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Stefano Tarlarini

ULTIMA NECAT

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ULTIMA NECAT Copyright Š 2010 Zerounoundici Edizioni Copyright Š 2010 Stefano Tarlarini ISBN: 978-88-6307-306-5 In copertina: immagine Shutterstock.com

Finito di stampare nel mese di Luglio 2010 da Digital Print Segrate - Milano


- Scacco al Re. Sempre più nervoso, il Conte Harald Maddadsson vuotò un altro boccale di birra e afferrò una pedina, indeciso sul da farsi. Nel tetro palazzo di legno e pietra, sferzato dalla pioggia scrosciante, il buio regnava sovrano. Solo le basse fiamme nell’ampio camino circolare, posto al centro esatto del salone, permettevano all’uomo di osservare l’insolita scena. La sua scacchiera, di sasso e ardesia, sulla lunga tavola. I pezzi, cesellati nei denti d’avorio delle strane foche che vivevano tra i ghiacci del nord. Pedine e pedoni con grandi occhi che lo fissavano spiritati. Una creatura, umana all’apparenza ma non nella sostanza, seduta da ore di fronte a lui. Un álfr. Un demone della notte, biondo e dal viso affilato, che gli aveva chiesto ospitalità e al quale lui aveva lanciato un’assurda sfida. - La notte è oltre il mezzo, Conte Harald. – osservò la creatura, sarcastica. – Forse, dovresti andare a letto. Ti concedo di chiudere qui la partita. - Non preoccuparti, Spirito. – reagì brusco Harald. – Posso resistere alla stanchezza quanto te. Pensa a giocare… e a raccontarmi una storia migliore. Lo aveva minacciato con il ferro della sua spada. L’álfr, tuttavia, non si era spaventato affatto, diversamente da quanto si raccontava su di loro. Gli aveva sorriso con sarcasmo e aveva continuato a mangiare il suo pane, a bere il suo vino. Perché non tentava di ucciderlo, e al diavolo il patto? Harald Maddadsson non conosceva il senso della parola “scrupoli”: ma conosceva il significato della parola “orgoglio”. Aveva concesso allo Spirito di restare al riparo nel suo castello, in quella tremenda notte di pioggia, purché lo battesse al Gioco dei Re. Gli aveva poi chiesto di


raccontare storie del mondo degli álfar, sicuro di distrarlo e di avere la meglio su di lui. Con scarsissimo successo, per la verità. L’álfr sospirò, fissando il suo avversario. Era sfinito, ovviamente, e alterato dalla birra: ma non del tutto. Con la tipica cocciutaggine umana resisteva, deciso a vincere la sua impossibile sfida. Un sorrisetto ironico sfiorò il viso della creatura. - Va bene, Conte, come desideri. – L’álfr studiò per un po’ la scacchiera, i pochi pezzi rimasti, i loro occhi grandi e allucinati, cesellati nell’avorio lucido. – Allora, lascia che ti racconti un’ultima storia. Credo la troverai più interessante. Narra, infatti, di un uomo: il nobile vassallo di un Re, che si trovò a fare una scelta impulsiva, dettata dall’orgoglio… come te, ora. Harald sbiancò e sbarrò gli occhi, ma non replicò. Deglutì. Possibile che lo Spirito sapesse tutto…? - Una scelta impulsiva, dettata dall’orgoglio, – ripeté l’álfr, il mento fra le dita. – che lo portò a confrontarsi con il suo Re, e giocare una difficile partita. Anche nel suo caso, - concluse, annuendo fra sé. – si trovò a affrontare un’ultima scelta, che gli fu fatale. Cupo, Harald si grattò la barba e strinse i denti. - Questa storia, - cominciò l’álfr, stirandosi le braccia. – inizia da molto lontano, ma ha un pregio: arriva molto vicino a noi. Anzi, direi proprio che ci porterà qui… e ora.


PROLOGO

In tempi immemorabili, di un’era sepolta nei ricordi di coloro che vissero prima che il Mondo fosse mutato, viveva un popolo che chiamava se stesso “gli Ardanni”. Essi si evolsero, nel corso dei secoli, e divennero un popolo fiero, forte, temibile. Divennero un popolo rispettato… e odiato. Combatterono molte battaglie e molte guerre; vinsero, e furono sconfitti. Quando la rappresaglia contro di loro giunse al culmine, lasciarono le terre dove erano nati e emigrarono verso nord. Passarono fiumi e pianure, montagne e paludi; attraversarono infine le Porte dell’Ombra e occuparono le terre del settentrione del Mondo. Qui giunti, si scontrarono con gli abitanti di quelle terre e li sottomisero, sotto lo sguardo corrucciato del Popolo dell’Aria. In quel luogo, fondarono il regno che da loro prese il nome di Ardannia. Molte storie si narrano, dei tempi di Ardannia: e, talvolta, sconfinano nella leggenda. Storie liete e storie tristi, che ora sono quasi tutte scomparse nella corrente dei tempi. Un millennio durò il regno: un millennio di vicende nobili e cruente. La storia che ora viene narrata è una delle più strane e oscure, e riguarda la Casa Maledetta, i Gresham di Foula. Ai tempi in cui questa storia si svolse, il regno di Ardannia era già al suo settimo secolo di vita. Esso consisteva in una parte continentale, circondata dai deboli feudi e regni avversari, che si estendeva sino all’estremo Mare Settentrionale; e da numerose isole situate in quel Mare, la più grande delle quali era Foula, l’Isola Verde, l’isola a forma di croce dai monti selvaggi coperti di erica e agrifogli, e dalle pianure fertili e ricche di fiumi e torrenti. Signori di Foula da alcuni secoli erano i Gresham: Duchi di Greshplain, in origine, finché uno di loro non fu nominato Lord Foulst. Molto noti per grandezza e potere, benvoluti dai Sovrani della famiglia di Donning, i Gresham amministravano con forza e saggezza la giustizia


