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Servizi Culturali è un'associazione di scrittori e lettori nata per diffondere il piacere della lettura, in particolare la narrativa italiana emergente ed esordiente. L'associazione, oltre a pubblicare le opere scritte dai propri soci autori, ha dato il via a numerosissime iniziative mirate al raggiungimento del proprio scopo sociale, cioè la diffusione del piacere per la lettura. Questa pagina, oltre a essere una specie di "mappa", le raggruppa per nome e per tipo. I link riportano ai siti dedicati alle rispettive iniziative.

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DESCRIZIONE: L'amore per i nostri avi spingerà ognuno di noi a ricercare la verità delle cose, ricerca che iniziò con mio padre Agortos e mia madre Ierèa. La Terra non dà solo frutti visibili, e quelli che non sono percettibili ai molti sono i più rari e i più preziosi. E noi, stirpe di Agortos, che abbiamo deciso di collaborare con le forze misteriose della Natura, saremo ben ricompensati e la Natura stessa ci aiuterà. Non siamo stati prescelti, abbiamo piuttosto scelto di esserlo.

L'AUTORE: Alessandra Paoloni vive in un piccolo paese alle porte di Roma. Autrice emergente, scrive soprattutto romanzi fantasy e new gothic. Con la Saga delle Generazioni lancia un messaggio più che mai attuale: tornare ad amare e rispettare la Natura.

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Titolo: Heliaca e la Pietra di Luce. Seconda Autore: Alessandra Paoloni Generazione Editore: 0111edizioni Collana: Selezione Pagine: 188 Prezzo: 14,00 euro

11,90 euro su www.ilclubdeilettori.com

Leggi questo libro e poi... - Scambialo gratuitamente con un altro [leggi qui] - Votalo al concorso "Il Club dei Lettori" e partecipa all'estrazione di un PC Netbook [leggi qui] - Gioca con l'autore e con il membri della Banda del BookO (che si legge BUCO): rapisci un personaggio dal libro e chiedi un riscatto per liberarlo [leggi qui]


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PARLANDO DI LIBRI A CASA DI PAOLO ogni mercoledì alle 21 in diretta su TeleNarro La trasmissione di Paolo

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Federici dedicata ai libri. Ogni mercoledì alle 21 in diretta su TeleNarro. E' possibile vedere le puntate già mandate in onda sul canale OnDemand

IL CASSETTO DEI SOGNI

A differenza di "Parlando di (prima trasmissione libri a casa di Paolo", questa prevista a FEBBRAIO 2010) trasmissione, condotta da Mario Magro e sponsorizzata dalla nostra associazione, tratterà solo libri della 0111edizioni. Anche in questo caso, i libri presentati sono scelti dal conduttore, che li seleziona fra una rosa di titoli proposti dalla casa editrice. VAI AL SITO

E se il libro ti piace, potrai richiederne una copia in omaggio con l'iniziativa Adottaunlibro. Clicca su Bookino... VAI AL SITO

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"Bookino il Contastorie" ti racconta un libro in una manciata di minuti. Poi, potrai proseguire la lettura online, su EasyReader.


Con EasyReader puoi dare un'occhiata ai nostri libri prima di acquistarli. Sono disponibili online in corpose anticipazioni (circa il 30% dell'intero volume), che ti consentiranno di scegliere solo i libri che preferisci, evitando di acquistare "a scatola chiusa". In più, con l'iniziativa Adottaunlibro, puoi richiedere in regalo il libro che sceglierai. VAI AL SITO

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CONCORSO IL CLUB DEI LETTORI VAI AL SITO

(L'iniziativa Adottaunlibro è legata all'iniziativa EasyReader)

Se hai letto un libro di un autore italiano (edito da qualunque casa editrice), votalo al concorso Il Club dei Lettori e partecipa all'estrazione di numerosi premi. La partecipazione al concorso è gratuita.

In questo gioco a premi avvengono rapitimenti un po' anomali: le Gioca con la Banda del Booko vittime sono personaggi di romanzi, che verranno poi "nascosti" in altri romanzi a discrezione dei rapitori e per la liberazione dei (che si legge quali è richiesto un riscatto all'autore. BUCO) all'ANONIMA Qui entra in gioco la "Squadra di Pulizia", che tenterà di liberare il personaggio per evitare all'autore il pagamento del riscatto. In SEQUESTRI VAI AL SITO

questa fase sono anche previsti tentativi di corruzione da parte dei Puliziotti nei confronti dei rapitori... ma non è il caso di spiegare qui tutto il funzionamento del gioco... per il regolamento è meglio fare affidamento all'APPOSITA PAGINA. E' possibile giocare e andare in finale nei ruoli di RAPITORE, VITTIMA, PULIZIOTTO, GIUDICE e PENTITO. In palio c'è un premio per ognuna delle 4 categorie. Il premio, di cui inizialmente viene specificato solo il valore massimo, viene scelto dai rispettivi vincitori dopo il sorteggio.


Alessandra Paoloni

HELIACA LA PIETRA DI LUCE Seconda Generazione

www.0111edizioni.com


www.0111edizioni.com www.ilclubdeilettori.com

HELIACA LA PIETRA DI LUCE 2009 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2009 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2009 Alessandra Paoloni ISBN 978-88-6307-254-9 In copertina: immagine di Irene Sinicropi Finito di stampare nel mese di Marzo 2010 da Digital Print Segrate - Milano


Con amore, a tutti quelli che credono in me.


Introduzione

Continuo di seguito a riportarvi il racconto della Seconda Generazione, ritrovato nell'ormai divenuto celebre baule rosso carminio. La Prima Generazione si interrompeva in maniera piuttosto brusca, quasi come se l'anonimo avesse voluto recidere volontariamente la narrazione per creare (forse troppa) suspance. Vi accorgerete da subito, accostandovi a queste pagine, come la storia sia mutata e come nuovi personaggi abbiano preso il posto dei vecchi. L'unica figura a persistere qui è Donamis, che nel primo libro era stato appena accennato. Continuano qui le scoperte di pietre e piante le quali, in questa seconda avventura, saranno protagoniste indiscusse e determineranno le vicende stesse della stirpe di Agortos.


SECONDA GENERAZIONE Qui si narra del viaggio alla scoperta di Heliaca, quella che si reputava fosse la mitica cittĂ di Oro e di Luce


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UN NUOVO INIZIO

Afferrò la sedia di paglia augurandosi che potesse reggere il suo peso. Prima di salirvi l’avvicinò allo scaffale a un vano della libreria: doveva raggiungere il ripiano più alto, se voleva riuscire a prendere quello che da tempo lui e suo fratello desideravano leggere. Si voltò a guardare la porta: Ofelào era di guardia al piano inferiore con il compito di correre ad avvertirlo qualora suo padre fosse tornato prima del previsto. Danasten, ritto in bilico sulla sedia, passò in rassegna con il dito tutti i ma noscritti dell’ultimo scaffale. E s’indignò quando non trovò quello che cercava. - Deve averlo spostato di nuovo!- disse a se stesso continuando comunque a cercare con gli occhi. Suo padre aveva l’insopportabile abitudine di non riporre mai gli oggetti in un posto ben definito, quasi come a confondere un qualsiasi intruso che avrebbe ficcanasato tra le sue cose. Forse immaginava che i suoi due figli, in sua assenza, entrassero nel suo studio a bighellonare e a fantasticare sulle pietre e sulle piante che alle volte lasciava volutamente sul tavolo. Danasten scese dalla sedia con un balzo, soprattutto perché questa aveva iniziato a cricchiare pericolosamente. Ma non si diede per vinto: continuò a cercare il libro dalla copertina di pelle marrone anche nei ripiani più bassi, tra le numerose pergamene ripiegate e poste in un ordine che non conosceva. - Ma dove può essere...- si lamentò. Poi avvertì dei passi veloci risalire su per le scale di legno. Ofelào si catapultò nella stanza con il fiato grosso, come se avesse fatto il giro di corsa di tutto L'Egucron. -Nostro padre…- rivelò ansimando- …è tornato prima… Danasten annuì. Rimise la sedia dove l’aveva trovata e assieme a suo fratello lasciò lo studio, per rinchiudersi nella stanza adiacente dalla quale però si riusciva a sbirciare il piano inferiore. Entrambi, prestando attenzione a non fare il minimo rumore, osservarono dalla porta semichiusa della loro stanza l’uscio della casa aprirsi lentamente.


10 Donamis entrò con un fascio di pergamene arrotolate sotto a un braccio. Nell’altro invece reggeva il manoscritto di pelle marrone, e quando i due fratelli lo notarono sbuffarono per la delusione e per la rabbia. Donamis aveva raggiunto la quarantina: alcune ciocche dei suoi capelli che portava sempre lunghi fino alle spalle, si erano colorate ora di un grigio perla, al contrario della sua barba che era rimasta scura come la pece e gli ricopriva tutto il mento. Attorno agli occhi chiari erano sorte delle pic colissime rughe che gli accentuavano l’espressività, mentre il resto del viso era rosato e ancora immune dal trascorrere del tempo. Anni di duro lavoro e ricerca gli avevano temprato il fisico, ora più robusto ed energico di quanto non lo fosse stato in giovinezza. Non appena rientrò in casa, senza dire una parola poiché tutto assorto nei suoi pensieri, salì al piano superiore. Danasten e Ofelào continuarono a spiarlo senza essere visti; poi lo sentirono rinchiudersi nel suo studio. - Sta combinando qualcosa d’importante!- commentò Ofelào allontanandosi dalla porta e parlando a voce moderata per paura che suo padre potesse sentirlo. - Vorrei tanto sapere cosa.- aggiunse Danasten che serrò la porta cercando di non fare rumore- Scommetto che la chiave di tutto sta in quel manoscritto! Fecero silenzio cercando di captare ogni minimo movimento proveniente dallo studio, separato dalla loro camera solo da un esile muro di legno. Ma non sentirono nulla: pareva anzi che la stanza adiacente fosse vuota. - Io dico di lasciar perdere!- fece d’un tratto Ofelào sedendosi sulla sponda del letto- Se davvero quel libro fosse tanto importante allora nostro padre ce lo mostrerebbe, no? Danasten scosse la testa. - Sai com’è fatto: anche in nostra presenza parla ad alta voce di... cose stranissime, senza darci poi spiegazioni. Come l’altra sera mentre cenavamo; ci parlò di una strana pietra alla quale diceva di aver trovato final mente il nome, ma quando gli ho chiesto di farcela vedere mi ha risposto bruscamente di no. Per quale ragione si dovrebbe comportare così? Ofelào sembrò rifletterci su per un istante, poi rispose in maniera vaga: - Forse nostro padre è un po’… E si batté un dito su una tempia. Danasten si avvicinò a suo fratello per sferrargli un pugno su una spalla, che subito Ofelào parò. - Non sono io a dirlo, ma tutti qui al villaggio!- si giustificò quest’ultimo sussurrando- Non immagini neanche le cose che sento sul suo conto! Alle


11 volte ho voglia di spaccare i denti a qualcuno, ma poi penso che la gente non ha tutti torti quando lo definisce strano… Danasten si sedette accanto a suo fratello, sul letto che condivideva con lui, e ignorò volutamente le sue ultime parole. - Quel manoscritto ci aiuterà a capire molte cose di lui, cose che non ci ha mai dette.- concluse sospirando- Era di nostra madre, è forse l’unica cosa che possediamo ancora di lei. Ofelào annuì con la testa e, come una sottile maschera, un lieve velo di tristezza gli ricoprì il viso. Poi Donamis, silenzioso come un’ombra, aprì la porta ed entrò nella stanza facendoli scattare tutte e due in piedi. - E’ stata sua, padre, l’idea di entrare nel vostro studio!- si giustificò subito Ofelào indicando con il pollice suo fratello, che per tutta risposta gli diede uno schiaffo dietro la nuca. Donamis non parve affatto sorpreso da quelle parole, che in realtà aveva sentito più volte pronunciare da suo figlio in tutti quegli anni. E come ogni volta sorrise, sospirando. - Seguitemi.- disse - Ho qualcosa di molto importante da dirvi! Danasten e Ofelào si lanciarono un’occhiata e ubbidirono, facendo a gara a chi usciva prima dalla camera. Chissà che Donamis questa volta mostrasse loro finalmente il famigerato e tanto desiderato manoscritto di Agortos! Una volta rientrato nel suo studio, Donamis tornò a sedersi dietro la sua scrivania ingombra di pergamene e oggetti vari che aveva accuratamente ammucchiato agli angoli cosi da lasciare un piccolissimo spazio davanti a sé. Lì aveva riposto tre piccoli sacchetti grigi chiusi sulla sommità da un nastro scuro legato perfettamente. Non appena i due fratelli varcarono la soglia della stanza, Donamis non poté fare a meno di chiedersi di nuovo come fosse possibile che i due giovani, nati nello stesso giorno a pochissima distanza di tempo l'uno dall'altro, potessero essere tanto diversi. Ofelào assomigliava in modo imbarazzante ad Airen: stessi capelli scuri, stessi occhi castani, stesso sorriso che gli illuminava lo sguardo dolce e bonario. Danasten al contrario aveva ereditato dei riccioli biondi che gli ricoprivano la testa e gli scendevano a cascata sulle spalle, sempre in disordine. Il suo corpo era poi più robusto rispetto a quello del gemello, e la sua statura più alta. Nessuno estraneo alla famiglia e ai conoscenti, avrebbe mai creduto che i due ragazzi fossero usciti dal ventre di Airen quasi nello stesso momento. - Ho qualcosa d’importante da dirvi!- ripeté Donamis che fece cenno a


12 uno dei due figli di chiudere la porta. Fu Danasten a ubbidire. Ofelào nel frattempo si era già piazzato di fronte al padre, sempre più incuriosito. Danasten poi si affiancò a suo fratello, e con fare vago e disinteressato iniziò a guardarsi attorno con l’intento di riuscire a trovare il manoscritto di pelle marrone. Ma anche quella volta Donamis doveva averlo nascosto per bene, perché non lo trovò né sulla scrivania né sui ripiani della libreria. - Purtroppo ciò che temevo è accaduto.- iniziò Donamis. Per quanto i due gemelli potessero ricordare, non lo avevano mai visto tanto serio. - Che cosa?- fece Ofelào allarmato, immaginandosi già catastrofi e sciagure imminenti. - E’ da tempo oramai che la gente del villaggio si ammalata in continuazione.- spiegò Donamis- E ciò che ho pensato fin dall’inizio, l’ipotesi che non ho mai avuto il coraggio di confessare a nessuno, credo si sia rivelata corretta. Donamis fece una breve pausa. Guardò prima Ofelào e poi Danasten chiedendosi se avrebbero mai capito ciò che stava per dire loro senza dover entrare nei particolari. - Una brutta piaga grava sul nostro villaggio.- disse- Contagiosa e mortale. - Una brutta piaga?- domandò Danasten che non riusciva a seguire le parole del padre. - Colpisce a caso senza una logica precisa,- proseguì Donamis- e io non ne capisco l’origine e né il metodo di diffusione. Il vecchio Kàl è morto stanotte, e il suo corpo era ricoperto da…orribili bubboni e vesciche. I due gemelli non riuscirono a trattenere una smorfia di disgusto immaginandosi il cadavere putrefatto del vecchio taglialegna. - Ho suggerito alla sua famiglia di bruciarne il corpo, perché temo che possa infettare gli altri anche da morto. - Ma è terribile!- disse Ofelào rabbrividendo- Cosa possiamo fare noi? Donamis afferrò due dei sacchetti scuri che teneva davanti a sé, e li offrì ai figli. - Indossate questi, portateli sempre al collo.- spiegò- Terranno lontani il male. E non uscite di casa finché non ve lo dirò io! - Che cosa? Dobbiamo restare chiusi tra queste quattro mura senza respirare mai aria pulita?- si ribellò Danasten restio, come sempre, a ubbidire agli ordini del padre. - L’aria tutta fuori è malsana.- rispose Donamis laconico.


