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In uscita il 31/1/2019 (15,0 euro) Versione ebook in uscita tra fine gennaio e inizio febbraio 2019 (,99 euro)

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ANDREA BUCCIANTI

IL MARE ERA CALMO

ZeroUnoUndici Edizioni


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IL MARE ERA CALMO Copyright © 2018 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-9370-269-0 Copertina: immagine proposta dall’Autore

Prima edizione Gennaio 2019 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


A Sandra


Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo al pozzo. Ho esalato l’ultimo respiro oramai da tempo, il mio cuore si è fermato, ma, a parte quel vigliacco del mio assassino, nessuno sa cosa mi sia successo. Orhan Pamuk – Il mio nome è Rosso


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PREFAZIONE

Posto di Frontiera Slovenia – Italia L’uomo era disteso nella sua bara di cartone. Le pareti che per altri avrebbero costituito un ben misero ostacolo, lo rinserravano al pari della più robusta delle bare. Uscire da quel sudario equivaleva a morire. Respirava, ma a fatica. Di lì a poco, terminata la scarsa riserva d’aria, l’avrebbe ucciso il grande sacchetto di plastica che si era messo attorno alla testa, per eludere i sensori di respiro della polizia di frontiera. Nessuno sapeva con certezza se erano efficaci e neppure se fossero una realtà o solo una fola, magari messa in giro dalla stessa polizia. Oramai però, per i fuggitivi, il sacchetto in testa era diventato un must. Alcuni probabilmente erano morti per quella chimera, ma nessuno sfuggiva a quel terribile viatico. Era solo questione di tempo, in un senso o nell’altro. Immobile, i polmoni rinserrati dalla paura e dall’inizio di anossia, l’uomo sprofondò nell’abisso del panico. Doveva distrarre la mente dal buio, dall’odore acre della plastica, dall’affanno. Interrompere il collegamento fra le orecchie e il cervello, per non sentire i cani, i poliziotti, le porte del TIR che si aprivano, gli ordini… Interrompere il tic tac dei secondi nel cervello impazzito, accelerare il tempo, non pensare al passato, al ritorno nella sua terra di dolore e di morte se avesse fallito. Il tempo smise di scorrere, mentre i polmoni cominciarono a dolergli, la bocca a spalancarsi senza controllo nella ricerca disperata di aria che non arrivava. Iniziò a sentirsi andar via. Fra poco sarebbe svenuto e sarebbe stata la fine. Quel pensiero gli allentò le mani aggrappate al fondo del sacco di plastica, indipendentemente dalla sua volontà, schiave del suo desiderio, e il bordo del sacco si sollevò. Filtrò appena un poco di aria stantia, insufficiente per la sua fame disperata. Percepì il movimento del TIR, ma forse era solo la materializzazione della sua speranza. La bocca spalancata seguiva le contrazioni dei polmoni, dei bronchi. Era più di quanto un uomo potesse sopportare. Si tolse il sacco di plastica, ma l’interno dello


8 scatolone, pieno a metà di detersivo in polvere per distrarre i cani dall’odore di fuga e di paura, conteneva oramai solo aria viziata. La creatura esplose come un novello uomo cannone del circo dei disperati, sfondando lo scatolone, emergendo dal detersivo in polvere e dall’anossia. Per lunghi secondi respirò mantice gracchiante, dimentico di tutto. Quando riprese coscienza di sé la frontiera era passata.

Un appartamento di città, una ragazza sola La ragazza, assorta, stava scrivendo un’e-mail. La luminescenza dello schermo del computer si rifletteva nei suoi occhiali. Era talmente presa dallo sforzo di tradurre i suoi pensieri in parole, che non si accorse della chiave che apriva silenziosamente la serratura della porta d’ingresso, peraltro ben lubrificata prima di quell’ingresso fraudolento. La porta venne chiusa altrettanto silenziosamente e due ombre dai passi felpati s’insinuarono nella casa indifesa. Un passamontagna li rendeva irriconoscibili. Il colpo la raggiunse inatteso e violento, scaraventandola a terra assieme al computer. Il sangue che sgorgava dal labbro spaccato le macchiò la camicetta bianca, in un osceno ghirigoro. Un calcio nelle sue costole indifese siglò la domanda, posta con un marcato accento slavo: «Per chi lavori puttana?» La ragazza cercò di articolare un qualsiasi suono, ma il colpo le aveva tolto respiro e favella. L’uomo del calcio stava per colpire ancora, ma l’altro lo trattenne, stringendogli il braccio. Del resto non avevano fretta. La ragazza riuscì ad articolare qualche parola. «Cosa cazzo volete… sono una giornalista.» «Sì e noi siamo due monache. Parlerai, parlerai tesoro, non desideri altro.» «Che cosa volete… soldi? Prendete quello che volete.» «Noi vogliamo te tesoro. Allora per chi lavori?» «Sono una giornalista.» «Certo, certo.» Uno dei due passò dietro di lei e cercò di bloccare le braccia. La ragazza tentò di colpirlo in qualche modo, ma da terra poté fare ben


9 poco. L’uomo riuscì a immobilizzarle le braccia e s’inginocchiò, serrandola in una morsa. L’altro grugnì. «Te lo ripeto ancora: per chi lavori puttana? Sei un’informatrice della polizia?» «Cosa c’entra la polizia, sono solo una giornalista.» «Allora non ci capiamo. Adesso ti ammorbidisco io brutta troia.» L’uomo strappò con un colpo solo camicetta e reggiseno. La donna, che aveva capito, si divincolò, ma, trattenuta per le braccia, non poté girarsi più di tanto. La ragazza cercò di divincolare le gambe. Stufo, l’uomo le assestò un pugno pesante, a sfondare, in piena faccia. Si udì il crac del setto nasale che cedeva, l’urlo della ragazza che si trasformò in un rantolo in cerca d’aria: Il dolore paralizzante azzerò le sue difese. «Parlerai, oh se parlerai.» L’altro ghignò. «Alla peggio ci scrive, Zeljko.» «Non dovevi fare il mio nome, ma non importa.» Sollevò la gonna, strappò i collant e gli slip. Dopo qualche secondo la ragazza lo sentì che gli mormorava nell’orecchio: «Godi finché ne hai l’occasione.» Poi fu solo dolore e disperazione. Riemerse dal tunnel solo per sentir dire: «Approfittane anche tu Zoran, è gratis, alla signorina piace vero?» «Non mi va.» «Non sarai mica come dicono qui in Italia… frocio?» «Adesso smettila. Allora Francesca per chi lavori?» La ragazza riuscì a malapena a capire che parlavano a lei. L’altro uomo si rialzò, mollando le braccia. Lei oramai era una bambola rotta. Un colpo nelle reni le impedì di parlare, anche se ne avesse avuta voglia. «Ci siamo rotti, facciamola finita. Te lo chiedo per l’ultima volta: per chi lavori?» Quelli che seguirono, non furono due schiaffi, ma due colpi. La ragazza, riuscì a percepire il metallo dei pesanti anelli dell’uomo che si apriva un varco nella sua carne indifesa. Avrebbe voluto parlare, dire tutto quello che sapeva pur di farla finita, ma fu solo buio.


10 Un appartamento di città, una ragazza, un commissario di polizia Andrea Trombettoni aprì la porta: la casa era immersa nella penombra. Avanzò qualche passo e quasi inciampò nel corpo di Francesca. Intuì che si trattava di lei, tanto era irriconoscibile. Il naso era tumefatto e aveva colato sangue, oramai rappreso. Gli occhi erano semichiusi e gonfi, le guance tagliate, le labbra spaccate. Il sangue aveva imbrattato i capelli impastandoli. Le braccia avevano angolazioni strane da bambola rotta. Francesca era seminuda, le vesti stracciate, il corpo pieno di pesti e tagli. Andrea si chinò all’altezza delle labbra percependo un rantolo. Era ancora viva, anche se probabilmente chi l’aveva conciata così l’aveva data per morta. Un lampo accecante attraversò la mente di Andrea. Fu accompagnato da un tonfo sordo, doloroso, annichilente. Andrea fece in tempo a sentire le ginocchia cedere, poi più nulla.


