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Mauro Bernini

Cavalier Dentone

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CAVALIER DENTONE Copyright © 2010 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2010 Mauro Bernini ISBN: 978-88-6307-331-7 In copertina: Shutterstock.com Finito di stampare nel mese di Dicembre 2010 da Logo srl Borgoricco - Padova


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1. Cavalier Dentone

In un mattino offuscato da una nebbia verde rana, dieci secoli fa, un cavalcatore di elefanti si svegliò piuttosto di malumore cadendo dall’albero su cui riposava. Anche il suo elefante, che gli dormiva accanto appollaiato su un ramo vicino, disturbato dal fracasso e invidioso del bel tuffo dell’amico, perse l’equilibrio e piombò al suolo, con grazia elefantiaca. Atterrò, l’elefante, sulla soffice schiena di un puzzolente furetto di montagna. Al contatto, prima si udì un tonfo sordo e poi, subito dopo, un tanfo sordido. Se non altro quella mattina per colazione avrebbero avuto una frittata fresca. Guarnirono la frittata di furetto con ortiche, corteccia dolce e trifoglio croccante. Il cavaliere d’elefanti si chiamava Remigio Dentiera Di Sacripante Del Lago ma tutti lo conoscevano come Cavalier Dentone. Viaggiava, costui, con malcelato orgoglio in compagnia di due poderosissime orecchie ma, qualche originale gli aveva affibbiato un soprannome guardandolo un palmo più in giù e al centro; di certo dieci secoli fa nessuno era obbligato a dare nomignoli appropriati.


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Il pachiderma, che aveva anche lui orecchie grandi quasi quanto l’umano, si chiamava Eli Mio Fante e pesava mille chilogrammi, almeno prima della gran dieta di primavera. Entrambi erano sudditi del Regno Degli Odori, governato dal grande Re Gustavo La Peradolce II, figlio dell’immenso Re Gustavo Ancora di Più La Peradolce. Cavalier Dentone aveva degnamente servito vari anni sotto il vecchio Re. Insieme avevano guidato un esercito di cavalieri, un reggimento di oche da battaglia, quattro battaglioni di cinghiali e dieci catapulte contro gli invasori di sempre: i terribili incantatori di bufali. Cavalier Dentaccio esagerava sempre un po’ nei ricordi di battaglia. Non aveva esattamente guidato l’esercito assieme al Re, aveva retto la bandiera delle milizie; magari non era proprio il vessillo principale, ma di sicuro quella di un importante battaglione. Diciamo lo stendardo di un’avanguardia. Se non era quello, doveva senz’altro essere il gagliardetto di un capitano. Può darsi fosse solo un fazzoletto, e in ogni caso lui nel mezzo della battaglia c’era stato, insomma, nei pressi. Poche decine di leghe tutt’al più. Quasi lo stesso mese della battaglia. Dettagli! Disprezzava i dettagli. Poca cosa per un uomo d’arme, un prode! Un valoroso!


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2. Il Regno Degli Odori

Nel Regno Degli Odori i sudditi vivevano tranquilli e sereni da molti anni. Dovevano obbedire agli ordini del sovrano, disporsi a pagare tasse abbastanza salate e a lavorare molto, ma, in fondo, erano contenti e nessuno perdeva troppo tempo a lamentarsi. Non c’erano rivolte e le prigioni erano sgombre. I giochi più in voga tra i bambini delle campagne prevedevano lunghe rincorse di elefanti al fine di colorare le loro zanne di blu, l’ipnosi delle talpe, il circo dei fazzoletti, la perdita di tempo e il nascondiglio del soldino. Grande era la fama dei tornei per giovani. Il miglior premio? Una corsa in discesa nei prati fioriti del Monte Profumo, le narici sazie, il vento tra i capelli, le ali ai piedi. Si viveva bene nel Regno Degli Odori. Al Nord prevaleva l’odore dei fiori. Quell’anno era in auge il ciclamino rosato: una varietà rara, pregiata e profumatissima, inventata da un noto mastro profumiere. All’Est imperversava il forte odore delle spezie locali: zenzero al mattino, cannella di giorno, pepe forte e zafferano la notte. L’Ovest era la patria delle cavalcature. L’odore era penetrante e intenso: cavalli, elefanti, struzzi, cammelli e cani da caccia, poco lavati ma ben nutriti, provvedevano a profumare a puntino i dintorni.


