cui il Manderley non fosse entrato nel suo campo visivo, Malun glielo aveva ripetuto mille volte, ma lui cedeva sovente alla tentazione di osservare per primo il Signore, che entrava nel Refettorio con fare pomposo e sembrava inebriarsi della compostezza dei tyrmala e del loro riverente silenzio. Il Manderley non si era mai avveduto di tale mancanza di rispetto, poiché teneva lo sguardo sulle proprie mani giunte finché non arrivava al trono; ma Malun e gli altri Religiosi avevano Kal perfettamente sott’occhio e restavano scandalizzati dalla sua audacia, particolare che non mancavano di fargli notare dopo ogni pasto. Al bimbonon interessava, se non altro perché si era reso conto che, rispetto ad altri insegnamenti su cui Malun era intransigente, quella regola pareva meno importante. In verità, nonostante i suoi otto anni appena, Kal aveva ben compreso che qualunque comportamento decidesse di tenere, qualunque infrazione alle norme commettesse, la punizione per lui era nulla, o comunque di entità inferiore rispetto a quelle riservate ai tyrmala o ai cittadini non Religiosi. Perché lui era importante. Non era sicuro di aver afferrato fino in fondo la vera ragione di ciò, ma era importante. Fondamentale. Pochi istanti erano trascorsi dal suono della campanella, allorché il Manderley comparve nel porticato circostante il chiostro, giungendovi


15 dalla sua residenza privata. Non indossava ancora gli abiti per la celebrazione di Tyrloil, ma una quotidiana tunica rossa con grandi bottoni dorati allineati in corrispondenza del petto, ognuno con inciso il simbolo della M. Sul capo portava una coroncina di legno, che secondo la tradizione era stata intagliata dallo stesso Mander ed era stata poi tramandata nei secoli da un Manderley al suo successore. Il Rappresentante di Mander poteva cambiare abito a piacimento, a seconda delle celebrazioni e delle norme che egli stesso introduceva, ma per nessuna ragione e in nessun momento gli era concesso separarsi dalla corona di legno, che rappresentava il mezzo fisico di collegamento del suo spirito con quello di Mander. Si diceva che in passato altri Manderley non avessero rispettato una simile usanza, e che il declino subito dalla religione prima del Grande Giorno fosse dovuto anche a tali mancanze. Kal seguì i lenti, abitudinari movimenti del Signore, percependo centinaia di occhi dei tyrmala rivolti nella sua direzione e sentendosene alquanto turbato, come se gli suscitassero un leggero prurito. Era ormai avvezzo a essere costantemente al centro dell’attenzione, tuttavia non mancava di avvertire il peso della sua posizione privilegiata. Qualche volta avrebbe preferito sedersi a uno dei tavoli dei tyrmala, mescolato tra gli altri come un individuo qualunque. Il Manderley, che prima di diventare la massima autorità dei Religiosi si era chiamato Ansal, arrivò all’imboccatura del corridoio individuato dalla disposizione dei tavoli e con passo misurato raggiunse il trono. Salì sulla pedana e quel semplice gesto venne seguito da tutti i presenti come un rito della massima importanza. Anche Kal era serio e attento, le braccia abbandonate lungo i fianchi e la bocca chiusa. Ansal alzò il volto verso il soffitto, in direzione del grande lampadario che lo sovrastava, e tese le braccia in alto a formare una V, il cui vertice coincideva con la sua testa: il simbolo del Tur, il Vaso. I tyrmala presenti nel Refettorio e Kal stesso ripresero il gesto e mantennero la posizione per alcuni secondi, come dettato dalla norma. Quando il Manderley abbassò le braccia, anche gli altri tornarono in posizione di riposo e si rimisero a sedere. Ansal si accomodò per ultimo, lasciandosi cadere sulla pelle imbottita del suo trono con leggerezza, come se mani invisibili lo stessero sorreggendo. «Buon Tyrloil a tutti voi» salutò. La voce rimbalzò potente contro le pareti del Refettorio ammantato nel silenzio. Il suo sguardo benevolo, ma allo stesso tempo risoluto, spaziò da un angolo all’altro della stanza posandosi sui tyrmala seduti in ascolto e tralasciando solo quelli alle spalle del trono, che erano i più giovani, coloro che erano entrati più recentemente al Convento. Nessuno rispose al saluto del Manderley.


16 «E in particolare al nostro Galen-at.» Galen-at, “colui che è stato mandato”, era il nome religioso di Kal, un epiteto al quale non si era pienamente abituato. Malun gli aveva raccontato che per il popolo lui era e sarebbe sempre stato Galen-at e che, se mai avesse incontrato qualche non-Religioso, avrebbe dovuto evitare di riferirsi a se stesso come Kal. Lui non aveva compreso quale importanza potesse avere, ma aveva accettato senza ulteriori domande. Non vedeva d’altronde come fosse possibile incontrare non-Religiosi, non essendogli concesso di abbandonare il Convento. «Buon Tyrloil a voi, Manderley» rispose «la vostra saggezza illumini anche questo giorno e mi renda strumento di fede per il popolo che vi ama e ama il nostro Mander» recitò. La sua vocina esile contrastava con quella tonante di Ansal e dai tavoli più lontani si discernevano con fatica le parole, ma la frase di rito era ben nota a tutti i tyrmala. Il Manderley annuì compiaciuto e un riflesso di luce su uno dei bottoni della tunica colpì gli occhi di Kal. «Ringraziando Mander per la sua generosità,oratrarremo nutrimento dal cibo che il popolo devoto ci offre come sostegno per la nostra opera di mediazione spirituale. Quindi vi renderò partecipi delle parole che Mander ha voluto suggerirmi durante il riposo notturno e che mi ha dato l’onore di trasmettere alla nostra gente, con l’aiuto del Galen-at e delle sue manifestazioni.» I tyrmala chinarono il capo e rimasero in raccoglimento per qualche secondo, concentrandosi in intime riflessioni. In quei momenti Kal chiudeva gli occhi e fingeva di pensare a sua volta, ma in realtà non sapeva con esattezza a chi dovesse rivolgersi e che cosa dovesse dire o chiedere. Malun lo aveva riempito di nozioni su Mander sin da quando aveva mosso i primi passi, ma non era ancora sufficiente. Non aveva nemmeno capito che ruolo giocasse lui con le sue manifestazioni, come le chiamavano, sebbene ne avesse intuito la rilevanza per il popolo. Lui faceva quel che gli veniva detto, nient’altro, nella speranza di potersi divertire subito dopo nel parco del Convento o tra i suoi immensi corridoi. Pochi istanti e il Manderley batté le mani, indicando ai tyrmala che potevano risollevare il capo. Dall’arco aperto nella parete alla destra di Kal si affacciarono i servitori del Convento con vassoi ricchi di cibi e bevande, che cominciarono a distribuire ai commensali partendo dal tavolo centrale.


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III Nell’immenso piazzale sotto la terrazza del Manderley, al centro della Cittadella di Mistar, sorta intorno alla cattedrale, si andava radunando la folla dei devoti. Ogni settimana, nel giorno di Tyrloil, si ripeteva quella suggestiva scena: un esercito di fedeli che si riversava in città dai villaggi di Alethya. L’ingresso alla Cittadella prevedeva un percorso obbligato lungo una strada lastricata in marmo bianco, punto di convergenza di cinque diverse vie della capitale. L’effetto ottico da posizioni sopraelevate prerogativa dei Religiosi e degli ardmala,i soli che potevano passeggiare liberamente sulle passerelle delle mura di cinta, che secondo una antica regola non potevano essere superate in altezza da nessun altro edificio che non si trovasse all’interno della Cittadella stessa - era quello di cinque fiumi umani che sfociavano in un unico, impressionante corso principale. C’erano persone di ogni età, professione, stato sociale; uomini sopraffatti dalle fatiche di una dura vita lavorativa, da cui spesso non trovavano pause al di fuori delle poche ore di quell’obbligato appuntamento festivo; donne circondate da almeno tre o quattro figli, di frequente in attesa di nuova prole, perché era buona norma prolificare; bambini ancora in tenerissima età che aiutavano i genitori a portare sacchi di farina, cesti di frutta e ortaggi, polli o quaglie o conigli, addirittura parti di maiali o mucche da offrire ai tyrmala nel giorno della festa; anziani e anziane che camminavano a fatica, ma che tuttavia si trascinavano tra la folla con l’aiuto di un bastone o del sostegno caritatevole di chi procedeva accanto a loro. Circa cinquanta piedi dopo il punto di confluenza delle vie cittadine la strada lastricata si incrociava con le mura della Cittadella, passando sotto a un imponente arco in pietra sulla cui chiave di volta era inciso il simbolo del Manderley e della religione stessa: una grande M dorata, le cui gambe centrali poggiavano sul Vaso.