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Era notte e, nei pressi di un magazzino del porto di ******, si svolgeva una riunione fra gli azionisti di una particolare S.r.l. Il porto era adibito in prevalenza alle navi porta container, e gli azionisti di quella particolare S.r.l. se ne servivano come punto d’appoggio per la loro società di servizi. I servizi forniti avrebbero fatto storcere il naso a molti e sicuramente destato un grande interesse nelle forze dell’ordine, ma i soci avevano cura di mantenersi nell’ombra. La riunione straordinaria si teneva a breve distanza da un lampione agganciato alla parete di un capannone. La luce giallastra rifletteva le goccioline d’umidità che pervadevano l’aria, proiettando un cono di luce tremolante e insicura. Non che la cosa dispiacesse ai convenuti che si tenevano comunque a distanza anche da quel fatuo cono di luce. Il tono delle voci era rilassato e piano, senza alti né bassi. Sapevano per esperienza che quel tono di voce si spegneva a una brevissima distanza, assorbito dall’ambiente. «Zeljko mi sa che avete fatto una grossa leggerezza.» Il tono era quasi gentile. Del resto, in una qualsiasi organizzazione, da un certo livello in su, la ruvidità del linguaggio è considerata sconveniente. «Sì Marco, abbiamo avuto un piccolo intoppo, ma ora le cose vanno a gonfie vele. Nessuno potrà collegare la Fabrizi a noi.» L’italiano era corretto, però con un pesante accento slavo. «Questo lo dite voi, è solo questione di tempo. Detesto i lavori approssimativi e poco accurati, lo sapete bene. Dovevate farvi dire dalla Fabrizi quello che sapeva, quello che aveva raccontato a quel commissario Trombettoni. Soprattutto dovevo assolutamente sapere per chi lavorava. Quella è una giornalista come me e te.» «Capo noi ci abbiamo provato…» «Provato a fare cosa idiota? Non dovevate ucciderla prima di farvi dire tutto quello che sapeva. Dovevate entrare nel suo cervello, sapere tutto: nomi, contatti, informazioni. Invece vi siete fatti prendere la mano e l’avete massacrata prima che potesse parlare: primo errore. L’avete


12 anche violentata: secondo errore. La violenza è servita solo ad attirare l’attenzione. Pensavate che fosse morta e non lo era: terzo errore.» «Vero capo, però non pensavamo che potesse finire così. È vero, c’è scappata la mano, ma ci ha fatto veramente incazzare, ci ha provocato.» «Non mentire. Quella ragazza non era il tipo da provocare nessuno. Non vi dico forse di controllare e ricontrollare sempre, di avere dei riscontri oggettivi, di non affrettare mai i tempi e di non lasciare nulla al caso? Se non era per quel commissario, che è cascato a fagiolo, a quest’ora starebbero indagando su di voi, e quindi su di me. Solo che avete tralasciato il piccolo dettaglio che, essendo coinvolto un commissario, indagheranno ancora e ancora, e alla fine potrebbero comunque arrivare a noi. È proprio quello che dovevamo evitare bastardi. Ne va della nostra sopravvivenza, teste di cazzo. Una cosa è estorcere delle informazioni mettendo un po’ di pressione, un’altra è lo stupro e l’assassinio.» «D’accordo Marco abbiamo sbagliato. Ma adesso è tutto a posto. Oltretutto al nostro posto è stato incolpato un commissario di polizia. Che volere di più?» interloquì un altro dei convenuti. «Già, ma io non mi posso più fidare. E poi tramortire il commissario via…» «Cosa avremmo dovuto fare? Almeno abbiamo fatto in modo che fosse trovato sul luogo del delitto e incolpato.» «Già, ora. Ma poi… Anche se siete sicuri di non avere lasciato niente nell’appartamento che possa ricondurvi a me, a noi, rimane il fatto che avete fatto di testa vostra disobbedendo agli ordini che erano chiari. Le informazioni che volevo le ha quella puttana nella tomba. E poi è stato incolpato proprio un commissario di polizia.» «Meglio lui di noi capo…» «Idioti. Adesso si daranno da fare se non altro per spirito di corpo, fino a che non sarà discolpato, e alla fine troveranno qualcosa su di voi. La violenza non collima con il profilo del commissario e collima invece con il vostro profilo di animali. Siete scappati troppo di corsa per essere veramente sicuri di avere cancellato tutte le tracce.» «Capo abbiamo sentito suonare. Abbiamo avuto paura e ci siamo nascosti in bagno per vedere che aria tirava. Poi il commissario è entrato. A quel punto lo abbiamo dovuto tramortire per poter andare via indisturbati. Così lui è rimasto sul luogo del delitto e noi siamo scappati. Per fortuna la portiera non ci ha visto.»


13 «Insomma, vi ho fatto venire fino in Italia per un’operazione facile anche per due idioti come voi. Dovevate strappare tutte le informazioni possibili alla Fabrizi, farla fuori in maniera che sembrasse un suicidio, e poi sparire. Nessuno vi conosceva, due ombre che entrano ed escono dall’Italia. Invece avete gestito tutta l’operazione da bestie. L’avete violentata entrambi bastardi?» «Capo è stato un bene violentarla. Contribuisce a incolpare il commissario, era lui che se la scopava.» «Non dire idiozie. Contribuisce a incolpare voi due, non il commissario. Ripeto la domanda. Siete stati entrambi?» «Sì, capo», Zeljko rispose un attimo prima di Zoran. Quasi precipitosamente. «Spero di non sbagliarmi nel dare a Cesare quel che è di Cesare, ma anche al diavolo quello che è del diavolo. Questo.» Come per magia un coltello si materializzò nella mano di Marco. Trovò la sua giusta sistemazione nel ventre di Zeljko. Un leggero gorgoglio segnalò il suo ingresso. Il gorgoglio si fece più accentuato quando Marco, per sicurezza e per malvagità, lo accompagnò verso l’alto. Le costole formarono un ostacolo naturale che Marco riconobbe e accettò, lasciando il coltello infisso nel ventre di Zeljko. Allontanò la mano con un gesto armonioso. Un’altra mano premurosa soffocò il grido di paura più che di dolore di Zeljko. Il dolore sarebbe venuto poco dopo. Zeljko cadde in ginocchio mani sul ventre. Altre mani caritatevoli lo tennero in quella posizione impedendogli di completare la propria caduta. Doveva guardare negli occhi Marco e così fu. Nel gruppo non ci fu alcuna concitazione. Solo Zoran, che aveva accompagnato Zeljko a casa della Fabrizi e ne aveva condivisa l’uccisione, aveva gli occhi sbarrati e il respiro affannoso. Fece per portare una mano alla giacca, ma uno sguardo di Marco lo bloccò. «Non peggiorare le cose Zoran, te ne prego.» Erano passati pochi secondi dall’accoltellamento del suo compagno, ma già grosse gocce di sudore gli imperlavano la fronte. Marco gli si rivolse quasi con affetto: «Sai Zoran, ho letto che i Samurai, quando fanno harakiri, hanno sempre dietro di sé un compagno premuroso, un secondo, che gli taglia la gola dopo che questi si è sventrato. È un gesto di cortesia e di rispetto, per impedirgli di soffrire troppo e troppo a lungo. Vuoi fare questo per Zeljko?»


14 Il respiro affannoso di Zoran si bloccò. Marco sfilò il coltello dal ventre di Zeljko, che si contrasse, e porse il coltello a Zoran, con un gesto leggero. Questi riuscì ad articolare appena qualche parola, del tipo, ma poi ucciderai anche me? «Zoran ti prometto che a questo ti darò una risposta a breve. Per ora pensa a Zeljko, te ne prego.» Zoran, come ipnotizzato, quasi obbedendo a una volontà non sua, con gesti legnosi passò dietro a Zeljko e, con un gesto meccanico e violento, gli tagliò la gola da un orecchio all’altro. Il torrente di sangue che ne scaturì gli inondò la mano. Gli occhi sbarrati di Zeljko, non si sa se per il dolore o per il terrore, che un attimo prima urlavano, si quietarono, pur rimanendo in ogni caso sbarrati. Fu lasciato cadere. «Ora sei troppo sconvolto per capirmi, ma poi mi ringrazierai. Mi odierai, ma in cuor tuo saprai che mi devi la vita. D’altronde, fino a ora avevate lavorato bene, quindi punirvi entrambi mi sembra eccessivo. Da me non hai più niente da temere. Non volermene, ho fatto solo il mio dovere. Lo capisci questo?» «Sì.» «Bene. Voi stessi non mi perdonereste un gesto di debolezza. Il coltello grazie: ci sono affezionato, e poi ci sono le mie impronte. Dalla parte del manico per cortesia.» Zoran gli porse il coltello insanguinato, fissando la punta che per un attimo era rimasta rivolta verso di lui. «Non posso tenerti qui, mi sembra evidente. Tornerai dall’altra parte e gestirai le partenze come prima. Milutin prenderà il posto di Zeljko. Sei come resuscitato, dimenticati questa sera e, se mi servi con tutto te stesso, vedrai che tutto si aggiusterà.» Zoran non riuscì ad articolare verbo. «D’accordo, capisco che ora tu sia scosso. Mi sei utile, quindi da me non hai più niente da temere. Se non farai altre cazzate naturalmente. Ti capisco, eravate molto amici. Ho intuito che sia stato lui a violentare la ragazza. Per questo ho punito lui. Mi sbaglio?» «No, capo.» «Tanto lo diresti lo stesso. Pensaci tu, fallo sparire come si deve, noi dobbiamo andare. Ciao Zoran.» Il gruppetto si sciolse e Zoran fu lasciato pietosamente solo con Zeljko nella penombra. Non pioveva, ma l’umidità era tale che la condensa allargava la macchia di sangue sotto Zeljko. Zoran proruppe in un


15 singhiozzo isterico che non si trasformò in un pianto liberatorio. Pensaci tu, che cazzo, come se fosse facile da soli liberarsi di un cadavere, e di quella mole poi. Doveva cercare aiuto. Chi poteva aiutarlo? Protetto dal buio, accanto al muro di un capannone vicino, l’ispettore Bianchi rifletteva. Anche noi lo chiameremo così, visto che era un uomo dell’intelligence e il suo vero nome lo conoscevano in pochi. Aveva assistito a tutta la scena, ma l’omicidio si era svolto in un attimo, e lui era da solo, che avrebbe potuto fare? L’unica cosa era starsene zitto e buono in attesa degli eventi, per sfruttare eventuali circostanze favorevoli. Perciò era rimasto al suo posto, respirando a malapena. Sempre la solita storia: i poliziotti erano sempre almeno in due, loro dei Servizi quasi sempre da soli. Era già stato un miracolo che un suo contatto al porto lo avesse avvertito che qualcosa di strano sarebbe accaduto quella sera. Si era mantenuto nei pressi dell’unico disgraziato rimasto. Non avrebbe avuto senso seguire gli altri che magari di lì a poco si sarebbero separati. Non c’era tempo di avvertire il suo capo, Rossi, quindi improvvisò. Verificato che tutti gli altri se ne fossero andati, uscì dall’ombra e in silenzio si avvicinò a Zoran. «Posso essere d’aiuto?» Zoran che, perso nel suo personale incubo, non lo aveva sentito arrivare si riscosse e automaticamente portò la mano al giubbetto che sicuramente custodiva un’arma. «Fossi in te non lo farei. Uno, perché non sono un nemico. Due, perché solo io posso tirarti fuori da questo casino. Tre, perché se lo fai sei un uomo morto.» Zoran fissò la mano di Bianchi che già stringeva il calcio della pistola, custodita nella fondina sotto la giacca. «E tu chi cazzo sei?» «Un amico. Che ha il suo interesse nel fregare Marco e i suoi amici esattamente come te. Solo che tu, da solo, puoi solo suicidarti. Con noi puoi farcela.» «Noi chi? È un poliziotto? Che ne so se posso fidarmi? Come so che poi non mi arresta?» «Non sono un poliziotto, ma una specie.» «Che specie di poliziotto?» «Uno che può tirarti fuori dai guai. Diciamo intelligence?» «Adesso ho capito. Infidi e doppiogiochisti, bastardi come pochi.»