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A Sud l’aria era pregna dell’odore dei bimbi piccoli. I profumi del latte, delle pappe dolci e dei talchi profumati, si diffondevano nel vento, a quattro zampe, tutt’intorno. Non mancavano le puzzette dei piccoli che, a volte, allegramente trombettate nel vento, stordivano gli eserciti di passaggio e infastidivano la gente di confine all’Ovest, abituata al più gradevole tanfo di stallatico. Cavalier Dentello viveva all’Ovest, come quasi tutti i guerrieri, ma avrebbe voluto vivere tra i bimbi del Sud. Era curioso notare che i bimbi, al contrario, avrebbero voluto trasferirsi all’Ovest tra le tende, i tornei dei cavalieri e le risse delle soldataglie.


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3. Adunata

Quel giorno, quello in cui accusava un sospetto male alle ossa della schiena, probabile ricordo della caduta dall’albero, Cavalier Dentante uscì di buona lena nei boschi a caccia di nuvole basse. Indossò come al solito il suo lucidissimo elmo a punta. Fece bene perché, dopo il panino di mezza mattina, iniziò una battente pioggia di scimpanzé. L’elefante non aveva protezione e gli toccò bagnarsi tutto. A un tratto, senza preavviso, una delle nuove frecce che evitano gli alberi e curvano, sibilando anonima e velocissima, si conficcò con decisione nel fondoschiena dell’elefante che, alto in cielo, fece salire un barrito infilzatissimo. La piuma dorata indicava che si trattava di un messaggio di Sua Maestà il Re. Era una convocazione d’urgenza alla reggia. Dovevano correre. Immediatamente. Cavalier Dentice non trascurò il suo Fante e, avvicinandosi carezzandolo con voce suadente, gli applicò un tappo di sughero nella ferita di freccia ancora aperta. Estrasse poi dalla punta dell’elmo i tre scimpanzé piovani rimasti impigliati e si lanciò al galoppo.


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L’elefante lo seguì trafelato. Le fortunate scimmie furono scaraventate a terra in corsa, e finirono accanto a quelle piovute in precedenza. Dovevano attendere pazientemente il sole che le avrebbe fatte evaporare e riposizionare sugli alberi nube il mattino seguente. La natura, intricata e misteriosa, seguiva il suo corso e, visto che c’era, teneva d’occhio anche la rincorsa del cavaliere da parte dell’elefante. Il soldato sembrava imprendibile. L’elefante, cavalcatura pluridecorata al valore pachidermico, nutriva una forte simpatia per il suo padrone ed era di solito incline a perdonargli ogni cosa. «Corri vecchio zampone mio! Ti riposerai al castello! Vola, Eli Mio Fante! Ah già, prima avvicinati che devo montare.» Questi rispondeva nella sua lingua nasale: «Zitto Dentone, vecchio mio! Ti sfogherai più tardi al castello! Muto, Cavalier Dentuto!» Peccato parlassero in lingue diverse, quella dell’uno totalmente incomprensibile per l’altro. Per fortuna nel bosco viveva una colonia di Civette Vanvera che avevano la caratteristica di dare sempre retta con espressione interessatissima a ogni passante. I viandanti parlavano con loro attendendosi risposte intelligenti che, puntualmente, mai giungevano. Ognuno temeva di aver posto domande troppo sciocche e accettava il silenzio come pietosa risposta. Pochi sapevano quanto fossero sorde e come la loro espressione intelligente fosse da attribuire a una particolare conformazione muscolare.


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In quell’occasione Eli e il cavaliere, non intendendosi, parlarono di fatto solo alle Vanvera; questo semplice evento fece sentire entrambi molto meglio. Nella bisaccia ricavata nella gran sella dell’elefante, solo, muto, un po’ in sordina e stretto come una sardina, riposava lo scudiero di Cavalier Dentiero. Egli era un battagliero ghiro che rispondeva al nome di Russafà. Si definiva un buon attendente e un ottimo cuoco. In realtà tendeva a nascondere le sue eccezionali doti di esperto di dormite, pisolini, sonnecchiamenti e saporite russate. Sobbalzava a singhiozzo assecondando come meglio poteva i movimenti dei suoi due compagni d'arme nella corsa verso la residenza del re. Fece un sonno agitato. Arrivarono infine esausti al castello, verso l’ora di cena.