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L’arco era abitualmente chiuso da un massiccio portone, prodotto col legno dei cipressi che crescevano nel parco del Convento, in un’area protetta, poiché ritenuti sacri in virtù del loro utilizzo. In nessun altro villaggio, né nelle terre limitrofe, era concesso seminare cipressi per assicurare il dovuto rispetto e la necessaria importanza a una specie eletta a simbolo della religione. Si diceva che lo stesso Mander avesse intagliato la sua corona nel legno di un cipresso. Il portone era rinforzato da lunghe e resistenti spranghe di una lega metallica scoperta e tenuta segreta dai tyrmala che si occupavano della scienza; era pressoché impossibile anche solo sperare di abbatterlo. Nemmeno il più violento dei colpi del più massiccio degli arieti avrebbe potuto scalfire quella linea difensiva. Tutte le settimane, a Tyrloil, il portone veniva spalancato fin dai primi bagliori dell’alba, a testimoniare come la religione fosse aperta e accogliente nei confronti dei devoti e di come i Religiosi non esitassero ad accettare la pia affluenza dei cittadini e la generosità dei loro doni, che costavano molti sacrifici. La Cittadella era di tutti, come aveva sottolineato in più di un’occasione il Manderley dalla sua terrazza, perciò era dotata di misure di difesa volte a renderla impenetrabile.Erasua responsabilità, e degli altri Religiosi che abitavano nel Convento, assicurare che il luogo sacro per eccellenza dell’intero Regno, fulcro della vita religiosa e soprattutto dimora del Galen-at, non venisse minacciato da eventuali azioni dissennate di qualche infedele, o ancor peggio da bande organizzate dei rinnegati Tecnici. Attraversate le mura della Cittadella, i devoti si trovavano al cospetto della monumentale cattedrale di Mistar, l’edificio più alto di tutta Alethya, eretto non molti anni dopo la scoperta del Vaso e in tempi rapidi grazie, si diceva, al lavoro di alcuni Tecnici che avevano scelto di non seguire il movimento di opposizione e si erano messi al servizio dei Religiosi e del popolo con le loro facoltà prodigiose. Qualcuno riteneva che in realtà quegli uomini, catturati nel corso di tremendi scontri, fossero stati torturati e costretti con la violenza a collaborare, ma i Manderley e i tyrmala ripetevano da secoli che queste voci erano state messe in circolazione dai Tecnici stessi. La cattedrale, eretta a testimonianza della grandezza di Mander e della potenza del Vaso, non era accessibile al popolo e nemmeno i Religiosi potevano entrarvi senza l’autorizzazione del Manderley. Le uniche celebrazioni ufficiali che vi si tenevano erano la nomina di nuovi tyrmala scelti tra il popolo e la proclamazione del successore del Manderley, quando quello in carica moriva. Infinite guglie e pinnacoli si ergevano verso il cielo e delimitavano


19 centinaia di edicole sull’immensa facciata, ognuna decorata con sculture che narravano la storia della vita e del messaggio di Mander, del Vaso e dei terribili scontri a cui la sua scoperta aveva dato inizio, della vittoria dei Religiosi e dell’unificazione del Regno nel nome della dottrina di Mander, con una struttura fondata sul rapporto diretto col popolo, sul dialogo personale con i singoli individui, sulla presenza forte e totale nella vita di ogni persona attraverso l’assegnazione a ogni villaggio di vari tyrmala e molte guardie. Recentemente il Manderley Ansal aveva fatto realizzare un bassorilievo con la narrazione del Detloil, il giorno in cui Galen-at si era rivelato ai Religiosi per riportare al popolo il messaggio di Mander. La cattedrale aveva tre ingressi frontali; i due più esterni erano più alti di quello centrale, a richiamare la forma della M che simboleggiava la presenza di Mander nei luoghi e negli oggetti su cui era impressa. Una scalinata di granito e marmo conduceva alle enormi porte, ricavate nello stesso legno di cipresso sacro che costituiva il portone delle mura e il mobilio della residenza privata del Manderley. Transitando davanti alla cattedrale, la folla dei devoti indirizzava preghiere, richieste di aiuto, o anche solo semplici ringraziamenti a Mander. Si doveva chinare il capo in segno di umiltà e rispetto, così volevano le norme, e gli ardmala, che monitoravano l’avanzata dei fedeli dalle alte mura di cinta e dalle piazzole di controllo sparse lungo la strada e il piazzale, avevano il compito di accertarsi che ciò avvenisse. Se avessero trovato qualcuno che non rispettava il saluto a Mander, secondo le istruzioni avrebbero dovuto fermarlo e segnalarlo al tyrmal del suo villaggio, affinché provvedesse a fargli espiare la colpa con offerte più onerose nel giorno di Tyrloil. Il grande piazzale su cui si affacciava la terrazza del Manderley era alle spalle della cattedrale. I devoti lo raggiungevano passando ai due lati del grande edificio sacro e ricongiungendosi subito dopo. Il piazzale aveva la forma di una mezzaluna, anch’essa lastricata in marmo bianco, ma con una M individuata con una tonalità grigio chiaro e rivolta verso la terrazza. L’ambiente poteva ospitare migliaia di persone; durante alcune celebrazioni si erano raggiunti anche ottomila individui. Non era infrequente contare i cadaveri al termine delle assemblee; persone anziane, stanche per il lungo viaggio a piedi fino alla Cittadella e incapaci di reggere la pressione di una simile folla, ne venivano travolte. Ma si diceva che chi moriva in quelle occasioni arrivasse prima degli altri a Mander e alla condivisione delle sue conoscenze, poiché la dipartita avveniva nel luogo dove il Suo spirito era più vicino al mondo degli uomini.


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IV Crestol camminava lentamente e con attenzione, cercando di tenere il passo di quanti lo precedevano e lo circondavano. Davanti a lui, un ragazzone visibilmente annoiato si guardava in giro sbuffando, conuno sguardo agli ardmala per non farsi scoprire. Indossava gli abiti tipici di chi lavorava nei campi: una lunga tunica di iuta, stretta in vita con una corda consunta, e sandali di vimini intrecciati ai piedi. Puzzava oltremodo, e non era solo per l’anatra decapitata che portava con sé, facendola ballonzolare a ogni passo al suo fianco e schizzandosi la tunica del poco sangue che le restava in corpo. Per fortuna di Crestol era anche molto alto, il che era fondamentale, dal momento che gli permetteva di rimanere nascosto, almeno su quel lato. Alla sua sinistra c’era una famiglia completa, moglie, marito e due bimbi di nemmeno dieci anni, tutti molto intimoriti. Erano palesemente malnutriti, scavati in volto, ingobbiti e con braccia secche come stecchi. Crestol provò pena per loro, per i poveri bambini in particolare, e un moto di profondo odio lo pervase quando vide che il padre portava in offerta un cesto con tre patate e qualche carota. Ricordò che era lì anche per quello, che stava lottando anche per loro, e trovò nuovo vigore e convinzione, se mai ne avesse avuto bisogno. Due uomini molto vecchi procedevano alla sua destra. Uno appariva in difficoltà, mentre l’altro portava con grande forza e dignità il peso degli anni. L’uno sorreggeva e aiutava l’altro e Crestol ipotizzò che fossero grandi amici, o fratelli. Sullo stesso lato, a pochi piedi di distanza, camminava Streelar, cosicché poteva tenerla d’occhio mentre fingeva di controllare che l’anziano signore non avesse bisogno di ulteriore aiuto. Per evitare di perdere di vista la sua compagna in mezzo a quel formicaio umano, Crestol le lanciava brevi occhiate ogni tre o quattro passi. Nascosto dal ragazzone con l’anatra al seguito, non voleva tuttavia rischiare che gli ardmala si insospettissero se avesse rivolto lo sguardo a Streelar con troppa insistenza. Le guardie erano posizionate ovunque ed erano molto attente. La norma voleva che durante la processione verso la terrazza del Manderley si osservasse il più totale e rispettoso silenzio e si tenessero gli occhi fissi di fronte a sé. Streelar controllava a sua volta l’avanzata di Crestol e, nelle due o tre occasioni in cui i loro sguardi si incrociarono, con impercettibili


21 movimenti degli occhi si assicurarono l’un l’altra che tutto stesse procedendo per il verso giusto, senza intoppi. Secondo gli accordi, per qualunque problema Streelar avrebbe comunicato direttamente con Crestol, che era aperto sia verso lei che verso Gavren e il gruppo degli altri che attendevano fuori dalla Cittadella. Crestol portava in offerta tre galline, legate tra loro per le zampe con un lungo spago, avvolto decine e decine di volte per risultare meno evidente. Streelar aveva una borsa con alcune mele rosse. Le mele erano passate tra le mani dell’ingegnoso Sureep, che non era nuovo a invenzioni di ogni genere. Streelar si augurava di essere all’altezza, quando fosse giunto il suo momento, ma rimaneva terribilmente nervosa. Il piazzale era già affollato per quasi un terzo della sua superficie quando lo raggiunsero. Si erano messi in cammino di buon’ora, per arrivare presto e assicurarsi un posto a ridosso della terrazza del Manderley, ma era chiaro che non avevano fatto bene i loro conti. Per come stavano le cose in quel momento, non potevano sperare di posizionarsi a meno di venti piedi dal loro obiettivo. “Che cosa facciamo?” chiese Streelar. Crestol ricevette la domanda, ma non poté rispondere, non essendo Streelar dotata di telepatia. In ogni caso, la sua maggior esperienza lo aiutò a non perdere la calma e a focalizzarsi su un unico pensiero: il piano doveva essere portato a termine a ogni costo. Forte di una simile decisione, e perfettamente consapevole del rischio cui andava incontro, accelerò il passo e cominciò a farsi largo tra le persone che lo precedevano. Dopo ogni sorpasso si voltava in direzione degli ardmala sulle mura di cinta, rallentando quando gli pareva che stessero guardando nella sua direzione. Streelar non perse tempo e, sebbene provasse molto timore e iniziasse a dubitare delle loro possibilità di successo - pensiero che portava con sé orribili congetture su ciò che le avrebbero fatto i Religiosi se l’avessero scoperta e catturata - imitò le azioni di Crestol, cercando di non perderlo di vista. “Ci sono, ti vedo” gli ripeteva di tanto in tanto per rassicurarlo. Un passo dopo l’altro si avvicinarono alla meta. Nessuno, nella folla, ebbe di che obiettare al loro incedere. La maggior parte dei presenti attendeva solo il momento in cui lasciare la propria offerta, dopo il discorso del Manderley, per poter tornare alle faccende quotidiane. Crestol si trovava ormai in prossimità della terrazza, ancora una decina di passi e avrebbe potuto dirsi arrivato, quando Streelar venne fermata da un ardmal. “Pericolo!” gridò a Crestol, che si trattenne a stento dal voltarsi di scatto. Invece si fermò e attese, per valutare l’evolversi della situazione.