16 «Puoi fidarti di me. Altrimenti saresti morto.» «Io potrei venderti a Marco. Un bel pacco dono per riavere la sua fiducia.» «Tu non risalirai mai la china. Non potrà mai più fidarsi di te. Ti ha lasciato vivere perché ora gli servi, non poteva perdere due uomini contemporaneamente. Ti sfrutterà ancora finché ne ha bisogno, laggiù in Montenegro, solo finché non troverà come sostituirti. Tenendoti alla larga da lui. Poi ti sostituirà e stavolta definitivamente.» «Non mi fido. Non so neanche come ti chiami.» Bianchi sfilò la pistola dalla fondina, lentamente e gliela porse, calmo. «E allora sparami. E poi vediamo che cazzo fai, da solo, e quanto campi.» Zoran guardava sia l’arma, porta dalla parte del calcio, sia Bianchi che appariva tranquillo come se parlassero del più e del meno e non di vite. Non aveva scelta e lo sapeva. Non impugnò la pistola. «Non mi fido, ma non ho scelta. Quello che dici è vero.» «A proposito, per te mi chiamo Giuseppe Bianchi. Un nome vale l’altro, ma avremo modo di conoscerci meglio.» «Chissà», rispose evasivamente Zoran. «Che parte hai avuto nella morte di quella disgraziata?» «Lei non mi crederà, ma io non l’ho violentata, non faccio di queste cose. L’ho solo picchiata, ed è morta per sbaglio. È Zeljko la bestia.» «Comodo no?» «Mi aiuterà?» «Se tu aiuterai noi. Se la tua colpa è stata solo quella di picchiarla troppo forte, non dico che chiuderemo un occhio, ma ti aiuteremo. Se l’hai violentata e riusciamo a dimostrarlo, ti rigetto in pasto a quelli là. Non concediamo amnistie per delitti così efferati. Chiaro?» «Chiaro. Vedrà che nulla mi collega con la violenza.» «Aspetta a dirlo. Con l’analisi del DNA possiamo fare molto. Anche se apparentemente non avete lasciato tracce e la scientifica per ora non ha niente in mano per poter fare dei confronti. A proposito dove hai imparato l’italiano?» chiese il Bianchi riponendo l’arma. Zoran pensò che quell’uomo fosse incredibile. Meglio così, se dovevano collaborare. «È una storia lunga. Non è il momento.» «Per le storie interessanti è sempre il momento. E poi io devo farmi un’idea di chi sei.»


17 «D’accordo. Nikola I re del Montenegro era un mio lontano parente. Nel 1892 inviò quattordici giovani nelle accademie militari italiane. Uno era mio bisnonno. Lo scopo era quello di introdurre un’organizzazione militare moderna nel paese. Mio nonno in Italia conobbe un’italiana, mia nonna. Fu amore a prima vista e la sposò. Ritornarono in Montenegro. Da allora, nella mia famiglia si parla correntemente l’italiano, anche perché abbiamo sempre avuto rapporti con l’Italia.» «Interessante. Avremo tempo per i dettagli della storia. Dai, sbarazziamoci di questo disgraziato.» «Come?» «Purtroppo dovremo fare una cosa poco accurata. Mi dispiace per il tuo amico, dovremo simulare un qualcosa che puoi avere gestito tu da solo.» «Lo capisco, anche se mi dispiace. Non merita questo.» «Non dire cazzate, certo che lo merita. Dai che poi dobbiamo definire meglio il nostro accordo. Vedrai che con noi ti troverai bene. Non ci metteremo molto.» «Sarà meglio togliere tutto quello che potrà servire a identificarlo.» «Per quello che ho in mente di fare non serve. Mi dispiace, ma dobbiamo farlo. E in fretta.» «Adesso?» «Certo, e quando sennò? In ogni modo posso garantirti che, se fai il bravo e non tenti di fregarci, non finirai né in galera né morto ammazzato. Messo come sei mi sembra abbastanza.» «Che garanzie puoi darmi?» «Ora come ora nessuna. Cosa hai da perdere?» Zoran rifletté per un minuto buono. «Ora come ora niente.» «Diamoci da fare.» La nottata era ancora lunga.


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Il mare era calmo, giusto qualche onda lunga, tanto per ricordargli che di fronte c’erano miglia e miglia di mare aperto prima d’intravedere altre terre. L’acqua era appena fresca, giusto per garantire refrigerio dal sole ancora caldo. Era verde e trasparente, con un forte odore di alghe. Dopo parecchie bracciate a stile libero, Andrea stava nuotando pigramente a rana. Adorava vedere il raggio delle increspature dell’acqua smossa dalle proprie bracciate spingersi in là, fino a rompersi contro gli scogli che fiancheggiavano la baia. Proseguì verso il largo e, al centro della baia, si mise a pancia in su, facendosi sostenere dall’acqua e lasciandosi andare alla deriva. In settembre il paese si era svuotato, e finalmente il mare aveva ripreso i suoi spazi. Anche le barche si erano diradate. Era l’ora migliore, verso sera, quando il bagno era più bello. Andrea, riposato, riprese a nuotare verso riva. L’acqua era quasi solida, tanto era verde e compatta. Pesciolini argentei gli danzavano attorno e qualcuno, più audace, delicatamente lo morsicò. Cominciava a essere stanco e oltretutto si avvicinava il momento della cena. Mentre si stava chiedendo quale tipo di prodotto ittico sempre freschissimo gli avrebbe riservato l’eccelsa cuoca dalle mani d’oro giù in albergo, qualcosa cominciò a girare nel verso sbagliato. Il sole era stato coperto da una nuvola. Il mare, tutto a un tratto, era divenuto grigio verde, solido e ostile. Andrea, pur avendo aumentato la frequenza delle bracciate a rana, non faceva progressi verso la riva. Che ci fosse qualche corrente avversa? Strano, in quel punto non ne aveva mai trovate. Cambiò tattica e attaccò rabbiosamente a nuotare a stile libero. Dopo parecchio tempo sollevò la testa, per controllare la situazione. Con suo orrore, scoprì d’essere molto fuori, quasi all’altezza della linea che congiungeva i due capi che racchiudevano il golfo. Che diavolo stava succedendo? Andrea sentì il panico che lo aggrediva, quasi impedendogli di respirare. In giro non c’erano barche né bagnanti e se anche avesse gridato, chi mai lo avrebbe sentito dalla costa? Decise di risparmiare le energie e provò a


19 nuotare a rana, tentando di seguire una via obliqua, non puntando direttamente verso riva. Aveva sentito dire che assecondando la corrente avversa, dopo qualche tempo questa perde d’intensità oppure acquista una direzione più favorevole. Niente panico che diamine. Passò un tempo lunghissimo, ma la situazione non mutò, anzi la riva si allontanava sempre di più dalla vista. Andrea, stremato, capì che non ce l’avrebbe fatta ancora a lungo e, galleggiando a pancia in su, si arrese agli eventi. Il tempo passava e solo con grande sforzo, riuscì a disciplinare il respiro, evitando così di bere, cosa che in quella situazione avrebbe potuto essergli fatale. Ciò che non riusciva a immaginare era come sarebbe uscito da quella situazione. Che diamine non poteva morire così. Perse talmente la cognizione del tempo che il tramonto lo colse impreparato. Era perduto. Ripensò per un attimo alla propria vita e alle cose che mai avrebbe fatto. Non doveva fare così se voleva salvarsi. Dopo un altro lasso di tempo, oramai al buio, il motore regolare di un diesel risvegliò il suo desiderio di vita. Ritornò in posizione verticale e individuò subito una luce brillante e fortissima che veniva nella sua direzione. Forse qualche barca di pescatori. Cominciò a sbracciarsi e a urlare. Forse avevano capito, dato che la luce si avvicinava velocemente nella sua direzione. La luce ora lo accecava. Troppo nella sua direzione accidenti. Così lo avrebbero preso in pieno. Andrea continuò a urlare, sempre più forte. La barca gli era addosso. Finì sotto, trattenne il respiro, poi, quando non ne poté più aprì la bocca, ma non entrò aria. Neppure acqua per la verità. Non respirava e basta. Era oramai sotto, ma qualcosa o qualcuno lo agguantò alla spalla, quasi un artiglio che lo scuoteva… Che cosa… «Commissario la deve finire, non può continuare a urlare tutte le notti, così mi sveglia tutto il carcere, e poi sono dolori.» Una mano vigorosa continuava a scuoterlo, mentre Andrea istintivamente cercava di proteggersi gli occhi dalla luce accecante che lo aggrediva. Comprese che non era quello il suo problema. Si alzò prepotentemente annaspando in cerca d’aria. Si era svegliato del tutto, realizzando in pochi secondi che era un altro dei suoi attacchi d’asma. Symbicort, dove diavolo era? Ansimando afferrò l’inalatore da terra, a fianco del letto, dove lo teneva per averlo a portata di mano. Là dov’era non c’era di certo il suo comodino. Fece due inalazioni e si lasciò cadere sul letto. Sapeva per esperienza che non c’era niente da fare. Fino a che la medicina non faceva effetto doveva convivere con quel