nell’isola di Foula e nell’arcipelago delle Fetlar, e erano fra i più potenti lords del Regno. In quell’anno, Lord Foulst era Heth Gresham, un giovane sui trent’anni, alto, robusto, dai folti capelli neri e dagli occhi verdi come i prati di Foula. Era Re il buon Henry dei Leoni di Donning, il quinto della sua famiglia, che all’età di sessantotto anni non aveva ancora eredi. Heth Gresham aveva messo gli occhi su una giovane dell’isola di Yell, la figlia di Sir Brian Gardwyn, e aveva invitato i suoi futuri parenti nel suo castello. Qui comincia la nostra storia.


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PRIMO

Nel settecentundicesimo anno del Regno di Ardannia viveva a Gresham Castle, nel nord di Foula, il giovane duca Heth Gresham, sesto Lord Foulst. Avendo raggiunto il suo trentesimo anno d’età, e frequentando da tempo Blaire Gardwyn, figlia di Sir Brian di Yell, si era deciso a chiedere la mano della giovane. Così, una sera di quell’anno, aveva organizzato una grande cena alla quale aveva invitato i Gardwyn di Yell e i loro numerosi parenti. Attorno alla grande tavola rettangolare del salone di Gresham Castle, dunque, sedettero tutti gli invitati di quella cena. A un capo stava Lord Foulst, vestito interamente in grigio con l’emblema del gatto sul giustacuore; alla sua destra Sir Brian, alto, canuto e fiero, e la sua biondissima Blaire, con i suoi fratelli e i suoi cugini; alla sinistra, gli unici parenti che Lord Foulst aveva ancora al mondo: i suoi cugini, Clyde e Brett Stuart-Gresham, duchi di Stuart, e Valia Stuart-Gresham, assieme a suo marito Sean, duca di Dart. Il sole freddo e limpido del nord scendeva nel mare quando la cena iniziò; e quando la luna salì nel cielo nero della notte essa non era ancora terminata. Gli ospiti avevano fatto onore alla tavola, e il loro vociare allegro si levava sempre più sonoro tra le volte in pietra del salone. I servi andavano e venivano, portando i piatti d’argento colmi di carne e le anfore traboccanti di vino e birra, e partecipavano ormai anche loro all’allegria dei loro padroni. A notte fonda, quando le torce già tremolavano e solo il fuoco del camino illuminava vagamente la sala, Sir Brian, fino a allora il più silenzioso, si rivolse a Heth e gli disse: - E’ molto tardi, milord. E’ tempo che vi ringrazi per la vostra ospitalità, davvero generosa; ma, prima di ritirarci nelle nostre stanze, vorrei chiedervi quale pegno intendete portare per le nozze con mia figlia.


8 Era usanza che il futuro marito, soprattutto se di nobile lignaggio, portasse al padre della sposa un oggetto quale pegno della sua promessa, cosicché non si dicesse che la donna si concedeva a un uomo senza mirare alle nozze. Heth udì più o meno chiaramente le parole di Sir Gardwyn e gli sorrise, accondiscendente. Dopo di che, alterato dal cibo e dalla birra abbondanti, sollevò una mano e urlò: - Amici! Parenti miei! Ecco una giusta richiesta che, ahimè, mi lascia senza risposta. Un consiglio, amici: ditemi quale oggetto meriterebbe la dolce Blaire come pegno del mio amore? Quale sarebbe il più degno? Ditemi, vi prego! Qualche risata si levò nell’aria. - Un gioiello, questa è l’usanza! – esclamò Brett Stuart-Gresham, certo più allegro del cugino. – Una spilla d’oro… o un fermaglio d’argento per la sua veste da notte. Così che tu bene lo conosca e meglio sia capace di aprirlo! Altre risate si alzarono. Blaire, lungi dall’arrossire, sorrise maliziosamente. - No, no, miei signori. – disse Sean di Dart, quasi balbettando. – Troppo comuni, troppo banali. La casa dei Gresham può offrire ben altro! - Che cosa, dunque? – rise Valia, sua moglie. – Ali della Fenice? Gli occhi di una salamandra? O la testa di un Drago? Come risvegliato da quelle parole, Brett si guardò attorno sbattendo le palpebre, si alzò faticosamente dalla poltrona e prese a cantare, con voce stentorea, questa canzone:

Lo! Art thou gettin’ fool? Hast thou heard it, m’lord? Here cometh the Landsnake: He doth dig deep his well And doth drag forth the land. Thou seest it clear, m’lord, The fiendish profile of the Drake… 1 1

Ehi! Stai diventando pazzo? / Lo hai sentito, mio signore? / Ecco giungere il Serpe di Terra. / Egli scava profondo il suo pozzo / E trascina avanti la terra / Lo vedi bene, mio signore / il diabolico profilo del drago… (Trad. dell’Autore)