22 «Giovane» richiamò la guardia, che da una delle piazzole disseminate tra la folla aveva scorto Streelar inserirsi tra due passanti che la precedevano, per sopravanzarli. Streelar si fermò immediatamente, tenendo lo sguardo frontale e rimanendo in silenzio. Dalla borsa di mele proveniva un forte odore di zolfo, effetto della mistura con cui Sureep le aveva modificate, e Streelar si augurò che fosse solo la sua conoscenza a priori a farglielo percepire così chiaramente. In caso contrario l’ardmal l’avrebbe scoperta e avrebbe mandato a monte l’intero piano. «Che cosa vi spinge a muovervi con una simile premura?» domandò la guardia. I devoti che passavano accanto ignorarono quanto stava accadendo. «Il mio figlio più piccolo è molto malato» rispose Streelar senza pensarci «temo che la morte gli sia prossima. Voglio avvicinarmi quanto più possibile al nostro Manderley, per assorbire dalle sue parole l’energia che mi occorre a sopportare un simile fardello, e per invocare l’aiuto e la benevolenza del grande Mander affinché preservi il mio piccolo da un così triste destino.» «Parli bene, donna» commentò la guardia «hai parlato con il tuo tyrmal del male di tuo figlio?» «Sì» mentì Streelar, sempre più terrorizzata e convinta che di lì a poco l’avrebbero imprigionata e portata al Convento per torturarla. «E non ti ha forse spiegato che in fondo la morte di tuo figlio sarebbe un segno della benevolenza del grande Mander, che lo chiamerebbe a sé per condividere con lui la sua saggezza?» «Sì, tuttavia…» «Tuttavia comprendo il tuo dolore e il tuo desiderio, ma ricorda che è previsto che ognuno mantenga il proprio posto e il proprio raccoglimento, fino alla fine della celebrazione di Tyrloil.» «Chiedo perdono» mormorò Streelar, il capo ancora abbassato. «Da quale villaggio vieni?» chiese alcuni istanti dopo l’ardmal. Stava fissando con insistenza Streelar, spostando l’attenzione dalla parte superiore del suo corpo - una casacca sgualcita lasciava scoperte braccia dalla pelle bianca e liscia e metteva in risalto l’attaccatura dei seni, nonostante la temperatura fosse molto rigida - ai piedi scalzi, che spuntavano da una lunga e sporca gonna. «Da Aletstar, dal quartiere del mercato» inventò Streelar «si trova a…» «So dove si trova» la precedette la guardia, facendosi più vicino e parlando direttamente nell’orecchio di Streelar, moderando il tono di voce «facciamo così, contadinella. Io ti porto fin sotto alla terrazza, poi ti verrò a trovare uno di questi giorni ad Aletstar e tu mi concederai il dovuto ringraziamento. Se sarai brava potrei anche far chiedere al Manderley stesso di intercedere con Mander per la guarigione del tuo


23 povero bambino.» Streelar annuì col capo. Deglutì, e per un istante un’improvvisa sudorazione si pose in contrasto con il freddo cheprovava nei suoi abiti succinti. La paura si stemperò, ma lasciò il posto a una profonda rabbia; quello era l’atteggiamento delle guardie con gli abitanti dei villaggi. Persone che venivano dal popolo e che, in virtù di un potere concesso loro dai Religiosi e sulla base di criteri da loro determinati, del popolo stesso abusavano esercitando ogni tipo di angherie. Per quanto ne sapeva Streelar, gli stessi tyrmala non esitavano a concedersi ai piaceri della carne con qualunque donna e in qualunque momento ne avessero bisogno, nel nome della loro autorità e intoccabilità. Mentre seguiva la guardia, Streelar si riscoprì orgogliosa di far parte dei Tecnici e di essersi unita a quel progetto che forse avrebbe cambiato davvero le cose.


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V Kal non resistette e oltrepassò Malun, correndo verso il cortile. Faceva ancora molto freddo, ma il cielo era limpido e un pallido sole rivestiva di luce l’immenso prato e gli alberi che lo popolavano, assieme a una gran varietà di animali e animaletti. C’erano recinti con pecore, capre, mucche e maiali, allevati dai servitori del Convento, per ottenere latte, formaggi, carni e insaccati, ma anche coperte e abiti che, quando non venivano distribuiti tra i Religiosi e le guardie, finivano sui banchi dei mercati che si tenevano ogni settimana a Mistar e negli altri villaggi del Regno. In un’area del parco, nei pressi di un grande capanno, erano allevati animali di piccola taglia: galline, tacchini, conigli, oche. Kal adorava in particolare i conigli, così morbidi e dal buffo musetto, ma si divertiva un sacco anche quando gli veniva concesso di raccogliere le uova delle galline. Nessuno gli aveva mai spiegato che gli animaletti venivano uccisi per trarne cibo, vesti e pelle su cui scrivere, e Kal non se ne accorgeva, poiché, grazie alle offerte dei devoti, recinti e gabbie rimanevano costantemente pieni. Oltre agli animali da allevamento, il parco ospitava altre specie che vivevano libere, dagli scoiattoli che popolavano gli alberi, alle centinaia di uccelli che vi nidificavano, alle tartarughe e ai pesci che nuotavano nel laghetto artificiale, posto a ridosso della parete esterna del Convento, in corrispondenza della residenza privata del Manderley. Non mancavano nemmeno cani e gatti, che passeggiavano liberi tra l’erba, quando non riposavano nelle stanze interne del Convento. Poco lontano dall’area protetta con i cipressi sacri c’erano le scuderie, che contenevano una decina di cavalli riservati alle sporadiche passeggiate del Manderley. I cavalli delle guardie e dei tyrmala erano invece custoditi nelle stalle della Cittadella, luogo a cui Kal non aveva mai avuto accesso. «Per cortesia» lo richiamò Malun, composto come d’abitudine, scuotendo la testa. L’energia del bambino lo meravigliava ancora e lo portava a domandarsi dove trovasse una simile euforia, pur trascorrendo le sue giornate al fianco di uomini raccolti in riflessione e silenzio. Ma Kal era diverso, e lo sarebbe sempre stato.


25 «Ma ho poco tempo» spiegò con la sua vocina, voltando solo la testa mentre correva verso il laghetto. L’erba era umida a causa della rugiada notturna. Gli stivaletti in cuoio gli proteggevano i piedi, ma non gli evitarono di scivolare sulle foglie sdrucciolevoli. Il piede destro slittò in avanti e, prima di poter capire che cosa era successo, si ritrovò schiena a terra. «Per la grandezza di Mander!» esclamò Malun, accelerando il passo per soccorrerlo, attento a non scivolare a sua volta. Aveva visto Kal battere la testa contro il suolo e voleva accertarsi che andasse tutto bene. Se gli fosse accaduto qualcosa… Raggiunse il bambino e lo trovò disteso e con gli occhi chiusi, apparentemente privo di sensi. Sentì lo stomaco contrarsi e la forza abbandonargli le gambe; una leggerezza come quella poteva significare un cambiamento drastico nella vita del Regno, una svolta dalle conseguenze inimmaginabili. Come se non bastasse, la pelle del bambino divenne d’un tratto più pallida, in un modo innaturale che non poteva avere una relazione con la caduta. A Malun parve di intravedere le vene violacee e verdastre del volto, poi tutto scomparve, lasciandolo a fissare solo l’erba. Kal doveva essersi inconsciamente reso invisibile. Augurandosi che fosse solo svenuto e che i suoi poteri si stessero manifestando incontrollatamente, il tyrmal si chinò sul suo corpo, appoggiando le ginocchia a terra e provando un enorme fastidio per il modo in cui l’umidità intrise la sua veste. In quell’istante Kaltornò visibile, aprì gli occhi e sfoggiò un grande sorriso, facendo uno scatto in su con la testa. Per lo spaventoMalun indietreggiò e perse l’equilibrio, ritrovandosi gambe all’aria in mezzo all’erba bagnata. Il bambino scoppiò in una risata sguaiata che gli stimolò persino le lacrime. «Che paura che ti ho fatto!» commentò tra uno spasmo d’ilarità e l’altro. Malun, superata la terribile angoscia per la salute di Kal, ma col cuore tormentato per l’inaspettato scherzo, ritrovò goffamente la posizione eretta, mostrando al bambino la veste bagnata e sudicia sulla schiena e suscitando in lui un nuovo accesso di risate. Nero in volto, il tyrmal, senza preavviso alcuno e con un gesto secco, prese tra le dita della mano destra un orecchio di Kal e lo sollevò con forza. Il bambino strillò di dolore e, come per magia, le lacrime di ilarità che già gli bagnavano gli occhi si trasformarono in manifestazione di sofferenza. Il sorriso che gli aveva illuminato il volto era solo un ricordo, strappato da Malun e dalla sua reazione severa come un fiore troppo colorato da un campo di tristi erbacce. «Chiedo perdono, è stato solo un gioco» si giustificò Kal, pentito del suo comportamento, se non altro perché intuiva di essersi precluso la


26 passeggiata mattutina. «Sei sporco, Galen-at» commentò Malun «vai a lavarti e indossa l’abito da cerimonia. La tua presenza per la celebrazione di Tyrloil è richiesta entro breve tempo.» Non aggiunse altro, ma non c’era bisogno di ulteriori spiegazioni; Malun l’aveva chiamato Galen-at, eKalsapeva per esperienzache ciò significava che era molto, molto arrabbiato. Senza commentare, attese che il tyrmal gli liberasse l’orecchio, quindi tornò mestamente sui suoi passi, diretto all’ala dei dormitori.


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VI Gavren era appostato al limitare della foresta che, a nord di Mistar, ne segnava il confine, estendendosi poisulle colline che salivano fino agli impervi monti a cui era stato attribuito lo stesso nome della capitale del Regno. Alle sue spalle, adagiati a terra o abbandonati contro il tronco di alcuni abeti per meditare prima di entrare in azione, lo accompagnavano meno di una decina di Tecnici, alcuni scelti tra i più valorosi, altri tra i giovani e meno noti alle guardie. Dal punto in cui si trovavano, a nemmeno un miglio dalle mura di cinta della Cittadella e più precisamente dal confine col parco del Convento, avevano una visuale perfetta di due delle quattro torri di guardia erette a protezione dei Religiosi. Quattro ardmala su ciascuna torre, uno per ogni lato, scrutavano con attenzione i terreni intorno alla Cittadella. Gavren era dotato di una vista straordinaria e dalla sua posizione era in grado di scorgere persino le decorazioni sui bottoni delle divise delle guardie. La sua facoltà gli permetteva di tenere sotto controllo non solo gli ardmala sulle torri, bensì anche quelli appostati lungo le mura di cinta, che in quel momento erano concentrati sul flusso di devoti verso il piazzale. «Ci siamo?» domandò Amildren, accovacciato poco più indietro. Stava disegnando nella terra con un rametto che aveva raccolto. Aveva già esternato segni di impazienza, desideroso com’era di agire.Erauno dei Tecnici più facinorosi e votati allo scontro diretto, eppure sufficientemente lesto e attento. Non aveva mai corso il rischio di essere catturato, anche in virtù della sua incredibile velocità. «Non ancora» lo frenò Gavren. Si sarebbero accorti dell’inizio della celebrazione dall’atteggiamento delle guardie sulle mura, che avrebbero assunto la posizione di saluto per l’ingresso del Manderley. Crestol poteva solo ricevere messaggi telepatici e non inviarne lui stesso, altrimenti avrebbero potuto essere più precisi. In ogni caso, tutti gli elementi suggerivano che il piano stesse procedendo senza intoppi. «…ma dovrebbe mancare poco.» «Non capisco perché nel frattempo non possiamo andare a stendere quelli sulle torri» continuò Amildren «guadagneremmo minuti preziosi.» «Ma le altre guardie avrebbero più tempo per accorgersene» gli fece notare Gavren, allargando le mani per evidenziare l’ingenuità della


