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In uscita il 30/11/2017 (1,0 euro) Versione ebook in uscita tra fine nombre e inizio dicembre 2017 (,99 euro)

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FRANCESCO AGNELLO

CORNA

ZeroUnoUndici Edizioni  


ZeroUnoUndici Edizioni

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CORNA

Copyright © 2016 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-9370-150-1 Copertina: immagine proposta dall’Autore

Prima edizione Novembre 2017 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


A mia moglie e mia figlia

 


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RINGRAZIAMENTI

Questa storia e i suoi personaggi sono integralmente frutto della mia fantasia, sebbene alcune sfumature caratteriali di alcuni amici e conoscenti mi hanno dato l’ispirazione giusta, da cui ha preso il via questo racconto. Un grazie speciale va alla mia amica Enza Orlando, per essersi offerta come “cavia da lettura” e avermi sempre spinto a continuare a scrivere. Ringrazio la mia amica Francesca La Mantia, animo nobile, regista di emozioni, mente e penna raffinata, che mi ha motivato, e fornito utili consigli per affrontare il mondo dell’editoria a me sconosciuto. Ringrazio mia sorella Claudia, che ha letto con pazienza la bozza, correggendone gli “errori e orrori” di notte. La ringrazio anche per la copertina, che ho amato dal primo istante. Spero di cuore, sorella, che tu possa trovare, il coraggio di inviare i tuoi scritti a un editore, perché lasciarli nel cassetto è un peccato mortale. Ringrazio i miei genitori, la cui onestà intellettuale, forza d’animo e fede è un faro e un esempio ogni giorno, pur talvolta complesso da seguire. Infine ringrazio Vera: mia moglie, la mia migliore amica, la mia amante e la mia anima gemella, per la sua lettura attenta, per i suoi consigli e per credere in me sempre con pazienza, amore e passione.

 


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VENERDÌ, 12 AGOSTO Due cose assolutamente opposte ci condizionano ugualmente: l’abitudine e la novità. (Jean de La Bruyère) Tra due mali, scelgo sempre quello che non ho mai provato prima. (Mae West)

 


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CAPITOLO 1 – ANNA

Non lo sopporto più. Oggi vado da lui e gliene dico quattro. E se mi sbatte fuori a calci in culo… meglio! Almeno non dovrò vedere quella sua gigantesca faccia da culo tutti i giorni… e poi chi ha bisogno di questo lavoro? Non posso mica ammalarmi per un cazzo di lavoro. Se tiriamo un po’ la cinghia qualche tempo, Filippo ce la fa a mantenerci tutte e tre col suo lavoro… almeno finché non trovo qualcos’altro… e qualcosa troverò. Ho un curriculum della Madonna, cazzo! Ma continuare così non si può… Non ce la faccio più… Basta! Questi e centomila altri pensieri si affollavano nella testa di Anna, mentre andava in ufficio. Ed erano solo le nove e un quarto del mattino. Enrico, il suo capo, o, come Anna era solita chiamarlo, lo “Stronzo”, le aveva chiesto di rientrare dalle ferie un giorno prima del previsto per certe questioni urgenti che non aveva potuto spiegarle al telefono. E no! Se sei così di corsa da non potermi spiegare allora non è così urgente. Ma poi di venerdì. Che accidenti ci potrò mai essere di urgente di venerdì. E prima di Ferragosto! Aver preso di ferie le due settimane prima di Ferragosto non si era quindi rivelata una superba idea. Eppure la strategia era chiara: parti per le ferie mentre tutti sono stanchi e nervosi, godendoti le loro facce afflitte e cupe mentre esci dall’ufficio fantasticando su quale costume mettere il primo giorno di mare e avendo come unica preoccupazione quella che la serie di sei sedute di solarium che hai fatto ti aiutino a nascondere il tuo elfico pallore. Ma la parte migliore dell’idea non è nemmeno questa. Rientrare dalle ferie il 16 agosto, quando gli altri sono ancora in ferie, di solito significa avere un rientro “dolce”: settimana corta, ufficio sgombro, poca gente al lavoro e un po’ più rilassata per l’assenza dei capi, poche telefonate e tante e-mail automatiche di risposta che iniziano con “Sarò fuori ufficio fino al…”. E invece no. Le toccava rientrare tre giorni in anticipo, di venerdì, prima di ferragosto. Il suo geniale piano era andato in frantumi la sera precedente, alle cinque, mentre ancora prendeva il sole in spiaggia, quando lo “Stronzo” l’aveva chiamata per trasformare il suo ultimo week end prima della ferie in un rientro anticipato. E Filippo si era pure incazzato… e aveva ragione. Lui lo dice sempre di “spegnerlo  


10 questo cazzo di telefono quando non stai lavorando”. E invece no. E così erano tutti rientrati due giorni prima dal mare, avevano perso i due pernottamenti in hotel già pagati e Giada aveva pianto per tutta la strada del ritorno, perché voleva tornare al mare, facendola sentire tremendamente in colpa e tremendamente stanca. «Tiè! Te lo meriti, cretina! Te lo meriti proprio!» si disse Anna mentre le sue pupille schizzavano frenetiche a destra e a sinistra alla ricerca di un parcheggio libero. E inoltre non aveva ancora fatto i conti con il resto del mondo. Non sembrava la settimana prima di Ferragosto. Oppure evidentemente il resto del mondo aveva preso le due settimane dopo. In giro per la città era un inferno. Un caldo soffocante, le auto in fila lungo la strada, e nemmeno l’anima di un parcheggio a pagarlo oro. E poi vedrai che ora arrivo e lui poi se la prende comoda e arriva alle undici come sempre… E invece Enrico, alias “Lo stronzo”, era già lì. E con lui tutti i suoi colleghi d’ufficio. Anche quelli che di solito vedeva meno, tipo quella Susanna delle risorse umane, che aveva una faccia da zoccola, sebbene rispondesse sempre molto carinamente e in modo esaustivo alle richieste via mail, e il signor Pippo che lavorava giù in archivio storico, che aveva solo intravisto un paio di volte due o tre anni prima. Circa una ventina di persone in tutto. E c’era una riunione. Sì. Una riunione. Perché una riunione? Perché prima di ferragosto? Perché nessuno le aveva detto niente? Entrando nell’ampio open-space, passò in rapida rassegna tutti i presenti, e dopo aver realizzato rapidamente che guardavano tutti nella sua direzione, arrossendo capì che aspettavano solo lei. «Bene. Buongiorno Anna e bentornata›› disse lo Stronzo con un velo d’ironia nello sguardo, disegnando un cerchio immaginario nell’aria con la mano, intorno a sé, e abbassando leggermente la testa, come a voler dire “benvenuta, accomodati”. Poi aggiunse, sardonico: ‹‹Certo sarebbe buona norma arrivare in ufficio puntuali, ma visto che ci siamo finalmente tutti, direi per questa volta di soprassedere e iniziare la riunione». Aveva appena ripreso il normale colorito quando quella battuta la fece avvampare nuovamente. Lo Stronzo non si smentisce mai. Poteva evitare la battutaccia sul ritardo. Pensò Anna mentre ancora avvampata prendeva posto al lungo tavolo, usato più come area pranzo che per le riunioni, tra Miriam, la stagista, e Susanna “faccia-da-zoccola” delle risorse umane. Provò a ringraziare lo Stronzo per averla messa al centro dell’attenzione, con una mezza smorfia carica d’odio, ma lui già non guardava più nella sua direzione e


11 aprendosi la giacca mentre si metteva a sedere, guardò dritto davanti a sé. Nonostante l’appellativo, lo Stronzo era decisamente un bell’uomo. Sulla quarantina, moro, carnagione olivastra, spalle larghe e fisico asciutto, capelli corti e con la riga sul lato sinistro, occhi castani molto sottili, quasi a mandorla e un sorriso fatto di trentasei porcellane cinesi della dinastia Ming perfettamente allineate tra due scaffali di labbra rosee e sottilissime. Era abbastanza schivo e riservato, ma al tempo stesso non perdeva occasione per lanciare frecciatine, battute al vetriolo e impartire regole a colleghi e sottoposti. Nessuno sapeva se fosse sposato, fidanzato o in generale accoppiato, visto che non portava la fede e sulla sua scrivania o sul suo pc non vi erano foto di fidanzate, mogli o figli. Neppure un cane, un gatto, un criceto, un pitone o un’iguana. Non riceveva mai telefonate personali al lavoro e quelle poche volte che ciò accadeva sul suo cellulare, rigorosamente senza suoneria, chiudeva la chiamata e mandava rapidamente un messaggio, probabilmente il classico, pre-impostato “scusa, sono in riunione”. Non andava mai a pranzo con gli altri e probabilmente nessuno lo aveva mai visto mangiare o bere un bicchiere d’acqua. Durante la pausa pranzo rimaneva alla sua scrivania a lavorare. Di solito era sempre molto informale: jeans, camicia aperta sul petto leggermente villoso e lasciata ricadere fuori dai pantaloni e sneakers, barba incolta. Oggi era particolarmente elegante: indossava un completo grigio scuro, una camicia bianca e una cravatta a righe di colore grigio e rosso. Certamente l’intenzione era di darsi un tono per una comunicazione importante e certamente il messaggio era arrivato a tutti forte e chiaro. «Buongiorno a tutti» esordì lo Stronzo, ed era cosa strana visto che generalmente tendeva a non salutare mai nessuno né in entrata né in uscita dall’ufficio, detto da lui aveva quindi il tipico fascino della presa per il culo. «Vi ho fatto venire tutti qui, oggi, e ringrazio quanti di voi sono rientrati anticipatamente dalle ferie (questo è bipolare, un secondo fa mi ha cazziata per il ritardo e mò mi ringrazia per essere rientrata prima dalla ferie… secondo me il discorso se l’è scritto e lo ha imparato a memoria…), per mettervi al corrente di un’importantissima novità che ci riguarda tutti (perché quando comincia così sento sempre puzza di noia mortale?). Tra massimo qualche giorno, la nostra società (certo che è proprio un politico del cazzo… Nostra? Nostra dice? Ma che faccia tosta?), inizierà a lavorare con la BCD, che ci darà una grossa mano nella gestione delle questioni maggiormente antipatiche di natura finanziaria e organizzativa (Ok. Arrivano da una realtà completamente diversa e ci vogliono insegnare a lavorare... ma ceeeerto!), che come  


12 tutti sapete, fino a oggi hanno costituito per tanti versi un problema (tu sei il mio solo grande problema!). Sapete tutti chi è la BCD e quanto sono importanti oggi nel nostro ambito; sapevate che delle novità erano nell’aria (cazzo!) da tempo e oggi finalmente scoprirete di cosa si tratta. La norma vorrebbe che io procedessi a spiegarvi prima come la B C D entrerà nel nostro lavoro, poi che lasci a Ruggero (Ruggero? Ah ok. Il tipo biondo con la faccia da maniaco sessuale) il giusto spazio per presentarsi e presentare la società che rappresenta e infine che parli con ciascuno di voi singolarmente (Se solo ti ricordassi come ci chiamiamo!) per definire le singole posizioni e cosa cambierà nella vita e nel lavoro, di ognuno. So come ragionate e so qual è la prima cosa che vi è venuta in mente (che sei uno Stronzo!) e quindi, prima di procedere a spiegare cosa cambia a livello societario e organizzativo con questa fusione, che è certamente più importante, ci tengo a rassicurare ognuno di voi (ma come sei caro! Stronzo!), che cercheremo per quanto possibile di tutelare tutti nel nuovo organico dell’azienda (ma che Stronzo! Tu dovresti essere messo nell’organico, ma con quel completo certamente diventi indifferenziata!). Tuttavia, come non l’abbiamo mai fatta noi, la BCD non fa beneficenza (Cristo! E io che pensavo di lavorare per una Onlus!), e con onestà devo dirvi che alcuni, i più fortunati di voi, manterranno intatta la loro posizione lavorativa, dovendo magari cambiare solo alcune procedure o i punti di riferimento in azienda; qualcun altro riceverà invece una diversa proposta che potrà valutare; qualcuno, e mi rivolgo soprattutto a quanti tra voi sono alla scadenza del contratto, potrebbero essere assorbiti in un secondo momento, ma per il momento ci dovranno salutare. Ovviamente non tutti». Così. Bum. Tutto d’un fiato. Senza troppi peli sulla lingua e soprattutto senza vasellina. A secco. Silenzio generale nella stanza. Spaesamento. Improvvisamente qualcuno tossì e fu come se fino a quel momento tutti avessero camminato sulla scricchiolante superficie ghiacciata di un lago, e che quel colpo di tosse, fosse bastato a mandarla in frantumi, facendo precipitare tutti nella gelida e pungente realtà che ti toglie il fiato. Mentre lo Stronzo riprendeva a parlare e poi passava amichevolmente la palla a tale Ruggero-Faccia-Da-Maniaco e poi di nuovo riprendeva la parola e poi così all’infinito, Anna sentiva la sua testa completamente vuota. O meglio svuotata. E c’era l’eco. Un’eco maestosa. Riusciva solo a guardare freneticamente i suoi colleghi per coglierne le reazioni. Per capire se tutti avevano capito quello che aveva capito lei, per capire se lei aveva capito bene. Miriam, la stagista si asciugava le lacrime. Susanna ascoltava con attenzione e un sorriso di approvazione. Certo! La facciada-zoccola era alle risorse umane quindi sapeva già tutto. E giocando d’anticipo aveva sicuramente trovato il modo di ingraziarsi il capo per


