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In uscita il 28/9/2018 (15,00 euro) Versione ebook in uscita tra fine settembre e inizio ottobre 2018 (3,99 euro)

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LUISA MARTUCCI

BLU NOTTE FINALISTA AL PREMIO 1 GIALLO X 1.000 Â

ZeroUnoUndici Edizioni


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BLU NOTTE Copyright © 2018 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-9370-228-7 Copertina: immagine Proposta dall’Autore

Prima edizione Settembre 2018 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


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IL CASO GIUSSARDI

Iniziò come un giorno qualsiasi. Il tempo era deprimente e nebbioso, com’è spesso a gennaio, a Torino e, come ogni mattina da circa sei mesi, uscii di casa alle otto, presi la metropolitana e scesi alla stazione XVIII Dicembre. Da Porta Susa a via Barbaroux camminavo, passando per piazza Statuto e poi via Garibaldi: era un tratto piuttosto lungo, ma serviva a sgranchirmi le gambe e gustavo l’atmosfera del centro, grigio e freddo e severo, mi fermavo al bar a prendere cappuccino e brioche e compravo qualche banana o un paio di mele, da sgranocchiare a metà mattina, al mercato di corso Valdocco. Fino a poco prima, quel breve pellegrinaggio quotidiano rinnovava ogni giorno il mio entusiasmo perché terminava nel posto più bello del mondo: il mio ufficio, la sede di un’attività tutta mia, dove avrei svolto il lavoro che avevo sempre sognato, fin da bambino: una fortuna concessa a pochi. Anticipavo i casi che avrei seguito, immaginando che quel percorso rituale mattutino mi sarebbe servito per evocare intuizioni, elaborare soluzioni. Quella mattina, però, nonostante in centro non ci fosse la nebbia, ma anzi un barlume di sole malaticcio, non funzionarono neppure il cappuccino e il cornetto con la Nutella per risollevarmi il morale. Erano già le nove e trenta, ma non importava, perché nulla di urgente mi aspettava, non c’era nessun lavoro da fare.


5 Era tempo di ammettere che la mia iniziativa imprenditoriale stava naufragando: in quei mesi, come detective indipendente, avevo svolto soltanto due piccoli incarichi, ceduti per compassione dall’agenzia presso la quale avevo lavorato come dipendente e nei giorni successivi avrei dovuto chiudere la baracca e tornare strisciando dal mio ex datore di lavoro. Usufruendo delle agevolazioni concesse dal governo ai giovani imprenditori, mi ero messo per conto mio: avevo comprato qualche mobile al Balon e avevo fatto pubblicità in rete e con volantini, avevo sparso la voce tra amici e conoscenti miei e dei miei genitori, vecchi compagni di scuola, vicini di casa e negozi, ma nessuno pareva avesse bisogno di un investigatore privato. Inoltre l’avvocato chiedeva una cifra esorbitante per il buco che mi subaffittava nel suo studio, più un ripostiglio che un ufficio in realtà, senza finestra, con l’unico vantaggio di poter stampare un indirizzo prestigioso sui biglietti da visita. Avevo problemi di soldi anche per l’affitto di casa, perché la mia ragazza se n’era andata lasciandomi la sua parte, più metà delle spese, da pagare e, dato che avevo trent’anni e facevo sfoggio di indipendenza, non volevo ricorrere a mamma e papà. L’avvocato era in tribunale e in studio c’erano solo due praticanti e la segretaria. Marina, che prendeva le mie telefonate, non perché la pagassi ma perché le ero simpatico, mi informò con una smorfia imbronciata e un cenno negativo del capo che nessuno mi aveva cercato. Nessun miracolo all’ultima ora. Mi feci strada tra le scrivanie IKEA dei praticanti, in contrasto con le barocche librerie del nonno e i quadri di oscuri pittori ottocenteschi appesi ai muri, ed entrai nel mio sgabuzzino, tolsi il portatile dallo zaino


6 e lo posai sul tavolo malandato. Pochi minuti dopo entrò Marina, come spesso accadeva quando il capo era fuori. Era carina, in jeans e maglietta aderenti, grossi orecchini dorati a piramide, piercing alla narice; lavorava con un contratto a tempo determinato di tre mesi. «Caffè?» mi chiese. «Grazie, tesoro», risposi, anche se avevo preso il cappuccino da poco. Dopo cinque minuti, tornò con due bicchierini di carta. «Vedo che non c’è più la cicciona», commentò osservando il mio desktop, dal quale avevo tolto la foto di Monica, sostituendola con una veduta di New York. «Non era cicciona.» «Di sicuro lo sembrava, con quella faccia rossa e paffuta da Heidi.» Prima che potessi rispondere suonò il suo telefono e schizzò via. Rimasto solo, trascorsi un’ora inconcludente navigando in rete a casaccio, dopodiché infilai di nuovo la giacca a vento e uscii: alle undici andavo tutti i giorni alla vecchia agenzia con il pretesto di salutare i colleghi, ma in realtà sperando che l’ex capo mi buttasse un osso da rosicchiare. La sede era vicino a Porta Nuova e qualche volta ci andavo in metro, qualche altra a piedi, percorrendo via Garibaldi e via Roma. Quel giorno era uscito un bel sole e decisi di camminare: arrivai a destinazione a mezzogiorno meno un quarto, giusto in tempo per scambiare due chiacchiere con il titolare e poi andare al Brek in piazza Carlo Felice a mangiare una pasta. Nella sala d’attesa c’era una donna: una signora piacente intorno ai cinquanta, tinta bene, truccata, piuttosto elegante in un