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4. Il castello della capitale

Il castello della capitale era circondato da alte mura di canne da pesca. Nel fossato che correva in tondo attorno alle mura, nuotavano, affamatissime e golose di bagnanti, feroci gazzelle piumate. Cavalier Dentone e i suoi due compagni salirono al ponte dove una guardia li stava osservando da un pezzo. Osservarono una guardia che pontificava da un pezzo in salita. Guardarono una salita su cui si puntellava un pezzo di osservatorio. La stanchezza cominciava a giocare loro strani scherzi di percezione. Rude ma cordiale li accolse il capitano della guarnigione di guardia al castello: Sei il benvenuto Cavaliere. Raggiungi gli altri nel salone delle cene. Penso io a mandare lo scudiero con l'animale da sella nelle scuderie reali. Tu entra, sfamati e riposati. Nel salone incontrò gli amici di tante battaglie: Riccardo Cuor Di Minestrone, Braccio Duro di Lambrusco Vecchio, Il Duca Dolcetto Di Braca Corta, Messere Carpaccio di Pipa Bruciata, Aldone Lanciasputo Dal Mare e decine di altri valorosi cavalieri.


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Aldone accolse Cavalier Dentone con una gran pacca sulla spalla. «Messer Dentriste, lieti di averti tra noi. » In quel mentre, comparve il Ciambellano, gran cerimoniere di corte. «Cavalieri, Sua Maestà il Re vi attende domenica mattina nel salone delle cerimonie per un importantissimo e felice annuncio. Venite disarmati e iniziate i festeggiamenti fin da questo momento, sarà una buona nuova. Mangiate e bevete a sazietà, alla salute del Re e della Famiglia Reale. I migliori cuochi del regno e i cibi più prelibati sono a vostra disposizione.» Il gran Ciambellano uscì dal salone tra il trambusto generale lasciando nell’aria la notizia attesa da anni, senza averla ufficialmente annunciata. La regina stava proprio per dare alla luce un principe? Un urlo si alzò dalla folla dei nobili: «Viva la corona! » La festa iniziò senza ulteriori attese. Botti di vino e di saliva dolce di strega bionda furono consumati senza economia. I cucinieri e le vivandiere lavorarono senza sosta per giorni interi. Porthos Pancia Piena di Prosciuttia si sgranocchiò uno scudo arrugginito esclamando: «Ottima questa patatina.» Ugo Lafresca, l’assaggiatore ufficiale, ormai fradicio, tracannò un catino di sciacquatura di calzini commentando con voce impastata: «Eccellente annata il quarantaquattro!»


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Nessuno in quell’atmosfera festosa ebbe il coraggio di annunciargli che i calzini sporchi non erano tutti del numero quarantaquattro. Cavalieri, fanti, nobili e soldati si abbandonarono alle libagioni più sfrenate. Festeggiarono come mai in passato. Ben presto persero la cognizione del tempo e degli eventi. Il buon Cavalier Dentemio, forte non bevitore e di appetito moderato, anche stavolta si ritrovò al centro di burle per queste sue rivoluzionarie caratteristiche. La bevanda più alcolica che avesse mai assaggiato era il latte di una capra ubriaca, tanti anni prima. Per essere la prima sbornia, resse bene: lo ritrovarono due giorni dopo sulle colline che faceva a testate con i caproni più anziani del gregge. Lo riportarono a casa lasciando il gregge con un problema di gerarchie; il più forte caprone mai visto abbandonava il campo senza motivo apparente. Al castello, anche senza bere, trovò la maniera di festeggiare a modo suo: suonò il gallo cetrone, come solo lui sapeva. Si fece portare lo strumento e dopo un paio di accordi di prova, si cimentò con la musica delle tundre del Nord. Note rudi si fusero con cadenze militari in un esotico e mistico ritmo guerriero. Intonò uno dopo l’altro i favolosi stornelli del suo sterminato repertorio. Stranamente, nonostante il repertorio fosse stato sterminato varie volte dal pubblico, aveva la tendenza a riformarsi, più vasto di prima. Cantò storie di guerrieri, di battaglie e d’armi.