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Non appena le note della canzone si dileguarono, Heth, un po’ irritato dai pesanti doppi sensi di quei versi, si rizzò oscillando faticosamente in piedi e domandò: - E’ opera tua questa canzonaccia, cugino? Brett, che ancora rideva, si schermì: - Oh, no, mio signore, no! Affatto! E’ indubbio che tu ti avventuri raramente nel contado, Heth; altrimenti l’avresti sentita più volte… avendo l’accortezza di dissimulare la tua identità. Senza perdere l’espressione severa, Heth tornò a sedere. - Io non l’ho mai udita, Brett. – osservò Valia. - Ma i nostri ospiti sì. – replicò ironicamente suo fratello. – Vedi come arrossiscono? Essa è stata composta molto tempo fa. I nostri contadini, scherzosamente, vollero avvertire il Lord di Foula e delle Fetlar della presenza del drago perché li proteggesse da lui. E, in effetti, si dice che un drago ancora esista, fra le montagne della Contea di Trewell e le brughiere sotto il colle su cui sorge Gresham Castle, e che faccia stragi fra gli armenti e i contadini del luogo. - Un vero drago? – chiese Blaire, con la sua voce candida velata da uno strano filo di malizia. - Ma certo, mia signora. – fece Brett inchinandosi. – E ha anche un nome: Auriel, lo chiamano i contadini. Heth ascoltava trasognato le parole del cugino, cui seguì un silenzio persistente. Il lieve russare di Clyde Stuart-Gresham e di parte dei Gardwyn presenti induceva al sonno, ben aiutato dalle languenti fiamme nel camino. Heth si voltò e vide lo sguardo freddo di Brian Gardwyn, l’unico a essere perfettamente sobrio. E subito il puntiglio e l’orgoglio sorsero in lui, cosciente di essere il Lord più potente del Regno. - E sia! La mia dolce Blaire non avrà nulla di meno! La testa del drago Auriel sarà il mio pegno nuziale. Per me, una simile impresa è cosa fatta. Non ci fu verso di fargli cambiare idea. Quando i Gardwyn si ritirarono nelle stanze per loro preparate, Heth si avvicinò a Sir Brian con aria di sfida.


10 Questi non disse nulla. Lasciò che un lieve sorriso d’approvazione gli sfiorasse il volto squadrato e annuì. - Buonanotte, milord. – fece. – Aspetterò il vostro pegno.

La mattina seguente, ridestatosi più tardi del solito, Lord Foulst si era già abbondantemente pentito della sua sciocca risoluzione. Dopo una breve colazione e i saluti di rito ai suoi ospiti, il giovane si era ritirato nel suo studio, un salone freddo dov’era solito ricevere i messi e le ambascerie, e si era appoggiato a una delle finestrelle a arco senza vetri, osservando accigliato il paesaggio selvaggio e affascinante della brughiera che, stendendosi dinanzi a Gresham Castle, oltre il fossato, raggiungeva il basso torrione di guardia e si perdeva nella foresta di frassini che ricopriva l’alto colle. Vide, così, i suoi parenti allontanarsi lentamente a cavallo lungo l’unica strada che conduceva al piano; e vide il corteo dei Gardwyn aggirare il castello per scendere alle scogliere, trecento piedi più in basso. Il sole, coperto di quando in quando dalle nubi, illuminava a nudo la brughiera, che risplendeva come un gioiello; e questo contribuiva a innervosire ancora di più il giovane Lord. Scomparso che fu l’ultimo cavaliere, Gresham si staccò dalla finestra e fece chiamare il suo attendente, Sir Alan De Forrest; dopo di che, prese a misurare la stanza, passeggiando avanti e indietro; e fu così che De Forrest lo trovò. Questi era un uomo sui cinquant’anni, alto, rosso di capelli, gli occhi blu notte, un viso severo poco incline al sorriso. Amministrava le terre di proprietà dei Gresham fin da quando aveva diciotto anni, e sin da allora era l’uomo fedele, l’anima dannata dei Lord di Foula. Curiosamente, quell’uomo tanto fedele quanto abile non aveva alcuna ambizione. Nonostante fosse di condizione elevata, viveva da solo, con pochi servitori ormai anziani, in una casa di pietra ai confini della brughiera. De Forrest, quando vide il suo signore così accigliato, non parlò: rimase dritto in piedi, avvolto in un mantello stinto, in attesa. - Hai udito – cominciò finalmente Heth, fermandosi di colpo. – della mia ultima… decisione? - Le voci corrono in fretta, milord. – replicò De Forrest, impassibile.


11 - E’ stata una sciocchezza! – riprese Gresham, tornando a misurare la stanza con i propri passi. – Avevo mangiato troppo, e bevuto troppo… io, che non bevo quasi mai. Perché non hai accettato il mio invito, Alan? – chiese, a bruciapelo. L’attendente sospirò. - Milord, sono vecchio, e non ho più voglia di fare buon viso a ciò che non ho mai sopportato. - Ma mi avresti consigliato meglio! – esclamò il giovane, puntando l’indice contro di lui. – Avresti evitato al tuo signore una figura meschina. Che diavolo d’amico sei? De Forrest ingoiò il colpo senza fiatare. - Talvolta, milord, - replicò. – voi sopravvalutate la mia abilità. Heth scosse il capo, con un amaro sorriso sul volto, e si lasciò cadere nella poltrona, a un capo della sala. Il vento si era alzato e si intrufolava ora nelle finestre di pietra grigia sollevando i drappeggi alle pareti, facendo oscillare le torce appese e il mantello consunto di De Forrest. - Rigettate l’impegno. – disse a un tratto Alan. – Offrite qualcos’altro. Nessuno potrebbe pretendere da voi che lo rispettiate. - Non conosci Sir Gardwyn. – replicò Heth amaramente. – Non è che un signorotto delle isole, ma su Yell si comporta come un Re. E vive per la forma. E Blaire… Blaire! Metà dei Lords continentali ha offerto spade d’oro, per averla, e l’altra metà ripudierebbe tranquillamente la moglie per lo stesso motivo. - Allora, rinunciate a lei. Heth sollevò la testa e puntò lo sguardo sull’attendente. Per alcuni minuti, i due uomini si fissarono in silenzio, mentre la luce del sole, a tratti oscurata dalle nuvole, irrompeva nella sala. - Non ti è mai piaciuta, vero, De Forrest? – domandò Lord Foulst sottovoce. Alan non rispose. Il suo volto, sempre impassibile, diceva: è così, mio signore, non fidarti di lei, non lasciarti tradire da quella donna; non è per te, non è per nessuno. Ma dalle sue labbra non uscì una sola parola. Chinò il capo, le sopracciglia inarcate. - Farò preparare una spedizione, milord. Gresham si alzò in piedi e gli si avvicinò.