7 cappotto di pelliccia finta e tacchi alti, con un paio di gambe ancora discrete. Non riuscii a ricordare dove l’avessi già vista. «Fulvio Rangoni!» disse, e riconobbi la voce. Prima di tutto mi sovvenne la casa a due piani in via Leopardi, con il giardino, l’ingresso salone arredato in stile moderno, la scala che portava alle camere da letto al primo piano, la camera di Marcello, con il manifesto degli AQUA su una parete e quello della JUVENTUS sull’altra, il tavolino porta-computer e la scrivania macchiata d’inchiostro sulla quale studiavamo latino e matematica. Marcello Giussardi. Non ci vedevamo dai tempi del liceo, ma di recente avevo letto sui giornali e sentito alla televisione della morte di suo padre. Quasi certamente ammazzato, con un colpo d’arma da fuoco, nell’ufficio della sua azienda, la GIU.STAMP., un’officina di stampaggio lamiere. Ci eravamo visti ancora qualche volta durante il primo anno di università, io iscritto a legge e Marcello a ingegneria, ma poi ci eravamo persi di vista, benché abitassimo nello stesso quartiere. La famiglia Giussardi viveva semplicemente, nonostante avessero soldi grazie alla fabbrichetta: il padre era il tipico uomo che si è fatto da sé, con braccia robuste, mani callose e modi spicci e la villetta era comoda ma senza pretese, nella cintura metropolitana, non lontana dall’officina. La signora Giussardi era una bellezza da giovane: io, ragazzino, la mangiavo con gli occhi e di notte, nel letto, fantasticavo su di lei. C’era anche una sorella che circolava per casa, uno sgorbietto magro con le gambe troppo lunghe e i capelli scuri e lisci. È strano come lo scorrere del tempo allontani le persone e i ricordi: apprendendo la notizia della morte violenta di Ettore


8 Giussardi non ero rimasto particolarmente colpito perché apparteneva a un passato che ormai sembrava remoto. «Signora Giussardi», le dissi, «ho saputo della disgrazia, condoglianze.» «Grazie, Fulvio… non sei cambiato molto, ma tu, di’ la verità, non mi hai riconosciuta. L’ho capito da come mi hai guardata. Eh sì, gli anni passano… che bei tempi quando venivi a studiare da Marcello.» Rimasi indeciso se farle un complimento, rassicurandola che anche lei non era cambiata, o affrontare l’argomento della morte di suo marito, che troneggiava nella piccola stanza come un elefante ignorato di proposito, ma alla fine scelsi la domanda più innocua: «E Marcello, come sta?» Il viso di Manuela Giussardi, sciupato dall’età e dai dispiaceri, si accigliò ulteriormente. «Così… ma dimmi di te… che strano vederti qui. Hai bisogno di un investigatore anche tu?» «No… veramente… sono io un investigatore.» «Ma davvero? Sì, ricordo che ne parlavi già allora, dicevi che avresti fatto il detective privato, ma io non ci credevo… spesso i ragazzi vogliono diventare astronauta o pilota o qualcosa di fantasioso, ma poi fanno quello che possono… scusa, Fulvio, sono stata inopportuna. Mi fa molto piacere che tu sia riuscito nel tuo intento, ti faccio i miei complimenti. Lavori qui?» «Ci lavoravo prima. Ora mi sono messo per conto mio.» Omisi il dettaglio che avrei chiuso bottega tra poco. «Davvero? Io sono venuta qui per ingaggiare un investigatore privato, ma quasi quasi do l’incarico a te. Visto che tu ci conosci,


9 metà del lavoro è già fatto… sempre che tu sia disponibile!» Grazie al sorriso, che la ringiovanì di un decennio, e all’opportunità che mi offriva, rividi un lampo della Mrs. Robinson dei miei sedici anni. Feci uno sforzo per frenare il mio entusiasmo. «La signora Giussardi ha senz’altro la precedenza. Ma senta, stavo per andare al Brek a mangiare qualcosa, perché non mi fa compagnia e intanto ne parliamo?» «Non ho molto appetito… ma sì, è più simpatico parlare a tavola che in ufficio.» Ce ne andammo alla chetichella. Trovammo un tavolo libero, non ancora ripulito dai resti del pranzo precedente, vi posammo i vassoi e ci togliemmo i cappotti. Nel fisico la madre di Marcello si era mantenuta molto bene: la gonna aderente e il maglioncino a collo alto rivelavano un corpo non molto diverso da quello delle mie fantasie adolescenziali. Mescolava l’insalatona svogliatamente e, dopo un po’, posò la forchetta di plastica sulla tovaglietta di carta e bevve un bicchiere di acqua minerale. Non si decideva a parlare. «Allora…» iniziai, tra una forchettata e l’altra della mia porzione di lasagne rinsecchite. «Allora… è un brutto pasticcio. Non so se hai letto i giornali.» «Sì, li ho letti, ma non dicono neppure se si tratta di omicidio o di suicidio.» «Infatti, non lo dicono, ma la polizia sospetta della famiglia, di me, di Marcello e soprattutto di Adele, che è sparita e non si riesce a trovare. Per giunta ci sono problemi economici e l’assicurazione, finché non è tutto chiarito, non vuole pagare.»


10 «Suo marito aveva un’assicurazione sulla vita?» «Sì, per due milioni di euro.»


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MARCELLO GIUSSARDI

Dopo aver intascato l’assegno della signora Giussardi e averla salutata, con la promessa di darle presto notizie, decisi di festeggiare l’incarico mangiando una crepe alla Nutella. Mentre masticavo e pensavo al caso Giussardi, il ripieno debordò e colò, formando una lunga scia di cioccolato alla nocciola sulla giacca a vento che maldestramente ripulii con la manica, riuscendo così a impiastrare anche quella e, contemporaneamente, a spandere sul marciapiede quello che restava della crepe e del ripieno, attirando l’attenzione divertita dei passanti; ma nulla quel giorno poteva intaccare il mio buonumore, con un anticipo di cinquecento euro nel portafoglio. Scelsi anzi di sfoggiare la giacca imbrattata tornando in ufficio a piedi, perché elaboravo meglio i pensieri camminando che stando seduto alla scrivania. Non avendo il taccuino, avevo scritto i nomi e le date sui tovaglioli del Brek, ma i fatti che Manuela Giussardi mi aveva riferito erano tutti ben chiari nella mia mente. Ettore Giussardi era morto il 28 dicembre, per un colpo di pistola sparato alla tempia destra, e il suo corpo era stato trovato il mattino seguente dal direttore amministrativo, riverso sulla scrivania, accanto alla cassaforte aperta e svaligiata. La pistola da cui era partito il colpo era vicina alla mano destra, sul piano della scrivania, il che suggeriva un suicidio, autentico o simulato. Se di suicidio si trattava, la causa poteva essere il dissesto economico