13 non esser fatta fuori o magari, meglio ancora, aveva avuto il tempo per cercarsi un altro lavoro. Non avrebbe mai lavorato alle risorse umane, ma il fatto di poter sapere prima degli altri certe cose era senza dubbio un vantaggio interessante. In generale l’aria era tesa. Molte le fronti corrugate e gli sguardi preoccupati. In ogni caso nessuno di certo era rimasto indifferente alla notizia. Certo lo sapevano che la loro compagnia, una piccola azienda specializzata nell’e-commerce di articoli di moda e design non navigava nell’oro ultimamente. Sapevano di non lavorare per Zalando e neppure per Dalani o Amazon, ma si illudevano che la loro piccola realtà si fosse costruita a cazzotti uno spazio nell’imprevedibile mondo in continuo cambiamento delle vendite on line. Eppure… eppure se ne erano accorti tutti quando, mese dopo mese, avevano visto gli stipendi arrivare sempre più tardi: prima due giorni, che sembra una semplice svista bancaria, poi cinque, otto, dieci e ora addirittura si arrivava alla soglia dei venti giorni di ritardo. E Piera, dell’ufficio finanziario, ammansiva tutti quelli che andavano alla chetichella alla sua porta a chiedere conto e soddisfazione alternando larghi sorrisi, braccia allargate per il dispiacere, spallucce, rabbia solidale ma in generale dispensando invece a tutti, sempre, variopinte e fantasiose bugie, finalizzate unicamente a nascondere che il malessere stava accompagnando la compagnia verso la fine. E dal canto loro, tutti erano stati conniventi, fingendo di non aver capito o che non fosse un loro problema. Ognuno semplicemente metteva in tasca la scusa del giorno e tornava alla sua scrivania con il malcontento di chi non ha ottenuto ciò che voleva ma che comunque ha potuto “cantargliene quattro”. Che sarebbe potuto accadere lo sapevano, quindi. Avevano solo finto di non saperlo o di non aspettarselo tanto presto. E adesso, chi di loro aveva un contratto a tempo indeterminato stava passando in rassegna mentalmente le proprie conoscenze in termini sindacali per esser certo di non arrivare all’incontro individuale troppo impreparato. Quelli che erano in scadenza temevano il peggio ed enumeravano le qualità e i traguardi personali da vantare oltre che la lista dei traguardi personali. Anna apparteneva alla prima categoria. Lavorava già da cinque anni con la compagnia, dapprima come semplice segretaria e poi come addetta al servizio qualità, dove svolgeva il suo lavoro con grande ammirazione da parte di tutti i colleghi del comparto commerciale perché sapeva risolvere ogni questione spinosa, portando sempre gli acquirenti verso la soluzione migliore per l’azienda. In pratica il suo lavoro, in cui eccelleva, permetteva e aveva permesso negli anni all’azienda di risparmiare migliaia di euro in piccoli contenziosi. Non che i prodotti  


14 fossero scadenti. Semplicemente erano intrinsecamente inutili. Qualche esempio? Talvolta, dal comparto commerciale vendevano un reggilibri da mensola in legno e metallo a forma di edera attorcigliata, parto della mente di qualche psicolabile designer che aveva superato l’esame di fisica per una fortuita combinazione di eventi misteriosi, e che in questo oggetto aveva riversato tutta la sua ignoranza sui principi delle leve, creandolo con una base orizzontale di legno così sottile da non dover neppure avere l’ambizione di sorreggere la parte verticale in ferro battuto intrecciato e che, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, finiva inesorabilmente per spezzarsi o per catapultare il libro fuori dalla libreria. L’acquirente accorto, che cerca un oggetto utile oltre che piacente, avrebbe compreso in pochi secondi, solo guardando le immagini create con Photoshop, che si trovava davanti a un oggetto il cui posto nel mondo non era quello per il quale era stato creato ma che era stato partorito come oggetto shabby chic finalizzato ad arredare una mensola con tutta la sua pesante e scomposta bruttezza fino alla decadenza dello stile, per poi accomodarsi nella spazzatura. Eppure la maggior parte dei clienti era felice con quella inutile bruttura sulla mensola, anche quando quel “crack” ne rivelava la sua natura traditrice. Qualcuno invece, per cui soddisfare il proprio bisogno di acquisti compulsivi e arredare il salotto era si importante ma lo voleva fare con un minimo di criterio, appena sentiva quel piccolo “crack” contattava subito via e-mail l’assistenza clienti, lamentandosi. L’assistenza clienti girava la questione al responsabile commerciale di turno che correva con la codina tra le gambe da Anna per sapere come impostare la questione. Ed era solo Anna, che con la sua voce comprensiva e suadente e i suoi modi affabili, con le sue mail pregne di attenzione, riusciva a salvare la faccenda. Era Anna che riusciva a trasformare un qualsiasi oggetto di merda in un articolo di gran design, creato ad hoc per la “sua casa”, e di cui “certamente aveva avuto bisogno fino a oggi” … davanti a lei smettevano di esistere con rapidità parole come “querela”, “risarcimento” e “pubblicità ingannevole”. Era brava in questo. Era brava come nessuna. Era brava e lo sapeva. Aveva iniziato come segretaria dello Stronzo, cinque anni prima. Perché era carina forse. O perché probabilmente i suoi brillanti occhi verdi e i suoi riccioli biondi si erano perfettamente sposati con le sue abilità dialettiche che, nel tempo, le avevano permesso di emergere da quel ruolo e rendersi necessaria altrove. Nel frattempo l’azienda era cresciuta, anche grazie a lei, e da cinque dipendenti erano arrivati a venticinque e poi a quasi quaranta. Avevano avuto bisogno di più spazio e da un ufficio con cinque stanze si erano spostati in questo vecchio magazzino ristrutturato e ri-adeguato a ufficio open-space, il suo stipendio era


15 aumentato e nel frattempo lei aveva sposato Filippo, era rimasta incinta e aveva dato alla luce Giada che oggi aveva quasi tre anni ed era la sua vera impresa da gestire quotidianamente. Con lei e i suoi capricci faceva più fatica che con qualunque cliente inviperito o signorotta borghese imbufalita per un ordine ancora non recapitato. Ma più che il suo lavoro, il suo ruolo o il suo stato sociale, ciò che in quei cinque anni era cambiato maggiormente era il suo rapporto con lo Stronzo. Quando era arrivata era molto gentile, ma pian piano la crescente confidenza aveva decretato la morte delle buone maniere in funzione di modi più spicci e decisamente più antipatici. Il suo cambio di ruolo, da segretaria a responsabile del customer service l’aveva inoltre portata a dover discutere e scontrarsi spesso con lo Stronzo sul modus operandi. Lui, che era un “tuttologo” laureato alla Bocconi, faceva fatica ad ammettere che le idee di Anna, erano puntualmente geniali e che gli avevano spesso salvato il culo. E da schivo sociopatico orgoglioso quale era, faceva fatica a entrare in confidenza col concetto di “pacca-sullaspalla” e a pronunciare frasi come “ben fatto!” o “molto bene!”. Col tempo, i loro quotidiani rapporti si era prosciugati limitandosi all’inevitabile. E in qualche modo questo stava bene a entrambi. Stava ripercorrendo rapidamente nella sua mente quei cinque anni trascorsi là dentro, quando sentì lo Stronzo dire: «Bene. Se non ci sono domande io direi di procedere alla fase successiva in cui, io e Ruggero incontreremo singolarmente ognuno di voi. Se volete potete tornare alle vostre postazioni, vi farò chiamare da Susanna. Ah… Anna. Tu no! Tu resta. Tu sei la prima».

 


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CAPITOLO 2 – ALICE

Alice sedeva sul pavimento del bagno con le gambe incrociate e il cordless in una mano, mentre con l’altra si attorcigliava i lunghi capelli castani con un dito e con espressione seria ascoltava in silenzio la sua amica immersa nel dovizioso racconto di quanto l’affliggeva. In verità stava in silenzio e chiusa nel bagno più per non disturbare il sonno di Luca, che non per rispetto della personale “tragedia” della sua amica. Se Luca si fosse svegliato avrebbe cominciato a piangere e chiamare “Papà” in preda alla consueta disperazione e lei, pur consapevole di avere tante faccende da sbrigare in casa, e pur ammettendo che quella telefonata in quel momento non era la fuga ideale dai suoi doveri di moglie, madre e casalinga modello, non voleva tornare tanto presto al dovere. Quindi si accontentava di quella bizzarra evasione e di sostenere in silenzio il peso di quel pianto infinito sulla spalla. Se non fosse stato per Luca, ne avrebbe certamente dette quattro alla sua cara amica Miriam, unica artefice di ogni suo male. Come poteva pretendere che col suo carattere ispido e difficile e un contratto da stageur, oltre che i suoi trentadue anni sul groppone, che per una stageur erano decisamente troppi, l’azienda per cui lavorava da meno di quattro mesi, in una fase di fusione con un’altra molto più grossa, decidesse di mantenerla in forze? Perché avrebbero dovuto? Quale sconvolgente potenziale avrebbe dovuto indurli anche solo a pensarci? Miriam non aveva mai lavorato per una società di e-commerce, non parlava bene l’inglese e non aveva nemmeno preso la laurea, oltre a essere sgarbata, bruttina e pure un po’ snob. E lei che la laurea l’aveva presa? Che parlava fluentemente tre lingue? Che aveva già lavorato in un sacco di posti? Che aveva certamente un carattere più docile e dei modi più accettabili? Vero che aveva deciso di non lavorare per fare la mamma, ma vero anche che una mamma con tutte le sue necessità fa molta più fatica a trovare un lavoro. Le mamme hanno troppi bisogni e troppe richieste per essere seriamente prese in considerazione… Ah! Vittorio! Che marito aveva! Era lui a distoglierla la maggior parte delle volte dal dirne quattro a quelle come Miriam. Vittorio era una specie di santo. Sapeva capirla, era un gran lavoratore, capace di sacrificarsi per assicurare loro il meglio, pure lavorare dodici, tredici ore


17 al giorno al servizio di quell’avido dell’avvocato da cui faceva il praticante ormai da tre anni. Era uno splendido padre e un grande marito e lei si sentiva molto fortunata. Spesso si ritrovava a pensare a lui durante la giornata. Forse per Miriam ci voleva proprio un uomo come lui. Uno che sapesse ascoltarla e ogni tanto riprenderla. Ma sarebbe stato uno spreco. Lei non lo meritava un uomo così. Non che non volesse bene a Miriam. Ma ce l’abbiamo tutti l’amico o amica così. Quello che si lamenta perché si deve lamentare. Quello che “la mia vita va a rotoli e nessuno se ne accorge”. Quello che poi è lo stesso che fino ai trenta e oltre ha vissuto nella mega pensione “M&P” (Mamma & Papà) con formula all inclusive, compresi lavanderia e stirapantaloni. Sono buoni amici, che assolvono sapientemente al loro compito di amici, comportandosi fedelmente, sapendoci ascoltare e consigliare ed essendo sempre disponibili quando abbiamo bisogno di loro, ma che quando poi si tratta della loro vita, pur predicando alla perfezione, razzolano malissimo e li sbatteresti volentieri con la faccia contro il muro fino a fargli perdere i sensi, per poi legarli mani e piedi, frustarli e infine versargli addosso un recipiente di ammoniaca purissima, abbandonandoli al loro destino fino a che non avranno scontato abbastanza le loro inettitudini e siano rinsaviti. Per di più, tutte quelle lamentele e quel piagnisteo erano assolutamente inutili anche per un altro motivo. Miriam non era ancora stata licenziata. Avrebbe avuto il colloquio con i capi il giorno seguente. Per cui, pur trattandosi in qualche modo di una cosa certa almeno al novantanove per cento, stava piagnucolando giusto per il puro gusto di cominciare a farlo un giorno prima. «Ma stai tranquilla ti dico!» continuava a ripetere quasi a bassa voce. «Ti ho detto cosa devi fare secondo me. Innanzi tutto mostrati comprensiva: fagli capire che sei perfettamente consapevole che in una fase tanto delicata per l’azienda, bisogna essere pronti a fare un passo indietro, ma che rimani a disposizione e tutte quelle stronzate che i manager apprezzano in questi casi…». «Quindi tu dici che non glielo devo dire che sono dei bastardi e che non me ne importa niente… e… e che una come me non la ritrovano facilmente? Io sarei tentata di farlo. Tanto che ho da perdere…?». «Ti dico di no!» la interruppe Alice, «devi cercare di stare calma… ma poi fai parlare loro… vedi cosa ti vogliono di…». La suoneria del suo cellulare, “Rehab” di Amy Winehouse, che aveva dimenticato in cucina, a pochi passi dalla cameretta di Luca, la fece sobbalzare. Scattò in piedi e in pochissimi secondi liquidò Miriam dicendole che l’avrebbe richiamata più tardi perché sentiva piangere Luca e doveva scappare.  