20 cotone che sembrava occludergli le vie respiratorie, facendo respiri corti e muovendosi il meno possibile. «Commissario io la capisco, è un momentaccio. Però lei non può continuare così. Potrebbe passare ancora parecchio tempo qui. Lei mi capisce, tutte queste urla in piena notte rendono nervose noi guardie, ma soprattutto i detenuti. Lo sa, noi abbiamo bisogno di tranquillità, niente casini, tutto deve scorrere liscio come l’olio.» «Lei ha ragione, di giorno mi controllo, ma la notte…» Ad Andrea mancava il fiato per continuare. «Io la capisco commissario, uno come lei in galera… Ma al momento, né io né lei possiamo farci niente, è così e basta. Io sono convinto che riuscirà a dimostrare la sua innocenza, ma per ora cerchi di stare calmo.» «Già, tutti qui sono innocenti.» «Lei, per ora, lo è per definizione visto che sono ancora in corso le indagini. Abbia fiducia, tornerà tutto a posto.» «Se anche fosse, chi mai potrà avere fiducia in un commissario che è stato in galera?» «Vede che la sta prendendo male? Domani la manderò dal dottore che le darà qualcosa per dormire meglio. Coraggio.» «Grazie Basetti e mi scusi ancora.» «Buonanotte commissario.» Andrea aveva ricominciato a respirare quasi normalmente, e poté riprendere contatto con l’ambiente circostante. Giaceva su di una branda contro la parete di una cella, debolmente illuminata dalle luci di servizio che si trovavano fra una cella e l’altra. Le sbarre occupavano tutta una parete della cella, con una parte apribile sia manualmente che in automatico. Per fortuna la cella era moderna, e gli era stata evitata l’ala del vecchio carcere con le porte tipo segreta, che avrebbero accentuato il senso di claustrofobia. Ovviamente, non era per rendere l’ambiente più piacevole che erano state adottate quel tipo di aperture, ma per controllare meglio tutta la situazione con le videocamere. Occupava la cella da solo. Era uno spreco di spazio, visto lo stato d’affollamento delle carceri, ma come commissario di polizia godeva, almeno per ora, del privilegio di non coabitare con altri detenuti. Detenuti che lui stesso aveva contribuito ad assicurare alla giustizia, e che avrebbero potuto cogliere l’opportunità di saldare vecchi conti. «Commissario Trombettoni, smettila di strombazzare!»


21 Purtroppo, proprio Trombettoni si chiamava, per il sollazzo di tutto il braccio; quindi le pernacchie si sprecavano, ogni occasione era buona. Andrea Trombettoni rimuginò sul proprio cognome, così difficile da portare per un commissario di polizia. Pensò all’ironia appena mascherata, all’entrata in carcere, dal personale di sorveglianza nell’udire lo squillante cognome, e la cosa non aveva contribuito certo a migliorare il suo umore. Provò un moto di comprensione per il suo bisnonno che, nonostante il cognome, era persino riuscito a diventare colonnello comandante di un reggimento di cavalleria, per di più… «Ehi commissario, smettila di rompere i coglioni e vedi di andare a fare in culo.» Non era ancora finita. «È dura la vita in galera eh, testa di cazzo?» Questa veniva dalla cella accanto. Dopo parecchio tempo i sollazzi cessarono e ripresero i soliti rumori del carcere di notte, russate poderose, sciacquoni dei cessi, cigolio di brande. Non ci si poteva fare nulla. Probabilmente col tempo ci avrebbe fatto l’abitudine, ma Andrea era lì solo da una settimana. Solo si fa per dire, per lui era un tempo lunghissimo. Chissà quanto altro tempo ci sarebbe rimasto, anche nella migliore delle ipotesi, e non poteva farci niente. Non poteva neanche dare torto al GIP che aveva convalidato la richiesta d’arresto del Pubblico Ministero. D’altronde se non era in grado d’inquinare le prove un commissario di polizia, entrato prepotentemente nel registro degli indagati per un omicidio sul quale lui stesso stava indagando, chi altri lo era? Suo malgrado, doveva riconoscere che le prove a suo carico non erano neppure troppo labili, anche se non proprio conclusive. Oltretutto, la magistratura doveva dimostrare al mondo che tutti erano eguali di fronte alla legge e, di conseguenza, era stato trattato anche forse con maggior rigore di un qualsiasi cittadino. Era in un vero guaio. L’agitazione di poco prima lo costrinse ad alzarsi per orinare. Fortunatamente nella cella trovavano posto un water e un lavandino. Non era il massimo dal punto di vista estetico e anche igienico, ma era funzionale in casi come quello. Si sdraiò nella branda, avendo ripreso a respirare quasi normalmente. Andrea in genere riusciva a tenere sotto controllo la sua asma cronica con livelli quasi omeopatici di cortisone, tanto che la sua asma era passata quasi inosservata alle visite di controllo per il servizio attivo. Però, lo stress di quei giorni non era


22 stato sicuramente un toccasana. Finalmente, l’indomani avrebbe potuto vedere il suo avvocato, anzi la sua avvocata, ma Andrea preferiva ancora l’erronea definizione al maschile. Ilaria Baduli, che aveva conosciuto e apprezzato professionalmente in alcune indagini precedenti, era in odore di conflitto d’interessi, e non avrebbe potuto difenderlo. Gli aveva consigliato una collega, Apollonia Lazzerini, consiglio che Andrea aveva prontamente accolto. Andrea si era chiesto l’origine di quel nome ottocentesco, ma aveva ben altro cui pensare. Quando il suo capo, il vice questore aggiunto Cerilli, aveva capito che le indagini sul delitto della Fabrizi avrebbero potuto coinvolgerlo, lo aveva immediatamente rimosso dal caso. Dopo poco era stato iscritto nel registro degli indagati e aveva accettato liberamente di rispondere alle domande del PM incaricato, Federico Berti, senza la presenza di un avvocato, tanto, erroneamente, si credeva tranquillo di essere al di sopra di ogni sospetto. L’essere sempre dalla parte di chi le indagini le fa, e non le subisce, gli aveva falsato la prospettiva a tal punto che si era inguaiato ancor di più. Purtroppo oramai il danno era fatto, e tanto valeva non pensarci più. Quella mattina aveva il suo primo incontro con Apollonia, anche per decidere la linea da tenere per il prossimo incontro con il PM che si sarebbe tenuto di lì a poco. Andrea si sentiva più calmo ora, anche perché poteva respirare più liberamente, ma non tanto da potersi riaddormentare. Cercò di non pensare alla prigione, ai suoi guai e di distrarre la mente, ma per un bel pezzo fu impossibile. Poi la stanchezza lo vinse e andò verso un dormiveglia agitato, che lo portò al mattino.


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L’incontro con Apollonia avvenne in una scarna stanza illuminata dal neon e da una finestra protetta da sbarre, piuttosto alta. L’incontro era, come al solito, video sorvegliato anche se l’ispettore di polizia penitenziaria si era premurato di dire che il controllo era solo visivo e che quello che si sarebbero detti non sarebbe stato registrato. Comunque, Andrea sapeva che per legge non era utilizzabile in sede processuale. Dopo pochi minuti l’ispettore introdusse Apollonia Lazzerini. Era una ragazza alta sui trentacinque anni, più magra che formosa, con i capelli castani, occhi di colore indefinito, ma grandi, e con lo sguardo vivo, esaltato dagli occhiali dalle grandi lenti tenute da una scarna montatura. Il passo era sicuro e la voce quasi maschile, profonda. «Buongiorno. Ilaria mi ha parlato di lei, perciò ho un quadro generale della situazione. Se è preoccupato ne ha ben donde, ma spero proprio di poterla aiutare.» Seguì un sorriso e una vigorosa stretta di mano. Apollonia dispose sul tavolo un blocco per appunti, una penna e un mini registratore. «Sa, non mi fido troppo né della mia memoria né degli appunti.» «Non c’è molto da raccontare.» «Questo lo dice lei. La sua posizione è molto delicata. È un commissario di polizia implicato in un omicidio. Ora la prego solo di avere la massima trasparenza. Per poterla difendere al meglio, e mi creda non è cosa facile dal poco che ho potuto vedere, lei mi deve raccontare la verità. Anche e soprattutto se fosse per ipotesi colpevole…» «Non sono stato io accidenti. Come posso farmi credere? Qualcuno mi sta incastrando.» «Mi lasci finire. E la pianti con queste cazzate. Qualsiasi commissario di polizia, specialmente se colpevole, direbbe la stessa cosa ovvero mi stanno incastrando. Come se fosse una cosa facile incastrare un


