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ELISABETTA FERRARESI

AUTUNNO

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AUTUNNO Copyright Š 2013 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-488-8 Copertina: Immagine Shutterstock.com

Prima edizione Febbraio 2013 Stampato da Logo srl Borgoricco - Padova


PREFAZIONE

Se è vero che basterebbe avere un po’ di fantasia per attingere da quanto ci circonda lo spunto necessario a dar vita a una serie infinita di possibili storie, gravide dei sentimenti più disparati e pullulanti di personaggi d’ogni genere, è altrettanto vero che, in realtà, la sola fantasia non basta. Perché un nostro pensiero, un sogno, un’esperienza vengano sottratti all’immaterialità della nostra sola coscienza per essere trasformati in qualcosa di tangibile cui tutti, volendo, possano materialmente partecipare, sfogliando le pagine su cui quei pensieri, quei sogni, quelle esperienze sono stati concretamente riversati, c’è bisogno che in noi coesista, insieme all’idea della storia, anche la necessità di scriverla, serve che in noi sia avvertito come irrinunciabile lo stimolo a mettere nero su bianco quanto nato nella nostra mente. Quando scrivere diventa un bisogno, vero e proprio atto liberatorio, ciò che prima era stato solo immaginato e costruito con quanto di più etereo e immateriale, il nostro pensiero, acquista l’aspetto concreto della storia scritta. Questo chiarisce come non trovi corretto spiegare perché abbia scelto di raccontare proprio questa storia, quanto piuttosto perché questa determinata storia abbia scelto di essere raccontata proprio da me. I suoi personaggi, infatti, hanno affollato la mia mente fin da quando, un giorno dell’ormai lontano 1998, per la prima volta una vaga suggestione di quella che sarebbe diventata la trama di Autunno non ha colpito la mia coscienza, costringendomi a buttar giù le prime pagine e poi a tornare su quelle e ad aggiungerne altre, in un lavoro di composizione che ha conosciuto interi anni di oblio, per poi riprendere, fermarsi e riprendere ancora, fino ad arrivare alla conclusione solo undici anni più tardi, quando con l’ultima parola ho sentito finalmente placarsi, dentro di me, un sentimento che era rimasto latente dal primo giorno, ovvero quel senso di insopportabile incompiutezza che neppure un decennio era riuscito a placare e che solo l’aver terminato di scrivere il romanzo ha potuto cancellare del tutto. La pubblicazione di Autunno è dunque la testimonianza scritta, nonché


il frutto maturo di un’idea nata ben quattordici anni orsono, che per me equivale a dire mezza vita fa, e i suoi personaggi, i più tenaci che la mia immaginazione abbia mai conosciuto, si sono guadagnati di venire a esistere anche al di fuori di me con anni di paziente attesa e continui ritorni, negando alla mia volontà di essere più forte della loro stessa tenacia e costringendomi a scrivere. Sono i testimoni di un passato ancora troppo vicino perché possa dimenticarlo, ma ormai troppo lontano perché non debba già ricordarlo con nostalgia. 30 novembre 2012


A Beatrice, acqua e fuoco della mia vita. A Beatrice, che il solo nome mi fece innamorare. A lei. Soltanto a lei.


7 Ma quando di un lontano passato non rimane più nulla, dopo la morte delle creature, dopo la distruzione delle cose, soli e più fragili ma più vivaci, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore permangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto, a sorreggere senza tremare - loro, goccioline quasi impalpabili- l’immenso edificio del ricordo. Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

Il vento scuoteva lievemente i rami nodosi del castagno, le foglie del vecchio albero si abbandonavano languide e rassegnate al loro triste destino; le ultime rondini se ne andavano in fretta solcando il cielo ancora limpido. Di nuovo era autunno, di nuovo le rose del giardino sarebbero avvizzite e i pampini del pergolato ingialliti. Presto sarebbe arrivato il tempo della vendemmia, il dolce profumo del mosto avrebbe invaso le vie del borgo e sarebbe arrivato anche lì, in quella grande casa un po’ isolata in cui da sempre viveva una nobile famiglia. Madame D. abitava lì da non ricordava più quanti anni, in quella casa era andata a vivere appena sposata, lì erano nati i suoi figli, lì la sua esistenza aveva affondato le sue più profonde radici, divenendo tutt’uno con quella stessa casa e con la terra su cui poggiava. Madame D. amava tutto della sua bella residenza, amava le gradinate di marmo alle due entrate, amava le tappezzerie delle camere da letto e il grande tavolo in noce della sala da pranzo. Il giardino però deteneva il primato nel suo cuore: quante giornate vi aveva trascorso persa nel limbo dei suoi infiniti pensieri, sospesa tra il sogno e la realtà di elucubrazioni sempre nuove. Ma non era sempre stato così. C’era stato un tempo in cui le immagini del mondo annegavano nello sguardo languido dei suoi occhi di ragazza e ne uscivano trasformate dalla forza del suo io. Con quanta prepotenza e voluttà aveva preso dalla vita colori e suoni di luoghi ormai lontani, con quanta tenerezza aveva goduto di cose semplici e sempre amate. Erano esperienze di un passato lontano, di giorni in cui sentiva di avere


8 tanta forza da trascinare il mondo. Erano i giorni in cui capì che un buon libro poteva cambiare la vita, poteva valere una vita. Non era sempre stato così e Madame D. lo sapeva. Seduta in giardino tra le sue camelie fremeva di fronte all’incombente autunno; fremeva al pensiero di ciò che era stato, fremeva al pensiero di ciò che era stata. Ma non era quella casa sua? Non era lì che viveva da tantissimi anni, non era lì che aveva pensato di voler morire? Arrivava l’autunno e gli ultimi giorni dell’estate portavano via con loro certezze credute incrollabili eppur tuttavia messe in gioco. “Cos’è che mi tormenta di nuovo?”, pensava tra sé Madame D. passando le mani tra i boccioli delle rose. Tutto era così perfetto, ordinato, armonioso. Eppure qualcosa le bruciava in petto; tutta quella pace, quel chiarore, il profumo di tutti i suoi amati fiori non bastavano a lenirle una gran pena. Neppure lei sapeva spiegarsi quell’ingiustificabile mal di vivere, quel senso di pietà per se stessa, quel languore sempre rinnovato. Il tempo era riuscito a cambiare il suo aspetto, le sue abitudini, i suoi interessi; ma qualcos’altro no, v’era in lei un ricordo mai spento, una brama mai rassegnata, una forza mai vinta che non l’avevano abbandonata, accompagnandola per tutta la sua lunga vita. Madame D. se ne accorgeva guardando le foglie gialle posarsi lievemente a terra, come in un sogno. Il suo sguardo si perdeva nel profilo molle dell’orizzonte, nel viaggio di nuvole purpuree al crepuscolo portate dal vento del sud, nel canto delle rondini che s’apparecchiavano per la partenza. E la sua mente sprofondava nel ricordo di poesie che l’avevano appassionata, con quanta avidità aveva bevuto da quei versi, quanto cuore e quante lacrime su quelle pagine ingiallite di vecchi libri. Ma non c’era verso, per quanto si sforzasse non le riusciva di capire come tutto fosse potuto cambiare a quel modo, senza preavviso. Il suo destino l’aveva portata dove non avrebbe mai creduto. La sua vita aveva visto mille albe e mille tramonti dalla finestra della sua camera di ragazza dove, d’inverno, i vetri incrostati di gelo brillavano come polvere di stelle. Era strano, nel suo giardino Madame D. sembrava trovarsi nel suo ambiente naturale come se mai nella vita avesse vissuto altrove. Eppure non era così, quella stanza c’era stata davvero con tutte quelle albe e tutti quei tramonti. Il suo ricordo profumava ancora come un fiore reciso da poco: dolce e amaro insieme, pegno d’amore e di tristezza, intenso come la vita e forte come la morte. “È tutta colpa delle foglie che cadono”, pensava tra sé Madame D. “È