18 Corse verso la cucina attenta a non fare rumore e afferrò il cellulare per far smettere Amy di cantare. Poi guardò il display e lesse il numero. Zero… nove… sette… no! Non lo conosceva. Rispose. «Pronto?». «La signora Milici?». Una voce maschile sconosciuta dall’altra parte del telefono, con un tono pacato e distaccato. Una sensazione strana dopo aver parlato a lungo con Miriam, col suo tono perennemente melodrammatico. «Sì, sono io. Chi parla?». E subito si pentì di ciò che aveva fatto. Se lo ripeteva ogni volta ma non le entrava in testa. “Prima bisogna scoprire chi sia l’interlocutore e solo poi svelare la propria identità. Me lo merito proprio adesso il solito call-center” pensò. «Sono il dottor Masini e la chiamo dal reparto di Urologia dell’Ospedale Santa Maria del Soccorso. Ci siamo visti questa mattina. Dovrebbe portare i documenti di suo marito Vittorio per completare il ricovero». «Ricovero? Ma… cosa è successo? Io non capisco… Ma ma… sta bene…?» fu tutto ciò che riuscì a dire anche se si sentiva la lingua paralizzata dalla paura. Non si aspettava certo una chiamata dall’ospedale che le annunciava che stavano ricoverando suo marito. In un attimo si sentì schiacciare dalla paura e dalla confusione. «È presto per dirlo. Adesso sta meglio… Ma certamente nelle sue condizioni è meglio che stia qui. Ma ci servono comunque i documenti...». «Ma io… non capisco… stamattina stava ben… la prego non mi spaventi!» disse con la voce tremante, carica di emozione e quasi rotta dal pianto. «Signora Milici, adesso devo lasciarla. L’aspetto prima possibile. Chieda di me una volta qui. Dottor Masini. A più tardi». Alice rimase con il cellulare in mano per un tempo che non sarebbe mai riuscita a definire. Paralizzata. Poi afferrò la borsa, e si fiondò in camera da letto, prese Luca in braccio che si svegliò piangendo. Due minuti dopo era fuori di casa, in macchina.


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CAPITOLO 3 – MINA

Mina fissava il distributore del caffè del pronto soccorso. Non prendeva caffè, non le piaceva neppure, ma era come ipnotizzata: leggeva e rileggeva le istruzioni sul display blu. Era come ubriaca e non riusciva a mettere insieme i suoi pensieri. Aveva passato tutta la notte sveglia a pensare. Si era agitata nel letto a lungo, poi aveva acceso l’abat-jour e aveva fatto vari tentativi per addormentarsi. Era passata dall’interminabile libro di Tom Clancy sul comodino a improponibili televendite di attrezzi ginnici per uso domestico, passando per la sua infallibile tisana con miele, camomilla, verbena, valeriana e zenzero. Adesso era distrutta. Aveva mal di testa, aveva sonno e si sentiva stanca e provata, ma erano sempre i suoi pensieri confusi a farle male. Avrebbe voluto che almeno una notte insonne alla ricerca di una soluzione indolore avesse portato consiglio. Ma al mattino, quando si era appena appisolata, il suono della sveglia l’aveva gettata nel più profondo sconforto. La soluzione non c’era. I problemi restavano ed era solo più avvilita della sera prima. Pensava a Lorenzo. A ciò che le aveva detto la sera prima. E al solo pensiero un brivido le correva lungo la schiena e le veniva un groppo alla gola. Da quando avevano iniziato a vedersi con regolarità due volte a settimana, era sempre assalita da sensazioni contrastanti. Prima di incontrarlo era invasa dall’ansia. Ansia perché si sentiva una ladra e una criminale che correva il rischio di essere scoperta da un momento all’altro, mista a preoccupazione di non riuscire ad andare avanti ma anche a una forte paura che lui non venisse al loro appuntamento. Non appena i suoi occhi incontravano quelli di Lorenzo, si sentiva inspiegabilmente felice e subito dopo grata che lui fosse lì con lei. Quando lui la stringeva a sé, le baciava il collo, e le faceva correre le dita lungo la schiena nuda si sentiva incredibilmente eccitata e libera. Ma non appena avevano finito di fare l’amore, scivolava in un cupo senso di colpa e avrebbe solo voluto che la terra la inghiottisse. Lorenzo era innamorato di lei. Lo aveva detto. E non lo aveva detto mentre facevano l’amore, che si sa, in quel momento si dicono le cose più inenarrabili. Lo aveva detto dopo, mentre si stavano rivestendo. L’aveva abbracciata forte e le aveva detto che l’amava. E poi si era  


20 inginocchiato davanti al suo ventre, le aveva baciato l’ombelico e le aveva detto «voglio stare con te… non mi importa nulla di niente e di nessuno. Voglio tornare a casa la sera con te, cenare con te, litigare con te e poi con te fare l’amore per fare pace. Io voglio tutto questo con te». In quel momento lei aveva capito che tutto quello che era iniziato come un gioco proibito, come pura trasgressione che nessuno si sarebbe mai aspettato da lei, adesso era qualcosa di più. Si stava trasformando in un sentimento. E non era stata capace di rispondere nulla. Si era limitato a baciarlo, caricando quel bacio di mille dichiarazioni d’amore ma anche di tutti i suoi dubbi irrisolti e di tutte le sue paure. Poi era tornata a casa. Aveva fatto una lunga doccia. Sotto lo scroscio dell’acqua bollente era stata aggredita dal pensiero di Paolo che appena due settimane prima le aveva chiesto di andare a vivere assieme, e dal pensiero di Susanna che era una sua “amica” e che sei mesi prima le aveva presentato questo brillante avvocato di cui si professava già follemente innamorata, e che aveva questi occhi scuri come la notte che sin dal primo momento le avevano parlato, sebbene all’inizio parlassero una lingua che lei non capiva. Ora questa lingua si era fatta chiarissima e parlava di loro. Di questo sentimento che stava crescendo nel suo petto e che le avvolgeva il cuore di spine e sensi di colpa. Poi quella telefonata. «Signorina?» sussurrò una voce femminile dietro di lei, poggiandole delicatamente una mano sulla spalla. «Sì!» disse voltandosi di scatto come se l’avesse svegliata un temporale improvviso. Un’infermiera sulla cinquantina le rivolse uno sguardo pieno di dolcezza e compassione. Mina si rese conto di essere partita come una molla. Cercando di ricomporsi portandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio, lisciandosi la camicia sulla pancia dove fino a un momento prima le sua braccia erano incrociate da oltre un’ora, e inumidendosi le labbra soggiunse: «Posso vederlo? Come sta?». «No, signorina. Volevo solo avvisarla che stanno sottoponendo suo padre a degli accertamenti. Deve avere ancora un po’ di pazienza. Appena possibile le faremo sapere di più». «Ah. Grazie. La prego mi tenga aggiornata» disse curvando le spalle con un velo di rassegnazione negli occhi. L’infermiera si congedò da lei. Pochi minuti dopo, una giovane donna sulla trentina entrò al pronto soccorso con lo scatto di una lince, guardandosi attorno come un falco che cerca la sua preda. Era vestita un po’ a caso. Anzi sembrava proprio che fosse cascata dentro l’armadio: aveva il pantalone di una tuta grigia, una maglietta rossa di un concerto dei Blink 182 e le scarpe da ginnastica blu slacciate; i lunghi capelli castani legati con un elastico arancione in una coda fatta alla bell’e meglio e che lasciava ricadere alcuni ciuffi sulla nuca e sulle tempie e il


21 trucco era praticamente inesistente. Quasi senza far rumore, se non con i suoi pensieri, si lanciò sul vetro dell’accettazione e chiese all’infermiera ventenne dietro al vetro: «Scusi, il reparto di urologia?». Non se ne rendeva conto, ma stava quasi urlando dalla disperazione. L’infermiera le indicò qualcosa ma non aveva ancora finito di parlare che quella con la stessa foga era già corsa verso l’ascensore. Guardare quella ragazza, aveva distratto Mina per un attimo dai suoi pensieri. A riportarla nel suo mondo lo squillo del suo cellulare. Era Paolo. Non sapeva cosa dirgli. Non sapeva neppure come rispondergli. In pochissimi istanti le tornarono alla mente tutti i momenti felici passati assieme e per un attimo le mancò il respiro. Non rispose. Poi guardando il display su cui campeggiava la scritta “1 chiamata senza risposta: Paolo Cel”, recuperò la calma e capì che sicuramente Paolo era passato in studio a prenderla per andare a pranzo come d’accordo, e sicuramente aveva parlato con Angelica, la segretaria, che gli aveva detto che lei era scappata al pronto soccorso dopo aver ricevuto la chiamata della vicina che la informava che l’ambulanza aveva portato via suo padre che si era accasciato al suolo subito fuori dalla porta di casa mentre prendeva la posta. Sicuramente Paolo voleva sapere come stesse suo padre. Erano così legati. Sarà che Paolo aveva perso il papà a quattordici anni e risentiva della mancanza di una figura paterna, o sarà che suo padre avrebbe sempre voluto un maschio… chi può dirlo. Certo è che a vederli assieme sembravano due vecchi amici: amavano gli stessi cibi, tifavano la stessa squadra e adoravano andare a pesca. Paolo era sicuramente in apprensione. Amava lei, ma amava anche suo padre. Decise di richiamarlo. «Pronto? Mina!» disse con la voce ovattata dal vivavoce, era sicuramente in macchina. E stava correndo. Lo si capiva dal gran rumore che faceva il motore. «Pa…» non fece in tempo a proseguire. «Sto arrivando! Come sta? Lo hai visto?» disse rapidamente senza darle il tempo di rispondere. «Non ancora… L’infermiera mi ha appena detto che stanno facendo altri esami. Ma la signora Maria mi ha detto che quando l’ambulanza è arrivata non riusciva ad alzarsi da terra, ma era cosciente…». «Ok. Dammi qualche minuto e sarò lì. Sei al pronto soccorso, no?» disse pieno di premura. «Sì…». Prima che potesse dire altro Paolo aveva chiuso la comunicazione.  


22 Poco dopo ritornò l’infermiera di prima. Mina le andò all’incontro. La donna proruppe: «lo stanno portando in cardiologia. Suo padre ha avuto una piccola ischemia miocardica. Adesso è sotto controllo, ma deve rimanere qualche giorno sotto osservazione». Mina chiese: «Quando potrò vederlo?». L’infermiera con uno sguardo compassionevole le disse quasi sottovoce: «Venga con me…». Mina la seguì in silenzio attraverso un lungo corridoio e poi su per le scale e infine lungo un altro immenso corridoio. A un tratto l’infermiera si fermò davanti a una stanza con la porta socchiusa, si voltò verso di lei e sempre sottovoce le disse: «Posso farla restare solo qualche minuto. Poi lo lasci riposare». Mina annuì ed entrò. Quando lo vide si bloccò immobile al centro della stanza e due lacrime le rigarono il volto. Suo padre per lei era sempre stato invincibile. A sua memoria non aveva mai avuto un raffreddore o un mal di pancia. E ora era lì. Nel letto di quell’ospedale, quell’omaccione alto un metro e novanta e con le spalle larghissime, con quell’espressione sofferente sul volto, le pareva così piccolo e indifeso. Non riusciva a dire come si sentiva. Sapeva solo che non aveva che lui al mondo, da quando sua madre li aveva abbandonati che lei era ancora una bambina, e non poteva permettersi di perderlo. Era tutta la sua famiglia. Non pensava che suo padre avrebbe vissuto in eterno, non era così sciocca. Ma doveva portarla all’altare, doveva giocare con i nipotini. Suo padre non era ancora vecchio. La vecchiaia, per lui, doveva ancora iniziare. In quel momento il suo cellulare squillò. Non aveva tolto la suoneria. Mina si mise a frugare freneticamente nella borsa per cercare di rispondere o comunque farlo smettere nel più breve tempo possibile. Alla fine lo trovò. Era ancora Paolo. Sicuramente era arrivato al pronto soccorso ma non l’aveva trovata e quindi voleva sapere dove fosse. Anche questa volta lo richiamò. «Dove sei?». «Hanno portato mio padre in cardiologia» disse bisbigliando per non svegliare suo padre. «Per ora sono in stanza con lui. Ma posso stare poco. Aspettami lì. Scendo tra qualche minuto». Chiuse la chiamata. «Dovresti… dovresti…». Suo padre parlava dal letto. La bocca socchiusa e gli occhi chiusi in una smorfia di dolore. «Papà! Come ti senti? Come stai?» disse Mina, lanciandosi quasi su di lui con gli occhi sbarrati. «Dovresti parlare con lui!» disse suo padre col medesimo sforzo senza aprire gli occhi e ignorando le sue domande.


23 «Con chi, papà? Di cosa parli? Tu dovresti riposare…» disse Mina con un tono tenero e apprensivo, accarezzandogli con le dita la fronte con delicatezza come se volesse toccare una bolla di sapone senza farla scoppiare. «Con Paolo. Dovresti dirglielo». «Ma cosa papà?» certa a questo punto che suo padre stesse farneticando. «Io lo so…» disse suo padre socchiudendo gli occhi e guardando verso di lei. «Io so tutto!».