12 in cui versava l’azienda: debiti insostenibili, ritardi nel pagamento degli stipendi e minaccia di scioperi, fornitori in assetto di guerra, la bancarotta inevitabile. D’altra parte non c’era un biglietto di spiegazione e la cassaforte aperta e svaligiata suggeriva che si trattasse di una rapina camuffata. Gli incaricati delle indagini nulla lasciavano trapelare, ma avevano interrogato a lungo più volte Marcello e sua madre e si impegnavano nelle ricerche dell’introvabile Adele. Tutta la famiglia era sospettata: Marcello era in pessimi rapporti con il padre, Adele aveva precedenti di droga ed era scomparsa e tutti avrebbero tratto vantaggio dai soldi dell’assicurazione. La signora Giussardi mi aveva assunto con il compito di trovare Adele. Quando ebbi finito di scrivere gli appunti e le mie impressioni al computer erano già le cinque. Chiusi il portatile, lo infilai nello zaino e chiusi il mio sgabuzzino. I praticanti e la segretaria erano ancora in piena attività e sentivo l’avvocato parlare ad alta voce nel suo studio. «Ho un lavoro», dissi a Marina, fermandomi davanti alla sua scrivania, «non so se vengo domani. Fai tu la guardia al forte?» Lei si sporse e mi puntò un dito sul petto. «Ti sei sbrodolato di cioccolata.» «Crepe alla Nutella.» «Yum. Che lavoro?» «Un caso vero, soldi veri, stavolta. Mi prendi le telefonate?» «Qualunque cosa per te», rispose, assestandomi un pugno affettuoso. Tornai a casa a cambiarmi, poi passai da mia madre, le lasciai la giacca a vento da lavare e mi feci prestare le chiavi della sua


13 macchina, informandola che ne avevo bisogno per qualche giorno e che no, non potevo fermarmi a cena. Lei, rassegnata, si offrì di rifornire il mio frigo di cibi cucinati e io accettai, prima di ricordarmi che si sarebbe accorta della sparizione di Monica. Non mi andava di farle sapere i fatti miei, ma il pensiero del cibo prevalse. «Almeno vieni a pranzo domenica!» «Non so, vedo. Sono nel mezzo di un caso.» Bello poterlo dire, riempiva la bocca. «Stai attento.» «Non preoccuparti. Saluta papà. Come sta?» «Bene. Sperava di vederti stasera.» «Salutalo.» Passare da casa mi inteneriva e mi rattristava, perché vedevo i miei invecchiare: mio padre era andato in pensione ed era alla ricerca di qualcosa da fare per ammazzare il tempo e mia madre si sentiva inutile, ora che non mi aveva tra i piedi. In loro presenza mi mancava un po’ l’aria, ma difficilmente avrei trovato qualcuno che mi amasse altrettanto. Attraversando Torino dopo le sei del pomeriggio in direzione di barriera di Milano, dove abitava Marcello, mi impantanai nel traffico dell’ora di punta, ma intanto rimuginavo. Arrivato a metà di corso Regina, fermo a un semaforo, ebbi un ripensamento e fui quasi sul punto di tornare indietro: mi stavo buttando a capofitto nell’azione, mentre avrei dovuto rileggere prima tutti gli articoli che erano usciti sul caso e tutto quello che c’era su internet per farmi un’idea più precisa delle circostanze e dei personaggi coinvolti: per svolgere correttamente un’investigazione era regola fondamentale informarsi bene prima di agire e io, invece, ancora


14 all’oscuro di tutto, stavo andando a interrogare uno dei principali sospetti. Marcello, però, era un amico, un buon amico, a suo tempo, anche se non ci frequentavamo da anni, perciò era normale andare da lui a mente sgombra e sentire quel che aveva da dire in proposito. Misi la prima e proseguii. Abitava in un loft, al primo piano di un vecchio capannone industriale trasformato, all’angolo di corso Giulio Cesare. L’edificio, sebbene ristrutturato di recente, già presentava segni di decadenza: nell’ingresso l’intonaco delle pareti si stava scrostando, la passatoia era coperta di macchie e nell’aria ristagnava la puzza di cavolo. Davanti alle buche delle lettere c’era un grosso vaso di terraglia turchese contenente il tronco mozzato di una pianta, circondato da un tappeto di volantini pubblicitari lasciati cadere dagli inquilini negligenti. Al primo piano, fissato alla porta con una puntina da disegno, c’era il biglietto da visita di Marcello Giussardi, scultore. Premetti il campanello. «Non ci posso credere», disse Marcello quando mi vide. L’ampio monolocale, con il soffitto concavo attraversato da sbarre di ferro, retaggio dell’antico capannone, era impregnato dall’olezzo, accentuato dal calore, di prodotti chimici e altre sostanze indefinibili. Marcello era ingrassato e invecchiato: i capelli si diradavano alle tempie, le guance floride cascavano come quelle di un boxer e la pancetta protrudeva; di certo non l’avrei riconosciuto incontrandolo per strada. Al tavolo di legno scuro, forse comprato dal rigattiere o forse un’eredità di famiglia, era seduta una donna bionda e graziosa con un neonato in braccio. Sul resto del mobilio e sul pavimento era disseminata