9 solo la mia solita, inspiegabile nostalgia, è solo il sapore amaro della vita che scorre troppo in fretta, è…” Mentre pensava così, lo sguardo le cadde sul tavolo di marmo del giardino: qualcuno vi aveva dimenticato su un libro. Si avvicinò, lo prese e lo scorse. L’odore della carta le sembrò magico, quale straordinario potere aveva di riportarla indietro nel tempo. Poi, a un tratto, le si strinse un nodo alla gola, sentì forte il bisogno di gridare, piangere, pregare. E così, mentre cercava un conforto che non sapeva dove trovare, varcò il grande cancello della villa. Non pensò neppure ad avvisare la servitù, tutto quello che voleva era uscire, andare, cercare almeno una risposta ai suoi infiniti perché. Varcato il cancello le sembrò di sentirsi già meglio, forse era solo suggestione, ma forse no. Appena poté abbandonò il sentiero che conduceva al paese e s’incamminò per un tratturo quasi impraticabile. Le ultime piogge dell’estate ne avevano allagato vari tratti, ma a Madame D. sembrò non importare, camminava a passo svelto su quella terra umida e molle evitando, dove poteva, le grandi pozzanghere, passandovi dentro quando non le riusciva di saltarle. D’un tratto si fermò: i piedi bagnati, gli orli della preziosa veste imbrattati di fango, la fronte madida di sudore per la folle camminata. Rimase per un attimo con un’espressione di stupore sul volto, poi alzò gli occhi al cielo, ne abbracciò con lo sguardo quanto più poté e scoppiò in una gran risata. Cosa avrebbero detto le sue eleganti amiche nel vederla lì come una giovane di campagna, con gli abiti sporchi e il volto sudato? Certamente si sarebbero affannate nel tentativo di lusingarla comunque, nonostante il fango. «Vecchie cornacchie!» le venne di dire ad alta voce mentre rifletteva tra sé. «Della vita non hanno mai saputo apprezzare niente all’infuori dei broccati e dei balli presso la residenza di qualche nobildonna più ricca di loro. Come ho fatto, come ho potuto resistere fino ad ora?» Poi si guardò attorno e notò un grande tronco d’albero abbattuto. Vi si sedette sopra e l’odore fresco del muschio che lo ricopriva ricompensò tutti gli affanni, lenì ogni fatica. Così, stanca ma sollevata, riaprì gli occhi al mondo con il cuore finalmente sgombero dalle angosce. Prima guardò fissa i pochi alberi che aveva di fronte: qualche foglia era già caduta e alle altre sarebbe presto toccata la stessa sorte. Intanto il sole si preparava per l’ennesimo tramonto, i suoi raggi si fecero tiepidi e rosati, l’aria sembrò profumarne. Madame D. si voltò verso ponente, chiuse


10 gli occhi e sentì i raggi dell’astro carezzarle il viso. D’un tratto tutto si dissolse e lei fu trascinata indietro. Di nuovo poté sentirlo sulla pelle come se non fossero passati cinquant’anni, di nuovo poté avvertire il vento di quell’autunno di tanti anni prima soffiarle impetuoso nell’anima, logorante ricordo di quei giorni, ancora poté vedere il pallido sole di quelle giornate come se continuasse a splendere sul suo volto di ragazza e ancora… Linda se ne stava distesa sul suo letto; le braccia abbandonate lungo il corpo snello, la testa affondata nel guanciale di piume, lo sguardo assorto e umido ne rivelava i pensieri velati di dolci nostalgie. Ella amava starsene così, sospesa tra la realtà e le sue fantasie. Amava, dopo aver letto qualcosa che l’aveva profondamente colpita, restarsene abbandonata sulla soffice coperta, il corpo inerte e vinto come un’amante dopo la resa dei sensi. In quei momenti nulla avrebbe potuto turbarla, nulla avrebbe potuto nuocerle; gli eroi dei suoi romanzi le si presentavano dinanzi uno dopo l’altro come tanti busti in una galleria: tutti uguali eppure tutti diversi, ognuno con il proprio volto. Volti che mai nessuno aveva disegnato, dipinto o scolpito, ma ch’ella s’era divertita a inventare nella sua mente. La sua fervida immaginazione le rendeva assai piacevoli passatempi, ma le costava pure interminabili momenti di crudele malinconia, in cui insanabili ferite laceravano il suo giovane cuore. Quando lesse xxx non aveva ancora diciassette anni. In meno di una settimana ne divorò le cinquecento pagine. La fine del romanzo le provocò un grande abbattimento; leggeva e perle salse le fendevano il volto. Piangeva senza misura e senza ritegno, sembrava che l’anima le scivolasse giù per il viso, tanto la fine del libro l’aveva lasciata svuotata. E più forte era l’amaro che le lasciava in bocca una delle storie amate, più lei con desiderio folle andava a cercare il miele sotto qualche altra copertina. La biblioteca della sua casa era piuttosto modesta, certamente apprezzabile ma tuttavia modesta. Di certo non si potevano biasimare i gusti di chi, negli anni e a fatica, l’aveva coltivata arrivando a mettere insieme i volumi che adesso occupavano i vecchi scaffali. Ma certo era pure che Linda adorava leggere e che, tolti tutti i libri già letti e il gran numero di quelli che costituivano le numerose enciclopedie scientifiche cui non si interessava, presto la sua sete sarebbe rimasta inappagata per l’esaurimento della fonte di cui tanto amava il ristoro.


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Quando si riebbe dal suo stato di molle abbandono le parve d’aver trascorso su quel letto un tempo interminabile, forse tutta una vita. Erano le ultime giornate di agosto e le ore del tramonto portavano con loro un anticipo della frescura settembrina. Linda si alzò dal letto e aprì la finestra: l’aria dolce di fuori l’invase e la ridestò definitivamente dal suo torpore. La vista che le si presentò agli occhi la sorprese, come sempre. Era sicura di poter dire che nessun luogo al mondo avrebbe mai potuto competere col panorama stupendo di cui godeva dalla sua camera da letto: fila e fila di sinuose colline si rincorrevano fino all’orizzonte, dove andavano a perdersi nel petto diafano di un cielo avvampato dal tramonto. Ovunque una fitta vegetazione copriva la terra, come un manto benevolo membra bisognose. Più in qua, come tanti sudditi schierati al cospetto del loro sovrano, i filari delle vigne di proprietà della sua famiglia custodivano i preziosi grappoli. Ormai quasi cento anni addietro, era stato il bisnonno di Linda, Andrea Deppi, a trasformare e ingrandire il suo modesto possedimento fino a farne uno dei vigneti più fecondi e redditizi di tutta la zona. La sua piccola azienda agricola era venuta così ingrandendosi sempre più tanto che, complici circostanze fortuite, il buon Andrea si trovò in vecchiaia a essere se non ricco, quantomeno benestante, le sue cantine sinonimo di vino di alta qualità e il figlio Antonio, nonno di Linda, l’abile amministratore di un discreto patrimonio. Affacciata alla finestra della sua camera, appena ridestata dalla veglia ovattata in cui aveva sciupato buona parte del pomeriggio, con i raggi ambrati del sole morente a solleticarle il volto, Linda appariva d’una straordinaria bellezza. Una bellezza da poco maturata, che dietro la capigliatura folta e i tratti decisi lasciava trapelare la mollezza di sentimenti a volte ancora infantili, propri di quegli anni della vita in cui, non più bambini né fanciulli, ci si affaccia con timidezza e diffidenza al mondo. Così Linda, dietro l’apparente compostezza, nascondeva ancora saltuari e inaspettati capricci. Questo conferiva alla sua espressione un’attraente sfumatura, mista di innocenza e di furbizia. «Linda! Io e Lescot andiamo a fare una passeggiata verso il fiume, saremo di ritorno per la cena, ti unisci a noi?» «Lescot cosa ne pensa? È d’accordo?» «A giudicare da come scodinzola direi proprio di sì.» Mentre passeggiavano in direzione del fiume, le due sorelle chiacchie-


12 ravano distrattamente tra loro, sia l’interesse dell’una che dell’altra tuttavia non era concentrato sulle loro stesse parole, ma sul profumo dell’aria fresca che le avvolgeva con sferzate rapide e inattese e sui fiori già inumiditi dalla sera ormai prossima. Elena era la minore delle due, di corporatura robusta e dal colorito roseo e profumato; aveva un carattere molto diverso da quello di Linda, più gioiosa ed entusiasta preferiva, all’inchiostro monocromo di libri polverosi, i colori sgargianti dei quadri che si dilettava a dipingere. «Questo pomeriggio ho lavorato un po’ alla mia nuova tela», disse Elena mentre camminavano in direzione del fiume. «Vorrei mostrarti il quadro anche se non è ancora terminato, penso che ti piacerà. L’immagine è un po’ vaga, eterea. Solo le figure in primo piano godono di una individualità più spiccata, il resto si perde nella luce e nella polvere. C’è un qualcosa di onirico nei corpi, è… Lescot, vieni qui, bello!» Elena chiamò il cane che si era allontanato correndo dietro una farfalla. L’immagine era deliziosa: Lescot aveva appena quattro mesi e, come ogni cucciolo, uno spiccato interesse per tutto quello che si muove. Il bel segugio andava a caccia della sua delicata vittima con fare goffo: la farfalla non correva alcun pericolo e forse ne era consapevole poiché, più e più volte, s’era posata qui e là dando la possibilità a Lescot di avvicinarsi, per volare via di nuovo non appena il cane le si approssimava. Durante tutto il giorno il sole aveva brillato nel cielo terso e l’ora del tramonto, tiepida e limpida, era il giusto suggello di una tal giornata. Un venticello fresco e profumato soffiava scuotendo leggermente le cime degli alberi, il pacato scorrere del fiume diffondeva un suono leggero tutto attorno, come note di un flauto tra petali di rosa. Le due sorelle arrivarono nei pressi del corso d’acqua quando il sole cominciava a nascondersi dietro le colline di T. «Anche a me sarebbe piaciuto molto saper dipingere» disse Linda quasi soprappensiero. Lo sguardo un po’ assorto e le parole distratte tradivano il suo poco interesse per il discorso della sorella. Elena certamente se ne accorse, ma era abituata a questi momenti in cui Linda sembrava distante e noncurante di tutto. Non se la prese. Intanto il sole si era quasi completamente nascosto alla loro vista, anche se nuvole d’oro dietro le montagne di Ponente ne tradivano la benevola presenza. C’era qualcosa di magico in quei momenti, o almeno così sembrava a Linda, che si sentiva scoppiare il cuore di un sentimento strano, a metà tra la gioia e la nostalgia, tra un profondo senso di grati-