 


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CAPITOLO 4 – ANNA

Anna aveva riletto quella mail di lavoro almeno quattro volte, ormai senza capirne il senso, e ogni volta si dava mentalmente della cretina, perché non riusciva a focalizzare neppure il concetto principale. Ok, riproviamo. Oggetto: R: Cambiate mestiere. Ciao Anna, so che sei in ferie, ma te la giro ugualmente così che tu possa rispondermi al tuo rientro entro qualche giorno (e così evito anche di dimenticarmene visto che poi sarò in ferie anche io). Grazie in anticipo e spero che le tue ferie siano andate bene. Giordano. Ok. Il tono non è allarmato. Ok. La mail che Giordano mi inoltra, sarà la solita mail dell’esagerato di turno che ci dice di cambiare mestiere ma che si risolve con un reso… vediamo un po’… concentrati Anna, cazzo, concentrati… Niente. Era impossibile pensare di farcela. Le avevano detto di restare. Poi quella telefonata privata importantissima di “coso” con la Faccia-damaniaco-sessuale e le avevano chiesto di accomodarsi al suo desk. «Ti chiamiamo noi» aveva detto lo Stronzo senza quasi guardarla in faccia. Lei era la prima. Perché? Non c’era alcuna logica in questo. Non c’era logica gerarchica in quanto lei non era la persona più importante dell’ufficio dopo lo Stronzo. Customer service. Prima del customer service c’è sempre il reparto commerciale, il marketing, il finanziario… in effetti in quell’azienda dove customer service significava solo occuparsi delle magagne nel post-vendita, anche a livello logico il suo era l’ultimo reparto. Non c’era neppure logica alfabetica. Il suo cognome iniziava per M. Prima della M ci sono almeno dieci lettere. Forse dodici. C’era Jacono. O si scriveva con la I? Neppure una logica d’anzianità di servizio. Lei era tra i primi cinque. Quell’azienda l’aveva vista nascere. Ma prima di lei, anche guardandola in quella prospettiva, c’era certamente qualcuno. Non aveva senso. Magari usano una doppia logica. “Anzianità di servizio” e “Dita nel culo da togliersi” quindi hanno detto cominciamo da lei, la licenziamo così tutti sanno che nessuno qui dentro è intoccabile, mettiamo a tutti il pepe al culo e cominciano a trottare. No. Nemmeno questo aveva senso. Di tutela dei lavoratori, Anna ne sapeva poco ma sapeva che questo non si può fare. E poi avrebbero scatenato il


25 panico e lasciato un reparto senza capo-servizio e il reparto commerciale senza customer service. Ma allora… Mentre questi e altri undici o dodici ragionamenti simili rimbalzavano liberi nella sua testa, aveva finito di leggere la mail di lamentele per la quinta volta senza successo, quando vide illuminarsi la spia rossa del suo telefono. Un trillo secco e lungo che identificava la chiamata interna. 402. Sala riunioni. Alzò gli occhi, guardò oltre il suo monitor e vide che lo Stronzo guardava nella sua direzione. Arrossì (era almeno la quarta volta oggi) e alzò la cornetta. «Sì?» disse con la voce più innaturale di cui fosse capace. «Anna. Puoi venire» disse lo Stronzo serio. Poi mise giù. Tu…. Tu…. Tu…. Nient’altro. Solo tre parole. Anna. Puoi. Venire. Ok, sì. A questo punto tornava in auge la teoria del “Anzianità di servizio” + “Dita nel culo da togliersi”. Il tono dello Stronzo parlava chiaro. Chiarissimo. Mentre si alzava dalla sedia, si specchiò rapidamente nella parete riflettente alle sue spalle e decise di mettere la giacca. Aveva l’ascella pezzata dall’ansia e non voleva sembrare sciatta, indecorosa e sporca come la piccola Jane Eire. Avrebbe patito il caldo, ma almeno poteva sembrare più professionale e nascondere il fatto che il caldo già l’aveva aggredita e fatta sua. Lascio il suo “cubicolo” (così erano chiamate le postazioni dell’open space) e contò i passi che la separavano dalla sala riunioni: una ventina circa… bene, ma non benissimo. Camminava a passo rapido verso la sala riunioni che era separata solo da vetrate dal resto dei cubicoli, così tutti avrebbero visto che scoppiava a piangere. Dopo i primi dieci passi si chiese se non fosse troppo svelta e andò più piano. E poi si accorse che andava troppo piano e prima di sembrare una mentecatta decise di incedere con un passo normale. Bussò alla porta a vetri e lo Stronzo le rispose con un cenno di due dita dal significato univoco: vieni dentro e chiudi la porta. «Accomodati… Anna, giusto?» disse Faccia-da-maniaco-sessuale squadrandola da capo a piedi. Poi le fissò le tette. Poi gettò uno sguardo ai fogli davanti a sé. Anna annuì accennando un sorriso amaro. Poi intravide il suo CV nelle mani del suo interlocutore. Non lo vedeva da anni. Era la versione creata di fretta un paio d’anni prima per quella Faccia-da-zoccola delle risorse umane che voleva fare la banca dati del personale. Per farci che, poi? I Curriculum servono quando devi selezionare e assumere qualcuno. Dopo a che servono? Poi con amarezza ragionò che con buona approssimazione le sarebbe servito di nuovo entro qualche ora. Mentre rifletteva astrattamente sulla sua foto del curriculum e sulla sua utilità per un’azienda che ti conosce da anni si  


26 accorse che Faccia-da-maniaco-sessuale le fissava di nuovo le tette. Istintivamente si chiuse la giacca. (Ok. Il criterio sono le tette. Sono quella con le tette più piccole e mi fanno fuori subito. Ma chi gli ha dato il permesso di darci del tu?). «Ho sentito tante cose su di te» continuò Faccia-da-maniaco-sessuale. «Spero cose buone» rispose Anna accennando un sorriso e lanciando uno sguardo di sfida allo Stronzo. «Solo buone!» rispose lui, lasciandola stupefatta. «Al punto da pensare a te come a una collaboratrice fidata senza neppure conoscerti (che cazzo vuol dire?). E finalmente eccoti qua e devo dire che anche di presenza sei meglio di quanto avessi immaginato (Ma non prova nemmeno a nascondersi? È veramente sfacciato! Ma che cazzo è? Un appuntamento al buio?). Hai di certo un curriculum impressionante (Anche io sono impressionata!) e sei una veterana di quest’azienda (Ok. Ora arriva l’inculata). Ma…». «Ma?» lo incalzò Anna. «Ma il nostro customer service è al completo e adottiamo strategie ben diverse dalle vostre, basate su risultati di analisi di mercato che facciamo fare periodicamente dal nostro ufficio preposto. Dubito che le tue abilità, per quanto indiscutibili, siano adatte al nostro modus. Tuttavia… (Ok. Ora mi chiude il discorso con penseremo a te… ti consiglieremo ad altri… e se semo visti). Tuttavia abbiamo comunque una proposta da farti che vorremmo che tu valutassi. Con calma. Ma non troppa» e rise. «E cioè?» (Se mi dice di andare a letto con lui gli sputo in faccia e poi gli conficco un tacco in un occhio). Lo Stronzo abbassò lo sguardo sul suo smartphone e cominciò a digitare furiosamente. «Vista la tua versatilità negli anni, e il carattere che hai, e il fatto che per Enrico tu sia una risorsa irrinunciabile…» (Vieni al dunque: pulirai gli uffici), «vista anche la tua esperienza… e considerando il ruolo tutto nuovo come direttore marketing che Enrico andrà a ricoprire… e i grandi investimenti che vogliamo mettere a disposizione della campagna nazionale (No. I cessi. Mi daranno i cessi), pensi potrebbe interessarti un ruolo di… collaborazione diretta con l’ufficio marketing?». «Sarebbe a dire?». Aveva capito. Ma era così incredula che voleva esserne sicura. «Insomma… come segretaria personale di Enrico» disse Faccia-damaniaco-sessuale sfuggendo con lo sguardo, forse rendendosi conto di quanto fosse ridicolo che la proposta per un ruolo da segretaria personale arrivasse da una terza persona. Lo Stronzo continuò a guardare il cellulare e non proferì mezza parola. Lei non sapeva che dire. Si sentiva come alle medie, quando piaci a qualcuno e te lo viene a dire l’amico del cuore per sondare il terreno e in caso di risposta affermativa sei fidanzata


27 per procura come fanno le agenzie matrimoniali quando accoppiano i vecchietti vedovi con le stangone moldave o per corrispondenza come in quel vecchio film con Alberto Sordi e la Cardinale. «Posso sapere in cosa consisterebbe il ruolo?». «Se non vado errato, tu ricoprivi questo ruolo all’inizio qui in azienda» disse Faccia-da-maniaco-sessuale disegnando dei quadratini su un taccuino davanti a sé. «Sì. Ma è giusto per capire se cambia qualcosa». «Non cambia nulla!» esordì stizzito lo Stronzo. «Faresti quello che facevi prima. Con la differenza che magari potrei aver bisogno di te anche in trasferta. Robe brevi. Per il resto è tutto uguale a prima». «In pratica… perdonami se la metto giù dura… ma è un passo indietro per la mia carriera? È una cosa legale?». «Be', io non la vedrei così… prima Enrico dirigeva un’azienda di pochi dipendenti, con un fatturato di rispetto ma modesto; ora invece lavoreresti a fianco del direttore marketing di una grossa azienda nazionale e internazionale con fatturati molto importanti. Per di più quotata in bors…». «Senti, parliamo chiaro. Al customer service della B C D non servi. Possiamo metterci pacificamente d’accordo oppure no. Io ti sto offrendo di tenerti un lavoro. Ti darei uno stipendio più alto e come mansione sarebbe un passo in avanti e non indietro. Se invece intendi rompere i coglioni e impugnare i tuoi diritti puoi farlo, certo, ma è mio dovere farti notare che, anche se ufficiosamente avevi cambiato ruolo, il tuo contratto è sempre quello di segretaria d’azienda stipulato tre anni fa. Puoi prenderla come un’opportunità di arricchimento personale e professionale o come un cuscinetto di salvataggio mentre aspetti di trovar di meglio. Trai le tue conclusioni». Anna pensò che era sempre delicato come un carro-armato su un praticello di boccioli. (Come cazzo fanno ad affidare la campagna marketing a uno con questo garbo?). «Posso pensarci?» disse Anna mordendosi il labbro inferiore. «Magari fino a domani. Il tempo di parlarne a casa e valutare la cosa…». «Guarda che nessuno ha chiesto la tua mano!» proruppe lo Stronzo schernendola. «Veramente sì! Mio marito. Circa quattro anni e mezzo fa. E non ci ho dovuto pensare» disse lei rispondendo con il medesimo tono di scherno. Lui fece una smorfia che poteva voler dire qualunque cosa. «Ok. Ma domani è sabato e lunedì sera mandiamo il nuovo organigramma alla sede centrale così da poter preparare i contratti e tutto il resto. Pensi di poterci fare avere una risposta non più tardi di lunedì  


28 mattina?» disse Faccia-da-maniaco-sessuale. Dopo lo scambio al vetriolo con lo Stronzo, persino quest’altro poteva sembrare piacevole. «Sì, certamente». Inghiottì un boccone amaro. In realtà Anna pensava non le sarebbe bastato un mese e il kit del piccolo fumatore di crack per prendere una decisione come questa. E mentre usciva dalla stanza di vetro, sperava che la terra la inghiottisse. Ma non accadde. Con passo lento torno alla sua scrivania. Mentre tutti la guardavano per capire che aria tirasse. Guardò il monitor del suo pc. Ecco finalmente quel giorno aveva una certezza. La mail di risposta a Giordano non serviva più.


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CAPITOLO 5 – ALICE

Alice aveva ancora le guance e le orecchie di un colore imprecisato tra il fucsia e il bordeaux. Non era il riflesso della sua maglietta rossa o il fatto di essersi appena resa conto, riflettendosi nello specchio dell’ascensore, di essere vestita come una pazza. Non era neppure per la gran corsa che aveva fatto in macchina violando qualche senso vietato e bruciando un paio di semafori. Non era nemmeno il senso di colpa per aver svegliato suo figlio di due anni da un sonno beato per poi lanciarlo quasi tra le braccia della vicina di pianerottolo, una signora di mezza età molto riservata e silenziosa, ma con un vero debole per suo figlio Luca. È che era in pieno stato confusionale e in generale gli ospedali le mettevano ansia. E quando era in ansia il volto le si colorava di rosso. Aveva pensato che potesse essere uno scherzo, ma la telefonata era troppo seria e poi nessuno che conosceva le avrebbe mai fatto uno scherzo del genere. Tutti sapevano come andava in paranoia anche solo per il controllo periodico dal dentista o se doveva portare il bimbo dalla pediatra: tutti quelli che la conoscevano sapevano che con lei sarebbe stato decisamente uno scherzo di pessimo gusto, per il quale sarebbe stata capacissima di togliere il saluto, o peggio. E poi Vittorio aveva il cellulare staccato. Lui che il cellulare non lo spegneva nemmeno la notte? Lui che il cellulare se lo era portato pure in sauna quella volta che erano andati a fare quella fuga romantica in una SPA? In quel cellulare c’era la sua vita: telefonate, e-mail, messaggi, documenti di lavoro, foto, tutto… Mai al mondo avrebbe spento il cellullare per uno scherzo. E poi Vittorio non faceva scherzi. Uscendo dall’ascensore si trovò davanti l’insegna del reparto di Urologia ed entrò sempre come un fulmine. Si diresse verso l’accettazione, dove era seduta un’infermiera pacioccona vicina ai sessanta con un rossetto sgargiante e dei capelli di un rosso che poteva fare invidia sia al suo viso sia alla sua vecchia maglietta. Chiese del marito con i documenti, carta d’identità e codice fiscale, già in mano. Vittorio conosceva a memoria i numeri di entrambi (così come quelli della moglie, del figlio, la targa della sua auto e quella della moglie e il suo iban), quindi tendeva a portare con sé solo la patente. E Alice si ostinava ugualmente a portare  