12 - Hai notizie del drago, Alan? - No, mio signore. Ma nel contado se ne parla sovente. C’è un villaggio, Kentmoor, ai piedi delle Montagne Settentrionali, nel quale vi è una locanda chiamata Ol’ Auriel. Probabilmente lì avremo notizie, anche se dovremo filtrare le leggende locali molto accuratamente. - Bene. Molto bene. – Heth batté una mano sulla spalla dell’attendente. – Fa’ come hai detto. Partiremo al più presto. - Milord… - Sì, Alan? De Forrest squadrò severamente il giovane Gresham. - Milord – chiese. – voi siete ben sicuro di sapere quello che fate? Heth, sconcertato esitò. Alla fine, con una smorfia, rispose sconsolato: - No. De Forrest annuì, si inchinò e disse: - Vi farò avvertire quando saremo pronti, milord. Buona giornata. Sempre impassibile, l’attendente si avvolse nel logoro mantello e se ne andò.


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SECONDO

La caccia al drago ebbe così inizio. Quello stesso giorno, Lord Foulst, indossata la sua cotta di acciaio brunito e il suo pellicciotto, si mise a cavallo e partì con una scorta di venti cavalieri, compreso il fido De Forrest. Rapidamente, discesero il colle e si diressero verso le Montagne Settentrionali. In poche ore giunsero a Kentmoor e scesero all’Ol’ Auriel dove, nel subbuglio creato dall’importante e inattesa visita, riuscirono a avere notizie sul leggendario serpe che infestava le Montagne Settentrionali. - Eccome se esiste, milord! – assicurò un vecchio pastore, canuto e rattrappito. – E’ anche un bell’esemplare, il cielo lo maledica! Una grossa femmina, verde e bruna, lunga almeno cento piedi, con una testa grande come un capanno e fauci capaci di inghiottire venti pecore in un sol boccone. Auriel è il suo nome, milord, che il cielo vi protegga! Fatti rifocillare gli uomini, Heth li radunò e si avviò verso nord, iniziando a salire i pendii ondulati delle montagne. La bruma del mattino, ormai completamente dissolta dal sole nella pianura, persisteva però sulle montagne, riempiendo il cuore del giovane lord di tristi pensieri. De Forrest cavalcava al suo fianco, impassibile. Solo di tanto in tanto, quando Heth distoglieva lo sguardo, l’uomo si avvicinava, scuotendo leggermente il capo e mormorando una preghiera silenziosa. La battuta durò tutto quel giorno e parte del giorno seguente, senza alcun risultato. Le cime si susseguivano, sovrastando le ampie valli coperte d’erica, disseminate di capanni in pietra e di mandrie; ma tracce del drago non ce n’erano. Finalmente, quasi al tramonto del secondo giorno, una delle avanguardie tornò al galoppo, rischiando a ogni balza di azzoppare il cavallo, si arrestò di fronte a Heth, tese un braccio verso nord e gridò: - Il drago! Il drago!


14 Un brivido percorse gli uomini e un sorriso di sfida tornò sulle labbra di Lord Foulst. - Andiamo! – ordinò freddamente, mettendosi alla loro testa. Il gruppo avanzò per cinque o sei leghe, giungendo infine ai piedi di una catena montuosa alta e dirupata, oltre la quale, in un crepaccio stretto e profondo, si stendeva l’oscura valle di un torrente selvaggio. Nella vallata ai piedi di quei monti il grande serpe strisciava lentamente, forse alla ricerca della sua tana. Era enorme, forse ancora più grande di quanto aveva detto il vecchio di Kentmoor. Verde sul dorso, rossiccio sul ventre, coperto da grosse scaglie, la sua testa era dominata da grandi occhi neri; occhi quasi umani, non fosse stato per la pupilla, una fessura verticale giallastra. Una sequela di scaglie aguzze gli si rizzavano sul capo svanendo sul dorso e dalle grandi fauci usciva una lingua rossastra e biforcuta a sferzare la terra. Accortosi della presenza dei cavalieri, il drago si fermò, rizzò il capo e emise un fortissimo sibilo di sfida. - Milord, - chiese un ufficiale, pallido come il marmo. – che dobbiamo fare? - Sarebbe da sciocchi rischiare le nostre vite. – osservò Heth, che fissava insistentemente l’orlo lontano del crepaccio. – De Forrest, ti lascio un compito difficile: dovrai accerchiare il drago e spingerlo a salire su per la cima del monte. Là, il suo peso lo farà precipitare nella valle, dove io sarò pronto a accoglierlo e a approfittare del suo stordimento per ucciderlo. Andate! I cavalieri avanzarono, mentre Gresham aggirava le montagne e scendeva nella valle del piccolo torrente. Il serpe reagì con violenza all’attacco, sputando la sua bava velenosa che ardeva più del fuoco; ma la sua stessa furia, e la sagacia di De Forrest, gli impedirono di rendersi conto che, lentamente ma costantemente, stava risalendo il monte. Giunto che fu all’orlo della scarpata, De Forrest ordinò l’ultimo assalto. Il drago, inferocito, sferzò con la coda il suolo, azzoppando due cavalli, e si rizzò con violenza spalancando le fauci. Questo gli fu fatale: la sua stessa forza lo perse. Infatti, cadde all’indietro nel crepaccio e rovinò rotolando contro le rocce, fino a schiantarsi nella stretta valle del torrente.