13 tudine e uno strano piacere. Ogni cosa sembrava essere lì per uno scopo ben preciso, nulla dava l’impressione di essere casuale tanto tutto era perfetto. La quiete della sera ormai vicina regnava su quella perfezione e su quella bellezza, i cuori delle due giovani palpitavano per quel sentimento di pacata gioia che era tanto intenso da farsi quasi opprimente, soffocante. Intanto Lescot le aveva precedute sulla via del ritorno e il sole, esalato l’ultimo respiro, morì nell’ombra della sera come d’incanto, come un miracolo che sempre si ripete ma cui non ci si abitua mai: il cielo divenne rosso del suo sangue, poi infinite sfumature si dipinsero sulle cime dei monti che lo avevano inghiottito. La sera, infine, avvolse tutto col suo manto scuro. Ma Linda ed Elena a questo punto erano già tornate a casa da un po’; tutta la famiglia era riunita intorno alla tavola e nessuno si accorse della splendida luna che lentamente saliva in cielo a prendere il posto dell’eterno sposo; il suo glauco respiro nascose le stelle che già avevano cominciato a illuminare la sera di fine estate. Lescot sonnecchiava accoccolato sul tappeto ai piedi del sofà. Finita la cena ognuno si recò nella propria stanza; un altro giorno finiva così, nella serenità del chiaro di luna, nel tenue profumo di rose appassite. La notte dilagò e tutto tacque. Il giorno dopo Linda ed Elena si prepararono per un’escursione che era già stata programmata da tempo. Subito dopo colazione le raggiunse Maria, una loro cara amica d’infanzia che nel piccolo borgo di C. trascorreva le vacanze estive. Maria aveva diciassette anni, una corporatura esile e una carnagione molto pallida. Era amica anche di Linda ma gusti e passioni comuni la univano in particolar modo a Elena. Appena il mese di maggio ingentiliva l’aria, Maria e il suo piccolo seguito (una domestica, una governante e il giovane e coltissimo precettore) si recavano a C. dalla città di A. dove Maria trascorreva l’inverno a casa dei nonni materni. Maria era entusiasta della lunga estate che trascorreva tra le colline del piccolo paese e amava molto stare in compagnia delle due amiche. «Alberto vi accompagnerà con il calesse», si rivolse alle tre ragazze, entrando nel salottino, il padre di Linda ed Elena. «Arriverete fino al lago e lì potrete scendere per fare una passeggiata. Per qualunque cosa potrete rivolgervi ad Alberto… conto sulla vostra prudenza.» E, così dicendo, uscì, diretto ai vigneti.


14 «Vostro padre ha un’aria un po’ preoccupata oggi, non vi sembra?» disse Maria mentre si sistemava il grosso fiocco azzurro legato tra i lunghi capelli biondi. «Si avvicina il momento della vendemmia, lui è sempre un po’ in ansia di questi tempi» rispose distrattamente Elena. «Ultimamente, poi, c’è un po’ di difficoltà a reperire i braccianti per la raccolta… ma non c’è nulla di cui preoccuparsi, sai com’è fatto nostro padre, sempre molto apprensivo anche quando non ce n’è motivo.» Detto questo le ragazze si alzarono; Linda prese un paio di libri che aveva posato sulla mensola del camino e insieme passarono nella biblioteca in cui la madre delle due ragazze era intenta nella lettura. «Buongiorno, signora Maddalena», salutò gentilmente Maria, accennando un inchino. «Buongiorno a te, Maria», rispose la donna, mettendo un segno nel libro che poi chiuse. «State per uscire? Mi raccomando, state attente e non lasciate che il tramonto vi sorprenda fuori casa.» Le tre ragazze rassicurarono donna Maddalena e uscirono dalla biblioteca, passarono nella cucina dove Emilia, la cuoca, porse loro il cesto con le vivande per il pranzo e quindi si recarono in cortile. Alberto le aspettava già accanto al calesse; aiutatele a salire si posizionò al posto di guida e l’allegra compagnia si mosse in direzione del lago di S. Appena uscito di casa, Giovanni Deppi andò al vigneto del Camiglio, una grande vigna, la più vicina alla casa. Tra i filari, da più di mezz’ora, si aggirava guardingo Michele, un uomo di circa cinquant’anni, con due grandi occhi azzurri e penetranti. Michele si occupava dei vigneti di Giovanni, lo aiutava a trovare i braccianti per la vendemmia e andava spesso a controllare che i grappoli non fossero oggetto di furti o roba del genere. Era un collaboratore davvero prezioso. I due erano pure buoni amici e Giovanni lo considerava un fratello. Al suo arrivo, Giovanni lo vide mentre, con la solita cura, passava in rassegna i grappoli ancora acerbi; lo chiamò: «Sei già qui, sembra proprio che tu non voglia saperne di stare a casa con tua moglie!» Michele scoppiò in una fragorosa risata che ne mise in risalto la dentatura perfetta e fece un segno di rassegnazione con la mano: i suoi continui litigi con la moglie non erano un segreto per nessuno e tanto meno


15 per Giovanni. «Sarà una vendemmia sorprendente», aggiunse poi, portandosi alla bocca un filo d’erba che aveva appena raccolto. «Peccato che se continua così non riusciremo a raccogliere tutta l’uva prima che marcisca», rispose amareggiato Giovanni e i suoi occhi si fecero pensierosi. Giovanni Deppi era un uomo molto bello; anche lui aveva circa cinquant’anni e una corporatura robusta ed energica. I folti capelli castani ne incorniciavano il bel volto e gli occhi neri e limpidi emanavano una luce particolare. Il fuoco della giovinezza in lui sembrava non essersi ancora spento e probabilmente non si sarebbe spento mai, tanto ardeva con vigore nel suo robusto petto. Fin da giovane aveva amministrato con cura quanto gli era stato lasciato in eredità dal padre. Lui, unico figlio maschio, aveva saputo dividersi tra i vigneti e gli studi classici cui non avrebbe mai rinunciato. Il suo incredibile temperamento poi lo rendeva un uomo fuori del comune. Linda in questo un po’ gli somigliava: stesso carattere battagliero, stessa audacia, stessa indomabile voglia di voler per forza decidere da sé del proprio destino, senza piegarsi mai, senza mai desistere. Giovanni si accorgeva sempre di più di quanto la sua primogenita gli somigliasse e questo, se da un lato lo inorgogliva, dall’altro lo tormentava un po’. «Sono certo che anche quest’anno riusciremo a trovare il numero necessario di braccianti e la vendemmia verrà portata a termine in tempo, stai tranquillo. Non ce la siamo forse cavata sempre io e te?» lo rassicurò Michele ma, mentre lo diceva, una smorfia d’amarezza incrinò l’espressione cordiale e serena del suo volto. Giovanni in quel momento era un po’ distratto però e non se ne accorse. «Ieri ho parlato con quelli del Mulino e con quelli del Castellaccio, hanno detto che verranno tutti, c’è solo da accordarsi sul prezzo. Quest’anno c’è più lavoro del solito ma chiunque preferisce lavorare per te piuttosto che per qualcun altro, non vedono l’ora di cominciare» insisté nella sua opera di convincimento poi, vedendo che Giovanni sembrava ancora piuttosto pensieroso, aggiunse: «Anche se molti tra contadini e braccianti in quest’ultimo anno hanno lasciato le nostre terre, insisto nel dirti che non c’è alcun motivo per stare in pensiero. Lascia fare a me.» «Ho paura!» esclamò a un tratto Linda mentre la sorella e Maria se ne


