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MANUELA LOZZA

IL DOLCE SIGNOR NIENTE Storia di improbabili detective

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IL DOLCE SIGNOR NIENTE Copyright Š 2012 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-429-1 In copertina: Immagine Shutterstock.com

Finito di stampare nel mese di Aprile 2012 da Logo srl Borgoricco - Padova


A mia madre e in generale a tutte le mamme, cui va sempre gran parte del merito.


PROLOGO

Entrò nell’appartamento e non si rese conto di nulla. Effettivamente nell’ingresso e in soggiorno tutto era dove sempre era stato. Non si era mai posto il problema che potesse non essere così ma se ci avesse pensato un po’ su si sarebbe scoperto completamente incapace di qualunque cambiamento. Sapeva, l’aveva visto negli altri, che per alcuni, anche in età matura, era ancora possibile cambiare, persino nelle abitudini più antiche. C’era chi a trent’anni cambiava lavoro, chi a quaranta si trasferiva in un’altra città, chi a cinquanta divorziava. Lui, più per pigrizia che per predisposizione, non era fatto così e, al contrario, era il più radicale e convinto sostenitore del partito opposto, in pratica un sindacalista dell’immobilità. Non che fosse un abitudinario o un maniaco dell’ordine, ma trovava molto difficile capire chi, magari suo coetaneo, decidesse assurdamente di cambiare la propria professione o di trasferirsi in un altro quartiere. Figuratevi quale comprensione potesse avere per una donna sulla trentina che un giorno, senza averne apparentemente dato segnale, si fosse fatta trovare dal marito appesa a un cappio in bagno. E figuratevi poi voi se questa moglie fosse stata la sua. Eh sì, perché è proprio così che inizia la storia, con il nostro uomo che in un giorno senza né pioggia né sole, né vento né afa, né nebbia né foschia, insomma senza proprio niente di niente, scopre che quel “niente di niente”, insoddisfatto di dedicarsi solo alla meteorologia, si è trasferito a casa sua. Questa è per l’appunto la storia del Niente che, frustrato, cerca un amico e di come il nostro eroe, terrorizzato, tenti di non farsi trovare. E sarà solo per caso se, durante questa partita a guardia e ladri, ci capiterà di incappare in un’indagine su sei omicidi.


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IL SOGNO CHE FORSE NON È UN SOGNO

Fu svegliato da un risolino leggero, soffocato nel tentativo di nascondersi al mondo. Non poteva essere sua moglie, e non tanto perché l’aveva sepolta quella mattina, ma più che altro perché sua moglie non rideva… mai. Doveva essere una clausola nel suo contratto di lavoro perché, quando le domandava il motivo di questa completa assenza d’ironia, lei rispondeva: «Sono un giovane avvocato in carriera, con l’irremovibile intenzione di affermarmi nel mondo della giurisprudenza, vincere più cause possibili e fare un mucchio di soldi anche in modo illecito, il che vuol dire - dato che la gente onesta non è abbastanza furba da guadagnare miliardi da spendere in avvocati passare la vita in mezzo a una mandria di delinquenti, mafiosi, narcotrafficanti, politici e grandi contrabbandieri d’ogni genere. Ti pare ci sia da ridere?» Riflettendo sull’indubbia convenienza di trascorrere la propria esistenza completamente immersi in un lavoro che si detesta, fra gente che si teme, per guadagnare abbastanza da permettersi un ospizio di lusso quando si sarà troppo vecchi per spendere la fortuna accumulata e parendogli di scovare in ciò un possibile motivo per il suicidio dell’ambiziosa consorte, Maui si avviò verso la cucina (da dove gli pareva nascessero i rumori) senza preoccuparsi particolarmente - reso temerario dall’intorpidimento del sonno recente - di chi (o cosa) stesse sghignazzando in sordina tra le sue stoviglie. Lo riconobbe subito, era senza dubbio lui, non ci fu nemmeno bisogno delle presentazioni, di scambiarsi uno sguardo o solo rifletterci sopra: era il Niente, il niente di niente, quello che da circa due giorni aleggiava (anzi non-aleggiava) per le strade. Come colto da una folgorazione, Maui aprì la finestra e, ovviamente, si accorse subito che fuori era ricomparso un bel venticello, come il sospiro di sollievo del mondo, appena liberatosi di quello sgradevole viandante. Maui capì subito che per lui non era un buon segno: terrorizzato comprese che il Niente lo aveva letteralmente conquistato e che si preparava alla devastazione


8 tipica di una qualunque invasione barbarica (alla signora Bignardi piacendo). Intanto l’altro se ne stava lì, un fantasmone grigio smog che emanava freddo invadente, con un ghigno tra l’ingenuo e il satanico, proprio come un grasso bambino cattivo (perché col cavolo che i bambini sono tutti buoni!). Maui lo guardava inebetito, a bocca spalancata, incapace, dopo la risposta agghiacciante che aveva avuto aprendo la finestra, di compiere qualunque altro gesto e, chiedendosi per quale motivo sentisse tanto gelo fin dentro le ossa, si guardò ed ebbe la nuova gradevole sorpresa d’essere nudo. Provò un imbarazzo sproporzionato: del resto era nella sua cucina, di notte, nessuno poteva vederlo, nessuno tranne il Niente. In effetti, quello lo guardava e sembrava trovarlo molto divertente. E se Maui si preoccupava dei propri pettorali, Niente fissava lo sguardo proprio su quelli come se potesse leggergli nel pensiero; se l’uomo si ricordava di non aver lavato i piedi prima di coricarsi, l’altro abbassava subito lo sguardo fino al quarantatré pianta larga. Continuarono così per un po’ e le sensazioni furono talmente intense e reali che, dopo un quarto d’ora di sguardi invasivi, le prime parole che riuscì a dire mentre l’altro fissava il suo inguine furono: «Non è così di solito, colpa del freddo!» Fu un grave errore, perché Niente (che già di suo è un tipino perspicace) capì subito qual era il punto debole di Maui (che poi è un po’ quello del maschio d’ogni paese, status e cultura) e attaccò così con una serie infinita di battute sull’ars amatoria del nostro eroe, fino a proporre un’imbarazzante ipotesi su quale potesse essere la reale causa del suicidio della moglie... Non potremmo dire quanto durò questa tortura, ma quando Maui si svegliò, dietro all’enorme palazzo simbolo della città, stava nascendo il sole. Aveva i muscoli dolenti per la posizione e le ossa scricchiolanti per il gran freddo e di certo dovette notare la stranezza di risvegliarsi in cucina, nudo come un neo-neoneonato (cioè un neonato nato veramente da pochissimo) e nato (neo!) già senza la placenta a proteggerlo. Era raggomitolato sulla sedia e con la testa stretta tra le mani in una morsa sovrannaturale, una specie di Gollum in piena crisi di coscienza, ma più brutto proprio perché terribilmente antropomorfo.


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LO SCRITTORE DI PARABOLE AUTENTICHE

«Ho tutta una mia teoria sugli animali antropomorfi.» Ma come? Lui gli aveva appena raccontato un incontro terribile, di certo solo un sogno, ma pur sempre terribile e Abele, l’amico di sempre, il compagno di giochi, colui con cui aveva diviso tutto (donne, spinelli, botte prese, botte date, botte riprese e poi prese di nuovo) non aveva di meglio da fare che prendere l’ultima parola del suo discorso e farne una delle sue solite assurde teorie? “Certo” pensò Maui “non ho mostrato molto dolore per la perdita di mia moglie, forse non mi sono mostrato neanche particolarmente dispiaciuto; forse, ora che ci penso, mi sono perfino dimenticato di dirglielo, ma per Dio, sto comunque attraversando un momento di merda!” «La mia teoria sugli antropomorfi...» «Ti ho detto che è morta mia moglie?» ... «Ma quando?» «L’altro ieri, il coroner ipotizza intorno alle quindici.» «Il coroner? L’hai ammazzata?» «Ma no, ti pare che potrei essere qui a bermi sereno una birra se avessi ucciso mia moglie? No, si è uccisa da sola.» «E come? Dove? Quando?» «Si è impiccata in bagno mentre ero al lavoro, appunto intorno alle quindici.» «Le quindici» rifletté a voce alta «bella ora per morire...» Dopo un breve, brevissimo, momento di sconcerto, riprese: «Gli animali antropomorfi risultano disgustosi proprio perché troppo simili agli uomini. Ci mostrano ciò che temiamo di essere, sono i nostri incubi peggiori. Non avrai mai il terrore di tramutarti in un rinoceronte, ma potresti temere che una malattia o la pazzia, che sinceramente mi sembra più il tuo caso, ti faccia crescere vertiginosamente i peli, ti raggrinzisca il volto, ti storca mani e piedi, fino a farti assomigliare a qualcosa che somiglia a un uomo, ma non lo è. Comunque sai che io,


10 oltre che Darwiniano, Tolemaico, Copernicano, Nichilista, agnostico, Spreengstiniano e discretamente Laurapausiniano, sono di certo un buon cattolico; ebbene è proprio studiando la Bibbia che ho capito che c’è un motivo se Dio ha creato bestie così simili agli uomini e alla fine per esemplificare questo concetto ho scritto una parabola autentica del 32/33 d.C., come dimostrano la mia firma su carta di papiro, convalidata da un notaio compiacente.» Maui, come sempre stupito di come l’amico, d’un paio d’anni più giovane di lui, potesse apparire saggio e trovasse sempre un nuovo modo lucroso per far soldi a spese di creduloni e benpensanti, si preparò ad ascoltare.