24 commissario. Oltretutto, Ilaria sostiene che lei è tutt’altro che imbecille. Cambi disco, mi creda.» «Mi scusi. È così difficile per me…» «Non più di tanti altri imputati di omicidio. Allora stavo dicendo che anche se per ipotesi fosse colpevole, chiunque ha diritto a un’equa difesa, e potrebbe avere delle attenuanti o delle motivazioni che potrebbero rendere la pena più mite. Ma se lei m’inganna o sottace qualcosa, mi può credere, siamo in un mare di guai, ancora più grossi di quello che lei crede. Quello che lei omette potrebbe essere conosciuto dalla Procura, che lo tirerebbe fuori in sede dibattimentale. A quel punto la difesa è in una posizione disperata e la condanna certa. Sono stata chiara?» «Molto, però mi aiuti, la prego, con consigli e domande…» «È il mio lavoro non si preoccupi. Si dimentichi di essere un commissario, e si consideri un cittadino qualunque. Mi racconti tutto dall’inizio, come se fosse la prima volta. Prima mi creo un quadro generale, poi le domande. Io non so nulla, quello che è stato riportato sui giornali o in televisione, per solito, è molto ingannevole. Si prenda tutto il tempo che crede, ma, per cortesia, non ometta i dettagli. Iniziamo con un quadro della sua vita privata.» «Io vivo da solo. Da qualche anno. A causa di un maxi incidente sull’autostrada ho perso mia moglie e mio figlio. Il mio lavoro mi piace molto e mi tiene assai impegnato, ma alcune sere mi trovo a essere terribilmente solo. Sono abbastanza in contatto con mia sorella Paola, che è psicologa presso un consultorio dell’ASL, e questo è tutto. Per il resto ho solamente amici nell’ambito della polizia o della magistratura e alle volte sento il bisogno di staccare con i delitti, le sirene, le ambulanze, con tutto quanto. Conosco però tanti giornalisti, più che altro per motivi di lavoro. Tramite uno di loro che stimo, Egidio Corradi, sono entrato in contatto con Francesca Fabrizi, che appunto scrive per le pagine culturali di diversi giornali. È una freelance, credo si dica così.» «Aveva mai visto la Fabrizi prima di allora?» «Assolutamente no. È stato un incontro casuale, era con Egidio a una mostra.» «Questo è un punto importante. La casualità. Ma continui la prego.» «Quindi dopo averla conosciuta, circa due mesi fa, ci siamo visti diverse volte. Le solite cose, siamo andati al cinema, che a entrambi


25 piace, siamo andati a teatro, a cena fuori, alle mostre più importanti. Tenga presente che Francesca, per il suo lavoro, conosceva un sacco di gente. Dopo un lungo periodo d’oblio, sono tornato a vivere. Ci siamo visti spesso e direi che ci piacevamo.» «Sesso?» «È importante?» «Molto. Deve abituarsi a rispondere a questo tipo di domande.» «Naturalmente, non siamo ragazzini.» «La prego di prepararmi per la prossima volta, un memo con le date e i luoghi: data in cui ha incontrato la Fabrizi tramite Corradi, data degli appuntamenti con Francesca Fabrizi, quali posti avete frequentato, indirizzo, e altri particolari che lei conosce meglio di me. Se non si ricorda la data esatta, va bene anche un all’incirca. Se c’è un portierato nel palazzo, verificheremo se qualcun altro sapeva degli appuntamenti. A proposito, è mai stata a casa sua?» «Qualche volta, per lo più quando passavamo la notte assieme.» «E lei è mai stato a casa della Fabrizi?» «No mai, fino a quella maledetta sera. La passavo a prendere, uscivamo, ma non sono mai salito. Per qualche motivo, non voleva che frequentassi casa sua. Lì per lì non ci ho dato molto peso.» «Bene. So che è difficile, ma finga lo stesso di indagare lei e di non essere indagato, e immagini tutto quello che vorrebbe sapere sul delitto. Si astragga dal suo caso e cerchi di darmi più elementi possibili. Spesso il coinvolgimento ottunde i sensi e la memoria. M’interessa ogni particolare.» «Sembra facile, ma sono disperato. Anche se dimostro la mia innocenza, che ne sarà della mia carriera?» «La metta così: ha l’opportunità di vedere un caso dal punto di vista dell’indagato, del presunto colpevole.» «Lei parla bene, ma vorrei vederla nei miei panni.» «E lei Andrea cosa ne sa? Non siamo qui per parlare di me. Non abbiamo molto tempo. Si dia una smossa e continuiamo.» «Con mia gran sorpresa, Francesca Fabrizi mi ha chiamato giorni fa, il 20 ottobre, in ufficio. Francesca era strana, era diversa…» «La prego di abituarsi a chiamarla con il cognome, Fabrizi. Specialmente se sarà interrogato in sede dibattimentale. Anche se lei era in intimità con la vittima, deve comunque mettere quanta distanza possibile fra lei e il cadavere.»


26 «Me ne ricorderò. Mi ha detto che tramite il suo lavoro era venuta a conoscenza di cose interessanti, stava dietro a un’inchiesta, e me ne voleva parlare. Strano, mi sono detto. Francesca, scusi la Fabrizi, scriveva per le pagine culturali, cosa diavolo c’entrava un’inchiesta? In ogni modo, abbiamo fissato un appuntamento per il giorno dopo, il 21 ottobre, per l’aperitivo. Questa volta devo ammettere che l’incontro è stato meno rilassato e piacevole. Mi ha detto che stava lavorando a un traffico clandestino di esseri umani, qualcosa d’importante, che non ne dovevo parlare con nessuno. Disse che, anche se per il momento non poteva confidarsi completamente con me, non era solo una giornalista da terza pagina culturale. Dovevo conoscere anche questo aspetto della sua vita.» «E lei?» «Le ho detto se era impazzita, che erano giri pericolosi, che lei non era adatta a quel tipo d’inchiesta, che ne parlasse con la polizia, che se l’imbarazzava parlare ufficialmente con me poteva raccontare tutto a Cerilli… Insomma ho fatto il possibile per dissuaderla. Mi ha detto una cosa strana.» «In altre parole?» «Mi ha detto che sarebbe stata in contatto con qualcuno di più appropriato della polizia per quel tipo di cose. Ho pensato alla magistratura, ma lei non ha voluto aggiungere altro. Penso che non abbia avuto il tempo di avvicinare nessuno della magistratura, altrimenti cercherebbero anche in altre direzioni.» «Probabile.» «Poi ha detto che ci saremmo visti presto, ma che in quel momento doveva scappare. Ho tentato ancora di dissuaderla, ma senza successo, temo.» «C’è qualche riscontro di quello che vi siete detti durante quell’incontro?» «C’è solo la registrazione della sua chiamata nel mio ufficio per fissare l’appuntamento. Quello che ci siamo detti lo sappiamo solo noi due. Anzi al momento lo so solo io.» «Immaginavo.» «Poi qualche giorno dopo, il 24 ottobre, mi arriva un’e-mail in ufficio. Potrà vedere la copia, sarà agli atti. Più o meno diceva che erano sopravvenute delle emergenze sul lavoro, aveva conosciuto delle persone utili per la sua inchiesta e non aveva tempo per me. Aveva


27 sbagliato ad anticiparmi quella cosa, dovevo starne fuori. Si sarebbe fatta viva quanto prima. Molto laconico, non era da lei. Io, Apollonia, avevo subito capito che era ancora coinvolta con quel traffico di clandestini, o chissà in che altro. Era una pazzia, lei non era preparata. Allora veramente mi sono infuriato, e le ho risposto duramente di lasciar stare, altrimenti se la sarebbe vista con me.» «Lei dice che le e-mail sono agli atti. Quindi il GIP ha disposto il sequestro e la clonazione dei documenti del suo pc? Non mi risulta.» «No in effetti, nel corso del primo colloquio con il PM, ma sarebbe meglio dire interrogatorio con il PM, ho consentito l’accesso a tutte le informazioni che mi chiedeva. Del resto ero tranquillo d’essere innocente.» Apollonia sbuffò. «Come commissario non so, ma come imputato lei è un disastro. Interrogatorio senza un avvocato di fiducia, accesso a tutti i documenti privati e non…» «Tenga presente che io sono un commissario, devo essere trasparente.» «No Andrea, lei è un imputato e basta. Se le cose vanno male, passerà lunghi anni della sua vita qui dentro. Glielo posso assicurare.» «Però le prove a mio carico sono labili, è evidente anche al più improvvido dei PM.» «Non si culli troppo con questa idea. La maggior parte dei processi sono indiziari. Altrimenti, tranne che per rei confessi e quelli colti con la pistola fumante in mano, che sono una minima parte, non si arriverebbe mai a una condanna. Il Pubblico Ministero deve presentare le prove in suo possesso, legandole fra loro in maniera convincente, in modo da costruire un’accusa concreta e difficilmente smontabile. Noi dovremo fare il contrario, smontare questo castello accusatorio, e le assicuro che non sarà facile. Ora mi deve promettere che non dirà né farà niente senza avermi prima consultato.» «Oramai ho già reso una testimonianza completa e hanno in mano tutti gli elementi che volevano.» «Dica prometto e basta.» «Ma senta…» Uno sguardo d’Apollonia fu molto eloquente. «Prometto.» «Più convinto.» «Prometto.»