16 stavano assorte nei loro pensieri, all’ombra profumata di un grande salice lungo la riva del lago. «Paura di cosa, che ti succede?» le chiesero le due. Tutti quelli che conoscevano Linda erano abituati ai suoi cambiamenti repentini d’umore, alle sue strane manifestazioni di sentimenti ingiustificati e il languore di certi paesaggi, il sibilo del vento tra i rami di piante secolari, la fragilità di cristallo delle foglie, tutto contribuiva ad accrescere queste sue sensazioni. Linda non rispose, si rese conto di aver espresso ad alta voce un pensiero che le strisciava in mente. Aprì di nuovo il libro dalla copertina madreperlacea che stava leggendo e abbassò gli occhi sulle pagine bianche. Era da poco passata l’ora del pranzo e le tre giovani fuggivano così il caldo di quel pomeriggio di fine estate: al riparo di un grande albero, adagiate sulla coperta di lino colorata che la madre aveva preparato per Linda ed Elena, leggendo storie dal gusto esotico. Dopo poco Elena si accorse che Maria si era addormentata e pensò di approfittarne per fare una passeggiata sul lungo lago insieme alla sorella. Le due presero i parasole e si allontanarono un po’, lasciando Maria all’ombra fresca del salice. Camminarono in silenzio per un buon tratto di strada, ciascuna contemplando con sguardo ammirato il luccichio dell’acqua verde smeraldo. Tutto attorno l’erba appassiva al calore del sole, una lunga catena di monti da un lato segnava l’orizzonte impedendo la vista. «Un giorno mi piacerebbe sapere cosa c’è al di là di quelle montagne» disse a un tratto Linda interrompendo il lungo silenzio. «Tu vorresti sempre sapere cosa c’è dietro, vedere quello che non puoi vedere e sapere ciò che ancora non sai. Io a volte penso di averti capita, di conoscerti; poi però mi accorgo che non è vero, che non ti conosco affatto, tu sei solo per te stessa e per i tuoi libri, per i tuoi strani pensieri e per le tue fantasticherie. Li invidio, sai, i tuoi romanzi, le tue poesie, non sono certa di poterlo dire ma comincio a credere che tu tenga più a loro che a me e questo mi fa soffrire.» «Ma che sciocchezze sono queste, Elena? E poi solo perché ho detto che vorrei vedere cosa c’è dietro quelle montagne… io ti voglio molto bene e come puoi anche solo pensare di fare un paragone tra l’affetto che provo per te e l’interesse che ho per la letteratura? Neppure tu, mi sembra, sei immune dal fascino di un buon libro, come fai a non comprendermi?»


17 «Perché per te la questione è diversa, non si tratta di una semplice passione, a volte ho l’impressione che alcune opere scuotano a tal punto la tua anima che potresti morirne.» Linda si sentì profondamente toccata dalle parole della sorella; non v’era rancore in esse, solo le parvero tanto vere che un brivido gelato le corse giù per la schiena. Dovette faticare per non confessare a Elena che sì, era vero, a volte la sua mente si abbandonava a riflessioni pesanti come macigni e l’unico conforto riusciva a trovarlo nei libri. Non per questo le voleva meno bene, anzi. Soltanto una strana melanconia ogni tanto attanagliava il suo respiro e lei preferiva rifugiarsi tra le pagine di qualche romanzo o tra i versi di una poesia. Di tanto che le passò per la mente però, Linda non disse nulla. Prese la mano della sorella e la strinse. Elena capì. Insieme tornarono verso l’albero sotto cui Maria dormiva ancora beatamente. Prima del tramonto, come promesso, erano di nuovo a casa. Il giorno dopo Giovanni Deppi si alzò ancora prima per essere ai vigneti con un po’ d’anticipo rispetto al solito; di cose da fare ce n’erano molte e quel giorno Michele non sarebbe potuto andare. La sera prima infatti si era dovuto recare in città per sbrigare alcuni affari e non sarebbe stato di ritorno prima dell’ora di pranzo. Donna Maddalena si alzò anche lei e raggiunse Emilia in cucina per dare disposizioni sul pranzo e per controllare che tutto fosse a posto. Come sempre trovò che la brava cuoca aveva già predisposto tutto con ordine e scrupolo: la tavola era già stata apparecchiata per la colazione. «Il signor Giovanni, signora», profuse con tono lieve l’anziana donna, «ha detto di non aspettarlo per il pranzo, ha detto che mangerà qualcosa con il signor Michele alla locanda del Picchio. Sono un po’ preoccupata per vostro marito signora, ha un’espressione molto malinconica questi giorni e non ha neanche voluto prendere niente per colazione.» Donna Maddalena, che intanto si era versata una tazza di tè caldo, scosse il capo. «So che voi tutti vi aspettate da me che conosca perfettamente i pensieri di mio marito, lui si è sempre confidato con me, le sue speranze, le sue gioie, i suoi dispiaceri sono sempre stati anche i miei. Ebbene, questa volta non è così. Non vuole confidarsi neanche con me, è molto evasivo nella risposte e attribuisce tutti i suoi malumori alle ansie e ai nervosismi che precedono la vendemmia. Come se fosse la prima volta che si


18 trova a dover affrontare un simile momento… deve per forza esserci qualcos’altro, ma è evidente che mio marito non vuole rendermene partecipe e io non posso che rispettare la sua volontà.» Donna Maddalena non aveva alcun problema a parlare con tanta semplicità e schiettezza delle proprie questioni private con Emilia. La cara cuoca infatti era stata a servizio della famiglia di donna Maddalena fin da quando questa era poco più che una ragazzina e tanto le era affezionata che, quando donna Maddalena, dopo essersi sposata, si trasferì a casa del marito, tutti ritennero opportuno che Emilia la seguisse nella sua nuova residenza. Da allora Emilia le era diventata ancora più cara e lei la considerava, oltre che una brava donna e un’ottima cuoca, anche un cimelio della casa paterna dove aveva trascorso la giovinezza. Una giovinezza tanto serena e felice che, se donna Maddalena si sorprendeva qualche volta a rimpiangerla, nessuno mai avrebbe potuto fargliene una colpa. Dopo un’ora circa, le due ragazze furono svegliate, come sempre, da Luisa, la domestica, cui da anni ormai spettava l’ingrato compito. Linda, come al solito, fu la prima ad alzarsi, mentre Elena restò ancora a letto con gli occhi incollati e la testa sotto il cuscino. Solo il richiamo della madre la convinse ad alzarsi una volta per tutte. Dopo aver mangiato, Elena andò in biblioteca, dove Monsieur Leduc la aspettava per la lezione di francese. A Elena il francese proprio non piaceva, forse per questo dopo anni e anni di studio la sua pronuncia era ancora, come la descriveva Monsieur Leduc stesso, pas correcte, pas musicale et vraiment trop italienne. La povera Elena era così costretta, a causa della sua idiosincrasia, a studiare il francese più di sua sorella e le lezioni, che per Linda si erano interrotte per i mesi di luglio e agosto, continuavano invece per lei due volte la settimana, anche durante il periodo estivo. Linda invece si preparava per andare a suonare il pianoforte a casa della contessa Anna Z., nobildonna le cui origini blasonate potevano vantare ben sette generazioni di avi titolati, nonché una parentela, non troppo chiara per il vero, con un ramo cadetto della famiglia dei xxx, stirpe di valorosi feudatari che la storia (la leggenda in verità, ma questo alla contessa nessuno aveva mai osato farlo notare) aveva visto governare su quelle terre all’incirca cinque secoli prima. L’enorme villa della contessa si trovava a mezz’ora di cammino dalla casa dei Deppi; nonostante donna Maddalena preferisse che le sue figlie