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LA PARABOLA DELL’EVOLUZIONE ANTROPOMORFA

«Alle origini del mondo solo Dio (leggi Allah, Budda, Jahve, Geova nelle diverse traduzioni) possedeva le chiavi del grande laboratorio di genetica (“Costruzioni ex novo e riparazioni, anche fuori garanzia”). Dio amava gli animali: con impegno li aveva prima inventati solo sulla carta, copiandoli abbastanza fedelmente dai peluche che aveva avuto nella culla, e poi finalmente, dopo quasi quattro giorni (che per Dio sono tantissimi, a Lui basta un giorno per dividere terra e cielo, figurati impastare qualche miliardo di Maxi Trudi, uff!)... Comunque, dopo quattro giorni li aveva effettivamente creati, popolando la nuovissima Terra di migliaia di forme e colori animati. Egli amava tanto i suoi animali e il suo preferito era la scimmia; gli sembrava il più assurdo, il più bizzarro di tutti: non strisciava, non volava, raramente camminava su tutte e quattro le zampe. Eh sì, era assolutamente diverso da ogni altro: non assomigliava proprio a niente, assolutamente a niente che avesse mai creato prima. Si affezionò tanto a gorilla, scimpanzé e cugini che non capiva perché questi un giorno sarebbero dovuti morire come mostravano i documentari. Credendo di non poter sopportare un simile dolore e un tale spreco (Dio è senz’altro il primo degli ecologisti), decise di rendere la sua specie prediletta immortale. Avrebbe voluto farlo con tutti gli animali, ma la terra si sarebbe velocemente riempita sino alla saturazione e questo gli sembrava sinceramente troppo, anche per Lui. Decise quindi di fare l’inestimabile dono solo alla scimmia e di non creare più nessun animale ex-novo, sicuro di aver già raggiunto il massimo divinamente possibile. Nel giro di pochissimi anni però, gli altri animali cominciarono a risentirsi, il clima di scontento dell’opinione pubblica era palpabile in ogni ambiente sociale e alcuni cominciavano a tacciarlo di abuso di potere e nepotismo. «Dio, a causa di quel suo brutto difetto di voler piacere sempre a tutti, cercò quindi una soluzione e accettò il consiglio del Varano. Il Sommo però non si avvide di una crudele evidenza: il Varano, che fino a prima


12 della creazione della scimmia era considerato da Nostro Signore di certo il più bello e il più signorile tra le bestie, non vedeva l’ora di riprendersi il primato, sbaragliando la concorrenza dei primati. Consigliò allora all’Onnipotente di permettere sì alle scimmie di vivere per sempre, a patto però che accettassero di invecchiare. E se tu sei ridotto così a trentaquattro anni, immagina cosa potrebbe succedere a un gorilla dopo cento, cinquecento, mille anni. «Ma all’Altissimo (Dio è l’unico per cui non fai mai fatica a trovare sinonimi) non importava: era certo che avrebbe amato la sua migliore creazione in qualunque stato. E così le scimmie cominciarono a invecchiare, le loro unghie divennero più fragili, non ebbero più la forza di arrampicarsi, i denti diventarono più lisci e meno affilati, i loro peli si indebolirono e infine caddero e le zampe anteriori diventarono così deboli per l’artrite e l’osteoporosi da non reggere più il loro peso finché, in un terribile giorno, le più anziane non furono costrette ad assumere la posizione eretta. Quando Dio si avvide di questo, si sentì terribilmente responsabile vedendo che cosa accadeva alle scimmie per un suo capriccio. Ripristinò subito la situazione iniziale e tutti gli animali tornarono a essere mortali. Ma rimaneva ancora il problema di cosa fare di quegli esseri tanto brutti e spelati che nel frattempo rivendicavano una loro autonomia. Dio, nella sua infinità bontà, decise di far nascere da questi pochi individui una nuova specie, sicuro che, bruttini com’erano, avrebbero avuto la compiacenza di estinguersi da sé. Per farsi perdonare il suo errore, in più, sempre consigliato dal Varano, mise questa razza a capo di tutti gli altri animali, il che dimostra senza ombra di dubbio che il Varano era un pessimo consigliere. «Oggi, poiché i nostri cromosomi tutto ricordano, i più sensibili tra noi non sono in grado di guardare i primati perché ci ricordano che a Dio, fra tutti gli infiniti sinonimi, non può esser dato quello di Lungimirante. La vista di una scimmia ci rende insostenibile la nostra bruttezza, perché è a causa di essa se siamo tornati a essere mortali.» Prezzo consigliato al pubblico € 14,90.


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IL SECONDO SORPRENDENTE INCONTRO CON NIENTE

Maui si annoiò a morte: era senza dubbio la storia più brutta e bizzarra che avesse mai ascoltato. Non vedeva l’ora che finisse e non vedeva l’ora di andarsene, soprattutto dopo che Abele aveva fatto di tutto per farsi pagare i 14.90€. Alla fine era fuggito quasi di corsa mentre l’altro urlava: «7 e 50 prezzo in amicizia?» Aveva proprio bisogno di star solo, cosa che gli capitava spesso. Amava la compagnia ma non poteva tollerarla più d’un paio d’ore. Erano davvero poche le persone con le quali avrebbe passato l’intera giornata, forse due, i più cari amici: Abele, quando non era in vena di parabole, e Jerod, tanto cinico e disilluso, quanto ironico e godereccio. Si diresse a piedi verso casa, pregustando il momento in cui si sarebbe steso sul divano e avrebbe letto in santa pace il romanzo assurdo di quell’esordiente italiana o la rivista per giovani impegnati a cui era abbonato (“Svanity Fair”) o semplicemente guardato quel telefilm per adolescenti che non vogliono crescere, vietato ai minori di diciotto anni (la terza ipotesi era di certo la più moralmente accettabile). Ma quando varcò la soglia cominciò a girovagare per casa senza decidersi esattamente sul da farsi. Passava inquieto dal soggiorno alla camera, prendendo il libro dal comò e posandolo pochi passi più in là sulla cassettiera, sollevando la rivista da terra per poi lasciarla cadere distrattamente sul divano. Era pervaso da un’ansia crescente: qualunque azione sarebbe stata incapace di consolarlo, di riempirlo, di calmarlo. Improvvisamente non voleva più leggere, né guardare la tv, né tantomeno dormire, cosa che gli sarebbe risultata assolutamente impossibile. E quando stupito si domandò, tra lamenti crescenti e dolori insopportabili allo stomaco, quale fosse la causa di tanto dolore, Niente apparve, come la risposta a una domanda che forse sarebbe stato meglio non fare. Questo volta non rideva, ma era serio e compiaciuto, come chi si impegna nel fare il proprio lavoro... E ci riesce proprio bene...


14 Impossibile anche per la psicologia più fine spiegare se Niente sia richiamato dai nostri gemiti o se iniziamo a gemere perché Niente è nei paraggi, fatto sta che quando Maui lo riconobbe fu letteralmente preso dal panico. Capì senza possibilità d’errore che quell’incontro era il secondo di una serie già decisamente troppo lunga; comprese che sarebbe impazzito, forse morto, e di certo la sua vita non sarebbe più stata la stessa. Non aveva mai provato nulla di così intenso, profondo e coinvolgente: non è così totalizzante l’amore, non lo è la felicità, non lo sono i dolori quotidiani. No, quella era una cosa completamente nuova e indicibile e lui era solo. Solo, nessuno avrebbe capito, nessuno avrebbe potuto far nulla, nessuno abitava quel nuovo mondo in cui era stato gettato a calci nel culo, nessuno tranne quei mostri inafferrabili e contorti che lo colpivano alla bocca dello stomaco e che gli picconavano il cranio. Preso da questo tormento, quasi si dimenticò dell’unica presenza “tangibile” di quell’abisso ma quando alzò la testa l’altro era ancora lì e così concentrato sembrava quasi dispiaciuto, addirittura commosso. Maui ne fu intenerito ma, ammesso che avesse mai provato prima la tenerezza, non la ricordava di certo così struggente, così insopportabile e così dolorosa. Quell’emozione comunque non durò a lungo: capì quasi subito che l’altro non era affatto dispiaciuto per il suo dolore, era semplicemente concentrato, stava cercando di fare bene il suo lavoro e l’attuale “cliente” si dimostrava un soggetto molto ben predisposto. Niente aveva scelto personalmente quell’individuo, per semplice pigrizia: gli era sembrata un’operazione quanto mai semplice, una vacanza quasi. Ma compiacendosi di ciò forse la creatura si distrasse, perché il suo interlocutore ebbe un breve istante di lucidità, nel quale, conscio di essere allo stremo delle forze, trovò l’energia di chiedere aiuto. Afferrò il cellulare e fece automaticamente il primo numero che gli venne in mente, forse l’unico che avesse mai memorizzato. La risposta fu immediata: «Tim, buongiorno! Il suo credito residuo è 19 euro e 90 centesimi, aggiornato al 20 maggio, alle ore 15 e 00. Lei non ha attivo…» Maui non riuscì a capacitarsi della propria mediocrità e credette di aver perso l’unico istante possibile per spiazzare Niente. Ma si sbagliava, l’espediente funzionò comunque, perché l’essere gassoso, ascoltata la “conversazione”, esplose in un tale eccesso di risa da scuotergli ogni molecola. Questa scena raccapricciante e gelatinosa dovette durare


15 almeno un paio di minuti perché, offeso nell’orgoglio, Maui ebbe il tempo di scorrere la rubrica del cellulare fino alla J. Jerod rispose al terzo squillo (assolutamente metodico per essere un uomo tanto eccezionale!). «Senti, J.» «Dimmi, M.» «Non fare il cretino, ho bisogno di compagnia.» «Ma come posso trovarti una professionista alle 4 della domenica pomeriggio e senza preavviso?» «Di nuovo non ci capiamo: ho bisogno di compagnia maschile.» «Oh cazzo!» «Senti idiota, vieni subito qua.» «Non credi che rischieremmo di rovinare l’amicizia?» «Avrei dovuto chiamare Abele!» «Ma scherzi? Quel Caino esteticamente cattolico ti avrebbe mandato la maledizione di Sodoma.» «Per Dio, ho bisogno di compagnia, di qualcuno con cui parlare, parlare, lo capisci il verbo, parlare, fare due chiacchiere, confidarsi!» «Ah, quel tipo di compagnia! Sì, allora era meglio se chiamavi Abele.» E riagganciò. Se non l’avesse conosciuto da ventotto anni, non avrebbe aperto la porta sapendo che l’altro sarebbe stato lì in meno di cinque minuti, coprendo i due isolati che li separavano a una media di quindici all’ora. Quando l’ascensore si aprì al terzo piano della casa gialla, prima di affacciarsi all’uscio dell’amico, Jerod ebbe tutto il tempo di verificare sul cronografo da polso quanto fosse veloce la sua corsa e di rivolgere a sé stesso uno sguardo complice attraverso lo specchio dell’ascensore. Appena nell’appartamento si udirono passi provenire dal pianerottolo, Maui cercò il coraggio di guardare in faccia il suo surreale aggressore: «Dovresti andare ora. Come vedi ho visite.» «Oh, ma non merito delle congratulazioni?» «Lasciami in pace!» «Per il momento… forse.»