15 una tale confusione di oggetti disparati da conferire all’ambiente l’aspetto di un suk. «Ti sei mantenuto in forma, per la miseria», disse Marcello, squadrandomi da capo a piedi. La donna in vestaglia posò il neonato in un lettino da campeggio e si avvicinò, osservandomi a sua volta con i grandi occhi azzurri. Era minuscola, ma ben fatta da quello che si intravedeva sotto l’informe vestaglia e aveva il viso tondo, la bocca a cuore e riccioli biondi. «Lei è Dana», la presentò Marcello, senza entusiasmo. Le strinsi la mano appiccicosa. «È vostro figlio?» chiesi, indicando il lettino. «È una bambina, Noemi, ma vieni, siediti», disse Marcello, togliendo una pila di pannolini da una sedia. «Che ci fai qui, a proposito?» Spiegai succintamente. «Così ce l’hai fatta a diventare detective privato. Non l’avrei mai detto.» «Tu invece che fai?» Giussardi fece una smorfia, rivolgendo un cenno del capo allo spazio intorno a sé. «Anch’io faccio quello che ho sempre sognato. L’artista. Non l’ho data vinta a quel rompicoglioni di mio padre… non sono diventato ingegnere.» «Fa belle installazioni», intervenne Dana che si era seduta sulla sponda del letto e mostrava porzioni di tette e di cosce dalle aperture della vestaglia. Marcello seguì il mio sguardo e la apostrofò gesticolando: «Perché non vai a metterti qualcosa?»


16 «Cosa qualcosa?» Imbronciata, si diresse verso una porta che pensai fosse quella del bagno e scomparve. «Vieni, ti faccio vedere», disse intanto Marcello. Su un grande tavolo da lavoro a cavalletto troneggiava un oggetto di dimensioni considerevoli coperto da un telo sporco, che il mio amico strappò via con un gesto teatrale, rivelando l’opera sottostante: una sagoma umana di creta, nuda, braccia aderenti al corpo, gambe unite, ripiegata ad arco in un bozzolo di filo di ferro aggrovigliato, torso in avanti, schiena all’indietro, sulla faccia senza occhi il buco ovale della bocca aperta in un grido. L’uomo nella vita quotidiana, recitava il titolo sulla targa. Guardandolo, provai un senso di oppressione e di angoscia. «Bravo. Rende l’idea.» «Già. Forse ho trovato un gallerista che me lo espone. Una personale a fine aprile. Devo darmi da fare per allestire almeno altre due opere, ma ci vogliono soldi.» «Complimenti. Comunque…» dissi, tentando di intavolare l’argomento che mi interessava. «E tu, hai una donna?» mi interruppe Marcello. «Tante donne? Eri tipo da tante donne, una volta.» «Ma va’. Non ne ho nemmeno una, in questo momento.» «La polizia pensa che ho ucciso mio padre», disse lui di punto in bianco. Sentii la bambina piangere e Dana parlarle sottovoce in una lingua straniera. «È albanese», spiegò Giussardi. «L’ho sposata perché aspettava la bambina.» «Non hai un alibi?» «Secondo loro l’avrei ucciso per i soldi dell’assicurazione, te l’ha


17 detto mia madre?» «Me ne ha accennato. Sembra che non andaste d’accordo, tu e tuo padre.» «Due milioni, un milione a mia madre, mezzo a me e mezzo a mia sorella. Sì, è vero, con mio padre non ci parlavamo da anni, da quando ho lasciato l’università e gli ho detto dove poteva metterselo il posto in azienda. Abbiamo litigato di brutto e sono venuto a vivere qui, con i soldi che mi passa mia madre e la risposta è no, non ce l’ho, un alibi. Sembra che l’abbiano ammazzato tra le ventidue e mezzanotte del 28 dicembre e quella sera non ero in casa. Avevo un appuntamento con il gallerista per cena e dopo sono andato al cinema. Da solo, perché ne avevo piene le palle di sentire la bambina strillare.» «Non hai incontrato nessuno, non hai conservato il biglietto?» «Macché. Nessuno mi ha visto e ho buttato il biglietto. Perché, tu conservi i biglietti del cinema?»


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PRIMI PASSI

Quando lavoravo all’agenzia ALL.ERT., ebbi occasione di conoscere dei rappresentanti delle forze dell’ordine e con alcuni di loro ho stretto rapporti di quasi amicizia, ma non conoscevo l’ispettore Tedeschi, che si occupava del caso Giussardi. Allevi però, il titolare della ALL.ERT., era amico personale del commissario Turati, che era il capo di Tedeschi, e grazie all’intercessione di Allevi fui messo al corrente delle informazioni che non erano di pubblico dominio. L’ipotesi del suicidio sembrava da escludere, dopo aver esaminato le mani di Giussardi per cercare la presenza di polvere da sparo senza trovarne traccia. D’altra parte, anche la rapina era poco credibile non essendoci indizi di effrazione, o comunque del passaggio di un intruso. La porta era stata aperta dal Giussardi, o da qualcuno che aveva la chiave, e la stessa cassaforte non presentava segni di scasso. Tutto induceva a sospettare di qualcuno di famiglia, o comunque di una persona conosciuta. Sotto i riflettori erano i figli, beneficiari di una parte dei due milioni dell’assicurazione sulla vita: Adele aveva un passato di droga, conviveva con un piccolo spacciatore noto alla polizia e inoltre era sparita; Marcello, un artistoide squattrinato, odiava il padre e aveva un bisogno disperato di soldi. Dovevo trovare Adele, per ascoltare la sua versione dei fatti e, possibilmente, convincerla a presentarsi agli inquirenti. Avevo