19 vi si recassero in carrozza, Linda adorava percorrere a piedi quella strada. In primavera percorrerla era come entrare in una fiaba: i boschetti vicini pullulavano di uccellini che dalla mattina alla sera cantavano, senza risparmiarsi, le melodie più adorabili; in estate invece erano gli occhi a godere dello spettacolo migliore: tutto intorno un tappeto di fiori di campo, dai colori intensi e dalle sfumature vellutate, succhiavano i raggi del sole, il cui calore ne diffondeva i profumi tenui e delicati, avvolgendo tutto di una fragranza densa e dolce, come di frutta appassita. A metà strada poi i boschi scomparivano e, dove la vegetazione si diradava, un enorme prato si apriva alla vista. Lì, fresco dell’acqua del monte da cui scendeva, scivolava un ruscello attraversato da un piccolo ponte di legno. L’acqua del ruscello era fresca e trasparente; nei punti in cui era più bassa si potevano vedere facilmente i ciottoli levigati e la ghiaia bianca che ne coprivano il fondo. Linda, nell’attraversarlo, si fermava spesso a osservare quel nastro argentato il cui luccichio poteva intravedersi fin giù nella valle. La ragazza si appoggiava alla balaustra e protendeva il capo in avanti, per vedersi riflessa nelle acque del torrente. L’acqua a volte riusciva quasi a ipnotizzarla e lei si ritrovava a protrarre quella beata sosta per un tempo di molto più lungo del previsto. Anche quella mattina Linda, con buona pace della madre, se ne andò a piedi a casa della contessa. Superato il ponte percorse a passo svelto il secondo tratto di strada, passando prima davanti alla vecchia casa abbandonata che si trovava di là dal fiume e poi a ridosso dei campi di proprietà della contessa. Dopo una mezz’ora, infine, arrivò al cancello della villa. Il cancello restava sempre aperto durante il giorno, soltanto la sera gli inservienti provvedevano a chiuderlo. Quando Linda bussò all’enorme portone, il maggiordomo di casa Z. comparve sulla soglia. Carlo era un uomo di una certa età, magrissimo e con un gran naso aquilino. Da sempre Linda lo ricordava al servizio della contessa Anna e in effetti nessuno sarebbe mai riuscito a immaginare altri al suo posto. Carlo fece accomodare Linda nella sala dov’era il grande pianoforte a coda. «La contessa vi raggiungerà tra poco, intanto vi invita a dare un’occhiata ai nuovi spartiti che sono giunti la scorsa settimana direttamente da Vienna.» Ciò detto, il maggiordomo si accomiatò e Linda cominciò a sfogliare i nuovi spartiti.


20 A Linda piaceva molto suonare il pianoforte e quello di proprietà della contessa era certamente tra i migliori che si potessero desiderare; d’altro canto, la contessa Anna adorava ascoltare buona musica e la sua passione si sposava perfettamente con la straordinaria abilità che Linda dimostrava di avere quando le sue dita snelle e affusolate volavano sui tasti. Da circa cinque anni, quindi, si recava almeno due volte alla settimana a deliziare la contessa col suono agile di melodie allegre e spensierate, che distraevano la donna dai suoi pensieri malinconici. Dopo poco la contessa entrò nella stanza e Linda la salutò calorosamente. «I nuovi spartiti sono davvero interessanti, non vedo l’ora di iniziare a suonare!» La contessa fu contenta dell’entusiasmo di Linda; chiamò la cameriera e fece portare dei pasticcini. Linda ne mangiò un paio e poi si sedette al pianoforte: «Sull’aria…» e iniziò a suonare. Poco dopo entrò nella stanza il maggiordomo e consegnò una lettera alla contessa. Questa le tolse il sigillo e iniziò a leggere. “Le notizie devono essere senza dubbio buone”, pensò tra sé Linda. Leggendo la lettera infatti il volto della contessa si era illuminato di un sorriso radioso che Linda non le aveva mai visto. «Mi dispiace, Linda, ma ho bisogno di assentarmi un po’, impegni imprevisti. Tu resta pure quanto vuoi, se vuoi fatti servire il pranzo, Carlo è a tua disposizione per qualunque cosa. Io andrò in città e non credo di poter essere di ritorno prima di sera.» A Linda sembrò strano l’atteggiamento della contessa: in tanti anni mai l’aveva vista così entusiasta, così euforica. Non c’era dubbio poi che tra la lettera e gli impegni ci fosse un legame, di qual genere certo non poteva saperlo. Sicuramente però si trattava di buone notizie e questo a Linda bastò. Dopo qualche attimo di riflessione riaprì lo spartito e iniziò nuovamente a suonare. Mai e poi mai avrebbe potuto neppure sospettare che quella lettera riguardasse anche lei, che presto il destino di chi l’aveva scritta si sarebbe intrecciato col suo e che le conseguenze di tutto ciò avrebbero fatto sentire il loro peso anche in tempi lontani, anche un mare di anni dopo. Linda era serena, non sapeva e non poteva sapere, suonava tranquilla le nuove melodie venute da Vienna. A che le sarebbero servite, dopo, tutte quelle melodie..?


21

Quando le prime giornate di settembre arrivarono, tiepide e tranquille, la contessa Anna aveva un bel da fare, da mattina a sera, con i preparativi per accogliere suo cugino il conte Gustavo e il suo giovane nipote. Nella lettera che le aveva fatto pervenire alcuni giorni prima, il conte informava Anna che lui e suo nipote sarebbero arrivati da lei la prima domenica del mese, con ben due settimane di anticipo rispetto al previsto. Tale notizia aveva certamente gettato la povera contessa nella più grande agitazione: le cose da sistemare per ricevere con i dovuti onori i suoi due ospiti erano molte e Anna non aveva una grande capacità di mantenere la calma. L’arrivo del conte e di suo nipote restava comunque un avvenimento oltremodo gradito, cosicché la fatica e l’agitazione furono ricompensate da molta gioia e da una sana euforia. Il conte Gustavo era cugino carnale della contessa Anna. La madre di quest’ultima, infatti, era la sorella del padre del conte. Questi viveva ancora nella città di M. di cui la sua famiglia era originaria e che la madre della contessa aveva lasciato per andare a vivere nella casa del marito. In quella stessa casa la contessa Anna viveva ancora, essendo figlia unica e nubile, in compagnia soltanto della servitù. Gli anni passavano veloci come ore e i due cugini non si vedevano ormai da parecchio tempo. Il conte aveva scritto ad Anna in primavera e poi nel mese di giugno. Nelle sue lettere la metteva al corrente di tutto quello che pensava potesse interessarle, dei cambiamenti della città, degli ammodernamenti della tenuta di famiglia, della salute sua e del nipote Alessandro. Soprattutto però, già dalla lettera di aprile, il conte aveva cominciato ad accennare alla cugina delle raccomandazioni sempre più incalzanti che il suo medico gli faceva da circa un anno. Secondo il dottore, il conte avrebbe dovuto vivere in un luogo con un clima più mite di quello della città di M., umido e molto freddo. La salute di Gustavo infatti era divenuta molto cagionevole negli ultimi anni, non passava inverno senza che non fosse costretto a letto per giorni dalla febbre o dalla bronchite. Il suo medico era molto preoccupato, tanto più che l’età avanzata del conte non lo aiutava certo a guarire. «O vi rassegnate a trascorrere in casa l’intero inverno», aveva detto un giorno il dottore al conte, «o correte seriamente il rischio di ammalarvi di polmonite. I vostri polmoni sono davvero malandati e l’umidità e il freddo di qui non possono che aggravare la situazione.» A queste parole, il conte non aveva più potuto far finta di niente; anche


22 se nonostante l’età si sentiva piuttosto bene, il pericolo di una polmonite lasciava poco spazio all’iniziativa personale, Gustavo sapeva che alla sua età non avrebbe mai potuto superare una malattia del genere. Decise di andarsene. La contessa Anna fu felice che il cugino le avesse chiesto di ospitarlo, la sua casa era immensa e lei non aveva nessuno. L’idea che oltre al conte si sarebbe trasferito anche il giovane Alessandro, poi, la rendeva davvero entusiasta. Una vita senza marito non sembrava essere stata troppo difficile da affrontare per la contessa, ma l’idea che non avrebbe mai avuto dei figli l’aveva torturata in continuazione, finché la maturità aveva spento in lei questa angoscia che, sotto mentite spoglie, travestita da rimpianto, si era nascosta in un cantuccio del suo cuore. Quando l’idea di avere Alessandro accanto si prospettò, però, qualcosa si ridestò e Anna fu felice di avere la possibilità di provare quella nuova vita, in compagnia di suo cugino e di un giovane cui avrebbe potuto dare tanto. Una sorta di ultima chance che il destino le dava stava per bussare alla sua porta ed erano state le lettere di Gustavo ad annunciarla. Alessandro viveva con suo nonno fin da quando era piccolo. La madre era morta di parto e tale sventura aveva gettato il padre, il conte Rodolfo, nella più profonda disperazione. Gustavo cercò in tutti i modi di aiutare il figlio a superare quel momento atroce, ma tutto fu vano: Rodolfo non voleva saperne di vedere il piccolo che, appena nato, portava già agli occhi del padre l’onta del più grave peccato. Nel momento stesso in cui era venuto alla luce, Alessandro aveva ucciso sua madre, il primo respiro del piccolo era stato l’ultimo della donna e questo Rodolfo non sembrava riuscire ad accettarlo. Cadde in una profonda depressione e mentre il padre si faceva carico di tutto, lui, la mente annebbiata dalla disperazione e il cuore impietrito da quella perdita che mai, neppure nei suoi peggiori incubi, aveva potuto immaginare avvenire in quel modo tanto naturale ma pure tanto crudele, iniziò a non essere più quello che era sempre stato. Nel giro di poco tempo divenne una persona inaffidabile, passava le giornate nella penombra della sua stanza con la testa intorpidita dalla sbornia della sera prima, senza proferir verbo, mangiando poco e nelle ore più impensate. Le pesanti tende blu scuro rimanevano sempre chiuse e poco a poco uno spesso strato di polvere si depositò sul mobilio. Presto la servitù si accorse della gravità della situazione e tutti cercaro-