16 E si dissolse, lentamente, intonando a mezza voce una dolce, dolcissima, canzone di Natale. Ma era maggio e Maui la trovò fuori luogo.


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PARLIAMO DI ME

M: «Sono in un bel casino.» J: «Ancora problemi con tua moglie? Le solite discussioni?» M: «No, no, per fortuna questo no: lei è morta e quindi non litighiamo più.» J: «Cosa? Quando? Come?» M: «Per Dio, Jerod, che amico sei? Stiamo parlando di me, Santa Vergine!» J: «Scusami hai ragione. Poi comunque mi darai l’indirizzo dei suoi genitori che mando loro un telegramma.» M: «Ecco, già che ci sei, avvisali: non credo di averne ancora avuto il tempo.» J: «…» (Caro lettore, non lamentarti: non posso farci nulla se devo fare i conti con un protagonista che lascia senza parole gli altri personaggi. E se proprio questi puntini non ti piacciono, prendi fra le manine sante il tuo bel lapis e te la scrivi tu la battuta!) M: «Se ti dicessi che da un paio di giorni provo una sensazione che non vorrei descriverti, che ricevo le visite di qualcuno che non posso dirti e che faccio un genere di sogni che non so spiegarti, tu cosa mi consiglieresti?» J: «In primis, ti ringrazierei per la fiducia accordatami come confidente e poi ti inviterei a essere appena un po’ più preciso, perché ho già un’idea abbastanza chiara del problema, ma magari potrei aggiustare un po’ il tiro.» Non c’è bisogno che vi dica, cari i miei piccoli Pirandello, che il tono di Jerod era decisamente ironico. Passarono circa due minuti e vedendo la reazione dell’amico, che per ora taceva, Jerod capì che forse, almeno per ora, non era il caso di scherzare. M: «Per la verità, è qualcuno che non è proprio nessuno. È questo il problema.» Jerod cominciava a capire.


18 M: «Ed è più la sensazione di una mancanza, che la reale esistenza di qualcosa.» Il concetto cominciava a farsi chiaro. M: «E i sogni sono così reali, che la mattina mi sveglio e mi accorgo che, intendo proprio fisicamente, qualcosa è successo.» Ora tutto era davvero chiaro! J: «Amico, ma non ti devi mica vergognare se a trentaquattro anni soffri ancora di eiaculazioni notturne!» E no, no, no! Questo era veramente troppo. Com’era possibile che i suoi due più cari amici lo considerassero un essere tanto basso e privo di profondità? Possibile che loro che lo conoscevano bene non si rendessero conto del grande tormento interiore che era capace di provare? Possibile che non avesse dimostrato loro a sufficienza la propria innata sensibilità? M: «Sì, hai proprio ragione, non dovrei vergognarmene, che sciocco. Ora va’ a casa, lasciami il tempo di trovare le parole e vedrai che domani potrò parlartene in tutta serenità.» Sembrava davvero più tranquillo. Jerod prese l’ascensore e se ne andò. Ovviamente non poté fare a meno di guardare il suo cronografo per constatare in quanto poco tempo avesse consolato l’amico e, pensando a questo, si rivolse un sorriso compiaciuto attraverso lo specchio dell’ascensore. Quella notte Maui pianse fino all’alba. Pianse la moglie scomparsa e pianse sé stesso, la sua solitudine profonda. Ma più di tutto pianse per aver scoperto una nuova dimensione e la capacità di trovare in sé abissi che non avrebbe voluto esplorare. Già in quel primo sfogo, Maui rimpianse il suo vecchio Io, così ottuso e così leggero. Fu straziante, ma almeno quella notte, nei suoi sogni, Niente non si fece vivo.


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IL NUOVO SOGNO

Stava entrando in una stanza: faticava a tenere gli occhi aperti perché, a differenza di quella buia da cui lui proveniva, la camera era inondata di sole. La luce entrava da una finestra sulla sinistra, ma pareva si irradiasse anche dalla figura in fondo che gli dava le spalle e che se ne stava in piedi a capo chino, con aria grave e assorta. Com’era successo la notte precedente con Niente, anche in questo caso Maui riconobbe subito il personaggio: era Dio. “Sono salvo” pensò. E siccome a volte capita di interpretare i sogni mentre ancora ci si è immersi, il giovane decise che il buio della stanza da cui proveniva era la sua condizione attuale e che camminando verso quella luce avrebbe trovato la salvezza. Appena fece un passo verso Dio, si accorse di muoversi molto goffamente. Si guardò e si scoprì bambino, tre anni, forse meno. Beh, poco importava, avrebbe toccato Dio e, come nella parabola in cui l’infermo tocca appena la veste di Gesù, sarebbe stato guarito. Ma appena fece un altro fanciullesco passo verso la luce, una figura di donna gli pose una mano sulla spalla, come per fermarlo. Un tocco soave ma che non lasciava spazio a repliche. Della donna Maui percepiva la bellezza, ma poteva vederla solo nei contorni, perché anch’ella emanava un bagliore accecante. «Non disturbare Dio, lo sai che sta pregando.» Fu come uno schiaffo e Maui si svegliò. Doveva aver dormito parecchio perché il sole era già alto e illuminava la stanza, entrando dalla grande finestra di sinistra.


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ANCORA LAVORO

Quel pomeriggio entrando in ufficio ebbe la sgradevole sensazione di avere la coscienza sporca: per la prima volta quindi seppe di averne una, ma la cosa non lo rallegrò affatto. Si ricordò della telefonata lacrimosa che aveva fatto sabato sera al cellulare del suo capo per giustificare la sua assenza. «Mia moglie è morta, dopodomani fanno il funerale» e ricordava con assoluta lucidità il sentimento che lo aveva pervaso mentre pronunciava quelle tragiche parole: era sollevato, aveva un motivo per non andare a lavorare di lunedì mattina. Ma questo era stato prima di Niente, ora le cose erano molto cambiante, non capiva ancora in che modo ma di sicuro non in meglio. Quando vide il viso triste e malaticcio della collega però, si ricordò che le cose, nella vita, posso sempre andare peggio… La chiamavano La Spacca e, nonostante avesse solo venticinque anni e di per sé un bell’aspetto, non aveva lo straccio d’un amico o di un corteggiatore, forse a causa di quella sua lieve propensione al dramma che le aveva fatto guadagnare anche il nomignolo di Mena Rogna. Un esempio per te, caro lettore, che sarai anche Calvino ma non sei di certo Einstein: se ti capita di dirle che hai una tonsillite, preparati, con ogni probabilità ti risponderà: «Oh, come mi dispiace, speriamo che non sia un tumore alla gola.» Problemi di pelle screpolata? Rilassati, a suo cugino è iniziato così il melanoma. Un po’ di irritazione alle parti basse? Ti lascio, caro lettore, lavorare di fantasia. Ma un lato positivo in questo Maui riusciva ancora a trovarlo: sua moglie era morta, proprio morta, in fondo non c’era nulla di peggio che la Spacca Milza avrebbe potuto implicitamente augurarle. Si avvicinò comunque alla ragazza con una certa titubanza, in fondo non proprio sicuro che non ci fosse nulla di peggio della morte. La Spacca però, non sembrava molto interessata a lui, nonostante di norma le disgrazie l’attirassero più d’un bel paio di bicipiti (caso che comunque non rientrava nel campo di competenza di Seghina Mozzarella Maui). Stupito da questa completa mancanza di interesse decise di indagarne il motivo, non potendo accettare una tale


21 insensibilità alla grande tragedia che lo aveva colpito. Introdusse una frase apparentemente semplice, normalmente innocua: disse soltanto «Cos’hai?» Eppure, di colpo, come per effetto di un incantesimo, il lavoro dell’ufficio si fermò completamente. Tutti i colleghi lo guardavano straniti e, dopo due secondi di silenzio, il degenero dei festeggiamenti impazzò: chi piangeva e gridava scompostamente per la gioia, chi faceva scoppiare scatole di festoni, chi stappava bottiglie d’annata, chi incassava scommesse, chi ruttava senza vergogna, chi baciava in bocca una collega gnocca, chi faceva le ultime due cose contemporaneamente; ognuno insomma sceglieva il proprio personalissimo modo per dire grazie. Per la prima volta in dieci anni Maui Mozzarella (eh sì, il cognome è proprio questo, ma sempre meglio di Seghina, no?) aveva mostrato un minimo interesse nei confronti di un altro essere umano e poco importava se nel suo profondo il ragazzo sapeva di aver fatto quella domanda per puro interesse personale; era comunque bello essere al centro di quel baccano, essere il motivo stesso del disordine: Maui si sentì il festeggiato di tutte le feste del mondo. Non era mai stato così ebbro di gioia, si sentiva girare la testa e per un lungo momento si dimenticò completamente della domanda fatta alla collega, del resto era lui la star! Quando la calma tornò, Maui si sedette, ancora un po’ stordito; intorno a lui era rimasta quell’aria di festa e i sorrisi perduravano sui volti degli ilari compagni. Mentre faceva una bella carrellata su questa scena goliardica, i suoi occhi arrivarono finalmente al volto della Spacca: sembrava una nube nera in un quadretto tutto rosa, il suo malumore era completamente stonato rispetto al resto della compagnia ma, era evidente, lei non aveva alcuna intenzione di adattarsi allo standard aziendale. Così Maui, sicuro di raccogliere nuovi consensi, domandò di nuovo, questa volta con un tono più dolce e comprensivo: «Cos’hai?» Anche questa volta la reazione fu totalizzante, ma ben diversa dalla prima: chi si buttava su di lui per tappargli la bocca, chi cercava confusamente nel cassetto qualcosa per tapparsi le orecchie, chi firmava permessi di uscita anticipata, chi ribaciava la collega gnocca per sollevarsi il morale, nessuno insomma era davvero pronto ad ascoltare il discorso pieno di sciagure della Spacca e, se la prima volta la novità