28 proposta del compagno. «Non dobbiamo muoverci con avventatezza, ragazzi» continuò, rivolto agli altri «abbiamo studiato il piano nei minimi dettagli per poter agire nei pochi minuti utili, gli unici che ci possono assicurare il successo. Gli ingranaggi sono a posto, ma il meccanismo deve funzionare senza ostacoli. Pazientate ancora qualche istante e saremo pronti. Concentratevi, se potete. Soprattutto tu, Amildren.» Amildren fece spallucce e riprese a disegnare per terra. Gavren tornò a fissare in lontananza. Era fiducioso, sentiva intimamente che quella sarebbe stata l’occasione vincente e che con l’attacco che si apprestavano a sferrare avrebbero davvero ottenuto un risultato inseguito da secoli. Per l’ennesima volta da quando si era coricato la sera precedente, motivo per cui non aveva quasi chiuso occhio, ripercorse mentalmente le tappe del piano. Se tutto si stava sviluppando come previsto, e nulla indicava il contrario, in quell’istante Crestol e Streelar si stavano portando a ridosso della terrazza del Manderleyconfusi tra la folla. All’inizio della celebrazione, Brentan avrebbe distratto le guardie sulle torri, permettendo ad Amildren e Cneer di raggiungerle e metterle fuori combattimento. A quel punto le torri sarebbero diventate la loro base di appoggio e la fase cruciale dell’operazione avrebbe avuto inizio. A partire daquel momento avrebbero avuto a disposizione non più di quattro minuti per agire e fuggire. «Sei pronto, Brentan?» chiese Gavren senza voltarsi. La tensione stava crescendo, nonostante avesse alle spalle anni di scontri nei villaggi. Ma quel giorno era diverso. Avrebbero potuto cambiare la storia. «Prontissimo» confermò Brentan, scattando in piedi e facendo ondeggiare le dita delle mani come tentacoli di una piovra. «Cneer, oggi voglio vederti arrivare prima di Amildren» si concesse Gavren, che sapeva della leale rivalità che esisteva tra i due compagni e amici, entrambi dotati di una velocità sovrumana, e provava a eccitarli ulteriormente prima dell’azione. «Non sarà un problema» sorrise Cneer, lanciando un’occhiata di traverso all’amico. Amildren non commentò e continuò a scarabocchiare distrattamente sulla terra dura. «Grunden, Lauter, avete tutto sotto controllo?» «Sicuro» rispose Lauter. Lui e il suo compagno portavano sulle spalle una sacca contenente un oggetto voluminoso e assai pesante. «Speriamo solo che gli strumenti di Sureep non falliscano.» «Sarebbe la prima volta» osservò Gavren «non abbiate dubbi o timori.


29 Siate fiduciosi e decisi, perché oggi andrà tutto bene. Oggi avremo successo. Li colpiremo al cuore.» «Se devo essere sincero» intervenne Amildren, abbandonando per un attimo la sua amena attività «non mi preoccupa quello che succederà tra poco, ma penso a come agiremo da domani. Come gestiremo la battaglia in futuro.» «Questo è un problema che affronteremo a tempo debito, come ti dicevo ieri. Per il momento abbiamo altro a cui pensare.» Gavren si voltò verso il più giovane del gruppo. «Paliben, confido molto in te, il tuo ruolo oggi è fondamentale. Sei dei nostri?» «Certo, signore» gli assicurò il ragazzo, con un leggero tremito nella voce. Il volto imberbe e bianco come latte, la corporatura esile con la schiena leggermente ingobbita; aveva solo sedici anni e non aveva mai partecipato ad alcuna azione dei Tecnici. Ma aveva una facoltà unica e si era meritato la fiducia di Gavren. «Non chiamarmi signore» lo rassicurò Gavren «sono tuo pari, e tuo amico. I gradi lasciamoli ai Religiosi e alla loro folle organizzazione, fintanto che durerà. Perché adesso arriviamo noi.» Fece segno a tutti di alzarsi e prepararsi.


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VII Malun attendeva Kal fuori dalla sua stanza. Si era cambiato d’abito, passando alla veste da celebrazione e lasciando la tunica bagnata e sporca di erba alla lavanderia del Convento. Spazientito dal ritardo del bambino, fremeva; la cerimonia era sul punto di avere inizio. «Eccomi» annunciò Kal uscendo dalla stanza, come se avesse percepito che si avvicinava un altro rimprovero. Portava l’abito da Galen-at, che gli imponevano di indossare a ogni Tyrloil e nelle altre festività dell’anno: una tunica color perla, che dalle spalle ricadeva fino ai piedi, ma sostenuta in corrispondenza della vita da una impalcatura in metallo leggero, che le conferiva una forma a cupola. Il simbolo della grande M che poggiava sul Vaso era ricamato sul petto. Una benda dello stesso colore della veste era annodata intorno al capo di Kal. «Molto bene» commentò Malun, verificando come tutto fosse secondo norma, compresi i piedi scalzi e le maniche raccolte in modo da lasciare ben visibili le mani del bambino «possiamo andare.» A Kal parve di riconoscere un tentativo, da parte di Malun, di farsi perdonare la reazione eccessiva dopo lo scherzo nel parco. Comunque fosse, non aveva voglia di tornare subito a un atteggiamento amichevole; gli doleva ancora l’orecchio che il tyrmal gli aveva tirato con violenza e la tunica gli provocava un fastidio tremendo come di consueto, per via dei sostegni metallici intorno ai fianchi. «Ti ricordi che cosa ci si aspetta da te, oggi?» verificò Malun. Il suo ruolo di tutore del Galen-at interessava ogni aspetto della vita quotidiana del bambino, ma le manifestazioni di Tyrloil erano un momento fondamentale, che non ammetteva né errori né esitazioni. Le indicazioni del Manderley dovevano essere rispettate nei minimi particolari. «Sì» gli assicurò Kal con freddezza. Stava pensando a come gli fosse stata ingiustamente annullata la quotidiana passeggiata nel parco del Convento. Chi avrebbe raccolto le uova delle galline, chi avrebbe coccolato i poveri coniglietti, che stavano sicuramente soffrendo per il freddo? «Capisco il tuo risentimento» gli disse Malun, leggendo nel suo sguardo e nel suo atteggiamento i segni della disapprovazione per il


31 precedente rimprovero «ma quanto hai fatto non si addice a un ragazzo di otto anni e che riveste una posizione come la tua. Alla tua età dovresti essere ben avviato verso il ruolo che ti compete, e comportarti di conseguenza. Devi essere da esempio e riferimento per un intero popolo. Hai mancato di rispetto a me e a Mander, approfittando dei doni di cui ti ha omaggiato per fini ameni.» Kal non rispose. Aveva udito gli stessi concetti in innumerevoli occasioni, ma non li condivideva appieno. Non conosceva altri bambini, non ne aveva visti che da lontano durante le infinite cerimonie a cui aveva preso parte, ma era certo che divertirsi fosse una loro prerogativa. E anche degli adulti. Divertirsi non significava mancare di rispetto. Lui aveva sempre fatto tutto quello che il Manderley, Malun e gli altri tyrmala gli avevano chiesto; non poteva forse concedersi qualche innocente libertà? Talvolta gli era capitato di pensare a che cosa sarebbe successo se avesse usato i suoi poteri per imporsi su coloro che lo circondavano e gli davano regole. Avrebbe potuto metterli a tacere e fare quello che voleva, persino uscire dal Convento e dalla Cittadella e andare a esplorare il mondo, villaggi e angoli di natura che fino ad allora aveva conosciuto solo tramite raffigurazioni su affreschi e arazzi. Malun era saggio, e doveva aver previsto simili pensieri. Un giorno, dal nulla, gli aveva spiegato come dovesse rifiutare con decisione qualunque pensiero malvagio o contrario al Manderley e alla religione, perché lui era uno strumento inviato da Mander e da Mander sarebbe stato giudicato, qualora non ne avesse rispettato il disegno. Malun si era anche raccomandato circa la necessità che non abbandonasse mai il Convento da solo, che non ci pensasse nemmeno, poiché lontano da quel luogo i suoi poteri sarebbero venuti meno e si sarebbe trovato alla mercé del popolo, indifeso, a rischiare la vita. Il popolo era violento per natura e solo la religione, di cui lui era uno dei simboli più forti mai esistiti, poteva porre un freno agli istinti animaleschi delle persone. «Dovete ucciderla per forza?» domandò Kal, tornando coi pensieri alla cerimonia imminente. «La capra?» chiese Malun, ricordando le parole del Manderley a colazione «certo, altrimenti come farai a resuscitarla?» «È solo che mi dispiace che debba soffrire, prima.» «Cercheremo di farla soffrire il meno possibile, ma pensa che si tratta solo di un animale. E tornerà a pascolare nel parco subito dopo, grazie a te.» Kal non commentò. Avrebbe avuto da ridire sul fatto che una capretta fosse “solo” un animale; lui li guardava spesso negli occhi, i suoi amici, e sapeva che erano tali e quali a lui. «Posso dirti una cosa?» chiese invece.


32 «Certo, ma siamo quasi arrivati.» Avevano salito le scale che portavano alla residenza del Manderley ed erano all’altezza della sala della terrazza, dove avrebbero dovuto attendere in silenzio per tutta la celebrazione. «Io devo fare questa cosa per ricordare il giorno in cui Mander fece rivivere il vecchio Arendarul, morto sulla sponda del lago.» «Esatto. Apprezzo la tua conoscenza della storia di Mander.» Malun era soddisfatto, perché i buoni risultati di Kal erano i suoi successi. «Ma io non riuscirei a fare la stessa cosa con una persona. Una capretta sì, ma un uomo sarebbe troppo faticoso.» «È vero» ammise Malun «ma questo la gente non lo sa.» «Siamo arrivati» aggiunse, e il discorso fu chiuso.