19 l’indirizzo del balordo che viveva con lei in una casa di ringhiera dalle parti di Porta Palazzo e ci andai alle nove del mattino, sperando di trovarlo ancora a letto dopo una notte passata in discoteca o in giro a spacciare. Il vecchio stabile stava marcendo, le scale erano sudice e fatiscenti, i gradini consunti e rotti, i muri coperti di scritte. Suonai e bussai a lungo prima di decidermi a usare la chiave che la signora Giussardi, che pagava l’affitto, mi aveva dato. Era un monolocale, con un sudicio lavandino e una cucina economica in un angolo, un vecchio frigorifero, un pagliericcio, un tavolo con il piano di formica sbeccato e quattro sedie spaiate. Non mi capacitavo che la sorellina smorfiosa del mio ex compagno di scuola si fosse adattata a vivere in un simile squallore. Accanto al letto c’era uno sgangherato armadio a due ante, con una piccola cassettiera all’interno. Frugai nelle tasche dei pochi abiti appesi, ma non trovai nient’altro che biglietti sgualciti, qualche gomma da masticare e polvere di dubbia provenienza. Nei cassetti c’era un miscuglio di biancheria maschile e femminile, mutande sformate, calze rotte e spaiate e alcune bollette della luce e del gas intestate a Manuela Giussardi. Nel mucchio trovai un mazzetto di cartoncini pubblicitari di una discoteca: BLU NOTTE. Mai sentita. Un indirizzo del centro, via delle Orfane. Li infilai in tasca e me ne andai richiudendo la porta. La tappa successiva fu un negozio di scarpe di piazza Statuto, dove lavorava come commessa un’amica di Adele. Era l’indirizzo più comodo da raggiungere a piedi, della lista di persone che dovevo intervistare: soprattutto vecchie amiche e compagne di


20 scuola di Adele, sperando che avesse mantenuto dei contatti con qualcuna di loro. Consolata Pennati, riconoscibile dalla descrizione che ne aveva fatto Manuela, stava servendo un cliente. Era bassa e prosperosa, strizzata in un paio di fuseaux e maglietta attillata che le stavano male, aveva i capelli neri e un’ombra scura di baffi. Una vecchia dalla chioma azzurrina, seduta alla cassa, la controllava rapace e capii che non era il caso di interrogarla mentre stava lavorando. Mi sedetti su una poltrona e subito l’anziana lasciò il suo posto alla cassa e mosse dondolando alla mia volta. «Vorrei un paio di scarponcini pesanti da neve, in saldo», dissi. Ne provai diverse paia, aspettando che il cliente di Consolata finalmente facesse la sua scelta costringendo la padrona a tornare alla cassa, ma quando l’indeciso si congedò senza aver comprato nulla, non mi restò altro da fare che provare altre scarpe invernali e bocciarle una dopo l’altra finché, sospirando, la vecchia fu costretta ad allontanarsi per cercare altri modelli nel retro. Ne approfittai subito. «Consolata Pennati? Le posso parlare un momento?» Lei si voltò a guardarmi imporporandosi in viso. «Desidera?» «Mi ha parlato di lei Manuela Giussardi. Ha un momento?» «Adesso non posso, sto lavorando.» «Per favore. La signora mi ha detto che lei è una buona amica di Adele.» Prima che potesse rispondere, tornò la padrona imbracciando una pila di scatole e le posò a terra di fianco a me. «Se n’è andato quel tizio?» chiese acida.


21 Consolata annuì in silenzio. «Continua tu qui», disse lei, senza degnarmi di uno sguardo. «Non posso parlare qui dentro», mormorò Consolata mostrandomi un paio di scarpe sportive. «Fai il continuato?» «No, chiudiamo alla mezza.» «Ti passo a prendere. Poi vai a mangiare qualcosa?» «No, vado a casa in tram. Riapriamo alle quattro.» «Ti accompagno a casa io, così possiamo parlare.» Alla fine comprai delle scarpe marroni con la suola di para. Quando la vidi arrivare, fasciata nel Moncler rosso fuoco, seno e ventre sporgenti e lucidi come palloni da spiaggia, guance rosse di imbarazzo come il piumino, decisi di darle un po’ di corda. Di tanto in tanto lo facevo, per facilitare il mio lavoro. «Ciao, Consolata, il rosso ti dona.» «Gli amici mi chiamano Conni», disse lei. «Fulvio. Dove ti porto?» «Santa Rita. Via San Marino.» Avviai il motore e, svoltando in corso Principe Oddone, presi nota che all’Ideal davano un altro film della serie di Bourne, uno delle miei preferiti. «Sei un poliziotto?» chiese Conni. «Detective privato.» «Wow. Sono emozionata.» «Sto cercando Adele Giussardi. Per caso tu sai dove sia?» «Non la vedo da secoli…» Sembrava sinceramente dispiaciuta. «Non la vedo e non la sento da quando sua madre organizzò una festa, dopo il periodo di riabilitazione… invitò tutti i suoi vecchi


22 amici di scuola, i compagni della squadra di palla a volo, insomma la gente che frequentava prima di… sai, no, della droga eccetera. Sperava che ricucisse i rapporti con qualcuno di noi, che la aiutassimo a rimanere pulita. Si è sempre data molta pena per Adele, la signora Giussardi.» «E da allora non ne sai più nulla? Nemmeno tramite qualche conoscenza comune?» Mentre lei esitava a rispondere arrivammo a destinazione e cercai di prendere tempo. «Senti, perché non prendiamo un aperitivo? I tuoi ti aspettano a pranzo?» «No, lavorano. Se vuoi ti faccio salire.» La guardai, ma dalla sua faccia tranquilla capii che l’invito non conteneva sottintesi. «D’accordo, grazie.» Conni abitava in un casermone grigio e anonimo costruito agli inizi degli anni Settanta e l’appartamento era arredato nello stile di moda a quei tempi: un piccolo ingresso con attaccapanni a muro, tinello e cucinino mascherato da un tendone a fiori, mobile componibile e un grande televisore Sony a tubo catodico. Era tutto fuori moda, ma pulito e in ordine, e sul tavolo, unica nota lussuosa, su un centrino ricamato a punto croce c’era un mazzo di rose rosse in un vaso di vetro. «Il tuo innamorato?» chiesi per lusingarla. «No, magari! L’altro ieri era l’anniversario di matrimonio dei miei. Mio padre le regala sempre le rose.» «Carino», commentai, pensando che i genitori di Conni avevano molto in comune con i miei. La ragazza aprì uno sportello del mobile componibile e tirò fuori