22 di un Maui Mozzarella interessato alla gente aveva distratto la platea, ora per tutti era chiaro cosa sarebbe accaduto nelle due ore successive e quanto sarebbe stato difficile fuggire. Ciò che Maui non sapeva, non essendosi mai interessato a lei, era che, quando tu la sciagura l'avevi avuta senza il suo intervento, la Spacca ci restava male e non poteva permetterti di essere il protagonista triste della storia: lei doveva sempre essere piÚ triste di te!


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IL RACCONTO DELLA SPACCA

«Ieri ho visto la morte in faccia» parte col botto per catturare l’attenzione. «Ero in macchina con la Ele.» Indispensabile la presenza di un testimone che renda il suo racconto indiscutibile. «La Ele è la mia migliore amica.» Bene che vada hanno diviso una volta un taxi. «Mentre andavamo verso il locale…» Si riferisce al bar dei single, l’unico posto dove la Spacca non si vergogni a entrare (e a uscire!) da sola. «Abbiamo incontrato il mio ex.» Per dovere di cronaca devo ammettere che in effetti degli ex la Spacca ce li ha. Perché comunque è una bella ragazza e il maschio non si fa certo spaventare da un carattere eccentrico quando c’è fra le possibilità il sesso. Basta che la Spacca non affronti una défiance con frasi del tipo: “Non preoccuparti, può succedere. Anche mio zio, quando ha cominciato ad avere seri problemi alla prostata…” Ma su questo, grazie a Dio, non sono pervenute notizie. Comunque, torniamo al racconto: lei e l’amica stanno andando al locale quando incontrano il suo ex. «E cosa scopro? Che anche lui e la Ele, sei anni prima di noi, sono stati insieme. Lui le ha dato il suo primo bacio sulla guancia!» A questo punto della storia la Spacca è veramente distrutta ma si accorge che l'auditorium non è per nulla scosso, così è costretta (la sua è una missione) a rincarare la dose. «Solo che la Ele ci è rimasta completamente sotto.» Il pubblico non è ancora rapito. «Soprattutto quando ha scoperto che lui aveva già fatto sesso.» L’ultima parola risveglia sempre un certo interesse (e non solo da parte degli uomini: è inutile che ce la raccontiamo) ma ancora non bastava. «Con la madre di lei, il giorno prima, in piscina, davanti a una folla di curiosi...» Ma a questo punto per molti il discorso si era fatto più eccitante che tragico e così la Spacca capisce che per oggi il comizio “improvvisato” è finito. Questa lezione di norma le insegna che non bisogna mai spararle così grosse: è sempre meglio prepararsi la sera prima per avere una bella balla a effetto da raccontare in ufficio.


24 Purtroppo però in quella precisa situazione tra gli astanti c’era anche un giovane neo assunto (contratto a progetto, dieci ore di lavoro dalle sette del mattino alle otto di sera – il responsabile delle assunzioni non è mica tenuto a conoscere la matematica! – mezzora di pausa pranzo ogni tre giorni, 500 euro lordi al mese) che ancora non conosceva bene i colleghi ed era anche molto curioso: «Ma cosa c’entra il fatto che hai visto la morte in faccia?» L’unica fortuna del giovane fu che dall’infermeria non riuscì ad ascoltare la fine del racconto in cui la Ele, folle di gelosia, cercava, bontà sua, di uccidere la Spacca, infilandole il pennellino del mascara nella ghiandola lacrimale.


25

IL NOSTRO ROMANZO SI TINGE DI GIALLO

Ricca di tutte queste nuove emozioni, la giornata lavorativa di Maui finì in fretta e, con il calare delle tenebre, più fitte si fecero anche le sue preoccupazioni sulle successive ore. Niente sarebbe passato di nuovo a trovarlo? Maui era terrorizzato! E purtroppo i suoi timori non si dimostrarono infondati: appena arrivato a casa, giusto il tempo di capire che non avrebbe potuto né leggere, né dormire, né guardare la tv e zac: Niente era lì, concentrato e cattivo, pronto a un nuovo, disperato match. Il brutto di essere testimone di incontri come questo è che non c’è partita: è sempre così, l’angoscia arriva e l’uomo, almeno all’inizio, non può che starsene rannicchiato e piangente, solo, impaurito e completamente inerme. La supremazia del suo avversario è fuori discussione e solo un intervento esterno può cambiare le carte in tavola. Questa volta fu lo squillo del telefono. Maui: «Addio, devo rispondere!» Niente: «Arrivederci.» Puff. Maui: «Pronto.» Perbugeno: «Sono in un casino.»


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CHI È PERBUGENO

Ci sono parole di cui non si conosce veramente il significato finché non si incontra una persona che le rappresenta: al liceo ho avuto una compagna PETULANTE e più tardi un collega LOGORROICO e un commercialista VANESIO. Perbugeno è di certo magnificamente rappresentato dall’espressione altisonante, antica e colta: ALLOCCO. Ma anche credulone, furbone, volpone e stordito possono andar bene. Il disturbo dell’attenzione in lui è così spiccato che potete presentarvi a cena a casa sua per due sere di fila e la seconda dirgli che siete contenti di rivederlo dopo così tanto tempo e riproporre la stessa conversazione della sera precedente: senza insospettirsi minimamente, farà finta di ascoltarvi esattamente come ha fatto la sera prima. È la persona peggiore a cui confidare un segreto: non è affatto un pettegolo ma, novantanove volte su cento, userà tutta la sua attenzione per ascoltare la parte interessante e peccaminosa, ma non ti starà già più cagando quando gli dirai che non lo sa nessuno. Così si congratulerà con tua moglie per l’inaspettato arrivo d’un figlio (proprio inaspettato giacché lei non è incinta), racconterà alla tua migliore amica che da mesi spii e fotografi la tua vicina mentre si fa la doccia (incurante del fatto che la tua vicina sia proprio lei) e soprattutto racconterà a tutti i vostri conoscenti (compreso quel simpatico agente della tv di stato) che tu col cazzo che lo paghi il canone Rai! In compenso cede a chiunque cerchi volontariamente di fargli credere una stupidaggine e se a questo aggiungi che il suo punto debole sono le donne ecco spiegato perché per mesi ha mantenuto una ragazza dell’est vergine con cinque figli. O perché è entrato di notte in una banca con un trapano elettrico a riprendere i dieci milioni in contanti che quei furfanti dell’alta finanza avevano rubato a quella giovane avvenente, vittima innocente di un intrigo internazionale. Insomma donne: che abbiate bisogno di una mano a portare i sacchi della spesa o progettiate una truffa milionaria, Perbugeno è l’uomo che fa per voi... salvo poi spiattellare tutto ai quattro venti...


27 Questo preambolo per spiegarvi perché, detta da lui, l’espressione “sono in un casino” faccia quasi sbadigliare. Eppure questa volta le cose erano leggermente più serie...


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IL NOSTRO ROMANZO SI TINGE DI GIALLO ADESSO (IMPARATE UN PO’ A PORTARE PAZIENZA!)

Presentarsi in commissariato alle sette di sera e portare un cambio d’abiti puliti per l’amico non era esattamente il tipo di serata che Maui avesse in mente. Eppure rispetto a una romantica nottata a due con Niente, questo gli sembrava addirittura allettante. Al telefono non c’era stato tempo per le spiegazioni ma Maui aveva capito che la cosa era seria, c’era di mezzo addirittura un morto, uno che lui, anche se solo di vista, conosceva. Il caro estinto era il proprietario di un negozio che si dà il caso stesse proprio nello stesso palazzo in cui viveva il nostro eroico protagonista. Ghino (“il signor Ghino, prego!”) vendeva solo dischi rari, pochissime audio cassette e “se cerchi un cd vai pure a fare in... alla Feltrinelli”. In effetti era un grande intenditore (più di musica che di parole): cinquantasei anni, rockettaro d’annata con capelli sale pepe solo sulla nuca, tre orecchini sopravvissuti a dispetto di tutto e vecchi jeans scoloriti e lacerati in più punti. Non era affatto interessato alla conversazione: entravi, se volevi compravi, poi uscivi e tutto quello che potevi sperare di ottenere da lui, dopo anni e anni di frequentazione del negozio, era un grugnito di saluto prima della tua dipartita. La cosa più frustrante era che non si ricordava mai di te: potevi essere entrato dodici volte nell’ultima settimana per cercare sempre lo stesso disco live di Springsteen (che tra l’altro oltre a te interessa solo, forse, a Patty Scialfa) ma ogni volta che varcavi quella porta lui ti guardava sempre con il suo tipico fare che voleva dire essenzialmente tre cose: 1) Che diamine vuoi? 2) A trent’anni non si va in giro con le braghe sopra al ginocchio 3) Se non ti intendi di musica e sei venuto solo a dare un’occhiata inesperta, fuori dai coglioni!