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VIII Crestol non era mai stato tanto vicino alla terrazza del Manderley e, nonostante l’avversione che provava per i Religiosi e specialmente per il loro capo, doveva ammettere che era un’esperienza particolare. Aveva preso parte a celebrazioni di Tyrloil in passato, ancor più durante i preparativi per il loro piano, per avere un’idea della situazione e dell’organizzazione del piazzale e dei potenziali punti deboli, ma si era tenuto più a distanza, poco oltre la cattedrale. Quel giorno era invece tra le persone che si posizionavano proprio a ridosso della residenza del Manderley, quelle più devote e mosse da una sincera ammirazione verso il capo della religione, che si mettevano in viaggio di buon’ora per raggiungere presto il piazzale. Crestol ne percepiva i pensieri di speranza, richiesta di aiuto e intercessione, preghiera. Sarebbe stato commovente, se non avesse saputo chi erano in realtà i Religiosi e quanti secoli di ostilità lo dividevano da loro. Qualche passo più indietro, Streelar era miracolosamente riuscita a togliersi dai guai dopo essere stata fermata dall’ardmal. Aveva provato a raccontare qualcosa a Crestol, ma i suoi pensieri erano confusi e frammentari, di certo a causa del forte spavento, e lui non aveva compreso quasi nulla. Quel che importava era che tutto stesse continuando per il meglio. Di lì a poco il Manderley si sarebbe affacciato ed entro una decina di minuti, il tempo di raccontare l’aneddoto sulla vita di Mander, avrebbe chiamato accanto a sé anche il bambino. Galen-at, lo avevano ribattezzato i Religiosi, ma per Crestol era e sarebbe sempre stato Beynul, il nome che avevano scelto suo padre e sua madre. Quando la porta-finestra che dava sulla terrazza cominciò a schiudersi, Crestol abbandonò qualunque altro pensiero. Strinse forte la corda che teneva tra le mani e si accertò che il nodo intorno alle zampe delle galline non si fosse allentato durante l’avanzata attraverso la folla. Controllò per un’ultima volta Streelar, fingendo di voler osservare l’immensa distesa umana alle sue spalle. Lei ricambiò lo sguardo con discrezione, quindi lo indirizzò verso l’alto. Un attimo dopo le guardie sulle mura di cinta e quelle mescolate tra la folla lanciarono il loro grido di accoglienza e assunsero la posizione di


34 saluto. Le migliaia di persone presenti sollevarono il capo verso la terrazza, in adorazione, vera in alcuni casi, simulata in altri. Il Manderley Ansal era uscito dalla sua stanza e stava esibendo la postura di rito per l’inizio della cerimonia di Tyrloil, con una mano sul petto e una rivolta al cielo. “Partiamo, state all’erta” percepì Crestol


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IX «Ci siamo» disse Gavren, scorgendo in lontananza le guardie che prendevano posizione. “Partiamo, state all’erta” pensò rivolto a Crestol. «Brentan» chiamò «vieni qui e preparati. Amildren, Cneer, ora non si scherza più.Cisiete?» «È più di un’ora che sono pronto» rispose Amildren saltellando sul posto. Se non lo avesse conosciuto come un fratello, Gavren avrebbe giurato che fosse in preda a un tremendo nervosismo. «Non avremo una seconda possibilità» ricordò Gavren ai suoi uomini «ora silenzio e… ci ritroviamo qui tra una decina di minuti. Senza se e senza ma.» Brentan fece un paio di passi in avanti, uscendo allo scoperto dalla foresta dove si erano nascosti. Gavren si posizionò al suo fianco, lasciando spazio a sufficienza per il passaggio di Amildren e Cneer. Lauter e Grunden estrassero dalle sacche che portavano con sé due strumenti identici, simili a piccoli cannoni, con una bobina di cavo metallico saldata all’estremità posteriore. Il giovane Paliben mormorava qualcosa a labbra strette e occhi chiusi. «Quando vuoi» sussurrò Gavren a Brentan, fissando i quattro ardmala sulla torre di guardia occidentale. «Partiamo da quella alla nostra destra» comunicò ai compagni più indietro «vai tu, Amildren.» Brentan trasse un respiro di concentrazione e distese le braccia in avanti, con le dita rivolte verso la torre. Sebbene gli ardmala non gli apparissero che come piccole figure indistinte da quella distanza, cercò di focalizzarsi sullo spazio alle loro spalle, al centro del posto di guardia in cima alla torre. Gavren osservava con attenzione, in attesa della reazione degli ardmala. Percepì il noto sibilo alla sua destra, dove si trovava Brentan, e appena un istante più tardi vide lingue di fuoco spuntare alle spalle della guardia rivolta nella loro direzione. Non ci volle molto prima che l’ardmal e i suoi tre colleghi percepissero l’insolito calore. Quello più a destra si voltò per primo e, sgomento, avvisò gli altri. Gavren colse quell’attimo.


36 «Vai!» ordinò ad Amildren, accompagnando l’esortazione con un secco gesto della mano.Contemporaneamente si assicurò che le guardie sulla torre orientale non si fossero avvedute del diversivo. Amildren partì in corsa, sollevando foglie cadute e scarmigliando i capelli di Gavren e Brentan. Entrambi cercarono di seguirne i movimenti, ma era pressoché impossibile. Dopo meno di cinque secondi aveva percorso il miglio che lo separava dalla torre di guardia e si apprestava a entrare dalla porta di legno che, attraverso una lunga scala a chiocciola, l’avrebbe condotto alla sua sommità. «Vai con la seconda» disse Gavren a Brentan, senza esitazioni. Brentan ripeté il suo gesto con le mani, indirizzandole questa volta alla torre sul lato orientale del Convento. Le fiamme divamparono ancora e, non appena le quattro guardie ne furono distratte, Gavren diede il segnale di partenza a Cneer. Forse non fu più veloce di Amildren, ma di certo non passò più tempo di quello tra un battito di palpebre e l’altro prima che giungesse a destinazione. Gavren riportò l’attenzione alla prima torre, dove Amildren avrebbe dovuto ormai essere in cima. Osservò i quattro ardmala che tentavano di sedare le fiamme calpestandole e si augurò che non lanciassero segnali di allarme per altre guardie. Era uno dei pochi aspetti che avevano affidato alla buona sorte, confidando nel fatto che un piccolo incendio non fosse sufficiente a far interrompere le celebrazioni di Tyrloil. Qualunque timore venne fugato un attimo più tardi, allorché Gavren riconobbe Amildren che emergeva dalle fiamme. Avevano programmato con minuzia quel passaggio, per trarre vantaggio dall’effetto sorpresa. Amildren, comparendo improvvisamente dalla botola collegata alle scale della torre, pareva uscito dal fuoco e gli ardmala, spiazzati, esitarono per i tre o quattro secondi necessari ad annullare la loro superiorità numerica. Velocità, tecnica e precisione guidarono l’azione di Amildren. Già con il balzo con cui era emerso dalla botola aveva colpito in viso una delle guardie, fratturandogli il naso e facendola indietreggiare. Un istante dopo aveva allargato le braccia e preso altri due ardmala per la nuca, avvicinandoli uno all’altro con uno strattone e facendoli cozzare violentemente. Nello stesso momento, facendo leva sulle guardie stesse, proiettò in avanti le gambe, colpendo al petto l’ultima e facendola cadere. Forte del vantaggio acquisito, estrasse il suo pugnale dalla cintura e trafisse i quattro uomini storditi con un colpo unico e di letale precisione. In mezzo minuto aveva risolto la questione.Concluserivolgendosi verso Gavren e battendosi la mano sul petto, come avevano concordato.


37 Gavren spostò lo sguardo alla seconda torre, dove si augurava che Cneer agisse allo stesso modo. Non aveva la stessa esperienza di Amildren, ma era comunque uno della vecchia guardia e ci si poteva fidare di lui. Tuttavia Gavren rimase sbalordito quando constatò che il compagno aveva già concluso il lavoro anche dalla propria parte. Lo vide depositare a terra un ardmal con la gola tagliata, prima che si voltasse e mostrasse il segnale della mano contro il petto. «Ricordami che devo chiedere una cosa a Cneer» disse Gavren a Brentan. «Come?» domandò lui, che era totalmente concentrato e non aveva capito. «Niente, niente» minimizzò Gavren, tornando serio «possiamo andare, statemi dietro» ordinò, muovendosi verso la torre occidentale assieme a Brentan, Paliben e Grunden, mentre Lauter si dirigeva verso quella conquistata da Cneer. Quest’ultimo era sparito alla vista, poiché stava scendendo le scale per raggiungere Amildren sul lato opposto. Tutto funzionava alla perfezione.


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X «…poiché in quel lontano giorno, il grande Mander diede uno dei segni più importanti della sua potenza e della sua benevolenza» stava ricordando il Manderley, dalla sua terrazza, all’attenta folla ai suoi piedi. Alle sue spalle, oltre la porta finestra solo accostata, Malun e Kal attendevano il momento in cui il bambino avrebbe dovuto mostrarsi ai devoti e portare la sua testimonianza. «Egli viaggiava lungo le sponde del lago, che oggi chiamiamo Ilfen-alet proprio in memoria delle sue straordinarie azioni, quando incontrò una giovane donna in lacrime, riversa sul corpo defunto del suo anziano padre Arendarul. Mander le chiese che cosa fosse accaduto ed ella gli rispose che l’uomo era stato colto da un forte dolore ed era morto tra le sue braccia.» Crestol fissava con insistenza la sommità della facciata del Convento, dieci piedi sopra il punto dove si trovava il Manderley. Aveva cominciato a far ondeggiare la mano in cui teneva la sua offerta per Mander e con discrezione stava così svolgendo la lunga corda che aveva legato intorno alle zampe delle galline. «Mander accolse la giovane donna tra le braccia e la rincuorò col suo delicato tocco. Ella trasse giovamento ed energia dal contatto con Nuayr-at, Colui che è tutto spirito. Mander le chiese allora se ella vivesse con rettitudine, al servizio della comunità, che a quei tempi non aveva una guida stabile, ma poggiava le sue basi sulla collaborazione tra individui. La donna rispose che non era mai venuta meno al suo senso di responsabilità e Mander, che già era a conoscenza della sua bontà e della sua generosità, poiché egli vive dentro a ognuno di noi, la liberò dal suo abbraccio per avvicinarsi al padre morto.» “Le guardie sulle mura sono attente al Manderley” pensò Streelar verso Crestol. Si erano accordati perché lei gli fornisse una panoramica della situazione intorno a loro, mentre lui si concentrava sulla terrazza e sull’arrivo degli altri. “Una decina di guardie davanti a te, sono indaffarati con delle corde, non vedo altro. Una tra la folla, venti piedi alla tua sinistra, e un’altra cinquanta piedi dietro a noi.”