30 nel proprio portafogli i documenti suoi e del figlio, come fa la maggior parte delle mamme e, come raramente accade, anche quelli del marito. «Ah! La signora Milici? Sì, le chiamo subito il dottor Masini. Stia tranquilla signora. L’operazione dovrebbe essere andata bene. Ma credo che ora dovrete andarci piano per un po’…» disse la donna, irragionevolmente ciarliera. In quel momento un giovane belloccio sui trentacinque anni con una divisa verde, uscì da una stanza accanto all’accettazione e dopo aver guardato distrattamente Alice, si rivolse all’infermiera: «Abbiamo notizie della signora Milici?». L’infermiera fece un cenno col capo indicando Alice e disse: «Ce l’ha di fianco, dottore». Il giovane medico guardò prima Alice e poi la collega con sguardo interrogativo. Infine rivolgendosi alla collega disse: «È la signora Milici?». L’infermiera annuì e si alzò per rispondere al telefono alle sue spalle, lasciandoli soli mentre il giovane le porgeva la mano e le sorrideva un po’ spaesato. Alice strinse la mano del medico non comprendendo la sua espressione. Il giovane disse: «Piacere, sono il dottor Masini, urologo». Alice rispose semplicemente un “Milici” stretto tra i denti presa già d’assalto da altri mille pensieri. «Tra un attimo la porterò da suo marito ma prima… le spiacerebbe venire con me un attimo?». Alice annuì e lo seguì nel corridoio. Era talmente sotto shock che avrebbe potuto persino accettare di prendere parte a un sacrificio di una setta satanica senza accorgersene. Il medico le fece strada lungo il corridoio e la portò vicino all’infermeria. Poi si fermò di fronte a lei e si accarezzò il viso e la barba incolta di un paio di giorni. La guardò dritta negli occhi e poi, visibilmente imbarazzato, iniziò a parlare. «Suo marito è arrivato qui al pronto soccorso questa mattina intorno alle undici. È arrivato in macchina con una donna che per mio errore devo aver scambiato per lei… Suo marito accusava un forte dolore ai genitali. Lo abbiamo visitato e ci siamo accorti che aveva una frattura del pene, abbiamo fatto degli accertamenti e deciso di operarlo. La donna che era con lui prima dell’operazione, a intervento terminato, era sparita. Ho trovato sul cellulare di suo marito il nominativo “mogliettina” e l’ho chiamata. Ma temo di aver fatto un’imperdonabile gaffe». Alice ascoltò quanto il medico le stava dicendo. Non riusciva a credere che stesse parlando di suo marito. Non riusciva a collegare mentalmente il volto di Vittorio a tutta quella situazione, immaginando di vederlo arrivare al pronto soccorso, di vederlo contorcersi dal dolore e tutto il resto. E chi era quella donna con suo marito… Frattura del pene? Non sapeva nemmeno che fosse possibile. Come fa a rompersi? No, non


31 poteva stare accadendo davvero. Non a lei. I suoi occhi vagavano per la stanza e poi frugavano quelli del medico alla ricerca di risposte. «La frattura del pene» continuò il giovane dottore comprendendo l’appello dei suoi occhi, «È un’insolita rottura del rivestimento dei corpi cavernosi del pene, dovuta generalmente a un colpo violento durante l’erezione». Lo sguardo di Alice si fece ancora più interrogativo. Ma questa volta il medico, pur comprendendo ancora una volta la sua domanda, abbassò lo sguardo. Alice rivolse le domande a se stessa. Le risposte erano a dir poco terrificanti: sì, solitamente succede facendo sesso. Sì, tuo marito stava facendo sesso con un’altra donna. Sì, tu lo hai saputo solo perché questo tizio ha scambiato quell’altra per la moglie. Poi un’altra vocina nella sua testa cominciò a tentare di convincerla che l’orrenda evidenza che le stava precipitando addosso schiacciandola come una formica non poteva essere la realtà. Vittorio non era il tipo. Era sempre stato talmente monogamo da essere quasi noioso. Mai in tredici anni le aveva dato ragione di pensar male; mai in tredici anni l’aveva fatta sentire gelosa di un’altra donna. Prima del matrimonio erano stati fidanzati per quasi dieci anni. Si erano messi insieme ai tempi del liceo e non si erano mai più lasciati. Quando dopo un anno che stavano insieme avevano deciso di fare l’amore era stato bellissimo perché entrambi erano vergini. Era sempre stato uno studente superassennato (per non dire un secchione) e da quando aveva iniziato a lavorare allo studio legale, lavorava così tanto che la sera quando tornava a casa era così stanco che crollava russando sul letto. E poi loro erano stati a letto solo l’uno con l’altra. No. Non poteva essere vero. Di colpo si rese conto che era rimasta con la bocca socchiusa di fronte a un estraneo per un tempo indecifrabile e che lui, adesso, era in vistoso imbarazzo. Alice si portò una mano al collo con una smorfia di dolore, come se una lisca di pesce le fosse rimasta incastrata nella gola o forse come se volesse nascondere che il cuore le batteva nel petto all’impazzata. Poi, non sapendo cosa dire, guardò ancora una volta il dottor Masini e disse: «E si rimetterà? Cioè voglio dire… adesso come sta… Intendo dire il suo…». Arrossì rendendosi conto di essere probabilmente la moglie di un depravato traditore che non riusciva a pronunciare la parola “pene” davanti a un estraneo, per giunta un medico. E non un medico qualsiasi: un urologo che probabilmente nella sua vita aveva visto centinaia, se non migliaia, di peni, di tutte le forme, etnie e dimensioni, ma che nelle ultime ore aveva avuto tra le mani proprio quello di suo marito.  


32 Il dottor Masini colse questo imbarazzo e le venne in soccorso per l’ennesima volta interrompendola mentre si arrampicava sugli specchi: «Suo marito sta bene. L’intervento è andato bene. Ora sta riposando. Non appena si sveglierà, se vorrà, potrà vederlo». Alice pensò che appena qualche settimana prima aveva confessato a suo marito, dopo Luca, di desiderare di diventare mamma una seconda volta, magari di una bambina. Adesso si scopriva tradita dall’uomo che amava, che probabilmente non conosceva neppure e che ancora più probabilmente non sarebbe stato in grado di avere un’erezione decente per un po’ di tempo. Improvvisamente, forse per tutta quell’ansia accumulata, forse per lo stress o la rabbia, o il sollievo che quello sconosciuto che lei chiamava marito stesse bene o forse ancora per la delusione, due lacrime le rigarono il volto. Il dottor Masini la guardò e si sentì un po’ in imbarazzo, ma capì la situazione, si sfilò dalla tasca del pantalone verde un pacchetto di fazzolettini e, porgendogliene uno, le disse: «Coraggio signora. Adesso ho bisogno di alcune informazioni per completare il ricovero». Alice prese il fazzolettino, senza dispiegarlo si asciugò le lacrime e annuì ancora una volta.


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CAPITOLO 6 – MINA

Mina, rimboccandogli le coperte e visibilmente ansiosa tanto in viso quanto nei modi, esortò suo padre, in pieno delirio, a riposare ancora un po’. Ma suo padre a quel punto scostò il lenzuolo e le disse, stavolta più chiaramente: «Devi parlare con Paolo. Io so tutto… e quello che stai facendo non è giusto. Se andrai avanti soffrirà ancora di più. E con lui soffrirai anche tu». «Papà, ma che stai dicendo?» rispose Mina, questa volta un po’ agitata. «Maria Antonina, ascoltami, porca miseria!». Sin da piccola, suo padre, la chiamava col suo nome intero, il nome di sua nonna, assegnatole per questioni di tradizione e rispetto nei confronti della madre, solo quando era veramente molto adirato. Per il resto del tempo, un po’ per abbreviare quei due lunghi nomi, un po’ per devozione alla Tigre di Cremona, avevano deciso di chiamarla Mina. Dopo una breve pausa, suo padre continuò: «Paolo è una persona per bene, un brav’uomo e tu non puoi permettere che una persona onesta soffra per un tuo capriccio. O parli con lui e gli racconti tutta la verità o la fai finita con quell’altro immediatamente». Mina impallidì e, serrando la mascella, indietreggiò leggermente dal capezzale di suo padre. Poi con la voce tremante chiese a suo padre: «C… come fai a s-saperlo?». Suo padre si voltò dall’altra parte. Poi disse: «Lo so. Lo so perché lo so». Poi si voltò per un attimo verso la figlia e, vedendo che lei continuava a fissarlo interrogativa e spaventata, continuò, stavolta guardandole le mani: «Lo so perché ti ho sentita qualche sera fa parlare al telefono con lui… con quell’altro… e ho capito che non era Paolo, perché appena hai chiuso la telefonata lo hai subito chiamato». Fece una pausa e dopo un lungo sospiro: «Non fare gli stessi errori di tua madre, Mina». Mina abbassò la testa. Quest’ultima sentenza era stata per lei peggio di qualunque schiaffo suo padre le avesse mai dato. Era stata peggio di una pugnalata al cuore. Amava suo padre. Del fantasma di sua madre invece non era mai riuscita a liberarsi. Era in lei. Per sua sventura somigliava tremendamente a quella donna che disprezzava, che li aveva abbandonati quando lei era solo una bambina, per fuggire con un altro uomo. Avevano gli stessi occhi, gli stessi capelli e, per quanto lei non ne avesse  


34 mai parlato con suo padre, si rendeva conto di quanto per lui tutte queste somiglianze potessero essere dolorose. Ogni giorno faceva i conti col fantasma dell’unica donna che avesse mai amato, e che più di chiunque altro al mondo lo aveva fatto soffrire, imprigionato nel corpo di una figlia che era tutta la sua vita e la sua famiglia. Questa figlia che ancora bambina aveva capito e aveva scelto lui. Questa bambina di quattro anni, che guardando dritta negli occhi sua madre che era tornata a riprenderla dopo qualche settimana, con coraggio le aveva detto: «Mamma il mio posto è qui con papà. Anche il tuo. Se vuoi stare con me, rimani qui con noi». Qualche tempo dopo, già adolescente, aveva rivisto sua madre quasi per caso, in un paese vicino, per strada. Era invecchiata, avvizzita e grigia. Dimostrava diversi anni in più rispetto alla sua età, ma l’aveva riconosciuta subito. Era vestita male, i capelli grigi arruffati e aggrovigliati sulla testa a caso. Non si era fatta riconoscere e non le aveva parlato, ma aveva lasciato che lei la vedesse, che i loro occhi s’incrociassero. Sua madre, forse colpita dalla somiglianza, si era fermata di scatto, turbata. Ma dopo pochi istanti, fingendo impassibilità, aveva continuato per la sua strada, senza voltarsi indietro. Lei aveva sperato che le dicesse qualcosa. Perché questo le avrebbe permesso di urlarle in faccia tutto il suo odio e il suo rancore covato per anni. Le avrebbe permesso di sfogare tutta la sua frustrazione di bambina e figlia non voluta. Ma non fu così. Quale madre si comporta così? Quale madre abbandona sua figlia ancora bambina perché fatalmente soggiogata dalla passione per un uomo? Quale donna lascia il suo uomo da solo con una bimba da crescere? Quella sera Mina, tornando a casa, prese a pugni il mondo, si chiuse nella sua stanza e lanciò qualunque oggetto le capitasse a tiro, urlò con la faccia dentro al cuscino mordendolo d’ira. E pianse. Pianse di rabbia. Pianse tutte le lacrime che aveva. Pianse tutta la notte e poi non pianse più. Da quel giorno non c’era stato amore, delusione e nemmeno funerale, capace di farla piangere ancora. In tutti quegli anni aveva giurato che non sarebbe mai diventata quel tipo di donna. Quel tipo di madre. Ecco perché sentire dalla voce di suo padre quelle parole le aveva fatto a pezzi il cuore. «Senti, Mina. Dicono che ciò che non ti uccide ti rende più forte. Io non sono morto oggi e forse non morirò nemmeno domani. E se tu saprai essere onesta con Paolo, avrai certamente una bella gatta da pelare, e soffrirai, soffrirete entrambi, ma questo vi renderà più forti» disse suo padre. «Ok, papà. Farò come dici. Ma adesso ti prego, riposati!» disse Mina, tornando a rimboccare le coperte a suo padre, abbracciandolo con gli occhi.


35 «Fallo presto però! Perché vivere così, non è vita. Parlo per esperienza». Da quando sua madre era andata via, lei e suo padre non avevano più parlato di lei, del perché, di come questa cosa li faceva sentire e del se e del come l’avrebbero superata. Ma l’avevano superata. Oggi suo padre era diventato una specie di fiume in piena, e straripava onestà e sincerità come se non avesse fatto altro negli ultimi ventiquattro anni che parlare di questa sua tragedia familiare con chiunque. «Papà, non preoccuparti. Io sto bene» disse Mina, ancora una volta evasiva. Nella sua testa riecheggiavano le parole dell’infermiera: solo qualche minuto. Poi lo lasci riposare… «Non parlo di te. Parlo di Paolo» soggiunse suo padre. «Cosa vuoi dire? Non capisco…». «Mina, guarda che anche Paolo sa tutto».