23 una bottiglia di Martini bianco. «Se vuoi, posso metterci del ghiaccio.» «Grazie.» «Di niente.» Terminato il rito dell’aperitivo, senza dimenticare lo scodellino delle patatine e quello delle olive, la ragazza prese un album di fotografie da un cassetto, lo aprì e me lo mostrò. «Questa è Adele.» Nella foto di una mezza dozzina di giovani piuttosto pallidi, in piedi sotto un albero che macchiava di foglie di sole e ombra i loro visi, riconobbi Conni in abito estivo, rotondetta e parecchio pelosa e, vicino a lei, i capelli neri cortissimi incollati alla testa, gli occhi pesantemente bistrati e un collare di metallo a borchie, una versione invecchiata e indurita di Adele Giussardi. «Qui eravamo al centro di disintossicazione.» «Anche tu…» Conni scosse la testa con decisione. «No, ero andata a trovarla. Eravamo molto amiche prima che lei iniziasse a drogarsi, facevamo parte della stessa squadra di pallavolo. Non capisco come sia successo: era una ragazza sportiva, solare… poi è entrata in quel giro… si è messa con quel maledetto Momo… tieni pure la foto, se vuoi.» «E poi vi siete riviste a quella festa…» «No, non ci siamo mai più riviste.» Potrei sbagliarmi, ma quando me ne andai senza chiederle nulla mi sembrò un po’ delusa.


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BLU NOTTE

Il nome successivo sulla mia lista era quello di un’altra ragazza, Laila Forneris. Per puro caso trovai un parcheggio in piazza Solferino, misi alcune monete da un euro nella macchinetta mangiasoldi e lasciai lo scontrino in bella vista dietro il parabrezza. L’ufficio dove lavorava come segretaria di un notaio era uno stabile ottocentesco di via san Francesco d’Assisi, grigio e solenne, ma lei non lo era affatto. Quando uscì dal portone la riconobbi subito: una bella ragazza, aveva detto la signora Giussardi, alta e rossa di capelli, un tipo che fa colpo. E infatti mi colpì. Notai prima le scarpe, verdi con zeppe e tacchi da dodici centimetri, le gambe lunghe e snelle messe in mostra dai fuseaux verdi e la chioma fiammeggiante appoggiata al collo del piumino nero, la figura snella ma atletica, la pelle chiara e trasparente delle rosse. Strano che non facesse la modella. Avvicinandomi non mi sentivo professionale come avrei dovuto. «Laila Forneris?» «Fulvio Rangoni», disse Laila guardandomi dall’alto in basso. Le avevo telefonato per avvertirla della mia visita. «Prendiamo qualcosa?» Lei guardò l’orologio, bracciale vistoso e quadrante contornato di brillanti finti. «È presto per l’aperitivo. Facciamo due passi.»


25 Nonostante l’altezza dei tacchi camminava spedita, evitando con perizia i dislivelli e le buche nel marciapiede e guardando le vetrine, mentre andavamo in piazza San Carlo. «Cosa vuoi sapere di Adele?» chiese a un tratto, e io le feci il discorsetto di prammatica. «Non credo di poterti aiutare. Non l’ho frequentata di recente: sua madre ha voluto dare una specie di festa quando Adele è uscita dal centro di riabilitazione, e ha invitato i suoi amici di prima, i vecchi compagni di scuola… una menata senza senso visto che ci eravamo persi di vista da un pezzo. I genitori sono patetici.» Entrammo nel bar Torino. «Ti andrebbe una cioccolata calda?» La Forneris mi fece un sorrisetto ironico. «Ti sembro un tipo da cioccolata?» La seguii a un tavolino in fondo al locale. «Una spremuta di pompelmo», ordinò al cameriere subito accorso. «Per me cioccolata con panna.» «Non ci metta lo zucchero», gridò Laila mentre lui si allontanava. «Ti ricordi quando è stata quella festa?» «Dunque, fammi ricordare… siamo a gennaio… primavera dell’anno scorso? Sì, mi pare fosse aprile, poco dopo Pasqua. Sì, me lo ricordo, era una bella giornata e la signora Giussardi aveva preparato un buffet nel giardino.» «Poco meno di un anno. Che ne è stato di Adele dopo la riabilitazione? Sua madre ha continuato a pagare l’affitto del monolocale di Porta Palazzo, dove viveva prima, ma la vedeva di rado, la sentiva qualche volta per telefono. Non sa nemmeno se ha ripreso a drogarsi o se è rimasta sulla retta via. Tu, che cosa


26 puoi dirmi di lei?» «Al liceo eravamo compagne di scuola, era una ragazza normale, giocava a palla a volo, andava a sciare, qualche volta in discoteca. Poi ha conosciuto un balordo, si è messa con lui, è entrata in quel giro… quando sua madre si è accorta che si drogava, ha scelto la linea dura: controlli da Gestapo, niente soldi, scenate e tragedie… ci frequentavamo ancora sporadicamente, all’epoca. Lei, quando non ne ha potuto più, è andata a vivere in una di quelle “case okkupate”, in mezzo a gente borderline, che si drogava pesante. Il resto me l’ha raccontato la signora Giussardi, quando mi ha invitata alla festa, ma tu saprai già tutto. Quando l’hanno arrestata per furto, mammina è arrivata e l’ha tirata fuori dai guai, le ha affittato un monolocale a Porta Palazzo e ha incominciato a passarle un mensile. Lei si è tirata dietro quel Momo Vattelapesca, uno spacciatore mezzo fuori di testa, e ha continuato a drogarsi di brutto, questa volta con i soldi di mamma. Dopo qualche mese è finita all’ospedale. In overdose. Poi, il centro di riabilitazione, la festa e poi… boh? Chi ne sa più nulla?» «Anche Momo Vattelapesca è sparito. L’hai conosciuto?» «Mai visto, e non me ne dispiace. Che rabbia, perché a voi maschi la cioccolata con panna non vi fa ingrassare?» «Sarà perché facciamo molto esercizio. Ma tu potresti prenderla tranquillamente, con il fisico che ti ritrovi.» «È un attimo ingrassare. Ci tengo a mantenermi in forma perché faccio provini per fiction.» «Hai già avuto qualche parte?» «Qualche pubblicità, robetta… per avere le parti grosse bisogna prima passare nei letti.»