39 «Egli appoggiò una mano sulla spalla del vecchio e lo fissò in volto, mentre la donna veniva rinvigorita da nuova speranza, poiché aveva udito le voci e i racconti sulle gesta di Mander. Tra copiose lacrime di commozione, ella vide con i propri occhi suo padre che ritrovava la forza che lo aveva abbandonato, si sollevava a sedere e rivolgeva lo sguardo al grande Mander, che lo aveva strappato alla morte. «Quella donna venne premiata poiché viveva nel rispetto delle norme che a quel tempo erano stabilite per gli uomini e che Mander stesso aveva ispirato. Oggi a noi è richiesta la stessa disponibilità a seguire una scelta di vita che porta molta sofferenza, richiede molto sacrificio, ma ci condurrà alla serenità dello spirito.» «E a testimonianza della sua costante presenza tra noi e dell’approvazione del nostro comportamento, Mander ha voluto inviare tra noi, privilegiati a poter vivere in quest’epoca, Galen-at. Egli condivide più di chiunque altro il suo spirito con Mander ed è il mezzo con cui Lui ha scelto di parlarci direttamente, per fugare la perdita di fiducia nell’ordine dei Religiosi, che Lui stesso ha contribuito a fondare e che negli anni passati è stato messo profondamente in discussione.» Alle spalle del Manderley, la porta finestra venne spalancata verso l’esterno. Il piccolo Kal, visibile attraverso le colonnine della balaustranonostante la bassa statura, avanzò con fare solenne verso il capo della religione. Crestol provò una profonda compassione per lui, per il modo in cui lo costringevano a esibirsi ogni settimana da anni, inducendolo a credere, con una serie di falsi racconti, di essere qualcuno che non era. Se tutto fosse andato come doveva, da quel giorno in avanti la storia sarebbe cambiata e il bambino avrebbe ricominciato a vivere come meritava. Come suo padre e sua madre avrebbero voluto. Tra il mormorio della folla - pochi erano gli abitanti dei villaggi di Alethya che non avevano mai visto il Galen-at, eppure ogni sua apparizione era accolta da grande meraviglia e commozione - Kal salì su una sorta di altarino in legno, costruito sulla terrazza per accoglierlo durante le celebrazioni di Tyrloil. Poco oltre il punto dove si trovava, Crestol individuò due ardmala che con una corda stavano assicurando una capra a una carrucola. Risollevò lo sguardo e, accanto al Manderley e al bambino, trovò altre due guardie che erano uscite dalla porta finestra e che si apprestavano a ricevere l’animale. Un segnale di allarme si accese nella sua mente; normalmente sulla terrazza non c’erano ardmala. Avrebbero dovuto attendere e vedere come si sarebbe evoluta la situazione, ma non ce ne fu il tempo. Sul tetto del Convento, in corrispondenza della terrazza, erano comparsi Gavren, Paliben e Amildren.


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XI Gavren raggiunse per primo la torre orientale, seguito dagli altri. Trovarono la piccola porta in legno spalancata, come l’aveva lasciata Amildren, e fecero ingresso nella struttura. Corsero su per la scala a chiocciola che conduceva alla sommità. L’ambiente era scarno, nient’altro che pareti di grossi mattoni di pietra allineati, con qualche feritoia per permettere l’ingresso della luce e supporti per sostenere le torce quando faceva buio. I gradini in pietra erano consumati e scivolosi. Al posto di guardia in cima alla torre li aspettavano Amildren e Cneer. I Tecnici furono colti da un forte odore di bruciato; le fiamme scatenate da Brentan avevano arso parte dell’asse di legno che chiudeva la botola. Gavren emerse per primo e la sua attenzione fu catturata dal sangue delle guardie uccise, che si stava raccogliendo intorno ai loro corpi distesi. Odiava l’idea di dover uccidere degli uomini, di strapparli alle loro famiglie, ma in certe occasioni non se ne poteva fare a meno. In nome di un bene più grande. «Eccoci» annunciò ai due che li aspettavano «bravi ragazzi, ottimo lavoro. Soprattutto tu, Cneer.» «La prossima volta non è che puoi anche spegnerlo, il fuoco?» chiese Amildren, sarcastico, a Brentan «ci ho impiegato di più a sedare le fiamme che a stendere questi quattro.» «Posso solo accenderlo» spiegò Brentan con serietà, come se ve ne fosse bisogno. Molto pacato, sembrava sempre perso in profondi pensieri e si concedeva raramente un sorriso. «Andiamo, non perdiamo tempo» li esortò Gavren «Grunden, dopo aver fissato il cavo, controlla che arriviamo di là senza intoppi, ma poi tu e Brentan andatevene subito da qui. Raggiungete Lauter dall’altra parte e copriteci mentre fuggiamo.» Grunden annuì. Era tutto pianificato da tempo, ma Gavren aveva un fare da vero condottiero e non voleva lasciare nulla in sospeso. «Paliben, comincia a concentrarti» ordinò Gavren «un paio di minuti sono abbastanza?» «Sì» confermò lui «ho provato varie volte e dovrebbero bastare dai


41 settanta ai novanta secondi. Qualcosa in più oggi per raggiungere un’intensità maggiore.» «Perfetto. Grunden, quando vuoi. Non avrai una seconda possibilità.» Mentre il giovane Paliben, in disparte, chiudeva gli occhi e prendeva a respirare profondamente, con le braccia abbandonate lungo i fianchi e i pugni stretti, Grunden avanzò verso il parapetto che dava sul parco del Convento. Da quella posizione aveva una perfetta visuale del retro dell’edificio adibito a residenza del Manderley, che era il loro vero obiettivo. Individuò un comignolo da cui usciva un sottile filo di fumo e lo ritenne abbastanza solido e resistente per il suo scopo. Sollevò lo strumento ideato da Sureep e, tenendolo appoggiato contro il petto per aumentare la precisione del tiro, mirò in quella direzione e premette il grilletto. Con una violenza inaspettata, il lungo cavo metallico, alla cui estremità libera era fissato una sorta di uncino, fu sparato in avanti dal meccanismo progettato e costruito da Sureep. Il rinculo quasi fece barcollare Grunden, sebbene fosse un uomo molto robusto e noto tra i Tecnici per la sua forza. In un niente, il gancio raggiunse il comignolo e penetrò nella pietra come una lama nel burro, incastrandosi saldamente. Grunden, che stringeva ancora tra le mani lo strumento a cui era fissata l’altra estremità del cavo, puntò a terra i piedi e tirò all’indietro con forza. Il cavo si tese all’inverosimile, ma il gancio non si staccò. «Bene, resisterà» annunciò. «Andiamo» incitò Gavren, non prima di aver verificato che le guardie sulle mura di cinta non si fossero accorte di nulla. Erano concentrate sulla celebrazione e il cavo metallico, seppur resistente, era abbastanza sottile da non essere rilevabile dalla loro posizione. «Speravo che questo momento non arrivasse mai» scherzò Amildren, flettendo leggermente le ginocchia, con Cneer che, al suo fianco, faceva lo stesso. «Non scherzare» lo ammonì Gavren «non in un momento come questo.» Gli si avvicinò da dietro e gli saltò sulla schiena, tenendosi saldo con le braccia intorno al suo collo. Amildren sbuffò per lo sforzo, ma si trattenne da ulteriori commenti. Accanto a loro, Paliben si stava stringendo a Cneer nello stesso modo. Mentre Grunden teneva il cavo in tensione, Amildren salì in piedi sul bordo del parapetto in pietra e, preparandosi con un profondo respiro, strinse con entrambe le mani il cavo metallico. «Uno, due, tre!» contò, in favore di Gavren, prima di lanciarsi in avanti. Spostando una mano davanti all’altra, procedette lungo il cavo con le gambe penzoloni sospese nel vuoto.


42 La fatica per reggere il peso aggiuntivo di Gavren e il dolore alle mani lo rallentarono sensibilmente, ma riuscì lo stesso ad avanzare a una velocità tale da risultare quasi invisibile agli ardmala nel piazzale. In pochi secondi raggiunse il tetto della residenza del Manderley, dove erano al riparo della facciata dell’edificio, che sporgeva oltre il punto in cui si trovavano loro. Li raggiunsero Cneer e Paliben. Assicuratosi che tutti i suoi compagni fossero a destinazione, Grunden allentò la tensione del cavo e mandò un segno di intesa a Gavren. Lui rispose con un gesto della mano; era tutto sotto controllo e poteva spostarsi all’altra torre. Grunden appoggiò a terra lo strumento di Sureep, fece un cenno a Brentan e insieme a lui si rituffò nella botola. Gli uomini sul tetto non parlavano. Il contatto diretto con le mura del Convento pareva aver amplificato il loro nervosismo, mettendoli faccia a faccia con l’importanza e la difficoltà dell’impresa nella quale si stavano cimentando. Amildren si perse a osservare il parco alle loro spalle, perfettamente curato e ricco di piante e animali. Anche il laghetto, proprio sotto di loro, era affascinante, e immaginava che un luogo come quello dovesse esercitare un’attrazione irresistibile in un bambino dell’età di Kal. «Paliben?» domandò Gavren. Il ragazzino era il più inesperto del gruppo, ma il suo ruolo era decisivo. Nessun altro, nessuno che Gavren conoscesse, aveva un potere come il suo, sconosciuto ai Religiosi e ideale per il loro scopo. Si augurava che il panico non prendesse il sopravvento. «Sono carico» gli assicurò lui. Si concesse anche un sorriso, cosa che rincuorò Gavren. «Come mai prima d’ora, a dire il vero.» «Ottimo» si compiacque Gavren, prendendo la corda che aveva infilato tra la cintura e gli abiti. «Dopo la luce noi due ci buttiamo» ricordò ad Amildren «partirà subito il fumo. Tu tieni d’occhio il Manderley e recuperi la corda di Crestol, io prendo il bam… Beynul. Poi torniamo su e scendiamo con il cavo di Lauter. Ricordate la sequenza?» «Amildren porta te e il bambino» recitò Cneer «io Paliben, Crestol e Streelar per conto loro.» «Perfetto. Perfetto.» Gavren sembrava voler ritardare il più possibile l’entrata in azione, ora che era giunto il momento. Infine passò la sua corda a Cneer e si mosse per primo verso l’estremità opposta dell’edificio. Raggiunsero il retro della facciata, che costituiva una sorta di alto parapetto, dietro al quale si nascosero per qualche secondo per avere


43 una panoramica del piazzale e delle guarnite mura che lo delimitavano. Cneer ne approfittò per fissare un’estremità della corda a una decorazione in pietra. Non udivano la voce del Manderley, ma dopo pochi secondi il mormorio della folla riempì l’atmosfera. Il bambino era uscito. Con un agile balzo, Gavren saltò sulla sommità della facciata, seguito da Amildren e poi da Paliben.