 


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CAPITOLO 7 – ANNA

Anna stava tornando a casa in anticipo quel giorno… in fondo era pur sempre in ferie; ferie mai revocate. Si era solo richiesta la sua presenza per una comunicazione lavorativa importante. E di merda. Nonostante ciò, trascorse un’ora in macchina in mezzo al traffico del pre-ferragosto. Solo che stavolta era come imbambolata. Alla radio della gente chiacchierava animatamente divertendosi e facendo battute. Non riusciva a pensare a niente altro che la proposta lavorativa che aveva ricevuto quella mattina, ciò che comportava, ciò che avrebbe significato per la sua vita professionale e privata. Aveva voglia di tornare a casa e di parlare con Filippo. Filippo era il suo uomo, il suo compagno, il suo miglior amico, il suo focus, il suo Nord e quando parlava con lui delle questioni che l’affliggevano poi si sentiva più centrata, più serena, più capace di affrontarle. Aveva sempre un tono di voce rilassato, un senso pratico invidiabile e una sapiente abilità a dire sempre la cosa giusta nel momento giusto, e questo faceva certamente di lui il grande psicoanalista che era e spiegava la sua agenda fitta di appuntamenti con gente che smaniava per raccontargli i propri problemi. Ma Filippo aveva anche una propensione naturale a prendere la decisione giusta. Con lui Anna trovava la soluzione per una ricetta “che vi stupirò” andata a puttane, per mettere la spesa in frigo come un Tetris senza far cascare tutto ogni volta, sapeva sempre far smettere Giada di piangere e le indovinava sempre l’abbigliamento più azzeccato per ogni occasione. Se è vero che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, Anna andava in giro fiera in un mondo di uomini supportata dal suo grande uomo. Questa volta, però, il quesito rischiava di essere difficile persino per Filippo. Non si trattava di decidere se mangiare o no la carne una terza volta in una settimana, cosa guardare in tv o quale uscita prendere in autostrada per evitare le code. Si trattava del suo futuro professionale. In macchina, cercava di enumerare i pregi e i vantaggi di quella situazione per arrivare preparata all’incontro con suo marito. «Allora… vediamo… Uno. Non è una persona totalmente spiacevole. Era anche un bell’uomo per carità. Se stesse zitto potrebbe pure andar bene. Due. Non gli puzzano le ascelle e non ha l’alitosi. Tre… tre… Non sbaglia i congiuntivi o i pronomi… Almeno credo… non mi pare di


37 avergli mai sentito dire grosse castronerie… Poi… Quattro… Mmm… vediamo… ». Con suo stesso smacco dopo tre punti, nemmeno troppo rilevanti ai fini del lavoro, la sua lista aveva subìto una brutta battuta d’arresto. Provò per pochi istanti a partire dai difetti per trovargli altri pregi ma si dovette auto-censurare quando si accorse che stava enumerando tutte le parolacce che conosceva e che ne stava pure inventando di nuove. Allora provò con un altro esperimento: immaginare il suo capo ideale e rispetto a questo animale mitologico di sua invenzione provare a trovare i punti in comune col suo Stronzo. Finì che immaginava il suo capo ideale come una specie di santone che da sopra un carro distribuiva soldi e caramelle alla folla. Mentre decideva di lasciar perdere era quasi arrivata a casa. Posteggiò l’auto quasi in mezzo alla strada tanto erano sgombri i parcheggi sotto casa sua. Tutti partiti. Tutti già in ferie. Persino il portiere del condominio, quindi aprì il portone con le chiavi. S’infilo dentro e si godette per qualche secondo la frescura dell’androne. Poi prese l’ascensore e arrivò al suo piano. Si sentiva stanca. Tutta quella mattinata di stress, paura e ansia andava rimossa. Voleva solo fare una doccia fredda e poi sdraiarsi sul terrazzino a sorseggiare una birra ghiacciata attendendo il ritorno di suo marito cui avrebbe raccontato tutto quanto dopo essersi opportunamente rilassata. Quando entrò in casa, invece, si accorse che questo non sarebbe stato possibile. Filippo era in studio. Aveva approfittato anche lui di quel giorno in più per risistemarsi alcune carte. Giada era rimasta in casa con la babysitter. Lo sapeva. Lo poteva intuire dall’odore di pop-corn al caramello bruciato che inondava la casa, dall’immensa quantità di giochi sparpagliati ovunque nemmeno fosse esplosa la carretta di un giostraio e dalle urla giocose che provenivano dalla cameretta di Giada. Lucia, la babysitter, aveva solo sedici anni ed era una brava ragazza, sebbene fosse molto disordinata, pasticciona e assolutamente un pessimo modello per Giada, che dopo essere stata con lei qualche ora si trasformava in una piccola selvaggia: mordeva, ringhiava e urlava come un chihuahua idrofobo. Ma Lucia voleva bene a Giada, la trattava come una sorellina, se ne sentiva responsabile, prima di andar via metteva in ordine, o almeno ci provava. Era la maggiore di tre fratelli e soprattutto era la figlia della vicina di pianerottolo che era anche maestra in una scuola materna, quindi, nonostante la sua giovanissima età, questa sua parentela con un’esperta di bambini in qualche modo dava l’idea che, dovesse aver ereditato un minimo di nozioni base, e ciò avrebbe permesso a sua figlia di non rischiare la vita con cose tipo, “si era bagnata e quindi l’ho stesa  


38 al balcone ma poi…” e che in qualche modo entrambe fossero sotto la supervisione di un adulto, capace di gestire i minori e che non si sarebbero strappate gli occhi con le forbici con le punte arrotondate. Questa lista di pregi che avevano permesso di identificare la babysitter estiva ideale era stata redatta ovviamente da Filippo. Probabilmente, se Anna avesse scelto da sola, la scelta sarebbe ricaduta su una costosa e arcigna vecchietta stile signorina Rottermeier di Heidi, che sarebbe finita col redarguire loro due facendoli sentire due pessimi genitori o peggio con il chiamare i servizi sociali, e che avrebbe reso sua figlia capace di passare i test all’accademia militare a due anni e che poi quando avessero avuto più bisogno sarebbe stata irreperibile perché impegnata a girare la nuova serie di S.O.S. Tata. Alla fine a Giada serviva solo qualcuno che stesse con lei qualche ora al pomeriggio, visto che al mattino stava all’asilo, che la facesse giocare, le preparasse la merenda ed evitasse che desse fuoco a tutta casa. Lucia per questo ruolo andava più che bene. Anna appoggiò le chiavi sul mobiletto all’ingresso e procedette a novanta gradi da lì verso la cameretta raccogliendo i giocattoli sparsi per la casa. Arrivò alla cameretta e vi entrò. Fu accolta da un urlo di gioia di Giada che le si fiondò addosso. Poi quando Lucia se ne fu andata, giocarono ancora un po’ insieme finché Giada non iniziò a sbadigliare e fu chiaro che era ora del riposino. Anna le mise il ciuccio in bocca e la sdraiò nel suo lettino. Giada oppose un po’ di resistenza all’inizio, qualche lacrima, ma poi cominciò ad arrotolarsi il dito nei boccoli castani e piano piano il sonno ebbe il sopravvento. Anna chiuse piano la porta della cameretta, si tolse la maglietta, si slacciò i jeans e li accompagnò fino alle caviglie, poi si slacciò il reggiseno e si lasciò scivolare le mutandine. Lasciò tutti i vestiti sul pavimento del corridoio. Poi aprì l’acqua nella doccia e aspettò che fosse appena tiepida. Mentre si lasciava scorrere l’acqua sul viso sentì delle chiavi che entravano nella serratura di casa, la porta che si richiudeva e poi qualche passo nel corridoio. Poi per qualche secondo più nulla. A un certo punto intravide una sagoma familiare di un uomo nudo fuori dalla doccia. Aprì le porte scorrevoli del box e lasciò entrare il marito con lei. Lui la baciò appassionatamente e poi si accarezzarono l’un l’altro con crescente desiderio. Fecero l’amore e Anna pensò che nel suo quadro ideale di recupero delle energie spese in quella giornata infernale tra la doccia tiepida e la birretta gelata sul balcone, quell’intermezzo ci stava benissimo, tanto più che da quando c’era Giada, questo genere d’incontri “da fidanzatini” erano sempre più rari. Le piaceva l’odore della pelle di suo marito, la sua barba e come i suoi occhi riuscivano a farla sentire ancora più nuda di com’era.


39 Trascorsa una mezz’ora, uscirono dalla doccia. Filippo arrotolò un largo telo attorno ai loro fianchi stringendola contro il suo bacino nudo e strappandole una risata e poi le disse bisbigliandole all’orecchio: «Che aveva quindi l’imbecille di tanto importante da farti rientrare tre giorni prima?». Questa domanda la fece ripiombare di botto nel grigiore di quella giornata. Si divincolò dall’asciugamano del marito; essendo rimasta nuda, raccolse i vestiti da terra e s’infilò nella camera da letto. Filippo la seguì e con aria vagamente interrogativa le chiese se avesse detto qualcosa di sbagliato. Lei rispose di no, mentre si rivestiva. Poi, evitando ancora lo sguardo del marito, si spostò in cucina, aprì il frigo e tirò fuori una grossa birra. Nel frattempo Filippo si era infilato una t-shirt e dei bermuda e l’aveva seguita sul terrazzo. Aveva cercato di incontrare in ogni modo i suoi occhi per capire, ma lei era molto evasiva. Poi stanco di attendere uno spontaneo risvolto di quell’empasse le chiese: «BÈ?». Anna iniziò a piagnucolare e raccontare, a raccontare e sbraitare, a sbraitare e piagnucolare. Filippo fu assalito da una fiumana di sconnesse e confuse parti del racconto isterico di quella giornata. Dentro al racconto c’era il traffico, una faccia da zoccola, uno stronzo e una mail che non voleva farsi comprendere, una stagista, una lista di pregi, una proposta, una fusione o un’acquisizione commerciale e un tizio con la faccia da maniaco sessuale. Sembravano gli elementi giusti per un film di Quentin Tarantino. Ma Filippo era abituato a questo modo di raccontare della moglie e riuscì a comprendere quasi tutto o almeno ciò che era importante. Poi quando le pile di Anna si furono finalmente scaricate, la osservò in silenzio per qualche secondo e disse: «Devi accettare. E nel farlo devi pensare due cose. La prima è che in questo momento non puoi fare altro che accettare. Non hai un altro lavoro e quindi ti serve questo. E non lo dico perché io non possa sostenere il peso economico della nostra famiglia, ma perché so come sei tu quando non lavori… Tu non ci vivi. Non voglio ferirti, amore, ma tu non sei fatta per fare la mamma casalinga. La questione non è che hai studiato e sudato per farti una posizione, eccetera… Queste sono seghe mentali. Sai quanta gente viene a studio da me che ha studiato per anni e fatto carte false per fare un lavoro che non ama e vorrebbe reinventarsi a ripartire da zero e non sa proprio come fare? La questione è che per te non esiste il concetto di attesa. Tu non sai aspettare. Tu hai bisogno di tenerti impegnata e di fare mille cose contemporaneamente. Ricordi quando aspettavi Giada? Ti ho dovuto mandare un sms per ricordati che avevi il pre-ricovero. E sei l’unica persona che io conosca che ha tentato di anticipare di due settimane la fine della maternità! Quella poveretta che ti  


40 sostituiva in ufficio durante la maternità l’hai chiamata talmente tante volte in cinque mesi che adesso è una mia paziente e ha ancora gli incubi e sogna il telefono che squilla di notte! In quest’ottica meglio un lavoro qualsiasi che non lavorare. Magari nel frattempo cerca pure qualcos’altro come ti ha suggerito “coso” nemmeno troppo fra le righe. Nel frattempo fagli da portaborse e braccio destro… meglio che niente, no?». Anna si lasciò scappare una smorfia che tradiva ilarità. La storia della collega non era vera ovviamente. BÈ, non tutta almeno. Non era vero che era diventata una paziente di Filippo. Il resto era tutto vero. Ma faceva ridere pensare che nel cercare un analista avrebbe potuto trovare Filippo e magari incontrarla allo studio per caso. A parte questo Filippo aveva ragione. Da vendere. E Anna lo sapeva. E poteva anche bastarle come motivazione. Ma a riprova che era come diceva lui, ossia che non era capace di nessun tipo di attesa, chiese ugualmente: «E il secondo motivo per cui dovrei accettare?». Filippo la guardò e fece un sospiro. Poi disse: «Devi dimostrare a te stessa che puoi farlo. Che puoi superare questo periodo. Che nulla è impossibile per te. Non è vero che nulla è impossibile per te. Ma tu hai bisogno di crederlo. E crederlo ti fa bene. O almeno ti fa meglio che arrenderti a fare la calza a casa tutto il giorno. Se ti arrendessi adesso rimpiangeresti di non averci provato e di non aver dimostrato a “coso” che sei capace di tenere il passo e che sei in grado di reggere questo stress. Devi sbattere tu quella porta prima di aprirne un’altra. È fondamentale». Si guardarono per un lungo interminabile momento in silenzio. Poi Filippo sorseggiò la sua birra, che nel frattempo era diventata tiepida. Anna continuò a fissarlo per qualche secondo mentre il sole estivo tramontava. A volte il modo in cui lui indagava gli angoli più reconditi del suo animo le faceva paura. Era qualcosa che superava la psicologia. Lui la conosceva veramente. E pensare di essere totalmente trasparenti per qualcuno può spiazzarti. Poi il pianto disperato di Giada, che si era appena risvegliata, probabilmente molto affamata, la trascinò a forza fuori dai suoi pensieri.