27 Parlando di letti, mi vennero in mente le discoteche, e in particolare una che volevo visitare quella sera. «Conosci una discoteca che si chiama BLU NOTTE, in via delle Orfane?» «Mai sentita.» «Ci verresti con me stasera?» Laila mi lanciò un’occhiata furbesca. «Di’ un po’, ci stai provando con me?» Ebbene sì, forse ci stavo provando. Un pochino. Più che una discoteca era una specie di club privato, senza insegne all’esterno, custodito da una stretta porticina di ferro e da un robusto buttafuori che mi chiese la tessera. Scosse la testa quando gli mostrai il cartoncino che avevo trovato a casa di Adele, ma capitolò alla vista di Laila, smagliante e issata sui suoi tacchi improbabili. Scendemmo una rampa di scale buia e insidiosa ed entrammo nel locale vero e proprio, nella tenebra squarciata dai lampi multicolori delle sfere stroboscopiche e dalla musica assordante. Al centro della pista gruppi di ragazzi e ragazze si dimenavano furiosamente, mentre negli angoli oscuri altri si dedicavano ad attività disparate. Vidi coppie avvinghiate in effusioni spinte e dei singoli stravaccati, persi nel sonno o in un altro tipo di incoscienza. Mentre cercavo di adattare i sensi all’ambiente, Laila mi prese per mano e mi attirò verso la pista, dove si mise a dimenare gambe, braccia e spalle a imitazione degli zombi circostanti. Non riuscendo a comunicare verbalmente a causa del rumore, non mi restò che imitarla, invitandola intanto con la mimica facciale a guardarsi intorno alla ricerca di un viso conosciuto.


28 Incurante, lei continuò a scuotersi seguendo il tonfo immutabile delle percussioni e dopo un po’ la lasciai sola in mezzo alla pista e presi a girare in mezzo ai tavoli, scrutando la gente. Approdai al bar, dove un ragazzo dall’aria stravolta mesceva intrugli alcolici nei bicchieri e, cercando di sovrastare il rumore assordante gli mostrai la foto di Momo e gli chiesi se l’avesse mai visto. Al suo cenno negativo mi diressi verso la toilette. Lì c’era più luce e la musica era attutita, ma compresi subito che la presenza di un estraneo non era gradita. Le voci tacquero all’improvviso, le mani sgusciarono furtive nelle tasche e tutti si immobilizzarono facendomi largo. Forse mi avevano scambiato per uno sbirro, e la cosa poteva tornarmi utile. Mi avvicinai a un ragazzo pallido con gli occhi cerchiati, sepolto in un maglione oversize dal bordo sformato e circondato da un gruppo di ragazzette anoressiche e gli mostrai la foto di Momo. «Conosci questo tipo?» Il ragazzo scosse la testa, mentre le anoressiche intorno a lui si defilavano. «Che cosa davi a quelle ragazze?» «Sei della pula?» «Tu che dici?» Aprì uno spiraglio di porta e puntò un dito verso il bancone del bar. «Quello là lo conosce meglio. Io l’ho visto solo in giro, ma non gli ho mai parlato.» Indicò con un cenno del mento un uomo massiccio sulla quarantina, la testa calva come una palla da biliardo. Indossava una canottiera slabbrata sotto un gilet di pelle nera e aveva le braccia coperte di tralci di rose tatuati, rose rosse, sgargianti


29 foglie verdi, gambi e spine marroni. Aveva un gomito appoggiato al bancone, una coscia sullo sgabello e un bicchiere alto in mano. Con qualche esitazione, confesso, mi avvicinai e gli mostrai la foto di Momo. «Conosci questo tipo?» Dall’irrigidimento dei muscoli e dal guizzo negli occhi capii che l’aveva riconosciuto. «Mai visto.» «Strano, circolava sempre qui dentro. Qualcuno mi ha detto che ti ci ha visto parlare.» «Chi ti ha fatto entrare?» sbraitò. «Ce l’hai il distintivo?» «Sei sicuro di volerlo vedere o manteniamo il rapporto sull’amichevole?» bluffai. Lui fissò l’ingresso delle toilette, come per cercarvi ispirazione. «Fammi un po’ di nuovo vedere quella cazzo di foto.» Gliela misi sotto il naso alla luce di un faretto. «Può darsi che l’abbia visto qualche volta; è uno che bazzica qui nel locale.» «Stasera c’è?» «È un po’ che non lo vedo.» «Un po’ quanto?» «Almeno un paio di settimane.» Tirai fuori la foto di Adele. «E lei, l’hai mai vista?» Il Tatuato si grattò sotto l’ascella. «Qualche volta.» «Non ultimamente?» «No.» «Non sai altro?»