29 Nonostante questo, Maui lo adorava: lo percepiva simile a sé e così vedeva in lui un modello, una guida, il padre che non aveva mai avuto (pur avendone uno – ma questa è tutt’altra storia). E non importava se Ghino non avesse la più pallida idea di chi Maui fosse e forse avrebbe anche potuto giurare di non averlo mai visto: lui non aveva bisogno di essere ricambiato per amare! Ma cosa c’entrava l’esperto di musica con Perbugeno? Ah sì, Maui ricordava vagamente una storia di qualche settimana prima: una graziosa ragazza, un po’ sporca e molto hippy, aveva giurato all’allocco di essere la moglie segreta di un tale cantante metal morto da poco e gli aveva chiesto di aiutarla a recuperare qualcosa che il marito le aveva affidato prima dell’estrema unzione ma che era finito illecitamente nelle mani di un perfido negoziante. Perbugeno si era introdotto di notte nella bottega di Ghino, armato di ardore cavalleresco, senso di giustizia e di una molto più prosaica mazza da baseball. Le intenzioni erano buone, salvo poi essere colto, appena calatosi dalla finestrella del negozio, dall’agghiacciante consapevolezza di non ricordarsi più qual era l’oggetto da rubare. Poco male, visto che non aveva ancora messo i piedi sul pavimento quando era stato scoperto e picchiato a sangue dall’adorabile vecchietto. È forse superfluo dire che il cantante metal era vivo e vegeto, abitava in una bella villa con spiaggia privata sul lago ed era sposato con una modella russa (nient'affatto sporca, brutta e cattiva). Non aveva ovviamente mai conosciuto, dichiarò alla polizia la sera stessa, né quella donna né il Ghino. Insomma, il suo era stato solo un nome scelto a caso in una rivista di musica e Perbugeno c’era cascato come un allocco, appunto.


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LA POLICE

Quando Maui arrivò in questura, la situazione era peggiore di quanto si fosse immaginato: Perbugeno era veramente sotto torchio e faticava a capire il lungo ragionamento, inesorabilmente fatto di proposizioni “causa-effetto”, che gli agenti gli propinavano con maestria consolidata in anni di interrogatori. Dunque la polizia era davvero convinta che fosse colpevole dell’omicidio! Ma come potevano pensarlo? Era sufficiente dargli un’occhiata per avere l’assoluta certezza che non sarebbe mai stato in grado di compiere un delitto violento, di andare fino in fondo. Eppure i due compari sembravano parecchio convinti e non mollavano l’osso. A pochi centimetri dalla faccia dell’Allocco, così vicino che i due uomini sembravano quasi sul punto di stringersi in un bacio passionale, c’era l’essere più temuto della polizia cittadina. Il commissario Salas era un individuo di per sé caratteristico, ma c’era una cosa che metteva in secondo piano la sua disciplina marziale, il suo intuito infallibile, la divisa sempre impeccabile e i modi da agente del KGB: Salas era BASSO, terribilmente e sorprendentemente basso. Non mi dilungherò con le teorie psicologiche sulla “legge di compensazione”; non voglio dire che Salas fosse così duro e puro perché si sentiva sminuito dalla sua (non)altezza. Al contrario dirò che Maui si sentì rassicurato nel vederlo: sarà stato pure un gran scassaballe, ma era un buon poliziotto e si concentrava su ogni indizio senza accontentarsi dell’apparenza.


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PICCOLA DIGRESSIONE COME MAI MAUI SA TUTTO QUESTO DEL COMMISSARIO SALAS

Mario Salas, di madre inglese e padre coreano (come il nome stesso ben evidenzia), nasceva cinquantadue anni prima in un minuscolo villaggio del Portogallo. Vorrei qui fare una piccola digressione nella digressione sul Portogallo: il Portogallo non esiste! Al TG sentite mai una notizia sulla politica portoghese? Sull’economia? Conoscete un artista portoghese? Un cantante? Un piatto tipico? Da che parte stava il Portogallo durante la seconda guerra mondiale? Sappiamo che il Portogallo esiste solo perché qualche turista ogni tanto ci va. Ma la cosa mi pare di per sé scientificamente insufficiente a dimostrare la presenza di un’intera nazione. Secondo me, con la conquista delle Americhe, i portoghesi si sono trasferiti tutti in Brasile a coltivare caffè e ballare samba (chiamali scemi) e ora in Portogallo non c’è più nessuno ma la Comunità Europea ancora non se ne è accorta. Il Salas stesso riteneva di essere nato in Portogallo solo perché i genitori glielo avevano raccontato, ma a pochi mesi di vita si era trasferito, ormai completamente indipendente dalla famiglia, in città. Il commissario aveva recentemente goduto di una certa notorietà grazie a un grosso caso che gli era capitato per le mani. Dopo estenuanti indagini sotto copertura (tre lunghi mesi in cui Salas si era infiltrato in una panetteria del centro commerciale, fingendo di essere il figlio del fornaio – la parte più umiliante fu scoprire di essere comunque il più basso della classe fra i bimbi di quarta elementare), il poliziotto aveva portato alla luce un grave imbroglio perpetrato ai danni della comunità tutta: la farina usata dal panettiere più stimato in città era solo 0 e non 00, come da generazioni si credeva. Il particolare potrebbe sembrare insignificante se non fosse che il nome della suddetta panetteria era proprio SF00 che, oltre a essere ovviamente il cognome dei proprietari,


32 si prestava particolarmente bene all’acronimo “Solo Farina 00”. La vicenda diede di che scrivere ai giornali per mesi, anche perché Giovanni SF00, pater familiae, si tolse la vita… un po’ per l’onta dello 0 mancante, un po’ perché Mirko SF00, il figlio novenne, si trovò alla fine dell’anno con la pagella più brutta della sua carriera scolastica: Salas, celato sotto l’identità del bimbo, era stato il peggiore della classe nel “far di conto”, ma aveva anche preso quattro in condotta perché il maestro lo aveva visto più volte picchiare i compagni per avere la merenda. Fatto sta che dall’incredibile vicenda era nata l’idea di scrivere una biografia del commissario che glorificasse, oltre che il singolo uomo, il corpo di polizia tutto. A stendere il racconto delle mirabolanti imprese era stato chiamato niente meno che il narratore più conosciuto e stimato della città: Abele ovviamente! Ecco facilmente spiegato perché Maui sapesse tutto su Salas e sui suoi metodi di indagine. Per centinaia di volte, Mr. Mozzarella, Jerod, Perbugeno, Anika e Rosario (vedi capitoli successivi) erano stati costretti a rileggere il manoscritto: l’inserimento di una virgola, a sostituzione dei due punti, nel quindicesimo capitolo di un’epica opera di millecinquecento pagine, costringeva tutti alla rilettura dell’intero testo poiché, ovviamente, “la punteggiatura rischiava di inficiare il reale significato di tutta l’opera e si rendeva quindi necessaria una completa revisione del testo”. Non era però bastato promettere che avrebbe venduto più copie in un anno che il nuovo testamento in due millenni: l’idea di imporre la biografia come un volume ispirato da Dio e presentare Salas come un novello Messia, non era piaciuta all’editore che aveva invitato gentilmente autore e protagonista a farsi fottere. Per restituire l’anticipo sulle vendite già incassato, Abele dovette scrivere parabole per sei mesi!


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TORNIAMO IN COMMISSARIATO

SCENA: Perbugeno siede in proscenio. Lo sgabello minuscolo lo costringe a stare rannicchiato. Insinua nel pubblico in platea un senso di disagio e scomodità. Occhio di bue fisso su di lui. Il commissario è in piedi, a due centimetri dal suo viso, ovviamente sulle punte. Musica greve. Il signor Maui Mozzarella entra da destra. MAUI

Commissario buongiorno!

SALAS

Buongiorno un cazzo! Battuta scontata ma che mette sempre a suo agio l’interlocutore E lei chi sarebbe?

MAUI

Lei non trova che dire “lei chi sarebbe” sia un po’ un paradosso filosofico-linguistico? Del resto qualcuno, benché lei non mi conosca, necessariamente io SONO non SAREI.

SALAS

Ha perfettamente ragione: lei è qualcuno che mi sta proprio sulle palle, non si limita a sarebberlo, lei proprio lo è!

MAUI

Come?

SALAS

Non importa! Fuori dai coglioni!

MAUI

Ma commissario, sono Mozzarella, uno dei pochi ad avere avuto il piacere di leggere la sua magnifica biografia


34 SALAS

Lei è amico di questo qui? Bella gente che frequenta Mozzarella! Ma lo sa che il suo compagno di merende è accusato di omicidio, niente meno!

Maui comincia a prendere coscienza della gravità della situazione e ad assumere una mimica contrita ma comprensiva e solidale. Cerca con garbo di spiegare le sue ragioni. MAUI

Ma non diciamo cazzate!

Si muove verso il proscenio e, colpito da un fascio di luce che lo isola dalla scena, alla maniera della tragedia greca comincia l’arringa difensiva con il monologo elogiativo del processato. MAUI

Ma chi vuole che possa uccidere questo qui? Ma lo ha guardato bene in faccia? Questo per tagliarsi le unghie dei piedi deve chiedere aiuto ai vicini! Ma non lo vede lo sguardo assente? L’espressione inebetita? La postura impersonale? E poiché per gli antichi greci kalos kai agatos, il buono sta nel bello... Ma via! Chi vuole che uccida uno con gli occhietti così piccoli, che si sanno essere simbolo di scarsa intelligenza! E il mento? Eh no, spendiamo una parola sulla completa assenza del mento, che indica scellerata incapacità di prendere una qualsivoglia decisione! E il naso!

SALAS

Basta, basta, basta! Per carità. Lo rilascio su cauzione ma sparite tutti e due.

A (agente scelto Ma commissario, il nostro codice penale non prevede la cauzione… Alberto) B (brigadiere)

E poi comunque la stabilirebbe il giudice, mica lei.