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Ogni stornello era così sublime da attorcigliare le viscere ai compagni. Incantò quei rudi uomini d’arme. Li spinse al colmo della commozione. Cavalier Dentello se ne accorse quando smisero di scaraventargli contro boccali, piatti e coltelli da tiro e attaccarono poi con gli sgabelli e le panche. Smise di cantare solo perché costretto. Un feroce mal di denti che lo accompagnava da giorni, riportato alla ribalta da un ben assestato colpo di panca intergengivale, lo indusse a ritirarsi presto. Bofonchiando parole di ringraziamento e di saluto, preferì evitare l’alloggio al castello ed eventuali ulteriori smancerie con gli altri nobili e si diresse verso le scuderie per raggiungere Eli Mio Fante e Russafà. Anche le scuderie erano affollate al punto che Cavalier Dentiero decise di avviarsi verso il fienile di caccia; lì avrebbero trovato un alloggio confortevole e tranquillo.


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5. L’attacco

Si salvò perché era astemio o perché non dormì al castello? Fu merito del mal di denti o semplicemente della fortuna? Quel che importa è che si salvò assieme ai suoi due fidi compagni. Mille soldatesse mascherate, di rosso vestite, sbucate dal nulla della notte, in poco meno di un’ora, espugnarono il castello e issarono sulla torre più alta la bandiera della Parrucca Bionda. Il temutissimo vessillo subito prese a sventolare superbo nel vento delle ore piccole. Bionde, feroci e decise, armate di lance a tre punte e di gatti a nove code, preoccupatissime di non farsele calpestare, le soldatesse vinsero una facile battaglia. Molti dei Cavalieri del Regno degli Odori non compresero che c’era una battaglia in corso. I più furono sorpresi nel sonno e sbattuti nelle segrete del maniero. I meno furono segregati nel sonno e battuti in maniera sorprendente. Solo Ruggero Forteorecchio e Aldone Lanciasputo Dal Mare reagirono e caddero con le armi in pugno. Poi, furono disarmati e fatti rialzare. Molti si risvegliarono, straniti, tre giorni dopo nelle ammuffite celle sotterranee.


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6. Il corteo dei vincitori

All’alba, dai monti, annunciato da avanguardie di Caproni Muschiati, arrivò il corteo delle conquistatrici. Un reparto di cavalleria leggera delle leggendarie Guardie Mancine, armate di bolas velenose, avanzava maestoso. Distanziate di pochi passi, quarantaquattro giraffe polari in file di ventidue, tendevano comode amache di liquirizia su cui giacevano, imponenti, le Bionde Matrone Imperiali. Le più giovani precedevano le più anziane, i ranghi ben serrati. Seguiva un reparto delle letali Amazzoni Ciccione armate di Cerbottane di Sogni. Tenevano al guinzaglio, ognuna, una coppia di Schiavi Corridori. Dodici Pantere Giganti del Nilo, ordinate, incedevano leggiadre. Portavano su baldacchini di piume le Maghe Astrologhe Imperiali. Sedici immensi lottatori di sumo, reggevano un’elefantessa bianca mascotte dell’Imperatrice. Un tempo, quando i lottatori di sumo erano bambini, era l’elefantessa a trasportare loro. Poi ci si rese conto che, anno dopo anno, si percorrevano distanze sempre inferiori e si provvide a invertire i compiti.