23 no di rendersi utili per aiutare il conte Gustavo a tirare fuori il figlio dall’abisso in cui sprofondava ogni giorno di più. Rodolfo però non dava segni di miglioramento e finì col chiudersi in un silenzio da cui niente sembrava poterlo tirar fuori. Quando, raramente, gli capitava di sentir piangere il bambino, un’espressione di profondo rancore si disegnava sul suo volto, per poi lasciare nuovamente spazio alla malinconia e alla tristezza. Un giorno però, quando la cameriera andò in camera sua per portargli la colazione (che lui, puntualmente, lasciava freddare sul tavolo senza neppure guardarla finché, qualche ora dopo, era la stessa cameriera a portarla via per far posto al vassoio del pranzo) si accorse che il conte era uscito: il letto sfatto suggeriva che avesse passato lì la notte, ma di Rodolfo non c’era traccia. Suo padre fu subito avvertito e subito si allarmò. Rodolfo non aveva lasciato più la casa dal giorno in cui, tornando dal funerale della moglie, era scoppiato prima in una risata cinica e raccapricciante e poi in un lungo e angoscioso pianto che tanto lo aveva provato da costringerlo a letto con la febbre per due giorni. Dentro di sé, il conte Gustavo sapeva che non avrebbe più rivisto suo figlio. Lo fece cercare per mari e per monti, ma sempre consapevole, in cuor suo, che nessuna ricerca sarebbe mai potuta servire a niente. Intanto sul conto della scomparsa di Rodolfo si diffusero delle vere e proprie leggende: c’era chi giurava di averlo visto in una città costiera del Portogallo mentre si preparava a imbarcarsi per il Nuovo Mondo, chi diceva di averlo visto buttarsi giù da un ponte nella città di F. Nessuno, per il vero, sapeva dove fosse. Il piccolo Alessandro crebbe così senza entrambi i genitori, conoscendo la triste sorte che era toccata a sua madre e convinto che il padre fosse morto per una brutta caduta da cavallo un triste pomeriggio d’inverno, quando lui aveva appena due anni. Dopo sette anni dalla scomparsa del figlio però, accadde che il conte Gustavo ricevette una lettera. La data era precedente di circa due anni, il luogo non era neppure citato, conteneva queste poche parole: “Vi sarete chiesto dove fossi, perché fossi sparito a quel modo e ora vi starete chiedendo perché vi scrivo dopo tanto tempo. In effetti avrei dovuto concedervi il beneficio di credermi morto, così il mio peccato sarebbe parso meno grave e la mia vergogna sarebbe stata più facile da sopportare, per me. Ma invece sono vivo e dove sono ora quello che ero non è mai stato, ho una nuova famiglia qui. Abbiate cura di lui. Perdo-


24 natemi.” Il conte lesse queste poche righe con le mani che gli tremavano per l’ira, l’emozione, la disperazione. Quel figlio maschio, quell’unico figlio che aveva tanto desiderato e che aveva cresciuto nella bambagia, unico erede di tutto il suo patrimonio e solo beneficiario di tutto il suo amore, composto e aristocratico ma profondo e sincero, era scomparso da un giorno all’altro come la neve di aprile sulle colline dove da bambino lo aveva portato a cavalcare. “Non avevi il diritto”, pensò tra sé il conte, “di venire di nuovo così a turbare il mio sonno” e, presa la lettera, la appallottolò e la scaraventò a terra. Poi uscì dal suo studio e si precipitò in strada, nel gelo della mattinata di dicembre. Due grosse lacrime gli corsero giù per il volto. Alessandro, che senza volerlo aveva visto il nonno trascolorare nel leggere quella lettera, approfittò di quel momento per entrare nello studio e recuperarla. Stiracchiò come poté la carta e lesse quello che il padre aveva scritto quasi due anni prima da un luogo lontanissimo in oriente. Sulle prime non capì, gli ci volle del tempo per ricostruire approssimativamente quanto doveva essere accaduto. Non chiese mai niente a suo nonno, ebbe rispetto per il pudore di quest’ultimo, per la discrezione con cui aveva cercato di nascondergli una verità più amara persino della morte di sua madre, non volle turbarne ulteriormente la serenità che sembrava aver riacquistato a fatica dopo anni di angosce. La rassegnazione era stato l’antidoto a tanto dolore e mai Alessandro avrebbe privato il nonno di quell’unica pozione. Non chiese mai niente. Di Rodolfo non si seppe più nulla. Mai più. Come annunciato, il conte Gustavo e suo nipote Alessandro arrivarono la prima domenica del mese, nel tardo pomeriggio. La contessa Anna era stata in fibrillazione per tutto il giorno e quando, verso le cinque, il maggiordomo la raggiunse nella sala da pranzo per annunciarle l’arrivo degli ospiti, la donna sentì un tuffo al cuore. In verità neppure lei sapeva spiegarsi tanta agitazione, comunque non si alzò e rimase seduta sulla grande poltrona di velluto verde. «Riferite al conte che lo sto aspettando qui e che mi raggiunga non appena gli sarà possibile.» Poi però, il suo comportamento le parve scortese e quindi si alzò e disse: «Carlo, aspetta! Vai a sincerarti che in cucina tutto sia stato predisposto per la cena, andrò di persona a ricevere il conte» e, così dicendo, si di-


25 resse verso la porta. Nel piazzale antistante la casa trovò la carrozza di suo cugino. Due dipendenti erano intenti a scaricare i bagagli dei nuovi arrivati. Anna vide lo sportello della carrozza aprirsi e un uomo discenderne a fatica, con una lentezza quasi esagerata. Da quando si erano incontrati l’ultima volta, lei e il conte Gustavo, erano passati più di quindici anni e Anna quasi non riusciva a credere che quello fosse lo stesso uomo di allora. I capelli completamente bianchi, tuttavia, nulla toglievano all’espressione fiera e vivace che il conte, a dispetto del tempo e della malattia, aveva comunque mantenuto. Nonostante adesso si aiutasse con una crocchia per camminare infatti, Gustavo non aveva perso il portamento che fin da giovane l’aveva contraddistinto. Anna fu contenta di constatare che nonostante tutto, a ben guardare, suo cugino era ancora l’uomo elegante di una volta. «Mio caro cugino, finalmente vi rivedo!» la contessa gli si fece incontro con passo lento e cadenzato, quasi non volesse far emergere quanto quell’arrivo la rendesse felice. «Abbiamo fatto passare davvero troppo tempo,» le rispose sorridendo il conte. I due si abbracciarono e Gustavo, rispondendo allo sguardo interrogativo della cugina, chiamò il nipote. «Alessandro, scendi, vieni a salutare tua zia. Quando il giovane scese dalla carrozza, Anna iniziò a soffrire. Il giorno dopo l’arrivo del conte Gustavo e di suo nipote, la contessa Anna fece recapitare un bigliettino a donna Maddalena: “Mio cugino e suo nipote sono arrivati ieri pomeriggio da M., aveva scritto, Gustavo è un uomo di compagnia e suo nipote è un ragazzo stupendo. Mi farebbe molto piacere presentarli a voi e alla vostra famiglia. Vi aspetto a pranzo domani. Non dite di no. Anna”. «La contessa attende risposta», disse a donna Maddalena il giovane mandato dalla contessa a recapitare il messaggio. «Ditele che io e le mie figlie accettiamo con estremo piacere ma che mio marito domani ha un impegno che non gli sarà possibile rimandare e che per questo motivo non potrà accompagnarci.» Il giovane fece un inchino e uscì, donna Maddalena raggiunse le sue due figlie in camera per avvertirle dell’invito. «Mamma, ma è meraviglioso!» esclamò Elena. «La contessa Anna ci tiene a farci conoscere i suoi familiari, sarà un grande piacere per noi.