13 - E allora perché non ce ne andiamo?- suggerì Ofelào- Potremmo partire e abbandonare questa terra infetta! Donamis restò in silenzio. In realtà anche lui aveva preso in considerazione una simile soluzione estrema, ma aveva ancora troppe cose da capire su quel morbo scoppiato da qualche tempo a quella parte. Sperava in cuor suo di stanarlo e arginarlo per guarire quanta più gente possibile, e mettere al sicuro chi ancora non si era ammalato; compresi i suo figli. - Forse un giorno ce ne andremo.- ripose alla fine- Ma non adesso. Non posso lasciare questa gente qui a morire. Conosco meglio di chiunque altro i rimedi naturali; ne troverò uno per sconfiggere questa malattia. Intanto voi mettete questi, non fatevelo ripetere un’altra volta! Ofelào afferrò uno dei sacchetti e se lo appese subito al collo, rimirando selo come se fosse un fantasioso monile. Danasten fece lo stesso, seppure con atteggiamento ancora riluttante. Poi Donamis prese quello rimasto sul tavolo e imitò i figli. - Questa è polvere di canfora.- spiegò- Terrà lontano il morbo. Non toglietela mai. I due giovani annuirono con la testa. - Adesso andate,- aggiunse Donamis che tornò a trafficare con le pergamene sul tavolo- lasciatemi ai miei studi! E recuperando i fogli manoscritti ammucchiati alla sua destra, scoprì il libro dalla copertina di pelle marrone che era stato sepolto da quel cumulo di carte ingiallite. Danasten e Ofelào non appena lo riconobbero sussultarono, e provarono il moto impulsivo di afferrarlo. Ma anche quella volta furono costretti a trattenersi, e lasciarono la stanza senza aver spento la loro sete di conoscenza. Non appena tornarono in camera, Danasten si sfilò subito il sacchetto dal collo per gettarlo sul letto con un gesto di stizza. - Che fai?- lo rimproverò Ofelào- Non hai sentito quello che ci ha detto nostro padre? - Non mi importa di quello che ci ha detto, ma di quello che non ci ha detto!- rispose Danasten ad alta voce incurante del fatto che Donamis potesse sentirlo- Quando ci metterà al corrente dei suoi studi? Perché ci nasconde ogni cosa? - Forse lo fa per il nostro bene!- concluse Ofelào che continuava a rigirarsi tra le dita il sacchetto e a odorarlo. Danasten si avvicinò a suo fratello che fu costretto a distogliere l’attenzione dalla strana collana che indossava, e lo guardò negli occhi. - Stanotte entreremo nello studio e troveremo quel manoscritto!- sussurrò


14 a denti stretti- Quello è la chiave di tutto! Ofelào annuì con la testa. Sapeva che se non lo avesse assecondato, avrebbero ricominciato a litigare come ogni volta. Pur di non scontrarsi con Danasten, che quando si arrabbiava diventava davvero incontenibile, era disposto ad appoggiare ogni suo folle piano che però finiva come sempre per concludersi miseramente. Donamis, al di là dell’esile muro di legno, teneva una pergamena sollevata a mezz’aria con le orecchie tese a cosa accadeva nell’altra stanza. Posò quindi gli occhi sul manoscritto di pelle marrone ancora per metà sepolto dai fogli ingialliti. Lo afferrò e lo fissò sorridendo, perché un lontano ricordo lo aveva sfiorato mostrandogli quel remoto giorno durante il quale Airen gli aveva suggerito di leggere quelle pagine scritte da Agortos. Giorno che gli avrebbe cambiato per sempre l’esistenza. Il bel viso della ragazza, che sarebbe diventata prima sua moglie e poi la madre dei suoi figli, gli chiuse la gola impedendogli quasi di respirare. Le lacrime gli saltarono dagli occhi guizzando come acqua incandescente. Sentiva la mancanza di Airen ogni istante della sua vita, e alle volte il dolore era così lancinante che lo stordiva provocandogli delle acute vertigini. Non aveva più amato una donna dopo la sua morte, né le aveva più guardate allo stesso modo dedicandosi solo allo studio e ai suoi due figli. E ripensò a quando la disperazione lo aveva portato a disprezzare, se non addirittura odiare, persino Danasten e Ofelào. Airen era morta mettendoli alla luce; il suo corpo non aveva sopportato quel duplice parto. Donamis le era rimasto accanto fino al suo ultimo respiro, ben attento a tutte le cose che Airen gli sussurrava con voce flebile e stanca. “Continua a scoprire la Magia del mondo…” gli aveva detto “…e fa in modo che qualcuno cerchi mia sorella Anika”. Donamis era riuscito a tener fede alla prima promessa, ma non alla seconda. E si malediva ogni giorno per questo. Si asciugò le lacrime e scosse la testa per scacciare ogni altro pensiero. Non poteva continuare a farsi del male, non ora che doveva affrontare problemi ancora più gravi. Ma ancora una volta si chiese se non fosse più opportuno confessare ai figli ogni cosa, spiegare chi fosse Agortos e che cosa avesse fatto durante la sua esistenza. Oramai erano abbastanza grandi per comprendere. Quindi sospirò e ripose il manoscritto di pelle marrone sul tavolo, ma in bella vista questa volta cosicché quando i due gemelli fossero tornati di nascosto a cercarlo lo avrebbero trovato lì ad attenderli. ***


15

Quello dove Donamis e i gemelli vivevano, non era un villaggio sorto attorno a mura fortificate in una terra che apparteneva a un unico signore. I Campi Kepi, estesi là dove due fiumi si incontravano in un abbraccio di acque e si mescolavano per correre assieme verso il mare lontano, facevano appello a un piccolo Consiglio che vigilava sulla sicurezza e sul mantenimento delle leggi del villaggio. Airen e Donamis si erano stabiliti in quel luogo dopo l’incendio del bosco senza nome, subito ben accetti dagli altri abitanti. I Campi Kepi erano un paradiso in terra se confrontati alle terre di Siderin, una pianura sconfinata di acque piante e rocce dove Donamis aveva continuato a studiare i fenomeni naturali suscitando la meraviglia in alcuni e il sospetto in altri. Aveva costruito egli stesso la sua casa versando sudore e sangue, e ogni volta che si fermava brevemente a rimirarla si compiaceva del lavoro svolto per poi farsi subito malinconico quando il ricordo di Airen lo sopraffaceva. Ma adesso, dopo aver richiuso la porta alle spalle e aver lanciato un’ultima occhiata alla sua abitazione, non trovò il tempo per rimuginare su eventi passati o pensieri tristi. Tre uomini, abbigliati di mantelli scuri, erano venuti a bussare alla sua porta. Donamis, dopo aver indossato il suo mantello e senza dire una parola di commiato ai figli, aprì loro la porta salutandoli con un cenno della testa. Sapeva che i tre erano venuti a convocarlo, poiché gli uomini del villaggio erano stati richiamati all’Assemblea. Tali riunioni, durante le quali si discuteva sui problemi di varia origine e natura che sorgevano nel villaggio, venivano organizzate di frequente e senza una cadenza stabilita. Anche se questa volta la questione sarebbe stata più difficile da affrontare e risolvere. La gravità della situazione, che nessuno osava oramai più negare, richiedeva una soluzione immediata. Donamis seguì i tre uomini in totale silenzio; nessuno di loro parlò, né si scambiarono vicendevolmente delle occhiate. Attraversarono la strada principale tenendo un passo svelto e ritmico, come se marciassero verso una battaglia. Gli uomini e le donne che incontravano non rivolgevano loro alcuna parola, facendo largo per farli passare. Le donne allora si chiusero con i propri figli dentro le case, mentre gli uomini dopo aver abbandonato le loro occupazioni mattutine li seguirono; ben presto si formò una sorta di processione diretta verso un capanno circolare che sorgeva proprio in mezzo alla piazza. Era lì che si tenevano le riunioni. Nell’ingente


16 stanza circolare dal tetto di paglia e travi c’erano ad attenderli già alcuni degli uomini del villaggio, i quali parlottavano così chiassosamente tanto da sembrare che di lì a poco sarebbe scoppiata una rissa. Ma quando Donamis e gli altri tre fecero il loro ingresso, seguiti da uno stormo di contadini che presero subito posto su lunghe panche si legno, nel capanno piombò un silenzio assordante. I quattro membri del consiglio, che venivano eletti annualmente tra gli abitanti del villaggio, si sedettero ai loro rispettivi posti su una sorta di palchetto rialzato. Uno dei quattro, quello più anziano, batté con la punta di un lungo e affilato bastone su di un piccolo tavolo posto di fronte a lui una serie di tre colpi ripetuti e leggeri, che stavano a indicare l’inizio di quella riunione. L’uomo seduto alla destra di Donamis si rialzò subito in piedi. - Stiamo per affrontare la più grande sventura che si sia mai abbattuta sui Campi Kepi!- esordì gesticolando con le mani. Donamis voltò un poco la testa per lanciargli un’occhiata in tralice: quell’uomo non gli era mai piaciuto. Sapeva che aveva corrotto non poche famiglie per essere eletto membro del consiglio, facendo loro chimeriche promesse impossibili da mantenere. Ma oltre a questo ciò che più rendeva l’uomo insopportabile, era l’assonanza del suo nome con quello del suo dispotico zio: Soderus aveva una somiglianza incredibile con la parola Siderin. E come se questo non bastasse anche i suoi modi, i gesti, il tono della voce gli ricordavano quelli del tiranno dei colli Atrùgeti. Gli sembrava che la presenza dello zio, di colui che lo aveva spinto a compiere la più grave delle azioni tantissimo tempo prima, lo perseguitasse nelle spoglie di un altro. - La Morte si è accanita contro di noi!- continuò Soderus con enfasi- Dobbiamo trovare una soluzione prima che ci strappi alla vita tutti quanti trasformandoci in esseri immondi! A malincuore Donamis dovette ammettere che questa volta l’uomo aveva ragione. - E che cosa dobbiamo fare?- gridò qualcuno seduto nelle ultime panche in fondo. Soderus stava per rispondere, quando Donamis si sollevò in piedi. - Per prima cosa dobbiamo isolare le persone malate per ridurre il rischio di contagio!- disse- E poi dar fuoco ai morti in un posto lontano dalle zone abitate! Quelle ultime parole suscitarono un brusio sommesso.


17 - Io non brucerò il corpo di mia nipote!- si ribellò un uomo scattando in piedi. Donamis riconobbe in lui il vecchio macellaio al quale la malattia aveva strappato una nipote di soli sei anni. Capiva il suo dolore, ma non c’era alternativa. Sospettava che i morti fossero più pericolosi dei vivi. - E’ necessario se vogliamo arginare il morbo!- aggiunse Donamis convinto di ciò che diceva. Dal capanno si elevarono parole di consenso, ma erano comunque in maggioranza gli uomini che faticavano ad accettare quella soluzione. Alla fine il membro dell'Assemblea più anziano fu costretto a ricorrere al suo oggetto di legno per imporre a tutti il silenzio, battendolo di nuovo sul piccolo tavolo. Quando nel capanno tornò la quiete, Donamis riprese. - Purtroppo non ho ancora scoperto l’origine della malattia né il suo metodo di diffusione, e per questa ragione le persone già contagiate dovranno restare isolate finché non ne sapremo di più! - Settimane di ricerca non ti hanno portato ancora a nulla?- lo rimbeccò subito Soderus sarcastico- Mi deludi, amico mio. Donamis si voltò verso l’uomo: i suoi occhi verdi celavano un’aria furba e meschina, mentre i capelli e la barba scura ne coprivano i lineamenti furbeschi che nascondevano molto di più di quanto Soderus non lasciava intendere. Donamis aveva il timore di mostrargli le spalle, perché sapeva che quell’uomo l’avrebbe pugnalato senza pensarci due volte; e non solo in senso metaforico. L'invidia e la gelosia innate da parte di Soderus verso di lui, gli avevano sempre impedito di instaurare un rapporto seppur superficiale con l’uomo. - Tutte quelle pietre che possiedi, o quelle radici che strappi dalla terra non ti sono servite a nulla?- continuò Soderus che provava sempre un piacere morboso nello screditare il lavoro di Donamis davanti a tutti durante le riunioni. - Più di quanto tu non creda!- rispose laconico Donamis.- Credo di aver trovato un metodo per tenere lontano il morbo! La polvere di canfora sembra che lo scacci, ma questa non rimane comunque una soluzione efficace e duratura. Dunque io suggerisco di nuovo di bruciare i cadaveri e isolare i malati. Donamis fece una breve pausa guardandosi attorno e aspettandosi che qualcuno lo contraddisse di nuovo; ma questa volta vide solo facce che annuivano. - Vi consiglio di lasciare le vostre case solo per motivi urgenti che non po-


18 tete rimandare.- continuò- Credo che tutti i Campi Kepi siano infetti, e per questo meno vi esponete all'aria e meno avrete possibilità di essere contagiati! - Quindi tu ci suggerisci di non respirare?- chiese Soderus. Donamis voltò un poco la testa verso di lui: l’uomo se ne stava ritto sul palchetto con le braccia incrociate e l’aria saccente. Era incredibile come un insopportabile ghigno restava perennemente scolpito sul suo volto. - Credo il morbo si diffonda attraverso l’aria!- spiegò Donamis tornando a parlare agli uomini del villaggio e ignorando volutamente Soderus- Non vi posso impedire di respirare, ma vi suggerisco di non mettere troppo il naso fuori dalla porta! Soderus scosse la testa, ma non proferì parola questa volta. - Potremmo andarcene! Spostarci più a est, verso le montagne!- suggerì uno degli uomini. - E’ una possibilità anche questa!- rispose Donamis. - Scacciati dalle nostre case da un male invisibile che potrebbe cessare da un momento all’altro?- sbottò Soderus che si accostò ancora di più a Donamis- Sono queste le tue idee migliori: barricarsi in casa lasciando le piantagioni esposte all’abbandono, oppure rinunciare a tutto ciò che abbiamo costruito fino a ora? Sono spiacente di dirti che io non sono d’accordo! I due uomini si fissarono torvi e muti senza badare al putiferio che stava scoppiando nel capanno tra quelli che la pensavano come Donamis, e quelli che al contrario preferivano seguire le parole di Soderus. Alla fine il membro del consiglio con il bastone fu costretto a picchiare di nuovo sul piccolo tavolo e il quarto membro, che fino ad allora era stato in silenzio a osservare come si svolgeva la riunione, si decise finalmente a intervenire. Si sollevò in piedi e descrivendo platealmente con tutte e due le braccia un cerchio in aria, costrinse tutti a posare gli occhi e l’attenzione su di lui. - Non è questo il momento di discutere!- parlò Omun in tono serio e severo- I nostri figli e le nostre mogli stanno lentamente morendo! Noi stiamo morendo! Perciò suggerisco di seguire alla lettera i consigli di Donamis fino alla prossima riunione! Poi fece un cenno con il capo al membro che teneva il bastone; questi lo batté per tre volte consecutive, segno che il consiglio era sciolto e il capanno doveva essere sgomberato. - E’ venuto di nuovo in tuo soccorso!- commentò sarcastico Soderus facendosi ancora più vicino all’orecchio di Donamis- Vorrei tanto conoscere