28 «Così andiamo meglio. Lo giudico io se e quanto è già inguaiato. Sono io l’avvocato. Altrimenti se ne cerchi un altro. Chiaro?» «Chiaro.» «Andiamo avanti.» «Quel giorno ero abbastanza impegnato. Il giorno dopo ho richiamato Francesca, per avere un appuntamento. Ero molto agitato, lo confesso.» «Con che intento?» «Di dissuaderla dal suo proposito ovviamente.» «La telefonata è rintracciabile? Com’era il tono della conversazione?» «È ovviamente acquisita agli atti. Sia il mio telefono fisso che il cellulare sono di servizio e quindi tutte le telefonate sono registrate. Potrebbe essere utile in particolari circostanze riascoltarle o averne la trascrizione. Pensi ai casi di rapimento o di rapina con ostaggi ad esempio.» «Ovvio. Dicevamo del tono della conversazione.» «Era molto più sereno, da parte di entrambi. In ogni modo, non siamo entrati nei dettagli. Ci siamo solo proposti di vederci. Può anche darsi che la Fabrizi avrebbe voluto mettermi a parte dei suoi progetti. In fondo è il mio mestiere. Solo che ora non lo sapremo mai.» «In pratica dalle e-mail e dalle conversazioni, a parte quella nel bar di cui non è rimasta traccia, si riesce a capire chiaramente qual era l’oggetto del vostro dissenso?» «No Apollonia. Difatti il busillis è proprio questo. Tutto può essere interpretato in molti modi e penso che su questo si regga l’ipotesi accusatoria nei miei confronti. Alle sette ero a casa sua.» «Non l’ha aspettata in strada come al solito?» «No, stavolta l’appuntamento era a casa sua.» «Perfetto. Sa che per un difensore lei è un caso disperato? Va bene. Andiamo avanti.» «Il portone me l’ha aperto la portiera e sono salito da Francesca. Ho suonato il campanello, ma non ho avuto risposta. Strano, mi sono detto, avevo un appuntamento.» «Se ne fosse andato tranquillamente forse ora non sarebbe qui, ma non è andata così.» «Certo che no. Volevo fare così, difatti ho iniziato a scendere le scale per andarmene. Poi, prima di arrivare in strada, ci ho ripensato. Mi sembrava stranissimo che avesse mancato all’appuntamento. Ho


29 provato a chiamare, ma il suo cellulare dava il solito messaggio d’utente irraggiungibile.» «Naturalmente non ha pensato nemmeno per un attimo che avesse cambiato programma, che non volesse vederla…» «Certo che sì. Però mi son detto, magari è in bagno o che so, quindi sono risalito fino a casa sua. Ho risuonato. Me ne stavo andando, quando ho sentito un rumore, un’invocazione, con voce rotta.» «Udito fino.» «Consideri che il piano è alto, quindi i rumori della strada arrivano attutiti. Poi ho ricostruito che la poveretta, sentendo suonare, ha capito che c’era qualcuno e ha raccolto le ultime forze per richiamare la mia attenzione. Però era conciata così male che non è riuscita ad articolare qualcosa d’intelligibile.» «Quindi ha pensato di entrare. La porta non era chiusa?» «No che non era chiusa.» «Non le è parso strano?» «Ero troppo agitato.» «Il resto lo so: si è chinato sulla Fabrizi morente e, a sentir lei, qualcuno lo ha colpito, facendole perdere i sensi. Lei è rimasto svenuto per circa un’ora e, quando è rinvenuto, ha chiamato subito un’ambulanza e subito dopo la polizia. Ma oramai per la poveretta era troppo tardi. Lei ha dichiarato di essere stato colpito da un corpo contundente, tipo uno sfollagente di gomma, che non ha lasciato tracce evidenti. Infatti, la visita di qualche ora successiva ha rilevato un ematoma ma compatibile con un evento accidentale. Quindi, non ci sono prove certe che lei sia stato colpito dagli assassini della povera ragazza. Riassumendo: lei è stato trovato sul luogo del delitto, imbrattato del sangue della ragazza e non può fornire prova certa che non sia stato coinvolto nel suo assassinio. Evidentemente, chi l’ha colpita è riuscito a filare via senza lasciare traccia.» «Qualcuno mi ha colpito, questo è sicuro. La povera Francesca, oltre a essere stata picchiata selvaggiamente è stata violentata. Quindi non posso essere stato io, è evidente. La violenza esclude il mio coinvolgimento, naturalmente, e poi chi mi ha colpito?» «Povero ingenuo. In ogni caso, è vero che c’è stata la violenza, ma non ci sono sul luogo del delitto altre tracce che non siano le sue e quindi…»


30 «Vuol dire tracce di sperma? No, quei bastardi hanno usato il preservativo.» «Il PM incaricato l’ha subito iscritta nel registro degli indagati. Poi, quando la scientifica ha trovato un sacco di sue tracce sul luogo del delitto, e quando ha compreso che lei, ad alibi, stava messo come uno nudo che si trova a Capo Nord in inverno e che, infine, aveva tutte le possibilità immaginabili non solo di commettere il delitto, ma anche d’inquinare le prove, l’ha messa dentro.» «Con quale movente?» «Vada avanti che poi glielo dico. Stiamo saltando dei passaggi, ritorniamo a quando ha aperto la porta, voglio sentire la storia da lei.» «Insomma apro la porta. La casa è vecchio stile, con l’ingresso su cui danno la porta del salone e del corridoio che porta alla cucina e alla zona notte. La Fabrizi era riversa di traverso alla porta della sala. Evidentemente aveva cercato di raggiungere la porta. Ho scoperto poi che chi l’ha uccisa ha portato via il cellulare e il cordless, forse volevano vedere l’agenda e le chiamate. Ecco vede, non posso essere stato io a farli sparire…» «E chi lo dice? Ha avuto tutto il tempo per farlo. Non ne capisco lo scopo, ma è un fatto che ne avrebbe avuta la possibilità. Comunque, alla poveretta non rimaneva altra via che cercare di raggiungere la porta per chiamare aiuto. Era ancora viva, anche se probabilmente chi l’aveva conciata così l’aveva data per morta. Lei stessa avrà cercato di sembrare morta per sperare di sopravvivere. Poi quando ha sentito che arrivava, ha giocato le sue ultime carte per cercare di attirare la sua attenzione. Gli assalitori non erano potuti intervenire, lei stava già entrando, quindi si sono nascosti e solo dopo l’hanno colpita. Questo però secondo noi, non secondo il PM. È stata picchiata a morte. Il PM ha optato per un assalitore travolto dall’ira e quindi lei. La poveretta aveva le braccia e le gambe fratturate, il volto tumefatto, il naso rotto. Era stata presa anche a calci nel ventre e aveva più costole rotte, e il fegato spappolato. Nessuno ha sentito niente?» «Purtroppo prima delle otto, otto e trenta, nessuno è in casa. Si tratta di professionisti o titolari di negozi che non rientrano mai prima dell’ora di cena. Evidentemente, chi l’ha conciata così sapeva il fatto suo. Doveva conoscerla anche, perché non c’erano segni d’effrazione. Probabilmente uno dei malviventi le ha tappato la bocca. Non abbiamo trovato bavagli o bende.»


31 «Il movente è chiaro. Lei, l’aspirante amante tradito o respinto, ha voluto un colloquio chiarificatore con la Fabrizi. Lei ha accettato perché voleva chiudere la faccenda per sempre. Una volta di fronte, gli animi si sono scaldati, lei ha perso il controllo e, infuriato, l’ha massacrata. O forse lei aveva idea di avere un rapporto sessuale e, al diniego, l’ha violentata. Poi l’ha freddamente massacrata per far credere a un ladro o a roba del genere. A proposito manca qualcosa?» «No niente. A parte agenda e telefoni. Il pc è andato in pezzi nella colluttazione o è stato fatto a pezzi.» «Già. Immagino. Non si dimentichi che lei è giovane, allenato, e violento per professione.» «Peccato che non sia un violento. Non mi sono mai lasciato andare a scoppi violenti d’ira. La violenza verso una donna è francamente irreale. Chi mi conosce lo sa.» «C’è sempre una prima volta. Il fatto che lei ammetta di avere avuto rapporti sessuali con la Fabrizi in precedenza è un’aggravante, non un’attenuante. Il fatto che, chiunque l’abbia violentata, abbia usato un preservativo è un’aggravante. Un commissario sa che non deve lasciare tracce di DNA, e poi è una normale pratica anticoncezionale. Questo lo si potrà dire solo dopo che uno psicologo avrà tracciato il suo profilo. Nel frattempo, non c’è un altro indiziato. Non dubito che chi è incaricato delle indagini stia scavando nella vita della povera Fabrizi: sa che c’è un collega, possibilmente innocente che sta in galera. Evidentemente non è saltato fuori niente, altrimenti lei non sarebbe qui ora. Continui la prego.» «C’è ancora poco da raccontare. Ho cercato di sollevare la Fabrizi, che respirava a fatica. Anzi, rantolava. Ha farfugliato qualcosa, ma ho un vuoto su quei momenti. Magari ha detto qualcosa di fondamentale sul suo o sui suoi assassini, ma non riesco a ricordare niente. Poi ho perso i sensi. È vero che come poliziotto avrei dovuto essere più lucido. Solo che qui non stiamo parlando di una vittima qualsiasi, ma di una persona a cui volevo bene. È stato un colpo terribile mi creda. Ho cercato in tutto questo tempo di fare mente locale, ma non riesco a ricordare niente.» «Non si preoccupi. Anche se avesse visto l’assassino, lei rimane l’unico testimone, quindi scarsamente credibile. Quando è morta quella poveretta?»