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La Guardia Medica, Veterinaria e Botanica, appena defilata sulla sinistra, avanzava a nuoto nell’aria. Lo stile era quello lento e aristocratico della classe servente di corte. Quattro Giaguari Albini, liberi e affamati, correvano ai lati del corteo in cerca di bocconcini prelibati. Il semplice contatto visivo coi loro occhi gialli gelava il sangue ai popolani che seguivano lo sfilare delle schiere degli invasori. Un invisibile reggimento di Falchi Pellegrini sorvolava il corteo. Un altrettanto invisibile reggimento, le Talpe Assassine, marciava sottoterra scavando gallerie sulla sinistra della parata. Ultima, sfilava la formazione d’onore delle Ammaestratrici d’Anime Pure, classe insegnante, minacciose temibili e zitelle. Erano incaricate di formare le menti e le anime dei bimbi e degli adulti. Nate per l’insegnamento e l’ipnosi, marciavano al passo dell’oca, compatte e temibili. Persino i giaguari ne fuggivano il contatto. Maestose maestre e insigni insegnanti, nessuno ricordava che fossero mai state sconfitte in passato. Sul carro, tempestato di minestroni preziosi, di cavolfiori giganti, di sciroppo per la tosse, unica nel creato, giaceva spaparanzata Sua Altezza Imperiale Serenissima, Suprema Imperatrice Gioiosa, Erede del Mondo Abitato, Sovrana del Regno Animale, Ninfa Augusta del Mondo Sommerso, Maga Fattucchiera e Gattomante, Concettina Melania Di Paperonzo da tutti chiamata Melania Shhhhhh.


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La tecnica cerimoniale corretta prevedeva di porre l’indice sinistro davanti alla bocca quando si pronunciava lo “Shhhhhh”. I paggi, gli sventolatori, i serventi l’acqua, in ordine solo apparentemente sparso, seguivano il carro imperiale. La Guardia Rinoceruta, di retroguardia, chiudeva la parata. Si narra che dove passava il corteo imperiale non nascesse più l’erba ma colonie di strane lumache bavose. «Passabile questo corteo; non passa inosservato.» Osservò compassato un servo che passava di lì.


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7. Melania

Melania Shhhhhh aveva saputo dalle stelle che doveva conquistare un regno di guerrieri. Non desiderava usare la forza perché sarebbe stato troppo facile. L’oracolo oroscopo le aveva indicato la via del sotterfugio e dell’inganno. Non si aspettava, tuttavia, una vittoria così facile e assaporò quindi, attimo per attimo, le inebrianti e nuove sensazioni che le donava il trionfo dopo il raggiro. Entrò nel palazzo del Re solo dopo una bella disinfestazione generale. Si insediò sul trono, come si dice, poi cambiò sedia alla ricerca di qualcosa di più comodo. Da illuminata sovrana qual era, fece proclamare per quel giorno festa nazionale. E festa fu. Si susseguirono danze e balli vertiginosi; anche alcuni prigionieri incatenati si scatenarono e poterono, al termine della serata, andarsene liberi. Esplosero centinaia di fuochi d’artificio gonfi di polenta e pop-corn. Il vino ruscellò verso gole assetate, inebriò menti poco assennate e indebolì membra poco allenate. Gli abitanti del regno, prima spaventati, poi incuriositi e infine felici, parteciparono alle celebrazioni, ai festeggiamenti e alle esibizioni degli sbandieratori.


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Alcuni fra i sudditi più leggeri e colorati, con il grado di bandiera, compirono formidabili evoluzioni aeree. Furono sguinzagliate per le strade del regno le temibili Ammaestratrici. Presero di mira il popolo. Con la mente solleticarono alcuni sensi di colpa sopiti, evocarono antichi rancori nei confronti del re, mai del tutto dimenticati. Non ultima nelle operazioni di ammansimento fecero serpeggiare per le vie viscide e fatali occhiate di seduzione; facile arma adatta ai sudditi maschi. In poco meno di un mese la conquista del regno sarebbe stata cosa fatta. Il re e la regina, dopo la segregazione nelle gattabuie del castello, erano destinati a essere presto sepolti per la seconda volta nella memoria dei loro sudditi. Quella notte Melania, sdraiandosi sul suo letto di nuovi schiavi umani, scelti fra i più morbidi e profumati, ebbe il presentimento che qualcosa non stesse andando nel verso giusto. Fu giusto un attimo, poi decise di sprimacciare meglio la pancia guanciale di Porthos di Prosciuttia, cambiò posizione sul letto e s’addormentò bramando una vita più semplice e casta, un ritorno all’infanzia. Sognò di essere un boia inquisitore, e questo dolce sogno l’allietò e la condusse serena e felice fino al mattino successivo.


Cavalier Dentone  

di Mauro Bernini, Fantasy umoristico

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