19 il modo con il quale l’hai stregato! Donamis impiegò una quantità indescrivibile di forze per non rispondere a quell’accusa e restare calmo. Poi Soderus si mescolò agli altri uomini del villaggio e scomparve dalla sua vista. - Non ne vale la pena! Omun l’aveva raggiunto posandogli una mano su una spalla. - E’ bravo solo in questo: bofonchiare e ribellarsi! - E non potrebbe costituire un pericolo?- chiese Donamis voltandosi verso l’uomo. Omun aveva una decina d’anni in più di lui, i suoi capelli e la sua barba una volta biondi erano ora colorati di un bianco candido, mentre i suoi occhi così chiari esprimevano tutta la saggezza dei suo modi e delle sue parole. Per Donamis quell’uomo aveva costituito fin dal primo momento un punto di riferimento e un esempio da seguire. Era stato lui a unire in ma trimonio Donamis e Airen, e ad accogliere i due gemelli quando erano venuti al mondo. E allo stesso modo era stato sempre Omun a convincere Donamis a candidarsi come membro del consiglio del villaggio intuendo le sue capacità. - Pericolo?- ribatté Omun sorridendo- Soderus è un pericolo solo per sé stesso! Donamis si guardò attorno e quando si accertò che la maggior parte degli uomini fosse uscita dal capanno, estrasse dalla tasca dei pantaloni uno dei sacchetti di canfora. - Questo l’ho fatto per voi!- disse. Omun afferrò il sacchetto e se lo rigirò tra le mani. - Ti ringrazio. Ma come sempre non ti chiederò nulla al riguardo! - Dovete portarlo sempre al collo!- spiegò Donamis- Spero che funzioni, purtroppo non c’è niente di certo in quello che faccio; io mi baso sugli studi di altri e apporto delle aggiunte personali che richiedono però ancora mesi di studio! - Ne farai degli altri?- chiese Omun, mentre faceva scivolare il sacchetto dalla testa. - Certo. Quanti più possibile per tutti! Omun annuì. - Non dar credito alle parole di Soderus.- aggiunse poi- I tuoi studi sono molto importanti per questo villaggio. Non una sola volta ci hai salvato la vita e messo in guardia dai pericoli che potevano derivare da alcuni elementi presenti in questa terra. Sai che ho sempre appoggiato quello che


20 fai, e continuerò a farlo. Poi Omun gli si fece più vicino e si lanciò attorno delle occhiate furtive, nonostante il capanno fosse oramai quasi vuoto. Parlò in tono così basso che Donamis faticò a capirlo: - Ma svolgi i tuoi studi in segreto. Nel villaggio si mormora. Arrivano notizie preoccupanti dal resto della terra. I mercanti dicono che occupazioni del tuo genere vengono perseguitate. L’Egucron a quanto sembra non è più una terra libera… E stava per aggiungere qualcos’altro, quando una donna entrò nel capanno facendosi largo tra gli uomini che ancora ne uscivano. Qualcuno di loro, in tono sprezzante, le ricordò che le donne non erano ammesse alle riunioni, ma lei non vi badò. Si fermò per cercare qualcuno con lo sguardo, e quando lo trovò si sollevò la gonna e riprese a correre verso Omun. - Vostra moglie…- gridò la donna con il fiato corto- …vostra moglie… Gli si gettò tra le braccia e l’uomo la sostenne appena in tempo da evitarle una brutta caduta. Le urla della donna gettarono il capanno nel silenzio; tutti gli uomini si immobilizzarono voltandosi a guardarla. Omun e Donamis giudicarono quelle parole sufficienti per comprendere la ciò che avveniva. Si avviarono verso l’uscita con la donna che trotterellava in lacrime dietro di loro, e gli uomini del villaggio che facevano largo per farli passare.


21

LA SPERANZA SOLLEVA I VINTI

Danasten e Ofelào erano tornati nello studio di Donamis come programmato, e il loro stupore fu enorme quando videro il manoscritto dalla copertina di pelle marrone sul tavolo sgombro da qualsiasi altra cosa. Quella sorpresa li pietrificò all’istante e sebbene non stessero più nella pelle per la curiosità, qualcosa li trattenne. - E’ una trappola!- fece Danasten insospettito. Che suo padre si fosse dimenticato di riporre il manoscritto in un posto sicuro prima di uscire, era fuori discussione. - Nell’istante in cui afferreremo il libro un qualche congegno ci intrappolerà!- continuò Ofelào dello stesso avviso del fratello. - Vai tu!- disse Danasten spingendo Ofelào per la schiena. - Cosa? L’idea di tornare qui è stata tua! I due gemelli iniziarono a spintonarsi a vicenda costringendosi l’un l’altro a fare un passo avanti verso il tavolo. Poi, quando si accorsero finalmente del loro sciocco comportamento, decisero di avanzare insieme e allo stesso modo di afferrare il libro. - E’ davvero strano!- commentò Danasten, mentre molto lentamente si avvicinava al libro fianco a fianco a suo fratello. - Magari l’ha fatto apposta!- rispose Ofelào che non smetteva di guadarsi attorno per paura che una rete potesse imprigionarli, o una botola del pavimento risucchiarli. Il manoscritto era ora così vicino che se avessero allungato una mano, avrebbero accarezzato i bordi del tavolo. E fu allora che Danasten, con un potente spintone, costrinse Ofelào a farsi avanti, mentre lui indietreggiava di corsa per mettersi al riparo. Ofelào, che in realtà si aspettava dal gemello una mossa del genere, fece appena in tempo a non cadere lungo disteso sulla scrivania; afferrò poi con una mossa lesta il manoscritto, se lo strinse al petto e socchiuse gli occhi in attesa di chissà quale castigo che invece non avvenne. Nessuna botola si aprì, né una trappola scattò dall’alto. Danasten allora si rifece avanti. - E no, caro mio!- esclamò Ofelào- Io l’ho preso e io lo tengo!


22 E dicendo questo si andò a sedere sulla sedia di suo padre per iniziare la lettura. Danasten lo lasciò fare, convinto che al momento giusto glielo avrebbe strappato di mano. - Che cosa dice?- chiese entusiasta appoggiandosi con una natica al bordo del tavolo. Ofelào gli rispose di pazientare. Poi il giovane aprì la copertina così lentamente e così devotamente, che Danasten lo derise. Ofelào sollevò lo sguardo e lo fissò truce; quindi tornò a prestare attenzione al libro. Lesse con gli occhi le prime righe scritte con calligrafia ordinata e inchiostro nero. - Qui c’è scritto che il libro è di Agortos, nostro nonno.- rivelò poi. - Papà ci parla poco di lui.- commentò Danasten, e non riuscì a nascondere un tono deluso nella voce. Si era aspettato in realtà che quel manoscritto fosse appartenuto a sua madre; si era sempre immaginato che quello fosse una sorta di diario dove lei aveva appuntato tutti i suoi pensieri e i suoi ricordi più belli. E si sentì così disilluso che tutta la sua curiosità scemò di colpo, e quasi non volle più ascoltare. Ofelào girò la prima pagina e lesse la prima frase a voce alta; Agortos cominciava il suo manoscritto descrivendo una pietra che i due giovani non avevano mai sentita nominare. - Qui in alto sulla pagina è stato scarabocchiato qualcosa… mi sembra la calligrafia di nostro padre: Adularia o detta anche pietra lunare.- lesse Ofelào- C’è anche un disegno. - A quanto pare papà ha ereditato le stesse passioni del nonno!- commentò Danasten poco interessato alla questione. Ofelào sfogliò il libro con delicatezza, e accarezzò affettuosamente le pagine come se quello fosse un oggetto antico e di valore. Lesse con gli occhi qualche riga a caso, osservò le figure di erbe che si alternavano a quelle di pietre, lesse nomi sconosciuti e quasi impronunciabili come Ferudor, Takanabàs, o Heliaca. Danasten nel frattempo si era allontanato dal tavolo profondamente amareggiato da quella inaspettata scoperta: venire a conoscenza che nel libro non c’era alcuna traccia di sua madre, gli provocò un senso acuto e improvviso di rabbia e dolore. Airen era sempre stata un’estranea per lui, e sentì come se anche l’ultimo appiglio al quale si era ag grappato con la speranza di conoscere qualcosa di lei e sentirla vivere attraverso la scrittura, l’avesse abbandonato catapultandolo nell’arrendevolezza più totale. Iniziò così a far scorrere lo sguardo sui ripiani dello scaffale della libreria, con l’intento di trovare qualcosa di più interessante da


23 leggere. - Agortos ha girato quasi tutta la terra dell’Egucron, arrivando ai confini sia orientali che occidentali!- riferì Ofelào entusiasmato invece da quelle letture. - Davvero?- rispose Danasten atono nella voce. Posò gli occhi su una pietra che giaceva tra due rotoli di pergamena sul penultimo ripiano. La riconobbe all’istante: era la pietra che suo padre gli mostrato qualche giorno prima con aria soddisfatta, affermando di avergli trovato finalmente un nome adatto. Aveva una bizzarra forma cruciforme e un colore bruno- rossastro. - Ti ricordi come papà chiamò questo sasso?- domandò a Ofelào infilandogliela sotto gli occhi. Ofelào restò in silenzio pensieroso e irritato per quell’interruzione improvvisa: stava leggendo qualcosa a proposito di una città dorata, che rigettava dalle sue acque smeraldi preziosi e pesanti gemme di ogni colore e forma. - No, non lo ricordo.- rispose allontanando la mano di suo fratello e la pietra per continuare a leggere. I racconti di suo nonno lo catturarono a tal punto che se suo padre fosse rientrato in quel momento, gli avrebbe sfacciatamente chiesto di poter proseguire la sua lettura senza essere disturbato. Danasten continuava a rigirarsi la pietra tra le mani. Iniziò a farla saltellare da un palmo all’altro e presto prese a farla roteare in aria e a giocarci, incurante del fatto che poteva cadere e rompersi. Ofelào che l’osservava con la coda dell’occhio gli intimò di stare fermo ma il fratello, come era prevedibile, non gli diede ascolto. Danasten accompagnò a quel suo personale numero da giocoliere una melodia che fischiettò e danzò. - Heliaca, la città del sole… Ofelào proseguiva a leggere incantato dai paesaggi fantastici descritti, e incuriosito dai disegni fatti con minuziosità e cura. Poi però dovette sollevare gli occhi dal libro e fissarli sul suo gemello: Danasten aveva smesso all’improvviso di fischiettare e fatto cadere sul pavimento la pietra cruci forme, la quale però nel toccare il pavimento non produsse alcun rumore e non si scalfì. - Sei sempre il solito!- commentò Ofelào scuotendo la testa. Ma quando notò la strana espressione stampata sul volto di suo fratello, lasciò la scrivania e gli si fece vicino. - Che c’è?- domandò allarmato.


24 Danasten si rimirava i palmi attonito e inorridito, e quando Ofelào posò gli occhi sulle sue mani si accorse che la pelle in quel punto era diventata scura e raggrinzita, come se si fosse ustionata all’improvviso. Danasten, riscossosi dalla sorpresa, si diresse verso il catino che il padre teneva sempre pieno d’acqua, e vi immerse tutte e due le mani provando subito un’assoluta sensazione di benessere. Ofelào spostò lo sguardo sulla pietra che giaceva sul pavimento. La parte irrazionale del suo cervello gli suggerì subito che quel sasso era stato la causa di quell’incidente; al momento non trovava altre possibili spiegazioni. Vi si avvicinò molto lentamente dandole un calcetto che fece spostare la pietra di qualche centimetro. Poi si chinò su di essa per osservarla; sembrava una pietra assolutamente normale, eppure quelle poche righe scritte da Agortos gli suggerirono che la realtà poteva essere ben diversa. Allungò un dito per sfiorarla, quando il calcio di Danasten la scaraventò dall’al tra parte della stanza. - Ma che fai?- lo rimproverò Ofelào scattando in piedi. - Quella maledetta mi ha bruciato! Danasten tentava di non sfregarsi le mani bagnate per non peggiorare la situazione. - Se tu non l’avessi utilizzata per i tuoi stupidi giochi, non ti sarebbe accaduto nulla! Ofelào si avviò verso la pietra per recuperarla; era finita addosso alla parete, accanto alla porta dello studio ora chiusa. Senza pensarci due volte si chinò per raccoglierla. Si era aspettato che questa scottasse e invece era fredda, come del resto avrebbe dovuto essere una qualsiasi pietra. Ma non commise lo stesso errore del fratello: invece di tenerla a lungo in mano, perché era evidente fosse pericolosa, si affrettò a poggiarla sul tavolo accanto al manoscritto. - Questo è davvero strano!- commentò poi pensieroso portandosi il pollice e l’indice sotto il mento. Danasten, che continuava a fissarsi le mani ustionate, non rispose. Non appena il dolore della ferita si fosse calmato avrebbe volentieri afferrato quella pietra un’ultima volta, ma solo per gettarla fuori dalla finestra e in tal modo non rivederla mai più. Ofelào tornò a sedersi alla scrivania. Richiuse il manoscritto di Agortos per ricominciare a sfogliarlo dall’inizio. - Forse qui c’è scritto qualcosa a proposito di questo fenomeno!- disse scorrendo veloce con il dito la calligrafia a tratti ordinata e a tratti confusa di suo nonno.