26 Tu che ne pensi, Linda?» «Penso che la contessa è molto gentile, come sempre del resto, ma che domani avrei preferito andare in città con nostro padre. È da tanto che volevo andarci, devo comprare dei libri… e poi c’è quella stoffa di cui ti ho parlato, mamma, il sarto la sta aspettando da giorni ormai e io ho bisogno di una giacca nuova.» «Potrai andare in città la settimana prossima Linda», replicò la madre. «Questo è un invito che non potevo declinare, lo capisci benissimo anche tu.» Detto questo, donna Maddalena uscì dalla stanza e le due ragazze restarono sole a commentare la faccenda. «In paese si sapeva di questo arrivo da giorni, la contessa ha messo tutto sottosopra per ricevere il cugino in maniera degna di un re. Emilia ha sentito dire dal tappezziere che ha anche fatto rinnovare le tende di tutte le camere da letto e che…» «Non capisco come facciano a interessarti simili pettegolezzi» la interruppe Linda. «Cosa vuoi che mi importi delle tende di casa Z.? So soltanto che domani sarei dovuta andare in città con nostro padre e che invece mi toccherà l’ennesimo noiosissimo pranzo.» «Adesso sei tu a stupirmi, cara Linda» la rimbeccò Elena. «La contessa Anna è gentilissima con te, da sempre. Ti tratta come una figlia e se non fosse per lei ti dovresti accontentare di suonare il nostro pianoforte, …vecchio e malridotto com’è non mi stupirebbe se premendo un tasto cadesse rovinosamente a terra. E poi stiamo parlando di una cara amica di nostra madre, davvero non ti capisco.» Elena aveva ragione, a tutto quello che aveva detto non poteva essere aggiunta né tolta una virgola. Linda stessa si stupì del poco entusiasmo con cui aveva reagito alla notizia dell’invito e il motivo non era certo riconducibile all’urgenza di acquistare della stoffa. «Hai ragione, Elena» rispose a un tratto. «Il fatto è che non mi dispiace passare dell’altro tempo con la contessa Anna, questo no. Penso piuttosto a suo nipote, non lo so… è come se già sapessi che la sua presenza mi metterà in imbarazzo. La contessa qualche volta mi ha parlato di lui e…» «E cosa?» la interruppe Elena. Linda non sapeva proprio cosa rispondere, neppure lei poteva spiegarsi il perché di quella strana reazione. «Sono solo un po’ stanca» replicò alla sorella che ancora la guardava con tono interrogativo.


27

L’indomani, di buonora, Giovanni Deppi uscì di casa diretto in città. Quella mattina però, donna Maddalena non si sentiva molto bene e così preferì restare a letto ancora un po’. «Non ti dispiace, vero, se non ti faccio compagnia mentre fai colazione?» chiese al marito con la voce ancora assonnata. «Non preoccuparti, resta a letto quanto vuoi. Io tornerò in serata; Michele verrà con me, abbiamo varie cose da sistemare.» «Devi ancora segnare i nomi di quelli che verranno a vendemmiare?» chiese donna Maddalena al marito che stava uscendo dalla camera da letto. «No, no. Stai tranquilla, a questo ha già pensato Michele. Quest’anno è stato lui a occuparsi di tutto, non so come farei se non ci fosse.» «Già…» sospirò la donna, mentre le braccia del marito, tornato indietro per salutarla, le cingevano il collo. Mentre Giovanni Deppi salutava amorevolmente sua moglie, il buon Michele era già alzato da un pezzo e, come quasi tutte le mattine, stava litigando con la sua. «Quante volte ti ho detto che non devi vendere le uova a questo prezzo!» le urlava contro. «Sei soltanto una speculatrice senza cervello, se ti approfitti così dei nuovi clienti, come puoi pensare che poi siano tanto stupidi da tornare da noi?» La moglie come al solito faceva finta di non sentire le urla del marito. Era una donna fredda e arcigna, con i capelli ramati e gli occhi verdi. Era molto più giovane del povero Michele e tutti quelli che li conoscevano potevano giurare che mai al mondo c’era stata una coppia tanto mal assortita. Gemma, così si chiamava la donna, apparteneva a una famiglia di infima origine. Sua madre faceva la lavandaia e suo padre aveva passato la vita a ubriacarsi con i pochi soldi che la moglie riusciva a racimolare. Gemma aveva visto la madre morire di crepacuore e da quel giorno si era ripromessa che a lei non sarebbe toccata la stessa sorte: raccolse tutta la sua roba e approfittò di un momento di distrazione del padre per filarsela. Non si fece neppure uno scrupolo a lasciare quel vecchio da solo (Gemma non aveva fratelli né sorelle) e questo non tanto perché lo considerava la causa della morte della madre, quanto piuttosto perché ormai aveva capito che quella vecchia casa in cui aveva vissuto fino ad allora e quel poveraccio, mezzo infermo e sporco, non avevano più


28 niente da offrirle. Michele la conobbe al mercato; lei aveva trovato lavoro in una locanda e tutte le mattine andava a fare la spesa per gli ospiti della bettola in cui lavorava. L’anziano padre di Michele, che all’epoca era ancora in vita, cercò in tutti i modi di impedire al figlio di sposare Gemma. Ma Michele aveva già quarant’anni e Gemma era giovane e avvenente, alla fine ebbe la meglio anche sui consigli saggi del padre di Michele e sul devoto rispetto che questi aveva sempre nutrito nei suoi confronti. L’illusione di una serena vita coniugale però fu breve e Michele ebbe presto modo di capire che razza di donna avesse sposato. Una mattina in cui entrambi si trovavano in casa infatti, bussò alla porta un tale Renzo, che abitava nella casa accanto a quella in cui Gemma aveva vissuto da nubile. Alla notizia riportata da Renzo che il vecchio Tobia, suo padre, era morto due giorni prima nella sua casa e che era stato trovato soltanto il giorno dopo da un garzone dei vicini, che per caso era andato a fargli visita, Gemma rispose: «Che se lo mangino i topi quel vecchiaccio maledetto, io non ho un soldo da dare per il suo funerale se è per questo che siete venuto a disturbare me e mio marito in casa nostra. Non mi interessa quello che faceva da vivo, figuriamoci se può interessarmi che fine farà adesso che è morto. E ora andatevene da casa mia e non fatevi più vedere per niente che abbia a che fare con quel pezzente che il destino ha voluto riservarmi come padre.» A queste parole, che sembravano essere uscite direttamente dalla bocca del demonio, tanto Gemma le aveva vomitate con rabbia e riluttanza, Renzo se ne uscì con la coda tra le gambe, richiudendosi la porta alle spalle e facendo attenzione che non facesse rumore, come impaurito dalla reazione della donna; il buon Michele, invece, ebbe la conferma che suo padre ci aveva visto bene, Gemma non era una donna come tante altre. Era una vera e propria strega, cui la natura aveva dato sembianze gentili perché potesse meglio irretire le sue vittime. «Sai cosa ti dico, caro il mio maritino» se ne uscì a un tratto, «che per colpa tua, sto facendo la fame proprio come quando quella sgobbona di mia madre si faceva fregare l’unico pezzo di pane da quel pidocchioso che l’aveva ingravidata e che poi andava a berselo all’osteria con i suoi compari.» «Svergognata che altro non sei!» proruppe a quel punto Michele, allungandole un ceffone. «Come puoi parlare in questo modo dei tuoi geni-


29 tori? E, se pure è vero quello che dici di loro, ricordati che tu non sei affatto meglio.» Poi, dopo una pausa aggiunse: «Se quando torno, stasera, sei ancora qui, è perché avrai deciso di iniziare a comportarti come una donna normale, come una moglie degna di questo nome. Altrimenti farai bene a sparire prima del tramonto, perché non voglio ritrovarti qui al mio ritorno.» «Mio caro, adesso dici così perché sei arrabbiato, ma ricordati che sono tua moglie e soprattutto ricordati che io e te abbiamo un piano e lo porteremo avanti insieme,… a meno che tu non voglia che vada a far visita al tuo caro amico Giovanni.» A queste parole Michele stava per colpirla di nuovo ma si trattenne. Uscì di casa sbattendo la porta, deciso a dire tutto all’amico. Lungo la strada, però, cambiò idea. Il conte Gustavo e suo nipote erano arrivati da due giorni ormai e, dal momento in cui l’aveva visto scendere dalla carrozza, la contessa Anna non aveva fatto altro che pensare ad Alessandro. Per quanto la donna cercasse di distrarsi, l’immagine del giovane la perseguitava e lei, che non capiva cosa le stesse succedendo, aveva messo la scusa di non sentirsi troppo bene per potersene stare il più a lungo possibile in camera sua ed evitare così di vederlo. Se ne stava seduta su una poltroncina a ricamare, ma tanto era distratta che in realtà non aveva fatto altro che pungersi le dita. L’immagine del giovane che scendeva dalla carrozza, l’istante in cui la luce del crepuscolo aveva illuminato i suoi lineamenti delicati e il suo profumo fresco si era diffuso tutto attorno rimbalzavano da una parte all’altra della testa della donna e non le davano pace. Quella mattina poi, la contessa aspettava donna Maddalena, Linda ed Elena per il pranzo. Per un attimo fu tentata di disdire l’appuntamento, avrebbe potuto usare anche con loro la scusa che non si sentiva bene e rimandare il tutto di qualche giorno, così da schiarirsi prima un po’ le idee. Ma anche questa scappatoia le sembrò tanto inutile quanto lo starsene reclusa in camera a far finta di ricamare, non poteva di certo passare il resto della sua vita chiusa tra quelle quattro mura. Erano le nove e mezzo quando decise di uscire dalla stanza e andare in sala da pranzo per fare colazione. Il giorno prima Alessandro si era alzato soltanto un’ora dopo e così credette che con un po’ di fortuna sarebbe riuscita a evitarlo fino a pranzo. Aveva fatto male i conti però,