35 SALAS

E va bene! E cosa abbiamo noi? La libertà su che cosa? Sulla parola? Allora mi giuri che non è stato lei e fuori dai coglioni! Ai domiciliari con obbligo di firma in commissariato!

B

Ma come fa a venire in commissariato a firmare se è ai domiciliari?

SALAS

Insomma B, prima di tutto lei secondo me è un infiltrato perché brigadieri in polizia non ne ho mai visti!

B

Sono un carabiniere signore

SALAS

I carabinieri non esistono!

MAUI

Neanche il Portogallo!

SALAS

Come si permette lei! E comunque il sospettato va ai domiciliari e qualcuno, tipo lei “brigadiere” – sprezzante e incredulo – due volte al giorno va a farlo firmare! Poi, come se gli venisse in mente improvvisamente: Una alle cinque del mattino e una alle undici di sera e se sgarra di un minuto arresto lei. Fra sé: “Seee, carabinieri, figurati!” CHIUSURA DI SCENA

Il commissario sull’estrema sinistra del palco (e della vita) si siede e ricomincia a sognare un futuro migliore per l’umanità. Il brigadiere sull’estrema destra (del palco e della vita) si liscia i baffi con fare noncurante ma intanto pensa “Ti metto a posto io con quattro sprangate, comunista del cazzo!” L’agente scelto, al centro, combina solo Casini.


36 Maui e Perbugeno escono attraversando il proscenio e sfondando la quarta parete: loro di questa scena già vista non vogliono far parte. MUSICA – BUIO - SIPARIO (APPLAUSI NON CREDO)


37

VERSO CASA

Per tutto il tragitto, prima a piedi poi in tram, Perbugeno non disse una parola, circa due ore in cui l’Allocco rimase completamente inebetito, ancora incredulo. E, nonostante nei primi abbondanti tre minuti di viaggio l’amico avesse fatto di tutto per convincerlo a parlare, lui se ne stette lì zitto zitto (quindi molto zitto, perché si può stare anche mediamente zitti) e stralunato. Maui intanto rimuginava, combattuto tra retaggi del vecchio egoismo e nuova propensione verso il prossimo. Se da una parte era preoccupato per le sorti dell’amico che si trovava un segugio come Salas alle calcagna, dall’altra la prospettiva di avere questa nuova bega di cui occuparsi lo faceva sfacciatamente felice: la sua mente sarebbe stata impegnata e forse Niente non si sarebbe più fatto “vivo”. Gli parve che un’intuizione si facesse largo nella sua mente, un’idea geniale che lo avrebbe salvato dalla pazzia, ma proprio mentre era lì lì per afferrarla, Perbugeno parlò. Per la precisione durante il primo quarto d’ora si limitò a grugnire e tentare di comporre frasi con versi e gesti disarticolati, tanto che Maui a un certo punto, rispondendo alle perplessità degli altri occupanti del tram, giocò la carta “non lo conosco, non so chi sia, no, no non mi sembra il caso di chiamare la polizia, vedrà che adesso si stanca e se ne va”. Quando tornò lucido (per quanto lucido possa essere l’Allocco), Perbugeno si sentì in dovere di spiegare a Maui perché dal commissariato avesse chiamato proprio lui, nonostante fosse risaputo che, fra gli amici, era il più egoista e inaffidabile: «All’ora dell’omicidio io ero al telefono con te: era giovedì sera e, come ogni giovedì sera, decidevamo a quale autore scrivere lamentando che il suo ultimo libro fa schifo ed è pieno di incongruenze. Mi ricordo chiaramente di quella sera perché tu avevi trovato un modo geniale per entrare nello specifico del romanzo, diventando terribilmente pungente


38 e soprattutto senza far capire che non l’avevamo mai letto. Comunque non posso sbagliarmi: era giovedì sera e noi tutti i giovedì sera ci telefoniamo per scegliere chi mortificare. Se fosse stato martedì sarei stato al telefono con Abele a decidere quale parcheggiatore abusivo denunciare, il mercoledì con Jerod a stilare la classifica delle cinque donne più brutte della tv e il venerdì con Rosario e Anika a vedere il nostro telefilm preferito.» M: «Ah, il venerdì vi vedete?» P: «Sei pazzo! Stiamo al telefono e guardiamo insieme il telefilm, ognuno a casa sua.» M: «E perché non vi trovate e lo guardate insieme? Abitate uno sopra l’altro...» P: «Perché non è mica detto che sia lo stesso telefilm!» M: «In effetti...»


39

A: “PIACERE, ANIKA” R: “PIACERE, ROSARIO”

Appena arrivati a casa di Perbugeno (l’appartamento si trovava nello stesso stabile dove abitava Maui) la prima cosa che i due notarono fu l’avviso attaccato alla porta: erano le undici e quindici di sera e il brigadiere era appena passato. Ovviamente con la sua auto sportiva ci aveva messo molto meno di loro a coprire la distanza dal commissariato a lì. L’avviso però aveva un tono pacato, sembrava scritto da un uomo molto rilassato e non dall’individuo nervosetto e indisponente che avevano conosciuto quella sera. «Forse gli sono simpatico.» disse Perbugeno sognante. «Forse Anika ci ha scopato!» disse Maui realista. Bussarono all’appartamento di fronte a quello di Perbugeno e esattamente sopra a quello di Maui. Toc toc. A: «No, non te le rendo le manette.» M: «Anika siamo noi.» A: «Oh, I’m sorry.» Era dispiaciuta che fossero loro, non di aver parlato delle manette. Anika era fatta così. Era un po’, come dire, facile! Ma era anche la donna più intelligente che conoscessero (non che nel gentil sesso la concorrenza fosse spietata, pensava Maui). In pochi secondi l’amico le spiegò cos’era successo e lei ne rimase molto scossa. Ovviamente non aveva dubbi sull’innocenza di Perbugeno e si dichiarò subito pronta a tutto (e questo preoccupò vagamente i due uomini) per convincere la polizia a cercare il colpevole altrove. Poi si alzò e andò in cucina a preparare un tè aromatizzato alle spezie, come aveva imparato tanto tempo prima da quell’eunuco di Istanbul.


40

NELLA MENTE DELL’AUTORE

Avviso al lettore. Queste righe non sono parte integrante della storia, ma tant’è... R: «Baf, bau, bau!» Io: «Sì, adesso ti presento, calma.» R: «Wuof, wuof, wuof.» Io: «Se per favore traduci! Questa è l’edizione umana, quella in canino sta finendo di redigerla Rin Tin Tin.» R: «Bof, bof, bof?» Io: «No, non sono nostalgica, è solo che Lassie mi mette tristezza e il cane Beethoven mi da sui nervi! Ora possiamo continuare con il romanzo o vuoi mettere in piazza le mie debolezze?» «Crrrrrr, grrrrrrr» Io: «Senti bello, l’autrice sono io. Tu sei il personaggio, e per di più cane, quindi dici quello che ti faccio dire e lo dici come ti dico di dirlo. Anzi, sai che facciamo? Fai il cane e basta e non dici proprio niente!» Secondo Abele, tra l’altro, i cani prima parlavano distintamente in italiano trecentesco, ma al Signore, che è il grande Autore di questo mondo, non piaceva ciò che dicevano, li trovava troppo indipendenti e libertini e così tolse loro la parola. Ma per fare in modo che gli altri non se ne accorgessero – e quindi i sindacati non rompessero l’anima - il varano consigliò di dargli questo bau bau, che in realtà non significa proprio nulla e di fatti non si capiscono neanche fra loro!


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RIPRESA DEL CAPITOLO

Mentre Anika era in cucina, un pezzo del tappeto fulvo che ricopriva il pavimento del soggiorno si mosse. Se non l’avessero conosciuto, Maui e Perbugeno avrebbero pensato di essere vittime di un’allucinazione collettiva ma si trattava soltanto del cane che divideva l’affitto con la loro amica. Rosario era il quadrupede più pigro delle terre emerse e Anika aveva messo in sala un tappeto dello stesso colore del suo pelo, proprio perché non fosse così evidente agli ospiti che il cane passava tutto il giorno immobile vicino al divano (e se pensate che non esista nessuno che organizzi il proprio mobilio in base agli animali domestici, non conoscete mia madre). Rosario, 70 centimetri di altezza per 34 chili (al lordo del pelo), era un cane molto corteggiato ma, causa la sua pigrizia, copulava solo quando qualche cagnetta si spingeva fino a casa sua o lo prendeva di sorpresa durante la passeggiata quotidiana. Pare che le “donne” adorassero quei movimenti lenti tipici della sua arte amatoria, ma in realtà lui semplicemente non vedeva perché consumare un rapporto con foga e gran dispendio di energie. A volte chiedeva persino alla compagna di dividere l’amplesso in due o tre manche, intervallate da un giorno di pausa. Rosario fino ad allora non aveva avuto figli: il veterinario diceva che i suoi spermatozoi erano pigri... Anika lo trovava un compagno di vita stupendo: usciva per i bisogni da solo e mai più di una volta al giorno (e quando era molto stanco la teneva per settimane), abbaiava solo se strettamente necessario e comunque in modalità più woooof woooof che bau bau e non correva dietro alle cagnette del quartiere: del resto lei copulava già abbastanza per entrambi. Pur avendo un busto del diametro di cinquanta centimetri, grazie al pelo lunghissimo e cotonato Rosario sembrava una bestia enorme e di conseguenza era anche un ottimo finto cane da guardia, soprattutto quando qualche corteggiatore della sua coinquilina si faceva


42 troppo insistente e non capiva il matematico “addio” che arrivava dopo l'amplesso. In più Rosario era un cane incredibilmente intelligente: gli mancava solo la parola (tiè!).