25 Danasten provò a staccare gli occhi dalle mani bruciate, ma non ci riuscì. La meraviglia per quanto gli era successo glielo impediva. - Perché nostro padre tiene in casa delle…armi così pericolose?- domandò a voce alta. - La colpa non è sua.- gli rispose Ofelào senza staccare gli occhi dal ma noscritto- Dovevi tenere a freno le mani. Siamo entrati qui per leggere il libro, non per giocare! Danasten lo guardò torvo, ma decise di non controbattere. - Trovato!- esclamò d’un tratto Ofelào scattando in piedi con il manoscritto in mano. La veemenza con la quale si era alzato dalla sedia aveva fatto oscillare il tavolo e la pietra cruciforme. - Qui dice che un distillato di mirra cicatrizza e disinfetta le ferite.- lesse Ofelào più eccitato per la scoperta che preoccupato per suo fratello. - E con questo?- eruppe Danasten agitando le mani che nel frattempo si erano asciugate. Il ragazzo allora tornò a immergerle nell’acqua del catino per ritrovare almeno un poco di sollievo. - Dobbiamo trovare della mirra e distillarla!- parlò Ofelào come se quello che avesse appena detto fosse un'azione del tutto normale. Posò il libro tenendolo aperto alla pagina che gli serviva e iniziò a cercare la pianta dappertutto nella stanza, nei cassetti della scrivania, all’interno di una lunga panca sulla quale giacevano altre pergamene, e addirittura sui ripiani della libreria. - E’ tutto inutile!- gli fece notare Danasten spazientito ora da quella faccenda- Vai a chiamare…un medico… - Devo chiamare papà, vorresti dire!- lo rimbeccò Ofelào- O preferisci che lui non sia informato del tuo piccolo incidente? Tanto se ne accorgerebbe lo stesso! Danasten, frustrato e infuriato per le risposte assurde o sarcastiche del fratello, in un gesto di rabbia ritirò così in fretta le mani dal catino che lo fece rovesciare a terra. L’acqua si cosparse per tutto il pavimento, ma fortunatamente il catino non si ruppe. In quell’istante sentirono qualcuno bussare alla porta d’ingresso. I due fratelli si guardarono impallidendo. Sapevano che Donamis non avrebbe mai bussato alla porta annunciando la sua presenza, ma che sarebbe entrato assistendo a quella scena a dir poco pietosa; eppure il sospetto che fosse già tornato dall’Assemblea li immobilizzò per qualche secondo. Chiunque


26 avesse bussato una prima volta lo fece una seconda, e poi una terza. - Devo andare ad aprire.- concluse Ofelào- Tu resta qui e cerca di risistemare… Guardò prima l’acqua riversa sul pavimento, e poi le mani ustionate del fratello. - Tu resta qui.- ribadì prima di lasciare la stanza. Danasten batté un piede sul pavimento: non solo aveva ricevuto una grande delusione scoprendo che il manoscritto tanto agognato non era appartenuto a sua madre, ma la sua curiosità era stata ripagata con una ferita provocata da un oggetto assurdo e in maniera tanto assurda. Quella, concluse, non era proprio la sua giornata fortunata. *** Quando Ofelào aprì la porta con il terrore infondato di trovarsi suo padre di fronte, avvertì una vertigine e si sentì avvampare le guance. - Ciao!- lo salutò la voce argentina di una ragazza. - Ci-ciao Teria!- rispose Ofelào timidamente. Poi le parole di suo padre riguardo all’aria fuori che era tutta infetta dal morbo, gli suggerirono di far entrare subito la ragazza in casa. - Non dovresti andartene in giro!- la rimproverò tentando di mantenere un tono di voce fermo. - Ma io non vado in giro!- rispose subito la ragazza- Io venivo qui! Teria aveva solo sedici anni ma l’altezza e l’avvenenza del suo aspetto tradivano la sua vera età. Non sembrava essere figlia di contadini tanto i suoi lineamenti e i suoi modi erano aggraziati e gentili. Aveva il viso circondato da capelli corvini che sembravano ancora più scuri poiché dello sporco, causa del lavoro nei campi, vi si annidava continuamente. Ma ciò che faceva tremolare le ginocchia a Ofelào, e a dir la verità a quasi tutti i giovani del villaggio, erano i suoi occhi azzurri che scintillavano al sole e brillavano nella penombra. - Cosa posso… chi cercavi…- balbettò Ofelào incapace come al solito di tenere davanti alla giovane una conversazione che non fosse monosillabica. - Mio padre è all’Assemblea.- rispose la ragazza con finta innocenza- Anche il tuo immagino. Ofelào annuì con voce così roca che ne uscì una sorta di grugnito strozzato.


27 - Cosa combinate tu e tuo fratello?- domandò Teria portandosi le mani dietro alla schiena e dondolandosi con fare curioso. - Cosa…che combiniamo? Ma nulla, come al solito… E proprio per tradire le parole di Ofelào, Danasten uscì dallo studio in quel momento. - Mi prudono, la pelle mi prude troppo… Danasten scese le scale barcollando con le mani sollevate sulla testa ben lontane l’una dall’altra. Il prurito era diventato talmente insoffribile che non aveva più resistito: si era sfregato i palmi con la terribile conseguenza di farli sanguinare entrambi. - Aiutatemi, fa troppo male! Danasten si accasciò su una sedia. Ofelào e Teria accorsero, tuttavia incapaci e indecisi sul da farsi. - Ma che cosa hai fatto?- domandò la ragazza allarmata, fissando disgustata le mani di Danasten. Poi si guardò attorno alla ricerca di una benda, di una garza, o di qualsiasi cosa risultasse utile per fasciare le mani del giovane che come se non bastasse ora tremolavano vistosamente. Ofelào invece corse nello studio per recuperare il manoscritto, fermamente convinto che lì avrebbe trovato un rimedio efficace. - Che ti è successo?- chiese di nuovo Teria, preoccupata. Sollevò le dita e accarezzò in un tenero gesto amichevole la guancia di Danasten, sussurrandogli di stare calmo. Ofelào tornò con il manoscritto aperto sotto gli occhi. - Sai dove possiamo trovare della mirra?- domandò a Teria. - Della mirra? E che cos’è? Ofelào, certo oramai che quella non era la soluzione giusta, riprese a sfogliare le pagine rischiando di strapparne qualcuna. - Dobbiamo coprire queste ustioni!- disse Teria. - No, prima bisogna disinfettare le ferite!- la corresse Ofelào. - Corro al capanno a chiamare vostro padre?- suggerì Teria che vedeva in quella l’unica decisione da prendere in quel momento. - No! Questa volta fu Danasten a rispondere. - Non voglio che scopra…che mi veda così… - Adularia!- sbottò Ofelào- Asciuga le piaghe e cicatrizza le ferite! Senza perdere tempo richiuse di scatto il manoscritto e corse di nuovo nello studio. Teria si trovò indecisa se aiutare Ofelào nella sua ricerca, o se


28 restare ad assistere Danasten. Ed era incredibile come ancora una volta, sebbene per un motivo decisamente diverso, si ritrovò a dover scegliere tra i due giovani. - Vai a vedere cosa sta combinando quel folle!- le suggerì poi Danasten. Teria dopo una breve esitazione, ubbidì. Quando entrò nello studio, Ofelào aveva già messo a soqquadro gli scaffali della libreria e gettato a terra quante più pergamene possibili. - Dobbiamo trovare una pietra rosa….- disse alla giovane non appena la vide ferma sulla porta. - Una pietra rosa…va bene. Teria si mise subito al lavoro senza rivolgere ulteriori domande, sebbene non sapesse ancora cosa cercare. La giovane era andata dai due fratelli con l’unico intento di trascorrere qualche ora in piacevole compagnia, mentre tutti gli altri uomini erano radunati nel capanno; ma quella situazione la faceva sentire davvero ridicola e soprattutto inadatta. Sapeva che Ofelào e Danasten fossero una fonte inesauribile di guai; era questa una delle tante ragioni per cui adorava entrambi. Ma questa volta, qualunque cosa avessero fatto erano andati troppo oltre, e l’unica cosa alla quale Te ria pensava era quella di non diventare una complice o avrebbe di nuovo dovuto fare i conti con suo padre. Si diresse verso il tavolo, quando posò gli occhi sulla pietra cruciforme che vi era adagiata sopra. Non era rosa ma era pur sempre una pietra, pensò. Fece per prenderla, ma Ofelào corse giusto in tempo per bloccarla afferrandole la mano. - Questa no.- disse- E’ pericolosa. Teria annuì sempre più confusa. Si decise poi a iniziare le ricerche dai ripiani della libreria, che Ofelào si era limitato a mettere in disordine. Si accucciò e tolse di mezzo tutti i libri che appoggiò sul pavimento. Dietro la fila di manoscritti notò subito un cofanetto che non esitò a prendere e ad aprire. Quel colpo di fortuna quasi la fece urlare dalla sorpresa. - Ofelào, credo di averla trovata!- disse raggiante per la scoperta. Il giovane senza dire nulla gliela strappò dalle mani per confrontarla con l’immagine del libro. - Sapevo che mio padre aveva segnato questa pagina perché conservava la pietra da qualche parte! Guardò Teria e si trattenne a stento dall’abbracciarla. Poi tornò a leggere con gli occhi il manoscritto, ma la sua delusione fu enorme quando non vi trovò nulla riguardo a come andava utilizzata. - Allora?- chiese Teria eccitata mentre saltellava prima su un piede poi


29 sull’altro. Essere l’autrice di quel ritrovamento la estasiava non poco. Ofelào restò in silenzio qualche istante. Poi, senza proferire parola, lasciò di fretta lo studio per tornare da suo fratello. Teria gli andò dietro senza fare domande. *** - E’ malata? Morirà? Donamis si andava asciugando le mani sfregandole con forza contro uno strofinaccio rammendato lungo uno dei bordi; le aveva lavate per bene con dell’acqua aromatica, ma tutte quelle premure non gli permettevano lo stesso di pensare che la malattia avrebbe potuto insinuarsi sotto la pelle se non le ripuliva perfettamente. Non appena ebbe completato quella delicata operazione disse a voce alta che sarebbe stato più prudente gettare lo strofinaccio bagnato, e forse infetto, tra le fiamme del camino. Non ottenendo alcuna risposta a quella sua raccomandazione, sollevò lentamente lo sguardo: Omun misurava la stanza a grandi passi con il viso rivolto al pavimento, la faccia contratta per la sofferenza. Polinnia, sua moglie, si era risvegliata quella mattina con tre piaghe scarlatte e rigonfie che parevano voler rigettare fuori tutto il loro sentore di morte. Non se n’era accorta subito: i segni della malattia le avevano chiaz zato la schiena senza alcun avvertimento, come un nemico che colpisce alle spalle senza preavviso. Donamis, ancor prima di mettere piede in quella casa e di visitare la donna, aveva già intuito il suo male e le inevita bili conseguenze. E ora non riusciva a guadare Omun negli occhi senza nascondergli ciò che pensava. - Ma come si è giunti fino a questo?- chiese Omun arrestandosi di colpo e con voce tremolante- Come è potuto accadere? Donamis finse di ignorare quelle domande. Era l'unico al villaggio a conoscere rimedi naturali, sapeva preparare ogni tipo di infuso riconoscere un fiore da un altro, ma tutto questo non gli conferiva la capacità di rispondere a quei complicati quesiti. Si limitò così ad accennare un'alzata di spalle. Avevano lasciato la malata nella sua camera da letto accudita dal figlio e da due donne anziane, che avevano comunque espresso il desiderio di far ritorno a casa; Donamis aveva riconosciuto nella loro voce la paura, quella stessa paura che gli aveva suggerito di impedire ai suoi due figli di uscire di casa finché non avesse trovata una soluzione efficace a quella difficile situazione. I Campi Kepi non si erano mai trovati a dover affrontare


30 un'emergenza simile prima d'allora e Donamis, nel turbinio di pensieri che lo assillava in quel momento,si ritrovò a chiedersi se avessero avuto mai la forza e i mezzi per sconfiggere e superare quel male contagioso. - Morirà, non è vero?- domandò ancora Omun facendo un balzo in avanti e stringendo i pugni per reprimere tutta la rabbia e l'odio che doveva covare in quell'istante nei confronti del mondo. Donamis non l’aveva mai visto così sconvolto: gli occhi iniettavano sangue e i muscoli del viso erano tesi come corde pronte a spezzarsi. La sua pazienza e la sua calma erano rinomate in tutto il villaggio, ma ora era come se tutti i nervi dell’uomo si fossero aggrovigliati e stessero per esplodere all'improvviso. Donamis non rispose. Non voleva rispondere perché sapeva di dover pronunciare quelle stesse identiche parole che tante volte aveva già recitate in quei giorni interminabili dove, suo malgrado, si era trasformato in un araldo di sciagure che arreca solo notizie di morte. Ma Omun di fronte al suo estenuante mutismo fece di nuovo uno scatto in avanti,così poderoso questa volta che parve voler tracciare solchi profondi nel pavimento di legno. Prima che Donamis potesse arrestarlo, l'uomo lo accalappiò serrando le dita attorno alle sue braccia. - Dimmelo: morirà, non è vero? Donamis tentò di divincolarsi dalla sua presa, ma con scarso successo; fissò i suoi occhi in quelli di Omun, e notò che le pupille scure erano velate da una cortina di lacrime che di lì a poco sarebbero straripate sulla sua faccia inondandogli il viso. - E’ possibile.- rispose Donamis abbassando lo sguardo e sperando che Omun non l'avesse udito. Ma al contrario lui sentì benissimo e non appena quelle due parole passarono dalle sue orecchie al suo cervello, lasciò andare Donamis e fece ricadere pesantemente le braccia lungo i fianchi dove dondolarono inermi. Nella stanza cadde il silenzio, uno dei peggiori ai quali Donamis aveva mai assistito. Dalla stanza accanto non si avvertiva alcun rumore; probabilmente Polinnia si era addormentata,o forse …Poi la porta della camera si aprì cigolando e le due donne anziane, stringendo tra le dita piccole perline di rosai di legno, uscirono a testa china. Senza proferire alcuna parola si avviarono verso la porta che dava sulla strada; una di loro uscì subito segnandosi frettolosamente e stringendosi nelle spalle, mentre l'altra si voltò un poco per rivolgere un'ultima occhiata agli uomini nella stanza. I suoi occhi incontrarono quelli di Donamis, e non appena questo avvenne la donna scosse lentamente la testa. Quindi si voltò e si affrettò a seguire