15 Un urlo di trionfo si levò dalla cima. De Forrest raccolse i due uomini senza cavallo e si apprestò a raggiungere il suo signore. Nel frattempo, Heth aveva legato il cavallo a un albero e avanzava cautamente risalendo il letto del piccolo fiume. Quando udì il frastuono della caduta del mostro rise forte e si scagliò in avanti. Il drago Auriel, questo era effettivamente il suo nome, era letteralmente incastrato fra le pareti rocciose della valle. Il suo grande corpo era coperto di ferite superficiali e irregolari, dalle quali sgorgava un fetido sangue verdastro che emanava folate di vapore, a contatto con le fredde acque del ruscello. Il drago cercava di divincolarsi da quella trappola e si capiva che, prima o poi, ci sarebbe riuscito: ma non ne aveva il tempo. Heth Gresham si fece avanti spavaldo, la spada sguainata, e si avvicinò all’enorme testa, ora indifesa, del drago, dicendo come tra sé: - Sei mio! Il serpe roteò gli occhi finché non vide il suo aggressore e, inaspettatamente, esclamò: - Fermo, Lord Foulst! Non puoi uccidermi. Paralizzato dallo stupore, Heth lasciò cadere la spada. Auriel chiuse gli occhi e rise sommessamente. - Sono in trappola, ma non ti conviene uccidermi. Puoi credermi. La sua voce, vagamente femminile, rimbombava tra le volte del bosco di pini selvatici che sovrastava il fiume, e si perdeva in lontananza. - E perché no? – domandò Heth, cui la collera aveva fatto recuperare abbastanza sangue freddo da raccogliere la spada. – Sei in mio potere. Posso affondare la mia spada nel tuo capo in qualsiasi momento. - Ma non lo farai. – replicò gelida Auriel. – Perché sarebbe la tua fine. Sconcertato, Heth non parlò. Il drago si rivoltò rumorosamente più e più volte, sradicando alberi e rocce, finché non ebbe trovato una posizione più comoda. Riaprì gli occhi e li puntò sul giovane che la fissava, affascinato. - C’è una specie di… maledizione sul mio capo. – riprese Auriel. – Molti secoli fa, prima che gli Ardanni varcassero le Porte dell’Ombra, la mia razza era forte e potente, e viveva libera per tutta Foula. In quel tempo, nessun uomo o altro mortale poteva nuocerci: tutti ci temevano e fuggivano dinanzi a noi.


16 “Viveva allora, in quelle foreste, un famoso mago che, un giorno, inoltratosi nel folto del bosco smarrì la via per uscirne. Vagò per giorni e giorni, sempre più disperando di potersi salvare, finche uno della mia razza lo trovò. “Come saprai, ben pochi incantesimi possono vincere i draghi e, per giunta, il mago era ormai sfinito. Così, si lasciò cadere a terra, rassegnato alla sua fine. Il mio simile, però, riconobbe nel mago il Senza Paura, giunto anche lui dalle Porte dell’Ombra. Era molto stimato anche fra la mia gente; il drago, invece di mangiarselo, si inchinò e si offrì di accompagnarlo sulla strada maestra. E così fece. “Il vecchio mago, stupito e grato al tempo stesso per la cortesia del drago, gli domandò, una volta che fu giunto sulla strada, che ricompensa volesse. “- La tua fama e il rispetto che ti circonda ti hanno salvato. – replicò il mio simile. – E io non cerco ricompense. Ma… se ti è possibile… vorrei che tu donassi alla mia stirpe la certezza di esistere per sempre, grande e potente. “- Ahimè! – rispose il mago. – Purtroppo, ciò che mi chiedi è impossibile. Il vostro destino è quello di essere soppiantati dagli uomini, e di scomparire… e io non posso cambiarlo. Ma… ultima necat! “Il drago scosse il capo. Non capiva, e lo sguardo del Senza Paura era insondabile, come il suo potere. “- Farò un incantesimo su di te, – proseguì il mago. – che non impedirà al vostro destino di compiersi, ma che graverà sulla vostra stirpe: tutti i tuoi discendenti potranno essere uccisi, tranne l’ultimo. Quando resterà un ultimo drago su Foula, esso non morirà finché non sarà ucciso da un uomo; ma guai all’uomo che lo ucciderà, perché rovina sarà su di lui e persino il suo nome verrà cancellato dalla memoria dei tempi. Il sortilegio ricadrà su di lui, e porterà alla rovina tutto ciò che lo circonda. Non posso salvarvi tutti: ma salverò l’ultimo di voi. “Il mago alzò le mani e chiuse gli occhi. Quando li riaprì, il drago lo ringraziò e lo lasciò andare. Auriel si rivoltò ancora, liberandosi un po’ dalla scomoda posizione. - Ora, milord, - proseguì il serpe, con ironia. – io sono l’ultima della mia stirpe, l’ultimo drago esistente a Foula. Uccidimi, e il tuo nome e quello della tua famiglia saranno cancellati dalla storia dei tempi, e il