32 «Quando il personale dell’ambulanza è arrivato era già morta, e non ha potuto che constatarne il decesso. Probabilmente è spirata mentre io ero svenuto.» «Bene Andrea. Direi che come primo colloquio è sufficiente. Devo riflettere su quanto mi ha detto e fare qualche piccola ricerca. Una cosa mi sono dimenticata di chiederle. La Fabrizi non era sposata. Aveva avuto o aveva una relazione stabile con qualcuno?» «No avvocato. Nel senso che aveva avuto una relazione con un suo collega, durata parecchio, ma da qualche tempo era finita. In ogni caso la persona in questione è sicuramente al di fuori della mischia, perché al momento dell’assassinio era all’estero per fare un servizio.» «D’accordo. Come le ho detto, mi darò da fare per completare il quadro delle informazioni.» «In che direzione si muoverà?» «La deve smettere di fare l’investigatore. Devo crearmi un quadro della Fabrizi, leggendo i suoi articoli ad esempio. Vedrò anche di parlare con quel suo collega, il Corradi. Non è lui vero l’ex?» «Assolutamente no. Ci vedremo domani?» «D’accordo. E la pianti di avere quell’aria da cane sperso. Pensi piuttosto ai dettagli, a quei particolari che possono aiutarci a fare luce sul caso. Se vuole tirarsi fuori di qui, dobbiamo trovare un altro possibile colpevole con un movente valido.» «Lo so. Grazie Apollonia.» «Arrivederci.» Andrea ritornò in cella. Poco dopo passò il carrello con il suo pranzo. Andrea pur non essendo un gourmet amava non solo mangiare, ma anche cucinare quando aveva tempo. Il regime carcerario non gli veniva incontro da quel punto di vista. Andrea non era così stupido da non capire che andava anche bene così, che il cibo non era il suo problema principale, che buona parte della popolazione mondiale viveva una tale indigenza che quel cibo sarebbe stato manna. Alla vista del vassoio che conteneva il suo pranzo, suo malgrado, un nuovo velo di tristezza si aggiunse al suo animo. Nel primo scomparto giaceva un gruppo di maccheroni freddi e collosi all’aspetto, spruzzati da un puntinato che doveva rappresentare il ragù. Andrea sapeva per esperienza, e per una piccola inchiesta personale, che trascorrevano anche quaranta minuti prima che i maccheroni, scolati e conditi, raggiungessero la sua cella. Il secondo scomparto era più degnamente occupato da una scaloppina


33 che, con un poco d’impegno si sarebbe potuta mangiare. Accanto alla scaloppina giaceva un grumo di colla da parati che un tempo doveva essere un purè di patate. Poi, i pezzi forti del menu ovvero una mela e il pane che occupava l’ultimo scomparto. Infine, una bottiglia d’acqua minerale e una bottiglietta di vino consegnati a mano. La sera andava molto meglio: c’era del formaggio, sempre mangiabile, oppure del tonno oppure uovo o prosciutto. Insomma piatti freddi già in origine, il che rappresentava un vantaggio indiscutibile. Andrea si sforzò di mangiare parte della scaloppina, tutto il pane e la mela. Prostrato da tanto sforzo, depositò il vassoio sull’apposito ripiano che si apriva verso l’esterno, e si stese sulla branda in preda allo sconforto. Sconforto uguale a prostrazione. Uguale a stanchezza, uguale a sonno. Oltretutto, a quell’ora il carcere era assai più tranquillo che non la notte. Andrea si perse dietro alle sue inquietudini.


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«Commissario…» Andrea emerse dal sonno con una certa fatica. «Commissario, mi dispiace disturbarla, ma c’è una visita per lei.» La voce di Andrea era impastata dal sonno: «Ma non è orario di visita.» «Commissario, io non so niente, mi hanno solo detto che c’è una visita per lei.» Una certa curiosità s’impossessò d’Andrea, che prese definitivamente contatto con la realtà. Di lì a pochi minuti, seguì la guardia carceraria in una delle stanze adibite agli incontri con gli avvocati o con le autorità inquirenti. Gli incontri con i familiari e i visitatori erano previsti nel parlatorio, che Andrea fino a quel momento non aveva visto: il suo regime d’isolamento non prevedeva visite. Gli sarebbe piaciuto incontrare sua sorella Paola, ma al momento non era possibile, né gli avevano detto quando sarebbe stato possibile. Ad attenderlo nella scarna stanza c’era un tipo che Andrea non aveva mai visto. Non era certo un personaggio che rimanesse impresso. Sembrava un funzionario di banca o dello Stato. Era una persona matura, probabilmente sulla cinquantina, di media statura e peso, con i capelli corti e leggermente brizzolati. Gli occhiali di tartaruga proteggevano due occhi attenti ma non ansiosi e un volto inespressivo, comune. Era vestito con un Principe di Galles, camicia celeste e cravatta monocromatica sui toni del blu. Strinse la mano ad Andrea. «Piacere, Alberto Rossi.» «Andrea Trombettoni, non ho il piacere di conoscerla.» «Lo so. Volevo scambiare quattro chiacchiere con lei.» «A che proposito e a che titolo?» «A proposito della sua presenza qui e delle disgraziate circostanze che l’hanno portata in questo triste posto. A che titolo è una domanda più complicata. Diciamo che sono un servitore dello Stato. In quel ramo che oggi è definito in senso lato “intelligence”.» «In quale parte dei Servizi? AISE, AISI, e con che ruolo?»


35 «Commissario, specialmente in questi tempi grami, la gente è portata a fare delle semplificazioni e ha molte pretese. Se, chiamiamoli con il vecchio nome, i Servizi Segreti non fossero segreti, che ragione avrebbero di esistere? Via non sia ingenuo, non ho referenze da sciorinarle. Il mio biglietto da visita è la mia presenza qui, le mie referenze sono le informazioni che ho sul suo caso.» «Già, appunto cosa la lega a me?» «Questa è la domanda che io mi aspettavo. Non posso essere completamente esauriente, ma considerando che lei è circondato da molte ombre, per non dire che è nel buio più fitto, sono un dono del cielo, un cadeau per lei.» «Addirittura.» «Vedrà. A lei non mi lega nulla. Invece ci lega la povera Francesca Fabrizi. Diciamo che era una nostra collaboratrice. Ovviamente non potrà sfruttare questa informazione. Non pensavamo che fosse così preziosa, ma il suo assassinio dimostra che aveva delle informazioni di prima qualità.» «Una vostra collaboratrice? Mi sembra impossibile, era una giornalista che si occupava di cultura, di spettacoli…» «Appunto. Aveva la possibilità di avvicinare certi ambienti che a noi erano preclusi, di sondare in nostra vece altre culture, altri mondi. Mi creda, non tutto quello che sapeva era pubblicato, anzi direi una minima parte.» «Non credo che fosse per soldi.» «Infatti ho detto collaboratrice, non che fosse a libro paga. Checché se ne pensi, molta gente ama il proprio paese ed è disposta a servirlo anche in forme, diciamo così, meno ortodosse. Cosa sa lei invece della Fabrizi?» Andrea esitò. «Commissario, se vuole uscire da questa situazione che, mi creda, noi non abbiamo voluto, deve pur fidarsi di qualcuno.» «Sapevo che stava dietro ad alcuni traffici legati all’immigrazione clandestina. Non mi ha detto quali. Alla mia richiesta di rivolgersi alla polizia, mi ha detto che era già in contatto con qualcuno di più adeguato. Io ho pensato alla magistratura, ora capisco che si trattava di voi.» «Già commissario. Francesca, in quanto agente infiltrato, non avrebbe mai dovuto correre il rischio di avere per amico un commissario di


36 polizia. Oltretutto in maniera così pubblica. Sono cose che non si fanno. Al cuore non si comanda, ma nella nostra professione ci sono delle accortezze che bisogna avere. Evidentemente, la controparte non ha apprezzato e l’ha eliminata. Non prima d’averla torchiata ben bene per estorcerle chi era e cosa sapeva. Temo che prima d’incontrare lei, nessuno avesse mai avuto il sospetto che fosse un’informatrice.» «È colpa mia. Sono stato io ad armare i suoi assassini.» «Via commissario, lei non poteva sapere.» «Voi non sospettate di me? Credete che qualcun altro possa averla uccisa?» «Direi che ne siamo certi. Alcuni indizi che a voi non hanno detto niente, per noi sono stati illuminanti.» «Mi faccia capire. Sapete che sono innocente e non avete mosso un dito per impedire quest’ignominia.» «Lei è in grave errore. Noi, al contrario, abbiamo fatto il possibile perché questo equivoco si ingenerasse e speriamo che si prolunghi.» «Naturalmente Rossi non è il suo nome, non si troverà traccia della sua visita qui, e se anche si trovasse negherà tutto. Per di più avrà sotto mano i soliti falsi dossier, per inguaiarmi ancora di più.» Per la prima volta, il suo interlocutore sorrise. «Mi avevano detto che lei era sveglio, sotto la sua aria da studioso. Meglio. Così avremo modo di capirci. Vuol veramente sapere perché agiamo così? Non inguaiamo la gente per sadismo o divertimento.» «È chiaro. Se c’è un presunto colpevole, i veri mandanti e gli esecutori saranno più disinvolti e per voi sarà più facile fare gli affari vostri. Oltretutto la vera attività della Fabrizi rimarrà coperta. Il rischio è mio, i profitti vostri, situazione ideale.» «Però abbiamo una nostra etica. Incredibile, ma vero.» «Ci posso anche credere, però se le vostre ricerche, il tentativo di turare la falla non va a buon fine che ne sarà di me?» «Diciamo che prima che il danno irreparabile sia fatto, le prove in nostro possesso della sua innocenza giungeranno nelle mani giuste.» «Se farò il bravo?» «Se farà il bravo.» «Naturalmente ho la sua parola che vale…» Questa volta il signor Rossi rise di gusto. «La parola del signor Rossi non vale molto vero? Diciamo che, però, una certa logica suggerisce