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IL RACCONTO DELL’OMICIDIO

Grazie alla telefonata a un vecchio amico in polizia, Anika scoprì tutti i particolari dell’omicidio di cui Perbugeno sembrava essere l’unico sospettato. Il Ghino in effetti era stato ucciso alle undici di sera di giovedì, dopo quella che sembrava una lunga colluttazione, e ritrovato cadavere la mattina successiva, dopo che un cliente abituale si era insospettito nel vedere il negozio chiuso: sarebbe stata la prima volta in venticinque anni di attività. Il corpo era stato trovato supino, in mutande e maglietta (presumibilmente l’abbigliamento con cui il Ghino dormiva). Un grosso ematoma alla base del cranio era la causa del decesso e il colpo era stato inferto con una riproduzione in pietra dei Pink Floyd che era appartenuta al morto e si trovava tuttora nel locale, priva di impronte interessanti. Il cadavere non era nell’appartamento adiacente al negozio, due piccole stanze in cui il Ghino si era trasferito da qualche anno per stare vicino ai suoi dischi e dove passava la notte, ma nel negozio stesso. I due locali erano collegati da una porta di metallo che di notte il Ghino chiudeva a chiave e che dava direttamente sulla stanza dove c’erano il letto e un piccolo piano cottura. Forse quindi aveva sentito dei rumori ed era entrato in negozio sorprendendo un ladro. Un diverso scenario era ritenuto improbabile: era noto che l’uomo non ricevesse mai visite. LA SCENA DEL CRIMINE Il negozio, come abbiamo detto, si trovava al piano terra del palazzo di Maui. Un edificio di forma circolare, costruito come una ciambella di sette piani attorno a un cortile, anch’esso rotondo. In tutta la costruzione non esisteva un solo muro dritto e anche le finestre erano tutte concave per assecondare la forma del muro. L’unica via di accesso al cortile interno era un grosso arco ricavato dagli architetti a posteriori, quando si erano accorti che il ciambellone non aveva accessi. Così


44 avevano eliminato uno degli appartamenti al piano terra e, sotto al 2/B, avevano semplicemente fatto un buco, poi protetto da un pesante cancello in ferro che, quando chiuso, sigillava completamente l’arco. Nello specifico la proprietà del Ghino aveva tre possibili ingressi:  Uno dalla vetrina (unico eventuale accesso che dava direttamente sulla strada): da lì di certo non era passato nessuno, la saracinesca era abbassata e chiusa a chiave e inoltre il vetro non era stato rotto;  C’era poi l’uscio d’ingresso all’appartamento (che si affacciava sul cortile), una semplice porta di legno (tipo quelle che dividono due stanze di uno stesso appartamento). Anche questa era chiusa ma sarebbe stato molto difficile stabilire se fosse stata scassinata perché bastava una semplice forcina per far scattare il meccanismo senza infliggere danni alla sua struttura.  La terza ipotesi per i ragazzi era la più agghiacciante: il Ghino non aveva mai fatto riparare la finestrella dalla quale quella volpe di Perbugeno si era infilato qualche settimana prima per cercare di riparare al torto subito dalla bella e aggraziata fanciulla che lo aveva fregato. Era difficile immaginare che qualcun altro fosse a conoscenza di quei fatti e sapesse quindi di poter trovare una “porta” già aperta... Prima comunque c’era da chiarire un altro dubbio: scartata l’ipotesi della vetrina, era chiaro che l’assassino per accedere al negozio fosse dovuto prima entrare in cortile, passando dal cancello di ferro. Ma come? O possedeva le chiavi o il Ghino gli aveva volontariamente aperto dal citofono. «Ci sarebbe un’altra possibilità» disse Maui visibilmente teso «qualcun altro del condominio potrebbe avergli aperto dal proprio citofono... Hai detto che è stato ucciso alle undici di sera» continuò «noi in quel momento eravamo al telefono, vero?» «Certo, ma questo cosa c’entra?» «Ecco, è vagamente possibile che io, a un certo punto della nostra conversazione, abbia sentito suonare il citofono... È anche possibile che, sempre io, abbia pensato che sarebbe stata proprio una bella seccatura chiedere chi era, considerando che di certo si trattava di


45 qualche vicino che aveva dimenticato le chiavi... E può anche essere che io di conseguenza abbia deciso di aprire senza alzare il citofono...» Si scatenò il putiferio: Perbugeno cominciò a balbettare che da quel gesto avevano avuto origine tutte le sue recenti sciagure. Anika gli gridò in faccia, accusandolo di aver aperto all’assassino solo a causa della sua maledetta misantropia. La confusione durò qualche minuto finché la ragazza non dichiarò che tutto ciò non sarebbe successo se Maui fosse stato in grado, per una volta, di far fronte alla sua innata pigrizia. Fu a questo punto che Rosario, credendo che parlassero di lui, si svegliò. Ragguagliato velocemente sui fatti dalla coinquilina, fece saggiamente presente, con un semplice sguardo, che probabilmente l’assassino avrebbe continuato a suonare citofoni finché qualche altro stupido non gli avesse aperto senza fare domande, del resto l’edificio era formato da sessantasei appartamenti e, con una media scientifica di uno stupido e mezzo per famiglia, uno dei novantanove deficienti del palazzo gli avrebbe di certo aperto senza fare domande. Rosario era sì senza parola, ma aveva uno sguardo molto espressivo...


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INTANTO…

Intanto, a qualche chilometro di distanza, una figura stranamente vestita piange il fallimento della sua missione: ha persino dovuto uccidere un uomo e non ha comunque ottenuto ciò che voleva. Ora però non ha tempo di pensarci, deve lavorare. È umiliante alla sua età doversi conciare ancora così per guadagnarsi il pane. Lui lo odia questo lavoro, odia doversi vestire così, usare quella voce, sopportare le urla di tutte quelle persone, essere costretto ogni volta a rompere oggetti a cui era profondamente affezionato. Per questo deve portare a termine il suo piano, niente deve insinuarsi fra lui e la possibilità di una nuova vita, tranquilla, pulita e circondata solo da cose che ama, senza più dover fingere.


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IL VECCHIO SOGNO

Stava entrando in una stanza che gli pareva di aver già visto: faticava a tenere gli occhi aperti, perché, a differenza di quella buia da cui lui proveniva, la camera era inondata di sole. C’era sempre quella luce che, ormai gli era chiaro, non entrava dalla finestra sulla sinistra ma prorompeva dalla figura in fondo che, ancora una volta girata di spalle, se ne stava in piedi a capo chino, con aria grave e assorta. Il fatto che risplendesse di luce propria non lasciò a Maui alcun dubbio: ancora una volta era al cospetto di Dio. “Sono morto” pensò. “Che ingiustizia però, non ho ancora compiuto tre anni… E perché ho questi pantaloni cosi lunghi e larghi, qualcuno ha cercato di stringermeli in vita con un nastro e così non cadono, ma mi coprono completamente i piedi e faccio fatica a camminare”. Rimase indeciso se porre fine all’agonia e dirigersi verso Dio per farla finita o cercare di scappare. Beh, poco importava, Dio lo avrebbe preso: di certo si muoveva più veloce di lui, così impacciato a causa di quei lunghi calzoni. Come in quelle leggende nordiche, che narrano di divinità truci e implacabili, appena Dio lo avesse sfiorato, lui sarebbe caduto nell’abisso perenne. I sui dubbi comunque furono presto dissipati da quella figura di donna che già una volta gli aveva appoggiato, soave ma implacabile, una mano sulla spalla. «Non disturbare Papà, lo sai che sta pregando.» Fu come uno schiaffo e Maui si svegliò. Doveva essersi assopito solo qualche minuto perché era ancora notte fonda ed era passata solo un’ora da quando aveva lasciato Perbugeno profondamente addormentato, dopo le quattro compresse di Tavor che avevano messo completamente a tacere tutte le sue paure. I timori di Maui invece non dormivano affatto: «So che hai avuto visite stanotte.» Il gelo che Maui provò fu immediato. Lo colse dai piedi alla radice dei capelli e in un secondo si sentì completamente in balia di quell’essere che era apparso dal nulla e che, pur non toccandolo, lo tratteneva per la gola, stringendo sempre più forte: ma Niente non aveva alcuna intenzione di ucciderlo, solo lo osservava per vedere quando si sarebbe


48 arreso allo sfinimento. E così, anche quella notte, Maui ebbe il suo calvario. Passò ore a contorcersi, piangere, gridare, vomitare. Lo stomaco soprattutto gli sembrava fosse l’epicentro del dolore. Chi aveva deciso che fosse il cuore la sede dei sentimenti, si era ingannato: solo lo stomaco è capace di tanta consapevolezza. Fu la notte più brutta della sua vita e ringraziò Dio, sinceramente e appassionatamente, quando si accorse che la scatola di sonniferi che aveva comprato alla farmacia di turno per Perbugeno era ancora nella tasca del suo cappotto. Ne mandò giù due, per sicurezza, ma non aveva mai preso un sonnifero in vita sua e l’effetto sul suo corpo vergine fu immediato: si addormentò di schianto e, per la prima volta da quando era morta la moglie, non sognò nulla.