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CAPITOLO 8 – ALICE

Alice seguì il dottor Masini all’interno della stanza dove era ricoverato suo marito Vittorio. O meglio quello che fino ad allora lei aveva considerato tale. Quando entrò, lui era lì. Nel letto ancora sotto l’effetto dell’anestesia. Dormiva beato. Spesso Alice lo aveva visto dormire così. Spesso si era fermata a guardarlo nel sonno prima di addormentarsi e si era sentita molto fortunata pensando di avere al suo fianco un marito fantastico e un padre esemplare. Spesso aveva provato a immaginare i suoi sogni e si era sentita in simbiosi con lui prima di addormentarsi. Era un’immagine così familiare eppure così estranea a un tempo. Non riusciva a non immaginare suo marito che si dimena sotto il corpo di un’altra donna. Una frenetica e assatanata cavallerizza algida e bellissima come le pornostar che incontrano e abbracciano le più torbide fantasie dell’uomo medio. Se la immaginava prima bionda e giovanissima su suo marito a contorcersi e urlare infuocata di libidine, poi mora e con due enormi seni che disegnavano a ogni salto due circonferenze perfette nell’aria il cui movimento era scandito da spasmi di godimento, infine rossa misteriosa e con lineamenti dell’est e un bellissimo sedere sodo avvolto in una lingerie nera inverosimilmente eccitante. Poi immaginava questa folle corsa che si arresta d’improvviso e che sfocia impietosa in un gemito di dolore e poi un urlo di paura. Se la immaginava così. Un incontro quasi più simile alla lotta greco-romana che al sesso. Qualcosa di molto forte e violento, profondamente carnale e poderoso. Poi per qualche istante immaginò se stessa in questa veste di amante voluttuosa e di colpo il pensiero svanì. Non ci riusciva. Non era per lei. Non sarebbe mai riuscita a fare a pezzi il pene di suo marito con un forte colpo di reni per quanto si potesse sforzare e impegnare. La donna che glielo aveva portato via doveva quantomeno essere una professionista del sesso. Lei, con la sua seconda di reggiseno e la sua cellulite, non avrebbe mai potuto competere. Lei che ogni tanto, mentre facevano l’amore, si dimenticava gli occhiali sul naso. Lei con la sua biancheria intima spaiata e a fantasie da quindicenne. Lei che, se si distraeva un attimo, era subito più pelosa di suo marito. Lei che l’amore lo faceva normale e non era capace di quelle acrobatiche esibizioni da far invidia agli Orfei e di  


42 quei godimenti così eclatanti. Lei era solo una moglie. Non avrebbe mai saputo essere un’amante. Eppure non riusciva a odiarle le amanti. Era solo invidiosa. Avrebbe voluto essere capace di immaginarsi in quella veste, essere anche lei una di “quelle”. Una di quelle che passeggiano per strada e lo sai che sono delle amanti perfette perché attirano subito l’attenzione di tutti gli uomini nel raggio di un centinaio di metri. Quelle che non camminano ma sculettano a velocità ridotta dalla moviola, che a ogni passo sprizzano erotismo da tutti i pori e calamitano le attenzioni dei maschi su di se, continuando a spandere feromoni nell’aria come pollini in primavera. Quelle che gli uomini li possono scegliere come al mercato da quanti ne avvinghiano ogni istante nella loro rete, incuranti che siano liberi, fidanzati, sposati. Cacciatrici per vocazione e finte prede di avances di ogni tipo, capaci di trasformare gli ortaggi in simboli fallici semplicemente brandendoli dal fruttivendolo per constatarne la maturità e che non sono capaci di preparare un dolce o lavare una macchina senza che quest’atto non diventi uno spettacolo hard degno delle migliori vetrine del Red Light District di Amsterdam. Quelle che la vita le ha benedette negando loro una qualsiasi smagliatura, che non conoscono il mascara che cola, il rossetto sui denti, l’insalata tra gli incisivi, le calze sfilate, lo smalto sminchiato. Quelle che sono sempre impeccabili e perfette e che anche dopo un’intera giornata profumano ancora di buono, di peccato e di matrimonio in frantumi. Improvvisamente, mentre era immobile a due metri dal letto, con la mente che viaggiava a mille all’ora in questo universo ideale per soli uomini, sentì che suo marito mugugnava qualcosa. Stava riprendendo conoscenza. Si avvicinò per guardarlo meglio, per essere lì mentre si risvegliava. Voleva riservargli il suo sguardo più duro, carico di tutto l’odio e di tutto il disprezzo di cui una donna tradita era capace. Era pronta. Pronta a vomitargli addosso il suo disprezzo e pensava che avrebbe probabilmente pure potuto ucciderlo in quel momento. Poi Vittorio dischiuse gli occhi. Prima di essere completamente cosciente la guardò e iniziò a piagnucolare: «Perdonami amore mio! Perdonami... Spero… che tu potrai perdonarmi…» e continuava a piangere e lamentarsi. Provò a tirare fuori di sé l’odio, il disprezzo e il rancore che si era ripromessa di scagliare su quell’uomo da niente, su quel traditore. Ma in quel momento, inspiegabilmente, non riuscì a non provare un moto di pietà per quell’uomo che amava o che aveva amato e che adesso, struggendosi dal dolore, non le appariva più come l’impavido traditore delle fantasie scabrose di qualche istante prima, ma era di nuovo il suo


43 uomo. Il marito ideale. Il padre di suo figlio. Un uomo che lei amava, nonostante tutto, e che soffriva in un letto d’ospedale. Che soffriva per il male che le aveva fatto e che era stato punito per una sorta di legge del taglione con la punizione che ogni donna tradita vorrebbe infliggere al suo maschio traditore. Non riuscì a controllare il suo istinto e, mentre lui continuava a implorare il suo perdono, appoggiò due dita sulle labbra di Vittorio. Di tutte le cose cariche di veleno e malvagità che aveva in serbo per lui, dalle sue labbra non ne uscì neppure una. Riuscì solo a dire con tenerezza: «È tutto a posto. Stai tranquillo».

 


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CAPITOLO 9 – MINA

Mina non riusciva a credere a ciò che le aveva detto suo padre, prima che l’infermiera la buttasse quasi di peso fuori dalla stanza. Anche Paolo sa tutto. Queste quattro parole riecheggiavano nella testa di Mina senza avere un significato ma incutendole un immenso terrore. Paolo sa tutto? E perché non mi ha detto nulla? Perché sta fingendo di non sapere nulla? Vorrà aspettare il momento buono per dirmelo? Per umiliarmi? Perché se no si starebbe portando dentro questo segreto? E perché papà è suo complice? E lo ha saputo prima Paolo o papà? E Lorenzo? Paolo sa anche questo? Papà dice che sa tutto. Se sapesse tutto davvero, dovrebbe sapere anche che l’altro è Lorenzo. Rovinerà anche la sua vita? Si picchieranno? Gli farà del male? Lo dirà a Susanna? Susanna mi odierà e non vorrà più saperne di me. Magari Susanna lo sa già anche lei? E magari sono complici e hanno ordito insieme un complotto per distruggerci. Quante persone lo sanno? E come fanno a saperlo? È stato qualcuno che ci ha visto? È stata Angelica, la segretaria dello studio? E come fa a saperlo? Ci ha visti? Quella pettegola! Le mangerò gli occhi lunedì! Lo saprà tutto lo studio? Perderò anche il lavoro? I suoi pensieri sfrecciavano rapidi nella sua testa da una parte all’altra, come le palline impazzite di un flipper. Aveva mal di testa e nausea. Per un attimo si appoggiò al muro del corridoio del reparto credendo di svenire. Poi d’un tratto un brivido lungo la schiena la scosse quando si ricordò che Paolo la stava aspettando fuori dell’ospedale. Come poteva guardarlo negli occhi sapendo di tradirlo e che anche lui sapeva tutto. Non sarebbe riuscita a mentire a lungo e avrebbe finito col tradirsi o con lo scoppiare in lacrime aggredita dal rimorso e dilaniata dal senso di colpa. Una cosa era certa, non poteva nascondersi per sempre dentro l’ospedale. O sì? Paolo sapeva dove si trovava, è vero, e tra un po’ sarebbe venuto a cercarla. Magari non essendo tecnicamente un familiare non lo avrebbero lasciato passare, ma non avrebbero potuto fermarlo a lungo: all’orario di visita avrebbero dovuto lasciarlo passare. Lei a quel punto avrebbe potuto nascondersi a giorni alterni negli altri reparti mischiandosi ad altri parenti in visita. Ostetricia e ginecologia. Quello era un bel reparto: sempre pieno zeppo di gente che viene a vedere neonati e neomamme, lì


45 avrebbe potuto nascondersi anche per delle settimane. Ma Paolo l’avrebbe cercata. Lorenzo l’avrebbe cercata. Lo studio l’avrebbe cercata. Qualche ostetrica avrebbe finito col notarla e allora la polizia prima o poi l’avrebbe cercata e trovata. Capì che quella fantasia era una sciocchezza e decise di raggiungere, seppur a malincuore, il suo destino. Percorse il corridoio del reparto, poi le scale e tutto il tragitto fatto all’andata con l’infermiera con un incedere a metà tra il dinosauro che sta per estinguersi e un condannato a morte che va verso il patibolo. Arrivò finalmente fuori dall’ospedale e riconobbe poco lontano la Opel Agila verde di Paolo. Lui era appoggiato alla portiera con la testa china a digitare qualcosa sul cellulare. Magari suo padre gli stava dicendo che le aveva detto tutto, così da accelerare i tempi del complotto. Poi ricordò che suo padre molto probabilmente non aveva il cellulare con sé in ospedale, essendo arrivato lì con l’ambulanza. Arrivò alla macchina e il rumore dei suoi tacchi sull’asfalto di quella strada semi-deserta fece alzare gli occhi a Paolo dal suo telefono. Maledisse i tacchi, il momento in cui quella mattina li aveva indossati e il giorno in cui aveva imparato a camminarci sopra. Paolo le fece un mezzo sorriso triste e lei riuscì a capire, leggendo le sue labbra, attraverso il finestrino chiuso: «Mi dispiace grissino!». Paolo la chiamava grissino da prima che si mettessero assieme. Era il suo modo carino di dirle che era magra, ma meravigliosamente funzionale ai suoi appetiti. Così diceva lui. Mina girò attorno alla macchina senza guardarlo e poi aprì lo sportello e si sedette sul sedile passeggero. Era febbricitante di paura. Non disse nulla. Stava per dire qualcosa ma Paolo quasi non le diede il tempo e incalzò: «Quindi? Come sta? Lo hai visto? Si riprenderà? Ma cosa ha avuto di preciso? Quando lo fanno uscire? Ti ha riconosciuta? Era lucido? Lo opereranno? Ti è sembrato tranquillo? Ha avuto paura? Insomma dimmi qualcosa…». In quel momento Mina pensò a tutte le domande che si era appena fatta sulla sua relazione con Lorenzo e su quanto suo padre le aveva rivelato quel pomeriggio e si rese conto di essere stata così concentrata su se stessa da non essersi posta nessuna di quelle domande e si sentì miserabile e ingiusta. Si sentì una pessima figlia e si rese conto di quanto Paolo fosse più figlio di suo padre di lei. Questo forte senso di colpa, più forte in quel momento di quello che provava per Paolo, si incontrò con un terzo senso di colpa: quello per aver creduto Paolo capace di un complotto. Questi tre sensi di colpa salirono a gran velocità spinti dal sangue lungo le vene, le fecero avvampare le guance e le riempirono gli occhi di lacrime. Ma si sforzò di non piangere. Pensò che probabilmente  


46 suo padre stesse farneticando o chissà che diavolo avesse sognato. In fondo non le aveva mai parlato così apertamente neppure di sua madre. Mentre i sensi di colpa le corrodevano il viso, notò che Paolo aspettava ancora delle risposte. Sempre senza guardare il suo ragazzo disse quasi sottovoce: «Lo tengono sotto osservazione per qualche giorno… No… Non lo operano. L’infermiera ha detto che non è necessario… È stata solo una piccola ischemia». «Povero Grissino! Mi spiace tanto per Adelmo. Lo sai che gli voglio bene. Se fosse necessario fare le notti in ospedale e a te non ti facessero restare, basta che tu lo dica». «Paolo…». Cercò di interromperlo. Ma lui era un fiume in piena. Un fiume in piena di premure e attenzioni insopportabili. Ne era sicura. Suo padre farneticava. «Ma tu come stai?» continuò lui. «Sarai distrutta eh, Grissino? Hai mangiato qualcosa? Ora andiamo da me e ti preparo una cenetta. Mentre preparo potrai farti una doccia se vuoi. Oppure ordiniamo una pizza ai peperoni e ce la mangiamo sul divano guardando un bel film… che ne dici? Scegli tu». «St-sto bene». Poi sempre sottovoce cercò nuovamente di attirare la sua attenzione: «Paolo…». Stavolta Paolo, forse perché aveva esaurito le domande, si zittì e curvandosi verso di lei, sempre tenendole gli occhi incollati addosso, disse: «Dimmi, amore». «Paolo… dobbiamo parlare…». Poi più risoluta aggiunse: «Ti devo parlare!». Paolo si fece serio, come se avesse intuito, o peggio, come se conoscesse l’argomento: «Sì. Lo so».