17 sortilegio dell’ultima necat sarà su di te. Risparmiami, e anch’io ti risparmierò. Heth guardava il drago con rabbia. Due volte levò la spada, due volte la riabbassò. Alla fine sbuffò: - All’inferno! -, ringuainò la spada e se ne andò. Per qualche tempo udì il fragore del drago che tentava di liberarsi, poi non udì più nulla. Il giovane era confuso e irritato, tanto che quasi sbatté contro il suo fedele De Forrest che, a piedi, lo stava raggiungendo. - Mio signore… il drago? Heth distolse lo sguardo. - Mi è sfuggito. – rispose, scontroso. – Ha… ha trovato un varco nella parete rocciosa e vi si è infilato. I suoi uomini si guardarono l’un l’altro, sorpresi. - Signore, - azzardò uno di loro. – dobbiamo…? - All’inferno il drago! – esplose Lord Foulst. – Abbiamo gettato via anche troppo tempo per questa stupida storia! Torniamo indietro. Il volto rabbuiato, Heth sciolse il cavallo e vi montò. Gli altri lo seguirono. De Forrest fu l’ultimo. Salì a cavallo, il volto sempre impenetrabile. Ma non poté trattenersi, il fedele amico, di lasciar trapelare sul viso di pietra un evidente e incontrollabile sollievo.

Passarono alcuni giorni. Un mattino, Lord Foulst convocò nel suo studio De Forrest, senza spiegargliene il motivo. L’anziano attendente si presentò dal suo signore al più presto, con una certa inquietudine nel cuore, e lo trovò seduto nella sua poltrona preferita, intento a leggere un foglio in pergamena candida. - Tieni. – gli disse Heth senza molte cerimonie, porgendogli il foglio. De Forrest lo prese e lo lesse senza fretta, riconoscendo subito, prima di giungere alla firma e al simbolo del sigillo, la scrittura sottile e autoritaria di Sir Brian. - Lo hai letto, Alan? – domandò Heth, più amareggiato che irritato. – A me! Si viene a chiedere… a me!… ragione della mia promessa, di una promessa fatta sotto i fumi dell’alcool e, come se non bastasse, neppure


18 dieci giorni dopo averla pronunciata! Si chiedono spiegazioni, Alan: spiegazioni! - Milord, voi amministrate la giustizia in tutte le isole: costituite un giurì d’onore, composto da pari di Sir Brian e da vostri fiduciari, e sottoponetegli la questione. Nessuno potrà darvi torto, date le particolari circostanze in cui fu pronunciata la promessa. Gresham rise, sarcastico. - Questo è vero, Alan. Ah, certo: verrei sciolto dalla promessa con onore. Ma… perderei Blaire. Questo è certo, come è certo che quel drago esiste. Purtroppo, l’essere dalla parte della ragione non mi gioverà. A me! Al signore di Foula! AL SUO SIGNORE! Alan, che gli ho fatto di male? In cosa ho offeso quell’idiota di un Gardwyn? De Forrest guardò il suo signore, sconcertato. Era incredibile come il giovane potesse essere saggio e sciocco al tempo stesso, e che lo dimostrasse così apertamente. I venti stanno cambiando, mio signore, avrebbe voluto dirgli chiaramente. Il vecchio Re Henry non ha eredi, e il suo potere si è indebolito. Tutti guardano al trono con avidità, mio signore, tranne voi… e ci sono potenti nemici che lo guardano ancora più avidamente. E Sir Gardwyn, mio signore, quell’uomo di nessun valore, quel traditore prepotente cui la vostra bontà d’animo permette di agire come un despota sull’isola di Yell… un vostro vassallo libero di dominare e tormentare la sua gente, che è poi la vostra gente… lo sa molto, molto meglio di voi… Ma tutto questo, Alan De Forrest al suo signore non lo avrebbe detto mai. - Milord, - disse invece. – avete due soluzioni: rinunciate a Blaire Gardwyn o uccidete quel drago. Non vi sono altre possibilità. Heth si incupì. - Alan – mormorò. – tu… credi alle maledizioni? L’uomo sospirò. - Non saprei dirvelo, milord. Ma… - e la sua voce severa si fece quasi affettuosa. – maledizioni o no, voi sapete di poter contare su di me. Qualunque cosa accada. Heth annuì. - Grazie, Alan. – replicò stancamente. – Vai pure. De Forrest si inchinò e uscì.


19

La lettera, e la certezza di perdere Blaire, se non avesse mantenuto la sua folle promessa, divennero un incubo per il giovane Gresham. Quella notte non dormì. La notte seguente la passò seduto sul torrione occidentale di Gresham Castle, avvolto in un vecchio panno di lana, sotto la luce piena della luna, fissando per ore il nero tappeto del mare muoversi con forza, infrangendosi sul dirupo proprio sotto il torrione, trecento piedi più in basso. Talvolta, De Forrest lo vide aggirarsi inquieto tra i boschi di Colle Gresham, da solo; allora lo chiamava e cercava di interessarlo a qualche problema del contado, ma senza successo. La terza notte insonne fu anche l’ultima: prima dell’alba, con una scorta di appena tre ufficiali, Heth partì verso le montagne. A pomeriggio iniziato scovò il drago, lo stanò, lo uccise. Gli recise l’enorme testa e l’affidò ai suoi sgomenti uomini, con un laconico messaggio, freddo e reciso, per Sir Brian: “Gardwyn, i Gresham mantengono sempre le promesse. Lord Foulst.” - Recapitatela sull’isola di Yell. Non m’importa come. E quando. – ordinò, allontanandosi poi da solo.