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GRAZIE AL CIELO SEI QUI

Il citofono suonò dolcemente, quasi che Anika sapesse che notte aveva passato l’amico. Erano le undici del mattino ma Maui si era alzato da poco e beveva svogliato un tè appoggiato allo stipite della porta tra cucina e ingresso. Il suo capo era stato comprensivo quando aveva ricevuto da lui l’ennesima richiesta di permesso. «Ho sbagliato ad aggredirti così ieri» disse lei dopo qualche minuto di silenzio. «Ti sentirai già terribilmente in colpa per la morte di tua moglie e non è giusto addossarti anche la responsabilità di un gesto violento compiuto da qualcun altro: l’unico colpevole della morte del Ghino è quello che l’ha ammazzato!» Maui stava per controbattere, per rispondere che lui non si sentiva affatto colpevole per la sorte del negoziante e che non aveva mai neanche vagliato l’ipotesi che il suicidio della moglie fosse una sua responsabilità, ma le parole gli morirono, anche quelle, tra la punta della lingua e le labbra, perdendosi in un suono disarticolato. E sarà stata la tenerezza suscitata in lui dal dispiacere sincero dell’amica o quella notte d’inferno che lo rendeva così sensibile agli stimoli ma Maui cominciò d’improvviso a pensare che forse avrebbe dovuto farsi qualche domanda in più riguardo alla sorte della moglie. Forse il termine con-sorte un significato alla fine ce l’aveva…


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LA SEGRETERIA TELEFONICA

Nel frattempo Rosario, che si era appena ripreso dallo sforzo di guardare una puntata dei Simpson, pensò di ascoltare la segreteria telefonica, visto che, mentre guardava la tv, l’apparecchio aveva suonato per una buona mezzora, ma lui non aveva fatto in tempo a scendere dal divano per rispondere. Di norma trovava la segreteria piena di messaggi maschili, non sempre di contenuto edificante, indirizzati ad Anika, ma quel giorno il primo messaggio era per Perbugeno. Evidentemente l’uomo doveva aver di nuovo creduto a quell’avvenente signorina che, un paio di volte l’anno, vestita con la tuta della Telecom (e null’altro), si presentava a casa sua per riscuotere direttamente il pagamento del canone telefonico. Incredibilmente, circa un mese dopo, la linea gli veniva staccata per morosità e Perbugeno restava per giorni parecchio contrariato dall’inefficienza degli uffici contabili dell’azienda. Comunque, quando ciò accadeva, le chiamate venivano direttamente inoltrate a casa di Anika e Rosario, senza che chi chiamava avesse possibilità di rendersene conto. La voce in segreteria era roca e si capiva chiaramente che chi chiamava voleva camuffare il proprio timbro, fingendo anche un vago accento nordico. Ma Rosario si avvide subito della farsa. Infatti, quando era iscritto alla Facoltà di Linguistica e Antropologia aveva avuto molte occasioni di studiare le cadenze regionali ed era diventato piuttosto bravo e stimato in facoltà, sembrava proprio indirizzato a una brillante carriera come antropologo. Solo che poi, quando mancavano solo dieci giorni alla laurea, aveva capito che quel lavoro richiedeva ripetuti viaggi e il solo pensiero di tutti quei chilometri da affrontare lo aveva stancato così tanto che la mattina non aveva avuto la forza di alzarsi per discutere la tesi. Tornando però a bomba sul presente, bisogna dire che, quando lo ascoltò, anche il contenuto del messaggio lo mise in allarme: «Sappiamo che sei in casa, ti stiamo controllando e sappiamo anche che l’hai preso tu! Non sei stupido come credevamo, ma più furbo di una


51 lepre. Ora veniamo a prenderlo: ti conviene darcelo senza fare storie o farai la fine del vecchio bastardo.» All’istante Rosario, anche lui furbo come una lepre, fece per correre lungo le scale a raschiare la porta di Perbugeno che però non rispose. In quel momento, rumore di passi pesanti riempì la scala e il pelo del cane si drizzo all’istante. Indeciso se ringhiare come un matto o scappare a zampe levate, pensò che starsene buono e accucciato con aria indifferente nei pressi della porta, avrebbe eventualmente potuto dargli il vantaggio della sorpresa nei confronti degli assalitori: chi avrebbe temuto un cane assonnato e soprappeso? Il suo piano però non andò come sperato: appena i due uomini svoltarono l’angolo del pianerottolo diretti verso di lui, Rosario si fece prendere dal panico e cominciò a gridare come una vecchia signora isterica. Quelli, colti in effetti estremamente di sorpresa, si fecero a loro volta prendere dal panico e così per una mezzora le due controparti ebbero un botta e risposta a suon di grida, saltini isterici, mani portate contratte davanti alla bocca, finché, ripreso un briciolo di calma e anche un po’ di dignità, Rosario non si accorse di avere davanti Jerod e Maui.


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GRAZIE AL CIELO SIETE QUI

“Grazie al cielo siete qui” abbaiò Rosario ma i due al momento erano troppo agitati per capire. Allarmati dall’insistenza che il cane mostrava, lo seguirono al piano superiore, fino all’appartamento di Perbugeno. Jerod cominciò a suonare il campanello e Maui a bussare. Non solo l’amico non apriva, ma nell’appartamento non si sentiva volare una mosca, fatta eccezione per la tv, che in compenso sembrava troppo alta. I tre, sempre più spaventati, facevano a questo punto davvero una grande confusione e i vicini cominciarono ad affacciarsi alle porte per vedere cosa stesse succedendo. Un altro uomo stava salendo le scale e, allarmato dalle grida, dai colpi e dal volume insopportabile del TV color, cominciò a correre per arrivare all’appartamento. Appena sul pianerottolo, all’ispettore Salas bastò una frazione di secondo per rendersi conto della situazione. Presa una rincorsa forse eccessiva, saltò con la sua cortissima gamba destra, tesa e perfettamente perpendicolare rispetto al corpo, contro la porta: con un’unica abile mossa di karate fece saltare maniglia e serratura. Una volta all’interno, in perfetto assetto militare, scaricò la pistola contro la TV (che effettivamente rompeva un po’ i coglioni) e poi si concesse un’altra frazione di secondo per inquadrare la nuova situazione. Appoggiò il mento sulla spalla dove si trovava la radio di servizio e cominciò a gridare: «Uomo a terra, uomo a terra.» L’uomo era Perbugeno ed effettivamente sembrava messo parecchio male: era stato picchiato selvaggiamente. A una seconda occhiata gli amici ebbero la certezza che non respirava, anche il polso era assente, insomma: era morto. Ma arrendersi alla prima difficoltà non è certo la caratteristica di un buon militare e così Salas, raccolta in un momento tutta l’energia necessaria, sferrò al torace dell’uomo un colpo così forte che quello, con uno spasmo terrificante, sbarrò gli occhi e scattò col busto in verticale come una bambola a batterie. La vita ricominciò a scorrere in lui insieme a un fiotto d’aria che fece capolino nel suo corpo attraverso la bocca spalancata. Nemmeno Rosario, che aveva studiato medicina, aveva mai visto niente di simile.


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QUALCHE SPIEGAZIONE

Non fu neanche necessario chiamare l’ambulanza, una volta in piedi Perbugeno era fresco come una rosa: se aveva avuto qualche osso rotto, doveva essersi aggiustato come effetto collaterale al colpo di Salas. Anche se spaventato, fu subito in grado di raccontare cosa fosse successo. Un uomo aveva suonato il campanello e si era presentato come l’agente di polizia che doveva verificare che il sospetto fosse in casa. Appena Perbugeno aveva fatto scattare la serratura, l’uomo si era introdotto senza troppi riguardi nell’appartamento, chiudendo a chiave la porta dietro di sé. Si trattava di un individuo di corporatura medio alta, con il volto coperto da una maschera di Lanterna Verde. Quando gli aveva messo un rigido pezzo di scotch sulla bocca, Perbugeno aveva cominciato a nutrire qualche sospetto riguardo le sue intenzioni. Dopo averlo malmenato per un po’, l’intruso aveva cominciato a spazientirsi veramente: evidentemente il ragazzo non era in grado di dargli ciò che cercava. Una cosa doveva essere davvero palese, tanto che l'aveva capita anche Perbugeno: Lanterna Verde faceva di tutto per non far sentire la propria voce. Di certo non era muto, perché qualche breve suono gli era sfuggito: Salas arrivò quindi alla conclusione che Perbugeno conosceva il suo aguzzino. La vittima comunque si ricordava poco dell’aggressione, gli era solo rimasta la vaga consapevolezza che quell’uomo cercasse qualcosa e fosse convinto che ce l’avesse lui, anzi che lui stesso l’avesse rubata a qualcun altro. Per Salas non poteva essere una coincidenza: quell’aggressione e il messaggio che gli avevano appena fatto ascoltare sulla segreteria dovevano essere legati al suo caso e più studiava gli elementi più si convinceva che quel Perbugeno non doveva c’entrarci proprio nulla. In effetti il ragazzo non sembrava abbastanza intelligente da architettare un piano così e pareva improbabile che si fosse ucciso a pugni, confidando nell’intervento repentino del commissario... Salas era


54 uomo d’istinto e l’istinto gli disse che Perbugeno non era colpevole. Eppure qualcosa doveva legarlo al caso: perché Lanterna Verde l’aveva ridotto così? Che cosa aveva cercato in casa sua? Mentre Salas faceva questi pensieri rientrò Anika che, appena vide il militare, gli sorrise lasciva. S: «Signorina, faccia poco la sganivella che sono un uomo sposato, in trentun anni di matrimonio non ho mai tradito la signora Salas né mai lo farò. E tra l’altro secondo me i fedifraghi dovrebbero andare in galera!» Maui ricordava di aver conosciuto la moglie di Salas durante le ricerche per la biografia e aveva serbato il ricordo di una donna minuta e dolcissima, che trattava il marito come un gioiello prezioso e veniva ricambiata con le stesse attenzioni. Figli non ne erano arrivati, peccato, ripensò Maui, sarebbero stati degli splendidi genitori. Mentre si perdeva in questi pensieri, sorprendendosi per questa sua nuova e insospettabile capacità di commuoversi, Salas stava raccontando perché si trovasse lì: «Ero venuto a vedere se quel giovinastro che i nostri cari cugini carabinieri ci hanno prestato era venuto a farla firmare. E cosa trovo? Il mio principale sospettato a terra e i suoi amici che urlano come educande in gita al fiume. Il mio proposito per l’anno nuovo sarà inventare almeno una barzelletta al giorno sui carabinieri!» FINE ANTEPRIMA. CONTINUA... Se ti diletti a scrivere recensioni, puoi leggere questo e-book gratuitamente con l'iniziativa CORREVOCE. Vai su www.0111edizioni.com e leggi come fare.

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