30 perché quando aprì la porta della sala vi trovò il conte e il nipote che già stavano facendo colazione. «Già in piedi questa mattina, caro?», chiese imbarazzata al giovane che stava sorseggiando del caffè. «Buongiorno zia» rispose sorridendo Alessandro. «Ieri ci siamo alzati entrambi molto tardi, eravamo ancora stanchi del viaggio», intervenne il conte Gustavo dopo aver ingoiato l’ultimo boccone della brioche che stava mangiando con gusto. «Capisco», continuò la contessa. «Spero solo che le camere che ho scelto per voi siano di vostro gradimento e che i letti siano sufficientemente comodi.» «È tutto perfetto, Anna cara, tutto perfetto. Vi sono davvero grato.» «Bene,» aggiunse la contessa Anna. «Volevo anche avvertirvi del fatto che oggi avremo degli ospiti a pranzo. Spero non siate troppo stanchi per…» «Certo che no» la interruppe il conte. «Di chi si tratta?» «Beh, ecco, si tratta di una mia cara amica e delle sue due figlie. La loro famiglia possiede dei vasti vigneti qui nella zona. Il loro vino è il più rinomato. Una delle due ragazze viene spesso a casa mia a suonare il pianoforte:… avevo piacere che vi conoscessero, tutto qui.» «Sarò ben lieto di intrattenermi con le vostre ospiti zia» intervenne Alessandro. La sua voce pacata ma decisa fece vibrare la contessa fin nel profondo, non poté trattenersi oltre e si alzò. «Ma come, già ve ne andate?» le chiese stupito il conte. «Non avete mangiato niente.» «Scusatemi ma all’improvviso mi sento di nuovo poco bene, mangerò qualcosa dopo se starò meglio.» E, detto questo, uscì dalla stanza accompagnata dal frusciare della lunga vestaglia di seta che indossava. Intanto Linda ed Elena si stavano preparando per andare a casa della contessa. Linda quella mattina non si sentiva troppo bene ma non lo disse neppure a sua madre; dopo la reazione poco entusiasta del giorno prima, infatti, tutti avrebbero pensato che fosse una scusa per non andare. «Cosa ne pensi di questo?» chiese a un tratto Elena poggiando sul letto un abitino verde chiaro.


31 «Penso che vada bene, perché no?» rispose Linda. «Magari con le scarpe che la mamma ti ha regalato a Natale.» «Sì, sì, pensavo proprio a quelle. Tu cos’hai scelto?» «A dire la verità ancora niente, ma non credevo di dover essere tanto elegante. Non so… il vestito rosso che mi sono fatta fare questa primavera?» «Troppo pesante!» «Beh, allora quello grigio che ho comprato in città il giorno in cui Maria è partita…» «Troppo serio!» «Accidenti, Elena, non te ne va bene uno! Quello prugna che…» «Decisamente troppo elegante, è un abito da sera quello! Perché non indossi il vestito rosa che la mamma ti ha fatto cucire il mese scorso? Ti ricordi, mentre eravamo nella bottega del sarto è entrata quell’arpia di Gemma…» «Come potrei non ricordarmelo, ha salutato con una cattiveria talmente mal dissimulata che per un attimo ho creduto che la mamma non le rispondesse affatto.» «In effetti credo le abbia risposto solo per il rispetto che porta a Michele, lui è un brav’uomo e non merita di essere offeso a causa di quella donna.» «Solo mi chiedo come abbia fatto a sposarla, donne così non dovrebbero stare con uomini gentili come Michele… comunque vada per quello rosa allora!» Le due sorelle si prepararono con molta cura e alla fine il risultato era incantevole; Linda soprattutto, stretta nell’abito di mussola rosa, in cui un nastro di seta andava a stringersi sotto il petto, valorizzandolo, assomigliava a una di quelle immagini di ninfette o divinità di certi dipinti mitologici, in cui il rigoglio della vegetazione fa da cornice a scene bucoliche di eterea bellezza. Non amava truccarsi e, del resto, l’incarnato roseo e levigato non poteva sopportare di essere velato da della volgare cipria. Lei, che in tutto quello che faceva e diceva non era altro che spontaneità; lei, i cui pensieri e sentimenti potevano essere letti nei suoi stessi occhi senza alcuna fatica, non avrebbe potuto essere bella diversamente che in quella maniera: senza trucco e senza artificiosità, i capelli appena tirati su a suggerire un effetto di giocoso disordine più che di meticolosa acconciatura. Questa era Linda.


32 All’ora stabilita, le tre donne uscirono di casa e, poiché la giornata era limpida e non c’era alcuna avvisaglia di pioggia, alla carrozza preferirono il calesse. Alberto le accompagnò. Appena giunte davanti alla villa della contessa Anna, donna Maddalena e le figlie furono aiutate a scendere dal calesse da due inservienti che le stavano aspettando. Quindi, sulla porta si dipinse la figura del fedele Carlo, che le accompagnò nel salotto dove, comodamente seduti, la contessa e suo cugino conversavano garbatamente. Non appena le tre ospiti entrarono nel salotto, annunciate da Carlo, il conte Gustavo e sua cugina si alzarono per riceverle. Il conte fece da subito un’ottima impressione a tutte e tre; nonostante l’aria piuttosto altezzosa, infatti, la sua gentilezza si rivelò immediatamente nei modi garbati e nel tono della voce, posato e allegro. Gustavo aveva due enormi baffi grigi che incorniciavano una bocca ben disegnata e questo contribuiva a dare alla sua immagine un’aria ulteriormente signorile. Nonostante l’imbarazzo iniziale dunque, anche Linda dovette ammettere a se stessa che la giornata si prospettava alquanto piacevole e che forse aveva fatto male a immaginarsi un pranzo oltremodo tedioso, consumato all’insegna di un’etichetta esasperata. «Non vedo vostro nipote, signora,» disse a un tratto donna Maddalena alla contessa Anna. «Alessandro arriverà tra poco. Questa mattina è uscito per fare una passeggiata qui intorno e deve essersi allontanato un po’troppo. Vogliate scusarlo, cara amica, ma è arrivato solo da due giorni e non aveva ancora avuto la possibilità di dare un’occhiata al parco.» Poco dopo la compagnia si trasferì nella sala da pranzo. Il conte si sedette accanto al caminetto a fumare la pipa, mentre le quattro donne si accomodarono in un angolo a discutere del più e del meno. «Vi vedo molto più serena e contenta rispetto a prima che arrivassero vostro cugino e suo nipote, contessa» esordì Linda. In effetti la contessa appariva visibilmente distesa, la compagnia del cugino, piacevole e stimolante, la rendeva senza dubbio più felice e meno sola; quanto all’essere serena però, Anna avrebbe voluto rispondere che mai come in quel momento la serenità sentiva di averla perduta. «Hai ragione, cara,» fu quello che si limitò a rispondere, accompagnando tale affermazione con un sorriso, tanto per renderla più credibile. Dopo poco la porta della stanza si aprì e Carlo annunciò il giovane con-


33 te. Quando Alessandro entrò, splendido nel suo abito scuro che ne metteva in risalto i capelli color del grano maturo, il cuore della contessa sussultò. Come faceva quel giovane, si chiedeva, a profumare di miele e di fiori, di pioggia e di sole? La donna non riusciva a calmarsi e temette che il rossore del volto o qualche sciocco tremolio involontario potessero tradirla. Si alzò e cominciò a fare le presentazioni. FINE ANTEPRIMA. CONTINUA...

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Autunno  

Elisabetta Ferraresi, sentimentale

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