Era molto distante da Gresham Castle, tuttavia abbandonò il cavallo e si avviò a piedi. Passarono molte leghe prima che riuscisse a trovare una certa tranquillità. La luce calda del sole, a metà strada verso il tramonto, lo rinfrancava, e lo spettro della maledizione si dileguò. Sorrise. Era così sollevato che non sentì il tempo passare e la notte lo sorprese. Assieme all’oscurità si levò un vento sferzante che piegava i grandi pini e trascinava pesanti nubi nere nel cielo limpido dell’autunno. Il buio era totale. Heth vagava quasi alla cieca, frustato dal vento, cercando disperatamente di scorgere, sia pure a tentoni, una via nel buio. Cominciò a piovere, con forza, con rabbia, mentre l’oscurità restava totale. Improvvisamente, Heth vide una luce sfavillare nel nero del bosco.


20 Si avviò verso di essa, sperando di trovare un capanno, forse appartenente a un pastore sorpreso dal temporale. Giunse in una radura e rimase spaventato nel vedere l’origine di quella luce: era una ragazza, giovanissima – dimostrava forse tredici anni – dai lineamenti delicati e sfuggenti, seduta sul tronco reciso di un enorme albero. Indossava un abito azzurro chiaro e era scalza; i suoi capelli, biondi come il grano, raccolti in una lunga treccia, le ricadevano sulla spalla destra. La giovane emanava una luce bianca accecante e i suoi occhi di fuoco freddo erano posati su Heth. - Lord Foulst! – esclamò. – Un vento strano ti porta da queste parti. Torni da una festa, vero? Ancora coperto dal sangue del vecchio drago… - Come lo sai? – sbottò Heth, sbiancando. - Il sangue del vecchio drago, Lord Foulst… senza pietà hai colpito. – La creatura sollevò le labbra, mostrando i denti sfavillanti del predatore. – Senza pietà, non hai ascoltato la voce del tuo stesso sangue! - Chi sei? – gridò Heth nel vento, sguainando la spada. - Io sono Sybil. – rispose lei, socchiudendo gli occhi felini. - Sei… sei del Popolo dell’Aria? – chiese Gresham. Nessuna risposta. Sybil allungò le gambe affusolate e si alzò in piedi. - Ho un messaggio per te, milord. – disse, e cominciò a cantare una strana canzone:

Ruin on thee, Lord of the Great Island And ruin on thine house For thou kill’d the last of the protect’d Whose precious kin was in the Wizard’s hand The day changeth, the time slippeth Hawks take the place of White Lions Disgrace will fall yonder where thou livest And a voice riseth: Curs’d art thou amongst all Greshams! With the fire from torches thou wilt fill the sky But it will keep turning crimson and black


21 Clouds and wind, ye’ll be given dominion And never more will daylight arise And though thou wilt hunger for Death None of the Mortals shall come to release thee Thou wilt be immortal because of the Drake’s curse For he who dareth kill thee is lost And lost will be thy whole World… 2

La giovane sorrise ferocemente, levando le braccia in aria. - Guarda, Heth Gresham: cinque dita più cinque. Dieci, gli anni. Poi, il buio. Ormai terrorizzato, Heth sollevò la spada e si gettò ringhiando in avanti ma, in un lampo, Sybil scomparve. Interdetto, Lord Foulst si aggirò per la radura, scuotendo gli alberi con la spada: niente. Cominciò a tuonare. Un lampo squarciò le tenebre, e la pioggia aumentò d’intensità. Completamente fradicio, Heth ringuainò l’arma e si avviò verso il suo castello. Vi giunse il mattino dopo. Nessuno osò parlargli, nemmeno il vecchio De Forrest. Lord Foulst si cambiò, scuro in volto, si ritirò nella sua stanza da letto, chiuse tutte le finestre e si cacciò sotto le coperte. Chiuse gli occhi, ma non riuscì a dormire. Il sole, fuori, splendeva di nuovo sull’isola: ma al giovane era rimasto il temporale nel cuore.

Heth Gresham e Blaire Gardwyn si sposarono alla fine dell’anno 711, sotto la neve dell’inverno di Foula. Lord Foulst era felice come non lo era mai stato, e la sua felicità gli fece dimenticare la maledizione. 2

Rovina su di te, Signore della Grande Isola / E rovina sulla tua casa / Perchè tu hai ucciso l’ultima dei protetti / La cui preziosa stirpe era nelle mani del Mago / Muta il giorno, scivola il tempo / Falchi prendono il posto dei Leoni Bianchi / Disgrazia cadrà là dove vivi / E una voce si leva: sia tu maledetto fra tutti i Gresham / Con il fuoco di torce riempirai il cielo / Ma esso continuerà a diventare cremisi e nero / Nuvole e venti, a voi sarà dato il dominio / E la luce del giorno mai più nascerà / E sebbene tu avrai ansia di Morte / Nessuno dei Mortali dovrà venire a darti sollievo / Sarai immortale a causa della maledizione del Drago / Perché chi oserà ucciderti è perduto / E perduto sarà l’intero tuo Mondo… (Trad. dell’Autore)


22 La testa del drago, per ordine dello stesso Heth, era stata bruciata e nulla più restava della vicenda, se non le storie che si narravano tra il popolo, storie ricche di ammirazione ma anche di paura. Due anni passarono veloci, più delle nuvole nel cielo del nord. Heth divenne allegro e intraprendente. Rispettato, temuto, dopo aver rimesso al loro posto i Gardwyn di Yell, Lord Foulst rifulgeva quale il più grande signore del regno. Prese a viaggiare molto, e portava sua moglie con sé; e la bellezza di Blaire, la sua solare Blaire, divenne nota in tutto il continente. Insomma, Heth era felice: tanto felice che non vedeva il volto severo di De Forrest allungarsi e incupirsi, che non sentiva l’inquietudine selvaggia e istintiva di Blaire bruciare dentro di lei, che non pensava più a Auriel e alla maledizione. A ogni modo, per Heth Gresham quei due furono i più begli anni della sua vita.