31 la sua compagna sulla strada dopo aver richiuso la porta. Omun sembrò non accorgersi di ciò che era appena accaduto. - So cosa mi dirai di fare adesso.- parlò. A Donamis parve che la sua voce giungesse da molto lontano, da quella landa di dolore sconfinata nella quale era caduto. - Isolare mia moglie, abbandonarla. Donamis fece un gesto timido con il capo mentre annuiva. - Ebbene, io non lo farò. O meglio: la porterò lontana dalle altre persone se è questo che suggerisci. Ma io me ne andrò con lei. Donamis si era aspettato una simile risposta, ma nonostante questo tentò ugualmente di dissuadere l’amico. - Omun- cominciò- so che la tua disperazione è enorme, ma pensa a tuo figlio…a te stesso… - Smettila di dire sciocchezze!- lo rimproverò Omun in tono paterno come tante volte aveva fatto in passato per motivi meno gravi- Tu avresti fatto la mia stessa scelta, non avresti mai abbandonato Airen! Quelle parole, e soprattutto quel nome, colpirono Donamis in pieno petto come un’arma affilata che gli trapassava il cuore una volta e poi ancora un’altra. E Omun aveva ragione, le sue parole corrispondevano maledettamente a verità. - Porterò mia moglie lontano così che non possa diventare un pericolo per gli altri.- aggiunse Omun. E Donamis notò che l’uomo ora stava piangendo. - Se vorrà mio figlio potrà seguirmi, lascerò a lui la scelta.- proseguì l’uomo con il capo chino- Lasceremo il villaggio oggi stesso. Poi con un gesto secco si strappò dal collo il sacchetto di canfora e lo tese verso Donamis. - Qualunque fosse la sua capacità, non credo che mi servirà più a molto ora. Ma Donamis scosse la testa; abbozzò un sorriso. - Tienilo tu.- disse- Chissà se al contrario non vi salvi tutti e tre! Omun esitò ancora un istante prima di congedarsi definitivamente da Donamis. Aprì le labbra per aggiungere qualcosa ma alla fine le richiuse lentamente e, come un condannato che ha firmato di suo stesso pugno la sua sentenza di morte, se ne andò nella stanza accanto per raggiungere Polinnia e suo figlio. A Donamis parve che un nuovo capitolo della sua vita si fosse chiuso nell’istante in cui Omun sprangò la porta della camera della malata. Si voltò per andarsene: lì il suo compito era terminato. C’erano al-


32 tri malati da visitare e cadaveri da ardere fuori dal villaggio; adesso che non c’era più Omun immaginava che l’ingrato compito di organizzare i rovi spettasse a lui. Poi pensò a Danasten e a Ofelào. Se solo avesse perso un altro membro della sua famiglia… Omun non aveva detto il torto: se Airen si fosse ammalata avrebbe volentieri condiviso con lei le piaghe e il dolore, aspettando la Fine mentre le teneva la mano. E lo stesso avrebbe fatto con i suoi figli che se si fossero ammalati... No, non poteva lasciare che un simile pensiero si impadronisse della sua mente, perché altrimenti sarebbe impazzito. Abbassò lo sguardo a fissare lo strofinaccio umido che teneva ancora in mano, e rabbrividendo lo lasciò cadere a terra. Si affrettò a passarsi le mani sui pantaloni e traendo un respiro decise che tutto il resto poteva aspettare e, fingendo che tutto quello non avvenisse, se ne andò dritto a casa dai suoi figli sperando che almeno lì la Morte non avesse ancora bussato. *** Prima di rientrare in casa si soffermò a guardare, dalla finestra più bassa che dava sulla strada, la cucina e ciò che vi avveniva all'interno: i gemelli erano in compagnia di Teria. Il terzetto se ne stava attorno al camino indaffarato forse a preparare il pranzo. Per un breve attimo invidiò i tre giovani che ridevano e scherzavano con aria inconsapevole e innocente, come isolati dal resto del mondo e ignari del Male che lo stava infestando. Donamis si decise poi a spalancare la porta ma, affranto e preoccupato com’era, neppure si accorse delle mani fasciate di Danasten che quando vide il padre ritto sulla soglia si affrettò a nasconderle dietro la schiena. - Che state combinando?- chiese ma senza tanta curiosità. I tre giovani cessarono all’improvviso di parlare e di ridere. Teria non appena vide l’uomo abbassò lo sguardo intimidita; sapeva che Donamis non andava molto d’accordo con suo padre, e questo le faceva temere ogni volta di essere un’ospite poco gradito in casa sua. - Teria è stata così gentile da fermarsi e aiutarci a preparare la zuppa di farro…- spiegò Ofelào. La ragazza chinò un poco il capo, imbarazzata. - Ma credo che adesso lei debba tornare a casa, dico bene?- tagliò corto Donamis prima che uno dei gemelli o Teria stessa potesse aggiungere qualcos'altro.


33 La ragazza annuì. Senza salutare si avviò verso la porta, l’aprì e la richiuse in un sussurro. - Non dovrebbe stare tanto tempo fuori casa!- si giustificò Donamis quando notò gli sguardi rimproveranti dei gemelli- E’ pericoloso! - Allora potevamo farla rimanere qui!- disse Ofelào. - Lei ha una casa tutta sua, e un padre che l’aspetta! Poi i tre restarono in silenzio perché nessuno trovò nulla di opportuno da aggiungere in quel momento. Donamis era tornato a casa con il preciso intento di raggiungere i suoi figli per proteggerli e preservarli, in modo ancora a lui sconosciuto, dalla Morte; ma ora che era lì davanti a loro non trovò parole da rivolgere, né modi affettuosi per manifestare le sue apprensioni. Dunque si ritrovò alla fine a dire le stesse identiche parole di sempre, quasi come se fossero diventate un ritornello: - Vado nel mio studio. Chiamatemi quando è pronto da mangiare. I gemelli non si sforzarono neppure di annuire. Donamis salì lentamente le scale e si chiuse dentro la sua stanza, che trovò ordinata e pulita come se non vi fosse accaduto nulla all’interno mentre lui era all’Assemblea nel capanno. Trovò addirittura il manoscritto dalla copertina di pelle marrone nello stesso posto dove l’aveva lasciato, e questo l’insospettì. Ma poi ripensò a Teria: la ragazza doveva essere arrivata prima che i gemelli tentassero di rientrare nel suo studio e prendere il manoscritto. Con fare stanco si sfilò il mantello dalle spalle e lo fece cadere incurante sul pavimento, nello stesso punto in cui Danasten solo pochi istanti prima aveva fatto rovesciare il catino; allo stesso modo si lasciò cadere sulla sedia della sua scrivania e poggiò i gomiti sul tavolo. Nascose il viso tra le mani e pregò in silenzio di risvegliarsi presto da quell’incubo, consapevole che questo sarebbe stato impossibile. Rimasti soli in cucina, Danasten e Ofelào presero a parlottare a voce bas sissima per non essere uditi. - Non se n’è accorto!- disse Danasten mostrando le mani fasciate. - L’Assemblea non deve essere andata molto bene!- fece Ofelào- Credo davvero che il nostro villaggio sia in serio pericolo! - E’ così distratto da non accorgersi che ho le mani ustionate!- ripeté Danasten fissandosi ancora le bende. Il bruciore era scomparso del tutto e con esso il dolore. Era bastato stringere forte la pietra rosa che Teria aveva trovata, per fargli passare tutto. Ofelào aveva pensato a quella soluzione affermando con insolita sicurezza che se una pietra toccata a lungo poteva provocare ferite, allora allo stesso


34 modo un’altra poteva guarirle. E le cose erano andate esattamente così: dopo aver tenuto sulle ustioni l’adularia, quella aveva prima calmato e poi fatto svanire il dolore lasciando solo le tracce della ferita che comunque stavano andando già via in fretta. Ciò aveva fatto esultare Ofelào, tirare un sospiro di sollievo a Danasten e terrorizzare Teria. - Sai tutti i luoghi che abbiamo letto sul libro di nostro nonno?- fece notare Ofelào- Potremmo andarcene in uno di quelli se la situazione qui è davvero così grave. Trasferirci in quella foresta, o in quella città tutta ricoperta di oro! Potremmo portare…Teria con noi! Danasten a quelle ultime parole ridacchiò. - Sei davvero sicuro che scapperebbe via con te?- lo rimbeccò sarcastico. Ofelào arrossì sulle guance. - Non ho parlato di scappare, ma di metterci in salvo. E poi non saremmo io e lei da soli, ma verresti anche tu e nostro padre! A questo punto Danasten se ne uscì con una risata sonora. Poi i gemelli guardarono le scale per assicurarsi che non avessero richiamato l’attenzione di Donamis. - Nostro padre?- domandò poi Danasten con voce moderata ma ancora con il sorriso sulle labbra- Non lascerebbe questo posto neppure in cambio del paradiso terrestre! - Ora sei ingiusto.- lo rimproverò Ofelào- Penso che i Campi Kepi siano la terra che lo lega ancora a nostra madre. Danasten si ammutolì a quell’osservazione. Ofelào, come ogni volta, aveva ragione e lui si sentì meschino per aver pronunciate quelle parole. - In ogni caso- proseguì Ofelào- è più prudente fare i fagotti e andarcene. Questo posto non è più sicuro per noi. Anzi: non lo è per nessuno. Ofelào pensò a Teria e alla possibilità che anche lei potesse ammalarsi. Un brivido lo percorse lungo la schiena alla sola idea di perderla. - Come sapevi che quella pietra mi avrebbe guarito? Danasten aveva rivolto la stessa domanda a suo fratello subito dopo aver stretto l’adularia. E allo stesso modo Ofelào gli rispose con un laconico: - Lo sapevo e basta. Ed era vero. Sentiva in cuor suo di aver sempre saputo dei poteri delle pietre, come se avesse sempre letto dei loro poteri sul manoscritto di Agortos. Aveva preso a sospettarlo già da tempo, ma ora era fermamente convinto che qualcosa di speciale scorresse nelle sue vene, qualcosa che gli era stato lasciato in eredità da sua madre e da suo nonno prima di lei. Danasten tornò a fissarsi le mani bendate, ancora lontano dalla stessa consapevolez-


35 za che aveva colpito il fratello, ma con gli stessi dubbi a infestargli la mente. *** Teria tornò a casa con la certezza che, come Donamis e tutti gli uomini del villaggio, anche suo padre doveva aver fatto ritorno dall’Assemblea. Ultimamente quei consigli vietati alle donne duravano sempre meno del previsto, e lei così aveva pochissimo tempo per uscire e bighellonare in giro. O meglio: per recarsi a casa dei gemelli. Lungo il tragitto, non molto breve, non incontrò nessuno per strada perché tutti si erano barricati in casa sotto suggerimento di Donamis a spergiurare il contagio della malattia. Solo alcune galline incustodite vagavano senza meta, e quando Teria se le ritrovò di fronte le scacciò con un calcio mettendole subito in fuga. Aveva sempre odiato quegli animali maleodoranti e chiassosi, e il disprezzo a lungo andare si era esteso a tutto il villaggio e infine alla sua esistenza che giudicava tanto insoddisfacente quanto banale. Non appena aprì la porta di casa, che al contrario di quella di Danasten e Ofelào aveva un unico piano, fu accolta dalla penombra. Nonostante fosse giorno suo padre aveva chiuso tutte le finestre, e accese una serie di candele lungo tutto il perimetro del pavimento. E non appena si fu richiusa la porta alle spalle, Soderus balzò fuori da un angolo della stanza emergendo dall’oscurità e facendo tremolare la fiamma di alcuni moccoli. Teria sobbalzò per lo spavento. - Dove sei stata?- chiese Soderus con le braccia incrociate al petto e l’aria furente. La ragazza non si sarebbe meravigliata se le narici di suo padre avessero iniziato a emettere nubi di fumo. - A fare una passeggiata.- rispose Teria con fare noncurante. - E’ pericoloso stare fuori. Vuoi per caso morire? Teria provò un fastidioso senso di disagio non appena udì quella domanda. - Mo…morire? Che significa, padre? Soderus si sedette a un tavolo quadrato dove si trovavano solo una bottiglia di vino e un bicchiere già pieno. E ciò faceva intendere che l’uomo stesse attendendo la figlia da un bel pezzo, trascorrendo il tempo in quel modo. - Non voglio ritrovarmi pieno di pustole a causa delle tue passeggiate.-


36 proseguì Soderus vuotando d’un sorso il bicchiere- Qui si parla di bruciare i morti e isolare i malati. La situazione è più grave di quanto avessi pensato. Soderus abbandonò completamente la sua alterigia e prepotenza, per assumere un tono tra il rassegnato e lo spavento. - Non avete concluso nulla all’Assemblea?- domandò Teria timidamente, ritta ancora davanti alla porta. - E cosa vuoi che si concluda in quel posto? Se fossi io al comando di tutto il villaggio avrei già abbandonato questi campi infetti! - E allora andiamocene!- rispose Teria scattando in avanti- Perché restiamo ancora qui? Soderus si riempì di nuovo il bicchiere. - Andare? Andare dove?- sghignazzò- Non abbiamo sufficiente denaro né un luogo da raggiungere. Moriremo comunque lungo la via. Teria si mosse lentamente per prendere posto accanto a suo padre. I due non erano soliti trascorrere molto tempo insieme e quando si presentava l’occasione di scambiarsi una semplice opinione o intraprendere discorsi relativamente più lunghi, Teria ne approfittava subito. E fu per questa ragione, per questo suo desiderio sempre represso, che probabilmente pronunciò le parole che causarono l’inizio di tutti i suoi guai peggiori. - Ma ci sono tantissimi luoghi ricchi e meravigliosi da poter raggiungere!disse con voce affabile e con l’unico intento di consolare suo padre- Li abbiamo letti su quel libro, oggi. Soderus mandò giù tutto il vino. - Abbiamo? Chi?- chiese tuttavia poco interessato. - Io e... Teria troncò a metà la frase consapevole di essersi messa con le mani nel sacco da sola, ma quella esitazione suggerì comunque a suo padre la risposta. Soderus, che di quella famiglia ne disprezzava ogni membro, afferrò la bottiglia, ma per batterla sul tavolo questa volta. Qualche goccia di vino schizzò fuori e arrivò a bagnare addirittura il braccio di Teria. - Quante volte ti ho detto di non frequentare quei ragazzi?- la rimproveròSono come suo padre: feccia per la terra. Non ti sarai mica mescolata con uno di loro! Teria lo fissò, offesa dalle sue parole che non riuscì neppure a comprende re appieno. - Non voglio che ti veda con quella gente, mi hai capito?- proseguì Soderus agitando un pugno in aria.