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XII Yanor fu il primo dopo Crestol a vedere i tre Tecnici spuntare da dietro alla facciata, proprio sopra la terrazza del Manderley. Stava osservando i suoi colleghi ardmala impegnati con la capra sacrificale da issare, ma il suo pensiero era rivolto altrove. Pensava alla moglie e al figlio, che lo aspettavano nella loro casa a Ingerstar. Alle guardie dei Religiosi era concesso lasciare la Cittadella o i presidi nei villaggi solo per poche ore la settimana. Il turno di Yanor cadeva di Tyrloil, per cui, dopo la cerimonia, sarebbe corso a casa per godersi la famiglia. Soffriva per il poco tempo che poteva riservare alla vita privata e ai suoi cari, tuttavia comprendeva di essere fortunato. Essere un ardmal era un privilegio, per lui e per i suoi famigliari, e se ciò implicava qualche sacrificio, doveva accettarlo. Fosse stato un popolano qualunque, avrebbe vissuto nella povertà e nella paura, controllato anziché controllore, vittima anziché carnefice. Come guardia, aveva immunità assicurata per sé e per coloro che amava. Nonostante tale consapevolezza, non erano infrequenti i giorni in cui si interrogava, se non fosse meglio subire vessazioni e vivere di stenti, ma farlo con l’appoggio e l’amore di sua moglie Enyla e suo figlio Kayler. Poteva con sicurezza affermare di conoscere meglio gusti e abitudini dei tyrmala che proteggeva, o degli abitanti di Aletstar, il villaggio a cui era stato assegnato, rispetto a quelli del suo ragazzo. Suo padre l’avrebbe ammazzato, se fosse venuto a conoscenza di simili incertezze. Aveva speso gli ultimi anni della sua vita per fare in modo che Yanor entrasse tra gli ardmala, andando a raccogliere informazioni fino a scoprire che un lontano cugino di sua moglie era diventato tyrmal di Gyalstar e mettendosi in contatto con lui per presentargli suo figlio. Il fisico robusto di Yanor aveva giocato a suo favore ed era stato accettato per il percorso di formazione. La cerimonia conclusiva, privata, prevedeva che il futuro ardmal punisse fisicamente i propri genitori e i membri della propria famiglia, se ne aveva una, per dimostrare che il rispetto delle norme e della religione veniva prima di qualunque altro affetto. Mentre frustava la madre, che si tratteneva dall’urlare di dolore per non ferirlo, Yanor era riuscito a non versare una sola lacrima, ma non era


45 riuscito a prendere sonno per svariate notti. In seguito, dopo aver trovato moglie, avrebbe pensato che, se gli avessero imposto di torturare lei, avrebbe rinunciato a diventare una guardia. Perso in simili pensieri, tornò in sé quando scorse movimenti anomali nella parte alta del suo campo visivo. Levò lo sguardo e scorse tre uomini sul tetto. Ebbe fin da subito la sensazione di aver già avuto a che fare con almeno uno di loro, ma quel che era certo era che si trattava di Tecnici. Mentre urlava l’allarme, pensò che con molta probabilità avrebbe dovuto rivedere i suoi piani per il pomeriggio e rimandare il ritorno a casa.


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XIII Al grido di allarme dell’ardmal Yanor, decine di guardie rivolsero la loro attenzione verso la terrazza, mentre quelle disperse tra la folla cominciarono a farsi largo con violente spallate per raggiungere l’ingresso del Convento. Il mormorio di venerazione dei devoti si trasformò in preoccupato, momentaneo silenzio, destinato a sfociare nella paura e infine nel panico. Crestol non esitò nemmeno per un istante e svolse completamente la sua corda, lasciandone un’estremità annodata intorno alle zampe delle galline. Si voltò verso Streelar e le fece un cenno col capo. Udite le urla, Lauter, dalla torre di guardia orientale, con il congegno di Sureep lanciò un secondo cavo metallico, che si incastrò nella pietra del Convento a venti piedi dal punto in cui stavano i suoi compagni. Sulla sommità della facciata, Paliben era in posizione. Scoprendo in sé un coraggio e una determinazione che non aveva mai sospettato, chiuse gli occhi, allargò leggermente le braccia e spinse. Raggi di luce esplosero dapprima dal suo volto, poi dal corpo intero, avvolgendolo come fiamme e trasformandolo in un piccolo astro luminoso. Le guardie e tutte le persone che stavano guardando in quella direzione rimasero accecate e stordite. Lo stesso Manderley, che ancora non era riuscito a realizzare quanto stesse accadendo, tanto gli eventi si susseguivano con rapidità, si portò una mano davanti agli occhi per proteggersi da quella violenta luce. Gavren e Amildren non persero tempo. Ancor prima che Paliben si accendesse, ritardando il momento in cui le guardie avrebbero estratto i loro archi per attaccarli, si lanciarono sulla terrazza sottostante. Contemporaneamente, dalla folla, Streelar scagliò due delle mele fumogene che portava con sé in direzione del Manderley e altre cinque in mezzo al piazzale, in ogni direzione intorno a lei e Crestol. Questi si era portato proprio sotto alla terrazza e con un unico, lesto movimento colpì al capo i due ardmala alle prese con la capretta, stordendoli. Poi, stringendo gli occhi per l’accecante bagliore, lanciò un’estremità della sua corda al di là della balaustra, sfruttando il peso delle galline che vi erano legate. Quando Gavren atterrò sulla terrazza il fumo si era già diffuso ovunque, rendendogli arduo vedere a pochi pollici dal proprio volto. La stessa


47 nebbia, come una scura nuvola temporalesca, stava rapidamente avvolgendo la parte del piazzale a ridosso della facciata del Convento. L’intensità della luce emessa da Paliben andava scemando, ma ancora le guardie non erano in grado di guardare in quella direzione per cercare di colpirlo. Qualche ardmal cominciò a lanciare frecce alla cieca, ma nessuna andò a segno. Qualcun altro gridò di smettere, poiché alto era il rischio di colpire il Manderley o il Galen-at. Un paio di dardi raggiunsero innocenti tra la folla; una giovane madre venne trafitta alla base del collo davanti agli occhi sgomenti del figlioletto, che si mise a piangere e gridare. Sulla terrazza, Amildren vide atterrare le tre galline lanciate da Crestol. Le recuperò e con un violento strattone liberò l’estremità della corda, spezzandone le zampe. Mentre con la coda dell’occhio teneva sotto controllo il Manderley alla sua sinistra, sebbene nel fumo non ne scorgesse che il contorno indistinto, assicurò la corda a una delle colonnine della balaustra. Dietro di lui, Gavren aveva stretto le braccia intorno ai fianchi di Kal, spezzando i sostegni metallici sotto alla veste, e gli iniettò la soluzione preparata da Sureep. Lo strillo del bambino si spense. Mentre Gavren cercava la corda lanciata dall’alto da Cneer, scorse nel fumo due ombre che non avrebbero dovuto trovarsi lì. La reazione del figlio della donna uccisa tra la folla fu la goccia che fece traboccare il vaso, abbattendo qualunque resistenza residua; le migliaia di presenti, in preda al panico, cominciarono a spingere in ogni direzione per fuggire dal piazzale. I più deboli rimasero sopraffatti e vennero schiacciati dal peso della massa; quel giorno il numero dei cadaveri avrebbe superato quello delle offerte ricevute dai Religiosi. Crestol si stava issando sulla corda assicurata alla balaustra da Amildren, per raggiungere i suoi compagni sulla terrazza. Alle sue spalle Streelar lo seguiva, dopo essersi divincolata dalla folla prima di venirne sommersa. Lanciò dietro di sé le ultime due mele fumogene. «Avete due guardie lì sopra!» strillò Crestol. Amildren, che si era voltato verso il Manderley, immobilizzato e ammutolito nella densa e grigia nebbia, li notò solo in quel momento; due ardmala si stavano avventando su Gavren e sul bambino. Forte della sua esperienza, reagì con prontezza all’imprevisto: estrasse il pugnale, ancora sporco del sangue delle guardie sulla torre, e si lanciò sui due uomini, che persero la vita prima ancora di capire chi li aveva attaccati. Da dietro alla porta finestra che dava sulla terrazza, Malun osservava la scena con sgomento, ma senza alcuna intenzione di intervenire. Temeva che prima o poi sarebbe accaduto, anche se non avrebbe immaginato che i Tecnici si arrischiassero fino a tal punto. Dovevano aver registrato le abitudini del Manderley, che saggiamente si stava tenendo in