23

TERZO

Si era all’inizio del 714. Un giorno, Lord Foulst fu convocato urgentemente a Ballina, la capitale del regno. Partì una mattina d’inverno, mentre ancora la neve imbiancava Gresham Castle, e lasciò la sua amata Foula, non senza qualche rimpianto. Le notizie che ebbe nella capitale erano gravi e tristi: Henry di Donning, il buon Re di Ardannia, il Leone Bianco, com’era chiamato dallo stemma della sua famiglia, si era ammalato gravemente e si temeva per la sua vita. Inoltre, il Duca di Blossom, uno dei più potenti nemici del regno, premeva alle frontiere e chiedeva una revisione dell’antico trattato di pace. Fu una seduta movimentata, all’Assemblea dei Lords, e Heth, che era il più importante fra loro, si scaldò parecchio. Ma, come il cielo volle, la seduta terminò e, pur addolorato per la salute del suo Re, il giovane si mise in viaggio pieno di gioia per il ritorno. Giunse a Gresham Castle mentre già si annunciava la primavera, dopo due mesi d’assenza. Risalì in fretta i pendii di Colle Gresham, abbandonò il cavallo alla torre di guardia e si fece annunciare. Ciò che vide lo lasciò interdetto: i volti spaventati, addolorati o sgomenti dei suoi servi che lo sfuggivano, salutandolo appena e scomparendo subito nei corridoi del palazzo. Da ultimo, Heth, al colmo della paura, vide spuntare il viso di pietra di De Forrest dalle sue stanze private, solcato da una ruga sconosciuta, mai vista prima. - De Forrest… - Milord, – fece il vecchio seccamente. – devo darvi una triste notizia. Vostra moglie… - Sta male? E’… morta…?!


24 - E’ fuggita. – De Forrest chiuse gli occhi. – Tre giorni fa. Una nave l’attendeva al largo. Li abbiamo inseguiti, ma a Helland ci ha colti la nebbia e… li abbiamo persi. Heth non rispose. Si sfilò la spada e la scagliò a terra con forza. - Alan, - ringhiò poi. – non voglio vedere nessuno. Nessuno, è chiaro? De Forrest annuì. Senza dir altro, Lord Foulst salì nel suo studio e vi si chiuse. Sedette sulla poltrona preferita, nella stanza illuminata dal sole tiepido di primavera, e, per la prima volta nella sua giovane vita, pianse a dirotto.

I sospetti di De Forrest vennero presto confermati. Un ufficiale della guardia di Sir Talon Mothwell, conte di Trewell, vide una nave sconosciuta passare al largo della punta meridionale di Foula, e essa batteva lo stendardo nero e argento del duca di Blossom. Infuriato, Heth sbarcò dopo qualche tempo a Yell e mise sottosopra Gardwyn Court. Faticosamente, venne così a sapere che la sua volubile moglie corrispondeva segretamente con Jareth di Blossom, che aveva conosciuto durante un incontro diplomatico nella capitale; e si era accordata con lui per fuggire da Foula. Evidentemente, aveva concluso Sir Gardwyn, la vita a Gresham Castle non la soddisfaceva più. - Punitelo, milord. – insisteva De Forrest, mentre ancora i soldati di Heth tenevano il controllo dell’intera isola di Yell. – E’ vostro diritto. Era certamente a conoscenza della tresca e, come vostro suocero e vassallo, aveva il dovere di informarvi subito. Heth guardava il suo attendente, in cerca di una risposta che non si fece attendere. - Trucidateli tutti, milord. Heth non se la sentì. Non era mai stato un violento, e aveva cercato di essere amato più che temuto. Inoltre, i Gardwyn avevano qualche alleato a corte – Sir Brian aveva usato per anni la figlia come mezzo per conquistarsi amici, forse con la segreta ambizione di liberarsi dei Gresham e diventare uno dei pari del Regno – e il Re stava male. Solo il Re avrebbe potuto giudicare su un simile misfatto senza che gli altri Lords protestassero o portassero rancore ai Gresham.


25 E comunque, non era nella natura di Heth fare una cosa simile. Perciò, dopo qualche settimana di minacce, lasciò Yell. Ingiunse ai Gardwyn di tacere sugli avvenimenti, lasciando capire chiaramente che la loro fortuna e la loro stessa vita erano appese a un filo. Tornò dunque al suo palazzo, e iniziò a muovere cauti passi per agire nei confronti di Jareth di Blossom, ma fu tutto inutile. Con la malattia del Re, tutta l’attività del governo era paralizzata e, inoltre, pochissimi dei Lords erano veramente ostili al duca, un giovane audace e intelligente. Da tempo, molti stavano considerando il fatto che, con l’avvento di Jareth, l’antica ostilità fra il Regno e i Blossom potesse avere finalmente termine, in qualche modo. Heth ascoltò corrucciato le parole del messo dell’Assemblea e lo congedò quasi subito. - Finirete per dimenticarla, milord. – lo consolò De Forrest, ma il giovane aveva la morte nel cuore. Vagò con lo sguardo fino a contemplare il ritratto di Blaire, opera di un celebre artista di Foula, e, nella fosca luce della sera, gli parve ora più somigliante che mai. - La dimenticherò, Alan. – replicò, poco convinto. – La dimenticherò.

FINE ANTEPRIMA CONTINUA...

Ultima Necat  

Ultima Necat, Stefano Tarlarini - Fantasy - 0111edizioni

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