37 Teria fu costretta ad annuire. Sapeva che non era prudente contraddire e far arrabbiare suo padre. - e ora parlami di quel libro. La ragazza esitò prima di aprire bocca. Suo padre odiava Donamis e i suoi figli, ma nonostante questo provava una morbosa curiosità nel continuare a interessarsi a tutto quello che facevano. - Nel libro c’era scritto…- cominciò Teria poco convinta di quanto stava rivelando. La verità era che i gemelli le avevano chiesto esplicitamente di non raccontare ad anima viva tutte le notizie riportate nel libro di Agortos. Per quanto aveva capito quel manoscritto era una sorta di eredità di famiglia, e tutto ciò che vi era stato riportato doveva restare tra le mura domestiche. Ma Teria reputò opportuno essere sincera con suo padre in quel momento, pensando di potergli rivelare ogni cosa in forma generica e senza dover entrare necessariamente nei particolari. Così Soderus l’avrebbe lasciata in pace, e i segreti del manoscritto sarebbero rimasti tali. - La scrittura era molto vaga.- iniziò- Alcune pagine parlavano di pietre, altre di piante, altre ancora di luoghi lontani. Padre, ma sulla terra esiste davvero una grandissima foresta chiamata Ferudor? Soderus alzò le spalle mentre si portava alla bocca un nuovo bicchiere di vino pieno fino all’orlo. - Poi c’erano descritte montagne altissime, corsi d’acqua molti profondi, una città ricoperta d’oro, strane formule per guarire il mal di denti… Soderus fece cenno con la mano alla figlia di zittirsi. Teria ubbidì chiedendosi dove avesse sbagliato questa volta, e quale altra richiesta suo padre le avrebbe fatto. - Una città ricoperta d’oro hai detto?- domandò Soderus sedendosi comodo sulla sedia. Sembrava che la bevanda aromatica avesse intorpidito i suoi sensi, ma quelle parole gettate a caso dalla figlia per non restarsene in silenzio avevano risvegliato l’uomo che diventò più attento e vigile. - Si, l’ho detto.- rispose Teria con fare ingenuo, incapace ancora di intuire cosa suo padre stesse per chiederle. - E dove si troverebbe questa città?- domandò Soderus cingendo le spalle di sua figlia con un braccio. - Non saprei. Al momento non lo ricordo. Teria avvertiva l’alito pesante del padre sulla faccia, ma nonostante questo non si mosse, incapace ancora di capire dove suo padre volesse andare a


38 parare. - Non lo ricordi?- ripeté l’uomo- Neanche se ti sforzassi? Teria parve pensarci su un momento, poi scosse lievemente la testa. Soderus le sorrise. - Credo che tu, figlia mia, abbia ragione.- disse poi l’uomo guardandola fissa negli occhi. - Ragione? - Certo. Dovremmo andarcene da qui, scappare via in un posto più sicuro, lontano da tutta questa Morte. Teria annuì. - E dove potremmo andare?- domandò accompagnando le sue parole con un sorriso innocente. Soderus sospirò: Teria era una delle ragazze più belle del villaggio, ma doveva ammettere che aveva davvero poco intuito e la sua ingenuità superava di gran lunga la sua avvenenza. - Quella città ricoperta d’oro.- rispose Soderus- Sarà lì che andremo! Teria aggrottò la fronte, e fu come se un sipario si fosse appena aperto sulla sua ragione; ora che aveva capito tutto, si chiese se suo padre non fosse per caso impazzito. - Ma padre, è un luogo molto lontano…- tentò di obiettare senza successo. - E che differenza fa? Vuoi per caso restartene a morire in questo posto? Soderus si era già configurato nella mente case dai tetti di lamine dorate con lapislazzuli intarsiati nelle porte e nelle finestre, e fremeva di brama e di conquista. Semmai un posto del genere esisteva sulla terra, allora era lì che lui meritava di vivere. L’uomo si staccò da sua figlia, e si alzò lentamente in piedi raggiante ed ebbro di vino. Ora che aveva di nuovo uno scopo la vita gli sembrava davvero stupenda, e con un minimo sforzo di immaginazione poteva già sentire le tasche pesanti di monete. Una città d’oro: il dubbio che quella poteva essere solo una metafora per descrivere un luogo tranquillo e solitario, non lo colse neppure. - Devi scoprire dove si trova questo luogo e come arrivarci!- disse a Teria che fissava incredula la metamorfosi del padre. Era incredibile come una notizia del genere gli avesse fatto tornare all’improvviso il buon umore. - Torna dai gemelli e raccogli informazioni, ma senza rivelare loro quello che abbiamo intenzione di fare. Mi hai capito? Io intanto preparo l’occorrente per la partenza…ce ne andremo subito! Teria era talmente stupefatta che non si accorse del tono autoritario e mi-


39 naccioso del padre. Di certo era il vino che lo stava facendo blaterare in quella maniera; non c’era altra spiegazione. Solo un folle poteva prendere la decisione di lasciare ogni cosa e partire alla ricerca di un posto appena sentito nominare. Forse, una volta svanito l’effetto della bevanda, Soderus sarebbe tornato in sé. Ma fino a quel momento Teria doveva assecondarlo se non voleva incappare nella sua ira. - Partiremo per quella città, figlia mia. E’ un’occasione che non possiamo farci sfuggire.- ribadì l’uomo. No, si era decisamente sbagliata perché dall’entusiasmo e dal tono fermo della voce, Teria capì che suo padre faceva sul serio. Ma decise di non confessargli che Ofelào e Danasten, dopo aver letto sommariamente il ma noscritto, avevano messo subito in chiaro che non erano certi di tutto quello che Agortos aveva detto in quelle pagine. Anche loro nutrivano forti dubbi sulla veridicità di quelle parole; non che Agortos avesse scritto solo e soltanto menzogne visto che l’adularia era servita davvero a calmare la ferita di Danasten, ma trattandosi di luoghi lontani e sconosciuti la prudenza non era mai troppa. e ora suo padre le chiedeva di scoprire dove quella città d’orata si trovasse! Non si rendeva conto di quanto quel proposito fosse assurdo e bizzarro. E poi lei in che modo, quale scusa avrebbe utilizzato per tornare a leggere di nuovo il manoscritto di Agortos? Ofelào e Danasten si sarebbero di certo insospettiti di fronte alla sua richiesta, e le avrebbero posto domande alle quali sapeva di non poter rispondere. Ma non voleva deludere Soderus. Le occasioni di complicità tra i due erano davvero così rare che Teria non poteva permettersi di farsele sfuggire quando si presentavano, fossero anche le più strampalate richieste. In fondo era suo padre, l’unico dei due genitori che le fosse rimasto, ed era obbligo ubbidirgli. E senza avere ancora le idee chiare su come procedere, promise a suo padre che avrebbe fatto il possibile per scoprire notizie importanti sulla città dorata. - Vedrai- le rispose l’uomo con un ampio sorriso sornione- la nostra vita cambierà, e in meglio. Soderus abbracciò sua figlia prima di tornare a versarsi un ultimo bicchiere di vino. Teria assaporò fino in fondo quel breve contatto, ma non riuscì a sorridere. Sentiva che tradire la fiducia dei gemelli avrebbe in qualche modo minato il loro rapporto; ma poteva per caso agire altrimenti? Se solo avesse provato a disubbidire, suo padre non le avrebbe mai concesso il suo perdono o la sua clemenza. Soderus, e lei lo sapeva bene, non conosceva neppure il significato di quelle parole.


40

*** Pensò che la vita era beffarda. Pensò che il messo che annuncia il destino fosse una belva affamata di gloria, che abbatte e annienta il volere labile degli uomini. Donamis non trovava ancora la forza per mettere a fuoco quello che gli accadeva attorno, e si velava gli occhi con la rassegnazione e con quei tristi pensieri ai quali non sapeva sottrarsi. Aveva avvertito l’olezzo nauseabondo della Morte al villaggio, la presenza di qualcosa che si aggira tra le case e strappa alla vita gli uomini indiscriminatamente, senza pietà e senza trovare opposizione. I Campi Kepi: quelli che avrebbero dovuto costituire un’oasi di felicità per lui e per Airen, non erano divenuti nient’altro che un misero campo di battaglia in una terra putrescente e malsana. Il fango stava ricoprendo il mondo, soffocando anche le menti più razionali e gli animi più saggi. Omun avrebbe presto abbandonato quel luogo e, come era certo Donamis, si sarebbe ricoperto anche lui di pustole mortali seguendo la stessa sorte della moglie, unito con lei nella morte così come lo era stato per tutta la vita. O magari no, Omun si sarebbe salvato; la vita sarebbe stata con lui tanto beffarda da togliergli la famiglia e da farlo restare solo fino alla fine dei suoi giorni, mostrando il suo vero volto di animale insaziabile. Pensò che la vita con lui era stata crudele: lo aveva privato della famiglia, dell’eredità che gli spettava nei Colli Atrùgeti, della donna che amava, della terra che sentiva gli appartenesse. Chissà quando avrebbe finito di pagare il suo debito! L’esistenza esige un prezzo, pensò, e lo esige da tutti senza eccezioni. - Ma ho ancora i miei figli!- disse a voce alta parlando al manoscritto che teneva davanti agli occhi. Alle volte si rivolgeva a quelle pagine come a una persona, perché in fondo quel libro era una persona. Il manoscritto era Agortos, Airen, lui stesso che vi aveva aggiunto alcune righe. Danasten e Ofelào facevano da ancora e lo tenevano saldo alla terra, portandolo alla conclusione che forse non tutto il suo tempo era stato vano e che la vita, almeno per un una volta, era stata clemente regalandogli quell’unico punto fermo. - Ma se non faccio qualcosa, rischierò di perdere anche loro…- disse ancora aprendo il manoscritto a una pagina a caso. La scrittura di Agortos riportava la descrizione di quella che lui definiva


41 spagiria,ovvero quella complessa lavorazione alla quale venivano sottoposte le piante per farne infusi e pozioni, ma che Donamis non aveva avuto mai il coraggio di mettere in atto. Il suo lavoro fino ad allora era stato di lettura e ricerca di piante e pietre, che adagiava poi sugli scaffali in attesa di trovare loro un utilizzo più concreto. Si basava sulle parole di Agortos quando si trattava di trovare un facile rimedio a disturbi come mal di pancia o reni richiesti dagli abitanti del villaggio, ma mai aveva provato fino ad allora a creare qualcosa che fosse solamente suo. Se alle volte aveva combinato elementi tra di loro, era perché aveva seguito alla lettera le istruzioni lette nel manoscritto. Mentre Airen, come ricordava, era più disinvolta nel maneggiare gli elementi naturali; il sangue di Agortos le scorreva nelle vene, e con esso una vera attitudine per inventare liquidi aromatici. Mentre lui…Pensò che doveva smettere di piangersi addosso, che la commiserazione l’avrebbe portato alla rovina e alla morte. Non aveva il tempo ora di rivangare vecchi ricordi, o fronteggiare in un duello verbale la vita sapendo comunque chi sarebbe stato alla fine il vinto e chi il vincitore. - Sacchetti di canfora non bastano!- disse sfogliando il manoscritto- Mi serve qualcosa di più potente. Sorrise, beffardo. Pensò che non ci potesse essere nulla al mondo di potente contro la Morte.


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FURTO

Donamis e i gemelli consumarono un pasto veloce, durante il quale nessuno dei tre parlò. Solo alla fine Danasten si sentì chiedere dal padre, in tono distratto che sembrava poco interessato, perché avesse le mani bendate. - Non è nulla di grave, mi sono scottato con una pentola.- rispose il giovane senza sollevare gli occhi dalla zuppa che era rimasta ancora nel piatto. Poi Donamis, come se un fulmine fosse calato dal cielo all’improvviso e l’avesse colpito in pieno petto, si riscosse dal torpore nel quale sembrava essere precipitato e si mostrò turbato. Chiese a suo figlio se per caso sulle mani gli fossero sbocciate come dal nulla delle piaghe rossastre. - No papà, ti ho detto che non è nulla di grave. Mi sono scottato.- ripeté Danasten mentre si portava alla bocca un cucchiaio di zuppa. - Ma se dovesse accadere- proseguì Donamis- correreste subito da me, dico bene? - Certamente.- si intromise Ofelào alzandosi- Ma abbiamo con noi il sacchetto di canfora e quasi non usciamo più di casa; dunque siamo al sicuro. - Io non porto al collo la canfora.- lo corresse subito suo fratello. E lo disse in tono provocatorio, quasi come se volesse volutamente far scoppiare una nuova lite con suo padre. Ma Donamis non incassò la sfida, e lasciò anche lui la tavola. - Omun andrà via il villaggio.- rivelò- Credo che adesso andrò da lui; devo dirgli... E lasciò la frase a metà, perché non avrebbe comunque mai trovato il modo di completarla. Erano troppe le cose che doveva consigliare all’amico, troppi i ricordi che si sarebbero affollati vedendolo partire, troppo profonda la disperazione di sapere che in ogni caso Omun andava a morire con la sua famiglia. - Scappa perché ha paura di ammalarsi?- domandò Ofelào. Forse, pensò il giovane, quella mattina all’Assemblea tutti erano convenuti nell’abbandonare il villaggio alla sua sorte, e suo padre non aspettava altro che il momento adatto per attuare quel piano. - Sua moglie si è ammalata.- rispose Donamis- Omun la porterà lontana


43 per non rischiare un nuovo contagio. - Allora non dovresti andare da lui.- parlò Danasten riponendo il cucchiaio nella zuppa in un gesto di rabbia- Ci imponi di restarcene chiusi in casa, e poi tu fai visita ai malati? Non credi che il morbo potrebbe comunque varcare la nostra porta nascosto sotto il tuo mantello? Ofelào lanciò un’occhiata di rimprovero a suo fratello: Danasten poteva avere ragione, anzi sicuramente l’aveva; ma avvertiva già nell’aria odore di un nuovo litigio. Mai che perdesse l’occasione di provocare Donamis! - Non posso lasciarlo andare senza nemmeno salutarlo, voi…non capireste! Donamis si mosse per raggiungere le scale. - Omun ha accolto me e vostra madre in questo villaggio,- aggiunse in tono severo e duro- ci ha offerto asilo e un lavoro, ci ha aiutato a costruire la nostra bella casa ed era presente alla vostra nascita e alla morte… Donamis si bloccò a metà delle scale e si aggrappò alla ringhiera perché un dolore lancinante, che gli risalì dal cuore fino al cervello, gli impedì ogni altro movimento. Ofelào e Danasten si guardarono leggendosi l’uno negli occhi dell’altro le stesse identiche parole: Omun era stato presente alla morte di Airen avvenuta subito dopo la loro nascita. Trascorse qualche istante di cupo mutismo. Poi Donamis tornò ad arrancare su per le scale per raggiungere il suo studio. Vi entrò per qualche istante, per uscirvi subito dopo con il mantello attaccato al collo e un fagotto legato sulla schiena. Ridiscese da basso con il volto chino verso terra e le spalle curve. - Non ci metterò molto. E senza aggiungere altro o senza permettere ai figli di dire qualcosa, uscì fuori in strada richiudendo con un gesto secco la porta. - Dovremmo andarcene anche noi di qui.- disse Ofelào che si mise subito all’opera per sparecchiare la tavola- Questa storia finirà molto male. Danasten non l’ascoltò. Prese a fissarsi le mani bendate senza pensare a nulla in particolare. Poi si chiese ancora una volta perché, senza nemmeno accorgersene, avesse attaccato con parole dure suo padre. Ultimamente era la cosa che gli riusciva meglio. Lo riteneva responsabile…ma responsabile di cosa? Scuotendo la testa per scacciare quei pensieri, si alzò trascinando la sedia sul pavimento e se ne tornò lentamente al piano superiore, nella sua stanza, senza staccare mai gli occhi dalle fasciature bianche. - Grazie tante per l’aiuto!- borbottò Ofelào che si ritrovò come spesso accadeva a dover ripulire la cucina da solo.