48 disparte; se fosse sopravvissuto, avrebbe di certo ricordato di indossare la corona in ogni apparizione pubblica. Dal canto suo, non se la sentiva di affrontare i Tecnici, assicurandosi una morte certa come quella che aveva colpito i due ardmala là fuori, il cui sangue colava sul vetro della finestra. Paliben, ormai esausto, si accasciò all’indietro. Cneer non se lo aspettava, ma riuscì a sostenerlo prima che battesse la testa. Lo caricò in spalla per portarlo in salvo. Individuò il cavo lanciato da Lauter e vi si appese, raggiungendo in pochi secondi la torre. Alle spalle di Lauter, che teneva il cavo in tensione, vide Grunden che staccava le pietre del parapetto del posto di guardia e le ammucchiava a terra. Brentan lo osservava, sgranchendosi le dita in attesa del suo momento. Gavren si era già arrampicato per metà della distanza che separava la terrazza dal tetto. Amildren lo seguiva da vicino, mentre Crestol, appena scavalcata la balaustra, si era sporto in avanti per aiutare Streelar. Era quasi arrivata, quando un ardmal, dal piazzale sottostante, spiccò un balzo e, usando la corda come appiglio, le afferrò una caviglia. Crestol si sentì spingere da dietro e sarebbe precipitato a terra, se non avesse avuto la prontezza di spostare il peso di lato e scartare, rotolando sulla terrazza. Così facendo, scoprì che a spingerlo era stato il Manderley in persona, meglio visibile con il fumo che andava lentamente diradandosi. Dalla sua posizione supina, portò per istinto le ginocchia verso il petto e spinse le gambe in avanti con forza, colpendo il massimo esponente dei Religiosi al basso ventre e facendolo rovinare a terra urlante. Raggiunto il tetto, Gavren e Amildren si voltarono verso i loro compagni, che stavano ritardando. Videro confusamente Crestol rialzarsi e raggiungere la balaustra, sporgendosi oltre il bordo. Per qualche istante i contorni furono troppo sfocati nel fumo, ma alla fine scorsero Crestol e Streelar e li videro appendersi alla corda che li avrebbe condotti da loro. A pochi passi, Cneer era tornato dopo aver depositato Paliben in cima alla torre orientale. Nel piazzale, la maggior parte dei devoti si era spostata in direzione della cattedrale. Nella zona antistante la terrazza del Manderley erano riversi al suolo corpi esanimi e decine di persone ferite. Persino un paio di ardmala erano rimasti uccisi. Altre guardie erano riuscite a farsi largo ed erano entrate nel Convento, dirette alla stanza del Manderley e al tetto, per ostacolare la fuga dei Tecnici e salvare il bambino. «Andiamo!» gridò Gavren, sul tetto. Stringendo saldamente Kal contro un fianco, col bambino che aveva la testa e gli arti penzoloni come fosse svenuto, saltò sulla schiena di Amildren. Questi partì verso il cavo lanciato da Lauter. Si mosse con


49 rapidità, ma a circa metà strada udì l’inconfondibile sibilo di una freccia che gli sfiorava il volto. Più indietro, Streelar arrivò in cima per prima. Stava piangendo ed era in stato di confusione, ma continuò a muoversi secondo il piano stabilito, come sorretta dalla forza della disperazione. Crestol emerse un secondo dopo di lei e si abbandonò oltre il bordo della facciata del Convento. Cneer si avvide con sgomento che aveva una freccia conficcata nella parte alta della schiena e un’altra nella coscia sinistra. Lo raccolse e se lo caricò sulle spalle, gemendo per lo sforzo nel sollevarlo a peso morto, quindi corse per l’ultima volta verso il cavo metallico. «Vai, Streelar!» urlò «è finita, vai!» Streelar strinse i denti e lo seguì. Poi, quando lui si appese al cavo teso verso la torre, si avvicinò al bordo del tetto del Convento e si lanciò nel vuoto. Atterrò sull’erba che circondava l’edificio, trenta piedi più in basso, accanto all’ingresso della torre, attutendo la caduta senza problemi. Dalla torre orientale, Brentan si avvicinò a quanto restava del parapetto disgregato da Grunden e generò una linea di fuoco sul tetto del Convento. Gli ardmala non erano ancora arrivati sulla sommità dell’edificio, ma, anche in quel caso, non sarebbero stati in grado di procedere. Quando tutti, Streelar esclusa, furono sulla torre, Lauter mollò il congegno con cui aveva tenuto il cavo in tensione e si avvicinò a Grunden. «Crestol!» gridò Gavren, che aveva aspettato tutti i suoi compagni prima di scendere. Erano accovacciati per ripararsi dalle frecce scagliate dalle mura di cinta. Crestol, abbandonato contro il corpo di Cneer, alzò debolmente la mano per comunicare che aveva capito, ma la sua situazione appariva tragica. «Muoviamoci!» sbottò Amildren «arriveranno a momenti.» Gavren lanciò un’occhiata in lontananza, lungo il perimetro della Cittadella, e, come a conferma delle parole dell’amico, vide decine di ardmala che correvano verso la torre. «Grunden, Lauter, ora!» gridò, prima di scendere attraverso la botola e imboccare la scala a chiocciola, con il bambino tra le braccia. Tutti gli altri lo seguirono. Grunden e Lauter raccolsero alcune delle pietre che avevano formato il parapetto del posto di guardia e con la loro forza sovrumana le scagliarono verso le guardie che li attaccavano. Grunden si dedicò agli ardmala armati di archi e frecce, e con tre grossi massi riuscì a ucciderne un paio e a ferirne a decine, facendo crollare parte delle mura


50 di cinta sul lato orientale del piazzale. Lauter scagliò invece le pietre contro il piccolo esercito che sopraggiungeva di corsa verso la torre, abbattendo gli uomini e rallentando la loro avanzata. Infine entrambi corsero lungo le scale per unirsi ai loro compagni e fuggire. Nel frattempo Amildren aveva condotto Gavren e il bambino in salvo, al riparo della foresta, seguito da Cneer e da Crestol. I due Tecnici tornarono indietro, correndo veloci come mai prima di allora, e recuperarono Streelar, ancora in lacrime ai piedi della torre, e l’esausto Paliben. Mentre ripartivano rapidi verso la foresta, molti ardmala spuntarono da dietro all’altro versante del Convento, in corrispondenza della torre di guardia occidentale, e sul tetto dell’ala riservata ai dormitori; altri ancora, rialzatisi dopo essere stati colpiti dalle pietre scagliate da Grunden e Lauter, si avvicinavano dal versante orientale. «Dov’è Brentan?» chiese Cneer ad Amildren, mentre correvano evitando le frecce. Brentan era appena oltre la porta in legno della torre orientale. Si era fermato per aspettare Grunden e Lauter, che arrivarono in quel momento. «Andiamo?» domandò Lauter. «Ci sono guardie ovunque» lo informò Brentan, che aveva udito il rumore e le grida degli ardmala che li circondavano. «Non penso che Amildren e Cneer possano tornare, dobbiamo pensarci noi. Vi faccio strada io» aggiunse. «Come?» chiese Grunden. «Non preoccupatevi, li circonderò di fiamme, è l’unica soluzione. Voi intanto scappate, poi fate venire qualcuno a prendermi.» «Sei sicuro di quello che fai?» Ancora Grunden. «Sicurissimo» confermò Brentan, serio «ormai è fatta, voglio tornare a casa da Mydial.» Lauter annuì e fece un cenno a Grunden. Si avvicinarono alla porta. Brentan li precedette e, dopo un profondo sospiro, scattò fuori con le mani protese in avanti. Nello stesso istante, i suoi compagni corsero nella direzione opposta, verso la foresta. Decine di dardi sfrecciavano sopra le loro teste, ma, non appena furono in vista, vennero rivolte direttamente verso di loro. Brentan non perse tempo e accese un violento incendio intorno alle guardie giunte dalle mura occidentali, circondandole con le fiamme e bloccando loro la strada. Un paio vennero arsi vivi, nell’indifferenza dei loro compagni, sospinti dal furore dell’inseguimento. Una freccia scagliata dall’alto raggiunse Brentan a un braccio, strappandogli un urlo di dolore. Cadendo a terra, concentrò la sua attenzione sugli ardmala sul tetto del Convento e li incendiò tutti. Non aveva mai rivolto il fuoco


51 direttamente su altri uomini prima di allora, ma la rabbia e il dolore lo spinsero a un gesto estremo per proteggere se stesso e i suoi amici e per servire la causa dei Tecnici. Decine di pire umane strillanti precipitarono dall’alto, o rotolarono sul tetto del Convento. Gli ardmala che correvano verso la torre si arrestarono, orripilati e spaventati da quella visione, ma ripresero vigore subito dopo, constatando che il Tecnico pirogeno, riverso a terra, era stato trafitto da altre frecce. Le guardie ricominciarono a correre all’inseguimento dei due uomini che, a mezzo miglio di distanza ormai, cercavano di conquistare la foresta e mettersi in salvo. Quando furono all’altezza di Brentan, disteso scompostamente a terra e sanguinante, lo oltrepassarono senza degnarlo di attenzione. Ma Brentan, che li stava aspettando, con le ultime forze residue della sua agonia alzò per l’ennesima volta le mani e scatenò il più grande incendio di quella giornata, tutto intorno a sé per un raggio di oltre dieci piedi, sacrificando la sua stessa vita, ma consentendo ad Amildren e Cneer di recuperare senza rischi Grunden e Lauter. Da lontano, Gavren assistette alla scena in ogni suo particolare. Quando vide l’esplosione delle fiamme chiuse istintivamente gli occhi. Aveva vissuto momenti terribili per tutta la sua vita e aveva visto morire e ucciso personalmente decine di persone, ma dovette trattenere un urlo di disperazione. Poco dopo Grunden e Lauter furono portati in salvo con i loro compagni. «Dobbiamo andare, ne arriveranno altri tra poco» gridò Amildren, incamminandosi nel fitto della foresta, percorrendo a ritroso la strada da cui erano arrivati. Streelar, ancora in stato confusionale, fu la prima a seguirlo. Fu poi il turno di Cneer, che portò con sé Crestol, facendo attenzione alle frecce che spuntavano dal suo corpo, e di Grunden e Lauter. Paliben rimase accanto a Gavren senza parlare. «Ce l’abbiamo fatta» commentò infine Gavren. Il bambino era disteso ai suoi piedi, ancora sedato. «Abbiamo perso un grande amico e un eccellente guerriero, ma ce l’abbiamo fatta. Ora andiamo.» Raccolse il bambino e si incamminò, seguito da Paliben.    )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD

Il ritorno di beynul  

Jury Livorati, fantasy. Il Regno di Alethya è sconvolto dagli scontri tra l'Ordine dei Religiosi, che detiene il potere, e i Tecnici, un gr...