30 «Che altro cazzo devo sapere?» Tentai di bluffare ancora. «Sai, a me personalmente non frega niente, ma la squadra antidroga potrebbe essere molto interessata a questo locale. Dov’è il capo?» Il Tatuato introdusse nei polmoni un metro cubo di fiato e si guardò intorno, come per cercare un aiuto, o la risposta al suo dilemma, ma tutti si facevano gli affari loro. «Vai a farti fottere.» Concluse, e se ne andò sgomitando. Il ragazzo pallido dal maglione sformato si era materializzato al mio fianco: «C’è una porta vicino al bar. Il padrone di solito è lì tutte le sere.» Le percussioni implacabili continuavano a martellare e Laila Forneris stava ancora ballando, stivali alla coscia stile Gatto con gli Stivali, minigonna di pelle e canotta a lustrini, chioma rossa ondeggiante intorno al viso, circondata da uno stuolo di cavalieri che si scuotevano a tempo con lei. «Cazzo che sventola», disse il ragazzo pallido, soffermandosi a guardarla e mi indicò una porticina di fianco al bar con la targa “PRIVATO”. «Sta sempre lì dentro.» Bussai ripetutamente, senza ottenere risposta, finché il ragazzo, che ormai mi faceva da assistente, annunciò ad alta voce: «Qui c’è uno sbirro che ti vuole parlare.» «Avanti», gridò una voce catarrosa dall’accento straniero. Estrassi il distintivo da investigatore privato che, in penombra e da lontano, poteva essere scambiato per quello di un poliziotto e lo mostrai fugacemente all’ometto smilzo intento a fumare un sigaro dietro alla scrivania, in un buco di ufficio puzzolente di


31 fumo, di alcool e di ascelle non lavate. Poi gli misi davanti le foto di Momo Rivetti e di Adele Giussardi. Lo smilzo si piegò sulla sedia per meglio osservare e mi sbuffò il sigaro in faccia. «Forse li ho visti in giro.» Aspettai. «Qui è tutto in regola. Siamo a posto con i permessi e paghiamo le tasse.» «Non ne dubito. Rivetti è ricercato per omicidio.» «Lui è un cliente fisso del locale, ma da un po’ non si fa vedere.» «Se hai qualcosa da dirmi di utile posso provare a tenere lontani i miei colleghi dell’antidroga», bluffai ancora, incoraggiato dal successo. Lo smilzo rimase in silenzio, fissandomi, come a soppesare i pro e i contro. «A casa sua non l’ho trovato, ma c’era un blocchetto dei vostri eleganti biglietti da visita», dissi, porgendogli il cartoncino. «Coglione», ansimò l’ometto tossendo una boccata di fumo pestilenziale. «Prova a questo indirizzo», e scarabocchiò un indirizzo su un foglietto. Lo presi. «Quarto piano, porta a sinistra.» Uscendo, sbattei la porta sul muso del Tatuato, che era in piedi lì dietro a origliare e mi incenerì con lo sguardo. Strizzai gli occhi per cercare Laila tra i lampi rossi gialli e blu delle luci stroboscopiche, ma non la vidi in pista. La cercai tra i divanetti di plastica nera e la trovai accosciata vicino a un tizio in jeans aderenti e pettinatura a cresta costruita con il gel, che le gridava qualcosa nell’orecchio.


32 Notando la mia presenza inquisitiva, l’uomo unì le dita della mano destra e le mosse su e giù mimando in linguaggio muto: “Che vuoi?”. Al mio invito silenzioso, Laila scosse la chioma in segno di diniego poi, visto che non scollavo, iniziò a sollevarsi dal divanetto. Poiché il sedile era basso e la lunghezza notevole delle sue gambe ingigantita dai trampoli, l’operazione, volutamente non facilitata da parte mia, richiese una serie di contorsioni che accorciarono e raggrinzirono l’esigua minigonna rivelando, oltre alla parte di coscia non rivestita dagli stivali neri, i glutei senza veli e il monte di Venere sommariamente celato dal triangolo di pizzo nero del tanga. Issata finalmente sui tacchi, mi urlò nell’orecchio: «Io resto. Lui lavora per una casa cinematografica e può aiutarmi ad avere una parte.» Il tizio dimostrava trenta, trentacinque anni, aveva una faccia comune, il fisico palestrato, i capelli incrostati di gel e acconciati a cresta di triceratopo e, secondo me, poteva essere tutt’al più un tronista, o un attorucolo in piccole parti. «Quale casa cinematografica? Gliel’hai chiesto?» «Uffa! Tu vai pure. Io resto con lui», rispose lei, accompagnando le parole con un gesto delle mani che significava: fuori dai piedi. Eseguii.

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Indice

IL CASO GIUSSARDI ......................................................................................4 MARCELLO GIUSSARDI .............................................................................11 PRIMI PASSI ..................................................................................................18 BLU NOTTE ...................................................................................................24 UN’ALTRA VITTIMA ...................................................................................33 LA RONDINE .................................................................................................41 OTTO E TRE QUARTI ...................................................................................46 I FIGLI DELL’ACQUARIO ...........................................................................52 LA STELLA A CINQUE PUNTE...................................................................59 IL MISTERO SI INFITTISCE ........................................................................66 CASA DI PRODUZIONE CINEMATOGRAFICA ........................................72 CHIUDE IL BLU NOTTE...............................................................................76 LE SIGNORE GIUSSARDI ............................................................................80 UN ALTRO MORTO E UN ATTENTATO ...................................................86 COLLEGAMENTI ..........................................................................................90 SUI MONTI DI SESTRI LEVANTE ..............................................................96 I BAMBINI INDACO ...................................................................................101 ORME NELLA NEVE ..................................................................................108 BENTORNATA A CASA .............................................................................113 AFTERMATH ...............................................................................................120 IL VASO DI PANDORA ..............................................................................125 BLU NOTTE REPLAY .................................................................................131 GIUSSARDI’S POSSE..................................................................................135 IL COMPLOTTO ..........................................................................................140 IL COLPEVOLE ...........................................................................................145


AVVISO NUOVO PREMIO LETTERARIO: In occasione del suo 10° anniversario, la 0111edizioni organizza la Prima edizione del Premio "1 Giallo x 1.000" per gialli e thriller, a partecipazione gratuita e con premio finale in denaro (scadenza 31/12/2018) http://www.0111edizioni.com/

Al vincitore verrĂ assegnato un premio in denaro pari a 1.000,00 euro. Tutti i romanzi finalisti verranno pubblicati dalla ZeroUnoUndici Edizioni senza alcuna richiesta di contributo, come consuetudine della Casa Editrice.

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