44 Ma nell’istante in cui Danasten richiuse la porta della sua camera, qualcuno bussò a quella d’ingresso. Ofelào andò subito ad aprire e già prima di trovarsi Teria di fronte, era avvampato sulle guance. Era incredibile il tempismo della ragazza che, nel momento stesso in cui Donamis lasciava la casa, entrava in scena per sconvolgere la vita dei gemelli. - Ciao Ofelào. Posso entrare?- domandò la giovane che si era legata i capelli scuri sulla nuca con un nastrino viola che le ricadeva ondulando sulle spalle. Ofelào ubbidì come un automa facendosi da parte. - Danasten si è di nuovo ustionato la pelle?- chiese mentre lanciava sguardi furtivi al piano di sopra, dove sapeva si trovasse il manoscritto. Doveva essere veloce, disinvolta, in modo da non far nascere alcun sospetto. Ma il cuore le batteva forte, e le ginocchia presero a tremolarle. - No... lui sta riposando. Ofelào serrò la porta sperando che il fratello non si affacciasse a vedere chi fosse appena entrato. Restare da solo con Teria era l’unico desiderio che provava in quel momento. - Vuoi che ti dia una mano?- si offrì la ragazza guardando la tavola ancora apparecchiata. - Non disturbarti… Ofelào sentì i piedi appiccicarsi al pavimento, come ogni volta. La presenza di Teria lo sconvolgeva, e fu incredibile per lui scoprire che la ragazza lo turbava molto più del morbo che infestava e falciava il villaggio. - Sono qui per chiederti un favore.- iniziò Teria sorridendo e ammiccando. - Quello che vuoi… Ofelào avrebbe tenuta la pietra cruciforme stretta in una mano fino a vedere le fiamme divampare lungo tutto il braccio se solo Teria glielo avrebbe chiesto. - Ho bisogno di un rimedio naturale contro… La ragazza si fermò e abbassò un poco il viso. Era evidente che quello che stava per dire la imbarazzava. - Contro cosa?- la spronò Ofelào- Avanti puoi dirmi tutto; siamo amici da così tanto tempo… - Tu non potresti capire perché sei…un uomo ecco.- aggiunse timidamente la ragazza con le braccia strette al petto su un vestito azzurro, che solo ora Ofelào si accorse diverso da quello che aveva indossato quella mattina. - Un rimedio per cosa?- insistette Ofelào che proprio non capiva dove la ragazza volesse arrivare.


45 - Problemi che abbiamo noi donne...- balbettò lei alla fine. Ofelào non capì neppure quella volta, e ipotizzò che Teria stesse per chiedergli addirittura un filtro d’amore. Ma vedendo che di fronte alla sua insistenza la giovane si imbarazzava sempre di più, cessò di fare domande e la invitò a salire nello studio di suo padre. Teria era già a conoscenza del manoscritto di Agortos, ed era per questo forse che si stava rivolgendo proprio a lui per risolvere quei problemi di donne. Sul pianerottolo Ofelào pregò ancora affinché suo fratello non li raggiungesse. Aprì la porta dello studio cercando di non fare il minimo rumore e allo stesso modo, quando furono dentro, la richiuse. Preoccupato com’era di veder sopraggiungere Danasten, non si accorse dello sguardo famelico che Teria lanciò al manoscritto che giaceva ancora al centro della scrivania sgombra da tutto il resto. La ragazza aveva pensato di strappare la pagina riguardante la città del sole non appena l’occasione le si fosse presentata. Avrebbe allontanato Ofelào con una scusa e lei avrebbe agito indisturbata. Il piano messo a punto da lei e da suo padre era così facile e perfetto che non poteva fallire, eppure adesso che si trovava a un passo dal manoscritto Teria ebbe dei ripensamenti. Stava rubando, stava per sottrarre qualcosa a delle persone che le erano amiche. Ofelào quasi gli fece pena in quel momento. - Dicevi rimedi naturali per…- riprese Ofelào che afferrò il manoscritto aprendolo dall’inizio. Teria gli si accostò tanto che la sua spalla poteva sfiorare il braccio del ragazzo. Ofelào a quel contatto avvertì un tremolio lungo tutta la schiena, che finse di ignorare. La ragazza, che se ne accorse, sorrise tra sé: le pia ceva avere un così forte ascendete su Ofelào che di certo avrebbe assecondato ogni suo volere, ma allo stesso tempo si sentì a disagio con sé stessa come se stesse per commettere il più orribile dei peccati. Forse per tutta la vita si sarebbe pentita di aver imbrogliato Ofelào; ma non poteva deludere suo padre, e lo sapeva bene. Si sporse per sbirciare cosa c'era scritto nella pagina del manoscritto che il giovane aveva aperto a caso, quando dalla stanza accanto si avvertì un trambusto, come di qualcosa di pesante che cade più volte sul pavimento. Ofelào tese l'orecchio, e una voce nella sua mente gli suggerì di correre a vedere cosa fosse successo dall'altra parte dell'esile muro; aveva come udito il richiamo e il dolore del gemello. Si fece d’un tratto serio e richiuse il libro con uno scatto, gettandolo sul tavolo e precipitandosi fuori dalla stanza. - Resta qui e non ti muovere!- gridò a Teria mentre correva, la quale sembrava per nulla preoccupata dell'accaduto.


46 Danasten era in pericolo: il filo conduttore che legava Ofelào al suo gemello fin dalla nascita lo aveva messo in allarme e nulla, neppure Teria, contò più in quel momento. Non appena il ragazzo scomparve in corridoio, Teria si ritrovò da sola con il manoscritto che poteva ora sfiorare con le dita se solo avesse allungato una mano. Guardò la porta lasciata spalancata: senza curarsi minimamente di ciò che avveniva nell'altra camera, giudicò quello come il momento giusto per rubare la pagina. Sentì delle voci dalla stanza accanto, ma non badò alle parole. Forse doveva correre anche lei a vedere cosa fosse successo a Danasten, ma il manoscritto era lì a portata di mano… L’afferrò e lo sfogliò velocemente con mani tremolanti, ma non trovò la pagina dove si parlava di Heliaca. - Non può essere… Lanciò uno sguardo alla porta, poi tornò a cercare imponendosi di stare calma o tutto sarebbe andato in fumo. Erbe piante pietre foreste strani creature…ma della città del sole neanche una parola. Non poteva averla immaginata. Guardò di nuovo la porta: sentiva delle voci, frasi come “adesso morirò anche io”, o “corro ad avvertire subito papà”. Ofelào tra non molto sarebbe rientrato, e l’avrebbe sorpresa a cercare voracemente tra le pagine del libro di Agortos. Quindi scelse la soluzione che le sembrò al momento più opportuna: richiuse il libro con un tonfo se lo strinse al petto e corse via, giù per le scale, fuori da quella casa, lasciando i gemelli alle loro nuove preoccupazioni. Soderus questa volta sarebbe stato orgoglioso di lei, pensò. Eppure il fatto di essere stata complice di suo padre non la gratificò, tutt’altro. Si vergognò di quanto aveva fatto e più di ogni altra cosa si addolorò per Ofelào, che aveva miseramente tradito e abbandonato. *** Donamis fissava la porta chiusa senza avere la forza di bussare ancora una volta; sapeva che la risposta sarebbe stata la stessa. Omun si era rifiutato di farlo entrare in casa intimandogli di andarsene se non voleva essere contagiato. Attraverso l’esile uscio di legno scalfito in più punti, l’uomo gli aveva annunciato la sua imminente partenza aggiungendo che non voleva ricevere saluti pietosi da nessuno; soprattutto da Donamis. E quest’ultimo era rimasto fermo e immobile ad aspettare che l’amico cambiasse idea, senza avere la forza di allontanarsi e accettare che da quel mo -


47 mento in poi non avrebbe più rivisto Omun e la sua famiglia. Donamis represse a fatica l’impulso di scoppiare in lacrime. Si guardò attorno e poi indietro: la strada era completamente deserta, non vi erano neppure galline o altri animali incustoditi a scorrazzare indisturbati. Quella mattina all’Assemblea doveva aver spaventato gli abitanti del villaggio che, sotto suo stesso suggerimento, ora si rifiutavano di uscire di casa se non per affari che richiedevano una certa urgenza. Sapeva che in alcune di quelle case gli uomini e le donne combattevano una battaglia vana contro la morte, che c’era chi piangeva i suoi malati o chi pregava affinché il morbo non lo contagiasse. Alcuni forse, pensò Donamis, si auguravano che i malati morissero presto per ardere al rogo quello che rimaneva delle loro carcasse putrefatte, e scongiurare in tal modo il rischio di un’epidemia generale. Tra non molto gli uomini avrebbero avuto terrore non solo della malattia ma anche degli altri uomini, che essi fossero sani o malati. I legami famigliari si sarebbero spezzati, ognuno avrebbe avuto a cuore solo la propria salute calpestando quella altrui. In poco tempo sarebbe scoppiato il finimondo, e Donamis si augurò per un attimo di non essere presente alla rovina del villaggio. Udì dei passi veloci alle sue spalle, che solcavano il terreno correndo nella sua direzione. In quel silenzio abissale erano l’unico suono che pareva rimbombare da una parte all’altra dei Campi Kepi. Donamis si voltò un poco e quando riconobbe Ofelào sopraggiungere come se la malattia stessa lo rincorresse, capì subito che qualcosa di terribile era accaduto. Ofelào non appena raggiunse il padre finì la corsa tra le sue braccia, ansimando per la fatica e rosso in volto per la corsa. Non riuscì a pronunciare una sillaba, così Donamis gli passò un braccio attorno alle spalle e con lui si incamminò verso casa avvolgendolo con il mantello, come a proteggerlo dagli attacchi improvvisi della Morte. *** Quando Donamis riconobbe che la piaga sorta sull’avambraccio sinistro di Danasten non aveva nulla a che fare con i sintomi della malattia, non poté fare a meno di commuoversi. Ma pianse in silenzio, lasciando che le lacrime gli scorressero lungo le guance senza badarvi. Danasten, steso sul suo letto con le mani ancora bendate e nudo fino alla cintola dei pantaloni, lo fissava senza dire una sola parola. - Padre, non è la Morte…non è vero?- chiese Ofelào ritto accanto alla por-


48 ta della stanza. Senza dare nell’occhio aveva congiunto le mani al petto e recitato qualche preghiera muovendo appena percettibilmente le labbra. - No, non lo è.- rispose Donamis con la voce roca e lo sguardo basso. Poi l’uomo allungò le dita verso le mani fasciate di Danasten, che le ritrasse subito portandosele al viso. Donamis e suo figlio si scambiarono un’occhiata che Ofelào non riuscì a decifrare. E si sentì all’improvviso di troppo nella stanza, un terzo incomodo che impediva agli altri due di parlare, o discutere, apertamente. Quindi senza fare rumore lasciò la stanza ricordandosi solo in quel momento della visita di Teria, e della sua scomparsa. Forse, pensò il giovane, doveva essersi spaventata dal trambusto improvviso che era scoppiato e dal fatto che era fuggito repentinamente alla ricerca di suo padre senza dirle nulla, ed era tornata a casa. - Non credo che tu ti sia bruciato con una pentola.- disse Donamis che tentò di nuovo di afferrare le mani del figlio- Odi stare in cucina. - E voi cosa potete saperne?- rispose Danasten- Siete sempre assente, non conoscete cosa odio e cosa no. Donamis si sporse verso suo figlio, che nascose capricciosamente ora le mani dietro alla nuca. - Allora non morirò, non mi sono ammalato?- domandò Danasten con fare saccente. Quelle parole non piacquero affatto a Donamis che per tutta risposta afferrò un gomito del figlio e con tutta la forza che possedeva lo tirò verso di lui, per poi agguantare la mano e togliere con un gesto secco la benda. A nulla valse questa volta ribellarsi: Danasten fissò senza battere ciglio il viso di suo padre mentre gli osservava la pelle ustionata. L’uomo non sembrò per nulla meravigliato a quella vista. E dopo un istante di silenzio durante il quale si avvertiva solo Ofelào muoversi nella stanza adiacente, Donamis disse: - Hai toccato la staurolite. Danasten fece cenno con la testa di non aver capito. - La pietra cruciforme. Quella alla quale pochi giorni fa trovai il nome adatto. Per la sua forma l’ho definita “pietra del signore”; credi sia possibile che sia caduta direttamente dal cielo? Danasten non rispose e fissò suo padre come un sobrio osserva un ubriaco, e lo deride per le fandonie che il vino lo costringe a rivelare o a inventare. - Quella pietra fu tua madre a trovarla.- aggiunse Donamis abbozzando un


49 sorriso.- O piuttosto fu la pietra a trovare lei... Danasten a quelle parole si mosse sul letto per accomodarsi meglio contro i cuscini. Tentò di mascherare il suo entusiasmo al solo pensiero di essere entrato in contatto, sebbene con amare conseguenze, con un oggetto appartenuto a Airen e che dunque anche lei aveva toccato. Poi però un dubbio lo colse. - Anche lei si ferì come me oggi?- chiese. Donamis scosse la testa. - No; ma tua madre si servì della pietra per mettere in fuga, o per scappare, da un vecchio nemico… Sorrise al ricordo del racconto di Airen, che tanto tempo addietro gli narrò di come era sfuggita da Siderin, il dispotico signore dei colli Atrùgeti. - Lei possedeva un dono particolare nel riconoscere i poteri delle pietre, anche se il ritrovamento della staurolite accadde per motivi ignoti e strani, come se la pietra fosse stata messa lì da qualcuno affinché tua madre la trovasse per caso. Però fui io a scottarmi una volta! La pietra deve avere dentro si sé una sorta di involucro infuocato per cui ogni cosa che possiede altrettanto calore, come la pelle umana, e che viene in contatto con la staurolite prende fuoco. Danasten ascoltava a metà tra l’incredulo e l’interessato. Un brivido d’emozione gli attraversò la schiena; dopo tanto anni finalmente Donamis si era deciso a raccontargli qualcosa su Airen, e ora lui era disposto a credere a qualunque storia gli venisse raccontata su di lei, anche la più assurda. Perché in verità anche lui poteva riferire un fatto inspiegabile su Airen. Un episodio che ricordava come un sogno lontanissimo del quale però si riesce a sentire ancora il sentore, come marchiato a fuoco nella memoria. Danasten era fermamente convinto di aver conosciuto sua madre quando era bambino, di averci parlato sebbene lei fosse morta subito dopo averlo messo al mondo. Ma non aveva mai raccontato quella storia a suo padre, solo a Ofelào che inevitabilmente lo aveva deriso. Eppure Danasten ne era certo: aveva visto e parlato a sua madre quando lei era ancora giovane. E in vita. - Tuo nonno, Agortos- continuò a spiegare Donamis lieto di poter parlare a voce alta di quell’argomento- aveva un segreto che tua madre mi svelò non appena mi fece leggere il suo manoscritto. - Ci sono molte cose strane in quel libro.- fece Danasten. Donamis annuì, consapevole del fatto che i suoi figli gli avessero dato una sbirciata.