37 che, una volta fatto il possibile per sistemare i nostri affari, un bravo commissario in galera non ci serve.» «Che ne sa se sono bravo?» «Diciamo che per professione valuto le persone. E vaglio la qualità delle informazioni che ricevo. Anche quelle su di lei.» «Rimane quello che per lei è un dettaglio. Io con la credibilità ci lavoro. Dopo questo episodio, la mia credibilità e la mia professionalità saranno distrutte, per non parlare della carriera. Un commissario indagato per omicidio. Dovrò lasciare la polizia.» «Non se è vittima di una macchinazione ordita dai veri assassini. Al momento opportuno sarà pienamente riabilitato. O almeno faremo il possibile.» «Capisco, ma c’è sempre il rischio che qualcosa vada storto. Non sono così scemo.» «Mai pensato che lo fosse.» «Chi sono i veri assassini? O brancolate nel buio?» «Brancolavamo nel buio fino al momento del delitto. Nel frattempo abbiamo raccolto delle informazioni che, oltre a escludere la sua colpevolezza, ci hanno messo sulla pista giusta.» «Naturalmente non ne posso sapere niente vero? Ad esempio, per la mia difesa sarebbe utile sapere che tipo di lavoro la Fabrizi svolgeva per voi.» «Lei Andrea è già inguaiato così. Per la sua sicurezza, anche in carcere, sarebbe stato meglio se quest’incontro non fosse mai avvenuto. Ci rendiamo conto della sua disperazione, perché noi sappiamo che lei è innocente. Mi creda però, lei per ora sta meglio qui. E più appare disperato, più siamo tranquilli, tutti quanti.» «Sono così potenti?» «Direi di sì. Noi abbiamo sottovalutato la punta dell’iceberg che la Fabrizi aveva illuminato. Probabilmente anche lei non aveva colto appieno la qualità delle informazioni che aveva e i rischi che correva, altrimenti avrebbe chiesto il nostro aiuto e la nostra protezione.» «Insomma, dovrei fidarmi ciecamente di voi.» «Ha altre scelte?» «No, lei è qui proprio perché sa che non ho altre scelte.» «Lei è un funzionario di polizia e, mi spiace ricordarlo, lei ha il dovere di continuare nella sua parte.» «Chi altri sa?»


38 «Al di fuori dei Servizi? Spero nessuno. Il suo capo, il Cerilli e il PM sono tutti in buona fede. Altrimenti non reggerebbero la parte. Oltretutto meno gente sa, meno pericoli ci sono per tutti.» «Ho capito, se tengo la bocca chiusa è meglio per tutti. Tanto per sapere, lei come ha ottenuto la visita?» «Sono un funzionario del Ministero degli Interni e questo è vero. Meno bugie si dicono e più si sostiene la parte. Vengo da Roma e anche questo è vero. Sono un vice questore aggiunto responsabile del personale e anche questo è vero. La lettera d’accompagnamento che porto con me è vera. Devo parlare con lei, perché un commissario responsabile di un assassinio ha sconvolto i nostri meccanismi di controllo e di selezione del personale. Inoltre la pianificazione dello sviluppo delle risorse deve essere un tantino rivista. E altre palle del genere. Queste sono false, ma se qualcuno dovesse controllare al ministero, l’ufficio c’è, io anche, solo che faccio altre cose e ho un curriculum un tantino diverso da quello sciorinato. Inoltre, sono distaccato in quella posizione, quindi non ho un vero capo funzionale a cui riferire.» «Il suo vero capo è da un’altra parte. Perché mi dice tutto questo?» «Perché lei è sveglio. Se non mi presento in modo credibile, non reggerà la sua parte fino in fondo. Non se pensa che io sia un pataccaro.» «Chiaro. Anche lei è sveglio. Altrimenti non sarebbe quello che lei dice di essere. Almeno voglio sperarlo. Il colloquio è finito?» «Direi di sì. Se non ha altre domande, in bocca al lupo.» «Domande ne avrei tante, ma lei non ha le risposte.» «È stato un piacere parlare con lei. Non penso che avremo molte altre occasioni di parlarci. Arrivederci Andrea.» «Arrivederci signor Rossi e auguri. A proposito, è il suo vero nome?» «Naturalmente. Era già anonimo così, perché cambiarlo?» E con un sorriso si smaterializzò.


39 Il clandestino dal TIR era stato trasbordato su di un camper, meno a rischio controlli. Il mezzo si fermò dolcemente. L’uomo emerse dalle sue paure e, occhieggiando dall’oblò, vide che erano sul bordo di una statale. Era sera. I due autisti del camper pisciavano contro gli alberi che fiancheggiavano una strada, chiacchierando fra loro. Il clandestino fece cenno ai tre compagni di sventura di fare silenzio e aprì l’oblò per sentire cosa dicevano i loro autisti. I due parlavano in dialetto montenegrino sicuri di non essere capiti. Purtroppo per loro, il clandestino, ancorché ceceno, li capiva perfettamente. Si accesero una sigaretta sgranchendosi le gambe. «E adesso come cazzo facciamo?» «Gli ordini sono chiari, dobbiamo liberarci del ceceno. È dinamite pura, c’è stata una falla nel sistema e i Servizi sono sulle nostre tracce, è lui che cercano. Se lo trovano, ci beccano tutti.» «Mi dispiace, sembra un bravo Cristo.» «Siamo tutti bravi Cristi, non fare il tenero. Comunque tranquillo, se non ti va lo spaccio io, uno più uno meno non fa differenza.» «E gli altri?» «Gli altri non sono un problema o almeno non così grosso…» Per un clandestino era più che sufficiente, per un clandestino ceceno poi era già troppo. Forse aveva qualche minuto, forse meno. Con un cenno ai suoi compagni impose di fare silenzio e aprì il cassetto della cucina del camper. Ovviamente avevano avuto la cura di togliere le stoviglie, in particolare i coltelli, ma a lui non servivano. Bastava quel cucchiaino che avevano lasciato per il caffè. Sganciò la cintura. Armeggiò con il cucchiaino e la linguetta della fibbia della cintura nella lasca serratura del camper, aprendo la porta in pochi secondi. I suoi custodi stavano ancora chiacchierando dalla parte opposta del camper, sgranchendosi le membra. Passò una macchina, poi un camioncino. Uscì sotto gli occhi dei suoi compagni, indecisi sul da farsi, anche perché loro non avevano capito i montenegrini. Non aveva tempo per le esitazioni altrui quindi chiuse delicatamente la porta e si appiattì sulla parete del camper. Poi attraversò la strada scivolando, indistinguibile dall’asfalto. Il buio l’accolse, la campagna lo inghiottì. Dopo un minuto il camper ripartì per inchiodare quasi subito. Si udirono due colpi di pistola, che frantumarono la notte. Il ceceno si strinse nelle spalle, qualcuno dei profughi aveva avuto la malaugurata idea di seguirlo con colpevole ritardo. Comunque la cosa non lo


40 riguardava, oramai lui era nel suo elemento. Il buio e la notte erano suoi complici, meglio suoi amici e mai lo avrebbero preso. I suoi problemi erano finiti: uno come lui appariva, spariva, campava con un sorso d’acqua e un pugno di rifiuti. In un paese in pace era un invisibile. Aveva già un’idea di dove andare, una grande città era quello che gli serviva. Arrivarci era un gioco. Anche se oramai sapevano che lui era fuggito, erano indietro di almeno un centinaio di metri, più che sufficienti per non essere più ripreso. Oltretutto dovevano badare agli altri. Ombra nella notte che scivola fra gli alberi, si era ripreso la sua vita.   )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD


INDICE

Prefazione ..................................................................................... 7 1 .................................................................................................. 11 2 .................................................................................................. 18 3 .................................................................................................. 23 4 .................................................................................................. 34 5 .................................................................................................. 41 6 .................................................................................................. 44 7 .................................................................................................. 48 8 .................................................................................................. 51 9 .................................................................................................. 55 10 ................................................................................................ 60 11 ................................................................................................ 62 12 ................................................................................................ 68 13 ................................................................................................ 72 14 ................................................................................................ 78 15 ................................................................................................ 90 16 ................................................................................................ 95 17 .............................................................................................. 103 18 .............................................................................................. 105 19 .............................................................................................. 107 20 .............................................................................................. 113 21 .............................................................................................. 119 22 .............................................................................................. 121 23 .............................................................................................. 132 24 .............................................................................................. 135 25 .............................................................................................. 139 26 .............................................................................................. 143 27 .............................................................................................. 149


28 .............................................................................................. 158 29 .............................................................................................. 166 Epilogo...................................................................................... 187 Ringraziamenti.......................................................................... 191

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Il mare era calmo, Andrea Buccianti  

Giallo finalista al Premio "1 Giallo x 1.000". Il Commissario Capo Andrea Trombettoni rischia la sua stessa vita, in un crescendo di tension...

Il mare era calmo, Andrea Buccianti  

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