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CAPITOLO 10 – ANNA

Anna quella sera a cena era molto silenziosa. Filippo giocava con Giada a far atterrare rumorosi aeroplanini a forma di cucchiaio, colmi di cibo, dentro la bocca-hangar ed entrambi sembravano non accorgersi della sua scarsa partecipazione alla cosa. Le parole di suo marito le avevano dato una linea direttrice esattamente come sperava. Solo che non immaginava che suo marito avesse di lei questa visione: una stakanovista fredda, ostinata e incapace di occuparsi della casa; o che, peggio, della propria casa non regge il ritmo. E se fosse stata quella la vera sfida che il destino le poneva davanti? Doveva davvero scegliere tra quel lavoro che le veniva gentilmente offerto e rappresentava un ritorno alle origini, un salto indietro nel tempo, prefigurandosi, dati i soggetti chiamati in causa, come un inferno in terra o se rimanere in tempi tanto duri a casa a far la calza, vivendo nel terrore di commettere uno sbaglio fatale? Oppure la scelta che era chiamata a fare era un’altra? Magari in realtà veniva chiamata a riflettere sulla sua vita e sul rapporto con la sua casa e la sua famiglia che fino a questo momento erano sempre venuti dopo alla sua carriera. Forse Filippo aveva fatto il giochino della psicologia inversa per indirizzarla verso una rinuncia e farle godere maggiormente il tempo. Il tempo con sua figlia, soprattutto. Giada? La vedeva poco. Dal lunedì al sabato di mattina era all’asilo, poi stava con la baby-sitter. Quando tornava a casa suo marito si era già occupato di fare la spesa, fare il bagno a Giada, farla cenare. Filippo molto spesso preparava la cena anche per loro due e quando non era lui a occuparsene andavano a cena fuori o prendevano una pizza, del sushi, il kebab o altri piatti pronti rimediato di fretta nel banco frigo del supermercato dietro casa in orario di chiusura. Le faccende in casa le faceva una signora che veniva tutti i giovedì per pulire l’appartamento e tutti i venerdì per stirare le camicie di Flippo. Da oltre un anno lei finiva per lavorare mezza giornata da casa anche il sabato e la domenica. Si portava avanti come poteva sul lavoro della settimana con il portatile o con il cellulare. Per la sua famiglia e la sua casa sembrava non esserci spazio. E se il destino si fosse inventato questo tiro mancino per costringerla a rivedere le fondamenta del suo rapporto con il lavoro? Se  


48 la stesse ponendo di fronte a una revisione obbligata della sua intera esistenza e dei suoi ruoli di moglie e madre? Sapeva come si chiamava il peluche di sua figlia? Sapeva stirare una camicia? Sapeva ancora fare la spesa? SĂŹ. Forse. Ma perchĂŠ suo marito non la riteneva capace di reggere il passo e di tenere il ritmo? Andarono a letto presto quella notte. Ma fu una lunga notte, piena di pensieri.


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CAPITOLO 11 – ALICE

Alice sedeva al bar dell’ospedale da sola, in uno stato di desolazione disarmante. Addosso ancora i vestiti scombinati di quando era uscita da casa, uno sguardo vitreo e perso nel nulla e un macigno sul cuore. Non aveva ordinato nulla, ma ai gestori e ai camerieri del bar bastò guardarla per capire che non era necessario insistere. Alice era persa nelle sue angosce. Nella sua testa ancora il tradimento del marito e il crollo di ogni sua certezza, l’odio per se stessa per non aver saputo dire a suo marito ciò che pensava di lui, l’imbarazzo per il fatto di trovarsi lì per ragioni che non potevano non trasformarla nella barzelletta dei suoi amici, del palazzo e del quartiere, l’ansia per ciò che sarebbe stato del loro rapporto e della sua famiglia, per come tutto questo sarebbe ricaduto sul piccolo Luca. Le condizioni di salute di Vittorio, pur non passando del tutto in secondo piano, erano comunque ciò che si era meritato per la sua infedeltà, inutile negarlo; in più, il lento recupero delle sue normali condizioni sarebbe stato a ogni modo immensamente più rapido del desiderio di Alice di ricongiungersi col marito nell’intimità. Tutto passava sul comune denominatore della fiducia violata, fiducia che non esisteva più o che comunque si era profondamente e irrimediabilmente lacerata. Povero piccolo Luca! L’immagine degli occhi gioiosi e felici del suo bambino che diventavano velati di tristezza come i suoi era una violenza che non poteva permettere. Lui amava il suo papà: erano amici del cuore, compagni di giochi. Luca lo cercava sempre quando lui era al lavoro e quando finalmente tornava a casa, Luca non se ne separava un attimo. Lo seguiva in bagno mentre faceva pipì, in camera da letto mentre si cambiava, a cena mangiava solo se a imboccarlo era lui, si addormentava abbracciato a lui e al mattino quando Vittorio si staccava da Luca per andare al lavoro, il bambino rimaneva inconsolabile per almeno un’ora. Alice e suo fratello erano figli di genitori divorziati. Suo padre aveva tradito sua madre un’infinità di volte. Lei riusciva a ricordare le corse in macchina con una mamma ossessionata che pedinava papà per la città senza riuscire mai a coglierlo sul fatto. Restavano delle ore ferme a fare appostamenti che non portavano a nulla. Alla fine un giorno sua madre però riuscì a beccarlo. Era distrutta. Di che cosa può farsi fregio una  


50 donna che riesce in un intento del genere se non di un grosso dolore? Dopo il divorzio, i suoi genitori erano rinati. Si rispettavano pure più di prima e andavano più d’accordo con i figli. Ciò che la rendeva maggiormente fiera di sé e del marito era proprio l’orgoglio che poteva sbandierare davanti ai suoi genitori, eccellendo dove loro avevano miseramente fallito. Poteva dare a suo figlio una famiglia unita e felice, un padre presente, una madre serena e appagata… fino a ieri. Oggi il suo mondo si era capovolto e non sarebbe mai più tornato a posto. Mentre continuava ad affossarsi in questi tristi pensieri come nelle sabbie mobili, l’ombra di un uomo le si fermò davanti. Alzò lo sguardo come se avesse aperto gli occhi dopo un lungo sonno e lo fissò. Lo guardò e per qualche secondo ebbe la sensazione di conoscerlo, ma non riusciva a mettere a fuoco chi fosse. Poi di colpo la soluzione. Era il dottor Masini. Una delle tante facce che in quella giornata da incubo erano state attrici importanti, protagoniste, senza lasciare un segno. Probabilmente non lo aveva riconosciuto perché non aveva la tutina verde e il camice. O forse semplicemente perché non era pienamente in sé. Ma poco importava, visto che probabilmente il dottor Masini non se ne era neppure accorto. «Buonasera» esordì con un mezzo sorriso e un tono di voce pacato e tranquillo. «Posso sedermi qualche secondo qui con lei?». «S-sì…» disse Alice incerta. Sperava di riuscire a trasferire al dottore una certa tranquillità e un buon grado di educazione e cortesia, ma di fargli ugualmente capire che aveva tutta l’intenzione di starsene sola. «Non prende nulla da bere? Un aperitivo?» disse il dottore con la solita gentilezza. «No, grazie!» rispose Alice sorridendo in modo un po’ costruito. «Qualcos’altro? Un caffè? Un the?». «No, davvero. La ringrazio, ma sono a posto. E poi devo andare a recuperare mio figlio per farlo cenare. Sa, ha due anni e se non mangia all’orario giusto diventa nervoso» disse Alice, sperando che la sua scusa fosse convincente, mentre accennava ad alzarsi. «Da chi si trova adesso il suo bimbo… ha detto che si chiama…?». «Luca» disse Alice un po’ fredda, come se il dottore stesse diventando un po’ invadente. «E si trova dalla mia vicina. È una persona di mezza età. È pazza di Luca» si giustificò rapidamente, forse per non sembrare oltre che una moglie sostituibile, una madre poco accorta. «Però non vorrei approfittarne, capis…». «Suvvia, signora Milici» disse il giovane medico sfiorandole leggermente un polso e sfoderando il suo sorriso migliore, sempre in modo gentile e poco invasivo. «Almeno un caffè!». Sapeva il dottore, che se avesse trasformato questa richiesta in un diritto da arrogarsi in funzione dei suoi meriti di quel giorno, avrebbe potuto sortire un effetto


51 opposto. Per esempio se avesse detto In fondo ho operato suo marito o suo marito sta bene grazie a me avrebbe potuto rischiare, date le circostanze, di sentirsi dire che avrebbe fatto meglio a lasciarlo morire o di fare incancrenire il suo pene. Quindi si limitò ad aggiungere: «Ho qualcosa da dirle; le ruberò solo pochi minuti». Alice lo fissò e, sebbene in modo del tutto incosciente, fu soggiogata più dal suo sorriso seducente che dalla curiosità di ciò che il medico avesse avuto da dirle. Lentamente e con un po’ di sufficienza si rimise a sedere e bisbigliò: «OK… un caffè…». Il dottor Masini quasi entusiasta alzò il dito indice verso la ragazza dietro il bancone del bar e chiese: «Ci porta due caffè, per favore?». Poi, rivolgendosi nuovamente ad Alice, disse: «Non ho avuto modo di dirle quanto sia dispiaciuto». Alice lo interruppe: «Di cosa?». «In primo luogo che lei sia venuta a conoscenza da me… di questa cosa… in questo modo». Poi dopo una piccola pausa, abbassando gli occhi aggiunse: «È davvero spiacevole, ma non avrei mai potuto immaginare che… sono stato superficiale…». Alice disse: «Dottor...». Non ricordava il nome del suo interlocutore e fece una pausa che intendeva, quasi con sdegno, farlo notare. «Masini!» intervenne il dottore. «Ma, la prego, mi chiami Giulio, se preferisce. E mi dia del tu. Avremo penso quasi la stessa età…». «Dottor Masini» soggiunse Alice un po’ sdegnata, ignorando la richiesta del giovane medico di rimuovere quel velo di formalità. «Non vedo per quale motivo lei si senta in colpa. Ha soltanto fatto il suo lavoro. Ha avvisato la moglie di un suo paziente che l’ospedale necessitava dei documenti». Il dottor Masini, aggiunse con aria mortificata: «No. Il mio è stato un comportamento superficiale. Avrei dovuto aspettare che suo marito si risvegliasse per chiedere a lui le informazioni mancanti». Alice si allontanò di scatto con la sedia totalmente sdegnata e incrociando le braccia sul petto disse quasi furente: «Dottor Masini, si sta per caso scusando di avermi svelato la doppia vita di mio marito? Sta forse quindi sostenendo che sarebbe stato meglio se io avessi continuato a vivere all’oscuro di tutto questo? In questo modo mio marito avrebbe potuto continuare a tradirmi recitando la parte del marito fedele e io avrei vissuto un’esistenza dorata, ignorando che tutta la mia vita fosse solo una grande bugia?». Era furiosa e andava ormai a ruota libera come un treno: «Pensa forse che sarei stata più felice vivendo di bugie? Pensa forse che sarei stata meglio, nutrendomi di questa farsa per degli anni, scoprendolo magari per caso mentre amoreggiava con qualche bella  


52 ragazza per strada o al supermercato o al parco? E se un giorno lo avesse visto mio figlio? Pensa che sarebbe stato meglio se un bambino avesse scoperto suo padre con un’altra donna? Quindi lei è d’accordo che i tradimenti non dovrebbero essere rivelati…». Il dottor Masini spalancò gli occhi e si affrettò a correggere: «No, no, no! Credo che lei mi abbia frainteso. Ciò che mi dispiace è solo che lei abbia dovuto soffrire per causa di una mia leggerezza». I caffè, arrivano in quel momento, ma nessuno dei due sembrava accorgersi della ragazza che li aveva portati. «Io penso invece di aver capito benissimo». Aggiunse Alice: «E credo che lei si stia giustificando, cercando per altro di accattivarsi la mia simpatia, solo per evitare che la sua leggerezza in qualche modo le costi cara. Stia pure tranquillo. In questo momento ho troppe cose per la testa per potermi preoccupare pure di fare altro polverone intorno a questa faccenda. Ho già molto da fare con un marito traditore per occuparmi anche di chi stia dalla sua parte. Ora, col suo permesso, vado a prendere mio figlio dalla vicina» e nel dire questo si alzò di scatto dalla sedia e si allontanò. «La prego, aspetti… Mi ha totalmente frainteso…» disse il dottor Masini, alzandosi anche lui, mentre lei si allontanava dal tavolino e si dirigeva verso l’uscita del bar lasciando la tazzina di caffè intatta sul tavolo. «Arrivederci, dottor Masini» lo salutò, lasciandolo lì e uscendo. Anche il dottor Masini lasciò il suo caffè intatto e andò alla cassa a pagare avvinto dallo sconforto. Poi guardò di nuovo verso l’uscita attraverso la quale era appena passata Alice, sperando per un istante che potesse tornare indietro.   )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD

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Corna  

Francesco Agnello, romance Tre storie e tre protagoniste. Anna, donna in carriera, felicemente sposata e madre della piccola Giada, alle pre...

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Francesco Agnello, romance Tre storie e tre protagoniste. Anna, donna in carriera, felicemente sposata e madre della piccola Giada, alle pre...

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