50 - Assieme a quel libro tua madre riuscì a salvare alcune pergamene e alcune delle pietre che teneva in casa, prima di fuggire e raggiungermi nel bosco. - Raggiungerti nel bosco? Quale bosco? Donamis sorrise di nuovo tra sé: una valanga di ricordi lo travolse, che gli suggerirono di proseguire con calma se non voleva confondere suo figlio. Quindi afferrò il braccio sinistro di Danasten, per tornare a fissare il rossore che gli ricopriva quasi tutto l’avambraccio. - Chissà che non sia un altro effetto della staurolite questo!- commentò parlando a nessuno in particolare. - Perché nostra madre scappò per raggiungerti nel bosco?- tornò a chiedere Danasten contrariato da quel cambiamento di discorso. Poi il giovane spostò gli occhi sulla porta: il suo gemello se ne stava lì in piedi con il viso pallido e un’espressione spaventata sul volto. - Che c’è?- domandò Danasten. Quelle parole fecero voltare anche Donamis in direzione della porta, e non appena notò Ofelào in quello stato gli corse subito incontro. - Padre…- iniziò il giovane- io credo… il manoscritto… è scomparso… Donamis non credette di aver capito bene. Ma prima che il figlio potesse ripetere quelle assurde parole, si precipitò subito nel suo studio. Ofelào gli andò dietro, con aria mortificata e abbattuta seguito subito da Danasten che si rimise in piedi senza fatica. Tutti e tre cercarono con lo sguardo il libro dalla copertina di pelle marrone prima sul tavolo, poi sugli scaffali. - Che scherzo è questo?- disse Donamis guardando i figli con aria minacciosa. - Scherzo?- ripeté Danasten che si avvicinò al tavolo convinto che il libro fosse ancora lì sopra, ma che per qualche arcano incantesimo non potevano vederlo. - Siete stati voi a nasconderlo, nessun altro poteva entrare qui dentro!proseguì Donamis, accecato dalla rabbia mentre cercava con occhi sgranati il libro nella stanza. Ofelào sentì tremolargli la terra sotto i piedi. - Padre…io credo invece… Donamis e Danasten fissarono Ofelào che addolorato e deluso, quasi alle lacrime, raccontò della visita e della fuga repentina di Teria. ***


51 Donamis correva con i pugni stretti, il mantello che gli rimbalzava sulle spalle e l’aria di chi avrebbe abbattuto ogni ostacolo che gli si sarebbe posto davanti per bloccandogli la sua avanzata. La meta era quasi raggiunta, e il viso di Donamis si trasformò in un ghigno feroce non appena vide l’abitazione di Teria e di suo padre. Nessuno, nemmeno il buon senso e la dolcezza di Airen l’avrebbero dissuaso dall’afferrare la ragazza per il col lo e costringerla a rivelargli dove avesse nascosto il manoscritto. E se solo Soderus si fosse intromesso avrebbe affrontato anche lui, anzi sperava che quell’uomo odioso si immischiasse in faccende che non poteva lontanamente capire cosi gli avrebbe assestato un bel pugno sulla faccia, cosa che doveva fare già da tempo. Anche il solo sfiorare il manoscritto da parte di mani estranee alla sua famiglia, significava per lui mancare di rispetto alla sua intera esistenza, a tutto ciò in cui aveva creduto e confidato in quegli anni di malinconia e ricerche. Donamis sentiva la rabbia riversarglisi nelle vene e contorcergli le viscere; non avvertiva un sentimento di astio così intenso da anni, da quando vide per l’ultima volta suo zio Siderin tanto tempo prima. Non riusciva a pensare, e il respiro gli si era fatto corto per l’andatura veloce e l’odio accecante. Giunto di fronte alla porta serrata, batté entrambi i pugni con una foga tale che per poco non la sfondò. Nel silenzio abissale della strada, quel rumore risuonò come il primo segno di una imminente e feroce battaglia. - Soderus, apri immediatamente questa porta e fa' uscire tua figlia!- intimò Donamis con voce ferma, mentre continuava a battere il legno con le nocche. Da una delle case adiacenti si aprì una finestra, quel tanto che bastava a una donna anziana per vedere con timore crescente cosa stesse succedendo, attirata dalle urla e dai rumori. - Soderus, ubbidisci se non vuoi che entri con la forza!- gridò l’uomo che iniziò a prendere la porta ora anche a calci. Ma non gli venne in cambio nessuna risposta. Donamis provò così a forzare la serratura, ma questa era chiusa per bene dall’interno. Quindi, senza demordere, si accostò alla finestra quadrangolare e mise le mani a coppa sul vetro. A prima vista gli sembrò che la casa fosse deserta. Donamis batté un pugno sul vetro, che si incrinò. Quindi, deciso a fare irruzione nella stanza a ogni costo, si fasciò la mano con un lembo del mantello e inferse il colpo finale al vetro della finestra che cadde a terra in frantumi; fortunatamente non si ferì, ma anche se si fosse tagliato non si sarebbe preoccu-


52 pato di certo del sangue. - Soderus- gridò sporgendosi con il viso verso l’interno- esci subito con tua figlia! - Non c’è!- gracchiò una voce alla sua sinistra. Donamis si voltò per vedere chi avesse parlato: era l’anziana donna che spiava dalla fessura della sua finestra quell’insano spettacolo. - Come dici? - E’ partito poco tempo fa con sua figlia. Hanno abbandonato i Campi Kepi, credo, portavano dei fagotti con loro!- rispose la donna parlando tutto d’un fiato con l’unica intenzione di tornare a barricarsi in casa. - Partiti? E partiti per dove?- domandò Donamis che stava per scoppiare in una risata di mera disperazione. - E cosa vuoi che ne sappia io? La donna, forse terrorizzata dall’espressione diabolica dipinta sul volto di Donamis, si affrettò a far rientro e a richiudere la finestra. Donamis restò con i pugni stretti lungo i fianchi, e con la mente affollata da mille pensieri ai quali però non prestava attenzione. Soderus e sua figlia avevano lasciato quella terra con il suo manoscritto. Con il manoscritto di Agortos e di Airen. Questo ai suoi occhi non significava solo rubare, ma privare un uomo della sua linfa vitale, di tutto ciò in cui aveva creduto fino a quel giorno, della sua stessa fede. Donamis sollevò di scatto la testa e tornò a camminare verso casa, marciando come un soldato diretto in battaglia. C’era un’unica cosa da fare in quella situazione: inseguire i ladri, riprendere ciò che gli apparteneva e fare giustizia. Per nulla al mondo avrebbe permesso che il manoscritto dalla copertina di pelle marrone restasse tra mani empie, incapaci di capirne appieno il significato. Non conosceva il motivo ultimo di quel furto, ma l’avrebbe scoperto molto presto anche se questo significava dover lasciare, forse per sempre, il villaggio. Si arrestò bruscamente. Prima di tornare a casa e partire alla ricerca dei due ladri, doveva fare tappa in un posto. Non poteva lasciare i Campi Kepi senza salutarla. Imboccò così una strada stretta alla sua sinistra. *** - Non ho molto tempo, devo raggiungerli prima che la distanza diventi incolmabile. Recupererò ciò che è nostro, lo farò te lo prometto. Donamis teneva la testa chinata e le dita intrecciate dietro la schiena. Parlava a un cumulo di terra scura delimitata da una serie di sassi chiari e di -


53 sposti precisamente, con cura minuziosa. Una piccola scultura a forma di libro aperto a metà, che era costata tutti i risparmi di una vita di lavoro, si ergeva su di un tronco d’albero di noce il quale Donamis aveva personalmente tagliato e lavorato. La tomba di Airen era la più bella e la più curata di tutte quelle che si trovavano al cimitero comune del villaggio. Donamis avrebbe desiderato seppellire sua moglie in un luogo più silvestre come era avvenuto per Agortos e Ierèa, ma nei Campi Kepi non c’erano boschi adatti a quel tipo di sepoltura. Così aveva decorato la tomba con tronchi d’albero, svariate pietruzze e una collezione infinita di fiori, tutti quelli che riusciva a trovare nei paraggi. - Nulla è andato come speravamo.- continuò l’uomo a voce alta- e ora anche questo…Ma io lo troverò, ritroverò il manoscritto di tuo padre e almeno in parte tutto tornerà come prima... Una leggera brezza si sollevò e accarezzò il viso barbuto di Donamis. - Non vorrei lasciarti...- sussurrò appena. E un nodo gli strinse la gola pronto a soffocarlo, come una corda ben stretta attorno al collo di un uomo condannato all’impiccagione. La mente gli ricorse a una notte di tanti anni prima, la notte durante la quale Airen gli si era concessa per la prima volta. Ricordava ancora, senza fare il minimo sforzo, il lieve tocco delle sue mani sul suo torace, il suadente solletico che gli facevano i suoi lunghi capelli sul suo viso, le labbra arse dal desiderio. L’aveva amata più di ogni altra cosa al mondo, quella notte e molte altre a seguire. Poi il duplice parto e la morte, e la consapevolezza amara di lasciare il corpo della sua Airen per sempre alla Terra. Donamis fece un profondo respiro tentando di dominarsi. Lasciò scorrere le lacrime, senza però scomporsi. Aveva molto da fare, tante le cose da organizzare che sapeva di non poter più rimanere sul corpo di Airen a disperarsi. - Tornerò con il manoscritto.- promise parlando alla tomba con un filo di voce. Poi ripeté le stesse parole in tono più forte e deciso. Voltò le spalle a Airen e fece di nuovo un respiro, riempiendosi i polmoni di aria nuova e pulita. Aria che sapeva di caccia e vendetta.


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IN CAMMINO

Ofelào fissava il pavimento davanti a sé senza battere ciglio né proferire parola. Qualcosa dentro di lui si era spezzato; si rese conto solo in quel momento che con Teria si era esposto troppo, le aveva donato in maniera incondizionata il suo affetto e lei lo aveva utilizzato contro di lui per raggiungere i suoi meschini scopi. Non sapeva se odiarla, o provare pena per il suo comportamento. - Credo che scoppierà il caos primordiale tra non molto.- commentò Danasten, che si era rivestito della camicia ma teneva ancora la manica alzata per rimirarsi la piaga che gli era sorta. Questa, fortunatamente andava restringendosi e scomparendo; forse suo padre aveva avuto ragione, quel rossore non era stato nient’altro che un’altra inspiegabile conseguenza della staurolite. - Non è stata colpa tua!- disse ancora vedendo il gemello rattristato e sconvolto per quello che era accaduto- Non potevi sapere che Teria si sarebbe appropriata del manoscritto senza chiederne neppure l'ordine, nessuno di noi poteva sapere che si sarebbe approfittata della nostra disponibilità! - Sono stato uno sciocco!- si lamentò Ofelào atono nella voce e senza sollevare gli occhi dal pavimento- Uno sciocco! - La presenza di Teria non ti ha mai permesso si ragionare lucidamente. Va bene che sia molto carina, ma farsi fregare così... Ofelào lanciò un’occhiata truce a suo fratello. Danasten si sforzò di non sorridere delle sue parole e continuò: - Comunque il suo comportamento ha sbalordito anche me. Chissà perché portarsi via il manoscritto senza dire nemmeno una parola! - Forse…forse quando lo avrà utilizzato lo riporterà indietro!- disse Ofelào con un filo di speranza nella voce. Danasten scosse la testa con fare rassegnato. - Anche se fosse così, Teria ti ha preso in giro.- disse- E papà non le per donerà mai questo affronto. Ofelào risollevò gli occhi e li posò sul fratello, pensando che purtroppo


55 aveva ragione. Teria gli era sempre piaciuta, certo; tutti i ragazzi del villaggio prima o poi soccombevano alla sua bellezza. Ma in quel momento avvertì come se tutto l’affetto provato nei suoi confronti fosse stato cancellato da un colpo di spugna, e Teria fosse ora diventata solo un’estranea da biasimare. Se suo padre avesse deciso di punirla, lui non avrebbe mosso un dito per difenderla. Donamis aprì la porta ed entrò in casa. Entrambi i gemelli scattarono in piedi, ma nessuno di loro osò chiedergli che cosa fosse successo a casa di Teria e dove fosse il manoscritto. - Preparate i fagotti. Si parte immediatamente.- disse Donamis mentre faceva a due a due gli scalini per dirigersi al piano superiore. Danasten e Ofelào si lanciarono uno sguardo interrogativo, ma capirono che non era il momento di fare domande se non volevano che Donamis sfogasse tutta la sua ira su di loro. O qualcosa di veramente terribile era accaduto, o Donamis doveva essere impazzito all’improvviso. L’uomo si chiuse nel suo studio, e i gemelli lo sentirono trafficare con i suoi oggetti e le sue carte. - Sarà meglio ubbidire!- propose Ofelào. Danasten annuì, ma non si mosse. Restò a fissare la porta dello studio oltre le scale, aspettando che suo padre uscisse per dargli delle spiegazioni. - Andiamo, Danasten!- insistette Ofelào- Non vorrai per caso affrontare nostro padre ora che è in quelle condizioni! Danasten si lasciò convincere da quelle parole e i gemelli raggiunsero la loro stanza, mettendosi all’opera per infagottare tutto quello che possedevano, che era poco in realtà. - Se non altro, lasceremo finalmente questo luogo infetto!- commentò Ofelào la cui decisione di abbandonare i Campi Kepi non dispiaceva affatto. - Si, ma li abbandoneremo per andare dove?- chiese Danasten- E quando faremo ritorno? E il manoscritto? Nostro padre non lo aveva con sé quando è rientrato! E come se avesse udito dal suo studio quelle ultime parole, Donamis entrò nella stanza già pronto per la partenza. Era incredibile la velocità con la quale aveva infilato le sue cose in ben tre sacche di stoffa scure, che portava una in una mano e due sulle spalle. - Teria e suo padre hanno rubato il manoscritto e sono partiti.- spiegò laconico e serio- Noi li inseguiremo e ci riprenderemo le pagine di vostra madre, dovessimo fare il giro di tutto l’Egucron! Sono stato sufficiente-


56 mente chiaro? Danasten e Ofelào furono costretti ad annuire. - Padre, io...- tentò di dire Ofelào che non poteva fare a meno di addossarsi tutta la colpa. - Non adesso, Ofelào, non adesso. E scese da basso saltando i gradini a due a due. I gemelli lo sentirono apri re la porta d’ingresso e dire, prima di uscire in strada, di prendere qualcosa da mangiare per il viaggio. - Rubato...- sussurrò Ofelào con voce atona e sguardo perso- Teria lo ha rubato... Danasten non rispose. Finì di infagottare le sue cose, un paio di pantaloni e camice di ricambio, e poi aiutò il gemello a finire il suo sacco. Gli diede poi una pacca su una spalla per rincuorarlo, e disse che sarebbe stato meglio raggiungere Donamis se non volevano farlo attendere troppo; si sarebbe infuriato, se possibile, ancora di più. *** CONTINUA...

Heliaca e la Pietra di Luce  
Heliaca e la Pietra di Luce  

L'amore per i nostri avi spingerà ognuno di noi a ricercare la verità delle cose, ricerca che iniziò con mio padre Agortos e mia madre Ierèa...

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